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Efficacia degli antidepressivi: le aspettative del paziente influenzano il trattamento?

I farmaci inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRIs) costituiscono il trattamento farmacologico più comune per patologie come la depressione (Bschor & Kilarski, 2016; Khan & Brown, 2015) e l’ansia (Roest, et al., 2015; Sugarman, et al., 2014). Nonostante ciò, è in corso un dibattito tra clinici e ricercatori su quanto l’efficacia di tali farmaci sia reale o influenzata dalle aspettative del paziente sul trattamento stesso (Moncrieff, et al., 2004).

 

Le aspettative del paziente influenzano l’efficacia degli SSRI?

Rispetto a questo tema, recentemente è stato pubblicato su EBioMedicine uno studio dei ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Uppsala. Essi si erano posti l’obiettivo di indagare come le aspettative indotte verbalmente nel paziente, attraverso le prescrizioni mediche, influenzassero l’efficacia degli SSRI in soggetti con disturbo d’ansia sociale. In letteratura erano già presenti ricerche simili (Faria, et al., 2012; Faria, et al., 2014), però nessuna aveva misurato e manipolato sperimentalmente le aspettative del paziente sull’esito terapeutico.

Per testare quest’ipotesi specifica, tutti i pazienti con ansia sociale sono stati trattati con la stessa dose di escitalopam per nove settimane. Un gruppo è stato informato correttamente sull’efficacia del farmaco, l’altro invece credeva di essere trattato con un farmaco definito “placebo attivo” con effetti collaterali simili agli SSRI ma senza miglioramento clinico. Sebbene il trattamento farmacologico fosse identico nei due gruppi, i risultati mostravano il triplo dei miglioramenti in pazienti correttamente a conoscenza dell’efficacia del farmaco che avevano assunto.

Inoltre, attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI), era emerso che l’attività cerebrale in risposta agli SSRI era differente nei due gruppi a livello della corteccia cingolata posteriore e della sua connessione con l’amigdala, area fortemente coinvolta nelle risposte di paura e ansia.

Questi dati dimostrano l’importanza della comunicazione tra medico e paziente, sottolineando l’influenza delle informazioni verbali sugli effetti ansiolitici degli SSRI e la relativa attività cerebrale. Ciò non significa screditare le proprietà terapeutiche degli SSRI, ma attribuire pari importanza al trattamento e alla modalità di presentazione dello stesso.

La comprensione narrativa: un processo universale indipendente dal linguaggio

Lettori Inglesi, Iraniani e Cinesi userebbero le stesse parti del cervello per decodificare il significato di ciò che stanno leggendo. Una nuova ricerca dell’University of Southern California ha dimostrato che la lettura di storie attiva regioni analoghe nel cervello di soggetti con idiomi diversi. Per la prima volta nello scenario delle neuroscienze, sono stati scoperti modelli di attivazione cerebrali simili durante la comprensione narrativa a prescindere dalla lingua madre dei soggetti.

 

Come avviene la comprensione narrativa nel cervello?

Utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI) i ricercatori hanno individuato le aree cerebrali implicate nella comprensione narrativa del significato di storie scritte in soggetti di lingua inglese, persiana (Farsi) e cinese mandarino.

L’ipotesi alla base della ricerca è rappresentata dall’idea secondo la quale l’esposizione al racconto narrativo potrebbe portare ad una maggior consapevolezza di se stessi e ad un aumento dell’empatia nei confronti degli altri, indipendentemente dalla lingua o dall’origine degli ascoltatori.

Per realizzare lo studio, i ricercatori hanno raccolto più di 20 milioni di post personali condivisi su un blog, sono state poi selezionate 40 storie riguardanti diversi argomenti privati quali ad esempio il divorzio. Gli aneddoti personali sono stati tradotti e presentati a soggetti Americani, Cinesi e Iraniani ai quali era richiesto di leggere nella propria lingua madre e rispondere a domande inerenti le narrazioni durante una sessione di risonanza magnetica.

Morteza Dehghani, autore dello studio e ricercatore presso il Brain and Creativity Institute dell’Università californiana afferma “nonostante la presenza di differenze a livello linguistico, quali ad esempio la direzione nella lettura o l’alfabeto completamente diverso, esiste un qualcosa di universale all’interno del cervello nel momento in cui elaboriamo le narrazioni”.

Cosa succede quindi all’interno del cervello? In tutti i soggetti sperimentali la lettura di ogni storia attiva specifici patterns di aree cerebrali generalmente attive e coinvolte nel cosiddetto “default mode network” del cervello. Il “default mode network” è una rete complessa di regioni corticali e sottocorticali che si attivano nel momento in cui la persona non è impegnata in alcun compito specifico, quando cioè non si utilizza attenzione focalizzata. In altre parole questo network, definibile come il pilota automatico del cervello, si attiverebbe quando quest’ultimo è in modalità standby ovvero in uno stato di riposo (Resting State).

Le evidenze trovate dimostrano che le aree solitamente coinvolte nel “default mode network” lavorano continuamente per decifrare il significato della narrazione svolgendo una funzione di recupero dei ricordi autobiografici che, a loro volta, influenzano la conoscenza relativa a noi stessi (al nostro passato e al nostro futuro) e alle nostre relazioni con gli altri. I risultati ottenuti avvalorano quindi l’ipotesi iniziale secondo la quale la lettura di storie è un’esperienza universale, indipendente dalle differenze linguistiche e culturali, che può avere come conseguenza una maggior empatia nei confronti degli altri.

Trauma: la vera sfida è intercettare l’impatto. Il 28 ottobre un convegno a Roma apre al confronto internazionale – Comunicato Stampa SISST

Un convegno internazionale gratuito su “Narrazione, trauma e salute: dall’individuo alla società” il 28 ottobre a Roma per capire ‘cosa si sta muovendo’ nella psicotraumatologia non solo a livello italiano ma anche europeo. La sfida è intercettare l’impatto del trauma il più precocemente possibile, non solo quando si presentano dei quadri clinici molto compromessi e complessi.

 

Roma, 9 ottobre

L’obiettivo è far vedere ‘cosa si sta muovendo’ nella psicotraumatologia non solo a livello italiano ma anche europeo. La sfida è intercettare l’impatto del trauma il più precocemente possibile, non solo quando si presentano dei quadri clinici molto compromessi e complessi.

Con questo intento Vittoria Ardino, presidente della Società Italiana per lo Studio dello Stress Traumatico (Sisst), promuove insieme all’Istituto di Ortofonologia di Roma (IdO) e al Dipartimento di studi umanistici e internazionali dell’Università di Urbino (Discui) un convegno internazionale gratuito su “Narrazione, trauma e salute: dall’individuo alla società” il 28 ottobre a Roma nella Sala Congressi via Rieti dalle 8.30 alle 19.

l contesto italiano deve uscire da un isolamento di tematiche che si esaurisce nello studiare il trauma per possedere solo alcune tecniche psicoterapeutiche. Lo studio dell’impatto del trauma – chiarisce Ardino- tocca diversi aspetti dell’individuo, per questo motivo il campo non può essere ristretto alla clinica, ma deve aprirsi alla prevenzione per identificare e intercettare l’impatto che l’esperienza traumatica ha sull’individuo e sulla società. Un tema sul quale l’Italia è ancora molto indietro – denuncia la presidente della Sisst.

Questo significa “far parlare diversi professionisti”. Infatti, al convegno parteciperanno tanti esperti in settori differenti: psicoterapeuti, neuropsichiatri, docenti universitari, pediatri, un antropologo, un sociologo esperto di migrazioni e un avvocato che si occupa da anni di advocacy per la Fondazione Terre des Hommes Italia. La conferenza sarà, infatti, l’occasione per presentare proprio una ricerca congiunta della Sisst e della Fondazione Terre des Hommes sui costi delle mancate cure psicosociali per i minori migranti:

È uno studio di valutazione economica condotto sui minori stranieri non accompagnati in Italia e Germania. Abbiamo messo a confronto il sistema attuale delle cure psicosociali in questi due paesi con un modello sanitario virtuoso che investe nella prevenzione delle esperienze traumatiche, o delle problematiche legate alla Salute mentale, comportando un risparmio per la società nel lungo periodo. Al convegno mostreremo uno spaccato sulle diverse strategie legate a differenti politiche sociali e sanitarie. La sfida che si pone oggi la psicotraumatologia – continua Ardino- è chiedersi quali modelli di servizio possiamo implementare per intercettare meglio il trauma. Non è più sufficiente limitarsi a quello che avviene in uno studio privato dello psicoterapeuta, deve esserci una risposta sociale e pubblica al trauma.

La conferenza vedrà la partecipazione di relatori nazionali e internazionali e ha già ricevuto i patrocini dell’European Society for Traumatic Stress Studies (Estss), del Centro interdipartimentale per la ricerca transculturale applicata (Cirta) dell’Università di Urbino e della Fondazione Terre des Hommes Italia.

La presenza della Estss è un segnale importante, così come quella degli esperti dell’IdO grazie alla loro esperienza sui traumi che avvengono nella collettività. Questo ci aiuta – ricorda la presidente della Sisst- a far capire come evolve il trauma nel tempo, qual è la tempistica delle reazioni a livello collettivo per poterle prevenire al meglio.

Di trauma psicologico si parla da tempo.

Eventi traumatici sono sempre stati presenti in tutte le società e in tutte le epoche storiche. Oggi ne abbiamo una maggiore consapevolezza – fa sapere Ardino- e questo ci permette una riflessione più fine sul tema. È vero che accadono eventi potenzialmente traumatici a livello sociale, ma non dimentichiamo che il grande sommerso del trauma è legato ai traumi intra-familiari.

Per parlare di trauma, spiega la presidente della Sisst, occorre analizzare tre fattori: l’impatto, la specificità dell’evento e le caratteristiche individuali e sociali.

L’evento di per sé non ci dice niente – afferma la studiosa – dobbiamo sempre leggerlo insieme all’impatto che può avere su un singolo individuo, un gruppo sociale o una famiglia. È chiaro che per essere definito traumatico dovrà rappresentare una minaccia reale e/o percepita di pericolo per l’incolumità e l’integrità fisica e psicologica dell’individuo e/o di un gruppo sociale. È necessario osservare quale sarà l’impatto che questo evento avrà nel lungo periodo a livello individuale e collettivo. Il trauma diventa tale – conclude la presidente della Sisst – quando mette in scacco le risorse individuali e sociali, altrimenti si tratterà solo di un evento molto difficile da affrontare ma comunque superabile.

Oltre al convegno si svolgeranno anche due workshop il 27 ottobre a Roma, nella sede dell’IdO in via Alessandria 128/b. Il primo dalle 15 alle 18.30 su “La Brief Eclectic psychotherapy (BEEP) for PTSD (Disturbo post traumatico da stress) e la Narrative Exposure Therapy (NET)” che punta ad aprire un focus sulle terapie brevi per i disturbi trauma-correlati con Vittoria Ardino e Mariel Meewisse (in lingua inglese con traduzione); il secondo “Tra Psiche e Corpo: Memorie Somatiche e Trauma”, dalle 15.30 alle 18.30 con Tommaso Farma, esponente del board Estss.

Il convegno è gratuito, mentre i workshop prevedono un piccolo contributo spese. Per info e prenotazione: [email protected].

 

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L’ esposizione in realtà virtuale nel trattamento dei disturbi d’ansia

L’utilizzo della realtà virtuale (VR) nel trattamento dei disturbi d’ansia supera le limitazioni dell’ esposizione in vivo o immaginativa. L’ esposizione in realtà virtuale si ritrova ad essere sotto il completo controllo del terapeuta il quale può generare gli stimoli di intensità diversa a seconda delle necessità del paziente ed eventualmente interrompere l’esposizione in caso di eccessiva attivazione emotiva.

Michela Cavallaro e Alessandro Gasperi – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

Fin dai primi anni 90 iniziarono le ricerche e gli esperimenti sull’utilizzo della realtà virtuale all’interno del contesto clinico; in questi anni i trials clinici sono dei veri e propri studi pionieristici che divennero poi sempre più sofisticati fino ad arrivare ai giorni nostri, dove l’uso della realtà virtuale nello studio del clinico diventa un ulteriore contesto di interazione attraverso il quale è possibile fare terapia.

I disturbi d’ansia sono molto diffusi in tutto il mondo e hanno una ricaduta significativa sulla vita personale e lavorativa. Attività comuni come prendere un treno, viaggiare in metropolitana, incontrarsi con altre persone e stare in luoghi affollati diventano così stressanti da portare il soggetto a evitare tutte le situazioni temute. Col tempo i comportamenti di evitamento peggiorano e si crea un circolo vizioso in un’ottica di condizionamento: infatti da una parte i comportamenti di evitamento, riducendo lo stimolo eversivo (ansia) fungono da rinforzo negativo, dall’altra il perpetrarsi delle condotte di evitamento mantiene l’associazione tra lo stimolo condizionato e lo stimolo incondizionato impedendo l’estinzione del fenomeno. Tra i molteplici trattamenti disponibili per i disturbi d’ansia è emerso che le terapie basate sull’esposizione risultano più efficaci di altre (Olatunji BO et al., 2010).

L’esposizione in vivo, in immaginazione e l’ esposizione in realtà virtuale

L’ esposizione è un processo mediante il quale il paziente si espone progressivamente allo stimolo temuto o alla situazione che gli genera ansia permettendo l’estinzione del fenomeno mediante abituazione. Tale terapia è risultata efficacie nel trattare fobie e disturbi quali il disturbo da attacchi di panico, la fobia sociale e il disturbo ossessivo compulsivo (Barlow JH et al., 2005; Olatunji BO et al., 2010). L’ esposizione può avvenire anche in concomitanza con l’utilizzo di tecniche di rilassamento, che generano uno stato fisiologico incompatibile con l’ ansia (Wolpe J., 1958). In questi protocolli il paziente impara a gestire l’ansia sostituendo l’attivazione disfunzionale con il rilassamento. Inoltre avendo la possibilità di osservare i suoi pensieri e le sue credenze con l’aiuto del terapeuta, mentre sperimenta l’ ansia, il paziente può ridurre le sue attribuzioni cognitive. Questo processo aiuta la persona a fronteggiare le sue paure e a rompere il circolo vizioso che mantiene il disturbo.

Tradizionalmente l’ esposizione può essere applicata in due modi: in vivo, cioè attraverso il contatto diretto con lo stimolo temuto, o attraverso l’immaginazione dello stimolo. Entrambi questi metodi presentano però dei limiti. L’ esposizione immaginativa risulta infatti difficile per alcuni pazienti che hanno scarse abilità nel creare immagini mentali. Ricostruire nella mente uno stimolo temuto può essere reso inoltre inaccurato a causa della paura stessa che generano tali immagini. L’ esposizione in vivo invece presenta altre limitazioni. Alcuni pazienti infatti possono essere contrari ad esporsi agli stimoli temuti nella realtà. L’ esposizione in vivo inoltre non è sotto il completo controllo del terapeuta il quale non può prevedere né evitare eventuali imprevisti. Infine alcune esposizioni risultano poco economiche o praticabili da effettuarsi in vivo, come nel caso della paura di volare, o comunque richiedono un certo sforzo da parte sia del terapeuta che del paziente che, dovendo lavorare insieme in situazioni stressanti reali, devono incontrarsi al di fuori dello studio.

L’utilizzo della realtà virtuale (VR) nel trattamento dei disturbi d’ansia supera molte di queste limitazioni e per questo negli anni ha attirato l’interesse di molti clinici. L’esposizione in realtà virtuale, al contrario di quella in vivo, si ritrova ad essere sotto il completo controllo del terapeuta il quale può generare gli stimoli di intensità diversa a seconda delle necessità del paziente ed eventualmente interrompere l’esposizione in caso di eccessiva attivazione emotiva. Il paziente può trovarsi più a suo agio a non affrontare lo stimolo nella realtà e la sua motivazione può quindi aumentare. È possibile inoltre ritagliare e ripetere una porzione di un evento più complesso per lavorare esattamente sullo stimolo critico senza perdere tempo con aspetti concomitanti. Alcune esposizioni a determinati stimoli, che in vivo risulterebbero costose, impraticabili o addirittura pericolose, grazie alla realtà virtuale risultano applicabili e ripetibili nello studio del terapeuta. Rispetto all’ esposizione immaginativa invece offre la possibilità di visualizzare un ambiente realistico e di interagire con esso, rendendo l’esperienza maggiormente immersiva e aumentando quindi il coinvolgimento personale. (Repetto & Riva, 2011).

La tecnologia della realtà virtuale

Il sistema della realtà virtuale è una combinazione di dispositivi tecnologici che consente all’utilizzatore di creare, esplorare ed interagire con ambienti in 3D. Questo è reso possibile da alcuni strumenti di input, guanti e tracker, che inviano la posizione e i movimenti dell’utilizzatore al computer in tempo reale consentendogli di cambiare la grafica degli ambienti virtuali in maniera coerente con le informazioni acquisite, un software che consenta la costruzione e il mantenimento dell’ambiente virtuale e dispositivi di output, visivi, uditivi e aptici, che rimandano un feedback dell’interazione all’utilizzatore. L’interazione di questi dispositivi permette all’utilizzatore di immergersi e di percepire un certo grado di “presenza” all’interno del mondo virtuale (Repetto & Riva, 2011). Le principali tecniche che sono state utilizzate per immergere i partecipanti nel mondo virtuale sono il display montato sulla testa (HMD) e l’ambiente automatico virtuale generato dal computer (CAVE). Nel CAVE il paziente e il terapeuta sono all’interno di un’istallazione cubica e circondati da immagini stereoscopiche generate dal computer su 4 e fino a 6 superfici. Paziente e terapeuta vengono muniti di occhiali per il 3D, un sistema di Tracking elettromagnetico e un sensore posizionato sugli occhiali del paziente vengono utilizzati per generare la corretta prospettiva (Fig.1).

L'esposizione in realtà virtuale nel trattamento dei disturbi d'ansia - Psicoterapia IMM 1

Fig. 1 – Esempio di CAVE

Il sistema HMD invece è composto da un display con degli schermi per generare l’ambiente virtuale e degli speaker vicino alle orecchie. Mediante un sensore attaccato all’elmetto e un sistema di tracking elettromagnetico, l’ambiente virtuale cambia in corrispondenza con i movimenti della testa compiuti nel mondo reale. L’elmetto è collegato a un computer dove il terapeuta può controllare ciò che vede il paziente e può controllare l’ambiente virtuale facendo comparire stimoli o muovendo il paziente all’interno di esso (Krijn M. et al., 2004 – Fig 2).

L'esposizione in realtà virtuale nel trattamento dei disturbi d'ansia - Psicoterapia IMM 2

Fig. 2 – Esempio di sistema HMD

Presenza, immersione ed emozioni

L’uso della realtà virtuale nella terapia basata sull’ esposizione si fonda sull’assunto che il paziente sperimenti un certo grado di presenza all’interno dell’ ambiente virtuale e che stimoli temuti percepiti virtualmente, quindi non realmente presenti, generino comunque paura ed ansia. Sul concetto di presenza non si è raggiunto un accordo sulla definizione, ma molti ricercatori concordano su ciò che non è, come sottolineato da Riva e colleghi:

La presenza non è il livello di immersione tecnologica, non è la stessa cosa di un coinvolgimento emotivo, non è profondo interesse o attenzione o azione; ma tutte queste componenti hanno un ruolo potenziale per comprendere l’esperienza della presenza in interazione – l’esperienza di interagire con presenza ( Riva et al., 2014).

Al grado di presenza è stato attribuito un ruolo da mediatore necessario affinché emozioni reali vengano attivate in ambiente virtuale, sebbene questa relazione non sia stata del tutto chiarita in letteratura (Diemer et al., 2015). Il fenomeno della presenza interagisce sia con il grado di immersività che con le emozioni sperimentate. Un ambiente maggiormente immersivo, dato da una grafica aumentata, integrata e interattiva, è risultato essere maggiormente associato in letteratura a un maggiore senso di presenza specialmente con stimoli virtuali emotivamente neutri (Baños et al., 2004). Una maggiore immersività è inoltre associata ad un aumento della risposta emotiva, ma solo nel caso di emozioni altamente attivanti come ansia e paura, e non felicità e rilassamento (Juan & Perez, 2009; Freeman et al., 2005). La combinazione di più vie percettive, come quella visiva e tattile insieme, risulta inoltre produrre una maggiore risposta emotiva in presenza di uno stimolo spaventante, rispetto a una sola via percettiva (Peperkorn & Muhlberger, 2013). Il grado di presenza e il livello di paura percepito all’interno di un ambiente virtuale mostra una correlazione positiva solo in soggetti paurosi, così come anche la presenza e il livello di ansia sembrano maggiormente associati solo nei soggetti più ansiosi (Peperkorn & Muhlberger, 2013; Alsina-Jurnet et al., 2011). Questa correlazione risulta invece minore quando l’emozione sperimentata è meno attivante, come gioia o rilassamento. Il livello di presenza esperito e l’attivazione emotiva all’interno dell’ ambiente virtuale sembrano essere quindi variabili mutuamente dipendenti (Diemer et al., 2015). Gli studi che hanno indagato se l’ esposizione in realtà virtuale produca un’attivazione fisiologica di paura hanno mostrato che questa reazione è presente, soprattutto in termini di conduttanza cutanea, sia in pazienti con disturbi d’ansia sia in soggetti sani, mentre non hanno prodotto risultati conclusivi circa il processo di abituazione in realtà virtuale (Diemer et al., 2014).

Risultati nel trattamento dei disturbi d’ansia

Nelle fobie specifiche la terapia basata sull’ esposizione in realtà virtuale (VRET) ha permesso un’alternativa meno minacciosa rispetto all’ esposizione in vivo e più pratica rispetto all’ esposizione immaginativa. Durante le sessioni in vivo infatti quando i pazienti devono fronteggiare lo stimolo minaccioso circa il 27% di loro rifiutano la terapia e la interrompono mentre solo il 3% rifiuta l’ esposizione in realtà virtuale. Se messe a confronto i pazienti con fobie specifiche scelgono l’ esposizione in realtà virtuale nel 76% dei casi (García-Palacios et al., 2007). Per quanto riguarda l’efficacia, l’ esposizione in realtà virtuale è stata applicata e si è dimostrata efficacie in molte fobie specifiche. Una metanalisi di Powers ed Emmelkamp (2008) suggerisce che all’interno del dominio delle fobie specifiche non solo l’ esposizione in realtà virtuale si dimostra altamente efficacie se confrontata con gruppi di controllo, ma presenta anche un’efficacia lievemente superiore all’ esposizione in vivo (Powers & Emmelkamp, 2008).

Gli studi sull’uso dell’ esposizione in realtà virtuale nella acrofobia (paura dei luoghi alti) sono iniziati fin dagli anni 90. Uno studio del 1995 ha mostrato che un campione di studenti sottoposti a esposizione in realtà virtuale rispetto a un gruppo di controllo mostravano una riduzione della paura dell’altezza. Il risultato però è stato messo in dubbio dato che durante la sperimentazione alcuni studenti si sono sottoposti anche a esposizioni in vivo (Rothbaum et al., 1995). In seguito una serie di studi controllati ha confermato l’efficacia dell’ esposizione in realtà virtuale nel trattamento dell’acrofobia. Rispetto all’esposizione in vivo infatti non emergevano differenze nei miglioramenti prodotti sui sintomi (Emmelkamp et al., 2001; Emmelkamp et al., 2002; Krijn et al. 2004). In due studi è emerso comunque un consistente numero di drop out causato da una bassa percezione di presenza durante l’ esposizione in realtà virtuale (Emmelkamp et al., 2002; Krijn et al. 2004).

Per il trattamento dell’aracnofobia è stato integrato all’ immagine virtuale di un ragno anche uno stimolo tattile che riproduceva la superficie pelosa dell’aracnide, espediente che permette di aumentare ulteriormente l’attivazione emotiva prodotta (Peperkorn & Muhlberger, 2013). Questo metodo utilizzato dapprima in uno studio su un singolo caso (Carlin et al., 1997) è stato poi riprodotto da uno studio del 2002. In questo studio i soggetti trattati con la esposizione in realtà virtuale e stimolazione tattile hanno ottenuto miglioramenti in tutte le misurazioni utilizzate rispetto ai soggetti in lista di attesa (Garcia-Palacios et al., 2002). Confrontando l’efficacia dell’ esposizione in vivo e dell’ esposizione in realtà virtuale nei pazienti aracnofobici non emergono differenze tra le due terapie se non un maggiore miglioramento sulle credenze cognitive sui ragni nei soggetti trattati in vivo (Michaliszyn D et al., 2010).

Nel trattamento della fobia specifica per il volo, l’ esposizione in realtà virtuale mostra dei vantaggi indiscutibili rispetto all’esposizione standard. Le singole componenti del volo, come partenza, viaggio e atterraggio, possono essere infatti ripetute all’infinito nell’ufficio del terapeuta anche con diverse condizioni atmosferiche. Gli studi effettuati con un gruppo di controllo hanno mostrato che l’ esposizione in realtà virtuale, sia in associazione con la terapia cognitiva che da sola, è efficacie nel ridurre i sintomi della paura di volare (Da Costa et al., 2008). Da uno studio che ha messo a confronto gli effetti dell’ esposizione in realtà virtuale con quelli della terapia cognitivo comportamentale (CBT) e della biblioterapia è emerso che i primi due sono entrambi più efficaci rispetto all’ultimo. Non emergevano invece differenze significative fra la CBT e l’ esposizione in realtà virtuale (Krijn et al., 2007).

Rispetto alle fobie specifiche gli altri disturbi d’ansia sono stati meno indagati. Mentre per alcune fobie specifiche, come l’aracnofobia o la paura di volare, ci sono delle evidenze dell’efficacia dell’ esposizione in realtà virtuale, per quanto riguarda altri disturbi d’ansia, come il disturbo da attacchi di panico e il disturbo d’ansia sociale i risultati sono promettenti ma necessitano di maggiori studi controllati (Meyerbroker et al., 2010).

Nel caso del disturbo da attacchi di panico con agorafobia (DPA) sono stati creati tutta una serie di ambienti virtuali per esporre i pazienti all’ ansia, per esempio un ascensore, un supermercato, una piazza e una panchina (Vincelli F. et al., 2002). L’ esposizione in realtà virtuale si è dimostrata efficace nel migliorare i sintomi del DPA rispetto ad una condizione senza trattamento. Tale miglioramento inoltre non sembra influenzato dal metodo utilizzato (HDM o CAVE) o dal livello di presenza sperimentato dai pazienti (Meyerbroeker K. et al., 2011). In uno studio randomizzato pazienti con DPA trattati con l’ esposizione in realtà virtuale e CBT hanno ottenuto miglioramenti simili a pazienti trattati con la CBT e l’esposizione in vivo. Questo miglioramento avveniva dopo lo stesso numero di sedute e con un profilo temporale simile fra le due condizioni, suggerendo uno stesso processo sottostante. Nonostante questo gli autori ritengono che per questo tipo di disturbo l’ esposizione in realtà virtuale non può essere raccomandata dato che i miglioramenti nei sintomi erano previsti soprattutto dai precedenti cambiamenti delle cognizioni agorafobiche ottenute nella CBT. L’esposizione in vivo inoltre aveva ottenuto un miglioramento leggermente superiore rispetto all’ esposizione in realtà virtuale sulla riduzione della gravità dei sintomi (Meyerbroeker K. et al., 2013).

Per quanto riguarda il disturbo da stress post traumatico (PTSD) diversi studi hanno indagato gli effetti dell’ esposizione in realtà virtuale su reduci di guerra e sopravvissuti ad attentati terroristici. La maggior parte degli studi controllati mostra una riduzione significativa dei sintomi di PTSD nel gruppo trattato con esposizione in realtà virtuale rispetto al gruppo in lista di attesa. Non sono invece emerse differenze statisticamente significative fra l’ esposizione in realtà virtuale e il trattamento basato sull’ esposizione in vivo. È comunque possibile che la differenza fra l’ esposizione in realtà virtuale e altri trattamenti non sia emersa a causa dell’esiguo numero di soggetti utilizzati negli studi. Inoltre nella maggior parte degli studi, insieme all’ esposizione in realtà virtuale venivano somministrati altri trattamenti aggiuntivi come psicoeducazione e gestione dell’ansia (Gonçalves et al., 2012).

Per il trattamento dell’ansia sociale i primi studi di realtà virtuale si sono focalizzati sulla paura di parlare in pubblico. Gli ambienti virtuali utilizzati a questo scopo sono costituiti da un pubblico, che può essere positivo neutro e negativo, davanti al quale l’utilizzatore deve fare un discorso. Questa ambientazione è risultata adeguata per generare ansia nei soggetti che vi si sottoponevano. Studenti con un’elevata paura di parlare in pubblico sperimentavano ansia in tutte e tre le condizioni, mentre studenti con bassa paura di parlare in pubblico provavano ansia solo nella condizione con un pubblico virtuale negativo (Pertaub et al., 2002). Uno studio del 2002 ha mostrato che sottoponendo degli studenti all’ esposizione in realtà virtuale vedevano migliorata la loro ansia sociale e la paura di parlare in pubblico rispetto agli studenti inseriti in un gruppo di controllo (Harris et al., 2002).

L’efficacia dell’ esposizione in realtà virtuale su pazienti con una diagnosi completa di disturbo d’ansia sociale (DAS) è stata indagata solo nel 2010. Nello studio di Robillard e coll. pazienti con un DAS sono stati divisi in tre gruppi: uno trattato con CBT associato alla esposizione in realtà virtuale, uno trattato con CBT associato all’ esposizione in vivo e una lista di attesa. Entrambi i gruppi terapeutici hanno mostrato miglioramenti significativi rispetto alla lista di attesa, ma nessuna differenza significativa fra di loro (Robillard et al., 2010). Un’ulteriore studio ha messo a confronto la sola esposizione in realtà virtuale con la sola esposizione in vivo e una lista di attesa in soggetti con un disturbo d’ansia sociale. Dai risultati è emerso che l’ esposizione in realtà virtuale era associata a un miglioramento dei sintomi rispetto alla lista di attesa, ma l’ esposizione in vivo risultava superiore a quella in realtà virtuale nel ridurre i sintomi. Nel follow up inoltre l’ esposizione in vivo aveva mantenuto i miglioramenti prodotti diversamente dalla esposizione in realtà virtuale. (Kampmann I.L. et al., 2015).

L’ esposizione in realtà virtuale nel trattamento del disturbo ossessivo compulsivo (DOC) è stata poco indagata. L’esposizione di pazienti con DOC ad ambienti virtuali ansiogeni (come un bagno sporco per pazienti con paure di contaminazione) risulta produrre un’attivazione maggiore rispetto all’esposizione di soggetti di controllo (Kim et al., 2009). Uno studio mostra che l’ esposizione in realtà virtuale in soggetti con DOC produce miglioramenti nella sintomatologia del disturbo, ma tale risultato è stato ottenuto su un campione di soli 3 soggetti (Laforest et al., 2016).

La realtà virtuale è stata applicata anche nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato, per il quale è stata usata sia per creare ambienti virtuali, che aiutassero i pazienti a svolgere esercizi di rilassamento, sia per esporre i pazienti agli aspetti che provocano loro ansia. Tale trattamento ha mostrato risultati nel ridurre l’ ansia dei pazienti, soprattutto se associato al biofeedback durante l’immersione nella realtà virtuale (Gorini et al., 2010)

Conclusioni

Nonostante il primo ambito di studio in cui si è sviluppato l’uso della realtà virtuale sia quello dei disturbi fobici, sono presenti in letteratura anche ambiti di applicazione per altri disturbi quali: i disturbi alimentari (Molinari, Riva, 2004), disturbo da stress post-traumatico, dipendenze patologiche, autismo, ADHD (Vincelli, Riva, 2002, Vincelli, Riva 2007) e ancora per la riduzione del dolore cronico, riabilitazione motoria e si sempre più diffondendo in vari ambiti (Wierderhold, Wierderhold, 2001; Parsons, Rizzo, 2008; Andreoni, Acerra, Rossi, 2009).

Recenti applicazioni della realtà virtuale riguardano l’ambito della riabilitazione; in letteratura sono presenti studi che dimostrano come l’utilizzo della realtà virtuale dia risultati interessanti e di maggior efficacia rispetto alla riabilitazione tradizionale per soggetti con danni cerebrali, disturbi dell’apprendimento, sclerosi multipla, disturbi dello spettro autistico e ritardo mentale Kirner, Cerqueira, Kirner, 2012; Richard, Billaudeau, Richard, Gaudin, 2007; Correa, Klein, Lopes, 2009; Escobedo, Nguyen, Boyrd, Hirano, Rangel, Rosas, Tentori, Hayes,2012).

Attualmente i ricercatori si stanno focalizzando sull’utilizzo della realtà virtuale come strumento che possa favorire lo stato di “immersività”, ovvero quella condizione di estrema concentrazione ed efficienza, che caratterizza attività ad elevato coinvolgimento, emotivo e cognitivo come ad esempio la mindfulness (Neal, 2012).

In conclusione, l’incessante sviluppo tecnologico sta comportando importanti cambiamenti sociali e culturali e nell’ambito della medicina, psicologia e psicopedagogia sta fornendo risorse promettenti. (Cantalemi, 2015).

Per queste ragioni è possibile immaginare oggi la realtà virtuale come strumento per assessment, diagnosi e trattamento.

Cosa resta del padre: la paternità nell’epoca ipermoderna (2017) di M. Recalcati – Recensione del libro

Cosa resta del padreCosa resta del padre oggi? La risposta è scontata e desolante. La cultura di massa non è sola in una gigantesca opera di castrazione: del padre e della paternità stiamo cercando di liberarci in modo univoco, collettivo, universale.

 

Per gli esseri umani, per gli esseri che abitano il linguaggio, non c’è possibilità di autosufficienza, non c’è verso di sfuggire alla dipendenza strutturale dall’Altro.
Noi siamo, in questo senso, una preghiera.
(p. 6-7)

 

Cosa resta del padre? Cosa resta del padre oggi? La risposta è scontata e desolante. I media, la cultura, l’arte, la filosofia, le università – forse persino le religioni istituzionali –  agiscono di concerto. La cultura di massa non è sola in una gigantesca opera di castrazione: del padre stiamo cercando di liberarci in modo univoco, collettivo, universale.

Dei padri cancelliamo ogni traccia. Le culture locali spariscono o sono musealizzate. La storia ci annoia. La scuola riduce le ore di lezione per mandare i ragazzi ad imparare sul serio nelle fabbriche e nelle banche.

Gli esami scolastici sono via via aboliti. Disprezziamo ogni imperativo superegoico. La frustrazione ci terrorizza. Il politically correct è impegnato in un’operazione particolarmente capillare. Solerti vestali della modernità rimuovono statue di guerrieri e generali. E anche il povero Cristoforo Colombo rischia l’estromissione dalle piazze americane. Ovunque ecumenici e “libertari” fast food sostituiscono oppressivi templi, cappelle e minareti.

Già nel 1969 Lacan parlava di “evaporazione del padre” (cfr Lacan, 2003, p. 9). Mai affermazione fu più profetica. Oggi, in Cosa resta del padre un grande allievo dello psicoanalista francese ci offre un’analisi estremamente acuta di uno dei fenomeni che più caratterizzano l’epoca moderna.

Abbattere l’imago paterna può a prima vista sembrare un’operazione liberatoria ma, osserva Recalcati, non è priva di ambiguità “Lacan … indica una paradossale convergenza tra il moto della contestazione e l’affermazione del discorso del capitalista” (p. 26). Infatti la credenza che anima il discorso del capitalista è quella di un “soggetto … libero, senza limiti, senza vincoli, agitato solo dalla sua volontà di godimento, inebriato dalla sua avidità di consumo” (p. 27). In queste condizioni l’oggetto del desiderio perde ogni carattere propriamente umano: non più desiderio di madre, padre, uomo, donna, ma “una semplice presenza, … una Cosa, …. una montagna di cose… (ibidem).

Senza il padre, senza i suoi divieti, la madre non può essere oggetto di un desiderio nostalgico e struggente, viene percorsa in lungo e in largo dal soggetto in un delirio simbiotico e fusionale. In Cosa resta del padre Recalcati osserva: “la Legge non è in opposizione al desiderio, ma è la sua condizione di possibilità. In questo senso la Legge dona la possibilità del desiderio che è già possibilità dell’avvenire, possibilità di staccarsi dalla Cosa immediata del godimento, dal godimento “uniano” (unien) della Cosa” (p. 37 ).

Ecco quindi che una cosa, una sostanza, una performance, un ruolo, un’immagine di sé possono facilmente sostituire l’amore per un oggetto umano: cocaina o fisico da baby soldato rimpiazzano l’incontro faticoso con un uomo od una donne reali. Recalcati parla acutamente di una “dimensione genericamente maniacale del discorso del capitalista.” (p. 29)

Cosa resta del padre – Essere genitore oggi: una missione impossibile

In questo contesto  – si chiede Recalcati – è ancora possibile essere genitori?  Proporsi alla generazione che si affaccia per la prima volta nel mondo come un sostegno ed una guida? La crisi educativa è molto evidente nel mondo contemporaneo. I rapporti di forza si invertono. I genitori di oggi vivono nel terrore di non essere amati, sfuggono a posizione normativa e implicitamente frustrante il desiderio del figlio, inseguono un cameratismo complice e collusivo.

Siamo di fronte a processi sociali e culturali di portata planetaria, con un’accelerazione più evidente nel mondo occidentale. La psicoanalisi può essere solo testimone ed interprete di queste trasformazioni? O può aver anche una proposta? Recalcati, in Cosa resta del padre,non esita ad esporsi: è convinto che il padre giochi anche oggi un ruolo chiave nella famiglia e nella società.

Occorre però uscire da qualsiasi prospettiva nostalgica. Una mimesi degli stereotipi tradizionali può produrre solo caricature, come ci insegna la storia delle ideologie totalitariste. Osserva Recalcati: “Cosa, appunto, resta del padre? Si tratta di ripensare la sua identità non più dall’alto della gloria del suo comando infallibile o del suo potere, ma, come direbbe il giovane Marx della dialettica di Hegel, ‘dai suoi piedi’” (p. VIII). In questa prospettiva la vera funzione del padre è quella di “umanizzare la Legge, liberarla dalla violenza cieca della Legge, unire e non opporre” (p. X).

Recalcati, in Cosa resta del padre, si mostra convinto del fatto che la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra non possa avvenire “come la realizzazione di un programma cognitivo o come effetto di una retorica pedagogica” (p. 42). Solo il padre è in grado di trasfigurare una vita biologica, animale in una vita veramente umana. Solo l’interdizione del desiderio edipico, l’esperienza del limite e della finitezza umane possono aprire la via al desiderio e quindi allo sviluppo. “L’amore” osserva Recalcati in Cosa resta del padrenon può prescindere dalla dialettica del riconoscimento … dell’Altro come portatore di un nome proprio, particolare, inassimilabile alle leggi biologiche universali” (p. 63)

Amore e Mistero

Nella prospettiva di Recalcati dunque il padre, non certo solo nella sua identità fisiologica, ma inteso come funzione, come codice affettivo nel senso di Fornari (1981), è indispensabile alla costruzione di una vita simbolica, crea un’intercapedine tra desiderio e consumo dell’oggetto, crea lo spazio della fantasia del desiderio dell’oggetto. Insomma dell’amore.

Il padre apre la porta al mistero del vivere e del morire. Rimanda al Padre, al principio creatore dell’uomo e della natura. Organizza simbolicamente questo mondo in una ininterrotta relazione biunivoca con l’Altro mondo.

Per questo Recalcati ha deciso di insegnare ai suoi figli a confrontarsi con questa dimensione “la preghiera preserva il luogo dell’Altro come irriducibile a quello dell’io. Per pregare – questo ho trasmesso ai miei figli – bisogna inginocchiarsi e ringraziare” (p. 4).

Il compito educativo del padre è dunque arduo, forse impossibile. Non certo agevole è quello dell’analista: aiutare i propri pazienti a riconoscere l’amore nascosto nei goffi tentativi con cui ognuno di noi ha cercato di essere autenticamente genitore.

Fuori dal buio – aiutare e sostenere chi soffre di ansia e attacchi di panico

Il ciclo di incontri “Fuori dal Buio” promosso dall’Associazione di volontariato Insieme Onlus, con il patrocinio del Comune di Grottammare, si pone come obiettivo quello di informare, sensibilizzare e di aiutare e sostenere le persone che soffrono di ansia e attacchi di panico.
Durante le tre giornate, del 14 e del 28 Ottobre e 4 Novembre, verranno trattati temi inerenti al “terremoto”, i “disagi del nostro tempo” e i “mali dell’anima”, come le reazioni da stress dopo eventi catastrofici quali il terremoto e le difficoltà di adattamento connesse;
in che maniera questi disagi si sono amplificati nell’ultimo periodo ma, soprattutto quali sono le strategie per combatterli.
Riuscire a raggiungere quelle certezze che in determinati momenti vengono a mancare.

  • Progetto Fuori dal Buio 14/28 Ottobre – 4 Novembre 2017
  • Ore 15:00 Sala Consiliare Comune di Grottammare (AP) via Marconi, 50

 

Gli eventi catastrofici legati al recente terremoto avvenuto nel Centro Italia, e le numerose scosse che si sono susseguite, hanno portato psicologi e cittadini a fronteggiare le conseguenze psicologiche che tali avvenimenti naturali hanno creato nella popolazione. Tali calamità superano infatti l’ambito della comune esperienza e dal punto di vista psicologico rappresentano dei veri e propri Traumi che possono generare uno stato di disagio psico-fisilogico e di malessere che spesso si associa a sindrome ansiose; perché intaccano qualcosa di profondo legato all’identità sia individuale che di comunità. Inoltre incidono sulle certezze che ci siamo costruiti nella nostra quotidianità, generando preoccupazione per il futuro.

Per questi e altri motivi l’organismo è esposto ad un enorme livello di stress ed il cervello si attiva istantaneamente per tentare di ripristinare il normale funzionamento fisiologico. Questo processo naturale a volte può non avvenire linearmente e andare incontro a dei blocchi o compromissioni, ed ecco la ragione per la quale gli specialisti cercheranno di rispondere e informare la cittadinanza rispetto al tema suddetto.

Risponderanno a temi come:

  • Quali sono i fattori di protezione e quali quelli di rischio da riconoscere?
  • Quali accorgimenti adottare in taluni casi? Come poter far fronte alle sfide quotidiane?

Questi sono alcuni dei quesiti che verranno sviscerati dai professionisti che interverranno alla giornata del 14 Ottobre;

la giornata del 28 Ottobre inizierà con un approfondimento del concetto di stress e una rassegna ed analisi sui “falsi miti” diffusi sullo stesso. Verranno chiarite le differenze esistenti tra stress “negativo” e stress “positivo”, i legami tra stress e malattia (organica e psicologica) e i meccanismi attraverso i quali determinati eventi diventano stressanti per alcuni individui;

la valutazione soggettiva dell’evento e la connessione tra questa e il sistema motivazionale dell’individuo;

le strategie cognitive e comportamentali messe in atto dalle persone per fronteggiare le situazioni difficili (strategie di coping);

l’incontro proseguirà mediante l’approfondimento e l’analisi delle varie strategie di coping (centrato sul compito, sulle emozioni o sull’evitamento) e delle circostanze in cui determinate strategie di coping diventano dannose per l’individuo. L’ultima parte dell’incontro verterà sull’autostima, le sue correlazioni con il benessere e con la vita personale e lavorativa, i fattori di vulnerabilità che portano allo sviluppo di un inadeguato livello di autostima e i conseguenti processi cognitivi disadattivi. Verranno infine presentate delle linee guida per incrementare il proprio livello di autostima;

A concludere, nella giornata del 4 Novembre, quale ultimo incontro del progetto “Fuori dal Buio”,  saranno presenti specialisti non solo in prima linea nella lotta per la salute mentale ma anche pionieri nella cultura dell’auto-mutuo-aiuto, come definito anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “l’insieme di tutte le misure adottate da non professionisti per promuovere, mantenere e recuperare la salute, intesa come completo benessere fisico, psicologico e sociale di una determinata comunità”.

Verrà trattata l’importanza delle relazioni con gli altri e del sostegno reciproco; la qualità della vita e il disagio relazionale, con testimonianze dirette di membri e facilitatori dei gruppi Auto-Mutuo-Aiuto Insieme Onlus.

 

L’evento è gratuito non occorre registrarsi, alla fine degli incontri verrà rilasciato un attestato di partecipazione, durante gli incontri verrà offerto un Coffee Break

Per informazioni: Tel. 366/3623811- 342/8777135 [email protected]www.insiemedap.it

Associazione INSIEME ONLUS Ansia Attacchi di Panico Agorafobia

 

(Progetto Finanziato dal CSV MARCHE Centro Servizi per il volontariato, con il Patrocinio del Comune di Grottammare)

Relatori: Dr.ssa Clarice Mezzaluna – Dr. Lorenzo Flori – Dr.ssa Fabiana Bizzoni – Dr. Valerio Castellucci – Dr.ssa Tiziana Ciccioli – Dr.ssa Marika Ferri – Dr.ssa Emanuela Nittoli – Dr. Marco Forti – Dr.ssa Fiammetta Monte- Dr.ssa Marzullo Rosaria Laura – Dr. Pino Pini – Dr. Gianluigi Innocenti.

Scuole Partecipanti: Sipsi Società Italiana di Psicologia e Psichiatria – Studi Cognitivi – San Benedetto del Tronto –  Associazione Emdr.

Alzheimer e benessere psicologico: gli interventi non farmacologici

Tra le diverse forme di demenza, la demenza di Alzheimer è quella più diffusa e rappresenta una delle maggiori cause di disabilità, dipendenza e istituzionalizzazione per i malati e di carico e stress per i caregivers.

Giulia Cesetti – OPEN SCHOOL San Benedetto del Tronto

 

Nella popolazione anziana si assiste ad un aumento dell’incidenza di malattie croniche, tra queste la demenza. Tra le diverse forme di demenza, la demenza di Alzheimer è quella più diffusa (Cummings & Cole 2002) e rappresenta una delle maggiori cause di disabilità, dipendenza e istituzionalizzazione per i malati e di carico e stress per i caregivers (Schultz &Williamson, 1991). La demenza è un termine che descrive disturbi causati dal deterioramento cognitivo, capace di compromettere significativamente il funzionamento della persona (D’Onofrio et al., 2015).

I sintomi possono essere raggruppati in tre grandi domini: aspetti cognitivi, aspetti funzionali e sintomi neuropsichiatrici. Il declino cognitivo può coinvolgere diversi aree: la memoria, il linguaggio, l’apprendimento, le funzioni esecutive, l’attenzione, il movimento, la cognizione sociale (APA, 2013).

Demenza di Alzheimer: gli interventi non farmacologici

Allo stato attuale non esiste un trattamento capace di curare la demenza di Alzheimer (Algar, Woods & Windle, 2014), la limitata efficacia dei trattamenti farmacologici e la plasticità del cervello umano sono le due maggiori spiegazioni dell’interesse crescente per i trattamenti non-farmacologici. (D’Onofrio et al., 2016)

Gli stessi potrebbero rappresentare promettenti mezzi per incrementare il benessere psicologico e la qualità della vita delle persone con demenza; benessere e qualità della vita, infatti, nelle persone con demenza di Alzheimer, in molti casi risultano fortemente compromessi.

Nelle strutture che accolgono persone con demenza, allo stato attuale, vengono proposte diverse attività che variano per tipo ed intensità. Alcuni tra questi trattamenti non farmacologici, in pazienti con Alzheimer lieve-moderato, hanno prodotto un miglioramento del benessere fisico e psicologico, della qualità della vita e dell’integrazione sociale (Viola et al., 2011).

Una recente review (D’Onofrio et al., 2016) elenca alcuni interventi non farmacologici che potrebbero contribuire a promuovere il benessere e la qualità della vita della persona con demenza attraverso, ad esempio, una riduzione dei sintomi comportamentali.

Troviamo diverse attività di tipo cognitivo/emotivo che hanno come obiettivo quello di migliorare gli aspetti emotivi, cognitivi e le funzioni sociali nei pazienti con demenza (Finnema, Dröes Ribbe & Tilburg, 2000).

La terapia della reminiscenza è un intervento che sfrutta la naturale propensione dell’anziano a rievocare il proprio passato. Le persone vengono incoraggiate a parlare della loro infanzia e degli eventi vissuti. Alcuni studi mostrano un miglioramento nei sintomi cognitivi e depressivi (Ito , Meguro , Akanuma, Ishii , Mori, 2007; Testad et al.,2014; Wang, 2007).

La ROT (Reality orientation therapy) è una tecnica di stimolazione cognitiva finalizzata all’orientamento alla realtà (Choi & Twamley, 2013; Camargo, Justus & Retzlaff, 2015). In particolare la stessa è consigliata in pazienti con demenza lieve/moderata. La ROT può essere formale o informale. Il paziente durante le sessioni è stimolato a discutere di diversi argomenti riguardanti la routine e eventi recenti (Camargo et al.,2015; Spector, Davies, Woods & Orrell, 2000; Spector, Orrell, & Woods, 2010). Dalle prime pubblicazioni sulla ROT è cresciuto l’interesse nei confronti di questo trattamento e alcuni articoli hanno evidenziato benefici sostanziali dall’applicazione di queste strategie (Camargo et al., 2015; Spector et al.,2010; Spector, Woods,  & Orrell,2008). Sono stati implementati diversi metodi basati sulla ROT (Camargo et al.,2015; Spector et al., 2010). Studi recenti hanno messo in luce la ROT basata su nuove tecniche di stimolazione cognitiva (CST). La CST è caratterizzata, inoltre, da una stimolazione multi-sensoriale e da tecniche basate sulla reminiscenza  (Spector et al., 2008; Clare & Woods; 2004).

La Validation Therapy è un approccio relazionale che ha come obiettivo quello di ridurre lo stress e  mantenere la dignità della persona con demenza di Alzheimer. Il metodo si fonda sull’idea che sia possibile mantenere un contatto con la persona con demenza, sottolinea l’importanza della comprensione empatica. Le caratteristiche principali includono: i mezzi di classificazione dei comportamenti, le tecniche pratiche che aiutano a ripristinare la dignità, l’offerta di un ascoltatore empatico, il rispetto e l’empatia per gli anziani con demenza e l’accettazione della realtà della persona (Feil, 1992). Alcuni studi osservazionali hanno evidenziato che i partecipanti sottoposti a gruppi di validation therapy mostravano effetti positivi sulla durata e la quantità di interazione durante le sessioni di gruppo (Deponte &Missan, 2007), ma altri studi non hanno mostrato prove d’efficacia (Scanland & Emershaw, 1993).

I trattamenti sensoriali e multi sensoriali fanno riferimento a vari tipi di tecniche utilizzate per stimolare i sensi e ridurre i livelli di agitazione (Gammeltoft, 2005). Gli stimoli sensoriali utilizzati includono quelli visivi, uditivi, tattili, olfattivi e gustativi (Baker, Bell, Baker & Gibson, 2001; Vozzella, 2007).

L’arte terapia viene spesso considerata come trattamento-non farmacologico possibile per persone con demenza di Alzheimer e può rappresentare un mezzo di stimolazione importante. Disegnare e dipingere forniscono alle persone con demenza l’opportunità di esprimersi e di scegliere in termini, ad esempio, di colori e di soggetti da disegnare. Alcuni studi hanno evidenziato che l’arte terapia può essere utile nei pazienti con demenza di Alzheimer per incrementare il benessere, catturare l’attenzione e migliorare i sintomi neuropsichiatrici (Chancellor, Duncan & Chatterjee, 2014; Young,  Camic,  & Tischler, 2016).

La musico- terapia viene utilizzata per migliorare la comunicazione, l’apprendimento, la mobilità e altre funzioni mentali e fisiche delle persone (Raglio, Filippi, Bellandi,& Stramba-Badiale, 2014). Sono state sviluppate numerose tecniche di musicoterapia (Raglio et al., 2014). Le tecniche attive si basano sull’interazione diretta con il paziente, mentre le tecniche più ricettive richiedono un livello più basso di partecipazione. Gli interventi possono essere adattati ad un determinato soggetto e svolti con individui o gruppi. In alcuni studi la terapia musicale ha dimostrato di migliorare la memoria, l’orientamento, i sintomi ansioso- depressivi nei pazienti con Alzheimer lieve e moderato (Gallego & García, 2017).

Orticultura le attività della terapia orticulturale si svolgono prevalentemente all’aria aperta, invitando a stabilire un rapporto di cura e responsabilità verso gli organismi viventi. La terapia orticulturale è una terapia economica che può incrementare il benessere delle persone con demenza di Alzheimer (Blake & Mitchell, 2016). L’orticultura sembrerebbe ridurre i livelli di agitazione e aumentare le emozioni positive anche in pazienti con demenza di grado severo (Bomalaski, 2011).

Attività fisica: le attività fisiche includono diverse attività ricreative come la danza, lo sport, il teatro. L’esercizio fisico può ridurre il numero delle cadute nelle persone con demenza; inoltre produce miglioramenti per quanto riguarda la salute mentale, il sonno e l’umore (Douglas, James, Ballard, 2004).  E’ stato dimostrato che l’esercizio fisico durante il giorno riduce l’agitazione durante la notte e l’irrequietezza (Douglas et al., 2004).

La Terapia animale assistita (AAT) comunemente si basa sull’interazione tra un paziente e un animale addestrato, con un facilitatole umano, con l’obiettivo terapeutico di fornire rilassamento e piacere. Questa terapia sembra migliorare i sintomi neuropsichiatrici nei pazienti con demenza (Filan, 2006). Tali attività dovrebbero promuovere la sicurezza del paziente. Molti degli studi epidemiologici mostrano che la terapia animale assistita è una soluzione efficace per ridurre i sintomi emotivi, comportamentali, cognitivi e fisici della demenza, nonché  per aumentare l’assunzione di cibo dei pazienti e la qualità di vita percepita (Algar, Woods& Windle, 2016).

La Terapia della bambola consiste nell’utilizzo di bambole con caratteristiche particolari tali da favorire l’accudimento attivo da parte dell’anziano con un grado di demenza severo. Una recente review della letteratura ha messo in evidenza i benefici della terapia della bambola nella riduzione dei sintomi cognitivi, comportamentali ed emotivi e nell’aumento del benessere generale. Inoltre i pazienti con demenza, che avevano effettuato la terapia della bambola, erano maggiormente in grado di rapportarsi con l’ambiente circostante. (Ng, Koh, Tan & Chan, 2017)

I trattamenti non- farmacologi descritti, affinché possano risultare efficaci nel miglioramento dei livelli di benessere psicologico delle persone con demenza di Alzheimer, dovrebbero essere individualizzati sulla base dei gusti e degli interessi delle persone e dovrebbero tener conto del livello cognitivo e dello stadio della malattia. Inoltre sembrano necessari ulteriori studi in letteratura randomizzati e controllati, finalizzati ad individuare gli ingredienti specifici di questi trattamenti, capaci di determinare un effettivo incremento dei livelli di benessere psicologico e della qualità della vita nelle persone con demenza di Alzheimer.

 

 

 

Il suicidio e il mondo giovanile. A Palermo un seminario su terapia e prevenzione del suicidio in adolescenti e giovani

Il suicidio si verifica quando la realtà diviene insopportabile sofferenza e le fantasie di autoeliminazione, per evadere da tale condizione dolorosa, trovano realizzazione nell’agito. E’ un fenomeno intimo e complesso, non riducibile esclusivamente a sintomo di un disturbo mentale.

 

Il suicidio come mezzo per mettere fine ad una sofferenza troppo intensa

Si è svolto lo scorso 23 Settembre a Palermo, nella prestigiosa cornice dell’Hotel Mercure Palermo Centro, un intenso seminario di studi organizzato dallo Studio di Psicoterapia diretto dalla Dott.ssa Angela Ganci, psicologa psicoterapeuta a Palermo, con il patrocinio dall’Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia, dalla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Aleteia di Enna e dall’Associazione di volontariato Co.tu.le.vi. che si occupa di contrasto al fenomeno della violenza in tutte le sue forme e rappresentata per l’evento dall’avvocato Bartolomei, responsabile dello Sportello Antiviolenza di Palermo, tenace difensore dei diritti del detenuto a una carcerazione non afflittiva e attivo sostenitore del contrasto del fenomeno del sovraffollamento, causa documentata di suicidi nelle carceri.

Attraverso uno spaccato variegato che ha toccato i diversi contesti in cui l’atto suicidario può verificarsi, dal modernissimo fenomeno del Blue Whale agli eventi traumatici a vario titolo costituenti fattori di innesco di dinamiche psichiche esitanti nel suicidio (come il cyberbullismo), la giornata di studio si è proposta di stimolare spunti di riflessione sulla prevenzione e il contrasto, da parte di operatori e famiglie, dell’atto auto-soppressivo per antonomasia, che può rappresentare sia l’espressione di emozioni a sfondo depressivo, che una scelta estrema indipendente da qualunque disturbo psichico.

Il suicidio si verifica quando la realtà diviene insopportabile sofferenza e le fantasie di autoeliminazione, per evadere da tale condizione dolorosa, trovano realizzazione nell’agito. E’ un fenomeno intimo e complesso, non riducibile esclusivamente a sintomo di un disturbo mentale – aprono i lavori Giovanbattista Maggì, psichiatra psicoterapeuta e Alessandra Stringi, psicologa psicoterapeuta – il suicidio ha la proprietà di non essere prevedibile o difficilmente prevenibile per i familiari, i vicini, il clinico, anche se bisogna comprendere la sofferenza che sottende l’atto suicidario per fare tutto ciò che è necessario al fine di far uscire chi ha un’ideazione suicidaria da tale condizione”.

Il suicidio come desiderio progressivo e inalienabile di porre fine a un intollerabile senso di sofferenza e l’autolesionismo come atto lesivo in grado di evolvere in suicidio vero e proprio e dove il ruolo delle fantasie di abbandono riveste un’importanza decisiva.

La paura di essere abbandonati in quanto indegni, cattivi, è all’origine nel paziente borderline del ricorso alle autolesioni come tagli e bruciature che diventano una fonte di sollievo più rapida di qualunque altro intervento terapeutico, poiché fermano l’ansia temporaneamente – spiega Angela Ganci – Il ruolo della psicoterapia è potenziare quelle abilità in cui il paziente risulta carente, in particolare la regolazione delle intense emozioni negative, anche nell’ottica di prevenire che l’autolesionismo esiti in suicidio vero e proprio. In tale ottica risulta di notevole efficacia la terapia dialettico-comportamentale (DBT) di Marsha Linehan, trattamento a orientamento cognitivo-comportamentale integrato”.

Autolesionismo come punizione autoinflitta, a cui dare attenzione nel suo possibile esitare in suicidio, ma anche da comprendere come atto comunicativo: le ferite rendono evidente la propria sofferenza, insieme fisica, e psicologica agli altri, e in un certo senso rappresentano un alleato per operatori e famiglie” chiarisce Marilena Pipitone, psicologo psicoterapeuta.

Il ruolo delle famiglie

E proprio sul ruolo delle famiglie si è incentrato l’intervento congiunto di Maria de La Luz Falcon, psicologa psicoterapeuta, e Antonino Leonardi, pedagogista, nell’esame del ruolo della rete come ambiente suscettibile di stimolare condotte autolesive e suicidarie.

Assistiamo oggi a forme nuove di bullismo, una violenza costituita da offese, parolacce e insulti, derisione per l’aspetto fisico o per il modo di parlare, diffamazione, aggressioni fisiche, che viaggiano sul Web con maggiore incisività, seguendo l’adolescente al di fuori delle mura di casa o dell’aula scolastica. Alcuni segnali a cui le famiglie devono fare attenzione sono l’isolamento, il diminuito o mancato interesse per le relazioni interpersonali, rabbie immotivate, nello stesso tempo insegnando un uso consapevole del web, proteggendo la propria privacy e autoproteggendosi dai molestatori online, espressione di un buon livello comunicativo e sostegno reciproco che evita la ricerca nei social network del supporto emozionale”.

Il fenomeno del Blue Whale

All’interno delle difficoltà relazionali e degli stili di attaccamento si deve ricondurre il fenomeno del Blue Whale, tuttora fonte di dibattito scientifico, nell’analisi condotta dal Prof. Tullio Scrimali, Professore di Psicologia Clinica, Università di Catania, Fondatore e Direttore di ALETEIA, Scuola di Specializzazione in Psicoterapia di Enna.

Il profilo del giocatore di Blue Whale sembra riconducibile a quello di chi ha esperito un attaccamento ansioso evitante, caratterizzato da bassa autostima, tendenza all’isolamento, con una dipendenza relazionale nei confronti di presunti leader. Ecco che le vittime di Blue Whale soccombono alla fascinazione di una subcultura basata sull’ideale di liberare se stessi dall’infelicità della vita, costruendo un senso positivo del suicidio, utilizzando autolesionismo e dolore come modulazione delle emozioni negative. Se a questi elementi si uniscono specifici aspetti legati alle neuroscienze indotti dal Blue Whale come la deprivazione del sonno e la sovrastimolazione sensoriale, un modello possibile di trattamento e prevenzione che mi sento di proporre si fonda su seguenti steps: rottura dell’isolamento e istituzione di relazioni e soprattutto della relazione terapeutica, ristoro al cervello con riposo e ristabilimento dei ritmi circadiani, miglioramento dell’autostima, committment”.

Sane relazioni sociali, insieme alla garanzia di dignitose condizioni di vita, la cui compromissione grava sul benessere personale e relazionale conducendo ad atti suicidari, come accade nelle forme di disperazione conseguenti alla perdita del lavoro.
Assistiamo sempre più spesso a suicidi collegati alla perdita del lavoro– conclude il ventaglio di contesti Letizia Puccio, psicologa psicoterapeuta – Una scelta dettata da un’intollerabile percezione di fallimento, di compromissione del benessere dei propri cari, come evento critico che mette in discussione le proprie certezze esistenziali, e che lo Stato deve fronteggiare con adeguate politiche di reinserimento lavorativo e di incremento dell’offerta di lavoro che restituiscano una dignità e una sicurezza che il lavoro assicura in termini materiali, ma anche di autostima e senso di utilità personale e sociale”.

Psicologia Buddhista e Terapia Cognitivo Comportamentale (2016) – Recensione

Psicologia buddhista: Un valido aiuto per i terapeuti CBT che si vogliono addentrare nell’origine delle terapie di terza ondata. Un manuale di circa 300 pagine ricco sia di evidenze empiriche e ricerche recenti, sia di filosofia e tradizione buddhista.

 

La psicologia buddhista

A partire dalla cultura degli anni ’60 e dall’espansione di Internet, le pratiche come lo yoga, la meditazione buddhista e le altre filosofie delle religioni orientali hanno pervaso la medicina occidentale e la cultura popolare.

A seguito di queste tendenze anche nella psicoterapia (soprattutto nell’ambito della CBT) è emersa una nuova linea e queste nuove terapie attingono ai metodi più efficaci e testati delle precedenti psicoterapie, espandendo così la tradizione cognitivo-comportamentale “attraverso l’elaborazione di una nuova comprensione della natura del pensare, del sentire e del fare.”

Il libro “Psicologia Buddhista e Terapia Cognitivo Comportamentale” è un libro sia teorico che “pratico” (nel senso che sono descritte numerose pratiche all’interno) che nasce con lo scopo, direi piuttosto riuscito, di avvicinare alcune delle terapie di terza ondata a tutto quello che è il background nel quale – alcune di queste terapie- affondano le proprie radici, ovvero la psicologia buddhista definibile sia come una tradizione di tecniche psicologiche sia come una filosofia applicata della mente la cui origine si colloca almeno 2600 anni fa, all’interno del Buddhismo (non nella sua accezione religiosa) con l’intento di aiutare le persone a liberarsi dalla sofferenza.

Le affinità tra la psicologia buddhista e le terapie di terza ondata del cognitivismo

Il punto di forza del testo è certamente la qualità scientifica con il quale è stato scritto e descritto. Si cita la più recente letteratura e soprattutto si parla un linguaggio da e per psicologi cognitivi riscoprendo una enorme affinità tra la più antica tradizione buddhista e la terapia cognitivo comportamentale. La mission del libro è sia quella di creare un ponte tra i due mondi sia quella di parlare in termini più scientifici possibili di impermanenza, accettazione, compassione, impegno e amorevolezza.

Salta agli occhi la tenacia con la quale gli autori hanno cercato di percorrere i binari delle differenze e analogie tra la psicologia buddhista e quella scientifica condividendo senza giri di parole il fine ultimo di entrambe che è la riduzione della sofferenza.

La Mindfulness di Kabat-Zinn (1991), l’ ACT (Acceptance and Commitment Therapy, Hayes, 2004) e la CFT (Compassion Focused Therapy, Gilbert 2010) vengono raccontate dall’ottica degli insegnamenti della psicologia buddhista.
Strumenti sia teorici, che pratici vengono descritti per ritrovare parallelismi, similitudini e differenze tra le varie discipline fornendo un contesto più ampio per una maggiore e più profonda comprensione.

Il libro si articola in 8 capitoli; Il filo conduttore è la comprensione del terreno di mezzo tra psicologia buddhista e alcune terapie di terza ondata mediante esercizi e “pratiche” che consentono al lettore di fermarsi e di sperimentare in prima persona quello che è il nucleo delle discipline.
Piuttosto che descrivere la pratica buddhista ortodossa, il libro presenta i concetti, le meditazioni e gli esercizi che sono particolarmente rilevanti per l’integrazione tra la psicologia buddhista e la CBT.

Il primo capitolo parte dalle basi introduttive di quelle che sono le relazioni tra la psicologia buddhista e la CBT cominciando dal primo grande punto in comune che è la cura della sofferenza umana da una prospettiva il più “empirica” possibile. Sia la CBT che la psicologia buddhista invitano a coltivare la coscienza del momento focalizzandosi sull’esperienza, al fine di eliminare l’influenza delle convinzioni deliranti e delle emozioni distruttive (Dalai Lama, 1991; Kwee, Gergen & Koshikawa, 2006).”

Il capitolo secondo comincia a introdurre la terminologia buddhista parlando delle quattro nobili verità, del concetto di dharma e del processo grazie al quale Siddartha ha potuto raggiungere il cammino per la liberazione dalla sofferenza. Le nobili verità vengono tradotte nel linguaggio CBT in una modalità che non risulta in nessun modo forzata ma più che scorrevole e legittima con l’aiuto di alcuni dialoghi esemplificativi tra paziente e terapeuta e di una terminologia cara ai cognitivisti che si basa su meccanismi quali apprendimento ed evitamento.

Il capitolo terzo e quarto traducono le pagine precedenti in comportamenti nella veste di “intervento della Via di Mezzo” (un insegnamento buddhista che cerca di non portare mai eccessi nella vita, né in un senso né nell’altro, per nulla lontano dagli obiettivi della psicoterapia cognitiva): dalla retta parola, alla retta azione, alla retta sussistenza, al retto sforzo, alla retta presenza mentale, fino alla retta concentrazione; tutto è accompagnato da esercizi già noti e utilizzati nelle terapie e nelle pratiche come l’ACT, la CFT e la Mindfulness ma ben inseriti nel contesto più ampio nel quale vengono trattati.

Il capitolo quinto si occupa della Mindfulness in modo più originale, dalla prospettiva della psicologia buddhista che fa della mindfulness uno dei cardini centrali. Mindfulness che viene pensata come una forma di meditazione che aiuta a comprendere la vera natura dell’esistenza attraverso tre indicatori: l’impermanenza, il non-sè e la sofferenza.

Il sesto capitolo apre la strada al concetto di compassione che verrà sviscerato abbondantemente e da tutti i punti di vista nei capitoli seguenti che possono rappresentare un buon compendio della CFT; dalla formulazione del caso, alle basi teoriche agli esercizi pratici in integrazione alla pratica della mindfulness.

Viene dato spazio alla spiegazione sia di quelli che sono gli aspetti centrali della CFT, sia alla compassione dal punto di vista del Buddha e dei suoi insegnamenti, sia dalla più recente e rigogliosa prospettiva delle neuroscienze.

Ampio rilievo, nel capitolo ottavo, viene dato all’auto-compassione (Mind-Self-Compassion). Anche in questo caso pratiche come la meditazione di metta o l’esercizio del sé compassionevole vengono illustrate passo passo.

Il nono capitolo ha l’accattivante titolo “evidence based a supporto dell’intervento della Via di Mezzo” che pare mettere insieme sacro e profano e risulta, invece, essere un capitolo che riassume come i due linguaggi siano così simili anche in termini di prove d’efficacia.
Ad oggi non esiste una ricerca su un approccio globale alla CBT focalizzata sulla psicologia buddhista; tuttavia quest’analisi si propone come un compendio comparativo, piuttosto che dichiarativo, che risulta utile per tutti i professionisti che hanno a che fare con queste discipline.

L’ultimo capitolo mostra invece il versante che più allontana le discipline, ovvero come coniugare il concetto di illuminazione e di “mente illuminata”, in ottica buddhista, all’interno della CBT.
Si cerca di tirare le fila rispetto a tutto quello affrontato nel libro per fornire una visione “comune” tra la psicologia buddhista e la terapia cognitiva attraverso una formulazione del caso esemplificativa.

Gli autori del manuale sono Dennis Tirch, tra le altre cariche è direttore del CFT di New York (il che aiuta a comprendere l’ampio spazio dedicato alla compassione nel manuale), Laura R. Silberstein, direttore associato del CFT e Russel L. Kolts , professore a Washington e si occupa, nella ricerca e nella clinica, anch’egli di compassion therapy.

Identità sociali complesse e benessere: le correlazioni

L’ identità sociale complessa diviene fonte di benessere individuale nella misura in cui le sottounità sociali da cui è composta si amalgamano fra loro e nessuna di esse determina fenomeni di esclusione sociale.

 

Le differenziazioni e le diversificazioni sociali e culturali, presenti nella maggior parte delle società occidentali, hanno avuto origine dai processi di mobilità sociale interni, dai movimenti migratori fra nazioni differenti, dagli sviluppi della globalizzazione in ambito economico e commerciale. Il polimorfismo etnico e culturale ha modificato il costrutto di sé che ogni individuo ha, essendosi tale cognizione arricchita di parametri che nella eterogeneità hanno il loro paradigma fondante. Le differenti e polimorfe percezioni di sé, che gli individui sviluppano allorquando vivono in tali contesti sociali variegati, si ripercuotono sul costrutto di benessere individuale. In altri termini, il polimorfismo sociale connota in maniera differente gli archetipi del senso di benessere personale. Roccas e Brewer hanno elaborato il concetto di identità sociale complessa, un paradigma che accoglie la multietnicità e la multiculturalità delle identità degli uomini contemporanei. L’ identità sociale complessa diviene fonte di benessere individuale nella misura in cui le sottounità sociali da cui è composta si amalgamano fra loro e nessuna di esse determina fenomeni di esclusione sociale

Keywords: contesto sociale, identità sociale complessa, benessere individuale.

 

Le differenziazioni e le diversificazioni sociali e culturali, presenti nella maggior parte delle società occidentali, hanno avuto origine dai processi di mobilità sociale interni, dai movimenti migratori fra nazioni differenti, dagli sviluppi della globalizzazione in ambito economico e commerciale.

In virtù di questa evoluzione avvenuta negli ultimi tempi, il contesto sociale degli stati odierni è profondamente mutato, divenendo variegato e complesso. Tutto questo ha avuto i suoi riverberi sulle identità individuali. In altre parole, il polimorfismo etnico e culturale ha modificato il costrutto di sé che ogni individuo ha, essendosi tale cognizione arricchita di parametri che nella eterogeneità hanno il loro paradigma fondante (Crisp e Hewstone, 2006). In pratica, si sono create delle identità sociali multiformi, derivanti dalla commistione di differenti tipizzazioni identitarie e di categorie sociali un tempo non sovrapponibili (Crisp e al., 2001).

Le differenti e polimorfe percezioni di sé, che gli individui sviluppano allorquando vivono in tali contesti sociali variegati, si ripercuotono sul costrutto di benessere individuale. In altri termini, il polimorfismo sociale connota in maniera differente gli archetipi del senso di benessere personale (Cross e al., 2003).

Identità sociale e benessere psicologico: uno sguardo alla letteratura

Le ricerche fin qui svolte associano questa poliedrica identità sociale all’incremento di alcuni parametri, che contraddistinguono cognitivamente il senso di benessere. Nello specifico, un’ identità sociale multiforme incrementa l’equilibrio emotivo (Jetten e al., 2010), implementa la resilienza (Jones e Jetten, 2011), migliora la qualità della vita (Haslam e al., 2008) e potenzia la capacità di fronteggiare lo stress (Iyer e al., 2009).

Per spiegare queste positività, Jetten e al. (2012) hanno ipotizzato che l’appartenenza a più gruppi sociali determina un’implementazione delle interazioni sociali e questo probabilmente incrementa le risorse interiori dell’individuo. Condizione necessaria perché tutto questo si realizzi è la complementarietà dei vari gruppi sociali di appartenenza. In altri termini, se l’individuo fa parte di più gruppi sociali, questi devono essere sintonici fra di loro. Nel caso in cui ci sia distonia non si realizza la positività sopramenzionata (Brook e al., 2008).

L’ identità sociale complessa

Roccas e Brewer (2002) hanno elaborato il concetto di identità sociale complessa, un paradigma che accoglie la multietnicità e la multiculturalità delle identità degli uomini contemporanei. A livello ontogenetico, l’ identità sociale complessa origina dalle diverse categorie sociali a cui l’individuo sente di appartenere. In pratica, essa nasce dalla sovrapposizione di più categorie – tipologie identitarie (Schmid e Hewstone, 2011).

L’ identità sociale complessa può palesarsi attraverso due morfologie, ovvero una a bassa strutturazione ed un’altra ad alta strutturazione. La prima è costituita da un numero esiguo di categorie sociali, che appaiono comunque non organiche una con l’altra. A creare l’ identità sociale complessa ad alta strutturazione concorrono più categorie sociali, che appaiono ben amalgamate fra loro. Secondo questo paradigma concettuale, affinché l’ identità sociale complessa possa dare un senso di benessere individuale, le categorie sociali, in essa racchiuse, devono avere lo stesso peso. In altri termini, nessuna di esse deve essere predominante e soprattutto, secondo l’ipotesi di Brook e al. (2008), l’individuo deve avere la percezione che le categorie sociali che compongono la sua identità sociale complessa siano compatibili fra loro.

In una recente ricerca Sǿnderlud e  al. (2017) hanno voluto indagare le relazioni esistenti fra identità sociale complessa e il benessere percepito dall’individuo. Essi sono giunti alla conclusione che esiste una relazione diretta fra identità sociale complessa ad alta strutturazione e benessere percepito. Perché questo possa verificarsi, nessuna delle singole categorie sociali che compongono l’ identità sociale deve essere oggetto di stigma sociale.

In conclusione, l’ identità sociale complessa, che caratterizza gli individui delle società odierne, multietniche e multiculturali, diviene fonte di benessere individuale nella misura in cui le sottounità sociali da cui è composta si amalgamano fra loro e nessuna di esse determina fenomeni di esclusione sociale.

Intesa Sanpaolo ha provato a cambiare: sbagliando si impara

Dopo il successo riscosso online dal video con protagonista la direttrice di sportello di Intesa Sanpaolo Katia e il suo team – ad eccezion fatta dell’indisposto Fabio, divenuto temporaneo eroe del Caso – e dal video della filiale di Genova della stessa banca, urge una breve riflessione riguardo a queste iniziative, tanto care alla psicologia del lavoro, impiegate come strumento di team building e per offrire un’immagine nuova, migliore dell’azienda.

 

Faccio una premessa. Non sono uno psicologo del lavoro, né un business coach. Tuttavia, come parte della specie “psicologi”, mi sento chiamato in causa, poiché i destinatari ultimi di questi progetti sono esseri umani e quando subentra quell’ormai celebre gogna mediatica che fa star male la gente, è giusto offrire un supporto, ridimensionare l’accaduto, cercando anche di approfondire i motivi che muovono le aziende a sviluppare e applicare queste metodologie.

Guardando il primo video, all’inizio ho sperimentato le stesse sensazioni (credo) di molti: ero divertito, infastidito, disgustato, impressionato, sconfortato e poi triste. Triste.

Pareva quasi che il povero Fantozzi ci avesse azzeccato, anzi, come scritto da alcuni “che ci fosse andato leggero”. Alla mente affioravano pensieri automatici come “ma guarda te cosa gli tocca fare per uno stipendio” e “non vorrei essere nei loro panni”. Ma su questo pensiero ci arriveremo a breve. Dopo decadi passate ad applicare in maniera scriteriata metodologie e strategie dai parziali, per non dire opinabili, risultati come il Management by Objectives (MBO), la Programmazione Neuro Linguistica (PNL) e dopo la pubblicazione di splendidi libri, come quello di Michela Marzano che è “Estensione del dominio della manipolazione”, dovremmo avere sviluppato un occhio critico nei confronti di un certo modo di condurre gli affari e di relazionarsi alle risorse umane. Questo è ciò che pensavo. Una riflessione banale, viscerale, a carattere globale e dettata dal momento.

Nel frattempo il video di Katia & Co. dilagava e come un boomerang colpiva a ripetizione chi aveva preso parte a quella iniziativa. Poi venne pubblicato il secondo video, quello della filiale di Genova. E giù a ridere. Questi “addirittura” avevano vinto il premio, perché ne esisteva uno, per il miglior progetto.

Poi qualcosa è cambiato. Il secondo pensiero automatico di cui sopra si è fatto largo sempre più nella mia mente, si è consolidato, l’arousal normalizzato e sintonizzatomi emotivamente con i protagonisti del video, non potevo che provare sconforto. Oltre al faticoso lavoro svolto per recitare e registrare il video queste persone, da lì a poco, avrebbero dovuto fronteggiare sfottò provenienti da ogni dove.

Così mi sono tuffato nel web, per capire cosa l’Italia stava pensando di questi progetti e ho rintracciato degli articoli interessanti. Accanto ai portali affezionati al click bait e alle notizie flash, (r)esiste una parte del web che analizza le notizie e dove fioriscono i pensatori dai toni moderati.

Uno di questi mi è parso Enrico Sola, che firma un articolo su Il Post. In realtà, non condivido la maggior parte dei suoi punti, tuttavia celebro la sua ampiezza e la qualità dell’analisi. Sola, dà la colpa ai frame, alla forma, ovvero il concetto stesso di quel tipo di progetto portato avanti dalle aziende, risparmia invece gli attori e i loro contributi, che risultano maldestri ma in fondo perché non sinceramente sentiti e dettati dalla paura, magari, di perdere il posto di lavoro.

Non condivido. Penso che la frase che meglio riassume il mio pensiero è: “qualcuno sta provando a fare qualcosa”. Un esempio potrebbe essere cominciare ad implementare delle teorie di successo di alcuni business coach. Ora vi spiego.

I dati riguardo il valore sul mercato del coaching evidenziano un gap importante tra l’Italia e il resto del mondo: da noi è stimato per circa 25-30 milioni di euro, complessivamente nel mondo vale 3 miliardi. E’ chiaro che la presenza di questi servizi nelle nostre aziende è veramente rara, siamo dei neofiti in questo campo e ci vorrà del tempo (ma soprattutto molti tentativi) per implementare determinate strategie con efficacia.

Non è un mistero che la qualità di vita al lavoro dei dipendenti italiani non sia un granché. All’estero qualcuno se la passa meglio e forse è arrivato il momento di avvicinarsi ai case studies, di guardare con occhio curioso a quello che qualcuno già fa (e che funziona!) e, infine, provare a replicare le stesse tecniche, consapevoli che il contesto del Bel Paese è acerbo per queste iniziative, meno dinamico e ossessionato da temi ben diversi (ad es., contratto a tempo indeterminato) che la realizzazione di sé sul posto di lavoro.

 

Ma passiamo oltre i dati, torniamo al caso in questione, in tal modo forse riuscirò a spiegarmi.

Innanzitutto il video faceva parte di un progetto realizzato ad uso interno, non era pensato per diventare una campagna pubblicitaria. Insomma, l’ennesimo strumento per fare team-building, portato avanti con l’intenzione di valorizzare i legami tra le persone e il servizio offerto da un essere umano più che un’istituzione, conditio sine qua non per una buona performance (alla fine si arriva sempre qui).

Volete la prova che questi progetti hanno un impatto positivo sulle aziende e sui loro lavoratori ? Bene, vi presento Simon Sinek, business coach seguito da quasi un milione di persone solo su Facebook, autore di diversi libri, consulente presso Apple, Microsoft, il governo americano, e altri ancora.

Sinek parla del Golden Circle, fondamentalmente tre cerchi concentrici denominati – dall’interno verso l’esterno – WHY, HOW e WHAT, tre categorie fondanti la comunicazione, ma anche l’essenza stessa, di un’azienda. Riflettendo sulle teorie di Sinek, quello che emerge è una prospettiva nuova, dove le aziende sono intrinsecamente motivate ad ispirare i propri dipendenti e ad interessarsi a loro poiché validi membri in un gruppo, spiega di conseguenza perché i dipendenti rincorrano aziende simili. Il motivo di questa scelta, secondo questo autore, è che i dipendenti, i clienti e l’azienda stessa condividono lo stesso WHY (le credenze, i valori, gli obiettivi). I leaders (i.e., managers, responsabili) non manipolano i loro followers ma li ispirano, li formano, li guidano e cercano di farli realizzare. Il leader non gestisce il lavoro, gestisce le persone che a loro volta gestiscono il lavoro. C’è una bella differenza. Così facendo si sposta il focus attentivo sulle competenze relazionali, e non tecniche, del leader.

Capisco che questa sia una retorica lontana dalla forma mentis italiana, che alle volte ci fa venire il mal di pancia e la nausea. E’ altresì vero che queste metodologie ripagano, il dipendente e l’azienda. L’azienda cresce, le persone lavorano meglio e con più passione, sono più felici.

Certo. I video di Intesa Sanpaolo non raggiungono questi obiettivi. Sono tentativi abbastanza rozzi che portano a risultati imperfetti e magari nel tempo peggiorativi della Quality of Work Life dei dipendenti, i quali per ora, in fin dei conti, non sembrano così convinti di ciò che stanno facendo.

Tuttavia molte aziende italiane cercano di rinnovarsi e si avvicinano a nuove teorie riguardo alla gestione del personale, della comunicazione e tentano di definirsi in maniera diversa. Questo gli va riconosciuto. La domanda finale quindi è: rimaniamo ancorati all’idea che l’azienda è solo un posto dove dobbiamo recarci, fare il nostro lavoro e tornarcene a casa oppure, posto il problema dei logoranti ambienti di lavoro italiani, vogliamo sperimentare un nuovo modo di intendere il nostro posto di lavoro, i nostri colleghi, i nostri superiori, magari utile a farci sentire meglio? Cambiamento o status quo?

Ho letto con grande piacere lo stato della pagina Facebook di Intesa Sanpaolo del 6 ottobre che, tra le altre cose, affermava: “…Katia non è mai stata sola, in nessun momento di queste giornate, il nostro Consigliere Delegato Carlo Messina l’ha immediatamente sentita, le ha parlato, le ha comunicato la sua vicinanza e quella di tutta Intesa Sanpaolo…”. Poco dopo la pubblicazione dell’ormai celebre video, l’azienda ha reso noto che non ci sarebbero state né sospensioni né licenziamenti.

Non è forse questo che l’azienda vuole trasmettere ai suoi dipendenti? Non era questo l’obiettivo del progetto, ovvero costruire dei team, un clima dove si respiri sicurezza, protezione, partecipazione ad un gruppo che, all’occorrenza, ci tende la mano come i membri di una famiglia? Intesa Sanpaolo ha davvero dato prova del fatto che “ci mette il cuore” e tratta i suoi dipendenti con rispetto. Insomma, ricollegandoci alle idee di Sinek, mi sembra che il WHAT (i video) di Intesa Sanpaolo sia perfettamente coerente con il suo WHY, condizione posta come imprescindibile dall’autore per un’azienda affidabile, quindi meritevole di loyalty da parte dei suoi dipendenti.

Purtroppo, come tante volte accade, se si decontestualizza un progetto lo si fa subito apparire grottesco e meritevole quantomeno di una fragorosa risata e di una condivisione sui social, atta a schernire – ma sopratutto a prendere le distanze – da chi pensa e agisce in un certo modo.

Immaginate di decontestualizzare un discorso di un politico, la recita di un attore, una qualsiasi azione umana. Il risultato è lo stesso.

Penso che le motivazioni che muovano questi progetti siano lodevoli e la loro messa in pratica, anche quando tragicomica perché decontestualizzata o perché gli attori sono alle prime armi, debba godere dello stesso rispetto che riserviamo ad una coppia imbranata che muove i suoi primi passi in una pista da ballo. Alla fine ci stanno provando! Miglioreranno, ma la direzione è giusta.

Ripercorrendo la storia della psicologia è facile trovare strafalcioni e teorie strampalate. Ma il progresso implica tutto questo. Il coaching e la psicologia del lavoro si confrontano tutti i giorni con realtà complesse come le aziende, delle vere e proprie gestalt, dove entrano in gioco vissuti individuali e dinamiche relazionali, e mettono al loro servizio tutto il know-how che hanno, sono disposti a rivedere i loro metodi, rincorrendo non solo il profitto, ma anche il miglioramento della qualità degli ambienti.

In tutto questo, comprendo – più di quanto vorrei – la difficoltà ad impedirci il risolino spontaneo al primo approccio con questi materiali (video), ma obbligarci a riuscire in questo significa progredire come membri di una società, indirizzata al reciproco rispetto piuttosto che al bullismo digitale, strumento che infine persegue lo scopo di rinsaldare in maniera precaria la nostra identità (o ingigantire il nostro ego?) e a distinguerci da queste “pochezze”.

Alla fine, per citare il comico americano Louis C.K, Here’s what I think.

Non me ne vogliate.

 



https://www.youtube.com/watch?time_continue=8&v=4bfTMqiMugc

Eroina: la storia, gli effetti e le differenti tipologie della sostanza – Introduzione alla Psicologia

L’ eroina provoca, in coloro che la assumono regolarmente, diversi effetti tra i quali il più noto, e anche il più appetibile, è un senso di euforia, detto rush, che induce gli eroinomani alla costante ricerca della sostanza.  L’uso abituale della stessa provoca dipendenza e assuefazione. In caso di overdose, senza un immediato intervento medico, il rischio di morte è elevato.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

L’ eroina, stupefacente estremamente potente, deriva dalla morfina, principale alcaloide estratto della pianta del papavero da oppio, Papaverum somniferum. L’ eroina, pertanto, è un oppiaceo, ovvero un derivato dell’oppio

L’ eroina provoca, in coloro che la assumono regolarmente, diversi effetti tra i quali il più noto, e anche il più appetibile, è un senso di euforia, detto rush, che induce gli eroinomani alla costante ricerca della sostanza. L’uso abituale della stessa provoca dipendenza e assuefazione. In caso di overdose, senza un immediato intervento medico, il rischio di morte è elevato.

Eroina: origine del nome

Il termine eroina deriva dalla parola tedesca “heroisch”, che significa “eroico”, “potente” o “valoroso”. Tale termine fu usato per definire questa sostanza riconosciuta come un analgesico più efficace della morfina. Chimicamente è definita diacetilmorfina o diamorfina. Nel gergo dei tossicodipendenti, l’ eroina è conosciuta anche con i termini di “skag” e”junk”.

Storia dell’ eroina

Nel 1874 in Germania, Alder Wright, ricercatore britannico, riuscì a sintetizzare chimicamente dall’oppio una nuova sostanza: l’ eroina. Questa scoperta, però, ebbe poco successo e per quasi un ventennio non se ne parlò più poiché alcuni farmacologi, dopo avere sperimentato la molecola sulla rana e sul coniglio, ne decretarono l’inutilità clinica e così la diacetilmorfina, o eroina, cadde nel dimenticatoio.

Il 21 agosto del 1897 il chimico della Bayer, Felix Hoffmann scoprì che il processo di acetilazione degli alcaloidi naturali poteva originare composti meno tossici e più attivi, ovvero nuove molecole, più costose e redditizie del prodotto originale. Il successo dell’ eroina, però, è legato anche al suo nome, Heroin, che suggerisce l’idea dell’invincibilità e della grandezza.

Inoltre, tra il 1899 e il 1905 vennero pubblicati 180 lavori clinici sull’ eroina che includevano almeno 10.000 pazienti. Nessuno, però, parlava di dipendenza iatrogena probabilmente perché l’ eroina era somministrata in piccole dosi. Dopo alcuni anni dalla sua introduzione sul mercato clinico l’ eroina fu usata per le patologie respiratorie, per l’angina pectoris, l’insufficienza miocardica, l’aneurisma aortico, la disfagia, il cancro dello stomaco, l’influenza, la sclerosi multipla, le malattie ginecologiche (tamponi impregnati di eroina), il parto, la ninfomania e la narcosi. Nel 1899 la Bayer esportava l’ eroina in ventitré paesi.

Fino al 1913 la produzione annuale era limitata ad una tonnellata. Nel 1921 il Congresso medico riconobbe la pericolosità delle droghe ed emanò il Dangerou0s Drugs Act (legge contro le droghe pericolose). Questa nuova legge rese illegali gli acquisti di droghe da banco (non richiedenti prescrizione medica). Oggi l’uso medico dell’ eroina è legalmente autorizzato solo in Inghilterra, Belgio, Canada, Irlanda, Malta e Svizzera.

Tipi di eroina

Esistono diversi tipi di eroina che si differenziano per la qualità, per il tipo di impurità che presentano e per le sostanze da taglio che sono state aggiunte durante o dopo la produzione. I tipi più comuni sono l’ eroina bianca e l’ eroina base (Brown sugar).

L’ eroina bianca è un cloridrato di diamorfina ed è prodotta in Birmania, Laos e Thailandia. È la più pura tra quelle esistenti nel mercato ed è chiamata anche eroina nº 4 perché richiede 4 processi di raffinazione contro i 3 dell’ eroina base (brown sugar). Il quarto processo, la trasforma in sale (cloridrato), la rende molto più pura e maggiormente solubile in acqua. Questa fase di produzione è molto delicata e pericolosa poiché avviene attraverso l’ausilio di eteri, soggetti a esplodere con facilità.

L’ eroina bianca, essendo un sale, brucia con maggiore facilità dell’ eroina base ed i suoi effetti sono quindi notevolmente smorzati se è fumata. Per la sua facile solubilità nell’acqua, non sono richiesti agenti chimici per scioglierla come acido citrico, acido ascorbico, limone o aceto. È invece necessario mischiarla con l’acqua e scaldarla per disperderne le impurità.

L’ eroina base è un alcaloide, è detta anche diamorfina base e brown sugar, è meno pura dell’ eroina bianca e viene prodotta principalmente in Iran, Pakistan, India, Nepal e, soprattutto, in Afghanistan. Essa è chiamata anche eroina nº 3 perché richiede 3 processi di raffinazione. L’ eroina base, che presenta un colore marrone, non è un sale come quella bianca, e di conseguenza non è facilmente solubile in acqua. A parità di quantità consumata, la bianca è molto più forte rispetto alla base, che invece brucia a temperature più basse e può essere fumata con minore dispersione. L’ eroina base è prodotta con maggiore facilità e non richiede tutti gli accorgimenti necessari per produrre la bianca.

Per le iniezioni, l’ eroina base non si scioglie facilmente e ha bisogno di essere scaldata insieme all’acqua per un lasso di tempo adeguato. Per diventare un sale e sciogliersi deve essere inoltre mischiata con un agente chimico come acido citrico, acido ascorbico, limone o aceto in quantità adeguate per non causare danni alle vene. I primi due sono più puri e procurano meno effetti collaterali, mentre limone e aceto spesso contengono batteri come la candida che possono procurare endocardite e endoftalmite. Per le sue caratteristiche è quindi più adatta ad essere fumata, un tipo di consumo molto diffuso nel mondo che riduce i pericoli di overdose. Per evitarne la dispersione, i fumatori la consumano pura mettendone una linea su una stagnola che è scaldata lentamente aspirando il fumo con una cannuccia o una banconota arrotolata.

Esistono anche altri tipi meno diffusi, come l’ eroina Rosa, proveniente dalla Malesia, nota come Penang PinK; la Cobret, forma di eroina tagliata con degli additivi che permettono alla sostanza di fondere se scaldata su di un foglio di alluminio con una fiamma, vaporizzare e poi inalata.

Modalità d’assunzione

L’ eroina può essere assunta in diversi modi:

  • iniettata
  • inalata o aspirata
  • fumata.

Il metodo d’assunzione più diffuso è l’iniezione, chiamata “buco” o “pera”. L’ eroina in polvere è fatta sciogliere in un cucchiaino d’acqua calda con l’aggiunta di un agente chimico. In seguito, il liquido è filtrato, per eliminare residui solidi, e iniettato per via endovenosa, o intramuscolare, con una siringa da insulina. L’ eroina può esser anche sniffata o fumata sotto forma di polvere, oppure bruciata su una lastra per inalarne i fumi. Queste modalità d’assunzione sono scelte per evitare i rischi di infezione legati alle iniezioni, ma anche nell’errata convinzione che conducano meno facilmente alla dipendenza dalla sostanza. In ogni caso, l’iniezione endovenosa produce maggior intensità e un rapido raggiungimento dell’euforia (da 7 a 8 secondi), mentre l’iniezione intramuscolare produce un inizio relativamente lento dell’euforia (da 5 a 8 minuti). Invece, se inalata o fumata, l’effetto più forte si ottiene generalmente fra i 10 e i 15 minuti.

Dosaggio

La quantità di una singola dose di eroina può variare molto in funzione di chi la assume; poiché questa droga genera da subito sia assuefazione che tolleranza, i consumatori sono portati ad aumentare gradualmente, e inevitabilmente, il dosaggio. Inizialmente una dose media è di circa 5-15 mg. I consumatori abituali arrivano ad assumere dosi di 100 mg due-tre volte al giorno, per un totale di 250-300 mg. Una dose di 100 mg per un consumatore non assuefatto può risultare fatale.

Sostanze da taglio

Bisogna sempre tenere in considerazione che l’ eroina venduta in strada contiene basse dosi di principio attivo perché è tagliata con diverse sostanze al fine di implementare il volume e quindi migliorare i guadagni. In base alle sostanze da taglio utilizzate è possibile individuare due tipi di eroina: la tipo 1 che contiene il 50-70% di eroina e il 50-30% di caffeina , la tipo 2 contiene il 50-70% di eroina, il 30-45% di caffeina e il 0.5-10% di stricnina. Spesso passando dal produttore al consumatore l’ eroina subisce diluizioni con sostanze diverse, tanto che le dosi vendute per strada contengono solo il 10 o il 20% di sostanza originale.

Gli effetti dell’eroina

L’eroina dopo aver attraversato la barriera ematoencefalica perde uno o entrambi i gruppi acetilici per deacetilazione trasformandosi in morfina o in 3-monoacetilmorfina se perde il gruppo in posizione 6 o in 6-monoacetilmorfina se perde il gruppo in posizione 3.

Gli effetti dell’ eroina si dividono in fasi e dipendono dalla modalità di assunzione della droga.

Le fasi, dunque, dall’assunzione della sostanza sono le seguenti:

  • Nel giro di qualche minuto si ottiene un’estasi pari quasi ad un orgasmo che si diffonde a tutta la muscolatura del corpo, si ha confusione mentale e generale, senso di calore frequente anche dopo l’effetto, sudorazione fredda, mancamenti, talora vomito e nausea, bradicardia, dispnea e analgesia.
  • Dopo circa 20 min i legami associativi sono più lenti, il pensiero rallenta e perde un senso logico; l’umore è euforico o disforico e le percezioni temporali sono largamente alterate: le ore sembrano minuti, i minuti secondi.
  • Dopo circa un’ora compare il picco massimo dell’effetto: la mente raggiunge una sensazione di pace, il corpo è anestetizzato da un incondizionato senso di piacere misto ad un’esaltazione interiore. Il consumatore tende ad isolarsi per godere a pieno questa sensazione e ogni tipo di problema tende ad essere dimenticato.

Invece, se è iniettata per via endovena, l’ eroina provoca un caratteristico flash euforico della durata di circa 30-60 secondi, dovuto al rapido superamento della barriera ematoencefalica e l’immediata saturazione dei recettori oppioidi.

L’Euforia o “rush” o “high” è uno dei motivi che rendono l’ eroina una sostanza che crea dipendenza. Il rush è simile all’orgasmo e dura da alcuni secondi a un minuto. Passato il rush iniziale, lo stato che segue è di semi-vigilanza. In questo stato si verifica un distacco dalla realtà (being on the nod), e un effetto sedativo sul sistema nervoso centrale, si sperimenta una sensazione di piacevole pesantezza, come se il corpo fosse avvolto nell’ovatta. La coordinazione e la concentrazione sono ridotte e l’eloquio è confuso e lento. Le funzioni mentali sono annebbiate per alcune ore dopo la dose. Si ottiene, dunque, uno stato di forte benessere, un’estrema tranquillità interiore o una profonda soddisfazione.

Effetti a breve termine

L’ eroina rallenta l’attività del sistema nervoso centrale, si ha: sonnolenza, respiro profondo e rallentato, diminuzione della pressione arteriosa e ridotta frequenza cardiaca. È inoltre probabile che si manifestino anche gli altri sintomi: miosi (restringimento delle pupille), xerostomia (secchezza delle fauci), soppressione del riflesso della tosse, nausea, vomito, sudorazione, prurito, ridotta libido.

Effetti a lungo termine

Gli effetti a lungo termine derivanti dall’ uso di eroina posso essere devastanti, soprattutto se si abusa della droga senza richiedere un aiuto. La dipendenza genera conseguenze fisiche, mentali e sociali. Nel lungo periodo l’ eroinomane sviluppa una pluralità di problemi fisici che comprendono: grave immunodeficienza, esposizione a tutti i tipi di malattie infettive (HIV/AIDS, TB, epatite B e C); disturbi epatici, respiratori e cardiaci; collasso venoso, gravi ascessi cutanei, trombosi venosa; stipsi cronica; irregolarità mestruale e infertilità nelle donne, impotenza negli uomini; malsane abitudini alimentari, perdita di peso; forti disturbi emotivi e cognitivi.

La Dipendenza fisica

L’ eroinomane sperimenta velocemente la dipendenza fisica, caratterizzata dall’aumento della tolleranza alla droga e la comparsa della sindrome da astinenza. La tolleranza è definita come una crescente necessità nel tempo di dosi più elevate di droga per ottenere l’effetto euforico desiderato. Questo significa che il fisico si abitua agli effetti dell’ eroina. Infine si giunge a un punto in cui l’effetto euforico scompare, ma il fisico si è abituato alla presenza della droga nel suo sistema e ne ha bisogno per poter funzionare normalmente. I sintomi da astinenza compaiono con l’interruzione della regolare somministrazione di eroina.

La dipendenza psicologica si manifesta, inceve, con pensieri ricorrenti (pensiero desiderante), desiderio costante di assumere la sostanza (craving) seguito da umore negativo. Il comportamento del paziente è spesso irrazionale, poiché volto solo al raggiungimento dello scopo, ovvero la sostanza. Questo comportamento scompare dopo aver assunto la sostanza e una volta finiti gli effetti il circolo vizioso ricompare.

Astinenza da Eroina

L’ astinenza da eroina può presentarsi quattro-sei ore dall’ultima dose, quando si inizia a sentire irritabilità e tensione poiché la quantità di droga diminuisce nell’organismo. L’astinenza fisica può durare fino a 12 giorni, con una media del picco di intensità al quarto giorno e un’attenuazione al nono. Nonostante non sia di norma pericolosa per la vita, è una condizione dolorosa e molto stressante, tale da rendere difficile per molti liberarsi dalla dipendenza.

I sintomi comuni da astinenza fisica comprendono: midriasi (dilatazione delle pupille), forte dolore muscolare, del rachide, delle gambe e delle articolazioni; nausea e vomito, crampi allo stomaco, dissenteria, brividi e pelle d’oca, sudorazione, rinorrea, lacrimazione oculare, sbadigli; estrema irrequietezza e insonnia. Gli spasmi muscolari agli arti inferiori inducono a scalciare. I movimenti scalcianti delle gambe sono un sintomo molto tipico dell’astinenza da oppiacei. I sintomi psicologici comprendono ansia, disforia, depressione, insopportabile craving di eroina. In una settimana, con l’attenuarsi della maggior parte dei sintomi da astinenza, il paziente sperimenta di solito debolezza residua e dolore emotivo caratterizzati da un senso di colpa e vergogna. I disturbi tipici sono: frequenti sbalzi di umore, irritabilità, disturbi del sonno, sudorazioni notturne. L’ astinenza mentale o emotiva dall’eroina dura poche settimane. La sofferenza emotiva è spesso talmente importante da essere considerata la causa più comune di ricaduta.

Segni in chi abusa di eroina

Le persone dipendenti dall’ eroina mostrano una serie di sintomi facilmente riconoscibili: senso di stanchezza persistente, ferite da iniezione, infezioni cutanee da iniezione, respiro affannoso, vomito, nausea, costrizione della pupilla, difficoltà nel parlare o nello scandire le parole, disorientamento, deficit di memoria, progressivo distacco dai familiari e dagli amici di più vecchia data, perdita di interesse verso il futuro, trascuratezza della propria igiene personale, trascuratezza della propria immagine e mancanza di disciplina.

Overdose e cause di morte

L’ overdose indica l’assunzione eccessiva di una determinata sostanza stupefacente.
Se non trattata in tempo, l’overdose da eroina è fatale. Nella maggior parte dei casi, la morte sopraggiunge per marcata depressione respiratoria che si manifesta con arresto del respiro e/o arresto cardiocircolatorio. Il trattamento previsto in caso di overdose da eroina consiste, di solito, nella somministrazione degli antagonisti oppioidi naloxone o naltrexone.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Una mente errante: il fenomeno del mind-wandering

Il mind-wandering riflette dunque la nostra tendenza e capacità a sganciare l’attenzione dalla percezione senza un’intenzione chiaramente definita; tale fenomeno è conosciuto in letteratura con il termine “disaccoppiamento percettivo” o “perceptual decoupling”.

Maria Giardina 

 

La mente errante e la tendenza a distrarsi

Dove vada la nostra mente, le ragioni della sua inarrestabilità e irrequietezza sono attualmente oggetto di studio e interesse delle più recenti ricerche scientifiche e dei più moderni approcci psicoterapici.

Sognare a occhi aperti, fantasticare, immaginare eventi futuri o rivivere momenti passati, parlare a se stessi o conversare con un “altro” immaginario sono solo alcuni esempi della ricchezza e dinamicità della nostra vita mentale. Una mente che vaga, definita dalla letteratura internazionale con termini quali mind-wandering, daydreaming, stimulus-indipendent thought,task-unrelated thought, zoning-out. Questi termini sottolineano la natura stessa del fenomeno: un evento comune e ordinario caratterizzato dalla tendenza a distrarci da ciò che si sta facendo e trascendere dalla realtà presente. Il focus attentivo si allontana dal qui e ora, dall’ambiente esterno circostante e da eventuali compiti a cui dovremmo, invece, dedicare e prestare attenzione (pensiamo ad esempio a quante volte la nostra mente vaga e si distrae durante momenti di studio o lavoro occupando se stessa con i temi e i contenuti più variegati).

Il mind-wandering riflette dunque la nostra tendenza e capacità a sganciare l’attenzione dalla percezione senza un’intenzione chiaramente definita; tale fenomeno è conosciuto in letteratura con il termine “disaccoppiamento percettivo” o “perceptual decoupling”. Nulla di strano o patologico ma, piuttosto, la vera essenza della mente e della coscienza umana: una coscienza dal contenuto perennemente mutevole, con un proprio ritmo ed una propria dinamicità. Una dinamicità oscillante tra un’attenzione diretta verso il mondo esterno circostante e un’attenzione auto-referenziale diretta verso il nostro mondo interiore. È questo ritmo oscillante che definisce e caratterizza la complessità e la ricchezza di ciò che siamo.

Conformemente alla nostra esperienza soggettiva, la letteratura sottolinea come il mind-wandering sia un fenomeno pressoché universale e occupi quasi la metà della nostra vita mentale durante lo stato di veglia. Nonostante la sua universalità e il suo carattere spontaneo e naturale, le ricerche evidenziano una serie consistente di effetti negativi che questa nostra tendenza eserciterebbe su di noi e sulle nostre capacità cognitive. Durante il mind-wandering le nostre risorse cognitive vengono utilizzate e assorbite dalla nostra stessa attività mentale, lontano dal mondo circostante e dalle richieste attentive del qui e ora.

I costi del mind-wandering

Molteplici sono i costi associati al mind-wandering studiati dalla letteratura. Difficoltà relative alla comprensione durante la lettura dovute a una codifica più superficiale del materiale scritto e delle informazioni in ingresso. Altri costi riguardano le difficoltà di attenzione sostenuta, ovvero la nostra capacità di sostenere e mantenere l’attenzione per periodi prolungati di tempo, necessaria per molti compiti di apprendimento quotidiano. Altri studi hanno mostrato come il mind-wandering abbia ripercussioni negative sulla nostra capacità di memoria di lavoro, un costrutto fortemente associato alle nostre stesse facoltà intellettive. Nonostante l’intelligenza sia comunemente considerata una misura stabile e immodificabile, studi recenti mostrano come training mentali volti a rafforzare le capacità di memoria di lavoro possano aumentare la nostra capacità di processare le informazioni, una capacità trasversale dunque che risulterebbe in un miglioramento delle performance a test di intelligenza fluida.

Inficiando dunque le capacità di attenzione, memoria di lavoro e apprendimento non sorprende che un’alta propensione al mind-wandering possa risultare in performance intellettive più scadenti. Gli effetti distruttivi del mind-wandering concernono non solo l’area più propriamente cognitiva ma influenzano negativamente anche le nostre emozioni; indipendentemente dal contenuto mentale (positivo o negativo), la nostra tendenza al mind-wandering ci porterebbe a essere meno felici. La relazione tra mind-wandering e abbassamento del tono dell’umore sembra essere forte e di tipo circolare: una mente vagante ci porta ad essere meno felici e, al contempo, un abbassamento del tono dell’umore conduce a una maggiore propensione a vagare con la mente. Questo fenomeno sembrerebbe essere responsabile di circoli viziosi alla base di una potenziale modificazione della vita mentale in senso psicopatologico, in particolare verso disturbi di tipo ansioso e/o depressivo.

Tra i diversi training mentali sviluppati nel corso degli anni, la mindfulness ha dimostrato di essere un valido strumento atto a potenziare capacità di attenzione e concentrazione, stabilizzando la mente e riducendo l’attività e gli effetti negativi del mind-wandering, tanto da essere soprannominata “l’antidoto” (Schooler et al., 2014).

Il valore funzione del mind-wandering

I quesiti che tuttavia sorgono spontanei in seguito alle considerazioni relative ai costi del mind-wandering sono i seguenti: il mind-wandering ha veramente in sé tale essenza distruttiva? Considerata la sua universalità e spontaneità avrà in sé del valore funzionale? Il nemico da contrastare sarebbe dunque la mente stessa?

In effetti, più recenti ricerche hanno messo in luce una mole sempre più consistente di evidenze che testimoniamo come il fenomeno del mind-wandering possa avere in sé proprietà positive, funzionali e adattive. Esso sembra essere legato alle nostre capacità di pianificazione futura, una pianificazione orientata ad un obiettivo ritenuto importante per gli scopi personali del soggetto. Gli studi suggeriscono come la tendenza a spaziare con la mente sia inoltre connessa con un aumento di creatività nell’individuo e con migliori prestazioni in compiti di problem-solving, in cui la soluzione non va ricercata tanto in procedure e strategie analitiche quanto piuttosto attraverso un insight creativo.

La nostra tendenza al zoning-out sembra inoltre fornire un altro vantaggio legato a una forma di “autostimolazione” che mettiamo in atto e che permette di alleviare il senso di noia che sperimentiamo durante l’esecuzione di compiti lunghi, meccanici o noiosi. Ciò è confermato dalla maggiore tendenza ad “assentarsi” con la mente proprio laddove il compito sia percepito come particolarmente tedioso; la possibilità di pensare ad altro, invece di “essere forzati” a rimanere nel qui e ora, lascia spesso alla persona la sensazione soggettiva che il tempo sia passato più velocemente. Un altro vantaggio del mind-wandering, strettamente legato al concetto di creatività, è quello di disabituazione, intesa come la tendenza a rispondere a un stimolo vecchio come se fosse nuovo; la propensione a distrarsi e vagare di tanto in tanto con la mente fornirebbe l’opportunità di ritornare sul compito con nuove e più produttive capacità attentive, “a mente fresca”.

Per ragioni simili, un metodo di studio basato sulla full-immersion o il cercare ostinatamente di risolvere un qualsivoglia problema o rompicapo senza concedersi momenti di pausa e distrazione non facilita né l’apprendimento né la risoluzione di un problema lasciando, invece, la sensazione soggettiva di essere “bloccati” sul compito e di non riuscire a procedere. Il mind-wandering, infine, potrebbe essere legato a una maggiore flessibilità dei nostri cicli attentivi fornendoci la possibilità di processare informazioni diverse (provenienti sia dall’ambiente esterno che interno: stimoli sensoriali, memorie passate, fantasie ecc.), muovendoci tra diversi flussi di pensiero e mantenendo un comportamento appropriato nel perseguimento di diversi scopi e obiettivi nello stesso momento.

Massimizzare i vantaggi e minimizzare i costi del mind-wandering

Considerati i costi e i benefici legati a questa nostra naturale ed inevitabile propensione a viaggiare con la mente, la domanda centrale diventa allora come massimizzare i vantaggi minimizzando i costi legati ad un’attività così potenzialmente dannosa e preziosa allo stesso tempo. La risposta potrebbe risiedere nel futuro sviluppo di training mentali che favoriscano una maggiore consapevolezza e, soprattutto, una modulazione del proprio stato e funzionamento mentale in base alla situazione e alle richieste ambientali: la capacità di mantenere il focus attentivo in momenti e situazioni richiedenti concentrazione, associata alla possibilità di spaziare e viaggiare con la mente laddove il contesto e il compito lo permettano e ne possano addirittura produttivamente beneficiare. Lo stesso programma mindfulness potrà forse un giorno rispondere a tale quesito e permettere il raggiungimento di questo prezioso equilibro.

Io non penso positivo. Come realizzare i tuoi desideri (2017) – Recensione

Il libro parte dall’assunto che il pensiero positivo, inteso come la convinzione che raggiungeremo gli obiettivi che ci siamo prefissati, può risultare non efficace nell’aiutarci a tradurre in realtà i nostri desideri; questo perché il limitarsi a fantasticare sulle possibilità di riuscita rischia di abbassare il livello di motivazione, inducendoci a sottostimare gli ostacoli che si frappongono sulla nostra strada. Ci comportiamo come se avessimo già raggiunto la nostra meta, quando invece, nella realtà, dobbiamo ancora intraprendere il percorso che ci condurrà, auspicabilmente, al raggiungimento dell’obiettivo che stiamo perseguendo.

Io non penso positivo: una rilettura della psicologia positiva

Come messo in evidenza in altri articoli come, ad esempio, “Alla ricerca della felicità: adottare il pensiero positivo o percorrere la “via negativa”?” il pensiero positivo può non rappresentare la via maestra che conduce al soddisfacimento dei propri sogni.

La ricercatrice Gabriele Oettingen è stata allieva di Martin Seligman, fondatore della psicologia positiva, il quale concepiva l’ottimismo come la fiducia o l’aspettativa verso il futuro che si basa su esperienze passate di successo.

L’autrice si è interrogata sull’effettiva utilità del pensiero positivo nell’aiutarci a perseguire i nostri obiettivi e a realizzare i nostri desideri; in questo testo confluiscono i risultati degli studi e delle ricerche effettuate su questo tema da lei e dai suoi collaboratori nell’arco di vent’anni.

Il titolo della traduzione italiana potrebbe indurre il lettore a pensare che il testo si ponga l’obiettivo di confutare l’efficacia del pensiero positivo; più che di una critica si tratta di una rilettura, come indicato dal titolo originale, “ripensare il pensiero positivo”.

Il libro parte dall’assunto che il pensiero positivo, inteso come la convinzione che raggiungeremo gli obiettivi che ci siamo prefissati, può risultare non efficace nell’aiutarci a tradurre in realtà i nostri desideri; questo perché il limitarsi a fantasticare sulle possibilità di riuscita rischia di abbassare il livello di motivazione, inducendoci a sottostimare gli ostacoli che si frappongono sulla nostra strada. Ci comportiamo come se avessimo già raggiunto la nostra meta, quando invece, nella realtà, dobbiamo ancora intraprendere il percorso che ci condurrà, auspicabilmente, al raggiungimento dell’obiettivo che stiamo perseguendo. In altre parole, sia limitarsi a fantasticare sul raggiungimento dei propri sogni, che rimuginare su ciò che ci può precludere la loro realizzazione rappresentano due atteggiamenti antitetici accomunati, però, dal fatto che possono entrambi rivelarsi controproducenti.

Questo partendo dal presupposto che la società occidentale in cui viviamo ci mette di fronte alla necessità di fare un uso costruttivo della nostra libertà di azione: siamo chiamati ad “agire per conto nostro – di trovare in noi il modo per rimanere determinati, motivati, impegnati e connessi. Non c’è nessuno che, giorno dopo giorno, ci indichi cosa fare per stare meglio, per perseguire una carriera appagante o per costruire una famiglia. Nessuno ci supervisiona dando alle nostre vite un significato” (pag.12).

Ciò non significa che dobbiamo farci scoraggiare dagli ostacoli, quanto piuttosto che è importante abbinare, all’immaginare di raggiungere il nostro obiettivo e al ritenere che avremo successo nel nostro percorso di realizzazione, una disamina realistica delle azioni da compiere; il modo di procedere più costruttivo si identifica con il “mettere a fuoco le barriere che ci impediscono di realizzare i nostri sogni”, modalità che l’autrice denomina “metodo del contrasto mentale”; nel momento in cui mettiamo concretamente a fuoco gli ostacoli e individuiamo le strategie volte a superarli diventiamo più motivati rispetto al perseguimento dei nostri obiettivi e siamo indotti ad operare nel modo più efficace.
Gli ostacoli, se affrontati in questo modo, possono, invece che impedire, favorire, in ultima battuta, la concretizzazione degli obiettivi, perché rendono il nostro agire più lucido, coerente e mirato.

Si tratta di una modalità di procedere che vien applicata a vari ambiti del cambiamento personale. L’esposizione è scandita dalla descrizione di studi realizzati ad hoc per testare sul campo quali siano gli atteggiamenti e i conseguenti comportamenti più funzionali rispetto al raggiungere gli obiettivi più disparati (perdere peso, recuperare la forma fisica dopo un’operazione, conseguire voti migliori, incrementare la propria rete sociale, migliorare la propria posizione lavorativa, ecc.”).

Il metodo WOOP per conseguire i propri desideri

Partendo dal concetto di “contrasto mentale” l’autrice propone un metodo che chiama WOOP (acronimo di Wish –Desiderio, Outcome – Risultato, Obstacle – Ostacolo, Plan – Piano); il WOOP rappresenta una tecnica di facile attuazione che può essere applicata a desideri a breve e lungo termine e che si struttura in quattro passi: individuare in modo chiaro e operativo il desiderio che vogliamo raggiungere, chiarire qual è il risultato pratico che vogliamo ottenere (da cosa capiamo che il desiderio si è realizzato?), definire qual è il principale ostacolo che rappresenta una barriera tra il desiderio e la realtà, individuare un piano d’azione che ci permetta di superare l’ostacolo.

Nell’ultima parte del libro l’autrice presenta delle applicazioni del metodo WOOP a tre ambiti del cambiamento personale: prendersi cura della propria salute, coltivare relazioni migliori e migliorare le proprie prestazioni a scuola e al lavoro in modo da offrire una panoramica di come sia possibile tradurre sul piano operativo i risultati emersi dalle ricerche.

In ospedale un paziente su 5 è “cybercondriaco”

Quando paure e ansie dell’ipocondriaco vengono alimentate da continue ricerche online cui fanno seguito ripetute visite all’ospedale vi è cybercondria, che può migliorare con la psicoterapia cognitivo comportamentale.

 

In Gran Bretagna si assiste ad un fenomeno preoccupante, una particolare forma di ipocondria alimentata dal tripudio incontrollato di notizie sulla salute che si trovano online, e che contribuisce ad alimentare la paura e l’ansia di avere malattie di ogni genere. Secondo quanto evidenzia uno studio pubblicato recentemente (1), negli ospedali britannici, fino al 20% degli appuntamenti per effettuare scansioni del cuore o del cervello e altri test esplorativi, riguardano pazienti ipocondriaci che evidenziano una preoccupazione eccessiva (con ansia e stress) per la loro salute.

Lo studio sulla cybercondria

Lo studio ha coinvolto 444 persone reclutate nei reparti di cardiologia, endocrinologia, gastroenterologia, neurologia e malattie respiratorie in cinque ospedali generali in Inghilterra. I ricercatori, presentando i risultati della ricerca, spiegano che questa particolare categoria di ipocondriaci, dopo una media di sei sessioni di CBT, effettuate nell’arco di diversi mesi, hanno mostrato un significativo miglioramento dei livelli di ansia duraturo nel tempo (a cinque anni dalla terapia): coloro che avevano ricevuto la psicoterapia CBT, infatti, erano meno ansiosi per la loro salute rispetto a un gruppo di controllo che non aveva partecipato al programma di psicoterapia. La buona notizia quindi è che la psicoterapia cognitivo comportamentale (CBT) si è dimostrata efficace nel migliorare i sintomi della cybercondria, almeno secondo Peter Tyrer, professore di psichiatria di comunità che, insieme ai colleghi, ha condotto questo studio.

I sintomi della cybercondia

L’ansia per la propria salute è un problema comune, ma spesso non diagnosticato, caratterizzato da pazienti eccessivamente preoccupati di essere malati e timorosi di avere una grave o rara malattia non riconosciuta (2). I sintomi possono includere dolori al torace o mal di testa che persistono nonostante la rassicurazione del medico che non vi sia alcuna causa fisica di cui preoccuparsi. Gli esperti dicono che l’ansia per la salute rappresenta uno scarico significativo sui servizi sanitari e porta a inutili, invasivi e costosi test medici. I pazienti pagano visite ripetute al medico e ai servizi di emergenza e frequentemente ricercano molteplici opinioni consultando diversi medici specialisti. I ricercatori stimano che i costi annuali al servizio sanitario nazionale britannico di pazienti che si sono sottoposti a test e appuntamenti inutili potrebbero essere pari a 56 milioni di sterline (63 milioni di euro).

Un problema mondiale

Uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (3), condotto in cinque paesi e pubblicato nel 2016, ha riscontrato che il fenomeno dell’ansia per la propria salute, non è solo un problema tra ricchi, ma colpisce anche i pazienti e i servizi sanitari nei Paesi in via di sviluppo. “La maggior parte delle persone affette arrivano dai medici di base o dagli specialisti chiedendo aiuto alla ricerca di una diagnosi, quindi ignorando il coinvolgimento psichico di questa condizione“, ha dichiarato Peter Tyrer, professore di psichiatria delle comunità che ha co-condotto lo studio. “Abbiamo riscontrato che l’ansia per la salute era comune anche in chi soffriva di altre malattie fisiche, e così le persone tendono ad interpretare i sintomi minori come avvertimenti e riducono tutte le loro attività, creando ulteriori sofferenze e la loro vita precipita nel caos“, ha concluso.

 

Fuggire da sé: Una tentazione contemporanea di David Le Breton (2016) – Recensione

Nel dichiarare esplicitamente che il compito che il suo libro vuole assolvere, riguarda il dispiegarsi della complementarietà dell’indagine psicologica e dell’indagine sociologica quale presupposto per incrociare la trama affettiva con quella sociale, che a pari titolo impregnano di l’individuo e i significati che alimentano il suo rapporto con il mondo, Le Breton fornisce al lettore una chiave interpretativa per la comprensione della dimensione antropologica che la fuga da sé, quale tentazione contemporanea a cui poter cedere, ora per sottrarsi alla fatica di essere se stessi, ora per sfuggire alla difficoltà di essere se stessi, sottende.

 

Le Breton spiega la fuga da sè come tentazione contemporanea tra le prospettive psicologica e sociologica

Alla ricchezza dei riferimenti letterari che popolano il saggio e che Le Breton sembra utilizzare quasi a voler sottolineare come la fuga da sé, esplorata prevalentemente dalla prospettiva psicologica, sia da sempre presente, nella dimensione della sensibilità dell’animo umano, come una sorta di meccanismo di difesa che l’individuo attiva per accedere in uno spazio non univocamente definibile ma nel quale è possibile attenuare lo sforzo di esistere che rimanda alle difficoltà generate dal rapporto fra l’individuo e la realtà, fra l’Io e il mondo esterno, fa eco l’altrettanto ricchezza dell’interpretazione che le Breton offre del significato che la fuga da sé assume nell’attuale società contemporanea dove la vita, sottolinea l’autore, è probabilmente meno dura che in passato ma dove l’impresa di essere un individuo risulta per molti particolarmente gravosa.

In questa prospettiva, nel dichiarare esplicitamente che il compito che il suo libro vuole assolvere, riguarda il dispiegarsi della complementarietà dell’indagine psicologica e dell’indagine sociologica quale presupposto per incrociare la trama affettiva con quella sociale, che a pari titolo impregnano di sé l’individuo e i significati che alimentano il suo rapporto con il mondo, Le Breton fornisce al lettore una chiave interpretativa per la comprensione della dimensione antropologica che la fuga da sé, quale tentazione contemporanea a cui poter cedere, ora per sottrarsi alla fatica di essere se stessi, ora per sfuggire alla difficoltà di essere se stessi, sottende.

Connotando, quindi, gli aspetti psicologici e gli aspetti sociali quali elementi a partire dai quali è possibile esplorare l’intimità dell’individuo quando molla la presa senza per questo voler morire, o quando si inventa soluzioni per staccarsi temporaneamente o definitivamente da, Le Breton, fa emergere la rilevanza della dimensione antropologica che inerisce il profondo senso di inadeguatezza che pervade l’individuo che abita la società contemporanea quando, nel dover dimostrare di essere sempre all’altezza delle esigenze nei confronti di e nei confronti degli altri, fatica a mantenere un’identità stabile.

Nell’attuale società alla quale Zygmunt Bauman ha magistralmente attribuito l’accezione di liquida proprio per enfatizzare il modo attraverso il quale le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure, e che Le Breton descrive a sua volta come dominata dalla flessibilità, dall’urgenza, dalla velocità, dalla concorrenza, dall’efficienza e così via, il compito di essere un individuo è, infatti, arduo, in particolare quando si tratta di divenire se stessi .

L’incertezza del sè e la crisi dell’ identità nella società odierna

Così come per Bauman, di fatto, in questa società liquida, dove anche la vita è liquida nella misura in cui non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo, in materia di individualità non esistono scelte individuali in quanto ciascuno, dovendo seguire la stessa strategia di vita, deve essere incredibilmente uguale agli altri ovvero necessariamente capace di comporre, scomporre e ricomporre la propria identità, così per Le Breton la velocità, la natura liquida degli avvenimenti, la precarietà del lavoro, i molteplici spostamenti obbligano l’individuo ad un’incessante attività di costruzione di se stesso che mina la continuità e la consistenza di sé rendendo il senso di identità una mera questione di circostanze. E poiché, come esplicitato da Le Breton, ogni circostanza implica il farsi e il disfarsi dell’identità a seconda di chi o cosa l’individuo si trova davanti, ne consegue che ogni circostanza impone una costituzione identitaria di contesto che fa vacillare la continuità e la consistenza del, sia quando impatta con la dimensione sociale sia quando impatta con la sfera della riflessività della dimensione interiore.

Se da un lato, infatti, seguendo ancora le riflessioni di Le Breton, nella dimensione sociale l’individuo è obbligato ad assumere una serie di ruoli che implicano di cambiare costantemente il suo modo di rappresentarsi al mondo e dunque di cambiare costantemente il proprio personaggio; dall’altro, nella sfera della dimensione interiore che riguarda gli aspetti meramente psicologici dell’ Io della persona, inteso come riflessività sugli accadimenti, avviene che il numero infinito di ruoli racchiusi nell’individuo si contrae ed egli si trova imprigionato in se stesso, impantanato nella propria esistenza, incapace di riprodurre i propri diversi ruoli. In entrambi i casi, il senso di continuità e di consistenza del viene a mancare e, rendendo improbabile la conservazione di un’ identità stabile, spezza anche il legame con gli altri, costringendo l’individuo che non si riconosce più a ridefinirsi costantemente.

Nel dover costituire costantemente se stesso, seguendo le istanze che l’attuale società impone, l’individuo, dunque, si trova di fronte ad una moltitudine di possibilità per realizzare le quali, afferma le Breton, è necessario che disponga di risorse interiori adeguate, e in particolar modo di risorse simboliche, a cui attingere per mantenersi all’altezza, trovare sostegno alla propria autonomia e bastare a se stesso. E poco importa se, come pone in evidenza Le Breton, non tutti dispongono delle risorse necessarie per adeguarsi a queste contingenze, in quanto l’attuale ordinamento democratico in nome di quell’individualismo, di cui la nostra società è intrisa e che dovrebbe affrancare l’individuo da ogni autorità esterna rendendolo padrone di se stesso, è legittimato al non intervento.
Ciò implica che, nel doversi rendere autonomi, ognuno a proprio modo, gli individui, sono comunque chiamati a farsi carico di una libertà che non hanno scelto ma che è concessa loro da questo ordinamento democratico e ad assumersi, di conseguenza, la responsabilità di essere se stessi.
Responsabilità che, nella misura in cui nell’attuale configurazione della società contemporanea deve essere perseguita, quindi, senza più l’ appoggio di una cultura di classe e senza più il sostegno di un destino condiviso con altri, genera inquietudine e smarrimento e, rendendo la continuità del solo un’idea, ma indispensabile per riuscire a vivere, e mette in moto uno sforzo costante sia per preservare il proprio posto all’interno del legame sociale sia per mantenere il significato di essere se stessi.

Essere se stessi insomma, a dispetto del suono familiare come da citazione di Kaufmann riportata da Le Breton “altro non è che una sensazione, una convinzione necessaria, uno sforzo su di .”
Uno sforzo che, come sottolinea Le Breton, riguarda, quindi, la fatica non solo di continuare ad essere se stessi ma anche la difficoltà di far proprie le sfaccettature di volta in volta richieste dai ruoli che si succedono nella vita quotidiana.
Ed è allora proprio quando lo sforzo di continuare ad essere se stessi e quando la fatica di resistere alle costrizioni di costruirsi costantemente identità di contesto diventano insostenibili che il cedere alla tentazione di fuga da sé, può costituire, una soluzione per far fronte allo sfinimento di essere stessi; alla sensazione cioè di aver dato troppo e di aver esaurito, di conseguenza, le risorse per trasformare le cose, nel tentativo di continuare a reggere il cambiamento incessante dei diversi personaggi.
Incapace allora di continuare entro le costrizioni che il legame sociale impone e sfinito dalla gravosità che il compito di essere se stesso comporta, l’individuo rivendica il proprio diritto all’astensione, al silenzio, alla cancellazione, al ritiro. Scegliendo di conseguenza di voler esercitare questo diritto, l’individuo manifesta la volontà di rinunciare a se stesso e l’esigenza di vivere al riparo dalle intollerabili ambivalenze della realtà esterna. Fuggendo quindi dalla quotidianità, dalle sue maglie che lo rinserrano in ruoli difficili da abbandonare, ma pesanti da reggere per troppo tempo, l’individuo può scegliere di tuffarsi nell’interiorità o scegliere di abitare in un altrove fisico consentendo alla volontà di allentarsi e al di fluttuare rompendo la routine.

Questa volontà di allentarsi, che contiene la volontà di arrestare il flusso del pensiero, di porre finalmente termine alla necessità sociale di dare sempre corpo ad un personaggio a seconda delle circostanze e degli interlocutori di volta in volta presenti, rappresenta ciò che Le Breton definisce biancore. Biancore che, configurandosi come quello stato di assenza, più, o meno intenso, quel prendere congedo da in ragione della difficoltà o della fatica di essere se stessi, è ciò che Le Breton connota come resistenza da opporre agli imperativi di costruirsi un’identità di contesto; come risposta che l’individuo dà alla sensazione di essere saturo. Il biancore è, dunque, un mettere tra parentesi – attraverso ciò che Husserl ha definito come riduzione fenomenologica, più comunemente conosciuta come epochè – qualsiasi elemento che l’individuo riconosce di aver importato dall’esterno; è un collocarsi fuori di per prendere fiato; un prendere congedo da , sostiene ancora le Breton, scegliendo la fuga non come atto ultimo disperato di rinuncia alla vita ma come tentativo piuttosto di continuare a vivere ma alleggeriti dello sforzo di esistere.
Il biancore può dunque configurarsi, sottolinea ancora Le Breton, come un rifugio più o meno prolungato, una posizione di attesa, mentre l’individuo cerca ancora la propria collocazione che gli sfugge di continuo.
Il biancore sopraggiunge, dunque, quando l’individuo perviene al punto di esaurire le risorse di cui dispone per la conservazione dell’identità che, in queste circostanze, non va da e che costituisce un problema nella misura in cui non gli si presenta più certa e non gli appare più come ovvia. In questi momenti, infatti, l’identità, costantemente strattonata in direzioni antitetiche, spinta com’è sotto il fuoco incrociato e costretta a procedere sotto la pressione di due forze contrapposte, si trova a dover scegliere, come posto in evidenza da Bauman, tra due possibilità: porsi al servizio del tentativo di emancipazione dell’individuo, oppure essere parte di una collettività sovraordinata alle idiosincrasie individuali.

In questi termini, seguendo ancora le riflessioni di Bauman, ogni identità rivendicata è insomma invischiata in un doppio legame da cui non può far altro che tentare di liberarsi. Ed è proprio nei termini di una forma di scelta radicale di libertà, che trova espressione nel rifiuto di collaborare tenendosi a distanza o sottraendosi alla componente più costrittiva di un’identità compressa entro il legame sociale, che Le Breton definisce la fuga da sé e il biancore, di conseguenza, come un distacco dall’identità, come un non luogo nell’ambito del quale vengono meno le costrizioni imposte dal mondo circostante per l’appunto, e in cui l’individuo sperimenta un momento paradossale, in cui ricrearsi, farsi vuoti attorno, spogliarsi di quanto è ormai troppo ingombrante, di tutti gli strati che costituiscono l’identità.

Tenuto conto di tutto ciò, è allora sul concetto di identità, che il saggio di Le Breton, ci invita a riflettere, in quanto, è il concetto di identità che, nel continuo interrogarsi di ogni individuo e delle nostre società, ad essere divenuto essenziale, proprio perché è l’identità che oggi entra in crisi e alimenta come riportato nel testo, dalla citazione di Gauchet “una radicale incertezza sulla continuità e la consistenza di ”.

Lontana allora dalla definizione che Ricoeur le ha attribuito descrivendola come un sorta di combinazione tra l’ipséité che presuppone coerenza e consistenza e la mêmetè che rimanda alla concettualizzazione della continuità, l’identità a cui poter fare riferimento per far fronte a tale radicale incertezza è forse quella di cui Nietzche ha scritto in -Al di là del bene e del male – intendendola come disponibilità ad indossare maschere per far propri e con meno fatica i diversi ruoli da rappresentare al fine di poter essere più armonici con le situazioni diversificate della vita ?

Come posto in evidenza da Le Breton, effettivamente, l’esistenza sociale è resa possibile soltanto grazie alla capacità dell’individuo di assumere una serie di ruoli diversi a seconda di dove o con chi si trova.

Allo stesso tempo però, seguendo ancora le riflessioni di Le Breton, nella misura in cui l’individuo incarna sulla scena sociale uno dei tanti personaggi che lo abitano, è costretto a lasciare tra parentesi tutti gli altri continuando ad avvertire, di conseguenza, l’obbligo di quella costrizione identitaria che la contingenza comporta e che rende, come già argomentato, l’identità una questione di circostanze.

Pertanto, l’identità da poter prendere in considerazione per dar consistenza e continuità al è allora forse quella da intendersi come quell’identità che assomiglia a quell’ Io che non sopprime le altre personalità latenti che abitano la nostra interiorità e che si fa egemone cercando ogni giorno di tenere a freno tutte le altre nostre identità latenti in modo da consentire, come ben argomentato da Galimberti, a noi di riconoscerci abbastanza identici a noi stessi e agli altri di riscontrare la nostra identità in modo da rendere possibili quei rapporti sui quali si fondano le relazioni sociali?

Anche questa definizione, in prima istanza, potrebbe essere avallata nella misura in cui rimanda, stando ancora alle riflessioni di Le Breton, a quel concetto di identità che può essere inteso come quel luogo di controllo di che contiene la riserva di significato che sostiene il rapporto con la realtà e che può configurarsi come quell’area che ospita i freni inibitori e di cui la psichiatria del primo novecento aveva ipotizzato l’esistenza e la psicoanalisi di Freud estesamente delineato.

Allo stesso tempo però, anche questa definizione porta con delle considerazioni che non possono essere taciute. Se infatti, le identità latenti non smettono di abitare l’individuo, nonostante l’egemonia presa in carico da una delle nostre identità che si esibisce come nostro Io, l’individuo rimane comunque sempre combattuto tra le diverse personalità che si agitano in lui e il peso dell’individuazione, generato mettendo in scena l’apparenza di una presenza entro la comune socialità, non elimina la fatica di sostenere le innumerevoli identificazioni che si ridefiniscono di continuo.

L’identità, allora, probabilmente, non può che essere pensata, come Le Breton asserisce, ben associata all’immagine di un diamante dalle molteplici sfaccettature, ciascuna delle quali ne offre una visione particolare rispetto alla quale l’identità non rivelandosi in nessuna ne costituisce comunque il riflesso.

Su ciascun riflesso, prosegue Le Breton, influisce il ruolo che ciascuno esercita sul senso di identità e che, come da citazione di James riportata da Le Breton implica, di conseguenza, che di fatto “un uomo ha tanti Io sociali quanti sono gli individui che lo conoscono e che portano l’immagine di lui nella mente e da ciò risulta quella che praticamente è la divisione dell’uomo in tante personalità diverse” tale per cui anche Pirandello poteva far dire alla sua Signora Ponza di – Cosi è se vi pare-: “io sono colei che mi si crede”.

In quest’ottica, si potrebbe allora forse approvare l’affermazione di Rhinehart, che Le Breton cita nel testo, secondo la quale poiché “ciascuno di noi ha centinaia di Io potenziali repressi, la personalità multipla è l’unica che può dare soddisfazione in una società multivalente” qual è l’attuale società contemporanea? A ben vedere, ci sarebbe il fenomeno dell’importanza attribuita, proprio nell’attuale società, all’autobiografia, come posto in evidenza da Le Breton, a sottolineare invece come nel raccontare di sia espressa la necessità di definirsi e come attraverso il racconto sia manifestata l’esigenza di porre in essere la ricostruzione dell’unità della propria esistenza, non secondo un impensabile obiettivo, quanto invece nella ricerca di senso e di coerenza.

Ne consegue che, pur nella consapevolezza della frammentazione di ciò che siamo in rapporto alle innumerevoli costrizioni della temporalità sociale, e dunque in rapporto alle circostanze e agli altri, come sostenuto da Le Breton, per esistere rimane indubbiamente indispensabile non abbandonare il convincimento, se non altro, di possedere un Io, un’identità, sebbene sia evidentemente impossibile definirne con esattezza i contorni e sebbene sia manifestamente difficile rispondere alla domanda “chi sono io?”

Stante ciò, se insomma l’identità che comunque fonda il nostro rapporto con il mondo non può essere evidentemente garantita e se la sensazione di essere un unico può essere conservata solo come una finzione personale che gli altri devono costantemente corroborare, l’individuo, sostiene Le Breton, deve allora rinascere di continuo per rimanere se stesso nel corso del tempo pur trasformandosi sotto il fuoco delle circostanze e, nel cambiare per rimanere se stesso, può fare dell’identità non la proiezione dell’identico a se stesso bensì il passaggio.

In questo passaggio, che Le Breton definisce come caratterizzato da tensioni contraddittorie e mutevoli, fra ciò che Freud evoca come tensione fra Eros e Thanatos, fa creazione e distruzione, entra in gioco la capacità di iniziativa dell’individuo di poter deliberatamente scegliere di perdere l’identità e di volerla allo stesso tempo recuperare da qualche parte ponendo in essere una diversa modalità di esistenza.

Ed è proprio per porre in essere una diversa modalità di esistenza che sono necessarie, afferma Le Breton, certe pratiche che consentono un momento di riposo, di pacificazione, di vacanza da e che rispondono all’esigenza di recuperare le forze, riprendere il fiato ed eventualmente rigenerare la voglia di vivere tramite un quotidiano ritiro in se stessi o una lunga parentesi, mirando in definitiva a ritrovarsi e a far sì che la scomparsa delle costrizioni legate all’identità si compia positivamente. E sono queste pratiche che, nel susseguirsi dei capitoli, Le Breton ha esplorato con lo scopo di far emergere le numerose modalità attraverso le quali si compie la fuga da sé che, declinata nelle sue accezioni più allusive che rispondono ora alla scomparsa di ora alla cancellazione di , si configurano come modalità attraverso le quali è possibile cedere alle molteplici tentazioni di disfarsi delle costrizioni di quell’identità affaticata e che comportano un passaggio, per l’appunto, per liberarsi del logorio di essere se stessi.

Un passaggio, nell’ambito del quale si compie il senso del cedere alla tentazione di fuggire da che implica, quindi, una spersonalizzazione deliberata volta da un lato a cancellare i vincoli che l’identità comporta nell’ambito del legame sociale, dall’altro, a ritrovare, attraverso la fase di sospensione e non di cancellazione di senso che il biancore consente, la propria vitalità e la propria interiorità. Questo passaggio si compie allora non con l’obiettivo di morire ma con lo scopo di non rimanere dove ci è stato assegnato il compito di essere noi stessi e di poter iniziare una nuova vita inaugurando una nuova modalità di esistenza, liberi cioè del peso eccessivo che il compito di essere se stessi, secondo quanto finora argomentato, comporta. Se questo passaggio riesce, nel senso quasi iniziatico del termine, afferma Le Breton, l’individuo mette mano alla propria metamorfosi. In questi termini la fuga da sé non è mai una fatalità, sottolinea Le Breton, in quanto se determinate circostanze l’hanno provocata, altre possono annullarla, consentendo all’individuo di tornare al mondo in una veste più propizia.

Consapevole dunque di ciò che fa anche nel momento in cui si disfa del , costretto dagli obblighi che il legame sociale impone, ma nei quali non sempre si riconosce, l’individuo, può ricominciare, senza dover rendere conto a nessuno proprio perché pone in essere una nuova modalità di esistenza nell’ambito della quale potrà rispondere soltanto alle informazioni che del nuovo darà ai nuovi interlocutori.

Seguendo questa linea interpretativa, attraverso la quale è possibile scorgere con chiarezza la compresenza della dimensione sociale e della dimensione psicologica quale prospettiva privilegiata che Le Breton ha scelto per scandagliare un’antropologia dei limiti nella pluralità dei mondi contemporanei, lo scopo di Le Breton di analizzarne la complementarietà può ritenersi non solo ben riuscito ma anche ben argomentato.

Nel declinare, le diverse modalità attraverso le quali è possibile dissociarsi dal vissuto del quotidiano intriso di incombenze che a vario titolo, sia la società sia il dispiegarsi della vita stessa dell’individuo impongono, Le Breton, attribuendo l’accezione di tentazione e per di più contemporanea alla locuzione fuggire da sé, è riuscito infatti a collocare in un’unica dimensione interpretativa la tentazione di sospendere il significato del termine vincolo, al quale il termine legame rimanda sia nel suo configurarsi come inevitabile relazione tra individuo e società sia nel suo configurarsi come imprescindibile rapporto tra l’Io e la sua travagliata dimensione interiore.

E sono proprio le difficoltà interiori, che si intessono con le difficoltà che il legame sociale comporta, che affiorano dalla lettura di ogni capitolo e dalla cui analisi emerge quanto e come le piste percorribili per cedere alla tentazione di fuggire da sé esibite, nel susseguirsi dei capitoli, come modalità attraverso le quali è possibile dar seguito alla volontà di eclissarsi, di spogliarsi, di sgravarsi di, quali forme di scomparsa di e di cancellazione di che il fuggire da sé acclude, siano battute dall’individuo per alleviare lo sforzo di essere se stesso, per superare, in definitiva, le difficoltà legate alla necessità di dare significato e valore all’esistenza, di riconoscere la relazione con gli altri, e di essere, di conseguenza, riconosciuto, di sentire che esiste un proprio posto all’interno del legame sociale e che ogni individuo porta con sè nell’ambito della singolarità della propria individualità nella quale, concordando con quanto afferma Le Breton, la trama affettiva e la trama sociale essendo costitutivamente legate a doppio filo si intrecciano costantemente.

Il convergere dunque di tutte le narrazioni di cui Le Breton si è servito per dar voce alle possibilità dell’individuo di liberarsi della propria identità, quando questa affatica, mostra l’attrazione che esercita il rovescio del legame sociale quando non sembra più necessario continuare a mantenere in vita il proprio personaggio e soprattutto quando l’individuo si rende consapevole del fatto che può optare per un’esistenza fuori dei sentieri battuti quando cioè realizza che è nelle sue capacità poter prendere sempre l’iniziativa, per inventare la propria vita, e scandire secondo le proprie esigenze il proprio ritmo di esistenza. Ed è con questa chiave di lettura che gli stratagemmi posti in essere dall’individuo per scivolare tra le maglie del tessuto sociale e rinascere altrove, in una versione diversa, e che sono stati esplorati nell’avvicendarsi delle pagine, possono essere compresi, concordando con quanto affermato da Le Breton, come esperienze che rivelano la mescolanza di forza e fragilità inerente il senso di sé e nel contempo anche la possibilità di disfarsi di quando prevale la necessità interiore per inventarsi sotto altre spoglie.

Conclusioni: uno sguardo al sè nel rapporto dinamico tra individuo e società

Colpisce per tanto del saggio di Le Breton lo sguardo al che percorre il testo. Uno sguardo che nel prendere in considerazione, esaminare, analizzare la possibilità insita in ogni individuo di liberarsi dalle costrizioni esterne ponendo in essere una forma di libertà interiore come espressione di capacità di iniziativa individuale, e non come forma di eccentricità o patologia, è uno sguardo che non appiattisce il significato del nella sola dimensione sociale dell’individuo ma costituisce un accesso a qualcos’altro che va oltre la correlazione strutturale tra l’individuo e la società.

Se verosimilmente è innegabile infatti la simbiosi tra l’individuo e la società, tra il particolare e l’universale, che è tale nella misura in cui ogni evento influenza altri eventi e l’individuo è da essi influenzato in un movimento bidirezionale e circolare, strutturalmente aperto e dinamico allora, l’individuale e il collettivo devono essere parimenti intesi come categorie interpretative del sociale che non può continuare a servirsi invece di un’ analisi interpretativa che segue la logica dei compartimenti stagni, ma necessita di una continua rimodulazione di strutture logiche in grado di individuare le innumerevoli variabili sottese ai molteplici e complessi eventi che caratterizzano l’esistenza di ogni individuo.

In altri termini, al fine di una possibile ermeneutica in grado di evidenziare la logica della concatenazione dei fattori che fungono da elementi fondativi delle stesse strutture esistenziali, e con lo scopo di non impoverire l’individuo nella sfera dei suoi interessi e ridurlo ad essere strumento del compito che la società lo chiama ad assolvere, le diverse prospettive, devono muovere dalla consapevolezza che non è possibile considerare l’uomo se non avvalendosi dei poteri e delle capacità che sono in suo possesso, ovvero considerarlo come una realtà a sé che seppur in costante rapporto con la realtà circostante in cui vive, rimane una realtà a sé irrisolvibile negli elementi sociali che si possono riconoscere in essa.

Ed è in questi termini che il saggio può ritenersi apprezzabile nella misura in cui Le Breton, con l’intenzione di analizzare una delle tentazioni più forti, quella di fuggire da sé, è riuscito a far emergere come le condizioni sociali sono sempre frammiste a quelle affettive e come ai fini di una comprensione antropologica della contemporaneità sia necessario, coniugare, per l’appunto, l’indagine psicologica che, a suo dire, da sola occulta spesso le radici sociali e culturali, con l’indagine sociologica che, ancora a suo dire, da sola invece trascura i dati affettivi poiché considera gli individui quali eterni adulti che non hanno mai avuto un’infanzia, né un’adolescenza né un inconscio e neppure difficoltà interiori.

I Disturbi d’ansia pediatrici: efficaci SSRI e terapia cognitivo-comportamentale

I disturbi d’ansia sono tra le più frequenti condizioni che si sviluppano in età pediatrica, infatti interessano circa il 32% dei giovani prima dell’età adulta e sono associati a un peggioramento del funzionamento di questi individui e questi disturbi possono persistere nell’età adulta e aggravarsi (1, 2).

 

I disturbi d’ansia in età pediatrica: l’efficacia dei farmaci e della terapia cognitivo comportamentale

Da una metanalisi pubblicata su Jama Pediatrics (3) emerge che gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) non solo sono trattamenti efficaci (da soli o in combinazione) nella riduzione dei sintomi di ansia nei bambini, ma sono anche ben tollerati e associati a eventi avversi per lo più non gravi. Mentre minori sono le evidenze di efficacia per gli inibitori della ricaptazione di serotonina e noradrenalina (SNRI).

Il primo autore della revisione Zhen Wang, del Mayo Clinic Evidence-Based Practice Center, di Rochester (USA), assieme ai colleghi ha selezionato 115 studi per un totale di 7.719 pazienti di età media 9 anni dei quali il 55% di sesso femminile. Gli autori scrivono che “Rispetto al placebo, gli SSRI hanno migliorato in modo significativo sia i sintomi di ansia sia il tasso di remissione, mentre gli SNRI hanno significativamente ridotto i disturbi d’ ansia primaria riferiti dal medico”, e sottolineano, viceversa, la scarsa efficacia di triciclici e benzodiazepine. Anche la terapia cognitivo-comportamentale ha migliorato i sintomi di ansia primaria e i tassi di risposta e remissione rispetto all’attesa o a nessun trattamento, ottenendo inoltre un effetto maggiore se associata alla sertralina (SSRI) rispetto a quest’ultima da sola.

E nell’editoriale di accompagnamento (4) Joan Rosenbaum Asarnow, del Dipartimento di psichiatria e scienze comportamentali dell’Università della California, Los Angeles (USA), scrive:

Questa metanalisi dimostra che per i disturbi d’ansia in età pediatrica ci sono trattamenti che funzionano, ma servono studi futuri per chiarire meglio come risolvere questa malattia frequente e capace di compromettere in modo significativo la qualità di vita dei pazienti. La nostra speranza è che nella prossima revisione sia possibile individuare non solo trattamenti ancora più efficaci e duraturi, ma anche nuove strategie mirate a integrarli nella pratica quotidiana, così da poter ulteriormente migliorare la salute mentale dei nostri figli”.

la Giornata Nazionale della Psicologia

Il 10 ottobre, in concomitanza con la Giornata Mondiale della Salute Mentale, si è celebrata anche la Giornata Nazionale della Psicologia. In queste brevi note storiche ripercorreremo alcuni dei momenti che hanno caratterizzato lo sviluppo della psicologia in Italia, per arrivare poi all’offerta scientifica della psicologia per promuovere il benessere umano.

La psicologia in Italia nel novecento

Il Novecento doveva essere l’anno di decollo della Psicologia come il ‘600 è stato il secolo fondativo della Fisica, il ‘700 della Chimica, ‘ l’800 della Biologia. Lo è stato, ma solo in parte. In ogni caso la psicologia è una scienza giovane.

Il Novecento era cominciato bene per l’Italia, con il V Congresso Internazionale di Psicologia, che si tiene nel 1905 si tiene a Roma, sotto la presidenza di Giuseppe Sergi, e al quale partecipano molti illustri studiosi internazionali, tra cui anche William James da Harvard,  e tra gli italiani Vittorio Benussi (da Graz),  Federico Kiesow (uno scienziato polacco allievo di Wilhelm Wundt a Lipsia), Sante De Sanctis (medico e psichiatra). Sono gli anni in cui il baricentro culturale mondiale è in Europa, dove rimarrà fino alla Seconda Guerra Mondiale.

Subito dopo, nel 1906, il ministro della pubblica istruzione assegna le prime tre cattedre in psicologia alle università di Torino, di Roma e di Napoli. Negli anni a seguire Vittorio Benussi va a Padova, Mario Ponzo a Roma, e Agostino Gemelli, fondatore dell’’Università Cattolica a Milano, istituisce la scuola di psicologia sperimentale.

Dopo questo buon inizio, purtroppo, cominciano i problemi per la psicologia. Durante il Ventennio,  infatti, complice anche la visione Gentiliana che vede la scienza in posizione ancillare rispeto alla filosofia, le cattedre di psicologia precedentemente istituite sono progressivamente soppresse. Rimangono solo quelle di Agostino Gemelli a Milano e di Mario Ponzo a Roma.

La psicologia sperimentale nel dopoguerra

Fortunatamente nel secondo dopoguerra rinasce l’interesse per la psicologia e particolarmente per la psicologia sperimentale. Sono istituite numerose nuove cattedre: nel 1951, a Palermo per Gastone Canziani, che durante l’amministrazione americana (1943-45) era stato insignito di una Am-Cattedra, alla quale egli rinuncia, considerandola giustamente una diminutio rispetto a un concorso vero e proprio.

A Firenze va Francesco De Sarlo, seguito dal suo allievo Enzo Bonaventura. A Torino Angiola Masucco Costa succede a Federico Kiesow. A Milano Cesare Musatti prima e Marcello Cesa Bianchi poi vanno in cattedra rispettivamente alla facoltà di lettere e filosofia e alla facoltà di medicina. Poco dopo Fabio Metelli va in cattedra a Padova e altre cattedre sono istituite in varie università italiane.

Nasce il Corso di Laurea in Psicologia

Nel 1971 sono istituiti i primi due corsi di Laurea in Psicologia a Roma e a Padova. Fino a quel momento la formazione in psicologia avveniva nel mondo medico o nel mondo della filosofia, con percorsi ad hoc, seguiti dalla frequenza di una scuola di specializzazione. È questo il percorso seguito dagli psicologi della mia generazione e da quelle precedenti. Per 15 anni la formazione in psicologia rimane monopolio delle Facoltà di Magistero di Padova e Roma, con conseguenze “bizzarre”, ad esempio 12 mila iscritti in ciascuna sede e oltre 1800 immatricolazioni per anno,  con la conseguente duplicazione triplicazione, quadruplicazione ecc. degli insegnamenti, particolarmente nei primi anni di corso.  Nel 1986 il Ministero autorizza l’apertura del corso di laurea di Palermo, alla cui fondazione chi scrive ha partecipato. Da quel momento, nel giro di pochi anni, molte altre università inseriscono nell’offerta didattica una laurea in psicologia.

La Società Italiana di Psicologia Scientifica – SIPs

Un ruolo da non dimenticare è stato svolto dalla Società Italiana di Psicologia, fondata a Torino nel 1911 e riformata nel 1960 con l’approvazione di un nuovo statuto che modificò denominazione e sigla: Società Italiana di Psicologia Scientifica (S.I.P.S.). Lo statuto prevedeva la costituzione di una consulta scientifico-didattica (soci ordinari accademici) e una consulta professionale (soci ordinari attivi nei vari settori professionali). Nel 1970, un comitato di soci ordinari si riunisce a Milano, presso l’Istituto di Psicologia della Facoltà Medica, con il compito di studiare forme di innovazione statutaria che rendessero la Società più aderente alla realtà culturale del Paese e alle articolazioni che in ambito scientifico e professionale caratterizzavano la psicologia italiana. Nel 1976 la sigla S.I.P.S. si trasforma in SIPs, in quanto l’aggettivazione (“Scientifica”) viene ritenuta implicita.

Con l’affermazione progressiva della professione psicologica, e in assenza di un Albo e di un Ordine degli Psicologi, che sarebbe stato istituito solo nel 1989, la SIPs ha svolto un’importante funzione di rappresentanza e difesa della professione psicologica. I congressi hanno spesso rappresentato momenti fondamentali nella vita degli psicologi italiani, come non ricordare il tempestoso  XVI Congresso a Bologna (31 ottobre-3 novembre 1975), che vede la contrapposizione tra i nuovi 2 corsi di laurea e la precedente formazione “blended”,  o quello successivo di Viareggio, il  XVII (29-31 ottobre 1977), nel corso del quale, mentore Virgilio Lazzeroni, sono state messe le basi per la fondazione della seconda associazioni italiana di terapia cognitivo-comportamentale, l’AIAMC, che Lazzeroni con il suo indimenticabile accento toscano prununciava “l’aiàmche”.

Altri congressi importanti sono stati il XVIII, tenutosi ad Acireale (29 ottobre-2 novembre 1979), quello di Urbino (22-26 settembre 1981) quello di Bergamo (7-12 settembre 1984) e quello di Venezia (28 settembre-3 ottobre 1987). Poi, anche grazie alla costituzione dell’Ordine e dell’Albo degli Psicologi, si è progressivamente spenta l’importanza e la funzione propulsiva della SIPS.
Il futuro si fonda sulla storia passata. Chi la ignora non può avere futuro. Chi cerca di negare o riscrivere, o anche solo rileggere il passato con gli occhi del presente compie un grave errore, nella politica come nella scienza. Però bisogna averla una visione di futuro, nella politica come nella scienza.

Che futuro ci può offrire la psicologia oggi?

La psicologia è fuori di dubbio una scienza debole per molti motivi. Innanzituto è frammentata al suo interno in molte visioni del mondo, in diverse metodologie di ricerca e conseguentemente in diversi modelli esplicativi. Se pensiamo sia una scienza naturale, come ogni altra scienza naturale dovrebbe esprimere ipotesi per una migliore comprensione del mondo, per quanto attiene all’oggetto di studio della sua disciplina. Questa comprensione deve essere sostenuta da evidenze, e queste evidenze devono essere al livello dell’evento da spiegare.

Uno dei tentativi per accentuare la debolezza della psicologia infatti consiste nel cercare spiegazioni ricorrendo a opzioni riduzionistiche, passando cioè dal livello della psicologia a quello della biologia (fisiologia, neurofisiologia, neurochimica, neurologia ecc.). Oltre a snaturare il core della disciplina, l’errore metodologico epistemologico di base è quello di confondere il termine spiegazione con quello di correlazione (Manzotti e Moderato,  2010). Non vi è dubbio infatti che ogni manifestazione o processo psicologico abbia un correlato o un mediatore interno di carattere biologico (fisiologico, neurochimico, neuronale), ma questi non sono la causa del processo (Manzotti e Moderato,2008). Sarebbe come dire che alla mattina andiamo a correre (chi lo fa) perché abbiamo i muscoli.

Come brillantemente spiegano Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà  (2009), “i neuroni non spiegano chi siamo”. Purtoppo, la moda di aggiungere il prefisso neuro a molte vecchie discipline, nel goffo  e ingenuo tentativo di renderle così più scientifiche, è ormai dilagante: neuro-estetica, neuro-marketing, neuro-filosofia, neuro-tutto. Di fatto, è un’espressione di debolezza e una dichiarazione di resa delle discipline medesime.

Nessun dubbio sull’importanza dello sviluppo delle neuroscienze, quelle serie, ma c’è anche molta neurofuffa. Del resto, accanto alla psicologia seria, c’è altrettanta, se non di più, psicofuffa.

Cosa può offrire la psicologia seria al nostro mondo contemporaneo

Innanzitutto la psicologia ha dato un contributo importante alla comprensione di come agiamo, di come pensiamo, di come ricordiamo, di come operiamo scelte tra alternative. A quindici anni dal Nobel per l’economia a Daniel Kahneman, nel 2002, un altro Premio Nobel si è avvicinato alla psicologia, grazie al Nobel assegnato a Richard Thaler per i suoi studi sulla la Behavioral Economics. Ne abbiamo parlato diffusamente su queste colonne ieri.

Per anni si è pensato all’uomo come essere razionale, che sa scegliere per il meglio, che solo in circostanze emotive particolari perde il controllo razionale. La ricerca sulle scelte in condizioni di incertezza portata avanti da Tversky e Kahneman ha dimostrato che in realtà questo controllo razionale è molto relativo, e che le deformazioni dei nostri processi mentali sono una costante. Siamo esseri razionali sì, ma a razionalità limitata. Sbagliamo in modo sistematico, e continuiamo a sbagliare anche se ne siamo consapevoli, siamo cioè pieni di distorsioni del giudizio (bias cognitivi), siamo guidati da euristiche, abilità acquisite dal cervello nel corso dell’evoluzione.

Le euristiche sono state utili per la sopravvivenza dell’uomo e utili lo sono tutt’ora, in quanto alleggeriscono la “fatica” del pensiero, nelle attività meno importanti e quotidiane: con il nostro corredo di euristiche, risparmiamo tempo e fatica nel prendere decisioni semplici o nel crearci un’opinione immediata delle situazioni nelle quali ci troviamo.

La comprensione dei nostri bias ha portato allo sviluppo di procedure per contrastare gli errori in molti campi. Dagli errori clinici in sala operatoria o nella guida di un aereo, alle procedure per favorire comportamenti sani e salutari, ad esempio nella dieta. Sono state create in molti paesi delle Behavior insight Units, o Nudge units, dal titolo omonimo del fortunato saggio di R. Thales e C. Sunstein. Sfortunatamente il nostro paese è rimasto fermo in questa politica, ma forse ora, grazie al Nobel a Thaler possiamo sperare che finalmente anche da noi si muova qualcosa, magari creando una Nudge unit finalizzata alla semplificazione.

Le behavior insight units funzionano, dati alla mano, e fanno risparmiare tempo e denaro. Sono tanti i campi in cui si possono applicare i princìpi del nudge, come l’architettura delle scelte. Prendiamo il tema delle vaccinazioni, un tema caldissimo dopo la recente notizia di un caso di tetano in un bambino, mai visto prima dicono i medici dell’ospedale dov’è ricoverato. Sacrosanto il ripristino dell’obbligo vaccinale, in vigore nella maggior parte dei paesi, ma serve anche una strategia di scoraggiamento degli antivax, che certamente non possono, per definizione, essere convinti col ragionamento, altrimenti non sarebbero antivax. Le strategie ci sono, e sono basate sui principi della behavior economics.

Un altro contributo importante, grazie alla conoscenza dei nostri processi di apprendimento, ragionamento e memoria, la psicologia lo offre come metodologie di insegnamento speciale ai soggetti “eccezionali”, cioè quei bambini che si discostano dalla famosa curva di normalità distributiva di Gauss. Ormai esistono efficaci metodologie di insegnamento e trattamento per i soggetti con dislessia, con disturbi dell’apprendimento, con deficit di attenzione e iperattività, con ritardi evolutivi e intellettivi, e anche con autismo. Ne abbiamo parlato su questo magazine in un articolo precedente sull’ABA, l’analisi comportamentale applicata.

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dell’introduzione della legge 517 del 1977, voluta dalla Ministra Falcucci, che ha consentito un progressivo processo di inclusione scolastica sociale per soggetti che ne sono stati a lungo esclusi. Al di là del valore simbolico e valoriale di questo processo, anche la dimensione quantitativa è importante: i numeri lo dimostrano, i soggetti con bisogni educativi speciali sono davvero molti.

Gli stessi principi psicologici sono alla base delle pratiche parentali ed educative con soggetti che stanno, talvolta a fatica, dentro l’area di normalità della distribuzione gaussiana. Tony Biglan, nel suo bel saggio dal titolo The Nurture Effect, spiega come un contesto “nutriente”, che favorisca la  prosocialità, sia il miglior antidoto allo sviluppo di comportamenti aggressivi e distruttivi, di ansia e depressione, e di tutte quelle manifestazioni che prosperano in ambienti educativi e sociali tossici.

L’offerta della psicologia è ricca e sostenuta da evidenze. Non abbiamo trattato deliberatamente in questo articolo l’offerta specificamente psicoterapeutica, sia perché ha appunto una sua specificità, sia perché abbiamo preferito indirizzare l’attenzione su temi di psicologia che troppo spesso gli psicologi, attratti dalla clinica, trascurano. Poiché il vuoto non esiste, ciò che viene lasciato scoperto è subito occupato da altri. Concludo, quindi, queste note nella giornata della psicologia, con l’invito a difendere i nostri spazi culturali e professionali.

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