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Il Materialismo e l’Impulsività: responsabili delle Dipendenze Tecnologiche?

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Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

I telefoni cellulari sono utilizzati come parte di un rituale consumistico e hanno una funzione consolatoria sulle tendenze impulsive dell’utente, tanto da essere paragonate all’uso del ciuccio nei bambini piccoli! 

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Secondo un recente studio pubblicato sul Journal of Behavioral Addictions la dipendenza da cellulare e sms può essere paragonata allo shopping compulsivo con carta di credito; in entrambi i tipi di dipendenze sembrano avere un ruolo primario il materialismo, per cui alcuni oggetti di uso comune divengono degli status simbol, e l’impulsività, che ha un ruolo importante sia nelle dipendenze comportamentali che in quelle da sostanze. 

Telephone - © Tomasz Wojnarowicz - Fotolia.com
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James Roberts, docente di marketing alla Baylor’s Hankamer School of Business, sostiene che i telefoni cellulari sono utilizzati come parte di un rituale consumistico e hanno una funzione consolatoria sulle tendenze impulsive dell’utente, tanto da essere paragonate all’uso del ciuccio nei bambini piccoli! 

Studi precedenti hanno dimostrato che i giovani inviano una media di 109,5 messaggi di testo al giorno e circa 3.200 ogni mese; ne ricevono 113 e controllano il loro cellulare in media 60 volte in una giornata tipo; inoltre gli studenti universitari trascorrono circa 7 ore al giorno usando strumenti tecnologici di informazione e  comunicazione.

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Questo studio è il primo a occuparsi di come il materialismo giochi un ruolo nella dipendenza da telefono cellulare. I dati di questa ricerca provengono da self-report compilati da 191 studenti di economia presso due università statunitensi, in cui sono stati misurati materialismo, impulsività e l’uso di messaggistica istantanea.

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Secondo Roberts, il materialismo è un valore importante che influenza molte delle decisioni che prendiamo come consumatori. Inoltre, l’uso, e l’uso eccessivo, del telefono cellulare sono diventati comportamenti così comuni che è importante avere una migliore comprensione di ciò che spinge a questi tipi di dipendenze tecnologiche.

I risultati indicano che i telefoni cellulari sono utilizzati da circa il 90% degli studenti universitari; sono accessibili in qualsiasi momento, anche durante le lezioni, e dotati di sempre più funzioni, il che rende il loro uso e abuso sempre più probabile, tanto che la maggioranza degli intervistati sostiene che perdere il telefono cellulare sarebbe, addirittura, disastroso per la sua vita sociale…

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BIBLIOGRAFIA:

Terapia dinamica interpersonale breve – RECENSIONE

Recensione 

“Terapia dinamica interpersonale breve”

Lemma, Target e Fonagy (2011)

 

Terapia Dinamica Interpersonale Breve. Lemma A., Target M., Fonagy P.. Raffaello Cortina Editore, 2011

Il tentativo della Lemma è costruire un modello interpersonale breve che fosse in grado di accettare gli inevitabili compromessi moderni con i modelli cognitivi e interpersonali (interessati agli stati mentali consapevoli e non transferali) e al tempo stesso di mantenere un grado accettabile di azione sulle componenti dinamiche: inconscio e transfert.

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Questo libro presenta un interessante adattamento del modello psicodinamico alle necessità moderne di protocolli più brevi e flessibili e adattabili al servizio sanitario pubblico, nel Regno Unito come in Italia.L’autrice principale è Alessandra Lemma, che ha scritto il libro in collaborazione con Mary Target e Peter Fonagy. L’edizione italiana del libro è stata pubblicata da Raffello Cortina Editore (Milano).

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Per un terapeuta di formazione dinamica il termine “interpersonale” è sospetto, perché focalizza la terapia sulle difficoltà relazionali e non su quelle interiori. Inoltre il lavoro sulle componenti intrapsichiche tende a diventare, nei modelli interpersonali, inevitabilmente più cosciente e consapevole, e quindi più cognitivo e meno dinamico. Infine l’attenzione al cosiddetto transfert diluisce e può addirittura scomparire, come è avvenuto nella cosiddetta Terapia Interpersonale di Klerman, che non è dinamica. 

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Il tentativo della Lemma è costruire un modello interpersonale breve che fosse in grado di accettare gli inevitabili compromessi moderni con i modelli cognitivi e interpersonali (interessati agli stati mentali consapevoli e non transferali) e al tempo stesso di mantenere un grado accettabile di azione sulle componenti dinamiche: inconscio e transfert.

Lemma, aiutata da Target e Fonagy, sostanzialmente ci è riuscita. Come? Il suo protocollo (che non vuole essere un nuovo modello) impacchetta in sedici sedute il lavoro, che potremmo chiamare interpersonale e quasi cognitivo, sugli stati mentali intenzionali (e quindi coscienti) del paziente secondo le tecniche già descritte abbondantemente da Fonagy per la sua terapia basata sulla mentalizzazione, ad aspetti dinamici.

Le tecniche fonagyane di sollecitazione della mentalizzazione si possono riassumere in un atteggiamento cortesemente incalzante (alla “tenente Colombo”, dice Fonagy) di incoraggiamento al paziente a chiarire al terapeuta e soprattutto a se stesso in seduta gli scopi e le ragioni delle sue azioni e dei suoi stati mentali.

Da un punto cognitivo è una tecnica che potremmo chiamare di chiarimento delle credenze distorte, con una leggera componente di disputa (chiedere “perché fai questo?” e “perché senti questo?” equivale a un accertamento e a una messa in discussione delle credenze cognitive che reggono azioni ed emozioni) ma senza espliciti inviti a ristrutturare, a vederla diversamente.

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E la parte dinamica dov’è? Prima di tutto, Lemma Target e Fonagy dicono che in sedici sedute c’è il tempo per sviluppare in parte una relazione di transfert e analizzarla. Però essa va analizzata con una costante attenzione al qui e ora. Insomma il transfert diventa un’esposizione in vivo a un problema relazionale del paziente trattabile in seduta.

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In secondo luogo, lo stile terapeutico incalzante senza ristrutturazione di Lemma, Target e Fonagy consente di sviluppare un’atmosfera tipicamente psicodinamica di astinenza e frustrazione, sebbene gli autori ci tengano a dire che la loro è una frustrazione supportiva. Quest’ultimo aspetto probabilmente è quello che è più interessante per lettori di orientamento non dinamico.

Soprattutto i terapeuti cognitivisti possono imparare da questo libro a moderare l’atteggiamento accudente e accogliente che è tipico del nostro orientamento, che a volte rischia di essere collusivo. 

 

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BIBLIOGRAFIA:

Vita e Opere di Paola Luzzatto, la Sciamana dell’Arteterapia Italiana

 

Di Veronica Vincenzi e Gaspare Palmieri 

Vita e opere di Paola Luzzatto, la sciamana dell’arteterapia italiana. - Immagine: © olly - Fotolia.comPaola Luzzatto ha dato un considerevole contributo teorico e pratico all’arteterapia. I suoi insegnamenti, individuabili in numerose pubblicazioni scientifiche, sono preziosi elementi da assimilare per chiunque si interessi di questa disciplina.

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Paola Luzzatto descrive la sua vita come “una treccia colorata”, composta da diversi percorsi che si sono uniti fino a costituire una figura di arteterapeuta dal percorso professionale ed esperienziale unico. Già dalla laurea in Filosofia, con una tesi in Estetica dal titolo Susanne Langer: Il simbolismo nell’arte e nella religione, si potevano intuire i suoi futuri ambiti d’interesse: l’arte e la spiritualità. Da sempre appassionata di cinema e cineamatrice, l’attenzione al simbolo e la sua analisi attraverso la cinepresa, erano manifestazioni del bisogno di individuare forme capaci di esprimere l’esperienza umana e magari di astrarre dal caos uno spazio più organizzato e dotato di senso nel quale poter condividere e comunicare. Questo prelevare frammenti di vita e rappresentarli in modo visivo ritornerà anni dopo nel lavoro clinico con i pazienti, a cui Paola Luzzatto chiederà di rappresentare la propria storia autobiografica attraverso delle immagini. 

Arteterapia: teoria e prassi di un nuovo approccio psicoterapeutico integrato – parte II . - Immagine: Arteterapia: teoria e prassi di un nuovo approccio psicoterapeutico integrato – parte II
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Dopo la laurea, il Dottorato di Ricerca in Religioni Comparate a Ibadan in Nigeria, per studiare la religione e la psicologia del devoto, dove avviene l’incontro con Susanne Wenger, artista viennese trasferitasi nel 1949 a Oshogbo e divenuta sacerdotessa di alcuni culti Yoruba, di cui Paola ha recentemente pubblicato la biografia (Luzzatto 2009).

Nel 1981 si trasferisce a Londra, iscrivendosi alla School of Psychotherapy and Social Studies, che unisce l’insegnamento della psicoanalisi a quello delle psicoterapie cosiddette umanistiche (Rogers, Gestalt, Analisi Transazionale). L’incontro con l’arteterapia avviene frequentando questa scuola, durante la presentazione di un caso clinico. L’idea di poter usare le immagini (simboliche) in una terapia, unire il verbale al non verbale, “il concreto e il simbolico, come dice Susanne Wenger: la Terra e il Cielo”, la conquista a tal punto da iscriversi l’anno seguente al Goldsmith College e divenire lei stessa un’arteterapeuta. 

Per dieci anni rimane a Londra occupandosi di pazienti psichiatrici prima al Tooting Bec Hospital e successivamente al St. Thomas’ Hospital, utilizzando inizialmente la tradizionale modalità arte terapeutica dello Studio Aperto e poi sperimentando al St. Thomas’ un nuovo intervento di carattere maggiormente interattivo: l’Open Session (Luzzatto 1997 ).

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Successivamente si dedica di più a casi individuali, e approfondisce il ruolo dell’arte terapia nelle dipendenze e nei disturbi alimentari (tossicodipendenza; alcoolismo; anoressia), spesso utilizzando la Self-World Image, una tecnica d’ispirazione winnicottiana in cui guida i pazienti a rappresentare graficamente l’idea dell’Io, inserito nel mondo circostante (Luzzatto 1987; 1989; 1994a; 1994b). In questa tecnica il foglio bianco rappresenta il contenitore del mondo, che è a sua volta contenitore della persona.

 Paola Luzzatto costruisce un percorso di cura lavorando sulle immagini in divenire, sulle loro successive modificazioni, proponendo delle ipotesi di irrealtà che danno il potere all’individuo di cambiare una situazione data partendo dall’immaginare la situazione stessa trasformata.

Risale a questo periodo anche l’elaborazione della teoria del setting triangolare dell’arte terapia: se fino a quel momento la comunicazione tra il paziente e il terapeuta era stata immaginata come una comunicazione lineare, da lì in avanti avrebbe assunto la forma tripolare caratteristica dell’arteterapia, dove il terzo polo è costituito dall’immagine che esternalizzata visivamente diventa concreta e di conseguenza più diretta ed efficace della parola (Luzzatto 1998).

Il punto fondamentale di questo concetto è che l’atto della visualizzazione sarebbe capace di modificare le proprietà spazio-temporali della comunicazione.Nel processo arteterapeutico non solo l’immagine assume una valenza metaforica, ma diviene “partner silenzioso” del terapeuta, determinando agevolazioni e complessita’ del setting. Il trasfert e il controtransfert si configurano in questi caso come “doppi”, in quanto rivolti anche all’immagine (Luzzatto 2009a). 

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La celebrità di Paola Luzzatto è però dovuta soprattutto all’attività presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, dove dal 1995 si è occupata di pazienti oncologici. Come è noto tra i malati di cancro vi è un’alta percentuale di persone che reagiscono alla malattia con stati di ansia e di depressione. In questa tipologia di pazienti il lavoro psicologico non può prescindere dal corpo: un corpo malato, che ha subito interventi chirurgici, debole, talvolta estraneo al suo possessore.

A questo riguardo l’arteterapeuta ha ideato la tecnica del Contorno del Corpo (Luzzatto et al 2003), in cui viene utilizzato un foglio A4, con disegnata una sagoma corporea, che il paziente e’ invitato a riempire. Con questa tecnica è stato riscontrato come sia più semplice esprimere innanzitutto visivamente la presenza del dolore fisico, ma anche inserire il corpo in una situazione positiva o avvolgerlo in una sorta di protezione divino-spirituale.

Durante la sua attività in ambito oncologico ha inoltre messo a punto il Viaggio Creativo (Luzzatto & Gabriel 2000), un intervento in dieci tappe, rivolto a piccoli gruppi di pazienti che hanno appena terminato le cure (chirurgia, radioterapia, o chemioterapia). Lo scopo di questa tecnica è quello di aiutare ciascun paziente a non lasciarsi intimidire dalla pagina bianca (metaforicamente dall’incognita del futuro), sperimentare varie tecniche espressive per scoprire quelle più congeniali e trovare al termine di ogni incontro un’immagine significativa che rafforzi l’identità personale.

 Una maggiore consapevolezza, la riscoperta di ricordi perduti, un differente approccio verso la negatività, una rinnovata empatia, sono solo alcuni dei risultati raggiunti da chi ha intrapreso il viaggio. Paola Luzzatto, in collaborazione con i suoi studenti, ha poi portato per la prima volta l’arte terapia in camera sterile, ai pazienti oncologici che si trovano in isolamento per settimane e mesi, per il trapianto di midollo, offrendo  interventi che facilitano la comunicazione e aiutano ciascun paziente a ricontattare le sue risorse personali (Gabriel et al 2001).  

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Paola Luzzatto ha dunque dato un considerevole contributo teorico e pratico all’arteterapia. I suoi insegnamenti, individuabili in numerose pubblicazioni scientifiche, sono preziosi elementi da assimilare per chiunque si interessi di questa disciplina. Al momento attuale, tornata in Italia, si sta adoperando per dare maggiore “dignità” a una professione purtroppo non sempre riconosciuta in ambito accademico (Luzzatto 2002; 2010).

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BIBLIOGRAFIA:

  • Luzzatto P. (1987) The internal world of drug-abusers projective pictures of self-object relationships ( a pilot study), B. J. Projective Psychology, 32 (2), pp. 22-33
  • Luzzatto P.(1989) Drinking problems and short-term art therapy: working with images of withdrawal and clinging, in A. Gilroy, T. Dalley, Pictures at an Exibition, Tavistock/Routledge, London, pp. 207-219
  • Luzzatto P. (1994a) Anorexia Nervosa and Art Therapy: The double trap of the anorexic patient in The Arts in Psychotherapy, 21(2), pp. 139-143 
  • Luzzatto P. (1994b) Art therapy and anorexia. The mental double trap of the anorexic patient. The use of art therapy to facilitate psychic change, In D. Dokter, Arts therapies and clients with eating disorders: fragile boards,London, Jessica Kingsley Publishers, pp. 60-75
  • Luzzatto P. (1997) Short-term art therapy on the acute psychiatric ward: the open session as a psychodynamic development of the studio-based approach, INSCAPE journal of BAAT, 2 (1), pp. 2-10
  • Luzzatto P. (1998a) From psychiatry to psycho-oncology. Personal reflections on the use of art therapy with cancer patients,In Pratt M., Wood M., Art therapy in Palliative care: the creative response, Routledge, London, pp. 169-175
  • Luzzatto P. (1998b) L’approccio comunicativo in arte terapia e l’uso delle tre dimensioni: espressiva, cognitiva e analitica, In Belfiore M., Colli L. M., Tra il Corpo e l’Io: L’Arte e la Danza-Movimento Terapia ad orientamento psicodinamico, Pitagora, Bologna, pp. 59-69
  • Luzzatto P., Gabriel B. (2000) The creative journey: a model for short-term group art therapy with post treatment cancer patients,Art therapy: Journal of the american art therapy association, 17 (4), pp. 265-269
  • Gabriel B., Bromberg E., Vandenbovenkamp J., Walka P., Kornblith A., and Luzzatto P. (2001) Art therapy with adult bone marrow transplant patients in isolation:  a pilot study, Psycho-Oncology, 10, pp.114-123
  • Luzzatto P. (2002)  L’intervento di arte terapia e Il ruolo dell’arte terapeuta. In: Bellani et al (eds) Psicooncologia. Masson, Milano. pp 933-941; 1093-1041.
  • Luzzatto P., Sereno V., Capps R., (2003) A communication tool for cancer patients with pain: The art therapy technique of the Body outline,in Palliative and Supportive Care, 1 (2), pp. 135-142
  • Luzzatto P. (2009a) Arte terapia una guida al lavoro simbolico per l’espressione e l’elaborazione del mondo interno, Cittadella editrice, Assisi
  • Luzzatto P. (2009b) Susanne Wenger, artista e sacerdotessa, Atheneum, Firenze
  • Luzzatto P., Scassolini S. (2010), L’arte terapia nella depressione infantile, Cap.17. In: C. Ciampi et al. La Depressione 0-14 anni, Hygeia,Cagliari

Lavoro e Potere: Dinamiche della Violenza Domestica

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Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Nei casi in cui entrambi i partners avevano un’occupazione la violenza domestica è risultata raddoppiata rispetto a quando era solo il partner maschile ad avere un impiego.

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La violenza domestica ha il doppio delle probabilità di verificarsi in nuclei familiari in cui entrambi i partners lavorano, rispetto a quando lavora solo un partner. È quanto emerso da un recente studio condotto alla Sam Houston State University.

Lo studio, condotto da Cortney A. Franklin e Tasha A. Menaker e sostenuto dal Crime Victims’ Institute, è partito dall’ipotesi che la violenza domestica e la vittimizzazione potessero essere correlate a differenze nel livello di istruzione e status lavorativo tra i partners.

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Invece da quanto emerso in questo studio le differenze nei livelli di istruzione sembrano avere poca influenza sulla violenza domestica, mentre è la variabile lavoro a risultare significativa: infatti nei casi in cui entrambi i partners avevano un’occupazione la violenza domestica è risultata raddoppiata rispetto a quando era solo il partner maschile ad avere un impiego.

Lo studio si è basato su interviste telefoniche fatte a un campione di 303 donne con un età compresa tra i 18 e 81 anni e sentimentalmente impegnate con un uomo: il 67 per cento di loro ha riferito una qualche forma di vittimizzazione fisica o psicologica da parte del partner durante i due anni precedenti; gli atti violenti si riferivano al lancio di oggetti, spinte e spintoni, essere afferrate, colpite, prese a calci o a morsi e l’essere state minacciate con una pistola o un coltello.  

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L’ipotesi dei ricercatori è che l’occupazione lavorativa femminile può rappresentare una sfida all’autorità e al potere maschile all’interno del rapporto di coppia.

Quando le donne sono costrette a casa nel ruolo di casalinghe, non godono dei contatti con colleghi di lavoro, di un salario proprio, del prestigio legato ad alcune posizioni lavorative e quindi più in generale di risorse che possono metterle in una posizione di autonomia e potere individuale all’interno della coppia;la condizione di dipendenza economica invece valorizza il partner lavoratore all’interno della coppia, valore che rischia di essere messo in crisi nei casi in cui questa dipendenza economica e sociale non esiste perchè anche la donna lavora. 

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Altri fattori che possono contribuire alle dinamiche di vittimizzazione sono lo stress relazionale e l’essere stati testimoni di atti di violenza domestica nell’infanzia.

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Infine, lo studio ha trovato che le donne ispaniche avevano significativamente meno probabilità rispetto alle donne caucasiche di denunciare la violenza domestica e che le donne anziane di tutte le etnie avevano meno probabilità di essere vittimizzate rispetto a quelle più giovani.

A seguito di questi risultati, Franklin e Menaker raccomandano che chi si occupa professionalmente delle vittime di violenza domestica impari strategie specifiche per affrontare i fattori di rischio e le differenze culturali. In particolare le giovani che sono state testimoni di violenza domestica nell’infanzia dovrebbero essere aiutare con dei programmi ad hoc che le aiutino a sviluppare strategie efficaci di risoluzione dei conflitti che insorgono nelle relazioni di coppia. 

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BIBLIOGRAFIA:

In Treatment: Psicoterapia in TV – Introduzione

In Treatment: Psicoterapia in TV

INTRODUZIONE

In Treatment: Psicoterapia in TV – Introduzione
In Treatment (HBO 2008-2010)

In questi mesi ci concederemo il piacere di rivedere tutta la Serie TV In Treatment e pubblicare un commento di ogni puntata con i lettori di State of Mind.

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Molti colleghi (e non colleghi) hanno visto o sentito parlare di In Treatment, serie televisiva americana prodotta dalla HBO dal 2008 al 2010. È una serie di particolare interesse per State of Mind. Il suo formato è quello della psicoterapia, i personaggi sono uno psicoterapeuta e i suoi pazienti.

In ogni puntata il protagonista, un terapeuta di formazione psicoanalitica (in termini più tecnici, dinamica e relazionale) affronta una seduta con un paziente, in un giorno fisso della settimana.

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Cougar Town - Locandina cinematografica. - Immagine: Proprietà di ABC Studios.
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Nella prima puntata il terapeuta tratta il paziente del lunedì, nella seconda il paziente del martedì, e così via. Finche la settimana si esaurisce e si inizia daccapo, col paziente (anzi, colla paziente) del lunedì. Unica eccezione, il venerdì, in cui invece è il nostro terapeuta che va in supervisione da un’analista più anziana. La struttura è ciclica, eppure anche drammatica: le sedute danno vita a una storia, le vicende si intrecciano e alcuni pazienti interagiscono parzialmente tra loro. Non proprio tutto accade nel chiuso dello studio del terapeuta.

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L’idea è sicuramente intrigante e l’esecuzione ancor di più. Il terapeuta si chiama Paul Weston ed è interpretato da un Gabriel Byrne tormentato e depressivamente fascinoso. Paul è un terapeuta che ha qualche problema nel mantenere le distanze con i suoi pazienti e anche in bilico tra la formazione analitica classica e ortodossa e alcuni (anzi molti) slanci relazionali modernistici, per così dire. La supervisora si chiama Gina Toll (interpretata da Dianne West) ed è al tempo stesso materna e custode dell’ortodossia, a tratti sarcastica verso gli sviluppi relazionali della psicoanalisi.

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La serie è, a parere della redazione di State of Mind, molto ben fatta e rappresenta la psicoterapia in maniera romanzesca ma anche credibile. La regia si è avvalsa di consulenze professionali. Inoltre, la serie americana si basa su una precedente serie israeliana (chiamata “BeTipul”, che in ebraico dovrebbe significare “In terapia”) di cui si dicono meraviglie e che a sua volta si era avvalsa di una consulenza professionale di terapeuti. Purtroppo, finora non siamo stati in grado di visionare l’originale israeliano.

Per consolarci, in questi mesi ci concederemo il piacere di rivedercela tutta e pubblicare un commento di ogni puntata con i lettori di State of Mind. Le commenteremo tutte, una per una fino alla 106esima. Stendiamoci dunque sul lettino, oppure sediamoci sul divano e accendiamo la TV. Anzi, accendiamo il computer e controlliamo: forse su State of Mind è apparso un commento a una puntata di “In treatment”.

 

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APPROFONDIMENTI :

ACT Monografia #1 – Acceptance and Commitment Therapy – Introduzione

 

 

ACT – Acceptance and Commitment Therapy – Introduzione

PARTE 1 di 7

 

ACT - Acceptance and Commitment Therapy. Introduzione. - Immagine: © Sergey Nivens - Fotolia.com

Secondo il modello ACT ciò che promuove il cambiamento e il benessere psicologico è un insieme di competenze di accettazione e impegno (commitment). Tali atteggiamenti, se mantenuti e sperimentati nel tempo, portano alla flessibilità psicologica, e quindi a stare meglio.

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Secondo la visione di Steven Hayes, l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) fa parte di un movimento più ampio, basato e costruito su precedenti terapie comportamentali e cognitivo-comportamentali. Tuttavia, alcuni concetti presenti nella struttura corporea dell’ACT sono caratterizzati da istanze peculiari che costituiscono una nuova fase evolutiva, sia da un punto di visto teorico sia applicativo.  

Le terapie cosiddette di “terza ondata” sono caratterizzate da strategie di cambiamento su basi contestuali ed esperienziali (oltre agli aspetti più didattico-direttivi) e da una forte sensibilità al contesto dei fenomeni psicologici e non alla loro forma o al loro contenuto. Insomma, il focus è concentrato sui processi mentali. 

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Come già indicato in molti articoli di State of Mind, le terapie di terza ondata hanno diversi aspetti in comune: 

• Focus sui processi di accettazione;

• Focus sul decentramento/shifting cognitivo; 

• Focus sulla relazione terapeutica;

• Focus ciò che per l’individuo è importante nella vita (i valori). 

ACT-Acceptance and Commitment Therapy_ La soluzione è accettare. - Immagine:© Sergey Nivens - Fotolia.com
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In un momento storico come quello del mondo scientifico attuale, sta emergendo sempre più la necessità di fornire una teoria di base, che spieghi il funzionamento psichico globale, fondata su chiari fondamenti teorici e, allo stesso tempo, strettamente connessa ai protocolli e alle tipologie di trattamento clinico. Potremmo, quindi, sostenere che l’ACT sia una moderna forma di terapia cognitivo-comportamentale disegnata per incrementare le capacità personali di perseguire obiettivi e valori individuali significativi.  

L’ACT si basa su un modello teorico-filosofico noto come Relational Frame Theory. Secondo tale teoria, nell’essere umano, il linguaggio è basato sull’abilità appresa di mettere in relazione gli eventi in modo arbitrario (per derivazione di frame relazionali, di cornici relazionali, nucleo centrale del linguaggio e non necessariamente per esperienza diretta). 

L’origine della sofferenza psicologica risiede nella normale funzione di alcuni processi del linguaggio umano (es. problem solving), quando applicati alla risoluzione di esperienze private/interne (es. pensieri, emozioni, ricordi, sensazioni corporee, ecc.), invece che alla risoluzione di eventi/situazioni del mondo esterno.

Riteniamo che questo sia un aspetto molto importante dell’ACT. Tali processi mentali portano l’individuo a dare significato e sperimentare il pensiero in modo letterale. Per questo motivo, se ho un pensiero di inadegatezza allora IO SONO INADEGUATO. L’eccesso di tale processo porta a quello che in ACT viene chiamato il sé concettualizzato (una maschera scomoda che indossiamo, di cui abbiamo già scritto su state of mind).

Di fatto l’ACT non utilizza come strumento principale gli interventi diretti su contenuti di pensiero, come ad esempio il disputing. Tale terapia, invece, cerca di favorire l’accettazione dei pensieri e delle emozioni per quella che è la loro natura (cioè “solo” pensieri e emozioni) e di stimolare la messa in atto di azioni che contribuiscano a vivere una vita appagante e soddisfacente. 

Il fine ultimo dell’ACT è promuovere la flessibilità psicologica dell’individuo. Secondo il modello, la flessibilità psicologica si può raggiungere (o almeno promuovere) attraverso interventi su ciò che vengono considerati i sei pilastri del modello ACT. 

I sei processi chiave, sottendono due macro-aree che, in sostanza, rappresentano la A e la C dell’ACT. Al posto della A possiamo leggere “processi di mindfulness e accettazione”, che includono accettazione, defusione, contatto con il momento presente e sé come contesto. 

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Al posto della C possiamo, invece, leggere “processi di modificazione comportamentale e azione impegnata secondo i valori”, che includono i valori, l’impegno nell’azione, il sé come contesto e il contatto con il momento presente. 

Psicoterapia Cognitiva e Mindfulness: il lato opaco dei cimbali. - Immagine: © sahua d - Fotolia.com
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Insomma, secondo il modello ACT ciò che promuove il cambiamento e il benessere psicologico è un insieme di competenze di accettazione e impegno (commitment). Tali atteggiamenti, se mantenuti e sperimentati nel tempo, portano alla flessibilità psicologica, e quindi a stare meglio. 

In questa monografia, composta da sette parti, cercheremo di illustrare i singoli processi implicati nell’ACT, considerandoli uno ad uno e integrandoli in una teoria complessa e multi-dimensionale. 

Il modello della psicopatologia, quindi, è un modello di inflessibilità psicologica e di “blocco/incastro”, in cui se si lascia che i pensieri (intesi in senso molto ampio) vivano al posto nostro arriviamo a non avere chiaro cosa vogliamo della vita e che cosa sia importante per noi. 

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Anche una Breve Attività Fisica può Migliorare la Memoria

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Un breve e moderato esercizio fisico migliora il consolidamento dei ricordi sia in anziani sani che in quelli con decadimento cognitivo lieve.

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Un gruppo di ricercatori del UC Irvine’s Center for the Neurobiology of Learning & Memory hanno scoperto un breve e moderato esercizio fisico migliora il consolidamento dei ricordi sia in anziani sani che in quelli con decadimento cognitivo lieve.

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La maggior parte della ricerche si è concentrata sui benefici che l’attività fisica può avere nel tempo sulla salute e le funzioni cognitive degli anziani. Ma il lavoro dell’UCI è il primo a prendere in considerazione gli effetti immediati sulla memoria di una breve serie di esercizi fisici.

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Sabrina Segal e i neurobiologi Carl Cotman e Lawrence Cahill hanno sottoposto un gruppo di persone con un età compresa tra i 50 e gli 85 anni, con o senza deficit di memoria, a un compito di visualizzazione di immagini piacevoli (foto di natura e di animali) al quale seguiva un breve periodo di attività fisica moderata (pedalare su una cyclette per 6 minuti al 70% della loro sforzo massimo); un’ora più tardi dovevano rievocare le immagini precedentemente visualizzate. I risultati indicano che il breve esercizio fisico portava a un notevole miglioramento nel compito di memoria, sia negli adulti sani che in quelli con problemi cognitivi, rispetto ai soggetti che non aveva praticato esercizio fisico.  Questa correlazione era particolarmente forte nelle persone con disturbi della memoria.

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Per comprendere in che modo un breve e intenso esercizio fisico produca effetti benefici sulla memoria i ricercatori stanno ora cercando di scoprire i fattori biologici che potrebbero sottendere a questo meccanismo.

 L’ipotesi è che il miglioramento mnestico possa essere correlato rilascio di noradrenalina indotto dall’attività fisica; neurotrasmettitore noto per il suo importante ruolo nella modulazione della memoria. Ipotesi questa che si basa sui dati raccolti in una precedente ricerca che dimostrano come l’aumento della noradrenalina, indotto farmacologicamente, acuisca la memoria e mentre il blocco del neurotrasmettitore la peggiori.

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Il fatto che un aumento di questo neurotrasmettitore possa essere indotto dal breve e moderato esercizio fisico offre un’ alternativa naturale e salutare all’uso di farmaci per il miglioramento della memoria; con una popolazione sempre più anziana questa sembra una grande risorsa a sostegno del miglioramento della qualità di vita e della prevenzione del declino mentale.

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BIBLIOGRAFIA

Extraterreste portami via! Psicologia degli Avvistamenti UFO

Extraterrestre Portami Via! Psicologia degli Avvistamenti UFO. - Immagine: © Costanza Prinetti

Extraterrestre Portami Via! Variabili psicologiche associate al fenomeno degli avvistamenti UFO. Valutiamo gli studi sull’argomento.

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Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, il numero delle persone che ha riferito avvistamenti UFO (oggetti volanti non identificati) è aumentato drasticamente di anno in anno. La mancanza di prove incontrovertibili sull’esistenza degli UFO non può che suscitare l’interesse per il ruolo delle variabili psicologiche associate a questo fenomeno. Questo però non ci autorizza a etichettare tali testimonianze come assurde e folli a priori, semplicemente perché non ci sono altrettante prove che confermino la non esistenza di una forma di vita al di fuori del nostro sistema solare.

Anche se la ricerca sulle caratteristiche psicologiche delle persone che hanno riferito avvistamenti UFO si basa esclusivamente su aneddoti e leggende, per spiegare questi resoconti dal punto di vista psicologico, sono state formulate fondamentalmente due ipotesi generali. La prima semplice ipotesi suggerisce che le persone che hanno riferito avvistamenti UFO abbiano in realtà problemi psichici e che i racconti degli avvistamenti UFO non siano altro che il frutto di una infelicità patologica dei presunti testimoni. La seconda ipotesi sostiene invece che le persone che riferiscono avvistamenti UFO siano alla base delle persone molto fantasiose che, sotto condizioni di forte aspettativa e ridotto esame di realtà, confondano le loro vivaci fantasie con eventi esterni realmente accaduti.

Un giorno di ordinaria follia #2 – Gli Alieni al CSM -Psichiatria- Immagine: © Anatoly Maslennikov - Fotolia.com
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Ma andiamo con ordine e valutiamo gli studi fondamentali e gli autori più importanti che hanno segnato la storia dell’argomento.

Nel 1977, Lawson somministrò una procedura d’induzione ipnotica a soggetti che non avevano mai avuto un’esperienza di avvistamenti UFO e chiese loro di immaginare di essere rapiti dagli alieni. Al termine della procedura d’ipnosi, questi soggetti spesso riferivano una serie di racconti particolareggiati con numerose similitudini alle narrazioni riferite dai soggetti che sostenevano di essere stati realmente rapiti. Sulla base di queste somiglianze, Lawson suggerì che i soggetti che sostenevano con fermezza di essere stati rapiti dagli alieni erano in realtà vittime della loro stessa fervida immaginazione. Secondo questa ipotesi, gli individui che riferiscono di aver avuto un contatto con una forma di vita aliena sono probabilmente vittime di un’erronea interpretazione di stimoli sensoriali ambigui, siano essi interni o esterni al sé. In seguito a questa erronea attribuzione, entrerebbe in gioco un meccanismo di archiviazione in schemi e credenze cognitive congruenti con le proprie attese.

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Allo stesso modo, la letteratura di tipo medico in questo settore, suggerisce che molte delle esperienze di questo tipo siano associate con le cadute durante l’addormentato, sognando, o mentre ci si sveglia dal sonno (Basterfield, 1981) e che alcune di queste esperienze possano essere spiegabili come esempi della cosiddetta paralisi del sonno (Hufford, 1982). La paralisi del sonno è accompagnata dalla sensazione di un peso opprimente sul torace ed è spesso accompagnata da vivaci e spaventose allucinazioni a carattere terrifico. I contenuti delle allucinazioni sembra variare in funzione delle credenze e delle aspettative del dormiente, e negli individui che credono negli extraterrestri, le allucinazioni possono assumere proprio la forma di queste credenze.

Nel 1985, Bloecher e colleghi, riportarono uno studio su dei soggetti che affermavano di essere stati rapite dagli alieni. Attraverso i test, i soggetti hanno dimostrato di avere un’intelligenza sopra la media. Sebbene i risultati dei test abbiano suggerito un certo livello di ansia e un lieve disturbo narcisistico in alcuni soggetti, non è stata trovata alcuna prova di una grave psicopatologia. 

 Allo stesso modo, Parnell (1988) somministrò l’ MMPI (Minnesota Multiphasic Inventory) e il Sixteen Factor Personality Questionnaire a 225 persone che avevano riferito avvistamenti UFO e non trovò prove di gravi disturbi psichici. Parnell trovò però che i soggetti che avevano sostenuto di aver avuto anche uno scambio d’informazioni con gli extraterrestri, avevano mostrato pensieri e sentimenti più insoliti rispetto alla popolazione media e avevano mostrato una maggiore tendenza al “pensiero divergente” (inteso come modalità di ragionare tipica degli individui creativi) e una condizione di isolamento sociale maggiore rispetto agli avvistatori di UFO che non avevano affermato di aver avuto alcuna tipo di comunicazione con questi.

Nel tracciare una sintesi di tutti questi risultati, sembra ci sia fondamentalmente un unico comun denominatore nelle credenze interne dell’individuo: il desiderio, la spinta e l’aspettativa di un qualcosa di diverso dal comune essere umano.

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A questo punto potremmo chiederci: che non ci sia, alla base di queste attese, una profonda e radicata delusione nei riguardi dell’uomo e, nello specifico, delle persone vicine?

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PSICOLOGIA SOCIALE – CREDENZE – BELIEFS – RAPPORTI INTERPERSONALI   

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Basterfield, K. (1981). Can imagery explain certain UFO close encounters? Paper presented at the CUFOS Conference.
  • Bloecher, T, Clamar, A., & Hopkins, B. (1985). Summary report on the psychological testing of nine individuals reporting UFO abduction experiences. Mt. Ranier, MD: Fund for UFO Research.
  • Hufford, D. (1982). The terror that comes in the night. Philadelphia, PA: University of Pennsylvania Press.
  • Lawson, A. H. (1977). What can we learn from hypnosis of imaginary abductees? In MUFONUFO Symposium Proceedings (pp. 107-135). Seguin, TX: Mutual UFO Network. (READ FULL ARTICLE)
  • Parnell, J. (1988). Measured personality characteristics of persons who claim UFO experiences. Psychotherapy in Private Practice, 6, pp. 159-165.
  • Spanos, N. P., Cross, P. A., Dickson, K., DuBreuil, S. C. (1993). Close Encounters: An Examination of UFO Experiences. Journal of Abnormal Psychology, 102-4, pp. 624-632.

Anxious/Resistant Attachment and Internalizing Behavior Problems

 

ATTACHMENT SERIES 

Anxious/Resistant Attachment and Internalizing Behavior Problems. - Immagine: © lithian - Fotolia.comIn the previous installment of this series I discussed studies that investigated attachment and the development of internalizing disorders. These studies used various methodologies including retrospective questionnaires and longitudinal data. Although they used sound methodologies, their findings collapsed the categories of avoidant, anxious/resistant and disorganized attachment styles into insecure attachment.  Therefore, they ignored the specific characteristics of each of these attachment styles. In this article I will review two studies that examined the individual insecure attachment classifications in relation to the development of internalizing disorders in children, thus, establishing a more specific relationship between the variables.

Brumariu and Kerns (2008) assessed the attachment style of children during grade three (approximately nine years old) and again during grade five (approximately 11 years old).  At the first time point, measures of attachment were taken using two questionnaires. The same questionnaires were completed at the second time point as well as a child completed questionnaire measuring their social anxiety.  Longitudinal analyses showed that anxious/resistant attachment style was most consistently associated with social anxiety symptoms compared to other forms of attachment.  Simultaneous measures, at grade five, showed that higher resistant attachment scores were related to higher social anxiety. Although attachment was not measured using the SSP, the association between anxious/resistant attachment and social anxiety symptoms has been replicated using the SSP.

Insecure Attachment and Anxiety Disorders. - Immagine: © altanaka - Fotolia.com
Recommended: Insecure Attachment and Anxiety Disorders.

Bar-Haim, and colleagues (2007) examined the relationship between attachment style and anxiety in 136 infants and their parents.  At 12 months of age, children’s attachment styles were assessed using the SSP. The Screen for Child Anxiety Related Emotional Disorders (SCARED) was completed by both parents and children at 11years of age to rate child anxiety.  The results demonstrated that, compared to children who were securely attached in infancy, children with a resistant attachment had higher levels of school phobia.

 Overall, compared to healthy control mothers, it appears that depressed and anxious mothers are more likely to have infants who have an insecure attachment style.  Further, it appears that those children with an insecure attachment style are more likely to develop both internalizing and externalizing disorders. While some research points to a specific association between resistant attachment style and the development of anxiety disorders, this has not been conclusively established. Next I will discuss studies that have found results inconsistent with the findings described here.

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REFERENCES: 

La Scala di Valutazione del Benessere (SVB) – Ricerca

 

 

 Articolo di presentazione di una nuova ricerca:

La Scala di Valutazione del Benessere (SVB)

 SOSTIENI LA RICERCA: PARTECIPA AL QUESTIONARIO ANONIMO

La Scala di Valutazione del Benessere - Ricerca - State of Mind - Immagine: © ultramarin - Fotolia.com“Meglio così che peggio” oppure “bene” sono alcune delle risposte alla domanda “come stai?” Rivolta alle persone con le quali intratteniamo rapporti amichevoli. Con questa richiesta cerchiamo di conoscere lo stato di benessere di qualcuno.

L’incremento del proprio benessere e di quello delle persone care è uno dei compiti in cui si è impegnati per tutta l’esistenza. Il concetto di benessere si distingue da quello di salute. Una buona salute migliora il benessere, ma si può essere del tutto sani e non sperimentare affatto con gradevolezza il proprio stare al mondo e al tempo stesso si può essere affetti da gravi disturbi e sentire di vivere una esistenza degna di essere vissuta.

Manoscritti scovati per caso a Basilea - SECONDA PARTE. - Immagine: © scis65 - Fotolia.com
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Sempre più spesso viene rivolta ai professionisti della salute mentale una richiesta di aiuto per promuovere e incrementare il proprio benessere sia da persone che intrattengono una sofferenza psicopatologica ma che non si accontentano della semplice risoluzione dei sintomi sia da persone che non presentano disagi specifici ma non sono pienamente soddisfatti del loro stare al mondo.

Abbiamo perciò immaginato un modello teorico che esamina il perché spesso non si gode di uno stato di benessere e che propone modalità di intervento per conquistarlo. Abbiamo, inoltre, messo a punto uno strumento di valutazione del benessere e una proposta terapeutica che può collocarsi sia come un modulo di una più ampia psicoterapia tradizionale sia essere autonomo e rivolto a persone senza specifiche psicopatologie.

In maniera sintetica possiamo definire il benessere un processo che si sviluppa temporalmente attraverso determinazioni del possibile all’interno del contesto in cui si agisce. Queste determinazioni sono scelte orientate da scopi-valori che guidano i piani di vita.

Esistono modalità generali ed universali di funzionamento psicologico che influenzano il processo e orientano in senso teleologico i piani d’azione verso il raggiungimento degli scopi. Gli elementi preminenti sono il senso della vita e la relazionalità.

L’organizzazione degli stati mentali ed emotivi e dei conseguenti comportamentali in specifici domini funzionali (trascendenza, consapevolezza e accettazione) consentono uno sviluppo qualitativo e quantitativo dei livelli di benessere.

Scopi Esistenziali e Psicopatologia. - Immagine: © Mopic - Fotolia.com
Articolo consigliato: (di Matteo Giovini) Scopi Esistenziali e Psicopatologia.

Le possibilità negative e positive di perseguire gli scopi esistenziali presuppongono un andare oltre, verso l’altro da sé e l’esternalizzazione può avvenire solo con livelli di consapevolezza metarappresentativi elevati che permettono di dare senso all’esperienza, nell’accettazione responsabile e impegnata del divenire.

Su questi presupposti teorici è stata messa a punto la scala di valutazione del benessere (SVB).

La scala di valutazione del benessere è stata costruita selezionando da altri strumenti validati gli item che compongono le cinque dimensioni che misura: senso della vita, relazionalità, consapevolezza, accettazione e trascendenza.

 

AIUTA LA RICERCA: PARTECIPA AL QUESTIONARIO ANONIMO

 

Referente per il progetto di ricerca:  Dr. Antonio Scarinci MAIL: antonioscarinci (at) alice.it

Vivere con il Disturbo Ossessivo Compulsivo

FLASH NEWS

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Disturbo Ossessivo Compulsivo: Quando la Ricerca dà Voce ai Vissuti Interni

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La ricerca sul Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) risulta spesso impersonale: i pensieri dei partecipanti, i  sentimenti e i loro comportamenti sono ridotti a una lista di caselle da barrare su un questionario. Questo crea il rischio di non dare la giusta attenzione ai vissuti interni di coloro che soffrono di Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), vissuti spesso non riferiti a nessuno.

Helen Murphy e Ramesh Perera-Delcourt hanno adottato un approccio diverso per lo studio del disturbo: hanno infatti intervistato 9 persone (otto uomini e una donna) con Disturbo Ossessivo Compulsivo, faccia a faccia, per circa un’ora ciascuno, in modo da comprendere cosa si prova a convivere con il disturbo e con i vari trattamenti ricevuti. I ricercatori hanno trascritto le interviste ed hanno così evidenziato i temi chiave.

Per quanto riguarda l’esperienza del Disturbo Ossessivo Compulsivo, i temi principali sono stati “il voler essere e il voler sentirsi normali”, “il non riuscire a vivere”, e “l’ amare e l’odiare il DOC”.

Il disputing delle idee ossessive e delle compulsioni. - Immagine: © fotocomo - Fotolia.com
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I partecipanti trovano conforto nell’incontrare altre persone, spesso in terapie di gruppo, che riportano gli stessi vissuti. Dichiarano inoltre di preoccuparsi troppo di ciò che gli altri pensano di loro. Il DOC interferisce con lo studio, con le loro relazioni e con le carriere e spesso i partecipanti percepiscono la propria vita in una fase di stallo mentre la società continua a vivere normalmente. Sono state così approfondite le situazioni dolorose create dal DOC, quale per esempio quella di un uomo che, abitando in una casa con altri coinquilini, impiega tutti i giorni più di un’ora per lavare il bagno, prima di poterlo usare, con il prodotto di pulizia più igienizzante in commercio. “Vorrei poter controllare tutto questo, vorrei poter fermarmi”, riferisce il paziente  ma dopo continua con “O forse no”. Nonostante il dolore derivante da certe situazioni, infatti, si ritrova una costante in tutti i partecipanti: la paura di perdere le proprie abitudini patologiche.

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La ricerca ha toccato anche l’argomento “terapia”, i temi principali sono stati “ricercare una terapia”, “trovare le radici del problema”, e “migliorare se stessi”. I partecipanti hanno parlato del valore che ha per loro sentire i propri problemi riconosciuti e ascoltati. L’importanza del rapporto con i loro terapeuti è stato menzionato più volte, risultato in linea con ciò che è già noto circa l’importanza della relazione terapeutica.

Anche se gli aspetti della Terapia Cognitivo Comportamentale sono stati trovati utili da molti (“mi ha aiutato a concentrarmi su ciò che è importante per me nella vita”, ha detto uno dei soggetti), altri hanno lamentato la mancanza di interesse per le radici del disturbo. “E’ come tagliare una pianta al di sopra del suolo – le radici sono ancora lì”, ha detto un altro partecipante. Tuttavia, relativamente al migliorare se stessi, la Terapia Cognitivo Comportamentale sembra avere maggiore efficacia.

L’esame delle narrazioni delle persone può aiutare a capire l’esperienza vissuta e ridurre lo stigma sociale e personale. Dato il modo in cui i partecipanti hanno sottolineato il valore del rapporto in terapia, i ricercatori hanno messo in dubbio affermazioni come quelle che indicano la Terapia Cognitivo Comportamentale Computerizzata un valido sostituto nel trattamento del disturbo. I ricercatori inoltre concludono portandoci a riflettere su un altro punto: data l’importanza per le persone con DOC di capirne le origini, perché non dedicare più sedute della terapia alla scoperta delle radici del problema, in modo da diminuire notevolmente il rischio di una resistenza al trattamento? Chissà che il consiglio dei ricercatori non ci torni utile con qualche paziente particolarmente resistente!

LEGGI GLI ARTICOLI SU:

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO – PSICOTERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE

 

 

BIBLIOGRAFIA:

The Bridge between Research and Practice – Exchange Program (BRP)

 

The Bridge between Research and Practice - Exchange Program (BRP)The Italian-Romanian Exchange Program

Il BRP Exchange Program è un progetto di collaborazione internazionale tra istituti di alta formazione e ricerca nel campo psicologia e della salute mentale. 

 

LEGGI IL FULL PROGRAM

 

Sintesi del progetto

La condizione professionale di psicologi e psicoterapeuti è una realtà difficile e complessa. Nel panorama nazionale è sempre maggiore il numero di psicoterapeuti di vari orientamenti che vengono diplomati ogni anno, basti pensare che i dati del MIUR riferiscono la presenza sul territorio di oltre 300 scuole di specializzazione post-laurea che vanno da grandi organizzazioni a piccole scuole locali con un numero esiguo di studenti. Un numero così alto di psicoterapeuti rende difficile l’ingresso stabile nel mondo del lavoro, specie se l’esito desiderato è lo scenario del tipico studio privato del singolo professionista. Nella società moderna questa è una possibilità abbastanza antiquata, al limite dell’impercorribile. Le spinte della sopravvivenza degli psicologi professionisti dovrebbero andare in due direzioni: (1) cooperazione di rete, (2) sviluppo e innovazione attraverso scienza e tecnologia. Il tutto in un clima di internazionalizzazione e garanzia scientifica dei servizi forniti. Questa esigenza di formazione professionale (futura) integra competenze prettamente cliniche e terapeutiche a competenze inter-disciplinari necessarie per lo sviluppo professionale. Non è di molti mesi fa la discussione entro i confini della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) su come le scuole di specializzazione possano e debbano porsi questa meta formativa e curare questo bisogno dei giovani psicologi italiani. Le scuole di specializzazione non possono offrire lavoro ma possono progettare opportunità.

ProYouth
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Un piccolo esempio che si muove in questa direzione è il progetto The Bridge between Research and Practice Exchange Program varato per il prossimo anno dalle scuole di specializzazione Studi Cognitivi, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca e Scuola Cognitiva di Firenze. Il programma di studio offerto gratuitamente agli studenti rientra in un panorama di grandi progetti di questo circuito di scuole (entro cui rientra la collaborazione con State of Mind e il progetto ProYouth) che hanno lo scopo di fornire opportunità di cooperazione e sviluppo professionali per gli allievi che scelgono di collaborare

Il BRP (Bridge between Research and Practice) Exchange Program è stato costruito per facilitare l’acquisizione e lo sviluppo di competenze pratiche e di ricerca tra gli studenti di istituti di alta formazione e ricerca nel campo della psicologia e della salute mentale. Il BRP Exchange Program offre agli studenti una possibilità unica nello sviluppo professionale e nell’arricchimento della propria rete di collaboratori internazionali.

Il progetto BRP Exchange Program nasce dalla partnership tra Studi Cognitivi – Cognitive Therapy School and Research Institute (Milano, Italy) e Open Minds – Center for Mental Health Research (Cluji-Napoca, Romania).

Nel 2013 quattro studenti delle scuole affiliate al circuito Studi Cognitivi saranno selezionati per partecipare al progetto BRP e alle quattro settimane di formazione presso l’Istituto Open Minds.

I candidati selezionati parteciparanno a un mese di formazione gratuito con l’obiettivo di:

  • Sviluppare le proprie competenze di ricerca nel campo della salute mentale,
  • Acquisire la capacità di effettuare una revisione critica della letteratura scientifica,
  • Imparare a scrivere progetti e sottomettere domande per l’acquisizione di finanziamenti,
  • Ideare, organizzare e gestire progetti di ricerca, clinica e promozione della salute mentale

 Le attività in cui saranno coinvolti i candidati del progetto saranno:

  • Workshop tecnici con lo scopo di sviluppare  competenze trasversali nel campo della ricerca e della progettazione internazionale,
  • Assistenza step-by-step in metodologia, progettazione, analisi dei dati, scrittura scientifica e grant writing per uno dei progetti che saranno attivati da BRP. 

Il principale obiettivo è la costruzione di progetti di ricerca in collaborazione con Open Minds sottoponibili a bandi per l’acquisizione di finanziamenti.

I temi di ricerca su cui si concentrerà il progetto nel 2013 sono i seguenti:

  1. Improving knowledge of and access to psychotherapy
  2. A metacognitive model of desire and craving (addiction)
  3. Rumination and low self-esteem in eating disorders
  4. Concern over mistakes, personal standards, social goals, and worry in social anxiety disorders
  5. Therapeutic approaches to mental illness related self-stigma

Certo, progetti internazionali come il BRP non possono risolvere un problema ben più ampio e generale legato al mondo del lavoro, ma rappresenta un esempio di best practice nell’ambito della formazione per gli istituti che si occupano di psicologia clinica e psicoterapia.

 

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The Bridge between Research and Practice (BRP) Exchange Program- Full Program

 

The Italian-Romanian Exchange Program

The Bridge between Research and Practice Program is designed to facilitate the acquisition and development of practice-related skills among students that have extensive research-related knowledge and research-related skills.

 

 

 

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Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, Clinica e Terapia della Dimensione Dissociativa – Recensione

 

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Sviluppi Traumatici - Giovanni Liotti, Benedetto Farina (2011) - Copertina

Il libro di Liotti e Farina (2011) è una trattazione complessa e illuminante sul tema del trauma, delle componenti dissociative e della psicopatologia ad esse riconducibile.

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Il concetto di trauma viene riformulato attraverso la definizione di “sviluppi traumatici“, intesi come “condizioni stabili di minaccia soverchiante da cui è impossibile sottrarsi che costellano, ripetendosi con effetti cumulativi, ampi archi di tempo dello sviluppo individuale” (pag. 33).

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Nel modello di Liotti e Farina le esperienze traumatiche non generano patologie dissociative secondo una rigida logica deterministica, bensì appare una realtà clinica consolidata la prospettiva complementare, ossia che i fenomeni dissociativi possano originarsi anche da sviluppi traumatici.

Il Disturbo da Stress Post-Traumatico non descrive eventi traumatici più fini, in particolare le prolungate esposizioni ad esperienze emotivamente disturbanti e la costante assenza di sintonizzazione affettiva tra il bambino e le figure di attaccamento; in questo senso parlare di sviluppi traumatici consente di includere nel quadro clinico molteplici strutture di funzionamento, poiché numerosi disturbi di Asse I e Asse II possono correlarsi a traumi evolutivi virando su processi dissociativi anche a molti anni di distanza dalle esperienze critiche, in concomitanza con fasi di scompenso significative.

EABCT 2012 – Attaccamento & Traumi Complessi. Meet the expert: Giovanni Liotti
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Liotti e Farina non condividono l’interpretazione più diffusa della dissociazione secondo cui essa avrebbe la funzione iniziale di proteggere l’Io da contenuti mentali intollerabili e in seguito esprimerebbe il proprio portato sotto forma di alterazioni della coscienza di sé; al contrario, la dissociazione è in primis un’esperienza di dolore psichico e per la sua gravità richiede che l’Io ne venga protetto mediante l’attivazione di altre operazioni difensive.

Il libro esamina poi alcune importanti implicazioni cliniche, ponendo al centro della riflessione la tematica dell’attaccamento. Gli autori sostengono che, essendo il Modello Operativo Interno dell’attaccamento disorganizzato una delle strutture mentali più facilmente predisposte a rispondere ai vissuti traumatici con modalità dissociative, l’attivazione del sistema motivazionale dell’attaccamento nell’ambito del setting clinico costituisce un rischio rilevante. Un paziente con attaccamento disorganizzato può infatti entrare rapidamente in contatto con la dimensione dissociativa e l’annichilimento psichico che ne deriva, qualora la terapia attivi il suo sistema di attaccamento in maniera precoce o inopportuna.

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A differenza di quanto avviene nella cura del Disturbo da Stress Traumatico, il terapeuta che tratta un soggetto vittima di sviluppi traumatici esitati in altre costellazioni cliniche deve agire con estrema prudenza, perseguendo in primo luogo l’attivazione del sistema cooperativo e mettendo in sicurezza il paziente, così che attraverso una fase di stabilizzazione dei sintomi e di costruzione della fiducia sia possibile disinnescare il pericolo di una nuova traumatizzazione susseguente all’entrata in scena delle dinamiche di attaccamento disorganizzato.

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Diventa perciò fondamentale lavorare sulle abilità metacognitive, le competenze relazionali, le capacità di regolazione emotiva; insieme a queste aree, obiettivi prioritari dell’intervento clinico saranno la costruzione di esperienze emotive correttive a partire dalla relazione terapeutica, il graduale superamento delle angosce legate ai vissuti di attaccamento, l’integrazione di stati mentali ed emotivi dissociati.

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 I soggetti con attaccamento disorganizzato – pattern in cui vengono attivate in un processo paradossale entrambe le risposte al trauma, la difesa e la richiesta di cure – si impegnano per mantenere le proprie relazioni interpersonali svincolate dal sistema motivazionale dell’attaccamento, ricorrendo a strategie controllanti che non implichino un investimento emotivo; per questa ragione il trattamento degli sviluppi traumatici si rivolge alla dimensione attuale dell’esperienza dolorosa, affinché l’individuo possa elaborare una rappresentazione di sé nella quale il contenuto traumatico si leghi agli altri elementi della coscienza in un quadro unitario e tollerabile.

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BIBLIOGRAFIA:

Effetto Placebo & Tratti di Personalità

FLASH NEWS

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

In passato alcune ricerche hanno studiato la connessione personalità/ effetto placebo. Recente è la effettiva correlazione tra i due fattori.

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Lo studio pilota ha avuto una durata di circa dieci anni ed è stato condotto da un gruppo di ricercatori della U-M Medical School, University of North Carolina e University of Maryland, guidato da Jon-Kar Zubieta, professore presso il Dipartimento di Radiologia e membro del Molecular and Behavioral Neuroscience Institute.

In questa ricerca cinquanta volontari sani, di età compresa tra i 19 e i 38 anni, sia di sesso maschile che di sesso femminile, sono stati  sottoposti a test standard per la valutazione dei tratti di personalità.

Ai volontari fu detto che sarebbe stato loro iniettata una piccola quantità di soluzione salina ipertonica nei muscoli della mascella che avrebbe causato una sensazione dolorosa, e che a distanza di qualche minuto sarebbe stata loro somministrata una dose di antidolorifico – in realtà un placebo sottoforma di pillola di zucchero – della quale avrebbero dovuto valutare l’efficacia su un’apposita scala.

Attento a Come Parli! Il Nocebo Effect. - Immagine: © T. L. Furrer - Fotolia.com
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In seguito, durante la sessione sperimentale, fu monitorata l’attività cerebrale dei soggetti attraverso  le scansioni di tomografia a emissione di positoni (PET).

I risultati ottenuti mostrarono che circa il 25% dell’aumento dei livelli cerebrali di oppioidi endogeni – sostanze dotate di proprietà analgesiche naturalmente prodotte dal cervello, che si ritiene rappresentino i mediatori dell’effetto placebo, e la cui sintesi sarebbe stimolata dalle aspettative positive – e la concomitante  riduzione dei livelli di cortisolo nel sangue, potrebbero essere attribuiti a specifici tratti di personalità.

Le aree principalmente interessate furono la corteccia cingolata anteriore (ACC) dorsale e subgenuale, la corteccia orbito frontale, l’insula, il nucleo accumbens, l’amigdala e la sostanza grigia periacqueduttale (PAG).

La risposta ai placebo sembra essere, quindi, in stretta connessione con i tratti di personalità come la resilienza (ovvero la capacità di affrontare le avversità), la semplicità, l’altruismo o piuttosto la rabbia  e l’ostilità, mentre altri non sembravano essere influenti. Infatti, coloro che avevano una maggiore capacità di resistere e superare i fattori di stress o le situazioni difficili avevano una  maggiore capacità di assumere informazioni ambientali  – in questo caso il placebo – e convertirle in un cambiamento a livello biologico.

Effetto Palcebo & Personalità

Contrariamente, il neuroticismo, vale a dire la tendenza a sperimentare emozioni negative, come ansia, rabbia, ostilità, depressione, impulsività, è risultato correlato in maniera negativa all’effetto placebo; l’ostilità in particolare è risultata il migliore predittore di una sua inefficacia.

Ciò nonostante i risultati sono importanti per le loro implicazioni nel rapporto medico-paziente e potrebbero aiutare i ricercatori a comprendere i meccanismi alla base dell’efficacia di una terapia in differenti persone. Tuttavia, i dati prodotti dovrebbero essere avvalorati su un campione più ampio.

L’EFFETTO PLACEBO SULLA PSICOPEDIA DI STATE OF MIND

LEGGI GLI ARTICOLI SU: EFFETTO PLACEBO


BIBLIOGRAFIA:

Pretese? Meglio Trasformarle in Preferenze!

 

Pretese? Meglio Trasformarle in Preferenze!. - Immagine:© Stuart Miles - Fotolia.com

Dietro la pretesa si nasconde sempre un bisogno umano. Ancora una volta il problema non è il bisogno ma il modo assoluto e rigido con il quale viene perseguito o richiesto agli altri.

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Tra gli schemi cognitivi che sostengono il malessere psicologico le ‘pretese’ hanno un ruolo molto delicato. Si tratta dell’applicazione di un dovere assoluto al comportamento degli altri e del mondo. Una regola così rigida e assoluta ostacola l’adattamento a un ambiente così fluido com’è quello in cui viviamo. La pretesa ci rende vulnerabili a ciò che qualunque esistenza chiede di far fronte: la frustrazione.

E poi si aggiunga che le proprie pretese non son certo facili da riconoscere, tantomeno da accettare. Ogni pretesa sembra in sé un po’ sporca e ingiusta, così le persone hanno bisogno di raffinati percorsi mentali per sostenerla: (1) non è una mia pretesa, è una regola morale universale, (2) non è una mia pretesa, ma l’alternativa mi è fisicamente intollerabile, (3) non è una mia pretesa, me ne giunge il diritto per riconosciute doti, geni o natali, (4) non è una mia pretesa, è che ho dato così tanto che mi spetta come ricompensa.

Insomma, da un lato l’essere umano pretende e respinge l’idea d’essere pretenzioso aggiustandosi con qualche forma di pseudorazionalizzazione o credenza protettiva. Avere ‘pretese’ non ci piace, ma abbandonarle vuol anche dire uscire al freddo clima della frustrazione, e neanche quello piace.

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Ma cosa noi pretendiamo?

Pretese di gratificazione: la richiesta assoluta di immediata gratificazione che si può riassumere nella norma “devo ottenere ciò che voglio immediatamente” oppure “ogni mio desiderio dev’essere un ordine per gli altri”.  La natura di una simile pretesa è primitiva, impulsiva, incapace di sostenere la mancanza, la fame o anche il solo il ritardo: “tutto e subito”.

Pretese di correttezza: la richiesta assoluta di adeguamento a norme di correttezza, coerenza, imparzialità e onestà. Spesso si accompagna a una forte propensione all’autocontrollo e ipercoscienziosità che impone la medesima rigida correttezza a sé stessi. Si può affiancare alla tendenza a considerare norme morali o etiche come assolute anche quando non lo sono. La persona può implicitamente aderire a un sistema di norme e considerarle assolute, non riconoscendo la possibilità per gli altri di riconoscersi in sistemi valoriali differenti.

Pretese di successo: l’imposizione di, piuttosto che la preferenza verso alti standard. La presenza di obiettivi ambiziosi non sono un problema per sé, lo divengono nel momento in cui sono associati ad autocriticismo (es: “se non raggiungo alti standard sono un fallito”) o nel momento in cui interagiscono con pretese di successo (es: “le persone non devono ostacolare la realizzazione del mio potenziale”). 

Pretese di attenzione e riconoscimento: la richiesta assoluta  di soddisfazione dei propri bisogni affettivi o di stima. L’altro deve soddisfare questi bisogni, non può permettersi di trascurarli anche qualora non fossero chiaramente espressi (es: “avresti dovuto capirlo“). Non appena la persona si sente messa in secondo piano, ignorata o messa in discussione si scatena la furia difensiva.

Pretese di libertà assoluta: la richiesta assoluta di libertà e indipendenza. All’opposto della precedente, la persona richiede assoluta assenza di aspettative nei propri confronti. L’amarezza dell’altro non può e non deve dipendere dal suo comportamento. In sintesi “l’altro non ha diritto di porsi aspettative né manifestare delusioni ma deve accogliere ciò che sono disposto a dargli“.

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Si tratta di piccoli esempi. Molte altre pretese specifiche caratterizzano diverse persone. Se noi ora le rileggiamo forse vediamo un po’ di noi stessi in ciascuna pretesa, o meglio ne vediamo una versione distorta ed estrema che ne mette in luce la componente illogica o problematica.

Questo avviene perché dietro la pretesa si nasconde sempre un bisogno umano. Ancora una volta il problema non è il bisogno ma il modo assoluto e rigido con il quale viene perseguito o richiesto agli altri.

In fondo se considerassimo ciascuno di questi contenuti come delle preferenze piuttosto che come delle pretese avremmo modo di accettare le frustrazioni senza rinunciare totalmente ai nostri bisogni. Avremmo modo di comunicare le nostre richieste e necessità senza aspettarci che il mondo le debba riconoscere. Avremmo infine la possibilità, attraverso la negoziazione e la tolleranza del dolore, di approssimarci il più possibile alla realizzazione dei nostri obiettivi. E questo è ciò che gradualmente accade durante il cambiamento terapeutico.

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Quindi cominciamo così questa piccola esplorazione: appoggiamo le preferenze, fuggiamo le pretese.

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BIBLIOGRAFIA:

Disturbi Frontali e Cognizione Sociale

 

Disturbi-Frontali-e-Cognizione-Sociale. - Immagine: © robodread - Fotolia.comI lobi frontali sono noti da tempo per essere strutture fondamentali per la modulazione e la regolazione della condotta sociale, delle reazioni emotive e della personalità. Danni a queste strutture possono rendere difficoltosa la gestione delle interazioni sociali della vita quotidiana, a causa di profonde alterazioni del comportamento sociale ed emotivo e della personalità.

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Il primo caso di disregolazione del comportamento e della personalità a seguito di un danno ai lobi frontali studiato in letteratura da Harlow nel 1868 è quello del celebre Phines Gage.

In seguito le ricerche sulle conseguenze dei danni frontali si sono fatte più sistematiche, come nel caso degli studi del neuropsicologo russo Aleksandr Lurija che alla fine degli anni 60 compì delle ricerche su un ampio gruppo di veterani della seconda guerra mondiale che evidenziarono l’associazione tra l’attività della regione prefrontale e numerose capacità cognitive e comportamentali, gettando la base per la formulazione del quadro clinico della “sindrome frontale”.

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Da allora l’assessment neuropsicologico dei pazienti  frontali si è tradizionalmente basato su test che andavano a valutare le funzioni esecutive. A partire dagli anni ’90 in poi, sono stati implementati test più ecologici (ad esempio Iowa Gambling Task, Multiple Errands Test, Behavioural Assessment of the Dysexecutive Syndrome), in quanto diversi casi clinici, tra i più noti ricordiamo quello del sig. EVR, studiato da Damasio ed Eislinger, hanno messo in luce come alcuni pazienti frontali presentino un comportamento molto diverso nei compiti svolti in laboratorio rispetto alle attività della vita quotidiana.

Questo interesse verso strumenti con una maggior valenza ecologica ha portato a una crescente attenzione per gli aspetti comportamentali ed emotivi con il conseguente sviluppo di compiti di valutazione dei deficit di cognizione sociale, quel dominio cognitivo che raccoglie conoscenze ed abilità sociali ed emotive indispensabili per un adeguato comportamento sociale e per gestire in maniera appropriata e con successo le relazioni interpersonali.

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Tra i test maggiormente utilizzati per indagare le funzioni sociali si trovano quelli che fanno diretto riferimento alla Teoria della Mente (ToM), spesso tratti da strumenti per la valutazione di deficit psichiatrici come la schizofrenia o psicopatologici come i disturbi dello spettro autistico e la sindrome di Asperger.

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Un’altra importante abilità connessa alla cognizione sociale è l’empatia grazie alla quale le persone sono in grado di calarsi nei panni degli altri e di “sentire” e condividere gli stati emotivi altrui.

Le principali tecniche di valutazione della capacità empatica si basano su questionari self-report.

Altri strumenti utilizzati per indagare il funzionamento sociale consistono in compiti di riconoscimento delle espressioni emotive che vanno a valutare la capacità di cogliere gli stati emotivi delle persone attraverso stimoli statici o dinamici (espressioni facciali, intonazione vocale, posture).

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Vi sono alcuni strumenti di valutazione dei disturbi di cognizione sociale nei pazienti con lesioni cerebrali che integrano differenti tecniche e approcci, ad esempio il The Awareness of Social Inference Test (McDonald et al., 2003) strumento clinico appartenente alla realtà d’oltreoceano, che si avvale di subtest composti da videoregistrazioni di scenette interpretate da attori che recitano interazioni in situazioni quotidiane, o il lavoro di Prior, Marchi e Sartori (2003) che hanno tradotto, adattato e tarato in italiano 4 test neuropsicologici proposti in origine da Blair e Cipolotti (2000) e basati sul modello “quadrifattoriale” di quest’ultimi, e su rifermenti teorici diversi quali la ToM o la teoria dello schema di conoscenza sociale.

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L’attuale stato dell’arte vede un utilizzo crescente di strumenti ecologici e tecniche di valutazione dei deficit di cognizione sociale, in particolare nei paesi anglofoni, ma da qualche anno anche nella realtà italiana, dove, tuttavia sono spesso utilizzati solo a livello sperimentale, tradotti e adattati dai test originali, ma senza una taratura e standardizzazione completa.

Poter contare su validi strumenti di assessment dei deficit di cognizione sociale ha una grande rilevanza in quanto questi disturbi, particolarmente pervasivi, rappresentano un grande ostacolo per la gestione dei rapporti interpersonali e delle attività quotidiane del paziente, per l’impostazione di un eventuale trattamento riabilitativo e costituiscono una fonte di profondo disagio per i familiari che sono coinvolti quotidianamente, per un periodo continuativo e ben maggiore rispetto a quello di cura e riabilitazione.

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BIBLIOGRAFIA:

Le Scuse Non sono Sufficienti per Annullare l’Offesa Arrecata

FLASH NEWS 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Ma le scuse possono essere sufficienti per eliminare i sintomi fisiologici e psicologici associati alla rabbia esperita dall’altro?

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Ricevere un’offesa o una critica da qualcun altro, non essere apprezzati e valorizzati per un lavoro svolto, non ricevere alcun riconoscimento sono situazioni che, quasi sempre, suscitano rabbia. In questi casi, attenuare l’emozione della rabbia in chi la esperisce, è fondamentale per garantire l’armonia sociale e per evitare che la rabbia possa causare azioni estreme. Il modo più comune ed immediato per ottenere questo risultato è quello di rassicurare l’altro e di fornire delle scuse. 

Ma le scuse possono essere sufficienti per eliminare i sintomi fisiologici e psicologici associati alla rabbia esperita dall’altro?

Le ricerche precedenti hanno messo in luce come le scuse possano essere efficaci nel sopprimere le espressioni fisiologiche della rabbia e possano ridurre la spinta all’aggressività. 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
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Ma questo ci consente di concludere che chiedere scusa per l’offesa o la critica arrecata elimini l’esperienza soggettiva della rabbia in chi l’ha ricevuta?

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Per fornire una risposta a questa domanda, Kubo, Okanoya e Kawai hanno condotto uno studio su 48 studenti (24 donne e 24 uomini) provenienti da un’università locale del Giappone, ai quali è stato chiesto di scrivere le loro opinioni su alcuni problemi sociali (aumento delle tasse scolastiche, fumare in pubblico) e i loro saggi sono stati valutati da un partecipante fittizio, in un’altra stanza. Inizialmente, sono state raccolte informazioni fisiologiche, attraverso le registrazioni EEG e ANS ed esse sono state confrontate con quelle rilevate dopo aver generato l’emozione della rabbia. Ai partecipanti sono stati dati 10 minuti di tempo per scrivere il saggio e, successivamente, ciascun saggio è stato valutato, in modo standard, con dei punteggi piuttosto bassi rispetto alle dimensioni dell’intelligenza, interesse, logica, cordialità, rispettabilità e razionalità. A conclusione di ogni saggio è stato anche fornito un commento piuttosto offensivo, ma ad un gruppo sono state anche aggiunte delle scuse per il commento, ad un altro, invece, non è stata aggiunta alcuna nota. Ai partecipanti è stato detto di leggere i giudizi e di riflettere su di essi per 2 minuti, mentre venivano raccolte le registrazioni di EEG e ANS, per rilevare le alterazioni fisiologiche generate dall’offesa ricevuta. In seguito, tutti i partecipanti hanno completato due scale soggettive di valutazione della rabbia (PANAS e STAXI). 

I risultati hanno messo in evidenza che se si ricevono delle scuse, dopo un commento offensivo, diminuiscono l’asimmetria dell’attività cerebrale e la frequenza cardiaca, mentre questo non avviene se non si ricevono delle scuse. Inoltre, le scuse riducono anche la probabilità che la persona arrabbiata abbia uno sfogo violento nei confronti di chi l’ha offesa.

Tuttavia, la rabbia non viene completamente annullata e continua ad essere esperita soggettivamente da chi è stato offeso. Infatti, i soggetti di entrambi i gruppi hanno riportato alti punteggi nella scala PANAS, che valuta l’intensità delle emozioni negative esperite. 

I risultati ottenuti, dunque, confermano che la rabbia è un’emozione complessa, che presenta diverse componenti, le quali sono responsabili delle diverse reazioni fisiologiche e psicologiche, associate all’emozione della rabbia. Le scuse ricevute attenuano l’attivazione fisiologica, ma non annullano completamente l’esperienza psicologica soggettiva della rabbia.  

Dunque, scusarsi non è sufficiente per annullare l’offesa arrecata.  

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BIBLIOGRAFIA:

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