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La sovradiagnosi del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD): solo una ipotesi?

Secondo alcuni studi, riguardanti la prevalenza del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), risulta che questo sia sempre più diagnosticato, soprattutto con l’avvento del DSM-5, tanto da aver causato un nuovo dibattito circa una possibile sovradiagnosi di ADHD.

Giulia Francese

 

Fa parte del senso comune credere che siano troppi i bambini che ricevono l’etichetta di “iperattivi”, (come dimostrato da alcuni sondaggi, ad esempio quello svolto in Australia da Brad Partridge, Jayne Lucke e Wayne Halled, il cui risultato ha evidenziato che il 78.3% dei cittadini intervistati crede che a molti bambini venga diagnosticato ADHD anche in assenza del disturbo, è lecito domandarsi se effettivamente il senso comune non abbia ragione.

La sovradiagnosi è una condizione in cui i falsi positivi eccedono i falsi negativi; in altri termini una diagnosi è eccessiva non solo quando per errore si diagnostica un disturbo a persone che non ce l’hanno, ma quando il numero di queste persone eccede il numero delle persone che il disturbo lo hanno ma che vengono erroneamente dichiarate sane. In termini di ricerca, l’ipotesi della sovradiagnosi afferma che il 3-7% dei bambini con disturbo da deficit di attenzione e iperattività sia una percentuale troppo elevata.

Sovradiagnosi del disturbo da deficit di attenzione e iperattività: le questioni irrisolte nel fare diagnosi

Secondo gli autori Bruchmüller, Katrin; Margraf, Jürgen; Schneider esistono questioni irrisolte per quanto riguarda la diagnosi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

In primo luogo, alcuni studi suggeriscono una potenziale sovradiagnosi, come precedentemente menzionato, in secondo luogo, rispetto al rapporto maschi-femmine nella popolazione generale (3: 1), molti più ragazzi ricevono trattamento ADHD rispetto alle ragazze (6-9: 1). È stato ipotizzato che questo si verifichi perché gli esperti non aderiscono ai criteri del DSM e dell’ICD. È stato, anche, ipotizzato che, in conformità con la euristica della rappresentatività, gli esperti tendano a diagnosticare il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) se un paziente assomiglia al proprio concetto di “bambino-prototipo” ADHD, e che ciò porti a trascurare i criteri di esclusione.

Questo errore da parte degli esperti può, quindi, causare una sovradiagnosi. Inoltre, siccome l’ ADHD è più frequente nei maschi, un bambino/ragazzo potrebbe essere visto come un altro prototipo di bambino con disturbo da deficit di attenzione e iperattività e potrebbe quindi ricevere una diagnosi di ADHD più facilmente rispetto ad una bambina/ragazza.

Per validare la loro tesi, gli autori hanno inviato una vignetta clinica a 1.000 psicologi infantili, psichiatri e assistenti sociali e hanno chiesto loro di fare una diagnosi.

Sono state inviate quattro versioni della vignetta:

  • Vignetta 1 (ADHD) rispondevano a tutti i criteri ADHD del DSM-VI/ICD-10;
  • Vignette 2-4 (non ADHD) rispondevano ad alcuni criteri ADHD, mentre altri criteri non erano soddisfacenti per la diagnosi di ADHD.

Di conseguenza, per le ultime, non poteva essere fatta una diagnosi di ADHD. Inoltre, erano state create, per ogni vignetta, una versione maschile ed una femminile. Per quanto riguarda le vignette 2-4 (non ADHD), il 16,7% dei terapisti ha diagnosticato ADHD, inoltre, per quanto riguarda la versione maschile di queste vignette, i terapisti hanno dato una diagnosi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività circa due volte di più rispetto alle vignette della versione femminile.

Gli autori hanno concluso che gli esperti non rispettano rigorosamente i manuali diagnostici.

Lo studio suggerisce che la sovradiagnosi di ADHD si verifica nella routine clinica e che il genere del paziente influenza notevolmente la diagnosi.

Una formazione diagnostica approfondita potrebbe aiutare i terapisti ad evitare queste distorsioni. Questo studio conferma quanto la diagnosi possa essere difficile, se basata semplicemente sull’osservazione clinica.

In Europa, i genitori possono attendere in media più di due anni prima di accertare una diagnosi di disturbo da deficit di attenzione e iperattività per i loro piccoli. Senza dimenticare che quasi 2 genitori su 5 (38% del totale) sono costretti a rivolgersi a tre o più specialisti prima di ricevere una diagnosi definitiva e completa. Non si fa molta fatica a immaginare quanto i genitori, di fronte a un così elevato numero di visite specialistiche unito a una notevole cautela nella formulazione della diagnosi formale del disturbo, spesso lamentino un profondo senso di frustrazione. Del resto, è impossibile non essere graduali, scrupolosi e meticolosi nella formulazione della diagnosi, poiché sono diversi i disturbi che possono sovrapporsi all’ ADHD con il rischio di causare una diagnosi errata.

Emotional Eating, Binge Eating Disorder e intolleranza alle emozioni negative

Per i pazienti con Binge Eating Disorder non è sufficiente il solo intervento nutrizionale o chirurgico, diventa indispensabile una psicoterapia ad orientamento prevalentemente cognitivo comportamentale o un percorso di educazione terapeutica per affrontare il delicato tema delle emozioni che questi pazienti in genere non riescono a gestire.

 

Tutto ha inizio con il pensiero del cibo a cui rinuncio quando sono a dieta. Questo si trasforma ben presto in un intenso desiderio di mangiare. All’inizio mangiare mi dà conforto e sollievo e mi fa sentire su di giri. Ma poi non riesco a smettere e mi abbuffo. Mangio e mangio freneticamente fino a che non sono strapiena. Alla fine mi sento in colpa e arrabbiata con me stessa. (Tratto dal libro “Vincere le abbuffate” di Christopher G. Fairburn).

 

Emotional Eating e Binge Eating Disorder

Può capitare di mangiare non per fame, ma in risposta a sentimenti, condizioni di stress ed emozioni, in particolare la rabbia. In questi casi si è di fronte a episodi di Emotional Eating, consistenti in una perdita di controllo per cui non è più il corpo a dettare cosa e quanto mangiare, bensì le emozioni vissute in quel momento. Alcune persone tendono ad abbuffarsi quando sono tristi o particolarmente annoiate, per altri invece è un modo per evitare di pensare a questioni delicate della propria vita. L’ Emotional Eating spesso porta a mangiare in eccesso e soprattutto cibi con un alto contenuto di calorie e di grassi, come i dolci. L’ Emotional Eating è stato inizialmente correlato alla bulimia, sostenendo l’ipotesi che pone le emozioni come fattore responsabile di una eccessiva alimentazione nei soggetti bulimici.

Tuttavia anche il contributo dell’ Emotional Eating agli episodi di binge è stato provato in diverse ricerche sperimentali, dove i pazienti con Binge Eating Disorder hanno riportato una tendenza significativamente maggiore a mangiare in risposta a stati di umore negativo rispetto ai soggetti di controllo (Pinaquy, Chabrol, Simon e Louvet, 2003). Nei casi in cui le emozioni influenzano la presenza di abbuffate ripetute, si è di fronte a un vero e proprio disturbo e, in questo caso, si parla di Binge Eating Disorder (BED) o Disturbo da Alimentazione Incontrollata.

Inquadramento diagnostico del BED

Il Binge Eating Disorder (BED) o Disturbo da Alimentazione Incontrollata è il disturbo alimentare che ha subito la più importante modifica con la recente uscita del DSM V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), acquisendo finalmente una sua dignità nosografica. Il motivo che ha relegato per tanti anni il Binge Eating Disorder nell’Appendice B del DSM IV TR, tra quei disturbi che richiedono maggiori studi, è stato la sua difficile collocazione tra una patologia prettamente mentale ed una medica.

Capita spesso che la persona affetta da Binge Eating Disorder  vada incontro ad un aumento costante del peso, fino allo sviluppo di una vera e propria obesità causata da abbuffate, senza le successive condotte eliminatorie (vomito autoindotto, uso di lassativi e diuretici), tipiche della Bulimia Nervosa. Rispetto al precedente (DSM IV TR), nel nuovo DSM V si è ridotto il numero di abbuffate necessarie per fare diagnosi, passando da due ad una a settimana e si sono abbreviati anche i mesi da analizzare, da sei a tre. Sono stati inoltre proposti quattro gradi di severità, da lieve a gravissimo, in base al numero di episodi di abbuffate settimanali. In presenza di tutti i criteri per la diagnosi di Binge Eating Disorder ma con abbuffate presenti meno di una volta a settimana, il disturbo rientra nei cosiddetti Altri Specificati Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (Other Specified Feeding or Eating Disorder). Chi soffre di Binge Eating Disorder in genere potrebbe sviluppare obesità, ma non tutti i soggetti obesi presentano il Binge Eating Disorder. La caratteristica principale che distingue le due condizioni è che nel Binge Eating Disorder vi è la sensazione di perdere il controllo, vissuto come percezione di non poter smettere di mangiare o di controllare cosa e quanto si sta mangiando

Viaggio nella mente di un abbuffatore

Il termine binge era in passato utilizzato dalla maggior parte delle persone con il significato di “bere in eccesso”. Oggi, più spesso, il termine indica il mangiare in eccesso. Per molte persone un’ abbuffata è qualcosa di assolutamente innocuo: un cedimento o un eccesso alimentare. Per altre, invece, rappresenta una parziale o totale perdita di controllo sul cibo. Le abbuffate hanno due caratteristiche in comune: il quantitativo di cibo assunto è percepito come eccessivo e compare la sensazione di perdita di controllo. Esse possono scatenarsi per motivi diversi, ad esempio in seguito a diete eccessivamente restrittive o nel tentativo di sedare emozioni spiacevoli, ridurre lo stress o la noia. Il problema è che dopo un’iniziale benessere, l’ abbuffata può facilmente sviluppare nell’individuo un’alterazione dell’umore in senso depressivo e una valutazione di sé negativa. La persona affetta da Binge Eating Disorder presenta un grande disagio nei confronti dell’ abbuffata e una più frequente associazione di disturbi psichiatrici, soprattutto disturbi dell’umore ed ansia.

L’ abbuffata, compiuta in uno stato simil-dissociativo di trance, fa sì che il soggetto si allontani, seppure temporaneamente, dalle difficoltà della vita che lo attanagliano.

Rappresenta una sorta di imbuto in cui confluisce tutto il disagio del paziente: le sue emozioni, le sue convinzioni disfunzionali della sua incapacità di riconoscere gli stati interni e di differenziare le sensazioni fisiche dalle emozioni. Il desiderio di mangiare è vissuto come un impulso irrefrenabile placabile solo col cibo, un vero e proprio “craving” che travolge i propositi e la volontà. In realtà, come già detto, l’ abbuffata rappresenta il sintomo, ovvero la risposta del paziente ad una variazione del proprio stato emotivo che egli non sa gestire in altro modo. Ciò sarebbe il risultato di un deficit metacognitivo che le fa ritenere l’unico outcome possibile di ogni difficoltà.

Alessitimia e intolleranza alle emozioni negative

Alessitimia, che significa letteralmente “nessuna parola per le emozioni” è una serie di deficit cognitivo-emozionali che comprende l’incapacità di identificare, descrivere e interpretare i propri e altrui sentimenti, distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche ed utilizzare il linguaggio come strumento per esprimere i sentimenti, con conseguente tendenza a sostituire la parola con l’azione fisica (Taylor, Bagby e Parker, 2000). Studi su soggetti affetti da Binge Eating Disorder (Wegner e collaboratori, 2002) hanno messo in relazione le emozioni negative con la tendenza alle abbuffate; questa relazione sarebbe più evidente nel sesso femminile seppur presente anche tra i maschi. Le emozioni coinvolte sono molteplici: ansia, tristezza, disperazione, noia e rabbia.

Tendenzialmente ogni paziente è più vulnerabile ad alcune che ad altre, ma qualsiasi stato d’animo negativo che superi la sua soggettiva soglia di tolleranza può scatenare un’ abbuffata. Il meccanismo con cui ciò avviene è complesso e ancora poco studiato, sembrerebbero coinvolte la scarsa tolleranza alle emozioni e l’incapacità di differenziarle dalle sensazioni.

Le emozioni negative possono essere provocate da diverse tipologie di eventi, ruolo preponderante rivestono le difficoltà relazionali e di coppia. Di frequente le abbuffate sono la risposta al disagio provocato dal sentirsi soli o abbandonati, dal pensare di non avere valore per gli altri a causa del proprio senso di inadeguatezza e di scarsa autostima. Il pensiero patogeno della incomunicabilità e della inutilità di condividere la propria sofferenza con l’altro porta a cercare un rifugio momentaneo in un piacere solitario. Il paziente con Binge Eating Disorder si sente impotente sia di intervenire attivamente sulle situazioni che inducono il disagio, perché ne deriverebbe un inaccettabile senso di colpa, sia di manifestare agli altri le proprie emozioni.

Il soggetto BED si sente completamente incapace di gestire le sensazioni-emozioni negative con strumenti diversi dal cibo. Non riuscendo a proiettare nel futuro le conseguenze delle proprie azioni preferisce una soddisfazione immediata a una prospettiva di cambiamento che richieda un impegno prolungato dall’esito incerto.

Binge Eating Disorder, come intervenire? La Terapia Cognitivo-Comportamentale

Per i pazienti con Binge Eating Disorder, ma probabilmente per la maggior parte dei pazienti affetti da obesità, non è sufficiente il solo intervento nutrizionale o chirurgico, diventa indispensabile una psicoterapia ad orientamento prevalentemente cognitivo comportamentale o un percorso di educazione terapeutica per affrontare il delicato tema delle emozioni che questi pazienti in genere non riescono a gestire.

Essi si rivolgono prevalentemente nei servizi che curano l’ obesità, probabilmente per timore dell’etichettatura che può derivare dal frequentare un centro psichiatrico. Per loro il cibo è spesso l’unico modo per stare bene ma al tempo stesso una trappola. Nel tempo le abbuffate diventano sempre di più un’abitudine, ma come disse Samuel Johnson in un famoso aforisma “le catene dell’abitudine sono troppo leggere per essere avvertite finché diventano troppo pesanti per poter essere spezzate”.

In quest’ottica, dunque, l’intervento che si propone è integrato: psicoterapeutico e medico-nutrizionale. Lo psicoterapeuta è il referente e l’elemento coordinatore. Il suo compito è di intervenire sulle aree più problematiche di quel paziente, utilizzando le strategie cognitive e/o le tecniche comportamentali che ritiene più opportune nei diversi momenti della terapia.

Adozione oggi. Percorsi di resilienza (2017) – Recensione

Adozione oggi. Percorsi di resilienza scritto da Giuseppina Facchi, Maria Clotilde Gilson e Maria Villa è un interessante contributo teorico e clinico che tocca in profondità il tema ricco e complesso dell’adozione e il suo rapporto con la resilienza.

 

L’evoluzione dell’adozione nel corso del tempo

L’apertura del testo è affidata a un viaggio tra passato e presente, che partendo dal mondo classico di Solone e passando dalla riforma di Giustiniano, arriva fino ad oggi a illustrare una panoramica delle funzioni e delle modalità dell’adozione e il loro mutare e preservarsi nel tempo. In principio solo con una funzione patrimoniale e assistenziale, poi anche altruistica con l’avvento delle società cristiane, l’adozione si trasforma ancora nella seconda metà del XX secolo.

Inizia così lentamente a presentarsi la necessità di disciplinare l’adozione e di adoperarsi per il rispetto dei diritti dei bambini e dei loro genitori. A tale scopo tra la fine degli anni ’60 e ‘80 sono introdotte la legge n°431/67 per l’adozione speciale e la legge n°184/83 per l’affidamento familiare e l’adozione internazionale. Tuttavia è soltanto nel 1998, con la Convenzione de L’Aja, che si procede a verificare il rispetto delle norme per le pratiche adottive attraverso la Commissione per le Adozioni Internazionali.

I momenti del percorso dell’ adozione e le criticità

Seguitando nella lettura viene data al lettore la possibilità di seguire i principali momenti del percorso adottivo e i vissuti dei suoi protagonisti, ossia la coppia disponibile all’adozione, i bambini dichiarati adottabili, i genitori naturali e le istituzioni predisposte. Più precisamente, il primo momento riguarda la dichiarazione della coppia di disponibilità all’adozione e l’ottenimento dell’idoneità, a esso segue il conferimento dell’incarico a un ente autorizzato – in caso di adozione internazionale – l’attesa del bambino, l’incontro tra la coppia e il bambino da adottare e infine è prevista la legittimazione dell’adozione.

Tuttavia, come fanno notare le autrici, la linearità del percorso sopra indicato non contempla le criticità che pur possono presentarsi e rispetto alle quali sono state avanzate proposte di modifica della legge n°184/1983. Queste criticità, in taluni casi, hanno condotto a veri e propri fallimenti adottivi.

Si tratta di condizioni che, oltre all’interruzione del rapporto tra genitori adottivi e minori, possono terminare con l’allontanamento e il ricollocamento in un’altra famiglia o in una struttura di accoglienza. La loro analisi, resa possibile da un campo fecondo di ricerche in Italia e in Spagna, è stata utile per una comprensione più ampia possibile del fenomeno adottivo.

Al di là della ridotta numerosità di casi di fallimento adottivo riscontrati, questi studi hanno rilevato la necessità di canalizzare una maggiore attenzione nei confronti dell’effetto traumatico che comportano e il modo in cui interagiscono gli aspetti che riguardano i bambini, i genitori e il sistema adottivo.

Adattarsi alla nuova vita, che la situazione adottiva introduce, non è così semplice e un buon processo di adattamento familiare contribuisce a un migliore adattamento psicosociale del minore. Altrettanto utili a prevenire e ridurre le situazioni di fallimento sono: la riduzione dell’istituzionalizzazione in seguito all’allontanamento dalla famiglia di origine, il miglioramento dei protocolli per la valutazione dell’idoneità genitoriale, la promozione di interventi che sostengano le famiglie nel periodo di post- adozione.

Uno studio longitudinale sull’ adozione

Seguendo la direzione di queste ultime ricerche sul tema dell’ adozione, che intendono superare la prospettiva patogenetica dell’adozione, Giuseppina Facchi, Maria Clotilde Gilson e Maria Villa s’impegnano dal 2001 al 2015 in uno studio longitudinale di tipo descrittivo, condotto su un campione di cinquantacinque soggetti con adozione internazionale e disturbi psicopatologici di gravità da lieve a elevata e giovani adulti senza particolari difficoltà. Il loro fine è riconoscere le criticità che si ripetono nel tempo per poterle prevenire.

Alla luce di quanto affermato fino a qui, emerge chiaramente che ci troviamo di fronte ad una condizione di elevata complessità, che si sviluppa dall’interazione tra diversi fattori di rischio, protettivi, costituzionali e ambientali che richiedono un’elevata attenzione.

È proprio in questa direzione che si muove la necessità di non collocare in secondo piano l’esistenza di condizione traumatica sia nel minore adottato sia nel genitore adottivo. Nel primo il trauma è doppio, da abbandonato e quindi allontanato dal genitore naturale e dalla sua cultura, a collocato in una nuova famiglia e una nuova cultura. Nella coppia invece, il trauma può riguardare la limitazione della fertilità o la sua assenza.

Come promuovere la resilienza nel rapporto tra genitori e figli adottivi

Proseguendo verso il cuore del testo il lettore conosce il modello teorico di riferimento, nato dall’integrazione tra diversi modelli teorici e la definizione degli aspetti che promuovono lo sviluppo della resilienza nel rapporto tra genitori e figli adottivi.

Più precisamente, rispetto a questi ultimi si rileva l’importanza di guardare all’incontro adottivo come a un dono reciproco tra genitori e figli, un momento reale che può essere tanto eccezionale, ma da cui non è possibile escludere una delusione. Non solo, esso costituisce l’inizio della nuova vita del bambino, da integrare comunque con quella passata. Di quest’ultima va accettata l’importanza che i genitori biologici hanno rivestito per il bambino e che possono ancora ricoprire. Non è infrequente, infatti, riscontrare nei genitori adottivi la negazione del passato e spesso anche l’idealizzazione del proprio mondo, oltre ad una mancata mediazione tra l’immagine ideale del figlio e il figlio reale. Questi e altri fattori contribuiscono ad alimentare maggiori difficoltà nel porre dei limiti al bambino, utilizzare la sua rabbia in modo costruttivo, accettare la propria morte funzionale.
Le tre storie che seguono, quella di Anita, Carlos e Solado, costituiscono una testimonianza ancora più vivida delle criticità che possono svilupparsi in seguito all’ adozione e dei fattori che minano la possibilità di costruire resilienza.

Esse hanno in comune un passato non elaborato e la negazione della sua influenza sulla personalità.

La storia di Anita è quella di una bambina ripetutamente traumatizzata dalla perdita. La sua sicurezza interna si costruisce disfunzionalmente sulla dipendenza dalla risposta di accudimento totalizzante dei genitori adottivi, incapaci di porle dei limiti. La sua adolescenza è segnata dall’esordio di una modalità di funzionamento di tipo borderline che la porterà a ripetuti ricoveri presso il servizio di Neuropsichiatria, l’ingresso in Comunità, rientri a casa e ingressi presso il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Le sue condizioni rimangono precarie fino all’età di trentacinque anni.

Carlos, con la sua adesione al nuovo mondo, l’apprendimento rapido della lingua e la necessità di pulire via il colore della sua pelle, dimostra di negare il suo passato e sviluppa a partire dall’età prescolare problemi di comportamento, che in adolescenza culmineranno anche in un’identità sessuale ambigua e ricoveri e rientri a casa presso strutture che si occuperanno della sua salute. Carlos, all’età di trentadue anni, ricorre ancora periodicamente al Pronto Soccorso.

Solado, rispetto agli altri due bambini, trascorre una parte della sua vita, prima presso famiglie del luogo, poi presso istituti della zona. Subisce oltre al trauma dell’abbandono, quello di esperienze sessuali incestuose. Dopo l’istituzionalizzazione e un fallimento adottivo a tredici anni giunge nella seconda famiglia. In seguito ad un periodo di apparente adattamento, cominciano con l’adolescenza a comparire disturbi del comportamento alimentare, ritiro, comportamenti autolesivi e successivamente un quadro presumibilmente psicotico. Dopo un percorso di ricoveri e rientri a casa, a trentaquattro anni vive in famiglia e accede a una struttura diurna.

Il modello focale integrato applicato alla genitorialità

Il testo, concepito in tre ampie parti, condensa nell’ultima la presentazione del modello focale integrato applicato alla genitorialità, le cui radici vanno rintracciate nella psicoterapia breve. Esso punta l’attenzione sull’insufficienza del solo fattore costituzionale o ambientale come causa di patologia e vede il conflitto come uno stimolo per il cambiamento, capace di mobilitare risorse positive e l’accettazione di fallimenti transitori e perdite come possibilità da cui apprendere.

I percorsi di crescita, rintracciabili nelle situazioni cliniche proposte dalle autrici, e che vedono i genitori coinvolti nel ruolo di co-terapeuti, costituiscono una finestra aperta sulle dinamiche che coinvolgono la coppia (la conflittualità, la mancata elaborazione dell’impossibilità di generare, l’accettazione della morte funzionale, l’importanza del limite) e il bambino e rappresentano un’opportunità per comprendere come proteggersi dal fallimento adottivo e dal suo rischio.

È proprio da essi che è possibile inferire i principali fattori di protezione, che non possono che partire dalla scelta di adottare come un bisogno condiviso e reale della coppia. Ciò che si va poi costruendo deve essere sostenuto dalla consapevolezza della responsabilità che l’adozione comporta e della sua specificità. Il bambino adottato sarà così inserito in famiglia con la partecipazione di entrambi i genitori, che dovranno essere pronti a verificare la presenza del fantasma del trauma e adoperarsi per affrontarlo, accettando il legame del bambino con il suo passato e promuovendone l’integrazione. In questo modo diventa possibile costruire una relazione naturale e spontanea all’interno di un ambiente sufficientemente forte e dotato di un sistema normativo chiaro e semplice.

Non è facile per un genitore, felice di aver realizzato un sogno, riconoscere che la sua avventura non sia esente da rischi e […] che l’adozione non è una magica storia e nemmeno un fallimento preannunciato, ma un’impresa complessa e come tale va affrontata” (Facchi, Gilson & Villa, 2017, p.18).
Promuovere lo sviluppo della resilienza nelle situazioni adottive, vuol dire, dunque, dotare l’individuo di un’attrezzatura che gli consenta di affrontare eventuali disagi e traumi collegati al passato, così come difficoltà attuali e future, in un ambiente medio – prevedibile, liberandolo dalla condizione di un deficit da compensare.

Per concludere, si rintraccia nel testo un invito a estendere il proprio vertice di osservazione, facilitando il costituirsi, quando si parla di adozione, di una prospettiva che oltre ad una ricchezza di dettagli e una conoscenza costantemente rinnovata, non manchi nel riconoscimento dei diritti e delle responsabilità di tutte le figure coinvolte nel processo adottivo, al fine di poter migliorare il futuro di tutti i bambini adottati e dei loro genitori. È un’offerta di aiuto, a ciascuno secondo il proprio ruolo, a contribuire nel proprio quotidiano allo sviluppo di atteggiamenti di crescita.

Richard Thaler ha vinto il Nobel per l’Economia

Per la seconda volta un premio Nobel accarezza la Psicologia. Ed è una dolce carezza per noi, psicologi sperimentali della cognizione e analisti del comportamento, che siamo stati lungamente oggetto di ironie e dileggio dai cultori del profondo.

Il Nobel aveva già accarezzato la psicologia nel 2002, quando lo vinse Daniel Kahneman, psicologo, per gli studi svolti assieme ad Amos Tversky, anche lui psicologo purtoppo prematuramente scomparso, sui processi decisionali, in cui dimostrava la razionalità limitata degli esseri umani quando devono operare scelte in condizioni di incertezza.

Oggi è stato assegnato a Richard Thaler, Ralph and Dorothy Keller Distinguished Service Professor di Behavioral Science ed Economics alla School of Business dell’ University of Chicago.

La School of Business dell’University of Chicago è la roccaforte della scuola dell’economia liberista, Milton Freeman e i Chicago Boys, quelli che hanno portato le loro teorie in Cile, per intenderci, con i risultati che conosciamo. Durante il predominio dei Chicago Boys, RichardDick” Thaler è stato a lungo relegato ai margini (come i comportamentisti in Italia), in quanto parte di una minoranza che contrastava la teoria classica: “Conventional economics assumes that people are highly-rational – super-rational – and unemotional” e pertanto la gente sa sempre scegliere il meglio per sé. Ma:

“You know, and I know, that we do not live in a world of Econs. We live in a world of Humans. And since most economists are also human, they also know that they do not live in a world of Econs. Adam Smith, the father of modern economic thinking, explicitly acknowledged this fact. ”

Amos Tversky, assieme a Daniel Kahneman, per Thaler amico e mentore e al quale dedica un toccante ricordo nella prefazione a Misbehaving, avevano dimostrato i limiti della teoria classica. Nel 1979 Kahneman e Tversky, avevano dato il via a un programma di ricerca per mostrare in che modo le persone prendono decisioni. I due autori mettono progressivamente in luce le zone d’ombra dell’allora predominante Economia Neoclassica fondata sul principio di razionalità, concentrandosi sullo studio degli errori decisionali commessi dalle persone e mostrando come queste violino sistematicamente alcuni assunti di base dell’Economia Classica e della teoria della scelta razionale a cui fa riferimento.

Uno di questi studi culmina con la formulazione della “Teoria del Prospetto” e con la pubblicazione dell’articolo “Prospect Theory: An analysis of decision under risk.” che suscita grandissimo interesse nella comunità scientifica.

Si inizia a parlare di Behavioral Economics, disciplina nata con l’obiettivo di studiare i processi decisionali messi in atto dalle persone nel momento in cui devono compiere scelte, con un graduale passaggio dalle teorie normative, che descrivono il modo in cui le persone dovrebbero comportarsi per essere considerate razionali, alle teorie descrittive, che descrivono invece come effettivamente le queste si comportano. All’“Homo oeconomicus”, essere sistematicamente razionale in grado di effettuare calcoli statistici utili a prendere scelte parsimoniose e che massimizzano il vantaggio individuale, viene affiancato  quello che  viene ironicamente definito “Homer Oeconomicus” per mettere in luce come le persone,  in certe circostanze, agiscano in modo simile al celebre personaggio dei Simpson, prendendo decisioni “di pancia”, in maniera veloce e non sempre ottimizzante. Il motto è: gli uomini non sono econi.

Negli studi successivi Kahneman e Tversky mettono in luce ulteriori anomalie nelle scelte compiute dalle persone: è il programma, “Heuristics and Bias”, finalizzato a creare una mappa della “razionalità limitata”. Sono così individuate originariamente le principali euristiche, ovvero strategie di pensiero semplificate utili a trovare soluzioni rapide a problemi complessi, che permettono di prendere decisioni molto rapide e spesso efficaci e tuttavia, possono in certe condizioni produrre errori decisionali sistematici (o bias).

Nel 2008 Richard Thaler e Cass Sunstein, giurista ad Harvard, pubblicano il loro libro “Nudge: la spinta gentile” che, partendo dal lavoro di Kahneman e Tversky, propone strategie utili per prevenire i bias individuati nei precedenti studi. Il lavoro dei due autori suscita grande interesse, attirando l’attenzione dell’allora Presidente degli Stati Uniti Barak Obama il quale nomina Sunstein Amministratore dell’OIRA (Office of Information and Regulatory Affairs) dal 2009 al 2012.

Dalla pubblicazione del loro best-seller il Nudging cresce esponenzialmente e si diffonde in diverse nazioni, purtroppo non ancora in Italia, almeno a livello istituzionale, alche se da tempo si è formato il gruppo Nudge Italia, che fa parte del network europeo TEN.

Il razionale è: se le persone commettono errori sistematici è possibile prevederli. È possibile anche aiutarle a compiere scelte più funzionali al loro benessere e prevenire o correggere tali distorsioni? Thaler e Sunstein propongono di lavorare nel contesto nel quali si muovono e interagiscono. Viene coniato il termine “architettura delle scelte” per definire il modo in cui è possibile avvalersi di conoscenze scientifiche per strutturare contesti che favoriscano i comportamenti desiderati, senza limitare la libertà del’individuo. Un buon architetto delle scelte osserverà l’ambiente in cui le persone si muovono, le loro interazioni con l’ambiente, e le scelte che compiono. Qualora queste si rivelino disfunzionali e sistematicamente influenzate da fattori contestuali, sarà possibile riprogettare l’ambiente fisico o verbale per reindirizzarle.

Si trova in questo modo un forte punto di contatto tra scienze comportamentali e politiche pubbliche. Le conoscenze acquisite in laboratorio e sul campo, sono estese in diversi paesi del mondo su ampia scala e in diversi ambiti, dalla salvaguardia dell’ambiente, alle politiche sociali.

La psicologia, troppo spesso relegata in laboratorio e  in contesti clinici, estende il suo raggio d’azione nel sociale e nella promozione della salute pubblica, entrando in contatto con diverse discipline e approcci.

Nel 2015 Thaler pubblica Misbehaving. The making of Behavioral Economics, che rappresenta il manifesto della disciplina, o come la definisce il New York Times: “A sly and somewhat subversive history of his profession”.

Oltretutto è un libro di piacevolissima lettura, il che non si può dire di altri libri di economia.

9 Ottobre 2017 – Richard Thaler vince il premio Nobel per l’Economia grazie ai suoi fondamentali contributi nella Behavioral Economics che hanno permesso di costruire un ponte tra Economia e Psicologia nello studio dei processi decisionali. Verosimilmente e auspicabilmente tale riconoscimento fornirà ancora linfa allo studio scientifico del comportamento umano. Un’onda che dovrebbe essere cavalcata per produrre benessere individuale e sociale. Grazie prof. Thaler!

 

— VIDEO — Richard Thaler: “Misbehaving: The Making of Behavioral Economics” | Talks at Google

Un nuovo modello di attenzione visiva: le mappe di significato

Secondo nuove ricerche, la nostra attenzione è attratta da contenuti della scena che contengono un significato, rispetto a particolari salienti. Questi nuovi risultati mettono in discussione il modello precedente sull’ attenzione visiva.

 

Salienza visiva: la teoria dominante dell’attenzione

Il pensiero convenzionale sull’attenzione visiva è che la nostra attenzione viene automaticamente attirata su oggetti salienti che si distinguono dallo sfondo. I ricercatori del centro UC Davis Center for Mind and Brain hanno mappato centinaia di immagini registrando il tracciato degli occhi, in base al “significato”, alla “salienza” o alle caratteristiche rilevanti.

L’analisi statistica mostra che gli occhi sono attratti da aree “significative”, non necessariamente quelle che risultano percettivamente più salienti.
I nostri occhi percepiscono un ampio campo visivo, ma noi concentriamo la nostra attenzione solo su una piccola parte di questo campo. Come decidiamo dove dirigere la nostra attenzione, senza pensarci?

La teoria dominante degli studi sull’attenzione è “la salienza visiva”. Per salienza si intende ciò che “spicca” dallo sfondo, come ad esempio le bacche colorate su uno sfondo di foglie o un oggetto illuminato in una stanza.

La salienza è relativamente facile da misurare. È possibile mappare la quantità di salienza in diverse aree di un’immagine misurando, per esempio, il relativo contrasto o la luminosità.

Il professor Henderson, autore dello studio, riconosce il fenomeno dell’attrazione verso oggetti luminosi e brillanti; tuttavia, dichiara che questa spiegazione non può essere del tutto corretta, altrimenti saremmo tutti costantemente distratti.

L’ipotesi delle mappe di significato per spiegare l’attenzione visiva

Henderson e il ricercatore post-doc Taylor Hayes hanno voluto verificare se l’attenzione fosse attratta da un’area che consideriamo significativa all’interno del nostro campo visivo. Hanno inizialmente costruito “mappe di significato” mediante scene di controllo, in cui diverse parti della scena avevano diversi livelli di significato per un osservatore.

Per creare la loro mappa di significato, Henderson e Hayes hanno fotografato diverse scene, le hanno spezzettate in piastrelle circolari sovrapposte e le hanno presentate al servizio internet di crowdsourcing, Mechanical Turk, chiedendo agli utenti di valutare le piastrelle in base al loro significato.

Mediante i punteggi dei voti degli utenti, è stato possibile assegnare i vari livelli di significato alle diverse aree di un’immagine e creare così una mappa di significato comparabile ad una mappa saliente della stessa scena.

In seguito, sono stati registrati i movimenti oculari dei volontari durante l’esplorazione delle immagini. I tracciati hanno dato ai ricercatori una mappa di quali parti della scena attirarono maggiormente l’attenzione. Henderson afferma che questa “mappa attenzionale” era più vicina alla mappa di significato anziché a quella di salienza.

Henderson e Hayes non hanno ancora dati chiari su ciò che appartiene ad una scena significativa, anche se hanno alcune idee: ad esempio, un dato emerso dalla ricerca è che un tavolo o uno scaffale ingombrante hanno attirato maggior attenzione rispetto ad uno sprazzo di luce sul muro, caratteristica altamente saliente. Con ulteriori lavori, sperano di sviluppare una “tassonomia dei significati”.

Anche se la ricerca si rivolge a una comprensione base del funzionamento dell’attenzione visiva, Henderson pensa che potrebbero esserci alcune applicazioni a breve termine, come ad esempio nello sviluppo di sistemi visivi automatizzati che consentono ai computer di eseguire la scansione di filmati di sicurezza o di identificare automaticamente le immagini o le didascalie online.

Attenzione duale, affetto, relazioni interpersonali e significato: l’intervento di Shapiro al convegno Attaccamento e Trauma, 2017

La sua relazione dal titolo “Attenzione duale, affetto, relazioni interpersonali e significato: gli aspetti fondamentali del trattamento dei traumi” vuole lasciar emergere quelle che sono le caratteristiche comuni e centrali nelle terapie che si occupano del trauma. Il trauma viene definito come un pericolo che comporta sensazioni di abbandono, perdita, danni fisici ed emozioni negative.

 

Il contributo di Stephen Suomi al convegno Attaccamento e Trauma del 2017

Il programma del secondo giorno è piuttosto intenso.
Il convegno si apre con la presentazione di Stephen J. Suomi, e vede dopo di lui scorrere nomi importanti da Robin Shapiro a Janina Fisher fino alla videoconferenza con Daniel Siegel.

Stephen Suomi è capo del laboratorio di Etologia comparata del National Institute of Child Health and Human Development (NICHD) nel Maryland. E’ professore di ricerca presso la University of Virginia, University of Maryland e la John Hopkins University.

I suoi interessi di ricerca lo hanno portato a interessarsi del modo in cui la socializzazione incide sullo sviluppo dei primati non umani. Negli anni ’70 ha lavorato come assistente di ricerca per lo psicologo Harlow dimostrando come non fosse possibile riabilitare i macachi Rheus cresciuti in isolamento sociale per i primi sei mesi di vita dopo averli rintrodotti in un gruppo di scimmie normali dal punto di vista sociale.

Il suo contributo dal nome “conseguenze comportamentali, biologiche ed epigenetiche di esperienze precoci di attaccamento sociale nei primati” è il riassunto delle ricerche più recenti nel campo dell’epigenetica. In particolare dagli studi sono emerse differenze significative nello sviluppo comportamentale, nella regolazione affettiva, nell’attività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, nel metabolismo dei neurotrasmettitori, nella struttura e nella funzione cerebrale in funzione delle esperienze precoci di crescita (essere allevati dalla madre piuttosto che dal gruppo dei pari).
Secondo l’autore è dunque ipotizzabile uno sviluppo analogo estendibile anche agli uomini.

Il contributo di Robin Shapiro: “Attenzione duale, affetto, relazioni interpersonali e significato: gli aspetti fondamentali del trattamento dei traumi”

La mattina prosegue con il contributo di Robin Shapiro, una delle maggiori esperte nel campo del trauma; Shapiro è autrice di numerosi contributi come “EMDR Solution: Pathways to Healing (2005)”, “Trauma Treatments Handobook (2010)” e “Easy ego state intervention” (2016).

La sua relazione dal titolo “Attenzione duale, affetto, relazioni interpersonali e significato: gli aspetti fondamentali del trattamento dei traumi” vuole lasciar emergere quelle che sono le caratteristiche comuni e centrali nelle terapie che si occupano del trauma.
Il trauma viene definito come un pericolo che comporta sensazioni di abbandono, perdita, danni fisici ed emozioni negative.

Il DPTS (Disturbo Post Traumatico da Stress) è concettualizzato partendo dall’esperienza soggettiva della persona che subisce un trauma; “la persona traumatizzata si protegge dall’eventualità che si ripresenti l’evento traumatico mantenendo uno stato di mobilità difensiva e di prontezza” e pertanto mette in atto una serie di azioni a catena e meccanismi neuro-bio-psicologici che possano permettergli di difendersi dalle memorie traumatiche.

I sintomi sono flash back, incubi, attivazioni elevate di ansia o di rabbia, evitamento, difficoltà a connettersi agli altri, tentativi di stare lontano da tutto quello che possa provocare i sintomi del DPTS.

La presentazione di Shapiro per quanto sembri portare, almeno inizialmente, tematiche piuttosto note (non direi mai scontate) ha comunque un impatto e una presa nel pubblico proprio per il modo eclettico e clinico di presentare la sua discussione che l’ha resa una delle migliori relazioni presentate.
Pertanto dal concetto di trauma si arriva a sollevare una questione estremamente importante e mai così delicata: la relazione terapeutica.
La relazione terapeutica diventa il punto centrale di tutte le tecniche, le terapie, i modelli legati al trattamento del trauma.
Riecheggia la sua assunzione: “le tecniche non bastano (con tanto di applauso) nella terapia del trauma è imprescindibile la relazione terapeutica”.
Secondo Shapiro questa “surclasserebbe” qualsiasi intervento possa essere rivolto al paziente.
Emerge chiaramente come per lei sia incontrastabile l’importanza di rispondere al paziente nella sua diversità, nella sua specificità; si parla di integrazione, di valutazione da caso a caso, di guardare ogni “cliente” come unico in modo da creare un clima di fiducia e accoglienza poiché nulla funziona se vi è diffidenza o con le resistenze della persona chiamata in causa.

La sua presentazione, più che apportare contributi teorici, è orientata a consigli clinici. Racconta la sua formazione, estremamente ampia ed estremamente integrata e come consiglio al pubblico raccomanda di non seguire nessun dogma, ma di ampliarsi e di essere curiosi (nel campo ovviamente di ciò che si dimostra efficace).
Evidentemente non vuole essere un discorso di massimo eclettismo e di mancanza di solide basi teoriche da seguire, tutt’altro, formarsi e imparare di continuo sono le sue parole chiave, ma seguire alla lettera i protocolli non garantisce un lavoro efficace di per sé. L’invito è quello di non smettere mai di arricchirsi in modo che ogni clinico possa essere sempre più capace di comprendere cosa potrebbe risultare migliore per quel tipo di paziente in quel preciso momento.

Entrando nel merito del trattamento legato al trauma Robin Shapiro traccia alcuni elementi che possono essere comuni a tutte le terapie con particolare enfasi sul concetto di “presenza” intesa come consapevolezza dell’essere nel qui ed ora.
“L’evento è avvenuto nel passato ma il cliente è nello studio con voi in quel momento” dice Robin sottolineando come sia fondamentale che l’emotività resti sempre all’interno della finestra di tolleranza emotiva in modo che lo stato di attivazione della persona non sia mai eccessivo ma neppure che collassi o dissoci.
Pertanto il terapeuta deve essere in grado di gestire un’attenzione duale: il terapeuta deve poter garantire la sicurezza del presente e al contempo, accedere all’esperienza traumatica. E in questo processo intervengono ovviamente anche le emozioni che caratterizzano la connessione al presente, nonché alla relazione terapeutica.

Durante l’elaborazione di un trauma il terapeuta deve riportare il cliente al presente tramite il lavoro sulla relazione terapeutica; interventi che utilizzino il senso dell’umorismo, il contatto oculare, le rassicurazioni sono tutti ottimi in modo che venga favorita la comprensione dei bisogni del paziente.

Per coltivare la relazione terapeutica è necessaria una “connessione” che secondo la Shapiro può essere immediata o aver bisogno di essere costruita. Accettazione, fiducia, responsività sono gli elementi che costituiscono la relazione.

Nel trattamento del trauma l’orientamento al presente può essere permesso attraverso la terapia degli stati dell’Io. In questo caso si rievoca una parte adulta del paziente (il suo essere genitore, il suo essere un professionista, o qualsiasi parte dove la persona possa sentirsi competente e autoefficace): “pensi una volta in cui ha agito guidato dalla sua parte adulta funzionale, abbiamo bisogno che questa parte sia presente quando elaboriamo il trauma”.

Tutto questo permetterebbe ad ogni emozione di manifestarsi ed essere contenuta dalla connessione con il terapeuta e di rimanere presente permettendo il cambiamento emotivo.

Shapiro elenca poi le varie terapie che si occupano di trattamento del trauma: vengono citate l’EMDR, le terapie sensomotorie, le terapie degli stati dell’Io, l’ipnosi, e le terapie dinamiche.

Le varie terapie del trauma si occuperanno poi, secondo le proprie modalità e le proprie tecniche di attribuire un significato a livello mentale (“Adesso sono al sicuro, è finita”) e a livello corporeo (“Sentire nel corpo che adesso è finita”).
L’attribuzione di significato cognitivo e corporeo appare trasversale e indispensabile secondo tutti i vari trattamenti.
Il punto conclusivo e forse centrale del messaggio che Shapiro ha voluto lanciare riguarda l’integrazione.
Esorta alla formazione, la sua in costante e perenne aggiornamento, alla supervisione e all’intervisione.
Sottolinea infine e nuovamente come l’importante sia non tanto applicare la tecnica ma conoscerla bene per padroneggiarla, in modo che l’intervento venga tagliato sulla base del singolo paziente, in quel preciso momento.

 


Gli altri articoli dal convegno: Attaccamento e Trauma 2017

Co.Tu.Le.Vi., in Sicilia il contrasto alla violenza passa attraverso le lotte dell’associazionismo

La violenza, in tutte le sue forme, è storicamente oggetto di prevenzione e contrasto sia da parte di organismi statali che di Associazioni del privato sociale che fondano il loro operato sulla sensibilizzazione al rispetto dei diritti umani, un esempio in territorio siciliano è rappresentato dalle attività dell’Associazione Diritti Umani Contro Tutte Le Violenze (Co. Tu. Le. Vi.)

 

La violenza, in tutte le sue forme, è storicamente oggetto di prevenzione e contrasto sia da parte di organismi statali che di Associazioni del privato sociale che fondano il loro operato sulla sensibilizzazione al rispetto dei diritti umani, attraverso specifiche attività formative e/o di sostegno alle vittime di soprusi e aggressioni, volte a migliorare la qualità della vita delle persone sul piano morale, spirituale, psicologico.

Un esempio in territorio siciliano è rappresentato dalle attività dell’Associazione Diritti Umani Contro Tutte Le Violenze (Co. Tu. Le. Vi.), nata da un’ispirazione dell’attuale Presidente, la battagliera Aurora Ranno, che, il 12 Novembre 2012, dà avvio in Sicilia, in forma associazionistica a diffusione regionale, a un’iniziativa di solidarietà civile, già preannunciata il 28 Settembre 2009 dall’apertura del primo Sportello Antiviolenza di Trapani, all’interno del Tribunale della stessa città.

Un’iniziativa associazionistica che si rifà a imponenti documenti in difesa della dignità umana e che fissa nel suo statuto tutta una serie di azioni volte a raggiungere l’obiettivo della valorizzazione e tutela dei diritti umani.

Co.tu.le.vi. si ispira alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 – sottolinea Silvano Bartolomei, Responsabile dello Sportello Antiviolenza “Diana” di PalermoIn tal senso si prefigge di sostenere una varietà di diritti quali il diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza individuale, attraverso azioni volte all’accrescimento della solidarietà morale, sociale e culturale, con un occhio di riguardo a famiglie bisognose, emarginate, lese nei diritti fondamentali. Attività prioritaria è stata fin da subito l’istituzione degli sportelli antiviolenza; nello specifico, quello di Palermo, inaugurato il 6 Dicembre 2013, attivo due volte alla settimana all’interno del Tribunale di Palermo, si avvale di figure tra le quali l’avvocato e lo psicologo che si avvicendano nel ricevere l’utenza che si sente violata nei propri diritti, al fine di percorrere la strada più idonea per estirpare condizioni radicate di disagio, come l’inserimento in Casa Famiglia.

Sicilia: la lotta contro la violenza passa attraverso associazioni come Co.Tu.Le.Vi. - Imm 2

Silvano Bartolomei- Responsabile Sportello Antiviolenza di Palermo

Con ventidue Sportelli Antiviolenza attivi in tutta la Regione, ciascuno competente per il proprio ambito territoriale provinciale, l’Associazione Co.tu.le.vi. mette al servizio della lotta contro crudeltà e ingiustizie un’équipe multidisciplinare formata da avvocati, psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali, psichiatri, con specifiche connotazioni e offerte di servizio, a seconda delle province interessate, e con capofila l’esperienza di Trapani.

Grazie all’infinito lavoro degli operatori lo Sportello di Trapani è aperto da Lunedì a Venerdì tutte le mattine, osservando solo quindici giorni di riposo ad Agosto da parte della segreteria, ma, anche per quei giorni di sospensione, i nostri volontari sono reperibili per casi urgentissimi per rispondere alle richieste dell’utenza – sottolinea Ranno.

Un lavoro capillare svolto a stretto contatto con Questura e Carabinieri, e che sfrutta la competenza di un avvocato dell’Associazione stessa che prende in carico il caso e di uno psicologo.

Un lavoro destinato a intensificarsi nell’immediato futuro: il 22 Settembre ha visto la luce un nuovo sportello a San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani, senza contare le date dell’8 Ottobre, con l’apertura degli Sportelli Antiviolenza di Castelbuono e Pollina, mentre resta in attesa l’apertura dello sportello di Acquedolci, in provincia di Messina, e, ancora in fase progettuale, l’idea di istituirne uno anche a Geraci.

E se lo sportello Antiviolenza costituisce la colonna portante delle Attività Co.tu.le.vi. non meno importanti sono le attività di volontariato svolte a scuola e nei luoghi di reclusione.

All’interno delle scuole la nostra attività si svolge attraverso una varietà di progetti, in passato per esempio ci siamo occupati di spiegare ai ragazzi la differenza tra il processo penale minorile e la sua volontà riabilitativa, e il processo penale adulto, maggiormente volto a perseguire il reato con una pena adeguata – dice Bartolomei.

 

Co.tu.le.vi svolge la sua attività in difesa dei diritti anche in carcere: con un massimo di tre volontari e alunni delle scuole di Trapani mi sono personalmente recata presso la casa di reclusione di Trapani e Favignana, con l’autorizzazione del direttore del carcere, per avviare momenti di riflessione sul significato della pena e sull’importanza di vivere nella legalità. Un’esperienza forte che gli alunni hanno potuto realizzare respirando l’atmosfera dura, triste del carcere, e da qui comprendendo pienamente la sofferenza arrecata da scelte di vita lontane dalla civiltà e dal rispetto dei diritti – prosegue Ranno.

Sicilia la lotta contro la violenza passa attraverso associazioni come Co.Tu.Le.Vi. - Imm 1

Aurora Ranno – Presidente dell’ associazione Co.Tu.Le.Vi.

Compiti di sensibilizzazione elevati e proficui, che si scontrano con difficoltà e speranze, come in ogni esperienza che coinvolge l’uomo e la difesa della propria libertà.

Mi rammarica al momento non avere la possibilità di offrire compensi ai nostri volontari, vista l’importanza del materiale umano, ma siamo speranzosi di vincere un bando per dare finalmente un riconoscimento economico ai nostri volenterosi operatori e inquadrarli come collaboratori. Al momento, come Presidente, dopo valutazione con la tesoriera, e grazie a fonti come le donazioni, possiamo attribuire dei premi per i volontari, in occasione di eventi come convegni, sotto forma di rimborso spese.

E destreggiandosi tra burocrazie complesse e sensibilizzazione sul territorio Co.tu.le.vi porta avanti con ottimismo la battaglia contro abusi e violenze, una lotta che coinvolge in primo luogo i giovani, i ragazzi delle scuole, i quali, nell’accorato appello finale di Silvano Bartolomei:

Anche beneficiando dei nostri interventi di moralizzazione, devono cercare di capire la distinzione tra bene e male, la nozione di limite, in difesa della vita. Bisogna insomma far capire le conseguenze negative, illegali, dell’appiccare un incendio, ma, ancora più importante, nell’ottica della salvaguardia di un bene prezioso, bisogna insegnare loro la funzione, l’utilità, del bosco.

La Disforia di Genere: l’intervento psicologico con il paziente e con i familiari

Definito in un primo momento transessualismo, ribattezzato poi Disturbo dell’Identità di Genere e solo recentemente diventato Disforia di genere, tale condizione si presenta particolarmente complessa e unica nel suo genere ed esprime la sofferenza che accompagna l’incongruenza tra il genere esperito e quello assegnato biologicamente.

Federica Ferrari, Roberta Carugati – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

 

Nel DSM IV-TR (APA, 2000), il transessualismo era concettualizzato come “Disturbo d’Identità di Genere”, nel DSM-5 (APA, 2013), invece, rientra nella categoria diagnostica “Disforia di genere”. Tale termine si riferisce al disagio affettivo e cognitivo in relazione al genere assegnato e per questo motivo è considerato più descrittivo rispetto al precedente, inoltre si concentra sulla disforia come problema clinico e non sull’identità in sé.

La diagnosi di Disforia di genere interessa gli individui che mostrano una marcata incongruenza tra il genere che è stato loro assegnato alla nascita e il genere da loro esperito e deve esserci evidenza di una sofferenza legata a questa discrepanza. La Disforia di genere si manifesta in modo differente nelle diverse fasce di età; negli adulti, in particolare, può esserci un desiderio di liberarsi delle caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie, e/o un forte desiderio di acquisire le caratteristiche sessuali del genere opposto. Si sentono a disagio se devono comportarsi come membri del genere che è stato loro assegnato e possono adottare a vari livelli il comportamento, l’abbigliamento e i manierismi del genere esperito.

La Disforia di genere può riguardare sia i soggetti di sesso femminile (female to male, FtM) che quelli di sesso maschile (male to female, MtF) ma è più frequente nella forma MtF con una sex ratio di circa 3:1 (Bandini, 2009).

Il trattamento della Disforia di genere

La pianificazione del trattamento di problemi legati al genere dipende da numerosi fattori tra cui la fase di sviluppo dell’identità transessuale, la conoscenza che il paziente ha delle diverse opzioni di gestione del problema e la presenza di eventuale comorbilità o problemi psicosociali. E’ importante infatti che, prima di trattare le questioni relative all’identità transessuale, si affrontino eventuali condizioni più urgenti che possono in qualche modo ostacolare il corretto svolgimento del trattamento della Disforia di genere (Bockting, Knudson e Goldberg, 2006).

Secondo Bocking e Coleman (1993) il miglior modello di trattamento dei pazienti con Disforia di genere dovrebbe comprendere cinque compiti fondamentali: assessment; management della comorbilità; facilitazione della formazione dell’identità; management dell’identità sessuale; valutazione dopo la cura.

Le varie opzioni terapeutiche comprendono:

  • psicoterapia (individuale, di coppia, familiare o di gruppo) con lo scopo di esplorare le varie identità/ruoli/espressioni di genere, modificare l’impatto negativo della Disforia di genere e dello stigma sociale sulla salute mentale, alleviare la transfobia interiorizzata, migliorare il supporto sociale, migliorare l’immagine del corpo, promuovere la capacità di recupero;
  • terapia ormonale;
  • chirurgia per modificare le caratteristiche sessuali primarie o secondarie;
  • cambio di espressione di genere (Meyer e coll., 2011).

Ci focalizzeremo sulla psicoterapia in questa sede.

La letteratura disponibile (Green e Fleming, 1990; Michel et al., 2002; Pfafflin e Junge, 1998) indica che un’adeguata psicoterapia a pazienti con Disforia di genere prima dell’intervento della chirurgia è predittiva di un positivo esito post-chirurgico.

Alcuni transessuali richiedono assistenza psicoterapeutica volontariamente, ad altri può essere raccomandata in previsione di una terapia ormonale o della chirurgia, anche se bisogna ricordare che negli Standards of Care della World Professional Association for Transgender Health (WPATH) la psicoterapia non è considerata un requisito necessario per ottenere l’intervento chirurgico (Meyer e coll., 2011).

Bockting et al. (2007) offrono degli spunti per la valutazione e il trattamento dei problemi di genere e delle difficoltà psicologiche associate. Le loro osservazioni si basano su un modello di “approccio transgender-affermativo, cura centrata sul cliente e riduzione del danno”.

Secondo la letteratura disponibile, non vi sarebbe un modello psicoterapeutico migliore rispetto ad un altro per il lavoro con pazienti transessuali; comunque è possibile identificare le questioni verso cui si deve indirizzare la terapia.

I professionisti della salute mentale, in base al loro orientamento teorico, possono usare diversi approcci terapeutici (Fraser, 2005) con lo scopo non di curare la Disforia di genere, ma di accompagnare il paziente nell’esplorazione della propria identità (Fenelli e Volpi, 1997), per garantirgli uno stile di vita stabile a lungo termine con probabilità realistiche di successo nelle relazioni interpersonali, nel lavoro e nell’espressione dell’identità di genere (Dèttore, 2005). Fondamentale è che il terapeuta sappia stabilire una relazione autentica in cui la persona possa sentirsi compresa e non giudicata (Bockting, Knudson e Goldberg, 2006).

All’interno del percorso terapeutico con i pazienti con Disforia di genere viene data particolare rilevanza all’esplorazione della storia di genere e dello sviluppo dell’identità transessuale per dare l’opportunità al soggetto di ristrutturare cognitivamente eventi significativi, validare le sue emozioni e rafforzare il senso di Sé. In alcuni casi il transessuale può chiedere di coinvolgere la famiglia nella terapia per esplorare e risolvere conflitti sorti in infanzia (Bockting, Coleman, Huang et al., 2006).

Un’altra area su cui è bene focalizzarsi in terapia è la transfobia interiorizzata, cioè quell’insieme di sentimenti e atteggiamenti negativi che una persona può provare nei confronti della propria transessualità. Le caratteristiche associate alla transfobia interiorizzata sono scarsa accettazione e stima di sé, sentimenti di inferiorità, vergogna, senso di colpa e l’identificazione con gli stereotipi denigratori. In questi casi l’obiettivo del terapeuta è rendere il paziente consapevole e promuovere l’accettazione di sé (Lingiardi e Nardelli, 2013).

Una volta che sono stati trattati questi aspetti e che il cliente ha deciso come gestire la sua disforia e la sua espressione di genere, la terapia si focalizza sul supporto dell’individuo nell’attuazione del suo progetto.

I risultati riportati da uno studio di Rachlin (2002) presentano cambiamenti positivi in seguito alla psicoterapia nell’87% dei soggetti intervistati; inoltre il livello di soddisfazione dopo il processo di transizione è migliore nel caso in cui la persona presenti una buona vita professionale, buone relazioni familiari, supporti sociali e stabilità emotiva.

Sebbene l’attuale normativa italiana non preveda la consulenza psicologica quale passaggio obbligato nell’iter per l’ottenimento della rettificazione anagrafica del sesso, è ormai prassi consolidata, nella maggior parte dei casi, il ricorso a essa. Bisogna infatti considerare la sofferenza di chi si trova a vivere il proprio corpo come un estraneo, i vissuti di incertezza e le sensazioni di confusione che possono accompagnare tale condizione; a tutto ciò si aggiunge la presenza di vicende dolorose e traumatiche che spesso costellano la vita delle persone transessuali.

Non sempre però il lavoro psicologico nel campo del transessualismo si rivela praticabile. Le difficoltà sembrano potersi ascrivere al fatto che, raramente, il paziente transessuale porta allo psicologo spontaneamente una domanda di esplorazione di sé, ma si rivolge ad esso su richiesta di un terzo, ossia dell’istituzione incarnata nel giudice. In questa situazione si crea, tra soggetto e operatore, una difficoltà relazionale di fondo in cui il lavoro psicologico viene inteso solo come una sorta di test. L’obiettivo è quindi superare la costante impasse iniziale, spostando l’asse del dialogo da quello “corpo sociale/giudice-psicologo” a quello “utente-psicologo”. Da una parte la persona transessuale dovrebbe essere aiutata a percepire l’operatore come qualcuno con cui, stabilendo un dialogo, prendere contatto con parti di sé confuse e sofferenti, dall’altra lo psicologo dovrebbe andare al di là della logica del sospetto (Alzati, 2004) che rischia di inficiare il suo lavoro (Vitelli et al., 2006).

Modelli di intervento con i familiari

Gli studi che si propongono di analizzare i vari aspetti del transessualismo dalla prospettiva dei cosiddetti SOFFAs (Significant Others, Family, Friends or allies of transgender persons) sono ancora molto limitati e di conseguenza più che dei trattamenti, esistono delle linee guida a cui fare riferimento per aiutare la famiglia del paziente transessuale ad affrontare le varie fasi del percorso.

Raj (2008) ha proposto un modello di trattamento, il Trans-formative Therapeutic Model (TfTM), specifico per questa popolazione che comprende diverse strategie educative e terapeutiche. La parola “trans-formative” vuole dare maggiore enfasi al concetto di cambiamento inteso come modificazione della struttura interna ma anche della forma esteriore e in questo caso si riferisce alla trasformazione della coppia e della famiglia.

Il modello si focalizza sul trattamento e sull’aspetto supportivo più che sul processo vissuto da coppie e famiglie in trasformazione, nonostante questi siano legati insieme inestricabilmente.

Raj (2008) per sviluppare la sua ipotesi di trattamento ha utilizzato altri due modelli di riferimento, il Family Emergent Stages Model (Lev, 2004) e il modello di Tuckman (1965), che invece si concentravano maggiormente sulle fasi affrontate dalle famiglie dei pazienti con Disforia di genere durante tutto il periodo della transizione.

Un ulteriore approccio è quello proposto da Zamboni (2006), psicologo clinico del Minnesota, che ha ideato un seminario per aiutare chi sta accanto al paziente transessuale.

Principi del Trans-formative Therapeutic Model

Il TfTM (Trans-formative Therapeutic Model) è un approccio di supporto che non solo può dare beneficio alle persone transessuali ma serve anche a ridurre i sentimenti di ansia, confusione, incertezza e isolamento provati dai partner e dall’intera famiglia.

I capisaldi del modello sono:

  1. Identificazione degli obiettivi del trattamento;
  2. Ascolto (ascoltare attivamente le storie dei partner/membri della famiglia, conoscere sia il passato che il presente);
  3. Validazione (validare gli affetti positivi e negativi sia dei soggetti transessuali che dei loro cari);
  4. Confronto (discutere gli stereotipi sulla diversità di genere e lo status quo usando interventi psico-educativi come la strategia del continuum);
  5. Ridimensionamento (abbandonare il paradigma esistente per cambiare la cornice di riferimento verso un pensiero flessibile e innovativo);
  6. Trasformazione (attraverso continui tentativi di adattamento e negoziazione la coppia/famiglia evolve e si trasforma o trovando soluzioni e rimanendo intatta oppure disgregandosi);
  7. Strategia (gestione concreta sul piano sociale dei piani di aiuto, dell’identità, dei cambiamenti della famiglia);
  8. Riferimenti clinici (fornire appropriate indicazioni cliniche come l’assessment psichiatrico o altri interventi clinici utili);
  9. Riferimenti nella comunità (supporto legale, aiuto dalla comunità di pari);
  10. Supporto continuo (pratico ed emotivo);
  11. Valutazione dei risultati (monitorare e valutare costantemente i risultati del trattamento sulla coppia o sulla famiglia).

Il cuore del TfTM di Raj (2008) è rappresentato dalla “strategia del continuum”, un intervento educativo e terapeutico che serve a validare la naturale diversità comportamentale e culturale dell’uomo. Questa strategia è stata declinata in diversi modi da Raj (2002; 2003), uno di questi è  “ Il Continuum dal Diniego all’Accettazione alla Celebrazione” (Raj, 2003).

Nella pratica comprende una serie di interventi che idealmente dovrebbero aiutare i partner e la famiglia degli individui in trasformazione a passare dal rifiuto all’accettazione e fiduciosamente alla celebrazione. Infatti, grazie ad una comprensione sempre più avanzata dell’altro si possono modificare credenze illogiche e acquisire nuovi importanti valori come la tolleranza e l’apprezzamento della diversità.

Il Family Emergent Stages Model

Il Family Emergent Stages Model (Lev, 2004) prevede che all’inizio vi sia il difficile momento della rivelazione con tutte le reazioni e le emozioni che ne conseguono, seguito dalla confusione e dal tormento per una vita sconvolta. Successivamente si apre la fase di negoziazione, in cui si cerca di trovare il modo migliore per convivere con la nuova identità di genere del partner; infine si arriva ad un equilibrio, che non significa aver trovato una soluzione permanente ai problemi emersi o aver superato le difficoltà emotive, ma aver trovato un compromesso per gestire la situazione giorno dopo giorno.

Il modello di Tuckman

Il modello di Tuckman (1965) propone un interessante parallelismo tra le relazioni in trasformazione, le dinamiche familiari e le classiche fasi di sviluppo del gruppo:

  1. Formazione. Questa fase può essere paragonata nello sviluppo umano all’infanzia nonché al momento della rivelazione per i transessuali. Coesistono eccitazione e ansia per l’ignoto e i membri esplorano quali comportamenti sono accettabili per il gruppo e come inserirsi. Ci sono problematiche di inclusione, ostracismo, accettazione e rifiuto.
  2. Conflitto. Questa è la fase del conflitto, del controllo e della resistenza e nella psicologia dello sviluppo è rappresentata dall’adolescenza. A causa dell’insofferenza verso l’autorità e verso le norme, nascono controversie, critiche al potere e ostilità. Nel percorso delle famiglie di pazienti transessuali è la fase dei tormenti e delle preoccupazioni.
  3. Normalizzazione. Fase di trasformazione simile alla prima età adulta e alla negoziazione per le famiglie di pazienti transessuali. Un evento catalitico permette di passare dalla somma di individualità alla collettività, i membri iniziano ad accettare le differenze e nasce l’idea di lavorare come un team. Si consolidano regole implicite ed esplicite che il gruppo approva e che aiutano a muoversi come un sistema coeso.
  4. Azione. Fase analoga all’età adulta e a quella del raggiungimento dell’equilibrio per le famiglie in trasformazione. Il gruppo ha sviluppato la capacità di risolvere i problemi, tollerare le diversità, prendere decisioni e collaborare. Gli aspetti centrali di questa fase sono l’impegno profondo, il rispetto e le cure reciproche.

E’ stata poi aggiunta una fase al modello (Allen et al., 1995), paragonata alla tarda età adulta: il congedo. I gruppi spesso prima di dissolversi esperiscono ansia da separazione e afflizione simile a quella provata per altre perdite durante la vita. Caratteristici di questa fase sono il senso di perdita e lutto, la difficoltà a separarsi e la paura per il futuro. Questo momento di disgregazione può essere attraversato oppure no, dipende dalle specifiche dinamiche di trasformazione della famiglia transessuale.

Il seminario di Zamboni

Il seminario sviluppato da Zamboni costituisce uno spazio sicuro per i SOFFAs, dove poter condividere pensieri, dubbi ed emozioni durante il percorso di adattamento alla transizione del loro caro. L’obiettivo è fornire informazioni e supporto e non è prevista la partecipazione delle persone transessuali, proprio per garantire ai SOFFAs uno spazio personale dove esprimere liberamente i propri sentimenti.

All’inizio del percorso i membri della famiglia vengono introdotti nel vocabolario della comunità transgender, vengono forniti dati relativi ad alcune ricerche sul transessualismo, nozioni sullo sviluppo dell’identità di genere e cenni sulle opzioni di trattamento. Partner e membri della famiglia possono così conoscere meglio le problematiche transessuali e smettere di incolpare se stessi o altri per la Disforia di genere del loro caro.

Il seminario prevede delle attività fatte in piccoli gruppi come guardare dvd che illustrano le sfide sociopolitiche e culturali che i transessuali affrontano quotidianamente e scrivere una lista di cosa è o non è cambiato nella persona transessuale. I SOFFAs vengono poi invitati a scrivere (o almeno ad iniziare a scrivere) una lettera in cui dicono addio alla vecchia identità del loro amato e danno il benvenuto a quella nuova.

Infine ai partecipanti vengono menzionati dei modelli di adattamento familiare su cui poi si instaurerà un dibattito dove i membri della famiglia potranno raccontare le proprie esperienze.

Durante il seminario si esplorano le modalità di comunicazione familiare, le abilità di problem-solving e viene dato ampio spazio a dubbi e domande (Zamboni, 2006).

Libero arbitrio: quali elementi riducono il processo di libera scelta? – Coscienza e comportamento

Anche i paradigmi teorici che considerano la maggior parte delle azioni come governate da impulsi automatici e inconsci riconoscono che la coscienza possa avere una certa influenza tale da interrompere o prevenire azioni fortemente automatizzate (Baumeister, Masicampo & Vohs, 2011). Occorre una premessa: l’impatto di componenti neurochimiche o basate sulla relazione di attaccamento o sul condizionamento comportamentale su risposte automatizzate o coscienti non è escluso. Tuttavia l’interesse principale è come processi automatici e coscienti interagiscono nel governare il comportamento.

 

Nei precedenti articoli abbiamo esplorato diverse sfaccettature del rapporto tra coscienza e controllo del comportamento. In conclusione possiamo ipotizzare di essere dotati di un libero arbitrio limitato, inteso come capacità di fare scelte indipendentemente da pensieri, emozioni, genetica, traumi, tratti di personalità e tutto il resto.

Elementi prossimali che possono ridurre questo processo di libera scelta sono: convinzioni sull’ incontrollabilità delle nostre reazioni, basso livello di consapevolezza (l’attenzione è altrove), alto carico cognitivo, scopi irrealistici circa l’assenza di pensieri ed emozioni negative come requisito per la libera decisione, utilizzo di strategie controproducenti per decidere come rimuginio e soppressione dei pensieri.

Quali di questi aspetti sia più o meno rilevante resta ancora da stabilire, ma proprio mentre concludo questa piccola serie di riflessioni mi capita di pescare un articolo interessante che mi era sfuggito e che vale la pena di essere menzionato.

Gli Autori (Job, Dweck & Walton, 2010), in una serie di brillanti studi sperimentali, mostrano come le teorie degli esseri umani sulla propria forza di volontà moderino gli effetti di esaurimento delle risorse cognitive. Persone che hanno convinzioni metacognitive positive sulla disponibilità di libero arbitrio (es. anche dopo un lavoro estenuante puoi ancora regolare tranquillamente il tuo comportamento) erano meno sensibili agli effetti negativi degli sforzi di autoregolazione precedente su quelli successivi.

Insomma, più siamo convinti di aver potere sui nostri impulsi, meno le nostre risorse cognitive si esauriscono sotto sforzo. Se pensiamo che la nostra mente sia ormai vittima della storia o della genetica e che non possiamo cambiare allora, senza volerlo, rischiamo di rinunciare a ottimizzare l’espressione del nostro libero arbitrio.

 


Coscienza & Comportamento:

1 – Libero dalla coscienza o libero arbitrio? Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci – Introduzione

2 – Emozioni, attenzione e controllo cosciente delle azioni – Il comportamento umano tra neurochimica e processi cognitivi consci e inconsci

3 – I comportamenti impulsivi e disregolati derivano da una scelta volontaria?

4 – Come le convinzioni sul controllo influenzano il comportamento – Coscienza e comportamento

5 – Autocontrollo: la sottile linea rossa tra libero arbitrio e automatismi comportamentali

6 – L’ autocontrollo e il dispendio di risorse mentali: rimuginio, ruminazione e soppressione del pensiero

7 – Libero arbitrio: quali elementi riducono il processo di libera scelta? – Coscienza e comportamento

La caffeina può alleviare i sintomi motori del Morbo di Parkinson?

Contrariamente alle ricerche precedenti, un recente studio dichiara che la caffeina non può alleviare i sintomi motori presenti nelle persone affette da morbo di Parkinson.

 

La caffeina non genera una riduzione dei sintomi motori del morbo di Parkinson

Uno studio precedente, pubblicato nel 2012, ha suggerito che la caffeina può contribuire a ridurre i sintomi motori nelle persone con malattia di Parkinson. Questo studio era composto da un campione esiguo ed è stato svolto in sole sei settimane, di conseguenza i risultati necessitavano di maggiori approfondimenti.

La caffeina è stata legata a un rischio ridotto di sviluppare il Parkinson“, ha detto l’autore Ronald B. Postuma, membro dell’Accademia Americana di Neurologia. “Quindi è stato emozionante pensare che la caffeina potrebbe aiutare le persone già affette dalla malattia”.

Lo studio ha coinvolto 121 persone con un’età media di 62 anni alle quali era stata diagnosticata la malattia di Parkinson da almeno quattro anni.
Di questo campione, alla metà è stata somministrata una capsula di caffeina da 200 milligrammi due volte al giorno, una volta al mattino e una volta dopo pranzo, equivalente a tre tazze di caffè al giorno, mentre all’altra metà è stata somministrato un placebo. Per aiutarli ad adattarsi, la dose è stata aumentata lentamente, fino a raggiungere 200 milligrammi alla nona settimana. I partecipanti allo studio sono stati seguiti per circa 18 mesi.

I ricercatori hanno scoperto che non c’era miglioramento nei sintomi di movimento per le persone che avevano assunto le capsule di caffeina rispetto a coloro che avevano assunto il placebo. Non c’era inoltre alcuna differenza in termini di qualità della vita.

Il nostro precedente studio ha mostrato un possibile miglioramento dei sintomi, però lo studio è stato più breve, quindi è possibile che la caffeina possa avere avuto un beneficio a breve termine che si sia poi dissolto a medio termine“, ha detto Postuma.

Una limitazione di questo studio è stata che i ricercatori non hanno misurato la caffeina nel sangue delle persone durante la ricerca. Inoltre, la dose scelta è stata basata su studi precedenti ed è possibile che una dose più alta possa avere effetti diversi.

La psicologia del rock. Crescere con la musica in adolescenza – Recensione

Si tratta di un bel saggio che analizza il vasto ed articolato rapporto tra musica e adolescenza, scritto in modo rigoroso da un giovane psicologo (e musicista). Considerato il rapporto odierno tra gli adolescenti e la musica (ascoltata prevalentemente in cuffia), ci sarebbe stato bene anche il titolo “La psicologia del rap”, ma in questo ambito la parola “rock” non fa riferimento solo ad un preciso genere musicale, ma forse anche a un’attitudine ad integrare la psicologia con la musica, sfruttandone l’enorme potere di medium educativo e di stimolo emozionale.

 

I contenuti e la struttura del libro ” La psicologia del rock “

Il volume è diviso in quattro capitoli: il primo analizza il fenomeno adolescenziale dal punto di vista psicologico, il secondo e il terzo parlano del rapporto tra adolescenti e musica, mentre il quarto (il più “sperimentale” e interessante a mio avviso) illustra una proposta concreta di progetto psicoeducativo attraverso la musica, che dovrebbe coinvolgere uno psicologo esperto di musica (il cosiddetto “psicologo del rock”), un insegnante di musica e un gruppo di adolescenti. In questo tipo di esperienza i conduttori del gruppo assumono il ruolo di educatori musicali e facilitatori dell’ascolto (ed esecuzione) di canzoni, che vengono scelte per i contenuti evocativi e per la possibilità di stimolare riflessioni costruttive, in un clima reso più leggero e informale dalla presenza della musica.

Nel libro vengono inoltre analizzati dal punto di vista psicologico e sociale interessanti fenomeni musicali come la “liturgia” del concerto rock, che nel mondo secolarizzato di oggi raggiunge aspetti quasi spirituali e l’identificazione degli adolescenti con le star musicali (che “rappresentano il manifesto vivente di amare e sentirsi amati”). Ci sono anche ampie parti dedicate alla storia del rock e all’evoluzione della scena musicale, da Woodstock fino all’attuale rivoluzione digitale della “musica liquida”. Da segnalare infine alcuni accenni interessanti a studi sul rapporto tra genere musicale prediletto e sostanze di abuso.

Come viene ricordato puntualmente nella conclusione del libro “La musica è uno dei mezzi espressivi attraverso cui l’adolescente cerca risposte al bisogno di affermazione e costruzione della propria identità” e rappresenta uno strumento prezioso che può essere utilizzato da parte di operatori della salute, insegnanti e genitori per migliorare la relazione coi ragazzi.

Il mio papà è in carcere. Genitorialità e interventi possibili

Genitori in carcere: Nessun percorso genitoriale determina per forza un passaggio all’atto deviante, ma avere un genitore in carcere – e quindi assente, per vari motivi – espone a considerevoli rischi di vario tipo (Greif, 2015). Avere uno dei genitori in carcere aumenta le probabilità di commettere attività illecite già durante la minore età; per esempio, un bambino in questa condizione ha più probabilità di rubare rispetto ad uno con lo stesso background ma senza il problema del carcere.

Chiara Paris, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi di Bolzano

 

Genitori in carcere: la situazione generale attuale

Più di due milioni di bambini nei Paesi del Consiglio d’Europa incontrano uno dei genitori in carcere, in un posto che per loro non è familiare, che potenzialmente potrebbe causare traumi, con regole e orari che non rispettano le loro normali esigenze; in Italia, sono 100 mila, 40 dei quali rimangono in maniera permanente in istituto con la madre, secondo una specifica legge che lo consente (Bambini Senza Sbarre, 2016).

Negli Stati Uniti, 1,5 milioni di bambini, con un’età quindi inferiore ai 18 anni, ha un padre in carcere (Greif, 2015). Il 2,3% dei bambini americani -e il 6,7% dei bambini afroamericani- ha attualmente uno dei genitori in carcere, e naturalmente le stime aumentano se si considerano quelli che l’hanno avuto in passato. Il 42% dei padri e il 62% delle madri viveva con i propri figli prima di venire arrestato. I bambini sono quindi esposti al trauma della separazione da uno dei caregivers primari: ciò comporta uno stress emotivo, cambiamenti rispetto al luogo in cui vivono, ma anche lo stigma rispetto alla situazione del genitore, che comprende aspettative negative sul loro futuro e la possibilità di commettere gli stessi errori (Murray,2012).

Nel Regno Unito, una stima che si aggira tra il 25 e il 50% di tutti i giovani detenuti (con una media di 20 anni di età) indica questi come padri: genitori così giovani costituirebbero una categoria particolarmente vulnerabile, per la più elevata probabilità di provenire da background di deprivazione e di aver sperimentato relazioni familiari precoci disfunzionali (Meek, 2007).

Sempre in U.K., una ricerca ha mostrato come quasi la metà delle persone detenute perda i contatti con la propria famiglia mentre si trova in carcere (National Association for Care and Resettlement of Offenders, 2000). Ciò assume un particolare rilievo se si tiene conto del fatto che la recidiva di chi ha 20 anni è del 72% nei 24 mesi successivi alla scarcerazione, ma si riduce fino a sei volte per quei genitori che rimangono in contatto con i familiari (Social Exclusion Unit, 2002; Ditchfield, 1994).

Ma cos’è la genitorialità? E soprattutto, perché ha senso valutare il rapporto con i padri?
Si parla innanzitutto di un concetto che ha ricevuto numerose definizioni. Ad esempio in letteratura, troviamo come definizione generica di genitorialità la seguente: “attività che assicurano la sopravvivenza e lo sviluppo dei bambini” (Hoghughi & Long, 2004). Vi sono anche spiegazioni più attente come quella di un qualcosa “non riducibile alle qualità personali del singolo genitore, ma che comprende anche un’adeguata capacità relazionale e sociale. Questa competenza implica saper interagire con il bambino in modo protettivo, rassicurante, rispettando però le sue esigenze” (Camerini et al., 2011).

Nonostante una tradizionale automatica connessione tra l’idea del parenting e la figura della madre, quella del padre ha ottenuto nel corso degli anni una crescente attenzione e graduale riconoscimento di importanza (Day et al. 2005).

La visione dei genitori

L’aspetto della genitorialità vissuta in carcere è un argomento delicato, non solo per il minore che si trova ad affrontare l’assenza del padre e i conseguenti numerosi interrogativi, ma anche per la persona detenuta, che non sempre ha la possibilità di elaborare e confrontarsi con questa tematica. Sviluppare delle competenze in tal senso appare uno degli aspetti da prendere in considerazione sia al fine di un più positivo reinserimento in società per chi sconta una pena di reclusione, sia per il benessere dei figli, insieme all’attività di mediazione con la famiglia, alla costruzione di spazi “a misura di bambino” prima e durante i colloqui, alla riduzione dell’impatto traumatico della separazione e degli incontri ecc.

Hairston (1989) riporta che, anche se negli U.S.A. solo un terzo dei detenuti con figli ne riceveva visite, ben l’80% desiderava partecipare a programmi inerenti le skills genitoriali. Le visite regolari continuano a rimanere riservate a pochi anche più recentemente, mentre la maggior parte ricorre a telefonate e lettere (Mumola, 2000). L’impossibilità o la scelta di non svolgere colloqui con i minori, è spesso da ricondurre a svariati motivi, ad esempio la decisione di non introdurre i figli in ambiente detentivo-soprattutto se piccoli-, ai rapporti conflittuali con la madre degli stessi, o ai costi dei viaggi per le visite, motivi che quindi non corrispondono necessariamente all’intenzione di sottrarsi ai compiti genitoriali (tra gli altri, Shlafer & Poehlmann, 2010).

Genitori in carcere: quali rischi per i minori?

Nessun percorso genitoriale determina per forza un passaggio all’atto deviante, ma avere uno dei genitori in carcere – e quindi assente, per vari motivi – espone a considerevoli rischi di vario tipo (Greif, 2015).

Avere uno dei genitori in carcere aumenta le probabilità di commettere attività illecite già durante la minore età; per esempio, un bambino in questa condizione ha più probabilità di rubare rispetto ad uno con lo stesso background ma senza il problema del carcere. Ciò vale anche per coloro che hanno uno dei genitori che commette reati, ma che non è in carcere (Murray et al. 2012).

I principali sintomi che questi bambini sviluppano vengono identificati sia come internalizzanti che esternalizzanti e spesso legati a difficoltà scolastiche (Murray & Farrington, 2008): bambini con questo tipo di esperienza manifestano comportamenti problematici a partire dall’adolescenza con maggiore probabilità rispetto a chi ha subito una separazione dal padre o dalla madre per motivi diversi.

Nello studio di Gabel e Shindledecker (1993) sono stati valutati bambini con almeno un genitore con esperienza di detenzione: rispetto al gruppo di controllo, in tali bambini aumentava la possibilità di subire abusi o maltrattamenti, di sviluppare comportamenti aggressivi (per i maschi) e problemi di attenzione (per le femmine). L’associazione con comportamenti antisociali nel corso della crescita era già stata evidenziata da precedenti studi (Rutter et al., 1983).

Un’ipotesi alternativa a queste teorie deriva da uno degli autori già citati, Gabel (1992): l’autore spiega come gli effetti negativi a lungo termine a carico dei minori possano essere legati alla natura estremamente disfunzionale che vivevano in famiglia già prima della carcerazione del genitore. In questi casi, risulterebbe forse ancora più importante fornire a questi padri la possibilità di conoscere modalità interattivo-relazionali alternative a quelle abitualmente messe in atto.

Fonagy (1991) riconduce alla qualità dell’attaccamento la possibilità che si sviluppino percorsi delinquenziali: in altre parole, un attaccamento sicuro con il caregiver faciliterebbe l’acquisizione della moralità, la capacità metacognitiva di comprendere il punto di vista dell’altro e la funzione riflessiva. Diventa quindi essenziale lavorare sul potenziamento delle abilità metacognitive e su risposte adeguate nell’interazione con i minori durante i percorsi psicologici rivolti ai genitori in carcere (anche quando i contatti sono sporadici). Ciò è peraltro in accordo con la teoria dell’attaccamento così come formulata da Bowlby, per cui la separazione del bambino dal padre in seguito alla carcerazione incide negativamente sulla naturale tendenza a mantenere la vicinanza con il caregiver per assicurarsi la protezione (Bowlby, 1980) e con i risultati di Poehlmann (2005) secondo i quali la maggior parte di questi bambini manifesta un attaccamento insicuro.

Un fattore protettivo rispetto alla comparsa di comportamenti problematici è rappresentato dalla percezione di un atteggiamento caldo e accettante da parte di quelle persone che si occupano del bambino (Mackintosh et al., 2006): questo risultato si può estendere anche ai genitori che stanno scontando una pena, qualora siano in contatto con i minori. Anche vedere il genitore con costanza durante i colloqui –soprattutto in adolescenza- riduce il rischio di drop-out scolastico (Trice & Brewster, 2004).

Shlafer e Poehlmann (2010) hanno condotto uno studio longitudinale sui figli di genitori in carcere, seguendoli in maniera continuativa con un programma di mentoring e focalizzandosi sulla qualità della relazione genitore-figlio.

Se i genitori riportano la percezione di sensazioni positive nei figli dopo le visite, l’impressione di questi ultimi è invece molto variabile: quasi la metà dei minori rimanda a sentimenti positivi o nostalgia, mentre altri manifestano rabbia e risentimento, o si dicono confusi rispetto al rapporto con la madre o il padre. Alcuni operano un vero e proprio distanziamento, scegliendo di non parlare del tema o minimizzandone i contenuti emotivi. Nessun bambino di questo studio definisce la visita in carcere positiva, manifestando la percezione di una sorta di “artificiosità” della situazione, in cui il genitore non si comporterebbe in maniera naturale, oppure spiegando che in quel lasso di tempo spesso i genitori discutono tra loro lasciando poco tempo all’interazione genitore-figlio.

Anche situazioni di incertezza – come dubbi circa la possibilità di effettuare i colloqui o di ricevere regolari telefonate- suscita emozioni negative di caos e frustrazione nei minori e in chi se ne prende cura all’esterno del carcere. Gli insegnanti di questi bambini riferiscono di comportamenti bullizzanti, spesso inadeguati con i pari e rispetto alla scuola, episodi depressivi e regressioni nello sviluppo o bassa autostima. Dalle diverse parti coinvolte, emerge la percezione di stigmi legati alla condizione del genitore, che rischiano di determinare “profezie che si autoavverano”. Nonostante le problematiche descritte, più sono regolari i colloqui e più diminuiscono aggressività e alienazione: un’ipotesi delle autrici è che tali miglioramenti siano più significativi nei figli più grandi, che sono in grado di capire maggiormente la situazione e che sintomi di acting out possano essere interpretati come una richiesta di aiuto nella regolazione dell’emotività.

I gruppi di sostegno e le iniziative

Una serie di numerosi studi ha evidenziato come corsi e gruppi per genitori in carcere conducano a risultati positivi in termini di conoscenze, capacità e autostima nei padri, ma anche di auto-percezione nei bambini (Meek, 2007).

Nei gruppi di sostegno a Baltimora, viene chiesto ai padri com’era la loro situazione familiare di origine e cosa vorrebbero trasmettere di positivo ai loro figli. I partecipanti sono padri di età compresa tra i 20 e i 40 anni, aventi situazioni molto diverse riguardo la loro famiglia di origine: alcuni non hanno mai conosciuto il loro padre, altri lo frequentavano ma viveva fuori casa con contatti sporadici, altri ancora lo hanno visto lasciare il tetto coniugale oppure altri hanno vissuto con entrambi i genitori. All’interno di questo gruppo variegato esprimono più preoccupazione e dolore coloro che non hanno avuto un padre e che spesso hanno avuto come mentore colui che li ha introdotti nel mondo della droga o del crimine; per tale categoria di padri è molto difficile elaborare un’idea di come potrebbe essere un padre (Greif, 2015).

Harrison (1997) ha valutato gli effetti di un programma sulla genitorialità, in particolare su attitudini ed abilità di padri detenuti e sull’auto-percezione dei figli. Il programma è durato un mese e mezzo, per un totale di 7,5 ore a settimana, ed ha coinvolto una vera e propria formazione sullo sviluppo del bambino sin dalla gravidanza, ma anche e soprattutto un forte coinvolgimento attivo dei genitori nella discussione su rapporti e dinamiche familiari. I risultati hanno mostrato un aumento delle capacità di parenting e un miglioramento nel comportamento del genitore, mentre appaiono non significativi gli effetti sui minori.

Chi partecipa a programmi che aiutano a mantenere le relazioni familiari ha meno probabilità di tornare in carcere e – mentre è recluso- manifesta meno problematiche di disciplina (Bayse, Algid, Van Wyk, 1991); avere buone relazioni con l’esterno, conduce più facilmente ad un successo nella riabilitazione e abbassa la recidiva (Carlson & Cervera, 1991).

Meek (2007) ha condotto gruppi con una media di 8 partecipanti dai 18 ai 21 anni di età. Nonostante si sia evidenziato un maggior risultato con progetti a lungo termine, l’autrice spiega come sia importante promuovere anche percorsi più brevi e intensivi per riuscire a coinvolgere un più elevato numero di partecipanti. I gruppi riguardavano tematiche inerenti la cura dei bambini, la gravidanza, ma anche temi inerenti aspetti legali, la violenza domestica e le modalità con cui mantenere i contatti con i figli prima e dopo la scarcerazione. I padri che hanno partecipato sono stati coinvolti attivamente anche nella definizione delle tematiche, in modo da adattare gli incontri in funzione delle diverse situazioni, con l’utilizzo di tecniche diversificate, quali lavori individuali e di gruppo, discussioni, quiz e role-playing. I gruppi hanno ricevuto valutazioni estremamente positive in termini di utilità, mentre è stata sottolineata la necessità di visite più lunghe e più frequenti con i bambini, con più supporto nel mantenere il legame e nel gestire le difficoltà emotive dell’essere un padre in carcere, anche attraverso percorsi come quello svolto.

In Italia esistono ad oggi alcune iniziative come quella di “Spazio Aperto Servizi”, che, presso il carcere di Bollate dal 2005, svolge una sperimentazione per creare un ambiente più favorevole a quei minori che vivono l’esperienza di avere uno dei genitori in carcere. Il progetto prevede l’intervento di psicologi che seguono il genitore in un percorso di sostegno, ma anche famigliari e figli con un supporto durante le visite in carcere. Queste ultime vengono svolte nella “stanza dell’affettività”, un’area protetta e pensata per le esigenze dei minori (Progetto “La porta aperta del carcere: famiglia e territorio in rete”, ASLMi1).

Il momento del reinserimento

Alcuni autori si sono occupati anche del periodo post-carcere, cercando di evidenziare anche la necessità di un sostegno successivo al ritorno in famiglia.

Tra questi, Meek (2007) ha valutato il tipo di supporto da fornire ai genitori una volta usciti. Molti ritengono di non necessitare di alcun tipo di percorso all’esterno e questo rappresenta una sfida per chi si occupa di reinserimento, poiché il momento successivo alla scarcerazione rimane un periodo vulnerabile per la relazione con i figli e il rischio di recidiva. Il suggerimento degli autori è quindi quello di non limitarsi a percorsi nell’ambito detentivo, ma di motivare i padri detenuti e andare sempre più nella direzione di un continuum della presa in carico dalla carcerazione all’esterno del carcere.

Una relazione positiva tra il padre che sconta una pena e il proprio figlio, consente non solo un aumento delle possibilità positive di reinserimento sociale, ma anche una maggior tutela del benessere del minore.

Mindful-eating: una metodologia innovativa per regolare il rapporto con il cibo – Recensione

Il libro ” Mindful Eating ” come dice la stessa autrice, Teresa Montesarchio, non è stato scritto per essere un libro di auto aiuto, ne tanto meno vuole sostituirsi ad un percorso psicoterapico mirato alla risoluzione di una disfunzione del comportamento alimentare conclamata. Bensì rappresenta una guida verso il viaggio del cambiamento alimentare orientato al COME mangiamo piuttosto che al COSA mangiamo.

 

Mindful Eating: mangiare con consapevolezza

Attraverso una serie di esercizi orientati a riprendere contatto con noi stessi, ci guida in un cammino verso la consapevolezza del qui ed ora, dei nostri effettivi bisogni legati al cibo, e del modo in cui stiamo e percepiamo noi stessi.

Il cambio di prospettiva è visibile fin da subito, l’autrice propone di compilare un diario alimentare con l’invito ad osservare il MODO in cui mangiamo e non solo COSA mangiamo. Quando si ha a che fare con l’alimentazione incontrollata, sia nella pratica clinica che nella vita, la teoria, il cosa dovremmo mangiare, è ben chiaro e presente, ma il come spesso passa in secondo piano. L’invito è quello di osservare e annotare senza giudizio le nostre abitudini alimentari. Osservare senza giudizio ciò che accade in questo momento, prestare attenzione al presente in maniera curiosa, aperta e non giudicante sono i principi alla base di uno stile mindful.

Dall’annotare le abitudini alimentari, la Dr.ssa Montesarchio nel libro Mindful Eating ci guida verso il riconoscimento del nostro pilota automatico, quella funzione utile alla nostra mente quando dobbiamo fare più cose a tempo (guidare e parlare con il nostro compagno di viaggio) ma che spesso porta la nostra mente distante, lontano dall’azione che stiamo facendo anche quando non avremmo bisogno.

Guidandoci attraverso la respirazione consapevole e invitandoci a metterla in pratica quotidianamente, arriviamo ad osservare la nostra smania di cibo come un’onda che possiamo cavalcare invece che affrontarla con l’idea di abbatterla. Nel caso dell’alimentazione incontrollata spesse volte è presente una lotta verso il desiderio di cibo, cerchiamo di scacciarlo, di abbatterlo ma difficilmente proviamo a passarci attraverso, ad aspettare senza agire guardando ciò che succede. Ed è questo l’inghippo dell’urgenza, attivarsi per risolverla immediatamente non ci consente di notare che come arriva e aumenta, allo stesso modo decresce e poi se ne va. Lo stesso accade per la smania di cibo. Ma soprattutto abbiamo realmente fame? Di cosa realmente abbiamo fame?

Mindful eating: alla scoperta di diversi tipi di fame

Seguendo la via della consapevolezza la nostra guida ci porta alla scoperta dei 9 tipi di fame che ognuno di noi incontra. Ci invita ad esplorare il cibo non solo con il gusto ma anche con la vista, l’olfatto, il tatto, e l’udito. Prestiamo attenzione e notiamo cosa accade dentro di noi quando esploriamo il cibo con gli occhi, le dita, la bocca, cosa sentiamo con il nostro naso e anche che rumore fa se ci soffermiamo sulla percezione delle nostre orecchie.

Dopo questo invito a rallentare, e concentrarci su cosa proviamo durante l’esperienza del pasto, veniamo guidati verso la distinzione tra sazietà e pienezza e quindi tra fame cellulare e fame dello stomaco. Imparando che la sazietà dipende dalla qualità dei nutrienti e la pienezza dalla quantità di materia presente nel nostro stomaco, impareremo a riconoscere di esser sazi senza per forza sentirci pieni. Il nostro cammino prosegue poi attraverso la fame della mente, proveremo a guardare determinati tipi di cibo non più come un’ossessione proibita, ma come un’esperienza che sta attraversando la nostra mente, e in modo privo di giudizio la nostra guida ci invita a farci delle domande su questo, come per esempio che gusto ha, se quell’ alimento va bene per il nostro tipo di fame, oppure se ci conduce verso la via della felicità.

Per ultima ma non per importanza arriviamo alla fame del cuore. Le emozioni che proviamo hanno dei segnali somatici che spesso confondiamo con segnali di natura più organica come la fame ad esempio. Oppure ancora emozioni spiacevoli, tristezza, senso di vuoto, che cerchiamo di colmare con il cibo, oppure ansia che cerchiamo di gestire controllando ciò che mangiamo. In questo viaggio del COME la nostra guida ci invita ancora una volta a sederci, a rallentare, a prendere contatto con il momento presente attraverso il nostro respiro, ed esercitarci nella pratica meditativa quando sentiamo l’esigenza di fare uno snack per vedere quale emozione ci sta guidando e se possiamo trovare altre valide alternative per soddisfarla.

Il concetto di immagine corporea nel libro Mindful Eating

Fra le ultime tappe si prende in esame il concetto di Immagine corporea, l’importanza che viene data ai giudizi esterni per definire il nostro corpo piacevole oppure no, e quanto questo continuo paragone non faccia altro che indurre ed aumentare l’emozione di vergogna che proviamo verso il nostro corpo. Accade spesso nei casi di difficoltà legate alla sfera alimentare che il corpo e la forma corporea diventino il mezzo per definire il valore personale, e i parametri valutativi sono parametri esterni che costantemente si sente il bisogno di monitorare, in quest’ottica qualsiasi feedback esterno che non va verso una conferma del nostro valore corporeo rischia di diventare una profonda ferita curata con il controllo del cibo. Il viaggio che pertanto viene suggerito va verso qualcosa di soggettivo ed interno piuttosto che di oggettivo ed esterno. Riprendere contatto con il proprio corpo attraverso l’unione di questo alla propria mente. E per farlo si può trovare nella guida una serie di esercizi di Yoga che praticati quotidianamente in associazione ad una buona pratica sul respiro chiudono questo viaggio, invitando a ripeterlo per connettersi sempre più a ciò che sentiamo e siamo in maniera priva di giudizio.

Coltivare la gratitudine

Si prosegue nel libro Mindful Eating con un invito a coltivare il sentimento di gratitudine, che come spiega l’autrice citando Emmons, ci consente di percepire quanto in realtà siamo supportati dal mondo esterno e quanto di buono in noi e attorno a noi ci sia nonostante le difficoltà che possiamo incontrare. Esercitarci nell’essere grati ci porta ad avere un cambio di prospettiva verso il mondo, che da ostile diviene via via sempre più benevolo e richiede il riconoscere che qualcosa di nuovo sta accadendo in questo momento. Provando ad esercitarci tenendo un diario della gratitudine veniamo poi guidati attraverso un esercizio di consapevolezza corporea per prendere contatto con il nostro corpo e per essere grati di quanto ci è stato donato e fare qualcosa di concreto prendendosi cura di lui per valorizzarlo.
Il viaggio è iniziato con il prendere nota delle nostre abitudini in un diario e si conclude con il suggerimento di provare a ricompilarlo per vedere come l’esperienza è cambiata invitando a ripeterla nell’ottica che qualsiasi cosa sia accaduta va bene così com’è in quanto frutto dell’esperienza che stiamo vivendo.

Una guida che tutti noi possiamo decidere di provare a seguire, in maniera curiosa notando ciò che accade guardando al come piuttosto che al cosa facciamo e mangiamo.

La psicopatia immunizza dal contagio della risata?

Psicopatia e contagio della risata: uno studio pubblicato su Current Biology si è posto l’obiettivo di indagare come i ragazzi a rischio di sviluppare psicopatia elaborino le emozioni alla base dell’affiliazione sociale, come quelle associate alla risata.

 

La psicopatia e la mancanza di contagio della risata

Gli esseri umani sono animali sociali che tendono a creare legami affettivi duraturi (Boyd & Richerson, 2009). Tuttavia, esiste una minoranza di persone che presentano tratti di personalità psicopatici, ovvero comportamenti violenti e antisociali, che non consentono la formazione di rapporti basati sulla reciprocità e risonanza emotiva tra le persone. Riguardo ai processi neurali sottostanti all’affiliazione sociale atipica, si conosce ancora poco.

Uno dei fattori che promuove l’affiliazione e la coesione sociale è la risata umana, che attiva aree cerebrali coinvolte nella risonanza emotiva (McGettigan, Walsh, Jessop, Agnew, Sauter, Warren, & Scott, 2015; Scott, Lavan, Chen, & McGettigan, 2014; Szameitat, D.P., Kreifelts, B., Alter, K., Szameitat, Sterr, Grodd, & Wildgruber, 2010). Per la maggior parte delle persone, infatti, la risata è talmente contagiosa che è impossibile sentire o vedere qualcuno ridere senza avvertire la necessità di ridere a propria volta. Ciò, però, non risulta altrettanto vero per i bambini o ragazzi a rischio di sviluppare psicopatia. In risposta alla risata il loro cervello evidenzia una ridotta attivazione delle aree implicate nella condivisione e nella risonanza emotiva con l’altro.

Studi precedenti si sono focalizzati su come avvenisse l’elaborazione delle emozioni negative nei soggetti con tratti psicopatici e come questa potesse spiegare la loro aggressività, lasciando meno spazio all’analisi dell’incapacità di formare legami affettivi.

Alla luce di quanto riportato, uno studio pubblicato su Current Biology si è posto l’obiettivo di indagare come i ragazzi a rischio di sviluppare psicopatia elaborino le emozioni alla base dell’affiliazione sociale, come quelle associate alla risata.

I partecipanti alla ricerca sono 62 ragazzi tra gli 11 e i 16 anni con comportamenti dirompenti, con o senza tratti anaffettivi, e 30 soggetti di controllo. I gruppi sono bilanciati per abilità, etnia, dominanza manuale e contesto socioeconomico. Ogni partecipante viene monitorato attraverso risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre ascolta risate spontanee, risate artificiose o suoni che riproducono il pianto. Successivamente ciascuno deve indicare, attraverso un punteggio da 1 a 7, quanto ascoltare quei suoni generi in lui un’emozione e se questa sia genuina.

I risultati evidenziano che i soggetti con comportamenti dirompenti in combinazione con alti livelli di anaffettività non mostrano il contagio della risata, a differenza del gruppo di controllo e dei soggetti psicopatici ma con bassi livelli di anaffettività.

In particolare, l’attivazione cerebrale in risposta alla risata è ridotta nell’insula anteriore e nell’area motoria supplementare, a conferma del coinvolgimento delle zone implicate nella risonanza emotiva. E’ difficile comprendere se la riduzione dell’attivazione cerebrale in queste aree sia causa o conseguenza dei comportamenti dirompenti; dunque, studi futuri dovrebbero concentrarsi su come i segnali sociali di affiliazione siano elaborati da coloro che sono a rischio di sviluppare psicopatia o affetti da disturbo di personalità antisociale. Si potrebbe iniziare dall’indagine di fenomeni con funzione analoga alla risata, come volti sorridenti o parole d’incoraggiamento, valutando anche a che età iniziano a manifestarsi differenze tra gruppo sperimentale e di controllo. Il fatto che i ragazzi a rischio di psicopatia non provino emozioni in risposta a segnali sociali riguardanti il benessere o il dolore altrui, non significa che essi siano destinati a diventare antisociali o pericolosi, ma possono spiegare perché compiono scelte diverse dai loro pari.

Una comprensione esaustiva sul comportamento prosociale di ragazzi a rischio di sviluppare psicopatia è fondamentale, non solo per migliorare gli attuali trattamenti dei pazienti ma anche per fornire supporto alle loro famiglie.

I neurotrasmettitori: che cosa sono e le diverse tipologie – Introduzione alla Psicologia

I neurotrasmettitori sono delle sostanze fisiologiche che consentono la trasmissione degli impulsi nervosi tra due regioni anatomicamente separate e poste in collegamento da sinapsi, o da fibre nervose, o da nervi e fibre muscolari presenti nelle placche motrici. All’interno del sistema nervoso, i neurotrasmettitori svolgono un ruolo essenziale nella trasmissione degli impulsi di tipo eccitatorio o inibitorio.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Cosa sono i neurotrasmettitori

I neurotrasmettitori sono delle sostanze liberate dai neuroni a livello sinaptico ed espletano la propria funzione su un neurone o un organo effettore. Essi sono sintetizzati nel neurone e si trovano nella terminazione sinaptica; sono liberati in quantità sufficiente per esercitare l’azione eccitatoria su un neurone postsinaptico

Sono, dunque, prodotti dalla cellula trasmittente (presinaptica) ed immessi nello spazio che la divide dalla cellula ricevente (postsinaptica) del sistema nervoso; aderiscono alla membrana della cellula ricevente e ne trasmettono le informazioni. Successivamente, si staccano dalla membrana e sono distrutti o riassorbiti dalla cellula trasmittente.

I neurotrasmettitori sono prodotti utilizzando gli aminoacidi, all’interno della cellula presinaptica, tramite il reticolo endoplasmatico e l’apparato del golgi e sono immagazzinati nelle vescicole che vagano nel citosol della cellula nervosa. Al sopraggiungere dell’impulso nervoso, le vescicole si fondono con la membrana cellulare, liberando i neurotrasmettitori nella fessura sinaptica.

I neurotrasmettitori sono captati da specifici recettori, canali ionici, posti sulla membrana della cellula postsinaptica. L’interazione fra i neurotrasmettitori e il recettore/canale ionico scatena una risposta eccitatoria o inibitoria nel neurone post-sinaptico.

Il segnale chimico trasportato dai neurotrasmettitori è tradotto in segnale elettrico e quindi, dopo aver svolto la propria funzione, i neurotrasmettitori sono rimossi dai recettori. Tale processo è chiamato ricaptazione e vede il loro riassorbimento, ad opera della cellula presinaptica, che li distruggerà nel citosol o li reintegrerà nelle vescicole. Senza la ricaptazione, i neurotrasmettitori potrebbero continuare a stimolare o deprimere il neurone post-sinaptico.

Tipi di neurotrasmettitori

In relazione al tipo di risposta prodotta, i neurotrasmettitori possono essere eccitatori, inibitori o soppressori, quindi possono rispettivamente promuovere la creazione di un impulso nervoso nel neurone ricevente o inibire l’impulso stesso.

Inoltre, sulla base della dimensione, i neurotrasmettitori possono essere distinti in neuropeptidi e piccole molecole. I neuropeptidi comprendono dai 3 ai 36 amminoacidi, mentre nel gruppo delle piccole molecole ci sono amminoacidi singoli, come il glutammato ed il gaba e i neurotrasmettitori come l’acetilcolina, la serotonina e l’istamina. I due gruppi di neurotrasmettitori presentano anche modalità di sintesi e rilascio differenti.

Sostanzialmente, esistono due gruppi di neurotrasmettitori sinaptici: quello costituito da trasmettitori a basso peso molecolare a rapida azione e il gruppo dei neuropeptidi di dimensioni maggiori ad azione più lenta.

Il primo gruppo è composto da neurotrasmettitori responsabili della maggior parte delle risposte rilasciate dal sistema nervoso, come la trasmissione di segnali sensoriali al cervello e di comandi motori ai muscoli. I neurotrasmettitori a basso peso molecolare sono sintetizzati nel citosol della terminazione presinaptica e, successivamente, mediante trasporto attivo, sono assorbiti all’interno delle numerose vescicole presenti nel terminale sinaptico. Quando un segnale giunge al terminale sinaptico, poche vescicole alla volta liberano il loro neurotrasmettitore nella fessura sinaptica. Tale processo avviene in genere nell’arco di un millisecondo.

I neuropeptidi, invece, sono implicati negli effetti più prolungati, come le modificazioni a lungo termine del numero di recettori e la chiusura o l’apertura prolungata di alcuni canali ionici. I neuropeptidi sono sintetizzati come parti di grosse molecole proteiche dai ribosomi del soma neuronale.

Tali proteine sono trasportate all’interno del reticolo endoplasmatico e quindi all’interno dell’apparato del Golgi, dove la proteina da cui originerà il neuropeptide è scissa enzimaticamente in frammenti più piccoli, alcuni dei quali costituiscono il neuropeptide o un suo precursore e successivamente, l’apparato del Golgi impacchetta il neuropeptide in piccole vescicole che si generano da esso. Grazie al flusso assonale le vescicole sono trasportate alle estremità delle terminazioni nervose, pronte per essere liberate nel terminale nervoso all’arrivo di un potenziale d’azione.

Tra i neurotrasmettitori a basso peso molecolare ritroviamo la acetilcolina, le amine biogene (dopamina, adrenalina e noradrenalina), l’istamina, gli aminoacidi (gaba, glicina e il glutammato) e l’atp.

Tra i neuropeptidi vi sono gli oppioidi, gli ormoni neuroipofisari, le tachichinine, le secretine, l’insulina, le somatostatine e le gastrine.

Neurotrasmettitori a basso peso molecolare

Esistono 9 sostanze a basso peso molecolare che sono riconosciute come neurotrasmettitori. Otto di queste sono delle amine e sette di loro sono aminoacidi o derivati di questi ultimi. La sintesi di questi neurotrasmettitori è catalizzata da enzimi presenti nel citosol.

L’acetilcolina (ACH) è il neurotrasmettitore usato dai motoneuroni del midollo spinale e di conseguenza è presente a livello di tutte le giunzioni neuromuscolari dei vertebrati. Nel sistema nervoso autonomo essa è il neurotrasmettitore di tutti i neuroni pregangliari e di quelli parasimpatici postgangliari. L’ACH è presente anche a livello di molte sinapsi cerebrali, in particolare del nucleo basale.

La molecola della acetilcolina è stata il primo neurotrasmettitore a essere individuato. È responsabile della trasmissione nervosa sia a livello del sistema nervoso centrale sia del sistema nervoso periferico. Essa è liberata dai terminali dei motoneuroni, dai neuroni pregangliari, dai neuroni postgangliari del parasimpatico ed in varie zone del sistema nervoso centrale, dove svolge un ruolo essenziale nei processi  cognitivi (alzheimer).

Esistono due categorie di recettori per l’ACH:
-recettori nicotinici, di tipo ionotropico
-recettori muscarinici, di tipo metabotropico.

Le azioni muscariniche  indotte dall’ACH generano una vasodilatazione generalizzata e una iper secrezione da parte delle ghiandole sudoripare, che sono innervate da fibre colinergiche del sistema nervoso simpatico.
Le azioni nicotiniche si verificano sui gangli dei sistemi simpatico e parasimpatico, della placca neuromuscolare dei muscoli volontari e delle terminazioni nervose dei nervi splancnici che circondano le cellule secretorie della midollare del surrene.

Neurotrasmettitori costituiti da amine biogene

Questo gruppo di sostanze comprende le catecolamine, la serotonina e anche l’istamina. I neurotrasmettitori della famiglia delle catecolamine comprendono la dopamina, la norepinefrina (noradrenalina) e l’epinefrina (adrenalina) e sono tutte sintetizzate a partire dalla tirosina.

Nel sistema nervoso centrale la norepinefrina è il neurotrasmettitore dei neuroni che hanno il corpo cellulare nel locus coreules. Numerosi neuroni serotoninergici sono localizzati lungo la linea mediana del tronco dell’encefalo in un gruppo di nuclei detti del raphe che sono implicati nel controllo dell’attenzione e in altre funzioni cognitive complesse.

L’istamina è attiva nei processi infiammatori, nel controllo dei vasi della muscolatura liscia e delle ghiandole esocrine. L’istamina è una molecola organica, e appartenente alla classe di ammine biogene, uno dei mediatori chimici dell’infiammazione ed è presente nell’ippocampo.

L’istamina consente una neurotrasmissione di tipo veloce, aumentando la conduttanza agli ioni cloro nel talamo attraverso i suoi recettori h2 o un canale ionico. I neuroni istaminaergici possono regolare ed essere regolati da altre vie neurochimiche.

L’istamina, inoltre, è un regolatore dei cicli sonno-veglia, per questo alcuni farmaci antiallergici che agiscono attraverso un meccanismo antagonista dell’istamina provocano sonnolenza.

La dopamina, invece, è un neurotrasmettitore endogeno della famiglia delle catecolammine. All’interno del cervello questa feniletilammina funziona da neurotrasmettitore tramite l’attivazione dei recettori dopaminici specifici e subrecettori. Essa è prodotta in diverse aree del cervello, tra cui la substantia nigra e l’area tegmentale ventrale. Grandi quantità si trovano nei gangli della base, soprattutto nel telencefalo, nell’accumbens, nel tubercolo olfattorio, nel nucleo centrale dell’amigdala, nell’eminenza mediana e in alcune zone della corteccia frontale.
La dopamina è un ormone rilasciato dall’ipotalamo e la sua principale funzione è inibire il rilascio di prolattina da parte del lobo anteriore dell’ipofisi. A livello gastrointestinale il suo effetto principale è l’emesi.
La dopamina può essere fornita come un farmaco che agisce sul sistema nervoso simpatico, producendo effetti come aumento della frequenza cardiaca e pressione del sangue.

L’adrenalina, o epinefrina, è stata considerata per anni il neurotrasmettitore principale del sistema nervoso simpatico, nonostante fosse noto che gli effetti della sua somministrazione erano differenti da quelli ottenuti tramite stimolazione diretta del simpatico. L’adrenalina, oltre che nella parte midollare del surrene è liberata anche a livello di sinapsi del sistema nervoso centrale, dove svolge il ruolo di neurotrasmettitore. Per questo motivo e perché è rilasciata al termine di una via riflessa, che coinvolge sia il sistema nervoso sia quello endocrino, l’adrenalina rientra tra i neurormoni.

In generale l’adrenalina, è coinvolta nella reazione “attacco e fuga”. In generale i suoi effetti sono: rilassamento gastrointestinale, dilatazione dei bronchi, aumento della frequenza cardiaca e del volume sistolico (e di conseguenza della gittata cardiaca), deviazione del flusso sanguigno verso i muscoli, il fegato, il miocardio e il cervello e aumento della glicemia.

La noradrenalina o norepinefrina è un neurotrasmettitore rilasciato dalle cellule cromaffini come ormone nel sangue, è anche un neurotrasmettitore nel sistema nervoso, dove è rilasciato dai neuroni noradrenergici durante la trasmissione sinaptica. In quanto ormone dello stress, coinvolge parti del cervello dove risiedono i controlli dell’attenzione e delle reazioni. Insieme all’epinefrina, provoca la risposta di ‘attacco o fuga’, attivando il sistema nervoso simpatico per aumentare il battito cardiaco, rilasciare energia sotto forma di glucosio dal glicogeno e aumentare il tono muscolare.

La noradrenalina è rilasciata quando una serie di cambiamenti fisiologici sono attivati da un evento. Questo è provocato dall’attivazione del locus coeruleus.
La serotonina, la dopamina e la norepinefrina hanno un ruolo importante nei meccanismi patologici che stanno alla base di alcune malattie mentali quali la schizofrenia, le forme depressive, e il morbo di Parkinson.

I neurotrasmettitori di natura aminoacida: l’acetilcolina e le amine biogene sono sostanze che non fanno parte delle comuni vie del metabolismo intermedio e sono sintetizzate soltanto in determinate cellule nervose. Al contrario esiste un gruppo di aminoacidi che sono liberati come neurotrasmettitore ma che sono costituenti cellulari universalmente diffusi. La glicina ed il glutammato sono gli aminoacidi più comuni che vengono incorporati nelle proteine di tutte le cellule.

Il glutammato monosodico è il sale di sodio dell’acido glutammico, uno dei 23 amminoacidi naturali che costituiscono le proteine. È uno degli amminoacidi più abbondanti in natura ed è possibile trovarlo nel latte, nei pomodori e nei funghi, oltre che in alcune alghe usate nella cucina giapponese. Il parmigiano è il cibo che ne contiene di più: 1,2 grammi ogni 100. A temperatura ambiente si presenta come una polvere bianca cristallina, solubile in acqua.

In natura, scoperto nel 1908 dal chimico giapponese kikunae ikeda, è un costituente della laminaria japonica (kombu), un’alga comunemente utilizzata nella cucina giapponese. È largamente utilizzato come additivo esaltatore di sapidità anche nella cucina cinese.

Il glutammato monosodico trova uso nell’industria alimentare come additivo ed è identificato dalla sigla e621. È l’ingrediente principale dei dadi da brodo e dei preparati granulari per brodo.

La glicina è sintetizzata dalla serina ed è uno dei due neurotrasmettitori degli interneuroni inibitori del midollo spinale. Essa è un amminoacido non polare. La maggior parte delle proteine è costituita da piccole quantità di glicina. Una notevole eccezione è il collagene, di cui invece costituisce circa un terzo.

Il GABA (acido gamma-amminobutirrico) viene sintetizzato a partire dal glutammato con una reazione catalizzata dell’acido-gluttammatico-decarbossilasi. Il GABA  è presente in concentrazioni elevate nel sistema nervoso centrale (ma anche nel pancreas e nella midollare del surrene).

Una classe importante di interneuroni inibitori è quella gaba-ergica. Si ritiene che il GABA  sia il principale neurotrasmettitore inibitorio di molte aree cerebrali, a livello di numerosi interneuroni inibitori e nei granuli del bulbo olfattivo. Il GABA  è anche liberato dalle cellule amacrine della retina, dalle cellule del purkinje del cervelletto e dalle cellule a canestro del cervelletto e dell’ippocampo.

ATP e adenosina: in certi tipi di sinapsi l’ ATP e i suoi prodotti di degradazione possono fungere da neurotrasmettitore. L’adenina, la guanina e i loro derivati sono delle purine. Essa si trova principalmente tra i neuroni connessioni sinaptiche con il dotto deferente e con la muscolatura cardiaca. Le vescicole sinaptiche di alcune di queste terminazioni nervose contengono molto più ATP del normale.

Smaltimento del neurotrasmettitore

Vi sono tre meccanismi diversi che consentono al tessuto nervoso di smaltire i neurotrasmettitori:
1.  la diffusione che permette l’allontanamento di tutti i neurotrasmettitori.
2.  la degradazione enzimatica impiegata soprattutto nel sistema colinergico.
3. La riassunzione dei neurotrasmettitori dalla fessura sinaptica, meccanismo più comune e funziona tramite i carrier che si legano ai neurotrasmettitori e che necessitano di ATP per agire.
La liberazione contemporanea di diverse sostanze neuroattive da parte di un neurone presinaptico e la presenza contemporanea di opportuni recettori postsinaptici consente al sistema nervoso di disporre di una gamma straordinariamente ricca di possibilità nel trasferimento d’informazioni a livello di ogni sinapsi.

Farmaci, droghe ed altre sostanze possono interferire con il funzionamento dei neurotrasmettitori. Molte sostanze stimolanti e anti-depressive alterano la trasmissione dei neurotrasmettitori. Per esempio, la cocaina blocca la ricaptazione della dopamina, consentendo di rimanere più a lungo nello spazio inter-sinaptico. In particolare, la cocaina altera i circuiti dopaminergici del nucleus accumbens, regione del cervello implicata nella spinta motivazionale e nel rafforzamento emozionale. La reserpina, impiegata inizialmente come agente anti-ipertensivo e successivamente come antipsicotico nel trattamento della schizofrenia, causa una deplezione di neurotrasmettitori mediante la rottura delle vescicole sinaptiche e la degradazione da parte delle monoammino ossidasi.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Nomofobia (2017) di Salvo Orto – Recensione del libro

La parola nomofobia è composta dal prefisso abbreviato no-mobile e dal suffisso fobia, e si riferisce alla paura di rimanere fuori dal contatto di rete mobile.

 

Il fenomeno nomofobia

Secondo recenti ricerche, su gruppi di età eterogenea, la quasi totalità della popolazione che possiede uno smartphone non riuscirebbe a vivere serena senza di esso, e il solo pensarci genera una reazione di panico.

Quello della nomofobia sembrerebbe un meccanismo del tutto analogo a una tossicodipendenza, si ha sempre bisogno di aumentare il dosaggio spendendo sempre più tempo al telefono per esempio, oppure tenersi incollati ai social network per vedere cosa condividono i propri amici, anche nelle ore notturne, senza mai spegnere il dispositivo. Tale dipendenza morbosa allo smartphone causerebbe anche delle interferenze nella produzione della dopamina, neurotrasmettitore coinvolto nel circuito della ricompensa: ad ogni notifica o like ricevuto, il livello di dopamina s’innalza dandoci la sensazione che ci sia qualcosa di nuovo e interessante in serbo per noi. Questo ci spinge a controllare lo smartphone, con un meccanismo simile a quello che s’innesca nel giocatore d’azzardo.

Nomofobia di Salvo Orto: uno sguardo sulla società iperconnessa

Il libro Nomofobia di Salvo Orto, con una tinta di sarcasmo, analizza gli aspetti della nostra società iperconnessa, travolta dai rapidi cambiamenti tecnologici che il progresso ci mette a disposizione. Secondo l’autore basta entrare in un qualunque ristorante per vedere tali effetti: padri e madri di famiglia a tavola, pronti a fotografare qualunque cosa da condividere sul gruppo whatsapp dei cugini o sui social network, di fronte a piatti che si raffreddano solitari, e a carrozzine di bambini che piangono ignorati dai propri genitori, intenti prima a rispondere ai messaggi.

Passando dal selfie selvaggio ai nuovi stili di comunicazione, dalla Facebook-addiction alla internet dipendenza fino all’Hikikomori, l’autore di Nomofobia analizza con semplicità e chiarezza, in un linguaggio accessibile anche ai non addetti ai lavori, le problematiche legate all’uso abnorme dello smartphone e del computer, evidenziandone i rischi per la salute, e la necessità di cautela rispetto alla gestione dei cambiamenti apportati dalla tecnologia nella vita delle persone.

L’utilizzo dell’ Emotional Awareness and Therapy Expression nel trattamento della fibromialgia

L’ Emotional Awareness and Therapy Expression, ovvero la psicoterapia che incoraggia i pazienti ad affrontare le esperienze emotive relative ai traumi, ai conflitti e ai problemi di relazione è risultata utile per le persone affette da fibromialgia.

 

Nello studio clinico randomizzato eseguito dall’University of Detroit, 230 adulti con fibromialgia hanno ricevuto uno nuovo trattamento chiamato Emotional Awareness and Therapy Expression (EAET).

La Emotional Awareness and Therapy Expression si focalizza sulla consapevolezza del dolore e degli altri sintomi fibriomialgici che sono anche influenzati dalle emozioni, spiegano i ricercatori. La terapia EAET mira ad aiutare i pazienti a sperimentare ed esprimere le proprie esperienze emotive, come ad esempio la rabbia e la tristezza, ma anche la gratitudine, la compassione e il perdono, focalizzandosi anche sulle relazioni interpersonali dei pazienti.

L’intervento Emotional Awareness and Therapy Expression è stato confrontato sia con un intervento educativo, sia con l’approccio psicologico standard usato nel caso di diagnosi di fibriomialgia, ovvero la terapia cognitiva comportamentale. Sei mesi dopo la fine dei trattamenti, i pazienti sono stati valutati per la gravità e il grado del loro dolore riportato.

Fibromialgia: gli effetti dell’intervento Emotional Awareness and Therapy Expression

I pazienti che hanno ricevuto l’intervento Emotional Awareness and Therapy Expression avevano risultati migliori – riducendo la percezione del dolore diffuso, i disturbi fisici, i problemi di attenzione e di concentrazione, l’ansia e la depressione, nonché riportando emozioni più positive – rispetto ai pazienti che hanno ricevuto l’intervento educativo.

I pazienti sottoposti al nuovo trattamento EAET hanno riferito di stare “molto meglio” rispetto ai trattamenti educativi precedenti.

Un importante riscontro aggiuntivo è che la nuova terapia emozionale sembra avere avuto un vantaggio maggiore anche rispetto alla terapia cognitiva comportamentale standard nel ridurre la percezione del dolore diffuso.

Molte persone con fibromialgia hanno un trascorso di vita che crea emozioni importanti, le quali vengono spesso soppresse o evitate – ha affermato Mark A. Lumley, Ph.D., professore di psicologia – Abbiamo sviluppato e testato un approccio che cerca di aiutare le persone a superare questi problemi emotivi e di relazione riducendo i loro sintomi, piuttosto che aiutare le persone a gestire o accettare la loro fibromialgia. Anche se questo trattamento non aiuta tutte le persone affette da fibromialgia, molti pazienti hanno trovato che è molto utile, e alcuni hanno avuto miglioramenti nella loro vita e nella loro salute.

I ricercatori del Wayne State hanno collaborato con un team di ricercatori dell’Università del Michigan Medical Center guidato da David A. Williams, Ph.D., professore di anestesiologia.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista PAIN.

Trauma e gravidanza: gli effetti neuro-bio-psicologici delle esperienze traumatiche nelle donne in dolce attesa – Report dal Convegno Attaccamento e Trauma

La mattina del primo giorno, dopo l’intervento di Louis Cozolino, prosegue con l’intervento di Massimo Ammaniti, psichiatra, psicanalista, professore onorario in psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza tra le altre cariche. Gli interessi clinici del Prof. Ammaniti ruotano intorno alle interazioni precoci, alle ricerche nel campo della gravidanza e dei traumi infantili.

 

Cosa accade nella mente della donna durante la gravidanza?

La relazione esposta unisce questi suoi interessi e vengono presentati infatti “gli esiti prossimali e distali dello stress e dei traumi in gravidanza”, mettendo un faro sul periodo delle madri in attesa, sulle conseguenze negative dello stress in gravidanza sullo sviluppo del feto e sulla fisiologia del parto.

Anche questa presentazione parte dal presupposto, ormai difficilmente discutibile, che il legame fra genitore e figlio garantisca la sopravvivenza e che il passo iniziale per l’apprendimento e l’acquisizione della comunicazione parta dal contatto oculare (non appena il bambino nasce). Tuttavia l’inizio dello sviluppo del contesto intersoggettivo si sviluppa ancor prima, fin dai mesi della gravidanza; è già in questo periodo che la mamma comincia ad avere in testa il proprio bambino, “a mentalizzarlo” potremmo dire.

I 9 mesi che precedono la nascita sono un momento molto particolare, denso di trasformazioni da tutti i punti di vista, che coinvolgono entrambi i genitori. Sono mesi in cui riaffiorano le memorie delle proprie esperienze precoci infantili, mesi in cui la coppia comincia una propria trasformazione e in cui avvengono cambiamenti importanti anche a livello ormonale nella madre.

Nella mente della donna emergono dei temi (se non delle vere e proprie domande) circa la sua capacità di poter essere in grado di amare il figlio, di poter essere in grado di garantirgli la sopravvivenza e di riuscire a far meglio dei propri genitori.

Domande, cioè, sul fatto se saranno o meno mamme sufficientemente buone e, sempre in termini winnicottiani, se svilupperanno “la preoccupazione materna primaria”, caratterizzata da una iperattivazione e aumentata sensibilità.

Lo stress materno

Numerosi studi riportano come al termine della gravidanza si possano registrare (più nelle madri ma anche nei padri) alcuni tipi di timori, rispetto alla salute del neonato nella maggioranza dei casi, ma anche quelli (più ossessivi) di poterlo colpire, gettare a terra o far piangere.

Evidentemente tali pensieri possono costituire, sulla base della frequenza e della durata, una fonte di distress.
La definizione di stress materno è tutt’ora un pò confusa e abbraccia fattori di tipo personale, familiare, sociale ed economico.
Tuttavia è piuttosto riconosciuto come questo sia associato e associabile a problemi emotivo comportamentali nei primi due anni di vita del bambino. I dati suggeriscono alcune ipotesi sulla trasmissione dello stress in questo arco di vita. Probabilmente un’alta concentrazione di ormoni derivanti dallo stress materno impatta sullo sviluppo cerebrale del feto.

Alcuni ricercatori hanno riportato che lo stress prenatale ha un impatto nella neurobiologia del neonato come un’attivazione più forte del cervello frontale destro.
Questo ponte tra gravidanza e neonato sottolinea l’importanza dell’interazione tra caratteristiche innate e l’esperienza relazionale con il caregiver.
L’alterazione del sistema di caregiving determina un deficit dell’asse HPA (asse ipotalamo-pituitario-surrenale) inibendo le risposte allo stress.
Studi condotti sullo stress materno in gravidanza hanno rilevato un aumento del cortisolo e dell’ormone di rilascio della corticotropina sia nella madre che nel feto.

Alcuni studi evidenziano come lo stress prenatale sia in grado di spiegare il 10/15% delle difficoltà infantili.
Questi studi suggeriscono interessanti ipotesi in merito ai meccanismi di trasmissione dello stress, presumibilmente associati a elevate concentrazioni di ormoni materni coinvolti nella risposta allo stress che possono impattare sullo sviluppo cerebrale.

Presentazione di un caso clinico

L’intervento di Ammaniti prosegue poi con un interessantissimo caso clinico, ben spiegato ed articolato per mettere insieme scienza e clinica.
È un intervento di sostegno in gravidanza di una donna al settimo mese di gravidanza, che viene chiamata Carla.

Carla ha una relazione con Giovanni, il loro rapporto è piuttosto conflittuale e la donna teme che il compagno non si possa rilevare fonte di supporto nella crescita del figlio. Giovanni è stato allevato dalla nonna e proviene da una famiglia difficile, mentre Carla ha subito abusi e molestie sessuali in infanzia e nell’adolescenza ha avuto esperienze sessuali promiscue.

A circa 20 anni riporta un aborto a seguito del quale sviluppa una depressione che viene trattata in psicoterapia.
Carla desiderava molto il figlio ma Giovanni non era pienamente d’accordo e, a causa di problemi di salute di lui, hanno optato per una procreazione assistita.

Il tono dell’umore di Carla è piuttosto deflesso e questo poteva costituire un rischio per il futuro legame con il bambino pertanto accetta di farsi seguire dal progetto di sostegno.

Carla è sesta di sei figli, racconta il rapporto con sua madre molto conflittuale e rancoroso sia in epoche infantili sia tutt’ora (per questo ha affrontato la gravidanza senza l’appoggio dei familiari). La descrive come “sempre stanca, poco presente mentalmente e nervosa”.
Esperisce un senso di solitudine e, sebbene si senta contenta della gravidanza, non ha mai avuto alcuna fantasia sul bambino né ha preparato qualcosa per il suo arrivo. Ha cominciato a sentirsi madre dai primi movimenti del feto ma non ha alcuna fantasia sul figlio “sono tremenda, non immagino nulla, mi arrabbio ma non riesco a vedere la faccia di questa creaturina”.

La gravidanza è andata avanti alla luce di molte ansie della madre sulla possibilità di non essere adeguata, o sulla possibilità che il padre non si prenda cura di lui. Carla attende il figlio come l’arrivo del “Messia” che possa illuminare la sua vita. Dal punto di vista dell’attaccamento, viene riconosciuta in Carla una relazione invischiata con sua madre.

Dopo la nascita del piccolo. Carla riferisce che è diverso da ciò che si aspettava, il bambino piange e vuole essere preso in braccio.
Il bambino nasce sottopeso e in epoca perinatale va incontro ad alcune infezioni; in questo la madre cerca di prendersi cura di lui ma esperisce un senso di inadeguatezza nel suo ruolo di caregiver e inizia pertanto a prendersi cura dell’igiene del piccolo e della casa in modo ossessivo.
Emergono qui timori di potere arrecare danno al bambino.
Durante i primi mesi, il bambino perde peso e la madre riferisce forti stati ansiosi. Non provando gioie nell’allattamento comincia l’alimentazione tramite biberon che consente al bambino di avere ritmi regolari.

A testimonianza della sua scarsa fiducia con il figlio Carla sente quasi il bisogno che il bambino pianga come indice del suo attaccamento, da una parte è totalmente dedita a lui, dall’altra mostra intolleranza.
La stessa ambivalenza che emerge anche con coloro che si occupano del suo sostegno e della sua presa in carico (capita spesso che sposti o cancelli gli appuntamenti).

Con il passare del tempo Carla riporta i primi cambiamenti positivi e diventa maggiormente capace di riconoscere i bisogni del piccolo rispetto ai suoi ritmi e questo permette al piccolo di acquisire peso.
Vorrebbe essere la madre perfetta che non ha avuto ma la vicinanza emotiva del figlio la spaventa.
La parte estremamente interessante sono le interazioni riportate in video che mostrano scene come quella dell’allattamento.
Si nota la madre che fornisce il biberon al piccolo ma è dedica molto più al controllo dei livelli corretti di latte piuttosto che al contatto oculare con lui.
Durante questi momenti delicati parla poco infatti con il figlio, d’altra parte lui sollecita gli scambi con la madre, ma tende ad evitare di guardarla nonostante a volte ne ricerchi lo sguardo.

Dal 4 al 6 mese il bambino comincia ad avere ritmi regolari e la madre appare più sollevata, questo le permette di concedere la possibilità di esplorare e sperimentare liberamente un senso agente di sé.

La coppia madre-figlio viene poi sottoposta al paradigma Still Face. Si tratta di una procedura di osservazione dell’interazione madre-bambino, creata con l’obiettivo di verificare cosa succede nel momento in cui la madre smette di interagire col figlio. Nella prima fase la madre interagisce liberamente col figlio mediante un’interazione faccia a faccia, giocando e parlando con lui. Nella seconda fase si richiede alla madre di mantenere il volto inespressivo e di non reagire a nessuna sollecitazione da parte del figlio. Nell’ultima fase la madre ritorna a giocare col bimbo, riprendendo la normale interazione col figlio.

Osservando il momento in cui il volto della madre è assente si notano i tentativi del figlio di ristabilire l’interazione con la madre. Inizialmente la guarda, le sorride, poi iniziano i vocalizzi e si protende verso di lei. Non riuscendo nei suoi tentativi il bambino cerca di regolare le sue emozioni succhiando il pollice, toccandosi le orecchie, inarcando la schiena. La prolungata assenza della madre suscita il pianto del bambino.
Tuttavia gli effetti dello stress si evidenziano al terzo step quando la madre riprende ad interagire con il bambino. Mostra infatti qualche problema nel consentire alla mamma di tranquillzzarlo. Impiega un po’ di tempo per riconnettersi al suo piccolo e l’aggancio dello sguardo risulta inizialmente faticoso.

Si comprende come il bambino abbia difficoltà a regolarsi emotivamente se non dopo numerosi tentativi e sorrisi della mamma per ristabilire la relazione.
Il punto della questione (e della relazione) è che avendo Carla affrontato la gravidanza in condizioni difficili queste hanno pesato sulla gestazione e sulla nascita del figlio. Dopo una fase difficile in cui non riesce ad entrare in sintonia con il figlio, grazie al supporto fornito, diventa mano a mano in grado di recuperare le capacità di scambio e di interazione con il piccolo.

Conclusioni: il rapporto tra attaccamento e trauma nelle donne in gravidanza

La presentazione di Ammanniti sicuramente non apporta novità in senso stretto, ma direi conferme.
La questione dell’attaccamento è ormai qualcosa che sta unendo i mondi degli psicanalisti, dei terapeuti cognitivi e di molti altri sia da un punto di vista di modelli teorici che di linguaggio.
Il suo ruolo nella formazione dei primi legami con il caregiver e l’impatto di questo nello sviluppo psicobiologico sono dati ormai piuttosto riconosciuti da tutti.
L’intervento è stato piacevolmente “clinico” permettendo di notare in modo naturale quelle che sono effettivamente le interazioni precoci in una diade con una mamma traumatizzata.

Risulta pertanto piuttosto importante essere particolarmente sensibili per questo tipo di popolazione “a rischio”.
Come è noto l’attaccamento è transgenerazionale, in più esperienze traumatiche nelle madri possono impattare sia a livello emotivo, come si comprende bene, ma anche a livello neurobiologico pertanto un’attenzione a questo tipo di donne potrebbe essere particolarmente rilevante. Sia da un punto di vista della ricerca che della clinica.
E questo vale non solo dal momento in cui il bambino nasce, ma (e qui sta probabilmente la questione che Massimo Ammaniti ha voluto sottolineare) dai mesi di gravidanza che costituiscono un momento delicato per lo sviluppo del futuro bambino.

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