expand_lessAPRI WIDGET

Riprendersi la vita. Dal trauma della malattia al Ben Essere dopo la guarigione (2017) di Elisa Faretta

Elisa Faretta, psicologa e psicoterapeuta, vista la crescente richiesta di supporto a causa di patologie organiche di questi ultimi anni, illustra in questo testo divulgativo l’utilità della terapia EMDR nell’ambito della psiconcologia in maniera pratica e di facile comprensione anche per i non addetti ai lavori. 

 

 Qualsiasi forma di malattia, mentale o fisica, ha un impatto traumatico sulla persona. L’esordio di una patologia come il cancro comporta, nella maggior parte dei casi, una dolorosa frattura nella vita di una persona e di coloro che le sono vicini: è tipica la distinzione tra un prima ed un dopo per chi ha vissuto un evento traumatico, che modifica il modo in cui una persona percepisce sé stessa e il mondo. Numerose ricerche evidenziano come i soggetti colpiti da malattia neoplastica possano sviluppare disturbi riconducibili ad una sintomatologia post-traumatica, oltre che a forme di meccanismi di difesa come il diniego della malattia, spesso fonte di stress cronico. Quest’ultimo influenza, non solo il nostro benessere psicologico, ma anche quello fisico incrementando i processi infiammatori.

Il metodo EMDR, nell’ottica di una prospettiva di medicina integrata, potenzia la resilienza e le risorse interne del paziente, modula lo stress e, al contempo, attiva processi biologici che migliorano la risposta alle terapie; può inoltre aiutare il paziente oncologico a riallacciare un’alleanza con il suo quotidiano, le sue risorse e svelare un potenziale impensato nel qui ed ora. Anche se la sua applicazione in ambito oncologico è relativamente recente, ha dimostrato fin dal principio una grande efficacia.

 Il trattamento EMDR, che ha come nucleo fondante il modello dell’elaborazione adattiva dell’informazione (AIP), è una terapia “evidence-based”, cioè scientificamente validata da ricerche di tipo neuropsicologico attraverso varie tecniche come la TAC, la PET e la risonanza magnetica funzionale. Esso consiste nell’esplorazione delle pregresse esperienze soggettive e nell’elaborazione adattiva, tramite scomposizione e ricostruzione, di ricordi traumatici disadattivi che potrebbero altrimenti provocare ulteriori sofferenze ed un aggravamento del quadro sintomatologico. Al contempo modula la risposta del sistema immunitario, questo accade perché il sistema nervoso reagisce con notevole plasticità alle sollecitazioni a cui è sottoposto e si riorganizza migliorando le proprie funzioni.

Dato che la neoplasia, considerata come evento traumatico, presenta caratteristiche molto specifiche, l’autrice e i suoi collaboratori hanno ideato un protocollo EMDR appositamente studiato per le conseguenze psicologiche legate alla patologia tumorale che tenga conto dei diversi stadi della malattia. In tutte le fasi il supporto va ai pazienti oncologici, così come ai loro familiari e a tutti coloro che sono in stretto contatto con loro.

L’autrice accompagna il lettore verso la consapevolezza che si possa intervenire sulla sofferenza per ricercare una condizione di maggiore BenEssere. Il volume affianca ad una parte teorica numerose testimonianze dei pazienti: storie di malattia, di dolore, di rabbia, ma anche di rinascita, di speranza, di consapevolezza; storie di resilienza e coraggio, insomma storie di vita.

 

Il ruolo dello psicologo nella gestione dell’obesità

Nel trattamento dell’obesità la figura dello psicologo ha un ruolo sommariamente marginale: limitato unicamente alla fase di assessment, tramite colloquio clinico e valutazione psicometrica, e all’individuazione di eventuali fattori di controindicazione per la chirurgia bariatrica.

 

 L’obesità è definita come una patologia cronica multifattoriale di natura metabolica e neuroendocrina, non psicopatologica; motivo per cui spesso viene trascurato il ruolo cruciale dei fattori emotivi connessi a tale condizione clinica (Dalle Grave, Sartirana, El Ghoch & Calugi, 2019). La prevalenza di tale patologia nell’ultimo cinquantennio è triplicata: stimando circa 650 milioni di casi con obesità su scala mondiale (WHO, 2020) e con il 9,8% di soggetti maggiorenni nella popolazione italiana, con una notevole disparità di genere (28,3% maschi, 21,3% femmine; ISTAT, 2016).

La gestione preventiva e mirata del fenomeno risulta, dunque, essenziale sia per migliorare la qualità di vita dei pazienti, sia per ridurre le relative comorbilità psicofisiche e i conseguenti costi per la sanità pubblica (Schutz et al., 2019). Lo stato dell’arte attuale della letteratura scientifica sul trattamento dell’obesità attribuisce alla figura dello psicologo un ruolo sommariamente marginale: limitato unicamente alla fase di assessment, tramite colloquio clinico e valutazione psicometrica, e all’individuazione di eventuali fattori di controindicazione per la chirurgia bariatrica. Sia le linee guida internazionali evidence-based per il trattamento dell’obesità negli adulti (Semlitsch, Stigler, Jeitler, Horvath, & Siebenhofer, 2019), sia le indicazioni fornite dalla Società Italiana dell’Obesità (SIO), ribadiscono la necessità di un trattamento in équipe multisciplinare, all’interno della quale i vari specialisti possano operare in maniera mirata, sinergica e collaborativa (Sbraccia et al., 2016). Nonostante ciò, il ruolo effettivo attribuito allo psicologo non assume ancora la centralità necessaria; infatti in letteratura non sono ancora presenti pubblicazioni che attestino il consenso dello psicologo nel trattamento dell’obesità; in quanto questa figura viene coinvolta solo quando si presentano quadri clinici con comorbiltà conclamate (es. gravi disturbi alimentari), per interventi brevi e focalizzati (Donini et al., 2016).

La letteratura è concorde nell’affermare che una variabile cruciale, ai fini del trattamento, è la motivazione del paziente al cambiamento: al quale viene richiesto di scardinarsi dal suo precedente stile di vita e dalle consolidate abitudini quotidiane, vissute ormai alla stregua di automatismi. Risulta, dunque, fondamentale innescare un solido ingaggio terapeutico a partire dalle prime fasi (Dansinger, Gleason, Grifth, Selker, & Schaefer, 2005; Makris & Foster, 2011).

 Nei programmi riabilitativi attuali per il trattamento dell’obesità risulta totalmente carente l’analisi dei processi cognitivi sottostanti che possono inficiare l’aderenza del paziente al cambiamento. Si tratta di un limite estremamente impattante e iatrogeno, che può implicare la perdita d’efficacia di tutti gli altri interventi implementati all’interno di un’équipe multidisciplinare (Calugi et al., 2020). A tal proposito molteplici trial clinici, eseguiti in Italia nell’ultimo quindicennio, hanno dimostrato che molti processi cognitivi sono significatamene associati al drop-out; per svariate motivazioni tra cui: obiettivi terapeutici troppo elevati (es. aspettative perdite di peso maggiori o insoddisfazione dei risultati raggiunti), eccessiva restrizione cognitiva o difficoltà nel mantenimento del peso (Calugi, Marchesini, El Ghoch, Gavasso, & Dalle Grave, 2017; Marchesini, Marzocchi, & Dalle Grave, 2006).

Un fattore che si è rivelato notevolmente iatrogeno è stato la continua riduzione semplicistica alla mancanza di volontà del paziente come unico ostacolo alla buona riuscita del trattamento, senza minimamente analizzare le emozioni e le cognizioni connesse alla sua condizione; esacerbando, dunque, stigma e sensi di colpa preesistenti (Carels, Cacciapaglia, Douglass, Rydin & O’Brien, 2003). Negli ultimi anni la ricerca ha ripetutamente focalizzato l’attenzione su quanto l’incombenza dello stigma interiorizzato vada a incrementare la frequenza di comportamenti disfunzionali quali: episodi di abbuffate, riduzione dell’esercizio fisico, ritiro sociale e soprattutto evitamento della richiesta d’aiuto a specialisti (Puhl, Himmelstein, & Quinn, 2018).

Risulta, dunque, evidente che la mera psico-educazione sui comportamenti salutari da adottare non risulta sufficiente per affrontare la complessità di tali quadri clinici; a tal proposito risulta necessario ed urgente riconsiderare e nobilitare il ruolo dello psicologo nel trattamento multidisciplinare dell’obesità; in quanto è l’unico a detenere le competenze specifiche per comprendere, riconoscere e affrontare la complessità dei processi cognitivi sottostanti al quadro clinico. Risulta opportuno ribadire che le competenze richieste per il trattamento specifico dell’obesità non sono quelle di uno psicologo generico, bensì di chi abbia ricevuto una formazione specifica nell’ambito; finalizzata alla conoscenza approfondita del fenomeno e delle sue complicanze mediche e psicosociali. Tale formazione necessita un notevole dinamismo e costante aggiornamento, al fine di aiutare il paziente ad affrontare tutti gli aspetti di natura emotiva, cognitiva e comportamentale connessi alla perdita e al mantenimento del peso (Calugi et al., 2021).

 

La prevenzione del declino cognitivo: il ruolo delle nuove app

La maggiore aspettativa di vita degli ultimi decenni ha aperto una sfida per la sanità: garantire una buona qualità di vita durante l’invecchiamento. In questa sfida riveste un ruolo centrale la prevenzione ed il rallentamento del declino cognitivo.

 

 Recentemente sono stati pubblicati i risultati di una ricerca, coordinata dall’Università di Torino e finanziata dall’Unione Europea, che valuta i benefici della stimolazione cognitiva attraverso le app. Queste propongono esercizi mentali utilizzando vari giochi, inoltre incoraggiano l’attività fisica e consigliano un corretto stile di vita.

Il declino cognitivo è la perdita di una o più funzioni cognitive, cioè di quei processi del pensiero, fondamentali ed indispensabili, che si applicano alla comprensione ed all’apprendimento di una grande varietà di fenomeni e di compiti (Rosaleen A. Mc Carthy, Elisabeth K. Warrington 1990).

La maggiore aspettativa di vita degli ultimi decenni ha aperto una sfida per la sanità: garantire una buona qualità di vita durante l’invecchiamento. In questa sfida riveste un ruolo centrale la prevenzione ed il rallentamento del declino cognitivo.

Le malattie neurodegenerative che causano un’alterazione delle funzioni cognitive oltre ad essere molto diffuse, in Europa ci sono circa 9 milioni di pazienti con demenza, sono precedute da un periodo preclinico in cui i sintomi sono lievi ma i meccanismi patogenetici sono attivi.

Secondo quanto indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel 2019 ha pubblicato le linee guida per la riduzione del rischio di declino cognitivo e di demenza, per la prevenzione e il rallentamento della neurodegenerazione sono fondamentali un buono stile di vita ed una adeguata attività fisica. Inoltre varie ricerche testimoniano l’efficacia degli esercizi mentali nel prevenire e rallentare il declino cognitivo (Ngandu T.,Lehtisalo J., Soloman A. et al. 2015) .

Recentemente sono stati pubblicati i risultati di un progetto di ricerca, sostenuto economicamente dall’Unione Europea e denominato My-AHA, guidato dall’Università di Torino, che si è concretizzato grazie alla partecipazione di diversi istituti di ricerca e società che si occupano di tecnologia dell’informazione e comunicazione. Questo studio ha portato alla creazione di una piattaforma che, includendo diverse app, permette di monitorare le condizioni di salute e suggerisce attività utili per prevenire e migliorare il deficit cognitivo.

Il progetto si è realizzato attraverso un’ampia scelta di soggetti in diversi paesi (Italia, Spagna, Austria, Giappone e Australia).  Successivamente, grazie ad un attento screening, sono stati selezionati per lo studio, 200 individui ultrasessantacinquenni che presentavano uno stato di pre-instabilità psicofisica e sociale. In una prima fase è stata validata la piattaforma, successivamente sono stati creati due gruppi ciascuno composto da 100 individui.

 I soggetti sono stati monitorati, tramite la piattaforma, rispetto a diverse variabili: l’attività fisica, cognitiva, sociale, l’alimentazione ed il sonno.

Per il primo gruppo l’uso della piattaforma è stato limitato al semplice monitoraggio, mentre i 100 partecipanti appartenenti al secondo gruppo, oltre ad essere monitorati, hanno avuto a disposizione sullo smartphone le app My-AHA così hanno potuto utilizzare i giochi pensati per stimolare le funzioni cognitive ed i programmi realizzati per incoraggiare un corretto stile di vita. Hanno partecipato, come suggerito dalle app, ad attività sociali, sono stati stimolati a realizzare una corretta alimentazione, attività fisica ed igiene del sonno.

Dopo un anno di attività è stata effettuata una prima comparazione dei dati raccolti in entrambi i gruppi. Utilizzando un’apposita scala di misurazione, è stato possibile dimostrare un peggioramento della qualità di vita nel primo gruppo di soggetti, che non aveva utilizzato le app della piattaforma. Invece per tutti coloro, appartenenti al secondo gruppo, che hanno seguito la stimolazione cognitiva ed i consigli di My-AHA si è evidenziato un buon mantenimento delle condizioni di vita. Inoltre, dal punto di vista statistico, la differenza registrata tra i due gruppi è risultata significativa. Infine, i soggetti del secondo gruppo oltre a raggiungere una maggiore appropriatezza nell’alimentazione hanno avuto anche una trasformazione in positivo dell’umore.

Questo progetto dimostra come la tecnologia dell’informazione e comunicazione può essere d’aiuto nell’assistenza all’anziano. Inoltre conferma come l’intervento precoce, nel decadimento cognitivo, permetta di mantenere più a lungo una buona qualità di vita, infine indica come la prevenzione ed il rallentamento del decorso delle malattie neurodegenerative, quali l’Alzheimer e le altre demenze, sia legato all’intervento su vari fattori: attività fisica, funzione cognitiva, stato psicologico e sociale.

 

Il corpo non dimentica. L’io motorio e lo sviluppo della relazionalità (2020) di Massimo Ammaniti e Pier Francesco Ferrari – Recensione del libro

Sottraendo terreno al divario tra corpo e mente, movimento e cognizione, psicoanalisi e neuroscienze, Il corpo non dimentica propone una prospettiva integrativa che tenta la strada di un audace e auspicabile dialogo proficuo.

 

Il corpo offeso, il mito e l’assenza di cure

 Il corpo non dimentica. L’io motorio e lo sviluppo della relazionalità, nato dall’integrazione degli interessi e delle competenze di Massimo Ammaniti e Pier Francesco Ferrari, è un testo sull’origine e sull’evoluzione della relazionalità, in cui il corpo assume la centralità a lungo negatagli. Sottraendo terreno al divario tra corpo e mente, movimento e cognizione, psicoanalisi e neuroscienze, il testo propone una prospettiva integrativa che tenta la strada di un audace e auspicabile dialogo proficuo.

Gli autori aprono l’itinerario che conduce a scandagliare le origini della relazionalità riconoscendo al mito l’abilità di narrare con perizia il posto assegnato dall’uomo all’“altro” e invitando il lettore a rintracciare nelle storie dei suoi illustri protagonisti un racconto del corpo alle prese con gli urti, i danni, le riparazioni e le possibilità evolutive biologico-sociali cui è andato incontro.

Come fanno notare Ammaniti e Ferrari (2020),

In essi la nascita è al centro dello scenario e nella maggior parte dei casi si tratta di una nascita traumatica segnata dai conflitti e dai misfatti della famiglia e della comunità, e resa ancor più drammatica dall’abbandono e dalla soppressione dei neonati. (p. 3)

In queste storie la nascita, una pericolosa minaccia per il potere paterno, costituisce la costante comune ed è accompagnata dagli abusi e dall’abbandono subiti dai nascituri, mentre non è affrontato l’impatto dell’assenza delle cure nel periodo neonatale.

Infatti, non solo nel mito, e per molto tempo a seguire, è stato piuttosto scarso l’interesse verso le prime interazioni madre-bambino. È stato il pioneristico contributo dello psicoanalista René Spitz ad aprire un interessante campo di osservazione sulla funzione svolta da questa precoce interazione. Segnalando la necessità delle cure materne per la loro capacità di regolare lo sviluppo fisico e psichico del bambino, Spitz denuncia le profonde e talvolta fatali ripercussioni causate dalla sua deprivazione, aprendo la strada a successivi studi.

Se quindi per un certo tempo il corpo non è stato un oggetto di studio attraente, soprattutto relativamente al ruolo ricoperto nella costruzione della relazione madre-bambino, essere riusciti a raccontare la vita che cresce nel grembo materno e il modo in cui si costruisce il nostro essere nel mondo e con l’altro è senz’altro un traguardo che non dobbiamo dimenticare.

Una spinta decisiva alla possibilità di avvicinarsi all’inavvicinabile è stata promossa dall’integrazione dei contributi di diversi ambiti di studio come la psicoanalisi, le neuroscienze, la psicologia dello sviluppo e l’Infant Research, che nello studio della diade umana, e non solo, hanno tentato di definire lo sviluppo, i processi biologici, le specifiche dinamiche interattive, nonché la loro universalità e i successivi adattamenti culturali.

Prendendo in considerazione il primo aspetto, quello che tenta di spiegare le basi e le trasformazioni della relazionalità, una prima considerazione importantissima da fare, prima di procedere oltre, è quella di tenere ben presente l’esistenza di una continuità tra la vita prenatale e post-natale. Ammaniti e Ferrari conducono, infatti, lo sguardo del lettore proprio in questa direzione, collocando in primo piano l’importanza che riveste lo sviluppo del sistema nervoso nella comprensione dello sviluppo motorio, cognitivo e sociale dell’uomo.

L’ambiente materno, lo sviluppo del sistema motorio e della relazionalità

Nel grembo materno il feto manifesta i primi comportamenti esplorativi dell’ambiente uterino, ma anche di se stesso e dell’altro, manifestando precoci abilità motorie che saranno imprescindibili nella vita neonatale. Ribaltando, infatti, le posizioni precedenti, che dichiaravano una presenza esclusiva di riflessi nel feto, l’impiego degli ultrasuoni ha reso possibile osservare la presenza di un’intenzionalità già a partire dalla vita fetale.

Gli studi condotti sull’attività motoria del feto, e in particolare quelli che riguardano la cinematica del movimento, come pure gli studi sulla risposta alla voce materna, hanno rilevato una precocissima ricerca di contatto da parte del feto, rintracciando in questi primissimi comportamenti i precursori delle successive competenze sociali del bambino.

Inoltre, non è passata inosservata la bidirezionalità e la complessità della comunicazione costruita e dunque l’influenza esercitata dall’interazione dei fattori psico-biologici materni e fetali sul successivo sviluppo del bambino.

Tuttavia, per quanto sia noto che le esperienze emotive e stressanti materne possano influenzare la maturazione del feto, membro attivo nella relazione e che manifesta di rispondere in modo specifico a queste esperienze, risultano da chiarire ancora molti aspetti circa i meccanismi responsabili.

Mostrare, dunque, una maggiore sensibilità e attenzione nei confronti del periodo gestazionale potrebbe senz’altro aiutarci a chiarire meglio quello che accade in questa condizione di reciproca influenza in cui sembra verificarsi, come fanno notare Ammaniti e Ferrari (2020), “una modulazione epigenetica dei sistemi sensoriali, scheletrici e cerebrali del feto che prepara la transizione all’ambiente postnatale” (p.36).

Nel passaggio dall’ambiente uterino a quello extra-uterino, infatti, è richiesta al neonato un’elevata e rapida capacità di adattamento che dimostra di possedere. Le modalità interattive ed esplorative sperimentate in utero lo sostengono nel suo processo di adattamento, diventando nel tempo sempre più coordinate e complesse.   Quest’aspetto ha inevitabilmente sollevato un crescente interesse verso l’importanza ricoperta dal sistema motorio nella costruzione delle basi dell’intelligenza sociale.

A questo proposito, è stata importantissima la scoperta del sistema dei neuroni specchio, da parte di Rizzolatti e della sua équipe – cui è seguita un’imponente mole di studi, che ha identificato un loro coinvolgimento nella comprensione delle emozioni e nell’apprendimento per imitazione – per aiutarci a comprendere il ruolo di questo, ormai sistema di cellule, nella costruzione delle nostre competenze sociali.

Un’efficace e sintetica spiegazione della profonda rilevanza di questa scoperta mi sembra ben illustrata nelle parole di Ammaniti e Ferrari (2020) quando sostengono:

Le azioni altrui non sono interpretate, come saremmo portati a credere, attraverso processi cognitivi basati sulla mera analisi sensoriale degli avvenimenti, una sorta di meccanismo inferenziale e induttivo degli stati e degli atteggiamenti altrui, ma attraverso un sistema di rappresentazioni motorie condivise che rimappano sul corpo azioni, emozioni e sensazioni. (p.111)

Quello che, infatti, possiamo facilmente osservare sulla vita postnatale è come l’interazione tra madre e bambino avvenga sin dall’inizio attraverso gli sguardi, le espressioni facciali, i sorrisi, le carezze e i vocalizzi che vanno a costituire quell’intimo dialogo che lega ciascun membro della diade all’altro.

Per aiutare il lettore a comprendere meglio i meccanismi sottostanti a questi primissimi scambi, nei quali possiamo osservare nel tempo una migliore sintonia tra madre e bambino, gli autori selezionano due modelli: il modello di Watson e il modello di Murray e Ferrari.  Il primo, colloca in primo piano la sensibilità dei bambini alla contingenza temporale dei genitori e come una maggiore o minore contingenza influenzerà il comportamento del bambino e la capacità di apprendere dall’esperienza. Il secondo, evidenzia la predisposizione dei bambini a rispondere ad alcuni comportamenti dei genitori, in particolare quelli imitativi e di marking. Quest’ultimo modello – che prende il nome di modello “dell’Architettura Funzionale” – attribuisce la costruzione delle competenze sociali all’integrazione tra la predisposizione del bambino verso specifici comportamenti del genitore e la capacità intuitiva del genitore di rispondere ai comportamenti del bambino.

Come ho anticipato in precedenza, se da una parte le espressioni facciali costituiscono una parte del flusso comunicativo tra madre e bambino che conosciamo, dall’altra, l’aspetto che potrebbe essere meno noto è il ruolo organizzativo di questi specifici comportamenti di rispecchiamento.

L’imitazione da parte della madre del comportamento del bambino, infatti, agisce come promotore di comportamenti sociali positivi come il sorriso. Diversamente, quando la madre invece rimarca il comportamento, è l’introduzione di una rielaborazione del comportamento stesso a consentire al bambino non solo di imparare a dare un significato al proprio comportamento e all’emozione associata, ma anche di comprendere che esiste una la differenza tra se e la madre.

 Le evidenze sino ad ora disponibili, raccolte anche da studi di etologia umana, infatti, hanno rilevato proprio nei sorrisi, negli occhi spalancati e nelle sopracciglia inarcate i comportamenti universali dell’interazione madre-bambino, per quanto la cultura, fattori socioeconomici e individuali possano incidere su di essi determinando la propensione per alcuni comportamenti, piuttosto che altri.

Si comprende bene, allora, quanto la qualità di questi primissimi scambi condizioni non solo lo sviluppo fisico, ma anche lo sviluppo emotivo del bambino e la sua capacità di autoregolarsi.

Più precisamente, in presenza di specifiche condizioni cliniche dei genitori o dei bambini è stata identificata un’alterazione negli scambi con conseguenze anche a lungo termine. Tuttavia, questi studi hanno individuato anche, pensiamo a condizioni come la cecità congenita dei bambini, un aspetto che trovo affascinante ed emozionante allo stesso tempo, e che riguarda l’impiego di altri canali di comunicazione da parte di entrambi membri della diade per compensare il canale deficitario, impedendo a quest’ultimo di compromettere la relazione.

Le interazioni madre bambino e la nascita dell’intersoggettività

Come anticipato in precedenza, la psicoanalisi ha avuto un ruolo sicuramente importante nel richiamare l’attenzione sul legame tra il corpo e la relazionalità. Già Freud aveva pensato all’Io come a “un derivato di sensazioni corporee”, ma la sua posizione, dominata dalla pulsionalità, aveva creato un terreno che si sarebbe rivelato stabile per molto tempo. Solo in un secondo momento, l’attenzione della psicoanalisi è mutata da un prevalente interesse nei confronti della dimensione intrapsichica verso una relazionale, portando alla nascita di nuove correnti che avrebbero nutrito e studiato con un crescente interesse proprio l’importanza delle primissime relazioni sullo sviluppo dell’uomo.

A partire dai contributi degli psicoanalisti Spitz, Mahler e Winnicott, per citarne solo alcuni, la psicoanalisi ha proposto contributi in cui l’intrecciarsi dei mondi soggettivi ha assunto una posizione sempre più dettagliata e centrale definendo la sua influenza sulla costruzione dello sviluppo del sé e nella conoscenza dell’altro.

È stata, però, la corrente intersoggettiva di Stern, Beebe e Lachmann, nata in un’area d’intersezione tra la psicoanalisi e la psicologia dello sviluppo, a richiamare, con una visione che non intendeva penalizzare l’influenza dell’ambiente sullo sviluppo, l’attenzione verso l’esistenza di un costante dialogo intersoggettivo tra madre e bambino. Descrivendolo come il risultato di un complesso coordinarsi di rispecchiamento, ritmo, sincronia, condivisione di stati affettivi, attese, rotture e riparazioni ha chiarito come ciascun membro della diade impara a fare esperienza di se stesso e dell’altro e la organizza per poterla utilizzare successivamente. Più nel dettaglio, quando questa prospettiva sofferma la sua attenzione sul bambino, segnala come quest’ultimo arrivi a questa possibilità interattiva sfruttando la sua capacità di tradurre gli stimoli percepiti in una modalità sensoriale, in una modalità sensoriale differente. In questo complesso scambio non verbale, riconosce la rilevanza rappresentata dall’affetto trasmesso, che viene immagazzinato in uno specifico schema d’interazione e a cui è possibile riconoscere un valore adattivo. Diventa, dunque, sempre più plausibile pensare a una caratteristica predisposizione alla relazione nell’uomo che inevitabilmente ci conduce a riflessioni di ordine ontogenetico, filogenetico ed epigenetico.

Lo sviluppo del sistema nervoso autonomo e il legame di attaccamento

Restando all’interno degli studi sulle interazioni precoci gli autori consegnano al lettore, nell’ultima parte del loro libro, l’analisi dello sviluppo della relazionalità da un punto di vista prevalentemente filogenetico. Non è difficile comprendere come in questo spazio l’attenzione si soffermi sul tema della sopravvivenza della specie e sul legame tra sicurezza e fiducia e attaccamento.

Studiare i primati ha permesso di individuare nell’allattamento, nel lento sviluppo del cucciolo e nel tempo impiegato per la cura parentale, importanti fattori che hanno contribuito allo sviluppo di relazioni sociali più complesse ed estese e che hanno condotto a comportamenti aggregativi e sociali sempre più evoluti.

Non solo, le competenze sociali sembrano essersi evolute in parallelo alla trasformazione del sistema nervoso autonomo e, a questo proposito, Ammaniti e Ferrari segnalano i contributi di Porges, il quale attribuisce al sistema vagale ventrale un importante ruolo nello sviluppo delle competenze sociali.

Per tornare agli studi sulle prime relazioni tra madri e cuccioli, in cui l’etologia ha avuto un ruolo assolutamente centrale, pensiamo alle ricerche condotte da Lorenz, Hinde, Harlow, Hofer, Bowlby è stato possibile osservare un comportamento comune nei cuccioli quando cercano la prossimità con la figura di riferimento o s’impegnano a mantenerla per proteggersi dalle situazioni di pericolo. Un tale comportamento, che non mostra di dipendere dal bisogno di nutrimento, ha consentito agli stessi studiosi di ipotizzare che sia implicato nella sopravvivenza. Non solo, il cucciolo mostra una risposta specifica di attivazione se separato dalla madre e che torna in equilibrio solo nel momento in cui si ricongiunge ad essa. Questi studi, e quelli condotti sull’uomo, hanno condotto Bowlby ad affermare che è possibile riconoscere in questi comportamenti di attaccamento, che accomunano gli uomini e gli animali, un sistema motivazionale innato necessario per la sopravvivenza e capace di segnare il successivo sviluppo.

Dopo questa ricca, e per certi aspetti complessa, rassegna di studi, sen non altro per la densità di dati che Ammaniti e Ferrari propongono al lettore, un ultimo spazio, prima di tradurre le scoperte biologiche sul piano clinico è riservato alla presentazione della trasformazione che ha investito i numerosi ambiti di studio, verso l’emergente interesse nei confronti dello sviluppo delle competenze sociali.

Raccogliendo i contributi provenienti dalla psicologia, dalla psicoanalisi, dalla biologia, dalla filosofia e dalle neuroscienze, gli autori presentano al lettore un vasto repertorio di studi in cui, il corpo “rappresenta il primum movens dell’uomo”, da cui nascono e si trasformano le competenze sociali.

In questo nuovo contesto di studi, che riconosce al bambino una predisposizione al contatto sociale molto precoce, il rapporto tra inconscio e la conoscenza implicita ha dato vita a visioni per certi aspetti contrastanti e in costante trasformazione, e coinvolte a richiamare l’attenzione verso le implicazioni cliniche di queste scoperte.  A tale scopo, Ammaniti e Ferrari terminano il loro testo offrendo al lettore la possibilità di cogliere i costrutti teorici presentati osservandoli, anche se solo attraverso un frammento clinico, nel contesto terapeutico.

Conclusioni e possibili aperture

Il corpo non dimentica. L’io motorio e lo sviluppo della relazionalità, nel suo modo di procedere, a mio avviso, costruito per catturare l’interesse di una platea di professionisti, condensa al suo interno l’intento di farsi promotore di un’attenzione più estesa e minuziosa verso le domande aperte, i punti fermi e le contraddizioni che riguardano, un campo d’indagine, come quello delle relazioni precoci e il suo legame con il corpo, che ha promosso il dialogo tra discipline con posizioni in taluni casi apertamente ostili, in altri più disponibili a un curioso incontro.

Con il suo focus sul legame tra corpo e sviluppo relazionale, Il corpo non dimentica, l’io motorio e lo sviluppo della relazionalità, rintraccia negli ultimi contributi della cognizione incarnata, una visione che, trasformando completamente le precedenti posizioni sullo sviluppo cognitivo e sociale dell’individuo, riconosce al corpo e alla sua relazione con l’ambiente il suo più affascinante ruolo autoregolatorio e relazionale, la cui conoscenza ha inevitabili ricadute anche nel contesto relazionale terapeutico.

 

Lo stato della mente (2017). Diretto da Jon Avnet con Richard Gere – Cinema & Psicoterapia

Lo stato della mente (2017). Diretto da Jon Avnet con Richard Gere. Il film è basato sul libro The Three Christs of Ypsilanti di Milton Rokeach.

Trama

Il Dr. Alan Stone, presidente dell’American Psychiatric Association, intorno agli anni sessanta del secolo scorso svolge un esperimento nell’ospedale Ypsilanti su tre pazienti schizofrenici che ritengono di essere Gesù Cristo.

L’esperimento si basa su metodi di cura rivoluzionari, una psichiatria che prende spunto da quanto Ronald Laing nel suo libro più famoso, più volte citato, Il sé diviso, sostiene: il concetto di normalità non esiste perché molte persone “normali” costruiscono falsi io per confrontarsi con la realtà.

Banditi i controproducenti metodi caratterizzati dalla contenzione e dall’elettroshock, Stone cerca, contrastato dal mainstream della psichiatria dell’epoca, di introdurre procedure di cura umanistiche, alla ricerca del significato del delirio con il quale i pazienti danno senso alle esperienze traumatiche e agli eventi avversi che hanno contrassegnato la loro storia di vita. Ottiene così dei buoni risultati, ma l’ostinazione, l’invidia e l’ambizione di qualche collega generano un finale drammatico.

Motivi d’interesse

L’esperienza esistenziale può essere scissa nel rapporto con gli altri, con il mondo e con se stessi. La schizofrenia è una malattia nella quale per un periodo superiore a sei mesi si manifesta una persistente serie di sintomi di alterazione delle funzioni cognitive e percettive, del comportamento e dell’affettività con forte disadattamento della persona e compromissione significativa delle normali attività di vita. Deliri e allucinazioni, pensieri e discorsi disorganizzati si manifestano in genere in età adulta. Sintomi positivi e negativi possono essere presenti alternativamente o in co-occorrenza. L’intervento precoce con somministrazione di farmaci, psicoterapia e riabilitazione consente di ridurre i rischi di una cronicizzazione della malattia e può restituire alla persona una buona qualità di vita.

Molti passi, infatti, sono stati compiuti nella cura della schizofrenia. Oggi disponiamo di farmaci efficaci nel trattare la sintomatologia e i risultati della ricerca ci hanno offerto strumenti e tecniche di cura e per la riabilitazione che permettono una recovery piena nei casi meno gravi.

Alla base delle procedure di trattamento, dalla Legge Basaglia in poi, vi è una visione che fa dell’inclusione e della lotta allo stigma i cardini del recupero.

“La distanza fra assoluto e relativo, quando il valore proposto come unico sia assoluto, serve a rendere assolutamente relativa (quindi vuota, inutile, priva di significato) ogni azione agli occhi di chi agisce; serve a far accettare supinamente e acriticamente la condizione disumana in cui si vive (F. Basaglia, Introduzione a “La salute mentale in Cina” di Gregorio Bernam, Einaudi 1972).

Contro quest’assolutizzazione della malattia mentale Basaglia impostò la sua riforma e considerò l’individuo nella sua globalità per riportare la persona alle sue piene potenzialità, recuperando la dignità del malato e il rapporto umano con chi lo cura. Chi cura deve ascoltare e rinunciare a ogni certezza precostituita, salvaguardare la persona del malato dal potere dell’istituzione.

Il film rende evidente questa impostazione adottata da Stone e la mette in contrasto con chi di quel potere abusa.

Indicazioni per l’utilizzo

La visione può essere proposta agli operatori della salute mentale, alle associazioni dei familiari dei malati e ai pazienti per favorire una discussione aperta. Non dimentichiamo ciò che il film e l’esperimento propone, perché ancora oggi rappresenta un monito per chi opera nel campo della salute mentale.

All’autore dello studio, Milton Rokech, l’APA conferì il prestigioso Premio “Kurt Lewin”.

 

LO STATO DELLA MENTE – Guarda il trailer del film:

La coppia e i suoi affanni – Report dal seminario online

Durante il seminario del 26 marzo si è trattato il vasto argomento della coppia. Il confronto che ne è scaturito ha preso in esame tematiche tra loro interconnesse come, ad esempio, la scelta del partner, l’influenza delle famiglie di origine, l’infedeltà, le difficoltà di comunicazione.

 

 La relazione di coppia rappresenta un’area di lavoro molto delicata e complessa per lo psicoterapeuta. In un incontro tenutosi lo scorso 26 marzo e organizzato dall’I.I.P.R. (Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale), nell’ambito della rassegna online Systemic Dialogues,  la professoressa Valeria Ugazio, psicologa e psicoterapeuta, direttrice dell’European Institute of Systemic-relational Therapies, e il prof. Camillo Loriedo, psichiatra e psicoterapeuta, direttore dell’Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale di Roma, si sono confrontati sulle modalità di trattamento dei problemi di coppia.

Il dialogo, mediato dalle domande poste ad entrambi gli esperti, ha preso in esame una molteplicità di aspetti, nell’ottica di sviscerare le peculiarità del lavoro terapeutico con le coppie. Il confronto che ne è scaturito ha preso in esame, attingendo dall’esperienza di lungo corso dei due clinici, tematiche tra loro interconnesse, quali, a titolo esemplificativo, la scelta del partner, l’influenza delle famiglie di origine, l’infedeltà, le difficoltà di comunicazione. A seguire vengono riportati alcuni degli spunti e delle riflessioni emerse.

La scelta del partner è condizionata da molteplici variabili; è difficile prevedere quali dinamiche porteranno due persone a costituire una coppia, ma è possibile riflettere retrospettivamente sugli elementi che hanno indotto i partner a stabilire una relazione. Rispetto a questo elemento la professoressa Ugazio propone come chiave di lettura delle dinamiche di coppia il modello, da lei elaborato, delle polarità semantiche, rispetto al quale mette in luce ed analizza le aspettative e i bisogni, sia consapevoli che inconsapevoli, che hanno portato i partner a costituirsi come coppia.

Nel lavoro di coppia nulla è scontato e possono verificarsi dei cambiamenti notevoli rispetto alla situazione in cui la terapia prende avvio; ad esempio conflitti apparentemente insanabili possono lasciare il posto ad una rinnovata alleanza di coppia, in modo particolare nelle coppie che hanno vissuto, nella fase di formazione della coppia, un’esperienza di genuino innamoramento. È meno probabile che i medesimi cambiamenti repentini possano verificarsi nel lavoro con le famiglie.

In questo quadro il terapeuta è chiamato a destreggiarsi in un complesso gioco di equilibri con i due partner, ridimensionando il narcisismo connaturato al proprio ruolo, rispetto alle dinamiche nelle quali viene coinvolto.

 Il conflitto, sia manifesto che latente, gioca delle dinamiche di coppia un ruolo fondamentale; in linea di massima un conflitto è costruttivo quando non scade nell’attacco personale, allontanandosi dai contenuti, e quando conduce ad una reale chiarificazione delle istanze reciproche.

Le emozioni nella coppia sono molto più incandescenti di quanto accada nel lavoro con le famiglie, cosa dovuta, in parte, al fatto che nel caso della terapia familiare il lavoro tende a concentrarsi su temi legati ai figli e al ruolo genitoriale e i problemi che hanno portato la famiglia a richiedere un trattamento terapeutico vengono dichiarati con maggiore facilità, mentre nel caso della terapia di coppia di frequente i problemi reali vengono esplicitati a fatica.

Anche nel momento in cui si verifichino dei conflitti molto accesi può succedere che la teatralità dello scontro funga quasi da diversivo per evitare di prendere contatto con reali difficoltà presenti nella coppia. Ciò accade perché il sistema coppia è più fragile del sistema famiglia, cosa che determina il timore inconsapevole di avvicinarsi alla reale fonte dei problemi di coppia, rischiando la rottura del legame.

Nel lavoro con le coppie di frequente l’influenza delle rispettive famiglie di origine dei due partner acquista peso tanto che, in situazioni estreme in cui i confini tra la coppia e le famiglie di origine risultano quasi inesistenti, il terapeuta può decidere di allargare il setting convocandole in terapia, in modo da rendere più esplicite determinate dinamiche.

Se, invece, i confini, anche se poco solidi, esistono, il terapeuta può cercare di rafforzarli chiedendo alla coppia di mantenere il segreto sulla terapia in corso, in modo da proteggere il setting da interferenze che possano sabotare il processo terapeutico.

Alcune delle problematiche manifeste che inducono le coppie a ricorrere ad un percorso terapeutico sono le seguenti: escalation di conflitti, tradimenti, relazioni online con altre persone, problemi di natura sessuale. Una situazione che predispone al tradimento è l’assenza, tra i partner, di reale intimità; in alcuni casi il tradimento può rappresentare, a livello inconsapevole, una forma di mantenimento delle distanze, che serve a proteggere da un coinvolgimento percepito come eccessivo.

In questo quadro per intervenire su di un problema relazionale diventa d’obbligo, per forza di cose, andare a scardinare un equilibrio preesistente che è stabile, per quanto disfunzionale.

In ultima analisi il lavoro con le coppie rappresenta, per il terapeuta, un terreno in cui il benessere del singolo si intreccia a quello comune; la coppia diventa a rischio di rottura quando i cambiamenti nelle dinamiche relazionali della famiglia rendono quel rapporto “superato”, rendendo necessaria la ricerca di un nuovo equilibrio e la conseguente ridefinizione del patto coniugale.

 

Resilienza e crescita post-traumatica a seguito di polivittimazione subita in tarda età

L’impatto della polivittimizzazione in età avanzata è stato studiato poco dalla letteratura. Subire abusi in tarda età aumenta notevolmente il rischio di lesioni fisiche e insorgenza di psicopatologia, in particolare depressiva, che incrementano il numero dei ricoveri oltre che il rischio di mortalità, ed in alcuni casi, morte prematura. 

 

 L’abuso rivolto agli anziani, con una prevalenza stimata tra il 2% e l’11% (Brent, 2015), è considerato un atto che provoca un danno attuale o potenziale; come la mancata fornitura di un servizio essenziale, o la privazione dei bisogni di base dell’anziano, da parte di un individuo con il quale detiene un rapporto di fiducia (Burnes et al., 2016).

Nel caso in cui gli abusi siano differenti, concomitanti o sequenziali, perpetrati da uno o più autori, si parla di polivittimizzazione; ad esempio venire abbandonati dopo essere stati allontanati da un autore di violenza sessuale (Ramsey-Klawsnik, 2017).

Nonostante la sua gravità, l’impatto della polivittimizzazione in età avanzata è stato studiato poco dalla letteratura. Subire abusi in tarda età aumenta notevolmente il rischio di lesioni fisiche e insorgenza di psicopatologia, in particolare depressiva, che incrementano il numero dei ricoveri oltre che il rischio di mortalità, ed in alcuni casi, morte prematura (Yan et al., 2015).

Gli effetti possono manifestarsi diverso tempo dopo la fine dell’abuso, con l’emergere di una grave mancanza di autostima, sentimenti di impotenza, fino all’insorgenza del disturbo da stress post-traumatico (Ramsey-Klawsnik, 2017). Tale psicopatologia, se insorta in età tardiva, determina un invecchiamento meno efficace, una diminuzione del funzionamento cognitivo, disturbi psichiatrici concomitanti e problemi di salute fisica (Cook et al., 2017; Shrira et al., 2016).

In alcuni casi, essere vittime di numerose avversità può generare un migliore adattamento ed incrementare la resilienza individuale, potendo trovare un modo di vivere che consenta di funzionare al meglio delle proprie possibilità (Bolton et al., 2016).

Indagata a partire dall’età evolutiva, la resilienza è stata in seguito esplorata nella mezza età; riscontrando come consenta una migliore capacità nella risoluzione dei problemi, autoconsapevolezza dei propri punti di forza e capacità individuali, sapendo al contempo identificare risorse relazionali esterne nel momento del bisogno (Lamet & JG, 2004; Wagnild & Collins, 2009).

Tra gli anziani, la resilienza ha una funzione adattiva e protettiva per l’invecchiamento precoce (MacLeod et al., 2016), in quanto consente un miglioramento della salute fisica e mentale, ed una riduzione dei tempi di recupero a fronte di traumi fisici e mentali subiti (Hassani et al., 2017; Ohana et al., 2014).

Inoltre, è collegata a tassi inferiori di malattia mentale come depressione e ansia, maggiore attitudine a perdonare, miglioramento auto-percepito della qualità di vita e percezione di uno scopo (Fullen et al., 2018; MacLeod et al., 2016).

Similmente alla resilienza, anche la crescita post traumatica condivide la percezione dell’esperienza avversa, inclusa quella subita in tarda età, come sfida ed opportunità (Eshel et al., 2016); in particolare, si riferisce alla capacità di un individuo di raggiungere livelli più elevati di funzionamento a seguito di una o più esperienze traumatiche (Garrido-Hernansaiz et al., 2017).

La crescita post traumatica comporta l’instaurarsi di relazioni più profonde con gli altri, un maggiore apprezzamento verso la vita ed una percezione di se stessi come forti e capaci (Rzeszutek et al., 2017).

La letteratura sulla polivittimizzazione è carente rispetto al ruolo della resilienza, della crescita post-traumatica e dell’insorgenza del disturbo da stress post-traumatico in età avanzata.

La revisione di Nuccio & Stripling  (2021), con lo scopo di colmare questa lacuna, ha indagato la relazione tra resilienza e crescita post-traumatica ed il ruolo che entrambe rivestono sulla polivittimizzazione in età tardiva nel rischio di insorgenza del disturbo da stress post-traumatico.

 Dai risultati emerge che, sebbene la crescita post-traumatica a seguito di traumi infantili, fosse associata a migliori abilità di coping, di gestione dello stress e ad un atteggiamento positivo verso la morte (ad es. Moore et al., 2011); la relazione tra l’aumentare dell’età e crescita post-traumatica, non è univoca (ad es. Lev-Wiesel & Amir, 2003).

La resilienza in età avanzata, aumentava in relazione alla capacità di riformulare positivamente l’evento traumatico (ad es. Greenblatt Kimron et al., 2019), aspetto strettamente legato ad una migliore consapevolezza emotiva (ad es. Cabral, 2010).

Mentre la ricerca attuale non chiarisce il numero di traumi che un individuo deve affrontare, per promuovere la resilienza in tarda età (Tran et al., 2013), questa si associa positivamente con il rafforzamento delle abilità di regolazione, interpersonali e di creazione di significati (Moore et al., 2011).

Resilienza e crescita post-traumatica sono due concetti spesso confusi nella letteratura sull’anziano. Si ipotizza che la resilienza acquisita nel corso della vita incrementi la capacità di un individuo di crescita post-trauma, nel caso di insorgenza di un evento traumatico (Garrido-Hernansaiz et al., 2017; Park et al., 2005).

La resilienza aumenta nel tempo fino a stabilizzarsi (Lurie-Beck et al., 2008); invecchiando si impara a gestire con successo le situazioni avverse, avendo costruito un repertorio sempre più ampio di strumenti da utilizzare in esperienze future simili (Shrira et al., 2014). Questa competenza acquisita nel superare le avversità, incrementa di pari passo la possibilità di crescita post-traumatica.

La carenza di studi che indagano questi aspetti tra gli anziani, è motivo di preoccupazione, soprattutto considerando che la letteratura sulla polivittimizzazione nell’infanzia e nella mezza età documenta l’effetto additivo di un abuso prolungato e ripetuto (Teaster, 2017). Nonostante ciò, i tassi di prevalenza di disturbo da stress post-traumatico negli anziani, rimangono inferiori rispetto agli altri gruppi di età.

La ricerca futura dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo di metodi per una diagnosi efficace del disturbo da stress post-traumatico in età avanzata, e indagare i fattori protettivi (ad esempio, padronanza e supporto sociale), che incrementano la resilienza nel caso di trauma concomitante (Hamby et al., 2016).

 

Kit d’emergenza: una canzone per salvare una vita – Psicologia & Musica

Il cantante di Kit d’emergenza offre la sua canzone come un aiuto per tutte quelle persone che si sentono annegare nel dolore, un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi, un abbraccio in musica.

 

Kit d’emergenza è il titolo della canzone di Red Sky, l’ultimo singolo appena uscito del cantante mascherato da alieno. Sì, perché è proprio così che egli si presenta al suo pubblico, come un alieno lontano da casa, giunto in un luogo a cui sente di non appartenere. La musica, però, è un linguaggio universale, per questo l’ha scelta come mezzo per provare a sciogliere i nodi dei suoi tanti interrogativi ancora senza risposta. Interrogativi non soltanto suoi, ma di tanti altri come lui, forse di tutti quegli umani che lo circondano e che popolano questa terra.

Andrà tutto bene

Inizia così la canzone, un testo che attraverso il rap incalza l’ascoltatore a non mollare e gli viene in soccorso in situazioni di profondo dolore e sconforto.

Ti aiuterà quelle volte che ti senti sola e preghi di non stare più così male.

Proprio come dice il titolo, si tratta di un kit d’emergenza, ovvero di qualcosa che apporti un aiuto nel momento del bisogno. Si capisce, fin dalle prime battute, che il disagio che colpisce colei a cui è indirizzata la canzone è di natura psicologica. Si parla, infatti, di

un mare che ogni giorno sembra quasi che ti voglia affogare

e di pioggia che cade incessante, dando l’idea di una situazione di profondo turbamento, in cui il soggetto si sente sopraffatto, in balia di onde che non sa controllare e provando per questo un crescente senso di soffocamento. Le persone intorno, purtroppo, spesso non riescono a essere d’aiuto e si incorre così nella difficoltà di comunicare la propria sofferenza, nascondendoci, a nostra volta, dietro una maschera che è pura apparenza:

se ci chiedono se è tutto ok, rispondiamo sempre sì, tanto non capirebbero.

C’è un profondo scollamento tra la realtà interna, quella nascosta che diventa però una realtà quotidiana, e quella esterna, percepita dalle altre persone. Si ha così un effetto di dissonanza, la percezione che il dentro non corrisponda al fuori:

sentirsi autunno durante l’estate.

Questa sensazione porta l’individuo a credere di non riuscire a adattarsi al mondo e a sentirsi profondamente fuori posto, è come se non riuscisse a stare al passo. Il riferimento alle stagioni è particolarmente calzante: quando ci si trova in uno stato depressivo profondo, è impossibile partecipare alla vita con entusiasmo, anzi, il realizzare che intorno a noi l’impulso vitale è al suo apice crea un contrasto così forte con il nostro stato d’animo da portare a un fastidio e a un abbattimento maggiori.

Vivo pensando al senso della vita ma non l’ho ancora trovato, però non mi sono ammazzato e in fondo questo lo considero un traguardo.

È una ricerca incessante di significato, di un senso che continua a non pervenire. Anche questa incapacità di trovare uno scopo alla propria esistenza porta la persona a sentirsi difettosa, inutile. Si arriva qui al tema centrale e delicatissimo della canzone, quello del suicidio. Finalmente, chi canta si pone nei confronti della ragazza come una persona che comprende il suo disagio e che, proprio per questo, può aiutarla. Li accomuna lo stesso dolore, un dolore che adesso si fa racconto, narrazione di vita che mette la propria esperienza al servizio di qualcun altro:

ci ho pensato tante volte anch’io, guardando la metro, maledicendo Dio, pensando se il terzo piano sarebbe stato abbastanza in alto, pensando se avrei mai avuto il coraggio. Questo per dirti che io ti capisco, conosco il dolore e quel precipizio, per me non è un tabù, parliamone se sei giù, ma ti prego, salvati almeno tu.

È così che alcuni pensieri non sono più una vergogna, un qualcosa da nascondere e da tenersi dentro perché nessun altro deve sapere, ma diventano oggetto di condivisione, una sofferenza che una volta esternata può diventare più leggera. Ecco che il cantante offre la sua canzone come un aiuto per tutte quelle persone che si sentono annegare nel dolore, un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi, un abbraccio in musica e una promessa:

so che non ci crederai ma sono serio, un giorno sarai felice anche tu, davvero.

Ma l’artista compie, a mio parare, un ulteriore passo. Oltre a tendere la mano, mostra una possibile strada, una potenziale risposta a quel senso tanto cercato. La vita può essere fonte di dolore, ma questa sofferenza può assumere un significato e non essere inutile nel momento in cui può servire a far riconoscere all’altro un destino comune, a trarlo fuori dall’isolamento e aiutarlo a fare un passo verso la salvezza. Dà, in ultima analisi, dignità al dolore psicologico, alla lotta che ogni individuo si può trovare a combattere giorno dopo giorno, al coraggio che ci vuole per non spegnersi, talvolta:

stessa stella dentro al petto, e per averla tenuta accesa meriti rispetto.

 

Questa canzone sarà il tuo kit d’emergenza
per tutte quelle volte in cui ti senti persa,
metti su le cuffie e ascolta la mia voce,
respira, respira, passerà veloce

 

Il brano è disponibile gratuitamente su Spotify >> CLICCA QUI

KIT D’EMERGENZA – Guarda il video del brano di Red Sky:

 

Schermare

Con la pandemia la tecnologia ha assunto un ruolo fondamentale nelle nostre vite, ma, a lungo andare, come accade nell’assunzione di droghe, più si fa uso di questa tecnologia, più se ne rimane assuefatti, più la si cerca in quantità sempre maggiori, in un circolo vizioso che ha un’unica conseguenza: l’isolamento.

 

 Quel Mostro invisibile che proprio per questa ragione diventa un mostro spaventoso, ha invaso l’intero mondo da ormai oltre un anno. L’invasione è evidente, perché questo Mostro orribile non permette più all’uomo di avere spazi di vita sociale a cui è predisposto in maniera del tutto innata da sempre, dalle origini della sua esistenza. Ogni singolo centimetro del nostro relazionarsi è occupato da una macchia vischiosa che si allarga vertiginosamente, ogni singolo centimetro è intoccabile, impossibile da perlustrare, anche per i più temerari, perché il toccarlo permette solamente all’Invasore di acquisire forza e ulteriore spazio. È invisibile e, dunque, anche privo di forma e tutto questo rende il suo essere mostruoso ancora più inquietante. Una forma, per quanto possa essere raccapricciante, evidenzia la sua esistenza, il suo peso e dunque anche la sua definizione e possibilità di contenimento. Ed è proprio vero: quello che non riusciamo a delineare fa paura, crea il panico, il caos, perché ci rende impotenti.

L’uomo, essere sociale, è limitato dal suo potersi relazionare se non con un pezzo di stoffa o con uno strato di materiali idrorepellenti sul viso, quella mascherina che, soprattutto nella nostra cultura occidentale, si è sempre associata all’immagine di sala operatoria, di ospedale, di malattia, anche di morte. Un pezzo di tessuto che nasconde tutta quella fondamentale comunicazione non verbale su cui autori esperti nei campi più disparati, dalla sociologia, alla psicologia, alla scienza politica hanno dato e continuano a dare preziosi contributi in letteratura. Le parole possono essere ingannevoli, ma la comunicazione corporea non lo può fare, perché incapace di tradire il nostro mondo interiore e, aggiungerei, per fortuna. E pensando alla mascherina, mi rendo conto che il significato attribuito potrebbe essere diverso e mutevole per ogni singola persona: un disagio per chi è abituato a proiettarsi verso l’esterno, un alleato, invece, per chi ha bisogno di nascondersi.

L’uomo, però, si distingue per la sua straordinaria capacità di adattamento che ricollego sempre alla meravigliosa plasticità di quella sostanza gelatinosa, rosea, di circa 1350 grammi, in grado di attuare cambiamenti interni a sé stessa, in quella via Lattea infinita, ma anche esterni, in un reciproco scambio che non smette di influenzare e influenzarsi. E, dunque, come ovviare al problema delle distanze contrapposto al forte desiderio di socialità, che non è solo svago, ma anche lavoro, quotidiano, vita: ecco qui uno SCHERMO.

 Abbiamo modo di non rimanere isolati e di non fermare tutto il nostro operato attraverso lo schermo che ci permette di lavorare, che ci permette di continuare i nostri tirocini, che ci permette di svagarci, condividendo momenti di vita. Addirittura quello schermo, a cui mai ho pensato fino ad ora, ci permette di fare una cosa straordinaria: comunicare senza quel pezzo di tessuto sul viso, sentirci liberi di essere, dimenticandoci almeno per un po’ del distanziamento, del gel disinfettante, della paura di ridere o perfino di starnutire. Lo Schermo come nostro alleato? Ma l’etimologia stessa non porta certo a pensieri rassicuranti: derivazione di schermire dal germanico skirmjan che significa proteggere, fare da scudo. Togliamo la mascherina, ma continuiamo a difenderci, la nostra innata propensione verso il mondo esterno è nuovamente bloccata, ma non lo percepiamo consciamente, mentre entra in atto un processo di abituazione che inconsapevolmente ci porta verso un’introversione pericolosa. Quanti bambini preferiscono rimanere chiusi in casa, anche se un genitore chiede loro di uscire dopo la DAD, quanti adolescenti rimangono inaspettatamente dentro le mura domestiche e comunicano “in tutta sicurezza” schermati dal video dei propri smartphone, tablet, pc portatili. Certo una benedizione la tecnologia, ma, a lungo andare, come accade nell’assunzione di droghe, più si fa uso di questa tecnologia, più se ne rimane assuefatti, più la si cerca in quantità sempre maggiori, in un circolo vizioso che ha un’unica conseguenza: l’isolamento.

Dunque questo Mostro invisibile, spaventoso, informe, vischioso ha fatto davvero una strage: non solo tanti malati e tanti morti, ma anche tanti isolati, diffidenti, introversi. Tanti isolati, diffidenti, introversi che quotidianamente vanno contro la loro stessa natura di essere sociale, diventando un tutt’uno con la propria mascherina, con il gel per le mani, con lo schermo, gli unici strumenti che permettono loro di delineare, delimitare, contenere, in una situazione, invece, impossibile da definire.

 

L’influenza della leadership nel processo di crisis management nel settore shipping

Nelle ultime settimane è divenuta nota la vicenda della nave mercantile “EverGiven”, rimasta incagliata nel canale di Suez. Un evento di tale portata, attiva ciò che viene definito Crisis Management, cioè il processo attraverso cui l’organizzazione affronta un evento imprevisto che minaccia di compromettere l’organizzazione ed i suoi stakeholder.

 

 Una crisi è un evento straordinario, improvviso, non comune che potrebbe generare stress nei soggetti coinvolti, in quanto include esperienze di minaccia o di perdita di persone, oggetti o valori importanti per un individuo o l’intero gruppo. Gli individui hanno la sensazione di non poter superare la crisi da soli, utilizzando i consueti meccanismi di coping. Riassumendo, la crisi si caratterizza per 4 elementi:

  • La minaccia per l’organizzazione
  • L’elemento sorpresa, in quanto si tratta di un evento imprevisto
  • Breve tempo decisionale
  • Necessità di cambiamento

Nel settore shipping, la crisi può essere causata da potenziali eventi traumatici quali episodi di pirateria, incidenti gravi come collisioni o disastri ecologici. Le statistiche affermano che l’80% degli incidenti marittimi è causato da fattori umani. Negli ultimi anni si è posto sempre più l’attenzione sulla gestione ottimale delle crisi, per cui sono state introdotte dall’IMO, Convenzioni Internazionali quali la SOLAS (Safety of life at Sea), la MARPOL (Convenzione Internazionale per la prevenzione dell’Inquinamento causato da Navi) che prevedono l’utilizzo di procedure standardizzate, esercitazioni periodiche, compilazione di check-list e piani di emergenza. Quest’ultimi migliorano le abilità di teamwork dell’intero equipaggio, aumentano il livello di fiducia in sé stessi nel poter affrontare una situazione imprevista, permettono di acquisire familiarità con i potenziali eventi di crisi in quanto “sapere cosa fare” li aiuta a focalizzarsi e rispondere, sia a livello cognitivo che comportamentale, a tali eventi con prontezza ed efficienza. Inoltre la consapevolezza di essere competenti per fronteggiare un evento straordinario, riduce i livelli di stress, che se elevati, impattano negativamente sul processo decisionale del soggetto, in particolar modo sulla sua capacità di prendere decisioni chiare e lucide, in un momento di emergenza e forte pressione psicologica, e sulle abilità psicofisiche, tra cui la velocità dei tempi di reazione, la coordinazione, il mantenimento di adeguati livelli di allerta e performance, prerequisiti fondamentali per la sicurezza della nave. Oltre alle azioni preventive elencate, esiste un’altra variabile che influisce sulla qualità della risposta del team alla situazione di emergenza, cioè la leadership.

Secondo le più recenti definizioni, la leadership è quel processo di interazione interpersonale, attraverso cui la performance e le caratteristiche di personalità di un individuo, influenzano ed incoraggiano i comportamenti dei membri del team al fine di raggiungere un obiettivo organizzativo comune (Liang and Wei, 2015). La leadership può essere considerata anche come quel processo necessario per attrarre i membri del team, i quali sono completamente e volontariamente impegnati in una nuova e sostenibile direzione di azione, al fine di raggiungere gli obiettivi comuni, condividendo valori comuni (Yates M., 2018)

Affinché il costrutto di leadership venga considerato una skill efficace all’interno dell’organizzazione, non si esaurisce al solo raggiungimento degli obiettivi aziendali, ma deve comprendere altre dimensioni, le quali producono un effetto positivo o negativo sul funzionamento del gruppo e sul clima generale. Huang et al. (2016), individuano tre dimensioni:

  1. Lo stile di leadership: si intende la modalità attraverso cui il comportamento di leadership viene espresso. Si riferisce anche al grado di democrazia adottato, riguarda la trasparenza relazionale, caratterizzata da modalità comunicative assertive e prive di aggressività passiva, la capacità di comprendere gli interessi e le esigenze dei dipendenti, di stabilire relazioni armoniose tra i membri del gruppo, incoraggiando la cooperazione, di stimolare il gruppo a decidere sulle questioni di ordine generale, di esplicitare chiaramente e concretamente i propri criteri di valutazione.
  2. Autorità Professionale: con questa non si intende solo la posizione ed il potere che detiene il leader ed il grado di subordinazione dei membri del gruppo a questo, ma il grado di fiducia, stima, che un professionista, grazie a doti, formazione, qualità o meriti, acquisisce in un campo di attività, infondendo così nel team un senso di sicurezza.   Borgersen, Hystad, Larsson e Eid (2014) hanno evidenziato una correlazione tra leadership autentica e lo sviluppo di un adeguato safety climate, inteso come l’ambiente psicologico costituito dall’insieme delle percezioni dei lavoratori sul modo in cui l’organizzazione gestisce e dà priorità alla sicurezza. Viene considerata anche la capacità di restare fedele alle proprie decisioni, nonostante i pareri contrari, ma al tempo stesso creare un clima in cui i dipendenti si sentano incoraggiati ad esprimere le proprie opinioni, favorendo la comprensione dei punti di vista altrui e di agire, prendere decisioni e adottare politiche aziendali che siano in linea con i propri valori etici e morali.
  3. Tecniche di consueling: oltre all’orientamento al lavoro, un leader dovrebbe porre il suo focus sulla salute fisica e mentale del proprio team, ponendo attenzione alle differenze individuali di ciascun membro, considerando le loro risorse e favorendo la costruzione di un clima positivo il quale accrescere nei dipendenti la consapevolezza e l’importanza di adottare dei comportamenti sicuri (Zohar, 2008). Inoltre, più un individuo percepirà in modo rassicurante, accogliente e positivo il clima aziendale, tanto più svilupperà un senso di appartenenza ed impegno al lavoro, in quanto si sentirà parte attiva del processo lavorativo.

La struttura delle relazioni lavorative a bordo è perlopiù caratterizzata da un sistema gerarchico e multiculturale, infatti talvolta gli ufficiali subordinati devono seguire i consigli o gli ordini dei propri superiori, nonostante non siano completamente d’accordo con questi, creando dei conflitti di valori. L’equipaggio è caratterizzato da multi nazionalità e multiculturalità, che talvolta, se non gestite adeguatamente, possono creare difficoltà di comunicazione all’interno del team per via dell’utilizzo di lingue differenti, ma anche per le eccessive differenze nel background culturale e religioso, le quali possono aumentare gli stereotipi e i pregiudizi culturali, innescando dei conflitti. Tuttavia un ambiente multiculturale non è sempre fonte di conflitti, infatti è stato osservato che equipaggi multinazionali possono operare con estremo successo, purché si verifichino alcune condizioni tra cui alti livelli di fluidità nella lingua utilizzata in ambito lavorativo dagli ufficiali, politiche aziendali che promuovono attività sociali e ricreazionali che coinvolgano tutti i membri del gruppo, minimizzare la circolazione di materiale potenzialmente offensivo che rinforza gli stereotipi e i pregiudizi culturali (Oldenburg, Baur, and Schlaich, 2010). La gestione dei conflitti è fondamentale per la costruzione di un team, definito come l’insieme di due o più persone che eseguono compiti altamente interdipendenti, basati su competenze distribuite e responsabilità chiaramente assegnate. Tali team lavorano in un ambiente dinamico, condividono valori ed obiettivi comuni, quali ad esempio garantire la sicurezza della nave. La complessità del lavoro a bordo sottolinea l’importanza di costruire un team in cui i membri devono integrare, sintetizzare e condividere informazioni, ed attivare un processo coordinato che combina le risorse cognitive, motivazionali\ affettivo e comportamentali di ciascun individuo, al fine di cooperare per portare a termine con successo i tasks. Affinché il team cooperi proattivamente ed efficacemente, è necessaria la presenza di un leader che coordini e guidi le operazioni.

Tradizionalmente esistono due tipi di leadership, i quali differenziano i leader che danno ordini e che si aspettano che le attività vengano completate e che le linee guida e le istruzioni fornite siano seguite, dai i leader che, oltre a fare ciò, mostrano una visione più ampia e flessibile, sono disposti ad ascoltare attivamente ogni singolo membro del team, considerandone le risorse e potenzialità

La prima tipologia di leadership, definita transazionale, si basa su uno scambio tra leader e “follower”, che lascia presupporre un’autorità indiscussa e riposta in una delle due parti e l’impossibilità di creare una condivisione (La Verghetta, 2017). L’enfasi è posta sull’autorità ed il potere, al fine di raggiungere gli obiettivi finali che consistono nella pianificazione e l’esecuzione di un compito di lavoro definito. Secondo questa prospettiva il leader, determinato dall’autorità, dal potere e dalla fiducia in sé stesso, premia ogni attività completata con successo e punisce le attività eseguite senza successo, non richiede contributi aggiuntivi ai subordinati, ma soddisfa esclusivamente i requisiti formali del lavoro, il che si traduce nella demotivazione dei dipendenti. Tuttavia questa tipologia di leadership non considera alcuni aspetti relazionali e motivazionali fondamentali per sostenere l’impegno dei dipendenti all’interno dell’organizzazione quali l’empatia, la promozione e l’identificazione con i valori dell’azienda affinché i membri sviluppino un senso di appartenenza a questa e si sentano parte attiva del processo di realizzazione del progetto comune, il riconoscimento delle proprie potenzialità, risorse, la promozione di un clima di supporto in cui tutti si sentano ascoltati attivamente nei propri bisogni (La Verghetta, 2017). Quest’ultimi elementi caratterizzano la leadership trasformazionale, la quale aumenta la consapevolezza dei subordinati dell’importanza e del valore di obiettivi determinati e stabiliti, la cooperazione e la proattività.

Storicamente, nel passato le navi sono state dominate dalla leadership transazionale. Oggi, anche se non con poche difficoltà, l’enfasi è rivolta ad una leadership trasformazionale.  La letteratura esistente concorda sul fatto che la leadership più funzionale alla gestione della crisi è quella transazionale, in quanto richiede una chiara dimostrazione di autorità, determinazione e fiducia in sé stessi. Tuttavia affinché i membri del team integrino, sintetizzino e condividano le informazioni per attivare un processo coordinato al fine di portare a termine con successo i tasks, sono necessari elementi della leadership trasformazionale, quali una buona comunicazione assertiva, lo sviluppo della fiducia dei membri del team, incentivando così la cooperazione e la proattività.

Un buon “Bridge Resource Management” è fondamentale per la gestione della crisi, in quanto è stato evidenziato che un leader che agisce da solo ha una possibilità del 23% di commettere errori. Agendo all’interno del Bridge Team, considerando la loro esperienza, conoscenza e la loro consapevolezza della situazione, l’area di rischio si riduce al 10% (Polic’, 2019).  Ciò permette di prendere decisioni tempestivamente, di agire rapidamente, riducendo il margine di rischio di errore. In tal senso, lo stile di leadership determina ed influenza la risposta proattiva del team all’evento di crisi, migliorando il processo di Crisis Management.

 

Primo amore (2004) – Cinema & Psicoterapia

Quante donne subiscono gli eccessi dei loro partner senza che essi arrivino alla patologia? Primo amore non è un film sull’anoressia, ma sulla patologia dell’amore, sul rapporto distorto di potere nella relazione uomo-donna. 

Attenzione! L’articolo può contenere spoiler

Trama

 Un orafo veronese ha un’ideale femminile: la sua donna deve essere molto magra e avere una testa che possa sostenere il comportamento da assumere per mantenere in termini perentori il peso ideale.

Incontra con un appuntamento al buio Sonia, è attratto, anche se si dimostra freddo e le chiede di dimagrire. La donna aderisce al folle progetto di Vittorio e inizia una dieta strettissima che la porta a essere schiava del suo aguzzino. Il suo è un gesto d’amore che si conclude in modo drammatico quando si rende conto della psicopatologia del suo compagno.

Motivi d’interesse

Quante donne subiscono gli eccessi dei loro partner senza che essi arrivino alla patologia?

Vittorio controlla Sonia, evita che lei si possa cibare di carboidrati e grassi. Il possesso dell’altro diventa esasperato e la prigionia della donna si fa sempre più dura e inaccettabile.

L’ossessione dell’uomo polarizza i suoi scopi al punto che lo porta a chiudere la sua attività; tutto ruota intorno all’alimentazione e al peso della sua compagna.

Sonia è costretta in situazioni sociali a fare delle brutte figure, oggetto di scenate e costrizioni di ogni genere, umiliata.

Esasperata, approfittando della distrazione del suo partner, lo colpisce con un attizzatoio mortalmente.

 Il finale è una provocazione che libera lo spettatore dall’inquietudine rabbiosa che accompagna il percorso narrativo. L’aumento dei femminicidi dimostra che le cose non vanno proprio come nel film. Il potere esercitato sulle donne ribalta l’epilogo della storia nella vita reale.

Primo amore non è un film sull’anoressia, ma sulla patologia dell’amore, sul rapporto distorto di potere nella relazione uomo-donna. L’amore di Sonia che arriva fino alla dipendenza affettiva si contrappone alla volontà di possesso di Vittorio che vuota il corpo della donna, lo cesella, lo modella, espropriandola da tutto ciò che circonda la sua mente per impadronirsene.

Indicazioni di utilizzo

Il film può essere un ottimo stimolo di riflessione lungo il percorso di una terapia di coppia o per uomini che non si rassegnano ad accettare l’indipendenza e l’autonomia della propria compagna.

Infedeltà. Scienza delle relazioni e psicoterapia (2021) di Lawrence Josephs – Recensione del libro

Il libro si rivolge agli psicoterapeuti che si occupano di pazienti alle prese con i conflitti che derivano dall’infedeltà, allo scopo di promuovere empatia e comprensione nei confronti di tutti coloro che vivono l’esperienza del triangolo amoroso.

 

L’infedeltà appartiene a quel tipo particolare di traumi prodotti dalle azioni consapevoli e determinate di un essere umano con il quale la vittima ha un legame profondo e significativo. L’autore propone, nel volume, un approccio di tipo integrato al trattamento, che unisce il punto di vista della scienza delle relazioni con ricerche di psicologia sociale, psicologia della personalità e psicologia evolutiva attraverso l’uso di tecniche e relazioni terapeutiche evidence-based.

Nel corso degli anni, le diverse branche della psicologia, si sono occupate dell’argomento anche se le loro intuizioni hanno trovato poca applicazione nella pratica; la svolta è arrivata grazie alle ricerche sugli stili di attaccamento adulto e sulla loro relazione con gli stili di comunicazione coniugale, dalle quali è emerso che i soggetti con attaccamento sicuro riescono ad attivare stili di comunicazione coniugale più costruttivi e hanno minori probabilità di essere infedeli. Le persone con patologie hanno maggiori difficoltà nel gestire i conflitti, per questo i tassi di prevalenza dell’infedeltà sono più alti tra i soggetti che hanno un attaccamento insicuro, oppure elevati livelli di narcisismo. L’infedeltà può essere, quindi, una conseguenza di disturbi di personalità latenti che producono pattern disadattivi di comunicazione all’interno delle relazioni intime.

I nuovi studi hanno anche collegato la presenza di uno stile di attaccamento insicuro con la compromissione della funzione riflessiva, ovvero della capacità di riflettere sui propri e altrui stati mentali. Il trattamento terapeutico dell’infedeltà può quindi consistere, da un lato, nel tentativo di facilitare la costruzione di un attaccamento sicuro tra i membri della coppia, e dall’altro, nell’incremento della capacità riflessiva.

Nelle coppie in condizioni di stress, i partner tendono ad incolparsi reciprocamente per la propria infelicità, come se l’altro ne fosse l’unica causa. In realtà, servirsi del partner come mezzo per ottenere una catarsi emotiva ha l’effetto di ostacolare l’empatia e contribuire all’esacerbazione dei problemi sui quali si recrimina, incrementando la propria disregolazione e sommergendo l’altro con sentimenti opprimenti che non sa affrontare.

Per avere successo in una relazione a lungo termine è utile possedere un particolare tipo di capacità riflessiva sia verso i propri stati mentali sia verso quelli del partner. Essa può essere sviluppata grazie all’aiuto del terapeuta e fa comprendere al paziente che, da una parte, i propri difetti caratteriali producono un impatto negativo sugli stati mentali del partner perché possono sollecitarne le caratteristiche peggiori, e dall’altra, che l’infedeltà infligge un danno psicologico difficile da sanare perché lede il valore personale e compromette la capacità di fidarsi delle altre persone.

Un’altra variabile fondamentale nella costruzione di positive relazioni a lungo termine è l’autenticità, cioè essere aperti ed onesti nelle relazioni intime. Essa è opposta al gioco relazionale narcisistico ed è, invece, associata ad un attaccamento sicuro e alla capacità di mettere in atto comportamenti relazionali sani, oltre che a maggiori capacità di mindfulness e a caratteristiche come una minore propensione all’argomentazione difensiva, la disponibilità ad apparire vulnerabili e il rifiuto all’inganno.

Le persone autentiche hanno difficoltà a tollerare i sentimenti spiacevoli prodotti dalla menzogna o dalla mancanza di onestà nei confronti di sé stessi poiché si crea un “sovraccarico cognitivo”, che può ridurre la capacità di regolazione dei processi emotivi.

Le credenze specifiche relative all’infedeltà spesso riflettono idee che appartengono alla cultura popolare ed esprimono i valori morali più diffusi: si instaura quello che gli psicologi cognitivi chiamano pensiero dicotomico e diventa molto difficile la promozione di un pensiero dialettico, cioè la capacità di tenere in considerazione entrambe le posizioni in una situazione di conflitto. Questo rende difficile il lavoro del clinico in quanto parte neutrale, infatti l’investimento dei pazienti nelle proprie credenze è rilevante e soprattutto essi si aspettano che il terapeuta le validi, invalidando, nello stesso tempo, le credenze di segno opposto. L’alleanza terapeutica può, quindi, risultare incrinata dalle relazioni negative dei pazienti ai tentativi dell’esperto di facilitare lo sviluppo di una metaprospettiva che permetta di prendere in considerazione tutti gli aspetti di un conflitto.

Trattare l’infedeltà significa indurre i pazienti a mentalizzare la psicologia dei triangoli amorosi e del tradimento sessuale tenendo conto della propria disregolazione emotiva e delle modalità difensive messe in atto per farvi fronte. Questo non significa necessariamente idealizzare la monogamia, ma riconoscere che un rapporto monogamico non consensuale configura un comportamento non etico che danneggia la relazione, indipendentemente dal genere e dall’orientamento sessuale. Il trattamento dell’infedeltà, sia individuale che di coppia, richiede un’integrazione tra psicoterapie differenti, che prevede la combinazione di approcci psicodinamici per incrementare il funzionamento riflessivo con approcci comportamentali che utilizzano l’accettazione mindful dei difetti del partner, l’addestramento delle capacità di comunicazione, e un intervento focalizzato sulle emozioni per sanare le ferite dell’attaccamento.

L’autore affronta, in ogni capitolo, il tema dell’infedeltà da un punto di vista differente:

  • nel capitolo 1 dal punto di vista della psicologia evoluzionista;
  • nel capitolo 2 come sinonimo di attaccamento insicuro e di un ridotto funzionamento riflessivo;
  • nel capitolo 3 analizza le differenze di genere rispetto alle cause del tradimento e come esse interagiscono con lo stile di attaccamento;
  • nel capitolo 4  si occupa dell’infedeltà come conseguenza della modalità narcisistica di gestione dell’attaccamento insicuro;
  • nel capitolo 5 considera l’infedeltà dal punto di vista della desiderabilità di un individuo in qualità di partner in una relazione sentimentale;
  • nel capitolo 6  tratta la psicologia della gelosia amorosa e l’infedeltà come vendetta;
  • nel capitolo 7 esamina l’evoluzione dei motivi dell’infedeltà nel corso della vita;
  • nel capitolo 8 illustra i problemi dei partner traditi o degli amanti quando il traditore non rinnova l’impegno verso la monogamia;
  • nel capitolo 9 descrive le difficoltà del trattamento dell’infedeltà quando è secondaria ad una dipendenza sessuale;
  • nel capitolo 10  esamina gli stili di comunicazione associati a fedeltà ed infedeltà;
  • nel capitolo conclusivo descrive gli elevati livelli di mentalizzazione, autenticità e generatività che sembrano essere gli ingredienti essenziali per il successo delle relazioni a lungo termine.

 

Cosa differenzia uomini e donne nella manifestazione della paura del dolore?

Negli anni i ricercatori hanno proposto numerose spiegazioni per giustificare le differenze di sesso nella tolleranza al dolore, motivazioni che si focalizzano per lo più su fattori biologici, genetici ed ormonali ma, al giorno d’oggi, è più evidente come anche i fattori psicologici, tra cui i tratti individuali, giochino un ruolo cruciale.

 

 La paura del dolore può essere definita come il timore estremo ed irrazionale del dolore fisico. Tale convinzione, propria di alcuni soggetti, talvolta raggiunge dei livelli così estremi da rivelarsi più invalidante del dolore stesso (Crombez, Vlaeyen, Heuts, & Lysens, 1999).

Infatti, quando il dolore è vissuto con poca paura, è probabile che i pazienti lo affrontino mantenendo l’impegno nelle attività quotidiane, attraverso le quali viene promosso il recupero funzionale. Al contrario, quando l’esperienza del dolore è temuta, le interpretazioni disfunzionali danno luogo a comportamenti associati alla ricerca di sicurezza, come l’evitamento e l’ipervigilanza, che possono portare a dolore cronico, disabilità e depressione (Leeuw et al., 2007).

I modelli che si focalizzano sui comportamenti connessi al dolore (Vlaeyen & Linton, 2000) delineano il ruolo cruciale svolto dalla paura di quest’ultimo nella comprensione del dolore cronico e forniscono un resoconto di come tale paura si sviluppi (Leeuw et al., 2007) ma, questi modelli, non tengono conto delle differenze di genere.

Difatti, quando soffrono, uomini e donne non reagiscono allo stesso modo.

Un corpus di letteratura indica che le donne, rispetto agli uomini, presentano soglie del dolore e livelli di tolleranza significativamente più bassi (Fillingim, 2003). Esse hanno infatti maggiori probabilità di riferire esperienze più intense e più frequenti di dolore clinico, tra cui tensione, emicrania o dolore muscoloscheletrico.

Negli anni i ricercatori hanno proposto numerose spiegazioni per giustificare queste differenze di sesso, motivazioni che si focalizzano per lo più su fattori biologici, genetici ed ormonali (Aloisi et al., 2009) ma, al giorno d’oggi, è più evidente come anche i fattori psicologici, tra cui i tratti individuali, giochino un ruolo cruciale nella minor tolleranza al dolore delle donne (Soric ́, Penezic ́, & Buric ́, 2013).

Nel contesto specifico della paura del dolore, il nevroticismo potrebbe ricoprire un ruolo rilevante. Difatti, secondo la maggior parte degli autori (Costa & McCrae, 1992; DeYoung & Gray, 2009), il nevroticismo implica una maggiore sensibilità alla minaccia, a cui consegue una serie di emozioni negative che accompagnano tali esperienze, tra cui ansia, depressione, rabbia ed irritazione.

Sembra dunque esserci un legame stabile tra nevroticismo e paura del dolore.

Secondo la teoria dei Big Five, il nevroticismo presenta sei sfaccettature: ansia, rabbia/ostilità, depressione, autocoscienza, impulsività e vulnerabilità. Di queste sfaccettature, l’ansia sembra essere più strettamente collegata alla paura del dolore (Keogh & Asmundson, 2004).

Inoltre, secondo la letteratura, le donne presentano tratti più elevati di nevroticismo, rispetto agli uomini (Vecchione, Alessandri, Barbaranelli, & Caprara, 2012).

I legami sopra esplicitati tra sesso, nevroticismo e paura del dolore suggeriscono dunque che il nevroticismo potrebbe mediare la relazione tra sesso e paura del dolore ma, tale modello di mediazione non è stato ancora verificato.

È per tal motivo che alcuni autori si sono proposti di verificare l’ipotesi che il nevroticismo possa mediare la differenza tra donne e uomini rispetto alla paura del dolore. Nello specifico, gli autori hanno ipotizzato che le donne avrebbero sperimentato più paura del dolore, rispetto agli uomini, in parte perché esse presentano tratti più elevati di nevroticismo.

Dato lo stretto legame tra paura, ansia e genere, ci si aspettava che la dimensione dell’ansia del nevroticismo avrebbe spiegato le differenze di sesso rispetto alla paura del dolore.

Allo studio hanno preso parte 227 soggetti, di cui 94 uomini e 133 donne, con un’età media di 23 anni. Al momento del reclutamento, i ricercatori hanno detto ai partecipanti che l’obiettivo dello studio era quello di comprendere le differenti percezioni che le persone hanno di loro stesse.

Al fine di poter valutare i tratti di nevroticismo e la paura del dolore, i soggetti hanno compilato rispettivamente il NEO-PI-R (Rolland, Parker & Stumpf, 1998) e il Fear of Pain Questionnaire (Albaret et al., 2004).

I risultati hanno supportato l’ipotesi del modello di mediazione; in altre parole, dati i livelli più elevati di nevroticismo, le donne hanno sperimentato più paura del dolore rispetto agli uomini.

Inoltre, nonostante le differenze significative tra i sessi sulle diverse sfaccettature del nevroticismo, era specificamente la sfaccettatura dell’ansia a mediare la relazione tra sesso e paura del dolore.

I risultati emersi sono coerenti con quelli di studi precedenti, nei quali è stato suggerito che l’ansia di tratto sia un antecedente distale della paura del dolore, che predice la sensibilità alla malattia (Vancleef et al., 2006).

 Le analisi hanno anche rivelato che le precedenti esperienze dolorose hanno contribuito negativamente alla paura del dolore: gli individui che hanno sperimentato esperienze dolorose dal punto di vista fisico, probabilmente sviluppano un’idea del dolore in sé più realistica, che fornisce la possibilità di sviluppare strategie di coping più adattive (Rokke et al., 2004).

Collocando il nevroticismo alla radice del processo della paura del dolore, questi risultati offrono alcune potenziali implicazioni nella gestione del dolore per gli operatori sanitari.

Secondo il modello del fear avoidance (Vlaeyen & Linton, 2000), quando il dolore acuto non è percepito come minaccioso, è probabile che i pazienti mantengano l’impegno nelle attività quotidiane, attraverso le quali viene promosso il recupero funzionale (Leeuw et al., 2007).

Al contrario, quando il dolore viene interpretato in modo catastrofico ed è vissuto con impotenza da parte del soggetto, ciò non fa altro che alimentare un circolo vizioso (Sullivan, Bishop, & Pivik, 1995).

Difatti, queste interpretazioni disfunzionali danno origine alla paura legata al dolore e a comportamenti associati di ricerca della sicurezza, come l’evitamento e l’ipervigilanza, che peggiorano il problema, soprattutto nel caso di un dolore di lunga durata.

Ciò detto, sarebbe necessario che gli operatori sanitari valutino più specificamente la questione dell’ansia nei pazienti che soffrono di dolore (acuto o cronico), in modo da poter svolgere interventi psicoeducazionali sulla paura del dolore e sul dolore stesso (De Peuter, de Jong, Crombez, & Vlaeyen, 2009), che potrebbero aiutare a prevenire l’ulteriore sviluppo della paura del dolore nei loro pazienti.

 

La stimolazione magnetica transcranica e il sollievo di una mente plastica 

Molti ricercatori hanno studiato gli effetti neurofisiologici della TMS sia nell’uomo che nel modello animale, traendo molte informazioni a supporto di un ruolo centrale della plasticità neurale nell’efficacia della sua azione.

 

 Un trattamento efficace e rapido, basato su sequenze di impulsi magnetici in grado di attivare i neuroni in precise regioni della corteccia cerebrale, capace di curare la sintomatologia connessa a stati depressivi, dipendenze, ossessioni: si tratta della stimolazione magnetica transcranica (TMS), metodica non invasiva utilizzata sia in ambito clinico che nella ricerca in neuroscienze e che permette di stimolare, attraverso differenti tipologie di bobine atte alla produzione di campi elettromagnetici, il tessuto corticale al di sotto delle ossa craniche. Ma quali sono i meccanismi cerebrali alla base del funzionamento terapeutico di questa tecnica in continua evoluzione? Molti ricercatori hanno studiato gli effetti neurofisiologici della TMS sia nell’uomo che nel modello animale, traendo molte informazioni a supporto di un ruolo centrale della plasticità neurale nell’efficacia della sua azione.

Come noto, la plasticità riguarda modifiche di vario tipo a carico del tessuto nervoso, che possono essere mantenute nel tempo alterando significativamente sia la struttura che la funzione dei circuiti neurali, con ovvie conseguenze in termini di funzionamento del cervello.

Tra queste modifiche possiamo trovare alterazioni morfologiche, in cui la forma dei neuroni e il numero delle loro diramazioni può cambiare notevolmente, così come modifiche funzionali, rappresentate da una maggiore o minore capacità di trasmettere gli impulsi attraverso la sinapsi, l’unità fondamentale che supporta la comunicazione tra neuroni, nonché da una variazione del numero di questi contatti. Tutte queste modifiche sono permesse da processi biochimici e molecolari finemente regolati che hanno luogo all’interno dei neuroni e che vanno dall’aumento dei livelli intracellulari dello ione calcio all’attivazione di differenti chinasi o fosfatasi (enzimi in grado di modificare le proprietà costitutive e funzionali di proteine target tramite l’aggiunta o la rimozione di gruppi fosfato da queste), fino ad arrivare all’attivazione di specifici geni codificanti per la sintesi ex novo di proteine necessarie a rendere stabili nel lungo periodo le modifiche sopracitate.

La gran parte delle modifiche plastiche possono essere indotte da periodi di attività neuronale molto particolari: brevi attività ad alta frequenza (ad esempio 100 stimoli al secondo per 1 secondo) sono generalmente in grado di potenziare la forza delle connessioni sinaptiche, mentre regimi di attività a bassa frequenza ma protratta nel tempo (1 stimolo al secondo per decine di minuti) sono noti deprimere l’efficacia di trasmissione.

Date queste premesse, non è difficile ipotizzare che l’attività neurale indotta dai protocolli TMS utilizzati nella pratica clinica sia effettivamente in grado di causare modifiche plastiche nei circuiti cerebrali sottostanti. Tuttavia, una dimostrazione diretta e inequivocabile di questa ipotesi deve ancora essere fornita.

Ma quali sono gli effetti plastici che la TMS produrrebbe nel cervello umano? Una delle evidenze più comunemente raccolte dagli studi scientifici si basa sull’aumentata risposta motoria. Tramite il posizionamento del coil su una precisa localizzazione in uno due emisferi (ad esempio il sinistro) corrispondente alla corteccia motoria primaria (M1) è infatti possibile evocare una risposta muscolare in un arto controlaterale (ad esempio il dito della mano destra). Questo semplice test permette di calcolare la minima ampiezza dello stimolo magnetico in grado di attivare in modo significativo i neuroni piramidali della corteccia cerebrale sottostante al coil, una procedura assolutamente necessaria per calibrare l’intensità di stimolazione nei protocolli terapeutici.

Data la facilità di misurazione, molti autori hanno sfruttato queste risposte, definite appunto potenziali evocati motori (PEM), anche per studiare gli effetti potenzianti indotti dalla TMS sull’attività cerebrale. È stato dimostrato infatti che differenti protocolli di stimolazione (TMS ripetuta e TMS “theta-burst” intermittente) aumentano a lungo termine l’ampiezza del PEM (Cash et al., 2016). Un’osservazione molto interessante riguarda la possibilità di potenziare la risposta motoria TMS-indotta per uno specifico arto dopo aver applicato la TMS sulla corteccia motoria mentre il soggetto “immagina” di muovere l’arto stesso (Foysal and Baker, 2020). Ma l’applicazione dei protocolli TMS su M1 è anche in grado di migliorare l’apprendimento motorio, velocizzando ad esempio il recupero delle funzioni motorie dopo un ictus (Volz et al., 2016).

 Anche altre regioni cerebrali possono essere “potenziate” dalla TMS: un’opportuna stimolazione della corteccia visiva primaria (V1), produce un miglioramento dell’acuità visiva in soggetti affetti da ambliopia (Thompson et al., 2008).

Le osservazioni sperimentali sopra discusse sicuramente suggeriscono che alla base dell’efficacia clinica della TMS possa esserci una modifica funzionale dei circuiti cerebrali coinvolti, probabilmente attraverso aumento dell’eccitabilità e/o della forza della trasmissione sinaptica.

Tuttavia, nessuno studio effettuato ad oggi su soggetti umani è stato in grado di dirci chiaramente se i meccanismi alla base di questi cambiamenti siano gli stessi coinvolti nella plasticità sinaptica.

Quello della plasticità sinaptica è infatti un fenomeno di fondamentale importanza per il funzionamento del nostro sistema nervoso: ne regola lo sviluppo embrionale e post-natale, è alla base di funzioni complesse quali l’apprendimento e la memoria, garantisce il recupero fisiologico dopo traumi. Tuttavia, la plasticità sinaptica è anche estremamente variabile nei processi molecolari e biochimici coinvolti e nelle componenti neurotrasmettitoriali e recettoriali necessarie alla sua induzione. Per questo motivo, diversi studi hanno indagato i meccanismi alla base delle modifiche indotte dalla TMS sul sistema nervoso di modelli animali, per lo più roditori, dove le tecniche di elettrofisiologia, biochimica e microscopia che possono essere applicate permettono di raccogliere una lunga serie di variabili biologiche e di analizzare in maniera più diretta e con maggior precisione la presenza di elementi molecolari coinvolti nei processi di induzione della plasticità.

Queste indagini hanno prodotto chiare evidenze a favore dell’ipotesi che la TMS possa reclutare o rendere più efficaci fenomeni di plasticità sinaptica in molte aree cerebrali, sia direttamente che indirettamente attivate dallo stimolo magnetico.

A livello della corteccia visiva, si è osservato come la TMS ripetuta (rTMS) possa aumentare la performance visiva nei ratti precedentemente deprivati sensorialmente (una condizione che, se applicata nelle prime fasi dello sviluppo, ne limita l’acuità visiva), e che questo fenomeno è accompagnato da una riorganizzazione delle proiezioni sinaptiche e coinvolge l’attivazione di fattori trofici quali BDNF (brain derived neurotrophic factor) e di specifiche chinasi (PKC) note essere coinvolte anche negli effetti plastici (e benefici) dell’arricchimento ambientale (Castillo-Padilla and Funke 2016).

Un esempio di grande interesse è rappresentato dalla corteccia prefrontale (PFC), target di molti protocolli clinici basati su TMS: applicando la stimolazione magnetica alla PFC di ratti, è stato osservato come i livelli di BDNF vengano aumentati sia nel sito di stimolazione che nell’ippocampo, e come in quest’ultimo venga significativamente promossa anche l’espressione dei recettori sinaptici per il glutammato, un chiaro segno di plasticità sinaptica a carico di circuiti eccitatori (Gersner et al., 2011).

Tuttavia, la più grande mole di evidenze prodotte dagli studi animali a proposito del collegamento TMS – plasticità è riconducibile a studi su circuiti e aree sensori-motorie.

In questo campo, alcuni risultati molto interessanti riguardano la capacità della TMS di produrre una riorganizzazione delle cosiddette “reti perineuronali”, una sorta di matrice extracellulare specializzata, contenente proteine e carboidrati, che raccoglie e modifica strutturalmente interi gruppi di neuroni, per lo più inibitori. Si pensa che questa struttura giochi un ruolo chiave nell’aprire e chiudere i cosiddetti “periodi critici”, finestre temporali ad alto potenziale plastico che caratterizzano le fasi precoci dello sviluppo cerebrale, permettendoci ad esempio di definire e affinare le nostre funzioni sensoriali e motorie al meglio. Da alcuni studi su modello animale emerge come la TMS, agendo su queste reti, modifichi il numero e l’eccitabilità dei neuroni coinvolti (detti interneuroni “fast-spiking”, a causa delle loro alte frequenze di scarica) (Mix et al., 2015). Per questo motivo, la TMS potrebbe rappresentare uno strumento per riaprire il periodo critico permettendoci di recuperare funzionalità cerebrali sviluppatesi in modo anomalo o perse, ad esempio in seguito ad ictus o ischemie. A questo proposito è stato dimostrato sempre in modelli animali di trauma cerebrale che la TMS migliora l’efficacia della riabilitazione e che questo effetto è accompagnato da un’aumentata attività della chinasi calcio/calmodulina-dipendente II (CaMKII), una delle più note intervenire nei meccanismi intracellulari di induzione di plasticità sinaptica (Lu et al., 2015).

Recentemente, alcuni ricercatori hanno iniziato ad applicare la TMS a modelli animali di disturbi mentali che hanno mostrato ricevere benefici terapeutici da questa tecnica di neuromodulazione. Un lavoro molto interessante dimostra l’efficacia della TMS in un fenotipo murino simil-depressivo basato sullo stress cronico, nel quale, oltre ad un alleviamento dei sintomi, la stimolazione magnetica produce anche un recupero della plasticità ippocampale, seriamente compromessa dalla condizione patologica (Yang et al., 2019).

Moltissimi altri esempi si possono reperire nella letteratura scientifica preclinica che utilizza il modello animale, e che evidenziano chiari segni a favore di un ruolo della plasticità sinaptica nel sottendere i miglioramenti funzionali prodotti dalla TMS.

Si spera che nel vicino futuro questo tipo di studi possano contribuire in modo importante a definire nuovi protocolli di stimolazione TMS, ancora più efficaci e mirati, in grado di recuperare la funzionalità fisiologica dei circuiti neurali compromessi dalle molte condizioni psichiatriche e psicopatologiche che, purtroppo, ancora non trovano una soluzione completa nell’utilizzo della psicoterapia e della psicofarmacologia.

 


Glossario:

Stimolazione magnetica transcranica (TMS): La stimolazione magnetica transcranica è una tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica del tessuto cerebrale effettuata posizionando dei potenti magneti in prossimità della cute. Mediante questa tecnica, è possibile stimolare e studiare il funzionamento dei circuiti e delle connessioni neuronali del cervello, provocando una alterazione della attività elettrica piuttosto ridotta e transitorio e per lo più limitata ai tessuti più esterni del cervello (corticali)

Bobina/coil: componente della TMS atta a produrre la stimolazione elettromagnetica che viene generalmente poggiata sulla testa del paziente, a contatto con la cute. Esistono differenti tipologie di coil/bobine che determinano quanto lo stimolo possa essere concentrato su una data area dello scalpo e quanto in profondità possa penetrare

Plasticità neurale: Anche detta plasticità sinaptica. E’ la capacità del sistema nervoso di modificare l’intensità degli impulsi sinaptici, di instaurare nuove sinapsi e di eliminarne alcune. Questa proprietà permette al sistema nervoso di modificare la sua struttura e la sua funzionalità in modo più o meno duraturo e dipendente dagli eventi che li influenzano come ad esempio l’esperienza

Sinapsi: La sinapsi (o giunzione sinaptica) (dal greco synapses), composto da σύν (con) e ἅπτειν (toccare), (vale a dire “connettere”) è una struttura altamente specializzata che consente la comunicazione delle cellule del tessuto nervoso tra loro (neuroni) o con altre cellule (cellule muscolari, sensoriali o ghiandole endocrine)

Chinasi: Enzimi che catalizzano il trasferimento del gruppo fosfato dall’adenosintrifosfato (ATP) ai loro substrati

Fosfatasi: Enzimi che catalizzano la rimozione dei gruppi fosfato

Eccitabilità neurale: Proprietà biofisica fondamentale dei neuroni che consiste nella capacità di generare impulsi elettrici che si propagano lungo la membrana

Brain derived neurotrophic factor (BDNF): neurotrofina che agisce su determinati neuroni del sistema nervoso centrale e del sistema nervoso periferico, contribuendo a sostenere la sopravvivenza dei neuroni già esistenti, e favorendo la crescita e la differenziazione di nuovi neuroni e sinapsi

Periodo/i critico/i: Individuano fasi circoscritte dello sviluppo in cui la maturazione del sistema nervoso è guidata dalla stimolazione ambientale e i fenomeni di plasticità neurale si manifestano ai massimi livelli

Chinasi calcio-calmodulina dipendente (CaMKII): E’ una proteina chinasi regolata dal complesso Ca2 +/calmodulina. CaMKII è coinvolto in molte cascate di segnalazione e si ritiene che sia un importante mediatore dell’apprendimento e della memoria

 


 

CIP TMS evidenza

CONTATTI

  • Indirizzo: Foro Buonaparte 57, Milano
    Come raggiungere il Centro TMS: La sede è a pochi passi dalla stazione della metropolitana Cadorna e Cairoli (Castello Sforzesco)
  • Telefono: 02 36684872
  • E-mail: [email protected]
  • Orari della segreteria: dal lunedì al venerdì, dalle 09:00 alle 20:00

 

CENTRO TMS – VAI AL SITO 9733

CENTRO TMS – MODULO CONTATTI 9733

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER 9733

I ricordi del testimone di un incidente stradale

La ricostruzione testimoniale nel caso delle testimonianze di incidenti stradali, avvenimenti che peraltro in sé sono caratterizzati dal fatto di essere imprevedibili ed estremamente complessi, è molto complessa e generalmente è impossibile fare attenzione a ogni elemento dell’incidente e ricordarne ogni dettaglio.

Silvia Bosio – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano

 

 La psicologia della testimonianza è un ambito di studi estremamente ampio. Essa volge il proprio interesse all’approfondimento di aspetti percettivi, attentivi e mnestici sottostanti la codifica degli eventi (es. l’identificazione di un volto) e all’analisi di caratteristiche personali (es. suggestionabilità) e del ruolo che esse giocano al momento della rievocazione e della testimonianza.

Altri fenomeni esaminati sono l’attendibilità e la veridicità della testimonianza, la valutazione della capacità di testimoniare; la costruzione di falsi ricordi, la menzogna intenzionale e le caratteristiche del mentitore (malinger); l’effetto degli interrogatori e delle interviste investigative sul teste e sulla sua testimonianza.

Tra le componenti cognitive che sono coinvolte nel processo della testimonianza è soprattutto la memoria a giocare il ruolo più importante: ricordare è un processo ricostruttivo e non riproduttivo (Mazzoni, 2003; Antonietti, Breda, & Fiorina, 2006). Un testimone, chiamato a ricordare, si dispone intenzionalmente a recuperare delle informazioni attraverso percorsi indiretti e inferenziali, collegando tra loro frammenti mnestici accessibili al fine di costruire una narrazione dotata di senso. In altri termini, spesso ci troviamo nella condizione di attivarci, mediante procedimenti che controlliamo direttamente, a recuperare informazioni che in maniera più automatica, meno consapevole, abbiamo immagazzinato in memoria.

Ciò si complica se pensiamo che un ricordo non è mai la fotografia esatta dell’evento che siamo chiamati a testimoniare:

Il modo in cui un evento è rappresentato nella memoria di un soggetto, infatti, non corrisponde ad una replica esatta dell’evento, ma riflette la modalità in cui questo evento è stato elaborato dal soggetto sulla base di un insieme di fattori psicologici e ambientali (Gulotta, 1987; Grey, 1997). La memoria che il testimone ha dell’evento cui ha assistito è piena di lacune, distorsioni, invenzioni. Infatti in generale l’essere umano non percepisce passivamente le informazioni, ma agisce su di esse, codificandole ed elaborandole sia consapevolmente (in modo tale da immagazzinarle in maniera logica, coerente e produttiva) sia inconsciamente (in tale processo concorrono infatti interferenze esterne, forti stati emotivi e/o stress) (Cavedon& Calzolari, 2005).

Pertanto, il ricordo non è mai completo e perfettamente aderente alla realtà: in memoria vengono immagazzinate informazioni distorte in funzione di vari fattori, tra i quali conoscenze preesistenti, presenza di informazioni disponibili al momento dell’evento, di informazioni seguenti allo stesso:

ci sono dati interessanti a questo proposito che dimostrano come le conoscenze più recenti possano influire e modificare la ricostruzione che facciamo di un episodio. Un fenomeno chiaro e da lungo tempo conosciuto è rappresentato dall’hindsight bias, o pregiudizio nel ricordo (Mazzoni, 2003),

il cosiddetto giudizio retrospettivo. Inoltre, fattori di personalità, credenze ed esperienze personali passate o recenti, modalità di fruizione dell’evento da testimoniare e altre variabili influenzano le memorie del testimone:

I processi costruttivi sono specificamente presenti nel momento in cui si tenta di recuperare elementi in memoria, ma non si trova niente. In questo caso, se la convinzione è che qualche cosa sia accaduto, ma che non possa essere ricordato al momento, si fa uso inizialmente degli elementi e delle informazioni disponibili […] e in base a queste si costruisce uno spazio mentale. Questo scenario mentale contiene quindi inizialmente schemi di avvenimenti, conoscenze e informazioni. In un secondo tempo esso attiva alcuni frammenti di ricordo che sono attinenti al tema che si vuole ricordare. In tal modo si elabora un vissuto che non è un ricordo vero, è uno pseudo-ricordo che naturalmente ricordo non è, ma che dopo tempo viene vissuto come tale. Si tratta della costruzione di un ricordo falso (Mazzoni, 2003).

Ognuno di noi, quindi, adatta i propri ricordi in base a schemi personali che possono sia distorcere sia accrescere la memorizzazione; ciò dipende da quanto la nuova informazione si adatti a questi schemi preesistenti. (Caso &Vrij, 2009)

Questo spiega come anche il testimone oculare, generalmente non intenzionato o non interessato a mentire, possa dare un resoconto testimoniale diverso dal reale svolgimento dei fatti (Cavedon& Calzolari, 2005). Ad esempio, gli stereotipi possono influenzare il ricordo sin dal momento in cui lo stiamo formando. In un famoso esperimento di Allport e Postman del 1947 veniva chiesto ai soggetti di riportare il contenuto di alcuni fotogrammi che ritraevano un uomo bianco con un coltello alla mano puntato contro un uomo di colore ben vestito. Nella resocontazione finale, più della metà dei soggetti sbagliò attribuzione, cioè asserendo che era l’uomo di colore quello mal vestito che impugnava l’arma.

Quanto finora considerato in merito alla ricostruzione testimoniale assume un aspetto specifico nel caso delle testimonianze di incidenti stradali, avvenimenti che peraltro in sé sono inoltre caratterizzati dal fatto di essere imprevedibili ed estremamente complessi: generalmente è impossibile fare attenzione ad ogni elemento dell’incidente e ricordarne ogni dettaglio. Anche solo la velocità dell’accadimento è un ostacolo alla percezione: l’occhio umano non è fatto per recepire informazioni che si svolgono in un lasso di tempo così breve. È stato stimato che non abbiamo consapevolezza di un input prima di 100-300 millisecondi (De Cataldo Neuburger, 1988).

 Le ricerche rilevano che una persona riferisce solamente un terzo dell’evento cui assiste e che, in parte, tale resocontazione risulta errata, soprattutto qualora venga integrata ad un interrogatorio (Rivano &Vangi, 2011). La testimonianza diviene inutilizzabile qualora presenti una fedeltà del 50%. Spesso numerosi errori testimoniali dipendono dal fatto che l’interrogatorio tende ad assumere i connotati di un colloquio suggestivo: anche involontariamente, l’investigatore non gestisce la relazione con il teste secondo modalità che consentano di favorire un ricordo quanto più accurato. Solitamente, infatti, il colloquio assume un’impostazione asimmetrica, poiché colui che interroga svolge un ruolo socialmente più “potente” dell’interrogato, il quale spontaneamente tende a modellarsi sulla base del comportamento verbale e non verbale dell’interrogante.

Una situazione di questo tipo inevitabilmente facilita lo sviluppo della compliance (Caso &Vrij, 2009) o della classica desiderabilità sociale, per cui il testimone risponde all’interrogante secondo quanto ritiene che quest’ultimo voglia sentirsi dire, solo per elevare la propria immagine agli occhi di colui che in quel momento percepisce come superiore a se stesso. Accanto a tale comportamento, intervengono regole conversazionali di base quali la tendenza a rispondere affermativamente o la propensione a modificare la propria risposta originaria qualora l’intervistatore ripeta altre volte la stessa domanda. Inconsapevolmente, capita che quest’ultimo trasmetta segnali non verbali che possono essere interpretati dal teste come feedback negativo oppure un rinforzo circa quanto sta esponendo. L’interrogante ha un proprio modo di vedere la situazione, sulla base del quale agisce ponendo domande coerenti con ipotesi soggettive che potrebbero non essere condivise dal testimone; il fatto che quest’ultimo risponda compliante alle domande rappresenta per l’investigatore una implicita conferma delle proprie ipotesi. Il ruolo “superiore” assunto dall’interlocutore porta il teste a modificare il proprio ricordo sulla base della expertise che attribuisce all’interlocutore stesso.

In riferimento agli incidenti stradali, principalmente, il numero di errori in una testimonianza è più elevato in ciò che il teste riferisce relativamente alle fasi pre-urto e peri-urto (gli elementi che peraltro interessano maggiormente agli operatori di giustizia), in quanto la durata degli avvenimenti che occorrono in tali lassi temporali è estremamente bassa: si parla di pochi decimi di secondo, una frazione di tempo talmente esigua che l’occhio umano non riesce né a vedere né, di conseguenza, a codificare completamente il fatto (Rivano &Vangi. 2011).

Vi sono inoltre differenze individuali nel modo di percepire, legate a esperienze e caratteristiche soggettive (De Cataldo Neuburger, 1988). Durante la ricostruzione si può notare che il teste tende a colmare le lacune che possiede circa la dinamica dell’incidente, cercando di costruire con ragionamenti causali cosa ha portato all’urto stesso (Antonietti, Breda, & Fiorina, 2006). A ciò si aggiunge la propensione degli investigatori a porre domande per provare a comprendere le lacune dei testimoni, conducendoli a ricercare e proporre spiegazioni che recano ulteriori danni al loro ricordo: in altri termini, la testimonianza richiesta può vertere su aspetti dell’incidente cui l’individuo non ha prestato attenzione, con conseguente inaccurata rilevazione degli stessi.

Anche qualora la testimonianza riguardi specifici elementi su cui si è realmente indirizzata l’attenzione del testimone, occorre considerare i limiti delle capacità percettive, come precedentemente descritto. Inoltre, gli studi in merito mostrano come il solo atto di immaginare qualcosa induca a credere che ciò sia accaduto realmente: ripensare agli eventi, raccontarli ad altri, ripeterli a se stesso, sentirli in televisione comportano la creazione di scene differenti e la credenza conseguente che essi abbiano assunto una piega effettivamente diversa da quanto si ricorda; si giunge pertanto a non poter più scindere ciò che si immagina e ciò che si è immagazzinato inizialmente in memoria.

Alla selezione necessaria ed involontaria che gli organi di senso attuano nel momento in cui la realtà viene codificata (Antonietti, Breda, & Fiorina, 2006) si aggiunge il meccanismo di attribuzione di significato a quanto viene elaborato, per cui il testimone produce una ricostruzione di quanto ha visto che, inevitabilmente, si distacca dalla reale dinamica dei fatti: l’errore consiste dunque in una scorretta significazione in merito a quanto la persona ha colto oppure in un’attribuzione di senso parzialmente adeguata, cui tuttavia fa da contraltare l’aver scambiato gli attori e gli elementi in gioco; oppure, ancora, aver prodotto una commistione tra conoscenze o esperienze di avvenimenti precedenti con il fatto attuale, al fine di rispettare le proprie esigenze di assegnazione di un significato (Antonietti, Breda, & Fiorina, 2006). Ad esempio, a seguito di un incidente tra un’auto proveniente da destra e un motociclista senza casco proveniente da sinistra, i testimoni potrebbero ricordare che la moto è giunta da destra, che il motociclista indossava il casco, che la moto si è scontrata con un piccolo camion anziché con un’auto e così via. La complessità dell’evento-incidente in sé e la cattiva interpretazione della situazione da ricordare possono creare false testimonianze non intenzionali.

L’interpretazione degli eventi codificati è maggiormente presente nel momento in cui si elaborano azioni compiute da esseri umani, ossia non meccaniche: in tal caso intervengono gestione, attribuzione ed assunzione di pensieri, emozioni, intenzioni guidati da ulteriori aspetti cognitivi, affettivi, sociali e culturali quali gli schemi mentali e, soprattutto, gli script. Gli aspetti considerati dissonanti dai suddetti copioni tendono a venire “normalizzati”, riportati dunque ad esperienze familiari (Antonietti, Breda, & Fiorina, 2006). Ad esempio, indossare il casco alla guida di una moto è una legge talmente radicata nella nostra cultura che abbiamo nella nostra mente lo script del motociclista che automaticamente indossa il casco: di conseguenza, potrebbe accadere che, nell’esempio precedente relativo all’incidente tra moto e auto, il testimone ricordi che il motociclista indossava il casco non per un ricordo concreto, bensì perché ciò rientra nello script per cui un motociclista indossa automaticamente un casco.

Anche la scelta dei termini dell’intervistatore può modificare la memoria del testimone. In un noto esperimento di Loftus e Palmer (1974), i partecipanti dovevano osservare un filmato di un incidente automobilistico. Nello specifico, l’elemento peculiare dello studio era incentrato sulla velocità con cui procedeva l’auto che ha generato lo scontro. Il campione era stato suddiviso in cinque gruppi ed a ciascuno di questi è stata posta la medesima domanda con una minima varietà: al primo gruppo si è domandata la velocità dell’automobile quando si è “scontrata” con l’altro veicolo; al secondo gruppo è stata richiesta la velocità della stessa nel momento in cui ha “colliso” con l’altro veicolo; con il terzo gruppo si è utilizzata l’espressione “ha urtato”; con il quarto “ha colpito”; con il quinto “è entrata in contatto”. Ogni verbo possiede una peculiare significazione ed i risultati dell’esperimento mostrano come le persone modifichino la propria risposta circa la velocità del mezzo a seconda della forma utilizzata: tra “entrare in contatto” e “scontrare” è emersa una differenza di 10 chilometri orari.

Molte ricerche si sono focalizzate sullo studio del post-event information effect, ossia dell’influenza che hanno informazioni successive all’incidente sul ricordo. Loftus, Miller e Burns (1978) e Bekerian e Bowers (1983) attuarono alcuni esperimenti dai quali emerse la conclusione che la memoria del testimone appare esposta all’influenza dell’informazione presentata successivamente all’avvenimento osservato. È stata addotta come spiegazione l’ipotesi che le domande vengono integrate nella rappresentazione mnestica dell’incidente, causando dunque una ricostruzione o una modifica delle informazioni originariamente immagazzinate in memoria (Loftus, Miller, & Burns, 1978): ad esempio, nell’esperimento di Loftus, pur avendo osservato in un filmato un cartello stradale di stop, i soggetti confermarono successivamente di aver visto un segnale di precedenza, in quanto ciò era suggerito dalle domande poste dallo sperimentatore. A distanza di tempo, ai soggetti venne richiesto di ricordare nuovamente il segnale stradale che avevano visto nel video e più della metà di costoro affermò che fosse un cartello di precedenza.

Molti autori (e.g. Hornby, 1974; Loftus, 1975; Loftus, Miller, & Burns, 1978) affermano che i presupposti inclusi nelle domande tendenziose generalmente influiscono sulla comprensione e sulla memoria, in quanto le persone tendono a considerarli come fatti realmente avvenuti, siano essi veri o fittizi. In un esperimento di Loftus (1975) era chiesto al gruppo sperimentale se avessero visto i bambini salire sullo scuolabus, sebbene non vi fosse alcuno scuolabus nel filmato di cui avevano appena preso visione. Una settimana dopo, sottoponendo nuovamente i soggetti ad ulteriori domande relative al suddetto filmato, il gruppo sperimentale ricordava il fatto erroneamente presupposto in misura maggiore rispetto al gruppo di controllo.

Ricerche recenti sono volte allo studio anche degli altri elementi percettivi coinvolti nella testimonianza di incidenti stradali: infatti, un testimone oculare non costruisce i propri ricordi solamente sulla base di informazioni visive. I segnali percettivi passano attraverso i differenti canali sensoriali e vengono elaborati ed integrati, costruendo una cornice dotata di senso. Alcuni autori mostrano particolare interesse per le informazioni prettamente uditive; ad esempio, uno studio di McAllister, Bregman e Lipscomb (2002) propone di analizzare il post-event information effect in funzione della natura uditiva oppure visiva delle informazioni. Nello specifico, gli autori intendono verificare quale delle due condizioni è maggiormente esposta a tale bias. Dai risultati della loro ricerca emerge che la condizione uditiva è meno accurata e maggiormente vulnerabile al post-event information effect e tali conclusioni sono state replicate in un esperimento successivo.

Approfondire gli studi in merito agli elementi non solo visivi della testimonianza permette di raccogliere informazioni più ampie sul fenomeno della testimonianza anche in funzione degli eventi da ricordare. Per esempio, la velocità dei veicoli non viene solamente osservata, in quanto si verifica un cambiamento nel volume e nella tonalità del suono nel momento in cui essi si avvicinano o si allontanano dal luogo in cui si trova il testimone: parametri uditivi possono dunque rivelarsi utili variabili stimatrici della velocità a cui andavano i mezzi eventualmente coinvolti in un incidente e possono consentire di raccogliere maggiori informazioni sulla testimonianza deposta.

È evidente quanto la ricerca in ambito di psicologia della testimonianza sia molto ricca e fornisca un ampio contributo, soprattutto poiché essa si configura quale fertile terreno di incontro multidisciplinare volto all’analisi di un fenomeno estremamente complesso, delicato ma anche profondamente affascinante.

 

La self-compassion. Il potere dell’essere gentili con se stessi (2019) di Kristin Neff – Recensione del libro

La self-compassion di Kristin Neff, un manuale non soltanto per gli addetti ai lavori ma anche rivolto all’ampio pubblico, che consente di imparare attraverso l’auto-compassione a gestire al meglio emozioni tossiche come l’autocritica, la vergogna, la rabbia, un modo apparentemente semplificato per imparare a relazionarsi alla sofferenza, sia la propria che quella degli altri.

 

Sacrificando noi stessi al dio insaziabile dell’autostima, stiamo barattando la meraviglia e il mistero in continuo divenire della nostra vita per uno sterile scatto di Polaroid. Invece di rivelare la ricchezza e la complessità della nostra esperienza, la gioia e il dolore, l’amore e la rabbia, la passione, il trionfo e la tragedia, cerchiamo di catturare e riassumere la nostra esperienza vissuta con una valutazione estremamente semplicistica del sé. Ma questi giudizi, nel vero senso della parola, sono solo pensieri. E più spesso che no, non sono neanche accurati. Il bisogno di vedere noi stessi come superiori ci fa anche enfatizzare la nostra separazione dagli altri piuttosto che la nostra interconnessione, che a sua volta porta a sentimenti di isolamento, disconnessione e insicurezza. Così uno si potrebbe chiedere: “Ne vale la pena?”.

 Questo ritaglio tratto dal libro di Kristin Neff, pioniera nel campo della self-compassion, racchiude dalla mia prospettiva una grande trappola per noi esseri umani e tra i vari capitoli, l’autrice ci aiuterà a capire il perché di tali dinamiche attingendo ai vari campi delle scienze e soprattutto spiegherà il vantaggio di sviluppare l’auto-compassione e come farlo.

Come scrive Nicola Petrocchi nella prefazione del libro, rappresentante italiano della Compassion Focused Therapy,

la compassione non è solo una virtù da contemplare ma un’abilità che può essere allenata con benefici immensi,

come dimostrato dalle evidenze scientifiche. In tal senso il testo rappresenta un validissimo manuale “d’istruzione”.

L’attuale società altamente competitiva, rischia di creare un’illusoria identità e valore personale che sempre di più ci allontana dalle nostre risorse interiori e dall’essere connessi agli altri in modo sano.

La compassione invece, promuove un atteggiamento gentile e non giudicante, in grado di rivolgerlo agli altri quanto a noi stessi, soprattutto nei momenti di dolore, di difficoltà, fallimenti che si incontrano nella vita, riuscendo a disinnescare alcuni meccanismi innati e per certi versi talvolta funzionali della nostra mente, come scappare, evitare un dolore o ciò che procura in noi un segnale di minaccia.

L’auto compassione diventa utile ad esempio, a disinnescare l’autocritica, responsabile di diverse forme di disagio psichico, che l’autrice spiegherà dettagliatamente nei vari capitoli del testo, offrendo un’ampia panoramica di riferimenti teorici e parti esperenziali.

 Il testo continua ad esplorare studi e ricerche in merito all’efficacia della self-compassion nel migliorare la qualità di vita delle persone e come la stessa si associ ad una maggiore intelligenza emotiva, concetto questo coniato da Daniel Goleman per descrivere la capacità di riconoscere ed utilizzare in modo abile ed adattivo le proprie emozioni, ed ancora migliori strategie di coping. Tutto ciò a sostegno del fatto che persone auto-compassionevoli sarebbero in grado di affrontare al meglio le prove che la vita inevitabilmente ci riserva.

La self-compassion si sarebbe rivelata anche utile alleata nel trattamento dei depressione, disturbo da stress post traumatico.

L’intento dell’autrice diviene dunque insegnare le tre componenti fondamentali della self-compassion ossia la gentilezza verso se stessi, sentirsi connessi agli altri e la mindfulness, intesa come la consapevolezza equilibrata che riconosce ed accetta anche il dolore, meglio intesa come equanimità emotiva.

La self compassion, continua a spiegare l’autrice, consente di sviluppare quella che lei chiama una resilienza emotiva, che consente infatti di accettare ed affrontare emozioni dolorose, non dunque una negazione delle stesse ma accogliendola e superandola, infatti come recitava Marcel Proust

si guarisce dalla sofferenza solo sperimentandola in pieno.

Altro aspetto approfondito dall’autrice è la correlazione tra self compassion ed autostima sana, infatti anche rispetto al tema dell’autostima Kristin Neff, illustrerà e spiegherà l’aspetto disfunzionale dell’eccessivo investimento sull’autostima senza accompagnare a quest’ultima alti livelli di auto-compassione.

Un manuale ricco di contenuti ed informazioni, utile per il terapeuta quanto all’ampio pubblico, impreziosito da esercizi accessibili a tutti, per consentire di mettersi all’opera nel sviluppare l’auto compassione, utile nel rapporto con noi stessi, gli altri e più in generale nella vita, in grado di fornirci una potente fonte motivazionale che ci consenta di accettare ciò che non può essere cambiato ma cambiare in meglio ciò che può esserlo per poter assaporare a pieno il piacere della vita.

 

Psichiatria territoriale. Strumenti clinici e modelli organizzativi (2021) a cura di Giuseppe Nicolò e Enrico Pompili – Recensione del libro

Il volume Psichiatria territoriale. Strumenti clinici e modelli organizzativi, curato da Giuseppe Nicolò ed Enrico Pompili è un compendio dell’esperienza che si è cumulata e sviluppata in questi lunghi anni intorno alla salute mentale, che si è avvalsa delle evidenze che la ricerca ha prodotto.

 

 Il momento difficile che stiamo attraversando per la pandemia da Covid 19 ha aperto gli occhi a molti decision maker che si occupano di sanità pubblica. Il modello territoriale è salito alla ribalta della discussione che si è aperta nel nostro paese come l’unico in grado di dare efficacia agli interventi sanitari, a differenza di quello che propone i presidi ospedalieri come centrali nel sistema di cure.

Nella salute mentale il modello territoriale è stato adottato sin dalla Riforma Basaglia che ha previsto già alla fine degli anni settanta del secolo scorso la chiusura degli ospedali psichiatrici, più comunemente conosciuti come manicomi, e la realizzazione di strutture alternative territoriali per la prevenzione, cura e riabilitazione della malattia mentale.

Il volume Psichiatria territoriale. Strumenti clinici e modelli organizzativi, curato da Giuseppe Nicolò ed Enrico Pompili è un compendio dell’esperienza che si è cumulata e sviluppata in questi lunghi anni intorno alla salute mentale, che si è avvalsa delle evidenze che la ricerca ha prodotto.

Nelle oltre mille pagine sono presentati modelli e tecniche d’intervento, nonché di organizzazione dei servizi e delle strutture deputate alla cura con una visione che non si basa più solo sull’Evidence Based Practice in relazione alla diagnosi con l’obiettivo di ridurre la sintomatologia, ma su concetti di resilienza e possibilità, partecipazione sociale e integrazione esistenziale, valorizzando un quadro transindromico che combina approcci categoriali, dimensionali e di rete.

I due curatori sono pubblici operatori della salute mentale con esperienza decennale: Nicolò dirige il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche della ASL RM5. Didatta della SITCC è docente in scuole di specializzazione in psicoterapia e presso la scuola di specializzazione in psichiatria dell’Università “La Sapienza” di Roma. Pompili, psichiatra e psicoterapeuta è direttore dell’Unità Operativa Complessa presso il Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche della ASL RM5 e docente in scuole di specializzazione in psicoterapia e presso la scuola di specializzazione in psichiatria dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Il libro è diviso in cinque parti.

La prima tratta della necessità d’integrazione dei servizi riguardo ai nuovi modelli dei disturbi mentali adottando la complessità come base degli interventi. In questa sezione sono presi in considerazione diversi aspetti: la prospettiva della salute pubblica; il concetto di diagnosi e le sue criticità; la recovery in termini di speranza, controllo, opportunità, e connessione.

 La seconda parte presenta l’organizzazione dei servizi in relazione alla costruzione della rete e dei principi dell’integrazione. Sono presenti notazioni sulla normativa in materia; le politiche per la prevenzione e la promozione della salute mentale; i fattori sociali che incidono sulla salute mentale; l’organizzazione dei vari servizi (CSM, Centro Diurno; SPDC; Day Hospital; Strutture Residenziali Psichiatriche; REMS) e dei trattamenti di prevenzione, cura e riabilitazione.

La parte successiva illustra le tecniche d’intervento. Una sezione questa molto importante, in cui ci si sofferma sulle procedure riconosciute efficaci sia in termini riabilitativi (Cognitive Remediation; Social Skills Training; Riabilitazione Psicosociale; Social Cognition Training; Interventi Psicoeducativi; Housing First; Individual Placement and Support, ecc.), sia d’interventi di sostegno per i familiari, di trattamenti psicoterapeutici, di psicofarmacologia, di brain modulation e gestione dell’aggressività.

La quarta parte prende in considerazione i modelli d’intervento integrato per popolazioni speciali in cui sono considerati i disturbi dell’alimentazione; la dual diagnosis; la doppia diagnosi; gli esordi psicotici in preadolescenza e adolescenza; gli esordi psicotici e l’intervento precoce; la popolazione LGBT; i migranti e i rifugiati; i disturbi gravi di personalità; il disturbo d’accumulo e ossessivo-compulsivo; l’ADHD nell’adulto; le emergenze epidemiche e calamità naturali.

L’ultima parte riguarda il lavoro in team che è la forma che deve necessariamente prendere il lavoro in salute mentale per favorire l’integrazione dell’intervento, una modalità essenziale per coinvolgere diverse professionalità e mettere al centro il paziente. La sfida della complessità di questo lavoro è trattata sotto diverse sfaccettature (la capacità di lavorare insieme e accanto; di visione condivisa e leadership generativa; di coinvolgimento degli enti territoriali; di utilizzo delle tecnologie, non ultime quelle digitali e di realtà virtuale).

Un testo Psichiatria territoriale che non dovrebbe mancare nella libreria non solo di chi opera nel settore pubblico, ma di chi a qualsiasi titolo si occupa di salute mentale.

 

“Aspetta.. ho preso le cuffie?”: musica, emozioni e mente che vaga

La musica è un fenomeno ubiquitario nella cultura umana, in quanto in grado di evocare e regolare le emozioni (Taruffi et al., 2017).

 

A livello cross culturale, le emozioni maggiormente suscitate dalla musica sono la felicità e la tristezza (Bowling et al., 2012). La musica “triste e felice” esiste fin dall’antichità, come testimoniato dal sistema musicale greco (VI secolo a.C; Taruffi et al., 2017) che attribuiva alcune qualità emotive al suono unico delle modalità musicali. Negli ultimi dieci anni, le neuroscienze hanno fornito numerose informazioni su quanto un tipo di musica allegra o triste riesca a modulare l’attività delle strutture cerebrali coinvolte nelle emozioni. Nonostante tali informazioni, gli effetti musicali che evocano diverse esperienze emotive, come felicità o tristezza, sono sconosciuti (Taruffi et al., 2017).

La mente vagabonda (Mind Wandering) è una forma di auto generazione del pensiero che porta al superamento del momento presente, del “qui e ora”, per immergersi nel proprio flusso di coscienza (James, 1890; Taruffi et al., 2017). Le persone trascorrono molto tempo a vagabondare con la mente, tendenzialmente su fattori personali (Smallwood et al., 2011), sociali (Mar, Mason e Litvack, 2012), ricordi autobiografici (Smallwood e O’Connor, 2011) e pianificazione futura (Baird, Smallwood e Schooler, 2011). Il mind wandering è associato a diversi vantaggi, come la creatività nella risoluzione dei problemi (Baird et al., 2012) e il ritardare la gratificazione (Smallwood, Ruby e Singer, 2013). D’altro canto, uno dei principali costi legato al mind wandering è l’interruzione delle prestazioni e delle attività in corso (Franklin, Smallwood e Schooler, 2011). Recenti ricerche evidenziano come i processi affettivi abbiano un notevole impatto sui pensieri spontanei: sebbene vi siano prove evidenti di un’associazione tra mind wandering e affetti negativi in persone sane (Killingsworth e Gilbert, 2010) e in persone depresse (Smallwood et al., 2007), è anche vero che questa relazione viene mediata dal contenuto dei pensieri. Nello specifico, i pensieri passati sono correlati ad alti livelli di infelicità negli individui (Smallwood e O’Connor, 2011; Ruby et al., 2013). Il mind wandering è supportato da un insieme di regioni nel cervello che tipicamente sono attive durante il periodo di riposo, regioni denominate come rete di default (Default Mode Network, DMN). Le zone coinvolte sono la corteccia prefrontale mediale (nello specifico, la corteccia prefrontale dorsomediale e ventromediale; dmPFC e vmPFC), la corteccia parietale mediale (PCC e PCu) e la corteccia parietale laterale (lobulo parietale inferiore posteriore; pIPL).

Attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI), Taruffi e colleghi (2017) hanno indagato l’influenza della musica triste e felice in relazione alla mente vagabonda e ai suoi meccanismi neuronali sottostanti. Gli autori hanno condotto due esperimenti: nel primo sono stati reclutati 364 partecipanti online in due step (224 nel primo, 140 nel secondo). Nel secondo esperimento sono stati reclutati 24 partecipanti destrimani in salute (12 donne) e sono stati esposti a degli stimoli musicali (quattro brani “felici” e quattro brani “tristi”). I risultati ottenuti dagli esperimenti indicano come gli effetti musicali tristi sono correlati ad un tipo di mind wandering più intenso rispetto agli effetti musicali allegri. Inoltre, viene evidenziata una maggiore centralità dei nodi all’interno della rete di default (DMN). Tali risultati suggeriscono come l’attività della DMN possa essere modulata attraverso l’ascolto di canzoni che evocano tristezza o felicità (Taruffi et al., 2017).

Tali risultati richiedono un’indagine sistematica della relazione tra la musica e il pensiero, con vaste implicazioni per l’uso della musica in ambito educativo e clinico (Taruffi et al., 2017).

 

cancel