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Narciso in comunità: i riflessi del responsabile di comunità

Come psicologa di una comunità per minori, ho il privilegio di un punto di osservazione tale per cui posso leggere dinamiche e mettere in connessione elementi della quotidianità comunitaria apparentemente molto lontani fra loro.

 

Ovidio (Metamorfosi III, 420 e segg.):

Contempla gli occhi che sembrano stelle, contempla le chiome degne di Bacco e di Apollo, e le guance levigate, le labbra scarlatte, il collo d’avorio, il candore del volto soffuso di rossore… Ignorava cosa fosse quel che vedeva, ma ardeva per quell’immagine…

Psicologo in Comunità per minori: riflessioni sul ruolo

Mi sono spesso interrogata sul complesso e sfaccettato ruolo del Responsabile di Comunità.

I nodi del Responsabile, i suoi spettri possono entrare nella “stanza” degli educatori influenzandone il sentire e il comportamento? Possiamo accostare la posizione dei genitori a quella del responsabile di comunità che, sollecitato dalle scorie emerse dal prendersi cura di un sistema multiforme e sofferente, come è quello delle comunità, si trova a specchiarsi trasmettendo ciò che non ha ancora pensato, facendolo agire ed esperire al gruppo educativo?

Calpestando il territorio “comunitario” è possibile constatare quanto l’ombra (C. G. Jung), i fantasmi (S. Fraiberg), gli elementi indigeriti/indigeribili (W. Bion) del Responsabile vengano trasmessi all’equipe curante, orientando inconsciamente le scelte clinico-educative degli operatori, fino a determinare che essi stessi si facciano carico di una possibile espressione di questi fatti indigesti.

L’uso narcisistico dell’Altro (operatore e/o ospite), nel tentativo di riparazione di aspetti di Sé sentiti come feriti e fragili, non adeguati ed incapaci, può costituirsi come rischio in quei contesti in cui non è pensato un affiancamento/sostegno al ruolo del Responsabile.

Psicologo in Comunità: l’importanza delle supervisioni e del lavoro in equipe

Quando è presente lo Psicologo di Comunità, è possibile attivare uno spazio/tempo di pensabilità che consenta di porre in circolo e di contattare eventuali movimenti manipolatori. Il mettere in parola permette la trasformazione significante e quindi l’integrazione di aspetti non consapevoli del Sé del Responsabile che vengono proiettati sull’équipe curante. Le parti meno integrate degli operatori possono colludere fino ad attivare comportamenti non tutelanti nei confronti degli utenti.

La possibilità di rendere consapevoli tali dinamiche attraverso percorsi di supervisione, consente di recuperare quegli aspetti del proprio Sé scissi, di integrarli e di non agirli nel sistema comunitario.

La comunità in tal modo, diviene un ambiente terapeutico non solo per i piccoli ospiti, ma si struttura come luogo di crescita autentica e consapevole anche per gli educatori e per il Responsabile.

I luoghi mentali attivati all’interno del sistema, come le équipe clinico-educative, le supervisioni e le micro-équipe diventano i contenitori significanti e trasformativi di tutti quegli elementi protomentali e protoemotivi che rischiano di essere agiti da tutti i protagonisti della vita di comunità.

I bias nella percezione del dolore in soggetti affetti da Depressione

Il fatto che pazienti affetti da depressione tendano a percepire con maggiore intensità stimoli potenzialmente dolorosi sembrerebbe essere legato ad un’elaborazione preliminare degli aspetti emotivi del dolore da parte della corteccia, che influenzerebbe la percezione del dolore vissuto da questi pazienti.

 

Un recente studio ha messo in evidenza come la depressione possa influenzare la percezione soggettiva del dolore. In particolare, lo studio suggerisce che i pazienti affetti da disturbo depressivo maggiore tendono a valutare come più eccessiva l’intensità di uno stimolo doloroso rispetto ad un gruppo di controllo di soggetti sani. L’ipotesi dei ricercatori è che esista un profilo sensoriale e percettivo del dolore differente tra i pazienti con depressione e quelli di controllo.

Lo studio

Sono stati reclutati 25 pazienti affetti da un episodio depressivo maggiore da grave a moderato e 25 controlli sani che combaciavano per sesso ed età ai pazienti con depressione. I ricercatori hanno confrontato la sensibilità al dolore dei due gruppi attraverso l’utilizzo di dispositivi stimolanti la temperatura.

Le stimolazioni hanno rivelato che i pazienti affetti da depressione riportavano livelli più elevati di percezione del dolore rispetto al gruppo di controllo. Difatti, i pazienti depressi percepivano il dolore ad un livello di temperatura inferiore rispetto a quello dei controlli e in aggiunta riportavano una percezione più alta del dolore durante l’ultimo mese.

Risultati e discussioni

Generalmente la sensibilità a stimoli dolorosi è molto diffusa tra i pazienti depressi e spesso ciò è attribuito ad anomalie nella percezione e nella modulazione del dolore. Tuttavia, in questo studio non sono state riscontrate anomalie di percezione e modulazione fra i due gruppi. Dunque, una spiegazione teorica alla differenza nella percezione del dolore sembrerebbe essere data da un particolare pregiudizio negativo (cognitivo-emotivo) che influenzerebbe i pazienti affetti da depressione.

In particolare, un’elaborazione preliminare degli aspetti emotivi del dolore, da parte della corteccia, sembrerebbe influenzare la percezione del dolore vissuto dai pazienti depressi, esponendoli ad una maggiore sensibilità nella percezione degli stimoli dolorosi. Questo meccanismo è lo stesso alla base del “modello di elaborazione dell’espressione facciale” che suggerisce come le persone affette da depressione tendono a valutare le espressioni facciali positive, neutre ed ambigue rispettivamente come meno felici e tristi (Bourke et al; 2010).

In conclusione, l’ipotesi di partenza dello studio sembra essere confermata; dunque la presenza di un pregiudizio cognitivo negativo nella percezione degli stimoli dolorosi potrebbe fungere da mediatore nella relazione tra depressione e disturbi del dolore. Tuttavia, trattandosi di uno studio preliminare sono necessarie ulteriori ricerche a supporto di questa tesi.

4th International Conference of Metacognitive Therapy – Prima giornata – Keynote del prof. Costas Papageorgiou sull’intervento MCT di gruppo per il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Nel corso del quarto convegno internazionale di Terapia Metacognitiva, organizzato dall’MCT Institute a Praga, il Keynote del prof. Costas Papageorgiou sull’intervento MCT di gruppo per il Disturbo Ossessivo Compulsivo

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) è un disturbo d’ansia che presuppone la presenza di pensieri intrusivi indesiderati, i quali provocano sensazioni estremamente negative e/o di rituali (comportamentali o mentali) volti a gestire le emozioni provate. I pensieri intrusivi e i rituali sono causa di forte disagio per il paziente e hanno un significativo impatto sul funzionamento psicosociale e sulla qualità della vita. Attualmente, le linee guida suggeriscono per il trattamento del DOC la terapia cognitivo comportamentale (TCC), con tecniche di ristrutturazione cognitiva e esposizione e prevenzione della risposta.

La letteratura identifica diversi temi nucleari dei pensieri disfunzionali tipici del DOC, quali un irrealistico senso di responsabilità, una forte intolleranza all’incertezza e la sovrastima del pericolo: sono questi difatti i costrutti target più discussi in terapia.

L’ ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI DALLA CONFERENZA:

Terapia Metacognitiva e l intervento di gruppo per il DOC - Report da Praga IMM 1Imm. 1 – Immagine dal 4th International Conference of Metacognitive Therapy di Praga

Terapia Metacognitiva e l intervento di gruppo per il DOC - Report da Praga IMM 5Imm. 2 – Immagine dal 4th International Conference of Metacognitive Therapy di Praga

Terapia Metacognitiva e l intervento di gruppo per il DOC - Report da Praga IMM4Imm. 3 – Immagine dal 4th International Conference of Metacognitive Therapy di Praga

 

Papageorgiou e l’intervento di gruppo per il DOC: il confronto tra TCC e MCT

Gli studi dimostrano che per il trattamento del DOC non ci sono differenze nei risultati tra setting individuale e gruppale, per questo motivo la clinica privata di Manchester, dove opera il Prof. Costas Papageorgiou, propone da oltre dieci anni percorsi di gruppo per il disturbo ossessivo compulsivo.

I criteri di inclusione sono relativi all’età e alla diagnosi primaria di DOC, senza escludere la presenza di altri disturbi gravi o di comorbilità, come spesso viene rilevata, con sintomi depressivi o ansia generalizzata. Allo stesso modo, sono inclusi anche pazienti con bassi livelli di motivazione o che non hanno ricevuto benefici dai trattamenti precedenti. L’assessment è composto da una batteria di questionari somministrati pre e post trattamento: Yale-Brown Obsessive Compulsive Scale (golden standard per la rilevazione dei sintomi ossessivo compulsivi), BDI (per i sintomi depressivi), Work and Social Adjust Scale (che misura il funzionamento sociale e lavorativo), Global Improvement Scale (solitamente usato per studi farmacologici e adattato, viene somministrato solo al termine del trattamento, in quanto misura il miglioramento percepito), e Likelihood to recommend treatment (su una scala da 0 a 100, misura la soddisfazione del trattamento ricevuto).

L’intervento basato sul modello della terapia cognitivo comportamentale

Dal 2008 al 2013, Costas Papageorgiou e colleghi hanno raccolto di dati di 125 pazienti, dei quali il 78,4% in cura anche con un trattamento farmacologico. L’intervento, basato sul modello della terapia cognitivo comportamentale era costituito da 12 incontri settimanali di 2 ore e venivano condotti da 2 facilitatori (un clinico e una ex paziente). Al termine del trattamento, i pazienti mostravano una diminuzione significativa dei punteggi alle scale sintomatologiche e un miglioramento del funzionamento globale, con un ampio effect size (2.38). Nell’indagine sul cambiamento percepito, il 20% del campione si descrive come migliorato moltissimo, il 52% come molto migliorato e il 28% minimamente migliorato. Tuttavia, la letteratura suggerisce la presenza di una porzione significativa di pazienti che non migliora con la TCC: in particolare, più di un terzo ha una risposta minima o nulla al trattamento cognitivo comportamentale (Wilhelm, 2000).

L’intervento basato sulla Terapia Metacognitiva

Per questo motivo è stato scelto di considerare un intervento alternativo, basato sulla Terapia Metacognitiva (Wells, 1997), già mostratasi efficace nei setting gruppali. A partire dal 2013, viene proposto dunque un trattamento metacognitivo, che prevede gli stessi criteri di inclusione. Dal 2013 al 2018 vengono coinvolti 95 pazienti, il 76,8% dei quali era sottoposto anche a un trattamento farmacologico. Gli stessi conduttori hanno quindi cambiato prospettiva, cornice teorica, tecniche di intervento, ma soprattutto modo di concettualizzare il disturbo e i fattori di mantenimento. Gli sforzi maggiori sono stati rivolti a mantenere durante gli incontri l’approccio metacognitivo adottato: diverse ricerche mostrano infatti gli effetti negativi sugli esiti dell’utilizzo di tecniche cognitivo comportamentali e metacognitive insieme.

Il trattamento metacognitivo prevede una puntuale concettualizzazione e familiarizzazione con il modello, l’introduzione della Detached Mindfulness, l’esposizione con concessione della risposta, la discussione di metacredenze di fusione (pensiero-azione, pensiero-evento). Anche in questo caso, i risultati mostrano un ampio effect size (2.89): il 25,3% dei pazienti si definisce migliorato moltissimo dopo il trattamento, il 65.3% migliorato molto e il 9,4% minimamente migliorato. Tra i due gruppi non è stata rilevata differenza significativa nei tassi di drop out (7.4% durante il trattamento metacognitivo, mentre in letteratura i dati si attestano solitamente intorno al 20-25%), nel numero medio di incontri, nel numero di partecipanti per gruppo e nella scala relativa alla soddisfazione del trattamento ricevuto. I dati rilevano inoltre un miglioramento significativamente maggiore nel gruppo che ha ricevuto il trattamento metacognitivo, anche considerando età, sesso, numero di diagnosi, depressione e farmaci.

Allo stesso modo, l’indice di funzionamento risulta significativamente più alto al termine del trattamento nel gruppo MCT, che vede anche una riduzione del numero di pazienti che non rispondono o rispondono solo parzialmente al trattamento.

L’ ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI DALLA CONFERENZA:

Terapia Metacognitiva e l intervento di gruppo per il DOC - Report da Praga IMM 3Imm. 4 – Il team di Studi Cognitivi al 4th International Conference of Metacognitive Therapy di Praga

Terapia Metacognitiva e l intervento di gruppo per il DOC - Report da Praga IMM2Imm. 5 – Il team di Studi Cognitivi al 4th International Conference of Metacognitive Therapy di Praga

 

MCT e Disturbo Ossessivo Compulsivo: i suggerimenti di Costas Papageorgiou

L’intervento di Papageorgiou si conclude con diversi suggerimenti volti massimizzare l’efficacia del gruppo:

  1. Chiarire e puntualizzare i problemi presentati e assicurarsi che le ossessioni siano egodistoniche (diversamente dal rimuginio che nella maggior parte dei casi risulta egosintonico).
  2. Lavorare con un team che condivide formazione, conoscenze e approcci sul trattamento del DOC.
  3. Mantenere un gruppo con una numerosità compresa tra i 4 e i 12 partecipanti.
  4. Seguire in modo puntuale il manuale per il trattamento e chiedere frequenti supervisioni; risulta essenziale assicurarsi a ogni incontro che i pazienti abbiano chiari tutti i punti della concettualizzazione e il razionale degli interventi proposti di volta in volta.
  5. Mantenere un livello metacognitivo nella conversazione (Es. evitare di riferirsi all’intrusione “Ho investito un ciclista?”, ma sottolineare: “Ho avuto il pensiero o l’immagine di aver investito un ciclista”): è importante scegliere un linguaggio appropriato e essere consapevoli di eventuali “cadute” nel livello oggetto, per tornare velocemente al livello metacognitivo.
  6. Condurre più esperimenti comportamentali possibili.
  7. Sfruttare il gruppo per condurre formulazioni e discussioni a livello metacognitivo.
  8. Proporre percorsi di terapia metacognitiva in setting individuale, se necessario, dopo l’intervento di gruppo.

 

Francine Shapiro e la nascita dell’EMDR- Introduzione alla Psicologia

Francine Shapiro è nata a New York, il 18 febbraio del 1948, ed è nota per aver sviluppato la terapia dell’ Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), un approccio psicoterapeutico in grado di curare i sintomi nelle persone che hanno vissuto un evento traumatico.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Francine Shapiro è laureata in Letteratura inglese alla New York University, e ha conseguito il dottorato in psicologia clinica presso la Scuola professionale di studi psicologici a San Diego, in California.

EMDR: la scoperta di Francine Shapiro

Proprio durante gli anni di dottorato, osservò, mentre passeggiava in un parco, che il movimento degli occhi, da destra a sinistra, agevola la riduzione delle emozioni negative legate a ricordi traumatici. Quindi, muovere gli occhi da destra a sinistra significa, da un punto di vista neuoro-psicologico, agevolare lo scambio di informazioni tra i due emisferi facilitandone la comunicazione.

Partendo da questo presupposto Francine Shapiro sviluppò ulteriori ricerche in ambito neuropsicologico che si conclusero con la pubblicazione di un libro nel 1989. Inoltre, diede vita a un vero e proprio approccio terapeutico molto utilizzato in ambito clinico.

Francine Shapiro è una ricercatrice senior presso il Mental Research Institute di Palo Alto, in California, ed ha ricevuto il premio Distinguished Scientific Achievement in Psychology Award per lo sviluppo dell’ EMDR. Nel 2002 le sono stati riconosciuti i seguenti premio: L’International Sigmund Freud Award for Psychotherapy, il Distincished Scientific Achievement in Psychology Association della California Psychological Award e l’American Psychological Association Division Award per il prezioso contributo dato alla pratica clinica in materia di trauma.

È direttore esecutivo dell’ EMDR Institute di Watsonville, in California, ed è la fondatrice e presidente del programma di assistenza umanitaria EMDR, che offre assistenza e soccorso in caso di calamità e formazione EMDR gratuita ai professionisti di tutto il mondo. Francine Shapiro lavora nella California del Nord come psicologo clinico autorizzato.

L’ EMDR e le conseguenze di un trauma

Francine Shapiro sostiene che quando si subisce un trauma, i ricordi a esso legati non sono completamente elaborati e i ricordi dolorosi a esso collegati possono riemergere alla memoria tramite flashback intrusivi, incubi notturni e ansia, con conseguente messa in atto di evitamenti.

In questi casi entrerebbe in gioco l’ EMDR, che facilita il processo volto ad affrontare il trauma, riducendo il sovraccarico emotivo e consentendo di gestire correttamente i ricordi e i comportamenti che ne derivano.

L’ EMDR si basa da un punto di vista neuropsicologico sul modello di elaborazione adattiva dell’Informazione. Secondo questo paradigma, l’ evento traumatico vissuto dal soggetto è immagazzinato in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti caratterizzanti quel momento. Tutte queste informazioni immagazzinate in modo non adattivo, restano in superficie all’interno delle reti neurali e non si connettono ai ricordi già presenti in memoria. Tali informazioni essendo bloccate, non possono essere elaborate e di conseguenza continuano a provocare disagio nel soggetto, che si può manifestare con un sintomo d’ansia. Tali ricordi non spariscono facilmente, infatti ci sono persone che dopo molti anni dall’evento traumatico soffrono in relazioni a determinati ricordi, compromettendo il proprio benessere.

L’obiettivo dell’ EMDR, dunque, è riattivare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere ad una risoluzione adattiva del trauma attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. In questo caso, è possibile leggere l’evento disturbante secondo una diversa prospettiva.

L’ EMDR, nello specifico, si focalizza sul ricordo dell’ esperienza traumatica per facilitarne il normale processo di elaborazione. Durante questo percorso si utilizzano i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per facilitare la comunicazione intra-emisferica volta a elaborare il trauma.

Dopo una o più sedute di EMDR, i ricordi traumatici desensibilizzati, perdono la loro carica emotiva negativa. Il cambiamento è rapido, indipendentemente dagli anni trascorsi dall’evento, i pensieri intrusivi tendono a regredire, le emozioni e sensazioni fisiche perdono intensità e significato.

L’elaborazione dell’ esperienza traumatica, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva, consentono al paziente di cambiare punto di vista rispetto all’ evento traumatico, considerando nuove credenze relative a se stessi che consentono di formulare emozioni adeguate alla situazione. Tutto questo mira a mettere in atto comportamenti più adeguati al raggiungimento dello scopo.

L’ EMDR, dunque, porta a rievocare l’ evento traumatico senza provare l’emozione negativa, ma integrando il trauma in una prospettiva più adattiva. In questo modo, il paziente attua delle associazioni più adeguate e utili da usare in futuro.

L’EMDR come approccio evidence -based

Francine Shapiro, negli ultimi anni ha dato all’ EMDR diverse evidenze empiriche, al punto che ad oggi risulta un metodo evidence based per il trattamento dei disturbi post traumatici, approvato dall’American Psychological Association (1998-2002), dall’American Psychiatric Association (2004), dall’International Society for Traumatic Stress Studies (2010) e dal nostro Ministero della salute nel 2003. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’agosto del 2013, ha riconosciuto l’ EMDR come trattamento efficace per la cura del trauma e dei disturbi ad esso correlati.

L’efficacia dell‘ EMDR è stata dimostrata per diversi tipi di trauma, sia per il Disturbo da Stress Post Traumatico che per i traumi di minore entità. La ricerca riguardante l’ EMDR mostra la presenza di evidenti cambiamenti neurobiologici che si verificano durante ogni seduta di psicoterapia, rendendo questo approccio terapeutico uno dei percorsi che garantisce un’efficacia neurobiologica. Le scoperte in questo campo confermano l’associazione tra i risultati clinici di questa terapia e alcuni cambiamenti a livello delle strutture e del funzionamento cerebrale.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

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RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

La guerra fredda tra tratti e schemi ed il futuro della psicopatologia (e dell’AMPD)

Una delle varie versioni sull’origine dell’espressione “guerra fredda” risale ad un articolo di George Orwell scritto dopo la Conferenza di Mosca del 1946 in cui si sanciva l’irreparabile scissione tra blocco americano e sovietico.

 

A fini di puro divertimento teorico, ci verrebbe da dire che l’uscita dell’ICD-11 (2018), dopo le polemiche successive all’uscita del DSM-5 (2013), ha sancito una sorta di guerra fredda tra sostenitori dei modelli sulla personalità basati sui tratti ed i loro avversari, ben rappresentati da coloro che parteggiano per modelli di funzionamento basati su schemi.

Il Dilemma della Diagnosi

Partiamo dal problema centrale. Per quanto la tiriamo per le lunghe con domande e questionari, si arriva al punto di capire se e in che termini formulare una diagnosi e condividerla col paziente. Da un lato infatti sembra impossibile, se non controproducente, abbandonare un linguaggio comune nel parlare di problematiche psicopatologiche (Craddock & Mynors-Wallis, 2014). Dall’altro, la categoria diagnostica è necessariamente vincolata ad un sistema culturale nel quale si definisce e quindi sancisce cosa sia patologico e cosa no (Laing, 1960). Dal nostro punto di vista, tutte le possibili alternative di assessment servono nella misura in cui aiutano il clinico ad una formulazione il più possibile accurata e sensatamente condivisa col paziente stesso del suo funzionamento (Dimaggio, Ottavi, Salvatore e Popolo, 2019).

Ed il funzionamento della personalità è tanto vasto quanto l’esperienza umana e pertanto difficilmente riconducibile a categorie stringenti ed univoche. E qui abbiamo un primo caveat sui tratti (e gli schemi, le dimensioni, i processi, etc.), laddove definiti come ingredienti immutabili e statici.

Le Grandi Sfide Irrisolte del DSM-5 e dell’ICD-11

Nel tentativo di superare il paradigma nosografico categoriale i due maggiori sistemi di classificazione hanno proposto modelli sicuramente non conclusivi. Il DSM-5 (APA, 2014; First, Williams, Benjamin & Spitzer, 2017; First, Skodol, Bender & Oldham, 2018) offre un insieme estremamente variegato di alternative, potendo spaziare dal categoriale classico (le 10 diagnosi di personalità nella sezione II del DSM-5), a tre modelli alternativi di diagnosi presenti nell’Alternative Model of Personality Disorders – AMPD (sezione III del DSM-5) basati rispettivamente sulla scala dimensionale di funzionamento (suddivisa in 1 dominio del sé ed 1 interpersonale), sul sistema dimensionale puro con 5 domini patologici e 25 tratti, ed infine sul categoriale rivisto che prevede solo 6 diagnosi categoriali (schizotipico, narcisista, borderline, antisociale, evitante, ossessivo-compulsivo) lette alla luce dei due precedenti modelli.

L’ICD-11 ha invece optato per un modello presentato come totalmente innovativo, dove però troviamo nelle specificazioni vecchi nomi solo in parte rivisti (l’ossessivo-compulsivo diviene anancastico), ma soprattutto nei pattern definiti per tratti resta in mezzo alle nuove formulazioni il disturbo borderline bellamente invariato (WHO, 2018). Nel caso dell’ICD-11 infatti la diagnosi offre una valutazione del funzionamento diviso in tre categorie di severità (lieve, moderata e severa) più un’immancabile “severity unspecified”. Si definiscono poi 6 tratti o pattern prominenti di personalità di cui 5 (negative affectivity, detachment, dissociality, disinibhition, anakastia) ambiscono a rappresentare dimensioni sovraordinate a diverse sintomatologie, 1 scientemente mantiene immutata (disturbo borderline di personalità).

I tratti per come formulati in particolare nell’ICD-11 sembrano declinati in termini astratti con indicazioni estremamente generaliste (Dimaggio & MacBeth, 2019). Si pensi come ad esempio la definizione di negative affectivity rimandi ad un range di emozioni negative, suscettibilità emotiva e attitudine negativistica. Rispetto alle concettualizzazioni cliniche di uno schema cognitivo-interpersonale (Dimaggio ete al., 2019; Safran & Muran, 2000) le descrizioni offerte lasciano il clinico sprovvisto di un supporto operativo. Quel che sembra evidente è uno scollamento tra un filone di ricerca su base epidemiologica e psicometrica focalizzato sui tratti ed uno su base clinica e descrittiva che converge su schemi cognitivo-interpersonali.

La Guerra Fredda tra Schemi e Tratti

E qui giungiamo alla guerra fredda. Da un lato abbiamo una nutrita schiera di clinici che vanno da Otto Kernberg a Ueli Kramer passando per molti autori nostrani che criticano fortemente le basi teoriche ed applicative del modello a tratti. Tali critiche sembrano corroborate dall’uso nell’ICD-11 di una sorta di labelling volutamente generico non dissimile dalle descrizioni presenti in un studio di analisi fattoriale e quindi ben lontano dalla pratica clinica. Dall’altro lato autori come Cristopher Hopwood e Robert Krueger dedicano da oltre 15 anni un’attenzione costante ad integrare i dati emersi dagli studi psicometrici con modelli clinici raffinati. Se pensiamo ad esempio al razionale dell’AMPD troviamo concettualizzazione ben lungi da riflessioni statistiche come il modello circomplesso di Pincus (2005) ed evolutivo di Blatt (2008).

Il reciproco posizionamento tra questi due opposti schieramenti ricalca un po’ le dinamiche di una guerra fredda e si sviluppa a partire dalla pubblicazione del DSM-5 e dell’ICD-11. Nel 2013, l’APA giunse ad una sorta di concordato tra opposte fazioni che da un lato volevano il mantenimento del vecchio sistema diagnostico, dall’altro propugnavano un nuovo sistema dimensionale, dall’altro ancora chiedevano un maggior peso di modelli clinici piuttosto che statistici. La presenza di fazioni in forte belligeranza portò alla definizione di un modello standard in cui le innovazioni erano minime (sezione II) ed uno innovativo (AMPD; sezione III). La guerra tra schieramenti nella World Health Organization (WHO) ha invece portato a rimandare di mese in mese e di anno in anno l’uscita del nuovo sistema diagnostico erroneamente presentato come risolutivo (ICD-11). La vittoria della fazione dei tratti-sti sugli schemi-sti ha richiesto un costo enorme in termini di chiarezza operativa e di scelte a dir poco politico-diplomatiche: dal mantenimento del disturbo borderline di personalità all’uso di descrittive così vaghe da esser assai poco utilizzabili da un clinico.

Presente e Futuro dell’AMPD

Confessiamo che anche tra le quattro mani che scrivono le idee non sono del tutto concordi! Lasciamo al lettore chi sia a favore dei tratti e chi contro! Su almeno tre punti però pensiamo si possa trovare una base comune per portare avanti la ricerca sulla personalità ed i suoi disturbi.

Studi psicometrici, epidemiologici, psicodinamici, cognitivisti, ‘terzondisti’ ed integrativi sembrano concordare su un punto: è necessario aver ben chiaro un livello di funzionamento globale della personalità da cui partire per effettuare una diagnosi. Non solo, se confrontiamo il modello I dell’AMPD basato sul funzionamento del sé ed interpersonale, con le origini teoriche a cui fa riferimento (Blatt, 2008; Pincus, 2005), con approcci clinici come le psicoterapie metacognitive (Dimaggio et al., 2009; Lysaker & Klion, 2019; Morritz et al., 2011) e con costrutti generali di psicopatologia presenti in tutta la Terza Onda della CBT (e.g. mindfulness; compassion; etc.) non possiamo non scorgere un trait d’union. Per formulare una diagnosi si deve comprendere come la persona si relaziona a se stessa ed agli altri senza troppi preconcetti o stereotipi.

Secondo, a prescindere dalle diverse fazioni e schieramenti, se sleghiamo la formulazione del caso dal vissuto del cliente e dal suo funzionamento, usando label astratti e considerati statici ed immutabili a ben poco servono tratti e schemi. Le componenti di una personalità sono elementi dinamici, in continuo mutamento, per natura transitivi e transitori. Pertanto la diagnosi non è un processo di scoperta di un dato oggettivo, quanto un’osservazione partecipe di un funzionamento al contempo personale ed interpersonale.

Terzo, il sistema diagnostico dell’AMPD offre una buona base di partenza che, per quanto complessa, può favorire sia una formulazione integrata del disturbo, sia l’avvio di ricerche finalizzate a interconnettere quanto già sappiamo con quanto ancora è ben lontano da esser compreso. La complessità di funzionamento della nostra personalità è tale da non poter essere indagata attraverso modelli o prospettive univoche, quanto piuttosto attraverso l’integrazione di paradigmi molteplici (Hopwood, Mulay & Wauhg, 2019). Se pensiamo ad esempio al criterio a, ovvero al modello I dell’AMPD, ne possiamo riconoscere subito la valenza transdiagnostica e transteoretica. Si ipotizza un continuum nel funzionamento di personalità che va da nessuna compromissione ad estrema compromissione (punteggi 0-4), apparentemente affine al modello dell’ICD-11. Diciamo apparentemente perché poi tale livello di gravità si declina lungo 4 domini, che mirano a comprendere se la persona manifesti un mondo psicologico sufficientemente complesso ed integrato. Da un lato il funzionamento del sé si articola nei domini dell’identità (ovvero del poter vivere un’esperienza unitaria di sé) e dell’autodirezionalità (ovvero quanto l’esperienza sia goal-oriented). Dall’altro il funzionamento interpersonale comprende l’empatia (definita come la capacità di comprendere l’altrui esperienza) e l’intimità (definita in termini di profondità e significatività dell’esperienza interpersonale). Possiamo quindi facilmente riconoscere come il criterio a sia originato e quindi facilmente declinabile nei più noti e moderni modelli dei disturbi di personalità (Hopwood, Mulay & Wauhg, 2019). Chiunque sia abituato a trattare con i disturbi di personalità sa che la comprensione del funzionamento passa necessariamente dalla comprensione degli schemi interpersonali, del proprio funzionamento interiore e della propria capacità di agency. E fattori generali ed ampiamente validati come la metacognizione e la mentalizzazione sono facilmente declinabili utilizzando i 4 domini del criterio a dell’AMPD.

Quando la curiosità non uccide il gatto ma riduce l’incertezza

Nonostante la curiosità costituisca un ottimo motore per la messa in atto di un comportamento, poco si sa a proposito di ciò che la determina e del suo rapporto con i processi cognitivi, decisionali e attentivi: cosa infatti ci porta ad essere desiderosi di conoscere qualcosa tralasciando altro?

 

Gli esseri umani così come gli animali, naturalmente e in modo attivo, esplorano l’ambiente e ne raccolgono le informazioni salienti con lo scopo non soltanto di raggiungere i propri obiettivi (seguendo regole e condotte sistematiche goal-directed) ma anche perché mossi e motivati intrinsecamente dalla curiosità, dal puro desiderio di conoscere, semplicemente per svelare e apprendere i meccanismi nascosti della realtà in cui vivono, senza che vi sia l’utilizzo di incentivi strumentali cioè di informazioni che possono essere sfruttate per massimizzare le ricompense (Gottlieb & Oudeyer, 2018).

Questo processo, per il quale la persona continua ad essere intrinsecamente motivata a imparare e a raccogliere informazioni non strumentali per raggiungere obiettivi autogenerati, attrattivi di per sé anche quando le ricompense sono rare, non conosciute o assenti, permette all’ “agente” di scoprire una serie di effetti che egli può produrre nell’ambiente fungendo da trampolino di lancio per ulteriori scoperte, costituendo il meccanismo del “del cosa nasce cosa” che è parte integrante dell’esplorazione motivata dalla curiosità (Kaplan & Oudeyer, 2007).

Nonostante la curiosità costituisca un ottimo motore per la messa in atto di un comportamento, tuttavia poco si sa a proposito di ciò che la determina e del suo rapporto con i processi cognitivi, decisionali e attentivi: cosa infatti ci porta ad essere desiderosi di conoscere qualcosa tralasciando altro?

Cosa guida la curiosità: uno studio sperimentale

Il recente studio di Kobayashi, Gottlieb, neuroricercatrice capo allo Zuckerman Institute della Columbia University e Woodford del dipartimento di economia della Columbia (2019), pubblicato su Nature Human Behaviour, mostra come la curiosità sia un fenomeno estremamente eterogeneo e che le persone curiose si distinguono tra di loro nella misura in cui richiedono le informazioni: alcuni per ridurre a priori l’incertezza, altri per conoscere a priori il valore di un premio individuale.

Combinando in modo interdisciplinare modelli economici e tecniche di brain-monitoring, lo studio suggerisce come all’origine della raccolta motivata da curiosità delle informazioni vi sia soprattutto il pregustare, l’anticipazione di un’eventuale ricompensa evitando al contempo conseguenze negative (Gottlieb, Woodford et al., 2019).

Nel dettaglio, per cercare di comprendere quale teoria, finora proposta per la curiosità umana, fosse in grado di descriverla nel modo migliore e comprendere quindi come un qualsiasi agente selezionasse le informazioni utili, tra l’enormità a disposizione nell’ambiente esterno e in continua competizione tra di loro, i ricercatori dello studio citato poc’anzi hanno ideato un compito sperimentale di tipo economico-decisionale in cui circa 260 soggetti si trovano ad operare una scelta tra due lotterie.

Le due lotterie, mostrate ai soggetti, differivano tra loro sia in termini di valore atteso (la somma che alla fine avrebbe guadagnato il soggetto) sia di incertezza circa l’eventuale guadagno (alcune lotterie erano ad alta, altre a bassa incertezza circa il guadagno finale): i soggetti sperimentali erano infatti all’oscuro del valore monetario preciso dei premi estratti tra le due lotterie. I partecipanti, che erano stati addestrati a selezionare una lotteria, erano unicamente al corrente del fatto che a seguito della loro scelta un computer avrebbe poi tratto in modo uniforme ma casuale un premio finale sommando i premi da ciascuna lotteria e l’avrebbe pagato loro. Gli sperimentatori hanno potuto così osservare come questi, sulla base delle informazioni a disposizione, andavano a selezionare quelle informazioni per loro utili al fine di risolvere l’incertezza circa il premio individuale della lotteria da loro scelta, senza però sapere quale sarebbe stato il valore preciso da aggiungere alla loro ricompensa proveniente dall’altra lotteria. Alla fine del trial, dunque ogni partecipante ha ricevuto una ricompensa determinata dalla sorte.

La manipolazione sperimentale del valore atteso e dell’incertezza circa il reward finale delle due lotterie ha consentito ai ricercatori di differenziare e isolare due potenziali motori per la scelta della persona: in primis il desiderio, la curiosità di ridurre l’incertezza circa il valore esatto del premio finale, e in secondo luogo il desiderio di conoscere solo il valore del loro premio individuale selezionando la lotteria con una ricompensa più alta prescindendo dal fine di ridurre la loro incertezza sul valore del guadagno totale delle due lotterie.

I risultati dello studio di Gottlieb, Woodford e colleghi (2019) hanno mostrato come le scelte delle persone e di conseguenza i loro comportamenti siano determinati sia dalla volontà di ridurre l’incertezza generando accurate predizioni circa l’outcome futuro sia dalla cosiddetta “utilità anticipatoria” osservata soprattutto in quei soggetti che privilegiavano le lotterie con alto reward ma maggiormente incerte, indipendentemente dalle loro previsioni sul guadagno che avrebbero potuto ricavare da esso (van Lieshout, Lange, Cools, 2019).

Questo studio corrobora una recente ricerca di Charpentier e colleghi (2018) che metteva in luce la tendenza dei partecipanti ad incuriosirsi per quelle informazioni più legate ad outcome futuri desiderabili, quali le ricompense, senza interessarsi e quindi a tralasciare quelle informazioni che avrebbero predetto una perdita, nel momento stesso in cui incominciavano a pregustare una vincita.

Conclusioni

Il punto di forza del presente studio risiede soprattutto nell’aver sottolineato, attraverso uno studio ben controllato e accurato dal punto di vista metodologico, la grande eterogeneità e variabilità individuale nel grado in cui le persone esibiscono specifici meccanismi di selezione delle informazioni rilevanti nell’ambito dei meccanismi determinanti la curiosità, dal momento che è apparso evidente come le persone tendano ad utilizzare una strategia piuttosto che un’altra o un mix delle due.

Tuttavia i ricercatori evidenziano come ancora non sia chiaro se la riduzione dell’incertezza costituisca attivamente il “motivatore” oltre che della curiosità anche della risoluzione di stati per noi avversivi: se così fosse infatti la nostra motivazione nel ridurre l’incertezza potrebbe essere una funzione, una credenza circa la probabilità che tale incertezza venga poi risolta (van Lieshout, Lange, Cools, 2019).

4th International Conference of Metacognitive Therapy – Prima giornata – La sessione Open Papers sulla Terapia Metacognitiva e le problematiche relazionali

La prima giornata del quarto convegno internazionale di Terapia Metacognitiva, organizzato dall’MCT Institute a Praga si apre con una sessione Open Papers dedicata all’applicazione della Terapia Metacognitiva ai problemi interpersonali, un tema non ancora approfondito dalla ricerca ed esposto per la prima volta in questo congresso.

Il primo lavoro viene presentato da Louise Horne, professionista dell’Ashworth High Secure Hospital, una delle tre strutture ospedaliere inglesi per pazienti che necessitano di cure e trattamenti in condizioni di specifica sicurezza. Nel suo lavoro, la dr.ssa Horne presenta il caso di un paziente con delirio somatico resistente al trattamento e a rischio elevato. Il delirio di tipo somatico, afferma la Horne, viene spesso difficilmente diagnosticato e confuso quindi con il disturbo schizoide, la dipendenza da sostanze, il disturbo antisociale (specie nel caso di specifiche condotte dei pazienti) o la dismorfofobia. Nel caso presentato (A.B.), il delirio riguardava la convinzione del paziente di avere un pene di dimensioni eccessivamente ridotte. A questa convinzione delirante, presente fin dall’adolescenza, si sono affiancati poi numerosi eventi di vita negativi, tra cui episodi di bullismo subito e diverse aggressioni negli anni, che hanno verosimilmente favorito l’insorgenza di comportamenti maladattivi e, di conseguenza, accuse a carico del paziente. Ricoverato a 55 anni, A.B. era stato sottoposto a diversi trattamenti farmacologici e psicoterapici, tra cui la terapia cognitivo comportamentale per psicosi, per dismorfofobia e Schema Therapy. La dr.ssa Horne ha proposto al paziente di intraprendere un trattamento metacognitivo utilizzando il modello per il Disturbo d’Ansia Generalizzata, dove il focus del trattamento è posto sul rimuginio, concettualizzato come strategia di coping disfunzionale in risposta a pensieri negativi. Dopo il trattamento, durato 10 sedute, A.B. mostrava una riduzione nelle misure di ansia e rimuginio, nelle preoccupazioni legate al delirio somatico e nella ruminazione, mentre si riscontrava un miglioramento del tono dell’umore. Parallelamente, A.B. ha ridotto i comportamenti di evitamento dei contesti sociali, abbandonando comportamenti di sicurezza (es. ipervigilanza nei confronti degli altri) che potevano creare criticità a livello interpersonale. I risultati risultano mantenuti a un anno di follow up, gettando una prima base per l’applicazione di trattamenti Terapia Metacognitiva per i disturbi deliranti.

La seconda relazione viene presentata dalla dr.ssa Pia Callesen, terapeuta MCT che opera in libera professione in un centro privato in Danimarca. Nel suo lavoro illustra tre casi singoli di pazienti con disturbo bipolare (episodio depressivo attuale) seguiti con un percorso di terapia metacognitiva. Nel presentare la letteratura sul tema, la dr.ssa Callesen evidenzia come già nel 2014, uno studio di Sarisoy e collaboratori ha evidenziato la presenza di credenze metacognitive maladattive in soggetti con disturbo depressivo maggiore e disturbo bipolare in modo significativamente maggiore rispetto al campione non clinico. Nei casi clinici presentati, viene proposto un trattamento di 7/9 sedute di 45 minuti, con follow up a sei mesi, a pazienti con diagnosi primaria di disturbo bipolare che non avessero ricevuto altri trattamenti per l’episodio attuale. Tutti i pazienti coinvolti erano ricorsi a diversi trattamenti – soprattutto di tipo farmacologico – per gli episodi precedenti. Il trattamento proposto si basava sull’intervento Terapia Metacognitiva per il Disturbo Depressivo Maggiore, ponendo tuttavia grande attenzione a quella che viene definita “ruminazione positiva” – definita come uno stile di pensiero perseverante che caratterizza gli stati maniacali e che viene utilizzato come strategia di evitamento rispetto agli stati depressivi. Tale “ruminazione positiva” sembra infatti sostenuta anch’essa da specifiche metacredenze e, nel tempo, risulta percepita come estremamente faticosa e stressante dai pazienti coinvolti. I risultati raggiunti, che mostrano un miglioramento significativo dei sintomi depressivi, nella ruminazione e nelle metacredenze, risultano mantenuti al follow up, che verrà ripetuto anche nei prossimi mesi.

L’ultima presentazione di questa sessione Open Paper è uno studio sul ruolo delle metacredenze nei problemi interpersonali, considerate al netto dei livelli di distress emotivo, stile di attaccamento e tratti di personalità del modello Big Five. I problemi interpersonali implicano infatti continue sfide nelle relazioni sociali e spesso determinano processi di ruminazione sui torti subiti, sugli errori commessi, sulla paura di essere rifiutati e sulla sensazione di essere umiliato o sopraffatto dagli altri. I fattori che determinanno i problemi interpersonali sono stati da sempre indagati nei tratti di personalità, che rappresentano elementi stabili e significativi dell’individuo. In particolare, alti livelli di nevroticismo e apertura, affiancati a bassi livelli di estroversione, gradevolezza e coscienziosità sono associati a distress emotivo. Un ulteriore fattore investigato nei problemi interpersonali è lo stile di attaccamento, che dalla letteratura risulta maggiormente predittivo di criticità relazionali rispetto ai tratti personologici (Noftle et al., 2006). La ricerca presentata utilizza un disegno cross sectional, che ha previsto la somministrazione di strumenti self report a 291 partecipanti. Le analisi dimostrano che anche le metacredenze, indagate con l’MCQ (Metacognitive Questionnaire), hanno un ruolo nel determinare criticità interpersonali, controllando per le variabili sopra esposte e già note in letteratura. L’unica metacredenza non significativa sembra essere il bisogno di controllo dei pensieri, che non spiegherebbe tali difficoltà. Questo primo studio apre le porte a un altro filone di ricerca, volto a approfondire come le metacredenze possano essere una fonte di cambiamento nei problemi relazionali.

DSA e adolescenza: le difficoltà scolastiche incidono sulla costruzione identitaria?

Cosa accade quando l’adolescente, messo di fronte alla possibilità di non sapere e di non poter controllare il proprio futuro, deve anche fare i conti con difficoltà scolastiche più o meno marcate che diventano parte di questa nuova identità ancora indefinita quanto necessaria?

Graziana Marra

 

La dislessia è parte della persona e il modo in cui la società contemporanea la considera ha una grande influenza su una persona dislessica. La diagnosi di dislessia può fornire una forma di identità, determinata dalla sua costruzione sociale. (Tassie, 2010; trad. it. In Tagliani, 2017)

Se è vero che la scuola rappresenta uno degli ambiti di vita più importanti per gli studenti, lo è forse a maggior ragione per gli adolescenti.

DSA..in adolescenza

La scuola secondaria di secondo grado costituisce un palcoscenico sul quale si richiede agli allievi di mettere in gioco non solo abilità e prestazioni, ma anche la propria personalità (Bertagna, 2007). Rispetto ai compiti evolutivi dell’adolescente, già chiamato ad attivarsi nella costruzione di una nuova immagine di sé mentale e corporeo, la scuola influisce sulla ridefinizione dell’identità di studente.

I contenuti disciplinari sono ora oggetto di operazioni mentali complesse (processi di astrazione, ragionamento deduttivo, problematizzazione, ecc…) diventando pertanto occasione di rielaborazione personale delle conoscenze. Lo studente è spinto a dire la sua, ad esporsi nel proporre il suo personale punto di vista, a porre quesiti e fare ipotesi, a confrontarsi con compagni e docenti. Le richieste della scuola spingono inevitabilmente lo studente a considerare obiettivi a lungo termine legati a scelte personali e professionali: la scuola superiore diventa luogo di aspettative per il futuro, costituisce un ponte che sollecita il passaggio dalla famiglia alla società. Cosa farò da grande? Per cosa sono portato? Cosa so fare? Andrò all’università? Che lavoro mi piacerebbe fare? Tra quali alternative posso scegliere? Posso davvero scegliere chi diventare?

Incognite che possono mettere in crisi, paradossalmente, quello stesso percorso di costruzione identitaria che la scuola cerca di sostenere, alimentare ed arricchire.

DSA: se la diagnosi arriva in adolescenza

Restringiamo ora questa riflessione su di un fenomeno in crescita negli ultimi anni, rappresentato dalla richiesta di valutazioni per una prima diagnosi di DSA (Disturbo Specifico dell’Apprendimento) durante la fase adolescenziale. Chiedendoci: cosa accade quando l’adolescente, messo di fronte alla possibilità di non sapere e di non poter controllare il proprio futuro, deve anche fare i conti con difficoltà scolastiche più o meno marcate che diventano parte di questa nuova identità ancora indefinita quanto necessaria?

Cosa accade quando

[…] la confusione che la mente dell’adolescente genera per realizzare la propria personale rivoluzione viene ulteriormente alimentata da un’obiettiva difficoltà a leggere e interpretare i fenomeni del mondo, e in particolare gli stimoli provenienti dall’ambiente scolastico? (Tagliani, 2017 – pag.117).

Diversi sono i clinici che negli ultimi tempi si occupano di comprendere i molteplici aspetti legati alla richiesta di un percorso valutativo per una possibile diagnosi di DSA alla scuola superiore. È importante chiedersi quale significato tale richiesta possa avere come parte del processo identitario dell’adolescente, tenendo conto che spesso certe difficoltà scolastiche (molto probabilmente pregresse o, in certi casi, negate) vengano in qualche modo compensate negli anni della scuola primaria e secondaria di primo grado ma che oggi, di fronte a maggiori richieste didattiche ed evolutive vadano completamente disvelandosi.

DSA: i numeri sulle diagnosi in Italia

Secondo i dati diffusi nell’aprile del 2018 dall’Ufficio Statistica e Studi del MIUR, nell’anno scolastico 2016/2017 le diagnosi di DSA nella scuola secondaria di II grado hanno raggiunto il 4% sul totale della popolazione studentesca frequentante. In due anni, ovvero fra A.S. 2014/15 e A.S. 2016/17, la percentuale di studenti con certificazione DSA nella scuola secondaria di II grado è cresciuta del 1.5%. “Effetto di accumulo” dovuto a una più lunga permanenza nella scuola superiore? Effetto della progressiva riduzione del fenomeno dell’abbandono scolastico rispetto al passato, senza dimenticare l’accresciuta capacità del personale docente di individuare correttamente i casi sospetti e avviarli all’iter di certificazione? (AID Italia).

Quali che siano i fattori che incidono più o meno sul fenomeno, è comunque significativo che il percorso psicodiagnostico per sospetto DSA alle superiori non soltanto è generalmente accettato di buon grado dai ragazzi, ma addirittura spesso sono loro stessi a richiederlo ai propri genitori. Non sempre l’iter valutativo conduce ad una diagnosi: molto spesso infatti ciò che viene rilevato ha a che fare con difficoltà aspecifiche, non inquadrabili all’interno di un disturbo. In ogni caso, la possibilità di dare un nome o di assegnare un’etichetta alle proprie fatiche potrebbe dare risposta a dubbi e domande sulle proprie capacità e sul proprio senso di autoefficacia.

L’adolescente vuole vederci chiaro e sapere chi veramente è (Pietropolli Charmet, 2010), provando a farsi largo nel caos delle sue contraddizioni. Confronta sé stesso, i propri limiti e le proprie risorse con i coetanei e con l’immagine di sé che essi gli rimandano. La diagnosi d’altra parte spiegherebbe i motivi delle proprie difficoltà e aiuterebbe a percepirsi al pari degli altri coetanei. Cosa vuol dire in questo caso essere dislessico? Essere diverso o svantaggiato? Oppure, paradossalmente, legittima questa diversità proteggendo la propria autostima? Il DSA colloca al di fuori di sé problemi e difficoltà, non chiama (apparentemente) in causa fatiche emotive e relazionali. Mette d’accordo tutti: lo studente, la famiglia, la scuola. I genitori sono spesso sollevati alla notizia che il/la figlio/a presenti un disturbo o una difficoltà dell’apprendimento, poiché rende meno difficile il confronto con le attuali problematiche che chiamano in causa le ansie e le preoccupazioni relative alla realizzazione e al successo dei figli. I professori dal canto loro possono sentirsi confortati dalla possibilità di ricorrere a modalità didattiche e valutative in grado di raggiungere anche quegli studenti più “difficili” e superare il senso di frustrazione derivante dalla preoccupazione di non saperli aiutare.

Sembra proprio che l’adolescenza dei figli costringa in una certa misura anche i genitori a fare i conti con il riconoscimento dei propri limiti, con l’elaborazione del fallimento generato da conflitti e tensioni e con l’accettazione della perdita di quel

bambino che [il proprio figlio] non potrà più essere (Tagliani, 2017).

I docenti a loro volta sono chiamati a confrontarsi quotidianamente con ragazzi e ragazze alla ricerca di un modello di riferimento che al contempo non li metta in discussione nella loro spinta verso il diventare grandi. Del resto, i cosiddetti strumenti compensativi e le misure dispensative, se non vengono usati difensivamente come scorciatoie, possono diventare occasione per trovare modi sempre nuovi di conoscere il mondo e sé stessi.

Genitori e docenti affrontano la sfida di provare a porsi come adulti autorevoli non giudicanti, svolgendo una duplice funzione: di presenza e di confronto. Nel tentativo di supportare il delicato e complesso passaggio di crescita che l’adolescente, a prescindere dalla presenza di difficoltà o disturbi, è comunque chiamato a percorrere. Non è la diagnosi a definire l’identità dell’adolescente: esperienze e relazioni significative possono fare la differenza.

Gli studenti affrontano meglio le situazioni stressanti grazie alla Mindfulness Based Cognitive Therapy

Secondo recenti studi, gli studenti universitari sono soliti avere livelli di ansia più alti e umore più basso rispetto ai loro coetanei non universitari; la mindfulness si mostra un valido alleato per gli studenti alle prese con lo stress..

 

Proprio per questo motivo la General Medical Council (GMC), organo responsabile per il miglioramento dell’educazione medica nel regno Unito, raccomanda un training di mindfulness per aumentare il benessere e ridurre lo stress.

MBCT: lo studio sul benessere sugli studenti

Un nuovo studio, pubblicato sul Journal Education Research International, condotto dall’Università di Bristol ha indagato se la Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT) potesse migliorare la salute mentale e lo stato di benessere degli studenti.

In particolare, la ricerca si è concentrata sugli studenti di medicina, dal momento che questo gruppo era considerato quello più a rischio tra tutti gli studenti.

Questi soggetti, nonostante avessero una formazione medica, presentavano una forte vulnerabilità, infatti non ricercavano aiuto o supporto di fronte ad una situazione di difficoltà o di stress.

I ricercatori hanno deciso di usare proprio la MBCT poiché riduce l’ansia, la preoccupazione eccessiva, i pattern dei pensieri negativi e migliora sia la resilienza allo stress che il benessere emotivo e lo sviluppo professionale.

La MBCT può rompere il ciclo di vulnerabilità specifica attraverso lo sviluppo di nuove strategie di coping.

Il campione era composto da 57 soggetti, tutti studenti di medicina, reclutati tra il 2011 e il 2015. Tutti i partecipanti erano stati indirizzati, già in precedenza, ad un gruppo di mindfulness, o dal proprio medico di base o dal consulente universitario.

Il programma prevedeva una frequenza di 2 ore ogni 2 settimane, per otto settimane, oltre a questa parte di formazione veniva richiesto loro di impegnarsi ed esercitarsi quotidianamente a casa.

Il training aveva lo scopo di insegnare agli studenti come funzionasse la loro mente, come lo stress impattasse sulla loro vita, ad avere consapevolezza dei trigger e dei sintomi dello stress, tecniche di coping, pratiche di meditazione ed infine l’importanza della cura personale.

Alla fine di ogni programma, gli studenti dovevano completare un sondaggio riguardante la loro esperienza.

Oltre a questo, i ricercatori somministravano delle interviste qualitative della durata compresa tra i 60 e i 90 minuti.

MBCT: i risultati dello studio

I soggetti riportavano, oltre all’assimilazione delle tecniche di mindfulness, anche un miglioramento nell’empatia e delle loro abilità comunicative riguardanti pensieri e sentimenti.

Gli studenti hanno anche riferito una migliore capacità nel gestire lo studio e nel riconoscere il pensiero automatico di giudizio, senza identificarsi in questi pensieri.

Quando gli studenti rientravano a casa, dopo aver studiato tutto il giorno, svolgevano gli esercizi di mindfulness, e grazie a questi ultimi, riuscivano a concentrarsi nuovamente, soprattutto nelle situazioni stressanti in ospedale o durante gli esami.

Per concludere, questo studio ha voluto dimostrare come la mindfulness aiutasse gli studenti in difficoltà, in particolare gli studenti di medicina, a trovare nuove strategie funzionali e uno stato di maggior benessere sia in ospedale che a casa.

Per quanto riguarda le prospettive future, i ricercatori hanno come obiettivo quello di trovare nuovi modi efficaci per agevolare e sostenere gli studenti che soffrono di stress e ansia.

Identità di genere: il ruolo delle esperienze sociali nella modificazione epigenetica cerebrale

Nonostante gli studi sempre più numerosi sull’ identità di genere, scarsa attenzione è stata posta al modo in cui la traiettoria evolutiva di un individuo possa subire una modificazione a partire dalle interazioni sociali in cui il genere di appartenenza ha un ruolo determinante. 

 

Sebbene nel linguaggio comune i termini “sesso” e “genere” vengano utilizzati in maniera intercambiabile, nell’ambito delle scienze sociali il termine gender è un forestierismo preso a prestito dalla lingua inglese per indicare l’insieme delle caratteristiche esibite da un individuo in un contesto sociale, in accordo con l’identità ed il ruolo di genere da egli stesso percepiti, che a loro volta influenzano le interazioni sociali con gli altri individui e la società in genere.

Il sesso di appartenenza di un individuo è determinabile in maniera relativamente semplice facendo riferimento ai caratteri sessuali, biologicamente determinati, che generalmente dicotomizzano i soggetti in maschile e femminile; tuttavia i primi studi sull’intersessualità, condizione per cui un individuò può esibire alla nascita cromosomi sessuali e/o caratteri sessuali primari o secondari appartenenti ad entrambi i sessi, hanno sollevato la questione di come questi individui, una volta adulti, si riconoscessero, autodeterminandosi, un’ identità di genere non sempre conforme al sesso assegnato loro mediante gli interventi chirurgici di correzione dell’ambiguità genitale. Similarmente, il fenomeno del transgenderismo (o della transessualità, termini con due sfumature differenti che fanno capo allo stesso fenomeno), vede individui che si percepiscono in maniera difforme al sesso biologico di appartenenza adottare un’ identità di genere coerente col proprio vissuto interiore, decidendo o meno di adeguare chirurgicamente i propri caratteri sessuali al genere percepito. Questi esempi chiarificano come sesso e genere siano in realtà due aspetti differenti e non necessariamente congruenti nel complesso costrutto identitario di un individuo.

Identità di genere: le implicazioni biologiche a livello epigenetico

Se da tempo la ricerca scientifica si è dedicata a identificare i dimorfismi cerebrali che occorrono nel cervello maschile e femminile a seguito del processo di differenziazione sessuale che avviene in fase embrionale, tuttavia scarsa attenzione è stata riservata alle implicazioni biologiche che l’ identità di genere possa avere a livello epigenetico sull’individuo, in altre parole come la traiettoria evolutiva di un individuo possa subire una modificazione a partire dalle interazioni sociali in cui il genere di appartenenza sia determinante.

I ricercatori della Georgia State University, Cortes, Cisternas e Forger (2019) hanno per la prima volta raccolto i risultati delle ricerche che sembrerebbero avvalorare l’esistenza di tali modificazioni epigenetiche, prendendo a modello studi comparativi eseguiti sui ratti così come quei casi, dagli autori definiti gendered experiences, in cui il trattamento riservato ad un gruppo di individui risentisse delle implicazioni determinate socialmente dall’appartenenza ad uno specifico genere.

Nello studio di Edelmann ed Auger (2011) citato dagli autori, dei ratti femmina appena nati venivano spazzolati di frequente con un pennello per simulare le cure materne generalmente riservate ai cuccioli maschi: il risultato ottenuto fu che il pattern di metilazione del DNA e l’espressione del gene alfa recettore per gli estrogeni nell’amigdala si “mascolinizzassero”. Un esempio tratto da una pagina della storia dell’Uomo, è invece rappresentato dalla politica del figlio unico attuata in Cina come tentativo di controllo demografico. Durante la Grande Carestia Cinese del 1959-61, le famiglie si trovarono costrette a favorire i figli maschi riservando a questi ultimi le poche risorse disponibili, risultando in una differenza significativa nel livello di alfabetizzazione, abbandono, disabilità e trascuratezza riscontrabili nelle donne ad una generazione di distanza (Mu et Zhang, 2011). Da ultimo, gli autori riportano gli esempi dell’utilizzo dei cosmetici e dell’assunzione di alcool come comportamenti fortemente influenzati dal ruolo di genere quale costrutto sociale (ovvero l’insieme di quelle aspettative e caratteristiche che l’individuo è portato a ricercare per rientrare nell’archetipo di uomo o donna valido nella società di appartenenza). Da un lato, l’alta concentrazione di parabeni e ftalati presenti nei prodotti cosmetici destinati alla fruizione femminile comporta una più alta concentrazione nelle urine di tali sostanze che, come avvalorato dalla sperimentazione sui topi, risulta ancora una volta in modificazioni nella metilazione del DNA nel cervello e nell’espressione della metiltranferasi del DNA; dall’altra, le differenze culturali circa l’accettabilità sociale dell’uso e abuso di alcool, determina in alcuni casi esempi di netta disparità tra i sessi per quanto riguarda l’effettivo consumo di tale sostanza.

In conlusione, Cortes, Cisternas e Forger (2019) offrono una riflessione su quante e quali differenze nello sviluppo epigenetico di un individuo possano essere causate dalle disparità di trattamento, aspettative, influenze sociali che costituiscono le gendered experiences, le quali si andranno a sommare, influenzandosi vicendevolmente durante tutto il corso della vita dell’individuo, ipotizzando inoltre come una minore o maggiore aderenza ai costrutti sociali di ruolo di genere possano comportare ulteriori differenze significative anche tra individui che si riconoscono in una stessa identità di genere.

La Realtà Virtuale per l’ansia sociale

La realtà virtuale viene sempre più utilizzata nel trattamento di diversi disturbi psicologici, tra cui anche il disturbo d’ ansia sociale dove viene utilizzata per ricreare le situazioni temute dal soggetto con ricchezza e personalizzazione di dettagli.

Adriano Mauro Ellena

 

Le persone con disturbo di ansia sociale sperimentano un’ansia estrema in una vasta gamma di situazioni in cui devono interagire con altre persone. La terapia cognitivo comportamentale (CBT) è il trattamento psicologico più efficace per questo tipo di disturbi. Tuttavia, il protocollo CBT per il disturbo di ansia sociale prevede l’utilizzo di tecniche di esposizione in vivo che comportano alcune limitazioni: uno dei motivi principali è che il disturbo di ansia sociale è caratterizzato da una forte tendenza all’evitamento e questo può ritardare di molto l’esposizione in vivo, inoltre, può essere impegnativo e dispendioso in termini di tempo per i terapeuti, che devono strutturare l’esposizione più adatta al singolo paziente.

Sulla base di queste premesse, alcuni ricercatori dell’Università di Groningen hanno voluto verificare l’efficacia terapeutica della realtà virtuale nel trattamento di pazienti con ansia sociale.

Lo studio

Lo studio pilota ha coinvolto pazienti con diagnosi di disturbo di ansia sociale, aventi un’età compresa tra 18 e 65 anni e un punteggio elevato nella Social Interaction Anxiety Scale. Ciascun partecipante è poi stato sottoposto al trattamento con realtà virtuale: VR-CBT (Virtual Reality-Cognitive Behavioural Theray).

Il protocollo VR-CBT prevde un massimo di 16 sedute (di circa un’ora ciascuna per una volta a settimana) accuratamente personalizzate sulla base delle caratteristiche del disturbo del singolo paziente. In particolare, per questo studio, ogni caso è stato concettualizzato nei dettagli e sono stati meticolosamente fissati gli obbiettivi personali del singolo paziente.

All’interno del software di realtà virtuale erano disponibili diversi setting: strade, autobus, caffè e supermercati. I terapeuti erano in grado di manipolare, attraverso l’utilizzo del computer, la quantità di folla presente in ciascun ambiente virtuale.

Ulteriori strategie terapeutiche utilizzate nel corso del trattamento sono state la psico-educazione e la ristrutturazione cognitiva delle credenze disfunzionali.

I risultati ottenuti sono stati promettenti: l’ ansia sociale si è significativamente ridotta dopo il trattamento e questo miglioramento è stato mantenuto al follow-up dopo 3 mesi dalla conclusione del trattamento. Anche i punteggi ai test sulla depressione si sono decisamente ridotti, indicando una migliore qualità della vita.

In conclusione

Questa ricerca si somma alle già numerose prove che vanno a dimostrare l’efficacia terapeutica dell’utilizzo della realtà virtuale per scopi clinici, validando sempre di più questo strumento ed aprendo le porte ad ulteriori sviluppi.

Secondo i ricercatori di questo studio è pertanto importante approfondire se la VR-CBT sia un processo più lento e meno immediato rispetto alla CBT con esposizione in vivo nel trattamento di disturbi come il disturbo di ansia sociale, oppure no.

La correlazione tra relazioni supportive e diminuzione dello stress

Godere di relazioni supportive migliora la salute sia fisica che psicologica. Ad esempio garantirebbe un funzionamento immunitario e cardiovascolare eccellente, livelli di depressione più bassi e maggior soddisfazione nella vita.

 

Al contrario, chi non può fare affidamento su relazioni di supporto presenta un rischio maggiore di malattie cardiovascolari, depressione e un sistema immunitario debole.

Relazioni sociali supportive e stress: lo studio

Uno dei modelli riguardanti le relazioni sociali è il modello Stress-Buffering; secondo quest’ultimo, le relazioni sociali sono utili, soprattutto durante i periodi di stress elevato, poiché possono migliorare gli effetti potenzialmente dannosi degli eventi stressanti.

Prendendo spunto dal modello Stress-Buffering, lo studio, pubblicato sul giornale PLOS One, condotto dal laboratorio della Prof.ssa Wendy Birmingham della Brigham Young University, ha cercato di indagare, attraverso una termocamera ad infrarossi, se le relazioni sociali, in particolare il matrimonio, possano migliorare gli effetti dannosi di alcuni eventi stressanti.

La pupillometria consente di vedere gli effetti dello stress acuto in tempo reale. I muscoli che controllano le dimensioni della pupilla sono collegati al sistema nervoso autonomo, infatti quando sono sotto stress le pupille degli esseri umani si dilatano, entro un massimo di 200ms. Questa rapida risposta consente di vedere gli effetti immediati dello stress acuto sul sistema nervoso autonomo e gli effetti in tempo reale del supporto sociale.

Relazioni sociali supportive e stress: i risultati sulle coppie

Il campione era composto da 45 coppie (90 soggetti), reclutate sia presso la Brigham Young University sia nella comunità circostante. I partecipanti erano coppie eterosessuali, sposati da almeno 2 anni, con età minima di 21 anni, con una vista normale e corretta. I soggetti dovevano completare un compito, intenzionalmente stressante, tramite un computer.

In maniera casuale, alcune coppie dovevano eseguire il compito in solitudine, le altre avevano la possibilità di sedersi vicino al partner e di tenergli la mano. Durante il compito la termocamera ad infrarossi misurava continuamente il diametro della pupilla dei soggetti. La pressione corporea e il livello di stress percepito sono stati analizzati in un secondo momento.

Entrambi i gruppi hanno riportato livelli di stress significativi, ma il gruppo nel quale era possibile avere il supporto del partner si calmava molto prima e riusciva ad eseguire il compito con un livello di stress ridotto rispetto a chi eseguiva la prova da solo.

In conclusione, questo studio dimostra che le relazioni di supporto funzionali aiutano a far fronte a eventi stressanti e allungano la prospettiva di vita.

 

Essere sessualmente soddisfatti da anziani è importante per la salute

Avere una vita sessuale soddisfacente aiuta a mantenere delle relazioni intime soddisfacenti, oltre a promuovere l’autostima e a contribuire alla salute ed alla qualità della vita.

 

Questo è vero non soltanto per le persone più giovani, ma anche una vita sessuale soddisfacente in età più avanzata è importante per il benessere degli individui.

Sessualità soddifacente e qualità della vita negli anziani: la ricerca

Una recentissima ricerca della London School of Hygene & Tropical Medicine (Erens, Mitchell, Gibson, Datta, Lewis, Field & Wellings, 2019) è andata ad investigare come fattori legati a salute, stile di vita e relazioni amorose possano influenzare il grado di soddisfazione riguardante la vita sessuale e conseguentemente il benessere generale della persona.

I ricercatori inglesi hanno utilizzato i dati di un’inchiesta nazionale britannica riguardante la vita sessuale, i quali sono poi stati integrati con delle interviste strutturate condotte su una popolazione composta da circa 3500 anziani, sia uomini che donne, di età compresa tra i 55 e i 74 anni. La ristrettezza della fascia d’età è proprio uno dei limiti di questo studio, in quanto diventa impossibile sapere cosa succeda agli individui che superano i 74 anni, diventa pertanto necessario uno studio ulteriore che approfondisca il vissuto di persone più anziane di quella della presente popolazione.

Secondo il leader dell’equipe di ricerca Bob Erens questo lavoro è importante in quanto è necessario conoscere l’impatto della salute sull’attività sessuale delle persone, dato che quest’ultima è un buon predittore della qualità di vita, ma esistono ancora pochi studi che si sono occupati di questa relazione; pertanto l’obbiettivo della presente ricerca è di riempire tale vuoto.

Sessualità nella terza età: i risultati della ricerca

Per quanto riguarda i risultati dell’inchiesta e delle interviste, soltanto il 42% di uomini e il 42% di donne ha rivelato di essere soddisfatto della propria vita sessuale. Inoltre un uomo su quattro e una donna su sei hanno riportato di avere dei problemi di salute che vanno ad impattare sulla vita sessuale.

Molte delle persone che hanno riferito di avere problemi di salute inficianti la qualità della vita sessuale non hanno richiesto alcun tipo di aiuto a professionisti nell’ambito della salute, sia fisica che mentale. A fronte di un peggioramento nell’ambito sessuale, seguirà una diminuzione della qualità della vita generale e del benessere di tali persone.

È proprio questo uno dei risultati più importanti di questo studio in quanto ha un enorme risvolto a livello pratico. Le persone aventi problemi di salute che inficiano le prestazioni sessuali e pertanto vanno a diminuire la qualità della vita, non ricercano aiuto per risolvere tali problematiche; se si riuscisse a risolverli si avrebbe un sicuro miglioramento della qualità della vita sessuale, il quale porterebbe a un conseguente miglioramento generale della qualità di vita e del benessere.

Dallo studio di Erens e collaboratori sembra pertanto che la vita sessuale diventi una sorta di finestra dalla quale accedere per poter giungere a una vita soddisfacente e piena anche da anziani.

Le abilità cognitive sono affamate: gli effetti dell’insicurezza alimentare nell’infanzia e nella prima adolescenza

Con il termine insicurezza alimentare si intende l’accesso limitato ad alimenti sufficientemente genuini e nutrienti.

 

Una recente ricerca condotta dall’Imperial College di Londra e il BITS Pilani di Goa dimostra che l’ insicurezza alimentare, ovvero l’accesso limitato ad alimenti sufficientemente genuini e nutrienti, ha effetti negativi sulle abilità di apprendimento degli adolescenti indiani. Il team di ricerca ha indagato le disuguaglianze nei risultati relativi all’apprendimento a 12 anni. Lo stesso team ha poi esaminato se l’ insicurezza alimentare all’età di 5, 8 e 12 anni fosse correlata a punteggi più bassi nei test a 12 anni.

Circa il 47% dei bambini partecipanti allo studio ha sperimentato, ad un certo punto della propria vita, uno stato di insicurezza alimentare in famiglia (saltare i pasti, mangiare meno del necessario e la reale mancanza di cibo in tavola per problemi economici). Il 18% delle famiglie più benestanti che hanno partecipato allo studio ha ugualmente sperimentato insicurezza alimentare, sottolineando che questo non è un problema esclusivamente economico.

Insicurezza alimentare e apprendimento

È emerso che l’ insicurezza alimentare, a ogni età, influenza l’apprendimento: i risultati hanno mostrato, infatti, nella prima adolescenza un vocabolario meno vasto come anche bassi punteggi nella lettura, in matematica, nel linguaggio locale (Telegu) e in Inglese. In particolare, i bambini che ne hanno sofferto a 5 anni o in maniera cronica hanno ottenuto i punteggi più bassi su ogni compito. Un’ insicurezza alimentare precoce e cronica si è dimostrato dunque il più potente predittore di deterioramento delle abilità cognitive a 12 anni, soprattutto nello sviluppo del vocabolario e della lettura. L’ insicurezza alimentare nella seconda metà dell’infanzia e nella prima adolescenza era associata più a disfunzioni in abilità matematiche e nell’inglese.

Gli effetti dell’ insicurezza alimentare sono vari e colpiscono diverse abilità: quella di lettura, di costruzione di un vocabolario vasto, l’abilità matematica e nell’acquisizione di una lingua straniera. L’ insicurezza alimentare, quindi, nelle fasi precoci di vita potrebbe intaccare lo sviluppo di queste abilità di base. In particolare, sulla matematica ha effetti immediati e a lungo termine.

Le conseguenze di questo tipo di insicurezza si riflettono sulla salute e sul benessere economico futuro, importante non solo per gli individui ma anche per lo sviluppo economico dell’intero paese. Il presente studio è stato pertanto condotto con l’obiettivo di creare programmi educazionali indirizzati a bambini ad alto rischio di insicurezza alimentare. Inoltre, l’obiettivo è quello di utilizzare I risultati per programmi alimentari e altre iniziative sociali in modo da sensibilizzare al tema.

In base ai risultati riguardanti I bambini di 5 anni, i ricercatori consigliano:

  • Rinforzo alimentare nelle strutture educative, per esempio includendo la colazione o delle razioni da portare a casa nelle aree a rischio
  • Aumentare il contenuto nutrizionale del cibo ricevuto nei sistemi di distribuzione pubblici per le famiglie con figli in età pre-scolare
  • Migliorare la generale qualità dell’educazione per assicurare un vantaggio futuro

I risultati del presente studio sottolineano come anche le primissime esperienze di insicurezza alimentare possono avere effetti a lungo termine, durante il corso di tutta la vita, effetti che prescindono dal tipo di scolarizzazione e dalle caratteristiche individuali dei bambini (come indagato nel presente studio).

Un nuovo training di Realtà Virtuale per i pazienti affetti dalla malattia di Parkinson

Le nuove tecnologie e in particolare i moderni sistemi di realtà virtuale sono spesso un prezioso aiuto alla medicina e alla riabilitazione: questo succede anche nel caso del trattamento del morbo di Parkinson, che causa deficit di movimento e coordinazione.

Adriano Mauro Ellena

 

Le persone affette dal morbo di Parkinson soffrono di deficit del movimento e della coordinazione, per questo il rischio di cadute ed incidenti è maggiore che nel resto della popolazione.

Alcuni tipi di riabilitazione, come il tapis roulant o il potenziamento della forza muscolare, si sono dimostrati molto utili per il miglioramento dell’equilibrio e della mobilità in generale. Questo tipo di allenamento, però, presenta un limite: viene spesso eseguito in clinica e per questo non rispecchia le difficoltà che i pazienti affetti da Parkinson hanno nel fronteggiare gli ostacoli normalmente incontrati nella vita di tutti i giorni.

Per cercare di risolvere questo problema un gruppo di ricercatori dell’Università dello Utah ha ricreato un ambiente di realtà virtuale (VR) che include ostacoli e diversi tipi di terreni, la cui difficoltà può essere modificata in risposta alle prestazioni dell’utente. È previsto inoltre un protocollo di training, utilizzato per implementare la possibilità di migliorare le capacità funzionali di tali pazienti.

Lo studio

Lo studio è stato realizzato selezionando un campione di partecipanti con età superiore ai 40 anni affetti dal morbo di Parkinson. I soggetti sono stati testati previamente utilizzando il Functional Gait Assessment (FGA, utilizzato per misurare la stabilità posturale a seguito di una serie di prove) e il 6-minutes walk test (6MWT, che permette una misura delle capacità funzionali). Inoltre, sono state raccolte misure di capacità spaziotemporali in un laboratorio di Motion Capture, nel quale si richiedeva ai pazienti di provare a superare ostacoli via via sempre più complessi.

A seguito di questi test iniziali, i partecipanti hanno completato un protocollo di Realtà Virtuale della durata di 6 settimane e con una frequenza di 3 sessioni a settimana. Ogni sessione di training consisteva in 30 minuti di camminata su un tapis roulant, la cui velocità veniva adattata al paziente, mentre si “navigava” attraverso i sistemi di Realtà Virtuale cercando di superare una serie di ostacoli a circa 5 metri l’uno dall’altro.

Dopo il training, i pazienti hanno eseguito un post-test per valutare nuovamente le variabili prese in considerazione durante il pre-test.

I risultati conclusivi hanno mostrato un significativo incremento, da parte di ciascun partecipante, delle capacità funzionali, supportando la Realtà Virtuale come strumento ottimo per il loro potenziamento e sviluppo delle capacità motorie in pazienti con morbo di Parkinson.

Alla luce di una candela. Diario di una giovane donna in gravidanza (2013) di Marta Zucchero – Recensione del libro

La gravidanza rappresenta un momento molto delicato nel percorso di vita di una donna. Nella mente della madre in attesa si fanno strada, giorno dopo giorno, speranze, timori e aspettative.

 

Nel suo diario Marta, l’autrice, esprime le emozioni legate alla fase che sta vivendo. Si tratta di una testimonianza autentica, senza filtri, in cui trovano spazio riflessioni sul rapporto con Giorgio, il compagno e padre in attesa e con la propria famiglia di origine.

Alla luce di una candela: pensieri ed emozioni di una donna in gravidanza

Nel prepararsi a diventare madre, Marta si ritrova a confrontarsi con la propria madre; si domanda se sarà all’altezza. Si chiede che tipo di genitore sarà. Pensa con trepidazione alla bimba in arrivo, ad Emma, che sta crescendo nel suo grembo.

Ad Emma si indirizzano i pensieri, le riflessioni e le emozioni presenti nel racconto. Il diario diventa occasione sia per prendere coscienza di sé e dei propri vissuti, che terreno di dialogo e di scambio tra la madre in attesa e la figlia in arrivo.

In Alla luce di una candela Marta condivide con la sua bambina e con il lettore l’esperienza di preparazione alla maternità, la quale è fonte di emozioni ambivalenti: da un lato la gioia, dall’altra la paura.

Marta si sente fragile e ha timore di veder minacciata la propria identità ed indipendenza; teme che, a causa dell’inesperienza, la sua competenza come madre verrà messa in discussione. Per questa ragione rivendica più volte, nelle sue pagine, il diritto a fare da sé, senza sentirsi obbligata ad accettare l’aiuto degli altri, per quanto animati dalle migliori intenzioni.

Ciò non vuol dire che Marta voglia isolarsi, tagliando i ponti col mondo. Sa di aver bisogno di aiuto, ma desidera il supporto di qualcuno che non la giudichi, sostituendosi a lei per dirle cosa sarebbe meglio fare. In questo senso la figura della sua terapeuta, più volte menzionata nel racconto, rappresenta una presenza protettiva e non invadente, grazie alla quale Marta avverte un senso di comprensione e di riconoscimento.

Alla luce di una candela: quando si avvicina il parto

Con l’avvicinarsi della data del parto le tensioni si amplificano; il desiderio di conoscere, finalmente, la sua bambina, si intreccia con la paura che qualcosa possa non andare per il verso giusto. Il racconto si conclude con la nascita di Emma, così attesa dalla sua mamma. Alla luce di una candela, il diario di Marta, rappresenta una testimonianza fresca e ricca di umanità; il momento della gravidanza viene mostrato mettendo in evidenza tutta la complessità emotiva di cui è portatore. Marta è felice e spaventata al tempo stesso e si ritrova a fare i conti con la propria storia. Ripensare a sé stessa come figlia e al rapporto con la propria famiglia di origine fa nascere in lei una cascata di riflessioni.

Da questa fase di confusione, in cui tutte le certezze sembrano evaporare, nasce una nuova Marta, che vive giorno per giorno un processo di trasformazione. Come afferma Osho Rajneesh:

Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre. Lei non è mai esistita prima. Esisteva la donna, ma la madre mai. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.

Questo diario ci racconta, quindi, la storia di una doppia nascita: la nascita di Emma e la nascita di Marta, la sua mamma.

Il dono nella società industriale – Utilitarismo e relazione

Con la nascita della società industriale si sono scontrate due teorie sociologiche: quella utilitaristica rappresentata da Locke e quella solidaristica da Durkeim.

 

Locke (1632 – 1704) considera l’interesse come l’impulso dominante di un individuo autonomo e autoafferamativo e, quindi, il legame sociale come il prodotto di rapporti contrattuali e l’ordine come effetto di scelte razionali.

Il dono nell’economia di mercato

In questa concezione il dono acquista valore solo ed esclusivamente commerciale.

Barbara Spinelli, giornalista, in un articolo apparso sulla Stampa riporta un reportage del 2007 di RAI1 in cui il conduttore afferma:

Adesso vi diciamo sui regali di Natale qualcosa che vi compiacerà. Qualcosa che in tanti pensate silenziosamente ma che io oso dire a voce alta: non tutti i regali sono graditi, anzi alcuni sono enormemente sgraditi.

La definizione di Locke si avvicina a quanto sostenuto da Adam Smith (1776) da tutti considerato il padre della moderna economia di mercato:

Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, bensì al loro egoismo, e con loro non parliamo mai dei nostri bisogni, bensì dei loro vantaggi.

Ludwig von Mises (1949) sostiene che:

l’economia di mercato è il sistema sociale della divisione del lavoro e della proprietà privata dei mezzi di produzione. Ognuno agisce per proprio conto; ma le azioni di ognuno tendono tanto alla soddisfazione dei bisogni degli altri che dei propri. Agendo, ognuno serve i suoi concittadini. D’altra parte, ognuno è servito dai suoi concittadini. Ognuno è in sé stesso mezzo e fine; fine ultimo per sé stesso e mezzo per gli altri nei loro tentativi di raggiungere i propri fini.

Nelle società improntate all’economia di mercato, il dono è contraddistinto da uno scambio tra equivalenti e come ci informa Sabino Fortunato (2012):

l’esito più favorevole di tale meccanismo si apprezza in termini di “giustizia retributiva” (scambio di equivalenti), ma esso trascura poiché tali le questioni di “giustizia distributiva” nella società, partendo dalla teorizzazione di un homo oeconomicus come individuo razionale la cui azione è mossa dal principio di massimizzazione dell’interesse personale.

Dono, felicità ed economia di mercato secondo Kennedy

R. Kennedy durante la campagna elettorale del 1968 mise in luce i limiti di un sistema che aveva assunto come presupposto di base l’economia di mercato senza tenere conto dei risvolti sociali e dei legami sociali. In una kermesse elettorale l’8 marzo 1968 disse:

Troppo e troppo a lungo nel nostro paese abbiamo fatto coincidere i valori della nostra società con la pura e semplice accumulazione delle cose materiali. Il nostro prodotto interno lordo è oggi di 800 miliardi di dollari, ma se dovessimo misurare il valore del nostro paese dal PIL, ci accorgeremmo che esso comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre strade dai morti e feriti per incidenti stradali. Comprende il costo delle serrature di sicurezza delle nostre case e quello delle prigioni per coloro che la violano. Comprende la distruzione delle nostre foreste e la perdita del paesaggio distrutto dall’edilizia selvaggia. Aumenta con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e dei veicoli blindati della polizia per fermare le rivolte nelle nostre strade.

Comprende le armi e i coltelli e i programmi televisivi che esaltano la violenza per vendere giocattoli per i nostri figli. Il prodotto interno lordo non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione, della gioia dei loro giochi. Non comprende la bellezza della poesia o la solidità dei valori familiari; non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali e della integrità dei pubblici funzionari. Non misura la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra conoscenza e la solidarietà verso il prossimo. Esso misura tutto, all’infuori di quello che rende la vita meritevole di essere vissuta. E ciò è vero sia per l’America sia per tutti i paesi del mondo.

In sostanza Kennedy mette in luce i limiti di un sistema che, sotto la spinta delle teorie liberiste e del positivismo, aveva esaltato il possesso individuale come base per la ricerca del benessere e della felicità collettiva.

Il dono prima dell’economia di mercato

Al contrario nelle società arcaiche descritte da Mauss, lo scambio è di tipo asimmetrico. Lo stesso autore scrive:

i doni non hanno lo stesso scopo del commercio e dello scambio nelle nostre società più elevate. Lo scopo è prima di tutto morale, l’oggetto è quello di produrre un sentimento di amicizia tra le due persone interessate e se l’operazione non ottenesse questo effetto tutto verrebbe meno (op. cit).

Polany (1937), in aperta contrapposizione con Smith, sostiene che:

nessuna società potrebbe, naturalmente, sopravvivere per un qualsiasi periodo di tempo senza avere un’economia di qualche genere, tuttavia prima del nostro tempo non è mai esistita un’economia che anche in linea di principio fosse controllata dai mercati.

Quest’ultimo autore recentemente è stato parecchio rivalutato soprattutto in riferimento alla globalizzazione e alle sue conseguenze. In particolare, l’interesse è stato centrato sulle sue considerazioni riguardo alla non omologazione dell’economia come la panacea di tutti i mali e, soprattutto, isolabile dal resto delle attività umane e tra l’altro non crede alle virtù regolatrici del mercato.

Il dono in nuove forme economiche

Tra gli autori che hanno preso come modello il pensiero di Polany, possiamo citare l’economista francese Fitoussi e l’indiano Prem Shankar Jha che in “Il caos prossimo venturo” analizza gli effetti devastanti delle ricorrenti crisi finanziarie a livello globale. Grazie a questi studi il dono è stato posto al centro dell’attenzione, soprattutto, nella descrizione di nuove forme economiche che guardano alla solidarietà e al volontariato.

Al contrario di Locke, le teorie di Durkheim (1858 – 1917), vedono l’individuo assoggettato alle regole della sua cultura e società e, quindi, a seconda del sistema socio-economico di riferimento, i legami possono essere il frutto del dono o di concezioni tipicamente economiche anche se, soprattutto in “Divisione del Lavoro Sociale” (1893), il concetto più importante diventa quello di solidarietà per cui per capire la società bisogna partire da un gruppo di organismi legati da vincoli di solidarietà. In base ai vincoli possono essere distinti due tipi di società:

  • Le società semplici in cui, essendoci una forte similitudine tra gli individui, è presente una solidarietà meccanica frutto di una non differenziazione e nelle quali è presente una coscienza collettiva rappresentata dal sacro. E’ questo il caso delle società arcaiche;
  • Le società complesse in cui la crescita delle popolazioni comporta una divisione del lavoro che rende gli individui interdipendenti. Infatti, Durkeim sostiene che la solidarietà in questo tipo di società è organica nel senso che il corpo sociale si comporta come l’organismo umano. La coesione sociale, che secondo l’autore in questo tipo di società sostituisce la religione, è frutto dalla considerazione che gli individui diventano sempre più dipendenti gli uni dagli altri, perché ognuno ha bisogno di beni forniti da chi svolge un lavoro diverso dal proprio.

E’ nella solidarietà sia di tipo meccanicistico sia organico che il dono trova la sua espressione. Nelle società semplici è il dono così come lo aveva descritto Mauss, mentre nelle società complesse è la divisione del lavoro, che fa dipendere gli uni dagli altri, la matrice del dono.

Con la nascita della società industriale uno dei grandi problemi è stato la costruzione di una società e di una governance che facesse da contrappeso al mercato. Nel discorso elettorale di Kennedy, ad esempio, possiamo rilevare che il PIL (prodotto interno lordo) ha costituito il misuratore del benessere dello stato e degli individui. Kennedy giustamente fa notare che non tutto è misurabile attraverso l’accumulo di ricchezza se spesso questo comporta un benessere semplicemente apparente. Ciò che comunque è stato complicato mettere in relazione è la costruzione dei legami sociali attraverso ragioni semplicemente economiche. Il PIL è stato introdotto, nella sua formulazione iniziale da A. Smith, e non è altro che un indice che dovrebbe misurare il benessere di una nazione o di una popolazione in base al valore degli scambi che avvengono sul mercato. A parte le critiche introdotte da R. Kennedy, esso non misura o tiene fuori dal calcolo tutte quelle a titolo gratuito: restano quindi escluse le prestazioni nell’ambito familiare, quelle attuate dal volontariato (si pensi al valore economico del non-profit) etc. In sostanza resta escluso dal calcolo del PIL il dono così come concepito da Mauss e altri. Ciò sebbene l’ONU abbia formulato altri indici di misurazione del livello di benessere collettivo e individuale come il GPI (Indicatore del Progresso Reale), il FLI (Felicità Nazionale Lorda), il ISU (Indice di Sviluppo Umano) e altri ancora, la mattina ci svegliamo e siamo in attesa che i principali istituti di statistica pubblicano i dati del PIL al fine di capire se stiamo andando bene o male.

Il dono in una società del benessere

Ciò che si cerca di misurare è il benessere e come conseguenza è la felicità degli individui all’interno di un sistema sociale di riferimento.

La ricerca sul benessere collettivo non è un tema nuovo essendo stato teorizzato è sviluppato da Bentham (1748 – 1832). Bentham partiva dalla considerazione che l’uomo tende a fuggire da tutte le situazioni dolorose per ricercare la felicità. In quest’ambito egli introdusse il concetto o meglio riformulò un principio caro agli illuministi “massima felicità per il massimo numero di persone”.

Nella sua teoria dell’utilitarismo, egli formula una sorta di algebra morale ovvero di un calcolo che misura le azioni che producono la felicità. In quest’ambito le buone azioni sono quelle che promuovono la felicità non solo per il singolo, ma per l’intera collettività e viceversa, le cattive azioni sono quelle che la ostacolano.

Il presupposto di base che contraddistingue tutte queste teorie è l’ipotizzare in senso anche antropologico la nascita dell’homo oeconomicus ovvero di un individuo che, nella sfera della produzione e dello scambio, può avere un solo comportamento sensato e cioè quello razionale e utilitaristico. Come fa rilevare Graziano Lingua (2013) nell’homo economicus possono essere individuate tre caratteristiche basilari:

  • L’individualismo che parte dalla concezione che l’uomo è intrinsecamente “asociale, isolato, unidirezionalmente votato all’interesse personale (self-interest) e privo di ogni legame relazionale”. Secondo questa prospettiva il comportamento collettivo è il frutto della somma dei comportamenti individuali.
  • L’utilitarismo per cui ogni individuo agisce unicamente seguendo il principio di autointeresse, la cui funzione di utilità «dipende direttamente dal volume e dalla qualità di beni e servizi consumati, ma non dal contesto sociale nel quale l’azione di consumo si sviluppa” (L. Becchetti, Oltre l’homo oeconomicus. Felicità, responsabilità, economia delle relazioni, Città Nuova, Roma 2009, p. 12). Ho già parlato della teoria di Benthan sull’utilitarismo e dai suoi seguaci come gli Stuart Mill i quali sostengono che utile individuale deve integrarsi con l’utile generale; tant’è che Bentham criticando il concetto di giusnaturalismo sostiene che le norme statali devono promuovere le azioni volte al raggiungimento del piacere di tutti e punire tutte quelle volte ad ostacolare il piacere. Attualmente il concetto di utilitarismo è stato portato al suo estremo come ad esempio ipotizzato da B. Blackwell, J. Coleman e T. J. Fararo (1992) con Rational Choice Theory per cui il differenziale di utilità individuale diventa l’unica ragione dell’azione.
  • Razionalità calcolante per cui l’unico metro d’interesse è il rapporto tra mezzi e fine. Ciò che conta è la ricerca dei massimi profitti attraverso calcoli di tipo razionali; tutto il resto dei comportamenti o motivi sono irragionevoli e irrazionali.

Un “occhio” attento ai segnali precoci della schizofrenia e dei disturbi neurologici

Un’accurata valutazione dell’occhio e dei meccanismi che consentono la visione potrebbe aiutare i clinici a identificare i segnali precoci e di rischio per l’esordio di alcuni disturbi neurologici e psichiatrici e a sviluppare nuovi e promettenti strumenti per il perfezionamento dei processi diagnostici come evidenziato dal recente approfondimento di Woo, apparso su Nature Outlook. 

 

Nonostante molte conoscenze si siano accumulate per la comprensione dei meccanismi sottostanti l’eziologia, la genesi, il decorso nel tempo e il trattamento farmacologico della schizofrenia e per l’individuazione dei suoi sintomi prodromici nonché dei suoi fattori di rischio, la sua diagnosi risulta ancora oggi complicata e in alcuni punti problematica in quanto troppo legata a parametri soggettivi del clinico o dello psichiatra (Woo, 2019).

Pertanto, al fine di ottenere una quantità sempre maggiore di evidenze oggettive che possano concorrere al perfezionamento della sua diagnosi, nell’ultimo decennio le ricerche si sono concentrate nel rintracciare i cosiddetti “biomarker”, cioè quei segnali fisiologici tangibili e misurabili che possano indicare e “suggerire” l’innesco di un esordio o la progressione di una condizione medica o psichiatrica, a partire dall’occhio.

Biomarker e visione: l’uso per le diagnosi di sclerosi multipla

Il principio che ha dato avvio a questo filone di ricerca in particolare trae la sua origine dall’ipotesi che soprattutto la retina rappresenti la struttura cardine che potrebbe “riflettere” eventuali anomalie che si stanno sviluppando a livello cerebrale.

L’importanza data a quest’organo di senso e ai suoi componenti deriva da modelli neurofisiologici per cui la visione, per poter essere implementata, richiede il coinvolgimento di più della metà dei network cerebrali e pertanto tutto ciò che ne modifica il funzionamento o la conformazione andrebbe ad impattare in modo particolare la vista, la sua reattività agli stimoli luminosi e i movimenti oculari, che a loro volta hanno un effetto sul cervello stesso (Silverstein et al., 2015).

Un primo esempio di questa influenza reciproca, bidirezionale tra occhio e cervello, è presente nel lavoro di Talman, Galetta, Balcer e colleghi (2010) del dipartimento di neurologia e oftalmologia dell’Università della Pennsylvania a proposito della sclerosi multipla, un disturbo determinato dagli “attacchi” del sistema immunitario alla mielina, una sostanza che costituisce la guaina midollare e che funge sia da protezione per le cellule nervose sia da meccanismo che consente la conduzione del segnale elettrico.

Questo processo autodistruttivo, generato dal sistema immunitario, danneggia irreparabilmente molte vie nervose tra cui il nervo ottico e altre che contribuiscono alla visione: i pazienti con sclerosi multipla mostrano infatti una compromissione nel riconoscimento e nella lettura ad esempio di parole scritte in colore nero, presentate su sfondo bianco.

In concomitanza alla generazione di nuovi approcci neurofisiologici volti alla diagnosi precoce tramite i biomarker, le nuove evidenze apportate hanno dato avvio a filoni di ricerca più focalizzati sullo sviluppo di strumenti, test e metodologie più efficaci, oggettivi e appropriati nell’ identificare e monitorare i sintomi della sclerosi attraverso un’attenta valutazione dell’occhio come il King-Devick test per la valutazione delle funzioni cerebrali preposte al controllo dei movimenti oculari o il Mobile Universal Lexicon Evaluation System (MULES), nel quale si chiede ai partecipanti di nominare degli oggetti rappresentati tramite immagini il più velocemente possibile, con il fine di valutare ad ampio spettro altre componenti legate alla visione che fino a quel momento erano state escluse, come la percezione dei colori o il riconoscimento degli oggetti (Talman, Galetta, Balcer et al., 2010).

Insieme al nervo ottico che costituisce il collegamento “fisico” tra occhio e cervello, anche la retina è stato oggetto di ricerche in questo ambito in quanto essa, sviluppandosi a partire dal medesimo tessuto embrionale dal quale ha avuto origine l’encefalo, può essere considerata un’estensione di esso (Woo, 2019).

Visione e biomarker: l’uso nella diagnosi della schizofrenia

Una ricerca condotta da Silverstein & Rosen (2015), appartenenti al dipartimento di Psichiatria della Rutgers University in Piscataway, New Jersey, ha infatti ravvisato nello spessore della retina e nella sua più elevata fotosensibilità, segnali precoci di un esordio di schizofrenia, a partire dal riscontro di questi segnali negli individui già affetti da questa condizione.

Anche in questo caso, partendo dallo studio di Silverstein e colleghi (2015), è stato sviluppato un nuovo strumento di valutazione più accurato come l’elettroretinografia, un test semplice e non invasivo che misura le reazioni elettriche della retina a fasci di luce, applicato non solo alla schizofrenia ma anche al disturbo depressivo maggiore, in quanto essa sembra in grado di differenziare precisamente i cambiamenti nella sensibilità e nella responsività alla luce dei coni e dei bastoncelli (Maziade, Hébert, Mérette et al., 2017).

Grazie allo sviluppo di nuove e perfezionate tecnologie, più semplici e meno invasive, è stato quindi possibile esaminare nel dettaglio e più da vicino l’occhio e i meccanismi sottostanti la visione con il fine di prevenire, diagnosticare e monitorare la salute mentale e le sue condizioni patologiche.

L’avvento di un’altra nuova tecnica di imaging non invasiva come la tomografia ottica a coerenza di fase (OCT), ha reso possibile lo studio, il monitoraggio e potenzialmente la diagnosi di disturbi neurologici tramite un’immagine tridimensionale e dettagliata sempre a partire dalla retina: infatti essa ha consentito di mettere in luce diverse correlazioni tra l’assottigliamento della stessa e i problemi visivi nella sclerosi multipla.

La tomografia ottica recentemente è risultata promettente nell’identificare biomarker precoci per il morbo di Parkinson e Alzheimer dando spazio alla possibilità di trattarli e di poter cogliere e valutare gli eventuali benefici determinati dagli interventi clinici ancor prima della comparsa della sintomatologia (Hébert, Maziade, Gagné et al., 2010).

Lo studio di O’bryhim, Apte e colleghi dell’Università di Washington (2018) ha infatti evidenziato come nei soggetti che presentavano elevati livelli nella retina dell’ amiloide- β, un peptide legato al morbo di alzheimer, ma che non esibivano i sintomi del morbo, vi fosse una zona foveale non vascolarizzata della retina in media più grande rispetto a soggetti che presentavano una condizione della retina nella norma.

In aggiunta a questo, lo studio di Ahn, Lee, Kim e colleghi (2018) del dipartimento di oftalmologia dell’Università di Seul ha evidenziato come un assottigliamento della retina fosse correlata sia con una maggiore gravità nella sintomatologia legata al morbo di Parkinson sia con la degenerazione dei neuroni responsabili della produzione di dopamina, neurotrasmettitore particolarmente interessato da questa patologia.

A conclusione di tale panoramica, nonostante l’avanzamento di nuovi modelli, tecniche e strumenti incoraggianti per la diagnosi precoce tramite il riconoscimento di biomarker all’interno dell’ambito della visione, appare necessario fare delle considerazioni: prima fra tutte il fatto che nessun test o esame elettroretinografico attualmente è in grado di predire con affidabilità e precisione la comparsa di un disturbo neuropsichiatrico senza che si tenga conto del contesto in cui si sviluppa la sintomatologia, l’esposizione a specifici stimoli ambientali o l’impatto della genetica.

In secondo luogo, affinché l’OCT o altri metodi possano fungere a diritto da strumenti diagnostici per il morbo di Alzhaimer o possano essere utilizzati per stabile il trattamento d’elezione per tale condizione, occorrerebbe prima dimostrare la loro efficacia nel rilevare individui a rischio in una popolazione target come quella anziana o in una nella quale vi sia un’alta familiarità a questa condizione patologica (Woo, 2019).

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