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Feccia (2017) di Paul Williams – Recensione del libro

Feccia (titolo originale “Scum”) di Paul Williams dà vita e forma alle parole, ai pensieri, alle emozioni e alle visioni di un adolescente costretto a vivere, o meglio a sopravvivere, in un contesto familiare minaccioso e indecifrabile.

 

Chiederesti mai a una volpe ferita che effetto fa essere schiacciati dalle ruote di un tir?
Ossa rotte occhi offuscati sangue che cola dal muso bile asfalto raccontano tutto.

(tratto da “Feccia” di Paul Williams, p. 32)

 

Secondo di tre romanzi autobiografici che andranno a comporre una trilogia centrata sulle descrizione degli effetti psichici della trascuratezza e dell’ abuso infantile, Feccia (titolo originale “Scum”) di Paul Williams dà vita e forma alle parole, ai pensieri, alle emozioni e alle visioni di un adolescente costretto a vivere, o meglio a sopravvivere, in un contesto familiare minaccioso e indecifrabile.

Il racconto prosegue dalla fine del primo volume Il quinto principio, che descrive invece l’infanzia di Paul, e ci porta ad esplorare la sua vita di adolescente che deve far fronte ad un’età già difficile e ingrata, come sempre l‘adolescenza è, in circostanze decisamente catastrofiche.

Il linguaggio scelto è la chiave emotiva del racconto: un flusso di coscienza, senza punteggiatura e spesso senza soggetto, che ben rappresenta lo sguardo di Paul verso il mondo, carico di confusione, stupore, terrore, spaesamento e impossibilità di dare un senso alle più semplici esperienze quotidiane.

A che servono madri e padri? A che serve un bambino? Cosa è un pasto caldo? Quando si può dormire? Che ci fa tutta quella gente allineata in un’aula? Cosa è l’inchiostro? Chi è Annibale? Cosa vuol dire automobile? Cosa vuol dire casa? Chi vive nel Bosco? Domande semplici, risposte impossibili.

Feccia di Paul Williams: tra trauma e dissociazione

Il mondo del trauma è un mondo arbitrario, niente è come dovrebbe essere: chi dovrebbe proteggere minaccia, chi dovrebbe insegnare punisce, chi dovrebbe giocare attacca, chi dovrebbe prendersi cura deride e abbandona. La paura allora diventa una “bussola interna” che tiene pronti a fuggire, a sottomettersi ai più forti, a diventare invisibili o a distaccarsi dal corpo quando il dolore è troppo. Il Paul adolescente protagonista di Feccia non conosce le principali reazioni della mente di fronte a pericoli mortali (attacco, fuga, freeze, svenimento), ma lo stesso riesce a descriverle così come le sente arrivare nel suo corpo e nella sua mente, offrendo direttamente a chi legge il suo vissuto traumatico e lo scenario frammentato della realtà che riesce solo a tratti a ricomporre.

Nella vita di Paul sono proprio le sue principali figure di attaccamento – i genitori – ad essere traumatizzanti e dunque il bambino, e poi l’adolescente, non può da solo fronteggiare la paura e l’angoscia, ma ne viene sopraffatto vivendo continuamente emozioni dirompenti di terrore e impotenza. Paul tuttavia non può che continuare a dipendere dalla sua famiglia, la stessa che lo espone ripetutamente al pericolo, ed è di fronte a questo paradosso che la mente inizia ad aver bisogno di soluzioni emotive più estreme, come la dissociazione, per sopravvivere. Il disprezzo di sé, il senso di inadeguatezza, la colpa di essere profondamente sbagliati diventano allora credenze interiorizzate negative che aiutano almeno in parte a dare un senso al rifiuto delle “persone chiamate genitori”. In questo passaggio le sue parole descrivono la nascita di queste credenze disfunzionali:

Unico stratagemma a cui ricorrere in caso di emergenza attribuire a lui la colpa

di quello che non era andato nella vita di sua madre cioè ogni cosa il tarlo si era insinuato in lui

quando l’uomo chiamato padre aveva cominciato a fiancheggiare le aggressioni di lei

disprezzo derisione verità diabolica. L’uomo chiamato padre sapeva che un bambino aggredito

cerca qualcuno che lo consoli e non può tollerare di non trovarlo… (p. 84)

L’identità si divide allora tra più rappresentazioni, o parti di sé o stati dell’Io, che sono tra loro inconciliabili: da un lato il bambino spaventato e vittima degli abusi, dall’altro il bambino sbagliato che merita il disprezzo e le percosse, e infine il bambino arrabbiato che sfoga, seppur raramente, un odio narcisistico violento nel tentativo di liberarsi dall’alienazione.

Il risultato per chi osserva è uno stile di relazione “bizzarro” e “strano”, fatto di reazioni opposte e imprevedibili che si delineano in quello che viene definito “attaccamento disorganizzato”, ovvero condizionato da una costante paura e sfiducia verso gli altri.

Queste parti emergono nel racconto di Paul WilliamsFeccia, come voci, allucinazioni o figure interne immaginarie che talora minacciano e talora incoraggiano aiutandolo a mettersi al sicuro e a scegliere per il suo futuro.

La traiettoria evolutiva descritta da Paul Williams in Feccia nella storia di Paul è la storia di molte persone che hanno vissuto nella loro infanzia abusi, maltrattamenti e grave trascuratezza e che sono state costrette a fronteggiare emozioni intollerabili, restando vive e costruendo con coraggio mondi possibili in alternativa alla realtà del trauma.

La dissociazione traumatica genera inizialmente una profonda frammentazione della coscienza e una perdita del senso di sé e del mondo, che determina sintomi dissociativi e psicotici: confusione, allucinazioni, amnesia, derealizzazione, sconcerto, depersonalizzazione, comportamenti esplosivi e un’alterata percezione del rischio che rende impossibile proteggersi dal pericolo. Tuttavia questa apparente disorganizzazione della mente è necessaria alla sopravvivenza emotiva e indispensabile a tenere il dolore, la vergogna, l’umiliazione e l’impotenza chiusi tra le mura psichiche create dai sintomi dissociativi. A volte queste mura crollano inondando la mente di terrore, ma altre volte permettono di respirare un po’, di guardarsi intorno, di concedersi qualche esplorazione solitaria e magari di cogliere, come sarà per Paul, l’aiuto di chi si accorge della sua sofferenza e gli offre un luogo finalmente sicuro che cambierà per sempre la sua traiettoria di vita.

Oncologia pediatrica: il lavoro dei volontari per il sostegno delle famiglie

Il presente contributo intende analizzare l’impatto della malattia sul bambino, sui vissuti legati all’ospedalizzazione, gli atteggiamenti regressivi e le possibili risposte emotive che un bambino può sviluppare a seguito della diagnosi o durante le fasi di una patologia organica grave.

Sofia Tavella, Chiara Granato, Michela Liberatoscioli, Beatrice Plini, Fabiana Prota, Giovanna Tedeschi

 

L’insorgere di essa può comportare nella vita di un bambino una serie di cambiamenti sia a livello psicofisico che relazionale, incidendo sulle sue dimensioni più intime e personali, limitando autonomia e indipendenza dalle figure di riferimento primarie. Bisogna considerare che in seguito a una diagnosi di cancro potrebbe emergere una profonda disorganizzazione con l’uso di meccanismi e strategie di difesa quali la negazione, l’isolamento, la proiezione, la regressione, ecc. che potrebbero portare il soggetto a sviluppare psicopatologie come: alterazioni dell’immagine corporea, sintomi depressivi, somatizzazioni, isolamento e disagio sociale che possono legarsi al trattamento (Moore et al., 2003), ma anche difficoltà affettive, comportamentali, scolastiche (Meyer et Kieran, 2002) e il PTSD, disturbo da stress post-traumatico (Roy et Russell, 2000).

Inoltre, anche se alle volte è curabile, nell’immaginario comune si tratta di una malattia direttamente collegata alla morte ed è compito dello psicologo riconoscere la presenza di eventuali disturbi o delle angosce di morte che il bambino malato potrebbe sviluppare. Le angosce di morte (Derealizzazione, Depersonalizzazione e Destrutturazione) portano il bambino a interrogarsi sul proprio futuro, a perdere la motivazione a vivere, a non riconoscersi più nel proprio ruolo e ad identificarsi differente dalla condizione iniziale di salute; crollano così i miti dell’eterna giovinezza e dell’eterna salute (Crocetti, 2012). Poiché il disagio psicologico aumenta la percezione del dolore (Riva, 2013), riducendo le angosce di morte che spesso accompagnano il paziente oncologico vi è anche un decremento del dolore fisico (Mangani, 2015).

Il dolore fisico è correlato anche ai modelli che il bambino ha appreso dalle figure di riferimento, a fattori sociali e alle credenze che gli adulti possono avere sulla percezione del dolore del bambino e il suo modo di affrontarlo (Ross e Ross, 1984; McGrath e McAlpine, 1993; Capoleoni 2000). Le figure di accudimento possono inoltre incrementare la paura per le procedure mediche, la difficoltà ad adattarsi, a fronteggiare la malattia e il dolore provato (McGrath, 1995).

Tra i pazienti oncologici sono state rilevate diverse strategie di coping nell’affrontare lo stress legato alla malattia neoplastica. Le principali strategie individuate da Burgess (1988) sono: Hopelessness/helplessness, lo spirito combattivo, l’accettazione stoica, la negazione/evitamento e il coping religioso.

La tendenza a percepire gli eventi esterni come ineluttabili e legati al destino, external locus of control, tende a favorire modalità disadattive alla malattia, mentre la tendenza a percepire gli eventi come controllabili, internal locus of control, facilita modalità più adattive (Grassi et al, 2003).

Per comprendere i vissuti di un bambino ricoverato in un reparto di oncologia pediatrica è necessario porsi determinate domande: come spiegare la patologia al bambino? Quali potrebbero essere le conseguenze psicosociali derivanti dall’ospedalizzazione? Com’è opportuno gestire l’impatto del cambiamento fisico e ambientale sia sul bambino che nel contesto familiare?

Tramite il progetto “Al servizio dei bambini“, fondato dall’associazione Alma Salus nel 2007, è stato possibile assistere bambini con patologie temporaneamente o permanentemente invalidanti, o in fase terminale della malattia.

Noa è un bambino di 9 anni che ha iniziato un lungo e intenso percorso legato alla diagnosi di carcinoma renale bilaterale; è stato sottoposto ad un intervento di asportazione chirurgica di un rene, continuando parallelamente sia le terapie chemioterapiche ogni ventuno giorni, con l’intento di diminuire le dimensioni del carcinoma, sia i relativi controlli per monitorare l’andamento delle cellule tumorali.

Oltre ai ricoveri legati alle terapie, Noa torna in ospedale con frequenza variabile a causa degli episodi di aplasia che lo costringono a non uscire dalla stanza e quindi ad una limitazione sociale e ambientale. Appare un bambino timido e introspettivo, con cui è difficile entrare in relazione sia a livello verbale che visivo, soprattutto in presenza dei genitori. Tuttavia, con la costante ricerca della sua partecipazione è stata notata una differenza sostanziale nell’interazione e nelle attività ludiche che avvengono al di fuori della stanza, in presenza di altri bambini, in un luogo probabilmente percepito come più adeguato alla sua età.

Da quanto riferito dai genitori, Noa sa di avere due “palline” sul rene, una delle quali è stata tolta. Nonostante sia solo un bambino di nove anni, la curiosità di sapere cosa deve affrontare, non è mai venuta a mancare, arrivando a chiedere anche spiegazioni per iscritto ai dottori. L’intervento e gli effetti collaterali della chemioterapia hanno inciso in maniera evidente sul vissuto emozionale del bambino, portandolo ad un rifiuto del contatto fisico anche con gli stessi genitori, soprattutto nelle zone coinvolte dall’intervento. Queste ed altre conseguenze, vanno ad aumentare il senso d’impotenza dei genitori ed in particolar modo della madre, che per prima avverte il distacco del figlio, sentendo la costante necessità di “controllare” o ” percepire” il dolore e i bisogni.

Il caso di Noa ci aiuta meglio a comprendere come sia importante considerare la soggettività di ogni situazione data, dalla storia, dall’emotività e dal livello evolutivo di ciascuno. Queste caratteristiche vanno considerate in ogni fase della malattia, fin dal suo esordio. L’angoscia, che inevitabilmente accompagna ogni percorso di malattia, può venire espressa, celata, affrontata o negata, in modi differenti. L’esperienza di ammalarsi gravemente comporta comunque per un soggetto in crescita carichi emotivi eccessivi per l’età; questo se da un lato spinge ad un adeguamento troppo precoce al mondo adulto, dall’altro impone situazioni di dipendenza che rallentano lo sviluppo. Può, inoltre, venire compromesso l’equilibrio all’interno del nucleo familiare, con alterazioni delle dinamiche esistenti.

Al fine di evitare queste ed altre compromissioni, al fianco delle figure professionali che si occupano della malattia in senso clinico, è importante che operino persone qualificate che si prendano cura del bambino e di tutta la sua famiglia a livello psicologico ed emotivo, ricordando sempre che un paziente ricoverato in oncologia pediatrica è sempre un bambino e, in quanto tale, necessita di attività ludiche, di interazioni sociali, di accudimento, ecc.

Avvicinarsi ad una realtà ospedaliera e al progetto “Al servizio dei bambini” significa dunque intervenire in un contesto dove spesso la malattia diviene l’unica protagonista.

Marsha Linehan e la DBT – Introduzione alla Psicologia

Marsha Linehan è professore di psicologia, psichiatria e scienze del comportamento all’Università di Washington. E’ specialista nel trattamento del disturbo di personalità Borderline per il quale ha ideato un approccio terapeutico, la terapia Dialettico comportamentale (DBT) che, risulta essere uno dei trattamenti di elezione per pazienti affetti da tale patologia.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Marsha Linehan è direttrice di diverse cliniche di ricerca e terapia comportamentale e fondatrice di due organizzazioni dedicate alla diffusione del suo trattamento DBT: Behavioral Tech, LLC e The Linehan Institute.

Inoltre, è autrice di numerosi libri e studi scientifici, ha ricevuto molti riconoscimenti e il suo trattamento è considerato il precursore per il Disturbo della Personalità Borderline e dei comportamenti auto-lesivi.

La storia di Marsha Linehan

Marsha Linehan nacque a Tulsa, in Oklahoma il 5 maggio del 1943, terza di sei figli, studentessa eccellente e abile suonatrice di pianoforte. Durante l’adolescenza, esattamente a 17 anni le venne diagnosticato un disturbo schizofrenico. Marsha Linehan frequentemente bruciava i polsi con le sigarette, si taglia le braccia e le gambe utilizzando oggetti taglienti, e per questo, classificarono questi comportamenti come tipici di una grave malattia mentale, poichè all’epoca non era ancora noto il Disturbo Borderline di Personalità.

Trascorse molto tempo in un Istituto psichiatrico dove occupava l’area di isolamento, zona dedicata a pazienti molto gravi.
In quella stanza d’isolamento Marsha Linehan, giurò a se stessa che si sarebbe liberata dall’inferno in cui si trovava e che avrebbe aiutato gli altri a uscire da questa condizione.

Marsha Linehan afferma: “Mi sentivo completamente vuota in quel periodo, come l’uomo di latta; non riuscivo a comunicare cosa stava succedendo in me, e non c’era nessun modo per farlo capire“. Proprio in questo istituto, iniziò a comprendere di essere in grado di prendersi cura di altre persone, e notò di riuscire molto bene in questo.

Nel 1967, diversi anni dopo aver lasciato l’istituto psichiatrico, Marsha Linehan, si trasferì a Chicago e iniziò a lavorare per una compagnia assicurativa, mentre di notte si dedicava agli studi di psicologia. In questo periodo, divenne una credente – praticante e, successivamente, proprio la fede l’aiutò a prendersi cura di se stessa senza più infliggersi dolore fisico. Gli anni di studio in psicologia le diedero la possibilità di capire cosa le stava accadendo a livello emotivo e, per questo, decise di intraprendere un lungo processo di accettazione della sofferenza legata alla sua condizione.

Marsha Linehan, dopo aver conseguito la laurea, ottenne un dottorato in psicologia, e contemporaneamente lavorava con persone disagiate e emotivamente disperate che consideravano il suicidio la risposta alla loro miseria e dolore.

Ella intuì che prima di poter cambiare qualsiasi tipo di comportamento era necessario accettare la sofferenza, solo a quel punto si poteva cambiare. Così, intraprese un lungo processo di comprensione volto a individuare come unire due principi apparentemente opposti: l’accettazione della vita esattamente com’è e la necessità di cambiare apprendendo nuove modalità cognitive e comportamentali.
Lo scopo era, però, capire se questo approccio potesse funzionare in generale anche con un certo tipo di pazienti; per questo era necessario testare questo approccio su gruppi particolari di pazienti, come persone ad alto rischio suicidario e coloro che erano affetti da disturbo borderline di personalità, noti per essere a rischio di suicidio oltre che per presentare una forte disregolazione emotiva.

Nel 1980 Marsha Linehan chiese all’Istituto Nazionale di Salute Mentale americano di poter condurre un trial clinico per verificare l’efficacia del suo trattamento.
I dati derivanti dalla sperimentazione confermarono che l’approccio utilizzato dalla Linehan, fondato sulla dialettica tra strategie di cambiamento cognitivo-comportamentale e concetti filosofici orientali, come l’accettazione e la mindfulness, aveva successo nel trattamento del paziente difficile.

Quindi, applicando questo modello, si potevano ottenere miglioramenti sugli aspetti emotivi e comportamentali dei pazienti difficili (Linehan, Armostrong, Suarez, Allmon, Heard, 1991; Linehan, Heard Armostrong, 1993; Leichsenring, Leibing, Kruse, New & Leweke, 2011).
Marsha Linehan, definì questo nuovo approccio terapeutico Dialectical Behavior Therapy, DBT (Linehan, Comtois, Murray, Brown, Gallop, et al. 2006)

Il trattamento DBT prevede la combinazione di psicoterapia individuale, skills training di gruppo e un team specifico di consultazione terapeutica, che può includere, oltre ai terapisti individuali e di gruppo anche un medico psichiatra.

Nascita ed evoluzione della terapia dialettico – comportamentale

La DBT rappresenta il trattamento d’elezione evidence-based (basato su prove scientifiche di efficacia) per il Disturbo Borderline di Personalità e, pur fondandosi sugli assunti e sulle strategie cognitivo-comportamentali, è caratterizzato da elementi unici e specificatamente rivolti alla disregolazione emotiva e al trattamento di comportamenti impulsivi e autolesivi.

La DBT integra i principi della mindfulness, principi di behaviorismo e di terapia cognitivo-comportamentale. Per definire la sintesi di queste diverse correnti teoriche fu utilizzato il termine “dialettica”, riferendosi, anche, al concetto filosofico sottostante e alle continue tensioni dialettiche tra la psicologia occidentale e la pratica orientale che guidano l’evoluzione di tale modello con la psicoterapia (Arkowitz, 1989, Arkowitz, 1992, Prochaska & Diclemente, 2005, Ryle, 2005; Norcross & Goldfried, 2005).

Con il termine dialettica si vuole far emergere l’interrelazione e l’unitarietà della realtà, poiché non limitata all’analisi delle singole parti di un sistema, ma a specifici contesti in cui si esplica il comportamento dei singoli e dei singoli nel gruppo.
Quindi, la realtà non è concepita come statica, ma composta da forze interne opposte (tesi e antitesi) in continua evoluzione, e la cui sintesi genera una nuova tensione tra forze opposte. In tal senso, i pattern di pensiero e di comportamento dei pazienti sono considerati come dei fallimenti dialettici, poiché la persona è bloccata su polarità estreme e fatica a muoversi dinamicamente verso una sintesi. La realtà, dunque, è fondata sul cambiamento e sul processo, l’individuo e l’ambiente sono in costante mutamento.

La terapia DBT

La terapia DBT non è mirata al mantenimento della stabilità in un contesto coerente, ma tende a promuovere l’apprendimento di competenze atte a gestire il cambiamento.

La DBT lavora sui comportamenti disfunzionali o disadattivi (comportamenti suicidari e parasuicidari, impulsivi e disfunzionali) che impattano sulla vita della persona affetta da disturbo borderline della personalità. Lo scopo è modificare questi comportamenti acquisendone nuovi o apprendendo ad utilizzare comportamenti alternativi e funzionali. Quindi, attraverso il miglioramento della gestione dei comportamenti disfunzionali, della regolazione emotiva e della validazione della sofferenza, che spesso accompagna gli individui con disturbo borderline, è possibile costruire uno vita “degna di essere vissuta”, per citare un’espressione della stessa Marsha Linehan.

L’intero trattamento DBT sottolinea la costruzione e il mantenimento di una relazione tra paziente e terapeuta in cui la validazione dei pensieri, dei sentimenti, delle emozioni e dei comportamenti del paziente è fondamentale.

Il trattamento consiste in una co-terapia, in cui diversi terapeuti interagiscono verso un obiettivo comune. Il terapeuta individuale, i terapisti conduttori dello skills training di gruppo, a volte anche lo psichiatra. Il modello DBT prevede generalmente una seduta di psicoterapia individuale alla settimana e una seduta settimanale di skills-training di gruppo della durata di circa un’ora e mezza o due ore.

Lo skill-training assume una rilevanza fondamentale nella DBT, poiché è volto a colmare deficit nelle abilità di autoregolazione delle emozioni, dei comportamenti e delle relazioni interpersonali.

Lo skill-training consta di quattro moduli di apprendimento, acquisizione e generalizzazione di specifiche abilità.
Il primo modulo fa riferimento alle abilità nucleari di mindfulness, che consentono di osservare in modo consapevole se stessi e gli altri intorno a sè, nel momento presente, sospendendo il giudizio. Le abilità di mindfulness si suddividono a loro volta in tre abilità di contenuto che fanno riferimento all’oggetto dell’attività mentale (osservare, descrivere, partecipare) e tre abilità formali, relative invece alla modalità con cui tali processi mentali prendono forma (assumere un atteggiamento non giudicante, concentrarsi su una sola cosa alla volta, essere efficaci).

Nel secondo modulo si parla di abilità di regolazione emotiva, e consiste nell’allenare il riconoscimento e la regolazione delle emozioni nelle loro diverse componenti. Durante il modulo si lavora sull’appropriazione, miglioramento e generalizzazione delle abilità di regolazione delle emozioni.

Un terzo modulo riguarda le abilità di efficacia interpersonale mirate all’apprendimento di strategie utili per gestire le relazioni interpersonali. Durante il modulo si trattano diverse aree che riguardano la capacità di analisi delle situazioni interpersonali, la chiarificazione dei propri obiettivi, le abilità da utilizzare per raggiungere i propri obiettivi mantenendo il rispetto di sé e non deteriorando in maniera maladattiva la relazione.

L’ultimo e quarto modulo fa riferimento alle abilità di tolleranza della sofferenza mentale, utili quando il paziente è in uno stato di intensa disregolazione emotiva e comportamentale. L’intensità delle emozioni esperite è molto elevata, ed è proprio in questa fase che il soggetto può attuare agiti e condotte altamente disadattive e autolesive. Le abilità che caratterizzano questo modulo portano a riuscire a gestire e a tollerare in maniera più adattiva l’angoscia e l’attivazione emotiva allo scopo di prevenire i comportamenti disfunzionali.

Ogni modulo dello skill training è composto da 8 incontri e, generalmente, gli incontri si svolgono in gruppo di circa 6-10 partecipanti, con la presenza di due terapeuti, uno con ruolo principale di conduttore, l’altro con ruolo di co-conduttore, e aventi ciascuno specifici ruoli e funzioni.

Efficacia della DBT

Sono state realizzate diverse ricerche che hanno mostrato l’efficacia della DBT nella riduzione dei comportamenti disfunzionali nel Disturbo Borderline di Personalità, nel trattamento della disregolazione emotiva, ma anche per altri disturbi psichici. Nonostante la DBT presupponga un intervento integrato, recenti evidenze (Linehan et al., 2006; Neacsiu,  Rizvi,   Linehan, 2010; Linehan et al., 2015) hanno sottolineato l’efficacia dello skills training come una modalità di intervento a sé che è risultata efficace per il trattamento del Disturbo Borderline di Personalità, soprattutto in termini di riduzione dei tentativi di suicidio, dei sintomi depressivi e dei comportamenti a rischio, e in termini di miglioramento della capacità di regolazione della rabbia, aumentando il benessere percepito e i comportamenti prosociali. Quindi, la letteratura scientifica e le evidenze cliniche suggeriscono come la DBT e lo skill training possano rappresentare degli strumenti di elezione per il trattamento del Disturbo Borderline di Personalità e, in generale, dei problemi associati alla disregolazione emotiva e al controllo degli impulsi.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Non dormi a causa dello stress? La soluzione è in quello che mangi

Una ricerca del “International Institute for Integrative Sleep Medicine”, presso l’università di Tsukuba, ha dimostrato l’efficacia dell’octacosanolo nel ridurre lo stress e ripristinare il ciclo sonno-veglia.

 

Chi di noi quando è sotto stress non ne risente anche nella qualità del sonno? Nella società odierna si assiste ad una vita caratterizzata da un estremo dinamismo con continue richieste da soddisfare e ciò comporta una condizione di stress che, se perdura a lungo, può generare effetti deleteri sull’intero organismo. Tra le varie conseguenze derivanti dallo stress si riscontrano la perdita di sonno e la difficoltà di addormentarsi (Mesquita & Reimao, 2010; Pawlyk, Morrison, Ross, & Brennan, 2008), che a loro volta contribuiscono all’insorgenza di malattie cardiovascolari, depressione, ansia, obesità, ecc.

L’ octacosanolo come terapia per l’insonnia

A differenza degli effetti collaterali dei sonniferi, una ricerca del “International Institute for Integrative Sleep Medicine”, presso l’università di Tsukuba, ha dimostrato l’efficacia dell’octacosanolo nel ridurre lo stress e ripristinare il ciclo sonno – veglia. L’octacosanolo è una sostanza presente in diversi cibi (zucchero di canna, crusca di riso, olio di germe di grano, cera d’api, ecc.) che presiedono allo svolgimento di attività e funzioni biologiche, visto che ha effetto sul sistema nervoso centrale. Il suo estratto è il policosanolo, che è già stato utilizzato in passato per la cura di diverse patologie mediche.

Gli autori della ricerca hanno indagato l’effetto dell’octacosanolo su topi stressati e deprivati del sonno confrontandoli con topi sani.
I risultati hanno mostrato che tale sostanza non induceva il sonno nei topi sani ma in quelli stressati, riducendo la durata degli episodi di veglia. In più essa produceva un decremento dei livelli di un marker fortemente stressogeno (Andersen et al., 2005; Hairston et al., 2001; Dispersyn et al., 2017) nel plasma sanguigno: il corticostereone. Come previsto, anche la qualità del sonno dei topi risultava normalizzata; infatti, essi presentavano un sonno simile a quello naturale e fisiologico.

Alla luce di ciò, si può concludere che l’octacosanolo potrebbe essere utilizzato come terapia dell’insonnia causata dallo stress anche per gli esseri umani, poiché si tratta si una sostanza che è presente in cibi commestibili e che è utile al metabolismo lipidico e all’abbassamento del colesterolo.

Studi futuri dovrebbero confermare negli umani gli effetti sopra citati per gli animali, individuando non solo l’area cerebrale in cui l’octacosanolo agisce ma anche il meccanismo attraverso il quale consente di abbassare i livelli di stress.

EMDR: un metodo per rielaborare ricordi traumatici e perdite dolorose

L’ EMDR, attraverso i movimenti oculari, attiva il processo di rielaborazione dell’informazione traumatica e trasforma il materiale traumatico in una forma più adattiva e funzionale.

Marianna Palermo – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

Quando una persona vive un trauma psicologico, avviene uno squilibrio nel sistema nervoso e ciò fa sì che l’informazione acquisita al momento del trauma, comprese le immagini, i suoni, le sensazioni fisiche, vengano conservati a livello neurologico in uno stato disturbante.

L’ EMDR, invece, con i movimenti oculari, innesca un meccanismo che riattiva l’elaborazione dell’informazione e questo consente di raggiungere una sorta di autoguarigione psicologica. A seguito di una terapia di EMDR, infatti, i terapeuti affermano che le immagini, le emozioni e le cognizioni negative risultano più sfocate e meno disturbanti.

Per indicare il percorso effettuato con l’ EMDR si utilizza spesso la metafora del treno: “durante l’elaborazione accelerata, che ha luogo a ogni set, il treno procede verso l’altra stazione lungo la linea. A ogni plateau, o fermata, alcune informazioni disfunzionali vengono scaricate e altre informazioni adattive si aggiungono, proprio come i passeggeri che scendono a ogni fermata mentre altri salgono. Alla fine di una seduta di EMDR l’informazione target è completamente elaborata e il paziente raggiunge una risoluzione adattiva” (Shapiro, 2000). L’ EMDR, dunque, attraverso i movimenti oculari, attiva il processo di rielaborazione dell’informazione traumatica e trasforma il materiale traumatico in una forma più adattiva e funzionale.

Gli elementi di cui si compone una terapia con EMDR

Per poter avviare una terapia con EMDR è necessario innanzitutto individuare un target, che dovrebbe essere rappresentato da ricordi del passato, eventi recenti che attivano il disagio attuale ed eventi futuri associati al disagio attuale. È necessario, quindi, generalmente, procedere in senso cronologico partendo dai ricordi disturbanti del passato, procedendo con quelli del presente e anticipando quelli del futuro.

Una volta individuato il ricordo da cui partire, si chiede di individuare l’immagine peggiore dell’evento.

Si procede con l’individuazione della cognizione negativa che la persona ha sviluppato su di sé in relazione a tale ricordo; le cognizioni negative maggiormente riportate dai pazienti sono: non valgo, sono sbagliato, sono incapace, sono cattivo, non vado bene.. Identificare una corretta cognizione negativa è fondamentale in quanto l’ EMDR trasforma solo il materiale realmente inadeguato e disfunzionale, mentre quello veritiero non viene modificato (ad es. nel caso di una vittima di stupro la cognizione negativa “ero impotente” è probabilmente corretta in relazione all’evento, mentre la cognizione “sono impotente” può essere ristrutturata attraverso l’ EMDR in quanto non risulta più adeguata nel momento presente). La cognizione negativa, dunque, deve riferirsi a se stessi ed essere sostenuta nel presente.

A questo punto, viene identificata la cognizione positiva, ossia ciò che alla persona piacerebbe pensare di se stessa ripensando a quell’evento. Questa cognizione viene poi valutata sulla scala VOC a 7 punti, dove 1 significa “completamente falso” e 7 “completamente vero”. Identificare una cognizione positiva significa definire una visione alternativa del trauma.

Successivamente, vengono individuate le emozioni che la persona prova in questo momento ripensando all’ evento traumatico. L’intensità delle emozioni viene poi valutata sulla scala SUD, in cui 0 significa “nessun disturbo” e 10 “massimo disturbo”.

Infine, vengono chieste alla persona le sensazioni fisiche che sente nel corpo quando ripensa all’evento.

L’elaborazione dell’informazione traumatica con i movimenti oculari

Dopo aver definito i precedenti elementi in relazione al ricordo traumatico, si procede con i movimenti oculari, la cui distanza, velocità e direzione vengono adeguate al paziente. Ogni set generalmente consta dai 24 ai 36 movimenti bidirezionali; dunque, anche la durata di ogni set viene definita in base alla persona e a come risponde a questa fase di elaborazione. Dopo ogni set, si chiede al paziente un feedback per valutare le nuove informazioni, pensieri, immagini o emozioni che sono insorti durante il set.

Se l’elaborazione genera un’attivazione eccessiva, si può procedere con i movimenti verticali che hanno un effetto calmante. Anche nel caso in cui l’elaborazione risulti bloccata si può procedere variando la direzione dei movimenti, anche in direzione circolare o a forma di otto.

Se il paziente non tollera i movimenti oculari si può ricorrere a forme alternative di stimolazioni, tra cui i tamburellamenti sulle mani o gli stimoli uditivi alternati.

Le fasi del trattamento con l’ EMDR

La terapia con EMDR si compone di 8 fasi.

La prima fase consiste in un’approfondita anamnesi del paziente e nella definizione di un piano terapeutico. È opportuno verificare l’idoneità del paziente ad una terapia con EMDR, la stabilità personale, le risorse possedute. Se sono presenti impedimenti lavorativi o familiari che potrebbero ostacolare la continuità del percorso terapeutico sarebbe opportuno rinviare l’inizio dell’ EMDR.

La seconda fase è quella della preparazione del paziente al trattamento, durante la quale vengono spiegate la teoria e la procedura dell’ EMDR e i possibili disturbi che potrebbero insorgere sia durante l’elaborazione sia tra una seduta e l’altra. In questa fase è opportuno anche individuare delle tecniche di rilassamento che potrebbero essere efficaci in caso di eccessiva attivazione durante l’elaborazione.

La terza fase consiste nell’assessment e nella definizione degli elementi citati precedentemente (ricordo target, immagine peggiore, cognizione negativa, cognizione positiva, emozioni e sensazioni fisiche).

La quarta fase è quella relativa alla desensibilizzazione che avviene tramite i set di movimenti oculari e che si conclude solo quando il livello di SUD si riduce a 0.

La quinta è la fase dell’installazione e consiste nella ristrutturazione cognitiva e nell’installazione della cognizione positiva in relazione a tale evento traumatico. Si continua con i set per rafforzare la cognizione positiva finchè si raggiunge un punteggio di 7 sulla scala VOC.

La sesta fase consiste nella scansione corporea durante la quale si valuta se sono ancora presenti sensazioni corporee ripensando all’evento.

La penultima fase, ossia quella della chiusura, ha lo scopo di verificare lo stato di equilibrio del paziente e viene richiesto di compilare un diario in settimana nel caso in cui emergessero pensieri, sogni, immagini che potrebbero essere associati all’evento elaborato.

L’ultima fase viene effettuata la settimana successiva e consiste nella rivalutazione per verificare se in settimana sono insorti nuovi disturbi, emozioni o immagini disturbanti legati al ricordo iniziale.

La creazione del posto al sicuro

Prima di procedere con l’elaborazione di materiale traumatico, viene installato nel paziente il posto al sicuro, ossia si individua un luogo in cui la persona ha sperimentato una sensazione di benessere e di rilassamento. L’installazione di questo luogo può rappresentare un aiuto per ridurre l’attivazione emotiva nel caso di una seduta di elaborazione incompleta o per gestire eventuali disturbi che potrebbero insorgere tra una seduta e l’altra.

Anche l’installazione del posto al sicuro prevede 8 fasi:

  • Fase 1: il paziente identifica l’immagine di un posto al sicuro che gli genera una sensazione di calma e sicurezza.
  • Fase 2: si chiede al paziente di focalizzarsi sull’immagine e di percepire le emozioni e le sensazioni provate e dove queste sono localizzate.
  • Fase 3: il terapeuta ripete l’immagine del posto al sicuro e le emozioni che suscita nel paziente mentre quest’ultimo tiene gli occhi chiusi.
  • Fase 4: mentre il paziente richiama l’immagine e le sensazioni che prova si procede con alcuni set di movimenti oculari.
  • Fase 5: al paziente viene chiesto di identificare una parola chiave che possa evocare l’immagine e si procede con i movimenti oculari mentre il paziente lega l’immagine alla parola chiave.
  • Fase 6: il paziente viene istruito ad evocare automaticamente l’immagine e le sensazioni positive esperite.
  • Fase 7: il terapeuta potrebbe chiedere al paziente di pensare a qualcosa di minimamente disturbante, di notare le sensazioni negative provate e di riportare alla mente il luogo al sicuro per rimuovere le sensazioni negative.
  • Fase 8: il terapeuta chiede di riportare di nuovo alla mente un pensiero disturbante e di svolgere in autonomia l’esercizio precedente.

L’ EMDR nell’elaborazione del lutto

La perdita di una persona cara può essere considerata un’ esperienza traumatica. Sebbene l’essere umano sia predisposto a superare il dolore di una perdita, in alcune circostanze il processo di adattamento può bloccarsi e non consentire l’integrazione dell’evento luttuoso nella memoria (Shapiro, 2000).

L’elaborazione del lutto avviene principalmente attraverso 3 fasi: la prima è quella dell’evitamento, in cui il dolore è talmente forte che la persona è incapace di comprendere ciò che è successo e tende a negare l’evento; la seconda è la fase del confronto emotivo, in cui ci si confronta con la perdita e gradualmente se ne apprende l’impatto; l’ultima fase è quella dell’accomodamento, che prevede un adattamento alla nuova realtà senza dimenticare l’evento vissuto (Solomon, 2015).

Si parla di lutto complesso se emerge una compromissione o un mancato completamento di una delle fasi dell’ elaborazione del lutto. Solitamente quando manca una completa elaborazione dell’evento emergono due comportamenti caratteristici, che sono l’ evitamento di situazioni o aspetti legati alla perdita o l’aggrapparsi alla persona perduta senza lasciarla andare.

Le componenti alle quali l’ EMDR presta maggiore attenzione e che divengono oggetto di elaborazione durante il processo di desensibilizzazione attraverso i movimenti oculari sono appunto le emozioni, le sensazioni fisiche e le cognizioni associate all’evento luttuoso.

Le emozioni frequentemente esperite quando si vive un lutto sono la tristezza, la rabbia per aver perso la persona cara, la colpa se si teme di essere in parte responsabili della morte dell’altro o di non aver fatto abbastanza per salvarlo, l’ansia legata al timore di poter morire e l’impotenza.

Le sensazioni fisiche maggiormente associate al ricordo di un lutto possono essere: il vuoto allo stomaco, la stretta nel petto, la stretta alla gola, l’affanno, i muscoli indeboliti, la mancanza di energia o la bocca secca.

Le cognizioni frequentemente riscontrate in chi ha vissuto una perdita si riferiscono all’incredulità, alla confusione, alla sensazione di sentire la presenza della persona deceduta oppure possono comparire esperienze allucinatorie o illusorie.

Vi sono alcuni fattori che possono complicare l’ elaborazione di un lutto, che riguardano la modalità di decesso (morte improvvisa o inaspettata, morte violenta, decessi multipli, decessi ambigui..), il legame con la persona cara, la concorrenza con altri eventi stressanti, le caratteristiche legate alla personalità e alle strategie di coping.

L’ EMDR è una tecnica che può facilitare il passaggio per le diverse fasi di elaborazione del lutto, pur rispettando i tempi del paziente e senza eliminare i ricordi e le emozioni sane e adeguate legate alla perdita. Inoltre, può favorire il superamento di momenti di blocco e l’affiorare di ricordi positivi legati al rapporto con la persona cara.

Nella fase di anamnesi è opportuno raccogliere informazioni sulle circostanze del decesso, la natura della perdita, le reazioni al decesso sia da parte del paziente che di altri familiari, cosa è cambiato dopo la perdita della persona cara, il tipo di legame con la persona perduta. In questa fase è anche utile esplorare se ci sono state in passato altre esperienze dolorose, quale impatto hanno avuto sulla vita del paziente e come li vive nel presente. Nella concettualizzazione del caso è anche opportuno individuare i ricordi dolorosi del passato legati all’evento luttuoso, i triggers del presente che riattivano un certo grado di sofferenza ed eventuali situazioni future che potrebbero essere legate al lutto e che potrebbero riattivare emozioni dolorose.

Nella fase di preparazione è opportuno offrire al paziente un ambiente calmo e sicuro, stabilizzare il paziente, creare una buona relazione terapeutica, installare risorse e spiegargli come si procederà, preparandolo sulla possibile insorgenza in seduta di emozioni molto dolorose, che tuttavia è importante esperire e attraversare prima di raggiungere un maggiore equilibrio emotivo e psichico.

A questo punto si procederà con le fasi precedentemente descritte.

I target che vengono spesso utilizzati nel corso dell’ EMDR, riguardano il momento in cui è stata appresa la notizia, il funerale, immagini intrusive, immagini di incubi, aspetti legati alla responsabilità personale o alla propria mortalità.

L’ EMDR consente, quindi, di ristimolare il sistema bloccato e accelerare l’elaborazione della perdita, consentendo l’affioramento di emozioni sane. Non bisogna, tuttavia, dimenticare che ogni paziente ha i suoi tempi e che è importante accompagnarlo in questo percorso di elaborazione rispettando i suoi tempi e il suo dolore.

L’efficacia terapeutica dell’EMDR

Gli effetti terapeutici dell’ EMDR sono stati osservati già nei primi studi condotti negli anni ’90. Due studi di Brom e coll. (1989) in cui sono state condotte 15 sedute di desensibilizzazione e un lavoro di Foa e coll. (1991) hanno dimostrato l’efficacia della tecnica. Anche uno studio condotto da Forbes e coll. (1994) su soggetti affetti da Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) ha dimostrato l’efficacia dell’ EMDR solo dopo 4 sedute terapeutiche.

I primi studi sull’efficacia terapeutica dell’ EMDR sono stati condotti su vittime civili (Chemtob, Nakashima, Hamada, Carlson, 1996; Freund, Ironson, Williams, 1998; Lee e Gavriel, 1998…), sui reduci di guerra (Boudewyns e Hyer, 1996; Carlson e al., 1998..), su pazienti affetti da PTSD (Lazrove e coll, 2000; Grainger e al., 1997…) e hanno dimostrato come l’ EMDR favorisca una notevole riduzione della sintomatologia post traumatica.

Diverse reviews e studi meta-analitici anche più recenti dimostrano l’efficacia dell’ EMDR nel trattamento del Disturbo da Stress Post Traumatico (Maxfield, 2000; Shepherd, Stein, 2000). Ad esempio un recente studio del 2012 ha valutato l’efficacia clinica e neurobiologica dell’ EMDR in pazienti affetti da disturbo da stress post-traumatico. Tramite la risonanza magnetica cerebrale è stato valutato il quadro clinico dei pazienti e le volumetrie ippocampali in 29 soggetti con PTSD e 30 controlli sani. I pazienti sono stati trattati con EMDR e dopo tre mesi di psicoterapia sono stati rivalutati. I risultati indicano la scomparsa della diagnosi in tutti i pazienti che hanno terminato il percorso e in tutti è stato rilevato un incremento medio del 6% dei volumi ippocampali.

Questo dimostra come l’ EMDR non solo consenta una rielaborazione e reintegrazione degli eventi traumatici vissuti, ma abbia dei riscontri oggettivi anche a livello neurobiologico.

In un altro studio di Pagani del 2011 è stato utilizzato l’elettroencefalogramma per monitorare l’attivazione neuronale durante una sessione di EMDR. Lo studio ha descritto le attivazioni corticali dominanti durante la prima sessione di EMDR e durante l’ultima. Durante la prima sessione, la corteccia limbica prefrontale si attivava durante l’ascolto del testo autobiografico e durante i movimenti oculari bilaterali nella fase di desensibilizzazione dell’ EMDR. Durante l’ultima sessione l’attivazione prevalente si registrava nelle regioni corticali temporali, parietali e occipitali. Questo dimostra come anche a livello cerebrale sia possibile rilevare dei cambiamenti a seguito di una terapia con EMDR.

In uno studio di Hogberg del 2008, invece, venti soggetti con PTSD sviluppato in seguito a incidenti sul treno o aggressioni sul posto di lavoro, sono stati trattati con cinque sedute di EMDR. Ai pazienti sono state somministrate scale psicometriche e interviste diagnostiche prima del trattamento, dopo il trattamento, dopo otto mesi e dopo 35 mesi dopo la fine della terapia. Il follow up ha permesso di rilevare come i risultati riscontrati subito dopo il trattamento si mantengono nel tempo.

Gli studi anche recenti sull’ efficacia dell’ EMDR e il mantenimento dei risultati conseguiti anche nel follow-up dimostrano l’importanza di continuare ad investire nella ricerca e nell’ampliamento e perfezionamento della tecnica.

EMDR di gruppo: protocolli e possibilità applicative. Report dal seminario con Giada Maslovaric

Il 24 settembre si è tenuto a Milano presso l’hotel Michelangelo il seminario di Giada Maslovaric “ EMDR di gruppo: protocolli e possibilità applicative” organizzato dall’Associazione EMDR Italia. Giada Maslovaric, supervisore e facilitator EMDR, ha condotto un workshop ricco di stimoli con una calda professionalità caratterizzata da attenzione alle procedure tecniche e da una creatività che germoglia dalla sintonizzazione con il contesto.

 

Come nasce l’ EMDR di gruppo?

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) (Shapiro, 2001) è un noto trattamento evidence based raccomandato da numerose linee guida, ad esempio dall’American Psychiatric Association (2004), per la cura del PTSD.

Numerosi studi hanno inoltre riportato l’efficacia del trattamento EMDR per il PTSD esordito nello specifico in seguito a disastri naturali come l’Uragano Andrew, l’Uragano Iniki e il terremoto nella regione di Marmara in Turchia.

Nel 1997 l’uragano Pauline in Messico provoca 230-500 morti e 300.000 sfollati.
Questi sono i numeri che due terapeuti EMDR, Ignacio Jarero e Lucina Artigas, si ritrovano ad affrontare.

I membri della Mexican Association for Mental Health Support in Crisis sviluppano un protocollo per riuscire a far fronte a tale catastrofe. Nasce così EMDR-IGTP (Eye Movement Desensitization and Reprocessiong- Intergrative Group Treatment Protocol).
EMDR di gruppo è un intervento che “combina un protocollo di gruppo con una stimolazione bilaterale autosomministrata (abbraccio a farfalla) e usa le 8 fasi dell’EMDR” (Maxfield, 2008).

Secondo Maxfield (2008) in letteratura sono presenti studi che mostrano prove preliminari di efficacia e utilità di questo intervento come lo studio di Fernandez et al. (2004). L’autore inoltre riporta che EMDR-IGTP è risultato efficace in diverse occasioni e utilizzato per migliaia di sopravvissuti in tutto il mondo e allo stesso tempo che sono auspicabili in futuro studi randomizzati e prospettici.

EMDR-IGTP è stato poi anche adattato successivamente da Maslovaric e Fernandez (2015). Infatti in Italia, in seguito a disastri sia naturali sia provocati dall’uomo, l’EMDR di gruppo è stato implementato. Questo intervento è stato applicato a diversi livelli di esposizione all’evento traumatico e a differenti fasce d’età.

Quali sono le caratteristiche dell’ EMDR di gruppo (EDMR-IGTP)?

L’EMDR-IGTP ha diverse peculiarità.
Innanzitutto ci sono delle caratteristiche preliminari necessarie quali: l’analisi del contesto, l’analisi del bisogno emotivo e concettualizzazione e assessment ben strutturati.

Il trattamento con EMDR-IGTP mira a facilitare la gestione e l’elaborazione del materiale traumatico presente dopo l’evento, offrendo inoltre supporto e trattando il maggior numero di persone all’interno di un medesimo contesto.
Il trattamento è rivolto a gruppi di persone omogenee (Es. per età, per evento traumatico vissuto) o gruppi pre-esistenti all’evento (es. una classe).

E’ presente l’uso di una testistica ad hoc per la tipologia di gruppo e il protocollo è applicabile sia per l’età evolutiva che per l’età adulta.
All’interno di un gruppo sarà inoltre possibile, dove necessario, individuare chi potrebbe avere bisogno di un intervento individuale.
Infine tale protocollo è applicabile sia in fase acuta (0-3 mesi dall’evento) che in fase cronica (dopo i 3 mesi).

Durante il seminario vengono poi presentate le diverse declinazioni e specifiche del protocollo illustrate con esempi di esperienza sul campo. Vengono così mostrati i disegni delle elaborazioni e un filmato.

Alcuni esempi riportati riguardano l’ambito della psicologia dell’emergenza: l’intervento di maxi emergenza nelle zone del Centro Italia terremotate (es. Amatrice, Norcia, Amandola), l’intervento umanitario a favore di orfani siriani a Gaziantep, i gruppi nelle scuole per eventi traumatici (es. suicidio di un compagno di classe). Possono essere presenti inoltre gruppi per il trauma vicario.

Altri esempi ancora raccontano dell’applicazione di EMDR-IGTP al di fuori dell’ambito emergenziale portando l’esperienza di gruppi omogenei di persone come i caregivers di pazienti con diagnosi specifiche.

Viene mostrato lo studio preliminare di Passani et al. (2016) sui caregivers di pazienti con demenza.
Successivamente vengono presentati ulteriori progetti che riguardano genitori con difficoltà diverse: bambini con disabilità (Incerti A., Rossi F.), bambini sottoposti a intervento chirurgico per craniostenosi (Di Carlo S., Finocchiaro C.Y, Lemmo A.), bambini con lo spettro autistico (Gullo R., Maslovaric G., Renna A.).
Tali progetti e studi mostrano risultati preliminari incoraggianti che dovranno poi essere implementati in futuro.

Giada Maslovaric conclude il seminario sottolineando che per poter inserire in modo adeguato ed utile l’EMDR di gruppo risultano fondamentali: un ottimo assessment, l’analisi del contesto e obiettivi chiari e definiti.
Si chiude la giornata citando, a proposito dell’importanza e della forza del gruppo, la frase di John Miur “Non c’è un solo frammento isolato in tutta la natura, ogni frammento fa parte di un’unità armoniosa e completa”.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento: un approccio sistemico-relazionale

Le emozioni sono delle variabili fondamentali nel processo di apprendimento e devono essere tenute debitamente in conto nel percorso del bambino con Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

 

Introduzione: i Disturbi Specifici dell’Apprendimento oltre il potenziamento degli apprendimenti

Un errore che molto spesso viene commesso quando si parla del benessere in età evolutiva è quello di scindere le aree di vita del bambino. Ecco che così tutta la sfera dell’apprendimento diviene una problematica relativa al mondo scolastico, mentre i problemi emotivi ad essa connessi vengono trattati in famiglia. In realtà l’esperienza ci mostra che il quadro definito “Disturbo Specifico dell’Apprendimento – DSA” è molto più complesso e richiede una presa in carico che vada oltre il sistema di potenziamento degli apprendimenti. Infatti le emozioni sono delle variabili fondamentali nel processo di apprendimento e devono essere tenute debitamente in conto nel percorso del bambino con Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

Emozioni ed apprendimento

Nessun atto della vita psichica è caratterizzato da una scissione fra meccanismi cognitivi e meccanismi emotivi, infatti queste due funzioni operano contemporaneamente in ogni momento della nostra quotidianità. La stessa cosa vale per il processo di apprendimento. Ogni volta che un bambino apprende, accanto alle funzioni esecutive, alla memoria di lavoro, all’attenzione, inevitabilmente sperimenterà anche delle emozioni. Queste emozioni tracciano la memoria di ciò che si sta apprendendo ed è proprio per questo motivo ormai la ricerca ci dice che l’attivazione emotiva favorisce la memorizzazione. Infatti durante il processo di immagazzinamento delle informazioni nella memoria accade che le nozioni scaturite dai processi cognitivi vengono conservate nella memoria semantica, mentre invece la traccia emotiva che ha accompagnato quell’apprendimento finisce nella memoria autobiografica (Lucangeli, 2015).

Ciò ci porta a delle implicazioni non indifferenti: difficilmente il bambino si ricorderà degli errori che faceva, ma ricorderà l’emozione associata a questi errori (paura, confusione, impotenza). L’emozione, a differenza delle nozioni apprese, è tracciata nella memoria di sé e ciò influenzerà significativamente tutti gli apprendimenti successivi e l’atteggiamento del bambino nei confronti della scuola, infatti ogni volta che dovrà recuperare tali informazioni, nei circuiti della memoria verranno riattivate anche le emozioni ad esse associate.

Questo ciclo, ogni volta che si ripete, stabilizza la percezione del bambino di sé stesso come adeguato o inadeguato con ovvie conseguenze sullo sviluppo dell’autostima.

Cosa vuole comunicare la sintomatologia DSA alla famiglia?

Se le emozioni sono così importanti durante il processo di apprendimento esse assumono un ruolo di assoluto rilievo all’interno delle dinamiche familiari.

Cosa significa per la famiglia avere a che fare con un figlio con Disturbi Specifici dell’Apprendimento? I Disturbi Specifici dell’Apprendimento sfidano uno dei pilastri portanti della nostra società, ovvero la credenza per cui se un bambino è intelligente andrà bene a scuola. Inoltre, per molti genitori, la pronuncia della fatidica frase “mio figlio va bene a scuola” è sinonimo di buone competenze educative, di essere un buon genitore che segue il figlio.

Il primo giorno di scuola è un rituale che investe non solo il bambino, ma tutta la famiglia. L’ingresso nel mondo scolastico è accompagnato da una buona quota di ansia e di aspettative sia dal bambino, ma anche e soprattutto dalla famiglia.

Si pensi a quante coppie genitoriali si sentono in colpa quando viene loro comunicata la diagnosi del figlio, come se le difficoltà nel rendimento scolastico fossero una responsabilità alla quale non possono sottrarsi.

Dunque una diagnosi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento mette in crisi la famiglia da un punto di vista sociale, genitoriale e relazionale in quanto la relazione genitore-figlio avrà come perno sempre la scuola e poiché la frustrazione dei genitori può portare conflitto anche all’interno della coppia.

E’ interessante sottolineare anche il ruolo degli insegnanti e della scuola che, in questo contesto, diventano facili bersagli di malcontento e scarichi di responsabilità, operatori che oscillano fra l’estremo bisogno di aiutare il bambino in difficoltà e le richieste rigide del sistema scolastico che impone ritmi di apprendimento e di studio ben definiti e serrati.

Non a caso ciò che ci mette davanti la sintomatologia DSA è un messaggio che, immersi nella frenetica società di oggi, fatichiamo ad accettare: la lentezza. Sono bambini che, portatori di un ritardo di maturazione di determinati meccanismi, ci chiedono prepotentemente di rispettare i loro tempi, di riappropriarsi delle tempistiche evolutive, soggettive ed insindacabili. Sono bambini che chiedono e richiedono tempo e che ci invitano a rallentare e a staccare dai controlli ossessivi degli orologi e dei sistemi di valutazione.

Come una terapia familiare può essere d’aiuto?

Il quadro appena descritto appare connotato in maniera marcata dal conflitto. Non solo quello, classico, fra genitori e figli, ma anche quello all’interno della coppia, quello fra i genitori e l’istituzione scolastica, quello fra il bambino ed il gruppo di pari per il quale nutre un profondo senso di inferiorità ed inadeguatezza. All’interno di tutto questo la terapia familiare si inserisce primariamente come un facilitatore comunicativo, un rimando verso tutti i membri della famiglia del come stanno vivendo la situazione, non facile per nessuno, restituendo loro la legittima quota di frustrazione e sofferenza per la quale non devono sentirsi giudicati.

Il ruolo fondamentale è quello poi di ridurre il senso di non-accettazione esperito dal bambino, aiutarlo a comunicare le sue esigenze peculiari accompagnando i genitori in questo percorso di comprensione in cui saranno in grado di prendere consapevolezza di cosa è realmente e cosa comporta un Disturbo Specifico dell’apprendimento.

Contestualmente al lavoro sull’impotenza appresa del bambino si lavorerà anche sul senso di impotenza e di incompetenza dei genitori e sul loro ruolo educativo, riorganizzando spazi e tempi domestici in relazione ai bisogni specifici di tutta la famiglia, non solo del bambino. L’obiettivo primario sarà quello di restituire il bambino alla famiglia, spostando il focus dal deficit alle risorse, a ciò che di soddisfacente il bambino può dare, al tempo di qualità vissuto con i genitori in esperienze ludico-ricreative evitando la sgradevole sensazione del bambino di essere preso in considerazione solo per il rendimento scolastico e non per la sua individualità ed unicità.

Lavorando sugli ambiti di autonomia personale si darà così modo alla famiglia si respirare un’ aria diversa, che non sia incatenata a certi rituali come i compiti e le lotte per essere accompagnati a scuola.

In questa ottica i Disturbi Specifici dell’Apprendimento si configurano come una sfida da accettare con entusiasmo che trasforma le criticità in risorse per tutti i sistemi coinvolti, in un ascolto attivo e collaborativo nel quale ognuno può trovare il giusto spazio per sé e le proprie esigenze senza rimanere intrappolato dai numeri, che siano quelli dei voti o quelli sui quali scorrono le lancette dell’orologio.

Psicoterapia cognitiva della coppia. Dalla valutazione ai percorsi di intervento – Recensione

Psicoterapia cognitiva della coppia: Il manuale si suddivide in tre parti: la prima parte (capp. 1-5) più teorica, la seconda parte (capp. 6-8) più focalizzata sulle specifiche aree di intervento e la terza parte (capp. 9-12) maggiormente dedicata alle metodiche.

Alessia Offredi, Chiara Bellardi

 

Il libro di Vinai e Rebecchi: un importante contributo alla psicoterapia cognitiva della coppia

Il clinico che tratta coppie deve essere sapiente, forte, deciso, ma anche capace di risuonare in modo convincente con gli stati emotivi spesso caotici e urgenti che si trova ad affrontare”, afferma Sassaroli nel presentare il volume Psicoterapia cognitiva della coppia, 208 pagine edite da Edizioni Libreria Cortina Milano e curate da Daniela Rebecchi e Piergiuseppe Vinai.

E in effetti il compito dei terapeuti di coppia è decisamente arduo, perché se di solito si ha a che fare con un altro individuo, in questi casi i pazienti nello studio sono tre: i due partner e la loro relazione. Tre situazioni spesso complesse, ognuna con la propria storia e i propri bisogni, che chiedono di ricevere aiuto e supporto dalla stessa persona. Non facile farlo, figuriamoci spiegarlo. Forse anche per questo motivo mancava, nella letteratura di settore dedicata alla terapia cognitiva, un volume sulla coppia. E probabilmente per lo stesso motivo i curatori dell’opera hanno coinvolto numerosi colleghi, operanti nell’ambito o esperti di temi specifici, che hanno contribuito alla stesura del libro. Ne risulta un volume molto chiaro nei contenuti, che non si propone di illustrare nel dettaglio ogni tecnica (spesso già note al terapeuta di formazione cognitiva), ma che offre una struttura definita in cui orientarsi. Complice talvolta la domanda che la coppia porta in terapia, “Il rischio è che focalizzandosi soltanto su aree specifiche, si perda di vista la globalità della problematica, e si finisca per proporre soluzioni a macchia di leopardo, che non tengono conto del complesso intreccio psicorelazionale che sottostà a una difficoltà sessuale o genitoriale”.

La struttura e i contenuti del manuale “Psicoterapia cognitiva della coppia”

Il manuale si suddivide in tre parti: la prima parte (capp. 1-5) più teorica, la seconda parte (capp. 6-8) più focalizzata sulle specifiche aree di intervento e la terza parte (capp. 9-12) maggiormente dedicata alle metodiche.

Il primo capitolo (Pericoli, Rossi, Pasqualetti) passa in rassegna i modelli che nel tempo si sono occupati di formalizzare la terapia rivolta alla coppia. Dalla psicoanalisi all’approccio sistemico, fino ad approfondire le prospettive del panorama cognitivo-comportamentale, gli autori illustrano i passaggi principali avvenuti in quest’ambito, descrivendo l’evoluzione del target di trattamento.

Il secondo capitolo (Nigro, Mancioppi, Possi) affronta uno degli aspetti più difficili da gestire del setting: la relazione terapeutica. La tentazione di “tenere le parti” di uno dei due partner è uno degli aspetti che forse più preoccupano il terapeuta di coppia inesperto, ed è bene che un po’ di questo timore ci sia, per aumentare la vigilanza sui nostri segnali (verbali e non!). In questo capitolo troveremo indicazioni utili, con esempi tratti dalla pratica clinica, su come creare e mantenere una relazione terapeutica sufficientemente flessibile per poter lavorare con i “tre” pazienti, ma al contempo salda e capace di essere base sicura durante il percorso.

Il capitolo dedicato all’assessment e alla valutazione clinica (Rebecchi, Vinai, Boldrini) descrive ciò che accade nelle prime sedute di psicoterapia cognitiva della coppia e quali strumenti è possibile utilizzare in questa fase iniziale. Gli autori analizzano ogni passaggio: dalla richiesta iniziale, alla valutazione della motivazione, all’indagine delle teorie naïf, alla gestione di eventuali sedute individuali, fino ad arrivare alla restituzione. Vengono inoltre illustrate le situazioni in cui la psicoterapia cognitiva della coppia è controindicata, nonché gli elementi che rendono invece possibile procedere con una psicoterapia cognitiva della coppia.

Il quarto capitolo (Rebecchi, Vinai, Framba, Dadà, Gemelli, Sgambati, Boldrini) è dedicato ai percorsi psicoterapeutici e costituisce un compendio di target e interventi dedicati che costituiscono una vera e propria mappa in cui il terapeuta riesce a orientarsi e trovare le soluzioni più adatte alle problematiche che le coppie portano in studio. Nello specifico, vengono analizzati gli interventi rivolti alla modifica di comportamenti disfunzionali nella comunicazione, credenze patogene, emozioni negative e cicli interpersonali disfunzionali, con esempi mirati per ogni sezione. L’ottica integrativa e lo sforzo di sintesi (in senso etimologico) degli autori offre al lettore la possibilità di conoscere prospettive differenti, il cui utilizzo è spesso congiunto in terapia, specie da parte di clinici esperti che sanno adottare interventi diversi senza perdere di vista l’obiettivo e senza farsi trasportare dalla confusione che talvolta caratterizza le coppie problematiche.

Il quinto capitolo (Rebecchi, Caselli e Gemelli) illustra la concettualizzazione delle dinamiche relazionali di coppia attraverso il modello LIBET (Life Themes and Plans Implications of biased Beliefs: Elicitation and Treatment)) di Ruggiero, Sassaroli 2013. Viene proposta una concettualizzazione del funzionamento della coppia attraverso l’individuazione dell’interazione dei temi dolorosi di vita e soprattutto dei piani di vita di ciascun membro della coppia. Tali piani avrebbero una funzione difensiva rispetto al tema doloroso; essi infatti costituiscono “l’insieme degli scopi che l’individuo persegue a lungo termine, che gli consentono di dare una direzione, un senso e un ordine alla sua vita e cha va sotto il nome di self-directedness” (Ruggiero, Sassaroli, 2013). Spesso il motivo del disagio è riconducibile a una rottura del piano, che può avvenire per esaurimento o per invalidazione. Il trattamento consiste nel tentare di fornire alla coppia gli strumenti per individuare ed, eventualmente, flessibilizzare i propri piani. Attualmente i piani identificati dagli autori sono tre: prudenziale, prescrittivo o immunizzante. Nel capitolo sono portati diversi esempi di concettualizzazioni del funzionamento della coppia secondo il modello LIBET, con particolare attenzione ai piani. “Le rotture si verificano quando per eventi interni o esterni il piano di vita di un singolo individuo non è più soddisfacente e funzionale all’interno della coppia. Quando il piano del singolo è inflessibile e rigido, se invalidato, può rompersi. A volte distruggendo anche quello del partner, specialmente se anche questo lo era. […] Finché il piano di vita di coppia è funzionale al singolo, la relazione è “battagliera”, ma non così facile a rompersi. I piani di vita molto simili come tipologia e/o con una interazione fortemente complementare sono generalmente molto prudenziali o controllanti; questo li rende gratificanti a breve termine, ma alla lunga diventano frustranti, perché non arricchiscono l’individuo nel raggiungimento di nuovi scopi”.

Psicoterapia cognitiva della coppia: come trattare i disturbi sessuali e le difficoltà legate alla genitorialità

Con il sesto capitolo dedicato alla domanda sessuologica (Giuri, Rebecchi) si apre la seconda parte, più incentrata sulle specifiche aree di intervento. Le autrici sintetizzano in poche pagine una panoramica che va da un’analisi puntuale dell’inquadramento nosografico secondo il DSM 5 dei disturbi, all’accoglimento della domanda, alla riformulazione della specifica problematica come “sofferenza appartenente alla coppia” e non al singolo, con la comprensione della stessa all’interno dei sistemi di credenze e scopi. Le autrici invitano a lavorare tenendo presente il triplice livello comportamentale, cognitivo e relazionale, cercando di creare dei nessi tra il funzionamento attuale, la storia della coppia e la storia di attaccamento dei singoli individui. Vengono inoltre date indicazioni sugli elementi oggetto del contratto terapeutico: definizione della situazione, degli obiettivi, degli strumenti, del rapporto con il terapeuta. Le autrici forniscono altresì alcuni criteri utili ad individuare quando sia raccomandabile un intervento di terapia sessuologica mansionale, una psicoterapia cognitiva della coppia e/o una psicoterapia individuale. In particolare le autrici asseriscono che “il trattamento della coppia che porta un sintomo sessuale è volto ad aiutare i partner a formulare alternative alle loro modalità di lettura della realtà, a pensare e a metter in atto strategie di soluzione più efficaci alla luce della nuova modalità di leggere e dare significato alla loro sessualità e alla loro vita di relazione sessuale […]. Nel concordare con la coppia un contratto terapeutico è fondamentale che si ridefinisca il problema in termini di “sofferenza appartenente alla coppia” […]. La versione di ognuno è volta alla protezione dell’idea di sé, quanto più questa è rigida, tanto più si faticherà alla ricostruzione che tenga conto invece di entrambi i punti di vista, che ne valorizzi il significato, consentendo una maggiore libertà di costruzione di se stessi, abbandonando la poco sana rigidità […]. La terapia in tal senso dovrebbe aumentare i gradi di libertà con cui il soggetto costruisce se stesso al fine di una costruzione che permetterà attraverso questa esperienza, non solo di progettare un futuro diverso, ma anche di rivedere un passato diverso”.

Il settimo capitolo (Querci) oltre a proporre una meta-analisi della letteratura sul tema della genitorialità in termini di funzioni genitoriali, si concentra sull’assessment, sulla condivisione e sull’alleanza terapeutica. Inizialmente vengono prese in considerazione le funzioni genitoriali (protettiva, affettiva, regolativa, normativa, predittiva, significante, rappresentativa e comunicativa, triadica e transgenerazionali) e i costrutti della genitorialità secondo quanto riportato nel 2009 dall’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna (adattabilità, empatia, riflessibilità, regolazione, organizzazione, partecipazione, vitalità, qualità della relazione, cogenitorialità, intersoggettività). In seguito vengono prese in considerazione le varie situazioni che possono arrivare all’attenzione del clinico: il figlio ha nuovi bisogni, il figlio ha delle difficoltà ma i genitori non sanno come gestirle, il figlio manifesta un disturbo diagnosticabile, sottolineando l’importanza della interpretazione della problematica e degli obiettivi. In seguito la coppia genitoriale viene invitata ad utilizzare lo strumento dell’analisi funzionale: “i genitori devono riportare la situazione attivante, il comportamento problematico del figlio e le conseguenze emotive e comportamentali del figlio e di loro stessi” (Ruggiero, Sassaroli, 2013). Il coinvolgimento dei genitori può essere di tre tipi: facilitatore, co-terapeutico, come clienti. Si dedica attenzione agli interventi di parent-training e di coping-power.

Nell’ottavo capitolo (De Rosa) viene proposta una meta-analisi della IPV (Intimate Partner Violence), ovvero della violenza di genere all’interno della coppia. Viene offerta una panoramica delle tipologie di violenza (fisica, psicologica e materiale) e della diffusione del fenomeno in maniera trasversale sia in termini geografici che sociografici, con le seguenti specificità secondo il rapporto redatto nel giugno del 2013 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sulla base di uno studio condotto in 161 paesi: “la violenza fisica o sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo (35%) e la violenza domestica inflitta dal partner ne è la forma più comune (30%). Nel mondo la prima causa di morte violenta di donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio a opera di persone conosciute”. Vengono poi prese in esame l’importanza delle conseguenze degli abusi sulle donne in termini di conseguenze fisiche e psicologiche sulle donne stesse e sui figli. Infine vengono analizzati gli approcci dei diversi orientamenti alla questione: cognitivo-comportamentale, psicodinamico e profemminista. In particolare si sottolinea l’importanza del focalizzare l’intervento sull’uomo violento (perpetrator) piuttosto che sulle caratteristiche della vittima. Si fa riferimento al modello Duluth, proposto negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta e al modello ATV proposto in Norvegia. Mentre il protocollo Duluth di matrice cognitivo comportamentale si focalizza su aspetti specifici (responsabilizzazione dell’autore, stereotipi di genere, empatia, skill-training sulla comunicazione), l’intervento scandinavo si caratterizzerebbe per essere meno strutturato e per tenere maggiormente in considerazione gli aspetti emotivi individuali e la storia di vita del perpetrator.

Le metodiche di intervento della psicoterapia cognitiva della coppia

Con il nono capitolo (Rebecchi, Chiappelli) si apre la terza parte dedicata alle metodiche di intervento. Viene preso in esame l’utilizzo dell’ABC, “il paradigma di analisi di base nella psicoterapia cognitiva. L’ABC è un’espressione ideata da Albert Ellis, ed è un acronimo in cu A sta per antecedente; B per pensieri, C per emozioni e comportamenti”. Vengono poi riferite le domande proposte da Dryden per completare lo schema su tre colonne: qual era la situazione in cui il problema si è manifestato? Cosa ha provato? Cosa ha fatto? Che cosa le passava per la mente in quel momento?

Nel decimo capitolo (Chiappelli, Boldrini) viene spiegato come utilizzare nella psicoterapia cognitiva della coppia lo strumento del genogramma, introdotto da Murray nel 1979. “Ripercorrere la storia familiare in una prospettiva “intergenerazionale” aiuta a comprendere il legame tra questa e la propria storia personale e a riconoscere l’influenza delle modalità relazionali delle famiglie d’origine sulle proprie dinamiche di coppia. Il genogramma può altresì contribuire a portare alla luce segreti familiari a lungo taciuti”. Vengono fornite le istruzioni per compilare lo stesso, al fine di facilitare l’emergere delle dinamiche agonistiche o cooperative strutturatesi nel tempo. Le autrici asseriscono che “nella terapia di coppia è particolarmente indicato “ingrandire l’angolo di osservazione”, legando insieme i due genogrammi, e collegando in questo modo le famiglie dei partner”.

Nell’undicesimo capitolo (Vinai e Speciale), viene descritta la Self- Mirroring Therapy, che si avvale dell’utilizzo di una telecamera per riprendere la persona in due momenti: nel filmato n° 1 la persona viene ripresa durante una seduta di terapia, mentre nel filmato n° 2 la persona viene ripresa mentre guarda la videoregistrazione. Il terapeuta dedica particolare attenzione a far emergere le congruenze e le incongruenze. Nel capitolo viene presentato il background neurofisiologico ed in seguito il protocollo clinico. Gli autori riportano che “un recente studio (Sel, Forster, Calvo-Merino, 2014) ha riscontrato che la visione di volti emozionati induce una più precoce attività nelle regioni somato-sensoriali cerebrali rispetto alla visione di volti con espressioni neutre”.

Nel dodicesimo capitolo (Pasqualetti, Pericoli, Rossi) vengono passati in rassegna i questionari e le scale diagnostiche che è possibile utilizzare a seconda delle aree di maggior interesse, solitamente individuate tra le seguenti: soddisfazione relazionale, comunicazione, credenze, sessualità, abusi/violenze, psicopatologia.

Gli autori concludono asserendo che: “Il modello di terapia che abbiamo descritto in questo volume vuole essere uno strumento quotidianamente applicabile e flessibile, che accompagni nel suo lavoro quotidiano il clinico che già si occupa di terapia di coppia e che stimoli a interessarsene altri cognitivisti che ancora non lo fanno. La nostra speranza è di aver stimolato ricerche di esito e di processo che possano chiarire quali modalità terapeutiche siano più indicate per ciascun tipo di coppia e per ogni dinamica relazionale disfunzionale”.

 

Disapprendere l’ansia attraverso la stimolazione magnetica transcranica (TMS)

Oltre ai trattamenti psicoterapeutici, esistono quelli farmacologici e quelli che agiscono sui network neurali (Bajbouj, & Padberg, 2014), come la stimolazione magnetica transcranica (TMS). Rispetto a questi ultimi, l’idea è quella di indagare la fisiopatologia dei disturbi d’ ansia per comprendere i meccanismi neurali che facilitano l’estinzione della risposta di paura a seguito dell’esposizione allo stimolo ansiogeno.

 

La stimolazione magnetica transcranica per il trattamento dei disturbi d’ansia

I disturbi d’ansia rappresentano una delle più diffuse tra le patologie mentali e a volte può debilitare i pazienti al punto da ostacolare la loro vita quotidiana. Evidenze dimostrano che il trattamento più idoneo per tali disturbi è la terapia cognitivo – comportamentale (CBT).

Oltre ai trattamenti psicoterapeutici, però, esistono quelli farmacologici e quelli che agiscono sui network neurali (Bajbouj, & Padberg, 2014), come la stimolazione magnetica transcranica (TMS). Rispetto a questi ultimi, l’idea è quella di indagare la fisiopatologia dei disturbi d’ansia per comprendere i meccanismi neurali che facilitano l’estinzione della risposta di paura a seguito dell’esposizione allo stimolo ansiogeno (Vervliet, Craske, & Hermans, 2013).

Da ricerche effettuate sia su animali che su umani emerge che un’area rilevante per l’estinzione della risposta a uno stimolo condizionato, quindi anche per disapprendere l’ansia, è la corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC) (Guhn, Dresler, Hahn, Muhlberger, Strohle, Deckert, et al., 2012).

Uno studio recente, effettuato dal dipartimento di psicologia clinica dell’università di Wurzburg, ha cercato di aumentare l’efficacia della terapia cognitivo – comportamentale per i disturbi d’ansia combinandola con l’utilizzo della stimolazione magnetica transcranica. Come sappiamo, l’ansia può essere legata a svariate situazioni ma i ricercatori si sono soffermati sull’acrofobia (paura per le altezze elevate) di 39 soggetti. Il metodo di ricerca consisteva nella stimolazione della vmPFC attraverso stimolazione magnetica transcranica per 20 minuti durante una terapia di tipo espositivo in una realtà virtuale (VRET). La realtà virtuale consentiva di elicitare le stesse risposte di quella reale, poiché le persone avvertivano comunque la paura, nonostante sapessero che non erano effettivamente in pericolo.

I risultati della ricerca hanno dimostrato che la stimolazione del lobo frontale consente di inibire la paura contribuendo ad ampliare i dati riguardanti i processi di estinzione dell’apprendimento non solo in soggetti sani ma anche in quelli fobici. Dunque, combinando la stimolazione magnetica transcranica con una terapia espositiva e cognitivo comportamentale, i pazienti fobici migliorano più facilmente e velocemente. Gli sviluppi futuri di tale studio potrebbero riguardare la validazione di questo intervento per altre forme di ansia, come la fobia sociale, il disturbo d’attacco di panico o quello d’ansia generalizzata.

Oltre l’aspetto ludico: Pokémon Go tra captologia, tecnologia positiva e intelligenza emotiva

Il fenomeno Pokémon Go, dalla sua comparsa negli store Android e Apple, si è diffuso in maniera notevole in tutto il globo. Il target a cui fa riferimento non riguarda esclusivamente una sola fascia d’età, ma varia. Bambini, ragazzi e adulti sono tutti presi da questa apllicazione. Ma qual è il motivo per cui questo videogioco a realtà aumentata ha così successo? E poi, può Pokémon Go, essere anche usato a fini non solo videoludici?

Lazzeri Marco

 

Nel cercare di rispondere a tali quesiti proverò ad avvalermi di diverse argomentazioni quali: la psicologia sociale, la captologia, la psicologia positiva nonché il contributo del Web e della letteratura scientifica su temi come i  videogiochi o la realtà virtuale.

Infine, quale ultimo contributo personale, cercherò di ipotizzare come Pokémon Go possa essere utile allo sviluppo dell’intelligenza emotiva dei giocatori.

Pokémon Go: la Realtà aumentata

Tutti noi, forse tranne qualche eccezione, conoscono il fenomeno di Pokémon Go. Dalla sua comparsa  nei principali store per smartphones (Apple e Android), questa applicazione si è diffusa a macchia d’olio in tutto il globo. Ancora adesso, mentre sto scrivendo, se ne continua a parlare. La televisione, i canali social, i giornali ed il Web continuano a bombardarci di informazioni su tale applicativo, sia nel bene che nel male.

Ma che cos’è poi alla fine Pokémon Go? Per chi non lo sapesse, Pokémon Go, non è altro che un videogioco. Un videogioco a realtà aumentata. Per realtà aumentata o realtà mediata dall’elaboratore (in inglese augmented reality, abbreviato “AR”), si intende l’arricchimento della percezione sensoriale umana mediante informazioni, in genere manipolate e convogliate elettronicamente, che non sarebbero percepibili con i cinque sensi. Gli elementi che “aumentano” la realtà possono essere aggiunti attraverso un dispositivo mobile, come uno smartphone, con l’uso di un PC dotato di webcam o altri sensori, con dispositivi di visione (per es. occhiali a proiezione sulla retina), di ascolto (auricolari) e di manipolazione (guanti) che aggiungono informazioni multimediali alla realtà già normalmente percepita.

Nella realtà virtuale (VR), le informazioni aggiunte o sottratte elettronicamente sono preponderanti, al punto che le persone si trovano immerse in una situazione nella quale le percezioni naturali di molti dei cinque sensi non sembrano neppure essere più presenti e sono sostituite da altre. Nella realtà aumentata (AR), invece, la persona continua a vivere la comune realtà fisica, ma usufruisce di informazioni aggiuntive o manipolate della realtà stessa. La distinzione tra realtà virtuale e realtà aumentata è peraltro artificiosa: la realtà mediata, infatti, può essere considerata come un continuo, nel quale realtà virtuale e realtà aumentata si collocano adiacenti e non sono semplicemente due concetti opposti. Dopotutto la realtà aumentata, non è altro che una “realtà mista”, nata dall’intuizione di fondere la realtà virtuale con le ambientazioni reali.

La Psicologia dei Videogames

Sebbene Pokémon Go sia un videogame così caratteristico, rimane dopotutto pur sempre un videogioco. Di videogiochi ne esistono forme e tipologie estremamente diversificate e costantemente soggette a trasformazioni ed implementazioni. Sarebbe troppo riduttivo pensare al videogioco solo come una forma di semplice intrattenimento (Bittanti, 2004) e basta. Si rischia di non coglierne il reale significato e valore d’uso. Sono sempre più numerosi i titoli utilizzati a fini formativi o a supporto dei processi di apprendimento. Inoltre, in forte crescita vi sono anche i videogiochi che hanno come obiettivo la promozione del benessere psicologico e fisico delle persone.

Ne sono un esempio i conosciuti Wii Sports e WiiFit della Nintendo nati per promuovere un utilizzo del corpo divertente e utile per bruciare calorie, o il conosciuto (in ambito statunitense) Virtual Iraq per curare i reduci di guerra dal Disturbo da stress Post Traumatico. Tale videogioco è statao creato ad hoc per l’occasione e, basato sul videogame Full Spectrum Warrior, fa rivivere ai reduci il conflitto bellico che li ossessionava in forma virtuale nonché sicura nel medesimo momento.

Attualmente giocare ai videogiochi non comporta più una modalità esclusivamente univoca: videogioco non è più accessibile soltanto dal computer di casa, ma anche su altre piattaforme elettroniche, invadendo console grandi e piccole, fisse e portatili, ma soprattutto smartphone e tablet.

Quando parliamo o abbiamo a che fare con i videogiochi, non possiamo non ricadere (ma questo non vale per tutti) in considerazioni a sfondo negativo. Le rappresentazioni maggiormente condivise sono le seguenti:

  • “Videogiochi violenti, persone violente”: il videogioco come strumento che influenza le emozioni assieme al comportamento. Questa concezione sostiene che i comportamenti osservati all’interno dei videogiochi ed agite da personaggi interpretati o incontrati, possano essere riprodotti nella realtà. Ne derivano conseguenze negative se consideriamo che moltissime delle azioni e degli atteggiamenti presenti nei videogame sono moralmente riprovevoli o pericolosi. Quale potrebbe essere un esempio calzante se non il conosciuto (soprattutto dai giovani gamers) Grand Theft Auto, o GTA?.
  • Smettila di giocare ai videogiochi ed esci un po’!”: il videogioco come qualcosa che isola e impigrisce. Quanto spesso ci capita di essere così rapiti da ciò che accade sullo schermo da dimenticarci, anche per lunghe ore, di tutto il resto? Ne può derivare una preoccupazione sia a livello fisico che sociale. Nel primo caso, il videogioco è visto come qualcosa che impigrisce, che ti obbliga a stare fermi e che, in relazione ad esso, può portare a condotte scorrette dal punto di vista alimentare, motorio e igienico. Nel secondo caso invece può emergere l’idea di un ritiro sociale, quasi come se si preferisse relazionarsi ai personaggi fittizi del gioco piuttosto che le persone reali.
  • Molto meglio un buon libro!”: il videogioco come strumento che dissocia dalla realtà. Questa concezione attribuisce al videogioco la pericolosa capacità di sostituirsi all’esperienza reale, imprigionando l’utente in mondi fantastici che, nei casi più estremi, non sarebbe più in grado di distinguere dalla realtà.

La Captologia

Come già accennato all’inizio dell’articolo esistono però anche videogiochi che, alla luce di obiettivi pedagogici, psicofisici e formativi possono influenzare positivamente il comportamento delle persone. E questo, avviene soprattutto in funzione del loro forte potere “persuasivo”. Da qui la mia scelta, ed il mio interesse, di parlare di Pokémon Go. Ma procediamo con ordine. Per chi non lo sapesse la captologia, e qui Wikipedia ci aiuta, è lo studio dei computer (sia a livello hardware che software) come tecnologie persuasive. Questa recente area d’indagine esplora lo spazio di confine tra persuasione (influenza, motivazione, cambio di comportamento e così via) e tecnologia del computer.

Ciò comprende la progettazione, la ricerca e l’analisi dei prodotti informatici interattivi, come il Web, il software per computer, apparecchi specializzati, etc., creati allo scopo di cambiare gli atteggiamenti o i comportamenti delle persone. B.J. Fogg, direttore del Laboratorio di Tecnologia Persuasiva della Stanford University, ha coniato il termine “Captologia” nel 1996, derivandolo dall’acronimo “Computers As Persuasive Technologies = CAPT”. Il campo della captologia, dove l’arte della persuasione e la scienza dei computer si sovrappongono, sta crescendo rapidamente: ogni giorno nuovi prodotti informatici, inclusi siti web e applicazioni mobili, sono progettati per cambiare ciò che le persone pensano e fanno. I social network ad esempio, come Facebook e Twitter, sono ormai dei potenti mezzi di persuasione di massa.

La persuasione, nel senso della captologia, si riferisce a qualsiasi tentativo atto a provocare “intenzionalmente”, tramite l’interazione uomo-macchina, un determinato cambiamento  “volontario” nelle idee e nei comportamenti, senza far uso di inganno o coercizione. In tal senso, sono esclusi dal campo di indagine della captologia quei cambiamenti che, pur avvenendo a seguito dell’interazione uomo- macchina, non sono stati voluti e intenzionalmente pianificati dal progettista.

Cosa c’entra però Pokémon Go con la captologia? Tralasciando il principio ispiratore del gioco, i dispositivi portatili, ed i software ad essa correlati, offrono un’opportunità unica per la persuasione.

La ragione più ovvia e convincente di questo è il fatto che tali apparecchi rimangono a stretto contatto con l’utente durante tutta la giornata. Questa costante presenza dà luogo a due fattori che contribuiscono a creare opportunità di persuasione, i quali vengono definiti da Fogg stesso, come il fattore “kairos” e “il fattore comodità”.

L’ origine del kairos risale all’ antica Grecia. Gli antichi greci avevano due parole per indicare il tempo, vale a dire chronos e kairos. Mentre la prima si riferisce al tempo cronologico e sequenziale, la seconda significa “un tempo nel mezzo”, un istante o momento “giusto” in cui si verifica un evento significativo.

Fogg teorizzò sul kairos che:”i sistemi portatili del futuro saranno in grado di identificare il momento opportuno e ci influenzeranno in maniera più efficace di quanto non facciano oggi. Quando saranno in grado di conoscere l’obiettivo dell’utente, le sue abitudini, l’ubicazione e l’attività del momento, questi sistemi mobili saranno in grado di determinare quando il soggetto è maggiormente predisposto ad essere persuaso attraverso forme di promemoria, suggerimenti o simulazioni“. Quanto detto fino ad ora, può però essere in qualche misura correlato al prodotto della Niantic? Ebbene si. Ci sono troppi fattori che confermano la presenza del principio del Kairos in Pokémon Go.

Uno tra tutti, ma forse è quello più evidente (e per alcuni però non così intuibile immediatamente) consiste nel vedersi spuntare fuori all’improvviso i pokémon durante la propria ricerca. Il “suggerimento” dato dalla comparsa del pokémon mentre esploriamo le diverse zone territoriali, è a tutti gli effetti parte integrante del Kairos. La conseguenza di ciò, è un aumento del potere persuasivo del gioco.

Non c’è però solo questo aspetto evidente di Pokémon Go da considerare a proposito del Kairos, ma bensì anche altri. Un ‘altro esempio sono le notifiche che compaiono qualora il segnale del GPS non sia rilevato, o la rilevazione stessa del nostra persona sulla “mappa” virtuale mentre stiamo giocando.

Vi sono poi anche le notifiche che ci vengono chieste a inizio gioco sui dispositivi Apple dopo la sua installazione. Il messaggio che ci compare, successivamente al suo primo avvio, è il seguente: “Pokémon Go vorrebbe inviarti delle notifiche. Le notifiche (che possiamo tuttavia accettare o meno), possono includere avvisi, suoni, badge icone configurabili in Impostazioni”. Tutti questi “segnali” ed accorgimenti aumentano la persuasione, in questo nostro caso, del videogioco a realtà aumentata.

Dopo il kairos, un altro elemento da tenere in considerazione, riguarda il fattore comodità. La tecnologia mobile facilita l’interazione uomo-macchina, intensificando ulteriormente il potenziale per la persuasione. Il dispositivo mobile è praticamente sempre a portata di mano e risponde nell’immediato, senza tempi di attesa lunghi (salvo imprevisti dovuti alla tecnologia hardware o software) per caricare o scaricare informazioni. Le esperienze interattive a cui è facile accedere, anche solo con un clic sul proprio dispositivo, hanno maggiori opportunità di persuasione.

A rafforzare tale principio troviamo altri due fattori, che in relazione al fenomeno di Pokémon Go, avvalorano quanto vi ho detto finora. Tali fattori sono definiti come il principio della semplicità mobile, il principio del confronto sociale e il principio della competizione. La semplicità mobile molto rapidamente afferma che qualunque applicazione, se facile da usare, avrà un maggiore potenziale persuasivo.

Il confronto sociale invece sottolinea come le persone saranno maggiormente motivate a tenere un determinato comportamento se possono paragonare la loro performance con quella degli altri, in particolare con quella di altri soggetti simili a loro. In ultimo, il principio della competizione chiarisce come la tecnologia informatica può motivare gli utenti ad assumere un determinato atteggiamento o comportamento, sfruttando la naturale tendenza delle persone ad essere competitive.

Come possono tuttavia essere applicati a Pokémon Go tutti questi principi precedentemente descritti (comodità, semplicità mobile, confronto sociale e competizione)? Ebbene, se ci riflettiamo sopra, notiamo che (a parte problematiche dovute a server down o difficoltà legate all’hardware del proprio dispositivo mobile) interagire con il software della Niantic è facile e immediato. Basta letteralmente un solo click per catturare i Pokémon e, accedere al videogioco, avviene davvero rapidamente. Catturare poi i Pokémon e collezionarli tutti, è diventato un obiettivo che ciascun giocatore vuole portare a termine e nel farlo, tende a competere con altri suoi coetanei o pari. A consolidare poi la competizione c’è il confronto dei Pokedex. Quanti ne hai catturati tu? Quanti ne ho catturati io? Ogni Pokémon catturato fa salire di punteggio del giocatore che può formare e potenziare a sua volta i Pokémon per le battaglie future.

Gli upgrade futuri promessi dalla casa sviluppatrice del gioco, uno tra tutti l’inserimento di ulteriori nuovi Pokémon (tra cui i rari), comporterà un considerevole aumento persuasivo del gioco.

La captologia dietro il fenomeno di successo della Niantic, è anche avvalorato non solo dalla teoria, ma anche da fatti e dati concreti. È il caso di Tom Currie, un 24enne neozelandese che ha deciso che le ore libere non gli bastavano più. E per questo motivo ha abbandonato il proprio lavoro. Società come SimilarWeb, nate per l’analisi dei dati, hanno mostrato come gli utenti del gioco si colleghino in media 33 minuti ogni giorno. In poche parole, gli americani ne sono ormai ossessionati. Informazioni poi diffuse da poco in rete da Sensor Tower confermano che il livello di download totali dell’applicazione Niantic, dopo aver solo da poco superato la soglia dei 50 milioni di download su Android, ha toccato già quota 75 milioni. Il titolo Niantic, inoltre, si è poi aggiudicato il record di “titolo più veloce” ad aver raggiunto la soglia dei 50 milioni di download, con largo anticipo rispetto a Color Switch, seconda app presente nella classifica pubblicata da Sensor Tower.

La Tecnologia Positiva

Terminando la parte riguardante la captologia, cercherei ora di includere Pokémon Go tra le tecnologie positive.

Nella storia dell’interazione uomo-computer è possibile identificare un trend costante: rendere l’interazione con i nuovi media il più possibile simile a quella che ciascuno di noi ha all’interno di un ambiente reale. E questo ha reso i contenuti tecnologici sempre più delle esperienze aumentandone l’impatto sulla vita quotidiana delle persone. In che modo però questa trasformazione può essere utile al benessere delle persone? Come riuscire ad utilizzare la dimensione esperienziale della tecnologia per promuovere la crescita personale e sociale?

Il tentativo di offrire una risposta a queste domande viene da una disciplina emergente, la «Tecnologia Positiva» (TP), che può essere definita come (Riva, Banos, Botella, Wiederhold, & Gaggioli, 2012) “un approccio scientifico applicativo che usa la tecnologia per modificare le caratteristiche della nostra esperienza personale – strutturandola, aumentandola o sostituendola con ambienti sintetici – al fine di migliorare la qualità della nostra esperienza personale, e aumentare il benessere in individui, organizzazioni e società”. Peraltro, le TP si poggiano sul diverse tecnologie esperienziali: smartphone e tablet, serious gaming, realtà virtuale e augmented reality.

La Psicologia Positiva può suggerirci come sviluppare sistemi e applicazioni tecnologiche che favoriscano emozioni positive, promuovano la crescita personale e offrano un contributo allo sviluppo sociale e culturale. Martin Seligman, considerato un pioniere del movimento della Psicologia Positiva, ha identificato “tre pilastri” della vita positiva nel suo libro “Authentic Happiness” (M. E. P. Seligman, 2002):

  • la vita piacevole (the pleasant life), raggiungibile attraverso l’esperienza di emozioni positive;
  • la vita coinvolgente (the engaged life), raggiungibile attraverso il coinvolgimento in attività appaganti e soddisfacenti e l’utilizzo delle proprie abilità e talenti;
  • la vita piena di significato (the meaningful life), raggiungibile attraverso la partecipazione ad attività mirate ad obiettivi più ampi di quelli individuali.

Più recentemente, Seligman ha introdotto il modello PERMA, acronimo dei cinque pilastri del benessere: emozioni positive, coinvolgimento, relazioni sociali, significato e realizzazione (M. E. P. Seligman, 2011). In linea con questa prospettiva, Keyes e Lopez hanno proposto che il funzionamento positivo è dato dalla combinazione di tre alti livelli di benessere: quello emotivo, psicologico e sociale (Keyes & Lopez, 2002).

A partire da queste riflessione la Tecnologia Positiva a sua volta si suddivide in tre diverse aree:

  • Tecnologie Edoniche: le tecnologie usate per indurre esperienze positive e piacevoli;
  • Tecnologie Eudaimoniche: le tecnologie usate per aiutare gli individui nel raggiungimento di esperienze coinvolgenti e auto-realizzanti;
  • Tecnologie Sociali/interpersonali: le tecnologie usate per aiutare e migliorare l’integrazione sociale e/o le connessioni sociali tra individui, gruppi e organizzazioni.

I Benefici di Pokémon Go

Un articolo apparso su Panorama.it del 14 luglio 2016 ci da una mano nel confermare quanto vi sto dicendo. L’articolo ci riporta una riflessione del dottor John Grohol, esperto nello studio dell’impatto della tecnologia sul comportamento umano, sulla salute mentale e fondatore del fondato Psych Central, il più grande network su internet che contiene ricerche, spunti materiale di supporto sui disturbi psichici.

Ecco uno stralcio di quanto viene riportato: “La sfida, per chi è depresso, è aumentare i livelli motivazionali per uscire di casa, fino a quel momento inesistenti. Ci sarebbe bisogno di andare fuori e respirare un po’ di aria pulita, magari farsi una doccia o un bagno. Sembrano cose stupide ma sono estremamente difficili da affrontare per chi è ansioso o è depresso. Per questo credo che l’impatto del gioco possa davvero portare a notevoli benefici”. Continua ancora lo stesso Grohol: “ “La scienza è molto chiara su questo punto: più si fa attività fisica più scendono i livelli di depressione. Si tratta di uno strumento molto potente, con un effetto notevole”. Ma in che modo quindi Pokémon Go può aiutare a uscire da uno stato mentale di apatia e scoraggiamento? Prima di tutto l’app punta molto sull’interazione con il mondo esterno più che concentrandosi solo sul personaggio che si comanda. In questo modo si incoraggia verso la conoscenza di edifici e monumenti storici (i cosiddetti “Pokéstop”) e il contatto con altri giocatori sulla mappa. Inoltre, il solo fatto di dover uscire allo scoperto per avanzare nel gioco è già un primo passo verso l’apertura allo sconosciuto, all’esterno, a quel mondo che fa così tanta paura.

Certo, non è possibile e corretto considerare questo gioco come la cura per l’ansia e la depressione, ma è sicuramente un valido strumento per dare uno slancio.

L’utilità positiva di Pokémon Go tuttavia non si ferma qui. Un altro esempio della sua funzionalità, in quanto tecnologia positiva, ci viene fornito dalla vicenda del C.S. Mott Children’s Hospital – Stati Uniti.

In questo ospedale pediatrico del Michigan, è in uso una terapia veramente speciale, avente a che fare con la popolarissima applicazione dei Pokémon. Pokémon Go viene difatti utilizzato come terapia in un ospedale pediatrico! I bambini con una vasta gamma di condizioni mediche (pazienti affetti da cancro, disturbi dello spettro autistico, iperlessia, ecc.) sono incoraggiati a utilizzare il videogioco negli spazi pubblici dell’ ospedale, scorrazzando nella struttura alla ricerca dei loro mostriciattoli preferiti! L’utilizzo della stessa, sebbene in condizioni alquanto singolari, è volto a migliorare le condizioni dei bambini: grazie a Pokémon Go possono muoversi dal proprio letto e socializzare più facilmente! Il movimento, dice un uomo facente parte del personale, aiuta i bambini dal punto di vista fisico, non lasciando atrofizzare gli arti, mentre il socializzare con gli altri li fa sentire meno soli e allevia stati psichichi come l’ansia o la depressione.

L’Intelligenza Emotiva in Pokémon Go

C’è ancora un espediente positivo da scoprire nel fenomeno di scala mondiale della Niantic di cui vi vorrei parlare. Tale funzionalità è correlata agli aggiornamenti futuri dichiarati da John Hanke, CEO di Niantic (l’azienda che insieme a Nintendo e a The Pokémon Company ha realizzato il simpatico videogioco). Hanke, durante l’intervista si è soffermato sull’interazione tra allenatori dichiarando che nonostante questa funzione non sia ancora presente sarà comunque un elemento centrale del gioco. Tra le novità che verranno introdotte, come abbiamo appena detto, c’è lo scambio di Pokémon, ma questa non sarà l’unica funzione ad essere introdotta nel futuro aggiornamento di Pokémon Go. L’altra novità potrebbe riguardare le sfide tra allenatori, anche al di fuori delle palestre. Infatti, nella nuova modalità Multiplayer di Pokémon Go gli altri allenatori potrebbero fare la loro comparsa sulla mappa del gioco e sarà possibile lanciargli una sfida. In questo modo potrete allenare i vostri Pokémon anche quando non vi trovate in palestra.

Personalmente sono convinto che, in quanto psicologo, gli aggiornamenti futuri dichiarati dal CEO della Niantic, contribuiranno all’incremento dell’intelligenza emotiva dei suoi giocatori. Per chi fosse all’oscuro sull’argomento, lo psicologo statunitense Daniel Goleman ha formulato il costrutto di Intelligenza Emotiva, con cui identifica un particolare tipo di intelligenza legato all’uso corretto delle emozioni. Secondo Goleman, sviluppare questo tipo di intelligenza può costituire un fattore determinante nel raggiungimento dei propri successi personali e professionali. Se adeguatamente gestite, possono però regalarci una marcia in più aiutandoci a comunicare efficacemente, a saperci automotivare, a reagire meglio agli stimoli provenienti dall’ambiente.

Le abilità che compongono l’Intelligenza Emotiva sono 5 (spesso indicate da diversi autori con terminologie differenti). Esse vengono indicate insieme alle capacità più specifiche che ne derivano, che rappresentano dei veri e propri indicatori di come si manifestano tali abilità le quali, considerate più dettagliatamente, possono far comprendere il contributo fornito alla salute mentale o, viceversa, i costi che possono derivare a quest’ultima quando queste capacità risultano deficitarie. Tali abilità sono:

  • Consapevolezza di sé. La capacità di riconoscere un emozione così come si presenta. Sviluppare la consapevolezza di sé richiede di “sintonizzarsi” sui propri sentimenti reali, riconoscendone i segnali fisiologici che ne indicano l’arrivo. Se si valutano le proprie emozioni, è possibile gestirle.
  • Auto-regolazione. Spesso si ha poco controllo quando si sperimentano alcune emozioni. Tuttavia, è possibile utilizzare una serie di tecniche per alleviare e regolare le emozioni negative come rabbia, ansia o depressione.
  • Empatia. La capacità di riconoscere come le persone si sentono è importante per il successo nella propria vita e carriera. Più si è abile nel discernere i sentimenti che stanno dietro ai segnali degli altri, maggiore è la sensibilità alle emozioni e alla prospettiva altrui.
  • Motivazione. Motivare se stessi per raggiungere qualsiasi risultato richiede obiettivi chiari, un atteggiamento positivo e la capacità di incanalare, energizzare e armonizzare le proprie emozioni.
  • Capacità sociali. Questa competenze sono molto importante in ambito lavorativo, perché saper costruire relazioni di qualità con i colleghi è fondamentale sia per lavorare bene nel team sia nella leadership per influenzare e ispirare gli altri.

L’ intelligenza emotiva applicata a questo gioco sarà dovuta quando, con l’ aggiornamento promesso da Niantic, le persone saranno in grado di sfidare i singoli giocatori al di fuori delle palestre. Perché dirlo? La risposta è molto semplice. Con il nuovo aggiornamento dell’ applicazione ci saranno infatti duelli tra allenatori reali. Durante la lotta, il giocatore, senza nemmeno rendersi conto, cercherà di mettersi nei panni del suo avversario per cercare di capire il piano di gioco e perché ha scelto quel particolare tipo di Pokémon. Cercherà anche di capire quali mosse utilizzerà e come si comporterà il suo avversario. La strategia di gioco per vincere contro gli avversari, alla fine, svilupperà la capacità di mentalizzare il giocatore stesso. Questa è, e rimane comunque la mia inferenza. Solo il tempo confermerà se ciò che dico ora sarà vero o meno.

Conclusioni

In conclusione, il successo di Pokémon Go è noto a tutti. Questo successo, nel bene o nel male, porterà senza dubbio ad una maggiore diffusione del gioco della realtà aumentata e questo oltre ai continui aggiornamenti che ci saranno in futuro.

Dieci principi per una terapia di coppia efficace (2017) – Recensione

Lo scopo del libro è offrire al terapeuta ancora in formazione, ma anche al clinico più esperto una visione di insieme di ciò che permette a una coppia di funzionare e cosa invece la porta a separarsi. Vengono anche proposti diversi strumenti terapeutici per la terapia di coppia, non solo fondati su un’esperienza clinica di decenni, ma che sono stati oggetto di attenti studi per dimostrarne l’efficacia clinica. A rendere più facile la comprensione, intervengono poi gli esempi clinici di coppie trattate dai due terapeuti nel corso degli anni.

 

“Ciò che conta in un matrimonio felice non è tanto quanto si è compatibili, ma come ci si relaziona con l’incompatibilità” (George Levinger)

Julie Schwartz Gottman e John M. Gottman sono una coppia di terapeuti sul lavoro e nella vita. Da più di vent’anni si occupano di terapia di coppia presso il Gottman Institute di Seattle, da loro fondato.

Julie Schwartz Gottman, oltre alla direzione del Gottman Institute, svolge l’attività clinica e di supervisione. Grazie alle sue esperienze sul campo è una consulente esperta su tematiche quali matrimonio, molestie sessuali e violenza domestica e problemi legati alla genitorialità.

John M. Gottman ha studiato per 40 anni le coppie cercando di capire quali siano gli indicatori della stabilità di un matrimonio e quali, invece, possano considerarsi i fattori che predicono un divorzio. Ha all’attivo 200 pubblicazioni e 40 libri sul tema. John è professore emerito di Psicologia presso l’Università di Washington dove continua i suoi studi sulle coppie.

I cambiamenti nelle attuali relazioni di coppia

Nella civiltà occidentale il senso del matrimonio, inteso come l’unione di due persone che si trovano a trascorrere il resto della loro vita insieme, è cambiato con il cambiare della società. Dagli anni Cinquanta in poi, si è passati da una società definita rigidamente, in cui sposarsi era una tappa obbligatoria, a una società, quella odierna, dove non solo il matrimonio è visto come una delle scelte possibili ma anche, grazie al divorzio, non necessariamente una scelta che si fa per la vita. Rimanere insieme, quando le cose non funzionano, per una coppia, non è più qualcosa di prestabilito, ma una sfida che richiede impegno e lavoro.

È in questa prospettiva che la terapia di coppia può assumere un ruolo fondamentale. I pazienti spesso portano in terapia i loro problemi di relazione con il partner, ma il lavoro di ricostruzione o riconsolidamento del rapporto che si può fare col singolo è limitato. Per lavorare sulla coppia, è necessario lavorare con la coppia. In che modo, lo spiegano i coniugi Gottman con “Dieci principi per una terapia di coppia efficace”.

I principi per una terapia di coppia efficace

Lo scopo del libro è offrire al terapeuta ancora in formazione, ma anche al clinico più esperto una visione di insieme di ciò che permette a una coppia di funzionare e cosa invece la porta a separarsi. Vengono anche proposti diversi strumenti terapeutici, non solo fondati su un’esperienza clinica di decenni, ma che sono stati oggetto di attenti studi per dimostrarne l’efficacia clinica. A rendere più facile la comprensione, intervengono poi gli esempi clinici di coppie trattate dai due terapeuti nel corso degli anni.

I principi illustrati nell’opera non fanno riferimento a un orientamento psicologico ben preciso, ma si fondano sull’approccio della Neurobiologia Interpersonale (NI). La NI è una disciplina fondata da Daniel J.Siegel alla fine del secolo scorso con l’intento di sviluppare una cornice concettuale comune e superare la distanza tra le varie discipline che si occupano di mente, cervello e relazioni interpersonali, studiate fino ad allora in maniera separata.

I dieci principi scandiscono i capitoli del libro. Si parte da quelli che sono comuni a tutte le psicoterapie: utilizzare metodi testati scientificamente, come condurre la valutazione del problema della coppia per poi procedere con l’intervento terapeutico, comprendere il mondo interno di ciascun partner, solo per citare i primi. Si passa poi a quelli più specifici utilizzati dai Gottman per aiutare le coppie a ricostruire la relazione partendo dalle fondamenta. Ad esempio l’identificazione dei “Quattro Cavalieri” (in riferimento a quelli dell’Apocalisse) che predicono la fine di una relazione: il criticismo, il disprezzo, il ritiro sulla difensiva e l’ostruzionismo.

Un altro concetto interessante è che la relazione di una coppia solida è paragonata ad una casa. Al primo piano della casa risiede la conoscenza del mondo interiore del partner, “le mappe dell’amore”: le necessità, i valori, le esperienze passate, le priorità, gli agenti stressanti. Al secondo piano si trova la cultura dell’affettuosità: l’apprezzamento e l’ammirazione per il partner che vengono espressi concretamente con parole e gesti. Al terzo piano vi è la capacità da parte della coppia di entrare in contatto intimo tra loro, non tanto o solo a livello fisico, quanto a quello comunicativo. All’ultimo piano della casa, ispirandosi al lavoro di Robert Weiss sui conflitti matrimoniali, è presente infine la “prospettiva positiva” in cui la coppia rimane anche quando si trova a scontrarsi.

Per usare le parole di Siegel che ha scritto l’introduzione del testo, il pregio dell’opera non consiste semplicemente nell’offrire al terapeuta strumenti per il suo lavoro con le coppie. In “Dieci principi per una terapia di coppia efficace” vengono presentate un’ampia gamma di teorie scientifiche a cui hanno fatto seguito numerosi studi, applicate alla pratica quotidiana della psicoterapia secondo i principi dell’integrazione tra le discipline. Ogni sezione è ricca di teorie scientifiche, metodologie, strumenti, ma anche aneddoti e considerazioni personali. Tutto ciò contribuisce a rendere “Dieci principi per una terapia di coppia efficace” un’opera stimolante, informativa e che porta ad assumere nuovi punti di vista. Un ulteriore pregio dell’opera è il non basarsi su un unico orientamento psicologico, ma su un approccio olistico utilizzabile dai terapeuti di scuole diverse, senza mai scadere nel tono manualistico e cattedratico.

 

Si può cambiare idea? – Ciottoli di Psicopatologia Generale

Il problema di come avvenga il cambiamento è centrale per la terapia cognitiva ma più in generale per tutti coloro interessati a cambiare le idee alla gente che si tratti di esperti di marketing, di politici in cerca di voti, di opinion leader o influencer, come si dice oggi o semplicemente del coniuge o del vicino di casa. L’ arte della persuasione ha sempre conferito molto potere a chi la possedeva.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – Si può cambiare idea? (Nr. 25)

 

In genere si usa dire che un modo per provocare il cambiamento sia mostrare i fatti supponendo siano portatori di una verità inoppugnabile. La teoria sottostante è l’empirismo per cui mi faccio delle idee o delle teorie sulla base dei fatti e sempre sulla base di altri fatti queste possono cambiare: il primato dei fatti sulle teorie è assoluto.

Due obiezioni. La prima sofisticata e teorica riprende Kant che sosteneva l’inconoscibilità della ”cosa in sé” ed il nostro accesso al solo mondo dei fenomeni (il racconto che della “cosa in sé” fa la nostra mente) e le moderne teorie sullo story-telling che sostengono non esistere realtà accessibile se non attraverso una narrazione. Tutto ciò non è difficile da comprendere per i cognitivisti abituati al costruttivismo più o meno radicale ed al primato del pensiero.

La seconda la vediamo tutti i giorni nel mondo delle idee politiche o sportive per citare due campi dove si muovono forti emozioni. Qualsiasi siano i fatti accaduti che siano i gulag, i campi di concentramento, i rifiuti per strada, gli arresti per corruzione, l’attacco alle torri gemelle, ciascuno ne trova corroborazione al proprio modo di vedere che ne esce rafforzato. Perciò riesce difficile applicare il ragionamento “cui prodest” per risalire alle cause di un evento. Si pensi agli attentati in Gran Bretagna nei giorni pre-elettorali. Giovano alla May che può invocare una maggiore chiusura del paese e l’intervento armato contro l’IS ma anche all’opposizione che li può attribuire proprio alla politica di chiusura e guerrafondaia della premier. Chi era a suo favore lo sarà ancora di più e chi non lo era lo sarà ancora di meno.

Attacchi, critiche e denunce vengono esibiti come prova che si sono finalmente andati a toccare gli interessi dei poteri forti.

Siccome è proprio vero l’assunto di Epitteto che non sono le cose a determinare come stiamo e cosa facciamo ma la nostra opinione su di esse, dobbiamo rassegnarci all’evidenza che le opinioni possibili su un fatto siano praticamente finite e sarà presa per buona quella più congrua con le credenze preesistenti.

Lasciamo per un attimo da parte i cosiddetti deliranti e parliamo con un fanatico di qualsiasi fede, sia essa religiosa, politica, sportiva, alimentare e proviamo a fargli cambiare idea sulla base dei fatti. Si ottiene esattamente l’opposto. Ora mettete da parte anche il fanatico e guardatevi allo specchio perché nello stesso identico modo funzioniamo, ovviamente senza alcuna consapevolezza, tutti noi soprattutto nelle aree che riteniamo più importanti (identità e relazioni significative in primis). Al contrario su questioni scientifiche, tecniche, pratiche non emotivamente rilevanti siamo disponibilissimi a cambiare idea imparando un percorso stradale o una procedura esecutiva per la lavatrice o per il cambio dell’ora sul cruscotto, più efficiente.

Possiamo dunque dire che popolarmente si riconosce il primato dei fatti sulle teorie, ma ad una riflessione più attenta e psicologica le cose stanno esattamente all’opposto. Per dirla con Piaget: l’assimilazione predomina grandemente sull’accomodamento.

Le persone crescono, i cambiamenti avvengono

Tuttavia è evidente che le persone cambiano anche radicalmente, che non la pensiamo più come a diciotto anni e non solo sull’opportunità di essere incendiari o pompieri ma anche su temi più personali. Insomma si cambia, anche molto ma non sulla base dei fatti che difficilmente riescono ad invalidare le nostre credenze soprattutto se centrali. E allora? La metto giù radicale per essere più esplicito e rimando a dopo la risoluzione del regresso all’infinito che può comportare. Cambiamo idea solo quando cambiano le motivazioni cosicché la lettura che diamo dei fatti è sempre e solo determinata dalla convenienza. La cognizione è al servizio dei nostri scopi (del resto sarebbe strano non fosse così: non siamo al mondo per cercare la verità ma per cavarcela). Insomma non vogliamo una cosa perché col ragionamento la reputiamo buona e giusta, ma, al contrario, la reputiamo buona e giusta perché la vogliamo.

I partiti ritengono giusta la legge elettorale che li avvantaggia e se un po’ ci marciano per la gran parte ci credono davvero. Continuamente ci autoinganniamo dipingendoci la realtà a nostro piacimento. Il miglior predittore delle idee politiche di un individuo è il suo status economico che cambia nell’arco della vita e sempre la pensiamo nel modo che più ci avvantaggia. E’ brutto? Intanto è così comunque e poi forse non c’è niente di male se ciascuno bada ai propri interessi e li persegue, semmai si tratta di non fare scorrettezze. Sarei preoccupato se fosse messo in cantina perché contrario al buonismo cattolico in cui siamo immersi, un meccanismo che è stato il motore di tutta l’evoluzione.

Come avevo anticipato però il problema si sposta solo perché occorre chiedersi quando e come si cambia l’assetto motivazionale. In primo luogo credo sia decisivo considerare il ciclo vitale che genera bisogni diversi nelle varie età della vita. Diversi sono i compiti evolutivi di un ragazzo, di un giovane adulto, di un adulto che deve procreare, di un vecchio che si prepara a morire. A seconda dei compiti evolutivi avranno scopi diversi e visioni della realtà congrue con essi.

In secondo luogo credo necessario ricollocare il corpo al centro della vita psichica ed anzi vedere quest’ultima come al suo servizio (mi vado facendo persuaso che molte convinzioni inerenti il proprio valore personale che ovviamente da adulti riguardano se stessi come persona ed in particolare l’aspetto mentale si strutturino nella prima infanzia sul vissuto corporeo, dice un mio paziente che potrebbe vincere il nobel ma si sentirebbe comunque un ciccione goffo e brutto).

Insomma per dar ragione del cambio di motivazioni che causano i cambi di credenze credo bisogni abbandonare i piani alti della corteccia e calarsi dabbasso nelle zone più primitive del cervello e giù giù nel corpo. Altra grande fonte di cambiamento del sistema motivazionale è il contesto e soprattutto quello interpersonale: essere soli. In coppia o con dei figli cambia ciò che vogliamo e la prospettiva con cui guardiamo il mondo. Se la maturazione e l’assetto relazionale sono i motori fondamentali del cambio motivazionale normale non bisogna trascurare quelli che chiameremo “eventi soggettivamente catastrofici” (ESC) da intendere come invalidazioni massicce e ineludibili ai pilastri della propria identità. Si tratta delle stesse invalidazioni che abbiamo descritto come causa del delirio inteso come un modo di non prenderne atto per non cadere in un vuoto predittivo rifugiandosi in una verità privata e autarchica.

Per un attimo dopo l’invalidazione il soggetto si trova in uno stato precario senza certezze e riferimenti (il cosiddetto “umore predelirante”) che corrisponde anche ad una estrema assenza di vincoli e totale libertà. Gli si prospettano due strade a seconda della ricchezza e rigidità del suo sistema cognitivo. Da un lato può caparbiamente ribadire la vecchia costruzione di sé assimilando forzatamente ad essa i dati contraddittori e incamminandosi verso il delirio. Dall’altro può abbandonare la vecchia identità e ricostruirne una completamente nuova e libera dai condizionamenti familiari. Questa è l’esperienza rara ma assoluta della conversione la nuova identità non è in continuità con la precedente, non ne è un aggiustamento ma qualcosa di assolutamente nuovo e la vecchia non è più riconosciuta come parte di sé: le sue motivazioni e la conseguente visione del mondo sono incomprenbili e sbagliate.

Ovviamente gli ESC che sono la porta d’ingresso del bivio tra delirio e conversione non sono provocabili attraverso la psicoterapia che normalmente si limita a modeste perturbazioni catalizzatrici di contenuti aggiustamenti. Quello che può preventivamente fare la psicoterapia è favorire lo sviluppo di un sistema ricco ed elastico che a fronte di un ESC possa imboccare la strada della conversione invece di fuggire verso il delirio.

Un ESC genera comunque una frattura, una discontinuità, una nuova persona che vive una nuova esistenza che in Italia, dopo la loro chiusura, è comunque fuori dal manicomio.

Approfondire seriamente il legame tra il vecchio e il nuovo modo di stare al mondo significherebbe forse occuparsi del grande tema della dissociazione e dei disturbi da personalità multiple, del delirio e delle grandi conversioni, il che esula dallo scopo di stimolo di una semplice appendice.

 

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Depressione post partum paterna: come si manifesta?

Depressione post partum paterna: Spesso la depressione post partum è associata ad una condizione materna. Un recente studio ha però mostrato come cambiamenti di livello di testosterone, in particolare a circa 9 mesi dopo la nascita del proprio figlio, possano indurre una condizione simile anche nei padri. I padri, i cui livelli di testosterone erano aumentati, presentavano un rischio maggiore di sperimentare stress a causa del nuovo ruolo genitoriale e, inoltre, un maggiore rischio di attuazione di comportamenti ostili, come ad esempio l’aggressione emotiva, verbale o fisica verso la propria partner. 

 

Lo studio è stato pubblicato nella rivista Hormones and Behavior.

Darby Saxbe, autore principale, dichiara che i risultati emersi, sono a sostegno di studi effettuati precedentemente che mostrano le diverse risposte biologiche dell’uomo alla paternità.

Spesso si pensa alla maternità come qualcosa di biologicamente determinato perché le madri hanno appunto un legame biologico con il proprio bambino, garantito dalla gravidanza e dall’allattamento. La paternità non viene intesa negli stessi termini biologici. Si sa che i papà contribuiscono molto alla cura dei figli e che nel complesso i piccoli crescono meglio se all’interno della famiglia il papà è presente. Quindi è importante capire quali fattori contribuiscono e in che modo, a determinare un maggior coinvolgimento da parte di alcuni padri rispetto ad altri che sono assenti.

Lo studio: il legame tra livelli di testosterone e depressione post partum paterna

Saxbe ha lavorato con un team di ricercatori della USC, Università della California di Los Angeles e della Northwestern University. In questo studio sono state esaminate le associazioni tra testosterone paterno, i sintomi depressivi post-partum (paterni e materni) e il successivo funzionamento familiare.

Per lo studio, i ricercatori hanno esaminato i dati provenienti da 149 coppie della Community Child Health Research Network. Sono state reclutate madri tra i 18 e i 40 anni con basso reddito familiare e che avevano dato alla luce il loro primo, secondo o terzo figlio; i padri che hanno partecipato, hanno fornito campioni di testosterone. Gli intervistatori hanno visitato le coppie, nei primi due anni dopo la nascita del bambino per tre volte (circa a due, a nove e a 15 mesi dopo la nascita del bambino).

Durante la visita del nono mese, i ricercatori hanno consegnato il kit per il prelievo della saliva ai papà, con la raccomandazione di prelevare i campioni tre volte al giorno (mattina, mezzogiorno e sera) per monitorare i loro livelli di testosterone.

I partecipanti hanno risposto alle domande sui sintomi depressivi basati su una scala utilizzata nella maggior parte dei programmi di screening, la Edinburgh Postnatal Depression. Successivamente, hanno riportato il livello di soddisfazione del rapporto col partner, lo stress genitoriale e lo stato emotivo. I punteggi elevati evidenziavano un maggior livello di depressione, stress, insoddisfazione e aggressività. Pochi partecipanti, tra mamme e papà, sono stati identificati come clinicamente depressi.

Invece di utilizzare diagnosi cliniche, i ricercatori hanno esaminato il numero di sintomi depressivi sperimentati da ciascun partecipante. I livelli di testosterone maschile sono stati messi in relazione sia ai propri sintomi depressivi che a quelli della loro partner. Ad esempio, quantità basse di testosterone sono state associate a maggiori sintomi nei papà e meno nelle mamme. Il legame tra i livelli di testosterone e depressione è stato mediato dalla soddisfazione del rapporto con la/il partner. Le donne hanno riferito una maggiore soddisfazione per la loro relazione, che a loro volta ha contribuito a ridurre i sintomi depressivi. Ciò accade probabilmente perché i papà con testosterone inferiore trascorrono più tempo nel prendersi cura del bambino oppure perché hanno profili ormonali più sincronizzati con le mogli. Infatti si sa che per le madri, il sostegno sociale riduce il rischio di sviluppare una depressione post partum. I papà con i livelli di testosterone più alto riportano un maggiore stress genitoriale, e le loro mogli riferiscono una maggiore aggressività nella coppia.

Per misurare lo stress genitoriale è stato utilizzato il Parenting Stress Index-Short Form. La maggior parte delle risposte “sì” sono state date per items quali “Mi sento intrappolato dalle mie responsabilità di genitore” e ” Mio figlio mi fa più richieste rispetto agli altri bambini”. Le domande sulla soddisfazione del rapporto di coppia sono state valutate mediante un altro strumento largamente utilizzato, la Dyadic Adjustment Scale. I genitori hanno risposto a 32 item sulla soddisfazione del rapporto di coppia, tra cui aree di disaccordo o il loro livello di vicinanza e affetto. I punteggi più alti hanno evidenziato una maggiore insoddisfazione di coppia.

Le madri hanno risposto ad ulteriori domande mediante il questionario HITS (Hurts, Insults, and Scales of Threats), per indagare la presenza/assenza di insulti, minacce e violenza fisica nell’ultimo anno. È stato inoltre chiesto se il proprio partner avesse limitato attività come: fare la spesa, fare visita alla famiglia o agli amici. Questi ultimi sono considerati da Saxbe come fattori di rischio che possono contribuire ad una condizione cronica di depressione.

Il trattamento della depressione post partum paterna

Anche se i medici potrebbero far fronte alla depressione post partum paterna aumentando i livelli di testosterone, Saxbe dichiara che i risultati dello studio indicano che un aumento potrebbe peggiorare lo stress della famiglia; inoltre, bassi livelli potrebbero essere la conseguenza di un adattamento normale e naturale alla genitorialità.

Diversi studi hanno dimostrato che la forma fisica e un’adeguata regolazione della qualità del sonno possono migliorare l’umore e possono aiutare a bilanciare i livelli ormonali. Inoltre, sia le madri che i padri devono essere consapevoli dei segnali della depressione post partum paterna e materna ed essere disposti a cercare trattamenti e assistenza adeguati.

Quando la Mindfulness incontra il movimento: il metodo Feldenkrais per il nostro benessere

Metodo Feldenkrais: Feldenkrais ha sviluppato un metodo per giungere alla consapevolezza attraverso il movimento: l’idea alla base è che promuovendo il movimento e la consapevolezza di sé nello spazio, la persona possa essere stimolata nel vivere hic et nunc, favorendo la percezione dei suoi stati interni, lasciando scorrere sentimenti, pensieri e sensazioni che possono essere causa di stress e sovraccarico mentale.

Sara Pedroni, Sara Ghezzer, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI DI BOLZANO

Le reazioni allo stress

Di fronte a uno stimolo di stress, il nostro sistema nervoso ha una reazione detta di “attacco o fuga – fight or flight” e che si traduce in una mobilitazione generale di tutte le nostre risorse interne: i muscoli si tendono, aumenta la produzione degli “ormoni dello stress”, tra i quali adrenalina e cortisolo, aumentano il battito cardiaco e la pressione sanguigna, il respiro è più corto e appare affannoso, il sistema digestivo rallenta o si blocca e ci si trova in uno stato di eccitazione: siamo particolarmente responsivi a tutti gli stimoli presenti attorno a noi.

La reazione “fight or flight” è una reazione adattiva quando il nostro corpo percepisce un allarme momentaneo, ma se persiste nel tempo e si cronicizza, può portare al burn-out (Selye, 1975).

Solitamente, una volta che il pericolo è passato, si torna a uno stato di riposo in cui la pressione sanguigna e il ritmo cardiaco riprendono il loro ritmo normale, i muscoli si rilassano e tutto l’organismo recupera l’energia persa. Il problema insorge quando la “reazione allo stress” diventa uno stile di vita, una modalità con cui ci si approccia al mondo. Se questo accade si possono provare sintomi di diversa entità:

  • sintomi fisici come mal di testa, mal di schiena, indigestione, tensione nel collo e nelle spalle, dolore allo stomaco, tachicardia, sudorazione delle mani, extrasistole, agitazione, problemi di sonno, stanchezza, capogiri, perdita di appetito, problemi sessuali, fischi alle orecchie.
  • Sintomi comportamentali: digrignare i denti, alimentazione compulsiva, più frequente assunzione di alcolici, atteggiamento critico verso gli altri, comportamenti prepotenti, difficoltà a portare a termine i compiti.
  • Sintomi emozionali: tensione, rabbia, nervosismo, ansia, pianto frequente, infelicità, senso di impotenza, predisposizione ad agitarsi o sentirsi sconvolti.
  • Sintomi cognitivi: difficoltà a pensare in maniera chiara, problemi nella presa di decisione, distrazione, preoccupazione costante, perdita del senso dell’umorismo, mancanza di creatività.

Un sintomo frequente che riportano le persone che si trovano in uno stato di stress o che riferiscono di essere preoccupati per alcuni aspetti della loro vita, sono le contrazioni a diverse parti del corpo: spalle, collo, mandibola, bacino, mani, occhi, bocca, fronte e altre parti del viso.
Comprensibilmente tutti questi sintomi divengono a loro volta ulteriori fattori di stress.
A questo si affianca la frequente impossibilità nel rallentare il ritmo quotidiano, portando la persona a ricercare sistemi rapidi, brevi e poco invasivi per ridurre lo stress.

I programmi di mindfulness per ridurre lo stress

Negli ultimi decenni, la pratica della Mindfulness si è diffusa dall’America all’Europa, promossa in primis da Jon Kabat-Zinn (1991) che ha messo a punto dei programmi di riduzione dello stress basati sulla consapevolezza (MBSR). L’idea centrale è di stimolare la persona a implementare la propria sicurezza addestrandola nel dirigere l’attenzione sul qui e ora, interrompendo il “pilota automatico” che ci permette di vedere solo quello su cui siamo focalizzati: spesso segnali di emergenza, preoccupazioni e ansia.

Con Mindfulness si intende la consapevolezza del momento presente, che si coltiva esercitando l’attenzione in una modalità intensa e peculiare, ossia con intenzione, focalizzandosi sul momento presente e senza un’attitudine giudicante.
Moshe Feldenkrais, ingegnere israeliano, a partire dagli anni Cinquanta, ha sviluppato il metodo che prende il suo nome, anche altrimenti conosciuto come metodo di auto-consapevolezza del movimento.

Tuttavia, solo a partire dagli anni Ottanta, tale metodo ha iniziato a prendere piede in Europa e in Italia, dove attualmente esiste l’AIIMF, l’Associazione Italiana Insegnanti Metodo Feldenkrais, un’organizzazione senza scopo di lucro, con l’obiettivo di formare e diffondere questa disciplina.

Il metodo Feldenkrais: coniugare la mindfulness con il movimento

Feldenkrais ha sviluppato un metodo per giungere alla consapevolezza attraverso il movimento: l’idea alla base è che promuovendo il movimento e la consapevolezza di sé nello spazio, la persona possa essere stimolata nel vivere hic et nunc, favorendo la percezione dei suoi stati interni, lasciando scorrere sentimenti, pensieri e sensazioni che possono essere causa di stress e sovraccarico mentale.

Al contempo, le sequenze motorie, lente e continue, sono preparate in modo tale che tutto l’apparato muscolo-scheletrico possa sentirne i benefici, andando a stimolare il rafforzamento della struttura corporea.

Interessante è il tentativo di coniugare l’attività motoria ad un’attività Mindful: prestando attenzione e concentrandoci sul momento attuale possiamo rilassarci, abbandonare pensieri e preoccupazioni, portando corpo e mente ad un punto di calma e pace.

Il rilassamento, accostato all’attività motoria ci permette di diminuire lo stress quotidiano che spesso può essere causa di sintomatologia fisica, comportamentale, cognitiva ed emozionale.
La maggior parte delle persone spesso si trova a vivere momenti di conflittualità interna: riuscire a fare più cose contemporaneamente, soddisfare i propri bisogni e quelli altrui, tenere tutto sotto controllo, evitare danni e sofferenza. Tali situazioni si possono provare in qualsiasi momento, quotidianamente.

Per esempio, immaginiamo di essere bloccati in una riunione al lavoro, fissata improvvisamente dai nostri datori senza preavviso, in realtà quello che davvero vorremmo fare è essere a casa sdraiati sul divano: sviluppiamo risentimento, la nostra tensione aumenta, emergono emozioni negative come noia e contemporaneamente la tensione muscolare aumenta, prende avvio un’orchestra di sintomi da stress che si traduce in dolori e fastidi.
Ora, se fosse possibile ordinare i pensieri lasciando andare ciò che si desidera per se stessi, impegnandosi e appendendo tutte le preoccupazioni fuori dalla sala riunioni, potremmo stare lì, approfittarne per risolvere incombenze, sfruttando al meglio anche l’imprevisto negativo, accettando e sfruttando al meglio la situazione.
Saggiare la positività della situazione senza accumulare tensione.

È possibile risolvere il conflitto a livello della mente, oppure è possibile risolverlo a livello del corpo. In entrambi i casi è un’apertura verso la risoluzione, un apprendimento di una strategia verso il nostro benessere psico-fisico.

Le lezioni di Feldenkrais, anche definite di autoconsapevolezza con il movimento – ATM, offrono l’ occasione per la persona di trovare un momento in cui far fluire i pensieri, osservarli, comprenderli e accettarli. Una forma di meditazione e di movimento per comprendere che talvolta è possibile non richiedere troppo a sé e riuscire a stare in una situazione, serenamente, interrompendo il circolo vizioso che si crea molto spesso a causa dei diversi fattori di stress e riportato nel grafico sottostante.

grafico

Jon Kabat-Zinn, professore di Medicina Emerito presso l’Università del Massachusetts Medical School, ha fatto ricerche per convalidare ciò che la maggior parte delle persone che meditano già sanno: i benefici misurabili sulla psiche, il cervello e il sistema immunitario sono derivati ​​dalla pratica continua. Il metodo Feldenkrais fa lo stesso, aggiungendo il movimento cosicché mente e corpo siano entrambi beneficiari.

Movimento senza conflitti è una gioia, perché è un ritorno per completare la spontaneità. Il metodo Feldenkrais si orienta soprattutto alla rieducazione del corpo al movimento consapevole, migliorando la coordinazione delle diverse parti in un’alternanza efficiente di stabilità e flessibilità. In sintesi si tratta di creare un legame stretto con gesti e azioni che compiamo tutti i giorni. Ogni lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento è costruita su una funzione, come sedersi, allungare un braccio, girarsi, rotolare, camminare…tutti movimenti che iniziamo a compiere con un’attenzione, una consapevolezza e una presenza nuove, in un processo di cambiamento vissuto non come correzione bensì come evoluzione, con un senso di stima e di soddisfazione per le nostre capacità.

In modo fisiologico, senza alcuna imposizione esterna, bensì grazie a un’autoregolazione, ci sganciamo dai comportamenti automatici e limitanti, liberi di fare scelte più salutari e gratificanti. L’attenzione guidata e l’interesse sul movimento nel suo divenire ci cattura al punto che non possiamo che essere lì, presenti a noi stessi, con un senso di pienezza vitale mentre ascoltiamo le nostre sensazioni, osserviamo i nostri pensieri, accogliamo i moti dell’animo, ci percepiamo nel flusso spazio-temporale. In questo modo impediamo alla mente quel vagare che sperimentiamo nella vita quotidiana, quando il nostro corpo assolve ai soliti compiti, quasi in automatico, mentre la mente è altrove, nel passato o nel futuro, di rado nel luogo dell’azione. Nella pratica del metodo Feldenkrais riusciamo invece a dimenticarci della mente, perché essa è tutt’uno col corpo, ed è attiva semplicemente come attenta osservatrice dell’esperienza che stiamo vivendo momento per momento. Per queste caratteristiche il metodo Feldenkrais viene utilizzato per agevolare e rendere più sicuro il movimento delle persone anziane, nella riabilitazione fisica, e per il trattamento delle patologie caratterizzate da dolore cronico, con ottime dimostrazioni di efficacia.

Sfortunatamente abbiamo l’abitudine di frammentare il mondo in interiore ed esteriore, soggetto e oggetto, questo e quello, percettore e percepito, quello che ci piace e quello che non ci piace, quello che pensiamo e quello che facciamo, psiche e corpo. Di conseguenza non ci sentiamo mai veramente completi; ma, come disse Goleman, è bene ricordare che stare attenti rende felici.

Lo stadio operatorio formale: chi sono? – Gli adolescenti tra pensiero e identità

Per il ragazzo che si guarda allo specchio e vede di fronte a se modificazioni esterne e pensieri che si accavallano confusi la domanda è: chi sono? Piaget definisce questa fase stadio operatorio formale, nel quale prende forma il pensiero.

 

Eccoci qui di fronte un grande interrogativo sia per i ragazzi che per i genitori: chi sono?

Per il genitore che sta osservando la crescita del proprio bambino, più precisamente a questa età la domanda è: cosa sta diventando mio figlio? Per il ragazzo che si guarda allo specchio e vede di fronte a se modificazioni esterne e pensieri che si accavallano confusi la domanda è: chi sono?

Stadio operatorio formale: il formarsi dei pensieri al di là dei dati concreti

 Piaget definisce questa fase stadio operatorio formale, nel quale prende forma il pensiero. Lo stadio operatorio formale è caratterizzato dalla capacità di eseguire operazioni formali e va dai 12 anni in poi.

Secondo la teoria dello sviluppo cognitivo di Piaget, lo stadio operatorio formale si raggiunge dopo il susseguirsi, durante la crescita, di altri stadi: lo stadio senso-motorio (da 0 ai 2 anni), lo stadio pre-operatorio (dai 2 ai 6 anni) e lo stadio operatorio concreto (dai 6 ai 12 anni) NdR.

Durante lo stadio operatorio formale bambino inizia a formulare pensieri, ipotesi, partendo non più solo dai dati concreti. Mentre prima per fare deduzione aveva bisogno di verificare materialmente un evento ora riesce pian piano ad ipotizzarlo (per esempio le operazioni matematiche).

Come dice lo stesso Piaget:

Dopo gli undici o dodici anni, il pensiero formale diviene appunto possibile, e le operazioni logiche cominciano a venir trasposte dal piano della manipolazione concreta al piano delle idee pure espresse in un qualsiasi linguaggio (il linguaggio delle parole o quello dei simboli matematici ecc.), ma senza l’appoggio della percezione, dell’esperienza, o persino della convinzione …. il pensiero formale è quindi “ipotetico-deduttivo”, cioè in grado di trarre conclusione da pure ipotesi e non soltanto da una osservazione concreta.

L’ adolescente è come un bambino piccolo che va alla scoperta del nuovo mondo fatto di mille domande. Vive nel presente ma inizia ad avere sogni, a fantasticare su un ipotetico futuro. Ogni giorno è una scoperta nuova su stesso, sul suo modo di essere. Nello stadio operatorio formale ogni ragionamento porta con sé nuove scoperte e nuove domande.

Come ci dice Flavell, il bambino

si occupa per lo più del presente, di ciò che è oggetto della sua esperienza immediata; l’adolescente estende la sfera della sua attività concettuale all’ipotetico, al futuro, a ciò che è lontano nello spazio.

Quale genitore non direbbe al proprio figlio di essere egocentrico. L’ egocentrismo infatti è parte del passaggio adolescenziale. In questo momento l’egocentrismo è di proprietà del pensiero. L’adolescente si sente padrone di tutto. Pensa, deduce quindi può. L’equilibrio tra pensiero e reale si concretizza quando ciò che pensa diventa riscontrabile nella realtà proprio come quando da neonati tutto era assimilabile a se stessi.

Con l’acquisizione di un pensiero proprio, durante lo stadio operatorio formale, gli adolescenti creano delle rappresentazioni della famiglia, della scuola e degli amici, criticandole ed esprimendone giudizi. Per gli adolescenti il futuro rappresenta l’ipotizzabile ed è a ciò che riversano più energie.

Adolescenti e acquisizione dell’identità

Durante lo stadio operatorio formale, fase di profondo cambiamento, si instaura nei ragazzi la ricerca di stessi, della propria identità.

I ragazzi si ritrovano a dover fare i conti con le proprie convinzioni, ciò che i genitori hanno loro trasmesso e ciò che vorrebbero, proiettandosi in una società specchio e sono alla ricerca di un equilibrio che si trova nella definizione della propria identità.

Secondo Erikson, si passa da uno stato di diffusione d’ identità ad uno di acquisizione dell’ identità.

Lo stato di diffusione è caratterizzato da una sperimentazione per l’adolescente di ruoli diversi, figlio, studente. In questa fase si vedono crescere le relazioni sociali e si vedono ragazze tutte vestite allo stesso modo o parlare allo stesso modo. Sono queste le prime identificazioni. Ora ci si trova non solo di fronte alle figure genitoriali ma anche a quelle dei coetanei o di  ragazzi più grandi.

La  ricerca dell’autonomia è sempre maggiore ed gli adolescenti iniziano a fare gruppo, si ritrovano nelle attività pomeridiane .

Si vedono i ragazzi comportarsi diversamente a seconda dei vari contesti. Quando si porta un amico a casa si utilizzeranno nuove regole da far rispettare anche ai genitori, se è possibile che siano presenti! Il processo di acquisizione dell’ identità non si risolve scegliendo un ruolo bensì con una sintesi dei diversi ruoli che ha sperimentato.

Tutto ciò comporta una turbolenza emotiva non da meno. Si è alle prese con adolescenti nervosi, scocciati, sempre alla ricerca di qualcosa. La conflittualità interiore provata da un adolescente è molto forte: si ritrova a combattere con il bisogno di autonomia sempre crescente e il desiderio di sentirsi ancora bambini protetti e rassicurati dai genitori.

Passeranno da momenti di rifiuto completo dei genitori a momenti che presi dal panico torneranno nel nido alla ricerca di rassicurazioni.

Il periodo adolescenziale è lungo e complesso ma così ricco di esperienze che porteranno i ragazzi ad essere degli adulti pronti ad affrontare le nuove sfide che la vita gli offrirà.

Psicologia applicata allo sport (2016) di P. Delfini – Recensione del libro

Il volume Psicologia applicata allo sport è stato scritto da Pietro Delfini, atleta e allenatore di pugilato, nonché psicologo, è stato coordinatore del Dipartimento di Psicologia dell’Istituto di Scienza dello Sport del Coni e professore a contratto presso la Facoltà di Scienze Motorie S. Raffaele di Roma.

Maricchiolo

 

Psicologia applicata allo sport: i processi cognitivi e i processi di apprendimento

Il testo, inserito nella Collana di scienze del comportamento nello sport diretta da Fabio Lucidi, si compone di due parti: la prima parte affronta i temi dei processi cognitivi, motivazionali ed emozionali implicati nell’atto sportivo. In particolare rispetto ai processi cognitivi trovano approfondimento, il processo attentivo, percettivo e mnestico. Da qui si prosegue nel considerare gli aspetti della motivazione allo sport e delle dinamiche emotive, passando attraverso l’influenza dell’arousal, dello stress e dell’ansia in rapporto alla prestazione sportiva.

Nella seconda parte di Psicologia applicata allo sport vengono trattati i temi relativi ai processi di apprendimento e a quelli legati a specifiche azioni motorie; alle dinamiche all’interno del gruppo sportivo e alla personalità dell’atleta vincente.

Concludono il testo Psicologia applicata allo sport due schede: una sul problema dell’ avviamento alla pratica sportiva intesa quale alfabetizzazione motoria, contro la precoce specializzazione in una disciplina sportiva; l’altra, sul ruolo dell’allenatore, che si consustanzia, nella modalità di leadership, nella comprensione delle motivazioni, nella competenza tecnico-tattica, nella capacità di comunicazione e dimostrazione, nella gestione delle emozioni.

Quale conditio sine qua non per la formazione e la riuscita di un allenatore di successo, dunque, oltre al possesso di competenze tecniche e di componenti tattiche tipiche di una particolare disciplina, vi è anche la conoscenza degli strumenti atti al controllo delle emozioni. Quest’ultimo aspetto se correttamente monitorato ed indirizzato, può trasformarsi in vantaggio per l’atleta, considerandolo nei termini di ansia pre-agonistica il cui effetto positivo si esplica nell’attivazione, nella “carica” ottimale dell’atleta, al fine di ottenere la sua massima prestazione.

Autocontrollo: la sottile linea rossa tra libero arbitrio e automatismi comportamentali

Anche i paradigmi teorici che considerano la maggior parte delle azioni come governate da impulsi automatici e inconsci riconoscono che la coscienza possa avere una certa influenza tale da interrompere o prevenire azioni fortemente automatizzate (Baumeister, Masicampo & Vohs, 2011). Occorre una premessa: l’impatto di componenti neurochimiche o basate sulla relazione di attaccamento o sul condizionamento comportamentale su risposte automatizzate o coscienti non è escluso. Tuttavia l’interesse principale riguarda il modo in cui processi automatici e coscienti interagiscono nel governare il comportamento.

 

Negli articoli precedenti sono state evidenziate due cose: (1) in qualsiasi singolo momento gli esseri umani sono in pieno controllo del proprio comportamento e (2) anche l’apparente disregolazione può essere un tentativo volontario di abbandonare il controllo cosciente per evitare la fatica o il disagio che comporta e (3) la convinzione di non avere controllo porta gli esseri umani a non esercitare controllo su di sé.

Tuttavia non viviamo singoli monadici momenti non integrati con ciò che accade prima o dopo. Questo è un aspetto centrale. Il controllo cosciente è sensibile a quanto viene utilizzato (Baumeister, Heatherton & Tice, 2014). La scelta volontaria di abbandono della coscienza a fronte di una invalidazione non è l’unica via in cui i nostri impulsi automatici possono prendere il sopravvento. Un’altra via è l’esaurimento delle nostre risorse. Quando siamo a secco di carburante l’esercizio del controllo cosciente è fisicamente più difficile (Vohs, et al., 2014). Questo ci dice anche che le persone che più esercitano controllo sono sia quelle più allenate ma anche quelle che possono esaurirlo con maggior frequenza.

Allenare l’ autocontrollo

La metafora più semplice per spiegare questo meccanismo è considerare l’ autocontrollo come fosse un muscolo. Questo ha due implicazioni: (1) si può allenare e migliorare con il tempo, (2) si può stancare e perdere forza con l’esercizio, (3) può recuperare energia attraverso il riposo. Quando il nostro sistema cognitivo è affaticato (stato di cognitive load), le redini del comportamento vengono lasciate maggiormente nelle mani delle abitudini e del contesto. Per esempio, lo stato di cognitive load danneggia la capacità di imparare quale sia il mazzo di carte che porta il maggior numero di vincite tra quattro possibili opzioni (Iowa Gambling Task) e riduce i livelli di conduttanza cutanea davanti a scelte rischiose (Dretsch & Tipples, 2008). Inoltre condizioni di cognitive load risultano un impedimento al processo creativo (Wagner, 2002). Questo fenomeno è conosciuto con il nome di Ego-Depletion (Baumeister et al., 1998) vale a dire una propensione naturale ad esaurire risorse dedicate all’ autocontrollo con l’esercizio.

Una moltitudine di studi sperimentali hanno verificato questo fenomeno: l’esercizio del controllo cosciente è sempre possibile ma produce carico cognitivo. Il carico cognitivo affatica il muscolo del controllo cosciente. Conseguentemente processi automatici assumono maggior rilievo. Inoltre l’energia impiegata per un esercizio di autocontrollo è sempre la medesima, quindi compiti di natura diversa si influenzano reciprocamente: il carico cognitivo generato dal tentativo di resistere a un desiderio ha un impatto su un successivo problema di resistenza alle tentazioni come su un esercizio di ragionamento, di risoluzione di un anagramma, di organizzazione di una decisione difficile.

Il correlato fisiologico del libero arbitrio

Abbiamo un’ unica risorsa cognitiva limitata che è garante del nostro libero arbitrio. Questa risorsa ha un chiaro correlato fisiologico: la concentrazione di glucosio nel cervello (Gailliot et al., 2007). Esercizi di autocontrollo riducono la concentrazione di glucosio che è correlata al calo delle prestazioni dovuto all’ego-depletion.

Parallelamente la somministrazione di glucosio tra due compiti di autocontrollo è in grado di ridurre o annullare gli effetti del processo di ego-depletion.

In sintesi, esercitare autocontrollo consuma glucosio; se il glucosio è scarso si perde la capacità di governare coscientemente il proprio comportamento che torna in mano ad automatismi radicati e routinari. Volendo un po’ esagerare potremmo sostenere che il glucosio sia la molecola su cui si fonda la libertà.

Altra considerazione affascinante: più usiamo il nostro libero arbitrio, più rischiamo di finire esauriti nella gabbia dei nostri automatismi. Quindi, libero arbitrio: usare con cura.


Coscienza & Comportamento:

1 – Libero dalla coscienza o libero arbitrio? Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci – Introduzione

2 – Emozioni, attenzione e controllo cosciente delle azioni – Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci

3 – I comportamenti impulsivi e disregolati derivano da una scelta volontaria?

4 – Come le convinzioni sul controllo influenzano il comportamento – Coscienza e comportamento

5 – Autocontrollo: la sottile linea rossa tra libero arbitrio e automatismi comportamentali

 

 

Le innovazioni della riabilitazione neuropsicologica 3.0

Grazie ai progressi della tecnologia nasce la riabilitazione neuropsicologica 3.0, capace di creare ambienti virtuali, tridimensionali complessi e interattivi che includono le rappresentazioni degli svariati luoghi frequentati dal paziente. Questa nuova tecnologia disponibile ad un prezzo sempre più accessibile consente di ottenere un alto controllo degli stimoli attraverso le diverse modalità sensoriali.

 

La riabilitazione neuropsicologica rappresenta un approccio multidisciplinare che ha come obiettivo quello di migliorare le attività di vita di tutti i giorni dei pazienti con danno cerebrale. Grazie alla conoscenza del funzionamento del cervello è possibile sottoporre i soggetti a training riabilitativi che hanno la funzione di sostituire o compensare l’abilità perduta, contribuendo a migliorare la funzione cognitiva lesa. Sebbene l’entità del deficit sia valutato mediante test standardizzati, questo approccio ha dei limiti che riguardano la validità ecologica. Un altro metodo utilizzato è la ricostruzione di ambienti di vita quotidiana in cui far esercitare il paziente; anche questo approccio pone dei limiti che vanno dai costi economici al controllo sistemico dello stimolo reale.

Storia della riabilitazione neuropsicologica

La comprensione del funzionamento cerebrale può essere ricondotto agli antichi greci e romani, le cui teorizzazioni erano limitate alle credenze religiose e culturali del tempo. Una delle prime teorie influenti è stata quella proposta, nel XVIII secolo, da F. Gall sulla specificità delle funzioni cerebrali. Fu Broca a presentare un primo programma riabilitativo per un paziente con deficit di linguaggio. Successivamente Wernicke, dichiarò che la funzione del cervello è dipendente dall’interconnessione di regioni neurali; S. Franz si è concentrato sull’apprendimento di strategie compensative. Altri sviluppi si sono verificati durante e dopo la seconda guerra mondiale a causa delle ferite al cervello riportate dai soldati. Goldstein e Luria in questo periodo hanno lavorato sulla compensazione delle abilità perdute e sui metodi per modificare i comportamenti. Un contributo significativo fu dato da Zangwill (1947) con l’introduzione di tre procedure riabilitative: strategie di sostituzione, di compensazione e di ripristino della funzione danneggiata. Ad oggi le strategie e le tecniche di rieducazione cognitiva sono in continuo sviluppo e l’obiettivo è quello di superare alcune criticità metodologiche tra cui: l’eterogeneità dei disturbi, la durata e le capacità di recupero, il grado di disabilità ed eterogeneità delle misure e delle tecniche di intervento.

Riabilitazione neuropsicologica 2.0

Recentemente, la riabilitazione neuropsicologica, sta avanzando verso un approccio valutativo più tecnologico. Ciò aiuterebbe a migliorare l’efficienza e l’accuratezza delle procedure di registrazione dei dati. La tecnologia 2.0 permette di utilizzare un metodo di raccolta dati innovativo come la “rilevazione istantanea” (metodo in cui al suono di un timer tarato sul termine dell’intervallo prestabilito, si sigla se è attivo il comportamento o meno). Un ulteriore contributo è l’adattamento della tecnologia alle esigenze individuali di ogni paziente mediante dispositivi elettronici in grado di aiutarli e sostenerli anche in contesti di vita reale. Inoltre, l’uso della tecnologia permette al paziente di registrare i dati su un dispositivo che memorizza e trasmette le informazioni elettronicamente su un database sicuro. Vengono anche proposti training riabilitativi sotto forma di software computerizzati adatti alle diverse popolazioni. Uno dei software che ha riscontrato maggior successo è “Capitain’Log” un training cognitivo capace di migliorare le prestazioni a livello di velocità di elaborazione, flessibilità cognitiva e di memoria dichiarativa in bambini sopravvissuti al cancro ed evidenziando miglioramenti anche in bambini affetti da altri tipi di patologie.

Training computerizzato

Sono stati sviluppati diversi training attentivi computerizzati che trattano tale deficit mediante un aumento graduale della difficoltà del compito. Uno studio ha mostrato l’efficacia della pratica assidua mediante tali software in bambini con ADHD, con miglioramenti di working memory spaziale, di inibizione della risposta e con la riduzione dei sintomi caratteristici del disturbo (inattenzione, iperattività e impulsività).

I metodi computerizzati si sono dimostrati efficaci sin dagli anni 80’ in pazienti con lesioni cognitive, demenza e schizofrenia. Generalmente il metodo consiste nel chiedere al paziente di dare delle risposte mediante una tastiera o un joystick in modo tale che essa venga immediatamente registrata; ciò permette la restituzione di un feedback in tempo reale, sul monitor, sull’efficienza della prestazione. Questo approccio ha evidenziato notevoli miglioramenti in questi pazienti nell’elaborazione attentiva dell’informazione. Ci sono discordanze sull’efficacia di training attentivi mirati, ad esempio, i risultati ottenuti da revisioni sommative hanno riportato un miglioramento moderato dell’attenzione in pazienti con lesione cerebrale traumatica di grado moderato-grave.

Uno studio di Brehmer e colleghi (2012) ha utilizzato un programma di riabilitazione basato su videogiochi, “Cogmed”, praticato 30 minuti al giorno per 5 giorni, per 5 settimane, in un gruppo di adulti e anziani privi di lesioni cerebrali. I risultati hanno mostrato un miglioramento significativo nelle abilità di memoria di lavoro verbale e non verbale, attenzione sostenuta e nel self-report del funzionamento cognitivo. Non è stato dimostrato nessun miglioramento della memoria, del ragionamento non verbale e nella capacità di inibire la risposta.

Riabilitazione neuropsicologica 3.0

La riabilitazione neuropsicologica 1.0 e 2.0 hanno delle limitazioni dovute alla scarsa capacità di riportare fedelmente le sfide e gli ostacoli che frequentemente si riscontrano nella vita di tutti giorni, e non replicabili in uno studio sterile o in un ambiente ospedaliero. Grazie ai progressi della tecnologia nasce la riabilitazione neuropsicologica 3.0, capace di creare ambienti virtuali, tridimensionali complessi e interattivi che includono le rappresentazioni degli svariati luoghi frequentati dal paziente. Questa nuova tecnologia disponibile ad un prezzo sempre più accessibile consente di ottenere un alto controllo degli stimoli attraverso le diverse modalità sensoriali. Grazie alla riabilitazione neuropsicologica 3.0, la registrazione delle risposte comportamentali, in relazione non solo alla lesione cerebrale o alla patologia presente, ma anche in relazione all’ambiente socio-culturale, può aiutare lo specialista nella comprensione dei problemi del paziente durante la routine quotidiana. La terapia basata sulla realtà virtuale può venire continuamente aggiornata per mezzo della risposta individuale o delle preferenze del professionista. La possibilità di rivivere esperienze emotive o dolorose potrebbero portare benefici grazie alla continua esposizione che si traduce in una maggior consapevolezza e comprensione e, di conseguenza, porta ad un maggior controllo. Gli ambienti virtuali sono sempre più utilizzati nella popolazione psichiatrica per la modificazione di problemi comportamentali o sociali; lo specialista può manipolare l’ambiente mediante l’invio di feedback in tempo reale.

La realtà virtuale si è recentemente focalizzata sulla valutazione e la riabilitazione di pazienti con deficit cognitivi. Molti ricercatori hanno promosso l’utilizzo di paradigmi di rotazione mentale ritenuti utili nel miglioramento della memoria e del problem solving. Alcuni interventi neuropsicologici sono stati tradotti in formati virtuali, come la versione VR del Multiple Errands Test (MET; Burgess et al., 2006). Questo ambiente virtuale è stato utilizzato come training per le funzioni esecutive: la pianificazione strategica, la flessibilità cognitiva e l’inibizione. Il MET è stato convalidato su pazienti con ictus e con lesioni da trauma cranico.

Interfaccia neurale nella riabilitazione

Un’interfaccia neurale (BCI) è un mezzo di comunicazione diretto tra parti funzionali del sistema nervoso centrale e un dispositivo esterno quale ad esempio un computer. Generalmente il dispositivo esterno riceve comandi direttamente da segnali derivanti dall’attività cerebrale. Le BCI bi-direzionali combinano il descritto canale di comunicazione con una linea di ritorno che permetterebbe lo scambio di informazioni tra il dispositivo esterno e il cervello. Ad oggi questa tecnologia si è focalizzata maggiormente sui disturbi motori e di comunicazione in pazienti con lesioni provocate da ictus o deficit derivanti da patologie come la sclerosi laterale amiotrofica. Inoltre, diverse ricerche stanno studiando l’influenza della BCI in popolazioni sane per indagare gli aspetti emozionali e del carico di lavoro cognitivo.

Conclusioni

Nonostante i grandi vantaggi che la realtà virtuale potrebbe portare alla riabilitazione neuropsicologica, vi sono delle barriere che ne ostacolano l’utilizzo. I principali limiti riguardano la gestione dei problemi tecnologici e i costi. Infatti molti ambienti virtuali utilizzati in diversi studi, non sono commercialmente disponibili. Per quanto concerne la difficoltà della gestione dei problemi tecnici, bisognerebbe formare il personale per il servizio di supporto, fondamentale se si vuole utilizzare tale tecnologia in ambito riabilitativo. Bisogna considerare i costi che ciò comporta, insieme al rimborso per i servizi clinici e per un personale che si occupi anche dell’analisi dei dati. Inoltre gli ambienti virtuali richiedono spazi adeguati privi di distrazioni, ma anche questa è un’altra sfida da affrontare.

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