expand_lessAPRI WIDGET

Disturbo Bipolare e morbo di Parkinson: due patologie in relazione

Diverse ricerche hanno suggerito l’esistenza di un’associazione tra Disturbo Bipolare e malattia di Parkinson. Una metanalisi del 2019 ha analizzato gli studi maggiormente attendibili sull’argomento confermando la veridicità di questa ipotesi.

 

Chi è affetto da Disturbo Bipolare ha un maggior rischio di sviluppare il morbo di Parkinson rispetto alle persone che non soffrono di questo disturbo dell’umore. Gli studi scientifici ipotizzano che l’associazione tra le due patologie potrebbe essere legata ad alterazioni genetiche, processi infiammatori o problemi di trasmissione neuronale, ma occorre attendere una conferma da ulteriori ricerche.

Il Disturbo Bipolare

Il Disturbo Bipolare o maniaco-depressivo è contraddistinto da importanti alterazioni del tono dell’umore che si caratterizzano per l’alternarsi di stati maniacali, cioè episodi di euforia ed eccitazione, con altri di grave depressione. I sintomi correlati all’alterazione dell’umore causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento personale e sociale.

Questo disturbo è una condizione psichiatrica piuttosto diffusa ed è una delle principali cause di disabilità nel mondo nella fascia di età compresa tra 15 e 44 anni. Il Disturbo Bipolare, inoltre, è associato ad un aumento del rischio di suicidio. Secondo le statistiche del National Institute of Mental Health (NIMH ) interessa circa l’1% della popolazione al di sopra dei 18 anni, con una distribuzione uguale tra i due sessi.

L’abuso di alcol o droghe è frequentemente in comorbilità con il disturbo maniaco-depressivo e aggrava significativamente i suoi esiti (Regier DA, Farmer ME, Rae DS, et al.1990). Quello bipolare è un disturbo ad eziologia multifattoriale a cui concorrono fattori genetici, biologici e psicologici. (Giselli Scaini, Samira S., Valvassori Alexandre P. Diaz et al.2020)

Si distinguono varie forme cliniche a seconda dell’alternanza degli stati maniacali e depressivi e della loro durata.

Il morbo di Parkinson

La malattia di Parkinson è una malattia neurodegenerativa che fa parte del gruppo di patologie definite Disturbi del Movimento, tra queste è la più frequente ed ha una evoluzione lenta e progressiva.

E’ una sindrome extrapiramidale caratterizzata da rigidità muscolare che si manifesta con resistenza ai movimenti passivi, tremore che insorge a riposo, che può aumentare in caso di ansia, e bradicinesia che provoca difficoltà a iniziare e a terminare i movimenti. Questi sintomi generano disturbi dell’equilibrio, andatura impacciata e postura curva. Altri sintomi, non motori, possono essere la depressione, i disturbi del sonno, alcune disfunzioni del sistema neurovegetativo ed il dolore diffuso o localizzato (Chaudhuri K R, Schapira A HV 2009).

Nel morbo di Parkinson si ha una degenerazione neuronale della sostanza nigra ( Hirsch EC, 1992). Da un punto di vista biochimico è stata accertata, a livello del sistema nervoso, una riduzione della quantità di dopamina, una minore concentrazione di neuromelanina, una riduzione dell’attività della catena respiratoria mitocondriale e una minore attività dell’alfa-chetoglutarato deidrogenasi (Berendse HW, Booij J, Francot CM et al 2001).

L’eziologia della malattia di Parkinson non è del tutto nota, ma è accettata l’ipotesi di un’origine multifattoriale, in cui interagiscono componenti ambientali e genetiche. Alcuni fattori ambientali e occupazionali possono aumentare il rischio di insorgenza della malattia. Tra questi sono compresi l’esposizione a tossine come i pesticidi, i metalli, altri xenobiotici e i prodotti chimici industriali, lo stile di vita (dieta e fumo), il luogo di residenza (ambiente rurale) e l’attività professionale (lavoro agricolo). Dal punto di vista genetico una storia familiare positiva può aumentare il rischio di insorgenza della malattia. Forme ereditarie della malattia sono causate da mutazioni identificate per i seguenti geni: alfa-sinucleina, parkina, dardarina, DJ-1 (Bardien S, Lesage S, Brice A, Carr J, 2011; Shin Hisahara e Shun Shimohama  2011).

Alcuni studi suggeriscono come potenziali concause, per lo sviluppo del morbo, alcune patologie infettive come ad esempio specifiche forme di encefalite. In altri studi la malattia di Parkinson è stata associata a lesioni cerebrali, in particolare a traumi emorrargici.

Il Disturbo Bipolare ed il morbo di Parkinson

Una metanalisi del 2019, pubblicata sulla rivista JAMA, ha stabilito la reale esistenza di una relazione tra Disturbo Bipolare e morbo di Parkinson. Gli autori della review hanno valutato la possibile associazione del Disturbo Bipolare con una successiva diagnosi di morbo di Parkinson. I ricercatori hanno analizzato quattro studi di coorte e tre studi trasversali, per un totale di oltre 65.000 pazienti con Disturbo Bipolare. Hanno così accertato che una diagnosi di Disturbo Bipolare è associata ad un aumento di 3,35 volte delle probabilità di una successiva diagnosi di Parkinson.

I pazienti con il follow-up più breve, meno di 9 anni, hanno mostrato un aumento significativamente maggiore delle probabilità di diagnosi della malattia di Parkinson (5,20 volte) rispetto al sottogruppo con un follow-up più lungo, di più di 9 anni (1,75 volte) (Faustini RP, Duarte Gs, Ferreira JJ, et al. 2019).

Sempre nel 2019 è stato pubblicato sulla rivista Neurology uno studio condotto a Taiwan. I ricercatori hanno preso in considerazione i dati di una banca nazionale riguardanti la salute delle persone con diagnosi di Disturbo Bipolare e morbo di Parkinson nel periodo compreso tra il 2001 ed il 2009. Sono stati analizzati 56440 casi e sono stati confrontati con un gruppo di controllo di 225360 persone, a cui non era mai stato diagnosticato il Disturbo Bipolare o il morbo di Parkinson, ma che erano omogenei con il campione per sesso, età ed altri fattori. La ricerca ha rivelato che i soggetti con Disturbo Bipolare hanno sviluppato la malattia di Parkinson con maggiore incidenza (0,7%) e in età più giovane, circa 9 anni di differenza, rispetto al gruppo di controllo. Infine lo studio ha mostrato come i pazienti che hanno subito frequenti ricoveri ospedalieri per il Disturbo Bipolare sono maggiormente esposti al rischio di sviluppare il morbo di Parkinson rispetto a coloro che sono stati ricoverati meno di una volta l’anno (Mao-Hsuan Huang, Chih-Ming Cheng, Kai-Lin Huang et al, 2019)

L’accertamento di un legame tra Disturbo Bipolare e Parkinson ha importanti riflessi sulla pratica clinica, è uno stimolo per la ricerca a chiarire quale sia il legame biologico esistente tra queste due patologie. Impone, infine,  la considerazione della possibile influenza dei farmaci antipsicotici, utilizzati nel trattamento del Disturbo Bipolare, sulla comparsa del morbo di Parkinson.

Relazioni pericolose (2017) di Claudia Moscovici – Recensione del libro

Relazioni pericolose si propone di far conoscere le caratteristiche della psicopatia, come primo passo per difendersene.

 

L’autrice, dopo aver presentato alcuni casi di femminicidio e aver raccontato i modelli di dittature ad opera di psicopatici, nell’introduzione definisce la psicopatia come ‘la malattia della mancanza d’amore e la radice psicologica del male’, una malattia ‘patologica’, diversa dai difetti umani e peraltro incurabile. Il libro si compone di tre parti, ciascuna con un focus specifico.

La prima parte si concentra sulla presentazione dello psicopatico, partendo da due casi di cronaca di uomini che avevano ucciso le proprie mogli, per raccontare come la psicopatia sia poco conosciuta e approfondita persino dai media stessi, che non hanno saputo cogliere, durante i processi, la totale mancanza di rimorso e la finzione messa in atto nel simulare dispiacere per la condanna o per gli atti commessi; solo Koehli riesce ad accorgersi di quanto questa patologia sia profonda e esorta i colleghi giornalisti a non fermarsi all’apparente dispiacere mostrato da questi uomini. Per la descrizione della psicopatia, Moscovici parte dalla descrizione di Hervey Cleckley nella sua opera The Mask of Sanity, che dimostra come lo psicopatico sappia confondersi perfettamente nella società, anzi dimostrandosi spesso affascinante ed essendo molto intelligente, caratteristica imprescindibile per poter raggirare tutti con i suoi inganni e le sue manipolazioni; dal punto di vista clinico, questi soggetti sono ‘sani’, in quanto non presentano allucinazioni o comportamenti irrazionali, né manifestazioni psiconevrotiche: semplicemente, pensano di essere migliori degli altri, perciò i loro comportamenti profondamente negativi vengono giustificati dall’idea che, per loro, le regole morali ed etiche della società non valgano. Alla luce di questa convinzione, la loro strategia preferita per sentirsi superiori è la mendacia: mentono sempre, riguardo qualsiasi ambito della loro vita e, quando vengono scoperti, mentono ulteriormente per coprire i propri errori. Si lasciano andare a raggiri, calunnie, giochi retorici e mentali vari, tra i quali uno particolarmente preoccupante è il gaslightining, che fa dubitare la vittima delle sue stesse percezioni.

Tali menzogne servono a coprire cose ben più serie: i ripetuti comportamenti antisociali, possibili data la totale mancanza di rimorso e di vergogna che caratterizza lo psicopatico. A proposito di ciò, Moscovici racconta come un’altra caratteristica centrale sia la povertà emotiva: gli psicopatici non provano emozioni, bensì solo proto-emozioni, versioni immature e poco elaborate delle normali emozioni, spesso non contingenti alla situazione; peraltro, l’unica emozione che può realmente turbarli è la noia. Spesso la psicopatia è associata anche alla dipendenza dal sesso, che viene proposto e sperimentato in qualsiasi luogo e contesto, senza alcun ritegno; ci si spinge sempre di più verso la trasgressione, perché la noia presto coinvolge anche questo aspetto della vita di coppia. La stessa noia che preclude il raggiungimento di qualsiasi obiettivo dello psicopatico, che non è in grado di impegnarsi a sufficienza in nulla; ogni impegno iniziale è tutto parte della ‘maschera di sanità’ raccontata da Cleckley, peraltro destinata a cadere.

La seconda parte si concentra quindi sul processo di seduzione psicopatica, partendo dal caso di Drew Peterson, che è riuscito a sposarsi quattro volte e ad avere una quinta compagna, nonostante una di esse sia stata uccisa ed un’altra misteriosamente scomparsa, ad indicare come inizialmente lo psicopatico possa sembrare il fidanzato ed il marito perfetto. Carver presenta poi 20 preoccupanti campanelli d’allarme, ai quali ogni donna dovrebbe prestare attenzione: violenza fisica, coinvolgimento rapido, carattere irruente, indebolimento dell’autostima, isolamento, bastone e carota (cioè alterna cattiverie e smancerie), è sempre colpa tua (perché per lo psicopatico le regole civili non valgono), paura della rottura (cioè compiacere sempre il compagno psicopatico per evitare che la relazione finisca), limitazione degli interessi, controllo paranoico, imbarazzo in pubblico, non essere mai abbastanza (per compiacerlo), presunzione, non piace a famiglia e amici della vittima, brutte storie passate, la prova della cameriera (cioè come l’uomo tratta le altre donne, ad esempio le cameriere dei bar o ristoranti, così prima o poi tratterà la vittima), doppia reputazione, camminare sui gusci d’uovo, indifferenza verso i bisogni della vittima, dipingere la vittima come pazza. Almeno 3 di questi segnali dovrebbero far preoccupare chiunque. Ma lo psicopatico riesce a conquistare le sue prede perché inizialmente, come anticipato, è il compagno ideale; possiamo infatti distinguere tre fasi del processo di seduzione psicopatica: idealizzazione, svalutazione e scarto. Se inizialmente la donna è perfetta, una dea – e lui la sua metà perfetta, presto inizierà la svalutazione delle sue debolezze, per minare la sua autostima e renderla dipendente, in modo che non possa andarsene; finché interviene lo scarto: lo psicopatico si stufa, trova una sfida più eccitante, si annoia e quindi scarta la preda, assicurandosi però di mantenere sempre un filo legato a lei, uno spiraglio di possibilità per ritornare nella sua vita in qualsiasi momento lui voglia: si diverte a fare da giocoliere con quante più donne possibili, in quanto ciò lo fa sentire, ancora una volta, superiore rispetto agli altri. Nella seconda parte viene poi descritto il rapporto di Pablo Picasso, perfetto psicopatico, con una delle sue compagne, Francoise Gilot, raccontato nella biografia della donna stessa, che dopo anni di maltrattamenti e limitazioni è riuscita a lasciare questo amante psicopatico; e viene riportata la trama di Adolphe di Benjamin Constant, romanzo forse autobiografico e anch’esso racconta di un rapporto psicopatico, benché visto dalla parte del predatore. Le due opere presentano svariati punti in comune ed è possibile ritrovarvi ogni punto descritto nel libro finora, in maniera chiara e lampante: lo psicopatico prima idealizza, poi svaluta e tenta di limitare in ogni modo la libertà della preda, per poterla isolare e manipolare al meglio, salvo non tollerare alcuna limitazione per lui stesso (e, anzi, lamentandosi perché il fatto stesso di controllare la sua vittima lo priva della libertà). Infine, la seconda parte del libro si concentra sulle donne che amano gli psicopatici, sfatando il mito per cui siano donne deboli e vulnerabili e descrivendole invece come donne forti, affabili, spesso di successo – e quindi sfide più eccitanti per gli psicopatici – rese però totalmente dipendenti, specialmente dal punto di vista affettivo, ed isolate da famiglia e amici; inoltre, sono spesso donne tenaci, convinte quindi di poter cambiare il predatore: per tutti questi motivi è molto faticoso chiudere una relazione con uno psicopatico.

La terza parte del libro racconta come sia possibile salvarsi dalla seduzione psicopatica: poiché la psicopatia è considerata dalla psicologia una malattia incurabile, ogni tentativo di ‘cambiare’ un marito o compagno psicopatico, per quanto volenteroso, è destinato a fallire: ecco perché è necessaria l’elaborazione di un vero e proprio lutto, del compagno e della relazione idealizzate, per poter scappare definitivamente da una relazione malata. È necessario chiudere completamente tutti i contatti perché lo psicopatico è famoso per tentare di rientrare nella vita delle sue ex, quando più lo diverte, per evitare le cosiddette ‘relazioni boomerang’. Alcune donne scelgono di avvertire ‘le altre’, ma spesso non vengono ascoltate, magari perché tali ‘altre’ stanno ancora vivendo la loro perfetta luna di miele; perciò, sebbene spinta sicuramente da una buona intenzione, bisogna valutare bene di avvertire solo le donne che sarebbero in grado di aprire gli occhi e comprendere con chi hanno a che fare, onde evitare di ricevere ulteriori critiche rispetto a quelle già ricevute dallo psicopatico.

Bisogna inoltre far fronte anche alle pressioni esterne, ad esempio di famiglia e amici che non si rendono conto della vera natura dello psicopatico, che non riescono ad andare oltre la maschera di sanità già citata; oppure bisogna lottare contro credenze religiose o morali che non vedono di buon occhio il divorzio. Ma qualsiasi religione o credo non può professare di restare con un aguzzino: è necessario prendere sul serio il matrimonio, ma non a scapito della propria sicurezza (anche considerati i possibili tragici epiloghi di una relazione con uno psicopatico). In conclusione, si ricorda a tutte le donne in situazioni come queste quanto sia importante riprendere in mano la propria vita, partendo dalla costruzione (o dal recupero) di una sana autostima e dall’appoggio sulla rete sociale, superando timori di ricevere critiche e sfatando tutte le false accuse rivolte dal predatore.

Nella postfazione, Titti Damato riporta infine i casi di cronaca italiana di donne uccise da compagni-fidanzati-ex fidanzati- mariti (ed i numeri sono inquietanti), per poi riportare la legislazione relativa a questi crimini e allo stalking, insieme ad alcune indicazioni verso i centri antiviolenza. Da psicologa, poi, racconta e approfondisce il tema della psicopatologia psicopatica, appoggiandosi alle classificazioni del DSM-5 e di Robert Hare (autore della Psychopathy Check-List, che riporta i sintomi principali degli psicopatici). Damato svolge poi alcune considerazioni in merito alla situazione pandemica dei primi mesi del 2020: è tristemente noto che molte donne siano rimaste bloccate in casa coi propri aguzzini, ma da questo periodo di reclusione è possibile imparare qualcosa; se queste donne, infatti, spesso temono la solitudine e la singletudine (di solito perché il proprio valore dipende dalla valutazione altrui e temono di non poter resistere), questo periodo di blocco può essere stato un importante momento di riflessione e valutazione, di confronto con se stessi e, magari, decisivo nel prendere la decisione di troncare una relazione con una persona che, di fatto, non vuole il nostro bene, ma considera solamente i propri interessi.

Relazioni pericolose è quindi un libro estremamente interessante, che permette di far conoscere il fenomeno della psicopatia anche a chi non è formato sull’argomento: infatti, per qualunque donna (e anche uomo – perché chiunque può cadere nelle trame di uno psicopatico ed esistono, sebbene in percentuale minore, anche donne psicopatiche) la conoscenza è la migliore arma per difendersi. Saper cogliere i campanelli d’allarme ed evitare di minimizzarli, ma invece approfondirli e considerarli attentamente, è ciò che può impedire di cadere nella rete di uno psicopatico, evitando di idealizzare a sua volta lui e la loro relazione. Il libro poi è scritto in uno stile semplice e scorrevole, rendendosi perciò comprensibile a chiunque, indipendentemente dalla propria istruzione, ed è molto d’impatto, in quanto si rivolge direttamente alla donna potenzialmente vittima dello psicopatico, dandole direttamente del tu. Claudia Moscovici non smette mai di ripetere quanto siano pericolosi questi uomini, quanto siano senza scrupoli, diretti solo ai propri interessi e che intendono far male agli altri per puro divertimento, diversamente ad esempio dai narcisisti, che necessitano degli altri per confermare la propria autostima. Non c’è speranza per questi individui, non miglioreranno e non impareranno mai a prendere in considerazione l’altro o ad essere sinceri. Perciò, l’autrice si rivolge alle donne ed il messaggio è forte e chiaro: non cercate di essere tenaci, fuggite e chiudete la relazione, perché non avete alcun potere di cambiare un individuo affetto da tale patologia e non potrete far altro che uscire distrutte da una relazione del genere.

 

Perché ci piace stare molto tempo al sole nonostante i rischi noti? Alcuni geni coinvolti nelle dipendenze potrebbero spiegare il comportamento di “ricerca del sole”

Uno studio guidato dal King’s College di Londra su 260.000 persone, ha scoperto che alcuni geni coinvolti nelle dipendenze guidano il comportamento di “ricerca del sole”; sembrerebbe, infatti, che la voglia di stare sotto il sole venga spiegata da una predisposizione genetica (Sanna et al., 2020).

 

I ricercatori hanno studiato informazioni dettagliate sulla salute di 2.500 gemelli di TwinsUK, compreso il loro comportamento di “ricerca del sole” e il loro codice genetico (Sanna et al., 2020).

I gemelli identici in una coppia avevano maggiori probabilità di avere un comportamento simile in termini di “ricerca del sole” rispetto ai gemelli non identici, indicando che la genetica gioca un ruolo chiave in questo tipo di comportamento (Sanna et al., 2020).

Il team ha quindi identificato cinque geni chiave coinvolti nel comportamento di ricerca del sole da un’ulteriore analisi di 260.000 partecipanti di altre coorti. Alcuni di questi geni sono stati collegati a tratti comportamentali associati all’assunzione di sostanze e alla dipendenza, inclusi il fumo, la cannabis, il consumo di alcol e il numero di partner sessuali (Sanna et al., 2020).

L’autore senior, il dottor Mario Falchi del King’s College di Londra, ha dichiarato che i loro risultati suggeriscono che combattere l’eccessiva esposizione al sole o l’uso di prodotti abbronzanti, che hanno conseguente negative sulla salute della pelle, potrebbe essere più impegnativo del previsto, poiché il comportamento è influenzato da fattori genetici. I ricercatori, inoltre dichiarano che è importante che il pubblico sia a conoscenza di questa predisposizione, in quanto potrebbe rendere le persone più consapevoli del proprio comportamento e proteggerli così dai potenziali danni causati da un’eccessiva esposizione al solare (Sanna et al., 2020).

È chiaro in letteratura che l’eccessiva esposizione ai raggi solari è un fattore di rischio per quel che riguarda lo sviluppo di melanomi (cancri della pelle) (Gandini et al., 2005), questa ricerca dimostra che combattere questa tendenza a voler stare sotto il sole potrebbe essere più difficile del previsto, dato che, non si tratta puramente di comportamenti socialmente appresi o guidati da scopi personali quali “diventare più abbronzato per essere più attraente”; inoltre, il fatto che i geni coinvolti nella “ricerca del sole” sono gli stessi che spiegano determinate dipendenze patologiche è indizio che modificare il comportamento potrebbe esssere molto complicato (Sanna et al., 2020).

I ricercatori in questione asseriscono che verranno condotte ulteriori ricerche sull’argomento e, in un futuro, quando saranno più chiari i meccanismi che guidano la ricerca di sole, suggeriscono che si potrebbe addirittura parlare di dipendenza patologica; a quel punto, come naturale conseguenza, ci potrebbe essere lo sviluppo di nuove terapie atte a diminuire questo tipo di comportamento (Sanna et al., 2020).

 

Ridere in terapia: le funzioni della risata in psicoterapia

La risata rappresenta un arcaico segnale comunicativo di grande rilevanza per le interazioni sociali ed è spesso associata a diversi costrutti come il temperamento, lo stato emotivo e l’empatia. Come si colloca la risata nel contesto della psicoterapia?

 

Negli ultimi decenni l’umorismo è stato oggetto di una sempre maggiore attenzione da parte della comunità scientifica, specialmente nel campo della psicologia (Martin & Ford, 2018). Soggettivo, ma culturalmente onnipresente, l’umorismo nella comunicazione umana è stato ampiamente studiato da diversi approcci, principalmente analisi del discorso e psicologia e uno degli ambiti in cui esso può essere presente è quello della psicoterapia (Sultanoff, 2013). Tuttavia, un aspetto che viene spesso confuso e assimilato totalmente con l’umorismo è quello della risata: per diverso tempo lo studio empirico ha fatto coincidere i due termini, vedendo la seconda come strettamente connessa con il primo. Va però sottolineato come solo il 10-15% delle risate durante le interazioni sociali siano legate all’umorismo (Provine, 2004). La risata rappresenta un arcaico segnale comunicativo di grande rilevanza per le interazioni sociali spesso associata a diversi costrutti come il temperamento, lo stato emotivo e l’empatia (Ruch et al., 2019). Ci sono numerose evidenze che mostrano come la posizione della risata in una conversazione non sia casuale (Glenn & Holt, 2017) ed è quindi importante identificare le funzioni e l’azione di sequenze a cui è associata.

Funzioni della risata nella conversazione

La risata è spesso il risultato di una attività cooperativa di conversazione fra due o più interlocutori, non necessariamente legata all’umorismo. Fra le diverse funzioni della risata troviamo: (1) servire da “invito” a ridere, producendo risate condivise (Jefferson, 1979); (2) mostrare una comprensione di ciò che l’interlocutore sta dicendo (Schegloff, 2007); (3) enfatizzare la volontà di collaborare alla chiusura o definire una particolare traiettoria della conversazione (Holt, 2010). Inoltre, può anche verificarsi indipendentemente dall’umorismo in diversi contesti, come segno di imbarazzo o nervosismo in situazioni in cui le persone parlano dei loro problemi (Jefferson, 1979) o in conversazioni conflittuali in quanto viene utilizzata come strategia di mitigazione (Norrick & Spitz, 2008). Oltre alle diverse funzioni che la risata può servire, essa è strettamente legata all’asimmetria dei ruoli in contesti istituzionali: ad esempio è stato rilevato come i medici tendano a non ricambiare le risate dei pazienti, dato il loro ruolo e il compito che devono svolgere (Hakaana, 2010).

Ridere in psicoterapia

L’interesse per lo studio del ridere in psicoterapia è aumentato nel corso degli ultimi dieci anni, sebbene già di interesse di Sigmund Freud. Secondo il padre della psicoanalisi la risata rappresenta una scarica di energia psichica derivante da una tensione inibita che viene liberata attraverso il ridere (Freud, 1905). Inoltre, secondo la teoria psicoanalitica l’umorismo rappresenta un meccanismo di difesa maturo che aiuta una persona a prendere le distanze da eventi e ricordi dolorosi.

A tal proposito, uno studio statunitense (Marci et al., 2004) ha esaminato le interazioni fra terapeuti e pazienti in dieci sessioni di psicoterapia psicodinamica, attraverso l’analisi della conversazione delle videoregistrazioni delle sedute, mostrando come gli psicoterapeuti hanno mostrato un numero notevolmente minore di risate rispetto ai loro pazienti. La maggior parte delle risate sono state prodotte dagli stessi pazienti dopo aver pronunciato contenuti sensibili e non in risposta a commenti o frasi del terapeuta. I pazienti hanno riso più del doppio rispetto ai terapeuti, spesso ricorrendo alle cosiddette “risate nervose”, per mitigare l’ansia inerente il tema trattato. Da questo studio emerge come il significato delle risate di un paziente possa essere estremante diverso da quello di uno psicoterapeuta in quanto spesso funziona come meccanismo di difesa per proteggere l’individuo da una situazione imbarazzante o che provoca ansia. In un altro studio, Gibson e Tantam (2017) hanno suggerito l’ipotesi che la risata di invito da parte dei pazienti possa rappresentare una richiesta masochistica in quanto si ricercherebbe inconsciamente l’umiliazione del terapeuta.

Un recente studio italiano ha indagato il ruolo della risata in ambito cognitivo-comportamentale (Dionigi & Canestrari, 2018). In linea con altri studi sulla stessa materia, la ricerca italiana ha rivelato che ridere in psicoterapia assolve una grande varietà di funzioni, non solo legate al divertimento. Parte delle risate dei pazienti ha avuto la funzione di mitigare il disaccordo con quanto detto dal terapeuta e solo in un numero minore di casi la risata ha avuto la funzione di mostrare un accordo con il terapeuta. Questi risultati sono in linea con precedenti studi che, sempre utilizzando un approccio di ricerca basato sull’analisi conversazionale, hanno mostrato come vi siano sono costanti corrispondenze e disallineamenti nelle interazioni tra terapeuta e paziente durante una sessione di psicoterapia (Peräkylä, 2008).

Sempre nello studio di Dionigi e Canestrari (2018) si è evidenziato come le risate vengano spesso utilizzate dai pazienti quando parlano di problematiche delicate, strettamente legate al motivo per cui hanno chiesto una consultazione terapeutica. Una possibile spiegazione di questo fenomeno è che quando si parla di questioni sensibili, i pazienti menzionano aspetti di sé stessi che li ritraggono in una luce sfavorevole. Questo potrebbe rappresentare una possibile “frattura” del loro io ideale e il ridere sottolineerebbe un momento di imbarazzo. Inoltre, ridere quando si parla di un problema delicato può essere visto come un segnale meta-comunicativo relativo alla consapevolezza del paziente della propria situazione. Anche la posizione della risata non è casuale: la risata nervosa spesso appare alla fine del turno di conversazione, consentendo al paziente di “scaricare” la propria ansia per la situazione che sta vivendo.

Dal punto di vista applicativo, per un terapeuta è importante essere consapevole che le risate di un paziente possono accompagnare l’introduzione di un tema delicato, in modo da guidare il focus del colloquio. Dopo una risata nervosa del paziente, infatti, si possono utilizzare generalmente due strategie: chiedere maggiori informazioni in merito a quanto detto o rimanere silenti, in attesa che il paziente stesso continui a parlare del tema delicato. Cambiare argomento rappresenta invece una interruzione del flusso comunicativo (Dionigi & Canestrari, 2018).

Infine, uno studio recentissimo ha evidenziato anche aspetti disfunzionali del reciprocare la risata dei pazienti da parte dei terapeuti. Ridere insieme ai pazienti che usano l’umorismo in modo difensivo potrebbe rafforzare l’evitamento emotivo, in quanto non in grado di riconoscere il dolore sottostante la risata. A questo proposito è importante che i terapeuti valutino il tenore della risata dei pazienti, in modo da decidere se ridere con i pazienti, creando un senso di condivisione empatica oppure non reciprocare la risata e indagare in maniera più approfondita il tema presentato (Hussong  & Micucci, 2020).

La comprensione della malattia nei bambini

I bambini vivono la malattia come una sorta di “pausa dolorosa” nella loro normale vita fatta di giochi, interazioni sociali, impegni. Per i bambini vivere un periodo di malattia vuol dire interrompere la loro continua ricerca di serenità, svago, momenti di crescita.

 

La malattia assume un significato diverso a seconda dell’età del bambino. Possiamo indicare due modelli che tentano di spiegare la comprensione della malattia nel bambino, in particolar modo per quanto concerne nell’evoluzione della sua comprensione (Capurso,2019; Eiser,1985).

  1. Il modello stadiale
  2. Il modello “dinamico”

Alla prima categoria appartiene il modello che si rifà alla teoria degli stati evolutivi di Piaget (Piaget, 1953). In base a tale modello, la comprensione della malattia nel bambino avviene seguendo alcune tappe di sviluppo, uguali per ogni soggetto.

Nella sua teoria stadiale, Piaget identifica i seguenti stadi di sviluppo:

  • 0-2 anni: stadio sensomotorio
  • 2-6 anni: stadio preoperatorio
  • 6-12 anni: operatorio concreto
  • 12 anni in poi: operatorio formale

Secondo la teoria piagetiana, il bambino riesce a comprendere i concetti legati alla malattia attraversando, in modo ordinato, gli stadi prefissati e il passaggio allo stadio successivo presuppone il consolidamento dello stadio precedente. In base a tale ottica, un bambino che si trova nello stadio preoperatorio non potrà avere gli strumenti cognitivi per la comprensione tipica di un bambino di 8 anni.

Come facilmente intuibile, la rigidità stadiale non può che essere limitativa, non soltanto per la spiegazione sullo sviluppo psico-fisico e sociale del bambino, ma pone anche forte limitazioni circa gli obiettivi da porsi per incrementare tale sviluppo.

Il modello definito “più dinamico” invece, pur riconoscendo nella teoria piagetiana un fondamento della psicologia dello sviluppo, ha posto le basi per l’avvio di critiche e revisioni costanti ( Carugati & Selleri, 2005).

L’approccio costruttivista rappresenta il superamento delle teorie piagetiane, un approccio flessibile, duttile il quale pone l’attenzione non soltanto allo sviluppo fisico del bambino, ma pone l’accento sul ruolo del contesto sociale, culturale, esperienziale come elementi costruttivi dello sviluppo del soggetto.

In base a tale approccio, se un bambino viene accompagnato, nel suo processo di comprensione, da un adulto competente, lui stesso diventerà un bambino competente. Lo scaffolding (David Wood, Bruner & Ross, 1976) rappresenta, in senso figurato, le funzioni che un caregiver deve avere nelle sue funzioni di tutor dello sviluppo. Il significato a ciò che succede intorno al bambino deve essere co-costruito in modo che, la maturazione avvenga in modo naturale ed eliminando ogni pericolo di distorsione della comprensione.

Michael Siegal (Siegal, 1988) in uno studio condotto nel 1988 ha sperimentato diverse situazioni per verificare la capacità dei bambini di comprendere il concetto di contagio come cause di alcune malattie. Attraverso la proiezione di filmati, racconto di storie, anche i bambini più piccoli possedevano conoscenze circa la possibilità di contagio e dunque di insorgenza della malattia dovuta ad esso. In virtù di tale conoscenza, lo stesso autore concluse che anche in età precoce (scuola dell’infanzia), i bambini erano in grado di mettere in atto azioni di auto-tutela nei confronti del contagio.

Se si creano le condizioni sociali, relazionali, cognitive, di supporto adeguate, anche i bambini saranno in grado di esprimere conoscenze ed attuare comportamenti adeguati per evitare malattie da contagio.

 

L’arte di volerti bene (2020) di Alberto Simone – Recensione del libro

L’arte di volerti bene tratta un tema che alterna spazi e tempi assoluti, si svolge tra dolore e ironia, precarietà e perfetta lucidità nella fedele, costante ed inalterabile fiducia nell’uomo.

 

L’arte di volerti bene di Alberto Simone (Tea Edizioni, 2020) è un invito purificatore all’arte della cura, una saggia priorità esistenziale, in cui la necessità e l’urgenza del monito individuale a coltivare il bene, a riconoscere il valore potenziale della nostra anima e l’accettazione delle nostre finitezze umane, meritano la possibilità intensa dell’arricchimento emotivo.

L’autore offre il sostegno efficace dell’autostima, analizzando ogni valutazione positiva delle proprie capacità, dedicando l’attenzione alla preziosa abitudine alla disponibilità umana, a custodire il corpo e la mente, in un equilibrio meraviglioso sulla soglia dell’espressione.

Il libro è un dono propizio strategicamente sostenuto nel linguaggio brillante e costruttivo e nel degno senso di amore e di comprensione, facoltà comunicative utili affinché possano crescere e progredire i nostri aspetti migliori. Attraverso il coraggio percettivo di cambiare le cose, l’autore consegna un favorevole apprendimento, una beata opportunità per imparare a vivere di nuovo, anche attraverso gli errori, ed estrarre l’insegnamento nascosto dietro alle colpe.

La serena lezione di Alberto Simone è una compiuta scommessa alla benevolenza, sui luoghi, sulle relazioni, sulle attività e sui pensieri che nutrono la gioia di vivere, la pace e la piacevolezza. Un’energia necessaria per affrontare lo stress della vita quotidiana e un incoraggiamento incondizionato ad apprezzare la possibilità infinita della spontanea dedizione di ogni disposizione d’animo.

I testi descrivono l’abilità essenziale della salute emozionale, costituiscono la base per valorizzare il nostro cammino e costruire una vita appagante, prendendoci premura del nostro benessere. Un’occasione adatta per riconoscere il giusto valore del tempo, per privilegiare la sintonia, l’intesa e la complicità con il mondo, identificando pensieri e gesti in un atteggiamento cosciente. Ogni motivazione dell’anima è un ascolto intimo, un miracolo emotivo che sprigiona forza poetica dalla sua materia, raccontando attraverso una lettura privata e strettamente privilegiata la raffinata sensibilità, amplificando con le facoltà sensoriali tutta la sincerità sentimentale dell’autore.

Alberto Simone si rivolge sempre al lettore con le sue infinite evocazioni, antiche corrispondenze di buon senso tra sensazioni sorprendenti e meraviglie ancestrali che si assestano nel riflesso della consapevolezza e hanno sempre vita e luce propria. La realtà abbraccia l’esigenza eloquente del valore morale come un contenuto di profonda ed autentica originalità.

Il tema trattato alterna spazi e tempi assoluti, si svolge tra dolore e ironia, precarietà e perfetta lucidità nella fedele, costante ed inalterabile fiducia nell’uomo. Le vicissitudini umane, che toccano ognuno di noi, rintracciano e ritracciano la memoria dell’autore, capace di restituire in dono i sapori, gli odori, i colori della vita.

Giochi di specchi, sovrimpressioni, rifrazioni generano disorientamenti inattesi negli ostacoli, ma graditi e felici compiacimenti nelle “resistenze interiori”. Le parole non sono mai in fuga, hanno la complicità dell’ascolto, elemento fondamentale nella comprensione umanissima e carnale. L’ebbrezza di ogni nuova gratificazione convince e persuade il passaggio di ogni piccola rinascita emotiva, meditata per evolvere il desiderio di essere felici.

La buona notizia è che puoi sottrarti in ogni momento a un’esistenza guidata dal passato o dagli automatismi mentali in cui ti sei ritrovato incastrato. Concediti la possibilità di praticare l’ascolto consapevole: vedrai la mente svuotarsi un po’ alla volta di tanti pensieri inutili e tornerai a essere presente con la rinnovata spontaneità di un bambino. (Simone 2020)

Accettare significa smettere di creare separazione tra te e il mondo, e soprattutto cercare di aggiustarlo perché corrisponda alle tue aspettative anche quando non ce n’è alcun bisogno. (Simone 2020)

L’arte di volersi bene può nascere da una decisione istantanea, da un’illuminazione o da un lampo improvviso di consapevolezza. Oppure da un percorso che ha già le sue aree di sosta e di progressiva riparazione…. (Simone 2020)

 

Fino a che punto le persone sono disposte a sostenere le proprie menzogne?

Uno studio di pochi anni fa ha esaminato se, e in che misura, una persona che ha detto una bugia ha continuato a impegnarsi per mentire e se le sue azioni future sarebbero state influenzate da tale impegno anche a costo di rinunciare a qualche profitto.

 

Ci sono molte ragioni per cui le persone mentono: per ottenere benefici materiali, per impressionare, per salvarsi dall’imbarazzo o dal disagio, per evitare la punizione, per proteggere una relazione, o anche per beneficiare gli altri (attraverso le bugie bianche) (Vrij, 2000). Anche se spesso benefiche, le menzogne comportano dei costi, in quanto violano la coerenza reale o percepita, che è uno dei fondamenti delle relazioni interpersonali (Cialdini et al., 1995). Esse degradano la qualità delle informazioni trasmesse, diminuendo così la capacità di giungere a una decisione informata e di alta qualità (Lewicki, 1983), compromettono la comunicazione interpersonale (Grice, 1989), comportano costi psicologici interni al bugiardo (Mazar et al., 2008), infine, essere scoperti a mentire suscita emozioni negative che colpiscono entrambe le parti (Lewicki, 1983; Sagarin et al., 1998) e può portare ad azioni (come la punizione) contro il bugiardo (ad esempio, Lewicki, 1983; Mazar et al., 2008). Le persone, infatti, sono più propense alla menzogna quando il timore di essere smascherati è scarso (Mazar et al., 2008). Spesso, poiché il comportamento che segue la bugia può determinare la probabilità di essere scoperti, le persone scelgono di agire in modo da ridurre al minimo tale rischio: sorge spontanea la domanda “Fino a che punto queste persone si spingerebbero?”.

Uno studio di pochi anni fa ha esaminato se, e in che misura, una persona che ha mentito ha continuato a impegnarsi per mentire e se le sue azioni future sarebbero state influenzate da tale impegno anche a costo di rinunciare a qualche profitto. Nello specifico, gli autori (Mazar et al., 2015) hanno condotto tre esperimenti, utilizzando un paradigma sperimentale basato su due compiti: un compito di segnalazione e un compito di previsione. Questo paradigma consisteva in un’urna contenente 100 biglie di due colori diversi e, per ognuno dei 40 tentativi, ciascun partecipante doveva estrarre una biglia e riportarne il colore. Uno dei due colori era quello connotato come vincente, così la sua segnalazione veniva premiata. In questo compito i partecipanti hanno avuto un incentivo finanziario che potesse spingerli a gonfiare il numero di biglie del colore vincente, senza correre il rischio di essere sorpresi a mentire, in quanto l’urna era visibile soltanto al partecipante. Accanto all’urna, sempre nascosto agli occhi dello sperimentatore, vi era un computer portatile su cui vi erano due tasti corrispondenti ai colori delle biglie presenti nell’urna, così che il partecipante potesse riportare i colori premendo il tasto del computer corrispondente. Il computer, inoltre, mostrava al partecipante il numero del colore meno comune. Nel secondo compito, è stato chiesto di prevedere il numero di biglie del colore vincente che sarebbero apparse. La ricompensa per la performance in questo compito si basava sull’accuratezza della previsione, tuttavia questa volta, l’urna sarebbe stata visibile sia al partecipante che allo sperimentatore. Ovviamente, il numero che con ogni probabilità avrebbe dovuto essere più preciso era quello effettivamente osservato durante l’attività di segnalazione, piuttosto che il numero riportato – quest’ultimo poteva infatti essere gonfiato per ottenere una ricompensa maggiore. Tuttavia, fare una previsione molto diversa dal valore precedentemente riportato, avrebbe costituito un’ammissione indiretta di una precedente menzogna.

L’esperimento 1 prevedeva due fasi, ognuna delle quali consisteva in un compito di segnalazione e un compito di previsione, ma con il secondo compito della seconda fase non incentivato. Lo scopo di questo esperimento era di dimostrare che le persone (N=33) sono disposte a rinunciare ad un possibile profitto per mantenere la falsa rappresentazione che hanno esibito.

L’esperimento 2 è stato monofase ed ha utilizzato un compito di segnalazione preliminare non incentivato, seguito da un compito di segnalazione incentivato e da quello di previsione. I partecipanti erano 39. Lo scopo era quello di evitare una possibile spiegazione alternativa basata sull’ancoraggio del comportamento di previsione.

Nell’Esperimento 3 è stata introdotta una procedura che garantiva l’anonimato delle segnalazioni per vedere se, quando la propria previsione non poteva essere associata alle precedenti segnalazioni, i partecipanti si sarebbero comunque impegnati a mentire. La tesi principale degli autori è che il comportamento che segue una bugia è influenzato dalla menzogna in quanto il bugiardo cerca di assicurarsi che l’atto di mentire non sia scoperto, pur avendo un costo. I partecipanti (N= 43) non solo potevano esagerare la quantità riportata di biglie vincenti, ma anche nessuno poteva dire quante biglie premianti avevano segnalato. Era quindi impossibile scoprire se la loro previsione differisse dalla loro segnalazione, cosa che li avrebbe categorizzati come bugiardi. In tali condizioni le persone non sarebbero state vincolate alle loro menzogne.

Alla fine di tutti i compiti di previsione, venivano divise per colore le biglie estratte e contate dallo sperimentatore, così da offrire il compenso al partecipante sulla base dell’accuratezza della sua risposta.

In conclusione, l’obiettivo di questa ricerca è stato quello di studiare gli aspetti del comportamento che seguono una bugia. In particolare, è stato esplorato fino a che punto le persone sarebbero state pronte a rinunciare a un beneficio per non rischiare di smascherare, con un’azione futura, una loro precedente menzogna. Dai risultati dell’esperimento 1, è emerso che le persone sono disposte a rischiare il profitto futuro e addirittura a rinunciarci del tutto, per non essere colte a mentire. Nella prima fase, durante il compito di segnalazione i partecipanti avevano riportato di aver estratto un numero di biglie più elevato del colore premiante rispetto a quello realmente osservato (rispettivamente 19.55 e 14), mentre nella successiva previsione avevano indicato come numero il 17.55, indicando che i partecipanti, pur prevedendo una quantità inferiore rispetto a quella precedentemente segnalata, erano ancora implicati nelle loro menzogne. Al contrario, nella seconda fase, la previsione a seguito del compito di segnalazione non incentivata non è risultata significativamente superiore al numero realmente osservato (rispettivamente 14.64 e 14). I risultati dell’esperimento 2 hanno confermato i risultati precedenti, è emerso che la media riportata del primo task non incentivato era più vicina al valore atteso (n=14), la media riportata del secondo task di segnalazione non incentivato era significativamente più elevata, mentre la media del compito di previsione era un valore intermedio ai due precedenti. Infine, con l’esperimento 3, è stato dimostrando che, se non ci sono persone ad osservare, i soggetti non si impegnano a mantenere la bugia: la strategia di creare un contesto di menzogna non vincolante ha fatto sì che i partecipanti si sentissero liberi di agire in linea con ciò che era più proficuo, in quando il rischio di essere scoperti a mentire era quasi del tutto nullo.

Possiamo concludere che le persone si sentono vincolate dalle loro bugie e che, una volta che hanno detto una bugia, sono disposte a rischiare i profitti futuri per non essere scoperte. Sarebbe interessante in futuro condurre ulteriori ricerche volte ad esplorare le motivazioni alla base delle menzogne e a classificare le situazioni in cui esse vincolano il bugiardo.

 

Joker (2019) e le conseguenze dei vissuti traumatici nell’età adulta – Recensione del film

Un artista sull’orlo del fallimento, talentuoso, ma tremendamente insicuro, con trascorsi tutt’altro che lieti e un funzionamento mentale instabile, Arthur Fleck non è diventato Joker dall’oggi al domani, ma ha subìto una lenta e progressiva discesa dalla sua infanzia per esplodere nell’età adulta.

 

Sempre sorridente, la madre lo chiama ‘Happy’, di professione fa il clown, per Arthur ridere è qualcosa di estremamente importante perché è la strategia con cui nasconde il dolore, la rabbia, la delusione, la tristezza, tutte quelle risonanze emotive che rifiuta energicamente con l’ostinazione a sorridere e a comportarsi educatamente e gentilmente con chiunque.

Nel film il protagonista afferma di soffrire di una sindrome neurologica che lo porta a ridere incontrollatamente; in realtà sta interpretando un disturbo che, invece, sembra avere una forte connotazione psicologica. Arthur non prorompe in questa risata casualmente, ma in occasione di situazioni stressanti che innescano un disagio abilmente soppresso, una complicata trama emotiva che con il tempo ha imparato a silenziare con un ottimismo fittizio, con una felicità delirante e completamente distaccata dall’entità degli eventi. Da quella risata inconfondibile si intravede un’assenza di coerenza e di integrazione degli affetti scissi e alternati, che si notano a primo impatto dal cambiamento repentino dell’espressione facciale, una mutevolezza che lascia lo spettatore e i personaggi spaesati.

Arthur trascorre un’esistenza desolante, travolto da una trafila di disgrazie e ingiustizie, un lavoro denigrante e umiliante, una vita sociale priva di affetto e accoglienza. Arthur è potenzialmente un uomo eccezionale, bellissimo, simpatico e intelligente, ma il suo aspetto trascurato, l’aria dimessa e dinoccolata e l’impellente bisogno di ricevere attenzioni, fino a rendersi ridicolo, allontanano chiunque si presenti a pochi passi da lui.

Prova, così, con mezzi maldestri e inquietanti, a strumentalizzare la comicità per avvicinarsi agli altri, ma ottiene l’effetto contrario. Purtroppo, però, nessuno, a parte i bambini, apprezzerebbe uno sconosciuto trasandato e con i vestiti sgualciti che fa le boccacce sul pullman, e Arthur non sembra conoscere altre vie più congeniali e pertinenti per approcciare le persone, così il rifiuto e l’isolamento non facilitano la situazione, ma la aggravano progressivamente. Ed è così che ogni scortesia e indifferenza diventa un espediente aggiuntivo per fomentare la rabbia, il senso di ingiustizia, per vedere un mondo pieno di discriminazione e odio verso di sé, per rinchiudersi ancora in quella casa dove, con assoluta abnegazione, si prende cura della madre, nella convinzione che ogni sofferenza passerà sorridendo e ballando, che nessuna mancanza di rispetto getterà a terra il suo morale.

Eppure Arthur continua a soffrire, assume una trafila di psicofarmaci di cui non sente minimamente gli effetti, è stato spedito da una psicologa stanca e stufa di un sistema decadente che non elargisce il giusto aiuto a chi, come lui, non può permettersi le giuste cure. Il rifiuto e l’inganno rimbombano ed esplodono in concomitanza di due eventi critici a partire dai quali Arthur sprigiona Joker, un’identità completamente diversa da quella che aveva mostrato fino ad ora; diventa un criminale incallito, il leader degli emarginati, freddo e sprezzante, estremamente disinvolto, che danza per celebrare la distruzione e il trionfo sull’oppressione e sulla desolazione.

Da questo momento in poi Arthur esce di scena per lasciare spazio ad un altro sé, quello nutrito da tutto ciò che non ha potuto elaborare, dai vissuti scaturiti dall’inganno, dall’isolamento e dalle torture. Così nasce Joker.

Mente e corpo sono tra loro collegati? Un dialogo tra psicologia e osteopatia

L’Osteopatia è un sistema di diagnosi e trattamento che si dimostra efficace per la prevenzione, la valutazione e il trattamento di disturbi che interessano non solo l’apparato neuro-muscolo-scheletrico ma anche cranio-sacrale e viscerale (WHO, 2008).

 

Da tempo è stato accertato ed accettato che il funzionamento psichico e quello somatico sono strettamente collegati. Nonostante ciò, la medicina si è focalizzata sullo studio (dal punto di vista biologico) del corpo, invece, la filosofia e la psicologia si sono concentrate esclusivamente sullo studio dei processi mentali.

L’origine di tale dicotomia è riconducibile alla cultura occidentale.

Nel ‘600, grazie al contributo di Cartesio, lo scenario cambia; egli distingue la res extensa e la res cogitans. La prima rappresenta la materia, consistente in tutto ciò che è osservabile e misurabile; la seconda, invece, rappresenta il pensiero, il quale in quanto tale non può essere osservato. Nell’uomo, queste due sostanze trovano un importante punto di incontro: la ghiandola pineale.

Il contributo del filosofo francese ha spinto gli studiosi di varie discipline a soffermarsi sul legame tra mente e corpo, approfondendo, così, i processi biologici e psicologici spiegando come essi si influenzino vicendevolmente, determinando una condizione di benessere o malessere nella persona (Trombini & Baldoni, 2001).

Nel corso degli anni è nata la medicina psicosomatica, avente come oggetto di studio il rapporto tra psiche e soma e le espressioni di disagio somatico, scatenate da variabili psico-emozionali, quali ad esempio stress, ansia, rabbia, etc. (Schwartz, 1982).

L’individuo è immerso continuamente nell’ambiente che lo circonda e spesso può riportare dei sintomi somatici in risposta ad eventi stressanti (Trombini & Baldoni, 1999); le medesime considerazioni sono state fatte dall’osteopatia.

L’Osteopatia è stata definita come una medicina manuale complementare e integrativa (HNCCI, 2018). Nasce verso la metà del XIX secolo dal pioniere Andrew Taylor Still, medico e chirurgo statunitense, il quale coniò il termine ‘Osteopatia’ nel 1889 e ne fondò i principi nel 1874 (Trowbridge & Still, 1991).

L’Osteopatia è un sistema di diagnosi e trattamento che, pur basandosi sulle scienze fondamentali e le conoscenze mediche tradizionali (anatomia, fisiologia, biomeccanica, etc…), non prevede l’uso di farmaci né il ricorso alla chirurgia, ma attraverso manipolazioni e tecniche specifiche si dimostra efficace per la prevenzione, la valutazione ed il trattamento di disturbi che interessano non solo l’apparato neuro-muscolo-scheletrico ma anche cranio-sacrale e viscerale (WHO, 2008).

L’Osteopatia non si limita a sopprimere il sintomo, bensì ricerca la causa primaria delle manifestazioni cliniche. Still diceva:

L’ Osteopatia si basa sulla perfezione del lavoro della natura. Quando tutte le parti del corpo umano, sono in ordine, stiamo bene. Quando non lo sono la conseguenza è la malattia. Quando le parti vengono riaggiustate la malattia lascia il posto alla salute. Il lavoro dell’osteopata consiste nell’aggiustare il corpo portandolo dall’anormalità alla normalità; dopo di che la condizione anomala cede il posto alla condizione normale e la salute ne è il risultato.

La filosofia osteopatica si basa su tre principi fondamentali:

  • L’essere umano è un’unità fondamentale, la cui salute è correlata con il corpo, mente e spirito;
  • L’organismo ha la capacità di autoregolarsi e tende all’autoguarigione;
  • Esiste un legame inscindibile tra struttura e funzione.

Come George Engel ha sottolineato nel 1977, tutti i pazienti con una malattia hanno componenti fisiche, psicologiche e sociali che interagiscono in relazioni complesse influendo su comparsa, decorso ed esito della loro malattia (Engel, 1977); quest’autore è considerato il fondatore del modello biopsicosociale. Secondo questo modello la malattia è data da una serie di cause e concause (biologiche, psicologiche e sociali) che si influenzano tra loro (Engel, 1977).

L’esperienza della malattia ha un potente effetto sugli individui e, per alcuni pazienti, può diventare il fattore determinante nel risultato finale. Inoltre, fattori come il sostegno sociale, situazioni di vita stabili e fattori di personalità hanno dimostrato di avere un ruolo importante negli esiti sanitari (Kiecolt-Glaser, McGuire, & Robles, 2002).

Lo studio longitudinale di Alameda ha riscontrato che gli individui con livelli più alti di supporto sociale (cioè quelli sposati, facenti parte di gruppi religiosi o sociali, o che hanno amici stretti) avevano una mortalità inferiore del 50% nel corso di 9 anni (Berkman & Syme, 1979).

E’ stato dimostrato anche che i fattori legati alla personalità influenzano lo sviluppo di determinate malattie. Infatti, lo studio condotto dai medici e avvocati della University of North Carolina ha dimostrato che coloro che hanno riportato livelli più elevati di rabbia e ostilità durante i corsi universitari avevano più probabilità di sviluppare infarti al miocardio e avevano tassi di mortalità più elevati nel corso della vita (Barefoot, Dahlstrom, & Williams, 1983).

Il dottor Sarno ha studiato la teoria secondo cui la risposta a situazioni di stress ed emozioni, consce e non, era la vera causa dei sintomi osservati in molti dei suoi pazienti. Egli ha sviluppato un approccio psicoeducativo per tali pazienti e ha riscosso buoni risultati nella cura di pazienti con sintomi muscolo-scheletrici cronici. Inoltre, ha riscontrato che molti pazienti riportavano miglioramenti dei sintomi concomitanti in altri sistemi (ad esempio gastrointestinali, genito-urinari) e sintomi psichiatrici (ad esempio ansia, depressione, insonnia, stanchezza) insieme con i sintomi muscolo-scheletrici, quando alcuni dei problemi psicologici sottostanti venivano individuati ed affrontati. La componente chiave di questo approccio, tuttavia, non è nelle modalità di trattamento psicologico, ma nel riconoscimento che mentre i sintomi fisici sono reali, tali sintomi non sono dovuti ad un disturbo patologico del corpo, ma sono causati da processi mentali, e pertanto, possono essere curati con un approccio puramente psicologico (Sarno, 1998).

In ambito psicologico, una volta che è stata appurata l’origine psichica dei sintomi somatici, è importante che vengano individuate delle strategie efficaci per aiutare il paziente a gestire i fattori psicologici ed emozionali che andrebbero a generare i sintomi fisici che sono stati sopracitati (Trombini & Baldoni, 2001); in quanto, in accordo con la definizione dell’OMS (1998), la salute è ‘uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità’.

Cosa tratta l’osteopatia

L’Osteopatia è particolarmente efficace nei disturbi funzionali e nei dolori, come ad esempio:

  • I dolori, i disturbi e le patologie vertebrali ed osteo-articolari
  • I disturbi neurologici: nevralgie, disfunzioni neurovegetative e sensoriali
  • I disturbi viscerali
  • Patologie muscolari, articolari, legamentose, discali, degenerative, e gli esiti dei traumi (esempio: colpo di frusta)
  • Le sequele post-partum
  • Le sequele post-operatorie
  • Il trattamento dei pazienti in età geriatrica
  • I disturbi motori e cerebrali infantili correlati con sofferenze durante il parto
  • I problemi occluso-posturali e ortodontici
  • Le disfunzioni cranio-mandibolari
  • I disturbi funzionali del sonno, della digestione, del ciclo mestruale.

L’Osteopatia è una medicina manuale e un sistema riconosciuto di prevenzione e cura che rispetta la relazione tra corpo, mente e spirito sia in salute che nella malattia, ponendo l’enfasi sull’integrità strutturale e funzionale del corpo come condizione necessaria affinché l’individuo possa autoregolarsi (Osteolab, 2020).

Gestione del paziente

Nel corso del trattamento del paziente è fondamentale che il professionista sia a conoscenza della probabilità che nella maggior parte delle persone si verifichino disturbi psicosomatici durante la loro vita. Un’anamnesi accurata ed un esame fisico dovrebbero includere l’indagine dei potenziali disturbi organici e funzionali, cioè esaminare non solo i segni di compressione della radice nervosa, tumore o infezioni, ma determinare anche i fattori psicologici e sociali che possono aver portato a questo insieme di sintomi.

La domanda che bisogna porsi è: ‘Che cosa stava accadendo nella vita del paziente nel momento in cui questi sintomi sono comparsi?’. Per i pazienti che si presentano con recenti mal di testa, sintomi intestinali o della vescica o condizioni dolorose che non hanno una condizione patologica chiara può essere necessaria una certa quantità di indagini sui fattori stressogeni e sulle emozioni sottostanti per scoprire sensi di colpa, rabbia, paura, risentimento. Una volta che una condizione psicosomatica viene diagnosticata, la gestione dovrebbe consistere in quanto segue:

  • Evitare eccessivo riposo e disabilità. Incoraggiare le attività di routine e l’esercizio fisico;
  • Rassicurare circa la mancanza di malattie gravi e informare il paziente in merito alle sue condizioni. Un termine utile è ‘sindrome mente-corpo’. Sottilineare che questa sindrome è reale e che i sintomi sono curabili.
  • Spiegare come questa sindrome mente-corpo provoca sintomi reali e come i meccanismi fisiologici nel cervello e nel corpo creano questo circolo vizioso.
  • Considerare un consulto del paziente con uno psicologo specializzato in questa condizione che possa aiutare il paziente a capire ed affrontare i propri fattori stressogeni dell’infanzia e dell’età adulta (Chila, 2015).

 

I fondamenti emotivi della personalità (2020) di Jaak Panksepp e Kenneth L. Davis – Recensione del libro

Panksepp e il suo allievo Davis ci raccontano come, partendo dalla teoria evoluzionistica di Darwin, si sia sviluppato un modello della personalità dell’uomo che si basa su sistemi emotivi ereditati nel corso dell’evoluzione.

 

Vi farebbe piacere sapere che voi e il vostro pesce rosso in fondo avete un carattere simile? Quello che, se ci pensate, è più pauroso degli altri e vi ricorda un po’ voi quando dovete prendere l’aereo? Alcuni potranno trovarlo strano, ma per i neuroscienziati e per i genetisti questa non è una sorpresa. In questo libro postumo, Panksepp e il suo allievo Davis ci raccontano come, partendo dalla teoria evoluzionistica di Darwin, si sia sviluppato un modello della personalità dell’uomo che si basa su sistemi emotivi ereditati nel corso dell’evoluzione.

Dopo una rassegna dei principali modelli e teorie della personalità che si sono susseguite dagli albori della Psicologia, gli autori ci descrivono a fondo il loro modello basato sulla teoria evoluzionistica. La teoria secondo la quale l’uomo ha ereditato dagli animali le strutture alla base delle nostre emozioni primarie. Secondo gli autori, solo studiandone a fondo le origini, come un archeologo della mente, possiamo arrivare a comprendere a pieno il funzionamento della mente umana. Questo non è altro che – in breve- il percorso che ha effettuato Jaak Panskepp nella sua vita di rigorosa ricerca scientifica (Biven, Panksepp, 2014).

Dai rettili ai mammiferi, gli studi ci mostrano come negli animali si possano ritrovare le tracce di quasi tutti i nostri sistemi emotivi primari sottocorticali. Panksepp ne descrive sette: ricerca, rabbia-collera, paura, desiderio sessuale, cura, panico-tristezza e gioco. Alcune di queste emozioni hanno radici evolutivamente più antiche (ricerca, rabbia collera e  paura), evidenti in tutti vertebrati. Tre invece (cura, panico-tristezza, il gioco) sembrano molto più sviluppate nel cervello dei mammiferi.

Nei pesci, per esempio, i dati ci mostrano come i temperamenti possano essere spiegati dalla presenza dei sistemi emotivi evolutivamente più antichi della ricerca, della rabbia-collera e della paura. I ratti esibiscono personalità molto più complesse e a noi simili, come l’espressione di diversi livelli di comportamento materno di cura, che a sua volta interagisce sulla tolleranza allo stress della prole. I ratti possiedono anche un complesso sistema paura, facilmente attivabile, che esercita una grande influenza sugli altri sistemi emotivi come quello della ricerca, del gioco e dello stress da separazione. E la lista è molto lunga. Le analogie con il funzionamento della personalità umana sono, per gli autori e per la comunità scientifica, inconfutabili.

Secondo il modello proposto, tali sistemi ancestrali, identificati con le strutture del cervello sottocorticale, interagendo con l’ambiente, influenzano le strutture superiori, evolutivamente più recenti. L’influenza avviene sui processi di apprendimento, sulla maturazione e sulle specializzazioni delle strutture superiori. Suggestiva è l’ipotesi e la scoperta di certi neuroni, che avendo la capacità di sviluppare lunghi assoni che risalgono fino alle strutture superiori, possano essere la base neurofisiologica dell’influenza delle strutture profonde su quelle cognitive neocorticali. Il modello del funzionamento della mente proposto in questo libro si basa su una “gerarchia nidificata della mente” (Nested BrainMind Hierarchy, NBH) a tre livelli (o processi): l’emozione primaria che influenza dal basso l’apprendimento, identificato nel processo secondario, il quale a sua volta influenza i processi di linguaggio e pensiero del processo terziario corticale. Ogni livello è poi a sua volta influenzabile anche in direzione opposta, dal pensiero all’emozione, attraverso la regolazione cognitiva e le risposte condizionate, che sono quindi controlli di tipo top-down.

Panksepp e Davis sostengono, in linea con molti approcci più o meno recenti della psicoterapia, che una piena comprensione della personalità umana non è possibile se prima non si siano comprese le funzioni affettive-emotive del nostro terreno sottocorticale, le più antiche nell’evoluzione cerebrale dell’essere umano. Gli autori sostengono a più riprese l’importanza dello studio “dal basso verso l’alto o bottom-up” delle strutture neuronali alla base della personalità poiché i dati provenienti dalla ricerca sulle caratteristiche cognitivo-simboliche “top-down” trascurano ampiamente gli intricati meccanismi che costituiscono la nostra natura guidata da sistemi o processi primari prevalentemente affettivi. Secondo Panksepp e Davis, il modo in cui valutiamo l’ambiente e i nostri pattern comportamentali emotivi è sostanzialmente prevedibile perché rimane legato ai ricordi affettivi ancestrali. Secondo Panksepp, grazie soprattutto alle nuove metodiche neurofisiologiche, supportate dalla ricerca clinica, riusciremo a far luce finalmente sui meccanismi che sono alla base del comportamento umano, e quindi a far luce sulla psicopatologia.

 

La teoria dell’attaccamento e la teoria della differenziazione del Sé: quale influenza nelle relazioni amorose?

Lo stile di attaccamento e la differenziazione del sé, i bisogni di intimità e quelli di autonomia sono tutti fattori centrali nel processo di sviluppo individuale. Come influenzano le relazioni amorose?

 

La teoria dell’attaccamento (Ainsworth, 1989; Bowlby, 1969) e la teoria del sistema famiglia di Bowen (Bowen, 1978; Kerr, & Bowen, 1988) affermano che l’internalizzazione delle relazioni con i genitori crea le basi per lo svilupparsi della regolazione emotiva e relazionale da adulti (Skowron& Dendy, 2004) e al di là delle differenze che contraddistinguono lo stile di attaccamento acquisito e la differenziazione del Sé entrambi sono considerati come fattori psicologici stabili e multi-generazionali della vita relazionale del soggetto (Hardy& Fisher, 2018).

Nello specifico, la teoria dell’attaccamento sostiene che lo stile di attaccamento da adulti è in gran parte determinato dalle esperienze vissute dall’individuo all’interno del rapporto con i genitori, per cui determinate dinamiche vengono assorbite dal soggetto e ripetute più volte nei contesti relazionali, a tal punto da rappresentare un “prototipo” per le future relazioni (Tatkin& Solomon, 2011). Allo stesso tempo alcuni autori hanno avanzato l’idea che l’attaccamento al partner romantico non dipenda solo dalle esperienze vissute durante l’infanzia, ma anche da quelle di differenziazione del Sé vissute durante la fase del giovane adulto, ovvero il momento dell’uscita dalla famiglia d’origine, in cui il compito evolutivo centrale è il bilanciamento tra i bisogni di autonomia e quelli di dipendenza (Carli et al., 2010). Considerando che sia la teoria dell’attaccamento che quella della differenziazione del sé reputano i bisogni di intimità e quelli di autonomia come centrali nel processo di sviluppo individuale (Skowron& Dendy, 2004), il presente studio (Lampis& Cataudella, 2019) ha l’obiettivo di riflettere su se e in che misura l’attaccamento al partner dipende dal legame di attaccamento ai genitori o dai processi di differenziazione del Sé.

350 soggetti sono stati selezionati e sottoposti al questionario The Differentiation of Self Inventory-Revised (DSI-R; Skowron & Friedlander, 1998; Skowron& Schmitt, 2003) per valutare gli aspetti della differenziazione del Sé, ovvero la reattività emozionale (ER), l’I-position (IP), il cutoff emozionale (EC) e la fusione con gli altri (FO), la The Experience in Close Relationships-Revised Scale (ECR-R; Brennan et al., 1998; Picardi et al., 2002) per valutare l’ansia e l’evitamento all’interno delle relazioni romantiche ed al The Parental Bonding Instrument (PBI; Parker et al., 1979) per misurare la percezione della qualità della relazione con i genitori.

I risultati mostrano che è possibile identificare un’integrazione tra la teoria dell’attaccamento e la teoria della differenziazione del Sé, in quanto entrambi sembrano influenzare la qualità delle relazioni amorose. Nello specifico, si è trovato che la variabile più importante nel predire l’ansia nella coppia è la reattività emotiva, ovvero la tendenza a reagire in modo esagerato alle emozioni negative, in linea con la teoria di Bowen e le precedenti ricerche (Peleg& Yitzhak, 2011). Inoltre, i dati rilevano che i ricordi di una mancanza di disponibilità e di cure da parte del padre aumentano i livelli di ansia nella relazione con il partner. Allo stesso modo, si è visto che il cutoff emozionale, ovvero la paura di intimità e il distacco emotivo, è associato in modo significativo allo stile di evitamento nella relazione di coppia e che bassi livelli di I-position, cioè la difficoltà nel risolvere problemi relazionali attraverso la negoziazione di compromessi, sembrano predire più alti livelli di evitamento nelle relazioni romantiche.

In conclusione, questi dati confermano il ruolo importante svolto dalla differenziazione del Sé nel determinare lo stile di attaccamento romantico ed informano su quanto sia importante indagare sia la qualità della relazione con le figure genitoriali sia le esperienze di differenziazione del Sé vissute in età adulta, per comprendere il tipo di attaccamento all’interno delle relazioni amorose, evidenziando, inoltre, una forte relazione tra l’evitamento e il cutoff emozionale e tra l’ansia, la reattività emotiva e i bassi livelli di cure offerte dal padre durante l’infanzia.

 

La dermatite atopica: la comunicazione somatopsichica

Nei pazienti con dermatite atopica sono frequenti quadri psicologici di depressione e ansia. Un trattamento psicologico, associato alle cure mediche, sembrerebbe essere di aiuto nella riduzione del livello dell’ansia e nel miglioramento delle condizioni della pelle.

 

Alexander Lowen diceva che non esistono parole più chiare
del linguaggio del corpo, una volta che si è imparato a leggerlo.

Si parla di stime importanti in relazione alla dermatite atopica. Calzavara Pinton et al. (2018) rilevano un’incidenza variabile dal 2,6% al 8,1% della popolazione adulta italiana. Viene definita come una malattia infiammatoria e cronica della pelle, la cui sintomatologia è prevalentemente rappresentata da una secchezza della pelle e un intenso prurito, rossore esteso e diffuso e a volte vescicole su diverse aree del corpo. L’età di insorgenza è quella pediatrica, anche prima dei ventiquattro mesi e può protrarsi, anche se in numeri molto inferiori, in età adulta. Il corpo di questi pazienti è segnato da desquamazione rossastra, soprattutto nelle regioni flessorie degli arti ma può colpire anche altre parti del corpo.

A questo quadro già di per sé molto complesso possono aggiungersi intolleranze e allergie alimentari, asma, rinite e congiuntivite. Inoltre il continuo prurito espone la pelle a infezioni batteriche secondarie come quelle da stafilococco e streptococco. Come si evince dalle altre indicazioni, l’epidermide non è la sola ad essere coinvolta in questi complessi processi emozionali. Possiamo trovare il sistema ormonale che rappresenta l’anello di congiunzione tra le esperienze psicologiche e la risposta somatica; il sistema immunitario che ha la capacità di ridurre anche di molto la resistenza a fattori infettivi magari, in altri momenti della vita del paziente, aveva la capacità di proteggerlo da eventi stressanti attivando adeguate risposte a protezione.

Come si può immaginare la complessità richiede una lettura dei sintomi altrettanto complessa, laddove l’attenzione ai soli sintomi psichici o solo fisici, del corpo, non aiuta il paziente a trovare soluzioni per vivere meglio.

È importante ricorrere alle cure di esperti dermatologi ma è anche importante non sottovalutare la componente psicologica, il regime alimentare e quant’altro. La dermatite atopica, oltre alle problematiche legate ai sintomi sopra descritti, inficia la vita di relazione e i rapporti sociali: si indebolisce l’autostima, la fiducia in sé stessi, entra in crisi l’immagine corporea. Le conseguenze più comuni che possiamo ritrovare nel panorama dei sintomi a carico dell’apparato psichico sono l’ansia, lo stress, la depressione e la rabbia.

Quali sono le cause della dermatite atopica? Gli studi hanno ormai dimostrato che le cause possono essere tante e hanno un’origine eterogenea. La visione olistica dell’essere umano ci consente, di affrontare il problema da vari punti di vista. La componente genetica sembra essere la causa principale, ma l’ambiente, gli allergeni e le fragilità psicologiche, possono essere considerati come fattori scatenati nell’ostacolare la riduzione dell’eczema, come pure nel mantenimento negli anni della problematica.

Il termine ‘atopica’, associato allo specifico quadro clinico, definisce un’impossibilità di trovare una collocazione cutanea definita: infatti il termine da cui deriva è greco ‘a-topos’, che si traduce appunto come privo di luogo.

Già nel 1800 si affermava la forte e marcata componente emotiva. Grazie alla psicosomatica, che nel tempo, ha raccolto in sé concetti, ipotesi e teorie, la mente e il corpo sono passati da una separazione a un’integrazione fino ad arrivare, oggi, ad un modello olistico che consente di guardare l’uomo come un organismo biopsicosociale formato da un’inscindibile unione tra psiche e soma.

Un’ottica interessante la fornisce la psiconeuroendocrinoimmunologia. I pazienti sono considerati come un network momentaneamente in disequilibrio, in cui si osservano disturbi a livello organico e sintomi associati a livello psicologico ad un disagio. L’attenzione è posta non solo alla manifestazione fisiologica della malattia, ma anche all’aspetto emotivo, poiché soma e psiche esprimono la stessa realtà ma su piani diversi.

Abbiamo già ripetuto che la pelle nella dermatite atopica è l’organo visibilmente più colpito. Bottaccioli la definisce come ‘un estesissimo organo psiconeuroimmunitario, in cui il sistema nervoso, quello endocrino e quello immunitario dialogano e cooperano attivamente’ (Bottaccioli F., pag.325). Sempre lo stesso autore ci parla di una sorprendente scoperta a sostegno del contributo della nostra psiche al dialogo e alla condivisione con il corpo, in perfetta sintonia. Nella pelle, dice, ‘ritroviamo il CRH (ormone che rilascia la corticotropina) e l’ACTH (ormone adrenocorticotropico), e cioè le stesse sostanze liberate dal cervello e dall’ipofisi nel corso delle reazioni di stress’ (Bottaccioli F., pag. 326).

Da un punto di vista psicologico e del suo significato, la pelle rappresenta il nostro confine. Sicuramente lo strumento privilegiato per la relazione con il mondo esterno, ma anche lo specchio del nostro mondo interiore: rappresenta la forte connessione tra ciò che accade fuori di noi e le nostre reazioni a ciò che viviamo. Basti pensare a come arrossiamo davanti ad un complimento, o sbianchiamo se incontriamo o viviamo qualcosa che ci spaventa.

Sembra opportuno, in questo specifico quadro, chiedersi se i soggetti in questione hanno la capacità di elaborare psicologicamente le emozioni. In soggetti affetti da dermatite atopica tale capacità sembra essere notevolmente compromessa e le emozioni rimangono nelle sedi corporee da cui sono originate. Molti autori definiscono il paziente psicosomatico come con lui che ha una difficoltà ad identificare e poi esprimere le proprie emozioni, scaricate sul corpo: il sintomo ha la funzione di proteggere da profonde angosce che sembrerebbero legate alla sensazione di perdere l’identità e i propri confini corporei.

Questa incapacità è stata definita da due psichiatri dell’Università di Harvard, J. Nemiah e P. Sifneos, alessitimia, che significa, appunto, incapacità di leggere le emozioni. Questo stato costringerebbe i pazienti a creare un linguaggio alternativo per esprimersi ma altamente abnorme e patogeno.

Altre teorie, legate al simbolismo degli organi colpiti, sostengono che la dermatite, insieme ad altre patologie come la psoriasi, l’acne, l’orticaria, la neuro dermatosi, e molto altro, che coinvolgono l’apparato immunitario, nervoso ed epidermico, è una malattia compresa nella categoria definita come appartenente agli ‘organi discriminanti’. Questi organi sarebbero interessati nel riconoscimento di ciò che è buono e ciò che non lo è, e un disturbo a loro carico potrebbe farci ipotizzare problematiche d’identità e di difficoltà ad esaminare in modo critico ciò che proviene dal mondo esterno e che richiederebbe una valutazione su cosa tenere e cosa lasciare andare. Il conflitto interiore sarebbe come un’intossicazione emotiva che si manifesta a livello del corpo, non riuscendo a trovare altro canale di comunicazione.

Infatti dal punto di vista psicoterapeutico la ricerca di strategie volte a sviluppare la capacità di simbolizzazione ed elaborazione psichica di situazioni ed eventi emotivo relazionali, insieme a strategie di coping, sono alla base della cura. Normalmente le persone riescono a trasformare emozioni e sensazioni ‘grezze’ in qualcosa di elaborato, gestibile ed esprimibile attraverso il linguaggio. Può accadere però che alcune emozioni e situazioni di difficoltà non riescano ad essere mentalizzate e poi espresse, perché troppo dolorose, perché arrecano sofferenza. Diventano allora intense ed ingestibili e facilmente arrivano al soma, anche come forma di liberazione, di scarico per attenuarne la potenza.

In questi pazienti è molto frequente ritrovare quadri psicologici che comprendono soprattutto depressione e ansia. Alcune ricerche hanno dimostrato nel tempo come un trattamento psicologico, associato alle cure mediche, possa essere di aiuto nella riduzione del livello dell’ansia e nel miglioramento delle condizioni della pelle. I pazienti e le loro famiglie sono accompagnati in un processo di comprensione della malattia, delle conseguenze e del suo trattamento. L’aumento della conoscenza e della consapevolezza permette un miglioramento della qualità della vita anche attraverso strategie di coping.

Non sembra si possa identificare un profilo di personalità specifico del paziente affetto da dermatite atopica, ma sembra esserci una difficoltà nell’identificazione ed espressione delle emozioni, soprattutto rabbia e aggressività represse e rivolte verso sé stessi.

Stewart A.C., Thomas S.E. del Dipartimento di Dermatologia del Barbsley Dietrich General Hospital nel Regno Unito, in un articolo (2001) hanno segnalato dei miglioramenti importanti e statisticamente rilevanti, in una ricerca condotta su di un campione di diciotto pazienti adulti affetti da dermatite atopica. Parliamo di studi clinici controllati non randomizzati e di tecniche come il rilassamento,la suggestione diretta di una pelle confortevole e fresca, un rinforzo dell’ego e suggestioni ipnotiche rivolte ad evitare il grattamento. I risultati hanno evidenziato una riduzione del prurito e dell’azione del grattamento, un miglioramento nei disturbi del sonno e degli stati di tensione e stress.

Ancora più importanti sono i risultati di una ricerca effettuata da Linnet J. e Jemec G. B. (2011), su trentadue pazienti adulti con dermatite atopica lieve e severa, che hanno riportato un miglioramento del livello d’ansia e delle condizioni della pelle, dopo una psicoterapia. La metà dei partecipanti per sei mesi ha ricevuto un intervento psicoterapico, l’altra metà no. Sono stati somministrati test prima e dopo l’intervento e al follow up dopo dodici mesi. I risultati dei test hanno indicato che i pazienti con livello marcato di ansia hanno mostrato un miglioramento maggiore dopo la psicoterapia sia per quanto riguardava l’ansia sia per la condizione complessiva della pelle, rispetto al gruppo di controllo.

Gli autori pongono l’accento anche sulla possibilità, per questi pazienti con un elevato e significativo indice di ansia rilevato dai test, nel gruppo non trattato psicoterapeuticamente, di abbandonare il programma di trattamento probabilmente perché più vulnerabili e meno capaci di affrontare i disagi psicologici connessi.

Per concludere, sembra che il paziente affetto da dermatite atopica richieda una visione a tutto tondo e che gli interventi posti in essere comprendano le varie sfaccettature del quadro clinico. Una corretta valutazione medica deve essere accompagnata da una altrettanto corretta valutazione psicologica, che dovrebbe evidenziare il migliore intervento possibile per rendere la vita di questi pazienti più accettabile e vivibile.

 

Benefici dell’attività fisica sull’invecchiamento cognitivo. Come l’attività fisica incide sulle caratteristiche cognitive e psicologiche degli anziani

E’ stato segnalato l’effetto positivo sull’invecchiamento di un regolare allenamento fisico che sembrerebbe migliorare l’umore, alleviare l’ansia e la depressione, e migliorare le funzioni cognitive globali come memoria, attenzione, inibizione e velocità di elaborazione.

Daniela Renzi – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, San Benedetto del Tronto

 

La vita media si allunga, ne sono un esempio Paesi come Italia, Giappone, Singapore, dove si registra una speranza di vita alla nascita di 80 anni. Questo fenomeno ha portato a suddividere comunemente l’invecchiamento in due tempi: un primo compreso tra i 65 e i 74 anni, anzianità o terza età, un secondo che comprende la popolazione oltre i 75 anni, vecchiaia o quarta età. Negli ultimi anni un’ulteriore fascia ha acquisito rilievo, data la sua notevole crescita soprattutto in Italia, Spagna e Giappone, quella dei centenari. (ISTAT, 2011).

Quando si parla di invecchiamento, dunque non ci si riferisce a una categoria omogenea. Generalizzando si potrebbero elencare i tre tempi succitati, ma in realtà si devono considerare tutte quelle differenze inter-individuali che formano profili singoli, in base a caratteristiche biologiche, sociali, psicologiche e cognitive.

Sebbene molti individui sperimentino una qualche forma di declino fisico e cognitivo mentre invecchiano, abbondano esempi di persone che sembrano essere immunizzate contro questo processo. Uno di questi è la scrittrice canadese di 82 anni, Alice Munro, che ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 2013. Alcuni individui mostrano grandi capacità fisiche; ad esempio, Olga Kotelko, a 94 anni, stava ancora viaggiando per competere in atletica leggera nella sua fascia d’età (è morta a 95 anni). Un ultimo esempio, è un altro canadese, Ed Whitlock, che ha compiuto il suo primo record mondiale in una maratona del 2004 nella categoria over 70; ha poi stabilito un altro record, a 80 anni, con un tempo migliore rispetto a tanti concorrenti più giovani. Questi sono alcuni tra i tanti individui per i quali il tempo sembra essere l’ultima preoccupazione, e che ispirano la ricerca a comprendere come lo stile di vita possa agevolare l’adattamento della persona al processo d’invecchiamento e proteggere il cervello dal declino cognitivo legato all’età. (Bherer, 2015)

I benefici dell’esercizio fisico

L’attività motoria permette di mantenere una propria indipendenza, previene la fragilità dell’anziano e quindi la richiesta di ospedalizzazione, che incide a sua volta sulla longevità della persona. Negli ultimi anni si è evidenziato che l’inattività fisica è uno dei predittori più forti della disabilità: una persona anziana, in forma e attiva ha un rischio inferiore del 36% di sviluppare limitazioni funzionali e un rischio inferiore del 38% di frattura dell’anca (Fried L.P. et al., 2001).

In uno studio recente Stathi et al. (2018) hanno elaborato un programma di allenamento, dal nome REtirement in ACTion (REACT), con lo scopo di prevenire la disabilità legata alla mobilità, rivolto alle persone anziane in pensione. L’obiettivo principale dello studio con REACT è valutare l’efficacia di un intervento di attività fisica incentrato sulla comunità, per ridurre la progressione delle limitazioni funzionali legate alla mobilità nelle persone anziane che sono ad alto rischio di transizione dall’indipendenza alla disabilità legata alla mobilità.

Inoltre un sotto-studio, condotto dal Wellcome Center for Integrative Neuroimaging, dell’Università di Oxford, attraverso la risonanza magnetica (MRI), si propone di testare l’ipotesi che l’intervento REACT rallenti il tasso di atrofia cerebrale e il declino della funzione cognitiva. I risultati sono ancora da attendere ma la direzione è quella di identificare programmi di allenamento che sostengano questa fase di vita o che addirittura riescano a migliorarne la qualità sia da un punto di vista fisico e strutturale, sia da uno psicosociale e cognitivo.

Un’altra ricerca rileva come l’attività fisica incida sui livelli di stress, nello specifico, sui livelli di ossidanti che vanno a condizionare il processo di invecchiamento. Questo studio comparativo ha esaminato gli effetti del normale esercizio aerobico a bassa intensità sui marcatori di stress ossidativo negli anziani. Lo studio è stato condotto su 15 soggetti sedentari, contro 18 soggetti che eseguono esercizi di fitness, tutti con almeno 65 anni. I risultati suggeriscono che l’esercizio aerobico, a bassa intensità, può essere utile per prevenire il declino degli antiossidanti legati all’invecchiamento (Bouzid et al., 2014).

Benefici sul piano cognitivo e psicologico

Negli adulti più anziani sani, è stato segnalato l’effetto positivo di un regolare allenamento fisico per migliorare l’umore, alleviare l’ansia e la depressione, e migliorare le funzioni cognitive globali come memoria, attenzione, inibizione e velocità di elaborazione. Gli effetti dell’allenamento fisico sulle funzioni cognitive e motorie sono stati generalmente esaminati separatamente. Una scissione alquanto sorprendente, dato che queste funzioni condividono sistemi di rete cerebrale simili e quindi si prevede che saranno influenzati da processi neurodegenerativi paralleli nell’invecchiamento. Ad esempio, i cambiamenti legati all’età, a livello strutturale e funzionale, delle sottostrutture prefrontali e dei gangli basali, sono stati associati a una serie di deficit cognitivi, come il declino della memoria, della velocità di elaborazione delle informazioni e dell’inibizione (Aron et al., 2007).

Un crescente numero di prove suggerisce che l’allenamento fisico generale aumenta la materia grigia e il volume della materia bianca nelle reti cerebrali prefrontali, che sono compromesse dai processi di invecchiamento, con una maggiore estensione rispetto ad altre regioni del cervello (Pfefferbaum et al., 2005) .

La National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES-III) ha rilevato che l’attività fisica, auto-riportata, correla positivamente con buone prestazioni cognitive, al contrario, bassi livelli di attività fisica cardiorespiratoria, sono stati associati a un più rapido declino cognitivo e una maggiore probabilità di sviluppare demenza (Carrington et al., 2014).

In un altro studio sull’esercizio aerobico è stato possibile evidenziare come questo tipo di allenamento, anche a breve termine, faciliti la neuroplasticità e riduca le conseguenze biologiche e cognitive dell’invecchiamento. Sono stati assegnati programmi di allenamento aerobico a un gruppo di 37 adulti, cognitivamente sani, tra i 57 e i 75 anni. Il programma era di 3 sessioni a settimana, un’ora a sessione, per 12 settimane. Una volta suddiviso il campione in attivi e sedentari, sono stati esaminati i livelli ematici del cervello e riscontrati miglioramenti a livello cerebrovascolare e cardiovascolare; a livello cognitivo i risultati positivi riguardano la memoria, le funzioni esecutive, le abilità visuo-spaziali e la velocità di elaborazione. Il dato più interessante riguarda l’attivazione dell’area cingolata, recentemente associata ai processi cognitivi superiori in età avanzata. I risultati dimostrano come gli adulti sedentari abbiano ricevuto un guadagno cerebrale, cognitivo e fisico, dopo solo 3 mesi di allenamento aerobico (Chapman et al., 2013).

Prese insieme, queste osservazioni suggeriscono che l’allenamento fisico potrebbe essere un mezzo efficace per prevenire l’atrofia cerebrale e mantenere (o addirittura migliorare) le capacità cognitive e motorie nell’invecchiamento.

Emergono domande come: ‘In che misura i miglioramenti nelle funzioni cognitive predicono i guadagni nelle funzioni motorie? E in che misura i diversi tipi di esercizio fisico influenzano in modo differenziale le funzioni cognitive e motorie?’.

In una rassegna sistematica, condotta nell’ultimo decennio, è stato esaminato l’effetto di diversi tipi di allenamento per le funzioni motorie e cognitive negli anziani. Il primo obiettivo consisteva nel verificare gli effetti benefici, specifici, degli interventi di esercizio fisico sul funzionamento cognitivo e motorio, in una popolazione sana di anziani. Il secondo obiettivo era studiare l’interazione tra guadagni cognitivi e motori, in relazione all’allenamento fisico usato. In linea con i suddetti scopi, la strategia di ricerca incluse combinazioni di interventi unendo, per esempio, programmi cardiovascolari (aerobica), con programmi di forza e/o di equilibrio e compiti motori e cognitivi, comunemente usati per la valutazione delle relazioni cervello-comportamento negli studi sull’invecchiamento. Lo studio si è concentrato principalmente sulle funzioni esecutive come elaborazione, attenzione, inibizione, che si sono mostrate cruciali per una buona prestazione nel funzionamento motorio grossolano e fine (locomozione, controllo del bilanciamento, tempo di reazione e coordinamento) (Seidler et al., 2010).

Attività specifiche

L’allenamento derivante dal Tai Chi. Un gruppo di ricerca di geriatri, neurologi, specialisti della riabilitazione, esperti di medicina sportiva e professionisti della medicina tradizionale cinese, ha elaborato una serie di esercizi denominati ‘Cognition Protecting Tai Chi’ (CPT). L’obiettivo era valutare gli effetti sulla funzione cognitiva, comportamentale, sullo stato d’animo e nelle attività quotidiane, in pazienti con una lieve demenza. Il gruppo di intervento praticava il CPT tre volte alla settimana, in sessioni da 20 minuti, sotto la guida dei terapisti. Il gruppo di controllo non praticava il CPT. Lo studio è stato condotto per 10 mesi. Il Tai Chi è un esercizio di mente-corpo aerobico con movimenti lievi e moderati, sicuri per gli anziani. Richiede concentrazione mentale e spostamento dell’equilibrio del corpo, con dolcezza e continua respirazione. È un allenamento consigliato per prevenire le cadute e inoltre, secondo uno studio condotto da Mortimer et al. (2012), questi esercizi abbinati a quelli del Baduanjin, incidono nella modulazione della struttura cerebrale e della funzione mnestica negli anziani. Dai risultati della risonanza magnetica (MRI) e delle prove di memoria, si evidenzia che le due attività potrebbero aumentare significativamente il volume della materia grigia nell’insula, nel lobo temporale mediale e nel putamen, dopo 12 settimane di esercizi. Da questa ricerca risulta che il Tai Chi e il Buduanjin aiutano a prevenire i deficit di memoria negli anziani, migliorano le funzioni cognitive e l’interazione sociale (Lyu et al., 2018).

Una ricerca si è concentrata sugli effetti dell’esercizio aerobico sulle funzioni esecutive, utilizzando il test di Stroop, negli anziani sani. Lo studio prevedeva 3 mesi di allenamento aerobico, 3 volte alla settimana, per 60 minuti a sessione. Il gruppo di intervento rispetto a quello di controllo, che non eseguiva il programma di allenamento, ha avuto migliori risultati nelle capacità fisiche e nella prestazione al test di Stroop, di inibizione/commutazione. Alla luce di questo studio è possibile affermare che gli interventi fisici, anche a breve termine, possono migliorare le funzioni esecutive degli anziani (Predovan et al. 2012).

Anche la danza è stata oggetto di studio, per valutare i cambiamenti che essa apporta su intelligenza, attenzione, tempo di reazione, abilità motorie, tattili e posturali, ma anche riguardo al benessere soggettivo e alla capacità cardiorespiratoria. I risultati sono stati positivi per le capacità posturali e tattili, ma anche per quelle cognitive e il benessere soggettivo (Kattenstroth et al., 2013).

Il nuoto, secondo una ricerca recente, risulta essere un’attività che, praticata regolarmente, correla con un migliore funzionamento cognitivo. I partecipanti allo studio dovevano eseguire una batteria di dieci attività: due sul tempo di reazione, che valutano la velocità di elaborazione delle informazioni, e 8 attività che valutano tre funzioni esecutive (inibizione comportamentale, aggiornamento della memoria di lavoro e flessibilità cognitiva). I risultati hanno mostrato che gli anziani che praticano nuoto in modo costante hanno migliori prestazioni sulle tre funzione esecutive, ma non sulla velocità di elaborazione delle informazioni (Abou-Dest et al., 2012).

Sulla scia di queste evidenze, insieme al gruppo di ricerca con cui ho lavorato sul mio progetto di tesi, abbiamo preso in esame due allenamenti differenti, la ginnastica dolce e l’escursionismo, con lo scopo di confrontare gli effetti sul piano cognitivo di un allenamento leggero rispetto ad uno più intenso.

È stato reclutato un campione totale di 116 partecipanti di cui 38 praticanti la ginnastica in palestra, 40 l’escursionismo in montagna e un terzo campione di 38 partecipanti sedentari, il gruppo di controllo.

La selezione dei partecipanti ha coinvolto uomini e donne tra i 65 e gli 89 anni, che praticavano attività fisica in modo regolare (2-3 volte alla settimana). Per reperire questi soggetti ci siamo avvalsi dell’aiuto dell’Università della Terza Età per i soggetti della ginnastica, e del CAI (Club Alpino Italiano) per coloro che fanno escursionismo.

Sono state valutate nello specifico la riserva cognitiva, l’attenzione, il funzionamento cognitivo globale e l’autoefficacia.

Dai risultati della ricerca è emerso che il gruppo sperimentale dell’escursionismo si è differenziato in modo significativo dai restanti due campioni, della ginnastica e dei sedentari, mentre i soggetti che praticano la ginnastica in palestra non hanno riportato significative differenze rispetto ai sedentari, piuttosto una somiglianza.

Ciò che rende gli escursionisti diversi dagli altri è una migliore Riserva Cognitiva che si riflette nei compiti di attenzione e nel funzionamento cognitivo globale. Dato il basso punteggio ottenuto nella sezione Lavoro del CRIq (Cognitive Reserve Index questionnaire), possiamo dire che gli escursionisti hanno avuto esperienze lavorative meno ‘protettive’ per la Riserva Cognitiva. Si potrebbe quindi ipotizzare che il tipo di lavoro non incida sulla qualità delle prestazioni cognitive, in quanto gli stessi hanno ottenuto migliori risultati nelle prestazioni attentive e nel funzionamento cognitivo globale, rispetto agli altri due gruppi.

Inoltre, gli escursionisti hanno ottenuto un punteggio migliore nella sezione del Tempo Libero, relativa alla Riserva Cognitiva, il ché mostra che queste persone hanno sempre svolto attività più salutari che, ipoteticamente, preservano dall’invecchiamento.

Quanto alla prestazione nel compito di attenzione (LCT), gli escursionisti sono stati più veloci e più accurati, poiché hanno ottenuto un numero inferiore di errori, ma, nonostante ciò, hanno realizzato un numero maggiore di omissioni. Si potrebbe dire che gli escursionisti sono più veloci, poiché caratterizzati da un maggiore spirito competitivo, che li porta a tralasciare maggiormente gli stimoli target necessari alla buona riuscita della prova.

In conclusione, è possibile affermare che l’attività di escursionismo indica profili migliori da un punto di vista cognitivo, anche se non è possibile definire la direzione di tale relazione in quanto non è possibile specificare se l’escursionismo migliori le abilità cognitive, oppure se, chi ha migliori prestazioni, tende a praticare questa attività. Certo è che i due aspetti vanno insieme. Nuovi studi serviranno a chiarire questa relazione.

Gli studi trattati evidenziano l’eterogeneità degli effetti di allenamenti specifici, ma ciò che risalta, è che ognuno di essi apporta guadagni notevoli, sia su un piano fisico sia su uno cognitivo e psicologico. Dunque la promozione di programmi per un invecchiamento attivo e di successo e una continua ricerca in questo campo è di fondamentale importanza per l’intera popolazione sia in un’ottica di prevenzione che nella gestione dei disagi legati a una fase di vita che vediamo espandersi nel tempo.

 

 

Judith Beck e la concettualizzazione cognitiva – Report dal Congresso EABCT 2020

Judith Beck è una presenza che in questi ultimi anni si è resa sicuramente partecipe nei principali congressi europei delle società CBT.

 

Lo scorso anno al WCBCT di Berlino ha condotto un Workshop precongressuale sulla CBT dei disturbi di personalità e un workshop intracongressuale in cui ha presentato il suo utilizzo della CBT come supporto ai programmi di perdita di peso, oltre ad aver tenuto un Invited Address sulla relazione terapeutica in CBT.

Quest’anno al EABCT di Atene ancora ha condotto un workshop precongressuale dal titolo “La CBT per la depressione resistente al trattamento” ed è stata invitata ad un Keynote sulla concettualizzazione cognitiva.

Anche l’attività editoriale recente del Beck Institute è particolarmente prolifica. Tra pochi giorni, il 30 settembre, verrà pubblicata, dopo nove anni dalla precedente edizione, la terza edizione del famoso libro di Judith Beck Cognitive Behavior Therapy – Basics and Beyond (tradotto in italiano come La Terapia Cognitivo Comportamentale).

Anche il padre Aaron T. Beck non sembra in alcun modo accusare i suoi 99 anni di età e si appresta a pubblicare come coautore a fine anno il suo ultimo lavoro: Recovery-Oriented Cognitive Therapy for Serious Mental Health-Conditions.

La Keynote di Judith Beck sulla concettualizzazione cognitiva ci offre un primo sguardo su queste novità. La Concettualizzazione nella CBT svolge di fatto il ruolo di fondamenta di un trattamento: prende in considerazione le esperienze di vita che ci portano a pensare e a comportarci in un determinato modo e combina queste informazioni in una storia coerente. Costruendo un linguaggio condiviso aiuta la costruzione della relazione terapeutica e viene utilizzata per identificare le cognizioni disadattive verso le quali indirizzare il trattamento. Il tutto si radica ovviamente nel contesto del modello cognitivo dove ad una determinata situazione seguono dei pensieri automatici che producono una reazione le cui componenti sono emotive, comportamentali e fisiologiche. Nulla di nuovo fin qui.

Chiunque sia abituato a lavorare seguendo l’approccio CBT proposto dal Beck Institute sa quindi che, partendo dagli specifici episodi riportati, gradualmente terapeuta e paziente svolgono un lavoro collaborativo volto ad identificare le credenze di base del paziente: visioni negative di sé, che a loro volta sorreggono alcune assunzioni, regole, attitudini disfunzionali e che producono strategie di coping inefficaci e problematiche. Il tutto prende la forma di un diagramma.

Judith Beck interventi al WCBCT all EABCT e novita del Beck Institute Imm 1

Il lavoro terapeutico che seguirà, attraverso la ristrutturazione cognitiva, guida il paziente ad accorgersi di guardare il mondo attraverso una sorta di ‘lenti distorte’ e lo guida passo a passo a trovarne di nuove.

‘Trovarne di nuove’: è proprio questo il punto su cui si sofferma la novità presentata da Judith Beck e ci aspettiamo sia esplorata nei nuovi capitoli di ‘Cognitive Therapy: Basics and Beyond’ ma soprattutto nel nuovo testo sulla Recovery-Oriented CBT. Tipicamente è atteso che il paziente, attraverso il lavoro di ristrutturazione cognitiva, sia autonomamente in grado di costruirsi delle visioni più realistiche e meno svalutanti di sé e quindi trasformi le proprie ‘regole d’ingaggio’ in preferenze flessibili. Facendo un esempio ci si aspetta che partendo da: ‘Io sono debole, gli altri mi attaccano’ si possa gradualmente arrivare ad esempio a: ‘Io sono una persona con dei punti di forza e delle fragilità; il mondo è pieno di persone che tutto sommato non sono costantemente impegnate ad attaccare me, ma sono più che altro affaccendate nei propri affari’.

Cosa succede però se il percorso verso questo risultato atteso è invece fortemente compromesso da un livello di sofferenza particolarmente grave o da una sofferenza particolarmente prolungata? Ecco che il paziente non riesce più a costruirsi una visione alternativa di sé: non ha idea della versione ‘adattiva di sé’ a cui puntare. E così fa capolino nelle slides presentate da Judith Beck una seconda concettualizzazione che invece di essere ‘Problem-Based’ come siamo abituati tutti noi a vedere, è costruita ‘Strength-Based’.

Judith Beck interventi al WCBCT all EABCT e novita del Beck Institute Imm 2

 

L’intervento terapeutico quindi palesa e concettualizza anche il punto di arrivo del lavoro terapeutico. Una novità interessante che sicuramente avrà delle sue procedure di intervento specifiche, conoscendo l’attenzione che a questo dedica il Beck Institute.

Purtroppo il Keynote di Judith Beck nei suoi 45 minuti non ha il tempo di affrontare nello specifico l’argomento. Aspettiamo quindi impazienti queste nuove uscite editoriali per approfondire l’argomento.

Un’ultima nota, già presentata lo scorso anno al WCBCT di Berlino riguarda un altro capitolo di novità che possiamo scorgere nell’indice dei nuovi manuali: un capitolo sulla relazione terapeutica e un capitolo sull’integrazione della Mindfulness negli interventi CBT. Non ci rimane che aspettare un paio di settimane.

 

A cerchi concentrici. La complessità della perdita perinatale e le sue perturbazioni (2018) di Gandino, Vanni e Bernaudo – Recensione del libro

A cerchi concentrici di Gandino, Vanni e Bernaudo è un testo innovativo, non solo perché approccia un fenomeno poco trattato e discusso come quello del lutto perinatale, ma ancor più perché estende il focus di indagine alla coppia, alla famiglia allargata e al contesto socioculturale in cui prende forma la perdita.

Una perdita non riconosciuta

Di perdita perinatale, poco si parla, non solo in ambito accademico, ma anche nei contesti di vita quotidiani. Il nostro background culturale gioca un ruolo non trascurabile in questo discorso, tanto che le Autrici sollevano un problema che caratterizza il nostro contesto sociale e che non agevola la normale elaborazione del lutto, ovvero la delegittimazione della sofferenza di coloro che ne fanno esperienza. Se non riconosciuti nel loro dolore, i genitori possono trovarsi in un terreno abitato dal lutto e possono dover confinare la propria sofferenza in uno spazio nascosto, spesso senza poter attingere dalle proprie risorse sociali. Alla luce della più recente letteratura scientifica internazionale, nel libro viene fornita una chiave di lettura al lutto perinatale di tipo sistemico-relazionale e vengono spiegate e descritte le possibili conseguenze psicologiche che la perdita di un figlio in gravidanza può avere non solo sulla madre e sul padre, ma anche sul legame di coppia, sui nonni, sui possibili fratellini e, infine, sugli operatori sanitari. Così, come un sasso lanciato nell’acqua, la perdita perinatale produce delle perturbazioni che vanno propagandosi ‘a cerchi concentrici’, a partire dal corpo materno fino ad arrivare agli operatori sanitari e al contesto sociale di origine della famiglia.

La gravidanza e la perdita come eventi familiari

Da sempre, la letteratura psicologica sul tema della genitorialità si è concentrata prevalentemente sui vissuti materni e sulle conseguenze psicofisiche a cui la donna va incontro, secondo un’ottica di tipo psicoanalitico. Spesso è la madre a doversi confrontare con la solitudine di questa perdita, che la vede protagonista biologica della gravidanza. Tuttavia, le Autrici considerano un terzo sguardo all’evento nascita che disamina non solo i vissuti genitoriali, ma anche i cambiamenti che possono occorrere nella coppia e nel sistema familiare. 
La nascita di un figlio è un evento che si propaga da una generazione all’altra e può assumere significati differenti a seconda del contesto familiare in cui la nascita ha luogo. Attraverso inaspettati giochi intergenerazionali, le famiglie riassestano gli spazi, modificano le distanze e ridisegnano i confini relazionali. A partire dalla notizia del concepimento e con tempi e gradi di intensità differenti, ciascun membro del sistema familiare crea una nuova rappresentazione di sé e del proprio ruolo all’interno del nuovo sistema. Tuttavia, in una fase del ciclo di vita così delicata, può accadere l’impensabile: la perdita perinatale distrugge gli equilibri che sotterraneamente si stavano costruendo e crea un’onda perturbante che muove la famiglia verso una rinnovata distribuzione di ruoli nel sistema. 
Sul piano della relazione di coppia, Gandino, Vanni e Bernaudo propongono un’analisi dei cambiamenti che occorrono tra i partner quando si verifica una perdita perinatale: essi si trovano a dover integrare le precedenti emozioni di gioia, che derivano dall’attesa del piccolo, a vissuti di sofferenza, che emergono come conseguenti al lutto. Le autrici evidenziano come inevitabilmente la coppia vada incontro ad alcuni cambiamenti che possono riguardare la comunicazione, la dinamica relazionale e, infine, l’intimità e la sessualità di coppia.

‘Come in una danza’, la diade negozia le difficoltà e le diversità, talvolta con modalità armoniose e talvolta con modalità maldestre, calpestandosi i piedi. Si tratta di una danza in continuo cambiamento che richiede da una parte un continuo ri-adattamento e, dall’altra, un supporto solidale da parte del contesto circostante.

Gli operatori sanitari: un dolore silenzioso tra difficoltà lavorative e sofferenza personale

Quando l’impensabile arriva in sala parto può accadere che lasci tracce di sé anche negli operatori sanitari, così, le Autrici si avvicinano al tema del dolore delle ostetriche, dei medici e degli operatori. In un luogo destinato al ‘dare alla vita’, la perdita si configura come un evento assurdo, paradossale e imprevisto, in grado di scatenare emozioni inattese e di difficile gestione. Le Autrici sottolineano l’importanza e la difficoltà della posizione che gli operatori sanitari si trovano a dover ricoprire, a metà strada tra il lutto genitoriale e i propri vissuti conseguenti alla perdita.

Conclusione

A cerchi concentrici è una monografia analitica ed esaustiva, che passa in rassegna la più recente letteratura internazionale associata al tema della perdita in gravidanza. Quello che la rende raffinata e unica nel suo genere è il taglio clinico con cui vengono lette e interpretate le ricerche empiriche, rese così fruibili a un pubblico di professionisti operanti nell’ambito del perinatale. Si tratta di un testo utile non solo ai ricercatori, ma ancor più ai clinici che si trovano ad approcciarsi a questo piccolo spicchio di mondo ancora poco discusso e disaminato.

La paura dell’intimità nelle relazioni amorose e i fattori ad essa associati

Il rivelare aspetti di Sé al partner e il considerare la relazione come qualcosa di importante ed indispensabile possono portare l’individuo a sviluppare una maggior vulnerabilità, ossia ad essere sempre più assorbito dalla relazione e soffrire maggiormente per la sua eventuale interruzione.

 

L’intimità all’interno delle relazioni è considerata come un bisogno basilare dell’individuo, in quanto contribuisce al raggiungimento del benessere psicofisico della persona, e coinvolge non solo la vicinanza fisica, ma anche quella psicologica ed emotiva (Niu et al., 2017). Tuttavia, è frequente il rinunciare a questo aspetto del rapporto, per via della paura, preoccupazione e difficoltà che tale coinvolgimento comportano (Sutcliffe et a.l, 2012). Infatti, Hatfiield (1984) sostiene che il rivelare aspetti di Sé al partner e il considerare la relazione come qualcosa di importante ed indispensabile possono portare l’individuo a sviluppare una maggior vulnerabilità, che si traduce nell’essere sempre più assorbito dalla relazione e soffrire maggiormente della sua eventuale interruzione.

Sono presenti alcuni fattori che contribuiscono ad aumentare la paura dell’intimità (FOI) del soggetto, tra cui la bassa autostima, un elevato livello di ansia sociale, l’eventuale presenza di depressione, un attaccamento di tipo insicuro e l’esistenza di schemi cognitivi maladattivi. A partire da ciò il presente studio (Obeid et al., 2019) intende indagare all’interno di un campione di individui di origine libanese, la relazione tra il FOI e queste variabili.

A 707 partecipanti è stato chiesto di fornire informazioni sociodemografiche, prima di essere sottoposti alla compilazione del Fear of Intimacy Scale (Descutner& Thelen, 1991) per valutare la paura dell’intimità, al Rosenberg Self-Esteem Scale (Rosenberg, 1965) per valutare il livello di autostima, all’Hamilton Depression Rating Scale (Hamilton, 1960) per valutare la presenza di depressione, all’Hamilton Anxiety Scale (Hamilton, 1959) per valutare i livelli di ansia, al The Relationship Questionnaire (Bartolomew& Horowitz, 1991) per valutare lo stile di attaccamento, al Liebowitz Social Anxiety Scale per valutare l’ansia sociale (Liebowitz, 1987), al Young schema Questionnaire-S3 (Young, 2005) per valutare gli schemi personali, al Composite Abuse Scale (Ford-Gilboe et al., 2016) per valutare la presenza di violenza ad opera del partner ed al General Trust Scale (Yamagishi et al., 2002) per valutare le credenze dell’individuo in merito all’onestà e affidabilità degli altri.

I risultati mostrano che alti livelli di paura di intimità sono associati ad alti livelli di fobia sociale, schemi maladattivi di difettosità, sfiducia, vulnerabilità, deprivazione emotiva, fallimento e stile di attaccamento rifiutante, mentre più bassi livelli di paura di intimità sono associati a livelli più alti di autostima. Questi risultati confermerebbero le ipotesi iniziali e i dati dei precedenti studi (Witt et al., 2011), secondo cui bassi bisogni di intimità sono associati a fobia sociale, bassa autostima, stile di attaccamento insicuro e schemi personali maladattivi, mentre alti bisogni di intimità sono associati ad alta autostima, in quanto questa consente all’individuo di assumersi maggiori rischi, essere maggiormente predisposto a mettersi in gioco e ad intraprendere relazioni intime con il partner (Bale& Archer, 2013).

In conclusione, possiamo dire che il riuscire a raggiungere l’intimità con il partner è un traguardo all’interno della relazione, ma in senso lato anche dell’individuo, che può vivere la relazione pienamente, senza essere frenato da paure e preoccupazioni che derivano da precedenti esperienze e credenze negative riguardo sé stesso. Riuscire a lavorare su questi aspetti, cambiando gli schemi personali in altri più positivi per il soggetto, aumentando la considerazione di sé e le aspettative sulle proprie relazioni con gli altri, può essere fondamentale per avere delle relazioni intime soddisfacenti e durature.

 

Psicologia applicata al soccorso: il trauma

Non tutti gli eventi negativi sono traumatici e non tutti gli eventi traumatici generano sintomi post-traumatici e sofferenza psicologica intensa. Tuttavia, quando alcuni eventi espongono l’individuo a una grande minaccia si possono innescare delle risposte fisiologiche di difesa che restano attive più del necessario e lasciano l’individuo “bloccato” nel tempo del trauma e “costretto” a riviverne le sensazioni, le emozioni e i pensieri, fino a perdere talora il contatto con il presente.

Alessandra Curtacci – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Introduzione

Con il termine trauma, che deriva dal greco e vuol dire “ferita”, si descrive un elemento in grado di determinare una rottura della normalità che caratterizza la quotidianità di ogni individuo, un qualcosa che ha un impatto negativo sulla persona che lo vive. Esistono diverse tipologie di esperienze potenzialmente traumatiche a cui un individuo può andare incontro nel corso della vita. Da un lato ci sono quelle esperienze che creano un disagio a livello soggettivo, che implicano eventi di vita meno catastrofici, che prevedono comunque una percezione intensa di pericolo, ma limitata. A questi traumi di minore entità si contrappongono quelli determinati da condizioni e situazioni che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care che potrebbero anche causare la morte. Non tutte le persone che vivono un’esperienza traumatica, siano esse vittime, testimoni o soccorritori, reagiscono allo stesso modo. Condizioni come quelle emergenziali, che per definizione determinano un forte carico di stress, possono provocare stati di estrema sofferenza, ma le risposte individuali possono essere molte e diversificate. Possono variare dal completo recupero e ritorno ad una vita normale in un breve periodo di tempo, fino alle reazioni più gravi, ossia quelle che impediscono di continuare a vivere la propria vita come prima dell’evento traumatico.

Trauma: definizione e sviluppo

Per trauma in psicopatologia si intende un’esperienza minacciosa estrema, insostenibile, inevitabile, di fronte alla quale un individuo è impotente (Hermann, 1992).

Si può definire il trauma come un

evento che implica l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi, o altre minacce all’integrità fisica; o la presenza ad un evento che comporta morte, lesioni o altre minacce all’integrità fisica di un’altra persona; o il venire a conoscenza della morte violenta o inaspettata, di grave danno o minaccia di morte o lesioni sopportate da un membro della famiglia o da altra persona con cui è in stretta relazione (DSM-5).

In sintesi ciò che si esperisce in una situazione in grado di provocare un trauma è un vissuto di morte, immediata e totalizzante.

Secondo il DSM

le alterazioni conseguenti a traumi emotivi, a causa della variabilità delle manifestazioni, sono state raggruppate in una categoria a parte, quella dei disturbi correlati ad eventi traumatici e stressanti, che comprende quei disturbi in cui l’esposizione ad un evento traumatico o stressante è elencata come criterio diagnostico. La sofferenza psicologica che segue l’esposizione ad un evento traumatico o stressante è molto variabile. E’ chiaro tuttavia che molti individui che sono stati esposti mostrano un fenotipo in cui, piuttosto che sintomi basati sull’ansia o sulla paura, le caratteristiche cliniche più evidenti sono: sintomi anedonici e disforici, sintomi di rabbia e aggressività esternalizzate o sintomi dissociativi.

Nell’evoluzione del trauma si può riconoscere il susseguirsi di differenti fasi.

Prima fase acuta: nella quale viene messa in discussione la validità della struttura psicologica del soggetto coinvolto insieme al senso di identità personale; viene compromessa la capacità di fronteggiare l’evento.

Seconda fase di reazione: durante la quale, a seconda del tipo di trauma e delle capacità personali di risposta all’evento, si prospettano due fasi:

  • il ritorno verso la normalità,
  • l’adattamento dell’individuo alla situazione (una “ristrutturazione di tipo difensivo” della personalità) che potrebbe però costituire le basi per un eventuale psicopatologia.

Terza fase cronica: nella quale avviene la possibile manifestazione dei segni evidenti del trauma psicologico.

Tipologie di trauma

Il trauma psicologico consiste in un evento che per le sue peculiari caratteristiche risulta non assimilabile ed integrabile nel “sistema psichico” della persona. Rimane quindi in sospeso costituendo un elemento di disturbo all’equilibrio mentale del soggetto che vive un evento negativo. Si possono considerare diverse tipologie di trauma psicologico:

  • Diretto: per il quale le persone esposte direttamente a forti stimolazioni negative hanno maggiori probabilità di sviluppare una sintomatologia traumatica;
  • Vicario: trauma che potrebbero sviluppare quelle persone entrate in contatto con coloro (es: vittime) che hanno subito forti stress, quindi in maniera indiretta.

I soccorritori che accorrono nei differenti contesti emergenziali sono potenzialmente esposti allo sviluppo di entrambe le tipologie di trauma sopradescritte dipendentemente dal ruolo che hanno nell’intervento ed allo scenario al quale vengono esposti. In base alle caratteristiche dell’evento e all’analisi delle conseguenze sull’individuo è possibile poi proporre un ulteriore differenziazione dei tipi di traumi.

Trauma del tipo I:

  • caratteristica: evento unico ed inaspettato, di discreta durata (es: incidente stradale, stupro);
  • conseguenze: frequente rievocazione dell’evento traumatico, veloce remissione della sintomatologia e buona prognosi di terapia.

Trauma del tipo II:

  • caratteristica: serie di eventi connessi tra loro, o un evento traumatico prolungato (es: ripetuti maltrattamenti, guerra);
  • conseguenze: la rievocazione dell’evento è meno frequente e tendenza alla dissociazione, schemi interni altamente disfunzionali. Si tratta di PTSD e prognosi di terapia sfavorevole.

Trauma e Psicopatologia

Subito dopo aver vissuto un evento traumatico il nostro organismo e il nostro cervello vanno incontro ad una serie di reazioni di stress fisiologiche, che nella maggior parte dei casi tendono a risolversi naturalmente senza un intervento specialistico. Questo avviene perché il meccanismo di elaborazione delle informazioni presente nel cervello è in grado di integrare le informazioni relative ad un evento all’interno del sistema di memoria, elaborandolo e ricollocandolo in modo adattivo. Ma quando questo non avviene lo stimolo che caratterizza l’evento stressante continua a costituire una forte stimolazione sensoriale che appare particolarmente importante a livello mnestico, quindi del sistema di memoria: per esempio gli odori che caratterizzano un certo scenario rimangono molto impressi nella memoria ed hanno quindi un grande potere di rievocare i ricordi legati all’evento stressante. Risultando al di fuori, o per meglio dire dissociata, dal resto dell’esperienza psichica propria della persona, l’esperienza traumatica potrebbe essere causa di una specifica sintomatologia. Nei primi momenti che seguono l’esposizione all’evento critico si può assistere a reazioni anche intense di pianto, rabbia, paura, oppure comportamenti che variano dalla completa agitazione psicomotoria alla reazione difensiva opposta di freezing. Quest’ultima è una particolare risposta alla paura, che si manifesta attraverso bradicardia (riduzione della frequenza cardiaca inferiore al valore di 60 battiti per minuto) e immobilizzazione, appare infatti come un totale o parziale “congelamento” della persona in situazioni di emergenza e può avere una durata compresa tra pochi secondi e 30 minuti. Tale reazione ha una funziona adattiva, ad esempio negli animali si manifesta in risposta alla presenza di predatori. Se questa condizione fisica colpisce un individuo provoca l’incapacità di reagire, di pensare, di valutare il problema e predisporre le risorse utili per affrontarli, rimanendo incapace di muoversi, di agire e di intervenire. Sul piano psicologico, quindi, il freezing è una reazione di dissociazione emotiva, cognitiva e sensoriale, che isola la persona da quello che le sta accadendo in quel momento: “congelarsi” è un modo per proteggersi da una situazione che non può essere modificata e attendere il momento in cui sarà di nuovo possibile agire.

Le reazioni più comuni causate da uno shock emotivo sono:

  • Senso di impotenza e mancanza di controllo;
  • Dolore, per le perdite subite;
  • Colpa, ad esempio per essere sopravvissuto;
  • Tristezza;
  • Irritabilità;
  • Ansia, legata alla mancanza di controllo ed al timore per il futuro;
  • Rabbia;
  • Esaurimento emotivo e disorientamento;
  • Rivivere gli avvenimenti;
  • Incubi notturni, pensieri intrusivi e flashback relativi all’evento vissuto;
  • Vergogna, per il bisogno di aiuto dimostrato;
  • Difficoltà a concentrarsi;
  • Alienazione, per il radicale cambiamento della propria realtà;
  • Desiderio, di tornare alla normalità che caratterizzava la propria esistenza.

In generale, come già detto, con il trascorrere del tempo la sintomatologia tende a scomparire, ma in altri casi in cui il processo di adattamento viene rallentato, o reso impossibile, determina l’instaurarsi di disagi di diversa natura, che spaziano ad esempio da una mancanza di motivazione, all’insorgenza di attacchi di panico. I disturbi correlati ad eventi negativi comprendono quei disturbi in cui l’esposizione ad un evento particolarmente stressante costituisce un criterio di diagnosi. I disturbi più conosciuti sono: il disturbo acuto da stress e il disturbo post-traumatico da stress.

Disturbo acuto da stress

Nel DSM-5  è collocato nel capitolo dei disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti e la diagnosi si basa sui criteri che includono sintomi fisici, stato d’animo negativo e dissociativo. Per soddisfare i criteri per la diagnosi, i pazienti devono essere stati esposti direttamente o indirettamente a un evento traumatico.

Criteri diagnostici:

Criterio A – Esposizione a morte reale o minaccia di morte, grave lesione oppure violenza sessuale in uno (o più) dei seguenti modi:

  1. Fare esperienza diretta dell’evento/i traumatico/i
  2. Assistere direttamente a un evento/i traumatico/i accaduto ad altri
  3. Venire a conoscenza di un evento/i traumatico/i accaduto a un membro della famiglia oppure a un amico stretto. In caso di morte reale o minaccia di morte di un membro della famiglia o di un amico, l’vento/i deve essere stato violento o accidentale
  4. Fare esperienza di una ripetuta o estrema esposizione a dettagli crudi dell’evento/i traumatico/i (per es., i primi soccorritori che raccolgono resti umani).

Nota: Il Criterio A4 non si applica all’esposizione attraverso media elettronici, televisione, film, o immagini, a meno che l’esposizione non sia legata al lavoro svolto.

Criterio B – Presenza di 9 (o più) dei seguenti sintomi di ciascuna delle cinque categorie relative a:

1. Sintomi di intrusione

  • Ricorrenti, involontari, e intrusivi ricordispiacevoli dell’evento
  • Sogni ricorrenti riguardo ad alcuni l’evento traumatico
  • Reazioni dissociative (es.flashback) in cui i pazienti si sentono come se l’evento traumatico si stesse ripresentando
  • Sofferenza psicologica o fisiologica intensa quando ricorda l’evento oppure marcate reazioni fisiologiche in risposta a fattori scatenanti interni o esterni che simboleggiano qualche aspetto dell’evento traumatico

2. Umore negativo

  • Persistente incapacità di provare emozioni positive (es. felicità, soddisfazione, sentimenti di amore)

3. Sintomi dissociativi

  • Un senso alterato della realtà del proprio ambiente o di se stessi (es. sentirsi in uno stato confusionale, rallentamento del tempo, percezioni alterate)
  • Impossibilità di ricordare una parte importante dell’evento traumatico dovuta ad un’amnesia dissociativa)

4. Sintomi di evitamento

  • Sforzi per evitare angoscianti ricordi, pensieri o sentimenti associati con l’evento
  • Sforzi per evitare sollecitazioni esterne (persone, luoghi, conversazioni, attività, oggetti, situazioni) associate all’evento

5. Sintomi di arousal

  • Difficoltà relative al sonno
  • Irritabilità o scoppi d’ira
  • Ipervigilanza
  • Difficoltà di concentrazione
  • Esagerata risposta di allarme.

Criterio C – La durata delle alterazioni (sintomi del criterio B) va da 3 giorni ad 1 mese dall’ultima esposizione al trauma.

Criterio D – L’alterazione provoca disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altree aree importanti.

Criterio E – L’alterazione non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza o di un altro disturbo medico.

I soggetti con disturbo acuto da stress presentano di solito pensieri catastrofici circa il loro ruolo nell’evento traumatico (es: senso di colpa), inoltre può verificarsi un peggioramento dei sintomi durante il primo mese, come risultato di ulteriori eventi o fattori stressanti.

In presenza di sintomi clinici rilevanti dopo il termine del mese, si passa alla diagnosi di disturbo post traumatico da stress.

Disturbo da stress post traumatico

I sintomi del disturbo da stress post traumatico (PTSD) possono essere raggruppati in categorie nelle quali rientrano tutte quelle situazioni in cui al soggetto sembra di rivivere l’evento, come ad esempio incubi notturni o situazioni analoghe, quelle che possono contenere tutti quei comportamenti che denotano la volontà del soggetto di evitare aspetti della realtà che potrebbe far riaffiorare il ricordo dell’evento (es: luoghi, oggetti, ecc) ed infine quelle in cui si evidenziano i sintomi che determinano uno stato di maggiore attivazione fisiologica, con conseguenti difficoltà nella concentrazione, disturbi del sonno, stato di allarme continuo o eccessivo. Il PTSD si può manifestare a qualsiasi età, ed in genere i sintomi si palesano entro i primi 3 mesi dopo il trauma, sebbene possa esservi un ritardo prima che siano sodisfatti i criteri per una diagnosi. La ricorrenza dei sintomi può verificarsi in risposta a fattori che suscitano ricordi legati all’evento traumatico.

Criteri diagnostici (i seguenti criteri si riferiscono a adulti, adolescenti e bambini di età superiore ai 6 anni):

Criterio A – Esposizione a morte reale o minaccia di morte, grave lesione oppure violenza sessuale in uno (o più) dei seguenti modi:

  1. Fare esperienza diretta dell’evento/i traumatico/i
  2. Assistere direttamente a un evento/i traumatico/i accaduto ad altri
  3. Venire a conoscenza di un evento/i traumatico/i accaduto a un membro della famiglia oppurea un amico stretto. In caso di morte reale o minaccia di morte di un membro della famiglia o diun amico, l’vento/i deve essere stato violento o accidentale
  4. Fare esperienza di una ripetuta o estrema esposizione a dettagli crudi dell’evento/itraumatico/i (per es., i primi soccorritori che raccolgono resti umani).Nota: Il Criterio A4 non si applica all’esposizione attraverso media elettronici, televisione, film, oimmagini, a meno che l’esposizione non sia legata al lavoro svolto.

Criterio B – Presenza di uno (o più) dei seguenti sintomi intrusivi associati all’evento/i traumatico/i, che hanno inizio successivamente all’evento/i traumatico/i:

  1. Ricorrenti, involontari e intrusivi ricordi spiacevoli dell’evento/i traumatico/i.Nota: Nei bambini di età superiore ai 6 anni può verificarsi un gioco ripetitivo in cui vengono espressi temio aspetti riguardanti l’evento/i traumatico/i
  2. Ricorrenti sogni spiacevoli in cui il contenuto e/o le emozioni del sogno sono collegatiall’evento/i traumatico/i.Nota: Nei bambini, possono essere presenti sogni spaventosi senza un contenuto riconoscibile
  3. Reazioni dissociative (per es. flashback) in cui il soggetto sente o agisce come se l’evento/itraumatico/i si stesse ripresentando. (Tali reazioni possono verificarsi lungo un continuum, incui l’espressione estrema è la completa perdita di consapevolezza dell’ambiente circostante.)Nota: Nei bambini, la riattualizzazione specifica del trauma può verificarsi nel gioco
  4. Intesa o prolungata sofferenza psicologica all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterniche simboleggiano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento/i traumatico/i
  5. Marcate reazioni fisiologiche a fattori scatenanti interni o esterni che simboleggiano oassomigliano a qualche aspetto dell’evento/i traumatico/i.

Criterio C – Evitamento persistente degli stimoli associati all’evento/i traumatico/i, iniziato dopo l’evento/i traumatico/i, come evidenziato da uno o entrambi i seguenti criteri:

  1. Evitamento o tentativi di evitare ricordi spiacevoli, pensieri o sentimenti relativi ostrettamente associati all’evento/i traumatico/i
  2. Evitamento o tentativi di evitare fattori esterni (persone, luoghi, conversazioni, attività,oggetti, situazioni) che suscitano ricordi spiacevoli, pensieri o sentimenti relativi o strettamenteassociati all’evento/i traumatico/i.

Criterio D – Alterazioni negative di pensieri ed emozioni associati all’evento/i traumatico/i, iniziate o peggiorate dopo l’evento/i traumatico/i, come evidenziato da due (o più) dei seguenti criteri:

  1. Incapacità di ricordare qualche aspetto importante dell’evento/i traumatico/i (dovutatipicamente ad amnesia dissociativa e non ad altri fattori come trauma cranico, alcol, o droghe)
  2. Persistenti ed esagerate convinzioni o aspettative negative relative a se stessi, ad altri, o almondo (per es., “io sono cattivo”, “non ci si può fidare di nessuno”, “il mondo è assolutamentepericoloso”, “il mio intero sistema nervoso è definitivamente rovinato”)
  3. Persistenti, distorti pensieri relativi alla causa o alle conseguenze dell’evento/i traumatico/iche portano l’individuo a dare la colpa a se stesso oppure agli altri
  4. Persistente stato emotivo negativo (per es., paura, orrore, rabbia, colpa o vergogna)
  5. Marcata riduzione di interesse o partecipazione ad attività significative
  6. Sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri
  7. Persistente incapacità di provare emozioni positive (per es., incapacità di provare felicità,soddisfazione o sentimenti d’amore).

Criterio E – Marcate alterazioni dell’arousal e della reattività associati all’evento/i traumatico/i, iniziate o peggiorate dopo l’evento/i traumatico/i, come evidenziato da due (o più) dei seguenti criteri:

  1. Comportamento irritabile ed esplosioni di rabbia (con minima o nessuna provocazione)tipicamente espressi nella forma di aggressione verbale o fisica nei confronti di persone ooggetti
  2. Comportamento spericolato o autodistruttivo
  3. Ipervigilanza
  4. Esagerate risposte di allarme
  5. Problemi di concentrazione
  6. Difficoltà relative al sonno (per es., difficoltà nell’addormentarsi o nel rimanereaddormentati, oppure sonno non ristoratore).

Criterio F – La durata delle alterazioni (Criteri B, C, D, E) è superiore a 1 mese.

Criterio G – L’alterazione provoca disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Criterio H – L’alterazione non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza (per es., farmaci, alcol) o a un’altra condizione medica.

Specificare se con sintomi dissociativi: I sintomi dell’individuo soddisfano i criteri per un disturbo da stress post-traumatico e, inoltre, in risposta all’evento stressante, l’individuo fa esperienza di sintomi persistenti o ricorrenti di uno dei due seguenti criteri:

  • Depersonalizzazione: persistenti o ricorrenti esperienze di sentirsi distaccato dai e come se si fosse un osservatore esterno dei propri processi mentali o dal proprio corpo (per es., sensazione di essere in un sogno; sensazione di irrealtà di se stessi o del proprio corpo o del lento scorrere del tempo).
  • Derealizzazione: persistenti o ricorrenti esperienze di irrealtà dell’ambiente circostante (per es., il mondo intorno all’individuo viene da lui vissuto come irreale, onirico, distante o distorto).

Nota: Per utilizzare questo sottotipo, i sintomi dissociativi non devono essere attribuibili agli effetti fisiologici di una sostanza (per es., blackout, comportamento durante un’intossicazione da alcol) o a un’altra condizione medica (per es., crisi epilettiche parziali complesse).

Specificare se con espressione ritardata: se criteri diagnostici non sono soddisfatti appieno entro 6 mesi dall’evento (ancorché l’insorgenza e l’espressione di alcuni sintomi possano essere immediate).

Non tutti gli eventi negativi sono traumatici e non tutti gli eventi traumatici generano sintomi post-traumatici e sofferenza psicologica intensa. Tuttavia quando alcuni eventi espongono l’individuo alla minaccia di vita, si possono innescare delle risposte fisiologiche di difesa che restano attive più del necessario e lasciano l’individuo “bloccato” nel tempo del trauma e “costretto” a riviverne le sensazioni, le emozioni e i pensieri, fino a perdere talora il contatto con il presente. Qui può avvenire la “frattura” dell’identità, l’interruzione della narrazione di sè tra un passato presente e futuro.

Conclusione

Applicare la psicologia al soccorso vuol dire porre l’attenzione sui molteplici risvolti emotivi e psicologici che possono caratterizzare le reazioni di chi interviene in un contesto emergenziale. L’attività del soccorritore, nella quale è necessario coniugare all’estrema competenza professionale anche una buona competenza relazionale ed emozionale, potrebbe risultare molto stressante a causa delle numerose e imprevedibili situazioni di forte impatto psicologico ed emotivo cui è sottoposto. Nonostante tale premessa però questi professionisti hanno sempre dimostrato nelle più diverse occasioni di essere in grado di applicare strategie fondamentali per la buona riuscita del lavoro e per la salvaguardia del proprio benessere fisico e psicologico.

Appare evidente la volontà di miglioramento personale attraverso il ricorso all’esperienza dei colleghi più anziani, alle conoscenze acquisite nelle precedenti calamità, ecc. Ogni individuo ha degli elementi “predisponenti” che possono aumentare la sua vulnerabilità e quindi la possibilità di subire un trauma se costretto ad affrontare un evento fortemente stressante e potenzialmente pericoloso per la propria sopravvivenza, ma possiede anche dei fattori protettivi, la cui comprensione rientra nel concetto di resilienza. Quest’ultima viene definita come la resistenza e la capacità di adattamento ad eventi minacciosi, e può essere considerata come una capacità che si può coltivare nel tempo e modificare con le varie esperienze. Indica quindi l’insieme delle caratteristiche che aumentano le probabilità e le capacità di adattamento di un soggetto dopo un periodo di crisi. Un elemento fondamentale, la cui conoscenza e comprensione è importante per coloro che svolgono professioni di aiuto, o helpingprofession, come quella del Soccorritore.

La clinica e il web (2020) di Gianfranco Manfrida, Valentina Albertini e Erica Eisenberg – Recensione del libro

Avere un attaccamento acritico a consuetudini e idealizzazioni sul setting terapeutico e contrastare tout court la terapia online è un atteggiamento anacronistico. Il progresso tecnico e scientifico deve essere considerato un alleato del terapeuta e non un nemico.

 

Come psicoterapeuti, non possiamo ignorare gli strumenti che abbiamo a disposizione e come questi ultimi siano parte integrante della vita dei nostri pazienti così come della nostra. Gli sviluppi tecnologici si susseguono velocemente, portando con sé cambiamenti sociali e relazionali oltre che tecnologici. Arroccarsi su modi di operare consolidati ritenendoli esclusivi e unici rischia di far metter da parte cambiamenti di mezzi e di contenuti che semplicemente non si possono ignorare. Da questi spunti e dalla pratica clinica nascono le riflessioni di questo libro dedicato ai professionisti che si affacciano ora alla professione così come a quelli di consolidata esperienza: come si colloca la psicoterapia in relazione alla tecnologia? Quali sono le potenzialità e i rischi della terapia online? Quale impatto hanno questi cambiamenti sociologici sulla psicoterapia?

La terapia online: non ci sono scorciatoie

Il tema della psicoterapia online è mai come adesso oggetto di dibattito e riflessioni sia tra gli addetti ai lavori che tra i pazienti. Soprattutto a seguito dell’emergenza Covid-19, lo spostamento forzato al setting virtuale ha smosso parecchi interrogativi. Potenzialità e rischi sono molteplici, a partire da aspetti etici, legali e deontologici ad altre questioni come il livello di alfabetizzazione digitale, la tipologia di disturbo e di paziente, l’ambiente condiviso, il setting clinico meno definito, l’invasione dello spazio personale, i possibili intoppi tecnologici.

Sicuramente il contesto virtuale è ben diverso da quello vis à vis: se in quest’ultimo l’ambiente è pienamente condiviso, nella terapia online si può essere più facilmente distratti da stimoli esterni e non condivisi col nostro interlocutore, sia per terapeuta che paziente. Il setting è destrutturato, virtuale, e quello che non viene condiviso non è solo lo spazio fisico ma quello relazionale. Inoltre, il livello di alfabetizzazione digitale è da valutare quando si propone una terapia anche solo in parte online: non va dato per scontato che tutti i pazienti abbiano dimestichezza con la tecnologia e si sentano a proprio agio con essa. Va considerato anche il tipo di paziente: per gli autori, infatti, se non strettamente necessario, è sconsigliato fare terapia online ai pazienti cosiddetti ‘complessi’ in quanto privarli dello spazio fisico relazionale vuol dire impoverire alcuni aspetti contestuali della relazione terapeutica, fondamentale con questo tipo di pazienti.

Infine, è necessario avere una certa esperienza per condurre una terapia a distanza? Non ci sono dubbi secondo gli Autori: la pratica online è più difficile, soprattutto per i giovani psicoterapeuti, anche quelli nativi digitali. Facilità di accesso e limitazione dei costi non devono ingannare: il setting online richiede una certa esperienza per riuscire a padroneggiare molti elementi peculiari della relazione terapeutica che online possono apparire più sfumati e meno chiari a un terapeuta meno esperto.

L’alfabeto digitale, orientarsi tra le risorse comunicative nella terapia online

In seduta e fuori dalla seduta, gli psicoterapeuti si trovano a confrontarsi con i pazienti attraverso, con, grazie a strumenti digitali. Dal fissare un appuntamento, all’app per condividere gli esercizi fatti, alla videochiamata. Online/offline: le due modalità si rapportano tra loro condizionandosi reciprocamente. Forti del loro background, gli Autori, che afferiscono al Centro Studi Psicologia Relazionale Prato, ci parlano proprio di interazione sistemica tra due mondi che non sono separabili o divisibili.

Questo testo rappresenta un valido contributo sul coniugare efficacemente pratica clinica e tecnologie digitali. Il libro si apre con delle riflessioni di carattere sociologico per poi dedicare uno spazio ad ognuno dei mezzi comunicativi con capitoli specifici: messaggi ed e-mail, emoticon e videochiamate, foto e app sono presi in esame sia per l’utilizzo che ne fanno i pazienti sia per come possono avvalersene con adeguata consapevolezza i terapeuti. Come ogni libro che sia dedicato alla pratica clinica, è ricco di esempi e situazioni cliniche concrete, raccomandazioni teoriche, riflessioni su restituzione e supervisione. Si conclude quindi con delle riflessioni di carattere deontologico.

La sfida per gli psicoterapeuti è quella di utilizzare la tecnologia in modo appropriato e integrare le diverse forme di comunicazione (dal vivo, sms, app di messaggistica, e-mail), in modo che tutto questo insieme concorra all’instaurare una relazione terapeutica proficua per entrambe le parti.

 


EUROPEAN CONFERENCE OF DIGITAL PSYCHOLOGY

ISCRIZIONI APERTE >> Clicca qui per scoprirne di più

cancel