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Il Lavoro Mobilita l’Uomo (2021) – Recensione del libro

Il libro Il lavoro mobilita l’uomo pubblicato nel 2021, affronta il tema della fuga dei cervelli dal Sud Italia, in chiave psico-sociale.

 

La fuga dei cervelli è definita come il movimento delle persone qualificate dalla loro terra natia verso un altro luogo, seguendo, in genere, un’offerta lavorativa con migliori condizioni di vita e riconoscimento professionale. Sebbene si registri un incremento di persone qualificate che lasciano l’Italia, e soprattutto il Sud, negli ultimi tempi, non si tratta di un fenomeno troppo recente. Questo fenomeno era già presente con i Grand Tour, in cui studenti appartenenti a classi agiate intraprendevano questo giro alla scoperta del mondo classico, dove, però, l’Italia era una delle mete più ambite. Oggi, invece, si registra una partenza di capitale umano qualificato senza possibilità di sopperire a tale mancanza perché l’Italia non risulta essere più una meta attrattiva. In più, questo fenomeno è diventato socialmente conosciuto in quanto è preda del senso comune. Questo aspetto è amplificato dai discorsi mediatici che paragonano il fenomeno dei cervelli in fuga ad una migrazione di massa, senza però considerare la dimensione personale e interpersonale. Si tratta, inoltre, di un fenomeno che risente molto di aspetti socio-culturali e linguistici.

Ma quindi chi sono i cervelli in fuga? I primi a fuggire sono stati gli accademici e i ricercatori, al fine di far circolare il sapere (‘brain circulation’, appunto), ma anche i lavoratori operanti nel settore ICT, seguiti poi da altre categorie professionali come esito del cambiamento del mercato del lavoro e dell’emergere di nuove forme di carriera che superano quella tradizionale. Proprio perché sta diventando un fenomeno emergente, il modo in cui se ne parla mette in gioco le rappresentazioni sociali di oggetti basilari nell’organizzazione della cultura di una comunità, come il “lavoro”, la “famiglia”, la “formazione”, il “Sé”, la “nazione”.

 Nella letteratura scientifica, infatti, il fenomeno è stato analizzato sempre da una prospettiva economica o sociologica. Dal punto di vista economico, la fuga dei cervelli è stata esplorata in termini di costi per il paese di origine, che perde capitale umano qualificato e come benefici per il paese di destino che, invece, acquista qualificazione. Mentre la sociologia ha studiato il fenomeno come un processo di migrazione economica, la chiave psicologica, quadro teorico del volume, mira a dare voce a chi ha vissuto l’esperienza direttamente, proponendo prima un tentativo di decostruzione della rappresentazione comune sul fenomeno, generalmente diffusa dai media, sostenendola tramite le voci dei protagonisti, emigrati soprattutto dal Sud Italia. L’idea di fondo del libro è comprendere, in base alle biografie mobili dei protagonisti, se ci può essere un legame tra territorio e progetto di mobilità nei vissuti di chi abbandona il paese di origine.

Partendo proprio da questo legame, il libro è utile a tutti gli psicologi di comunità che intendono occuparsi di migrazioni, empowerment e adattamento nelle comunità di destino; ma anche a coloro che vogliono occuparsi di chi vive indirettamente l’“abbandono”, come i genitori dei cervelli in fuga, molto spesso, ingabbiati nella “sindrome del nido vuoto”. Occuparsi psicologicamente dei migranti qualificati e dei loro affetti, infatti, potrebbe voler dire ripartire dal legame territorio-progetto di mobilità.

 

Disturbi di personalità negli anziani: una rassegna su epidemiologia, valutazione e trattamento

Nella letteratura dell’ultimo ventennio è presente un gap significativo in merito alla ricerca sui disturbi di personalità negli anziani (> 60 anni), in termini di: studi longitudinali, assenza di strumenti diagnostici adeguati all’età e trattamento; motivo per cui il seguente estratto si focalizza proprio sui dati relativi ai disturbi di personalità in questo target d’età specifico (Penders et al., 2020).

 

Disturbi di personalità negli anziani: prevalenza ed esiti del trattamento

La letteratura riporta una prevalenza significativa dei disturbi di personalità in età avanzata: uno dei più ampi studi condotti riferisce un tasso di prevalenza del 10,7% con almeno un disturbo di personalità. I tassi più alti sono stati riscontrati nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità (6,5%), seguito da quello paranoide (2,5%); mentre il disturbo di personalità dipendente (0,4%) e quello istrionico (0,8%) sono stati i meno prevalenti (Holzer & Huang, 2019). I disturbi di personalità negli anziani comportano un impatto significativo sulla qualità di vita: inficiano il funzionamento psicosociale e le relazioni interpersonali, in particolar modo la diade medico-paziente; aumentando il rischio di rifiuto del trattamento in ambito medico-ospedaliero, motivo per cui risulta ulteriormente doveroso prestare particolare attenzione ai disturbi di personalità negli anziani (Powers & Oltmanns, 2012). Gli esiti del trattamento dei disturbi di personalità in età avanzata risultano sempre essere meno promettenti, mentre i tassi di recidiva sono in costante aumento (Stevenson et al., 2011); motivo per cui risulta ancora più urgente disporre di strumenti validi e affidabili per facilitare ‘diagnosi precoci’ (Rossi et al., 2014). Prestare maggiore attenzione ai disturbi di personalità in età avanzata può consentire al clinico di implementare interventi specifici al fine di migliorare la qualità di vita e di soddisfare le esigenze peculiari di ciascun paziente; incrementando la compliance e riducendo il rischio di drop-out (Penders et al., 2016).

Diagnosi dei disturbi di personalità negli anziani

A differenza degli adulti più giovani (< 60 anni), sono, inoltre, disponibili pochi strumenti affidabili e validi per la diagnosi di disturbi di personalità negli anziani (Oltmanns et al., 2014). Oltre alla mancanza di aggiustamenti per l’età, molti questionari self-report e interviste semi-strutturate sono composti da elementi troppo complessi per il target d’età di riferimento, come ad esempio l’utilizzo di un linguaggio troppo astratto o l’uso di doppie negazioni (Debast et al., 2015). Dal 2015 è stato pubblicato solo uno studio (Videler et al., 2017) che esamina l’efficacia di un trattamento psicoterapico sui disturbi di personalità in un campione d’età avanzata: la terapia (Schema Therapy) è stata erogata ad otto pazienti in regime ambulatoriale con diagnosi di DP (cluster C). Dai risultati emerge una riduzione dei sintomi annessi al disturbi di personalità vissuti in maniera egodistonica e un incremento generale della qualità di vita. Al follow-up, i partecipanti non soddisfacevano più i criteri generali o specifici del cluster, motivo per cui è stata revocata la diagnosi di disturbi di personalità (Videler et al., 2017). Inoltre, la dimensione dell’effetto di tali risultati era elevata: dato in linea con il trattamento sui disturbi di personalità applicato ad adulti più giovani (Bamelis et al., 2014). Sebbene da tale studio siano emersi dati promettenti, i risultati non sono in alcun modo generalizzabili e predittivi dell’intera popolazione, considerata la ridotta numerosità campionaria (n= 8) e la focalizzazione su un unico cluster di DP. Quando si cerca di delineare l’intervento più appropriato per un anziano con disturbi di personalità, risulta opportuno non soltanto valutare i suoi bisogni, il livello di motivazione/compliance e gravità del disturbo, ma anche considerare il grado di limitazioni funzionali esercitato da eventuali comorbilità di natura somatica e cognitiva (Rosowsky et al., 2018). La ricerca attuale ha evidenziato che il trattamento dei disturbi di personalità negli anziani è ancora un tema scarsamente esplorato, probabilmente a causa di nichilismo terapeutico e scetticismo ingiustificati. La rilevanza clinica del tema è, invece, in costante aumento, considerando l’invecchiamento generale della popolazione globale; risulta, dunque, opportuno garantire al tema la dovuta attenzione clinica e scientifica (Penders et al., 2020). In tale direzione risulta fondamentale anche una diagnosi precoce del disturbo, in modo tale da: arginare il prima possibile le conseguenze avverse del disturbo di personalità, ridurre i costi economici e indirizzare il paziente all’intervento più idoneo; prevenendo ricoveri ospedalieri e riducendo al minimo il rischio di scarsa compliance. In conclusione è possibile affermare quanto sia rilevante e clinicamente utile una maggiore ricerca sul tema, al fine di garantire un miglioramento della qualità di vita ad un target di popolazione in cui il focus attentivo è tendenzialmente rivolto su altri aspetti.

 

La validità delle prospettive teoriche alla base degli interventi terapeutici: un dialogo tra scienza e clinica – Editoriale di Cognitivismo Clinico

Nel volume di Cognitivismo Clinico sono stati presentati diversi contributi che, tutti, al loro modo, testimoniano il modo in cui l’interrogarsi della comunità scientifica e clinica circa la natura e la validità delle nostre prospettive teoriche determinano l’apertura o la chiusura di specifiche finestre di intervento clinico.

Editoriale a cura di Guyonne Rogier

 

Il volume si apre con una sezione dedicata alle linee guida. Si succedono quindi tre contributi che, approcciandosi al tema delle linee guida nel trattamento di specifiche condizioni psicopatologiche, illustrano il ruolo determinante che riveste la nostra concettualizzazione del trattamento sulle pratiche terapeutiche. Rinforzando con enfasi il ruolo della conoscenza scientifica come torcia che illumina la strada da percorrere, ma anche le zone d’ombra che rimangono poco esplorabili, ciascuno di questi articoli evidenzia come le linee guida internazionali relative al trattamento di diverse psicopatologie si affidano ai risultati della ricerca empirica nel campo dell’efficacia della psicoterapia.

Il primo, a cura di Rogier e Mancini, fornisce una panoramica delle principali linee guida internazionali riguardanti il trattamento del disturbo da attacchi di panico e del disturbo d’ansia generalizzata. Nello specifico, vengono riassunte le principali conclusioni tratte dagli istituti NICE e APA. Il contributo si chiude su una breve illustrazione di alcune metanalisi considerate dagli autori di particolare rilievo, che documentano le conclusioni tratte dalla ricerca empirica sul tema.

Il contributo successivo, firmato dagli stessi autori, in maniera simile, si focalizza sulle linee guida relative al trattamento psicoterapeutico della depressione. Di nuovo, gli autori scelgono di illustrare le conclusioni tratte dagli istituti NICE e APA e forniscono una puntuale descrizione di alcuni lavori rilevanti che sollecitano il lettore a sviluppare una lettura critica dei risultati offerti dalla ricerca sull’efficacia delle psicoterapie.

Questa trilogia si chiude con il contributo di Nicolò et al., dedicato al delicato compito di riassumere lo stato dell’arte relativo alle linee guida esistenti per alcuni disturbi di personalità. In particolare, gli autori si focalizzano sul disturbo borderline e il disturbo antisociale di personalità, fornendo al lettore una precisa e puntuale illustrazione delle principali conclusioni e raccomandazioni fornite dagli istituti NICE e APA. Ad impreziosire ulteriormente il lavoro è una sezione dedicata al riassunto di alcuni lavori di metanalisi o rassegne sistematiche di rilievo riguardanti la tematica ma, soprattutto, l’offerta di alcuni spunti di riflessione riguardanti la sempre più asserita necessità di privilegiare la prospettiva dimensionale a quella categoriale nell’approccio al tema della patologia della personalità.

La seconda parte di questo numero comincia con il contributo di Carlo et al. che rivisitano in ottica cognitivista il concetto di una forma specifica di accettazione, l’amor fati. Grazie al dialogo, inscenato dagli autori, di filosofi e teorici della psicologia cognitiva, svisceriamo un costrutto che poteva apparire, nella lettura iniziale, facilmente afferrabile. Proseguendo nella scoperta dell’articolo, comprendiamo come l’utilizzo di concetti cari alla psicologia clinica cognitiva (ad es. scopi, credenze) può permetterci di apprezzare le potenzialità insite nella complessità del concetto. Soprattutto, l’approfondimento teorico dell’argomento viene messo al servizio di una maggiore riflessione circa i meccanismi di cambiamento psicoterapeutico che sottendono la psicoterapia cognitiva e gli approcci della terza ondata. Il tuffo nella storia della filosofia, grazie alla guida degli autori, permetterà al lettore di apprezzare l’esistenza di un’affinità tra alcune tecniche che troppo spesso sono considerate come separate, ponendo, in ultima analisi, l’accento sull’importanza del considerare il meccanismo di cambiamento sottostante la singola pratica clinica. Al termine della lettura di questo contributo, il lettore ne uscirà non soltanto maggiormente consapevole delle implicazioni cliniche della concettualizzazione del costrutto di accettazione, ma anche maggiormente sensibilizzato alle ricadute pratiche che emergono da un’accurata riflessione epistemologica sui processi di cambiamento innescati dalle singole tecniche psicoterapeutiche.

Lo sforzo di decentramento epistemologico prosegue nel secondo contributo di questo volume, scritto da Giussani, che illustra in maniera illuminante il cambio di prospettiva che caratterizza la diffusione dei trattamenti di terza generazione per il Disturbo Ossessivo Compulsivo. Mediante un’argomentazione strutturata in modo convincente, l’autrice identifica come punto di svolta cruciale il passaggio del focus terapeutico dai contenuti mentali agli aspetti processuali dell’elaborazione delle informazioni. Dopo aver passato in rassegna gli aspetti salienti di alcuni, selezionati, approcci di terza generazione, il lettore giungerà alla conclusione che l’evoluzione delle nostre pratiche cliniche può esser compresa alla luce di un fattore comune ovvero la maggior attenzione posta alla modifica della relazione che il paziente ha con le proprie esperienze interiori.

Come a voler estendere lo slittamento di prospettiva illustrato da Giussani, il contributo successivo arricchisce ulteriormente la nostra consapevolezza dell’utilità del continuo interrogarsi sull’utilità e l’efficacia degli strumenti di intervento che adoperano gli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali. Bacaro e Baglioni si focalizzano quindi sul disturbo di insonnia, una condizione che ci permette di mettere in discussione il nostro approccio clinico alla complessa questione del nesso tra mente e corpo, mettendoci di fronte alla necessità di ripensare, in un processo di continua evoluzione, l’adeguatezza della nostra personale cassetta degli attrezzi. L’approccio della rassegna narrativa, scelto dagli autori, appare particolarmente adatto a stimolare l’apprezzamento critico
delle evidenze empiriche passate in rassegna. I risultati ottenuti dalla ricerca empirica relativi all’efficacia della melatonina, della fototerapia, dell’esercizio fisico, della medicina complementare e della mindfulness per il disturbo di insonnia vengono quindi contestualizzati alla luce delle linee guida esistenti per il trattamento del disturbo. L’articolo testimonia come il riferimento alle linee guida internazionali e a un approccio evidence-based possa essere integrato con successo alla continua messa in discussione dei modelli esistenti, fungendo da bussola che aiuta il clinico a misurare la validità delle molteplicità delle proposte di trattamento offerte per il trattamento dei singoli disturbi.

Facendo eco alle raccomandazioni per la ricerca futura formulate da Bacaro e Baglioni, il terzo contributo presenta evidenze empiriche convincenti che suggeriscono la potenziale utilità dell’utilizzo di trattamenti mindfulness-based nella misofonia. Nello specifico, lo studio di Pezzolato et al. spicca per la sua originalità e la capacità degli autori di leggere una condizione psicopatologica (la misofonia), ancora non del tutto ufficialmente riconosciuta dai convenzionali sistemi diagnostici internazionali, attraverso la lente di costrutti quali la mindfulness o la regolazione emotiva. I risultati testimoniano dei benefici che risultano dalla sinergia tra le intuizioni cliniche e la ricerca empirica, mettendo in luce come la rigorosa operazionalizzazione dei nostri costrutti teorici possa conseguire nell’avanzare di una conoscenza scientifica basata sulle evidenze e condivisibile da tutti anche in ambiti che risultano ad oggi poco conosciuti.

Infine, come a voler fornire un’illustrazione concreta dell’utilità delle riflessioni formulate da Nicolò et al., l’ultimo contributo, a cura di Ledda et al., documenta empiricamente l’utilità di utilizzare costrutti afferenti al campo di indagine della personalità patologica nella lettura di altre condizioni psicopatologiche come il disturbo da uso di alcol. La consapevolezza del background teorico che guida la formulazione delle ipotesi e il disegno della procedura empirica rappresentano i punti di forza del contributo, che contestualizza al meglio i risultati ottenuti e sollecita nel lettore interessanti spunti di riflessione. Come dimostrato in pratica da questo ultimo contributo, ma più in generale da questo intero volume di Cognitivismo clinico, il cammino verso la consapevolezza delle lenti con le quali osserviamo i nostri pazienti e il lavoro che svolgiamo con loro non può prescindere da un dialogo costante tra la nostra necessità di sviluppare concetti e misure in grado di valutarli e la riflessione circa la natura relativa e contestualizzata degli stessi.

Beck cognitivista: un’altra storia – 100 anni di Aaron T. Beck – Parte 2

Il racconto di come Beck iniziò a diventare cognitivista negli anni ’60 ma arrivò ad esserlo solo nel 1975.

 

Sebbene Beck non abbia mai cercato attivamente di rompere con la psicoanalisi organizzata e sebbene dagli anni ‘60 abbia iniziato a formulare il modello cognitivo della depressione mentre era ancora un membro attivo della comunità psicoanalitica e come una elaborazione interna alla teoria psicodinamica, egli fu gradualmente emarginato dall’ambiente psicoanalitico. Per questo Beck iniziò a confrontarsi con i terapisti comportamentali. All’inizio andò male anche con loro. Wolpe non vide motivo di accettarlo come uno di loro. Fu proprio questo rifiuto del comportamentista Wolpe che indusse Beck a chiamare il suo approccio terapia cognitiva (Beck, 1997) e per un po’, e questo Beck non lo dice sempre, il rifiuto di Wolpe lo aveva tornato a convincere che l’impostazione cognitiva fosse un aspetto della psicoanalisi e non una terza via (Rosner, 2012, 2014).

Tuttavia, nel decennio successivo si aprì uno spazio tra psicoanalisi e comportamentismo, e il doppio rifiuto che Beck continuava a subire lo spinse in questo spazio intermedio dove incontrò un gruppo di terapisti comportamentali desiderosi di incorporare il mediatore cognitivo nel paradigma comportamentale stimolo-risposta. Era il gruppo di Lazarus, Mahoney e Meichenbaum. Quel gruppo aveva bisogno di Beck e viceversa (Rosner, 2012). Eppure, non fu un approdo definitivo. Lazarus, Mahoney e Meichenbaum, quando incontrarono Beck, erano studiosi già maturi e terapisti con una impostazione comportamentale solida ma che in fondo li rendeva poco adatti a sviluppare concretamente l’intervento sul mediatore cognitivo. Se leggiamo il testo in cui anni dopo Mahoney nel 2003 raccolse le sue esperienze cliniche troviamo una raccolta di interventi provenienti sia dal vecchio repertorio comportamentale pre-beckiano che dal nuovo catalogo di ristrutturazioni cognitive proposto da Beck (e da Albert Ellis), più una delle prime comparse dei futuri interventi di meditazione processuale, tutti tenuti insieme da una concezione che sarà quella costruttivista. Costruttivista? Cosa è questa parola? È a sua volta un’altra storia. Insomma, la concezione era di Mahoney ma il repertorio tecnicamente cognitivo era di Beck (e di Ellis) e consisteva in una rivisitazione delle interpretazioni psicodinamiche reindirizzate verso l’alto della superficie cosciente e non verso la profondità inconscia. Quindi la domanda era: in quale campo da gioco clinico Beck aveva creato questo nuovo repertorio, questa rivisitazione dell’interpretazione psicodinamica?

Lo aveva creato nel campus della Penn State University di Philadelphia dove era andato a insegnare e dove aveva incontrato un gruppo di specializzandi in psichiatria e in psicologia clinica, dotati di formazioni psicoterapeutiche di varia fedeltà. Altrove questo tipo di studenti univa alla pratica degli psicofarmaci quella della psicoanalisi, in una doppia fedeltà. Alla Penn State, invece, era possibile apprendere -grazie alla presenza ad esempio di Wolpe e Lazarus, suo allievo venuto con lui dal Sudafrica- anche l’impostazione comportamentale. Altri, come Hollon, avevano avuto una formazione esperienziale-umanistica. Una molteplice specializzazione che però rischiava di creare il caos. In questo caos si inserì Beck che, tra mille oscillazioni, nel 1970 aveva pubblicato su Behavior Therapy (rivista chiave del movimento comportamentista), un saggio in cui presentava la terapia cognitiva, stavolta come modello a sé stante (Beck, 1970c). Un bel pasticcio, se pensiamo che in quello stesso 1970 Beck (1970b) aveva presentato quello stesso modello sotto l’etichetta della psicoanalisi! Nella presentazione su Behavior Therapy Beck aveva deciso, in una delle sue fluttuazioni, di minimizzare le sovrapposizioni del suo modello con la psicoanalisi e, significativamente, di sottolinearne -nonostante le perplessità di Wolpe- le affinità (ma anche le differenze!) con la terapia comportamentista, in una chiave che sembrava proporre una sorta di alleanza contro la psicoanalisi.

Quali erano queste affinità tra comportamentismo e questa terapia cognitiva di Beck, che, ripetiamolo, in quegli stessi anni poteva ancora capitare di ritrovarsela pubblicata dallo stesso Beck in qualche altra rivista come una variante della psicoanalisi? Stavolta egli sosteneva che sia la terapia cognitiva sia quella comportamentista evitavano le libere associazioni per ricostruire il vissuto inconscio della sessualità infantile; che sia la terapia cognitiva sia quella comportamentista si basavano invece su interviste terapeutiche strutturate, volte a definire i problemi comportamentali del paziente, che questi problemi comportamentali costituivano l’obiettivo terapeutico sia della terapia cognitiva sia di quella comportamentista, partendo dall’assunto che i comportamenti maladattivi potessero essere disappresi (Beck, 1970b).

Di fronte ai possibili dubbi dei comportamentisti sull’uso cognitivista dei resoconti soggettivi dei pazienti, inverificabili per un buon comportamentista da parte di osservatori esterni, Beck asseriva che tali resoconti potevano comunque dare origine a ipotesi testabili: ripetute correlazioni tra le ipotesi sui contenuti cognitivi e i comportamenti osservabili avevano offerto risultati coerenti con le aspettative. L’articolo finiva proponendo che il modello cognitivista potesse assorbire le tecniche comportamentiste, fornendo però “un framework teorico più ampio” (Beck, 1970b, p. 198). Beck si era insomma deciso: la terapia cognitiva era una terapia comportamentale. Diplomaticamente, in quella prima metà degli anni ‘70, Beck lasciava la titolarità del paradigma al comportamentismo, di cui la sua terapia cognitiva si proponeva come un sottoinsieme. In seguito, i rapporti gerarchici si sarebbero capovolti e Beck audacemente avrebbe definito successivamente la terapia comportamentista come un sottoinsieme della terapia cognitiva (Beck, 1976, p. 229). L’ospite si era impadronito dell’appartamento.

Questi giochi di parole, tuttavia, non sarebbero bastati a Beck per conquistare il centro della scena della nuova terapia ma in procinto di soppiantare il genitore (adottivo) ancora comportamentale. Senza contare che il gioco di parole fu imposto in realtà da Mahoney, il vero divulgatore del nuovo termine “terapia cognitiva”. E lo fece nel 1977 quando Mahoney fondò la rivista “Cognitive Therapy and Research”, lo fece in diretta polemica con la rivista fino allora dominante e che si chiamava, non a caso, “Behavior Research and Therapy”. Ma quel che più contò fu nel primo numero di quel giornale scientifico cognitivo e non più comportamentale dove fu pubblicato un articolo destinato a fare la storia, l’articolo che riportava il trial che permise a Beck per la prima volta di dimostrare che una psicoterapia era efficace come un farmaco (Rush, Beck, Kovacs, & Hollon, 1977). E quella terapia era la sua, la terapia cognitiva. Non si trattava più di parole ma di fatti. Questa è ancora un’altra storia che racconteremo.

Condotte di eliminazione e disturbi dell’alimentazione

Le condotte di eliminazione tipiche sono: il vomito, l’abuso di lassativi e diuretici o utilizzo di altri farmaci come gli estratti tiroidei e anoressizzanti, tra cui anfetamine.

 

In tale definizione vengono esclusi comportamenti come il digiuno e l’intensa attività fisica che vengono definite come condotte non di eliminazione.

Definizione delle condotte di eliminazione

Le condotte di eliminazione sono comportamenti che si verificano frequentemente all’interno dei disturbi dell’alimentazione; hanno lo scopo ultimo di controllare il peso e l’introito calorico, solitamente sono precedute da episodi di alimentazione incontrollata ed abbuffate. Le condotte di eliminazione possono anche essere definite come condotte di compenso ed in particolare è possibile distinguere tra:

  • comportamenti di compenso eliminativi, come il vomito autoindotto, l’uso improprio di lassativi e/o di diuretici o altri farmaci
  • comportamenti di compenso non eliminativi, come la restrizione dietetica estrema e rigida o l’esercizio fisico eccessivo e compulsivo (AIDAP, 2015).

Origine storia dei disturbi dell’alimentazione e condotte di eliminazione

I disturbi dell’alimentazione sono da sempre stati considerati oggetto di studio e di interesse clinico.

L’Anoressia Nervosa è stato il primo disturbo dell’alimentazione identificato e descritto per opera di Gull (1874). Beumont e colleghi (1976) sottolinearono la differenza tra soggetti con condotte di compensazione non eliminatorie e soggetti con condotte di compensazione eliminatorie. Russel (1976) identificò, in un primo momento, la Bulimia come una variante della sindrome anoressica sebbene riconobbe che molte delle pazienti mostravano condotte di eliminazione ed abbuffate senza pregresso calo ponderale e sintomatologia anoressica; a tal proposito la sindrome della Bulimia Nervosa è stata soprannominata dall’autore come “fame da bue”. In tale circostanza si iniziarono a considerare le condotte di eliminazione come sintomo del disturbo e conseguenza del comportamento di abbuffata nonché tentativo di controllo del peso e della forma del corpo.

Uno dei contribuiti in letteratura particolarmente significativo in tal senso, è rappresentato da Fairburn e Cooper (1982) che descrissero la condotta eliminatoria del vomito come una sintomatologia inosservata che si manifesta nella maggior parte dei pazienti affetti da Bulimia nervosa e che sottende un nucleo psicopatologico comune anche a pazienti affetti da Anoressia nervosa.

Condotte di eliminazione e disturbi dell’alimentazione

I Disturbi dell’Alimentazione vengono definiti come comportamenti inerenti l’alimentazione che hanno come risultato un alterato consumo o assorbimento di cibo che compromette significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale (American Psychiatric Association, 2013).

All’interno del manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali (American Psychiatric Association, 2013), sono descritti tre disturbi principali (Anoressia nervosa, Bulimia nervosa e Disturbo da Binge Eating), e disturbi dell’alimentazione con altra specificazione (Anoressia nervosa atipica, Bulimia nervosa a bassa frequenza, Disturbo da Binge Eating a bassa frequenza e Disturbo da condotta di eliminazione).

Le condotte di eliminazione si riscontrano più frequentemente, ma non esclusivamente, nella Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa e nel Disturbo della condotta di eliminazione.

Le condotte compensatorie e/o di eliminazione costituiscono una caratteristica essenziale di diagnosi di Bulimia nervosa diventando un vero e proprio criterio diagnostico principale. Molti individui con tale diagnosi, mettono in atto diversi metodi tesi a compensare le abbuffate. Il vomito risulta essere quello più comune. Gli effetti immediati del vomito comprendono la riduzione della sensazione di malessere fisico oltre che della paura di aumentare di peso; più raramente il paziente tende a fare uso di emetici. Altre condotte di eliminazione comprendono l’uso improprio di diuretici, lassativi o enteroclismi dopo gli episodi di abbuffata. In rari casi è possibile l’uso concomitante di ormoni tiroidei per accelerare il metabolismo ed evitare l’aumento di peso. Gli individui con diabete mellito insulinodipendente possono ricorrere alla sospensione/riduzione dell’insulina.

Per ciò che riguarda i comportamenti di compenso non eliminativi, è probabile che il paziente ricorra a diete rigide e inflessibili, digiuno o esercizio fisico eccessivo che interferisce con altre attività importanti in ambienti o orari inusuali o in condizioni medico-fisiche precarie (American Psychiatric Association, 2013).

Condotte di eliminazione problematiche mediche associate

L’anoressia nervosa e la bulimia nervosa sono malattie psichiatriche che creano gravi conseguenze mediche e mortalità (Sullivan 1995). L’anoressia nervosa è la malattia psichiatrica con il più alto tasso di mortalità. Anche in pazienti affetti da bulimia si riscontra un tasso di mortalità elevato (Crow et al.,2009). Sia nell’anoressia nervosa che nella bulimia nervosa, gran parte dell’aumento del tasso di mortalità, è attribuibile alle complicazioni mediche inerenti a queste due malattie.

Complicanze mediche del vomito auto-indotto

Con il vomito autoindotto le complicanze possono essere suddivise tra gli effetti avversi locali del vomito, e le anomalie delle basi elettrolitiche acide che possono derivare quando questo comportamento diventa estremo. Il vomito eccessivo può portare a un persistente reflusso acido gastrico che porta a disfagia (difficoltà di deglutizione) e dispepsia (difficoltà digestive). A ciò si aggiunge epistassi (sanguinamento nasale)  e perimolisi  che si riferisce all’erosione della dentina e dello smalto dei denti a causa dell’esposizione ripetuta all’acido dello stomaco (Uhlen el al.,2014). L’ingrossamento della ghiandola parotide è una caratteristica comune del vomito autoindotto (Coleman et al.,1998); solitamente si sviluppa 3-4 giorni dopo la cessazione del vomito cronico ed è frequentemente notato e riportato come problematico dai pazienti la cui attenzione sull’immagine corporea è enfatizzata. Le complicanze mediche più pericolose del vomito autoindotto riguardano i cambiamenti elettrolitici. Tali squilibri sono gli stessi che si verificano con l’abuso di diuretici, ma in generale quelle riscontrate con il vomito autoindotto sono maggiormente problematiche. Quando l’equilibrio idro-elettrolitico o acido-base si altera, possono insorgere diversi disturbi che comprendono un malfunzionamento di reni, cuore, fegato e polmoni, disidratazione o iperidratazione (Westmoreland et al., 2016). Inoltre l’uso cronico di emetici, vista la cardio tossicità, può causare una cardiomiopatia irreversibile (Silbert, 2005).

Abuso di lassativi

L’abuso di lassativi è l’altra principale modalità di eliminazione. Tale condotta provoca effetti avversi gastrointestinali locali tra cui prolasso rettale, diarrea, emorroidi ed ematochezia (feci con tracce di sangue) (Xing et al.,2001) (Malik et al.,1997). Una delle complicanze finali e maggiormente grave dell’abuso di lassativi è la sindrome catartica del colon: è noto come i lassativi abbiano un effetto diretto sulla stimolazione della peristalsi del colon e sui plessi nervosi associati, un uso cronico di lassativi porterebbe a danni a carico di questi plessi nervosi creando un effetto rebound di stitichezza grave che potrebbe addirittura richiedere una colectomia (rimozione totale o parziale del colon). (Müller-Lissner,1996).

Neuroimaging e condotte di eliminazione

Per neuroimmaging si intende l’uso di tecnologie avanzate che sono in grado di individuare e studiare l’attività di determinate aree cerebrali e specifiche funzioni.

I disturbi dell’alimentazione sono stati ampiamente indagati in tal senso, con una complessa ed ampia letteratura che ha analizzato circuiti e sistemi neurotrasmettitoriali implicati.

Da una recente revisione ad opera dell’Università della California (Frank, 2019) emerge come la restrizione alimentare e i comportamenti di abbuffata e di eliminazione sono associati ad uno spessore corticale più basso, che tende a normalizzarsi a seguito dell’interruzione di tali comportamenti ed al recupero del peso.

A tal proposito studi sulla struttura cerebrale, uno di Westwater (2018) e l’altro di Berner (2018), hanno scoperto che una maggiore frequenza di abbuffate e comportamenti di eliminazione era associata a uno spessore corticale inferiore nelle cortecce frontali, parietali o cingolate. Questi risultati hanno evidenziato che non solo la restrizione alimentare, ma anche le abbuffate e le condotte di eliminazione possono alterare direttamente la struttura cerebrale.

In particolare, da quanto emerso dal primo studio, pare che una maggiore gravità della sintomatologia bulimica (indagata con un questionario specifico per la gravità del disturbo), si associ ad un ridotto spessore corticale nella regioni orbitofrontale e temporoparietali; i risultati rappresentano la prima evidenza di assottigliamento corticale correlato ai sintomi cognitivi della Bulimia nervosa (Westwater et al.,2018).

In parallelo, l’analisi esplorativa del secondo studio in esame, ha evidenziato come ci sia un associazione tra frequenza di abbuffate e condotte di eliminazione, cronicizzate nel tempo, ed inferiore spessore corticale nelle reti di controllo attenzionale ed inibitorie. Gli autori quindi evidenziano come le anomalie strutturali nelle regioni fronto-parietali e cingolate posteriori, che comprendono i circuiti che supportano i suddetti processi, dovrebbero essere studiate come potenziali contributori al mantenimento della bulimia nervosa e utili bersagli per nuovi interventi (Berner et al., 2018).

Trattamento dei disturbi dell’alimentazione e delle condotte di eliminazione

Il trattamento dei disturbi dell’alimentazione prevede un approccio integrato e multidisciplinare. Secondo quanto precedentemente argomentato, le implicazioni psicologiche, mediche ed alimentari sono articolate e concatenate; si rende, quindi, necessaria la collaborazione tra diverse figure professionali in modo integrato.

L’approccio cognitivo-comportamentale prevede protocolli di intervento che hanno dimostrato efficacia scientifica.

Uno dei protocolli maggiormente utilizzati risulta essere la CBT-E cui si rimanda articolo

Per ciò che riguarda le condotte di eliminazione, durante il trattamento il terapeuta indicherà strategie ed accorgimenti che avranno lo scopo di ridurre la frequenza al fine di limitare i fattori di mantenimento del disturbo alimentare e le complicanze mediche associate. È perciò fondamentale agire sulla collaborazione e motivazione all’astensione di tali comportamenti.

 


 

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Disturbi parafilici a causa iatrogena in pazienti con malattia di Parkinson: difficoltà, sofferenze e ripercussioni sul paziente, sui familiari e sull’ambiente – FluIDsex

Sebbene la terapia dopaminergica abbia migliorato notevolmente la qualità della vita dei pazienti con Parkinson, non sono rari gli effetti collaterali correlati, tra i quali l’insorgenza di disturbi parafilici. La presenza di pensieri e disturbi parafilici viene spesso sottovalutata o considerata solo come un’osservazione aneddotica.

 

La malattia di Parkinson è un disturbo neurodegenerativo che generalmente si presenta con sintomi correlati a bradicinesia asimmetrica, tremore, rigidità e instabilità posturale (Ali & Morris, 2014; Postuma et al., 2015), ma anche con altri sintomi non motori come disturbi reumatologici, neurologici, del sonno, dell’umore e disturbi relativi al comportamento sessuale (Campo Arias et al., 2018), che possono complicare la prognosi e impattare in modo significativo sulla qualità della vita della persona che ne soffre.

Sebbene sia un fatto innegabile che la terapia dopaminergica abbia migliorato notevolmente la qualità della vita dei pazienti affetti da malattia di Parkinson, non sono rari gli eventi avversi correlati ai farmaci dopaminergici (Cannas et al., 2006), tra le quali una serie di manifestazioni sessuali anormali come l’ipersessualità (Codling et al., 2015) e i disturbi parafilici (Riley, 2002; Campo Arias et al., 2018). Negli ultimi anni si è osservato che la terapia sostitutiva della dopamina è in grado di comportare lo sviluppo o il peggioramento di disturbi specifici del controllo degli impulsi che vanno dal gioco d’azzardo patologico o dallo shopping compulsivo (Nakum & Cavanna, 2016). Nonostante queste siano problematiche che si possono manifestare comunemente nei pazienti parkinsoniani sottoposti a trattamento dopaminergico, la presenza di pensieri e disturbi parafilici viene spesso sottovalutata o considerata solo come un’osservazione aneddotica (Cannas et al., 2006; Solla et al., 2012). Il più delle volte la mancata individuazione di questi disturbi è dovuta anche al fatto che spesso questi comportamenti sessuali non convenzionali si verificano principalmente in ambito familiare, dove sia il paziente sia le persone ad esso vicine non informano adeguatamente il personale medico per il forte senso di vergogna provato, per la natura stigmatizzante di questi disturbi  (Cannas et al., 2006), ma anche per l’incapacità di riconoscere le caratteristiche tipiche di disturbi parafilici.

Ad oggi, le parafilie vengono descritte dall’American Psychiatric Association come qualsiasi interesse sessuale, intenso e persistente, diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti (American Psychiatric Association, 2013). Questo prevede la classificazione delle parafilie come comportamenti atipici, ma non intrinsecamente patologici, differenziandole dai disturbi parafilici, in cui la presenza di pensieri parafilici e interessi sessuali non convenzionali comportano disagio, menomazione o danno psicologico e fisico, sia al paziente sia alle persone vicino ad esso (American Psychiatric Association, 2013; Solla et al., 2015). Diversi studi documentano come disturbi parafilici e comportamenti sessuali devianti possono emergere come conseguenze iatrogene rare nei pazienti con malattia di Parkinson (Solla et al., 2015). Questi comportamenti possono includere comportamenti o disturbi parafilici come esibizionismo, frotteurismo, pedofilia, masochismo sessuale, travestitismo e voyeurismo, che possono comportare ripercussioni sociali, legali, disagio e vergogna per il paziente e la sua famiglia, già colpiti da una malattia molto debilitante come il Parkinson (Solla et al., 2015; Nakum & Cavanna, 2016). In genere questi disturbi si sviluppano in giovani pazienti di sesso maschile, con esordio precoce della malattia di Parkinson e precedente storia di problemi comportamentali, dopo circa 10 anni dall’esordio della malattia, in uno stadio in cui le complicanze motorie e di deambulazione si fanno più marcate e, quindi, possono richiedere dosi più elevate di farmaci dopaminergici (Cannas et al., 2006; Solla et al., 2015). L’effetto stimolante della terapia dopaminergica sul comportamento sessuale è stato descritto in diversi studi, che suggeriscono che i comportamenti parafilici possano essere innescati da stati di eccessiva attivazione dei recettori dopaminergici, conseguenti a dosi molto elevate di farmaci dopaminergici (Kafka, 2003; Cannas et al., 2006; Cannas et al., 2007). In questi casi, la gravità e la pervasività dei sintomi e dei comportamenti parafilici, associati ai farmaci dopaminergici, è stata attenuata riducendo gradualmente il dosaggio dei farmaci o utilizzando antagonisti dopaminergici (Riley, 2002; Solla et al., 2015), oppure, in caso di non successo, riducendo sia il dosaggio sia aggiungendo un farmaco antipsicotico, come la Clozipina (Cannes, 2007; Basile Fasolo et al., 2008). Tuttavia, l’effetto collaterale di questo intervento comporta l’aggravamento delle manifestazioni legate alla malattia di Parkinson, soprattutto quelle motorie e di deambulazione (Solla et al., 2015).

Sebbene la relazione tra la stimolazione dopaminergica anomala e la regolazione del comportamento e degli impulsi sia piuttosto complessa, l’ipersessualità e le parafilie sembrano essere delle espressioni fenotipiche che si rifanno ad un unico processo fisiopatologico comune; ad oggi, alcuni autori, tra cui  Voon e collaboratori (2006), hanno incluso comportamenti parafilici nello spettro dell’ipersessualità patologica associata al trattamento della malattia di Parkinson, poiché sia l’ipersessualità sia le parafilie sembrano essere manifestazioni associate ai farmaci agonisti della dopamina, suggerendo che, in alcuni individui, le parafilie possono insorgere come fenomeni di un disturbo di impulsività sottostante caratterizzato da compulsività sessuale e ipersessualità (Voon et al., 2006; Solla et al., 2015).

I disturbi parafilici che si potrebbero sviluppare a seguito di una terapia dopaminergica possono portare a mettere in atto comportamenti dannosi contro sé stessi, il proprio partner o altri, sfociando talvolta in comportamenti perseguibili penalmente (Solla et al., 2015); infatti, una vasta gamma di rapporti evidenzia le conseguenze psicologiche, sociali, ma anche legali potenzialmente devastanti di questi disturbi, che possono includere comportamenti pedofili, frotteuristici ed esibizionistici (Mendez & Shapira, 2011). Quindi, in questi casi sarebbe opportuno capire se questi individui affetti da malattia di Parkinson che mettono in atto comportamenti criminali, debbano essere considerati responsabili o meno di questi (Berger et. al, 2003; Solla et al., 2015); in particolare, soprattutto per i pazienti che sperimentano questo comportamento come un’esperienza spiacevole e come un incidente iatrogeno non intenzionale, diventa molto importante documentare in modo dettagliato e approfondito tutte le manifestazioni e sintomi dei disturbi parafilici che la persona sviluppa, così da poter fornire un adeguata correlazione tra i comportamenti manifestati, i farmaci antiparkinsoniani assunti, lo stato cognitivo e le facoltà mentali della persona, qualora essa, anche non volontariamente, avesse compiuto un comportamento punibile penalmente (Houeto et al., 2002; Berger et. al, 2003; Cannas et al., 2006).

La presenza di qualsiasi segnale premorboso che possa identificare o permettere una corretta diagnosi di questi disturbi parafilici legati alla malattia di Parkinson, dovrebbe essere adeguatamente studiata e monitorata sin dalle prime fasi della malattia. Una volta che vengono individuati pensieri o caratteristiche tipiche di un disturbo parafilico in pazienti parkinsoniani soggetti a terapia dopaminergica, è opportuno prendere in considerazione aggiustamenti del dosaggio dei farmaci (Cannas et al., 2007; Solla et al., 2015; Nakum & Cavanna, 2016). Inoltre, sin dalla pressa in carico del paziente, è importante che sia la persona che i famigliari siano accuratamente informati in merito alla possibilità di eventi avversi dovuti alla terapia dopaminergica (Evans et al., 2005), così da poter anch’essi riconoscere e segnalare eventuali manifestazioni disfunzionali.

La frequente osservazione di questi disturbi in pazienti parkinsoniani suggerisce la necessità di ulteriori studi per approfondire le conoscenze su questo fenomeno e individuare strumenti diagnostici più adeguati per effettuare una  corretta diagnosi precoce dei comportamenti parafilici in pazienti con malattia di Parkinson, che permettano di identificare possibili fattori di suscettibilità e di quantificare l’incidenza e la prevalenza di queste problematiche in tutte le popolazioni cliniche trattate con agenti dopaminergici (Solla et al., 2015; Nakum & Cavanna, 2016).

 


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

Lo studente strategico. Come risolvere rapidamente i problemi di studio (2017) di Alessandro Bartoletti – Recensione del libro

Lo studente strategico, di Alessandro Bartoletti, psicologo e psicoterapeuta, affronta un tema molto diffuso ma di cui spesso si parla poco o in merito al quale si offrono pochi spunti pratici e concreti.

 

Un testo ricco, in grado di spaziare dalla teoria alla pratica, capace di presentarsi in modo semplice, in grado di offrire un’ampia panoramica sulle strategie disfunzionali agite nell’approccio allo studio dalle varie figure coinvolte, includendo e spaziando dallo scolaro, allo studente liceale o universitario, dai genitori agli insegnanti.

Dinamiche queste, attentamente approfondite tra i vari capitoli del testo, responsabili poi del famoso blocco dello studente.

Ma l’aspetto interessante del libro è, a mio avviso, l’identikit offerto delle differenti forme di blocco e di studenti, che consentono al lettore di potersi riconoscere.

Vediamone alcuni insieme:

  • Lo studente incatenato, dove più ci si impone di studiare più ci si blocca;
  • Lo studente perfezionista, dove l’eccesso di controllo e perfezionismo interferisce con la reale performance;
  • Lo studente terrorizzato e lo studente presunto incapace, dove l’emozione predominante è la paura di fallire o l’errata credenza di esserlo già, spesso virando verso l’arresa e l’abbandono dello studio.

Segue anche un’attenta descrizione delle tentate soluzioni e stratagemmi che vengono messi in atto, peggiorando il problema. Anche in questo caso ve ne ripropongo alcuni:

  • L’iperanaliticità;
  • L’intesificazione dello sforzo;
  • Il mettersi costantemente alla prova;
  • Lo studio disorganizzato;
  • La condivisione esasperata delle proprie difficoltà nello studio agli altri;
  • Lo studio dell’ultima ora;
  • L’evitamento;
  • L’uso di sostante dopanti usate come stampella, che, come ricorda l’autore, aiutano soltanto a zoppicare meglio;
  • La rinuncia.

Ad ognuna di queste tentate soluzioni fallimentari corrispondono altrettanti riferimenti a casi clinici e relative prescrizioni e soluzioni proposte per favorire lo sblocco.

Altrettanto interessanti, la sezione dedicata al ruolo della famiglia e degli insegnanti nel contribuire, spesso involontariamente ed ignari dell’effetto, allo sviluppo di un problema di studio del bambino e dell’adolescente.

Per ciò che riguarda il genitori, vengono descritti dall’autore tre modelli di intervento genitoriale come il genitore criticista, il genitore permissivo ed il genitore iper-coinvolto, approfonditi e descritti nei loro effetti sui figli, così come l’approfondimento degli stili degli insegnanti con relative possibili conseguenze.

Circa quest’ultimo aspetto basti pensare al famoso Effetto Pigmalione, dove come già evidenziato da Rosenthal e Jacobson nel 1968, le aspettative dell’insegnante influenzano il comportamento dell’allievo (ma attenzione! Queste funzionano tanto in positivo che in negativo).

Anche in questo caso vengono offerte al lettore suggerimenti e manovre terapeutiche volte ad interrompere le tentate soluzioni dei genitori così come degli insegnanti.

Un testo che va letto e riletto, compreso ed attuato, utile al giovane in preda al blocco così come al genitore in crisi per l’approccio ai compiti del figlio, arricchente sia per l’insegnante che per lo psicologo, un testo che oltre a suggerire come sbloccare il blocco, consente a mio avviso di uscire dall’approccio allo studio come obbligo e riconquistare la dimensione del piacere!

 

Quali sono i fattori che possono impedire di avere una relazione sentimentale duratura?

Mantenere una relazione intima è impegnativo e molte persone riscontrano difficoltà nel farlo. Nella ricerca di Apostolou e Wang del 2020, gli autori hanno tentato di identificare queste difficoltà nel contesto di un quadro teorico evolutivo. 

 

In effetti, oltre alla rottura di relazioni di fidanzamento, in diverse società il divorzio è diventato sempre più comune; ad esempio, nelle società occidentali è stato stimato che un matrimonio su due terminerebbe con il divorzio (Cherlin, 2009). In particolare, alcuni studi hanno scoperto che i predittori della dissoluzione del matrimonio includerebbero violenza domestica, conflitti, infedeltà, debole impegno nella coppia e bassi livelli di amore e fiducia tra i coniugi (Clements et al., 2004; DeMaris, 2000; Gottman & Levenson, 2000).

Nella ricerca di Apostolou e Wang del 2020, gli autori hanno tentato di identificare queste difficoltà nel contesto di un quadro teorico evolutivo. Più specificamente, utilizzando una combinazione di metodi di ricerca qualitativa in un campione di 163 partecipanti di lingua greca, hanno identificato 78 tipologie di difficoltà differenti. Gli sperimentatori hanno quindi raggruppato queste difficoltà in 12 cluster più ampi e generici, quali:

  • Progressiva mancanza di entusiasmo
  • Molto tempo al lavoro
  • Mancanza di tempo e spazio personale
  • Problemi caratteriali
  • Morbosità o eccessiva vicinanza
  • Scarsa qualità dell’attività sessuale
  • Infedeltà e abusi
  • Presenza di bambini
  • Mancanza di impegno
  • Problematiche sociali
  • Non monogamia
  • Problemi comportamentali (Apostolou & Wang, 2020).

Tra questi, il fattore più importante è stato “Progressiva mancanza di entusiasmo”, seguito da “Molto tempo al lavoro” e “Mancanza di tempo e spazio personale”. Quasi il 70% dei partecipanti ha indicato almeno un fattore come responsabile della difficoltà nel sostenere una lunga relazione, e il 41% ha indicato che tre o più fattori hanno rappresentato degli ostacoli nella prosecuzione del rapporto. Sono stati riscontrati effetti significativi che implicavano il coinvolgimento delle variabili genere, età e numero di figli.

È probabile che la discrepanza tra condizioni sentimentali passate e moderne spieghi molti dei fattori che sono emersi. Facendo riferimento al primo fattore emerso, nelle epoche passate, l’entusiasmo e gli intensi sentimenti romantici motivavano le persone ad avviare una relazione, ed erano spesso rinnovati man mano che la relazione progrediva. Oggigiorno, invece, il mantenimento di una relazione è incentivato da benefici di sostegno, protezione e sussistenza. L’assenza di questi fattori nel contesto moderno può affievolire l’entusiasmo ed i sentimenti romantici.

Attualmente, altri fattori che possono compromettere il mantenimento di una storia romantica sono rappresentati dal fatto che molte persone non siano gentili ed accomodanti, ma egoiste, insicure, morbose o aggressive, tratti che possono compromettere la capacità di mantenere una relazione intima. Ad esempio, essere fisicamente aggressivi non è tollerato nel contesto odierno, in cui i diritti individuali sono ben protetti e le donne non dipendono dai loro partner: in un contesto di violenza molto probabilmente ci si allontanerebbe da un partner violento.

I fattori che gli autori hanno identificato nel presente studio riflettono anche il conflitto tra i sessi. Ne è un esempio la dicitura “Infedeltà e abuso”, in cui l’essere fisicamente violento è congiunto allo stesso fattore dell’infedeltà. Una possibile spiegazione è che l’infedeltà maschile può essere associata all’aggressione fisica, strategia che in un contesto ancestrale avrebbe potuto impedire alle donne di allontanarsi dai loro partner infedeli. Il conflitto tra i sessi si riflette anche in fattori come “Molto tempo al lavoro”: lavorare per molte ore potrebbe comportare l’essere più ricchi e l’avere maggior successo, elementi che potrebbero consentire agli individui, in particolare agli uomini, di attrarre un numero maggiore di partner occasionali.

Sono stati trovati effetti significativi sull’età in diversi fattori, primo tra tutti “Scarsa qualità dell’attività sessuale”. In questo item i partecipanti più anziani hanno assegnato punteggi più alti rispetto ai soggetti più giovani. Una possibile spiegazione è che più tempo le persone trascorrono in una relazione, più è probabile che si annoino ad avere rapporti intimi con lo stesso partner. L’età in questo caso probabilmente agisce come un indicatore della durata della relazione.

Per ciò che concerne l’incidenza che la prole può avere nella relazione sentimentale genitoriale, è importante considerare che nelle società passate gli individui vivevano in famiglie allargate, il che significava avere molte persone intorno disposte ad aiutarli a crescere i loro figli (Hrdy, 2008). A differenza di allora, nelle società postindustriali le persone vivono solitamente da sole, lontane dalle loro famiglie, con la conseguenza di dover sopportare da sole la maggior parte delle richieste che implica crescere i propri figli. Ciò rappresenta un’altra motivazione relativa a difficoltà nel mantenimento di una relazione intima.

La pletora di ragioni e fattori che gli autori hanno individuato nella ricerca attuale testimonia la complessità del fenomeno in oggetto, motivo per cui sarebbe auspicabile che tale fenomeno venga approfondito ulteriormente in ricerche future. Alla luce dei dati che possediamo attualmente, possiamo considerare non facile portare avanti una relazione di lunga durata nel 2021. Qualora si fosse intenzionati a proseguire un rapporto sentimentale nonostante le difficoltà, rimane aperta la possibilità di lavorare sul miglioramento, sulla modifica, e sull’accettazione dei fattori scatenanti riportati. Ciò potrebbe permettere di arginare alcune problematiche sentimentali: se ne vale la pena, non resta che accettare la sfida!

 

Hardiness. Scegliere il proprio futuro nella normalità post-pandemia

L’hardiness (Kobasa, 1979) è tra le risorse di resilienza che negli anni sono state sottoposte a ricerche intensive e considerate ormai ‘classiche’.

 

Roma, 16 giugno 2021. É mezzanotte di una serata estiva. Da qualche giorno il coprifuoco è stato allentato e si può fare tardi, in giro, la notte. L’Italia ha appena vinto una partita di calcio importante e i ragazzi camminano per il centro gridando cori patriottici. Macchine cariche di passeggeri si dirigono verso la propria destinazione, in una notte che nulla ha a che vedere con la stessa notte dell’anno passato. La città sembra stare recuperando la vitalità che in questo periodo di pandemia sembrava persa. E così anche le persone.

Accade spesso, in psicologia, che un concetto nato da ricerche condotte in ambito universitario abbia, anche ad opera di un buon lavoro di divulgazione, un discreto successo e che acquisisca rapidamente notorietà presso il grande pubblico. La resilienza è uno di questi.

La letteratura che riferisce direttamente o indirettamente a questo concetto è molto vasta e copre diversi domini disciplinari. Altrettanto diversificate sono le definizioni dei diversi autori, ognuna con la propria focalizzazione.

Per i fini del presente articolo possiamo definire la resilienza come la manifestazione di un’evoluzione favorevole nonostante l’esposizione a consistenti forme di stress, riconosciute come capaci di comportare un alto rischio di esiti disadattivi (Rutter, 1993). Questa evoluzione può far leva su risorse presenti a diversi livelli: individuale, familiare, extrafamiliare e sociale (Becciu, Colasanti, 2016, 81). Rispetto al livello individuale, la ricerca in merito procede ormai da decenni, e ne sono state identificate molte.

L’hardiness (Kobasa, 1979) è tra le risorse di resilienza che negli anni sono state sottoposte a ricerche intensive e considerate ormai ‘classiche’. Questo costrutto nasce per trovare una risposta al perché, nell’ambito di impieghi ad alto carico di lavoro, di natura altamente stressante e in condizioni ad alto rischio per il benessere, alcune persone tendono a sviluppare sintomi di disagio psicologico, se non una vera e propria diagnosi psichiatrica, mentre altre tendono a mantenere un buon funzionamento, tendono a performare ad alti livelli e mostrano solamente lievi segni di difficoltà di adattamento.

Questa risorsa personale di resistenza allo stress si compone di tre attitudini: al controllo, all’impegno e alla sfida. Vediamole da vicino:

  • controllo (control): si riferisce alla percezione individuale di possedere un soddisfacente livello di controllo rispetto a quanto accade e alla convinzione che, per mezzo del coinvolgimento e dell’azione personale, si sia in grado di influenzare la direzione e l’esito degli eventi;
  • impegno (commitment): si riferisce alla tendenza a considerare ciò che ci accade in termini di responsabilità personale e in relazione ad interessi, valori e aspettative rilevanti per noi stessi;
  • sfida (challenge): si riferisce alla credenza che il cambiamento sia una componente non eliminabile dell’esistenza umana, che esso si presenti con una certa frequenza e che sia una sfida da fronteggiare tramite un continuo processo di progettazione, azione, autovalutazione dell’efficacia dei piani attuati e apprendimento dall’esperienza.

Il processo di fondo che regge questi tre atteggiamenti è la valutazione degli eventi nei quali ci troviamo in termini di minaccia o di sfida/opportunità. È infatti la valutazione dell’evento in chiave di minaccia non risolvibile o di circostanza che è possibile affrontare e superare con le risorse a nostra disposizione, che determina per il soggetto la sua sua natura minacciosa e esclusivamente stressogena, oppure di sfida/opportunità energizzante (Folkman, Lazarus, 1984). Se la valutazione è in termini di sfida/opportunità, l’assetto intenzionale nei confronti dell’evento sarà di proattività orientata agli obiettivi che avremo scelto di perseguire.

Gli individui con alti livelli di hardiness interpretano le situazioni stressanti nei termini di una sfida personale e, allo stesso tempo, agiscono attivamente nei confronti delle richieste ambientali, ponendo le condizioni affinché esse non risultino ingestibili o eccessive. Essi, inoltre, impiegano strategie di fronteggiamento ben calibrate in relazione all’evento di fronte a cui si trovano, utilizzando in maniera efficace il supporto delle altre persone e le risorse (informative, materiali, economiche, emotive, strumentali) disponibili. Il risultato finale per queste persone è una risposta resiliente alle avversità, che si può tradurre in un buono stato di salute psicologica, unito a sentimenti di crescita e soddisfazione personale (Kobasa, Maddi, Courington, 1981).

Il costrutto è stato ampiamente testato in contesti che generalmente esercitano un alto impatto sull’individuo (posizioni manageriali in grandi organizzazioni, forze di polizia, vigili del fuoco, contesti militari, competizioni sportive di alto livello, tra gli altri), con risultati che ne confermano la natura protettiva sulla salute e la performance. In definitiva, le tre componenti dell’hardiness sembrano in grado di spiegare in buona parte la capacità della persona di resistere allo stress e al disagio, al trauma e alla malattia psichica, in presenza di circostanze anche molto minacciose (Maddi, 2002).

La pandemia da cui, si spera, usciremo presto, ha messo a dura prova le risorse psicologiche delle persone, sia a causa delle conseguenze economiche, lavorative e sociali che essa ha innescato che, naturalmente, in relazione alle potenziali conseguenze negative per la salute. Purtroppo molti stanno sperimentando il ‘long covid’ o hanno subito perdite importanti nella propria rete familiare e sociale, altri hanno perso il lavoro, altri ancora hanno perso una prospettiva positiva sul futuro o sviluppato sintomi psichiatrici.

Lo stato di cose che deriva da questa esperienza collettiva è irreversibile. Nonostante la retorica del ritorno alla normalità possa portare ad adottare l’illusione che questa esperienza sarà cancellata da una quotidianità per molti versi simile a quella pre-pandemia, questo evento ha inevitabilmente avuto un impatto duraturo sulla percezione collettiva del mondo, degli eventi e del futuro.

Guardare alla resilienza può fornisci indicazioni sulle attitudini e i comportamenti più funzionali al recupero di un nuovo equilibrio, una nuova percezione di sé, un nuovo modo di essere e, infine, il recupero di una dimensione di progettualità, senso e speranza per il futuro. Possiamo considerare questo evento qualcosa di temprante e sviluppare da esso, nonostante tutto, una maggiore forza, stabilità interiore e flessibilità, mentale e comportamentale.

In questo senso le tre attitudini dell’hardiness possono fornirci alcune linee guida:

  • controllo: cercare i modi in cui possiamo esercitare la nostra influenza sulle situazioni; cercare attivamente soluzioni alle situazioni che percepiamo come problematiche; agire con la convinzione che avremo un impatto sulle situazioni e, di ritorno, sul nostro modo di vedere noi stessi;
  • impegno: vivere le circostanze attuali in relazione ai propri valori, scopi e interessi; considerare le ramificazioni future delle situazioni problematiche di fronte a cui ci troviamo come una chiamata all’esercizio della responsabilità su noi stessi, il nostro benessere, il nostro futuro (e di quelli di cui ci prendiamo cura);
  • sfida: accettare il cambiamento come un principio di fondo che caratterizza l’esistenza umana; cercare i mezzi migliori per ottenere ciò che desideriamo; trovare modi più attivi e gratificanti di fare le cose; in assenza di idee su come agire in una data situazione informarsi, cercare di capire quali sono le nostre possibilità attuali e agire in base a quanto si è appreso; quando si è sbagliato, riconoscerlo, e cercare di capire dove è stato l’errore, per evitare di ripeterlo in futuro.

Illuminato delle tre attitudini dell’hardiness, il ritorno alla nuova normalità post-pandemia ci fornisce la possibilità non solo di trovare inaspettati e soddisfacenti livelli di adattamento e di benessere psico-fisico, ma di trovare una nuova percezione di noi stessi e della nostra capacità di confrontarci con gli eventi avversi della vita che, prima o poi, sono inevitabili per chiunque.

L’impatto positivo sulla salute fisica e mentale di tutto questo è ampiamente documentato in letteratura (Maddi, 2006), non ci resta che attuarlo per vivere una vita in cui siamo noi, per quanto ci è possibile, a scegliere il nostro futuro.

Identità, genere e consumismo, ri-genderizzazione: riconoscere e destrutturare gli stereotipi sulle diversità di genere nella scuola dell’infanzia

Pink is the new black. Stereotipi di genere nella scuola dell’infanzia è un libro importante con un titolo forte e incisivo che apre a diverse prospettive di lettura sul significato dei simboli nella società.

 

I colori, black, pink, orange, blue possono veicolare processi di categorizzazione trasformandosi in stereotipi e pregiudizi che sembrano innocui come quel Pink, “di quel bel vestitino regalato per la nascita di una bambina”.  Ecco che in quel colore gentile e rassicurante, invece, si cela una processo di categorizzazione del genere, implicito, invasivo e totalizzante con un impatto importante sugli stili di vita, le scelte, le aspettative, i vincoli  e le opportunità delle bambine e dei bambini.

Le autrici, Emanuela Abbatecola e Luisa Stagi, accompagnano il lettore in un profondo lavoro di analisi e riflessione sullo stereotipo e il pregiudizio di genere che invade la nostra società.

Pink is the new black presenta un lavoro teorico di descrizione delle teorie sociologiche e dei riferimenti epistemologici che sostengono il dibattito scientifico su questo tema e un approccio empirico con la presentazione di una ricerca in un ambito privilegiato per la costruzione degli stereotipi: la scuola dell’infanzia.

La parte teorica risponde alle domande essenziali per comprendere l’argomento e quindi: che cos’è il genere, l’ordine ad esso connesso? Quali sono le costruzioni sociali ad esso associate? Come viene introiettato il genere? Qual è la funzione della socializzazione nella co-costruzione dell’identità di genere? E la relazione con gli stereotipi e le aspettative? Qual è la relazione con gli stereotipi sessuali o sessisti? Il genere è una struttura sociale? Cosa si intende per genderizzare e ri-genderizzazione? In quali ambienti si sta realizzando? Cosa si intende per maschilità egemonica? E per Pinkizzazione o per gender backlash? Qual è la relazione tra genere  e consumismo?

La parte esperienziale entra nella società per osservare come si forma lo stereotipo di genere nella prima infanzia osservando la relazione diretta tra i processi impliciti e inconsci che alimentano pregiudizi e stereotipi.  Le autrici iniziano a esplorare il tema dal punto di vista sociologico individuando il genere come una costruzione sociale: una “struttura sociale” trasversale e permanente in un determinato momento o periodo storico-sociale che, però, ha in sé la possibilità di cambiamento, a livello individuale nei processi di socializzazione di base, a livello interazionale nel confronto con stereotipi e aspettative sociali, a livello istituzionale nel confronto tra le diverse strutture organizzative. Questo riconoscendo però la complessità del  cambiamento poiché gli stereotipi connessi al genere rassicurano e facilitano i processi di riconoscimento, classificazione e collocamento socio-culturale: è donna quindi “è capace nelle relazioni d’aiuto”, è uomo e quindi ha “maggior attitudine nelle discipline logiche”, è femmina è più tranquilla e studiosa, “ti aiuterà è servizievole”. Una minuziosa segmentazione di valori che parte dagli oggetti e dai colori per abbracciare ogni aspetto della vita della bambina e del bambino, dell’adolescente e dell’adulto, incidendo sui gusti, ma anche sul carattere, sulle aspirazioni e sulle competenze: una cartina di tornasole semplice è l’osservazione della distribuzione dei giovani nei diversi corsi di studio nella scelta universitaria. Il genere, quindi, svela la rappresentazione sociale di cosa ci si aspetta dalle donne e uomini in termini di comportamenti, ruoli e  attitudini giustificando credenze, scelte e azioni delle attrici e degli attori sociali. Lo stereotipo di genere, al pari di tutti gli altri, facilita il riconoscimento poiché permette l’immediata associazione tra categoria (genere) e comportamento, aspettative sociali o vincoli e opportunità associate.

Il carattere binario degli stereotipi, a volte rafforzati dal colore, bianco e nero, azzurro e rosa, nasconde il significato associato a ciascuno lavorando sulle categorie socio-cognitive del bene o del male, dell’opportunità o del vincolo, del positivo o del negativo: questo porta a processi di esclusione o autoesclusione, sino a sbarramenti o stigmatizzazioni per chi cerca di infrangere quelle sottili e implicite traiettorie. Lo stereotipo funziona, infatti, come principio di verità e quindi di ordine, di riduzione delle asimmetrie e disuguaglianze che vengono percepite naturali e addirittura auspicabili, quando, invece, nella realtà le formano e le esaltano: infatti, la classificazione permette immediatamente di riconoscere ciò che è preferibile, che conviene, che semplifica e, quindi, che è positivo o negativo, perché richiama un principio appreso in modo naturale nei primi anni di vita.

Nella prima infanzia nei luoghi di formazione del bambino, nella famiglia e a scuola, gli stereotipi si apprendono in modo naturale, pervasivo e silenzioso: questa constatazione apre alla seconda parte del libro che presenta una ricerca sugli stereotipi di genere realizzata per conto del Comune di Genova all’interno di alcune scuole dell’infanzia. Il focus della ricerca sono gli stereotipi di genere come “strumento essenziale nel processo di semplificazione e ancoraggio dell’ordine di genere”. Gli stereotipi di genere sono una base delle interazioni sociali della scuola dell’infanzia, e i bambini sono attrici e attori e altre volte spettatori della loro continua riproduzione. Le autrici osservano non solo come si presentano gli stereotipi nella scuola dell’infanzia, ma anche il principio del cambiamento poiché gli stereotipi, pur essendo pervasivi e persistenti, non sono  immutabili. In questa riflessione si sviluppa l’osservazione focalizzando l’attenzione sui processi di co-costruzione della realtà dei bambini e delle bambine come soggetti che possono mettere in campo quello che W. A. Corsaro definisce una “riproduzione interpretativa” di un ruolo o di un comportamento. Nella ricerca si rilevano gli atteggiamenti e gli stereotipi di genere delle insegnanti in funzione del loro ruolo di agenti di socializzazione nella parte progettuale di ambienti e pratiche educative e di conduzione e supervisione dei gruppi di bambini. Dato che i modelli e i ruoli di genere sono prodotti e riprodotti in tutti gli ambienti, le  relazioni, ma anche attraverso la scelta degli oggetti, il ruolo dell’insegnante è un campo di osservazione privilegiato per comprenderne i meccanismi che definiscono, sin dalla scuola dell’infanzia, l’ordine sociale di genere: nella scuola, come struttura della società, emerge come il genere sfugge alla consapevolezza stessa dei soggetti che agiscono il proprio ruolo impedendo, quindi, un presidio professionale nella progettazione educativa.

Infine le autrici si dedicano allo studio della rappresentazione sociale dei bambini sul genere ricostruendo le loro visioni e i loro modelli. Le riflessioni confermano l’ipotesi che è in atto un processo di ri-genderizzazione, ovvero un ritorno a stereotipi più marcati sul genere proprio nelle categorie sociali più̀ fragili.

I risultati della ricerca richiamano l’importanza di una Pedagogia del genere che favorisca una riflessione sui modelli e le pratiche, che coinvolge il tema e i processi legati all’identità di genere per prevenire una progettazione educativa che veicola, conferma o esalta stereotipi di genere nelle istituzioni socio-educative responsabili della crescita e formazione dei bambine/i e delle ragazze/i. È essenziale iniziare a riflettere su un’educazione di genere che dovrebbe coinvolgere coloro che hanno una responsabilità educativa e che, in modo consapevole, potrebbero influenzare e incentivare ruoli e relazioni di genere cristallizzate. La possibilità di rilevare e analizzare i modelli impliciti sulla rappresentazione sociale del bambino e della bambina, o le pratiche educative (scelta dei giochi, dei materiali, dei libri, la progettazione e strutturazione degli ambienti ludici o cognitivi o esplorativi) che determinano e rafforzano un orientamento verso stereotipi di genere (l’angolo della Barbie o dei Gormiti) e gli stili di relazione e comunicazione che potenzialmente confinano, stigmatizzano e svalutano (“non fare la femminuccia!”, “non fare il maschiaccio!”) dovrebbe diventare una prassi del lavoro educativo, sociale e pedagogico.

In conclusione Pink is the new black. Stereotipi di genere nella scuola dell’infanzia è una lettura fondamentale  e preziosa per tutti coloro che hanno responsabilità educative e sociali, dai pedagogisti, agli insegnanti, ai genitori, agli operatori, ma anche per coloro che programmano e progettano i servizi socio-educativi e che intendono comprendere il processo di natura sistemica che si sviluppa attorno alle categorizzazioni sociali del genere nelle istituzioni socio-educative. Allo stesso tempo è un prezioso “affresco dal campo”, un’immersione nella società nel punto più profondo dove si creano, strutturano e rafforzano gli stereotipi per ribadire l’importanza di mettersi dalla parte di bambine e bambini per tracciare percorsi di libertà dagli stereotipi  e, in particolare, da quelli di genere: un auspicio affinché le nuove generazioni possano percorrere il proprio percorso di vita secondo le proprie attitudini, orientamenti e desideri.

L’impatto del Covid-19 sui disturbi del comportamento alimentare e sull’obesità

Durante la pandemia da COVID-19 l’attenzione e la cura generalmente riservate a varie sintomatologie sono passate in secondo piano, per lasciare spazio all’assistenza delle persone colpite dal virus.

Eleonora Poli – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Reparti e strutture ospedaliere precedentemente dedicati a diagnosi e trattamento di altre patologie sono stati convertiti in unità COVID, allungando notevolmente i tempi di attesa per una presa in carico. In aggiunta, molte persone hanno evitato di rivolgersi alle strutture sanitarie e richiedere un aiuto per paura di entrare in contatto con persone infette, ritardando ulteriormente la diagnosi e gli interventi nelle condizioni acute (Davis  e coll., 2020; Fernandez-Aranda e coll., 2020; Gordon & Katzman, 2020; Linardon, Shatte, Tepper, & Fuller-Tyszkiewicz, 2020; Weissman, Bauer, & Thomas, 2020).

In tutti i Paesi, seppur con diverse intensità, il distanziamento sociale e la chiusura delle attività “non essenziali” sono state pratiche comuni per evitare la diffusione del virus. L’essere umano, da sempre abituato ad avere interazioni sociali, si è improvvisamente ritrovato solo e lontano da genitori, amici e colleghi, con ovvie ed inevitabili conseguenze sul suo benessere psicologico. I tre pilastri che definiscono lo stato di salute, ossia benessere fisico, mentale e sociale, sono stati fortemente scossi dalla pandemia.

Per quanto riguarda la sintomatologia legata ai disturbi alimentari ed all’obesità, è stata riscontrata una esacerbazione durante la pandemia, sia nelle persone che già soffrivano di tali disturbi, sia in quelle più vulnerabili a svilupparne uno. In particolare, tre diversi fattori hanno avuto un ruolo chiave: le modifiche e le restrizioni imposte sulle attività quotidiane, i media, il distress emozionale e la paura del contagio.

Per quanto riguarda le modifiche e le restrizioni sulle attività quotidiane, come si sa, in diversi Paesi la pandemia ha portato all’imposizione di rigide norme di comportamento: le attività di lavoro e studio sono state trasferite a casa, gli spostamenti sono stati limitati alle situazioni di estrema necessità. Tutto ciò ha avuto conseguenze sostanziali sull’alimentazione della popolazione, sull’attività fisica, sui ritmi sonno-veglia, e l’alterazione di queste abitudini a sua volta ha influito negativamente sulla manifestazione dei disturbi alimentari. Per quanto riguarda l’alimentazione, l’assenza di routine ben definite e di markers di spazio e tempo, come ad esempio gli orari dei pasti, e l’assenza di una separazione tra casa e luogo di lavoro, ha incrementato il rischio di comportamenti alimentari disfunzionali. Nelle famiglie a rischio di disturbi alimentari, spendere più tempo a cucinare ed avere costantemente del cibo a disposizione, può avere un impatto piuttosto negativo (Heriseanu, Hay, Corbit & Touyz, 2017). In aggiunta, raccomandazioni riguardo la necessità di limitare attività come il recarsi a fare la spesa, combinate con la percezione di una scarsa disponibilità di alimenti, hanno aumentato il focus sul cibo ed incoraggiato gli individui a farne scorte più del normale, inclusi gli snack, e questo ha incrementato la probabilità di binge eating (Waters, Hill, & Waller, 2001; (McMenemy, 2020).

In alcuni contesti le limitazioni sono state applicate anche all’attività fisica, imponendo agli individui di rimanere in casa. Questo ha portato ad un ridotto accesso all’attività fisica regolare che, in combinazione con pattern alimentari disregolati, ha contribuito ad un’aumentata preoccupazione per la forma ed il peso corporei (Haines, Kleinman, Rifas-Shiman, Field, & Austin, 2010). Inoltre, l’ansia legata alla pandemia e l’alterazione delle abitudini quotidiane hanno influenzato la qualità del sonno di una buona fetta di popolazione, aumentando così il rischio di disturbi alimentari (Lombardo, Ballesio, Gasparrini, & Cerolini, 2020; Lombardo, Battagliese, Venezia, & Salvemini, 2015).

Anche i fattori che generalmente proteggono dallo sviluppo di un disturbo alimentare sono stati colpiti dalla pandemia. Il supporto sociale è un fattore protettivo durante i periodi stressanti ed un elemento chiave nel gestire e ridurre un’alimentazione sregolata (Leonidas & Dos Santos, 2014; Linville, Brown, Sturm, & McDougal, 2012). L’implementazione del distanziamento sociale e l’imposizione di rimanere a casa hanno costituito un ostacolo al supporto sociale, rendendo gli individui più vulnerabili ai fattori stressanti. Similmente, attività utili nella regolazione emozionale (andare da un terapeuta, fare attività piacevoli), sono divenute più difficilmente accessibili all’individuo (Cook-Cottone, 2016), lasciando spazio a strategie più disfunzionali quali il mangiare per regolare le emozioni, le restrizioni alimentari, i comportamenti compensatori (Lobera, Estebanez, Fernandez, Bautista, & Garrido, 2009).

Il secondo ruolo chiave nella esacerbazione dei disturbi alimentari è quello ricoperto dai media. Essi possono avere un impatto sui comportamenti alimentari in 3 modi: a) esposizione specifica a consigli alimentari e sulla forma corporea, b) effetto diretto del maggiore uso dei social media, c) maggiore ricorso alle video-conferenze in smart working. L’uso dei social media è associato ad un aumentato rischio di disturbi alimentari in particolare attraverso l’esposizione ad ideali di dieta e di magrezza, così come a consigli alimentari (Boswell & Kober, 2016; Levine & Murnen, 2009; Rodgers & Melioli, 2016; Hensley, 2020). Specifici trend sui social media, come ad esempio quelli riguardo l’aumento di peso durante la quarantena, una maggiore attenzione al cucinare a casa, ed i suggerimenti di ricette da provare durante la quarantena, possono ulteriormente intensificare l’attenzione dedicata a peso e cibo e, di conseguenza, incrementare il rischio di disturbi alimentari e sintomi ad essi associati. Riguardo l’esposizione generale ai social media, la ricerca ha dimostrato come l’esposizione ai media nei casi di eventi mondiali stressanti e traumatici sia correlata ad un aumento dei disturbi alimentari. Con l’attuale pandemia la gran parte delle notizie trasmesse dai media riguarda il numero degli infetti e dei morti, preoccupazioni per la salute e la sicurezza mondiale, e l’impatto sull’economia e sulla società. L’esposizione a tali notizie può incrementare il rischio di disturbi alimentari (Rodgers, Franko, Brunet, Herbert, & Bui, 2012). L’uso delle videoconferenze in smart working può aumentare il rischio di sviluppare disturbi alimentari aumentando la preoccupazione della persona per la propria apparenza. L’evitamento dell’immagine corporea è una caratteristica comune nelle preoccupazioni per immagine corporea ed alimentazione, e postare immagini di se stessi online ha un effetto nocivo sull’immagine corporea e sull’umore delle giovani donne (Mills, Musto, Williams, & Tiggemann, 2018). Le video-conferenze possono aumentare il focus sui volti degli individui e la loro apparenza ed avere quindi effetti simili.

I post sui social media, che mettono in guardia sul rischio di aumentare di peso durante il distanziamento sociale a causa della maggior predisposizione a mangiare e di comportamenti sedentari, possono aver in qualche modo rappresentato una forma di stigma relativamente al peso corporeo. Alcuni di questi post possono aver implicitamente esacerbato lo stereotipo alquanto comune che inquadrerebbe le persone con obesità come pigre, trasandate e senza capacità di auto-controllo, promuovendo al tempo stesso un irreale ideale di magrezza e pratiche estreme di controllo del peso. L’internalizzazione di stereotipi negativi sul peso può avere effetti negativi andando ad indebolire il senso di autoefficacia e la sicurezza nelle proprie capacità di raggiungere un controllo efficace sul comportamento alimentare (Pearl, 2020), e ciò vale ancora più in persone con disturbi alimentari o a rischio di svilupparli.

Oltre a questo messaggio, sono aumentate le applicazioni a supporto della perdita di peso e del conteggio delle calorie assunte, così come l’aggiunta di etichette ed indicatori della sanità di un determinato cibo. Studiosi e clinici hanno più volte evidenziato come queste strategie siano inefficaci, se non addirittura dannose, per la perdita di peso a lungo termine, andando di fatto ad aggravare il disturbo alimentare e ad aumentare il rischio di svilupparne uno nella popolazione generale (Sanchez-Carracedo, Neumark-Sztainer, Loperz-Guimerà, 2012).

Il terzo elemento con un ruolo chiave nell’incremento dei disturbi del comportamento alimentare è stato il distress emozionale, in particolare legato alla paura del contagio.

La paura del contagio può portare gli individui ad un’aumentata preoccupazione sulla qualità del cibo e sulla probabilità che esso sia un veicolo di contagio. Ciò può aumentare i pattern di alimentazione selettiva sia per la paura di lasciare la propria abitazione, sia tramite l’eliminazione di alcuni tipi di cibo per paura che essi siano contaminati. Inoltre la pandemia ha incrementato la preoccupazione per la salute e la convinzione, nei casi di ortoressia nervosa, dell’utilità di manipolare la dieta per promuovere la salute. Le persone possono adottare diete restrittive con l’obiettivo di ottenere benefici dall’assunzione di cibi che rafforzano il sistema immunitario e potrebbero proteggerli dal contrarre il coronavirus o minimizzare i suoi effetti (Navaro e coll., 2017).

In aggiunta a queste specifiche paure create dalla pandemia, la situazione ha sostanzialmente incrementato i livelli di stress e di distress emozionale (Brooks e coll, 2020), che sono fattori chiave per un’alimentazione sregolata (Puccio, Fuller-Tyszkiewicz, Ong, & Krug, 2016).

Gli eventi traumatici hanno un notevole impatto sulla salute mentale delle persone. La paura del contagio e della morte dei propri cari ha creato una grande incertezza. L’isolamento porta ad ansia, tristezza, rabbia e senso di solitudine. Il distanziamento sociale e la quarantena vanno contro la natura umana. Diversi Autori hanno sottolineato gli effetti psicologici causati dalla pandemia, tra cui senso di solitudine, peggioramento dei sintomi ansiosi, distress, insonnia (Carvalho, Moreira, de Oliveira, Landim & Neto, 2020; Torales, O’Higgins, Castaldelli-Maia, Ventriglio, 2020).

Gli effetti emozionali negativi della quarantena (Brooks e coll., 2020) sono particolarmente accentuati in persone che soffrono di anoressia nervosa, le quali sono già isolate sia fisicamente che psicologicamente. Uno scarso funzionamento interpersonale è ancora più difficile da gestire quando vi è l’imposizione di un distanziamento sociale.

Persone con disordini alimentari e/o obesità hanno, al di là delle specificità del singolo disturbo, una fragilità comune. Sono infatti caratterizzate da una ridotta resilienza e problematiche a carico di diversi organi corporei a causa di cumulative condizioni di comorbidità. Il rischio di infezioni virali in queste popolazioni è aumentato (Dobner & Kaser, 2018). Diversi Autori hanno individuato, in persone con obesità affette da Covid-19, una maggior gravità della sindrome respiratoria acuta (Carter, Baranauskas & Fly, 2020). Un aumento del tessuto adiposo viscerale e della percentuale di massa grassa correla positivamente con la morbilità da Covid-19 (Huang, Yao, Huang, Wei & Yi, 2020). Persone con un basso BMI e che soffrono di anoressia nervosa possono essere più vulnerabili al COVID-19 a causa della compromissione della salute fisica.

L’evidenza clinica e la ricerca suggeriscono come i pazienti obesi (BMI>30) con un disturbo alimentare e le pazienti anoressiche gravemente malnutrite siano a maggior rischio di sviluppare un’infezione da Covid-19 e di andare incontro a più complicazioni mediche. Dovrebbe quindi esservi una maggiore vigilanza clinica nel trattamento di entrambi i gruppi di pazienti.

Persone con disturbi alimentari ed obesità, che sono già psicologicamente e fisicamente isolate, possono essere andate incontro ad un peggioramento dei sintomi a causa del vivere da soli o, al contrario, in stretto contatto con i familiari. Il bisogno di avere il controllo, tipico dell’anoressia nervosa, potrebbe essere stato esacerbato dall’imprevedibilità della situazione, mentre un più facile accesso al cibo durante l’isolamento a casa potrebbe aver avuto conseguenze negative in persone con Binge Eating. Le maggiori difficoltà nell’implementare comportamenti compensatori, come ad esempio lo svolgimento di un’attività fisica, può aver influito sulla vita di alcuni pazienti, mentre le difficoltà di regolazione emozionale possono aver elicitato episodi di abbuffata. La quarantena e l’obbligo di rimanere a casa 24 ore su 24, 7 giorni su 7, non permette di distanziarsi dal cibo. Queste situazioni possono essere state ulteriormente esacerbate dal costante contatto con i propri familiari, a loro volta preoccupati, in conflitto, o controllanti (Fernandez e coll., 2020; Weissman, Bauer & Thomas, 2020).

Molte pazienti che soffrono di anoressia hanno comportamenti alimentari rigidi ed inflessibili, mangiando solo determinati tipi di cibo e di uno specifico brand. In questo momento di incertezza riguardo la disponibilità del cibo desiderato e in cui si possono trovare interi scaffali vuoti al supermercato, queste pazienti potrebbero avere una minor quantità di cibo a disposizione ed andare incontro ad un’ulteriore perdita di peso. Al contrario, per persone con binge eating e fenomeni di abbuffata la scarsa disponibilità di cibo potrebbe agire come trigger per accumulare cibo.

Come si farà ritorno alla normalità quando questa pandemia sarà superata?

COVID-19: Rimuginio e ruminazione ai tempi della Pandemia – Partecipa alla ricerca!

A partire dalla fine del 2019 abitudini, relazioni interpersonali e stili di vita sono drasticamente cambiati a seguito della rapida diffusione del virus SARS-COV-2 in tutto il mondo.

 

I primi episodi di diffusione del virus SARS–COV-2 sono stati riportati nella provincia dell’Hubei diffondendosi poi rapidamente in altri paesi, fino a diventare una vera e propria pandemia mondiale.

Dal 21 febbraio 2020 la diffusione del Virus SARS-COV-2, responsabile della malattia COVID-19, è stata evidente anche in Italia, associata ad un crescente numero di contagi, ricoveri e decessi (Ministero della Salute).

Di fronte a questa situazione di emergenza, da parte del Governo sono state attuate misure straordinarie di prevenzione e di controllo delle infezioni, periodi di quarantena e lockdown. Tali misure straordinarie hanno implicato una significativa restrizione nelle abitudini di vita e un significativo cambiamento nella gestione dei rapporti interpersonali e lavorativi.

In questa cornice vari fattori, come la paura del contagio e della diffusione del virus, l’esposizione diretta o indiretta a eventi stressanti ad esso correlati (lutto, perdita del lavoro, ecc.), i cambiamenti e le restrizioni di vita legate all’attuazione delle misure straordinarie, sembrano contribuire in modo significativo ad un incremento dei livelli di disagio psicologico. (Rossi R. et al., 2020).

In una recente revisione della letteratura, pubblicata nella rivista scientifica The Lancet, è stato evidenziato come in individui sottoposti a misure di isolamento e/o quarantena, si possa osservare una riduzione dei livelli di benessere psicologico, un maggiore rischio di distress, disturbi affettivi, ansia, riduzione dell’umore, sintomi da PTSD e rabbia (Brooks S. K. et al., 2020).

Ma il disagio e la condizione di malessere psicologico derivanti, come vengono gestiti? Quali sono le risorse e le strategie che si attivano nel momento in cui un essere umano viene limitato nella propria libertà, nei contatti sociali e affettivi, privato di un abbraccio, costretto ad un sorriso e ad un’identità nascosti dietro a delle mascherine?

Il presente studio si propone l’obiettivo di valutare alcuni processi psicologici che possono contribuire al mantenimento dei livelli di distress legati al timore di diffusione del Virus SARS-COV-2.

AIUTA LA RICERCA COMPILANDO IL QUESTIONARIO ANONIMO:

PARTECIPA 9733

Il presente studio è condotto in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia della Sigmund Freud University -Milano-

È possibile prevenire l’insorgenza dei ricordi intrusivi a seguito di un evento traumatico?

Ricordi intrusivi e trauma: a seguito di un evento traumatico, i ricordi sensoriali, sotto forma di immagini e suoni, possono riemergere in modo ricorrente e spontaneo (American Psychiatric Association, 2013), evocando forti emozioni, che dirottano l’attenzione ed interrompono le attività correnti.

 

I ricordi intrusivi sono un sintomo fondamentale nel disturbo da stress acuto e, se presenti nei giorni seguenti al trauma, si associano ad una diagnosi di PTSD a distanza di 1 anno (Creamer et al., 2004). Essi costituiscono un importante elemento transdiagnostico (Fairburn et al., 2003), essendo presenti anche nella depressione (Birrer et al., 2007) e nel lutto complicato (Bryant et al., 2014).

Ricordi intrusivi e trauma: quando intervenire?

Secondo la teoria del consolidamento della memoria, esiste una finestra temporale di diverse ore a seguito del trauma, durante la quale la memoria relativa dell’evento diviene malleabile e vulnerabile ad essere modificata (McGaugh, 2000). Questo potrebbe rendere accessibile l’azione preventiva focale su un aspetto sintomatologico del PTSD, ovvero i ricordi intrusivi associati al trauma.

Secondo la letteratura attuale, compiti cognitivi con elevate richieste visuospaziali, possono interrompere selettivamente gli aspetti sensoriali (prevalentemente visivi) della memoria, ovvero quelli alla base dei pensieri intrusivi. Questo processo è possibile quando la memoria dell’evento è labile (ovvero durante la finestra temporale di consolidamento della memoria traumatica) e grazie ad una competizione di risorse cognitive (Kavanagh et al., 2001) che interferiscono con gli aspetti sensoriali dei ricordi intrusivi.

Alcuni studi hanno mostrano che i compiti visuospaziali eseguiti durante o immediatamente dopo l’evento, portano costantemente a una riduzione del numero di successivi ricordi intrusivi (Ad es. Deeprose et al., 2012; Holmes et al., 2004, 2010) mentre questo non si verifica per i compiti verbali, che possono addirittura aumentare tale sintomatologia, indicando possibili effetti dannosi (Holmes et al., 2004).

Ricordi intrusivi e compiti visuospaziali: lo studio

Nell’indagine di Iyadurai et al. (2018), 71 soggetti che avevano assistito ad un incidente automobilistico, sono stati assegnati in modo randomizzato a due condizioni di trattamento parallele. Mentre al gruppo sperimentale è stato chiesto di rievocare l’evento traumatico, giocando in seguito a Tetris su Nintendo DS XL per almeno 10/20 minuti; i partecipanti del gruppo di controllo hanno rievocato i momenti di permanenza in pronto soccorso dopo l’incidente, focalizzandosi per almeno 20 minuti sulle attività svolte.

Oltre a raccogliere dettagliatamente aspetti dell’evento traumatico, è stata valutata la gravità della lesione fisica (Abbreviated Injury Scale; Lopes & Whitaker, 2014), la minaccia percepita alla vita (Blanchard et al., 1995), i sintomi dissociativi (Peritraumatic Dissociative Experiences Questionnaire-Self Report; Marmar et al., 2004) e le risposte emotive (Peritraumatic Distress Inventory; Brunet et al., 2001).

Il numero dei ricordi intrusivi nella settimana successiva all’evento traumatico, è stato indagato utilizzando un diario (Holmes et al., 2010), che i partecipanti dovevano compilare quotidianamente. Inoltre, i sintomi intrusivi, di evitamento ed iperattivazione successivi al trauma, sono stati valutati utilizzando l’Impact of Event Scale – Revised; Creamer et al., 2003). È stata verificata la gravità dei sintomi di PTSD (Post-traumatic Diagnostic Scale; Mccarthy, 2008), i sintomi di ansia e depressivi (Hospital Anxiety and Depression Scale; Vallejo et al., 2012).

Rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo, l’intervento sul gruppo sperimentale finalizzato a ridurre i ricordi intrusivi sperimentati a seguito del trauma reale, si è rivelato efficace. Tale risultato positivo, deriva dal fatto che i pazienti sono stati raggiunti circa tre ore dopo l’incidente automobilistico, cioè entro la finestra temporale di consolidamento della memoria. 

Coerentemente con gli studi sul consolidamento della memoria (McGaugh, 2000; Nader K et al., 2000; Schafe et al., 2001) e quelli che coinvolgono la memoria visiva (Pearson et al., 2015); questa tecnica comportamentale è stata in grado di agire sulla memoria emotiva, riducendo il numero di ricordi intrusivi del 62% nella settimana successiva rispetto ai controlli. Infatti, il gioco Tetris, è stato ipotizzato per competere con il consolidamento dei ricordi visivi legati al trauma, ed è stato effettuato successivamente al ricordo dell’evento che avrebbe riattivato e reso la memoria labile.

Il risultato ottenuto su pazienti, si rivela simile ai precedenti studi di simulazione del trauma in laboratorio, che hanno riscontrato, una riduzione del 58% dei ricordi intrusivi, nello stesso lasso di tempo di una settimana (Holmes et al., 2009).

Questa tipologia di intervento, breve e senza l’ausilio di un terapeuta, è stato riscontrato come fattibile e accettabile dai partecipanti, che non hanno riportato effetti avversi. Inoltre, tra i vantaggi emerge anche il basso costo, la semplicità per la formazione e l’erogazione, oltre che la sua flessibilità applicativa. Infatti, non solo Tetris, ma qualsiasi attività con elevate richieste visuospaziali, può essere utile all’interno della procedura (ad esempio giochi come Candy Crush), a differenza di attività che distraggono prevalentemente a livello verbale (ad esempio lettura e cruciverba), che si rivelano inefficaci.

Questo studio mette in luce la presenza di specifici sottoinsiemi di sintomi che possono essere presi di mira entro una settimana dal trauma, facendo emergere un eterogeneità interna del PTSD (Insel et al., 2010). Inoltre, sarebbe interessante indagare l’effetto dell’intervento ad un mese di distanza, somministrandolo per una durata maggiore di 20 minuti o con dosi multiple.

Data la frequenza elevata del trauma a seguito di incidente automobilistico (Norris, 1992) e l’assenza di interventi preventivi post trauma, raggiungere i pazienti entro poche ore dall’evento potrebbe prevenire il consolidamento di un disturbo mentale invalidante. Inoltre, sarebbe di forte rilevanza clinica indagare l’utilità per il paziente stesso, di un intervento che apporta un beneficio così immediato e limitato nel tempo.

La radice psicoanalitica di Beck – 100 anni di Aaron T. Beck – Parte 1

Il racconto di come Beck rimase psicoanalista fino al 1975, appena un anno prima di pubblicare il suo manuale di terapia cognitiva per la depressione

 

Beck non era quell’ex-comportamentista che a volte abbiamo finto che fosse, quello che comprese che tra lo stimolo e la risposta c’è il mediatore mentale. Quelli erano Lazarus, Mahoney e Meichenbaum. Aaron T. Beck, Tim per gli amici e gli allievi più vicini, era uno psicoanalista che tentò per anni di rimanere psicoanalista, ben oltre quella crisi che lo avrebbe colto all’inizio degli anni ’60 e che lo avrebbe di colpo reso un ex-psicoanalista. La storia che ci raccontiamo tra cognitivisti è quella di un Beck splendidamente isolato, finito chissà come in mezzo a un gruppo di psicoanalisti in un qualche momento imprecisato all’inizio della sua carriera dopo aver concluso la specializzazione in psichiatria. In mezzo a questi psicoanalisti Beck è messo a far ricerca sui depressi per scovare in questi pazienti le loro pulsioni inconsce, che sarebbero di tipo rabbioso. E invece di scovare queste pulsioni inconsce Beck si mette a indagare i pensieri consapevoli dei pazienti. Sono pensieri di rovina, autosvalutazione, perdita di senso: non valgo nulla, non ho combinato nulla di buono, nessuno mi ama e io non riesco ad amare nessuno, è finita, la mia vita non ha senso, mi butto dalla finestra, e così via.

Non solo; Beck scopre che incoraggiando i pazienti a mettere in discussione questi pensieri (vediamo, è proprio così? Davvero non ha mai combinato nulla di buono? Davvero nessuno la ama? Addirittura, lei non ama nessuno? E non ne sarebbe capace? Davvero si vede così male? Ne siamo sicuri? Vediamo assieme, cosa fa e cosa non fa uno che non ama? E vediamo assieme cosa ha fatto lei nella vita. Lei è davvero così?) anche l’umore migliora, il paziente si conforta, sta meglio. Insomma, la depressione non dipende da una inconscia pulsione aggressiva verso il mondo e se stessi ma da una consapevole, ed erronea, convinzione di non valer nulla, convinzione che è accessibile a una ristrutturazione paziente, amichevole e confortante rivalutazione di sé stessi e della propria esistenza fatta in collaborazione con un terapista incoraggiante, non inquisitorio, dal tono tranquillo e accogliente.

Potremmo pensare: ecco la collaborazione, quell’empirismo collaborativo che non è solo indagine cooperativa tra paziente e terapeuta ma anche calore e accoglienza. Calma. Ne parleremo più in là in questo buon compleanno a Tim che vado scrivendo. Ora torniamo a quel Beck isolato che nel 1963 concepisce la terapia cognitiva in mezzo a una banda di psicoanalisti.

Non andò proprio così. Come sta dimostrando da alcuni anni la storica della psicoterapia Rachael Rosner (2012, 2014, 2018), il modello cognitivo di Beck non nacque nonostante la psicoanalisi ma nella psicoanalisi e addirittura dalla stessa psicoanalisi come suo sviluppo naturale. Beck giovane psichiatra aveva intrapreso la formazione da analista negli anni ’50 ad Austen Riggs, un ospedale del Massachusetts, con lo psicologo psicoanalitico di origine ungherese David Rapaport. Rapaport fu un dei più prestigiosi esponenti di quel ramo della psicoanalisi che fiorì in America negli anni del dopoguerra noto come psicologia dell’Io. Il lavoro di Rapaport si basava su quello di Anna Freud, Heinz Hartmann e Ernst Kris, lavoro che dava importanza (e qui dobbiamo fare attenzione) a come i pazienti valutano e danno significato al loro mondo. Rapaport sviluppò questi concetti e li chiamò (e qui dobbiamo fare ancora più attenzione) “le capacità dell’Io di testare la realtà”, o la “forza dell’Io” del paziente.

Insomma, fu con lo psicoanalista Rapaport che Beck imparò a capire i pazienti che erano depressi (o ansiosi) perché affetti da strutture dell’Io “difettose”. Rapaport sosteneva che la cognizione, l’attenzione, la percezione, l’apprendimento e la memoria erano il ponte che collegava la teoria psicoanalitica con la psicologia sperimentale e che l’Io era il luogo in cui operavano le funzioni mentali “prive di conflitti” della psicologia normale. È ormai certo che l’influenza di Rapaport e della psicologia dell’Io rimanessero forti per tutta la vita intellettuale di Beck (Rosner, 2012, 2014). In realtà, non solo Beck ma anche altri che studiarono con Rapaport negli anni ’40 e ’50 hanno sempre mantenuto questa attenzione per il pensiero cosciente: da quelli che si sono mantenuti nella psicoanalisi, George Klein, Robert Holt e Roy Schafer; a chi si è dato a studi di psicologia sociale e sperimentale come lo psicologo e premio Nobel Daniel Kahneman, che studiò con Rapaport nel 1959.

Ciò che non è chiaro è che Beck continuò a definirsi psicoanalista per tutti gli anni ’60 e per buona parte degli anni ‘70, ritenendo la sua psicoterapia cognitiva una forma psicoanalisi neo-freudiana appartenente alla psicologia dell’Io di Anna Freud, Hartmann e Rapaport. Beck non si distaccò affatto dalla psicoanalisi nella prima metà degli anni ‘60, come si è sempre pensato e come lui stesso ha talvolta fatto pensare, peraltro smentendosi altrove e in anni tardi quando per esempio nel 1995 (si noti la data) scrisse che l’attenzione per i pensieri consci l’avesse ereditata dalla psicoanalisi e non dal comportamentismo (che infatti non dava alcun peso alla coscienza) e che perfino la successiva svolta processuale di “terza onda” (che qui tratteremo brevemente: troppa carne al fuoco) lui la accoglie perché corrisponde in parte alla distinzione freudiana tra processo primario e secondario (Beck, 1995, p. 41).

Insomma, Beck continuò per tutti gli anni ’60 e per la prima metà degli anni ’70 a sperare che il suo modello potesse essere accolto nel mainstream psicoanalitico, e per la precisione in una associazione psicoanalitica denominata American Academy of Psychoanalysis.  Beck si unì all’Academy nel 1968, una data piuttosto tarda e che fa a pugni con il racconto di un Beck cognitivista incompreso in mezzo agli analisti per tutti gli anni ‘60. Beck parlava ai congressi di quella associazione, era membro del comitato scientifico e pubblicava sulla rivista della società.

Pubblicava cosa? Articoli di psicoanalisi? No. O almeno, non solo. Nel 1970 Beck pubblicò un articolo sulla triade cognitiva nella rivista psicoanalitica dell’Academy (Beck, 1970a) e descrisse il suo modello come un’integrazione tra concetti neo-freudiani e comportamentisti, in cui la triade cognitiva giocava un ruolo di mediazione tra il trigger e la risposta comportamentale. In quei primi anni ‘70, Beck esplorava il ruolo delle fantasie e dei sogni in psicologia (Beck, 1970b, 1971) e riteneva ancora che fosse proprio la sua personale appartenenza alla neo-freudiana psicologia dell’Io che avesse permesso alla terapia cognitiva di interessarsi all’attività cosciente piuttosto che inconscia, mentre l’interesse per l’interazione con l’ambiente piuttosto che sui processi psicodinamici interni lo avrebbe ricavato dalla psicoanalisi interpersonale di Karen Horney e Stak Sullivan. Tuttavia, i neo-freudiani dell’Accademy alla lunga non furono propensi ad accettarlo come uno di loro. Nelle parole dello stesso Beck:

Quando presentai questo materiale (…) dissi: ‘questa è davvero neo-analisi’; e loro risposero: ‘Beh, Beck, questa non è più analisi. È meglio che tu smetta di chiamarti analista (Beck, 1997, p. 7).

Di conseguenza, Beck si dimise dall’Academy, ma lo fece solo nel 1976.

Ciò che era originale nelle intuizioni di Beck sul pensiero e sulla depressione e ciò che lo distingueva dagli psicoanalisti della scuola della psicologia dell’Io, era che egli concluse che le distorsioni cognitive erano esse stesse la psicopatologia piuttosto che le conseguenze della psicopatologia. Mentre George Klein, Roy Schafer e altri credevano che la psicopatologia fosse il risultato di un conflitto tra i desideri primitivi e la valutazione della realtà, che qualsiasi distorsione nel pensiero di un paziente era conseguenza dell’incapacità dell’Io di gestire quei conflitti e che la terapia consistesse nell’individuare quei conflitti per poi modificare le distorsioni, Beck propose di lavorare direttamente sulle distorsioni. Beck rifiutò l’idea psicodinamica che il problema risiedesse nei desideri e nei conflitti primitivi e sostenne invece che sia le strutture mentali che la psicopatologia risiedesse nelle cognizioni. Le strutture cognitive e non le strutture dell’Io erano difettose. Eppure: che differenza c’è tra strutture cognitive e strutture dell’Io? Meno di quel che sembra.

Nella prima metà degli anni ’60, Beck iniziò a esaminare dettagliatamente i contorni di queste strutture cognitive, gli “schemi”. Smentendo chi vede oggi nel modello cognitivo interesse solo per il presente del qui e ora e continuando a mostrare la sua persistente identità di psicoanalista, Beck radicò lo sviluppo degli schemi nell’infanzia dei pazienti, quando essi si presentano in maniera rigida, dicotomica e strettamente legata alle emozioni. Man mano che il bambino matura, gli schemi assumono flessibilità e distanza dalle emozioni e l’individuo acquisisce la capacità di valutare le situazioni razionalmente, imparando a usare le emozioni come fonte di informazioni dei bisogni senza però cedere alla spinta comportamentale emotiva, strutturalmente impulsiva e semplicistica, ridotta al repertorio limitato dell’attacco e della fuga. La psicopatologia deriva dal fallimento dello sviluppo maturo di questi schemi, che rimangono allo stadio primitivo della valutazione tutto o nulla e della reazione impulsiva. Per Beck, questi concetti cognitivi erano rinconducibili a quelli freudiani di complesso primario e di agito (Rosner, 2012) e lo scrisse in un libro collettivo su cognitivismo e costruttivismo curato da Mahoney del 1995 (Beck, 1995, p. 41).

La conclusione è che Beck non si è mai separato completamente dalla psicologia dell’Io, anche dopo essersi alleato con terapisti comportamentali negli anni ’70. Si potrebbe persino sostenere che il suo primo libro sulla terapia cognitiva e i disturbi emotivi (Beck, 1976), fosse in realtà un testo di psicologia dell’Io. Del resto, Beck nel 1990 confidò allo psicologo comportamentale Paul Salkovskis che egli non aveva mai smesso di sentirsi uno psicoanalista.

 

L’ultimo abbraccio. Cosa dicono di noi le emozioni degli animali (2020) di Frans de Waal – Recensione

Secondo l’autore del volume L’ultimo abbraccio dovremmo imparare a porre maggiore attenzione alla sfera emotiva, che non riguarda soltanto noi su questo pianeta, ma anche i nostri compagni di viaggio.

 

Chiunque dichiari di sapere che cosa provano gli animali non ha la scienza dalla sua parte.” È con questa premessa che l’autore racconta di numerosi studi sugli scimpanzé che mettono in luce aspetti incredibili su questa specie così diversa da noi, ma nel contempo simile.

L’indagine delle emozioni resta un campo considerato da sempre molto complesso, in quanto è spesso insondabile. In questo libro vengono però messe in luce le dinamiche connesse alle emozioni di alcuni animali facendoci comprendere una natura a cui apparteniamo anche noi. L’ultimo abbraccio è stato il modo in cui si sono salutati una femmina anziana di scimpanzé e un vecchio professore proprio pochi giorni prima che lei morisse. Viene descritto un abbraccio familiare e davvero commovente.

L’antica specie da cui è derivata la nostra, ossia l’antropomorfa, non esiste più da molto tempo; si aggirava sulla Terra circa sei milioni di anni fa e i suoi discendenti subirono vari cambiamenti, per poi estinguersi uno dopo l’altro. Rimasero però tre specie ad oggi sopravvissute: scimpanzé, bonobo e la nostra. Si tratta di ominidi con storie ugualmente lunghe alle spalle, motivo per cui si sono “evoluti” nella stessa maniera. Osservando un’antropomorfa, possiamo quindi vedere una storia condivisa che è tanto nostra quanto della scimmia che ci sta guardando. Se le scimmie antropomorfe sono come macchine del tempo per noi, anche noi lo siamo per loro. Noi siamo animali e la nostra specie non può essere considerata come molto differente dagli altri mammiferi per quanto riguarda le emozioni, infatti sarebbe difficile identificare emozioni che riguardano esclusivamente noi. Secondo l’autore dovremmo imparare a porre maggiore attenzione alla sfera emotiva che non riguarda soltanto noi su questo pianeta, ma anche i nostri compagni di viaggio.

Se domandiamo alle persone se gli animali hanno emozioni, risponderebbero in modo affermativo, sono infatti consapevoli del fatto che i loro animali domestici provano ogni sorta di emozione e, per estensione, ritengono sia lo stesso anche per gli altri animali. Ma se poniamo la stessa domanda ai docenti universitari, in molti si chiederanno che cosa ci riferiamo con esattezza. Potrebbero anche chiedere come definiamo le emozioni.

La paura che prova un pesce è la stessa che prova un cavallo?” Questa è una delle tante domande che de Waal ci sprona a porci per ragionare fuori dai nostri schemi da umani. Ad esempio, potremmo pensare che l’autocontrollo riguardi solo noi. Considerare spesso gli animali come creature istintive, prive dei freni inibitori che solo noi siamo capaci di applicare. Secondo alcuni filosofi, infatti, a contraddistinguere la nostra specie sarebbe proprio la capacità di controllare e sopprimere gli impulsi. L’autore spiega che seguire ciecamente le proprie emozioni risulterebbe tutt’altro che adattativo per qualsiasi specie animale. Sarebbe qualcosa di paragonabile a una mina vagante? Se un gatto agisse sempre d’impulso rincorrendo la preda anziché facendo l’agguato, i suoi tentativi non andrebbero quasi mai a buon fine.

Agire in modo impulsivo non ha senso in termini di sopravvivenza, motivo per cui un animale che cede a qualsiasi impulso si troverà sempre in situazioni pericolose. L’autore approfondisce il tema sui rituali di accoppiamento degli scimpanzé in cui emerge proprio un evidente autocontrollo dei maschi in cui vengono rigidamente rispettati gerarchia e turni. Se un giovane scimpanzé maschio vuole accoppiarsi con una femmina, si avvicina girandole intorno e sperando di avere un’occasione, ma se il maschio alfa lo guarda, il giovane scappa via consapevole del fatto che non potrà farcela. Nel testo vengono riportati altri vari esempi sulla gestione degli impulsi nel mondo animale: gli gnu, durante la migrazione nel Maasai, esitano a lungo prima di entrare nel fiume da attraversare. Le giovani scimmie attendono che la madre del loro compagno di giochi si allontani per cominciare a lottare tra loro. Un gatto domestico ruba il cibo dal tavolo solamente quando la persona è impegnata a fare altro.

Gli animali in realtà sono capaci di valutare le conseguenze del proprio comportamento, motivo per cui esitano spesso, come fanno gli scoiattoli quando attraversano la strada.

È così che l’autore, trasmettendo una grande passione per i suoi studi, approfondisce i vissuti emotivi degli animali più simili a noi.

COVID-19: Una persona su 3 sviluppa disturbi psichiatrici e danni neurologici a lungo termine

Un recentissimo studio retrospettivo pubblicato su The Lancet Psychiatry, ha mostrato che SARS-CoV-2 ha effetti acuti sul cervello e che può provocare danni neurologici a lungo termine, nonché l’insorgenza di disturbi psichiatrici.

 

Il 30 gennaio 2020 il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha ufficialmente denominato SARS-CoV-2 (Severe Acute RespiratorySyndrome Coronavirus 2) la sindrome respiratoria acuta grave, identificando l’11 febbraio nell’acronimo COVID-19, la malattia respiratoria causata dal nuovo Coronavirus. L’OMS qualifica l’epidemia da SARS-CoV-2 un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale: definita come un “outbreak senza precedenti”. Dal primo caso di infezione riscontrato a Wuhan, il virus ha continuato a diffondersi, tanto da essere dichiarato una pandemia dalla World Health Organization l’11 marzo 2020. Secondo le indagini epidemiologiche, l’infezione da SARS-CoV-2 ha portato nel mondo un elevato numero di contagi e decessi: al 17 aprile 2021 sono oltre 134 milioni i contagi e 2,99 milioni i decessi attribuiti a COVID-19 nel mondo.

Il COVID-19 attacca solo cuore e polmoni?

Dagli esiti delle autopsie dei pazienti deceduti si è riscontrato che l’infezione da SARS-CoV-2 è una “malattia sistemica-multiorgano” poiché coinvolge organi e sistemi ulteriori a quello respiratorio, come ad esempio quello cardio-circolatorio, tegumentario, emopoietico, gastrointestinale, renale e il sistema nervoso (Temgoua, Endomba, Nkeck, Kenfack, Tochie&Essouma,2020).

Quali sono le conseguenze neurologiche e psichiatriche del virus?

Sin dallo scoppio della pandemia è scattata una forte preoccupazione, legata al fatto che il virus potesse colpire il sistema nervoso centrale e periferico, aumentando il rischio nei pazienti positivi all’infezione di sviluppare sintomi neurologici. Potenziali danni a carico del sistema nervoso erano originariamente suggeriti da dati preliminari, che hanno evidenziato un calo nella percezione di sapori (ipo-ageusia) e di odori (iposmia) nei pazienti COVID-19 (Ray,2020; Haldrup, Johansen & Fjaeldstad, 2020).

Un’ampia mole di studi si è focalizzata sull’impatto che la pandemia ha avuto sulla salute mentale ma, ad oggi, poche ricerche hanno esplorato i meccanismi neurobiologici che favoriscono l’insorgenza o il peggioramento dei disturbi psichiatrici. A tale scopo, uno studio italiano (Steardo&Verkhratsky, 2020), pubblicato su Translational Psychiatry, ha riscontrato che il virus Sars-Cov2, in alcune persone, può arrivare ad alterare il funzionamento delle connessioni nervose, contribuire alla perdita delle sinapsi e alla morte neuronale, causando la comparsa di malattie mentali o l’esacerbazione del quadro sintomatologico. In particolare, sembra che la causa risieda nei processi di neuro-infiammazione innescati dal virus, aggravati da fattori di stress (fisici e psicologici) che stimolano l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Lo stress potrebbe manifestarsi a seguito delle particolari condizioni di vita quali, ad esempio, ricovero in terapia intensiva, paura di contrarre il virus e restrizioni sociali (Steardo et al., 2020).

Cosa hanno riscontrato studi retrospettivi su pazienti COVID-19 a 6 mesi dall’infezione?

Un recentissimo studio retrospettivo pubblicato su The Lancet Psychiatry, ha mostrato che SARS-CoV-2 ha effetti acuti sul cervello e che può provocare danni neurologici a lungo termine, nonché l’insorgenza di disturbi psichiatrici. È stato osservato retrospettivamente che, in un campione di più di 230 mila persone guarite da COVID-19 durante gli ultimi sei mesi, una persona su tre che ha contratto il virus sviluppa disturbi neurologici e/o psichiatrici (Taquet, Gedde, Husain, Luciano & Harrison, 2021).

Spesso, le manifestazioni neurologiche variano da mal di testa, vertigini, confusione a, in alcuni casi, condizioni più gravi quali emorragia intracranica, ictus ischemico, malattia di Parkinson e parkinsonismi, demenze, sindrome di Guillain-Barré (patologia acuta autoimmune associata ad astenia muscolare progressiva e paralisi), miopatie ed encefaliti. Per quel che concerne l’insorgenza di disturbi psichiatrici, la diagnosi di COVID-19 sembra associata a disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, disturbi psicotici, abuso di sostanze ed insonnia.

I ricercatori hanno riscontrato che il 34% delle persone ha ricevuto una diagnosi di malattia neurologica e/o psichiatrica nell’arco dei sei mesi successivi alla diagnosi di COVID-19. L’incidenza aumenta sostanzialmente nel caso dei pazienti per cui si è reso necessario un ricovero in terapia intensiva (46%). Le diagnosi maggiormente riscontrate dai ricercatori sono state: ictus ischemico, emorragia intracranica e demenza. Riguardo quest’ultima, i ricercatori specificano la presenza di tassi di incidenza modesti (2.66% in pazienti over 65 e 4.72 in pazienti con encefalopatie) ma un incremento consistente se confrontato con i malati di influenza. Le manifestazioni psichiatriche più frequenti risultano essere l’ansia e i disturbi dell’umore, presenti, rispettivamente, nel 17% e nel 14% dei casi. Il rischio di sviluppare una di queste condizioni è aumentato nei pazienti affetti da COVID-19 rispetto a pazienti con influenza o altre infezioni del tratto respiratorio, inoltre, l’incidenza delle diagnosi neuropsichiatriche aumenta notevolmente con l’aumentare della gravità del quadro clinico del paziente. Questi disturbi, caratterizzati spesso da un decorso ricorrente, tendono a cronicizzarsi nel corso del tempo (Taquet et al., 2021).

Esiste una vulnerabilità ai danni neurologici correlati a COVID-19?

La risposta è sì. Altro aspetto da considerare riguarda l’infezione da SARS-Cov-2 in individui aventi già patologie neurologiche. Infatti, vi sono evidenze che dimostrano come in pazienti affetti da COVID-19, con un’anamnesi patologica remota per neuropatie, il rischio di sviluppare un ictus cerebrale aumenta del 5%. Chiaramente questo aumento di malattie cerebro-vascolari durante COVID-19 è da correlare verosimilmente allo stato di iper-coagulabilità che accomuna la gran parte degli individui affetti (Torti, 2020).

Quali sono le modalità con cui il virus SARS-CoV-2 raggiunge il sistema nervoso? È un importante quesito scientifico che, ad oggi, resta ancora aperto. Il possibile coinvolgimento del sistema nervoso, era già noto dalle precedenti pandemie da Coronavirus (SARS 2002/2003 e MERS 2012); infatti tali virus possono raggiungerlo determinando complicanze neurologiche nel periodo pre o post infettivo. La prima ipotesi di raggiungimento del sistema nervoso centrale riguarda la penetrazione del virus a livello dei nervi cranici (tra cui: l’olfattivo, il trigemino, il glosso-faringeo), che, innervando l’epitelio nasale e respiratorio, possono veicolare il patogeno tramite un trasporto retrogrado al cervello. Secondo questa ipotesi il virus, che normalmente lega le proteine Spike (facenti parte della superficie esterna del pericapside virale) al recettore ACE2, raggiungerebbe più facilmente i nervi, perché quest’ultimo è presente anche sulle cellule nervose, oltre che su quelle della mucosa olfattiva e respiratoria (Ferrarese, 2020). È stato recentemente dimostrato che un’altra proteina “Neuropilina-1”, che è altamente espressa nei nervi olfattivi, può favorire l’ingresso del virus in tali cellule (Ferrarese, 2020). Pertanto, in linea con queste evidenze, il virus potrebbe penetrare dai terminali nervosi della muscosa olfattoria per poi diffondersi ad altre regioni del cervello, in maniera analoga agli altri Coronavirus.

Altre ipotesi riguardano la via “ematogena”; infatti, un’alterazione della barriera emato-encefalica potrebbe fungere da facilitatore per la penetrazione del virus nell’encefalo. In seguito all’infezione da SARS-CoV-2, l’attivazione immediata del sistema immunitario favorisce la produzione di citochine (molecole che attivano le cellule di difesa promuovendo uno stato infiammatorio) dando vita alla cosiddetta “tempesta citochinica”. Studi affermano che la tempesta citochina, potrebbe agire oltre che sulle cellule endoteliali, anche sugli astrociti (cellule che rivestono la barriera emato-encefalica) con conseguente aumento della permeabilità della barriera emato-encefalica, fenomeno che facilita, così, l’ingresso del virus nel sistema nervoso centrale (Thepmankorn, Bach, Lasfar,Zhao, Souayah, Chong & Souayah, 2020). Anche per questo motivo, nella terapia empirica per il trattamento di COVID-19, viene utilizzato come farmaco il cortisone, oltre agli anticoagulanti. È stata inoltre avanzata l’ipotesi secondo la quale la presenza di comorbidità di COVID-19 con patologie di natura cardiovascolare, malattie neurologiche e obesità pre-esistenti potrebbe, da sola, o in combinazione con le citochine, alterare il funzionamento di tale barriera (Torti, 2020). Una volta nel sistema nervoso, il patogeno, potrebbe viaggiare verso il tronco dell’encefalo (sede di controllo dell’attività respiratoria e cardiaca) ledendo le seguenti strutture, e compromettendo il funzionamento di cuore e polmoni. Potrebbe essere questa quindi la causa dei sintomi tipici della fase iniziale dell’infezione da COVID-19 (Marzocco, Iannaccone & Filippelli, 2020). Ad oggi il trattamento dei disturbi neurologici, nel corso del Covid-19, non prevede una terapia specifica, se non quella utilizzata per eliminare l’infezione (antivirali o anticorpi mono-clonali).

In sintesi, pur non conoscendo le modalità di penetrazione del virus SARS-CoV-2, è presumibile una forte associazione tra l’infezione da COVID-19 e l’insorgenza di problematiche neurologiche. Si auspica una sempre maggiore attenzione a tale fenomeno.

 

L’utilizzo di app per il conteggio calorico e le influenze sul comportamento alimentare

Le app per il conteggio delle calorie possono possono invogliare all’adozione di una dieta restrittiva e squilibrata (Rentko, 2015) e a sopravvalutare l’importanza del peso e della forma del corpo.

 

Ai giorni nostri l’uso di smartphone e tablet è diventato parte della vita quotidiana, soprattutto tra i giovani adulti. Con l’aumento dell’utilizzo di tali tecnologie sono proliferate anche le applicazioni (app) che possono essere utilizzate per influenzare i comportamenti nel campo della salute (Ellison, Wonderlich e Engel, 2015). Ad esempio per i disturbi alimentari sono state progettate diverse app che il paziente può utilizzare come supporto e in aggiunta a trattamenti efficaci (Juarascio, Manasse, Goldstein, Forman e Butryn, 2015). Sebbene tali applicazioni possano essere molto promettenti, sulle piattaforme online ne esistono molte altre non sviluppate specificamente per i disturbi alimentari che potrebbero al contrario configurarsi come un fattore di rischio nello sviluppo di tali disturbi. Nello specifico ci riferiamo alle app per il conteggio delle calorie, ovvero applicazioni che consentono di monitorare e inserire l’assunzione quotidiana di cibo al fine di calcolarne l’introito calorico. Esse forniscono una ripartizione dell’apporto giornaliero di calorie e nutrienti fornendo un feedback sul numero di calorie e i nutrienti necessari; alcune consentono anche di impostare obiettivi di peso consigliando la quantità di calorie necessarie per raggiungerli. La ricerca non si è ancora spinta a dimostrare la relazione tra l’uso di questi dispositivi e atteggiamenti e comportamenti legati ai disturbi alimentari. A tal proposito gli studi segnalano che l’uso di app per il conteggio delle calorie sta aumentando in modo esponenziale elevando il rischio di innescare, mantenere o esacerbare la sintomatologia del disturbo alimentare.

Conteggio calorico e dieta ferrea

La dieta è una delle più importanti caratteristiche osservate nei pazienti con disturbo dell’alimentazione. Piuttosto che adottare linee guida generali su come mangiare, il paziente segue regole alimentari altamente specifiche che limitano l’alimentazione con l’obiettivo di dimagrire o controllare eccessivamente il peso e le forme corporee. Tale forma persistente di dieta, definita “dieta ferrea” ha tre caratteristiche principali: è persistente, estrema (cioè caratterizzata da molte regole che richiedono un’attenzione costante) e rigida (cioè le regole devono essere seguite perfettamente per sentirsi in controllo). Le regole alimentari possono essere differenti da un paziente all’altro ma in generale riguardano quando, quanto e cosa mangiare. La conseguenza è che l’alimentazione diventa stereotipata e flessibile.

Il tentativo di limitare l’alimentazione, indipendentemente o meno dal fatto che si crei un deficit calorico, è definito “restrizione dietetica cognitiva”, mentre il ridotto apporto calorico giornaliero (in senso fisiologico) è definito “restrizione dietetica calorica” (Dalle Grave, Calugi e Sartirana, 2018). La restrizione dietetica cognitiva, anche se non è presente una restrizione dietetica calorica, va sempre affrontata nel trattamento dei disturbi dell’alimentazione per due motivi principali: è dannosa, perché causa preoccupazioni per il cibo e l’alimentazione, interferisce con la concentrazione, è emotivamente stressante e danneggia le relazioni; mantiene il disturbo dell’alimentazione perché incoraggia le abbuffate e può produrre, attraverso una prolungata riduzione dell’apporto calorico giornaliero, una condizione di sottopeso e la comparsa dei sintomi da malnutrizione (Dalle Grave, Calugi e Sartirana, 2018). I pazienti con disturbi dell’alimentazione tendono a non considerare la restrizione dietetica cognitiva un problema e spesso la valutano positivamente perché crea in loro un senso di “controllo”, è un modo per controllare il peso e la forma del corpo, è socialmente rinforzata e si sentono appagati nel seguirla (è una misura della loro forza di volontà). Al contrario, quando non riescono a seguire le regole dietetiche si sentono dei falliti perché attribuiscono l’insuccesso alla loro debolezza e non al fatto che la dieta che adottano è estrema e rigida (Dalle Grave, Calugi e Sartirana, 2018). In questo contesto l’utilizzo di app che monitorano le calorie diventa un aiuto per attuare una restrizione dietetica. Questo comportamento rientra tra i check dell’alimentazione disfunzionali che contribuiscono a mantenere un’eccessiva preoccupazione per il controllo minuzioso dell’alimentazione e danneggiano la vita sociale. Infatti, con l’adozione di questi comportamenti non è possibile consumare un pasto fuori casa.

Alla luce di tali riflessioni è importante capire come questo tipo di app influisca sugli individui con disturbi alimentari, dato che questi ultimi spesso diventano ossessivi e perfezionisti nel contare le calorie esacerbando i comportamenti sintomatologici del disturbo alimentare (Tchanturia, Lloyd, & Lang, 2013).

Conteggio calorico e disturbi alimentari: cosa ci dicono gli studi?

Come anticipato, sono pochissime le ricerche sulla relazione tra l’utilizzo delle app e lo sviluppo di disturbi dell’alimentazione. Esse evidenziano il rischio che tali strumenti possano invogliare all’adozione di una dieta restrittiva e squilibrata (Rentko, 2015) e a sopravvalutare l’importanza del peso e della forma del corpo e per questo non dovrebbero essere utilizzate da coloro che potrebbero incorrere in un disturbo alimentare (Evans, 2016). Alcuni studi si sono proposti di colmare questa lacuna nella letteratura e iniziare a quantificare i possibili effetti dell’utilizzo di app per il conteggio delle calorie in un campione di individui con disturbi alimentari.

Dalla ricerca di Levinson, Fewell e Brosof (2017) è emerso che il 73% dei partecipanti ha dichiarato che l’app ha contribuito almeno in parte allo sviluppo del loro disturbo alimentare; il 30% ha riferito che l’app ha contribuito molto allo sviluppo del loro disturbo alimentare.

Linardon e Messer (2019) hanno messo in luce le associazioni tra l’uso del conteggio delle calorie e dei dispositivi di monitoraggio della forma fisica e la sintomatologia dei disturbi alimentari. Gli individui che hanno riferito di utilizzare l’app per il conteggio delle calorie hanno manifestato livelli più elevati di preoccupazione alimentare e di controllo dell’indice di massa corporea (IMC). Inoltre, il monitoraggio della forma fisica è stato associato a episodi di abbuffata e successivi comportamenti di compenso. In sintesi, i risultati complessivi suggeriscono che per alcuni individui questi dispositivi potrebbero fare più male che bene.

Simpson e Mazzeo (2017) si sono soffermati sulla relazione intercorrente tra l’utilizzo delle applicazioni e la compromissione psicosociale in un campione maschile. I dati trasversali sono stati analizzati su 122 partecipanti maschi reclutati principalmente attraverso siti di social media legati al fitness. Circa la metà (56%) del campione ha riferito di aver utilizzato l’app. Quasi il 40% degli utenti l’ha percepito come un fattore che ha contribuito in una certa misura all’esordio del disturbo alimentare riportando livelli significativamente più alti della sintomatologia e di disturbi psicologici (pensiero dicotomico, eccessiva valutazione di forma del corpo, peso e alimentazione) e comportamentali (abbuffate e restrizione dietetica) rispetto ai non utenti. Il fatto che quasi un terzo degli uomini percepisca l’utilizzo della tecnologia come un fattore che contribuisce al loro disturbo alimentare evidenzia la possibile utilità di informarsi sull’uso di app per il conteggio delle calorie durante lo screening e la valutazione dei sintomi dei disturbi alimentari negli uomini.

Naturalmente questi dati, essendo esigui e di recente scoperta, non sono ancora in grado di determinare in maniera significativa l’esistenza di una relazione causale tra l’uso di app di conteggio calorico e la sintomatologia del disturbo alimentare. Nonostante ciò è chiaro il nesso esistente tra un elevato utilizzo di strumenti di monitoraggio delle calorie e lo sviluppo/rafforzamento di comportamenti connessi ai disturbi alimentari. Considerando il ruolo centrale che la tecnologia ricopre nelle nostre vite sarebbe opportuno, se non addirittura necessario, approfondire tali studi anche al fine di sviluppare un supporto adeguato nei confronti di coloro che si avvalgono di queste applicazioni.

 

 

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“Quando il sesso fa soffrire”: le variabili psicologiche connesse alla disforia post-coitale

La disforia post-coitale è caratterizzata dalla presenza di una deflessione del tono dell’umore, caratterizzata da lacrimazione, senso di malinconia, ansia o aggressività a seguito di un rapporto sessuale (Burri & Spector, 2011). La letteratura inerente alla disforia post-coitale, però, appare ancora circoscritta.

 

L’espressione “disfunzioni sessuali femminili” fa riferimento a quelle problematiche che si verificano prima o durante l’attività sessuale (Basson et al., 2000). Talvolta, però, è possibile che i soggetti manifestino espressioni fisiologiche o emotive e, nei casi più gravi, veri e propri disturbi, a seguito dell’orgasmo (Bird et al., 2011). Recentemente, alcuni studi hanno attirato l’attenzione su questo fenomeno che è stato definito disforia post-coitale (Postcoital Dysphoria-PCD; Sadock et al., 2008). La disforia post-coitale è caratterizzata dalla presenza di una deflessione del tono dell’umore, caratterizzata da lacrimazione, senso di malinconia, ansia o aggressività a seguito di un rapporto sessuale (Burri & Spector, 2011).

La letteratura inerente alla disforia post-coitale, però, appare ancora circoscritta.

Uno studio di Burri e Spector (2011) ha indagato la manifestazione di sintomi psicologici post-coitali come l’irritabilità e il pianto immotivato a seguito di un rapporto sessuale, in un campione di 1.489 donne e il 7,7% ha riferito di aver sperimentato questi sintomi in modo persistente. Le cause alla base della disforia post-coitale rimangono sconosciute, anche se si ipotizza che l’eziologia sia multifattoriale, con fattori psicologici e affettivi che sembrano svolgere un ruolo cruciale.

Secondo Basson (2002), per la maggior parte delle donne, la motivazione ad impegnarsi nell’attività sessuale deriva da un lato dal desiderio di migliorare l’intimità con il proprio partner e, dall’altro, dalla voglia di provare piacere fisico.

Nel cercare di ottenere una migliore comprensione dell’esperienza post-coitale delle donne, è fondamentale comprendere in che misura il loro funzionamento sia influenzato dal bisogno di migliorare l’intimità con il proprio partner.

Disforia post-coitale e attaccamento

Appare necessario sottolineare che, secondo alcune evidenze, l’attaccamento e la differenziazione del sé determinano la modalità con cui le donne gestiscono l’intimità nelle relazioni significative (Burri et al., 2014). Con l’espressione “differenziazione del sé” ci si riferisce alla capacità di bilanciare l’intimità e l’autonomia nelle relazioni (Bowen, 1978).

Burri e colleghi (2014) hanno evidenziato come anche l’evitamento e l’insicurezza dell’attaccamento fossero associati alla manifestazione di problematiche di natura sessuale nelle donne.

Dunque, l’evitamento, l’insicurezza dell’attaccamento e la paura della perdita del senso di sé potrebbero ugualmente avere un ruolo fondamentale nell’insorgenza dei sintomi della disforia post-coitale.

Uno studio preso in esame ha avuto come primo obiettivo quello di valutare la prevalenza della disforia post-coitale in un campione di studentesse universitarie (n=231) e di determinare se essa fosse collegata al funzionamento sessuale complessivo.

Il secondo obiettivo è stato quello di identificare i potenziali fattori relazionali associati alla disforia post-coitale, esaminando, in particolar modo, il ruolo dell’ansia di attaccamento, dell’evitamento e il grado di differenziazione di sé.

Circa il 46,2% del campione ha riferito di aver sperimentato sintomi della disforia post-coitale (PCD) almeno una volta nella vita ed è stato rinvenuto un legame debole tra i sintomi PCD lifetime e il funzionamento sessuale complessivo. Ciò potrebbe significare che i sintomi della PCD potrebbero non essere necessariamente legati al funzionamento sessuale complessivo e potrebbero verificarsi nonostante o, a seguito, di un funzionamento fisiologico “normale”. Questa potenziale spiegazione fornisce un ulteriore supporto all’ipotesi di Burri e Spector (2011), ovvero che l’eziologia della disforia post-coitale possa essere dovuta a molteplici fattori biopsicosociali. Difatti, i risultati del loro studio hanno mostrato che vi fosse una componente genetica nei sintomi psicologici post-coitali e, ulteriormente, che i fattori come la soddisfazione relazionale e i trascorsi di abuso possono predire i sintomi post-coitali.

L’abuso può portare allo sviluppo di problemi psicologici tra cui l’ansia per i contatti sessuali, che potrebbe a sua volta determinare un impatto sul funzionamento e sul comportamento sessuale a lungo termine delle donne.

Disforia post-coitale e differenziazione del Sé

Inoltre, i risultati hanno fornito alcune prove della presenza di un’associazione tra attaccamento, differenziazione del sé e disforia post-coitale. Nello specifico, è stato osservato come alti livelli di ansia legata all’attaccamento, l’evitamento, una maggiore reattività emotiva e una maggiore difficoltà a mantenere una posizione autonoma fossero associati alla manifestazione dei sintomi della PCD. Poiché questo è il primo studio che indaga l’associazione tra la differenziazione di sé e la manifestazione dei sintomi della disforia post-coitale, le potenziali spiegazioni delle correlazioni evinte possono basarsi unicamente sulla teoria di Bowen (1978), secondo il quale, la differenziazione del sé rappresenta un determinante critico per il benessere, in quanto si ritiene che una scarsa capacità di differenziazione determini sia un disagio psicologico che fisico. Ulteriori studi hanno valutato la relazione tra differenziazione del sé e funzionamento sessuale. Schnarch (2009), per esempio, ha sostenuto che una maggiore differenziazione del sé nelle relazioni intime porti ad una maggiore intimità e ad una maggiore soddisfazione sessuale, permettendo al contempo una maggiore comunicazione all’interno del rapporto. Coloro i quali non possiedono la suddetta capacità possono essere più ansiosi all’idea di poter “perdere sé stessi” o di poter perdere il controllo durante il rapporto, manifestando dunque problematiche di natura sessuale. Schnarch (1997) ha inoltre sostenuto che se i partner migliorassero la loro capacità di differenziazione, sviluppando una connessione intima senza paura di perdere il loro senso di sé, la relazione e la reciproca soddisfazione sessuale potrebbero subirne un giovamento.

Nello studio preso in esame, gli individui che hanno manifestato delle difficoltà nel mantenere un’autonomia e che si sono mostrati più reattivi emotivamente, avevano maggiori probabilità di riferire sintomi di disforia post-coitale. Nel periodo successivo al rapporto sessuale, questi soggetti possono essere più sensibili o più vulnerabili alle emozioni negative, da cui potrebbe derivare l’insorgenza di una sintomatologia depressiva o l’irritabilità. Coloro che possiedono la tendenza a fondersi con l’altro potrebbero percepire la fase di risoluzione del rapporto sessuale come una separazione dal partner, che può essere risultare schiacciante (Scheweitzer et al., 2015).

Nel complesso, i risultati supportano l’idea che i sintomi della disforia post-coitale sono prevalenti nella popolazione generale e che possono verificarsi nonostante un’esperienza sessuale fisiologicamente funzionale. La prevalenza della disforia post-coitale nel corso della vita suggerisce che la differenziazione di sé sia un predittore più forte rispetto all’attaccamento. Ad ogni modo, i risultati suggeriscono la necessità di ulteriori studi che potrebbero determinare delle implicazioni cliniche rilevanti e potrebbero mettere in luce future strategie di prevenzione ed educazione volte a promuovere la salute sessuale.

 

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