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Lo sportello d’ascolto a scuola ai tempi del Covid-19: quale risorsa migliore?

Lo Sportello d’Ascolto di supporto psicologico nelle scuole nasce per promuovere il benessere psichico e relazionale degli studenti, degli insegnanti e di tutto il personale scolastico.

 

Il supporto psicologico nelle Istituzioni scolastiche sta, da un breve periodo a questa parte, prendendo importanza per la molteplicità di benefici che si configurano grazie ad esso. La pandemia ed il confinamento a casa, nei bambini e nei giovani, stanno avendo degli effetti dal profondo impatto psicologico, forse più di quelli che stanno riscontrando gli adulti. La mia esperienza nelle scuole siciliane mi ha coinvolto dal punto di vista professionale, ma ancora di più dal punto di vista umano.

Sono innumerevoli le conseguenze della quarantena che dimostrano dei cambiamenti importanti nei metodi di studio, nelle abitudini alimentari, nell’utilizzo dei dispositivi elettronici e nei comportamenti scolastici ed extra-scolastici dei ragazzi. Si riscontra un evidente cambio del tono dell’umore nei bambini e nei ragazzi maggiormente sensibili ed una instabilità emotiva, tendente anche alla depressione in alcuni casi.

Il disagio psicologico è chiaramente esperito dai ragazzi che, antecedentemente al periodo di confinamento, praticavano regolarmente sport o avevano un hobby, come la musica in un istituto specialistico; ciò ha portato anche un acuirsi della frustrazione ed un’alterazione della percezione degli eventi e delle cose, compresi i disordini delle emozioni esperite e delle abitudini alimentari. Risulta difficile anche scandire i tempi tra lo studio ed il tempo libero, che prima erano definiti sia dalle uscite con gli amici che da altre abitudini.

Lo Sportello d’Ascolto di supporto psicologico nelle Istituzioni scolastiche nasce per promuovere il benessere psichico e relazionale degli studenti, degli insegnanti e di tutto il personale scolastico.

La pandemia da COVID-19  ha dimostrato che senza la tecnologia ed il lavoro digitale era quasi impossibile poter portare a termine il programma didattico od ancora, amministrare da casa il lavoro dell’intera Istituzione scolastica. Contemporaneamente, i ragazzi fanno i conti il tempo, non sempre impiegato in attività produttive,  con il desiderio di uscire e svagarsi dopo i compiti a casa e tanta voglia di riabbracciarsi con i propri cari che non vedono da un po’.

L’intera comunità umana è coinvolta in un trauma collettivo, che assorbe la nostra quotidianità e sottrae il contatto umano e visivo alle nostre vite; l’atmosfera di allerta e di preoccupazione esperita da tale trauma, si traduce spesso in un crollo affettivo ed emotivo. I sentimenti di ansia, sensazioni di paura e perdita del controllo di sé, costringono la persona a dover rallentare i propri tempi, in determinati casi, quasi come quelli esperiti in un lutto.

Lo sportello di supporto psicologico si propone di rispondere ai bisogni di chi dimostra di volersi interrogare e confrontare sul tema della Pandemia o ancora, su questioni relative alla propria crescita personale ed interpersonale inteso con i pari, con i genitori e con i docenti, alle relazioni e perché no, rivolta anche alla propria crescita professionale.

I dubbi sollevati da un periodo di confusione come quello di un trauma collettivo, possono essere svariati e spesso si trascinano quelli che esistevano precedentemente.

Durante i colloqui offerti dallo sportello d’ascolto si delinea uno spazio dedicato ad ascoltare le difficoltà dei bambini e dei ragazzi riguardante l’apprendimento in presenza e a distanza, il metodo di studio, l’ansia da prestazione scolastica, le relazioni con i pari ed il rapporto con i docenti, i bisogni individuali e di gruppo.

La consulenza psicologica si rivela momento di ascolto – incontro, al fine di  prevenire situazioni di disagio e di malessere soggettivo e collettivo. Più precisamente, lo psicologo aiuta il bambino e l’adolescente a far sì che si ascolti, che comprenda da solo a rispondere a tali momenti di malessere con le proprie risorse autentiche.

Lo sportello si propone di migliorare e sostenere l’alleanza educativa tra scuola e famiglia, favorendone la comunicazione.

Inoltre, la consulenza psicologica individuale offerta affronta i problemi personali dei ragazzi che riguardano la vita familiare, problematiche del bullismo e la demotivazione a scuola. Il servizio di supporto consiste nel sostenere lo studente ad affrontare le difficoltà nelle diverse fasi di crescita ed a percepire il disagio come una fase di transizione del tutto normale e quindi a migliorare la percezione della propria auto-efficacia. Spesso si percepiscono i disagi come insormontabili, per tale motivazione, lo psicologo promuove tramite colloqui e progetti il lavoro che punta a migliorare la consapevolezza dei ragazzi; egli promuove la capacità di prendere decisioni autonomamente, valutando le migliori alternative ai compiti evolutivi, migliorando la capacità di interazione con le persone ed il mondo esterno.

 

Esitazione al vaccino contro il COVID-19: quali fattori influenzano questo atteggiamento?

A seguito della pandemia del COVID-19, i ricercatori di tutto il mondo hanno unito le loro forze collaborando per lo sviluppo di un vaccino contro il virus.

 

La presenza del vaccino in sé tuttavia non garantisce la fine della pandemia fino a che una quantità sufficiente di persone non verrà vaccinata per raggiungere l’immunità. L’accettazione del vaccino da parte dei cittadini quindi sembra avere un ruolo decisivo nel successo del controllo della pandemia, e per contro lo sforzo della comunità scientifica può essere ostacolato da una diffusa esitazione vaccinale che può arrivare fino al rifiuto vero e proprio del vaccino (Sallam, 2021). L’esitazione vaccinale, ovvero l’atteggiamento di dubbio, diffidenza o riluttanza verso i vaccini è stata dichiarata nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una delle dieci gravi minacce alla salute globale (OMS, 2019).

Da quali fattori dunque dipende l’esitazione vaccinale? Alcuni ricercatori hanno indagato sul ruolo del rischio percepito di COVID-19, (cioè la probabilità percepita di infezione, la gravità della malattia percepita e la preoccupazione legata alla malattia) nel predire l’intenzione di accettare un vaccino. In Italia uno studio condotto dall’Università di Padova e dall’Università di Ferrara ha coinvolto 2.267 persone (69,9% femmine, età media 38,1 anni) nel periodo tra febbraio e fine giugno del 2020, analizzando la posizione degli intervistati prima, durante e dopo il primo lockdown. Il 40% degli intervistati ha espresso l’intenzione di accettare il vaccino contro il Covid-19 senza alcuna esitazione, mentre il 60% ha espresso un grado di esitazione variabile. I risultati hanno indicato che durante la fase del lockdown, fase in cui la percezione del rischio COVID-19 era maggiore, le persone erano più intenzionate a vaccinarsi contro la malattia, per tornare successivamente ad un aumento di esitazione nella fase di riapertura (Caserotti et al., 2021). In Finlandia, sono stati intervistate 2355 persone e circa il 75% del campione ha riferito che farebbe il vaccino se fosse disponibile e ciò fosse raccomandato dalle autorità. Gli intervistati che percepivano la malattia come grave erano anche più intenzionati a vaccinarsi, rispetto a quelli che consideravano il COVID-19 come una malattia lieve e spesso percepivano anche il vaccino come non sicuro (Karlsson et al., 2021).

Il rischio percepito di COVID-19 è emerso anche durante un’altra ricerca effettuata in Francia: nel luglio del 2020 è stato selezionato, per partecipare ad un sondaggio online, un panel di adulti di età compresa tra i 18 e i 64 anni che non avevano riscontrato il COVID-19. All’indagine hanno risposto 1.942 soggetti, e quasi il 30% ha optato per la non vaccinazione, mentre una percentuale analoga di persone ha mostrato esitazione vaccinale legata alle caratteristiche del vaccino (efficacia, effetti collaterali, luogo di produzione). Sia il rifiuto assoluto sia l’esitazione vaccinale erano entrambi significativamente associati al sesso femminile, all’età, ad un basso livello di istruzione, ad una scarsa osservanza delle vaccinazioni raccomandate in passato ed a una minore gravità percepita del COVID-19. L’esitazione vaccinale era più bassa negli individui lavoratori rispetto a quelli non lavoratori ed in quelli che avevano sviluppato dei sintomi o conoscevano qualcuno che si era ammalato di COVID-19 (Schwarzinger et al., 2021).

Un’altra recente ricerca effettuata a livello nazionale in Irlanda e Regno Unito, ha indicato che l’esitazione/resistenza al vaccino era evidente per il 35% e il 31% di queste popolazioni rispettivamente ed era associata alla fonte delle informazioni sanitarie ricevute per il vaccino. Gli intervistati esitanti/resistenti al vaccino differivano su un numero di variabili sociodemografiche e relative alla salute, ma in entrambe le popolazioni i resistenti al vaccino COVID-19 avevano molta meno fiducia nelle informazioni diffuse dai media tradizionali (giornali, trasmissioni televisive e radiofoniche), dal loro medico, dagli operatori sanitari o dalle agenzie governative, mentre ricevevano significativamente più informazioni dai social media. Esitazione/resistenza al vaccino è stata anche associata a credenze cospiratorie, religiose e paranoiche (Murphy et al., 2021). Le credenze cospiratorie sull’origine del COVID-19 sono state confermate anche da un sondaggio online nel Regno Unito ed in Turchia durante il quale è emerso anche che diversi predittori comportamentali e demografici come l’ansia, la percezione del rischio, i livelli di soddisfazione del governo influenzano l’esitazione vaccinale. In tutto, il 31% dei partecipanti in Turchia e il 14% nel Regno Unito non erano sicuri di farsi vaccinare ed in entrambi i paesi il 3% dei partecipanti ha rifiutato di essere vaccinato (Salali & Uysal, 2020).

I ricercatori concordano che informazioni sanitarie ottenute da fonti come Internet e le piattaforme dei social media alimentano l’esitazione vaccinale (Puri et al., 2020). A differenza dei media tradizionali, i social media permettono agli individui di creare e condividere rapidamente contenuti a livello globale senza supervisione editoriale. In risposta alla disinformazione sul COVID-19, una serie di aziende di social media hanno prodotto congiuntamente delle azioni per combattere la “disinformazione sul virus”. Pinterest, per esempio, ha reindirizzato le ricerche relative ai vaccini ad una piccola serie di risultati selezionati da organizzazioni di salute pubblica, tra cui l’OMS. Facebook sta cercando di “affrontare la disinformazione sui vaccini riducendone la distribuzione e fornendo alle persone informazioni autorevoli sull’argomento”. Negli Stati Uniti, Twitter ha collaborato con il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani per collegare le parole chiave associate ai vaccini al sito ufficiale del governo e sta implementando strumenti per etichettare o rimuovere i tweet contenenti informazioni fuorvianti (Puri et al., 2020).

Il lavoro futuro in questo campo dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo e sull’analisi di strategie comunicative efficaci per favorire l’accettazione del vaccino e promuovere l’alfabetizzazione sanitaria basata sull’evidenza scientifica.

 

In ricordo di Roberto Lorenzini – Di Sandra Sassaroli

Ogni volta ci siamo scambiati idee, abbiamo cercato di capire l’altro dove stava andando, ci siamo divertiti insieme, abbiamo riso e ci siamo dati appuntamenti per i ritorni a Roma. Roberto ed io abbiamo avuto una grande indipendenza di giudizio e preso spesso strade diverse, ma questo non ci ha mai impedito di discutere e arricchirci reciprocamente, collaborare e poi rimanere ciascuno della sua idea.

 

Ho conosciuto Roberto Lorenzini negli anni ’80 a Roma quando avevo un contratto per insegnare psicoterapia cognitiva all’Università Cattolica dove mi ero specializzata in Psichiatria da poco. Probabilmente era il 1981, 1982. Roberto arrivò in Cattolica dopo di me ma era già conosciuto per il suo ruolo nazionale nella associazione dei boy scout. Un giorno mi avvicinò dopo una lezione e mi chiese se avevo voglia di essere il relatore della sua tesi di specialità. La domanda mi stupì perché ai tempi il responsabile della specialità era il professor Leonardo Ancona e l’Università aveva un indirizzo fortemente psicoanalitico seguito da tutti gli specializzandi dell’epoca. Era difficile fare lezione perché spesso la reazione degli allievi era sprezzante verso chi non seguiva l’indirizzo psicoanalitico mentre riluceva come un faro l’apertura mentale del professor Pontalti, la sua curiosità. Tra le prime cose che io e Roberto ci confessammo fu che delle lezioni su Meltzer, in particolare quelle della professoressa Gaddini, non capivamo e non avevamo mai capito nulla. Non a caso la professoressa Gaddini durante una interrogazione d’esame in cui Roberto mostrava di non conoscere bene un concetto, confessando: non lo ho compreso bene! Gli rispose: “non tutti lo possono capire!”

Con alcune idee della sua tesi iniziammo poi a scrivere insieme libri sulle fobie (non ho più neanche una copia del libro: La Paura della Paura) sulle ossessioni, sulla paranoia (Cattivi Pensieri) e sull’attaccamento e infine di nuovo l’ultimo libro comune sull’ansia, La Mente Prigioniera. I primi furono editi da Carocci, che ne pubblicava, per non rischiare, 1000 copie esatte e poi non le ristampava più, mentre gli ultimi furono pubblicati da Raffaello Cortina, che ci intimoriva con i suoi modi bruschi e la pignoleria della sua curatela ma ci dava fiducia e ristampava i nostri libri anno dopo anno.

Ricordo quando lasciammo una copia della Paura della Paura a Pierfrancesco Galli, uno psicoanalista dalla mente molto aperta e influente nell’editoria, che ci disse che gli piaceva molto e lo consigliò a Bollati Boringhieri, che purtroppo, essendo un editore un po’ snob, non lo prese in considerazione per la pubblicazione. Dopo quella delusione andammo a bere una birra e a mangiarci una pizza per consolarci. Ricordo che all’epoca mi ero già trasferita da Roma a Milano.

Anche se affetti da una certa sfiducia in noi stessi, da una vocina: ma cosa state facendo! Ma chi credete di essere!, in realtà stavamo contribuendo alla nascita e alla crescita della psicoterapia cognitiva in Italia. Il nostro stile era terribilmente autoironico (Roberto era un maestro!), direi autodemolitivo se non avessimo, sia lui che io, trovato la nostra strada con grande determinazione. Ma eravamo giovani e instabili, avevamo bisogno di tempo e pazienza per maturare. Intanto gli infortuni della vita ci colpivano: lui si stava separando e anche io e annegavamo le nostre confidenze in qualche trattoria romana a chiacchierare di passato e futuro. Questa autoironia però ci consentiva di vivere le idee e i libri con allegria e senza troppo prenderci sul serio.

Avevamo un nostro modo di collaborare. Ci vedevamo, davanti a bicchieri di vino ci raccontavamo le idee e insieme si innescavano ipotesi e dubbi. Io ero lenta a scrivere ma più precisa, Roberto un torrente di pensieri. Andava a casa e scriveva a mano decine di pagine in una notte che guardavamo il giorno dopo, e io lo insultavo che non volesse usare la macchina da scrivere.

Dato che eravamo giovani, e angustiati e sentimentalmente instabili spesso ai nostri ritardi, ai nostri inciampi davamo spiegazioni strane. Ricordo, ad esempio una volta che Roberto arrivò con un ritardo di molte ore al Congresso sulla Psicologia dei costrutti personali ad Assisi e mi raccontò di un incredibile incidente di centinaia macchine, migliaia di ambulanze e l’intervento di polizia, elicotteri, l’FBI e io lo guardavo e: no ma Roberto, ma dai, non stai esagerando? Mi guarda e risponde: dato che devo dirti una bugia tanto vale esagerare.

Esagerò anche un’altra volta. Eravamo stati invitati a Barcellona per due giornate di lezioni in un corso di specializzazione post-laurea in psicoterapia all’Università locale. Roberto non aveva voluto usare il mio albergo ed era stato ospitato da un professore che gli aveva prestato un letto di fortuna nel suo studio. Per capire l’episodio teniamo conto che in quei giorni si stava aspettando l’inizio delle Olimpiadi, la polizia pattugliava le strade e che Roberto, come al solito del tutto disinteressato alle forme e all’apparenza, vestiva la sua solita giacchetta celeste che credo abbia usato per tutta la vita; sempre la stessa, anche se conservava una sua naturale eleganza. Finito il corso il sabato sera, avevamo l’aereo la domenica mattina che Roberto prese all’ultimo momento. Per giustificare il ritardo mi raccontò un’incomprensibile storia in cui alle 5 del mattino era rimasto fuori dal palazzo dov’era lo studio in cui dormiva, aveva tentato di rientrare chiedendo aiuto gesticolando ai passanti, era stato poi fermato da una volante della polizia che pattugliava Barcellona per le Olimpiadi e quasi arrestato, facendogli rischiare di perdere l’aereo. Nel racconto che lui mi fece riuscì a convincerli grazie al professore, che in teoria a quell’ora doveva essere a casa sua a dormire ma che nell’epica fantasia di Roberto invece era stato buttato giù dal letto ed era nel suo studio alle 5 del mattino. Col tempo il racconto diventò sempre più romanzato, una leggenda condivisa tra me e Roberto in cui prima i passanti, poi i poliziotti e infine perfino il professore lo avevano sospettato di terrorismo, se non altro per la sua lisa giacchetta azzurra. Insomma, insieme andavamo spesso a sbattere in eventi bizzarri e poco credibili.

Ricordo che quando iniziavano le vacanze d’estate lui staccava il telefono e fino al primo settembre per me era irraggiungibile, lui era solo per la sua famiglia e quando ci sentivamo di nuovo lo rimproveravo e lo colpevolizzavo a volte insultandolo bonariamente. La sua reazione era un silenzio olimpico con i suoi occhi cerulei e innocenti. Impossibile un conflitto aperto con lui perché diventava di pietra si chiudeva e non parlava, e io con la mia impulsività ero lì a provocarlo. La sua difficoltà allo scontro aperto credo che lo abbia danneggiato perché quando ha avuto ruoli importanti nella sanità pubblica non ha avuto desiderio né voglia di giocare partite relazionali complesse e sgradevoli e questo stress sicuramente in quegli anni lo portava disegnato sul viso anche se non ne parlava mai. Perché accanto alla difficoltà a fare scontri aperti Roberto aveva lo stoicismo delle persone che vengono da storie difficili e che sono abituate a soffrire. Lo stesso stoicismo con cui ha affrontato i problemi fisici della parte finale della sua vita e che ha sempre coperto con ironia surreale.

Quando ha conosciuto la sua moglie Brunella ero colpita perché in quel suo fare dolce e accondiscendente e dedito intuivo una volontà di acciaio. La battezzai Brunellik in modo che anche a lei fosse chiaro il rispetto che le portavo per la sua capacità di stargli vicino, sopportare le sue manie, proteggerlo da se stesso e costruirci una famiglia come è oggi la sua. E Brunella è rimasta ed è amica cara e preziosa.

Dopo che ha avuto il suo ictus tanti anni fa ci siamo visti qualche volta a Milano o a San Benedetto del Tronto dove Roberto è stato un didatta amatissimo ma quando andavo a Roma erano preziose le cene con lui e Brunella, sia quando i figli erano in casa ma anche quando se ne erano andati a vivere da soli, da grandi. E lì mozzarella e vino e chiacchiere. Roberto sapeva tutto ciò che accadeva nel mondo cognitivista della SITCC ma dalla distanza di chi è lontano da pettegolezzi e rancori.

Ogni volta ci siamo scambiati idee, abbiamo cercato di capire l’altro dove stava andando, ci siamo divertiti insieme, abbiamo riso e ci siamo dati appuntamenti per i ritorni a Roma. Roberto ed io abbiamo avuto una grande indipendenza di giudizio e preso spesso strade diverse, ma questo non ci ha mai impedito di discutere e arricchirci reciprocamente, collaborare e poi rimanere ciascuno della sua idea.

Quando è stato male l’ultima volta Brunellik mi ha telefonato alle 4 e dovevamo vederci in serata a casa sua finalmente dopo il COVID. E questo ultimo incontro con il mio unico amico romano rimasto non lo ho avuto e non lo posso più avere.

Non so bene come fare a continuare il nostro discorso. Devo accettare che non ci sia più. Che non possiamo più volerci bene, stimarci, litigare e prenderci in giro e farci compagnia.

Devo dare valore alle idee costruite insieme e alle persone che mi ha regalato, come Brunella o Antonio Scarinci, mi affiderò al ricordo per continuare un dialogo che non si può interrompere.

 

 

Roberto Lorenzini – I ricordi:

In memoria di Roberto Lorenzini

 

Ricordo di Roberto Lorenzini

Quando l’ansia diventa ossessione: il disturbo ossessivo-compulsivo – VIDEO del Webinar organizzato da Studi Cognitivi L’Aquila

Una delle modalità utilizzate da alcuni soggetti per la gestione dell’ansia e delle ossessioni che ne possono scaturire, sono le compulsioni. Pubblichiamo per i nostri lettori il video di un webinar sull’argomento, organizzato da Studi Cognitivi L’Aquila.

 

Il disturbo ossessivo compulsivo, secondo la classificazione del DSM-5, è caratterizzato da ossessioni e compulsioni. Questo disturbo ha un esordio graduale, e tende a manifestarsi prima dei 30 anni, solitamente ha un decorso cronico e colpisce circa il 2-2,5% della popolazione.

Le caratteristiche principali di questo disturbo sono i pensieri intrusivi ricorrenti, i timori collegati a questi pensieri e il dubbio, legato ad un vissuto di responsabilità e di colpa. Tali ossessioni sono percepite dall’individuo come intrusive e fastidiose. Le compulsioni possono essere descritte come il tentativo messo in atto dal soggetto per risolvere e gestire il dubbio. Nel corso del tempo, tali strategie comportamentali tendono ad aumentare e a peggiorare il problema, se non gestite e trattate adeguatamente.

Durante il webinar sono state descritte le caratteristiche del disturbo, la tipologia dei pensieri ossessivi, le compulsioni messe in atto come strategia di gestione dell’ansia e gli interventi terapeutici più indicati.

 

QUANDO L’ANSIA DIVENTA OSSESSIONE: IL DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO
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Age Management: scambio intergenerazionale e stereotipi

Per favorire la collaborazione intergenerazionale sul posto di lavoro è fondamentale avere ben presente le caratteristiche fisico-sensoriali, cognitive ed emotivo-motivazionali tipiche di ogni fascia d’età, di questo ed altro si occupa l’Age Management.

 

Nel corso degli ultimi anni si è assistito a una vera e propria “rivoluzione grigia”, un aumento vertiginoso della speranza di vita spiegato dalle migliori condizioni igienico-sanitarie, dai livelli educativi più elevati e dagli stili di vita più salutari che caratterizzano la nostra società. Questo cambiamento demografico ha comportato chiaramente una serie di conseguenze anche sul mondo del lavoro, prima tra tutte il prolungamento dell’età lavorativa. All’interno dei contesti organizzativi sono sempre più numerosi gli older workers, o lavoratori senior, e gruppi di lavoro intergenerazionali dalle interazioni spesso conflittuali a causa di pregiudizi e stereotipi.

Una risposta alle criticità emergenti riconducibili al fattore età è la messa in atto di strategie di Age Management, una branca della diversity management sviluppatasi a partire dagli anni Novanta e il cui maggiore esponente è Alan Walker.

L’age management è un settore di intervento organizzativo specifico che permette di creare un ambiente e un clima organizzativo che favoriscono la presenza, accettazione e convivenza di più generazioni di lavoratori (Sarchielli & Fraccaroli, 2015). Inoltre, a seconda della tempestività dell’intervento, le pratiche di age management possono essere distinte in reattive, se l’invecchiamento del personale è già diventato una problematica per l’organizzazione, o preventive, in ottica di prevenzione del problema.

Per favorire la collaborazione intergenerazionale sul posto di lavoro è fondamentale avere ben presente le caratteristiche fisico-sensoriali, cognitive ed emotivo-motivazionali tipiche di ogni fascia d’età, gli stereotipi a esse associati e la conseguente predisposizione di interventi strutturati che, lavorando sugli aspetti metacognitivi, permettano un trasferimento dell’expertise tra generazioni.

Inoltre, affinché le organizzazioni si adeguino all’inevitabile invecchiamento della forza lavoro e promuovano pari opportunità tra lavoratori di diverse coorti è necessaria l’applicazione del job design, ovvero la definizione organizzativa del posto di lavoro e dei compiti e ruoli assegnati a ciascun lavoratore sulla base delle caratteristiche fisiche e psicologiche dello stesso. Nel caso del lavoratore anziano, sappiamo che con l’età possono aumentare i deficit sensoriali e i tempi di reazione, diminuire l’intelligenza fluida, rimanere costante l’intelligenza cristallizzata e migliorare la regolazione emotiva (De Beni & Borella, 2015). Per questa tipologia di lavoratori saranno quindi opportune misure ergonomiche, compiti che attivino processi di compensazione grazie all’esperienza accumulata e che prevedano il contatto con la clientela. Altra carta vincente, spesso erroneamente non utilizzata, è la formazione del personale senior. Essa viene tendenzialmente considerata un investimento con scarso ritorno economico ma se aggiorna e rafforza le abilità cristallizzate del lavoratore può vantare esiti positivi in termini di produttività, investendo successivamente il dipendente senior del ruolo di mentor (Sarchielli & Fraccaroli, 2015).

Ageismo sul posto di lavoro

L’invecchiamento della popolazione ha portato con sé sempre più fenomeni di ageismo, termine che sta a indicare un’alterazione di sentimenti, comportamenti e credenze nei confronti di individui di età diversa dalla propria (Butler, 1969).

Ashton Applewhite, attivista esperta di ageismo, afferma che “i più vecchi sono dannati se lavorano e dannati se non lo fanno”. Infatti, oltre ad attribuire all’anziano un inevitabile declino cognitivo e fisico, possono essere individuati una serie di miti sul suo rendimento lavorativo che comportano conseguenze negative dal punto di vista motivazionale e produttivo.

Il lavoratore senior viene dipinto come rallentato, più incline ad ammalarsi e ad assentarsi da lavoro, poco creativo, incapace a gestire lo stress e ad apprendere, tecnofobo e poco flessibile (Applewhite, 2017). Come anticipato, ne consegue che, proprio a causa di questi stereotipi, viene escluso dai programmi di formazione e dalle selezioni di assunzione, alimentando così difficoltà di scambio intergenerazionale.

In realtà è stato dimostrato che ogni aspetto della resa lavorativa migliora con l’età: i lavoratori sessantenni e settantenni sono assenti meno spesso, hanno meno incidenti, mostrano maggiore giudizio, lavorano più armoniosamente con gli altri e hanno risultati qualitativamente elevati (Fischer, 1978; Reade & McKenna, 2013).

Work Ability

Il costrutto di Work Ability è piuttosto recente e fa riferimento alla misura in cui un lavoratore è capace di svolgere il proprio lavoro, nel presente e nel futuro prossimo, rispetto alle richieste della propria mansione e alle proprie risorse materiali e fisiche (Ilmarinen, 2009).

Numerosi studi longitudinali hanno permesso di indagare la correlazione tra work ability e scelta di carriera degli individui (von Bonsdorff et al., 2011), dimostrando come una minore work ability determini una maggiore probabilità di pre-pensionamento.

Ne deriva la necessità da parte del management di promuovere la work ability durante il processo di invecchiamento del personale in modo da garantire una migliore qualità di vita e maggiore benessere, permettendo un migliore matching tra le risorse dei lavoratori e le esigenze lavorative.

Infine, la work ability sembrerebbe dipendere da quattro macro categorie di fattori trasversali: caratteristiche delle richieste del lavoro e ambientali; caratteristiche dell’organizzazione e della comunità di lavoro; competenze professionali; stile di vita.

La batteria MAUT

La batteria MAUT – Motivazione ad Acquisire, Utilizzare e Trasmettere conoscenze (Fiore et al., 2012) è composta da questionari self-report destinati a lavoratori giovani, lavoratori anziani, studenti universitari e studenti dell’Università della Terza Età. Tramite questo strumento è possibile valutare la disponibilità a scambiare e condividere abilità e conoscenze con persone di altre generazioni, gli stereotipi legati all’età e i fattori che incidono sulla disponibilità allo scambio.

La batteria, pertanto, si prefigge, tramite un approccio metacognitivo, di indagare le credenze ed emozioni individuali rispetto a persone di età diverse. Come sappiamo, gli stereotipi tendono a essere interiorizzati e hanno importanti ricadute sugli aspetti emotivo-motivazionali della persona e sulla sua performance.

Dunque, utilizzando questo strumento è possibile indagare la disponibilità del gruppo lavoro allo scambio intergenerazionale e predisporre degli interventi strutturati che aiutino a contrastare l’ageismo e a promuovere lo scambio di expertise.

 

Perché alcuni disturbi psichiatrici sono resistenti alle terapie o tendono a recidivare? Il ruolo del metabolismo del triptofano e del fattore neurotrofico derivato dal cervello

Il metabolismo del triptofano contribuisce alla produzione della serotonina e dei derivati dalla chinurenina e può subire delle variazioni a seguito dell’esposizione a situazioni stressanti o all’insorgere di uno stato infiammatorio dell’organismo.

 

Molti disturbi psichiatrici sottendono meccanismi di funzionamento complessi e solo in parte completamente noti. In alcuni casi le terapie in uso non risultano efficaci e il “problema” tende a riproporsi nel corso degli anni. Tale quadro di situazione ha incoraggiato lo sviluppo di un filone di studi epigenetici e di neurobiologia con l’obiettivo di comprendere quali siano i geni e i processi coinvolti nella manifestazione di queste malattie e come l’esposizione ad un ambiente complesso possa condizionarne l’esito.

Al riguardo, ha destato particolare interesse il metabolismo del triptofano che contribuisce alla produzione della serotonina e dei derivati dalla chinurenina. Tale processo può, infatti, subire delle variazioni a seguito dell’esposizione a situazioni stressanti o all’insorgere di uno stato infiammatorio dell’organismo. In tali circostanze, l’induzione degli enzimi IDO (indolammina 2,3-diossigenasi) e TDO (triptofano 2,3-diossigenasi) determinano “uno spostamento” verso la “via della chinurenina”, limitando la produzione di serotonina. La maggiore prevalenza dell’acido chinolinico (QuinA), un metabolita neurotossico della chinurenina (Meier et al, 2018), può inibire la sintesi del fattore neurotrofico derivato dal cervello che riveste un ruolo molto importante nei processi di neurogenesi e di sinaptogenesi, determinando anomalie funzionali e strutturali nelle aree dell’ipotalamo, del talamo, della corteccia prefrontale e dell’amigdala, direttamente coinvolti in molti disturbi psichiatrici. In linea con questo orientamento, un maggiore livello di acido chinolinico è stato verificato in casi di disturbo depressivo maggiore, disturbo bipolare, schizofrenia, disturbi dell’umore (Marx et al, 2020), disturbo da stress post traumatico ed è stato ipotizzato che possa avere un impatto sulla qualità del sonno oltre che sulle capacità cognitive e di apprendimento (Pocivavsek et al, 2017).

E’ possibile, dunque, ritenere che la via “triptofano-chinurenina” rappresenti uno dei principali punti di incontro dell’interazione tra fattori genetici e ambientali coinvolti nella fisiopatologia e nella recidività di alcuni dei più comuni disturbi psichiatrici, ivi inclusi quelli più ricorrenti in questi mesi di pandemia: ansia, insonnia, attacchi di panico (Kwong et al, 2020) e depressione (Marazziti et al, 2013).

Ciò rende necessario pensare strategie che consentano di integrare la terapia psicologica e, ove necessaria, quella farmacologica con interventi di psicoeducazione finalizzati a modificare i comportamenti e le abitudini rivolgendoli a uno stile di vita sano. In tale prospettiva, la pratica di un’attività sportiva, l’igiene del sonno, il trascorrere del tempo all’aria aperta e un regime alimentare adeguato (che includa ad esempio uova, latte, carne, salmone, semi di sesamo / girasole / soia, patate, riso / cereali integrali, frutta a guscio, verdure a foglia, banane, cacao e cioccolato fondente) possono contribuire ad aumentare la disponibilità di Triptofano e la produzione serotonina nell’organismo, facendo conseguire all’individuo un miglior livello di benessere biopsicosociale.

 

Massimizzazione: processo decisionale o indecisione

Schwartz e colleghi hanno osservato come alcune persone provano a massimizzare, mentre altre si accontentano di essere soddisfatte e da queste osservazioni hanno condotto alcuni studi a riguardo.

 

Chi cerca il meglio quando si fa una scelta? Le teorie economiche tradizionali sostengono che le persone sono razionali ed effettuano scelte dopo aver considerato tutte le possibili alternative (Cheek & Goebel, 2020). Massimizzare è la tendenza a perseguire uno scopo basandosi sulla migliore scelta possibile, guardando oltre e confrontando diverse alternative. Al contrario, Simon (1955, 1956) sostiene che i contrasti cognitivi rendono impossibile tale tendenza, propone così la “soddisfazione” delle persone come l’effettuare una scelta abbastanza buona anche se non ottima (Cheek & Goebel, 2020).

Nel 2002, Schwartz e colleghi hannno integrato queste due prospettive considerando le differenze individuali, osservando come alcune persone provano a massimizzare, mentre altre si accontentano di essere soddisfatte. Alcuni ricercatori hanno suggerito una correlazione tra la tendenza a massimizzare e i tratti potenzialmente maladattivi, come perfezionismo, nevroticismo, infelicità, ADHD, depressione (Bruine de Bruin et al., 2016; Chang et al., 2011, Schepman et al., 2012; Schwartz et al., 2002). Nello sviluppo della scala della Massimizzazione (2002) Schwartz ha evidenziato quattro costrutti: il primo costrutto riguarda l’obiettivo, cioè lo 1) “standard elevato” che mira a fare la scelta migliore possibile, mentre il secondo, etichettato come 2) “ricerca alternativa”, seleziona la strategia grazie ad un’estesa ricerca e al confronto di strategie (Cheek & Goebel, 2020). Il terzo costrutto, definito “difficoltà decisionale”, comprende quattro voci descriventi la tendenza a esperire le decisioni come impegnative (ad esempio, “trovo difficile acquistare un regalo per un amico”) (Cheek & Goebel, 2020).

Tuttavia, il fatto che la difficoltà decisionale sia legata all’esperienza di massimizzare non implica che tale difficoltà sia parte della massimizzazione stessa. Cheek e Schwartz (2016) hanno osservato come la difficoltà decisionale sia più appropriata se concettualizzata come una conseguenza della massimizzazione, quando coloro che devono scegliere hanno un carico cognitivo maggiore o affrontano decisioni complesse (Sela & Berger, 2012). Cheek e Goebel (2020) hanno svolto due esperimenti ipotizzando che includere la difficoltà di scelta nella massimizzazione sia problematico, in quanto la tendenza ad essere in difficoltà quando si prende una decisione potrebbe essere un costrutto a parte chiamato “indecisione”.

L’indecisione è una differenza individuale che descrive una tendenza a sperimentare difficoltà durante una presa di decisione: tale tendenza include caratteristiche specifiche come trovare le decisioni impegnative, impiegare molto tempo per prendere una decisione (onde evitare di prendere decisioni “sbagliate”), cambiare spesso idea prima che una decisione finale sia presa, e infine rimuginare e ruminare dopo che una decisione è stata presa (Crites, 1969; Frost & Shows, 1993; Germeijs & De Boeck, 2002; Rassin, 2007; Salomone, 1982; Van Matre & Cooper, 1984). L’indecisione tende ad essere positivamente correlata a tratti maladattivi e psicopatologia: molti autori sottolineano l’impazienza, l’impulsività, il nevroticismo, il perfezionismo, lo stress, l’ansia, la depressione, il disturbo ossessivo compulsivo, minore qualità della vita e minore autostima (Barkley-Levenson & Fox, 2016; Bavolar, 2018; Di Fabio, Palazzeschi, Asulin-Peretz & Gati, 2013; Effert & Ferrari, 1989; Frost & Shows, 1993; Gayton, Clavin, Clavin & Broida, 1994; Germeijs & Verschueren, 2011a; Rassin & Muris, 2005a, 2005b; Rassin et al., 2007; Taillefer, Liu, Ornstein & Vickers, 2016).

Cheek e Goebel (2020) hanno testato la relazione tra difficoltà decisionale e indecisione in due studi: nel primo studio, i partecipanti dovevano completare delle scale per misurare l’obiettivo di massimizzazione legato a volere il meglio, a volere la strategia di massimizzazione, misure di difficoltà decisionale e indecisione. L’ipotesi proposta, dove difficoltà decisionale e indecisione sono fortemente correlate, è stata confermata. Nel secondo studio, invece, i partecipanti hanno completato le stesse misure insieme ad altre, utili per indagare l’ipotesi secondo cui la difficoltà decisionale e l’indecisione mostrano un robusto modello di correlazioni convergenti con variabili correlate. Anche questa seconda ipotesi è stata confermata. In conclusione, lo studio di Cheek e Goebel (2020) supporta le ipotesi secondo cui la difficoltà decisionale e l’indecisione sono lo stesso costrutto etichettato con due nomi differenti.

 

Errori da non ripetere – Come la conoscenza della propria storia aiuta ad essere genitori (2016) di Daniel J. Siegel e Mary Hartzell

Dan Siegel, psichiatra infantile, e Mary Hartzell, psicologa dell’infanzia, pubblicano il libro Errori da non ripetere con l’intento di aiutare genitori e caregiver a sviluppare ed esercitare tutte le competenze emotive, psicologiche e relazionali necessarie per adempiere il difficile compito di allevare, crescere ed educare un bambino.

 

Gli studi più recenti della psicologia dello sviluppo mostrano come l’attaccamento sicuro o insicuro del bambino nei confronti dei genitori dipenda sia da come questi ultimi lo accudiscono fin dai primi mesi di vita e si mostrano in grado di rispondere ai suoi bisogni di base, che dalla modalità con cui comunicano con lui, rivelandosi aperti ad accogliere senza pregiudizi le diverse emozioni sperimentate dal bambino. Come il genitore risponde e comunica emotivamente con il proprio figlio è decisivo per lo sviluppo del bambino e della sua personalità poiché influenza il suo senso di efficacia, autostima e sicurezza, oltre che la resistenza psicologica ad eventi stressanti.

Il significato che diamo alle nostre esperienze infantili ha un profondo impatto sul nostro modo di essere genitori; spesso, infatti, la difficoltà di un’interazione adeguata da parte degli adulti deriva dal tipo di relazione che essi, a loro volta, hanno sperimentato da piccoli. Le esperienze pregresse tendono ad essere immagazzinate, conservate ed, infine, riprodotte in modo inconsapevole, reiterando i modelli negativi che si tramandano di generazione in generazione. Una maggiore conoscenza e comprensione di noi stessi e della nostra storia può quindi interrompere questo circolo vizioso, aiutandoci a costruire una relazione più efficace e soddisfacente con i nostri figli.

Migliorare la coerenza delle nostre narrazioni autobiografiche e cambiare il modo di pensare agli eventi, integrando sia le esperienze positive che quelle negative e accettandole come parte della nostra storia, conduce ad una maggiore consapevolezza degli eventi presenti che ci consente di offrire ai nostri figli una relazione che li aiuti a crescere in modo ottimale, fornendogli una base sicura da cui partire. Le ricerche in questo ambito hanno sottolineato come gli individui che da bambini hanno avuto relazioni positive, manifestano successivamente una maggiore resistenza psicologica e maggiori risorse per affrontare la vita. Elementi fondamentali per lo sviluppo di un’ottimale relazione genitore-figlio sono: la consapevolezza, la disponibilità ad apprendere, la flessibilità nelle risposte, la capacità di percepire le informazioni cogliendo anche i segnali non verbali e la gioia condivisa, troppo spesso accantonata a causa degli impegni e dei problemi in cui ci ritroviamo immersi quotidianamente.

Il volume, completo di esercizi a conclusione di ogni capitolo, analizza i vari aspetti della genitorialità: esamina le modalità con cui ricordiamo, percepiamo la realtà, sentiamo le emozioni, comunichiamo, sviluppiamo l’attaccamento, diamo un senso alla nostra vita, siamo coinvolti e prendiamo le distanze, riflettiamo con i nostri figli sulle loro esperienze, senza tralasciare i meccanismi cerebrali che stanno alla base delle nostre esperienze.

In sintesi, questo libro incoraggia a costruire il ruolo del genitore che abbia come principi fondamentali la comprensione interna e la relazione interpersonale. Capire il senso della nostra storia ci permette di stabilire relazioni più intense e profonde con i nostri bambini e di avere una vita più felice e coerente.

Il ‘Mental Accounting’ nell’attuale contesto economico

Nel mental accounting il denaro viene nettamente separato: una prima componente è pressoché intoccabile, una seconda viene utilizzata con maggiore leggerezza. Quest’ultima circostanza attualmente è quanto mai evidente: in periodi di incertezza si accresce la domanda di moneta per scopi precauzionali.

 

Introduzione: il contesto di riferimento

Sono tempi duri e incerti. Il contesto di riferimento spinge gli agenti economici a rivedere l’allocazione del proprio reddito, gli strumenti di pagamento da utilizzare, la modalità di acquisto (online o quello fisico presso i tradizionali canali di distribuzione), le scelte di portafoglio. Tutto ciò in ragione di molteplici fattori, quali l’impoverimento e la paura di quest’ultimo collegati alle ricadute economiche della prolungata pandemia; l’entrata in vigore, dal 1^ gennaio 2021, del Regolamento europeo EBA sui “non performing loan”, che cambia le regole per lo sconfinamento e la definizione di default; l’introduzione del cashback di stato, dal 1^ gennaio 2021 (se non si considera l’Extra Cashback di Natale), per ottenere i rimborsi sui pagamenti elettronici realizzati nei negozi fisici: un incentivo questo che unisce, attraverso la diffusione di modalità sempre meno fisiche di pagamento, un mix di obiettivi di policy – lotta all’evasione fiscale e al riciclaggio, incentivo agli acquisti, sostegno alle attività commerciali e avanzamento tecnologico mediante la promozione della digitalizzazione; l’implementazione della Brexit dal 1^ gennaio 2021. Quale sarà l’effetto Brexit è tuttavia non ancora noto, sia a livello politico, sia sul piano economico. Ma già da subito emergono i primi problemi: a fine 2020 sono stati chiusi i conti correnti bancari di clienti di principali banche britanniche, residenti nei Paesi Ue, poiché le regole bancarie in vigore nell’Unione europea non si applicano più alle banche inglesi. Prevalgono timore e rabbia fra gli expat britannici in Italia: si sentono traditi dalle proprie banche e temono questo effetto collaterale e sottovalutato della Brexit, che rischia di creare loro una molteplicità di imprevisti e difficoltà.

Ma non solo la Brexit, anche la maggior parte delle circostanze appena richiamate si dimostrano confusive. Ad esempio, il cashback crea sia incertezze che lo rendono in parte una scommessa – e se non venisse rimborsato? Il fondo stanziato sarà sufficiente a rimborsare tutti i consumatori che lo hanno utilizzato? -, sia opacità che al consumatore potrebbero sfuggire: gli sms di conferma di avvenuto pagamento da parte della propria banca incidono per un importo che può arrivare fino a 30 centesimi. Così, 50 transazioni costano a molti italiani 15 euro sulla bolletta telefonica. Perciò l’effetto annuncio sulla premialità del tipo di pagamento non rende chiari tutti gli effetti circa il bonus netto.

Alcuni fattori di contesto e il “mental accounting”

Nel presente lavoro, fra i molteplici fattori ricordati, ci concentreremo su due in particolare: sull’impoverimento come ricaduta di questa lunga pandemia e sull’entrata in vigore del Regolamento europeo EBA.

In periodi, come quello attuale, di fattori di contesto negativi, di incertezza pervasiva, di paura e di rabbia, di elevata percezione del rischio sulle possibili evoluzioni future, i soggetti sono portati a valutare in modo differente il proprio denaro e ad allocarlo in modo diverso: nei processi decisionali entrano in gioco fattori emotivi e psicologici, che tanto hanno peso in economia.

In particolare, nel presente contributo ci concentriamo sul “mental accounting” (“contabilità mentale”) e sul “framing effect” (“effetto dell’incorniciamento”) formulati da insigni economisti – rispettivamente da Thaler (1980, 1985,1990, 1999), e da Kahneman e Tversky (1981). Servendosi anche delle neuroscienze e degli esperimenti, essi hanno riconosciuto il ruolo significativo che giocano gli aspetti psicologici nel processo di decison-making dei soggetti quando i fattori di contesto hanno un impatto negativo sulla loro sfera cognitiva e su quella emotiva.

In tali circostanze, gli individui vanno in confusione, commettono errori, cercano sistemi di ancoraggio al fine di raggiungere risultati quantomeno soddisfacenti (se non ottimizzanti). Entra in gioco, quindi, un terzo elemento – vale a dire la loro razionalità limitata – che conduce nella stessa direzione, come ad esempio all’adozione di forme di ancoraggio per le decisioni. Di conseguenza, nel determinare le proprie scelte, il soggetto si confronta non solo con i vincoli di reddito, ma con i non meno importanti vincoli di natura sia cognitiva sia psicologica.

In questi frangenti, gli individui non danno lo stesso peso al denaro – pur essendo esso del tutto fungibile – e il processo decisionale include numerose variabili, fra cui: la diversa valutazione – anche in forma di costo-opportunità – del denaro corrente a seconda che esso sia costituito da monete metalliche o da banconote; a seconda del tipo di valuta (ad esempio, euro vs. sterlina); in funzione della destinazione del reddito, tipicamente nella scelta fra risparmio e spesa per consumi; in ragione della tipologia di consumi; in ragione della ricca gamma di strumenti finanziari disponibili ai fini delle scelte di portafoglio; sulla base di un’analisi costi-benefici (intertemporale) in cui l’evocazione di una perdita produce un impatto maggiore dell’evocazione di un guadagno, anche a parità di cifra presa in valore assoluto (Regret Theory di Loomes e Sudgen); a seconda dello scenario (incorniciamento) nel cui ambito vengono presentati i prospetti rischiosi (framing effect); sulle modalità di acquisto, con una prevalente preferenza di quelle online. Tuttavia, la digitalizzazione del contante (“Piano Italia cashless”) può rivelarsi scivolosa, in quanto l’idea del pagamento è in parte attenuata, frutto di un (artato) velo che si frappone fra l’acquisizione di un bene o servizio e il corrispondente pagamento. I pagamenti elettronici, se da un lato sono comodi, dall’altro rischiano di far perdere il conto delle spese realizzate. Non avendo il denaro contante in mano, si rischia di sottovalutare i prezzi ed effettuare acquisti con molta più leggerezza e/o sotto una spinta compulsiva: insomma, l’individuo diventa vittima di una sorta di illusione monetaria. Per non parlare poi dello strumento cashback, che addirittura garantisce un premio, rendendo più alto il costo-opportunità di altre forme di pagamento (dagli spiccioli alle vendite online, all’uso delle carte di credito nelle transazioni).

Tali fenomeni sottendono un mental accounting e un portafoglio mentalmente diversificato e frazionato in comparti stagni del denaro molto più complessi che in passato, poiché le variabili in gioco oggi sono molto più numerose. Sorgono di conseguenza fenomeni che subentrano nel processo di scelta: i) il framing effect (non tutto il denaro è equivalente); ii) la diversa valutazione del valore del denaro, in ragione della sua fonte, della sua finalità, della sua forma; ii) l’adozione di sistemi di ancoraggio: ad esempio, vale di più il denaro destinato a formare uno stock di ricchezza o uno stock di capitale umano, piuttosto che quello speso per consumi. Di conseguenza, nel mental accounting il denaro viene nettamente separato: la prima componente è pressoché intoccabile, la seconda viene utilizzata con maggiore leggerezza. Quest’ultima circostanza attualmente è quanto mai evidente: in periodi di incertezza si accresce la domanda di moneta per scopi precauzionali. Nelle scelte di portafoglio, una larga quota di risorse viene quindi detenuta in forma liquida. In questo periodo di pandemia, la paura aumenta la propensione al risparmio. E – circostanza rilevante – il risparmio non viene più interpretato come un sacrificio per il mancato acquisto di beni di consumo, bensì come forma di tranquillità grazie all’accantonamento di riserve (Scudieri, 2020), nonché un elemento di accrescimento dell’autostima in quanto conferma la propria capacità di tutelarsi in un mondo complesso, imprevedibile e rischioso. E nel mondo reale, la capacità di tutelarsi è un elemento fondante della propria personalità e del proprio benessere.

Tali valutazioni si ripercuotono nel mental accounting riguardo al modo di trattare i soldi: chi mai toccherebbe i soldi che rappresentano un’autotutela e addirittura diventano elemento di autostima? Nel mental accounting, essi vengono blindati in cassaforte.

L’attuale scenario offre spunti che validano la ricerca e gli esperimenti in tale direzione. Fra questi, la “psicologia dei distributori automatici” (Cotroneo, 2021): vale a dire, è stato provato che durante i periodi di crisi, i distributori automatici di bevande registrano sistematicamente un significativo aumento negli incassi poiché nei distributori vengono generalmente inseriti gli spiccioli anziché banconote.

Le evidenze empiriche confermano dunque la rilevanza del mental accounting: gli individui tendono di preferenza a spendere le monete metalliche piuttosto che la moneta cartacea, poiché spendere banconote viene percepito come un impoverimento. E tale tendenza risulta indipendente dalla cifra spesa: quando si hanno in tasca solo banconote, si ha una maggiore propensione a evitare le spese ritenute non necessarie – poiché il loro costo-opportunità risulta più elevato -, mentre invece le monete inducono a realizzare acquisti meno consapevoli, superflui ed effimeri. In altri termini, la propensione al consumo diventa funzione della modalità del pagamento. Ne consegue che, affinché siano efficaci, le architetture di policy pubbliche debbano tenere conto delle varie forme di mental accounting.

Sembrerebbe quindi in controtendenza l’introduzione, a partire da inizio d’anno, delle norme sui conti in rosso, in uno scenario come quello attuale di recessione; di disoccupazione involontaria e deflazione; dell’aumento delle diseguaglianze socio-economiche; di invecchiamento della popolazione e di basso livello di natalità, pregiudizievoli per il sistema pensionistico e per il welfare state; di timori circa le proprie condizioni di salute; della necessità di sostenere i figli a causa delle condizioni precarie del mercato del lavoro e dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile e degli scoraggiati che non cercano neppure più un lavoro.

La propensione al consumo è naturalmente anche funzione della struttura degli incentivi: avere un conto in rosso, in ragione delle possibili forti penalizzazioni, tenderà a ridurre tale propensione, con una ulteriore contrazione dei consumi delle famiglie e della domanda aggregata. Chi risulta di fatto al riparo è il sistema bancario, che si libera del fardello dei cattivi pagatori, ma non l’economia nel suo complesso (che include, oltre al settore monetario-finanziario, il settore reale), anch’esso in grande sofferenza.

L’individuo viene a trovarsi in una situazione funambolesca, in quanto spinto da forze polarmente opposte: lo stimolo agli acquisti mediante il cashback di stato, il timore di “andare in rosso”.

Oggi, il mental accounting viene messo a dura prova…

 

Curare l’insonnia in carcere con la CBT-I

Nonostante una quantità significativa di ricerche focalizzate sullo sviluppo e il trattamento di altre condizioni mentali e fisiche nella popolazione carceraria, c’è una scarsità di letteratura che esamina lo sviluppo e il trattamento dell’insonnia

 

Si stima che il 61.6% dei detenuti in carcere riferisce sintomi di insonnia, con le donne significativamente più propense a riferirla rispetto agli uomini (Dewa, Hassan, Shaw, & Senior, 2017). Le conseguenze dell’insonnia nei detenuti includono l’aggressività, la rabbia, l’impulsività, l’aumento del ricorso all’assistenza sanitaria in carcere (Barker, Ireland, Cu, & Ireland, 2016), l’ideazione suicidaria, i tentativi di suicidio e i suicidi. Se all’insonnia si aggiungono le perturbazioni dell’umore può aumentare la vulnerabilità al suicidio in questa popolazione (Carli et al., 2011). Come tale c’è un bisogno critico di sviluppare interventi e trattamenti efficaci in quest’area.

Nonostante una quantità significativa di ricerche focalizzate sullo sviluppo e il trattamento di altre condizioni mentali e fisiche nella popolazione carceraria, c’è una scarsità di letteratura che esamina lo sviluppo e il trattamento dell’insonnia (Dewa et al., 2015). Questa è di solito perpetuata da diversi fattori, che possono includere un maggiore sforzo per indurre il sonno in risposta all’angoscia per il poco sonno e l’eccitazione condizionata per cui il letto diventa uno spunto di eccitazione piuttosto che di sonno. La reclusione stessa può agire come fattore precipitante iniziale (Elger & Sekera, 2009). Inoltre, uno studio ha dimostrato che l’83% dei detenuti con insonnia ha riportato di avere un pregresso disturbo d’ansia o depressione (Elger, 2004). Altri fattori precipitanti e perpetuanti sono i vincoli dell’ambiente carcerario: la separazione dai propri cari, le routine rigidamente imposte e gli orari sonno-veglia, la limitata attività fisica, lo spazio condiviso per vivere e dormire, la mancanza di privacy, i problemi di sicurezza, l’accesso limitato alla luce del sole e i fattori ambientali (ad esempio, rumore, luce, temperatura, materasso e lenzuola), passare una quantità significativa di tempo in una cella su una branda, che non è usata solo per dormire ma anche per le attività della vita quotidiana (ad esempio, stare seduti, guardare la televisione, leggere, scrivere, mangiare, sonnecchiare). La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), un approccio psicoterapeutico che si rivolge alle cognizioni e ai comportamenti che causano e perpetuano un problema, è stata adattata a molti disturbi psichiatrici tra cui l’insonnia (CBT-I).

CBT-I è un efficace trattamento non farmacologico, strutturato, a breve termine, focalizzato sulle abilità, e volto a modificare pensieri, credenze e comportamenti che contribuiscono a insonnia. CBT-I one shot, invece, è stato progettato specificamente da Ellis e colleghi (2012) per trattare l’insonnia nella sua fase più acuta, aggirando la transizione verso quella cronica: prevede un opuscolo di auto-aiuto (che delinea delle strategie, ad esempio di distrazione immaginativa) e una singola sessione di terapia di 60-70 minuti condotta da un terapeuta (JGE, uno psicologo della salute e esperto del sonno con 8 anni di esperienza di CBT-I). Vista la sua efficacia nella riduzione dell’insonnia e della sintomatologia depressiva e ansiosa in una popolazione non carceraria, Randall e colleghi (2018) hanno testato questo tipo di intervento nell’ambiente carcerario per detenuti con insonnia acuta auto-riferita o inviati al Mental Health in Reach Team, apportando i dovuti adattamenti: (a) dove in precedenza le istruzioni di controllo dello stimolo suggerivano che la camera da letto doveva essere usata solo per dormire e per il sesso, il sesso è stato omesso da queste istruzioni, e (b) all’interno delle istruzioni di controllo dello stimolo, i partecipanti non sono stati istruiti a lasciare la camera da letto ma piuttosto a identificare uno spazio “non sonno” nella loro cella e andare lì se non erano in grado di dormire. Sono stati utilizzati i diari del sonno relativi alle precedenti settimane, al fine di impostare e prescrivere un iniziale programma di sonno specifico per i partecipanti (cioè il tempo di andare al letto e uscire dal letto). La prescrizione iniziale si basava sulla media del tempo totale di sonno della settimana precedente, e diventava il tempo a letto da trascorrere la settimana successiva. I partecipanti dovevano prolungare tale prescrizione finché non fossero soddisfatti del loro sonno. Inoltre, durante il primo colloquio, ai pazienti sono stati somministrati tre questionari: l’Insomnia Severity Index (ISI), composto da 7 items, è stato utilizzato per valutare la natura, gravità e impatto dell’insonnia (Morin, 1993); il Patient Health Questionnaire (PHQ), composto da 9 items, ha permesso lo screening, la diagnosi e il monitoraggio della gravità della depressione (Kroenke, Spitzer, & Williams, 2001); infine, sono stati valutati i sintomi dell’ansia attraverso il Generalized Anxiety Disorder (GAD), un questionario a 7 items (Spitzer, Kroenke, Williams, & Löwe, 2006). La valutazione di follow-up era stata fissata a quattro settimane dall’inizio dell’intervento.

Di solito i detenuti restavano in cella tra le 19.30 e le 7.30 del mattino. Alle 8 lasciavano la loro ala, se impiegati in attività, per poi tornare in cella per il pranzo tra le 11.30 e le 13.30. Tra le 14.00 e le 16.00 tornavano a lavoro, e alle 17.00 circa veniva servita la cena. L’opportunità di lasciare la cella per la ricreazione gli veniva lasciata per circa un paio d’ore prima di essere rinchiusi per la notte: durante questo lasso di tempo avevano accesso alla palestra e a un cortile esterno. Tutte le celle erano dotate di un letto singolo, una televisione, una piccola finestra, tende e un bagno. I detenuti avevano il controllo dello spegnimento delle luci, ma non della temperatura o del livello dei rumori.

In particolare, lo scopo del presente studio era quello di determinare l’efficacia di un intervento CBT-I in prigionieri maschi con insonnia acuta. Uno scopo secondario era di determinare se il trattamento riduceva anche i sintomi della depressione e dell’ansia. I risultati hanno evidenziato che i partecipanti hanno sperimentato una riduzione significativa dei sintomi legati all’insonnia (ISI) a distanza di un mese dall’intervento (il 73% dei prigionieri). Riduzioni significative sono state osservate anche per la sintomatologia ansiosa e depressiva. Gli effetti del cambiamento tra il pre e il post intervento sono risultati da moderati a forti, e la conformità (definita come il numero di notti, durante la prima settimana dall’inizio dell’intervento, in cui i partecipanti hanno rispettato il tempo prescritto per andare a letto o per uscire dal letto, con un margine di 15 minuti) è stata del 90%.

Mentre questi risultati sono in linea con la letteratura precedente sull’impatto di un intervento CBT-I one shot per l’insonnia acuta (Boullin et al., 2016; Ellis et al., 2015), essi suggeriscono anche che l’intervento può essere attuato con successo in un ambiente carcerario, con le dovute modifiche. Pertanto, questi risultati dovrebbero essere visti come un primo passo nella gestione dell’insonnia tra i carcerati al fine di ridurre o prevenire la violenza, i tentativi di suicidio e l’utilizzo dell’assistenza sanitaria.

CBT-I one shot, come dimostrano i risultati, è anche in grado di ridurre la sintomatologia ansiosa e depressiva dei partecipanti: ciò anche è importante ai fini preventivi del rischio suicidario in carcere. Gli studi futuri, tuttavia, dovrebbero esaminare l’efficacia del presente intervento sulla riduzione dei pensieri suicidari, intenzioni e azioni o tentativi di suicidio così come altri comportamenti a rischio (automutilazione e tagli, uso di sostanze). È interessante notare che a tutti coloro che hanno preso parte allo studio è stato chiesto quali fossero gli aspetti più benefici dell’intervento: la maggior parte dei commenti ruotava intorno al diario del sonno, che li ha aiutati a identificare i modelli comportamentali che influiscono sul loro sonno, e l’opuscolo, con una speciale enfasi sulle istruzioni per il controllo dello stimolo.

 

Ruminazione depressiva e fluttuazioni dell’umore: il ruolo dell’abitudine

Molte persone credono che la ruminazione serva a loro per concentrarsi maggiormente sui propri problemi, finendo per divenire, nella depressione, un’abitudine mentale. L’abitudine è un’associazione appresa ed inconsapevole, innescata da un trigger contestuale, piuttosto che da obiettivi e motivazioni individuali.

 

La ruminazione è uno stile di pensiero negativo caratteristico della depressione che implica il soffermarsi ripetutamente e passivamente sulle cause, significati e conseguenze dei propri sentimenti e del proprio disagio (Nolen-Hoeksema & Morrow, 1991); con effetti negativi sulla cognizione, alterazione nelle abilità di problem solving e umore disforico persistente (Nolen-Hoeksema et al., 2008).

Secondo la Teoria degli stili di risposta, le persone credono che la ruminazione serva a loro per concentrarsi maggiormente sui propri problemi, finendo per divenire nella depressione una tendenza stabile e duratura, che assume le caratteristiche di un’abitudine mentale (Nolen-Hoeksema et al., 2008). L’abitudine è un’associazione appresa ed inconsapevole, ovvero un comportamento frequente innescato da un trigger contestuale, piuttosto che da obiettivi e motivazioni individuali (Verplanken et al., 2007; Wood & Neal, 2007).

Secondo Watkins & Nolen-Hoeksema (2014), la ruminazione è un’abitudine mentale che si attiva in risposta all’umore negativo, ed emerge nel tentativo di fronteggiare le discrepanze tra stato desiderato e realtà. Sebbene questo stile di pensiero sia adattivo se consente il raggiungimento di obiettivi importanti, qualora questo non avvenga, la sua persistenza provoca un deterioramento dell’umore (Watkins & Nolen-Hoeksema, 2014).

Ammettere continui pensieri ruminativi, passivi ed astratti per fronteggiare le discrepanze tra reale ed ideale, accoppia temporalmente gli affetti negativi al pensiero ruminativo, rendendo quest’ultimo un’abitudine attivata dal contesto, ovvero dall’affetto negativo. Nel tempo, il pensiero ruminativo stesso predirà l’affetto negativo creando un circolo vizioso che alimenta i sintomi depressivi e l’inerzia emotiva (Moberly & Watkins, 2008).

Infatti, secondo la ricerca, gli individui con sintomi di depressione accentuati riportano sia alti livelli di inerzia emotiva che un forte accoppiamento temporale di affetto-ruminazione (Brose et al., 2015).

Rispetto ad altre forme di ruminazione più adattive e riflessive, la ruminazione mal adattiva si associa a maggiori caratteristiche di abitualità, ovvero l’essere ripetitiva e ancor più automatica (Ólafsson et al., 2019).

L’indagine di Hjartarson e collaboratori (2021), ha valutato su un campione con sintomi depressivi, se all’interazione dinamica tra affetti negativi e pensiero ruminativo nelle esperienze quotidiane, si legassero le caratteristiche di abitualità del pensiero negativo, ovvero ripetizione, mancanza di consapevolezza cosciente e intento deliberato, efficienza mentale, mancanza di controllo e autodescrittività).

Le esperienze sono state valutate quotidianamente, per 6 giorni, con l’EMA (Ecological Momentary Assessment); strumento che indagando un’abitudine ed i suoi aspetti inconsapevoli, valuta la fluttuazioni degli affetti e della ruminazione su brevi intervalli temporali (Neal & Wood, 2009).

Dallo studio è emerso che l’aumento dell’affetto negativo era prospetticamente associato a maggiori pensieri ruminativi nella successiva occasione di campionamento. Questa relazione, diveniva più forte all’aumentare delle caratteristiche di abitualità del pensiero ed era maggiore in concomitanza con una maggiore gravità dei sintomi depressivi.

Coerentemente con la letteratura precedente, un pensiero negativo con caratteristiche di abitualità innesca una maggiore ruminazione in risposta alle fluttuazioni dell’affetto negativo, (Moberly & Watkins, 2008) mantenendo stabilmente questo stile di pensiero, che diviene automatico e svincolato dalle intenzioni individuali (Watkins & Nolen-Hoeksema, 2014).

In aggiunta, le caratteristiche di abitualità del pensiero predicevano il grado in cui gli individui ruminavano abitualmente in risposta agli affetti negativi, e non solo i livelli di ruminazione momentanea.

Questi risultati suggeriscono che la vulnerabilità alla depressione può emergere sotto forma di abitudine alla ruminazione, innescata inconsciamente da fattori contestuali, svincolata dal controllo cosciente, da obiettivi ed intenzioni.

Esaminando il deterioramento del pensiero positivo come innesco della ruminazione momentanea, è emerso similmente al modello precedente, che le fluttuazioni quotidiane dell’affetto positivo forniscono da punto di partenza contestuale per il pensiero ruminativo.

Infine, sebbene sia emersa l’associazione tra affetto negativo e innesco di ruminazione con l’inerzia emotiva, ovvero un frequente trasferimento dell’umore da una situazione all’altra; le caratteristiche di abitualità del pensiero negativo non si associano a quest’ultima.

Mentre ruminare in risposta al deterioramento degli affetti positivi, non implica l’inerzia emotiva ma una ripresa dell’individuo più immediata; ruminare in risposta all’affetto negativo comporta il sentirsi “bloccati” in questo stato ed una maggiore variabilità nel tempo della ruminazione. Di conseguenza, una vasta gamma di situazioni finiranno per provocare l’insorgenza di questo tipo di pensiero disadattivo (Moberly & Watkins, 2008).

Questi risultati hanno una notevole rilevanza clinica, dando informazioni per una migliore concettualizzazione del caso e selezione del trattamento.

Interventi terapeutici esclusivamente rivolti a modificare le convinzioni e gli atteggiamenti individuali, possono non portare a cambiamenti nella ruminazione tra coloro con depressione (Watkins & Nolen-Hoeksema, 2014), come testimoniato da una più debole risposta al trattamento cognitivo-comportamentale (CBT; Jones et al., 2008).

La terapia dovrebbe intervenire nell’associazione contesto-risposta, ovvero tra affetto e ruminazione; senza esclusivamente rivolgersi ai contenuti dei pensieri ruminativi. Inoltre, grazie ad un intervento CBT incentrato sulla ruminazione (Watkins, 2016) e la modifica di bias cognitivi (CBM; Hertel et al., 2014), si fornirà al paziente una risposta più efficace di pensiero o comportamento, consentendo lo sviluppo di nuove associazioni contesto-risposta più adattive di fronte a situazioni emotivamente pesanti (Watkins & Nolen-Hoeksema, 2014).

 

Mal di… tempo! Esiste una relazione tra Meteoropatia e tratti di Personalità?

Se a chi sta leggendo è mai capitato di svegliarsi sentendosi demotivato, abbattuto, o svogliato a seguito della constatazione di un pessimo clima atmosferico, magari notando nuvoloni grigi fuori dalla finestra, comprenderà appieno cosa si intende per meteorosensibilità e meteoropatia.

 

Un gran numero di prove empiriche ha dimostrato la relazione tra i cambiamenti climatici e meteorologici e lo stato di salute. Primo fra tutti, Ippocrate ipotizzò che gli elementi, acqua, aria, terra e fuoco, potessero influenzare il nostro umore e le nostre vite, riflettendosi sulla salute generale (Rzeszutek et al., 2020). Tuttavia, è stato solo a cavallo tra il XX e il XXI secolo che alcuni ricercatori hanno iniziato a studiare sistematicamente una nuova sindrome composta da sintomi psicofisici negativi legati a fattori meteorologici, cioè la meteoropatia (Balsamo et al., 1992; Janiri et al., 2009; Mazza et al., 2012). Questo fenomeno consiste in “un gruppo di sintomi e reazioni patologiche in risposta a cambiamenti graduali o improvvisi dei fattori meteorologici in una specifica zona che interagiscono, presumibilmente, attraverso naturali influenze elettromagnetiche che coprono una vasta gamma di frequenze e ampiezze” (Janiri et al., 2009). Queste reazioni, che possono perdurare per alcuni giorni e che sono strettamente legate ai cambiamenti climatici, possono indurre sintomi depressivi, irritabilità, intorpidimento, problemi di sonno, dolori muscolari e un desiderio generale di rimanere in casa (Mazza et al., 2012). È importante specificare che tale sintomatologia si può verificare nel caso in cui l’individuo che ne è affetto è locato in una zona in cui il clima è cupo, avverso o tempestoso. La propensione ai suddetti sintomi deriva dalla meteorosensibilità, che consiste nella suscettibilità biologica del corpo e della mente ai cambiamenti atmosferici (Janiri et al., 2009).

Alcuni studi hanno osservato che i fattori demografici che contribuiscono particolarmente alle differenze individuali in tale dimensione sono l’età e il sesso. Infatti, secondo diverse sperimentazioni, ne sono colpiti in maniera maggiore le donne, gli individui di mezza età e gli anziani (Aspvik et al., 2018; Timmermans et al., 1885-1892; Connolly, 2013; Smedslund et al., 2014).  Non tutte le persone meteorosensibili sviluppano però le reazioni patologiche che compongono la meteoropatia, infatti, si può essere semplicemente sensibili a un clima uggioso senza presentare irritabilità o problemi di sonno. Ad ogni modo, fino a poco tempo fa il meccanismo responsabile della meteoropatia non era del tutto noto (Oniszczenko, 2020). Negli ultimi anni, per colmare questa lacuna, alcuni ricercatori hanno indagato le strutture cerebrali coinvolte in questo tipo di fenomeno, ed hanno scoperto che l’ipotalamo e il nucleo dell’amigdala, aree deputate alla regolazione emotiva, possono contribuire allo sviluppo della meteoropatia, il che significa che la suscettibilità psicofisica umana ai cambiamenti meteorologici che inducono stress può derivare delle differenze individuali nei meccanismi cerebrali responsabili alla regolazione emotiva. A conferma di ciò, va sottolineato che molti segni di meteoropatia riflettono alcuni sintomi di disturbi dell’umore (Mazza et al., 2012). In linea con questo argomento, nel 2020 alcuni ricercatori hanno ritenuto fondamentale indagare il ruolo della personalità come potenziale correlato della meteoropatia (Oniszczenko, 2020).

Gli obiettivi principali dello studio di Rzeszutek e colleghi erano di investigare i tratti di personalità dei partecipanti di diverse età e di esaminare se l’eterogeneità di questi tratti potesse spiegare possibili differenze individuali nell’intensità della meteoropatia. Il campione era composto da 758 partecipanti divisi, per l’appunto, in due gruppi di età distinte: 378 giovani adulti (18-30 anni) e 380 adulti anziani (60+ anni). I partecipanti hanno compilato il questionario METEO-Q, che indagava l’intensità della meteoropatia di ogni individuo, e il Ten Item Personality Inventory (TIPI), che metteva in luce le differenti caratteristiche di personalità individuando le dimensioni del Big Five: estroversione-introversione, gradevolezza-sgradevolezza, coscienziosità-negligenza, nevroticismo-stabilità emotiva, apertura mentale-chiusura mentale (Mazza et al., 2012; Gosling et al., 2003; Goldberg, 1993). Un’analisi dei test completati ha mostrato vari profili di personalità che si differenziavano in base all’intensità della meteoropatia. L’effetto differenziante della personalità sulla meteoropatia è stato osservato solo nel gruppo dei giovani adulti, in cui i ricercatori hanno individuato tre profili di personalità:

  • soggetti con livelli medi di tutti e cinque i tratti di personalità (profilo 1),
  • soggetti con livelli molto alti di coscienziosità e livelli medi di altri tratti (profilo 2),
  • soggetti con nevroticismo, cioè bassa stabilità emotiva e livelli medi di altri tratti (profilo 3).

È interessante notare come gli scienziati abbiano trovato differenze significative tra questi profili sia nella meteorosensibilità che nella meteoropatia. I giovani adulti con profilo 3, aventi quindi una bassa stabilità emotiva, avevano dichiarato livelli di meteorosensibilità molto più alti di quelli degli altri due profili, così come livelli di meteoropatia molto più alti di quelli del profilo 1. In questa sperimentazione, sembra che tra i giovani solo un tratto di personalità sia risultato importante in relazione alla meteoropatia: il nevroticismo, caratterizzato da una forte variabilità dell’umore (Watson, 2000). I soggetti che presentano questa dimensione di personalità rispondono peggio a situazioni di stress, hanno più probabilità di interpretare gli eventi ordinari come minacciosi e le frustrazioni minori come estremamente difficili. Queste persone sono spesso impacciate e timide, e possono avere difficoltà nel controllo degli impulsi e nel ritardare la gratificazione.

Seppur la presenza di nevroticismo possa giocare un ruolo chiave nell’insorgenza della meteoropatia, i risultati della ricerca del team di Rzeszutek indicano che non esiste un unico profilo di personalità che si adatti a tutti gli individui per quanto riguarda la sensibilità ai cambiamenti meteorologici. In poche parole, è stato dimostrato che non esiste un unico tipo di persona che presenti specifiche caratteristiche correlate alla meteoropatia. Tale questione è particolarmente visibile quando si considerano le differenze di età, come nel campione dello studio appena descritto: il gruppo di adulti anziani, pur presentando meteoropatia e meteorosensibilità non corrispondeva a particolari profili più suscettibili a questi fenomeni. In conclusione, è possibile affermare che nonostante alcuni tratti della personalità potrebbero influenzare la sensibilità al meteo in giovani adulti, tale fenomeno è riconducibile ad altre variabili differenti in ciascun individuo.

 

Interventi Psicologici Per Promuovere Un’immagine Corporea Positiva

Che cos’è l’immagine corporea positiva? Cosa significa possedere un’immagine corporea negativa? Come possiamo prevenire e promuovere questi fenomeni? L’articolo riporta alcuni degli interventi che in letteratura si sono rivelati efficaci, sia con gli adolescenti che con i bambini e gli adulti.

 

Introduzione: che cos’è l’immagine corporea, positiva e negativa

L’insoddisfazione per la propria immagine corporea è un fenomeno particolarmente invasivo, che spesso risulta essere un possibile fattore di rischio, e in seguito di sviluppo, per un disturbo alimentare (Stice, 2002). Al giorno d’oggi, forse più che mai, una forte influenza la esercitano i social media, dove viene mostrato e trasmesso un modello di bellezza e di perfezione inarrivabile, e idealizzato, che porta le persone (di qualsiasi fascia d’età) a sviluppare delle aspettative per sé stesse irraggiungibili, provocando di conseguenza stress, emozioni negative, bassa autostima e forte vulnerabilità ai giudizi esterni. Tutto ciò può innescare dei meccanismi patologici che portano ad una forte autosvalutazione la quale, nei casi più gravi, può sfociare in un disturbo alimentare.

L’immagine corporea viene definita come la percezione personale di un soggetto del proprio aspetto fisico, comprendente anche le emozioni e gli atteggiamenti correlati; l’alto livello di discontento per l’immagine corporea, nelle donne così come negli uomini, risulta problematico in quanto ha un significativo impatto negativo sia per la salute fisica che per quella mentale: è infatti correlato sia con una bassa autostima sia con alti livelli di depressione e di ansia (Deveraj & Lewis, 2010).

Il modello di Cash (2008), riguardante l’immagine corporea, sostiene che la pressione socioculturale, le esperienze interpersonali, le caratteristiche e i cambiamenti fisici e i tratti disposizionali influenzano complessivamente lo sviluppo della percezione della propria immagine corporea.

Menzel e Levine (2011) concettualizzano l’immagine corporea positiva come un costrutto avente 3 componenti fondamentali: I) apprezzamento dell’aspetto e della funzionalità del corpo, II) consapevolezza ed attenzione per i bisogni del proprio corpo e III) l’abilità di elaborare pensieri relativi al proprio aspetto in maniera auto-protettiva. Un’immagine corporea positiva consiste nell’accettazione e nella connessione degli individui con il loro sé fisico. È ben distinta dall’immagine corporea negativa, in quanto è un costrutto che rappresenta molto più che bassi livelli di emozioni e cognizioni negative riguardanti il proprio corpo; è uno stato di benessere che va oltre all’assenza dell’insoddisfazione corporea (Gillen, 2015; Guest et al., 2019). Infatti l’immagine corporea positiva è associata al benessere psicosociale e fisico, e di conseguenza ad una maggiore autostima, una maggiore autocompassione e soddisfazione per la propria vita e una maggiore messa in atto di comportamenti salutari (Halliwell, 2015; Tylka & Wood-Barcalow, 2015). È stato dimostrato che l’apprezzamento per il proprio corpo e il proprio aspetto promuove un’alimentazione più sana e regolare e protegge maggiormente i soggetti dai pensieri e dagli effetti negativi provocati dagli ideali socio-culturali (Halliwell 2013).

Risulta evidente quindi che, per ottenere un effetto positivo su molti aspetti della salute e del benessere degli individui, è necessario promuovere un’immagine corporea positiva anziché limitarsi a ridurre quella negativa (Guest et al., 2019).

Gli interventi psicologici per promuovere un’immagine corporea positiva nei soggetti adolescenti e adulti

La maggior parte degli interventi psicologici finalizzati alla promozione di un’immagine corporea positiva verte principalmente su programmi educazionali e di miglioramento dell’autostima e della percezione che i soggetti hanno di se stessi.

Un esempio è il programma educativo “Evereybody’s different” (O’Dea, 2000), focalizzato sull’autostima e applicato con i ragazzi della scuola secondaria con un’età compresa tra gli 11 e i 14 anni. L’intervento prevede due gruppi, uno sperimentale e uno di controllo, e un follow-up di 12 mesi per verificare se i risultati ottenuti sono temporanei o rimangono tali nel tempo.

Questo programma, principalmente basato su lavori di gruppo e giochi, in modo tale da far sentire i ragazzi sicuri e non giudicati, lavora su aspetti come le relazioni sociali, la costruzione di un’immagine positiva di se stessi, la costruzione della propria autostima, le competenze comunicative, gli stereotipi della società e così via. All’inizio e alla fine dell’intervento sono stati somministrati vari questionari, come l’Eating Disorders Inventory, il Self-Perception Profile for Adolescents, il Depression Inventory, lo State-Trait Anxiety Inventory e altri questionari inerenti alle abitudini alimentari e all’immagine corporea (Ibid.)

Dallo studio è emerso che un programma interattivo come questo, lavorando sullo sviluppo di un’autostima degli adolescenti più solida, può migliorare la percezione del proprio corpo e i comportamenti alimentari, anche nei ragazzi considerati più a rischio per lo sviluppo di un disturbo alimentare. Il gruppo sottoposto all’intervento, a differenza del gruppo di controllo, ha registrato un miglioramento della propria body image e ciò ha evitato la messa in atto di diete dimagranti e perdite di peso verificatasi invece nell’altro gruppo. Il gruppo sperimentale inoltre, ha riportato un diminuito interesse per l’accettazione sociale e l’aspetto fisico, dimostrando come sia possibile agire sulla suscettibilità degli adolescenti alla pressione dei pari, ai confronti e agli stereotipi socioculturali.

Grazie poi al periodo di follow-up di 12 mesi, si è visto come questi risultati siano stati mantenuti nel tempo, a evidenza del fatto che, gli appartenenti al gruppo di controllo hanno sperimentato una perdita di peso a differenza del gruppo sperimentale, il quale ha riconfermato gran parte dei risultati ottenuti.

Un altro esempio è lo studio di Deveraj e Lewis (2010): il loro intervento prevede un programma di tipo cognitivo-comportamentale di 6 settimane, finalizzato a promuovere un’immagine corporea positiva nelle donne adulte. Il programma prevede l’inserimento di numerosi fattori con un importante ruolo nell’insoddisfazione per il proprio corpo e nello sviluppo di un disturbo alimentare, come lo stress, l’ansia, la depressione e i comportamenti disfunzionali per la perdita di peso.

Come nello studio precedente, anche in questo sono state fatte varie misurazioni attraverso i questionari adeguati a raccogliere informazioni riguardo le abitudini alimentari, l’autostima, la soddisfazione dei partecipanti per la propria salute, per la propria forma fisica e per la propria vita, e altri costrutti inerenti alla percezione del proprio corpo.

Una particolarità interessante di questo intervento riguarda l’inserimento di sessioni di mindfulness e rilassamento, messe in atto prima di ogni incontro in modo tale da ridurre la body image anxiety (Ibid.).

Gli argomenti utilizzati durante il programma riguardano: gli effetti causati da un’immagine corporea negativa, la relazione tra pensieri, emozioni ed eventi, le distorsioni cognitive legate all’immagine corporea, come allontanare i pensieri negativi riguardo al proprio aspetto e focalizzarsi sugli aspetti positivi attraverso una serie di affermazioni riguardanti se stessi, tecniche di autoregolazione emotiva e di miglioramento dell’autostima.

Rispetto ai punteggi iniziali, quelli registrati al termine dell’intervento hanno evidenziato come il programma sia stato efficace nell’aumentare la soddisfazione per il proprio corpo e l’autostima e, allo stesso tempo, nel ridurre il livello di stress ed emozioni negative sperimentate dai partecipanti. Di conseguenza è stato registrato anche un impatto positivo sul livello di soddisfazione dei soggetti per la propria vita.

Deveraj e Lewis (2010) sottolineano l’importanza di includere nei programmi di prevenzione i fattori considerati cruciali nello sviluppo dei disturbi alimentari e della body dissatisfaction: è necessario considerare l’ansia, lo stress, le emozioni negative e i comportamenti alimentari inadeguati.

Un altro tipo di intervento è stato condotto da McVey et al. (2010) con degli studenti universitari: prevedeva la messa in atto di un programma finalizzato alla promozione della soddisfazione per il proprio corpo e la riduzione dell’interiorizzazione dell’ideale perfezionistico trasmesso dai media.

Il programma è composto da due sessioni, nella prima sono previste discussioni in merito a: l’analisi critica delle forme del corpo “ideali” non realistiche proposte dai media e di come queste immagini siano correlate alla percezione di sé; il miglioramento dell’autostima e dell’immagine corporea; l’influenza della genetica sulla forma del corpo, l’accettazione e la consapevolezza delle differenze individuali nell’aspetto fisico. Sono previsti anche suggerimenti e strategie per condurre una vita alimentare e un’attività fisica sana e attiva imparando a riconoscere i segnali e le caratteristiche di un’alimentazione inadeguata e disordinata o di un possibile disturbo alimentare.

La seconda sessione invece è incentrata maggiormente sulla gestione dello stress. Come spiegato da Deveraj e Lewis (2010), le emozioni spiacevoli giocano un ruolo estremamente importante nella percezione e valutazione che un soggetto ha di se stesso. Per lo stesso motivo McVey e colleghi (2010) hanno ritenuto importante inserire una parte dedicata al miglioramento delle abilità sociali, delle strategie di coping, del processo decisionale e delle abilità comunicative ed assertive, per imparare a gestire ed attenuare le influenze negative, lo stress e la preoccupazione per l’immagine corporea. Agendo sulla capacità di un soggetto di non farsi influenzare dai feedback esterni, non facendo dipendere la propria autostima e il proprio valore dagli altri, si cerca di rendere l’individuo più consapevole del proprio valore.

Effettivamente la partecipazione al programma è stata associata ad un aumento della soddisfazione per la propria immagine corporea e ad una diminuzione dell’interiorizzazione del modello di bellezza idealizzato e trasmesso dai media, aiutando anche a ridurre i comportamenti alimentari disordinati o inadeguati laddove fossero presenti.

Gli interventi psicologici per promuovere un’immagine corporea positiva nei bambini

Gli interventi di prevenzione e promozione della soddisfazione per la propria immagine corporea non sono rivolti e pensati solamente agli adolescenti o agli adulti, anzi, diversi programmi sono stati appositamente creati e pensati per i bambini. Non bisogna pensare che la body dissatisfaction sia un fenomeno prettamente legato alla fanciullezza o all’età adulta, infatti è stata registrata una tendenza anche delle bambine di appena 6 anni a desiderare di essere più magre (Dohnt & Tiggemann, 2005). Risulta quindi utile implementare anche nelle scuole primarie degli interventi di prevenzione, quando le convinzioni e gli atteggiamenti verso il peso e la forma del corpo sono meno consolidati (Dohnt & Tiggemann, 2008). Chiaramente i programmi utilizzati con i bambini devono essere costruiti in modo diverso rispetto a quelli utilizzati con gli adolescenti o gli adulti: è necessario che venga utilizzato un linguaggio più adeguato e di facile comprensione, l’intervento deve svolgersi secondo una modalità più ludica e i materiali utilizzati, assieme alle varie misurazioni che vengono fatte pre e post intervento, devono essere calibrati correttamente tenendo in considerazione l’età dei soggetti (Ibid.).

Dohnt e Tiggemann (2008) hanno effettuato un intervento in una scuola primaria esclusivamente con bambine di età tra i 6 e i 7 anni, divise in un gruppo sperimentale e in uno di controllo; gli autori si sono serviti di due libri illustrati, uno chiamato Shapesville e uno Stop Elephant, Stop, entrambi pensati appositamente per i bambini.

Shapesville, somministrato al gruppo sperimentale, è un libro che celebra l’immagine corporea positiva attraverso concetti come l’auto-accettazione e l’accettazione della diversità, ed è progettato in modo tale da suggerire confronti, attività e discussioni inerenti all’autostima, all’idea che un corpo in linea con i canoni estetici della società non porti sicuramente alla felicità, all’attività fisica, all’educazione alimentare e alle immagini irrealistiche promosse dai media.

Stop Elephant, Stop è estremamente simile al libro precedente per la struttura e la forma, ma racconta una storia di un gruppo di animali, senza focalizzarsi sui temi trattati invece da Shapesville.

A seguito dell’intervento, è stato notato un effettivo ed immediato miglioramento del livello di soddisfazione per il proprio corpo ed aspetto nelle bambine appartenenti al gruppo sperimentale.

Nel complesso, Shapesville è stato efficace nel produrre miglioramenti, seppur a breve termine, negli atteggiamenti e nella conoscenza sull’immagine corporea e sugli argomenti correlati, come l’alimentazione, lo sport e i media, portando anche ad una diminuzione degli stereotipi riguardanti il peso. È stato notato anche un miglioramento nell’interiorizzazione dei modelli trasmessi dai media, inteso come una diminuzione del desiderio di assecondarli, sempre da parte delle bambine appartenenti al gruppo sperimentale (Ibid.)

Anche Halliwell e colleghi (2016) hanno utilizzato un intervento specifico per i bambini (sia maschi che femmine) chiamato Body Image in the Primary School, divenuto oramai un libro dall’omonimo titolo. L’intervento mira ad agire su una serie di fattori di rischio per lo sviluppo della body dissatisfaction, compresa l’influenza dei media e la pressione dei pari, attraverso il programma sopracitato che consiste in una serie di discussioni di classe, giochi, attività e giochi di ruolo. Anche in questo caso i bambini, di età compresa tra gli 8 e i 10 anni, sono stati divisi in due gruppi: uno di controllo e uno sperimentale. In questo programma i temi tratti riguardano la valorizzazione della diversità relativa all’immagina corporea, la valorizzazione del proprio aspetto, imparare a gestire i commenti negativi dei pari, imparare a sviluppare una resilienza ai media e ai messaggi trasmessi dall’ambiente socio-culturale.

Lo studio quindi aveva come obiettivo valutare se queste lezioni fossero efficaci per migliorare e promuovere un’immagine corporea positiva nella scuola primaria. Effettivamente, come previsto, il programma è associato, nelle ragazze appartenenti al gruppo sperimentale, ad una maggiore autostima e percezione della propria immagine corporea, sia dopo l’intervento che durante il follow-up successivo. Tuttavia, i risultati ottenuti riguardano solamente le ragazze, mentre per i ragazzi in questo caso non sono stati trovati risultati significativi (Ibid.).

Conclusioni: una riflessione personale

Alla luce degli studi e dei programmi esposti precedentemente, sono due gli elementi che risultano comuni e piuttosto rilevanti. Innanzitutto, è fondamentale evidenziare come gli interventi psicologici finalizzati alla promozione di un’immagine corporea positiva debbano essere rivolti a tutte le fasce d’età e a entrambi i sessi: in età infantile questa tipologia di interventi ha una forte valenza preventiva proprio perché i comportamenti e gli atteggiamenti dei bambini non sono ancora consolidati (Dohnt & Tiggemann, 2008); hanno lo stesso valore anche in età adolescenziale ed adulta, ma risultano efficaci anche come interventi di promozione e miglioramenti laddove sia presente una body image negativa. Inoltre, per troppo tempo si è pensato che i disturbi alimentari e l’insoddisfazione per l’immagine corporea fosse principalmente un problema legato al genere femminile, in realtà è importante considerare in questa tipologia di problematiche anche il genere maschile, perché come si è visto a volte gli interventi non sono efficaci allo stesso modo per entrambi i sessi.

Dopodiché è importante evidenziare come tutti gli interventi descritti vertono su due aspetti principali: l’autostima e l’”alfabetizzazione” ai media. Una buona autostima preserva il soggetto dagli attacchi esterni, dai pregiudizi e dai messaggi che vengono quotidianamente veicolati dalla società, così come imparare a valutare ciò che viene presentato dai media e comprendere come i modelli di bellezza attuali siano irrealistici e irraggiungibili, permette agli individui di non idealizzare e non creare aspettative impossibili che causano l’insorgenza di emozioni spiacevoli e stress, maturando una consapevolezza che porta ad un’auto-valorizzazione e non ad un’auto-svalutazione.

 

Un anno senza sport: i giovani e il lockdown

NDR – Il presente contributo è stato scritto prima degli ultimi DPCM

A circa un anno di distanza dall’inizio della pandemia e dopo mesi di false partenze, blocchi totali e parziali, il mondo dello sport si prepara alla ripartenza.

 

Ma perché, al di là delle conseguenze economiche, è importante riprendere le attività sportive? Quali sono le implicazioni psicologiche e fisiche dell’assenza di sport, soprattutto nel settore giovanile?

Da tempo ormai gli esperti raccomandano di supportare la crescita dei propri figli con la pratica motoria, in quanto i benefici a livello fisico, psicologico e sociale sono fondamentali per un sano sviluppo. Fin dai primi anni di vita, infatti, è possibile iscrivere i bambini a corsi propedeutici che aiutano anche i più piccoli a coltivare una cultura sportiva. Se però nel caso dei giovanissimi i maggiori benefici si hanno a livello dello sviluppo psicomotorio, in adolescenza entrano in campo, con maggiore importanza, anche altri fattori quali la socialità e il benessere psicologico.

Ma procediamo con ordine. Quali sono i principali fattori di rischio per la salute dal punto di vista fisico quando l’attività motoria è scarsa o addirittura totalmente assente? Come raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, praticare regolarmente un’attività fisica moderata per 150 minuti a settimana (che nel caso degli adolescenti sale a 60 minuti al giorno per un’attività vigorosa) aiuta a prevenire patologie come l’obesità, il diabete e le malattie cardiache. Ancora oggi, però, l’insufficienza di attività fisica è al quarto posto tra i fattori di rischio di mortalità a livello mondiale e in Italia più dell’80% degli adolescenti conduce una vita sedentaria in cui l’attività fisica è insufficiente. Questi dati risalgono a indagini precedenti quest’ultimo anno, quindi si può ben immaginare che a causa della chiusura delle scuole e delle strutture sportive i numeri siano ulteriormente aumentati.

Inoltre bisogna considerare il ruolo fondamentale che lo sport svolge come valvola di sfogo per molti ragazzi e ragazze che in adolescenza si trovano ad affrontare periodi di crescita critici. L’attività motoria è un ottimo antistress, un valido alleato nella gestione dell’ansia e si è rivelato estremamente efficace anche nel contrastare l’insorgere della depressione. Questo spiegherebbe perché nell’ultimo periodo diversi genitori hanno visto i loro figli più nervosi e irrequieti. In altri casi è possibile che i ragazzi abbiano manifestato un generale senso di stanchezza e siano sembrati particolarmente apatici, privi della loro naturale energia. A proposito di ciò, alcuni studi hanno dimostrato che praticare sport stimola il cervello a produrre sostanze utili a migliorare l’umore, la memoria e l’apprendimento. Tuttavia questi sono effetti solo temporanei che tendono a regredire con l’interruzione dell’attività.

Un ulteriore aspetto che è importante valutare quando si parla di attività sportiva in età giovanile è la dimensione sociale. Non dimentichiamo che in adolescenza si va definendo l’identità della persona, un compito importante in questa fase di vita. Ma cosa significa e come avviene la costruzione dell’identità? Senza dubbio la famiglia gioca un ruolo fondamentale durante l’infanzia, ma quando inizia l’età adolescenziale il ragazzo ha bisogno di confrontarsi con il gruppo dei pari e con adulti differenti rispetto ai propri genitori. La scuola è il primo luogo sociale che i giovani hanno a disposizione per sperimentarsi, ma spesso non è sufficiente. Pensiamo a quei ragazzi che si trovano esclusi dagli interessi del gruppo classe o che hanno difficoltà con il rispetto dell’autorità dei professori. Spesso proprio questi ragazzi trovano nello sport una dimensione più adatta a loro, in cui riescono ad esprimersi e a mettersi alla prova con migliori risultati. Lo sport, infatti, è un’ottima palestra di vita: aiuta i giovani ad assimilare l’importanza delle regole, a rispettare i pari anche nel confronto agonistico, a sperimentare i propri limiti e a scoprire i propri punti di forza sia fisici che mentali (Ciairano, 2008).

In generale quindi si può affermare che lo sport migliora il benessere e la qualità di vita in età giovanile in quanto:

  • previene lo sviluppo di patologie fisiche
  • aiuta una migliore gestione delle emozioni
  • stimola il sistema nervoso
  • incentiva la crescita dell’autostima e del senso di autoefficacia.

Tutti questi benefici sono fondamentali per un sano sviluppo psicofisico e la prolungata mancanza dell’attività motoria e sportiva rischia di incentivare l’insorgere di stili di vita inadeguati. Solo fra qualche tempo sarà valutabile l’impatto che le nuove routine avranno sulla vita dei giovani. Ciò che è certo è che le buone abitudini vanno salvaguardate cercando, laddove necessario, nuove strategie per continuare a prenderci cura della salute mentale e fisica dei ragazzi.

 

La forza della resilienza (2019) di Rick Hanson e Forrest Hanson – Recensione

Attraverso un approccio passo-passo semplice ed accessibile a tutti, il dottor Hanson, spiega nel libro La forza della resilienza come sviluppare le risorse psicologiche fondamentali per favorire la resilienza, cioè quella capacità che ci rende capaci di affrontare le avversità e superare gli ostacoli, favorendo un senso di profonda felicità.

 

La resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici o a momenti di difficoltà, e di ricostruirsi senza alienare la propria identità. Ma non solo, essa favorisce l’appagamento, un senso profondo di felicità e pace, e crea con esso un circolo virtuoso che si autoalimenta in modo che si rafforzino a vicenda.

L’autore sostiene che la resilienza possa essere raggiunta esercitando un maggiore controllo e potenziando le risorse mentali che ognuno di noi possiede e che incidono in maniera unica sulla nostra vita. Queste si sviluppano in due fasi: in primo luogo attraverso la sperimentazione in modo diretto di ciò che vogliamo coltivare, in secondo luogo convertendo quell’esperienza transitoria in un cambiamento definitivo. Per fare in modo che le esperienze si radichino, infatti, non basta avere accesso a quelle utili e gratificanti: dato che il nostro cervello si riplasma di continuo in funzione delle esperienze e apprende attraverso la ripetizione, è necessario un esercizio costante.

Ogni capitolo del libro è dedicato ad una forza interiore e a come potenziarla, l’autore ne individua dodici che sono: la compassione, la mindfulness, l’apprendimento, la grinta, la gratitudine, la sicurezza, la calma, la motivazione, l’intimità, il coraggio, le aspirazioni e la generosità.

Queste risorse psicologiche possono essere sviluppate passo dopo passo iniziando dalla compassione, essa deve essere rivolta in primo luogo verso se stessi perchè è essenziale riconoscere i propri bisogni profondi e la volontà di soddisfarli. Le ricerche dimostrano che è al contempo sia un’emozione che uno stimolo ad agire, infatti quando proviamo compassione nel cervello si attivano le aree che sono preposte alla pianificazione.

L’ultima risorsa affrontata nel libro è la generosità, perchè è solamente coltivando il bene dentro di noi che ne avremo di più da dare agli altri. Se le esigenze restano insoddisfatte, è naturale sentirsi stressati, preoccupati, frustrati e vivere in modo meno gratificante; una volta arricchita la scorta di risorse, si potrà contribuire a quella degli altri.

Questo libro riassume le conoscenze psicologiche, neurologiche e di mindfulness grazie alle quali l’autore aiuta le persone a gestire il passato, affrontare il presente e costruirsi un futuro migliore, coltivando e mettendo a frutto le risorse interiori, adattandole alle esigenze personali. A mano a mano che si potenziano questi punti di forza, si acquisisce resilienza che si traduce con minore ansia, irritabilità, frustrazione, tristezza e rancore nella vita quotidiana, imparando inoltre ad affrontare gli ostacoli della vita con pace, tranquillità e amore radicati nel profondo.

Chi coccola la mamma? – Moms, una rubrica su maternità e genitorialità

Quando una donna diventa madre, il suo Super-Io prende spazio, colmo di regole interne che rischiano di distruggere l’umanità della persona che c’è dietro. Tutti pensano a chi coccola il bambino, ma qualcuno ha mai pensato a quanto è importante coccolare la mamma prima ancora del figlio?

Moms – (Nr.12) Moms – Chi coccola la mamma?

 

 Chi ha visto Wonderwoman? Avete presente la supereroina mora e alta capace di fare tutto da sola? Sembra che alcune donne e soprattutto alcune mamme si debbano confrontare ogni giorno con questo tipo di modello.

La mamma in alcuni contesti sembra dover essere quella che non si ammala mai quando il figlio è piccolo, quella che riesce a fare qualsiasi cosa, quella che non si stanca mai, quella a cui tutti chiedono consiglio perché lei sa tutto, ma che al contempo accetta ogni critica che le viene posta, e soprattutto quella che non può permettersi di esprimere le emozioni davanti agli altri, forse nemmeno davanti a se stessa. Se fosse così sarebbe molto appagante per il lato narcisistico di ogni madre, la renderebbe talmente piena di gratificazione da risultare inumana.

È utile rendersi inumane e per chi? Quali sono gli effetti collaterali di questa scelta?

A lungo il maschile e il femminile in alcune culture e in alcune famiglie hanno avuto delle caratteristiche predefinite che davano l’accezione di “anormale” a chi non vi si conformasse. Ancora oggi in alcuni contesti la possibilità di scelta è davvero limitata e pardossalmente rende la donna ancora più “inumana” di quanto si pretendesse che lo fosse precedentemente.

Ora infatti da una madre ci si aspetta ancora di più dei tempi andati, perché deve anche lavorare non riuscendo sempre a fare quello che ama. Pur se esposta ad un numero maggiore di esperienze conturbanti, il suo Super-Io, spesso sostenuto dal contesto di provenienza e dal nuovo che tende a ricercare per similitudine come conferma, tende ad imprigonarla nella scia dei pensieri rigidi che persistono nonostante i mutamenti temporali.

Soffocata dalle aspettative in parte introiettate in parte frutto di convizioni personali non riconosciute come tali, la mamma si trova a dover scegliere tra se stessa e un ruolo che sente di dover ricoprire. Così come la Regina Elisabetta II in The Crown, piano piano rischia di scegliere il percorso che la condurrà a negare e rifiutare la parte più autentica e umana di sé, verso la via della disumanizzazione. In questo tragitto non vi è solo la possibilità di perdere se stesse, ma anche le relazioni intessute, tra cui quella con il partner e quella con i figli.

Tra le innumerevoli altre strade possibili da seguire, ve n’è una in particolare che può permettere ad una madre di restare umana e di salvare se stessa e le relazioni a cui tiene: la via delle coccole. Una coccola è un abbraccio, un bacio, una carezza, ma anche la possibilità di appoggiarsi a qualcuno, di sentire di non essere soli nel lungo viaggio della vita.

 Al termine del decimo episodio della serie tv Workin’ Moms alcune delle protagoniste, dopo una giornata in cui si sono sentite provate, arrivano a casa e scelgono di abbandonarsi al fianco del partner. Allo stesso modo, una donna può scegliere di coccolarsi, dando meno spazio alla propria parte narcisistica e non aderendo alle imposizioni rigide del Super-Io, ascoltando così il suo stomaco e le emozioni raccolte in esso.

Lasciando spazio al partner nelle mansioni da svolgere e permettendosi di essere un po’ coccolata da lui o da lei, dai figli e soprattutto da sé, la mamma torna in contatto con la donna dentro di lei e piano piano, anche con la propria umanità, caratteristica essenziale che le permette di essere amata e di apprezzarsi così com’è: meravigliosamente imperfetta.

E quanto è bello abbandonarsi ad un bacio o ad un abbraccio di un figlio e perdersi nella sua morbidezza, senza fare nient’altro?

 

Storia dell’ipnosi: Armand-Marie-Jacques de Chastenet

Prosegue con Armand-Marie-Jacques de Chastenet la nostra rassegna incentrata sui protagonisti della storia dell’ipnosi.

 

La dott.ssa Nicoletta Gava, direttrice del Centro Ipnosi che porta il suo nome, racconta di come il Marchese di Puységur abbia contribuito a descrivere alcuni fenomeni ipnotici classici. Fu infatti lui a coniare il termine “trance sonnambulica” che avrebbe poi ispirato James Braid a definire questo speciale stato di coscienza “ipnosi”, dal greco “hypnos”: sonno.

Se con Mesmer era il carisma del magnetizzatore ad essere al centro dell’intervento, de Chastenet riconoscerà il ruolo principale al paziente stesso. Nella sua concezione, infatti, il magnetizzatore era uno strumento che avrebbe permesso ai processi di guarigione intrinseci alla persona di attivarsi e di migliorarne così i livelli di benessere. Si tratta di un concetto che verrà sviluppato nelle epoche successive e che entrerà a fare parte della idea di inconscio dello stesso Milton H. Erickson.

Aristocratico e Generale d’Artiglieria, fonderà la prima scuola dedicata allo studio dei fenomeni ipnotici ed alla formazione di nuovi magnetizzatori. Conserverà vivo il ricordo di Franz Anton Mesmer e si descriverà sempre come un suo allievo anche all’apice della popolarità. Riceveva pazienti da ogni parte della Francia ed il suo nome divenne rapidamente il riferimento culturale della disciplina. Vivrà la sua vita attraverso un periodo turbolento della storia Francese, farà due anni di prigionia e verrà liberato dopo l’ascesa di Napoleone Bonaparte. Morirà nel 1825 a Reims lasciando ai suoi allievi una ricca eredità di tecniche, innovazioni teoriche e metodologiche.

Il suo pensiero sarà un elemento fondatore dello sviluppo dell’ipnosi ottocentesca e farà da base per il lavoro di grandi rappresentanti come James Braid, Ambroise-Auguste Liébeault ed altri autori centrali nel processo di modernizzazione del magnetismo animale. Da questa epoca in poi, infatti, chi si occuperà di ipnosi lo farà sempre confrontandosi con gli aspetti scientifici ed empirici del fenomeno.

 

STORIA DELL’IPNOSI: ARMAND-MARIE-JACQUES DE CHASTENET – GUARDA IL VIDEO:

 

In memoria di Roberto Lorenzini

Gli incontri, nel bene o nel male segnano la storia personale di ognuno.

Quanto può essere preziosa la presenza di un amico fraterno, saggio, geniale, con un’intelligenza capace di cogliere sottili sfumature dell’animo umano, di farti sentire ascoltato, capito, riconosciuto. E’ una benedizione del cielo gratuita e forse immeritata avere al fianco una persona generosa, pronta a rimboccarsi le maniche al bisogno per esserti vicino nei momenti difficili, quando il cielo si fa buio e pensi che nessuno e niente potrà evitare che il temporale ti trovi allo scoperto, senza riparo, pronta a confortarti e a supportarti nell’affrontare le difficili contingenze, e con ironia a invitarti a non prenderti troppo sul serio e a non prendere troppo sul serio anche le avversità.

Non perché ci si debba rassegnare ma perché forse accettare e lasciare accadere ciò che accade è ciò che di meglio si possa fare. Senza, però, rinunciare a un impegno responsabile nel perseguire le cose importanti, come può fare chi ha la consapevolezza che si può anche fallire. Sì, fallire, perché i limiti vanno considerati, l’umiltà dev’essere compagna di viaggio, la curiosità favorire la conoscenza e l’aumento della capacità predittiva tanto a te cara.

In fondo quel senso d’inadeguatezza, quel luogo mentale intollerabile del disamore non si può cancellare, è cresciuto con te, ti appartiene e ciò che puoi fare è solo gestirlo nel migliore dei modi, quando ci riesci.

Tanto, in quei momenti in cui il mondo è triste e scende un’ombra scura che ti avvolge, puoi rifugiarti nella compagnia di un amico che condivide, è sintonizzato perché in fondo c’è un sentire comune, una narrazione sovrapposta, un affetto reciproco che placa l’inquietudine. E quante volte insieme abbiamo guardato senza indugio gli interstizi polverosi delle nostre anime, i punti oscuri e contorti dentro di noi con amorevole gentilezza e compassione, riconoscendo quella parte meno brillante, scintillante che vogliamo tutti nascondere. Consapevoli che la perfezione non ci assomiglia neanche un poco, abbiamo cercato di fare onestamente i conti con i nostri debiti, tentando sempre di rimetterli senza giudizio ai nostri debitori.

Il tuo atteggiamento comprensivo, non giudicante che ti portava a riconoscere le ragioni dell’altro e a chiedere scusa anche quando non ce n’era motivo, ti faceva sentire vicino agli altri, unito a loro.

Hai sempre amato la conoscenza ed evitato il potere che per te significava responsabilità verso gli altri, un onere maggiore nel servire e lo hai subito in tutta la sua gravosità e insopportabilità da restarne schiacciato.

Poi c’era il tempo del ritiro, dell’isolamento, dei confini marcati per rannicchiarti in posizione fetale con le tue letture, i tuoi affetti più importanti, le tue confortevoli e piacevoli abitudini.

Quanto tempo passato a discutere, riflettere, studiare tematiche sulle quali io salivo sulle tue spalle e raramente riuscivo a dare qualche spunto interessante che tu eri pronto a valorizzare oltre modo. Il piacere di confrontarsi con un’intelligenza capace di cogliere facilmente e tempestivamente gli aspetti salienti di qualsiasi questione, con una persona generosa, disponibile a offrirsi e a dare gratuitamente.

Roberto ti sarò sempre grato per aver attraversato la mia vita. Sei qui presente e resterai con me, con noi per sempre.

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