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La Depressione Perinatale e il suo sviluppo nei padri: stato attuale, differenze con la Depressione materna e possibili direzioni future

La sintomatologia ricorrente comprende: irrequietezza, tristezza, malinconia, impotenza, disperazione, sconforto, umore depresso, perdita d’interessi, preoccupazione costante, calo della libido, insonnia. Spesso la Depressione perinatale paterna si palesa attraverso manifestazioni somatiche atipiche anche gravi quali ansia elevata, crisi di rabbia, ipocondria, sintomi funzionali o somatizzazione e acting out comportamentali (fughe, comportamenti violenti, attività fisica o sessuale compulsive, relazioni extraconiugali, disturbi del comportamento alimentare, alcolismo o altri disturbi di dipendenza).

Micaela Fratus, Martina Tramontano, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

La nascita di un figlio e i primi mesi successivi ad essa rappresentano un periodo particolarmente vulnerabile per entrambi i genitori che si apprestano ad affrontare questa nuova fase di vita. Le numerose modificazioni fisiche, psicologiche e relazionali comportano una necessaria riorganizzazione non solo del mondo esterno, ma anche del mondo psichico interno, delle figure coinvolte. Inizialmente, la maggior parte degli studi scientifici si sono concentrati sulla figura materna e sulla possibilità di sviluppare una sintomatologia depressiva: quali sono i fattori predisponenti? Quali sono i principali sintomi? Quali metodi di cura sono più efficaci per uscire dalla depressione post-partum? Quali sono le ripercussioni su bambini di mamme depresse? Sebbene se ne parli ancora poco, già dalla fine degli anni ’90 alcuni studi scientifici hanno dimostrato che anche nei padri è possibile osservare lo sviluppo di una certa forma di depressione nei mesi successivi alla nascita del figlio. La depressione post-partum può colpire entrambi i genitori con un’incidenza rispettivamente di 1 su 7 nelle donne e di 1 su 10 negli uomini. Come si sviluppa nei padri? Come si differenziano le due patologie? Ci sono dei punti in comune? Come si relazionano tra loro? Quali sono i possibili trattamenti?

Aspetti psicopatologici della maternità

La decisione di mettere al mondo un figlio è un momento unico all’interno del ciclo di vita di una coppia che si appresta a iniziare un percorso nuovo, che richiede la messa in discussione di molti aspetti identitari, psicologici e relazionali al fine di poterli riadattare alla nuova struttura familiare.

Approcciarsi a questa fase di vita richiede ad entrambe le figure genitoriali di affrontare cambiamenti ormonali, immunitari, relativi all’immagine corporea, al proprio ruolo sociale e al senso di identità che con difficoltà è stato costruito negli anni di maturazione e crescita. E’ possibile che questo momento delicato di cambiamento, in soggetti che hanno determinati fattori di vulnerabilità, dia spazio allo sviluppo di sintomi psicopatologici di diversa natura e diversa gravità, che possono avere una durata limitata oppure possono perpetuarsi nel tempo.

Come accennato precedentemente, l’interesse del clinico si è concentrato soprattutto sulla figura genitoriale materna. Le motivazioni che hanno determinato questo decentramento hanno radici culturali, epidemiologiche e prognostiche rispetto allo sviluppo psicologico del bambino.

Culturalmente si è portati a credere che la donna sia la figura all’interno della coppia che maggiormente è esposta ai cambiamenti sopra descritti. Infatti, alla futura madre è richiesto di portare avanti la gravidanza in maniera controllata e attenta per la salute del nascituro, osservando il proprio corpo che si trasforma; è richiesto di affrontare le paure e la dolorosità legate al parto e di affrontare l’importante e delicata fase di allattamento. Le motivazioni epidemiologiche sono legate al fatto che le donne manifestano un’incidenza doppia delle sindromi depressive rispetto agli uomini e quindi si ritiene che siano più a rischio di sviluppare una patologia durante la gravidanza. I dati clinici che si sono focalizzati sulla relazione madre-bambino hanno poi dimostrato che i figli di madri depresse hanno una maggior probabilità di sviluppare disturbi dell’adattamento e depressione infantile rispetto ai figli delle mamme non depresse. Tali risultati evidenziano l’importanza della condizione di salute psichica della madre nei primi mesi di vita del bambino e l’incidenza che essa ha sul suo sviluppo psicologico. Alla luce di quanto appena detto, la figura genitoriale maschile è sempre stata vista come marginale.

E’ stato accertato che in fase di vita il 20% delle donne sperimenta l’insorgenza di disturbi ansiosi e depressivi (più del 12,5% dei ricoveri femminili avvengono nel periodo del post-partum). I principali tipi di disturbi dell’umore caratteristici del periodo post-partum riconosciuti sono:
– Malinconia della maternità (maternity blues): insorge nelle due settimane successive al parto (dal 50 all’ 85% della popolazione). E’ caratterizzata da scoppi improvvisi di pianto, irritabilità, sentimenti di tristezza e sfiducia, ansia, disforia lieve.
– Psicosi post-partum: insorge nei mesi successivi al parto, è molto rara ma più grave (1 o 2 donne su 1000). I sintomi più frequenti sono: depressione, euforia maniacale, confusione mentale, allucinazioni e illusioni, insonnia e disturbi dell’alimentazione. La gravità di questo quadro clinico porta all’assunzione da parte della madre di atteggiamenti ambivalenti nei confronti del figlio fino ad arrivare a pericolosi atti di infanticidio e suicidio.
Depressione post-partum: insorge nell’anno successivo al parto (più del 10% delle donne).

Depressione post-partum nelle madri (DPM): quadro clinico

La depressione post-partum è un quadro clinico caratterizzato da sintomi depressivi che possono differire per numero e per tipo dalle manifestazioni depressive mostrate da donne che non hanno partorito. I sintomi più frequenti sono legati ad un marcato senso di irritabilità e forti sentimenti di collera; le donne affermano di sentirsi deboli e prive di forza e di provare uno stato pervasivo di anedonia. Da un punto di vista cognitivo le madri con Depressione-postpartum mostrano un’attitudine a colpevolizzarsi, una scarsa fiducia nelle proprie competenze genitoriali e bassa autostima.

Sentimenti profondi di colpa e di vergogna nel provare un’esperienza depressiva in un periodo di vita che dovrebbe essere culturalmente ricco di gioia e positività, possono accompagnare il quadro sintomatico appena descritto. Come si può evincere da quanto detto, l’umore deflesso non è necessariamente la manifestazione sintomatica più importante per le madre affette da Depressione post-partum. In una percentuale non irrisoria di casi è spesso preceduto da ansia, labilità emotiva, disturbi del sonno, faticabilità e irritabilità. In alcune situazioni, le madri manifestano anche dei pensieri ossessivi di tipo aggressivo nei confronti del bambino fino ad arrivare ad un quadro più grave che comprende atti lesivi auto ed eterodiretti (Aceti, et al., 2015).

Fattori di rischio

I fattori di rischio che risultano essere più probabili si concentrano sulla possibilità di aver fatto esperienza di stati depressivi durante la propria storia di vita personale, di aver difficoltà relazionali con il partner e con la propria famiglia d’origine associati ad una mancanza di sostegno pratico ed emotivo.

Differenti studi hanno indagato la presenza di una relazione tra stile di attaccamento appreso dalla madre e la possibilità di sviluppare una Depressione post-partum. West, Rose e Spreng (1999) hanno dimostrato come donne che hanno sviluppato uno stile di attaccamento insicuro, possono manifestare sintomi più gravi e severi. Più recentemente Bifulco (2004) ha evidenziato che uno stile di attaccamento di tipo evitante è correlato positivamente con disturbi depressivi prima del parto, invece uno stile di attaccamento di tipo ansioso è correlato positivamente con sintomi depressivi che si sviluppano nel periodo successivo al parto. Come detto, gli aspetti familiari e relazionali non sono gli unici fattori di rischio evidenziati.

L’ipotesi di una correlazione tra particolari disturbi psicologici e Depressione post-partum è stata avvallata da autori come Newman che ha dimostrato come il disturbo di personalità ossessivo-compulsivo, dipendente ed evitante e il disturbo borderline possono essere legati allo sviluppo di tale patologia. Di fatto sembrerebbe che il timore nelle relazioni interpersonali, l’ansia e la mancanza di assertività siano aspetti precipitanti per lo sviluppo di una sintomatologia depressiva dopo il parto.

Depressione perinatale paterna (DPP): definizione e sintomatologia

Una mole considerevole di ricerche cliniche ed empiriche si è occupata di indagare e sviluppare trattamenti ed interventi rivolti ai disturbi psicologici che possono colpire la maternità nel periodo conseguente al parto. E’ bene sottolineare come anche i padri possano andare incontro a psicopatologie della genitorialità come la depressione maggiore, la psicosi della paternità, la depressione ed acting.

A confronto, però, i tentativi di studiare la condizione psicologica dell’uomo nella transizione alla paternità, si presentano rari e lacunosi. Le ragioni che possono spiegare tale differenza nella quantità e qualità degli studi sono da rintracciare nella scarsa disponibilità dei padri a partecipare alle ricerche, nella minore incidenza del disturbo depressivo nella popolazione maschile, nella carente disponibilità di metodi d’indagine validi e attendibili che tengano conto delle differenze di genere, nei fattori socioculturali che portano a trascurare il coinvolgimento del padre nel periodo perinatale (Baldoni, F., & Ceccarelli, L. 2010). Infatti, la nostra società fino a tempi recenti ha associato il ruolo paterno prevalentemente alla figura di sostentamento, di supporto economico e in parte disciplinare all’interno del nucleo familiare. La relazione padre-figlio veniva rappresentata come un rapporto “in divenire”, da prendere in considerazione successivamente; la donna, dotata di ciò che viene definito “istinto materno”, deteneva il ruolo attivo nell’accudimento e soddisfacimento dei bisogni primari e affettivi dei figli. Nella società odierna, invece, in risposta al progressivo aumento di separazioni e divorzi, e al maggiore scambio di ruoli tra uomo e donna sia all’interno del mercato del lavoro che tra le mura domestiche, la paternità ha visto incrementare la sua importanza, connessa al diffondersi del concetto di “triade familiare” come necessità imprescindibile per un sano sviluppo psico-fisico del bambino e per una buona relazione affettiva familiare reciproca (Caponeri, D. P.).

La Depressione Perinatale Paterna (DPP) è la traduzione del neologismo francese “Depression Périnatale Paternelle” coniato in ambito psicoanalitico. Colpisce il 5-10% dei padri e risulta associata con un incremento del rischio da parte dei bambini di sviluppare difficoltà di tipo cognitivo, emotivo e comportamentale. Essa deve essere distinta dalla “Sindrome della Couvade” che può colpire i padri durante la gravidanza ed è caratterizzata da sintomi somatici (nausea, gonfiore o dolore addominale) e comportamenti femminili tipici della gravidanza che non assumono un vero significato psicopatologico. I sintomi della depressione paterna, anche se possono presentare la stessa durata, si differenziano da quelli caratterizzanti la Depressione post-partum materna: sono talvolta meno definiti, coinvolgono meno disturbi e manifestano alterazioni affettive più lievi.

La sintomatologia ricorrente comprende: irrequietezza, tristezza, malinconia, impotenza, disperazione, sconforto, umore depresso, perdita d’interessi, preoccupazione costante, calo della libido, insonnia. Spesso la Depressione perinatale paterna si palesa attraverso manifestazioni somatiche atipiche anche gravi quali ansia elevata, crisi di rabbia, ipocondria, sintomi funzionali o somatizzazione e acting out comportamentali (fughe, comportamenti violenti, attività fisica o sessuale compulsive, relazioni extraconiugali, disturbi del comportamento alimentare, alcolismo o altri disturbi di dipendenza).

È fondamentale, però, tener presente che la maggior parte delle ricerche che si sono occupate di valutare le alterazioni affettive prodotte dalla depressione perinatale paterna, hanno impiegato questionari self-report che non tengono conto delle differenze di genere e possono presentare problematiche di validità e attendibilità, evidenziando nell’uomo sofferenze minori rispetto alla donna (Ballard, C., & Davies, R. 1996).

Fattori di rischio e conseguenze della depressione perinatale paterna

Durante il periodo post-natale è stato dimostrato che la Depressione perinatale paterna produce effetti negativi sulle capacità genitoriali, sull’abilità di stabilire una relazione di attaccamento con il bambino e sulla relazione di coppia. Quest’ultima pertanto si configura come un fattore di rischio non solo per la Depressione materna, ma anche per quella paterna: nelle ricerche è emerso che la presenza di un basso livello di soddisfazione di coppia e del consenso e della coesione coniugale, connessi ad alti livelli di stress perinatale, rappresentano fattori predisponenti la Depressione Perinatale Paterna.
Per quanto riguarda i fattori psicosociali correlati alla presenza della sintomatologia depressiva paterna rintracciamo:
– Età giovane o molto avanzata;
– Basso livello d’istruzione, scarso reddito, preoccupazioni finanziarie e disoccupazione.

Inoltre la depressione materna e la presenza di disturbi mentali nella madre sono stati identificati come due tra i maggiori fattori predisponenti della Depressione perinatale paterna.

Altro aspetto rilevante è il concetto di “autoefficacia”: percepirsi come un genitore inutile, inadeguato, incapace e poco efficace nel prendersi cura del proprio figlio, rappresenta un fattore di rischio.

Infine gli studi più recenti e attualmente disponibili sulla Depressione Perinatale Paterna hanno messo in evidenza diversi altri fattori di rischio oltre quelli psicosociali e relazionali; fra questi sono da evidenziare:
– alti livelli di percezione dello stress (essa è correlata al temperamento del neonato: bambini impegnativi, molto richiedenti, che piangono, dormono e si alimentano con problematicità, produrranno livelli più elevati di stress e questo aspetto risulta più critico per i padri rispetto alle madri);
– caratteristiche di personalità (alcune ricerche hanno evidenziato nei padri con Depressione Perinatale Paterna la presenza di tratti depressivi ansiosi, di un elevato grado di nevroticismo e un basso livello di estroversione);
– fattori socio-familiari (qualità della relazione con i propri genitori durante l’infanzia, gravidanza indesiderata, discrepanza tra aspettative durante la gravidanza e l’esperienza di genitore dopo il parto, appartenenza ad una famiglia ricomposta).
Stranamente non è stata riscontrata una correlazione significativa tra la storia psichiatrica precedente del padre e lo sviluppo di Depressione Perinatale Paterna.

Una panoramica sulla ricerca

Il primo articolo sulla Depressione Perinatale Paterna è stato pubblicato all’inizio degli anni trenta da Zilboorg (1931) con il titolo di “Depressive reactions related to parenthood”; in seguito altri autori hanno preso in considerazione la gravidanza come fattore di criticità per i futuri padri.
Baldoni e Ceccarelli nel 2010 hanno condotto una minuziosa rassegna rivolta a tutta la produzione scientifica pubblicata su tale tematica che ha consentito di tracciare due principali periodi:
1930-1980: resoconti di osservazioni condotte su casi clinici;
1980- 2010: studi empirici al fine di misurare la sintomatologia, la prevalenza e l’eziopatogenesi della Depressione Perinatale paterna e a valutare la correlazione tra questa, la Depressione materna e lo sviluppo psicologico, comportamentale e somatico del figlio.

Le ricerche attuali seguono e approfondiscono questo secondo filone. La maggior parte delle ricerche di natura epidemiologica ed empirica sono state condotte negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Australia.

In Italia merita di essere citata la ricerca svolta da Currò e colleghi nel 2009. Essi hanno messo in evidenza il ruolo fondamentale che può avere il pediatra nel riconoscere i genitori maggiormente predisposti al rischio di sviluppare la Depressione Perinatale Paterna, somministrando loro un semplice test (EPDS). I genitori venivano intervistati durante la prima visita del figlio e coloro che riportavano un alto punteggio venivano riesaminati dopo 5 settimane. Se persisteva un punteggio alto allora venivano esaminati da uno psichiatra per confermare la diagnosi. Dalla ricerca è emerso che alla prima visita il 26,6% delle madri e il 12,6% dei padri ha riportato un alto punteggio all’EPDS mentre, alla seconda visita, il 19,0% delle madri e il 9,1% dei padri, ha riportato un risultato al test che segnalava il rischio della malattia depressiva. Pertanto Depressione Perinatale Paterna è comune nella popolazione media.

Possibili trattamenti

Le principali linee-guida per il trattamento della depressione indicano come intervento di prima scelta terapie di tipo psicologico, in particolare cognitivo-comportamentale. Tale suggerimento viene esteso anche alla depressione post partum, viste le maggiori controindicazioni e la riluttanza delle donne ad intraprendere una terapia farmacologica durante l’allattamento.

Nel 2011 Piacentini e altri hanno condotto uno studio che ha confermato i dati secondo cui interventi cognitivo-comportamentali brevi e strutturati possono essere efficaci e facilmente accettati dalle donne affette da depressione post-partum e, pertanto, ne sarebbe auspicabile una maggiore diffusione nella pratica clinica. Come abbiamo descritto e sottolineato fino ad adesso è importante, per proteggere la relazione madre-bambino e lo sviluppo globale di quest’ultimo, prendere in considerazione entrambi i genitori e quindi anche il ruolo ricoperto dal padre fin dall’inizio della gravidanza, cercando di coinvolgerlo sia durante il periodo di gestazione che successivamente al parto. Ulteriore aspetto emerso precedentemente e da non sottovalutare è l’influenza reciproca tra gli stati psicologici delle madri e dei padri: i disturbi depressivi, ansiosi e comportamentali del padre possono incidere e favorire una reazione depressiva nella donna, condizionando lo sviluppo psicologico e fisico del nascituro.

A differenza del panorama di studi sulla Depressione post-partum materna, rispetto alla Depressione Perinatale Paterna attualmente non possediamo chiare informazioni sulle modalità di screening, sulle terapie più indicate per il sostegno psicologico, sull’efficacia delle psicoterapie o dei trattamenti farmacologici. La maggior parte delle ricerche condotte non ha indagato tali aree d’interesse. L’analisi delle ricerche più recenti ha mostrato la diffusione di terapie sulla prevenzione e sulla cura della depressione perinatale basate sulla Mindfulness. Tale tecnica potrebbe essere utilizzata anche nella prevenzione della depressione perinatale paterna consentendo di fare un intervento con entrambi i genitori. Essa intende insegnare le abilità necessarie per affrontare il parto e la genitorialità, con l’obiettivo di prevenire le situazioni psicopatologiche che si possono verificare in questi stati di vulnerabilità sia nell’uomo sia nella donna, promuovendo risposte sane allo stress psicologico e fisiologico. L’acquisizione della coscienza del proprio ruolo è stata descritta come una competenza chiave della genitorialità. Promuovere la consapevolezza nel contesto della genitorialità quotidiana e formare il padre e la madre sono le strade migliori per incrementare l’efficacia degli interventi della coppia sul figlio (Cicchiello, S. 2015).

Nell’ambito della depressione post partum esistono due ricerche che hanno ottenuto buoni risultati ricorrendo a dei programmi basati sulla Mindfulness per l’accompagnamento al parto e la promozione della genitorialità. Uno di essi ha applicato un programma basato sulla Mindfulness per il parto e la genitorialità: il “Mindfulness-Based Childbirth and Parenting” (MBCP). Il programma MBCP è un adattamento del programma di riduzione dello stress (MBSR) fondato da Jon Kabat-Zinn, destinato sia ad aiutare i partecipanti a “essere nel momento presente” sia a consentire ai genitori di vivere la cura del figlio con consapevolezza, gentilezza e condivisione.

Lo studio pilota di Duncan e Bardacke del 2012 ha proposto un programma di MBCP che necessita di ulteriori approfondimenti futuri. Esso ha consentito, però, di ampliare le strategie d’intervento nell’ambito della depressione perinatale non solo nei confronti della madre ma anche dei padri. I risultati di questo studio pilota sembrano essere promettenti: si sono avuti effetti nella riduzione dell’ansia rispetto alla gravidanza, nell’aumento della consapevolezza e nella manifestazione di emozioni positive.

La detached mindfulness è davvero mindfulness?

La detached mindfulness di Wells non prevede alcuna meditazione né alcun ancoraggio al corpo o al respiro ed ha, come obiettivo ultimo, quello di rendersi consapevoli dei propri pensieri più che all’esperienza del qui e ora nella sua totalità. Prevede la sospensione di tutti i coping maladattivi con lo scopo di rafforzare la meta-consapevolezza ed il distacco: l’obiettivo è aiutare il paziente a gestire la propria sintomatologia in modi efficaci.

 

Le differenze tra la mindfulness e la detached mindfulness

La detached mindfulness (DM) è stata messa a punto da Adrian Wells nella sua terapia metacognitiva come tecnica per favorire distacco e consapevolezza. Non a caso il termine “detached” deriva da “detachment” che vuol dire distacco, mentre “mindfulness” richiama la definizione classica di Kabat-Zinn, ideatore del famoso protocollo MBRS (mindfulness based stress reduction). Eppure è un errore frequente rapportare la detached mindfulness alle pratiche mindfulness intese come meditazione intensiva.
Vediamo nel dettaglio cosa succede.

Jon Kabat-Zinn descrive la mindfulness come “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, al momento presente, in modo non giudicante, non critico e di accettazione” (Kabat-Zinn, 1994); il momento presente comprende pensieri, credenze, ricordi ed una serie di sensazioni somatiche del qui e ora. La potenza della consapevolezza risiede nella sua capacità di creare un’attenzione che può nello stesso momento favorire l’accettazione.

Il secondo termine, detached, fa riferimento al prendere le distanze da ogni reazione emotiva verso gli eventi interni indesiderati e dolorosi, che sono indipendenti dalla coscienza, in modo che l’individuo sia uno spettatore esterno capace di osservare i propri pensieri e le proprie credenze (Wells A, 2012).

L’insieme dei due elementi (detached e mindfulness) favorisce l’interruzione di tutti i processi cognitivi e comportamentali che si mettono in atto nel tentativo di sopprimere l’evento interno indesiderato con il risultato di rafforzarlo ed ingigantirlo. Esempi di tali processi sono la ruminazione, il controllo del pensiero o delle emozioni, il monitoraggio della minaccia e gli evitamenti (sia cognitivi che comportamentali). Questi sono tutti elementi che Wells ha concettualizzato nella “sindrome cognitivo-attentiva”, più conosciuta come “CAS” quando ha descritto il modello dell’autoregolazione delle funzioni esecutive nel 1994 (Wells e Matthews, 1996).

È ovvio che la detached mindfulness non è una tecnica di evitamento, né cognitivo-emotiva e non è neppure una strategia di controllo; piuttosto è l’esatto contrario: i pensieri non vengono allontanati, modificati o controllati, ma osservati per quello che sono senza agire alcuna azione e senza giudicarli: è un modo diverso di osservarli.

In che cosa, allora, la detached mindfulness di Wells si distanzia dalla mindfulness di Kabat-Zinn?

Nel suo lavoro principale, “Full catastrophe living” del 1990, Kabat-Zinn definisce la mindfulness come “porre attenzione”: la concentrazione sul respiro è mezzo per focalizzare l’attenzione sul momento presente, diventando consapevoli del proprio flusso di pensiero, senza giudicarlo ma lasciando fluire, accettandolo per come è. Il respiro è l’ancora! Nei suoi protocolli, l’autore richiede pratica intensiva, esercizi quotidiani (e qui si intravede l’influenza buddista) e la focalizzazione sul proprio corpo. Gli esempi più importanti sono le meditazioni formali, il body scan, la walking meditation oppure le meditazioni informali. Queste ultime si svolgono nelle attività quotidiane come mangiare, guidare o parlare al telefono così da apprezzare in pieno gli elementi di curiosità, di non giudizio, di accettazione e del lasciare andare.

La detached mindfulness di Wells non prevede alcuna meditazione né alcun ancoraggio al corpo o al respiro ed ha, come obiettivo ultimo, quello di rendersi consapevoli dei propri pensieri più che all’esperienza del qui e ora nella sua totalità. Prevede la sospensione di tutti i coping maladattivi con lo scopo di rafforzare la meta-consapevolezza ed il distacco: l’obiettivo è aiutare il paziente a gestire la propria sintomatologia in modi efficaci.

Ricordiamo che vi sono di diversi di esercizi di detached mindfulness e sono tutti descritti nel manuale di terapia metacognitiva dei disturbi di ansia e di depressione di Wells del 2012 ed in altri suoi approfondimenti (Wells, 2005). Nel testo sono anche spiegati i modi di utilizzo di quest’ultime e i casi in cui gli studi hanno dimostrato essere più fruttuosi come con i pazienti con depressione, disturbo di ansia generalizzato, il disturbo post traumatico da stress o il disturbo ossessivo compulsivo.

Punire, correggere, rieducare, curare – Recensione del libro: Minori e giovani adulti autori di reato

In Minori e giovani adulti autori di reato i curatori hanno selezionato numerosi contributi, che affrontano la problematica dei minori autori di reato da molteplici punti di vista: giuridico, psicologico, psicoanalitico, di psicologia sociale e delle organizzazioni, strettamente sociologico.

 

Quale rapporto tra salute mentale e legge?

Freud (1906) riteneva che la psicoanalisi non potesse rispondere ai quesiti propri del diritto: la colpevolezza, la responsabilità. La prospettiva dell’inconscio è indifferente ai fatti, alla legge, ai rapporti di causa effetto per come sono percepiti nella prospettiva chiara e distinta della vita diurna.

Oggi le cose sono molte cambiate. Il tramonto del codice paterno, l’implicita identificazione sociale con un sé adolescenziale ed irresponsabile hanno fatto sparire la prospettiva della pena dall’orizzonte sociale. La macchina punitiva della legge deve in qualche modo giustificarsi. Esplicita e formalizza sempre più finalità trasformative, educative, terapeutiche. E chiede ai professionisti della salute mentale, psichiatri, psicologi, educatori, di assumere un ruolo centrale nel sistema di controllo e retribuzione della devianza, in particolare quando sono in gioco soggetti minori o giovani adulti.

E’ un compito impervio. Nasce da una posizione culturale e da una legislazione in qualche modo volontaristiche, ma prive fino ad ora di un’ adeguata elaborazione teorica e modellizzazione clinico-professionale.

Minori e giovani adulti autori di reato: l’adolescente e il piano educativo

A questo gap vuole rispondere il bel volume curato da Alfredo De Risio, Paola della Rovere, Chantal Favale, Simona Iacoella: Minori e giovani adulti autori di reato. Alla molteplicità dei professionisti che si confrontano con la devianza sono attribuiti compiti caratterizzati da elevata complessità e multidimensionalità. I curatori hanno perciò selezionato numerosi contributi, che affrontano la problematica dei minori autori di reato da molteplici punti di vista: giuridico, psicologico, psicoanalitico, di psicologia sociale e delle organizzazioni, strettamente sociologico.

L’ adolescente di oggi, si confronta con una realtà particolarmente debole sul piano educativo. Come osserva Paola della Rovere in Minori e giovani adulti autori di reato:“I cambiamenti sociologici dell’epoca contemporanea, il venire meno del prestigio e dell’autorevolezza delle “grandi istituzioni” (famiglia, scuola…),

La rapidità di comunicazione e l’accesso continuo all’informazione – spesso caotica – determinata da internet, hanno diluito la trasmissione del messaggio educativo, che non riesce più ad essere normativo, regolatore e maieutico, rispetto al riconoscimento delle proprie passioni, ancora in divenire. In questa prospettiva “Il comportamento deviante può essere uno degli esiti del disagio adolescenziale e può essere considerata una espressione all’interno di un quadro sintomatologico più problematico, indicatore di sofferenza mentale o addirittura di un vero e proprio disturbo psicopatologico

Il modello carcerario e correzionale si confronta inevitabilmente sul campo con la prospettiva rieducativa e terapeutica: “si crea una cesura tra finalità cliniche e percorsi giudiziari riabilitativi: le necessità cliniche spesso contrastano con le finalità giudiziarie o talvolta coincidono in maniera impropria.” Paola della Rovere osserva: “Il dualismo “sano = normale, malato = criminale” è estremamente riduttivo: non spiega, difatti, come mai esistono sani di mente “criminali” e malati di mente “non criminali”.

Di fronte a queste ideologie contrapposte, di cui vediamo ampia eco nella polemica sul diritto alla difesa, anche armata, è necessario saper prendere le distanze, inquadrare i fenomeni in una giusta prospettiva storica. Ezio Antonio Giacalone, in Minori e giovani adulti autori di reato, ricostruisce la nascita delle istituzioni correzionali per gli adolescenti, avvenuta nel XVII secolo: “a fronte di una massiccia urbanizzazione e del conseguente aumento di poveri, folli, vagabondi e minori disagiati che affollavano le strade – le istituzioni si posero per la prima volta il problema complessivo del controllo e della correzione morale dei devianti, al fine di un loro ‘recupero’ attraverso la disciplina ed il lavoro” con “la netta separazione tra le istituzioni che si occupavano dei minorenni e quelle competenti per gli adulti”, accentuando nei confronti dei secondi finalità esplicitamente assistenziali e riabilitative: “rivestirli, nutrirli, medicarli, trovar loro un lavoro in botteghe esterne o in officine interne e istruirli nel santo timore di Dio

Punizione o assistenza, controllo o cura? Paola Iacoella osserva: “L’operatore corre due rischi: la criminalizzazione, sostenuta dal contesto sociale, attraverso la legge e il comune sentire, che comporta il rischio di perdere di vista le radici del comportamento, oppure la patologizzazione di qualunque reato, e in particolare dei reati a sfondo sessuale, che può erroneamente indurre a privare la persona della sua responsabilità giuridica e morale in termini di “assoluzione”. Entrambi gli atteggiamenti costituiscono un a priori che rischia di spostare il focus del lavoro psicologico, che … consiste nel … capire e comprendere, concentrando, laddove possibile, la propria attività professionale sulla sofferenza psichica ed aiutando la persona a modificare i propri comportamenti”.

L’istituzione e gli operatori incaricati di intervenire sulla devianza adolescenziale e giovanile sono confrontati quotidianamente con un fondamentale problema motivazionale. Per assistere questo tipo di utenza, osserva ancora Iacoella in Minori e giovani adulti autori di reato, occorre rispondere ad un interrogativo preliminare: “perché occuparsi degli abusanti?” L’autrice offre molteplici possibili risposte: “per prevenire la recidiva, quindi il compimento di atti analoghi verso altre potenziali vittime, per evitare che essi diventino successivamente dei pedofili o dei padri abusanti o reiterino su altre potenziali vittime le gravi azioni già compiute.” Ma anche in una prospettiva terapeutica: “Perché (anche) gli abusanti sono dei pazienti

Più complessa la posizione di Deiacobis che osserva:  “l’azione deviante ha un’alta valenza comunicativa e rappresenta una delle forme attraverso cui si esprime lo scacco dei processi evolutivi e, più in generale, il disagio psichico nella fase adolescenziale”. Deiacobis sostanzia le sue posizione in Minori e giovani adulti autori di reato con un bellissimo caso clinico, in cui il trattamento psicologico individuale ed un atteggiamento di autentica empatia con il giovane criminale mettono in moto profondi processi trasformativi e di maturazione.

Ma torniamo a Freud: non possiamo accontentarci di spiegare il fatto illecito. Le radici inconsce, i deficit metacognitivi, la genetica, la sociologia (il testo è una miniera di informazioni su queste ed altre dimensioni) ci possono aiutare a ricostruire un comportamento. Ma il reato non è una forma generica di comunicazione. Passa attraverso la violenza, il sangue la paura, la vittima. Ecco credo non si possa lavorare in modo genuino nei contesti rieducativi se non si ha il coraggio di riconoscere e denominare l’atto criminale, se non si riesce a includere l’esperienza della vittima, a riconoscere nella sua pienezza, la perfidia, la doppiezza, l’efferatezza del reato. Solo così possiamo aiutare veramente l’autore del reato a iniziare un percorso di vita nuovo e, davvero, libero.

Il decadimento della memoria sociale nella schizofrenia

Le persone affette da schizofrenia spesso vanno incontro a debilitanti problemi cognitivi, inclusi i deficit di memoria episodica, un fattore chiave per il funzionamento sociale.

 

Cosa accade alla memoria episodica e al funzionamento sociale nei pazienti affetti da schizofrenia?

La funzione della memoria episodica è quella di immagazzinate informazioni relative ad eventi specifici; essa è importante per la rievocazione della maggior parte degli avvenimenti della nostra vita, include eventi personali e dettagli delle interazione sociali. La compromissione di tale funzione mnestica limita la capacità di formare relazioni con gli altri ed è una delle caratteristiche che si riscontra nei pazienti schizofrenici.

Recentemente, i ricercatori della University of California, Los Angeles (UCLA) hanno scoperto che i pazienti schizofrenici, in fase iniziale, hanno la possibilità di migliorare la capacità di richiamo di eventi sociali se vengono dati loro dei suggerimenti specifici.

I risultati della ricerca suggeriscono una potenziale strategia per il mantenimento della memoria episodica nelle persone affette da schizofrenia.
Per lo studio, i ricercatori hanno voluto verificare se la memoria episodica, in particolare in relazione al ricordo degli eventi sociali, peggiora nel corso della malattia. Il campione sperimentale era suddiviso in tre gruppi: persone ad alto rischio di psicosi, persone che hanno vissuto un episodio di psicosi e persone con schizofrenia cronica.

Ai soggetti non è stato comunicato né l’oggetto della ricerca, né i vari test di memoria a cui sarebbero stati sottoposti. I ricercatori hanno mostrato ai partecipanti 24 filmati, raffiguranti amici che parlavano, un meccanico che parlava con un cliente e altre scene ordinarie di vita quotidiana.
I partecipanti hanno poi esaminato diverse fotografie: 24 immagini raffiguranti persone presenti nei filmati e 24 immagini di persone che non lo erano.

I ricercatori hanno chiesto ai soggetti di identificare quali facce apparivano familiari e quali suscitavano il ricordo di dettagli appartenenti alle scene viste. Tutti i volontari dei tre i gruppi sono stati in grado di identificare i volti presenti nei filmati, ma hanno mostrato una difficoltà specifica nella capacità di rievocare le situazioni sociali associate ai volti, indicando una scarsa funzionalità della memoria episodica.

Nella seconda parte dello studio, ai partecipanti sono state nuovamente mostrate le foto con la richiesta di scegliere tra quattro frasi proposte, quella in grado di descrivere meglio la situazione in cui era apparso uno specifico volto. I partecipanti con alto rischio di sviluppare la schizofrenia non hanno avuto problemi nello svolgere questo compito. Tuttavia, coloro che avevano già sperimentato un episodio psicotico o che presentavano già schizofrenia cronica hanno riscontrato delle difficoltà significativamente maggiori in questo compito sperimentale.

Secondo i ricercatori dunque la differenza tra i gruppi nel compito sperimentale di “selezione della frase” sottolinea un cambiamento della memoria episodica con l’insorgenza della psicosi.

 

Prima edizione del ciclo “Pratichiamo la teoria”, incontri formativi di confronto fra modelli – Report dall’evento

La Scuola di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato presso la sede di Milano un ciclo di incontri formativi di confronto fra modelli dal titolo “Pratichiamo la teoria”.

 

Incontri di formazione teorici e pratici

La Scuola di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato presso la sede di Milano un ciclo di incontri formativi di confronto fra modelli dal titolo “Pratichiamo la teoria”.

Questo ciclo di incontri non era la solita lezione frontale, ma univa teoria e pratica perché in fondo “Ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendolo” (Aristotele).

Ecco così un’ottima occasione di formazione sia teorica che sul campo. Ad ogni incontro è stato presentato un modello specifico di intervento.

Gli incontri hanno seguito questa struttura:

  • Breve introduzione teorica sul modello presentato
  • Simulata in diretta dell’intervento del modello affrontato sul medesimo caso clinico
  • Spazio aperto di confronto tra il relatore e i partecipanti

Il caso clinico era simulato da una collega psicologa psicoterapeuta (Mara Soliani) che interpretava Cinzia, giovane studentessa universitaria di 24 anni la cui domanda di terapia era la seguente “Devo fare il tirocinio e lavorare con altre persone… non reggo lo sguardo degli altri, non riesco a parlare in pubblico, mi sento agitata, mi blocco….la mia tutor ha uno sguardo che mi blocca”.

Nel corso degli incontri i partecipanti hanno visto i diversi relatori effettuare, sulla stessa problematica presentata, domande e approfondimenti differenti in base al modello di riferimento utilizzato.

Quali sono stati i modelli presentati e applicati?

Nel primo incontro Sandra Sassaroli ha presentato il modello LIBET.

LIBET (Life Themes and plans Implications of biased Beliefs: Elicitation and Treatment) è un modello integrato di concettualizzazione che nasce nel gruppo ricerca di Studi Cognitivi (Sassaroli, Bassanini, Redaelli, Caselli, Ruggiero 2014).

Questo modello consente di capire il paziente all’interno della sua storia evolutiva, senza trascurare allo stesso tempo i sintomi. LIBET inoltre nasce anche come proposta di integrazione tra i diversi mondi della psicoterapia e permette di armonizzare in un quadro unico contributi di diversi orientamenti evidence based.

Durante la simulata Sandra Sassaroli, autrice del modello LIBET, si è focalizzata sulla concettualizzazione del funzionamento della paziente andando a indentificare, a partire dalla domanda di terapia e dall’esordio sintomatico, il tema doloroso, i piani semiadattivi e la rottura del piano.

Pratichiamo la teoria, incontri formativi di confronto fra modelli - Report dall'evento IMM2

La Dottoressa Sandra Sassaroli illustra il Modello LIBET

Nel secondo incontro Giovanni Maria Ruggiero presenta invece il modello REBT.

La REBT (Rational Emotive Behavior Therapy) è un tipo di terapia cognitivo comportamentale sviluppata da Ellis nel 1955. Nell’ottica REBT l’enfasi è sul presente e le persone sono invitate a esaminare e a cambiare i loro pensieri irrazionali che creano emozioni non sane e comportamenti auto-danneggianti e auto-sabotanti. La tecnica della REBT include l’attuazione del modello “ABC” e il focus terapeutico è sulle credenze irrazionali.

Giovanni Maria Ruggiero presenta la REBT, di cui è supervisore, e durante la sua simulata ha focalizzato il suo intervento sulla costruzione di un ABC, sull’identificazione dei pensieri irrazionali e sul disputing di questi.

Nel terzo incontro Gabriele Caselli presenta infine il modello MCT.

MCT (Metacognitive Therapy) è una recente forma di psicoterapia che ha introdotto una nuova modalità di concettualizzazione e trattamento dei disturbi psicologici. MCT risulta efficace nel trattamento dei Disturbi d’Ansia (Wells, 1995, 2000) e della Depressione (Norman, Van Emmerik & Molina, 2014). MCT ha come obiettivo la riduzione del pensiero ripetitivo negativo (nelle forme di rimuginio o ruminazione) e riportare sotto il controllo cosciente la risposta a pensieri ed emozioni negative.

Gabriele Caselli, terapeuta level 2 MCT, dopo la presentazione teorica, orienta la sua simulata su un colloquio di concettualizzazione e familiarizzazione con il modello MCT.

Pratichiamo la teoria, incontri formativi di confronto fra modelli - Report dall'evento IMM 1

Il Dott. Gabriele Caselli e la Dott.ssa Mara Soliani durante la simulazione di un caso clinico

Nuove edizioni del ciclo “Pratichiamo la teoria”

Dato l’interesse mostrato dalle richieste dei partecipanti, Studi Cognitivi riproporrà a Milano una seconda edizione del ciclo “Pratichiamo la teoria”. In questa nuova edizione ci saranno nuovi argomenti che verranno trattati con la stessa modalità di breve presentazione teorica e simulata.

Anche altre sedi del Network di Studi Cognitivi si stanno organizzando per lanciare questi tipi di eventi.

Vi siete persi questi incontri? La prima sede che lancerà il ciclo “Pratichiamo la teoria” già questo autunno sarà il Centro di Psicoterapia e Scienza Cognitiva di Genova.

Healing the Fragmented Selves of Trauma Survivors: la sapienza e l’esperienza clinica di J. Fisher – Recensione del libro

Ormai da qualche tempo è uscito Healing the Fragmented Selves of Trauma Survivors (edito Routledge), l’ autrice è Janina Fisher PhD, tale testo oggi si pone come riferimento imprescindibile per coloro che si impegnano nel trattamento dei pazienti complessi.

 

Janina Fisher è assistente direttore dell’istruzione dell’Istituto di Psicoterapia Sensomotoria (SPI, www.sensorimotorpsychotherapy.org), consulente EMDR International Association (EMDRIA) e un ex trainer presso il Trauma Center (Brookline, MA, USA), centro clinico e per la ricerca fondato da Bessel van der Kolk. Conosciuta per la sua esperienza di psicoterapeuta, autrice e trainer, è anche past president della New England Society per il Trattamento del Trauma e della Dissociazione, un ex trainer della Harvard Medical School e coautore (con Pat Ogden) di Psicoterapia Sensomotoria: Interventi per il trauma e l’attaccamento (2016, Raffaello Cortina).

Il prof. G. Liotti  ha detto di questo libro:

Il ruolo del trauma cumulativo nella frammentazione dell’esperienza di sé, le strategie per identificare insieme al paziente le parti non integrate della personalità durante gli scambi clinici e il potere integrativo del dialogo psicoterapico sono stati raramente trattati in modo così convincente e originale come nelle pagine di questo libro affascinante. 

Healing the Fragmented Selves of Trauma Survivors: la summa della conoscenza di Janina Fisher

Potrei proseguire questa recensione con altri commenti positivi su questa linea, ma non è il mio scopo. Questa recensione vuole segnalare, prima di tutto, quanto Healing the Fragmented Selves of Trauma Survivors sia la summa della conoscenza teorica ed empirica dell’autrice e quanto rappresenti il precipitato della sua mirabile esperienza clinica. Fatto raro, Janina Fisher da grande clinico, ma soprattutto da grande mentore qual è, con questo testo ha dato una risorsa a quanti suoi allievi, e non, ne avevano bisogno. Approcciandovi a questo libro noterete quanto è pratico, senza essere prosaico o riduttivo. La prosa, leggibile per la maggior parte di noi che ormai quotidianamente scavalchiamo il muro della lingua anglosassone, è autorevole, ma accogliente.

Healing the Fragmented Selves of Trauma Survivors integra una comprensione neurobiologicamente informata del trauma, della dissociazione e dell’attaccamento con un approccio pratico al trattamento. Questo viene comunicato in una lingua semplice, accessibile a terapeuti esperti e non, oltre che ad altri operatori dell’ambito della salute mentale. Il lettore entrerà in contatto con un modello teorico e di lavoro che sottolinea la “risoluzione” come una trasformazione nel rapporto con se stessi, sostituendo la vergogna, l’autocritica e le ipotesi di colpa, con l’accettazione compassionevole.

Gli interventi unici, proposti nel testo, sono stati adattati da una serie di approcci terapeutici all’avanguardia, come la Psicoterapia Sensomotoria e l’Internal Family Sistem, entrambe terapie basate sulla realizzazione della consapevolezza di sé, da parte del paziente e del terapeuta. I lettori chiuderanno le pagine di Healing the Self Fragmented of Trauma Survivors con una solida comprensione degli approcci terapeutici per i disturbi post traumatici, per lavorare con sintomi dissociativi e disturbi spesso non diagnosticati, integrando i metodi di trattamento dal “cervello destro verso il cervello destro” (Sensorimotor Psychoterapy) e molto di più. Soprattutto, resteranno impressi gli strumenti per aiutare i pazienti a creare un senso interno di sicurezza e una connessione compassionevole con se stessi.

In un momento così vivace di voci, anche autorevoli, che si esprimono sui vari aspetti del trattamento dei pazienti difficili, complessi, come sono quelli affetti da Disturbi Dissociativi e/o Post Traumatici, è importante lasciarsi guidare da chi ha non solo il sapere, o solo esperienza clinica. Janina Fisher coniuga, indiscutibilmente, nel panorama attuale, la sapienza teorica e la pratica clinica, alimentate però dalla lungimiranza di aver vissuto nel tempo lo sviluppo dei nuovi approcci e l’integrazione di questi con le grandi teorie psicoterapiche.

La parola d’ordine è nel vivere l’integrazione come un obiettivo, non solo per il paziente, ma prima di tutto per il terapeuta. La lezione di Janina Fisher più importante per noi clinici è questa ad oggi: occorre sapere, saper fare, falsificare/verificare e ancora fare, confrontandosi costantemente con gli altri e cogliendo sempre nel tempo il meglio dell’evoluzione degli approcci clinici.

Buona lettura!

 

Scuola, malattie somatiche complesse e salute mentale: cosa ne pensano i genitori

Quale potrebbe essere il personale più adatto, all’interno delle scuole, a riconoscere e aiutare uno studente che, dopo il divorzio dei propri genitori, sperimenta uno stato di tristezza profonda? Oppure un adolescente che lotta con la propria ansia a causa della pressione scolastica?

 

Secondo un sondaggio nazionale del C.S. Mott Children’s Hospital, sulla salute dei bambini, presso l’Università del Michigan, solo il 38% dei genitori ripone fiducia nelle capacità della scuola di prendersi cura di uno studente con sospetto problema di salute mentale.

La maggior parte dei genitori (il 77%) sono sicuri che le scuole siano in grado di fornire un primo aiuto per problemi minori, come il sanguinamento causato da una piccola ferita. Ma sono meno sicuri della capacità di una scuola di rispondere prontamente a situazioni di salute più complesse, come ad esempio un attacco d’asma, crisi epilettiche o reazioni allergiche gravi. L’incertezza più grande si ha sulla capacità di identificare e aiutare studenti con difficoltà e problemi nell’area della salute mentale.

Una delle sfide maggiori, sarebbe quella di affrontare le diverse sfaccettature del problema che potrebbero includere stati di tristezza prolungati, problemi di gestione della rabbia o casi di ADHD non diagnosticati, sintomi di ansia, uso di sostanze e pensieri suicidari.

I genitori degli studenti delle scuole secondarie sono dell’opinione che l’inserimento di uno psicologo scolastico sarebbe più adatto per affrontare e per assistere i ragazzi con problemi di salute mentale.

Per i primi soccorsi di base e le condizioni sanitarie urgenti, i genitori identificano come figura con responsabilità primaria l’infermiera scolastica. Circa 3 genitori su 5 ritengono che un’infermiera scolastica sia fondamentale in loco, presso la scuola materna 5 giorni alla settimana (mentre è dello stesso parere il 61% dei genitori delle elementari e il 57% dei genitori delle superiori). Pensare che un’infermiera scolastica sia disponibile 5 giorni alla settimana evidenzia livelli più elevati di fiducia da parte dei genitori nelle capacità della scuola di gestire situazioni di salute e di sicurezza.

Tuttavia, dati recenti della National Association of School Nurses, suggeriscono che i genitori spesso sovrastimano la quantità di tempo che un’infermiera trascorre nella scuola del proprio figlio. Meno della metà delle scuole americane hanno infermieri a tempo pieno, con variazioni sostanziali tra le varie regioni.

Dare per scontato la costante disponibilità di un’infermiera scolastica può essere particolarmente rischioso per gli studenti con condizioni sanitarie complesse che potrebbero aver bisogno di una risposta immediata, come ad esempio la somministrazione di un farmaco o l’individuazione del momento critico in cui dover chiamare l’ambulanza.

Sarah Clark, la co-responsabile del sondaggio, dichiara che i genitori dei bambini con esigenze di salute particolari dovrebbero lavorare direttamente con il personale scolastico per comprendere la disponibilità in loco degli infermieri e garantire che il personale non medico sia disposto a gestire situazioni di salute urgenti che possono sorgere durante la giornata scolastica.

 

La musica influenza la scelta del partner?

Un recente studio ha indagato come la musica possa influenzare l’interesse verso il sesso opposto ed eventualmente la scelta del partner. I risultati mostrano che i volti maschili sembrano essere più attraenti per le donne che hanno appena ascoltato dei brani musicali.

 

La musica può influenzare l’ attrattività fisica e la scelta del partner?

L’attrattività facciale è una delle caratteristiche fisiche che possono influenzare in prima battuta la scelta del partner. Nello studio ci si è proposti di indagare come la musica possa alterare la percezione dell’attrattività facciale”, afferma Helmut Leder della Facoltà di Psicologia dell’Università di Vienna.

Secondo il team di ricerca, la musica può influire positivamente sulla percezione visiva dei volti. I ricercatori hanno quindi esaminato l’impatto dell’esposizione musicale sulle valutazioni soggettive dei volti di genere opposto.

Nell’esperimento alcuni partecipanti eterosessuali sono stati esposti a brani musicali strumentali, e in seguito è stata loro mostrata una fotografia di un volto del sesso opposto con un’espressione facciale neutra.

I partecipanti hanno valutato l’attrattiva del viso ed è stato loro chiesto di esprimere se avessero accettato un appuntamento con la persona raffigurata nella foto. Nella condizione di controllo sono stati presentati solo i volti senza l’ascolto di brani musicali.

Nello studio sono stati coinvolti tre gruppi sperimentali: le donne nella fase fertile del ciclo mestruale, le donne nella fase non fertile del ciclo mestruale e gli uomini. Tutti i partecipanti avevano preferenze e formazione musicale equiparabile.

I risultati hanno dimostrato che le donne in generale hanno valutato i volti maschili come più attraenti quando erano state precedentemente esposte all’ascolto di musica. Il ciclo di fertilità non ha avuto una grande influenza nella valutazione dell’attrattività del volto. Nel complesso, la musica ha portato un effetto significativo rispetto alla condizione di controllo (assenza di musica). Questo effetto non è stato però riscontrato nei soggetti di genere maschile.

I ricercatori ritengono che questi risultati siano promettenti e aprano nuove possibilità per indagare il ruolo della musica nella selezione dei partner in relazione agli aspetti dell’attrattività fisica. “Il nostro obiettivo è replicare questi risultati in un campione più grande e modificare alcuni aspetti dell’esperimento“, afferma Bruno Gingras dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Innsbruck.

I risultati dello studio potrebbero avere ampie implicazioni, poichè vi è un crescente numero di risultati empirici che dimostrano che la musica ha il potere di influenzare il comportamento umano in relazione alla selezione dei partner.

“Che ci amino gli altri” di Alessio Creatura – Recensione

Un disco onesto che lascia il segno già a primo impatto e che, ascolto dopo ascolto, si fa apprezzare per le emozioni rilasciate dai brani, dieci, camaleontici nella loro originalità. Testi poetici che baciano melodie evocative. Tele musicali tratteggiate da una delle voci più interessanti del cantautorato italiano, Alessio Creatura.

 

Le emozioni trasmesse da Alessio Creatura attraverso le sue canzoni

Cosa accade quando la vita ci ferisce? Forse cresciamo improvvisamente o, forse, decidiamo di crescere soltanto a metà, conservando gelosamente ali pronte a volar via, a salvarci da un contesto che non ci appartiene e in cui non ci riconosciamo. Nelle tasche, pronti all’uso, riponiamo sogni e progetti. Ma il sentimento no. Quello impariamo a dosarlo, a non concederlo a tutti, anzi, a non concederlo mai. Le persone più sensibili ipotecano ogni grammo d’anima in uno sguardo, in un legame, in un’amicizia, ma una promessa disattesa, un silenzio o, peggio, l’indifferenza o la falsità di un gesto, le feriscono a fondo, senza rimedio. E allora, si sigillano al mondo per paura di amare, vivere, soffrire, cadere.

Ecco, probabilmente è questo il senso più profondo di “Che ci amino gli altri”, secondo lavoro del cantautore abruzzese, ravennate di adozione, Alessio Creatura. Un disco onesto che lascia il segno già a primo impatto e che, ascolto dopo ascolto, si fa apprezzare per le emozioni rilasciate dai brani, dieci, camaleontici nella loro originalità.

Alessio Creatura

Testi poetici che baciano melodie evocative. Tele musicali tratteggiate da una delle voci più interessanti del cantautorato italiano. Apre l’album, che arriva a cinque anni di distanza da “Non ho più pace”, l’atmosfera di “Cerco trasparenza”, parto di un’interiorirà amareggiata, ma non sconfitta, dalla mediocrità di una società anestetizzata che, puntando sull’apparenza, condanna l’innocenza. Un labirinto esistenziale cui l’artista non cede il passo, fermo sulla sua “inossidabile fierezza”, in bilico tra ideali e realtà. Introspezione incalzata dal blues di “Lolita”, simbolo della “dolce bimba” che “donna non è” che gioca con l’acerba femminilità, rischiando di consumare la magia della sua età.

Silenzio posato ad arte, ed un arcobaleno di suoni, introducono “Dici di non pretendere”, che descrive, con necessario distacco, le conseguenze di un rapporto tossico, in cui il disequilibrio di aspettative e la sete di certezze che non arriveranno mai, uccidono la voglia di costruire il domani. Ma a corrodere l’anima, fa intendere Alessio Creatura in “Che ci amino gli altri”, è anche la staticità che si raggiunge quando, stanchi di darsi senza ricevere, si decide di diventare “persone che / che non chiedono e sai / che se chiedono amore a chi è come me / beh / che chiedano agli altri”.

Tutt’altro che ironico, a dispetto della veste musicale, è “Non sono più lo stesso”, pezzo swing che canta un malinconico “sono già tre mesi che / non ho più lacrime / sai ricordare ora mi fa meno male e potrei anche cantare”.

Ad effetto, anche la nostalgica “Come si cresce”, viaggio a ritroso tra “l’entusiasmo di un Natale / e l’infanzia di una canzone per me speciale” che trova approdo nel desiderio di restare bambini riflesso in poche parole: “come si cresce? / Non lo so… / se rimango uguale? / Ma si poi perché no?”.

Seguono, l’introspettiva “Ti porto rancore”, disincanto di chi aveva “dato tutto” ma di quel tutto viene “derubato” e la delicata “Grazie al cielo”, connubio voce pianoforte, che mette a nudo la forza insita nella fragilità dell’uomo pronto a concedersi altre scelte. Un uomo che confessa: “piango al cielo / perché sono ancora capace / di avere rimorsi / rimpianti / piango al cielo / perché sono ancora capace / di giudicami / di fare pace”. Soprende la fiabesca “La ballata di (cir)costanza” e, a chiudere, la versione acustica del brano che titola un album che non delude.

Report dal convegno Attaccamento e Trauma – Roma, 22-24 settembre 2017

Si è svolto a Roma questo weekend il Convegno “Attaccamento e Trauma. Evoluzione umana e guarigione”, convegno che ha visto partecipare importanti esponenti di studiosi nel settore da Van Der Kolk, a Robin Shapiro, da Kathy Steele a Daniel Siegel.

 

La quinta edizione del Convegno Attaccamento e Trauma

E’ la quinta edizione e l’organizzazione è ad opera dell’Istituto di Scienze Cognitive che per questo 2017 ha portato la discussione circa il trauma e l’attaccamento anche a Londra, nel maggio scorso (“La resilienza del corpo e della Mente), e la porterà a New York (“La neurobiologia della guarigione”) questo autunno.

Sfumature diverse dello stesso spettro, programmi e relatori molto simili, ma fortunatamente dislocate nel globo dando a tutti la possibilità di ascoltare alcuni tra i big sull’argomento.

La sede scelta è particolare ed apprezzabile, il Teatro Brancaccio, l’orario pare piuttosto intenso (dalle 9 alle 19) tuttavia gli interventi sono relativamente pochi, soltanto 4 al giorno e ogni relatore, nella sua ora e mezza di presentazione, ha avuto l’opportunità di approfondire sia teoricamente che clinicamente i propri contributi (spesso con l’ausilio di video di sedute che fanno sempre piacere), pertanto l’organizzazione merita sicuramente un elogio.

Il convegno è fatto per l’80% da ospiti internazionali, ad eccezione dell’intervento di Massimo Ammaniti e del direttore d’orchestra Carmelita, il resto è made in USA.

Gli 11 relatori sono stati chiamati a mettere in relazione i dati scientifici e le conoscenze teoriche con la clinica del paziente con trauma complesso.
Il taglio del convegno è sicuramente quello evolutivo ed epigenetico. Due parole che sono le keywords di tutte le presentazioni. L’argomento è sicuramente attuale, che si odi o si ami, si parla di Attaccamento (disorganizzato aggiungerei tra parentesi), Traumi (“T grandi e t piccoli”) e vien da sé che queste due parole suonino bene con dissociazione (o frammentazione delle parti come più spesso gli americani hanno detto).
La parte neurobiologica fa da sfondo all’evento, forse da palcoscenico meglio dire, data la location.

Il punto da cui si parte è cercare di comprendere quello che accomuna l’esperienza del trauma dai primati all’uomo, quello che avviene al feto prima e al neonato poi da un punto di vista fisiologico e neuronale in seguito alle esperienze traumatiche della madre e, ovviamente, capire il ruolo delle dinamiche dell’attaccamento e come queste modellino la struttura del cervello e quindi l’impatto che abbiano nel funzionamento delle capacità di autoregolazione (anche emotiva) determinandone il comportamento.
Il “palinsesto” del primo giorno vede Louis Cozolino, Massimo Ammaniti, Diana Fosha e Dan Hughes.

L’intervento di Louis Cozolino: il cervello sociale e l’impatto del trauma

Di seguito viene riportato il primo dei diversi interventi che sono stati presentati durante il convegno.
L’idea di questo report è proprio quella di selezionare alcuni dei contributi di cui il primo è “Our social brain and the impact of trauma” di Louis Cozolino.
In perfetto stile anglosassone alle 9:00 si aprono i lavori.

Cozolino è laureato in filosofia, Teologia e Psicologia Clinica e ha docenze internazionali e attività clinica a Los Angeles.
La sua tesi centrale è che il trauma possa avere un impatto nell’attaccamento sicuro e anche a livello del cervello e del suo sviluppo, e quindi di conseguenza anche compromettere la capacità di connettersi con gli altri.
La sua relazione è in termini evolutivi e in un’ottica “sociale” appunto. Molto focalizzata sulla ricerca scientifica e meno sulla pratica clinica ma indubbiamente interessante.

Cozolino evidenzia come i neuroni abbiano “bisogno” di comunicare tramite le loro migliaia di connessioni per evitare il fenomeno di apoptosi e come questo sia metaforicamente lo stesso bisogno di tutti i mammiferi: restare in connessione con gli altri garantisce la sopravvivenza della specie.

I pinguini per esempio si uniscono tutti insieme in gruppo per non disperdere calore e sopravvivere alle temperature del Polo Sud; così anche per l’uomo la connessione va a formare “la mente di gruppo” e diventa fondamentale per il suo sviluppo. Così nei mammiferi il maschio alfa serve per far sì che esista un maschio beta, che combatta, e un omega che perda in modo da rimanere e perpetuare l’equilibrio (sociale) e da garantire sempre il miglior proseguimento della specie.

Ancor più evidente è il bisogno del neonato di connettersi al caregiver per un sano sviluppo neuro-bio-psicologico.
Dalla Cibernetica (“il mondo è composto da una serie di sistemi che si compenetrano a vicenda”) alla terapia sistemica, l’ottica di connessioni che mantengono in equilibrio (omeostasi) è chiara anche in psicologia.

Allo stesso modo anche gli uomini sono “sociali” così come lo è il loro cervello, pertanto quello che avviene nell’ambiente è importante anche a livello neuropsicologico.

Dalla psicologia sociale che studia l’impatto delle relazioni sull’elaborazione cognitiva ed emotiva, alla psicoimmunologia che studia l’impatto dei fattori sociali sulla salute all’epigenetica che studia l’impatto dell’esperienza sull’espressione genetica: un concentrato di saperi per sottolineare (anche se forse siamo tutti già abbastanza d’accordo) “che nessun uomo è un’isola.”

Le evidenze biologiche della natura sociale del nostro cervello e del profondo legame tra il singolo, l’altro e l’ambiente passano dal sistema dell’attaccamento (per es i bambini sicuri reagiscono meglio allo stress e hanno un numero maggiore di recettori per la serotonina), ai neuroni specchio che predispongono il bambino (e i primati) sin dopo 36 ore dalla nascita all’imitazione dell’altro tramite connessione visiva fino ai sistemi esecutivi che si sono evoluti in un’ ottica di sempre maggiore connessione con l’altro e si sono andati a specializzare con l’evoluzione della specie sino a diventare estremamente “sociali” nell’uomo.

Il primo sistema esecutivo è il più arcaico e riguarda le strutture sottocorticali e l’amigdala dediti a meccanismi di attacco-fuga, risponde a segni di pericolo o sicurezza; il secondo riguarda le reti parietali e ippocampali che coordinano le capacità di percezione del tempo e dello spazio e molte attività cognitive come il problem-solving e il ragionamento e poi il terzo sistema definito il “Default Mode Network (DMN)” deputato all’ attaccamento, all’empatia e alla consapevolezza di sé.

Il DMN in neuroscienze è un network di aree del cervello e si attiva generalmente quando la persona non è focalizzata all’esterno, ma il cervello è a “riposo” come nel sogno o nel “wandering” o riflette su sé o gli altri. Tra le funzioni in cui è coinvolto questo network ci sono sia la capacità di riflettere su se stessi (metacognizione) sia quella di riflettere sull’altro (è il centro della Teoria della Mente dei pensieri e delle emozioni dell’altro, e pertanto dell’empatia).

I sistemi più arcaici pongono il veto sull’attivazione di quelli più nuovi pertanto se si attiva quello sotto quello sopra viene inibito.

Il trauma andrebbe ad intaccare il funzionamento non permettendo l’attivazione del DMN e quindi dei processi di regolazione affettiva, della sintonizzazione, della compassione e dell’empatia riducendo le capacità di consapevolezza di sé e di insight. Questo comporta quindi sia un danneggiamento di sistemi biochimici (la memoria, l’apprendimento e le funzioni cognitive risultano danneggiati dalle molteplici conseguenze dell’attivazione cronica) e tutto questo comporta un indebolimento dello status sociale (impedendo la “connessione”), aumentando il rischio di essere maschio “omega” e di non sopravvivere.

Si conclude con una brevissima presentazione degli studi ACE (Adverse Childhood Experiences) ovvero una serie di molteplici studi a lungo termine su un campione di 17421 soggetti, che ha riportato la prevalenza delle esperienze infantili avverse, dall’abuso emotivo (11%) a quello fisico (28%) a quello sessuale (21%) e altri ancora correlati con uno sviluppo difficile. Tali esperienze possono correlare sia con problematiche fisiche sia psicologiche. Maggiore il numero di ACE, maggiore è il tasso di tentativi di suicidio.

Tali esperienze avverse sono correlate sia a patologie epatiche, fumo, obesità e patologie polmonari sia a depressione, alcolismo, mancanza di casa, dipendenze, violenze domestiche e gravidanze indesiderate.

Le conclusioni vanno nella direzione del fatto che le relazioni plasmano la mente, che il comportamento degli altri regola il nostro cervello e che un trauma può disconnetterci dalla “Group mind” fondamentale per la sopravvivenza.

Un intervento che non apporta nulla di nuovo ma rimarca l’importanza di qualcosa che deve essere tenuto in considerazione; le dinamiche relazionali sono determinanti non solo per i primati ma anche per noi e di conseguenza l’impatto clinico di tanta epigenetica va adeguatamente tenuto in considerazione.

Nei successivi articoli verranno illustrati i contributi dei relatori della prima giornata.

L’ asfissia autoerotica: quando il piacere sessuale si fa pericoloso

Tra i vari tipi di comportamento sessuale atipici, probabilmente l’ asfissia autoerotica è tra le più pericolose. L’ asfissia erotica è una pratica sessuale che attraverso la deprivazione di ossigeno al cervello, aumenta la sensibilità durante la masturbazione e l’orgasmo.

Serena Pattara – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Asfissia autoerotica: cos’è e perché rientra tra le pratiche sessuali più pericolose

Esistono varie modalità per incrementare il piacere sessuale, più o meno accettate socialmente, più o meno pericolose. L’ asfissia autoerotica (altrimenti detta Asfissiofilia) è un Disturbo Parafilico non Altrimenti Specificato associata al Disturbo da Masochismo Sessuale (DSM V, 2013).

Tra i vari tipi di comportamento sessuale atipici, probabilmente l’ asfissia autoerotica (un tempo chiamata anche ipossifilia) è tra le più pericolose (Prati, 2006).

L’ asfissiofilia erotica (o autoerotica) è una pratica sessuale che attraverso la deprivazione di ossigeno al cervello, aumenta la sensibilità durante la masturbazione e l’orgasmo.

La deprivazione di ossigeno può essere attuata in vari modi: attraverso l’utilizzo di lacci, sacchetti di plastica, compressione del torace, strumenti da soffocamento, immersione della testa in liquidi, stordimento da inalazioni di sostanze chimiche, impiego di maschere particolari (Myers et al., 2008).

Soffermandoci sulla pericolosità di questa pratica, il rischio di decessi improvvisi è elevato, soprattutto se attuata in solitudine. Durante la deprivazione di ossigeno, da un lato si ha un aumento delle sensazioni di piacere, dall’altro diminuiscono i tempi di reazione. Capita spesso, infatti, che la persona non sia capace di liberarsi dalla morsa che si era creata e che muoia per soffocamento.

È molto difficile stabilire l’epidemiologia del fenomeno, sia perché l’ asfissia autoerotica è una pratica molto privata e socialmente poco accettata, sia perché spesso vengono scambiate per casi di suicidio.

Uno studio pioneristico rileva che dei 97 suicidi di giovani compiuti in Massachussetts dal 1941 al 1950, ben 25 non hanno una chiara spiegazione. La più plausibile è la morte accidentale o asfissia autoerotica (Stearns, 1953).

Da questa ricerca pioneristica è intuibile come la pratica dell’ asfissia autoerotica sia non del tutto nuova. Secondo alcuni autori, già prima del 600’ si era a conoscenza del fatto che la deprivazione di ossigeno poteva causare erezione e eiaculazione negli uomini (Prati, 2006).

Nel 1988 uno studio più recente dimostrò che il 6,5% dei suicidi tra gli adolescenti e il 30% dei suicidi in generale, avevano a che fare con l’ asfissia autoerotica (Sheehan, Garfinkel, 1988).

Negli stati Uniti ogni anno muoiono più di 1000 uomini e meno di 20 donne a causa di questa pratica (Byard, Hucker, Hazelwood 1990). Il numero minore di donne coinvolte non è chiaro se dovuto ad un atteggiamento più prudente o dall’ erronea interpretazione della scena della morte (Beherendt, Buhl, Seidl 2002).

Hucker (2008) dall’analisi di un campione studiato su internet , descrive che il 40% delle persone che dichiara di praticare la tecnica, sia accompagnato da un partner durante l’attività, proprio per evitare tragedie. Lo stesso autore evidenzia un’elevata percentuale di decessi per pratiche di asfissia autoerotica, con circa 100 casi l’anno.

In questa pratica, morte e piacere sono tragicamente uniti e la fatalità si cela dietro l’angolo. In uno studio effettuato su 117 morti a causa dell’ asfissia erotica ha dimostrato che la pratica di soffocamento più utilizzata è l’impiccagione (93 casi su 117) (Blanchard, Hucker, 1991).

Le modalità e i tempi di soffocamento possono variare: alcuni praticanti utilizzano l’ asfissia solo durante le prime fasi dell’eccitamento, altri durante tutto l’arco di tempo. L’ asfissia autoerotica si accompagna spesso all’uso di materiale pornografico, al travestitismo, al feticismo, al masochismo e ad altre forme di parafilia. Quando è associato al sadismo il rischio di una nefasta conclusione è molto elevato (Prati, 2006).

La legatura può avere un significato funzionale e\o simbolico (Hazelwood, Dietz, Burgess 1983). Da una parte il mancato apporto di ossigeno crea euforia, leggerezza, diminuzione delle inibizioni, stordimento ed incremento delle reazioni fisiologiche alla stimolazione genitale (Resnik, 1972). Dall’altra il significato simbolico riguarda più aspetti: desiderio di emozioni forti legati al rischio e alla sperimentazione sessuale; fantasia masochistica di dolore e bondage; bisogno di espiazione per gli impulsi sessuali.

Lo stato mentale innescato da questa pratica (eccitamento, perdita del giudizio, delle inibizione e della coscienza) può portare alla morte a causa dell’incapacità, da parte della vittima, di utilizzare i sistemi di protezione che si era creato. Oppure la morte può essere causata dalla cattiva disposizione della legatura o del cappio, dal mancato funzionamento dei sistemi di protezione o dell’attrezzatura in generale. Oltre alla morte per soffocamento, vi sono altre conseguenze pericolose tra cui danni cerebrali, rottura della trachea, frattura laringe, ictus cerebrale.

La protratta ripetizione di questa pratica assieme ad un desiderio di un maggiore piacere sessuale costituiscono ulteriori fattori di rischio non trascurabili. Per questo motivo venne definita da Resnik (1972) “impiccagione eroticizzata e ripetitiva”, poiché si è portati alla ripetizione ossessiva della pratica che oltre ad aumentare le probabilità di un esito tragico, comporta l’assuefazione alle sensazioni piacevoli cosicché è necessario aumentarne la pericolosità per provare ancora piacere.

Un altro fattore di rischio aggiuntivo è l’uso concomitante di stupefacenti come il Popper o altri inalanti, alcol e altre droghe (Uva, 1995).

Asfissia autoerotica: gli interventi terapeutici

L’ asfissia autoerotica può avere conseguenze letali, è più diffusa di quello che si può pensare e coinvolge sia uomini che donne di tutte le età. Alla stato attuale non si dispongono di dati sufficienti per affrontare e monitorare il fenomeno in modo adeguato.

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EMDR Revolution – Cambiare la propria vita un ricordo alla volta – Recensione

Il testo della Croitoru EMDR Revolution è prezioso per i nostri pazienti e per tutte le persone che sono in un momento di vita difficile e che cercano aiuto, serve per poter orientarsi meglio nel marasma di approcci ed orientamenti che esistono oggi. Il libro è una raccolta anche di storie con un lieto fine, davanti al malessere esiste una via d’uscita, messaggio di speranza e consapevolezza.

 

“Io mi baso sulle migliaia di ore di trattamento con EMDR che ho fatto con i miei pazienti, ho parlato con molti colleghi connazionali e internazionali, ho letto centinaia di articoli e ho seguito da vicino tutto quello che è stato fatto e detto nel campo dello studio di questo approccio terapeutico e credo che l’EMDR porti con sé una grande speranza per l’umanità e che questa sia la rivoluzione che stavamo aspettando da tempo nel mondo della psicoterapia moderna.
Io credo che tutte le persone abbiano il diritto di fare una terapia che li aiuti – non in modo lento, ma velocemente e in modo evidente”.
Tal Croitoru

Emdr revolution: un libro che spiega in cosa consiste l’ EMDR

L’autrice è psicoterapeuta e supervisore del metodo EMDR, lavora nell’ambito degli effetti psicofisici del trauma e collabora con l’università di Haifa in Israele. Il titolo di impatto ci introduce nel mondo EMDR che da circa venticinque anni ha guadagnato sempre maggiore importanza tra gli approcci terapeutici come il metodo più utilizzato e di maggiore efficacia nella risoluzione dei traumi.

Questo metodo è scientificamente validato ed inserito nelle Linee Guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la gestione delle condizioni correlate allo stress e indicato come trattamento di elezione per la cura dei traumi.

Il testo della Croitoru EMDR Revolution è prezioso per i nostri pazienti e per tutte le persone che sono in un momento di vita difficile e che cercano aiuto, serve per poter orientarsi meglio nel marasma di approcci ed orientamenti che esistono oggi. Il libro è una raccolta anche di storie con un lieto fine, davanti al malessere esiste una via d’uscita, messaggio di speranza e consapevolezza.

Il libro ci introduce al mondo EMDR in modo semplice ed esaustivo, di facile lettura spiega in modo accurato metodo, procedure, tempistiche ed effetti collaterali.

Se il soggetto sente emozioni negative, paure, preoccupazioni, vive ostacoli o sono accaduti traumi la buona notizia è che ci sono buone probabilità di stare meglio!

Che cos’è l’emdr?

L’acronimo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) sta ad indicare Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari. La desensibilizzazione si riferisce alla diminuzione di intensità dell’emozione percepita davanti al trauma, successivamente la rielaborazione riguarda i ricordi degli eventi traumatici che non sono stati elaborati in modo adeguato al momento dell’accaduto. Tutto ciò avviene tramite i movimenti oculari secondo una stimolazione bilaterale per far partecipare i due emisferi alla procedura di elaborazione. Ad oggi la stimolazione bilaterale avviene non solo mediante movimenti oculari ma anche attraverso altri canali: il canale uditivo (utilizzo di auricolari per l’ emissione di suoni alternati); canale tattile (uso di manopole che sviluppano la vibrazione alternata dei palmi delle mani).

Il metodo è stato ideato da Francine Shapiro nel 1987 ed inizialmente è stato utilizzato per curare i reduci delle guerre americane con disturbi post traumatici ed in seguito il metodo viene utilizzato per l’elaborazione di altri eventi traumatici. Come l’autrice illustra la metodologia EMDR è applicabile a soggetti di tutte le età e per tutti i tipi di disturbo psicologico.

EMDR Revolution: Come funziona la tecnica dell’ EMDR?

Quando avviene un evento traumatico il nostro cervello non è in grado di elaborare del tutto l’evento nel momento in cui avviene, per cui le informazioni vengono messe in memoria in forma grezza prive di elaborazione mantenendo odori, suoni, voci, pensieri e sensazioni avvenute nel momento del trauma. Tali informazioni persistono in una rete separata, in ogni momento un soggetto potrebbe avere stimolazioni esterne che attivano informazioni contenute nella rete e che provocano reazioni ed emozioni di intensità elevata rispetto alla natura dell’evento attuale.

Nel testo EMDR revolution, l’autrice prosegue presentando il protocollo emdr e le otto fasi di lavoro:
fase 1 – raccolta della storia del paziente (per capire quali ricordi traumatici hanno ancora un impatto negativo nel presente);
fase 2 – la preparazione dipende molto da soggetto a soggetto e dalle sue capacità di far fronte alla situazione problematica;
fase 3 – assessment per raccogliere le informazioni riguardanti l’evento traumatico (vengono recuperati gli elementi più disturbanti associati a tale ricordo);
fase 4 – desensibilizzazione; in questo momento viene completata l’elaborazione del ricordo dell’evento traumatico attraverso la stimolazione alternata prima dell’emisfero destro e poi di quello sinistro, ciò può avvenire attraverso stimolazione visiva, suoni alternati o tapping. Come il paziente gestisce questo momento varia molto dal singolo individuo e dalla capacità di gestione dello stress;
fase 5 – installazione della convinzione positiva;
fase 6 – scansione corporea, in questo momento ci assicuriamo che a livello fisico non ci sia disturbo relativo al ricordo traumatico;
fase 7 – chiusura della seduta e si spiega al paziente che possono emergere tra una seduta e l’altra alcuni dettagli legati all’evento traumatico;
fase 8 – rivalutazione e possibili effetti collaterali come stanchezza; non ci sono dei veri limiti per l’applicazione di questo metodo, solo valutare che il soggetto abbia le risorse per gestire l’elaborazione.

Vi sono anche alcuni effetti collaterali possibili dopo sessioni di EMDR: sensazione di stanchezza durante la seduta o dopo oppure un aumento del disagio prima di percepire una diminuzione duratura nel tempo.

Invece la difficoltà principale nella terapia EMDR non è applicare il metodo ma lavorare con il paziente nel recupero dei ricordi della prima infanzia; questi rappresentano molte volte il vero nucleo della maggior parte dei problemi dei nostri pazienti; ciò avviene per due motivi: da una parte da bambini tendiamo a pensare che tutto ciò che avviene intorno ha a che fare con noi e dall’altra da piccoli abbiamo meno risorse per cui veniamo soverchiati dagli eventi.

Pregio di questo testo è certamente quello di illustrare con parole semplici ma accurate l’EMDR, è fruibile da chiunque: professionisti ancora non formati in Emdr, pazienti desiderosi di capire meglio la metodologia di lavoro prima di cercare un terapeuta; terapeuti Emdr che cercano spunti per spiegare in modo efficace il processo terapeutico.

Un testo affascinante e ricco di esempi.
Buona lettura!

 

Ego Depletion: autocontrollo e il dispendio di risorse mentali. Rimuginio, ruminazione e soppressione del pensiero

Anche i paradigmi teorici che considerano la maggior parte delle azioni come governate da impulsi automatici e inconsci riconoscono che la coscienza possa avere una certa influenza tale da interrompere o prevenire azioni fortemente automatizzate (Baumeister, Masicampo & Vohs, 2011). Occorre una premessa: l’impatto di componenti neurochimiche o basate sulla relazione di attaccamento o sul condizionamento comportamentale su risposte automatizzate o coscienti non è escluso. Tuttavia l’interesse principale è come processi automatici e coscienti interagiscono nel governare il comportamento.

 

Gli studi sul fenomeno dell’Ego Depletion ci danno informazioni interessanti sul nostro libero arbitrio. In particolare esercitare autocontrollo nelle sue varie modalità (es. resistere alle tentazioni, perseverare innanzi alle frustrazioni e così via) consuma una energia che ostacola esercizi di autocontrollo successivi. Questo significa che l’ autocontrollo è una risorsa limitata, che si può allenare, esaurire e recuperare con il riposo.

Ma è possibile usare strategie di autocontrollo che consumano una ridotta quantità di energia? È possibile esercitare autocontrollo con modalità così efficaci in grado di rallentare il processo di ego-depletion e aumentare i gradi di esercizio della libera volontà?

Probabilmente un minimo livello di carico cognitivo è comunque richiesto dall’azione conscia più che dall’abitudine automatizzata. Tuttavia esistono modalità consce di gestione del comportamento (in termini di espressione, presa di decisione, realizzazione dell’atto) che consumano maggiori risorse mentali e lasciano proni a un successivo esaurimento del muscolo dell’autocontrollo (Ego-Depletion, Baumeister et al., 1998).

Nel panorama scientifico alcuni processi cognitivi sono ormai considerati una modalità piuttosto costosa in termini di fatica mentale e stress emotivo di governo del comportamento. Tra questi, i più conosciuti sono rimuginio, ruminazione e soppressione del pensiero. Rimuginio e ruminazione sono particolarmente cancerogeni non solo perché determinano il cognitive load ma perché continuano a elaborare le medesime informazioni e non prendono in alcuna considerazione nuove informazioni dall’ambiente.

Qui la questione centrale è la sovrapposizione tra la necessità di uno stato interno equilibrato (assenza di pensieri o emozioni negative) e la possibilità di esercitare libero arbitrio. Una pretesa nei confronti di sé stessi, quella che il corpo e la mente siano d’accordo con noi. Le semplici traduzioni di questo scopo (metacognitivo) irrealistico sono forse più chiare: la pretesa di scegliere l’esposizione senza provare paura; la pretesa del rischio senza dubbi e preoccupazioni che ronzano in testa; la pretesa della rinuncia alle tentazioni senza un pensiero pulsante; la pretesa di fronteggiare una critica senza che la mente ci giudichi inadeguati. L’essere umano tende un po’ a cercare l’accordo assoluto con i propri eventi interni e a far dipendere le proprie decisioni da questo accordo. Ma la ricerca della coerenza per decidere, anziché aiutare a prendere decisioni buone o autentiche, rende le decisioni sofferte, difficili e confuse.

Come l’individuo procede a questa ricerca di coerenza interna? Prima via: rimuginare, ovvero il tentativo di risolvere i dissidi interiori attraverso svariate forme di ragionamento, le persone cercano di risolvere dubbi e domande esistenziali prima di decidere. Seconda via: la soppressione dei pensieri e delle emozioni, il tentativo di oscurare, combattere, cancellare o semplicemente ignorare i propri stati interni per garantirsi un finto equilibrio. Entrambe queste risorse consumano energia, sono faticose e superflue per arrivare a una decisione e quindi generano un carico cognitivo che riduce nel tempo le risorse a disposizione per l’esercizio del libero arbitrio.

Come aumentare i gradi di esercizio della libera volontà? Abbandonando l’uso di queste strategie, il che però implica decidere anche indipendentemente da segnali di incoerenza interna (emozioni e pensieri negativi) o aspettare che si plachino da soli. Possiamo prendere decisioni indipendentemente dal disaccordo (o dall’accordo) espresso dai nostri pensieri o dalle nostre emozioni.

 


Coscienza & Comportamento:

1 – Libero dalla coscienza o libero arbitrio? Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci – Introduzione

2 – Emozioni, attenzione e controllo cosciente delle azioni – Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci

3 – I comportamenti impulsivi e disregolati derivano da una scelta volontaria?

4 – Come le convinzioni sul controllo influenzano il comportamento – Coscienza e comportamento

5 – Autocontrollo: la sottile linea rossa tra libero arbitrio e automatismi comportamentali

6 – L’ autocontrollo e il dispendio di risorse mentali: rimuginio, ruminazione e soppressione del pensiero

Elaborazione degli stimoli visivi: siamo sempre consapevoli di ciò che vediamo?

I ricercatori di Bonn si sono posti l’obiettivo di comprendere come l’elaborazione visiva differisca sulla base della consapevolezza dello stimolo. Essi hanno misurato le risposte dei singoli neuroni agli stimoli visivi attraverso l’impianto di elettrodi cerebrali nel lobo temporale mediale di 21 pazienti con epilessia al lobo temporale mediale.

 

Come avviene l’elaborazione degli stimoli visivi?

Se vi chiedete perché non sempre siamo consapevoli di ciò che vediamo, la risposta è nel cervello, che decide cosa è rilevante o meno. La letteratura scientifica, in ambito psicologico, presenta delle lacune in riferimento all’individuazione dei meccanismi neurali alla base della percezione consapevole degli stimoli (Koch, Massimini, Boly, & Tononi, 2016). Tra i pochi studi di riferimento, due sono significativamente rilevanti: uno su primati non umani e l’altro su esseri umani. Il primo prevede registrazioni a singolo neurone che mostrano come la percezione consapevole avvenga nelle regioni anteriori del circuito ventrale (Sheinberg, & Logothetis, 1997; Logothetis, 1998); mentre il secondo evidenzia come regione implicata il lobo temporale mediale (MTL) (Kreiman, Fried, & Koch, 2002; Quiroga, Mukamel, Isham, Malach, & Fried, 2008). Per ampliare questi dati di ricerca, presso l’università di Bonn è stato pensato un progetto che indaga il processo di elaborazione degli stimoli e, soprattutto, come le informazioni da essi veicolate si dissolvano nel viaggio verso la consapevolezza.

Quando l’immagine di uno stimolo viene proiettata sulla retina del nostro occhio, l’informazione visiva viaggia attraverso il nervo ottico fino alla corteccia visiva primaria nel lobo occipitale. Da qui il segnale si estende e in parte è proiettato nelle regioni anteriori, tra cui quelle del MTL. A volte, però, tale segnale può disintegrarsi prima che l’osservatore ne sia consapevole. E’ in questa fase che si può identificare, attraverso la registrazione dei cambiamenti dei segnali elettrici cerebrali, la differenziazione tra consapevolezza e inconsapevolezza dell’informazione visiva.

Come varia l’elaborazione visiva a seconda del livello di consapevolezza?

Sulla base di quanto riportato, i ricercatori di Bonn si sono posti l’obiettivo di comprendere come l’elaborazione visiva differisca sulla base della consapevolezza dello stimolo. Essi hanno misurato le risposte dei singoli neuroni agli stimoli visivi attraverso l’impianto di elettrodi cerebrali nel MTL di 21 pazienti con epilessia al lobo temporale mediale.

E’ necessario che stimoli identici talvolta siano visibili ed altre volte no; dunque, il metodo utilizzato si avvale del cosiddetto “attentional blink ”, ovvero il fenomeno per cui il secondo di due stimoli bersaglio, presentati in stretta successione, spesso non viene percepito coscientemente (Raymond, Shapiro, & Arnell, 1992). La consapevolezza del secondo stimolo, infatti, è possibile solo se c’è un intervallo di tempo sufficiente tra i due.

In questo studio, dunque, i partecipanti vedono una serie di immagini su uno schermo, ognuna presentata per poco più di un decimo di secondo. Prima di ogni serie, si richiede di prestare attenzione a due stimoli bersaglio per ricordarsi successivamente se sono apparsi nella serie. Il tempo tra le due immagini varia. I risultati mostrano che, quando gli stimoli bersaglio sono presentati in stretta successione, i partecipanti riportano in poco più della metà dei casi di vedere soltanto il primo, confermando la differente elaborazione conscia e inconscia. A livello neurale ciò corrisponde a un indebolimento degli impulsi elettrici in risposta alle immagini non consapevolmente percepite. Il segnale proiettato dall’area visiva primaria alle zone anteriori del MTL, infatti, si indebolisce disintegrandosi o arrivando comunque in ritardo. Nelle zone posteriori, invece, non si evidenziano segnali differenti poiché si tratta della sede di elaborazione primaria e più generica degli stimoli.

In sintesi, lo studio rivela un gradiente anatomico lungo il quale l’attività neurale è modulata in risposta alla percezione degli stimoli: più ne siamo consapevoli, più si attivano le aree anteriori del MTL.

In conclusione, questa ricerca fornisce nuovi elementi di indagine sul tema della percezione inconsapevole, utilizzando le risposte neurali come marker fisiologico della percezione cosciente.

L’impulsività e la disregolazione emotiva: come tollerare la sofferenza

L’ accettazione della sofferenza è un obiettivo fondamentale nella vita di chiunque e soprattutto di chi, quando prova emozioni intense e dolorose, tende ad agire con impulsività, peggiorando in questo modo le situazioni che in quel momento sono già di per sé dolorose.

Marianna Palermo, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

Perché è utile tollerare la sofferenza

La capacità di tollerare e accettare la sofferenza è un obiettivo fondamentale nella vita di chiunque e soprattutto di chi, quando prova emozioni intense e dolorose, tende ad agire d’impulso, peggiorando in questo modo le situazioni che in quel momento sono già di per sé dolorose. Il dolore e la sofferenza fanno parte della vita e per questo non possono essere completamente evitati. Imparare ad accettare e a tollerare tale sofferenza è l’unico modo per non farsi sopraffare dalle emozioni.

Questo tema è stato ampiamente indagato da Marsha Linehan (docente di psicologia e psichiatria presso l’Università di Washington e specializzata nel trattamento dei pazienti con disturbo borderline di personalità), la quale ha ideato un programma di skills training, facente parte del modello psicoterapico DBT (Dialectical Behavior Therapy). Tale terapia è stata concepita inizialmente per il disturbo borderline, ma successivamente si è evoluta ed è stata adattata anche ad altre forme psicopatologiche, tra cui i disturbi alimentari, le dipendenze, il comportamento suicidario, la depressione resistente.

La Dialectical Behavior Therapy prevede la combinazione di una terapia individuale e di uno skills training condotto in gruppo da un conduttore e un co-conduttore entrambi esperti di terapia dialettico-comportamentale. E’ opportuno anche che ci sia uno scambio di informazioni tra il terapeuta individuale e i conduttori dello skills training per favorire una maggiore integrazione tra i due tipi di terapia.

Lo skills training prevede 4 moduli e viene attuato generalmente in un setting di gruppo. L’obiettivo è quello di favorire nei pazienti l’apprendimento di strategie più adattive per gestire le situazioni difficili. I moduli dello skills training sono relativi alla pratica della mindfulness, alla regolazione delle emozioni, all’efficacia nelle relazioni interpersonali e alla tolleranza della sofferenza emotiva. In questo articolo mi soffermerò proprio su quest’ultimo modulo.

La tolleranza della sofferenza può essere definita come la capacità di percepire l’ambiente circostante senza pretendere che sia diverso da come è e di sperimentare le proprie emozioni e riconoscere i propri pensieri osservandoli senza valutarli o controllarli (Marsha Linehan, 2015). Per poter raggiungere tale obiettivo, secondo Marsha Linhean, è necessario apprendere delle abilità definite di sopravvivenza alle crisi, che consistono in soluzioni a breve termine a situazioni particolarmente dolorose. Le abilità di sopravvivenza alle crisi è, tuttavia, opportuno che siano utilizzate solo in momenti davvero critici, di elevata intensità emotiva, quando si rischia di agire con impulsività, peggiorando le conseguenze; in un secondo momento, invece, è utile utilizzare le abilità presentate negli altri moduli della DBT per regolare le emozioni, raggiungere i propri scopi, attuare processi di problem-solving, gestire le proprie relazioni interpersonali, e quindi in ultima analisi costruire una vita degna di essere vissuta.

Nello stesso modulo Marsha Linehan presenta il tema dell’accettazione della realtà quando gli eventi risultano dolorosi, ma purtroppo non possono essere modificati, perlomeno nel breve termine. Tale percorso risulta spesso molto doloroso, ma al termine di esso è possibile sperimentare uno stato di maggiore calma e serenità. Tale concetto sarà meglio esplicato in seguito.

Cos’è una crisi e quando utilizzare tali abilità

La crisi può essere definita come una situazione particolarmente stressante, di breve durata ma che non può essere modificata nell’immediato. Essa genera un’emozione molto forte, ma se si utilizzano alcune abilità è possibile ridurre l’intensità del dolore e dell’emozione tanto da renderlo più sopportabile.

Mettendo in atto queste abilità, si evita di agire sull’onda della mente emotiva, dell’ impulsività, di peggiorare la situazione e invece si permette a se stessi di porsi nella mente saggia e di definire ciò che può essere più vantaggioso in quella determinata situazione. Un esempio di situazione critica in cui è assolutamente opportuno ricorrere a tali abilità può essere quella in cui si è assaliti da un desiderio impellente di bere, abusare di droghe o picchiare qualcuno, in quanto tali comportamenti risultano disfunzionali, peggiorano la situazione e presentano una serie di effetti contrari e negativi a lungo termine.

Le abilità per tollerare la sofferenza, senza agire con impulsività

Una prima abilità che, secondo Marsha Linehan, consente di trattenersi dall’agire con impulsività peggiorando così la situazione, è quella dello STOP che prevede diversi passi:

  1. Stop: quando le emozioni stanno per prendere il sopravvento, è opportuno fermarsi, non reagire, non muovere nessun muscolo per cercare di conservare il controllo;
  2. Fare un passo indietro: prendere le distanze dalla situazione e respirare profondamente è funzionale a riacquistare il controllo della situazione;
  3. Osservare: fermarsi a guardare ciò che accade dentro e al di fuori di sé consente di non saltare alle conclusioni, di comprendere ciò che sta accadendo e di considerare le diverse opzioni;
  4. Procedere in maniera mindful: questo passo consente di agire con consapevolezza, considerando i propri pensieri e le proprie emozioni e quelli degli altri; si agisce ponendosi nella mente saggia e chiedendosi ciò che sarebbe più opportuno fare per non peggiorare la situazione.

Un’ abilità che, invece, consente di prendere decisioni rispetto al proprio comportamento scegliendo tra 2 o più possibilità è quella dei PRO  e dei CONTRO. La strategia consiste nello stilare una lista dei vantaggi e degli svantaggi dell’agire con impulsività e del resistere all’impulso sia a breve che a lungo termine. Azioni dettate dall’ impulsività potrebbero essere: mettere in atto comportamenti violenti, di abuso di alcol o sostanze oppure comportamenti autolesivi. Una volta stilata tale lista dei Pro e Contro potrebbe essere opportuno portarla con sé e rileggerla quando si sta per mettere in atto un comportamento impulsivo.

Altri comportamenti funzionali nei momenti di crisi sono quelli che agiscono sulla chimica del corpo e che abbassano il livello fisiologico di attivazione. Queste abilità consistono nel ridurre la temperatura corporea ad esempio utilizzando dell’acqua fredda, oppure nel compiere uno sforzo fisico o ancora nel rallentare il ritmo della respirazione. Infine se si ha più tempo a disposizione è possibile mettere in atto il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson.

Altre abilità che consentono di porsi nella mente saggia e di ridurre il contatto con la propria sofferenza sono quelle di distrazione. Tali skills sono opportune nelle situazioni in cui il dolore può diventare troppo forte o quando i problemi non possono essere risolti immediatamente. È possibile individuare 7 diversi tipi di attività di distrazione:

  1. Impegnarsi in attività emotivamente neutrali o opposte alle emozioni negative contribuisce a ridurre impulsività e sofferenza emotiva (ad esempio guardare un film, ascoltare della musica, leggere, praticare dello sport sono azioni che possono aiutare a distrarsi dal dolore);
  2. Contribuire al benessere degli altri attraverso azioni gentili, premurose o di volontariato consente di spostare la propria attenzione da se stessi agli altri;
  3. Fare confronti con chi è meno fortunato può essere funzionale a rileggere la propria situazione in un’ottica più positiva;
  4. Un’altra abilità consiste nel mettere in atto azioni opposte, ossia azioni che generano un’emozione opposta rispetto a quella che si sta sperimentando in quel momento. Provare ad attivare emozioni diverse nelle situazioni di crisi consente di avere il controllo di sé e delle proprie emozioni, di allontanarsi per un momento da un dolore troppo forte e di rendere più sopportabile una sofferenza che altrimenti sarebbe troppo intensa;
  5. In alcuni casi anche tenere lontana una situazione fisicamente o mentalmente può consentire di evitare di mettere in atto comportamenti distruttivi; si può immaginare di impacchettare il dolore, di chiuderlo in una scatola o di erigere un muro tra sé e quella situazione;
  6. In altri casi può essere più funzionale distrarsi con delle azioni mentali, tra cui contare fino a 10, oppure con azioni concrete, ad esempio cantare una canzone o fare dei puzzle.
  7. Un’ultima categoria di abilità è rappresentata da quelle che consentono di generare sensazioni fisiche differenti, ad esempio stringere una palla di gomma o un cubetto di ghiaccio o fare un bagno caldo o una doccia fredda possono indurre dei cambiamenti fisiologici repentini e contribuire a tollerare e a modificare quel momento doloroso.

Altre abilità autoconsolatorie sono, invece, quelle che consentono di sfruttare i cinque sensi per rendere più piacevole e confortante una situazione difficile, utilizzando la vista (osservare la natura, il cielo stellato, altri stimoli visivi), l’udito (ascoltare la musica, il rumore della pioggia, suonare uno strumento..), l’olfatto (sentire il profumo dell’incenso, di una candela profumata, di un fiore..), il gusto (degustare cibi preferiti) e il tatto (coccolare un animale domestico, spalmarsi della crema idratante..) contribuisce a rendere più tollerabile e piacevole la situazione presente.

Infine altre abilità funzionali a rendere meno doloroso il momento presente possono essere: immaginare di essere in un posto immaginario o reale rilassante, cercare un senso al dolore che si sta provando, pregare, dedicarsi ad attività rilassanti (quali lo yoga o la meditazione), stare sul presente e compiere solo un’azione alla volta, concedersi un breve riposo, autoincoraggiarsi e complimentarsi con se stessi per gli sforzi che si stanno compiendo.

Le abilità di accettazione della realtà

Quando la situazione che si sta vivendo continua ad essere dolorosa e non è possibile modificarla, perlomeno nell’immediato, secondo Marsha Linehan è opportuno mettere in atto delle abilità di accettazione della realtà, che consentono di vivere una vita presente migliore di quella che si vivrebbe continuando ad ostinarsi nel voler modificare tale realtà.

Accettare la realtà significa smettere di combatterla e lasciar andare l’amarezza e la sofferenza; la realtà andrebbe accettata in ogni sua parte, in maniera completa. Ciò che è opportuno accettare è che ogni cosa ha delle cause che possono anche prescindere da se stessi, che ci sono limitazioni legate al passato o al presente e che la vita può essere degna di essere vissuta anche se vi sono eventi dolorosi. Se questi eventi negativi e immodificabili non vengono accettati si rischia di continuare a provare emozioni intense e dolorose di tristezza, vergogna o rabbia.

L’ accettazione rappresenta, dunque, l’opposto dell’ostinazione, che invece consiste nel continuare a rifiutare la realtà, nel volerla cambiare a tutti i costi, nel voler continuare a tenere il controllo della situazione. Il processo di accettazione, invece, può comportare emozioni di tristezza ma successivamente ne segue una sensazione di calma e si evita di trasformare il dolore in sofferenza ripetuta.

Accettare, tuttavia, non significa rassegnarsi o essere passivi di fronte ad eventi dolorosi; significa prendere consapevolezza delle proprie emozioni, smettere di ostinarsi contro la realtà. Se si negano o si evitano gli eventi, perché troppo dolorosi, essi non cambiano e le emozioni dolorose persisteranno a lungo. Il dolore non può essere evitato e per cambiare la realtà è necessario prima accettarla. In questo senso accettare non significa rassegnarsi.

L’ accettazione della realtà è l’obiettivo fondamentale anche della psicoterapia dell’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), la quale sostiene che la sofferenza non possa essere evitata e che accompagni la vita di chiunque. L’ACT si basa su 3 punti essenziali che consistono nell’ accettazione esperienziale, nella mindfulness e nell’impegno a vivere la propria vita in base ai propri valori. L’ACT è stata sviluppata da Steve Hayes e i suoi collaboratori nel 1986 e sostiene in generale che sia necessario combattere l’evitamento con l’ accettazione dell’esperienza e delle emozioni esperite e che ognuno abbia dei valori che guidano la propria esistenza.

La mindfulness, che viene contemplata sia nell’ambito della DBT che dell’ACT, è invece un approccio di consapevolezza alla realtà e consiste nel prestare attenzione al momento presente, con intenzione e in maniera non giudicante (Jon Kabat Zinn). Avere un approccio mindful significa essere presenti nel qui e ora e vivere la ricchezza e la pienezza della vita presente, senza giudicare o pensare troppo. L’obiettivo è quello di favorire una comprensione e accettazione profonda di qualunque cosa accada e dei propri stati mentali.

Ciò che accomuna l’ACT, la DBT  e la mindfulness è l’attenzione posta all’ accettazione della realtà e degli stati mentali anziché tentare di modificarli e tutti e tre gli approcci fanno parte della terza ondata della terapia cognitivo-comportamentale.

Concludendo, quando la realtà che si sta vivendo è troppo dolorosa e si rischia di mettere in atto comportamenti dettati dall’ impulsività che potrebbero peggiorare la situazione è opportuno utilizzare delle strategie di sopravvivenza alla crisi, finalizzate a tollerare la sofferenza emotiva. Inoltre, quando la realtà risulta immodificabile e al contempo genera sofferenza, anziché ostinarsi nel cercare di cambiarla, può essere più vantaggioso avviare un processo di accettazione dell’esperienza dolorosa.

Psicodinamica dei pattern di attaccamento in età adulta e adolescenza – L’Adult Attachment Projective Picture System – Recensione

Il volume “Psicodinamica dei pattern di attaccamento in età adulta e adolescenza” edito da Franco Angeli presenta uno strumento (l’AAP, Adult Attachment Projective Picture System) che tenta di raccogliere questa sfida, in un’epoca in cui anche in ambito psicologico sono sempre più richiesti approcci evidence- based, misure di efficacia, analisi standardizzate del rapporto costi-benefici degli interventi.

La teoria dell’attaccamento

La teoria dell’attaccamento di Bowlby, una delle più importanti e rigorose teorie psicologiche moderne, si basa sul presupposto che le esperienze relazionali precoci, in particolare quelle tra il bambino e chi si prende cura di lui, abbiano un impatto decisivo non soltanto sullo sviluppo emotivo e psicologico infantile ma anche sul funzionamento in età adulta, che si rivelerà sano o patologico a seconda della qualità delle prime esperienze di accudimento.

Tali esperienze sono infatti considerate determinanti per l’integrità del senso di sé e degli altri: quando l’attaccamento è sicuro, gli individui sono guidati da un’idea degli altri come amorevoli e responsivi e di se stessi come meritevoli dell’amore e delle cure altrui. Questo tipo di sicurezza, nel tempo, sostiene la resilienza individuale e la capacità di affrontare adeguatamente i momenti critici. Quando l’attaccamento invece è insicuro le reazioni emotive e comportamentali risentono della percezione inconscia che il proprio desiderio di vicinanza e consolazione resterà insoddisfatto o che è illecito; l’idea degli altri come ostili e di se stessi come indegni di amore diventa chiaramente predittivo di una vulnerabilità individuale allo sviluppo di problematiche relazionali e psicopatologiche.

Pur trattandosi di un paradigma che si fonda su una visione evoluzionistica della mente (la predisposizione umana a ricercare una figura di attaccamento è istintiva e sostenuta da basi biologiche), il concetto di attaccamento è intessuto di processi psicodinamici (modelli operativi interni, processi difensivi) che pongono la sfida di trovare strumenti di misurazione standardizzabili e validi da un punto di vista psicometrico, sia rispetto all’assessment che all’eventuale valutazione degli outcome di una psicoterapia.

Il manuale “Psicodinamica dei pattern di attaccamento in età adulta e adolescenza” e lo strumento Adult Attachment Projective Picture System

Il volume “Psicodinamica dei pattern di attaccamento in età adulta e adolescenza” edito da Franco Angeli presenta uno strumento (l’AAP, Adult Attachment Projective Picture System) che tenta di raccogliere questa sfida, in un’epoca in cui anche in ambito psicologico sono sempre più richiesti approcci evidence- based, misure di efficacia, analisi standardizzate del rapporto costi-benefici degli interventi.

L’ Adult Attachment Projective Picture System consiste in alcune tavole raffiguranti scenari (solitari o diadici) che richiamano esperienze di attaccamento (minaccia di separazione, malattia, solitudine, morte, abuso); al soggetto è richiesto di descrivere cosa sta succedendo nella scena, che cosa ha condotto a quella scena, cosa stanno pensando e provando i personaggi e che cosa succederà dopo. La classificazione dei pattern di attaccamento coincide con quella tradizionale (sicuro, ansioso/resistente, ansioso/evitante e disorganizzato) e si basa sulla codifica dettagliata di tre aspetti delle trascrizioni: la narrativa, il contenuto della storia e i processi difensivi.

Quest’ultima dimensione in particolare assume un’importanza cruciale perché una delle differenze sostanziali tra psicoanalisi e teoria dell’attaccamento risiede proprio nella concettualizzazione dei meccanismi di difesa. I modelli psicoanalitici tradizionali descrivono infatti una complessa costellazione di fenomeni intrapsichici legati alle difese (tra cui fantasie, sogni, desideri, impulsi) mentre la teoria dell’attaccamento individua tre specifiche modalità di esclusione difensiva (deactivation, cognitive disconnection e segregated system) che permettono all’ Adult Attachment Projective Picture System di differenziare con precisione i profili individuali nei termini di come le persone mettono in atto strategie difensive per processare e pensare la propria esperienza di attaccamento.

La ricerca di un preciso sistema di codifica e di classificazione permette all’ Adult Attachment Projective Picture System di essere non soltanto una misura proiettiva (dove il termine proiettivo richiama spesso un’idea infelice di scarsa oggettività) ma uno strumento standardizzato a tutti gli effetti, un perfomance based personality test, dove il compito di “raccontare” la storia diventa una prova di problem solving (e non più quindi solo una vaga proiezione di contenuti inconsci) in cui occorre identificare i protagonisti, individuare la situazione lungo una dimensione temporale, comprendere e mettere in relazione gli stati interni dei personaggi raffigurati con i propri modelli interni legati all’attaccamento. In questo senso uno dei vantaggi di valutare l’attaccamento tramite uno strumento come l’ Adult Attachment Projective Picture System consiste nel fatto che i disegni costituiscono stimoli neutri per l’elicitazione di narrative personali potenzialmente dolorose; spesso i pazienti, in particolare quelli che hanno alle spalle esperienze traumatiche, hanno paura di dover parlare della propria esperienza, soprattutto durante la fase di assessment, quando l’alleanza terapeutica è ancora tutta da costruire.

Le tavole dell’ Adult Attachment Projective Picture System permettono invece al paziente di rievocare e raccontare memorie faticose o destabilizzanti non necessariamente come parte della propria esperienza personale bensì ancorandosi alle vignette, il che può mettere al riparo da vissuti di costrizione e di disagio. Il volume si arricchisce anche di un’ampia rassegna, molto interessante per i professionisti, che illustra l’utilizzo clinico dell’ Adult Attachment Projective Picture System in svariati settori e con pazienti sia in età evolutiva che adulta.

Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Guida per analisti e pazienti curiosi (2017) di Antonino Ferro – Recensione del libro

Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Guida per analisti e pazienti curiosi, scritto da Antonino Ferro, analista e supervisore nella Società Psicoanalitica Italiana, di cui è stato il Presidente, è la proposta di un viaggio verso gli scenari non consueti della psicoanalisi, una fenditura sul conosciuto da cui si scorge la possibilità di sperimentarsi in esperienze sempre nuove e vivificatrici.

 

Un dialogo a due voci conduce il lettore a farsi spettatore del confronto tra l’esperienza che si trasforma in arte e il prudente e poco creativo, ma verosimilmente reale, modo di procedere del giovane analista. In questa mappa di sentieri nuovi riconoscere l’impercorribilità di quelli ormai vecchi limita il rischio di essere contaminati solo da ciò che è stato conosciuto.

Si tratta di un viaggio che l’analista compie con un bagaglio leggero e che con attitudine curiosa verso l’ignoto va co-costruendo insieme al paziente, attraverso la moltitudine di storie che prendono vita in seduta.

Dal primo colloquio e dall’uso del lettino, passando per la comunicazione analista-paziente, fino all’agire in analisi, è sollecitata una riflessione su quella parte del setting che inevitabilmente muta sotto l’influenzata della cultura e a cui possiamo decidere di aderire con buon senso senza esporci a eccessivi sensi di colpa. Un percorso lungo anni, in cui una buona analisi personale, la scelta di supervisioni che permettano di conoscere e confrontare vari modelli, la conoscenza di contributi teorici che appartengono al passato fino a quelli più innovativi si fondono per dare corpo a una dimensione creativa e personale del procedere psicoanalitico.

In esso, le libere associazioni freudiane, la regola fondamentale, le interpretazioni di trasfert, sono abbandonate in favore del modello più creativo e meno prescrittivo bioniano. Di quest’ultimo è esaltata l’originalità e l’utilità dei cambiamenti che ha apportato nel panorama psicoanalitico. Dalla funzione alfa, attività della mente che si occupa di produrre costantemente immagini per il pensiero onirico della veglia, che a sua volta creeranno gli elementi costitutivi del pensiero e del sogno, di cui la rêverie ci rende consapevoli, si giunge presto a riconoscere la perdita di centralità dell’insight sostituito dalla trasformazione.

Il percorso di rinnovamento psicoanalitico, di cui Ferro si fa testimone con la sua teoria del campo, è fatto di tanti gradini, modelli teorici messi a confronto, conosciuti e poi dimenticati. Più precisamente, l’autore ricorda i contributi kleiniani, winnicottiani, freudiani, bioniani, dei Baranger, di Sullivan, di Donnel Stern, di Marco Conci e Corrao, la narratologia e gli apporti di Ogden e Grotstein che tanto raccomanda per le nuove formazioni. Si tratta di un’evoluzione che vede, inoltre, i suoi pazienti come importanti collaboratori delle variazioni da lui compiute al suo modo di procedere nel corso degli anni.

Cosi, la mia idea del campo è quella del gruppo interno che un paziente porta con sé, nell’incontro con il gruppo interno dell’analista che gli apre la porta dello studio. Non appena queste gruppalità s’incontrano, abbiamo immediatamente una trasformazione, un Big Bang del campo, abitato da tutti questi personaggi (Ferro, 2017, pp.93-94).

Si parte dall’accoglienza del paziente, un sostare doveroso sul contenuto manifesto, in modo che non si senta attaccato, ma compreso e si procede comunque con un’attività esplorativa, verificando le sue reazioni e aspettando di giungere insieme a una comprensione creativa.

È un gioco con questi personaggi che affollano la stanza e riprendendo il contributo di Ogden, si tratta di compiere una “trasformazione in sogno”, ossia costruire insieme narrazioni che possano operare una “decostruzione del sintomo”.

Questa processualità è resa possibile da un sistema di regole condivise da paziente e analista, tra cui il luogo, il ritmo, l’onorario, la condizione di asimmetria di ruoli, sperimentare il piacere del gioco.

L’analisi dovrebbe essere una cosa bella, una cosa divertente, qualcosa che somiglia a un gioco. Dovrebbe essere qualcosa che piace e per la quale uno è disposto a impegnare energie, tempo e soldi, come quando si va a vedere una partita (Ferro, 2017, p.19).

Il tempo a essa riservato, non può essere stabilito priori, ma sarà determinato dalla capacità del paziente di acquisire una dotazione di strumenti per funzionare meglio. D’altronde percorrere mondi sconosciuti e impervi richiede del tempo e a questo scopo, la capacita negativa dell’analista dovrebbe consentire questo procedere lento, impedendogli di sentirsi minacciato.

Ugualmente al paziente, anche l’analista, attraverso l’analisi, contribuisce al personale sviluppo degli strumenti per pensare e alla loro conservazione, a patto che si conceda del tempo in cui s’impegna in altro.

Per concludere, ci troviamo di fronte a un interessante contributo teorico e metodologico che, con toni irriverenti e un’indubbia capacità di sintesi, ci consente direttamente di guardare dentro la stanza d’analisi. Diventa difficile non aderire all’offerta di stimolanti spunti di riflessione sul futuro della psicoanalisi e al tentativo, seppur a tratti radicale, di smuovere con una certa energia le acque del procedere più ortodosso. In esso, i più curiosi potranno carpire gli inconfessati accorgimenti per rifuggire da una carriera professionale dominata della staticità. Una speranza per il futuro di una disciplina in costante trasformazione, che creativa e aperta a una pluralità di modelli, dovrebbe metterli da parte dopo averli conosciuti, riconsiderando che come ricorda Ferro (2017):

[…] forse la vera operazione di guarigione è quella di rendere inconscio quello che è troppo conscio, cioè di trasformare una realtà troppo concreta in una realtà che sia possibile sognare (p.124).

7 passi per mantenere un cervello sano

Secondo una nuova ricerca dell’American Heart Association, uno stile di vita sano aiuterebbe a mantenere il cervello sano e diminuirebbe il rischio di declino cognitivo.

 

Il programma Life’s Simple 7 per prevenire patologie cardiache e il declino cognitivo

Il cuore e il cervello necessitano costantemente di un adeguato afflusso di sangue, ma capita, nel corso della vita, che alcuni vasi sanguigni si restringano lentamente o si blocchino (aterosclerosi) provocando repentini infarti.

Molti fattori di rischio per l’aterosclerosi possono essere prevenuti e regolati attraverso una dieta sana, praticando attività fisica ed evitando di fumare.

La ricerca dimostra in modo convincente che gli stessi fattori di rischio che causano l’aterosclerosi sono anche i principali fattori della comparsa di declino cognitivo o della malattia di Alzheimer. Seguendo sette semplici passi (un programma chiamato Life’s Simple 7), non solo possiamo prevenire l’attacco cardiaco, ma potremmo anche prevenire il verificarsi di deficit cognitivi “, ha affermato il neurologo vascolare Philip Gorelick.

Life’s Simple 7 individua una serie di fattori sanitari sviluppati dall’American Heart Association per definire e promuovere il benessere cardiovascolare e cerebrale. Gli studi dimostrano, infatti, che questi sette fattori possono anche contribuire a promuovere la salute del cervello negli adulti.

Il programma Life’s Simple 7 invita gli individui a:
– controllare la pressione sanguigna
– evitare livelli alti di colesterolo
– mantenere un normale livello di glicemia
– essere fisicamente attivi
– seguire una dieta sana
– perdere peso
– non fumare.

Un cervello sano si definisce in grado di prestare attenzione, ricevere e riconoscere le informazioni dai nostri sensi, impara, ricorda, comunica, risolve i problemi, prende decisioni, regola le emozioni.

Lo studio, pubblicato sulla rivista American Heart Association Stroke, sottolinea l’importanza di adottare misure per prevenire patologie cardiache e cerebrali.

Gli studi in corso stanno cercando di individuare come uno stile di vita sano possa influire sulla salute del nostro cervello“, ha detto Gorelick. Sebbene sia necessaria una maggiore ricerca, ha detto, “la prospettiva è promettente“.

Secondo recenti evidenze gli stessi fattori di rischio per l’ictus – cui si fa riferimento in Life’s Simple 7 – sono anche fattori di rischio per l’Alzheimer e plausibilmente anche per altri disturbi neurodegenerativi “, ha dichiarato Gorelick.

I principi di prevenzione di Life’s Simple 7 sono stati formulati a seguito di una meta-analisi di molteplici ricerche scientifiche, esaminando 182 studi scientifici che hanno indagato questo tema.

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