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Quando le relazioni di coppia possono creare sofferenza emotiva – VIDEO dal webinar organizzato da CIP Modena

Il webinar organizzato da CIP Modena si propone come un momento di riflessione sulla coppia, sulle emozioni e su come questi due aspetti si intersecano nel funzionamento relazionale. Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video dell’evento.

 

Non sempre le relazioni interpersonali vengono vissute in modo funzionale e sano per la coppia. Talvolta si creano delle dinamiche complesse che, a lungo andare, possono generare una forte sofferenza emotiva e portare al progressivo deterioramento del rapporto. Perché in alcune relazioni ci sentiamo soffocare? Perché con certe persone non riusciamo a reagire? Che cosa non ci permette di uscire dai soliti schemi disfunzionali?

Durante l’incontro si è parlato di coppia e di emozioni e di come questi due aspetti si intersecano nel funzionamento relazionale. Il webinar è stato condotto dalla Dr.ssa Arianna Ferretti, Psicologa – Psicoterapeuta. Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video dell’incontro:

QUANDO LE RELAZIONI DI COPPIA POSSONO CREARE SOFFERENZA EMOTIVA
Guarda il video del webinar:

 

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Gli individui altamente sensibili: chi sono e cosa li caratterizza

L’elevata sensibilità riguarda una più ampia e approfondita elaborazione del contesto che l’individuo compie in preparazione alla risposta e si configura, quindi, come un diverso modo di percepire, analizzare e reagire agli stimoli ambientali.

Silvia Peruzza – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Elaine Aron, psicologa e ricercatrice americana, è stata una delle prime studiose ad approfondire il tema delle persone altamente sensibili. Le sue ricerche sono iniziate nei primi anni ‘90 e sono poi proseguite negli ultimi decenni, anche grazie ai contributi di altri autori.

L’elevata sensibilità è un tratto che si trova nel 20% della popolazione ed è stato rilevato non solo nella specie umana ma anche in moltissime specie animali (studi di Suomi sulle scimmie Rhesus, Suomi, 1997). Nel tempo, a questo tratto sono stati associati diversi nomi o perifrasi come “bassa soglia sensoriale”, “differente reattività agli stimoli”, “reattività psicobiologica”, “ sensibilità biologica al contesto”.

Tutti questi termini e descrizioni si riferiscono alla presenza di una caratteristica innata che può portare a dei vantaggi o svantaggi, a seconda delle esperienze e dell’ambiente in cui l’individuo si sviluppa. In particolare, l’elevata sensibilità riguarda una più ampia e approfondita elaborazione del contesto che l’individuo compie in preparazione alla risposta e si configura, quindi, come un diverso modo di percepire, analizzare e reagire agli stimoli ambientali.

La sensibilità all’ambiente

Tutte le specie viventi per soddisfare i bisogni primari e sopravvivere devono contare sulle risorse disponibili nell’ambiente in cui vivono; ogni organismo è perciò “programmato” per percepire, elaborare, reagire e adattarsi agli stimoli ambientali, siano essi positivi o negativi. La ricerca ha individuato però delle differenze individuali nelle modalità di risposta, in termini di maggiore o minore sensibilità e reattività agli elementi dell’ambiente. Negli ultimi 20 anni tale ambito di ricerca è stato approfondito e la maggiore sensibilità agli stimoli ambientali è stata chiamata dagli studiosi Sensory Processing Sensitivity (SPS, Aron & Aron, 1997). Gli individui che la manifestano vengono descritti come “Highly Sensitive”, un termine che non ha ancora un corrispettivo nella lingua italiana ma che potremmo tradurre con “individui altamente sensibili”.

La SPS rientra all’interno della cosiddetta “Enviromental Sensitivity Theory” che al suo interno contiene altre teorie che spiegano le differenze individuali nell’elaborazione degli stimoli ambientali. Rispetto a queste ultime, però, la Sensory Processing Sensitivity propone la presenza di un tratto fenotipico caratterizzato da maggiore profondità di elaborazione, maggiore reattività emotiva ed empatia, maggiore consapevolezza dei cambiamenti nel contesto e maggiore vulnerabilità alla sovrastimolazione.

Questo tratto è stato riscontrato in una percentuale compresa tra il 15 e il 20% della popolazione in diverse specie viventi, da quelle più semplici a quelle più evolute con ovvie differenze nella sua espressione comportamentale e genetica e rappresenterebbe la manifestazione di una delle due strategie di sopravvivenza studiate da lungo tempo dai biologi.

Le strategie di sopravvivenza e di comportamento di fronte al pericolo e allo stress sono solitamente di due tipi: la strategia dei falchi e la strategia delle colombe. I “falchi” reagiscono ad una situazione con impulsività, adottando una modalità di attacco/fuga per affrontare il pericolo. Le “colombe”, invece, preferiscono minimizzare i rischi osservando attentamente l’ambiente prima di intervenire. Ovviamente, le diverse strategie possono essere sia vantaggiose che svantaggiose, in relazione al tipo di ambiente e di situazione in cui l’individuo si viene a trovare. La SPS è stata associata alla strategia delle “colombe”, poiché questi individui risponderebbero agli indizi ambientali analizzandoli attentamente ed associandoli a quelli presenti in occasioni già affrontate. Quindi, necessiterebbero di più tempo per osservare la situazione: la loro reazione sarà perciò meno rapida di quella dei “falchi”, soprattutto in situazioni nuove (Korte et al., 2005).

Gli studi di Aron e collaboratori e le ricerche neuroscientifiche

Elaine Aron e il marito Arthur iniziarono a condurre diversi studi scientifici per validare una serie di osservazioni qualitative che avevano riscontrato in alcuni pazienti durante la loro pratica clinica.

I primi 7 studi, svolti analizzando i risultati provenienti da campioni di soggetti diversi sia in termini di dimensione che di caratteristiche, dimostrarono che l’elevata sensibilità è una variabile unidimensionale che presenta una distribuzione bimodale; è quindi presente o assente.

Inoltre, non vi sono differenze di genere: ci sono tante femmine quanti maschi altamente sensibili e l’espressione di questo tratto è influenzata dalla cultura di appartenenza.

La SPS non coincide con altri costrutti già conosciuti, come il nevroticismo, la timidezza o l’introversione, con i quali, in precedenza, era spesso stata confusa. In effetti, nevroticismo, timidezza e introversione risultano legati ad una maggiore reattività agli stimoli ambientali ma diversi studi hanno confermato che la sensibilità costituisce un tratto distinto. Il nevroticismo è la tendenza a provare emozioni negative, mentre l’elevata sensibilità si riferisce ad  una maggiore reattività emotiva (sia positiva che negativa); la timidezza rappresenta una risposta che l’individuo mette in atto quando teme di essere giudicato dall’altro ed è quindi uno stato temporaneo, mentre l’elevata sensibilità è un tratto permanente. Infine, l’introversione non coincide con l’elevata sensibilità poiché è stato trovato che una minoranza di individui altamente sensibili è estroversa (30%); la SPS è un tratto innato, mentre l’introversione risulta da molteplici cause e solo una di essere potrebbe essere costituita dalla SPS.

Un altro importante risultato ottenuto da questi primi studi è che nei campioni analizzati, sono emersi due sottogruppi di soggetti altamente sensibili: un sottogruppo era composto da individui che avevano vissuto un’infanzia infelice e che presentavano un maggior rischio di psicopatologia (depressione, ansia); un altro sottogruppo, invece, era composto da individui che avevano vissuto un’infanzia spensierata e che, a livello di distress psicologico, non presentavano nessuna differenza con gli individui non sensibili. Sembra quindi che gli individui con SPS reagiscano maggiormente a qualsiasi tipo di esperienza e il grado di quest’ultima (positivo o negativo) produca i suoi effetti a livello psicologico (vantaggiosi o svantaggiosi) in misura maggiore rispetto agli individui non SPS: questo tratto, quindi, interagisce con le esperienze negative aumentando il rischio di psicopatologia e, allo stesso modo, in interazione con le esperienze positive, ne incrementa gli effetti benefici.

La ricerca di Aron è proseguita fino ad arrivare all’elaborazione di un questionario self-report chiamato HSP Scale per misurare la SPS. Quest’ultimo è composto da 27 item che descrivono diverse modalità di risposta a stimoli cognitivi ed emotivi (sia positivi che negativi). Tale strumento di misurazione è risultato essere attendibile, con una buona validità interna ed esterna.

Negli ultimi anni, è stata approfondita la SPS anche con studi di neuroscienze e ne sono state confermate le basi biologiche (per una rassegna completa: review di Aron et al., 2012). Nel 2010, Acevedo e collaboratori (Acevedo et al., 2010) hanno svolto degli esperimenti utilizzando la risonanza magnetica funzionale e i punteggi alla HSP Scale di alcuni individui. Veniva analizzato il pattern di attivazione di alcune aree cerebrali mentre i soggetti guardavano delle immagini di volti (tristi, felici o neutri). Gli autori hanno trovato una correlazione tra i punteggi alla HSP Scale e l’attivazione in aree cerebrali solitamente coinvolte nell’empatia e nella consapevolezza, cioè la corteccia ventro-mediale e l’insula. L’insula, in particolare, gioca un importante ruolo non solo per la consapevolezza enterocettiva (percezione della temperatura, del battito cardiaco, ecc…) ma soprattutto per la sensibilità agli stimoli interni ed esterni e, una sua maggiore attivazione in una percentuale della popolazione, sembrerebbe confermare la SPS.

Nel 2011 è stato pubblicato un altro studio (Jagiellowicz et al., 2011) che ha verificato, attraverso la risonanza magnetica funzionale, la presenza di significative differenze nell’attivazione di alcune aree cerebrali in un gruppo di pazienti sensibili e non (individuati tramite il punteggio alla HSP Scale). Ai pazienti veniva chiesto di individuare delle differenze (più marcate o più sottili) tra un’immagine e un’altra. I soggetti sensibili hanno mostrato un’attivazione significativamente maggiore rispetto ai soggetti non sensibili nelle regioni coinvolte nella percezione visiva, soprattutto quando era richiesto di individuare differenze molto sottili. Secondo gli autori, questo risultato conferma la presenza di una spiccata capacità nei soggetti altamente sensibili nell’elaborazione degli stimoli, indice di processi sensoriali più profondi e dettagliati.

In sintesi, la ricerca sembra concorde nell’affermare che il cervello di un individuo altamente sensibile sia caratterizzato da una maggiore attivazione delle aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione approfondita degli stimoli (corteccia prefrontale, giro frontale inferiore) e nell’empatia e nell’emotività (insula, amigdala, corteccia cingolata).

Caratteristiche tipiche degli individui altamente sensibili

L’elevata sensibilità è un tratto che influenza la percezione degli stimoli e il modo di rispondere ad essi, non solo in situazioni specifiche ma in tutte le condizioni e i contesti in cui l’individuo si trova ad agire. Per capire meglio le caratteristiche che derivano da questa approfondita capacità di elaborazione, nel suo libro Psychotherapy and the highly sensitive person Elaine Aron (Aron E., 2010) le riassume in un elenco:

  • le persone altamente sensibili generalmente preferiscono esaminare una situazione osservandola piuttosto che esplorandola direttamente, riflettere e ponderare prima di agire o addentrarsi in un nuovo contesto. Agiscono in modo coscienzioso e riflessivo;
  • le persone altamente sensibili sono molto attente ai piccoli cambiamenti e ai dettagli nel contesto in cui si trovano. Inoltre, proprio per questo, riescono a cogliere e interpretare gli aspetti non verbali della comunicazione e a comprendere più facilmente le emozioni degli altri, dimostrando autentiche capacità empatiche;
  • nel prendere decisioni, le persone altamente sensibili sentono il bisogno di prendere in considerazione tutti gli aspetti delle possibili scelte. Per questo motivo, sono più lente nei processi decisionali ma estremamente accurate e consapevoli di tutti i rischi e i benefici;
  • le persone altamente sensibili presentano spesso un autentico interesse verso ambiti come le ingiustizie sociali, il benessere degli animali e le tematiche ambientali e presentano spesso spiccate doti artistiche o musicali. Sono dotate di ottimo intuito;
  • le persone altamente sensibili sono più facilmente sovrastimolate e, di conseguenza, sovraccaricate nelle situazioni maggiormente attivanti come esami, discorsi in pubblico, conversazioni con persone sconosciute, luoghi sovraffollati;
  • le persone altamente sensibili riferiscono di provare una più elevata attivazione emotiva in risposta a degli eventi emotigeni che però non causano altrettanta emotività in altri individui (ad esempio, dopo uno stesso episodio, una persona non SPS potrebbe riportare di essere triste, mentre una persona SPS potrebbe riportare di esserne devastata, sconvolta). Inoltre, le persone altamente sensibili riportano maggiore stress dovuto in generale a novità e cambiamenti, anche positivi;
  • questi individui possiedono maggiore sensibilità anche a livello fisico: un sistema immunitario più reattivo, una soglia del dolore più bassa, maggiore sensibilità agli effetti dei farmaci e delle sostanze stimolanti (es: caffeina);
  • le persone altamente sensibili riportano spesso un effetto calmante e rilassante quando sono a contatto con la natura e gli animali e ottengono elevati benefici a livello fisico e mentale da pratiche come lo yoga e la meditazione.

Elaine Aron ha inoltre elaborato un modello composto da quattro indicatori (Modello DOES) per raggruppare le caratteristiche principali degli individui altamente sensibili:

  • Depth of processing (profondità di elaborazione): le persone altamente sensibili elaborano in maniera più profonda e dettagliata le informazioni presenti nell’ambiente. In questo indicatore rientrano la difficoltà (ma allo stesso tempo l’accuratezza) nei processi di decision-making, le alte capacità empatiche e le abilità di problem-solving. Elaborare in modo più approfondito significa anche un maggiore utilizzo di risorse mentali e, per questo, le persone altamente sensibili percepiscono un affaticamento precoce, sia a livello cognitivo che a livello emotivo.
  • Overarousal (sovrastimolazione): le persone altamente sensibili raggiungono più facilmente alti livelli di arousal (attivazione) come conseguenza degli alti livelli di stimolazione. Ciò avviene soprattutto quando la situazione in cui si trovano è complessa (es: ci sono molte cose da fare o da ricordare) o se la stimolazione dura troppo a lungo (es: viaggi, giornate intense fuori casa). Oltre alla stanchezza precoce, questo porta ad una sensazione di confusione, stress e, a livello fisico, ad un aumento di attivazione del sistema nervoso simpatico (incremento della frequenza cardiaca, della frequenza respiratoria e della sudorazione). Come conseguenza, le persone altamente sensibili riportano la sensazione di sentirsi sopraffatte; per questo motivo, spesso cercano di evitare la sovrastimolazione allontanandosi da alcune situazioni per loro particolarmente impegnative, non ritenendosi capaci di gestire l’aumento di arousal e i conseguenti effetti fisici e cognitivi.
  • Emotionality Reactivity (reattività emotiva): le persone altamente sensibili reagiscono con un’intensità emotiva maggiore. Ciò le porta ad essere estremamente empatiche verso gli altri (capacità di percepire e “sentire” le emozioni che gli altri stanno provando) e capaci di provare autentica compassione verso gli altri. La maggiore reattività emotiva, unita alla profondità di elaborazione già citata, permette all’individuo di apprendere rapidamente dalle nuove esperienze, mettere velocemente in relazione le conoscenze con esperienze simili e integrarle. Le persone altamente sensibili possiedono una spiccata intelligenza emotiva e ottime capacità di ascolto. D’altro canto però questa caratteristica le porta ad essere più facilmente irritabili, proprio perché sovrastimolate da questi processi.
  • Sensory Sensitivity (sensibilità sensoriale): le persone altamente sensibili sono più reattive agli stimoli sensoriali; ciò significa che percepiscono e discriminano i piccoli cambiamenti che avvengono nell’ambiente. In questo indicatore rientrano la preferenza per ambienti tranquilli e poco rumorosi e la maggiore sensibilità agli effetti collaterali dei farmaci. Questa caratteristica è visibile soprattutto nei bambini altamente sensibili, che sono maggiormente infastiditi dai forti rumori (es: fuochi d’artificio) e da piccoli dettagli (etichette nei capi di abbigliamento, cuciture, vestiti stretti).

Implicazioni per la pratica clinica

L’elevata sensibilità è un tratto innato. E’ quindi presente sin dall’infanzia e non è un disturbo. Il modo in cui questa caratteristica viene interpretata e gestita dal contesto familiare che ruota attorno al bambino sensibile è un punto fondamentale per capire come il futuro adulto saprà utilizzarla e viverla.

E’ stato studiato, infatti, che la SPS può aumentare il rischio di psicopatologie (in particolare, disturbi d’ansia e dell’umore, disturbi somatici e psicofisiologici) negli individui SPS che hanno vissuto un’infanzia traumatica e instabile. D’altra parte, si è anche rilevato come, individui altamente sensibili che hanno vissuto un’infanzia piacevole e sono cresciuti all’interno di un ambiente positivo, dimostrano maggiori capacità sociali e migliori strategie di coping di fronte agli eventi avversi. In sintesi, beneficiano più di altri dall’aver vissuto in ambiente positivo e da uno stile di attaccamento sicuro.

Lo studio e l’approfondimento dell’elevata sensibilità sono quindi importanti sia dal punto di vista teorico per comprendere meglio la natura delle differenze individuali, sia dal punto di vista clinico per le sue implicazioni sulla salute, sulla qualità della vita e sul benessere psicofisico delle persone altamente sensibili.

 

Contesto sanitario e covid. Dare voce e significato alle esperienze degli operatori sanitari – REPORT

Quale vissuto emotivo hanno sperimentato gli operatori sanitari nella situazione emergenziale attuale? Quale significato hanno attribuito agli eventi che hanno vissuto? Quale senso ha avuto nelle loro vite? Cosa dovrebbe cambiare per fare in modo che si sentano maggiormente sostenuti e supportati nella propria professione?

 

Il giorno 27 Febbraio 2021 l’Associazione Lutto e Crescita ha promosso, attraverso un webinar, un incontro multidisciplinare tra diverse figure professionali nell’ambito sanitario, facendo dialogare la psicologia e la medicina. All’evento hanno partecipato la presidentessa dell’Associazione Maria Luisa De Luca, la vice-presidentessa Cinzia Messana, il dottor Marco Tineri, il dottor Giuliano Grossi, la dottoressa Giovanna Prosseda, il dottor Alfredo Altomonte, la dottoressa Barbara Ricci e la dottoressa Susanna Bianchini. Il Webinar è stato un’occasione di incontro con gli operatori sanitari ai quali sono state poste delle domande che andavano al di là delle loro competenze professionali, dei dati scientifici e delle statistiche ma che riguardano il loro vissuto emotivo, il significato che loro hanno attribuito agli eventi che hanno vissuto nella situazione emergenziale attuale, il senso che ha avuto nelle loro vite e delle valutazioni su cosa si dovrebbe cambiare per sentirsi maggiormente sostenuti e supportati nella propria professione.

L’evento si è aperto con l’introduzione del dottor Marco Tineri e l’esposizione degli obiettivi che si intendevano raggiungere e del significato che ha oggi parlare di Covid, e degli aspetti connessi, in termini multidisciplinari e maggiormente sistemici. In questa presentazione iniziale si è messa in luce l’importanza dell’umanizzazione delle cure, dove è centrale la comunicazione e la relazione come strumento curativo cardine, che ormai da tempo l’Associazione Lutto e Crescita promuove. Un aspetto che prima dell’emergenza sanitaria veniva preso poco in considerazione è l’umanizzazione del curante e dei bisogni del curante in quanto persona e quindi considerare le differenti figure professionali che operano in ambito sanitario sotto molteplici dimensioni: cognitiva, emotiva, esistenziale. Durante questa mattinata formativa proprio queste due ultime dimensioni, che caratterizzano l’essenza dell’essere umano, sono state accolte, ascoltate e messe in primo piano e questo ha reso la condivisione autentica e arricchente anche sotto il punto di vista umano e personale; non a caso la parte del dottor Tineri si conclude con una domanda e ci invita a lasciarla in sospeso per riprenderla solo alla fine: “Quale dono ti porti a casa?”.

Dopo l’introduzione e dopo l’intervento della presidentessa Maria Luisa De Luca riguardo la Death competence e la sua dimensione esistenziale, sul quale mi soffermerò, lo spazio è stato lasciato a chi ha operato e ha vissuto sul campo la pandemia (nello specifico cinque operatori sanitari) facendo emergere i vissuti emotivi, la possibile ricerca di senso e di significato e di crescita emotiva, relazionale ed esperienziale. Tornando all’intervento della professoressa De Luca focalizzato sulla Death competence con un taglio esistenziale. La professoressa ha messo in evidenza come la pandemia potesse essere considerata come un multistressor e come un evento traumatico, sebbene non esiste un evento che sia traumatico di per sé ma si incontra sempre con la soggettività, con le risorse e con i limiti dell’individuo; la professoressa non a caso ha citato Siegel (2014): Un’esperienza che oltrepassa la capacità di fronteggiamento e di adattamento ottimale dell’individuo. La pandemia intesa come multistressor ha un impatto che può essere nocivo per la salute sia fisica che mentale e può esacerbare le psicopatologie già esistenti. Per quanto riguarda l’impatto traumatico connesso alla pandemia è possibile incontrarlo in chi svolge professioni di cura essendo probabilmente dominante la sensazione di impotenza davanti a questo evento soverchiante, aspetto caratteristico della definizione di trauma, basti pensare alla definizione della Herman (2005).

La professoressa De Luca è passata poi a mostrare le curve prototipiche di risposta agli stress traumatici e si è visto come la ricerca abbia identificato quattro traiettorie prototipiche, di cui la quinta è quella che viene definita Crescita Post Traumatica (Tedeschi & Calhoun, 2007).

Queste traiettorie derivano dall’interazione di più fattori, in quanto, come scritto prima, non vi è un evento che sia traumatico per definizione; i fattori da considerare sono: i livelli di funzionamento psicologico precedenti all’impatto traumatico, la gravità dell’esposizione all’evento, le risorse per il fronteggiamento dello stress traumatico. Essendo la professoressa un’esperta nel trauma e lutto si è soffermata poi a spiegare il concetto di lutto sospeso connesso al lutto complicato o prolungato già presente nell’ICD-11 e da Novembre del 2020 anche nel DSM. Infatti le persone che hanno vissuto uno o più lutti durante il lockdown e/o in questo momento emergenziale sembrano essere maggiormente a rischio per lo sviluppo del Disturbo da Lutto Prolungato; la De Luca mostra i fattori di rischio per lo sviluppo del disturbo in questo momento storico caratterizzato dalla pandemia rifacendosi ai dati di ricerca di Neimeyer (2020): impossibilità o gravi limitazioni ad assistere i propri cari, mancanza di informazioni e contatto regolare con il personale sanitario, limitazione o impedimento alla celebrazione dei funerali e altri momenti rituali come la veglia, la preghiera e altro, riduzione o assenza del sostegno interpersonale da parte di parenti, amici e della rete sociale allargata.

Da quello che emerge dai primi studi svolti nel contesto pandemico risulta che ci sono due fattori principali, oltre alla difficoltà di dare un senso alla morte, che predicono il lutto “cronico”: i desideri non realizzati intesi come le cose non dette o non fatte e i conflitti irrisolti e quindi le discussioni non affrontate.

La professoressa De Luca si è soffermata poi sulla “Grief and Growth Therapy” un modello di intervento dell’Associazione Lutto e Crescita che mira a prevenire il Disturbo da Lutto Persistente Complicato e promuovere la Crescita Post Traumatica. La professoressa mostra come questo intervento integri e faccia suoi il modello duale e quello “del legame che continua” connesso dagli studi di Dennis Klass (1996). Il principale concetto che riprendono dal modello duale è che le persone in lutto hanno bisogno di oscillare e alternare in modo idiosincratico tra un tempo dedicato alla perdita e uno dedicato alla ricostruzione. L’alternarsi di questi due momenti e degli stati emotivi ad essi connessi sono alla base dell’integrazione del trauma, della costruzione di un significato e della prosecuzione in termini adattivi del legame. Mentre riprendendo l’idea del legame che continua si fa riferimento all’obiettivo terapeutico che non deve essere il dimenticare la persona perduta ma ricostruire e rinnovare una nuova forma di legame e di relazione. L’integrazione di questi due modelli mira a promuovere la Crescita Post Traumatica e il piano di trattamento utilizzato è quello proprio dell’Analisi Transazionale.

A questo proposito la professoressa sceglie di soffermarsi a descrivere brevemente il concetto di Crescita Post Traumatica (Tedeschi & Calhoun, 2007). Per Crescita Post Traumatica si intende un cambiamento positivo sperimentato dalle persone che hanno vissuto un trauma, un lutto e più in generale una situazione stressante. Il concetto di Crescita Post traumatica risulta essere differente da quello di resilienza, che è la capacità di saper fronteggiare in modo ottimale gli eventi avversi; infatti per crescita si intende il saper cogliere delle opportunità nel dolore e dare ad esso un nuovo senso e significato, saper fare delle esperienze stressanti e dolorose un’occasione di crescita e miglioramento personale. La Crescita Post Traumatica non è solo assenza di patologia o guarigione ma è un cambiamento generativo che arricchisce l’individuo come essere umano ma che spesso diventa utile anche per la comunità.

L’individuo che fa del trauma un’occasione di crescita e di scoperta di senso cambia la percezione che ha di sé, degli altri e della propria filosofia di vita e ciò permette di: sperimentare cambiamenti positivi nella relazione con gli altri, di percepirsi più forti e più competenti, di apprezzare maggiormente la propria esistenza, di cimentarsi in nuovi aspetti e ambiti della vita, riconoscere una crescita nella propria dimensione spirituale ed esistenziale (Bonanno, 2004; Tedeschi & Calhoun, 2007).

La De Luca conclude il suo intervento parlando di Death Competence e la sua importanza in un contesto multistressante come quello sanitario, specialmente in una situazione come quella attuale. Per Death Competence si intende la capacità di saper tollerare e gestire i problemi dell’individuo relativi alla morte, al morire e al lutto (Gamino & Ritter, 2012).

La Death Competence non è solo efficace per evitare i possibili fallimenti in termini di empatia e altri errori connessi a una assenza di competenze specifiche, ma anche per rendere etica ed umanizzare la propria professione. La De Luca e il suo gruppo di lavoro per definire la Death Competence aggiungono alla competenza emotiva e quella cognitiva, pensate da Gamino e Ritter nel loro modello gerarchico, la competenza esistenziale; la competenza esisteziale è per loro la chiave di volta della Death Competence e definiscono questa competenza come: “la capacità di accogliere la propria e altrui mortalità in uno specifico e idiosincratico “orizzonte di senso”” (De Luca, Iatesta, Tineri, 2017). Fanno riferimento al concetto di ricerca di senso pensato da Frankl e al “Meaning Making” di Neimeyer sistemi che vengono attivati soprattutto quanto viviamo eventi e situazioni che possono lacerare il senso della nostra esistenza e soverchiare le nostre risorse di fronteggiamento. La professoressa De Luca sottolinea la differenza tra la Terror Management Theory e la prospettiva esistenziale di Frankl in quanto la prima vede la malattia come qualcosa da sconfiggere e da combattere e il malato come un guerriero, mentre la visione frankliana pensa che sia fondamentale confrontarsi con la mortalità in quanto generatrice della domanda di senso che a sua volta struttura e organizza le competenze cognitive, emotive e relazionali e dunque per questo viene definita la colonna portante della Death Competence.

La De Luca chiude il suo intervento con le parole del rabbino Hilliel che sono il motore per la ricerca di senso, per la scoperta del nostro “compito”, la nostra missione nella vita.:

Se non lo faccio io, chi lo farà? Se non lo faccio adesso, quando lo farò? Se lo faccio solo per me stesso, chi sono io?

Per tornare alla domanda iniziale è emerso da un confronto finale che il dono che gran parte di noi partecipanti si è portato a casa è sicuramente l’arricchimento umano nel sentire le storie e le esperienze dei diversi professionisti che hanno condiviso la loro storia e l’importanza di intraprendere sempre di più un lavoro interdisciplinare e sistemico che non coinvolga solo gli aspetti cognitivi ma anche altre dimensioni come quella emotiva ed esistenziale che troppo spesso vengono trascurate ma che caratterizzano la natura dell’essere umano, sopratutto oggi che abbiamo bisogno, ancora di più, di sentirci tali e di stringerci in quanto esseri limitati ma costruttori di senso.

Voglio chiudere con questa citazione di un componimento della poetessa Chandra Livia Candiani la descrizione di questa giornata formativa a livello professionale ma anche e soprattutto umana:

Pensa, la relazione di ora questa nuova faccia dell’amore, la chiamano lutto

Voglio chiudere con questo frammento di poesia in quanto la speranza che mi porto dentro dopo questo webinar è quella di riuscire a cogliere nella situazione emergenziale che tutti viviamo, carica di morte, morte di vite umane, della quotidianità e della forma in cui abitualmente entravano in relazione, un nuovo inizio e di riuscire dunque a vedere nel lutto una nuova faccia dell’’amore, un invito a ricostruire dalle macerie tra le quali viviamo da ormai un anno una realtà anche migliore rispetto a quella che abbiamo vissuto fin ora.

 

A testa alta – La Tête haute (2015) di Emmanuelle Bercot – Recensione del film

A testa alta è stato film d’apertura del sessantottesimo festival di Cannes 2015, vincitore dei premi Cesar 2016 come miglior attore esordiente, promessa maschile, per l’interpretazione del giovanissimo Rod Paradot (Malony), e come migliore attore non protagonista per il lavoro di Benoît Magimel (Yaan).

 

Il film sincero, forte e reale, è il racconto di un giovane adolescente in un difficile e travagliato processo di crescita. Espressione critica della società moderna che spesso isola e abbandona una minoranza, tema che si lega alla condotta oppositiva-provocatoria del giovane Malony, il quale solo attraverso la perseveranza delle diverse figure educative riuscirà a riscattarsi.

La storia

In seguito ad una segnalazione scolastica ed ai continui rifiuti dei solleciti degli assistenti sociali, la signora Ferrando è stata convocata presso l’ufficio del giudice dei minori Florence. Malony ha 6 anni, è descritto dalla madre come un vero demonio: “un vero terremoto, sempre pronto a fare casini”. Proprio quel giorno, in quella stessa stanza, verrà abbandonato dalla madre.

Il piccolo è figlio di un padre assente e di una giovane donna, la signora Ferrando, con problemi di droga ed estremamente diffidente con le figure degli assistenti sociali e assistenziali, ma unica potenziale figura genitoriale. È con questa scena che il film si apre, ed è da questo momento che la vita di Malony esplode e incespica ogni anno sempre di più, in un turbinio di continui affidi tra famiglie e strutture educative.

Dieci anni dopo, il giovane Malony, sguardo tagliente, testa bassa e cappuccio, è un ragazzo con numerosi problemi scolastici e giudiziari, conosciuto nel quartiere per piccoli furti d’auto e maltrattamenti. A seguito dei numerosi controlli giudiziari associati ad una condotta guidata da continui esplosioni di rabbia, M. sarà inserito in diversi centri passando da strutture educative a centri dententivi chiusi. Lungo il suo percorso per due anni sarà affidato ad un educatore, Yaan, giovane assistente sociale contraddistinto a sua volta da una personale  infanzia difficile. Attraverso il continuo e spesso burrascoso confronto con Yaan e la giudice Florence, e mediante la conoscenza di nuove amicizie come la giovane Tess, sarà possibile indagare i tratti della personalità di Malony e i suoi cambiamenti durante il suo percorso di crescita. Nel film emerge come il ragazzo sia sofferente e insicuro, condizionato dai sensi di colpa e dal rimorso. Una figura controversa caratterizzata da persistenti temi come la mancanza dell’amor proprio e l’abbandono interpersonale.

Dunque, sebbene incapace di esprimere e gestire le proprie emozioni come rabbia, frustrazione, paura e odio, si dimostrerà anche un adolescente spaventato, sensibile e motivato al cambiamento, pronto a diventare adulto e responsabile.

Malony e il ruolo della società

Mediante la sua sceneggiatura e l’interpretazione del giovanissimo Rod Paradot (Malony), la Bercot offre un ritratto realistico della condizione che vivono diversi “ragazzi difficili”, sottolineando da un lato la fatica e l’impegno in prima persona che tale percorso di maturazione richiede, e dall’altro lato la criticità che talvolta si manifesta in coloro che dovrebbero sostenerlo. In quest’ultimo caso infatti, sembra che qualche volta le stesse figure di adulti che sono chiamate a prendere parte al percorso educativo mettano in discussione l’utilità ed i benefici propri di esso stesso. Ne è un esempio la scena in cui Malony all’età di 16 anni viene affidato ad una prima figura educativa, un uomo probabilmente disilluso, stanco e distaccato che con la sua modalità d’interazione scatena la rabbia e la frustrazione del giovane protagonista, alimentando la sua diffidenza per le istituzioni.

È quindi di fronte a queste scene che gli spettatori, empatizzando facilmente con il ragazzo, possono  interrogarsi  e focalizzarsi su alcuni temi: da cosa scaturiscono il disturbo di condotta e i pattern oppositivi provocatori che il protagonista manifesta? Qual è il ruolo dell’ambiente e delle figure che rappresentano l’autorità? In che modo la strutturazione dell’odierna società può aver influenzato ed acutizzato tale condizione di totale sfiducia nelle istituzioni e nella giustizia di una fetta della popolazione?

Disturbo oppositivo provocatorio?

Dal punto di vista puramente scientifico e psicopatologico all’interno del DSM-5, l’American Association definisce i disturbi da comportamento dirompente, del controllo degli impulsi e della condotta (capitolo nel quale è racchiuso il disturbo oppositivo-provocatorio) come delle condizioni che comportano difficoltà nell’autoregolazione emotiva e comportamentale.

“Anche altri disturbi del DSM5 possono comportare problemi nella regolazione emotiva e/o comportamentale, ma i disturbi di questo capitolo sono i soli che violano i diritti degli altri (aggressioni/distruzione della proprietà), e/o mettono l’individuo in contrasto significativo con norme sociali e la figura dell’autorità”.

Sebbene questi vari disturbi riguardino delle problematicità nella gestione delle proprie emozioni e dei comportamenti, le cause variano in relazione al singolo disturbo. Infatti, sulla base dell’enfasi riposta maggiormente sui problemi emotivi o su quelli comportamentali, il disturbo oppositivo provocatorio si inserisce in un livello intermedio tra un totale discontrollo emotivo alla base del disturbo esplosivo intermittente e un discontrollo comportamentale proprio del disturbo della condotta. Nello specifico, come evidente nell’atteggiamento di Malony nei confronti della madre, del giudice, degli educatori e più in generale delle figure che rappresentano l’autorità, il disturbo oppositivo provocatorio è caratterizzato da un pattern di sintomi che si manifestano nelle relazioni interpersonali problematiche ed è associato al disagio delle altre persone nel suo contesto sociale familiare, scolastico, lavorativo. Da un lato vi è un umore collerico, irritabile, in cui le persone sono irascibili, permalose, arrabbiate, adirate. Dall’altro lato vi è una condotta polemica/provocatoria o vendicativa, in cui l’individuo litiga spesso, contraddice o sfida attivamente le richieste delle figure che rappresentano un’autorità. Inoltre, provoca gli altri e li irrita accusandoli della propria cattiva condotta o dei propri errori.

Questo disturbo, così come più in generale quelli presenti in questo capitolo del DSM5, si manifesta più comunemente durante l’infanzia/adolescenza. Poiché riguardano comportamenti che possono essere associati normalmente ad una fase evolutiva, è necessario che tali condotte siano valutate clinicamente per la loro persistenza e gravità in base a ciò che è ritenuto di norma per l’età, il genere e la cultura dell’individuo. Persone con tale disturbo spesso egosintonicamente non riconoscono di essere arrabbiati, sfidanti, provocatori, oppositivi e dunque, come Malony nello scontro fisico con l’educatore Yaan, giustificano la loro condotta come la conseguenza di una richiesta irragionevole.

Come sottolineato nel DSM-5 dunque clinicamente si potrebbe provare difficoltà nel differenziare in che modo  e quale sia il contributo del ragazzo all’interno della relazione problematica:

“Per esempio, i bambini con disturbo oppositivo provocatorio possono aver sperimentato una storia di genitorialità ostile e spesso è impossibile determinare se il comportamento del bambino ha fatto sì che i genitori abbiano agito nei confronti del figlio in modo maggiormente ostile, se l’ostilità dei genitori ha portato al comportamento problematico del bambino o se vi è una combinazione di entrambe le cose”.

Dal punto di vista epidemiologico infatti il disturbo sembra manifestarsi principalmente in bambini e adolescenti segnati da un’infanzia difficile, ambienti familiari di incuria, in cui l’accudimento dell’individuo è affidato ad un susseguirsi di diversi cambi di caregiver e da pratiche educative rigide, incoerenti, negligenti. Tale problematica potrebbe sfociare in un disturbo della condotta, in cui i comportamenti sono contraddistinti da una gravità maggiore e comprendono maltrattamenti e aggressioni a persone e animali, distruzione della proprietà e furto o frode.

Il plausibile paradosso con la società

Non è chiaro se le specifiche cause delle difficoltà e dei problemi di condotta che contraddistinguono Malony siano maggiormente legate ad un fattore temperamentale o a quello ambientale. Più in generale però il tema del rifiuto della maternità e l’abbandono che il ragazzo vive, tendono a triangolare il rapporto tra lui, la madre e la giudice Florence. Figura, quest’ultima che abbandonerà gradualmente i suoi tratti più severi per mostrare un affetto istintivo e quasi materno, andando a colmare, almeno istituzionalmente, la figura assente della madre.

Come Bercot sottolinea e snoda nei diversi discorsi con gli altri ospiti delle strutture residenziali che Malony incontrerà nel suo tragitto, il suo comportamento e le esplosioni di rabbia non sono solo sintomo di una frustrazione di un malessere personale, associati ad un evento specifico, ma racchiudono e si intersecano anche ad un senso di esasperazione e di impotenza, condizione condivisa tra i “ragazzi selvaggi” figli di periferia. Attraverso i continui richiami tipicamente connessi alla cultura cinematografica francese, come l’apertura al ritmo della canzone “nique la police” manifesto del film l’Haine di Mathieu Kassovitz (1995), il film permette di ragionare su diversi aspetti problematici della società, comuni non solo alle periferie francesi (le banlieue).

Emergono dunque temi di rabbia, ingiustizia e sfiducia nelle istituzioni spesso vissute come repressive, tipici di una minoranza della società. Paradossalmente però, tale critica sociale, di sfiducia e rassegnazione nel senso di giustizia, potrebbe rischiare di alimentare la propria condizione in una forma di autoisolamento, attraverso l’opposizione o il rifiuto di qualsiasi forma di aiuto da parte delle istituzioni, come un serpente che si morde la coda.

Il riscatto individuale

Infine, la svolta costruttiva, il cambiamento che emerge dal momento in cui Malony ha “afferrato la mano” della giudice Florence. Il ragazzo si è affidato a lei e allo spirito umano, collaborativo e positivo degli educatori che lo hanno sostenuto ed hanno creduto in un possibile cambiamento. È da qui che si manifesterà la possibilità di una riabilitazione attraverso l’accettazione del proprio passato e delle proprie potenzialità, mediante l’edificazione di progetti di vita sempre più complessi che gli permetteranno di maturare e vivere la propria crescita personale, pronto finalmente ad uscire a testa alta dalla stessa stanza di tribunale.

 

Malinconici trent’anni

Il trentenne di oggi si trova spesso in imbarazzo di fronte sia al successo lavorativo e matrimoniale dei genitori sia alle richieste esigenti della modernità che avanza. Si sente in difetto su tutto, sui suoi successi e sui suoi fallimenti. I primi sono confrontati con modelli utopici di perfezione sociale; i secondi con i millantati successi dei genitori.

 

In uno dei suoi romanzi, la scrittrice Oriana Fallaci scriveva che i trent’anni sono anni stupendi e definendoli liberi, ribelli e fuorilegge sia perché ancora lontani dalla malinconia della maturità sia perché ormai sono lontani dalla angosciosa attesa che caratterizza la gioventù. La Fallaci dichiarava che i trent’anni sono l’età in cui l’individuo è come un campo di grano maturo, fertile e non ancora avvizzito, pieno di vita. Secondo l’autrice a trent’anni si è in cima alla montagna della vita dove si può ammirare da un lato la strada in salita che si è appena percorsa, dall’altro la strada in discese che si deve percorrere.

Chi scrive è prossimo alla soglia dei trent’anni e non si sente né pieno di vita né in cima alla montagna da cui ammirare il panorama. Chi scrive queste parole si trova semmai sulla cima di una collinetta ad ammirare un panorama malinconico. Certamente si sente fertile e pieno di vita, non avvizzito, ma non libero e ribelle. Tantomeno fuorilegge. La ragione è che i trent’anni di cui parlava la Fallaci nel suo libro si riferiscono ad un altro tempo, in cui avere questa età era più semplice.

Se ci si ferma a leggere cosa si può trovare in rete riguardo i trent’anni si tratteggia un disegno decisamente diverso da quello che la Fallaci raccontava nel suo romanzo. Innanzitutto si è colpiti dai numeri: 5, 10, 15 cose da imparare o da fare arrivati a trent’anni; le 15 regole che deve seguire il trentenne; 30 consigli per i 30 anni, e così via. Se si decide di approfondire ci si accorge che queste regole, consigli e cose da fare ai trent’anni sono talmente vaghe da poter andare bene per tutti e contemporaneamente per nessuno. E questo porta ad una ipotesi contraria a quella proposta all’inizio: i trent’anni sono l’età dell’incertezza, del non sentirsi né questo né quello, del sentirsi chiamare “signore” o “signora” dai ragazzini e “giovanotto” o “signorina” dai più anziani. Per i primi siamo già vecchi e incapaci di stare al passo coi tempi; per i secondi siamo ancora all’inizio e abbiamo ancora tanta strada da fare. E quindi la verità dove sta?

I più pessimisti vedono nei trentenni di oggi una popolazione di invisibili segnati dalla solitudine dell’esistenza, ignorati dalla politica, dalle riforme sociali e dalla cultura predominante che guarda al potenziamento dei giovanissimi e alla salvaguardia dei più anziani.

Chi scrive è uno psicologo che studia e lavora nel campo della psicoanalisi. E da psicologo si domanda: quali sono le caratteristiche dell’individuo di trent’anni di oggi? Cosa caratterizza la psicologia del trentenne della seconda decade del XXI secolo?

Quasi cento anni fa, il dottor Freud, che molti avranno sentito nominare, delineava un ritratto dei trentenni dell’epoca: l’uomo aveva caratteristiche giovanili ed entusiaste e aveva grandi potenzialità di sviluppo; la donna spesso era più rigida e immutabile nella sua psicologia e meno energica. Senza fare una distinzione così netta tra uomo e donna, impopolare e infruttuosa, si può dire che entrambe le descrizioni si adattano ai trentenni di oggi, energici ed entusiasti o al contrario rigidi e poco elastici. O piuttosto si può dire che si può essere un trentenne sia energico ed entusiasta sia rigido e immutabile? Sono certamente caratteristiche che possono stare insieme, nel buon nome della variabilità individuale.

Una paziente sulla soglia dei trent’anni mi raccontò di quanto la angosciasse il pensiero di compiere trent’anni e di non aver fatto ancora nulla della sua vita. Non aveva approfondito gli studi, non aveva vissuto da sola prendendo in affitto un appartamento, non aveva sperimentato la vita da single. Inquieta davanti a queste mancanze si mostrava allo stesso tempo rigida e affermava di sentirsi vecchia per fare certe cose, di aver avuto la sua chance negli anni precedenti e di non averla colta, dicendo che non le restava altro che sposarsi e avere un figlio. La nostra signorina era quindi a cavallo della descrizione freudiana: da un lato era entusiasta della vita e voleva intraprendere nuove strade e fare nuove esperienze, dall’altro era già rigidamente fissa a un obiettivo maturo quale il metter su famiglia e continuare col suo lavoro.

Allora è questa la caratteristica della nostra generazione di trentenni: siamo sia energici che pigri, sia volenterosi che arrendevoli, sia entusiasti che rigidi, sia ribelli che malinconici.

La schiera dei trentenni che fanno parte della generazione Y, di cui fa poco orgogliosamente parte chi scrive, è una generazione di mezzo un po’ malinconica. Da una parte si trova a guardare con nostalgia al passato e al tempo delle generazioni precedenti, come quella dei propri genitori, i quali a trent’anni avevano già i figli, già una casa e già un lavoro avviato o consolidato, se non una carriera. Dall’altra parte si trova a guardare con aria malinconica il presente traballante e il futuro incerto: i trentenni di oggi sono spesso ancora in formazione, sono in un mondo lavorativo più complesso e competitivo e sono in un universo di relazioni interpersonali più complicate. Il trentenne di oggi si trova spesso in imbarazzo di fronte al successo lavorativo e matrimoniale dei genitori e in imbarazzo di fronte alle richieste esigenti della modernità che avanza. Il trentenne si sente in difetto su tutto, sui suoi successi e sui suoi fallimenti. I primi sono confrontati con modelli utopici di perfezione sociale; i secondi sono confrontati con i millantati successi dei genitori con i quali si genera talvolta un confronto e un conflitto insanabile.

Questa malinconia dei trent’anni non è un difetto e non è un pregio. Malinconico non è neanche un attributo negativo. Esso è una connotazione evidente di un modo di stare al mondo diverso dalla generazione di trentenni che ci ha preceduto, più ottimista e ribelle, quella descritta dalla Fallaci. E chissà come saranno i trentenni che ci succederanno, quelli della successiva generazione alla nostra, la generazione Z.

In molti non si ritroveranno nella descrizione che chi scrive ha tratteggiato e certamente questa non è una descrizione universale che comprende tutti gli individui della stessa età o generazione. Queste riflessioni sono un modo di porre attenzione su una età di passaggio, come quella dell’adolescenza, che è complessa proprio perché fa da ponte tra due fasi diverse, quella della gioventù spensierata e quella della maturità contemplativa.

Il grande scrittore Honoré de Balzac scriveva di una sua eroina che all’età di trent’anni guardava alla sua vita e ne faceva un bilancio, concludendo che aveva ancora tutta la vita davanti a sé e che aveva la possibilità di disporne come voleva, per diventare finalmente un essere umano.

 

Le critiche tramite messaggi di testo: un valido escamotage o un’arma a doppio taglio?

Ricerche recenti suggeriscono che attraverso gli SMS, adolescenti e giovani adulti discutono e criticano i membri della propria rete sociale (Harrison, Bealing, & Salley, 2015). Ma, il contenuto di tali messaggi avrà lo stesso impatto delle critiche ricevute di persona?

 

I messaggi di testo, o più comunemente gli SMS, rappresentano il principale mezzo di comunicazione, nonostante il costante afflusso di nuove applicazioni di messaggistica mobile e social media (Skierkowski & Wood, 2012). Difatti, essi costituiscono una modalità rapida e conveniente per poter interagire e, di conseguenza, consentono di sviluppare e mantenere i nostri rapporti sociali (Coyne et al., 2011). Ricerche recenti suggeriscono che oramai attraverso gli SMS, gli adolescenti e i giovani adulti discutono e criticano i membri della propria rete sociale (Harrison, Bealing, & Salley, 2015). Ma, il contenuto di tali messaggi avrà lo stesso impatto delle critiche ricevute di persona?

Secondo una prospettiva evolutiva, gli esseri umani hanno un bisogno fondamentale di appartenere e di sentirsi accettati dagli altri (Baumeister & Leary, 1995) e, di conseguenza, i feedback negativi comportano conseguenze dannose per il benessere individuale.

Le teorie cues-filtered out (Culnan & Markus, 1987) sostengono che, nelle comunicazioni, quando il numero di indizi paraverbali – come ad esempio il tono della voce – e non verbali – come le espressioni facciali – si riducono, anche la qualità dell’interazione diminuisce.

Da questo punto di vista, la mancanza di tali caratteristiche che normalmente accompagnano le critiche effettuate di persona, potrebbe effettivamente attenuare le ripercussioni sul destinatario quando giungono sotto forma di SMS.

D’altra parte, però, la mancanza di indizi potrebbe determinare un maggior disagio, a causa dell’ambiguità e dell’incertezza che circonda la suddetta comunicazione (Kelly et al., 2012).

La teoria dell’elaborazione delle informazioni sociali (Social Information Processing Theory- SIPT) sostiene che, nonostante la mancanza di espressioni non verbali nella comunicazione mediata dal digitale, gli utenti sono motivati a migliorare la comunicazione e, di conseguenza, sono in grado di sviluppare strategie che consentano di massimizzare l’utilizzo degli indizi disponibili (Walther, 1992, 2011). Tra queste rientra, ad esempio, l’aggiunta delle emoticon, che sembra fornire un maggior significato e possibilità interpretative ai messaggi.

Dunque, secondo la teoria, le osservazioni critiche fatte tramite SMS potrebbero avere lo stesso impatto, se non peggiore, sul benessere emotivo del ricevente.

Consideriamo ad esempio un mittente che potrebbe intenzionalmente inviare un messaggio di testo terso o ritardare la sua risposta al messaggio di qualcuno come un mezzo per segnalare la sua ostilità. D’altra parte, una risposta inviata in ritardo potrebbe semplicemente significare che il mittente è impegnato in altri compiti.

In altre parole, esistono un certo numero di strategie che possono essere utilizzate per comunicare sentimenti negativi tramite SMS, ma queste strategie possono essere facilmente fraintese.

Di conseguenza, si potrebbe sostenere che le interazioni negative che avvengono attraverso questa modalità sono in grado di produrre lo stesso impatto di quelle fatte faccia a faccia.

I risultati contrastanti emersi dalle indagini finora condotte potrebbero essere dovuti in parte a una mancanza di attenzione alle differenze individuali nelle risposte alle critiche. Ad esempio, è stata data poca attenzione al potenziale ruolo della mindfulness di tratto nel contesto della comunicazione mediata dal digitale.

La mindfulness è stata definita come la consapevolezza delle esperienze che avvengono nel momento presente, senza essere giudicanti (Kabat-Zinn, 1994).

Sulla base dei primi studi, livelli più bassi di consapevolezza sono stati collegati a livelli più alti di uso problematico di internet tra gli adolescenti (Gamez-Guadix & Calvete, 2016) e, soprattutto, è emerso che questi soggetti sono più predisposti a rispondere in modo impulsivo quando sono impegnati in una comunicazione mediata dal digitale (Peters et al., 2015).

Sulla base di quanto appena esposto, appare fondamentale comprendere se l’impatto emotivo esercitato dalle critiche espresse tramite SMS si differenzi rispetto a quando tali feedback vengono comunicati di persona e se la mindfulness di tratto possa svolgere un ruolo protettivo rispetto alle critiche ricevute, a prescindere dalla modalità di comunicazione.

DeClerck e colleghi (2018) hanno condotto una ricerca su un campione costituito da 172 giovani adulti. Questi ultimi sono stati assegnati, in maniera casuale, a tre condizioni sperimentali: il primo gruppo è stato sottoposto a critiche tramite messaggi di testo, il secondo, ha ricevuto feedback negativi di persona e, il terzo, ha costituito il gruppo di controllo.

Ciascun gruppo è stato sottoposto ad un compito che richiedeva loro di esporre un discorso dinanzi ad una commissione e, in seguito, è stato chiesto loro di effettuare alcune operazioni matematiche. Successivamente tutti i partecipanti, fatta eccezione per il gruppo di controllo, hanno ricevuto dei feedback adattati per ciascuno di loro.

Secondo quanto emerso, l’impatto emotivo sui partecipanti assegnati alle due differenti condizioni sperimentali era pressoché identico. Tuttavia, rispetto alle differenze individuali, si è visto come coloro i quali mostravano livelli inferiori della mindfulness di tratto hanno riferito di essersi sentiti maggiormente feriti dalle critiche ricevute tramite SMS.

Nel complesso, i risultati sono coerenti con le ricerche precedenti che dimostrano che le interazioni sociali negative possono avere un impatto significativo sul benessere emotivo, indipendentemente dal fatto che avvengano o meno attraverso la comunicazione mediata dalla tecnologia (Filipkowski & Smyth, 2012).

Inoltre, il significativo ruolo moderatore della mindfulness nel contesto della comunicazione tramite SMS mostra l’importanza di considerare le caratteristiche del destinatario del messaggio, soprattutto quando quest’ultimo è caratterizzato da un forte contenuto critico.

 

L’uso nocivo dell’intelligenza artificiale e le nuove minacce alla sicurezza psicologica nazionale e internazionale – Il caso del terrorismo

Cosa accadrebbe se il cyberterrorismo riuscisse a impadronirsi della nostra sfera cognitiva? Tramite i metodi di “brain-reading”, il terrorismo acquisirebbe un enorme volume di big data relativi al suo nemico e accrescerebbe fortemente le capacità predittive riguardanti l’avversario.

 

Il cervello è come lo stomaco:
quello che conta non è quanto ci metti dentro, ma quanto riesce a digerire

Albert Jay Nock (Citato in Selezione dal Reader’s Digest, giugno 1963)

Introduzione: i fattori di contesto

Gli sviluppi dell’intelligenza artificiale (IA) avanzano per mezzo di numerosi rivoli – attraversando la vita quotidiana di ognuno – e imboccano numerosi filoni sempre più articolati, alcuni dei quali vanno a vantaggio dell’uomo, altri che ne alimentano paure e distopie.

La distinzione di base adottata nel presente lavoro va in una duplice direzione. Così come si parla di un’etica per le macchine, di una IA benefica e allineata ai valori umani, altrettanto acceso è il dibattito sul malware (combinazione dei due termini “malicious” e “software”; in italiano “codice maligno”). Si tratta della IA nociva, piegata a obiettivi pregiudizievoli per individui, gruppi, società (cfr. Brundage et al., 2008, per l’espressione “Malicious Use of Artificial Intelligence” – MUAI, e per la definizione che gli autori attribuiscono a “malicious” (We define “malicious use” loosely, to include all practices that are intended to compromise the security of individuals, groups, or a society”, pag.9.). Cfr. anche il Rapporto pubblicato da Europol, dall’Istituto interregionale delle Nazioni Unite per la ricerca sulla criminalità e la giustizia-UNICRI e da Trend Microdel, novembre 2020).

La diffusione massiva di vulnerabilità e di codici malevoli è anche facilitata dal crescente fenomeno della posta elettronica spam. Attenendosi ai fatti attuali, il malware ha gioco facile sulla massa mediante la psicosi del Coronavirus. Su quest’ultimo, attraverso il digitale, si è tempestati – e confusi – da informazioni, dati, messaggistica. E all’interno di tale messe si insinuano i virus informatici. Dunque, il virus del virus (quello cyber e quello biologico) e paure sovrapposte – per il virus biologico e per il malware. Infatti lo spam, se di per sé è innocuo (sebbene fastidioso), ma diventa foriero di rischi quando collegato ad altre attività come il phishing.

A inizio d’anno è stato scoperto in Italia un nuovo malware che colpisce gli smartphone Android, soprannominato “Oscorp”, in grado tra l’altro di effettuare chiamate e SMS, disinstallare app, di rubare credenziali bancarie e criptovalute dai portafogli virtuali… Si avverte un senso di incombenza, insicurezza, minaccia, aggressione, aggiramento ed espoliazione della nostra privacy e dei nostri averi da parte di nemici invisibili e potenzialmente onnipresenti. Esso ti vede, noi no. Un’asimmetria informativa che desta paura.

Spostandosi su una frontiera più sofisticata, le tecniche di “lettura del cervello” per contenere gli effetti di malattie neurodegenerative (Di Corinto, 2021) sono suscettibili di dual-use e, di conseguenza, c’è il pericolo che una IA buona possa imboccare una deriva maligna ed esiziale.

Cosa accadrebbe se il cyberterrorismo – ma anche il cybercrime: un binomio di successo – riuscissero a impadronirsi della nostra sfera cognitiva? Tramite i metodi di “brain-reading”, il terrorismo acquisirebbe un enorme volume di big data relativi al suo nemico e accrescerebbe fortemente le capacità predittive riguardanti l’avversario. La suggestione si trasformerebbe in vera e propria soggezione, e ciò senza neppure che si ricorra a un’arma tradizionale e a un attacco terroristico nelle forme già note. Uno scenario distopico.

Una specifica categoria di malware è il “worm”, capace di autoreplicarsi. Non solo: a volte gli strumenti di malware sono in grado di evolversi e di diventare sempre più sofisticati. Di grande attualità, e anche il più pericoloso al mondo, è il malware denominato Emotet, un trojan che ha diverse finalità nocive tra cui soprattutto quella di ottenere l’accesso a contatti e informazioni personali dell’utente ignaro. Emotet, nato come trojan bancario, si è evoluto in una minaccia sofisticata generando un danno informatico di portata molto ampia e duratura. Per sovrammercato, nel corso degli anni, grazie alle sue continue mutazioni e alla sua capacità di migliorare significativamente la sua mimetizzazione, Emotet è diventato sempre più difficile da individuare.

Un parallelismo di quanto a volte accade in Natura davvero inquietante!

A inizio d’anno, una imponente operazione internazionale di cybersicurity è riuscita a neutralizzare le tre botnet di Emotet, cioè le tre reti di server che controllano da remoto le operazioni di Emotet.

Un nuovo malware è il Rogue, uno strumento di spionaggio completo (c.d. RAT – Remote Access Trojan), in grado di spiare i dispositivi sui quali viene installato e di inviare i dati a un server remoto. Il vantaggio è quello di poter essere manovrato persino da uno smartphone. Rogue può venire usato per lanciare campagne di spionaggio a tappeto e raccogliere dati di ogni genere dagli smartphone infettati: da conversazioni su WhatsApp a foto e video privati, a dati bancari, ecc. Ancora, i colpi messi a segno dagli hacker del c.d. Team Egregor sono simbolici e ad alto impatto, come il recente attacco alla metropolitana di Vancouver.

Il darkrweb è naturalmente il “mercato della vulnerabilità” in cui gli hacker si concentrano e si alleano in team per sviluppare nuovi malware, commerciarli, persino affittandoli a canone mensile, per ricattare gli utenti-vittime e riscuotere il riscatto (ransomware).

Oltre che cittadini e imprese, bersagli sono infrastrutture nevralgiche di varia natura, tra cui le Infrastrutture Informative Critiche (IIC), nonché i governi stessi. L’asticella del cyber offensivo dunque si alza progressivamente.

Sotto il grande cappello del malware vi rientrano, tra i fenomeni più importanti, deepfake, cyberterrorismo, cybercrime. Peraltro, i confini tra questi sono porosi e diffratti.

Intelligenza artificiale, terrorismo e paura

Il presente lavoro prende in esame in particolare tre aspetti: le minacce derivanti dall’utilizzo nocivo dell’intelligenza artificiale (MUAI) da parte di un attore aggressivo – il terrorismo interno e sovranazionale -, la guerra psicologica che esso è in grado di sviluppare tramite il MUAI e, infine, la paura collettiva che ne proviene. Concludono alcuni spunti di policy.

Il terrorismo usa il cyber-spazio per tutto lo spettro delle loro attività: dal reclutamento al finanziamento, alla propaganda e, in misura crescente, all’attacco informatico. In più, la maggiore dipendenza dall’intelligenza artificiale in tutte le sfere della società rende virtualmente infiniti i potenziali obiettivi: dai conti correnti dei singoli cittadini alla sicurezza delle strutture nevralgiche dello Stato. Inoltre, il teatro di guerra è un teatro virtuale non più georeferenziato. Ulteriori sono i motivi di fascino della cyberaction da parte dei terroristi, tra cui la capacità di incidere direttamente su un numero maggiore di persone rispetto ai tradizionali metodi terroristici, suscitando quindi una più vasta copertura mediatica, che è in definitiva ciò che i terroristi vogliono. Eppoi, verosimilmente gli attuali terroristi appartengono prevalentemente alla generazione dei Millennials e alla successiva “Generazione Z”: con esse gli strumenti di hacking sono diventati più potenti, semplici da usare, di più facile accesso, meno costosi; i terroristi delle “nuove generazioni” (nel senso più vasto del termine) si avvalgono cioè di un endowment sicuramente più ricco e articolato rispetto a quello disponibile ai terroristi di generazioni passate.

Questi nuovi scenari – che sottendono la guerra psicologica in atto – rendono necessari una metodica fortemente interdisciplinare ed esercizi di cross-fertilisation volti a sviluppare una maggiore resilienza delle leve che influiscono sul sentiment della collettività, minimizzare il contagio della percezione di vulnerabilità e di paura, e contrastare di conseguenza il MUAI.

Si afferma, infatti, che il più elevato livello di minaccia del MUAI è quello legato alla sicurezza psicologica (PS) nazionale e internazionale (Bazarkina-Pashentsev, 2020). Gli autori utilizzano il termine “sicurezza psicologica” (PS) per descrivere un’arena ben distinta della sicurezza delle informazioni. Quest’ultima ingloba la protezione dell’individuo, della società e dello Stato dagli impatti psicologici negativi (in particolare, quelli pregiudizievoli delle basi storiche di una nazione e delle sue tradizioni patriottiche), ma è più ampia rispetto alla PS.

Dunque, subentra la paura… Un grande attore protagonista della destabilizzazione psicologica a livello sistemico.

La paura è soggetta ai fenomeni di massificazione e di contagio. Può propagarsi in ragione della più elevata percezione di minaccia incombente attraverso vari fattori – quali lo svilupparsi di tecnologie IA sempre più sofisticate; correlatamente, le asimmetrie informative tra gli utenti-vittime e gli attori aggressivi; la propaganda da parte di questi ultimi; l’incertezza pervasiva; il forte grado di allerta cui si è costantemente sottoposti; l’effetto eco della paura stessa, che rimbomba fra i gangli reticolari della globalizzazione.

In condizioni di incertezza, dove la probabilità di malware è sconosciuta presso la platea delle potenziali vittime (“incertezza asimmetrica”), la strategia della “erraticità simulata” (“simulated randomness”) ha una elevatissima produttività, ed è ulteriormente accresciuta dall’impatto psicologico dell’“effetto sorpresa” (Fiocca-Montedoro, 2006).

Entra in gioco la psicologia della sicurezza, anche con i suoi effetti paradossali del tutto biased, quando collegati a una riduzione della propria capacità di giudizio.

In un clima di tensione, di insicurezza e di spavento, di informazione incompleta, e partendo da una base di conoscenza iniziale, persino alcune informazioni riguardo ai progressi nel campo della cybersicurity possono essere interpretate dall’opinione pubblica in modo biased: ad esempio, nuovi strumenti di contrasto e prevenzione del malware – paradossalmente – possono creare un “effetto annuncio” distorto, vale a dire essi vengono percepiti come un indicatore di accresciuta magnitudo della minaccia da cui doversi difendere (Fiocca, 2016; Fiocca et al., 2016). L’inferenza diventa, dunque, il meccanismo di ragionamento volto a formulare valutazioni circa gli eventi più probabili di verificarsi.

In contesti inferenziali, interviene il problema bayesiano della “estrazione del segnale”: come interpretare o utilizzare una nuova informazione acquisita, partendo da una base di conoscenza iniziale? quale valore dobbiamo o possiamo assegnare alla nuova informazione proveniente dall’ambiente esterno (tra cui gli altri agenti)?

La pervasività dell’incertezza può distorcere l’assegnazione della distribuzione di probabilità associata al verificarsi di un episodio di malware (ad esempio, di cyberterrorismo), perfino in presenza di una riduzione oggettiva del rischio derivante dalle azioni di contrasto.

Nelle procedure inferenziali, l’errore cognitivo che l’individuo tende a commettere nasce generalmente dal fatto che nel mondo reale mancano o sono sbagliate o non sono utilizzate correttamente/pienamente le informazioni disponibili. La percezione del rischio, di conseguenza, deriva sia da fattori soggettivi (“innumeracy”, “bounded rationality”, e così via), sia dalla combinazione tra il dato oggettivo e gli elementi soggettivi.

Tale mix tra fattori oggettivi e soggettivi è fòmite di una determinata “relazione posizionale” fra l’individuo e le condizioni dell’ambiente esterno, dove il primo percepisce se stesso come il soccombente, vittima della propria vulnerabilità generata dall’ambiente esterno.

Inoltre, la paura si insinua e si propaga fra la folla mediante network e meccanismi che la rendono contagiosa e autoalimentantisi: l’effetto eco, l’effetto annuncio, l’effetto gregge, la suggestione, l’emulazione, il rumor, il feedback positivo (tecnicamente, quest’ultimo consente di accelerare o intensificare un processo in seguito agli stimoli ricevuti; vale a dire che all’aumentare dello stimolo iniziale, il prodotto finale tende ad aumentare secondo un “circolo vizioso/virtuso”).

La paura contagiosa: la prospettiva delle neuroscienze

L’empatia costituisce un fattore dirimente nella comunicazione sociale che coinvolge l’esperienza degli stati sensoriali ed emotivi degli altri, come ad esempio la paura. E’ come se quest’ultima attraversasse la collettività mediante vasi comunicanti o all’interno di un ambiente osmotico.

Nella letteratura delle neuroscienze, il meccanismo che rende la paura contagiosa – e, quindi, autoalimentantesi – è collocato nel cervello. In particolare, in un nuovo studio, condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford che si sono avvalsi di cavie (Smith et al., 2021), viene illustrato che risposte comportamentali empatiche specifiche – come il senso di dolore e il senso di paura – sono mediate da strutture neurali che si proiettano dalla corteccia cingolata anteriore (ACC) a diverse regioni cerebrali: il “nucleus accumbens” (NAc) – che assolve una funzione importante nei processi cognitivi come il senso di avversione, di motivazione, di ricompensa e numerosi ulteriori meccanismi di rinforzo dell’azione – e l’“amigdala basolaterale” (BLA) – che è un complesso nucleare che gestisce le emozioni e, in particolare, la paura.

E’ stato individuato che l’ACC genera risposte comportamentali empatiche del senso di paura, cioè il rapido trasferimento sociale della paura mediante attività nelle proiezioni ACC all’amigdala basolaterale (BLA).

Chiarire meccanismi specifici del circuito che mediano varie forme di empatia attraverso modelli animali accessibili sperimentalmente risulta necessario per generare ipotesi che possono essere valutate e confermate in soggetti umani.

La validazione di tali ipotesi porterebbe ad affermare che l’attività tra ACC e BLA faccia sì che la percezione dell’esistenza di avversari aggressivi, tramite l’effetto contagio, ponga in atto una rapida trasmissione sociale della paura. E si sa che la paura è un’arma esiziale nella guerra psicologica. E la pericolosità di tale arma è rafforzata dal contagio stesso.

L’aggressore diventa quindi capace di controllare e tenere sotto scacco il mood collettivo generando una spirale sempre più ampia, che inghiottisce progressivamente la collettività, e di conseguenza una possibile destabilizzazione sistemica.

Nel presente lavoro, un esempio per tutti è il cyberterrorismo (cfr. Fiocca et al., 2006).

Nella prospettiva delle neuroscienze, le minacce alla sicurezza nazionale e internazionale si propagherebbero e si trasferirebbero quindi in maniera contagiosa empaticamente, attraverso l’attività di una parte della corteccia cingolata e di una regione dell’amigdala. In tale chiave interpretativa, l’effetto eco, l’effetto annuncio, l’effetto gregge, la suggestione, l’emulazione non sono altro che forme di empatia attraverso cui la paura diventa socialmente contagiosa.

MUAI e sicurezza psicologica

L’impatto dell’uso nocivo della IA sulla sicurezza psicologica è un fattore dirimente da valutare perché, tra le conseguenze, tende a condizionare la visione presso l’opinione pubblica circa l’intelligenza artificiale, a detrimento dei suoi progressi anche nelle direzioni virtuose.

La gradazione in escalation e imponderabile del cyberterrorismo è sintetizzabile nella tassonomia circa l’implementabilità sul MUAI nazionale e sovranazionale – da quella effettiva a quella più remota – di Bazarkina e Pashentsev (2019): (i) attuali pratiche MUAI; (ii) capacità MUAI esistenti che non sono state ancora utilizzate nella pratica (questa probabilità di implementazione è associata a un’ampia gamma di nuove capacità della IA in rapido sviluppo); (iii) future capacità MUAI basate sia sugli sviluppi attuali sia sulla ricerca futura; (iv) rischi non identificati, noti anche come “l’ignoto nell’ignoto”. Attraverso il fitto velo dell’“l’ignoto nell’ignoto”, l’effetto sorpresa raggiunge la massima produttività.

Uno strumento frutto del progresso tecnologico dotato di spillovers positivi per la società, può essere trasformato in strumento nocivo altrettanto efficace per la società stessa. Un tipico caso è proprio quello dell’infrastruttura tecnologica: essa facilita l’accesso alle informazioni accrescendone quindi il valore; ma proprio questo sua caratteristica si presta a trasformarla in strumento nocivo e di disvalore. Insomma, si tratta di un dual-use. Molto dipenderà dal suo grado di lock-in (cioè, dal costo di trasformazione tecnologica: dal “benevolo” al “malevolo”) e dalla sua velocità di trasformarsi a mezzo di contro-offensiva, una volta mutatosi in nocivo. Si tratta, quindi, di una continua rincorsa, di un processo iterativo e di interazioni reciproche bidirezionali, in una spirale in escalation cybersecurity-cyberterrorismo.

Le minacce del cyberterrorismo destinate a produrre un impatto sulla sicurezza psicologica sono numerose (per una rassegna esaustiva, cfr. Bazarkina-Pashentsev, 2020). Ci limiteremo a richiamarne alcune. La crescita di sistemi integrati e onnicomprensivi di IA: numerose infrastrutture – quali i sistemi di trasporto robotici ad autoapprendimento con gestione centralizzata basata sulla IA – possono diventare preziosi obiettivi per il terrorismo ad alta tecnologia. I terroristi, qualora assumano il controllo del sistema di gestione dei trasporti di una grande città, potrebbero causare numerose vittime, panico e creare un clima psicologico di ripiegamento su se stessi foriero di ulteriori azioni ostili.

Ancora, il ri-orientamento ad opera del terrorismo dei sistemi commerciali di IA e la creazione di deepfake (vocali e visive) possono colpire bersagli simbolici – tipicamente, leader politici e personaggi carismatici, ovvero icone culturali, religiose e centri di poteri –; sono capaci di produrre un impatto mediatico internazionale e danni alla reputazione; sono in grado di condizionare campagne politiche, di manipolare future elezioni e la politica globale, pregiudicando la stabilità geopolitica e la sicurezza psicologica.

Molto efficaci per il terrorismo sono anche le armi prognostiche – cioè metodi di analisi predittivi basati sulla IA e sui big data, che consentono di predire il futuro (disordini civili, epidemie, crisi economiche, risultati elettorali, ecc.) – a detrimento dell’avversario.

Conclusioni

Le varie politiche pubbliche per la sicurezza psicologica devono perciò agire ad ampio spettro: comunicazione, alfabetizzazione digitale, supporto psicologico, campagne di informazione, investimenti in ricerca e sviluppo delle tecnologie digitali nel campo della cybersecurity, investimenti in capitale umano, cooperazione, best practice, norme di diritto internazionale, aumento dello stock di dotazioni istituzionali, analisi predittive da parte di agenzie statali e sovranazionali per prevenire disordini sociali, crisi economiche, epidemie, failing States – nei cui numerosi gangli si insidia il terrorismo interno e sovranazionale.

Ciò allo scopo sia di circoscrivere il contagio della paura – tale contagio già di per sé costituisce un’arma – che si estende a macchia d’olio fra aree territoriali e sistemi-paese, settori produttivi, mercati finanziari e valutari, ecc.; sia di sviluppare margini crescenti di resilienza mentale e materiale (a difesa di infrastrutture nevralgiche di varia natura; di comparti produttivi, ad esempio, di quello agro-alimentare; in campo sanitario; nella protezione dei dati; contro le manipolazioni delle criptovalute; per la stabilità geopolitica, dei sistemi politici e di quelli istituzionali).

Con il depotenziamento del contagio della paura già un tratto di strada è guadagnato ai danni del cyberterrorismo.

 

Autismo cosa fare e non. Guida rapida per insegnanti – Intervista al Prof. Marco Pontis

Marco Pontis evidenzia la necessità di costruire un linguaggio comune tra genitori, familiari, docenti e professionisti educativi, sociali e sanitari, che consenta loro di potersi confrontare e di lavorare realmente insieme, in modo pedagogicamente e scientificamente corretto, per favorire l’inclusione di tutti, compresi gli alunni con disturbi dello spettro autistico. 

 

Marco Pontis, autore di questa “Guida rapida per insegnanti” della scuola primaria, è docente di Pedagogia e didattica speciale delle disabilità intellettuali e dei disturbi generalizzati dello sviluppo e di Pedagogia e didattica speciale per la collaborazione multiprofessionale presso l’Università di Bolzano. Da vent’anni si occupa di disturbi dello spettro autistico e dal 2010 si occupa di formare gli insegnanti sui temi della didattica inclusiva.

Non sorprende quindi che questa guida mantenga la promessa di rapidità senza sacrificare chiarezza, qualità delle informazioni e facilità di applicazione pratica.

Ringrazio il prof Pontis per aver accolto l’invito di State of Mind a rispondere a qualche domanda con lo scopo di sottolineare l’importanza di contributi come quelli raccolti nel suo ultimo libro nel promuovere il migliore approccio al tema dell’inclusività.

I (Intervistatore): Quali sono le ragioni che l’hanno indotta a scrivere una guida “rapida” e fortemente orientata al “fare (e non)”?

MP (Marco Pontis): In primo luogo, la necessità di costruire un linguaggio comune tra genitori, familiari, docenti e professionisti educativi, sociali e sanitari, che consenta loro di potersi confrontare e di lavorare realmente insieme, in modo pedagogicamente e scientificamente corretto, per favorire l’inclusione di tutti, compresi gli alunni con disturbi dello spettro autistico.

Lavorando quotidianamente con e per le persone con bisogni educativi speciali e con le loro famiglie da numerosi anni ormai, mi son reso conto che i familiari e i professionisti spesso fanno un’enorme fatica a trovare soluzioni efficaci e inclusive personalizzate. Oggi possiamo contare su diversi interventi educativi evidence-based finalizzati a valorizzare le potenzialità e i punti di forza degli alunni, a ridurre o eliminare alcune difficoltà specifiche (percettive, sensoriali, cognitive, comunicative e relazionali) e a costruire alleanze concrete in rete, capaci di favorire un miglioramento significativo della qualità di vita delle persone. Ho dunque pensato creare uno manuale operativo, basato sulle più recenti evidenze scientifiche in ambito medico-psico-pedagogico e sociale, che possa aiutare sia i docenti che gli altri professionisti a scoprire e comprendere come osservare attentamente le caratteristiche, le abilità acquisite o emergenti, le difficoltà specifiche o le competenze in via di acquisizione della singola persona con autismo per progettare interventi coerenti ed efficaci. Si tratta di uno strumento teorico-pratico che può aiutare genitori e professionisti a scoprire le metodologie, le strategie e gli strumenti didattici più idonei per Marco, Giuliana o Emanuele (e non genericamente per l’autismo) e a predisporre un Piano Educativo Individualizzato e un Progetto di Vita quanto più inclusivo, ecologico e auto-determinato possibile, anche alla luce dei recenti cambiamenti normativi introdotti dal Decreto interministeriale n°182 del 29 dicembre 2020.

Nel testo vengono inoltre suggerite alcune buone pratiche per l’adeguata predisposizione dei nuovi modelli di PEI su base I.C.F. (Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità).

Per chi volesse approfondire ulteriormente il tema suggerisco la lettura del manuale di D. Ianes, S. Cramerotti e F. Fogarolo (a cura di), Il nuovo PEI in prospettiva bio-psico-sociale ed ecologic,, a cui ho avuto l’opportunità e il piacere di contribuire con un capitolo sull’osservazione della relazione alunno-contesti per la progettazione degli interventi.

I: Nella prime pagine si legge:

questo quaderno può certamente essere utile anche agli insegnanti di sostegno, agli educatori e agli assistenti alla comunicazione, ma è pensato in particolar modo per i docenti curriculari, figure cruciali per favorire l’apprendimento significativo e inclusivo (anche) dell’alunno con autismo.

Ho apprezzato molto il riferimento agli insegnanti curriculari come i primi interessati nel garantire la buona riuscita di un percorso inclusivo che interessa il bambino autistico così come tutto il gruppo classe. Ci spiega come mai ritiene fondamentale rivolgersi in primo luogo a loro?

MP: Poiché l’alunno autistico è un alunno di tutti i docenti di classe e ciascuno di essi può fare davvero tanto per aiutarlo, anche con semplici e piccole attenzioni quotidiane.

Se tutti i docenti predisponessero le lezioni (per tutto il gruppo classe) sulla base dei principi della Progettazione Universale per l’Apprendimento (Universal Design for Learning) e della differenziazione didattica, qualsiasi lezione, laboratorio o attività didattica, potrebbe divenire più accessibile, utile e stimolante per tutti (compresi gli alunni con disabilità o altri bisogni educativi speciali),

Nei prossimi anni, potrebbero essere proprio i docenti curricolari a «fare la differenza» nella didattica quotidiana per tutti gli alunni, anche quelli, di cui ancora si parla troppo poco, che hanno dei bisogni educativi particolari o delle difficoltà anche soltanto temporanee, dovute a discriminazioni di vario genere, violenza assistita, bullismo o cyberbullismo – solo per citarne alcuni – e che hanno diritto a un Piano Didattico Personalizzato (PDP) come suggerito dalla Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 e dalla Circolare ministeriale N° 8 del 6 marzo 2013 sugli strumenti di intervento per gli alunni con bisogni educativi speciali e sull’organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica.

Considerare attentamente il funzionamento globale di ciascun alunno, neuro-atipico o neuro-tipico, è la base di partenza per realizzare una didattica aperta, attenta alla valorizzazione dei talenti e dei punti di forza di tutti. Realizzare una didattica realmente inclusiva in modo diffuso, dalla scuola dell’infanzia all’università, significherebbe riuscire a valorizzare non solo gli alunni ma anche gli insegnanti e gli altri operatori (sanitari, sociali, educativi). Ultimamente noto con vero piacere che molti di loro si stanno mettendo in moto per formarsi e aggiornarsi poiché credono fermamente che l’alunno con disabilità sia un alunno di tutti i docenti e non solo del docente specializzato per il sostegno (altra figura preziosissima) o dell’assistente all’autonomia (anche questa figura non è meno importante insieme a quella dell’educatore, dello psicologo ecc.) e che un buon intervento sia possibile soltanto se si condividono osservazioni, obiettivi, metodologie, strumenti e strategie in rete (famiglia-scuola-comunità e territorio).

I: Ogni suggerimento offerto all’interno della sua guida è permeato di un rispetto verso la neurodiversità che va oltre la retorica e si concretizza in proposte di interventi mirati al reale benessere della persona autistica. I suggerimenti al “non fare” sembrano proprio mossi dall’intenzione di spronare gli insegnanti ad assumere un punto di vista alternativo a quello neurotipico per valutare i comportamenti degli alunni autistici  e intervenire su di essi. Che ci dice a riguardo?

MP: Siamo tutti diversi: alunni, docenti, genitori.

Spesso anche noi docenti abbiamo dei bisogni speciali. In fondo, io credo che nessuno, nel corso della propria vita, per svariate motivazioni, possa ritenersi esente dall’avere delle necessità particolari che meritano attenzione e, talvolta, possono necessitare di interventi specifici.

Ogni persona (anche con disturbi dello spettro autistico) è unica, irripetibile: questo vale per tutti noi chiaramente. Ci sono però alcune caratteristiche del funzionamento neuro-divergente delle persone con autismo che vanno attentamente compresi per poter essere valutati adeguatamente.

Dobbiamo stare molto attenti a rispettare i bisogni, spesso estremamente particolari e specifici, dei nostri alunni, ricordando di metterci sempre in discussione e di interrogarci continuamente su quanto le nostre considerazioni possano esser state influenzate dai molteplici pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni o falsi miti sui disturbi dello spettro, ancora troppo, troppo diffusi. Appare oggi dunque imprescindibile analizzarli attentamente e sradicarli (per poterli realmente superare), condividendo e diffondendo informazioni corrette nei diversi contesti di vita del bambino e coinvolgendo più persone possibili: nonni, genitori, familiari, amici, docenti, medici, psicologi, educatori e pedagogisti, assistenti sociali, logopedisti, fisioterapisti, istruttori sportivi ecc.

Anche le parole che si utilizzano nei momenti di dialogo e confronto sono molto importanti. Dietro queste parole si celano, talvolta, idee preconcette e pregiudizievoli più o meno consapevoli. Ancora oggi, troppo spesso, anche molti validi docenti, giornalisti, conduttori televisivi o divulgatori scientifici, utilizzano termini estremamente scorretti come «ragazzo affetto da autismo», «alunno H», «bambini portatori di handicap» o «handiccapati» che riflettono una visione puramente negativa, «patologizzante» o pietistica della disabilità. Questa terminologia scorretta e «violenta» non risulta certo in linea con i principi della Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute (ICF) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La Classificazione invita invece ad andare molto oltre la «diagnosi» poiché, come ormai chiaro, ogni persona è molto di più della sua diagnosi, delle sue eventuali patologie o disturbi e il suo funzionamento globale è il risultato dell’interazione di un insieme complesso di componenti e domini (condizioni di salute, funzioni e strutture corporee, attività e partecipazione sociale, fattori ambientali e personali).

Nell’introduzione del libro, ho voluto descrivere 10 cose (+1) che tutti coloro che si relazionano con persone autistiche dovrebbero tener ben presenti.

10 cose (+ 1) da sapere sull’autismo:

  1. I bambini autistici provano tantissime emozioni: spesso le percepiscono, le elaborano e le gestiscono in modo estremamente differente dalle persone neuro-tipiche.
  2. I disturbi dello spettro autistico NON sono causati da uno scarso affetto da parte dei genitori del bambino ma hanno un’origine neurobiologica.
  3. L’autismo NON passa con l’età: è una condizione che comporta un funzionamento cerebrale «neurodivergente» che dura tutta la vita e di cui molte persone autistiche vanno assolutamente fiere.
  4. Per aiutare un bambino autistico serve indubbiamente tanto amore, ma questo da solo non basta: sono altrettanto fondamentali le competenze specifiche e il lavoro di rete.
  5. Anche le persone «a sviluppo tipico» devono cercare di compiere degli sforzi per «mettersi nei panni» delle persone neuro-diverse, non solo il contrario.
  6. Non tutte le persone autistiche sono dei geni o dei fenomeni. La maggior parte delle persone con disturbi dello spettro autistico presenta purtroppo delle significative difficoltà cognitive, comunicative e relazionali che spesso rendono difficile la vita in totale autonomia.
  7. Non considerate «patologici» i comportamenti di un bambino con disturbi dello spettro autistico solo perché ha una diagnosi. Spesso le persone neurotipiche non riescono a comprendere alcuni comportamenti dalla prospettiva di chi l’autismo lo vive in prima persona: alcuni di essi possono sembrare in qualche modo «sbagliati» o «da modificare», ma in realtà non lo sono affatto. Valutate attentamente quali comportamenti volete cercare di ridurre o eliminare e se è davvero il caso di farlo.
  8. Fatevi aiutare a comprendere il funzionamento neurodiverso guardando le interviste o leggendo le tante esperienze e testimonianze di persone con autismo, oggi ampiamente disponibili.
  9. Trovate tutti i possibili punti di forza e sfruttateli per aumentare la motivazione e il senso di auto-efficacia del bambino.
  10. I bambini autistici NON sono «rinchiusi in una bolla»: a volte però, a causa di un sistema percettivo estremamente particolare e sensibile, hanno bisogno di ridurre al minimo gli input sensoriali.
  11. I bambini con autismo sono una risorsa per tutti i loro compagni di classe e spesso le soluzioni educative e didattiche adottate dai docenti per venire incontro ai loro bisogni speciali risultano molto utili anche ai compagni a sviluppo tipico.

I: Se è vero che ogni bambino autistico presenta caratteristiche uniche, è altrettanto vero che diffondere una buona cultura generale dell’autismo permette la condivisione di un linguaggio comune tra tutte le figure coinvolte nel percorso di crescita dei bambini, facilitando il lavoro di rete. A che punto è secondo lei la diffusione di una buona cultura sulla neurodiversità  all’interno della scuola italiana?

MP: Negli ultimi vent’anni si sono indubbiamente compiuti dei progressi rilevanti in tal senso ma sono ancora troppo pochi, ad esempio, i percorsi (scolastici ed extrascolastici) specifici dedicati all’educazione alle diversità individuali, alla conoscenza, al rispetto e alla valorizzazione dei tanti possibili modi di «funzionare» di ciascuno di noi. Mancano inoltre percorsi formativi finalizzati alla conoscenza delle emozioni, dei sentimenti, degli stati d’animo (proprie e degli altri) e della sessualità consapevole, alla scoperta dei propri meccanismi cognitivo-emotivi, di apprendimento, di relazione e socializzazione.

Oggi è impensabile pensare di poter insegnare, in modo adeguato e rispettoso di tutti gli alunni, conoscendo e approfondendo esclusivamente i principi della propria disciplina. Per poter essere definito «inclusivo», un insegnante deve anche conoscere e saper applicare i principi fondamentali della didattica generale, metacognitiva e inclusiva, della psicologia dell’apprendimento, della pedagogia speciale e sperimentale, deve inoltre essere in grado di progettare e realizzare percorsi formativi ed educativi personalizzati, stimolando gli alunni alla cooperazione in gruppo e all’auto-apprendimento e verificando costantemente il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento specifici.

Pre approfondire si può consultare Cosa si può fare con un bambino con autismo?, una breve riflessione sui principi-guida su cui dovrebbe basarsi l’intervento educativo nell’autismo e sull’importanza dell’individualizzazione dell’intervento in base alle caratteristiche del bambino:

I: A quando una “guida rapida” anche per la scuola dell’infanzia e la scuola secondaria? 

Stiamo attualmente lavorando alla progettazione e alla costruzione di nuovi materiali per l’infanzia e per la secondaria di primo e secondo grado, potenzialmente utili sia ai bambini che ai ragazzi e agli adulti con disabilità o altri bisogni educativi speciali. In realtà, con gli opportuni adattamenti e le giuste personalizzazioni, quasi la totalità delle strategie, degli accorgimenti o degli strumenti, suggeriti nel libro Autismo cosa fare (e non) possono risultare utili anche ai bambini molto più piccoli (scuola dell’infanzia), ai ragazzi della scuola secondaria di primo e secondo grado o agli studenti universitari e, naturalmente, ai loro insegnanti.

Non esistono «ricette» in grado di andar bene per qualsiasi persona: ricordiamo sempre che qualsiasi suggerimento, strumento o strategia suggerita in questo o in altri libri, va sempre adattato ai bisogni specifici del singolo allievo, non soltanto in relazione alla sua età anagrafica ma anche e soprattutto al suo funzionamento specifico, ai punti di forza/abilità/difficoltà specifiche nelle diverse aree di sviluppo.

Vorrei infine ricordare che questo libro, appena tradotto anche in lingua inglese, è frutto di un prezioso lavoro di gruppo che ha coinvolto numerosi amici e colleghi del Centro Studi Erickson di Trento e non solo, tra i quali: Lucia Dorigatti e Carmen Calovi (editing), Sara Cattoni e Giorgia Cainelli (progetto grafico), Mirko Pau (impaginazione), Sara Biani alias Carciofo Contento (illustrazioni), Giordano Pacenza (direzione artistica), Giorgia Sanna (pedagogista e formatrice), Dario Ianes (docente e co-fondatore Erickson), Sofia Cramerotti (responsabile area educativo-didattica, Ricerca e Sviluppo Erickson), Fabio Meloni (biologo), Marina Piras (medico), Vincenzo Pitzianti (studente), Michela Vincis (medico), Francesca Sanna (ricercatrice), Claudia Pontis (infermiere), Aurora e Ludovica Serra (studentesse), Silvia Petza e Lisa Lai (psicologhe e psicoterapeute), Roberta Zanni (neuropsichiatra infantile), Giada Tronci (psichiatra), Carla Pes e Danilo Sarritzu (assistenti sociali) che, nel corso di questi ultimi anni, hanno condiviso con me numerose riflessioni, proposte, progetti e azioni inclusive.

I: Ringraziamo il Prof Pontis per il suo tempo e ci auguriamo di poterlo ospitare ancora nelle pagine di State Of Mind.

MP: Grazie a voi, sarà per me un grande piacere. Un caro saluto, Marco.

 

L’ansia nella pandemia: l’impatto psicologico ed emotivo sulla comunità e sul singolo individuo – VIDEO del Webinar organizzato da Studi Cognitivi L’Aquila

Analizzando le teorie e valutando la storia attuale è possibile dedurre come l’impatto psicologico di una pandemia, e della conseguente quarantena, possa essere rilevante. Pubblichiamo per i nostri lettori il video di un webinar sull’argomento.

 

Negli ultimi decenni si è assistito allo sviluppo della cultura della prevenzione e della cura delle persone coinvolte in eventi emergenziali. Questa innovazione costituisce una diretta conseguenza del confronto con accadimenti causati dalle forze distruttive della natura e/o dall’inaffidabilità delle nuove tecnologie create dall’uomo. Ogni evento scaturito da queste circostanze costituisce un’emergenza, che dal punto di vista psicologico viene descritta come una situazione in cui l’individuo si confronta con un evento inaspettato e imprevedibile che richiede una rapida attivazione al fine di garantirne la sopravvivenza.

Analizzando le teorie e valutando la storia attuale è possibile dedurre come l’impatto psicologico di una pandemia, e della conseguente quarantena, possa essere rilevante. Le emozioni hanno un ruolo fondamentale nella definizione dei comportamenti di ognuno affinché possano essere definiti come adattivi e funzionali, a patto che queste non riescano a minare la stabilità del soggetto.

Attraverso l’applicazione di specifiche tecniche di indagine e percorsi psicoterapeutici è possibile individuare le caratteristiche specifiche della sintomatologia manifestata allo scopo di incrementare le abilità e le risorse personali.

Pubblichiamo per i nostri lettori il video del webinar, organizzato da Studi Cognitivi L’Aquila, sul tema dell’ansia nella pandemia.

 

L’ANSIA NELLA PANDEMIA:
L’IMPATTO PSICOLOGICO ED EMOTIVO SULLA COMUNITÀ E SUL SINGOLO INDIVIDUO

Guarda il video integrale del webinar:

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HIPPO – Recensione dell’app che migliora la qualità delle relazioni – Psicologia Digitale

La app HIPPO è stata creata da Performance Mind, società di management consulting che, messi insieme team di sviluppatori, designer e psicologi, dopo mesi di ricerca e di test, ha realizzato la prima app per promuovere il capitale sociale e valorizzare la qualità delle interazioni.

PSICOLOGIA DIGITALE– (Nr. 19) HIPPO – Recensione dell’app che migliora la qualità delle relazioni

 

È lo stesso Massimiliano Baiocco, fondatore di Performance Mind e ideatore di HIPPO, a spiegarmi la nascita dell’idea e la messa a terra del progetto. Si definisce uno “human digital farmer”, ovvero una persona (prima ancora che un imprenditore) che possiede il rigoroso atteggiamento del buon contadino che, attraverso un paziente lavoro di semina, sa che otterrà il suo raccolto; sono i semi della fiducia quelli che Baiocco vuole piantare grazie al suo lavoro di formatore e ad HIPPO.

#wetrustyou: verso l’economia della fiducia

Nata da un’intuizione di oltre tre anni fa, HIPPO (Help Improve Permanently Positive Organisation) ha come obiettivo quello di creare un contesto che favorisca e promuova la collaborazione, la condivisione, la trasparenza e l’inclusività. Il fine ultimo è generare un’economia della fiducia.

Perché è così importante la fiducia? Soprattutto nei contesti aziendali, l’assenza di fiducia si traduce in mancanza di trasparenza, di un dibattito sano e costruttivo, di confronti in cui ci si sente liberi di esprimersi. Assenza di fiducia vuol dire anche scarso impegno: il singolo individuo non in accordo con delle scelte si sentirà meno in dovere di portarle avanti ed impegnarsi nei compiti, si sentirà meno responsabilizzato e porrà poca attenzione ai risultati focalizzandosi di più sulla riuscita dei suoi obiettivi individuali.

iNudge, le spinte gentili

Come trasmettere fiducia? Attraverso gli iNudge, un sistema di 18 rinforzi in 4 aree (motivazione, credibilità, capacità, risultati) di due tipi: di conferma e rafforzativi. Gli iNudge sono spunti, suggerimenti ‘gentili’ che possiamo donare e ricevere dai nostri contatti.

È importante sottolineare che non hanno una valenza giudicante né sono indicatori di performance. Lo scopo è aumentare la consapevolezza di se stessi e migliorare così i comportamenti quotidiani: infatti per ogni risposta viene richiesta una motivazione per dare spazio alla riflessione e alla condivisione. Nel pratico, vuol dire che alla fine di un appuntamento, una riunione, una telefonata, possiamo donare e ricevere degli iNudge ed esprimere cosa abbiamo provato durante l’interazione così come possono fare gli altri.

H-Shaped Model

L’insieme del comportamento di utilizzo e delle interazioni sulle 4 aree genera un profilo individuale. I 4 cardini sono la motivazione che si riferisce a direzioni ed obiettivi che ci poniamo, a cosa spinge e motiva le nostre azioni; la credibilità che fa riferimento ad integrità e coerenza e nel perseguire i propri valori e convinzioni; la capacità e le competenze; i risultati, ovvero la dimostrazione tangibile di ciò che abbiamo fatto.

Le specifiche di ogni singolo profilo vanno ad alimentare un grafico a forma di H. Il team ha definito H-Shaped Model questo modello che rappresenta ogni persona sulle quattro dimensioni; è in corso di registrazione il brevetto internazionale.

Far guidare l’uomo dall’uomo

HIPPO è stata creata e funziona secondo logiche basate su neuroscienze ed economia comportamentale (la stessa Teoria dei Nudge deriva proprio dagli economisti Thaler e Sustein, 2009). Tramite il sistema degli iNudge viene creato un H-Shaped Model che, combinando le 4 aree di motivazione, credibilità, capacità, risultati e l’uso della app, determina un profilo personale di ogni utente con le aree di forza e quelle di crescita.

In tutte le fasi della creazione è stata posta molta cura all’aspetto del feedback per evitare di cadere in valutazioni o giudizi per rimanere nello spirito di donare e ricevere delle ‘spinte gentili’, degli spunti per migliorare.

HIPPO è un bell’esempio di tecnologia come abilitatrice e promotrice di miglioramento: permette di andare oltre gli algoritmi e portare al miglioramento di sé stimolando l’autoconsapevolezza e la crescita collettiva.

 

“Le guide di Headspace – meditazione”: un viaggio in otto puntate dentro se stessi

Le guide di Headspace – meditazione è composta da otto episodi di circa venti minuti ciascuno, strutturati in una parte iniziale in cui viene introdotto un tema su cui lavorare mediante la meditazione, a cui segue un breve esercizio di meditazione guidata.

 

In una serata trascorsa su Netflix, solitamente, ricerchiamo un’esperienza di intrattenimento, conoscenza o riflessione attraverso l’immersione in una storia e un luogo, reali o immaginari, esterni a noi.

Le guide di Headspace – meditazione propone un’esperienza differente, un viaggio ambientato in luogo reale, molto vicino, ma spesso inesplorato: la nostra mente. Questa serie tv, uscita su Netflix nel 2021, conduce passo a passo i suoi spettatori in esperienze di meditazione guidata.

Headspace è una società fondata nel 2010 da Andy Puddicombe e Richard Pierson con lo scopo di offrire training di meditazione guidata e mindfulness attraverso piattaforme digitali.

Andy Puddicombe ha alle spalle un percorso di formazione come monaco buddista; con Headspace si prefigge l’obiettivo di diffondere i benefici della meditazione a un pubblico vasto, restando fedele agli insegnamenti ricevuti e alle tecniche acquisite nella sua formazione. Richard Pierson, co-fondatore e finanziatore della società, lo ha aiutato a trasformarla in un business di successo.

Le guide di Headspace – meditazione è composta da otto episodi della durata di circa venti minuti ciascuno, strutturati in una parte iniziale in cui viene introdotto un tema su cui lavorare mediante la meditazione, a cui segue un breve esercizio di meditazione guidata. La narrazione e l’esercizio sono accompagnati da una veste grafica curata ed evocativa.

Il tema di ogni puntata è illustrato da A. Puddicombe attraverso metafore apprese nel suo percorso di formazione come monaco, attraverso aneddoti personali o relativi a persone a cui ha insegnato la pratica meditativa. Inoltre riporta informazioni e risultati tratti dalla ricerca scientifica a sostegno dei benefici della meditazione sulla salute mentale.

Di seguito, una breve rassegna dei contenuti e delle pratiche meditative che troverete in ciascun episodio, personalmente “testati”.

Inizialmente sono spiegati gli assunti alla base della pratica meditativa, come abilità mentale basata su un allenamento regolare. Meditare non richiede di modificare l’attività mentale, né di esercitarsi a scacciare pensieri ed emozioni come invadenti occupanti del mondo interno, come ospiti indesiderati che ostacolano la possibilità di dormire, di concentrarsi o di rilassarsi.

La meditazione insegna a trasformarsi in uno spettatore presente, accogliente e non giudicante della propria attività mentale; la presa di distanza che si ottiene conduce a uno stato di calma e alla sensazione di sentirsi a proprio agio con se stessi.

L’esercizio proposto è una meditazione guidata basata sull’attenzione focalizzata sul respiro.

Il secondo episodio si intitola: ‘Come lasciar andare’. A. Puddicombe propone una tecnica di visualizzazione in cui, senza sforzo, ci si focalizza su un luogo piacevole e sulle sensazioni che ne scaturiscono. Lo scopo è di sentirsi più leggeri, raggiungere uno stato mentale di rilassamento profondo che va in direzione opposta alla tendenza a rimanere aggrappati alla cose (eventi, pensieri, sentimenti).

La terza puntata, ‘Come innamorarsi della vita’, spiega come esperire e coltivare quotidianamente sentimenti di apprezzamento e gratitudine abbia un influsso sul benessere psichico e sul senso soggettivo di felicità. La tecnica proposta si chiama ‘meditazione riflessiva’ e si basa sulla ricerca di opportunità per riflettere sulla natura preziosa della vita in relazione a semplici cose e attività di tutti i giorni.

Il quarto episodio offre una meditazione guidata per gestire lo stress e l’ansia attraverso una tecnica chiamata ‘annotazione’. Essa aiuta ad affrontare la sensazione di sentirsi sopraffatti dai propri pensieri e di essere in ansia non per eventi o situazioni, ma per il fatto stesso di provare ansia. La tecnica proposta ha lo scopo di cambiare il rapporto con pensieri ed eventi ansiogeni; si basa sull’esperienza universale che, durante qualsiasi esercizio di meditazione, la mente divaga. La tecnica dell’‘annotazione’ richiede la pacata ammissione che la mente si è allontanata dall’esercizio per spostarsi su preoccupazioni, impegni, ricordi, situazioni, per poi tornare alle prescrizioni della meditazione. La ripetizione e l’allenamento a questi movimenti mentali fornisce la rivelazione trasformativa che ‘noi non siamo i nostri pensieri’ e che possiamo sempre prenderne distanza e non farci invadere da essi.

Nella quinta puntata, ‘Come essere gentili’, Puddicombe sottolinea quanto viviamo prigionieri del giudizio, di una continua tensione tra il modo in cui le cose appaiono e il modo in cui, secondo noi, dovrebbero essere. La tecnica meditativa proposta si chiama ‘gentilezza amorevole’; ha lo scopo di liberarsi dal giudizio e dal risentimento verso se stessi e verso gli altri e di aiutare a coltivare qualità come la gentilezza e la compassione.

Il sesto episodio tocca un argomento spinoso: l’uso della meditazione per gestire il dolore. Propone la tecnica della scansione corporea, un’analisi delle zone del corpo rilassate o in cui si prova disagio, con lo scopo di cambiare la propria prospettiva sul dolore e di prendere le distanze da esso.

Anche la settima puntata della serie è incentrata su un tema ‘scottante’: la gestione della rabbia. Puddicombe sottolinea quanto nella vita tendiamo a evitare tutto ciò che ci fa star male e a ricercare ciò che ci fa star bene, ma anche quanto la focalizzazione esclusiva su noi stessi e sulla felicità individuale tenda a ‘rimpicciolire’ la mente. Propone una tecnica chiamata ‘compassione attiva’, che permette di passare dall’incolpare gli altri, alla volontà proattiva di vedere l’altro felice; di trasformare la nostra rabbia nei confronti dell’altro e di provare a mettere la felicità altrui sullo stesso piano della propria.

L’ultimo episodio, ‘Come sfruttare il proprio potenziale illimitato’, invita a riflettere sull’idea che, per sentirsi sereni, si è convinti che tutti i tasselli della propria vita (sentimentale, lavorativa, sociale) dovrebbero funzionare in un (spesso non meglio definito) modo soddisfacente. Ma nella pratica, si è spesso prigionieri di aspettative, limiti, copioni autoimposti che impediscono di sfruttare il proprio ‘potenziale illimitato’. Questo concetto espresso da Puddicombe non è facile da afferrare; lo definisce come un senso di fiducia che si può tradurre sia in una pace interiore che in un agire sul mondo. Esso si coltiva attraverso la tecnica del ‘rilassamento consapevole’, una delle più difficili, poichè richiede la capacità di rilassarsi senza concentrarsi su nulla di specifico, di essere uno spettatore cosciente della propria mente e delle sue dinamiche.

Le guide di Headspace – meditazione è una serie TV che permette un primo approccio alla meditazione alla portata di chiunque sia curioso rispetto all’argomento.

Chiaramente, non permette di lavorare su disturbi psicopatologici conclamati, né di diventare autodidatti nella meditazione.

La meditazione è complessa, non è adatta a tutti, e, come sottolineato in ogni episodio, dà dei risultati solo se allenata costantemente. Inoltre, farsi insegnare le pratiche della meditazione da un professionista rinforza e struttura l’apprendimento, perché permette di condividere le reazioni, le sensazioni, il proprio funzionamento mentale mentre si medita nel contesto di un rapporto di fiducia e accettazione, e di sviluppare un atteggiamento analogo verso se stessi.

Per chi invece ha già svolto un training di meditazione, la serie rappresenta un utile e piacevole esercizio di ‘mantenimento’ delle abilità acquisite.

 

ANDY PUDDICOMBE – ALL IT TAKES IS 10 MINDFUL MINUTES – GUARDA IL VIDEO:

 

Exergames in terapia

Se confrontati ai videogiochi tradizionali, gli exergames coinvolgono vari tipi di aspetti motivazionali, come feedback visivi e uditivi sulla performance, che rendono l’esercizio molto interattivo, divertente e soddisfacente. 

 

Fra i benefici presi in considerazione abbiamo una migliorata motivazione all’esercizio fisico (che è stato a più riprese considerato come utile nel miglioramento di molti sintomi, fra i quali quelli appartenenti al quadro depressivo), condizione fisica, e abilità cognitive. Fra gli interventi digitali, annoveriamo anche la terapia cognitiva basata su internet e le psicoterapie computerizzate. La tipologia di exergames presenti sul mercato varia enormemente, per cui ogni elemento specifico va analizzato come efficace non in tutti gli scenari, ma solamente in alcuni per i quali risulta più indicato. Secondo la definizione della “American College of sports Medicine”, i criteri per definire un valido exergame sono i seguenti: coinvolgere giochi legati alla tecnologia, i partecipanti devono avere un coinvolgimento fisico attivo che vada al di là del semplice uso delle mani.

In uno studio chiamato: “Effect of Exergame on Depression: A Systematic Review and Meta-Analysis” di Jinhui Li, Yin-Leng Theng, and Schubert Foo (2015), gli autori hanno condotto una meta-analisi su articoli legati agli effetti degli exergames sulla depressione. Dai risultati si evincono alcune considerazioni. Gli exergames si rivelano utili nel trattamento della depressione in modo similare ad altri esercizi fisici. Si sono rivelati più utili nel trattamento degli anziani rispetto a quello degli adulti. Mentre negli adulti la depressione si sviluppa a seguito di eventi negativi legati al lavoro e alle relazioni, negli anziani è maggiormente legata a problematiche fisiche e all’isolamento sociale. Dato che gli exergames promuovono sia il benessere fisico sia le interazioni sociali, risulterebbero spiegati i risultati ottenuti. Il tempo di somministrazione degli exergames è risultato inversamente proporzionale ai benefici. Somministrazioni più brevi generavano risultati migliori.

Exergames e depressione

Nel 2010 viene pubblicato un articolo chiamato “Exergames for Subsyndromal Depression in Older Adults: A Pilot Study of a Novel Intervention” di Rosenberg e colleghi (2010), in cui gli autori hanno analizzato l’impatto positivo degli exergames sulla depressione subsindromica (SSD). Allo studio hanno partecipato 19 soggetti anziani con SSD, i quali dovevano utilizzare gli exergames per 12 settimane. I risultati vennero analizzati al termine delle 12 settimane e in uno studio di follow-up dopo 20-24 settimane. L’86% dei partecipanti iscritti ha completato l’intervento di 12 settimane. C’è stato un significativo miglioramento dei sintomi depressivi, della qualità della vita e delle prestazioni cognitive, ma non della salute fisica. Non ci sono stati eventi avversi di rilievo, e il miglioramento della depressione è stato mantenuto al follow-up. La bassa percentuale di drop-out ha fatto pensare agli autori che gli exergames potrebbero essere uno strumento efficace per combattere i sintomi depressivi nelle persone anziane. In primo luogo perché gli exergames sono ampiamente disponibili e possono essere utilizzati in casa, attenuando le variabili ambientali che ostacolano l’esercizio fisico. Inoltre, gli exergames sono progettati per aumentare la soddisfazione per l’attività fisica; gli exergames dunque possono contrastare la diminuzione del piacere dell’esercizio fisico, che può essere particolarmente rilevante per coloro che soffrono di depressione.

Exergames e autismo

Inizieremo a trattare questo argomento partendo dalla ricerca di Samantha L. Finkelstein, Andrea Nickel, Tiffany Barnes, Evan A. Suma, nell’articolo: “Astrojumper: Designing a Virtual Reality Exergame to Motivate Children with Autism to Exercise” (2010).

I bambini con autismo trovano beneficio dall’attività motoria, tuttavia è difficile motivarli ad effettuare attività fisica. Per intervenire sulla motivazione, gli autori hanno provato ad introdurre l’utilizzo degli exergames, in particolare di Astrojumper. Un gioco basato sulla realtà virtuale, creato per coprire le esigenze dei bambini autistici. Durante il gioco, degli oggetti si muovono verso il giocatore in uno spazio virtuale, mentre quest’ultimo deve usare i propri movimenti per evitare di entrare in collisione con questi oggetti. I disturbi dello spettro dell’autismo coinvolgono problemi nel controllo motorio, un interesse verso la tecnologia ed i videogames, e spesso tendono ad essere attratti da una ristretta gamma di interessi. I problemi nel relazionarsi agli altri riducono le possibilità per questi bambini di partecipare ad attività motorie e sportive, aumentando la probabilità di diventare sedentari e di presentare un quadro di obesità.

Gli autori del gioco introdurranno la possibilità di registrare e monitorare gli indici corporei come il battito cardiaco, e incentivare l’attività dando dei bonus nel punteggio quando il battito rientra nel range auspicato per una ottimale attività fisica. Svolgere l’attività in un ambiente 3D controllato, evita che i bambini affetti da autismo vengano distratti da elementi non coerenti con gli scopi dell’attività, dato che queste persone sono particolarmente vulnerabili alla distraibilità.

Nel 2014 viene pubblicato un articolo di Hilton e colleghi (2014), nel quale gli autori hanno analizzato l’impatto degli exergames sui deficit motori e delle funzioni esecutive che sono spesso presenti nelle persone affette da autismo. Da questo studio è risultata una forte correlazione tra il miglioramento relativo alle funzioni esecutive e quello relativo alle abilità motorie: in particolare, i partecipanti hanno aumentato la loro velocità media di reazione ed è stato osservato anche un miglioramento significativo nelle funzioni esecutive della memoria di lavoro e della metacognizione. I partecipanti hanno riferito di essersi sentiti motivati nel prendere parte allo studio, soprattutto per via della facilità e rapidità di utilizzo dell’exergame. La soddisfazione riportata da questo campione sembra allinearsi anche allo stato d’animo riferito dai soggetti dello studio di Rosenberg e colleghi, e potrebbe rappresentare una buona motivazione per includere protocolli exergames nel trattamento sia dei disturbi dell’umore, sia dei disturbi dello spettro autistico.

Exergames come terapia per il Parkinson

Il morbo di parkinson causa delle problematiche motorie, specialmente per i movimenti volontari, e in alcuni casi deficit cognitivi che non emergono in compiti semplici ma si evidenziano man mano che il compito diventa più complesso (in particolare in memoria e funzioni esecutive). Attualmente si sta discutendo sulla possibilità che un allenamento cognitivo unito ad uno fisico possano portare dei benefici sul PD (Parkinson Disease), sui sintomi attuali e nella prevenzione del declino successivo. Gli exergames sembrano essere una ottima possibilità di offrire a questi pazienti un approccio che integra allenamento cognitivo e fisico. Per trattare questo argomento prenderemo in esame l’articolo: “Recent advances in rehabilitation for Parkinson’s Disease with Exergames: A Systematic Review” di Augusto Garcia-Agundez e colleghi (2019). I risultati di questo studio mostrano un miglioramento delle abilità motorie conseguente all’uso degli exergames. Le conclusioni principali mostrano come questo tipo di riabilitazione sia sicuro, efficace, e in alcuni casi migliore rispetto alle tradizionali terapie riabilitative. Gli exergames permettono di seguire la terapia nel proprio ambiente domestico, e di monitorare i pazienti a distanza. Non è emerso però quale tipologia di exergame sia stata più efficace nello specifico. Come spunti per future ricerche, gli autori suggeriscono che sarebbe utile implementare dei sensori che monitorino il tremore delle mani o il battito cardiaco. Emerge inoltre quanto sia importante progettare un intervento il più possibile mirato alle esigenze del paziente.

Exergames e demenza

L’efficacia delle terapie farmacologiche sulla demenza è ad oggi limitata, motivando la ricerca ad esplorare la validità di terapie non farmacologiche, ad esempio la stimolazione cognitiva, interventi comportamentali ed esercizio fisico. Alcuni studi hanno dimostrato l’efficacia degli esercizi fisici sulla prevenzione del declino cognitivo, sul rafforzamento delle capacità cognitive, e sul mantenimento di capacità che permettano uno stile di vita indipendente dal supporto altrui (e.g. Angevaren, Aufdemkampe, Verhaar, Aleman, & Vanhees, 2008; Colcombe & Kramer, 2003). Ci sono evidenze che mostrano come una combinazione di esercizio fisico e motorio mirato ad attivare specifici domini cognitivi, possa portare ad un miglioramento delle capacità cognitive. A dispetto dei miglioramenti che questo tipo interventi producono, l’aderenza a questi programmi di allenamento, specialmente all’interno di strutture istituzionali, è molto scarsa. I deficit psico-fisici legati alla demenza portano i pazienti ad uno stile di vita sedentario, riducendo gradualmente la qualità e la quantità di attività motoria e rendendo una motivazione verso quest’ultima estremamente necessaria, per evitare la decaduta in questo circolo vizioso. Gli exergames rappresentano in questo scenario un possibile strumento di motivazione ad intraprendere esercizi stimolanti a livello fisico e cognitivo. Alcune ricerche hanno mostrato effetti positivi degli exergames su funzioni fisiche, cognizione, e funzionamento psicosociale(gli exergames spesso coinvolgono la partecipazione di altri giocatori) (Chao et al., 2015; Laufer, Dar, & Kodesh, 2014; Miller et al., 2014; Molina, Ricci, de Moraes, & Perracini, 2014; Schoene et al., 2014; Skjæret et al., 2016). Altre aree cognitive che sembrano ottenere benefici dagli exergames sono: cognizione globale, compiti visuospaziali (Yamaguchi, Maki, & Takahashi, 2011), attenzione e umore (Weybright, Dattilo, & Rusch, 2010).

Nonostante questi risultati incoraggianti, le ricerche sopra citate mostrano dei punti deboli, in particolare la mancanza di un’adeguata misurazione follow-up. Per sopperire a questa problematica, Stefanie Wiloth e colleghi (2017) hanno effettuato una ricerca usando un particolare strumento di allenamento interattivo chiamato Physiomat, utilizzato in particolare in compiti complessi di equilibrio. Il programma di intervento si è basato sul controllo cognitivo-motorio durante un programma di allenamento di gruppo per 10 settimane (1,5 ore, due volte a settimana) con un massimo di sette partecipanti. Includeva una formazione basata sul gioco utilizzando Physiomat, una formazione dual-task (camminare e contare) e apprendimento motorio. Prima di effettuare gli esercizi veri e propri, veniva somministrato un semplice training sull’utilizzo dello strumento ai partecipanti. Il principio di funzionamento di Physiomat si basa sul consentire movimenti di flessione, inclinazione e rotazione stando in piedi su una piattaforma. Questa costruzione produce uno speciale sequenza di movimento tridimensionale (sagittale, frontale, e livello trasversale).

Durante la ricerca, il gruppo di intervento veniva affiancato da un gruppo di controllo, al quale sono stati somministrati esercizi generici di attività fisica. I risultati mostrano un significativo aumento in tutti i domini motori e cognitivi nei partecipanti al gruppo di intervento.

Mostrano inoltre che l’allenamento con gli exergames è fattibile e altamente efficace nei pazienti affetti da Demenza, producendo miglioramenti sostanziali e sostenibili in attività specifiche riguardanti prestazioni cognitive motorie. Emerge anche un trasferimento di effetti positivi a compiti motori e cognitivi non allenati nello specifico durante l’allenamento, ed un mantenimento dei risultati anche dopo che si è concluso l’allenamento.

In sintesi, questo studio fornisce delle prove sul fatto che il metodo di allenamento specifico per la demenza presentato migliora le prestazioni cognitive-motorie nelle persone con demenza che va da un grado lieve a moderato.

Migliora le prestazioni sportive al ritmo della musica

La ricerca scientifica sugli effetti della musica nello sport ha individuato 5 funzioni specifiche alle quali è stato attribuito il potere di influenzare le performance degli atleti: dissociazione, sincronizzazione, controllo dell’eccitazione, acquisizione di abilità motoria e raggiungimento della trance agonistica.

 

Molto spesso capita di vedere sportivi che si isolano con le cuffiette prima di una gara, di una partita di calcio o durante un allenamento. Non è solo un modo per rendere più piacevole un momento di attesa o di sforzo fisico: diverse ricerche hanno dimostrato che la musica aiuta a migliorare le prestazioni, aumenta il controllo dei movimenti, carica, rilassa, distrae.

Si tratta di musica motivazionale, qualcosa in grado di modificare i sentimenti di una persona, trasformando la tristezza in felicità e la noia in determinazione.

Uno dei maggiori esperti in questo settore è Costas Karageorghis, professore di psicologia dello sport & dell’esercizio alla Brunel University, in Gran Bretagna. Le sue ricerche, pubblicate sul Journal of Sport & Exercise Psychology, lo hanno portato a definire l’uso della la musica nello sport paragonabile a quello di una droga legale. Ma vediamo più nel dettaglio in che modo questi studi hanno riscontrato che la musica può influenzare le prestazioni sportive.

La ricerca scientifica

La ricerca scientifica sugli effetti della musica nello sport si è sviluppata intorno agli anni 90 ed ha individuato 5 funzioni specifiche alle quali è stato attribuito il potere di influenzare le performance degli atleti, sia durante le competizioni che nelle sessioni di allenamento. Si tratta di dissociazione, sincronizzazione, controllo dell’eccitazione, acquisizione di abilità motoria e raggiungimento della trance agonistica.

La dissociazione consiste nell’effetto prodotto dalla musica di distrarre dalla sensazione di fatica e dalla percezione degli sforzi che si stanno compiendo contribuendo a creare uno stato d’animo positivo, allontanando tensioni e paure legate al risultato. Da notare che questo effetto è stato riscontrato solo nel caso di sforzi di media o bassa intensità. Dove lo sforzo è maggiore, la percezione della fatica supera l’effetto della musica che crea comunque un contesto più piacevole, contribuendo ad un maggior benessere dell’atleta.

La sincronizzazione dei battiti e del tempo della musica che si ascolta, con la successione di movimenti ripetitivi tipici di sport quali corsa, ciclismo, sci di fondo, è in grado di migliorare il rendimento dell’attività dando più regolarità al movimento, rendendolo più efficiente e prolungando la resistenza. Fornendo dei riferimenti temporali, consente all’atleta di ottimizzare la sua spesa energetica.

Il controllo dell’eccitazione deriva dal fatto che la musica altera l’eccitazione psicologica, in particolare attraverso il ritmo. Può essere utile sia per stimolare e dare la carica in vista dell’obiettivo da raggiungere, sia per calmare l’ansia, consentendo di raggiungere uno stato mentale ottimale.

L’acquisizione di abilità motorie è di particolare efficacia nei bambini, migliora la coordinazione e consente di acquisire nuove e più complesse abilità motorie, stimola il movimento e rende l’apprendimento più divertente.

Questi elementi concorrono al raggiungimento della trance agonistica ossia quel momento nel quale l’atleta sente in misura minore la fatica e produce una prestazione al di sopra dei suoi livelli abituali.

Gli effetti che l’ascolto della musica può determinare sulle prestazioni sportive ci risultano ancora più evidenti se pensiamo che in alcuni sport, come maratona e ciclismo, si è vietano l’utilizzo degli auricolari durante le gare considerandoli paragonabili all’effetto ottenuto con l’uso di sostanze dopanti.

Importante è scegliere la musica giusta

Per arrivare a questi risultati è importante la scelta della musica. Come abbiamo visto, alcune attività sportive, che possiamo definire più ripetitive, si prestano in modo particolare ad essere accompagnate dalla musica. Inoltre ci sono sport in cui l’ascolto è inteso in modo individuale e altri in cui la musica serve alla squadra per creare spirito di gruppo e sincronizzare i movimenti.

La scelta deve cadere su una musica che risulti gradita e che abbia un tempo ed un ritmo che rispecchino il tipo di attività da svolgere. Spesso si ricorre a vere e proprie playlist create appositamente per seguire un circuito di allenamento con ritmi veloci e volume più alto nei momenti in cui lo sforzo si prevede più intenso, e musiche più lente a volume più basso nei momenti di recupero.

Se utilizzate come abituali compagne di allenamento, queste playlist diventano conosciute agli atleti che sono in grado di anticiparne il flusso sonoro migliorandone ulteriormente l’effetto.

La playlist perfetta dovrebbe quindi contenere questi elementi: essere gradita all’atleta, risultargli familiare, trasmettere forza ed energia, essere in sintonia con i movimenti che si devono compiere, contenere valori edificanti e associabili allo sport quali il superamento dei limiti, lavoro e disciplina associati al trionfo.

 

Psicoanalisi e consenso: libertà e controllo sociale ai tempi del coronavirus

Le misure di contenimento dell’epidemia di Covid-19 hanno imposto una rarefazione delle relazioni umane che non ha precedenti nella nostra storia.

 

Angoscia e pandemia

La pratica clinica della psichiatria territoriale mi ha spesso portato a contatto con pazienti molto preoccupati per le malattie contagiose. In questi casi il lavaggio delle mani diventa un rituale defatigante, la disinfezione di luoghi od ambienti occupa via via gran parte della giornata, ma la serenità non ritorna, la sicurezza sfugge, le energie profuse si esauriscono senza offrire alcun conforto.

Il partner, i familiari, spesso anche il paziente stesso, avvertono le pratiche di purificazione come ridondanti ed assurde e chiedono aiuto. La società ed il sistema sanitario offrono risorse professionali. Una costellazione emotiva (contagio/infezione/purificazione) viene cioè configurandosi su un piano culturale e scientifico come un comportamento irragionevole, manifestazione di una implicita follia. Le diagnosi formulate dai clinici includono senza dubbio quelle di fobia e di ipocondria.

L’angoscia legata al contatto interumano ha sempre avuto un ruolo rilevante nelle culture umane. Nelle civiltà primitive o semplicemente arcaiche il contatto con determinati oggetti, situazioni o membri della società (il tabù degli antropologi, cfr. Douglas 1966) comportava un pericolo di tipo rituale. Nella cultura indiana il contagio rituale è incardinato alla gerarchie delle caste. Qualsiasi contatto con le caste inferiori produce una inevitabile e pericolosa impurità.

Nel corso della storia europea la rappresentazione culturale dell’impurità si è modificato profondamente. Il cristianesimo medioevale l’ha riformulata prevalentemente nei termini di un contatto sessuale impuro. L’acqua delle antiche purificazioni è stata sostituita dai riti della penitenza, non raramente caratterizzati da altrettanto evidenti componenti magiche e da un carattere di coattività.

Nelle società moderne il pericolo rappresentato dal contatto ha spesso assunto le forme di un pericolo infettivo. La paura del contagio promosso da ipotetici untori si è periodicamente sostituita alla interazione sessuale come paradigma della minaccia. Nel suo capolavoro Manzoni ci ha insegnato come le folle siano sempre pronte a scatenarsi contro minoranze innocenti, ogni qual volta la salute e la sopravvivenza fisica siano in pericolo.

Oggi, appunto, l’umanità si confronta di nuovo, dopo vari decenni, con una malattia contagiosa gravata da significativa morbilità e mortalità, soprattutto nei soggetti anziani. E la paura cresce senza sosta. Epidemiologi, opinione pubblica, media e governo si rincorrono chiedendo provvedimenti sempre più restrittivi della libertà personale.

Cresce l’ostilità tra i cittadini. Anziane pensionate non mancano di apostrofare i rari passanti rispetto al corretto uso della mascherina; agguerrite commesse dettano precise disposizioni igieniche a consumatori attoniti; cittadini zelanti denunciano alle forze dell’ordine ipotetiche violazioni delle prescrizioni governative; i giovani più dotati di competenze informatiche non esitano ad esporre alla gogna mediatica innocenti runner o bambini indisciplinati.

Senza dubbio l’agente della SARS COVID-19 ha determinato una trasformazione culturale profonda e radicale. Le misure di contenimento dell’epidemia hanno imposto una rarefazione delle relazione umane che non ha precedenti nella nostra storia. I problemi sociali ed economici che attanagliano il nostro paese sono pressoché scomparsi dal dibattito politico, mentre la ricchezza pubblica è stata profusa senza risparmio nel tentativo, peraltro non riuscito, di arrestare il progredire della pandemia.

Come ha osservato il noto filosofo della politica Giorgio Agamben (2018), l’epidemia da coronavirus ha rapidamente configurato uno stato di eccezione di fronte al quale le stesse garanzie costituzionali sono apparse come assolutamente irrilevanti, preoccupazioni superflue per giuristi perditempo. Libertà, giustizia sociale, esperienza religiosa – i valori guida attorno a cui si è organizzata la nostra collettività e per i quali sono stati versati fiumi di sangue  – hanno perso improvvisamente qualsiasi importanza.

La paura ha assunto una centralità assoluta nell’immaginario collettivo della società contemporanea. Si è rapidamente affermata l’idea che tutta la struttura sociale e l’organizzazione economica debbano essere riformulate esclusivamente in funzione del controllo del contagio.

Come nelle società primitive, contatto, contagio e paura sono ritornati al centro dell’immaginario collettivo. Le angosce ipocondriache sono traboccate dal recesso in cui il pensiero moderno le aveva relegate. Le parti fobiche della personalità hanno preso il controllo della cultura contemporanea.

Così, nelle società avanzate del XXI secolo l’ipocondria diviene pensiero ufficiale, anzi pensiero unico, e inquietanti guardiani della rivoluzione esigono dagli organi della pubblica sicurezza scrupolosi interventi censori contro ogni forma di dissenso.

I dissidenti sono stati oggetto di una feroce campagna mediatica che li associa esplicitamente agli intellettuali di area neonazista. Se questi ultimi si affannano a negare le dimensioni della persecuzione degli ebrei durante il nazismo, anche gli oppositori dello stato di eccezione sanitario sarebbero negazionisti, quindi evidentemente folli o malati.

In questo contesto alcuni settori della psicoanalisi organizzata hanno preso una posizione precisa. Hanno puntato il dito contro i dissidenti. Hanno proposto che la psicoanalisi abbandoni la sua tradizionale posizione di neutralità per assumere un ruolo attivo accanto ai tradizionali dispositivi del potere e della repressione del dissenso.

Gli psicoanalisti – osserva Austin Ratner (Ratner & Gandhi, 2020), consulente esterno della APA – hanno oggi il compito di garantire il consenso delle masse ai provvedimenti sanitari, con buona pace della neutralità analitica.. E in Italia molti psicoanalisti mediaticamente visibile si sono schierati. Massimo Recalcati (“I  paradossi della tirannia sanitaria” La Stampa, martedì 13 ottobre 2020) denuncia il rischio di quella che definisce una “sottovalutazione della dimensione clinico-epidemica del virus”. Gli oppositori del potere sarebbero solo degli  immorali ”libertini” incapace di tollerare i limiti che la saggezza delle istituzioni sa porre ad una sfrenata libertà.

In una intervista per la rete televisiva La7 Umberto Galimberti non esita a chiamare gli oppositori pazzi deliranti. “Coi pazzi non è facile ragionare. Si può persuadere chi nega la realtà che la realtà è differente? Molto difficilmente” – mentre dalle pagine del Sole 24 ore Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi invitano i colleghi psicoanalisti a fare fronte comune contro ogni forma di dissenso rispetto alla gestione della pandemia.

Lingiardi e Giovanardi non hanno dubbi: l’opposizione ai provvedimenti sanitari fa “aumentare il numero di contagi e decessi per coronavirus” ed è espressione di un funzionamento mentale primitivo, dominato dal meccanismo di difesa del diniego. La psicoanalisi dovrebbe pertanto uscire dal suo secolare ritiro e divenire “forza di cambiamento sociale” articolandosi con gli organi della sanità pubblica per rieducare e liberare dalle proprie nevrosi lo sparuto drappello dei dissidenti.

Il presidente Thanopulos della SPI mostra certo, nel suo recente contributo per l’Huffington Post, una posizione più equilibrata. Immagina una psicoanalisi che rimane in una posizione clinica, pronta a trattare le forme di diniego che impedirebbero di riconoscere la gravità del pericolo incombente ma anche gli eccessi fobici ed ipocondriaci che il clima pandemico potrebbe suscitare in soggetti predisposti.

Salute mentale e controllo sociale

Come è potuto accadere questo scivolamento? Come è possibile che la psicoanalisi si proponga oggi come utile strumento per la gestione del consenso? Per rispondere a questa domanda dobbiamo ripercorrere rapidamente la storia dei rapporti tra professionisti e prassi della salute mentale, da un lato, e controllo della devianza, dall’altro.

Possiamo iniziare il nostro excursus nel 1321. In quell’anno fonti vicine al re di Francia iniziarono a diffondere documenti che attestavano l’esistenza di un pericoloso complotto internazionale, supportato sul piano  finanziario e tecnologico dai grandi stati islamici del mediterraneo e forse dell’ebraismo internazionale. Il progetto era quello di rovesciare i sovrani legittimi dei regni cristiani ed instaurare una nuova forma di governo. Gli inquirenti non avevano dubbi sui protagonisti dell’azione sovversiva: persone ai margini della società, e particolarmente pericolose perché malate e quindi potenzialmente contagiose. Il papa non potè opporsi all’evidenza e diede via libera alle autorità civili. L’eccidio dei lebbrosi cominciò nel giugno dello stesso anno in varie città. La folla indignata partecipava attivamente all’azione repressiva, aderendo con entusiasmo alle sollecitazioni delle autorità, e se queste tardavano la strage aveva inizio senza attendere né giudice né balivo (Ginzburg, 2017, pp. 5-28).

Naturalmente, il massacro rimase incompleto. I lebbrosi superstiti furono però definitivamente reclusi in istituzioni specializzate. Foucault (1961) ci ha insegnato che la follia verrà ad occupare nel XVI secolo proprio quegli spazi di marginalizzazione e controllo che la lebbra recedendo aveva restituito alla società civile.

Come psichiatri sappiamo bene che la follia rappresenta da sempre uno spettro inquietante per la società, che viene percepita da gran parte dei cittadini come un’oscura minaccia a cui occorre porre un qualche rimedio. La narrazione della psichiatria ufficiale usa celebrare Philippe Pinel come il liberatore dei folli perché nel 1795 liberò dalle catene i soggetti affetti da malattia mentale e li sottrasse al controllo ed alla rieducazione dell’Hospital General o delle workhouses, dove era rinchiusa una variegata moltitudine di devianti senza alcun criterio di differenziazione o di trattamento. Tuttavia, l’opera di Franco Basaglia negli anni ‘50 e ‘60 ha mostrato con grande chiarezza come nell’Ospedale Psichiatrico medicalizzato le finalità di controllo sociale e segregazione fossero del tutto prevalenti rispetto alle limitate possibilità della cura.

Non possiamo affrontare in questa sede il problema del rapporto tra prassi psichiatrica e controllo sociale nel mondo contemporaneo, ma è del tutto evidente che in occidente la psichiatria svolge da sempre una funzione di controllo dei comportamento. Oggi, di fronte all’emergenza pandemica viene chiesto qualcosa di più, una sorta normalizzazione ideativa: non solo il rispetto delle norme sociali, ma la piena ed incondizionata adesione ai modelli ed ai valori proposti delle istituzioni.

Del resto, anche questa finalità più ambiziosa non è certo una novità per i servizi di salute mentale, basti pensare al ruolo svolto dalle istituzioni psichiatriche della Russia Sovietica nella repressione del dissenso (Van Voren, 2010). Nel contesto sovietico la risposta al dissenso si muoveva storicamente lungo due binari paralleli: quello giuridico e quello sanitario.

Da un lato i dissidenti erano perseguiti secondo il codice penale: l’art. 70 del Codice Penale Sovietico del 1958 prevedeva il reato di “Disordini e propaganda antisovietica”. Ad esso si aggiunse nel 1967 l’art 190-I “Disseminazione di notizie notoriamente false che diffamano il sistema politico e sociale dell’unione sovietica”.

Tuttavia, accanto ad una massiccia repressione poliziesca, il controllo del dissenso si avvaleva di strumenti sanitari. Una proporzione molto rilevante e numericamente più consistente di dissidenti veniva qualificata come portatrice di disturbi mentali e reclusa nelle istituzioni psichiatriche. Sul piano psicopatologico l’opposizione ideologica al regime veniva qualificata come delirio di riforma, su quello diagnostico veniva utilizzata l’etichetta di schizofrenia latente.

Nella società più perfetta del mondo l’opposizione al potere non poteva che essere una follia. In un discorso pubblicato dalla Pravda il 24 maggio del 1950 Khrushchev dichiarava:

Ci possono essere malattie, malattie mentali in certe persone in una società comunista Evidentemente sì. Se è così […] Di coloro che iniziano a propagandare l’opposizione al comunismo su questa base, possiamo dire chiaramente che il loro stato mentale non è normale

Il parallelismo con la severa posizione propugnata da Galimberti mi sembra davvero innegabile. Nella Russia sovietica violenza e segregazione erano strumenti abituali per garantire il consenso. Ora sono di casa anche tra noi, nella società più sana di sempre.

Qualche chiarimento

La propaganda, non meno della pubblicità, sa fare un uso sapiente del linguaggio. La ricerca psicoanalitica richiede perciò una grande precisione terminologica. Prima di proseguire la nostra esplorazione sul ruolo della psicoanalisi nella nostra contemporaneità pandemica è quindi necessario qualche chiarimento.

Il termine Diniego, traduzione letterale dell’inglese Denial, non consente di differenziare due meccanismi di difesa molto diversi: la Negazione ed il Disconoscimento. Per evitare gravi fraintendimenti è perciò necessario fare ricorso alla terminologia tedesca, così come fu usata da Freud nelle sue opere.

La Negazione (cfr. Die Verneinung, Freud, 1925) è un meccanismo di difesa dell’Io. Sottrae un contenuto alla coscienza negandolo esplicitamente. Freud offre il seguente classico esempio: “Sie fragen, wer diese Person im traum sein kann. Die Mutter ist es nicht” (“Voi chiedete chi possa essere questa persona nel sogno. Non è la mamma”, ibidem, p. 11)

La negazione opera dunque sui contenuti dell’inconscio, non sulle informazioni provenienti dalla realtà. Non sembra in alcun modo associabile al dissenso sanitario.

Il concetto di Disconoscimento o Verleugnung fu introdotto da Freud nel 1923 (Die infantile Genitalorganisation) e precisato nel 1927 (Fetischismus). Implica il rifiuto del soggetto di riconoscere una realtà disturbante od il vero significato di una percezione. Ad esempio, in Fetischismus Freud menziona due pazienti che si rifiutano di riconoscere la morte del padre.

Il Disconoscimento è un meccanismo di difesa molto primitivo che nelle sue forme più conclamate può essere osservato nelle psicosi e nelle perversioni. Il meccanismo del disconoscimento si riferisce a realtà fattuali e universalmente condivise, non a convinzioni politico-ideologiche o religiose. Non può dunque essere invocato per spiegare il dissenso dai trattamenti sanitari o più in generale la sfiducia nelle istituzioni pubbliche.

E’ appena il caso di accennare al Negativismo Schizofrenico, curiosamente chiamato in causa sui social dall’eminente collega Antonello Sciacchitano. Il Negativismo Schizofrenico è un sintomo della schizofrenia. Consiste nel rifiuto di eseguire gli ordini dell’esaminatore. E’ quindi un sintomo della volontà e non del pensiero o della cognizione.

Veniamo infine al Negazionismo della Shoah a cui con sorprendente superficialità diversi alfieri della psicoanalisi rieducativa riconducono qualsiasi opposizione ai provvedimenti sanitari. Il Negazionismo della Shoah è un’ideologia propugnata da intellettuali neonazisti. Si propone di negare le dimensioni dello stermino degli ebrei perpetrato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Dal punto di vista psicoanalitico si tratta di una strategia interpersonale con importanti componenti sadiche, che mira a ferire gli avversari politici ed ideologici nei loro valori più sacri. Non può esser considerata un meccanismo di difesa.

Come possiamo descrivere in modo realistico i movimenti che si oppongono all’ideologia securitaria? Quale terminologia può apparire appropriata? Il nocciolo dell’opposizione sanitaria è senza dubbio il Dissenso rispetto alla rappresentazione prevalente del fenomeno epidemico e alle soluzioni imposte dai media e dalle istituzioni politiche e sociali. Il Dissenso è l’atteggiamento di chi dissente dall’ideologia dominante di una determinata società.

In ogni epoca storica i cittadini tendono ad aggregarsi attorno a poli opposti: luterani e cattolici, fascisti e antifascisti, patrioti e reazionari clericali, stalinisti e dissidenti democratici, e, oggi, libertari e allineati con l’ideologia sanitaria. Tali polarizzazioni sociali possono essere spiegate in termini psicoanalitici come espressione di meccanismi di scissione e proiezione delle proprie angosce sull’avversario.

Per quanto riguarda in particolare gli oppositori, i dissidenti rispetto alle politiche governative e all’organizzazione sociale prevalente, non si può escludere un’identificazione masochistica. Questo è ben evidente nelle forme più estreme del dissenso: i cristiani che affrontavano il martirio, gli eroi del risorgimento, Solzhenitsyn nel Gulag o Catone che sceglie la morte piuttosto che rinunciare alla libertà.

Nel prossimo paragrafo cercheremo di formulare un modello più articolato che ci aiuti a comprendere la specifica spaccatura che si è creata nella nostra società e la violenza per ora solo verbale con cui si confrontano i due schieramenti.

Virus biologici e virus emotivi

Cosa è successo all’uomo contemporaneo? Come può un’intera società ammalarsi di paura? Può la psicoanalisi contribuire a comprendere i cambiamenti che la pandemia ha determinato nella nostra vita e lo straordinario consenso che l’ideologia del distanziamento sociale ha incontrato in gran parte dell’ecumene?

Gli studi e le esperienze di Wilfred Bion (1961) durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale hanno illuminato in modo straordinariamente originale i comportamenti regressivi nei gruppi. Quando un gruppo attraversa un momento di difficoltà ed impotenza regredisce a modalità di funzionamento primitive in cui lo scambio emotivo e la ricerca della verità sono sostituti da pregiudizi e imperativi categorici. Bion chiama questa configurazione assunto di base. Sotto questo punto di vista l’invasione dello spazio sociale da parte di un irresistibile sentimento di paura può essere associato nella terminologia di Bion all’assunto di base di attacco e fuga, in cui le fantasie inconsce condivise nel gruppo sono annichilite da un generale sentimento di minaccia.

Nelle viscere della società contemporanea si cela dunque un pericolo enigmatico ed inquietante. Cosa terrorizza l’uomo moderno? Perché minacce socialmente altrettanto o forse ancor più gravi, come il terrorismo, l’inquinamento atmosferico od il cancro non hanno un impatto sulla vita emotiva delle collettività minimamente paragonabile a quello di una malattia infettiva? Quale oscura risonanza può evocare un virus respiratorio nell’immaginario occidentale?

Per rispondere a queste domande occorre anzitutto ricordare che il moderno si è costituito attorno ad una ben precisa opzione epistemologica: l’adozione ormai plebiscitaria di un materialismo estremo. Ciò ha inevitabilmente comportato una marcata sottovalutazione delle esperienze emotive e del loro ruolo nelle società umane e nella vita degli individui. In particolare, il dolore connesso con le esperienze di separazione è stato ed è oggetto di una negazione particolarmente accanita.

Ora, il ciclo della vita comporta un inevitabile carico di dolore emotivo. La crescita implica più o meno traumatiche separazioni. L’invecchiamento compromette i ruoli familiari e sociali degli adulti. Anche nella società ipermedicalizzata degli antibiotici, dei vaccini e dei trapianti, la malattia e la morte restano implicite nella condizione umana e lasciano una inevitabile scia di sofferenza nella famiglia e nella comunità.

Proprio attorno a queste esperienze di lutto e separazione la cultura contemporanea ha tentato di costruire un muro impenetrabile, ricorrendo a massicci meccanismi di negazione. Ha isolato e sterilizzato la morte dentro contenitori ospedalieri. Ha nascosto i cadaveri in remoti forni crematori.

Sappiamo tutti quale impatto abbiano avuto queste strutture culturali sulle misure di contenimento del coronavirus. Del resto il distanziamento tra le generazioni, ma anche all’interno della coppia, che caratterizza in modo così evidente la società contemporanea, è iniziato molto prima che i virologi evocassero lo spettro del contagio intrafamiliare.

La progressiva e ormai definitiva affermazione della famiglia nucleare e il diffondersi del modello celibatario permanente riflettono la paura e il disagio nei confronti delle relazioni interpersonali intense, e rappresentano una risposta estrema ai conflitti interpersonali e coniugali.

Eppure non è possibile alcuna interazione umana senza un significativo scambio di emozioni: gioie ma soprattutto dolori. I contatti che avvengono nella coppia e nella famiglia, non trasmettono solo virus, ma anche un inevitabile carico di ansia, dolore, conflitti e paure. Ecco il contagio che atterrisce veramente l’uomo contemporaneo: le emozioni che si generano nell’interazione interpersonale.

Ma da questo contagio non può difenderci nessuna, per quanto accurata, misura di sicurezza, nessuna mascherina chirurgica con o senza valvola. Dalla fatica delle relazioni interpersonali può liberarci definitivamente solo l’autismo più assoluto. O la morte.

Lo psicoanalista e la libertà

La psicoanalisi nasce in aperta contrapposizione al moralismo ipocrita dell’Europa puritana. Freud fu sempre convinto che l’energica opposizione incontrata dalla psicoanalisi nella cultura a lui contemporanea dipendesse proprio dalla libertà con cui aveva saputo esplorare la sessualità umana. Anche oggi la psicoanalisi è la disciplina ed il luogo dove ha voce chi non ha voce, dove l’inconscio acquisisce un insperato diritto di parola. La psicoanalisi è disciplina eversiva.

Al di là delle posizioni di ciascuno nella realtà tragica in cui siamo immersi credo sia fondamentale ricordare sempre che il lavoro psicoanalitico necessita una rigorosa posizione di neutralità rispetto alle vicende sia cliniche che sociali. In Tatbestabdsdiagnostik und Psychoanalyse (1906) Freud spiegò come la psicoanalisi sia una scienza sui generis del mondo interno, cioè dei desideri e delle rappresentazioni che popolano l’inconscio del paziente. La psicoanalisi non ha alcuna competenza rispetto alla verifica della realtà fattuale. Non può dare ragione o torto ad alcuna posizione politica o ideologica.

Freud osservava che la psicoanalisi è mossa dall’amore per la verità (1937, p. 94). Tuttavia la verità psicoanalitica non è mai quella oggettiva, quella con la V maiuscola, è sempre e solo una verità soggettiva, o meglio diadica, che ciascuna coppia analista-paziente costruisce in un faticoso percorso. E per raggiungere questa verità lo psicoanalista è chiamato a non abbandonare mai una posizione di rigorosa neutralità rispetto all’oggetto della propria indagine. Non c’è dubbio: lo psicoanalista non potrà mai mettere le proprie competenze professionali al servizio di alcuna ideologia o modello sociale, per quanto prezioso per la collettività, senza tradire la propria etica professionale.

 

I fattori che ostacolano e favoriscono la Mindfulness in pazienti con Disturbo Bipolare

Il disturbo bipolare (BD) è un disturbo dell’umore grave e cronico caratterizzato da ricorrenti episodi depressivi, (ipo) maniacali e/o episodi misti.

 

Il disturbo bipolare si associa ad alti livelli di stress psicologico (Davis e Kurzban 2012), auto-colpevolizzazione (Valtonen et al. 2007), ideazione suicidaria (Valtonen et al. 2005) e una scarsa qualità della vita (Pascual-Sánchez et al. 2019). Oltre agli interventi psicosociali e farmacologici esistenti, c’è un crescente bisogno di ulteriori interventi per aiutare questi pazienti ad affrontare la loro malattia, per ridurre il rischio di ricaduta e per migliorare il benessere sociale e psicologico e la qualità della vita (Farkas 2007).

La Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT) potrebbe essere un promettente intervento per questa tipologia di pazienti per la riduzione dei sintomi depressivi residui, delle difficoltà attentive, dei problemi di regolazione emotiva, il benessere psicologico, l’effetto positivo e il funzionamento psicosociale (Deckersbach et al. 2012). Implica la pratica dell’essere presenti “nel momento” e un atteggiamento di accettazione non giudicante. La MBCT è stata sviluppata per ridurre le ricadute in persone con una storia di disturbo depressivo maggiore (Segal et al. 2002), ed è efficace nel ridurre il rischio di ricadute e recidive (Kuyken et al. 2016). Precisamente, migliora il riconoscimento, il decentramento e il disimpegno da schemi di pensiero ruminativi, sviluppando meta-consapevolezza e auto-compassione (Segal et al. 2012). Inoltre, sembra essere promettente nell’aiutare i pazienti a far fronte a gravi malattie mentali, come il BD (Lovas e Schuman-Olivier 2018). Nello specifico, Una recente revisione sistematica ha dimostrato un effetto positivo della MBCT su ansia, sintomi depressivi residui, regolazione dell’umore e riduzione dei sintomi maniacali in persone con BD (Lovas e Schuman-Olivier 2018). Nonostante la crescente ricerca sull’efficacia della MBCT nel BD, ci sono solo pochi studi che indagano la fattibilità, le barriere e i facilitatori che le persone con BD sperimentano partecipando alla MBCT.

A questo scopo, Hanssen e colleghi (2020) hanno condotto uno studio qualitativo su pazienti ambulatoriali (N=16) (Silverman et al. 2013). Questi sono stati formati sulla MBCT per la depressione ricorrente, adattata alle esigenze di pazienti con disturbo bipolare: è stata inclusa una parte psico-educazionale sui sintomi (ipo)maniacali e depressivi; lo spazio di respiro della durata di 3 min è stato anticipato e ripetuto più spesso nel programma; i possibili partner sono stati coinvolti nella sesta sessione; infine, gli esercizi di movimento sono stati ripetuti più frequentemente (Hanssen et al. 2019). La formazione consisteva in 8 sessioni settimanali di 2,5 ore, più un giorno di riposo. Inoltre, i partecipanti sono stati istruiti a praticare 45 minuti al giorno gli esercizi di mindfulness guidati e a completare gli homework in un Workbook. Il training era condotto da un insegnante qualificato in coppia con un infermiere specializzato nella cura delle persone con BD. Entro 3 mesi dal completamento della MBCT, i partecipanti sono stati invitati a partecipare a un’intervista individuale faccia a faccia. Prima di iniziare le interviste, la Altman Self-Rating Mania Scale (ASRM) (Altman et al. 1997) e il Quick Inventory of Depressive Symptomatology-Self Report (QIDSSR) (Rush et al. 2003) sono stati somministrati per verificare la presenza di sintomi (ipo)maniacali e depressivi. L’intervista semi-strutturata era composta da domande del tipo “nella sua esperienza, quali cose le hanno reso più facile partecipare alla formazione? E quali gliel’hanno reso più difficile?”.

L’analisi dei dati ha identificato quattro grandi categorie di facilitatori e barriere percepite: (1) formazione, intesa come setting, (luogo, spazio, tempo), contenuto (fisico, sessione, materiali, compiti a casa), insegnante e gruppo di pari; (2) fattori psicosociali, inteso come parenti stretti, contatti sociali, tempo libero e lavoro; (3) caratteristiche personali, inteso come personalità; e (4) disturbo bipolare, inteso come sintomi (ipo)maniacali e depressivi. I risultati hanno mostrato che la maggior parte dei (sotto)temi agisce sia come facilitatore che come barriera, solo alcuni hanno agito unicamente come barriera.

Tra i fattori facilitanti vi erano: una buona accessibilità al training; un’ambiente naturale e tranquillo e la presenza di materiali, precisamente la presenza della cartella di lavoro; la sesta sessione, in cui vi partecipavano partner o parenti stretti; la respirazione e la camminata consapevole; l’adozione di un approccio flessibile da parte degli insegnanti a seconda dello stato d’animo attuale dei partecipanti, pronti a fornire eventualmente un supporto aggiuntivo; il fatto che l’insegnante fosse ben informato sul BD; i compiti a casa come parte della formazione sono stati considerati utili, anche se la maggior parte ha riferito che fossero eccessivi; la formazione fatta in gruppo ha stimolato il supporto tra pari, favorendo un atteggiamento di apertura e di sicurezza, inoltre il fatto che ogni partecipante riconoscesse i propri problemi negli altri è stato motivo di conforto.

Riguardo agli aspetti psicosociali, facilitante è stato il supporto pratico e mentale ricevuto dai parenti stretti: l’assunzione di più compiti da parte loro così da lasciare che il partecipante si impegnasse di più nella formazione, il ricordare al paziente di svolgere gli homework, o semplicemente l’assunzione di un atteggiamento non giudicante nei confronti della MBCT. Altri facilitatori sono stati il sostegno emotivo nel modo di condividere l’entusiasmo e l’esperienza positiva con la mindfulness da parte di amici e conoscenti (contatti sociali), il fatto di avere abbastanza tempo a disposizione per partecipare alla formazione, l’assunzione di una mentalità positiva, ovvero avere un’aspettativa positiva nei confronti della mindfulness, o addirittura non avere alcuna aspettativa. Coscienziosità, curiosità, perseveranza e prendersi cura di se stessi erano facilitatori per quanto riguarda il sottotema personalità. Infine, facilitanti sono stati i momenti di formazione fissati quotidianamente sempre alla stessa ora, così come il giorno di riposo. Quest’ultimo risultato è stato inaspettato, in quanto gli insegnanti ritenevano che il giorno di riposo sarebbe stato troppo lungo per i pazienti bipolari, a causa dei problemi di attenzione e concentrazione indipendenti dal loro stato d’animo (Wingo et al. 2009). Al contrario, i partecipanti hanno riferito che la giornata di pausa li ha aiutati ad approfondire la loro pratica di meditazione e a comprendere di più i loro modelli comportamentali.

Tra i fattori – barriera troviamo: il luogo in cui avviene, ovvero se era interno o vicino all’ospedale ricordava ai partecipanti i ricoveri precedenti; la scarsa grandezza del luogo in cui avveniva la formazione, responsabile dell’essere troppo vicini agli altri partecipanti, la mancanza di pulizia e di luce; l’assenza di severità dell’insegnante riguardo ai compiti e alla partecipazione; disinteresse dei membri della famiglia, nei confronti del training; la mancanza di tempo dei partecipanti da dedicare alla formazione; il lavoro; l’assunzione di una mentalità negativa o erronea (es. pregressa credenza che tale pratica coincidesse con il rilassamento); la considerazione della mindfulness come un qualcosa di isolato dal resto della propria vita. Per quanto riguarda le caratteristiche personali, tra le barriere sono state riportate la tendenza a pensare piuttosto che a fare, l’incapacità di concentrarsi e la repressione dei sentimenti (es. un partecipante ha riferito di usare la formazione come una fuga dai sentimenti). Anche la difficoltà nel prendersi del tempo per se stessi e rilassarsi, la mancanza di perseveranza e di auto-accettazione hanno reso più difficile per i partecipanti frequentare il corso.

Infine, è emerso che i sintomi depressivi hanno agito da barriera durante il training, soprattutto a causa della mancanza di energia, concentrazione e diminuzione della motivazione, suggerendo che durante questa fase le persone con BD potrebbero aver bisogno di un supporto aggiuntivo (es. aiuto per svolgere gli homework). La presenza di sintomi (ipo)maniacali attuali, invece, può agire sia come facilitatore che come barriera. Probabilmente perché i sintomi (ipo)maniacali esistono su un ampio spettro con diversi livelli di compromissione e gravità (American Psychiatric Association 2013): quando i pazienti si trovano all’estremità bassa dello spettro maniacale, durante il quale sperimentano una maggiore energia e concentrazione, ma nessuna compromissione funzionale, potrebbero essere più motivati a praticare la mindfulness. D’altra parte, quando le persone con BD sono all’estremità superiore dello spettro maniacale e hanno difficoltà di concentrazione, potrebbero avere più difficoltà a fare gli esercizi. Infine, l’umore eutimico può agire sia come un facilitatore durante la MBCT, sia come una barriera: i partecipanti sentono meno urgenza di praticare la mindfulness quando non sperimentano alcun sintomo dell’umore. Pertanto, la MBCT è assolutamente attuabile in pazienti con disturbo bipolare, a patto che venga utilizzato un approccio flessibile e sensibile alle oscillazioni dell’umore di questi pazienti.

 

Ricordo di Roberto Lorenzini

Ci ha lasciato tristemente, oggi per me che scrivo e ieri per voi amici e amiche che leggerete raccolti, Roberto Lorenzini. Roberto è stato una figura fondante di quel cognitivismo clinico italiano così caratteristicamente interessato e quasi avvinto alla storia personale dei pazienti.

Non tra i primissimi come Guidano e Liotti ma tra i primi, egli fu uno dei maggiori. Insieme a Sandra Sassaroli applicò i costrutti personali di Kelly e la teoria dell’attaccamento di Bowlby al disegno dei Cattivi Pensieri -titolo di uno dei suoi più bei libri- che sempre ammalano la vita dei pazienti. Riesaminò le quattro organizzazioni di personalità di Guidano e Liotti del 1983 in tre più economici stili di conoscenza e, così ribattezzate, le rese più combaciate con la razionalità dell’architettura del cognitivismo di Aaron T. Beck. Non si limitò a togliere come lo scultore ma seppe anche aggiungere come il pittore, aggiungendo -sempre insieme a Sandra Sassaroli- alla quaterna guidaniana e liottiana del fobico così inadeguato alla vita, dell’ossessivo sempre colpevole, del depresso profondamente non amato e del dappico disperso e indefinito una nuova dimensione: lo stile di conoscenza ostile, aprendo così -per primissimo con Sassaroli e non solo tra i primi questa volta- già nel 1987 l’esplorazione degli aspetti aggressivi del paziente e precedendo in questo Perris, Semerari, Liotti e Dimaggio che solo in seguito si sarebbero interessati al paziente cosiddetto difficile.

Spesso è stato notato come fosse avvenuto al tempo della generazione di Lorenzini l’ingresso di questo nuovo paziente dalla sensibilità irritabile e aggressiva nelle stanze dei terapeuti e probabilmente fu Roberto a osservare questo nuovo personaggio. Grazie a lui possiamo inquadrare con più precisione nel tempo questo avvento: dopo il 1983 ma prima del 1987, quando Lorenzini e Sassaroli ne scrissero nel loro primo classico, la Paura della Paura. O forse la memoria tradisce e l’intuizione apparve nei Cattivi Pensieri del 1992? Forse l’affetto induce ad anticipare l’innovazione di Roberto? Purtroppo, non c’è tempo per controllare stasera e in ogni caso la data posticipata non toglierebbe la primazia.

La sua opera raggiunse la fioritura nel 1995, quanto pubblicò Attaccamento, Stili di conoscenza e Disturbi di Personalità in cui fuse insieme -ancora una volta insieme a Sandra Sassaroli- questi tre concetti, sui quali a lungo aveva meditato, in una forma definitiva. In quel libro -che non fu del tutto apprezzato da Liotti (com’era inevitabile e giusto che fosse, dato che diversamente quei due maggiori vedevano il mondo e la conformazione della mente ma noi che assistemmo alla tenzone non ne fummo del tutto felici poiché “Vorremmo sempre che i nuovi amici conoscessero i vecchi; / siamo feriti quando l’uno o l’altro si mostra freddo / e c’è del sale negli affetti del cuore”)- in quel libro conoscenza e personalità trovarono il loro finale radicamento in una relazione di attaccamento che però si scandiva in una più razionale relazione di apprendimento, secondo la visione di Lorenzini e Sassaroli, e probabilmente in quell’intarsio razionale si annidava il nodo che aveva irritato la sensibilità emotiva di Liotti, generando la sua collera non sempre ben contenuta. Infine, uscì nel 2000 la Mente Prigioniera che fu la traduzione clinica del modello di Lorenzini e Sassaroli e insieme fu il loro ultimo sforzo congiunto.

Poi si separarono. Sassaroli svoltando verso il funzionalismo dei processi, interessandosi al rimuginio (concetto col quale Sassaroli molto ha insegnato), Lorenzini volteggiando tra le teorie naif del paziente -ovvero i modi personali del paziente di spiegarsi il suo malessere e che raccontò in saporiti casi clinici che pubblicò assiduamente su State of Mind-, le esplorazioni dei deliri psichiatrici i più folli ma sempre visti con occhio cognitivo -in compagnia questa volta di Brunella Coratti (in questo elogio funebre non si può non calcare questa di Roberto non diffusa capacità, rarissima nella sua generazione, di saper lavorare cameratescamente con le donne)- e un finale ritorno a un certo emozionalismo liottiano maturato in un casuale eppure destinato incontro finale tra i due: Liotti e Lorenzini si ritrovarono nelle corsie di un Ospedale che ospitava quelle loro severe rispettive malattie che tanto tormentarono i loro ultimi anni e che li hanno portati via, a breve distanza l’uno dall’altro. Fruttuoso fu quell’incontro che, se la memoria non tradisce, maturò una loro congiunta pubblicazione, solitaria e finale.

Non sarebbe tuttavia completa questa rievocazione se non parlassimo dell’umorismo di Roberto Lorenzini, questo folletto che rallegrava le notti di mezza estate dei congressi di psicoterapia come un Puck o ravvivava come un Cherubino le folli giornate di quegli stessi congressi. Molti ricordano il suo salace e boccaccesco umore di puer aeternus che si alternava a una malinconia di senex libidinosus (a ogni età Roberto non poteva esimersi dall’esprimere il suo lato boccaccesco) ma disincantato e disilluso. Forse un po’ troppo disilluso, a dire il vero, forse un po’ troppo proclive nei suoi ultimi giorni a una saggezza clinica pessimisticamente insofferente di qualsiasi regolazione, i famigerati protocolli respinti con orrore: ma va bene così. Chiudiamo recitando i versi iniziali della poesia già prima accennata, poesia sugli amici che ci lasciano, versi fin troppo adatti al triste momento:

 

Ora che in casa siamo quasi sistemati
nominerò gli amici che non possono cenare con noi
accanto al fuoco di torba dentro l’antica torre
e dopo aver chiacchierato fino a tardi, arrampicarsi
su per la stretta scala a chiocciola per andare a dormire.
Scopritori di verità dimenticate
o semplici compagni della mia giovinezza, tutti,
tutti stanotte ho nel pensiero, perché sono morti.

 

(William Butler Yeats “In memoria del Maggiore Robert Gregory” in “I cigni selvatici a Coole”, BUR, Rizzoli, 1989)


Sandra Sassaroli e Roberto Lorenzini
Sandra Sassaroli e Roberto Lorenzini
Roberto Lorenzini e Sandra Sassaroli
Roberto Lorenzini e Sandra Sassaroli (Intervista del 2014)

Bianco e nero, un viaggio verso la donna

La donna per secoli è stata colpita in quanto appartenente al “sesso debole”; le violenze venivano approvate dall’intera società nelle varie epoche e periodi storici. La rivoluzione è possibile e dovrebbe iniziare a livello educativo, nel cercare di capire quali idee e modi di pensiero passiamo ai nostri figli.

 

La società è da sempre in lotta continua con sé stessa, ma, a prescindere da questo continuo dinamismo, su certi argomenti che pure sono continuamente richiamati da fatti di cronaca, non c’è quasi mai nulla di nuovo sotto il sole. Questo perché i cambiamenti, facilmente, avvengono in superficie, lasciando escluse le profondità. La società, nel suo intimo, può cambiare, ma non certo a passi galoppanti, l’essere umano, prima, ha bisogno di mordere la nuova realtà che si va a costruire, per poi poterla ingoiare, digerire e infine assorbire, solo in un secondo tempo. Un infante appena nato ha bisogno di cure costanti per uno sviluppo ottimale e la nostra specie è ben rappresentabile sotto la forma di un “infante perenne”, che ha bisogno di continui stimoli culturali per mettere in discussione le idee e i pensieri già acquisiti e già trasformati in abitudine.

Quest’epoca, come ogni altra, deve affrontare almeno qualcuno di questi “demoni”, di questi stati inerziali del pensiero, che ci trasciniamo da tempo; uno di questi, per giunta particolarmente attuale, è il maschilismo.

Tanto è stato scritto per una donna, se non per “la donna”: fiumi di lettere e poesie, dove essa o era angelo o tentazione, ispirazione o ignoranza e distrazione. Stereotipi portati avanti sino allo sfinimento, un gesto creativo ribaltato negli esiti che trasforma il nulla in realtà col peggiore dei risultati possibili.

Vittime che attraversano l’intero corso della storia, in ogni ambito, da quello religioso a quello letterario e artistico, ma anche quello politico, donne che, a dispetto della memoria a loro concessa, non hanno mai avuto il diritto di esistere in modo indipendente, ma solo coesistere, in quanto appoggiate o affiancate da qualche figura maschile.

I miti soffiano anche da altri punti cardinali: se la donna non ha autonomia e capacità di per sé stessa è però necessariamente “buona, e gentile”, premurosa, quasi benedetta dall’istinto materno, una costante questa potentissima, da non renderla nemmeno lontanamente paragonabile ad un uomo e tantomeno, quindi, poterla portare a volere e desiderare ciò che, secondo un “razzismo” parallelo è invece considerato uno standard per l’universo maschile.

In poche parole: se non corrisponde a qualità positive, ma stereotipate, o se non diviene posseduta da “potenze negative” (solitamente legate alla sfera sessuale), simbolo di sventura, la donna è sempre dipendente dalla mascolinità: di nuovo, lontano da costruzioni ideali, non esiste la donna in quanto essere concreto, vivo e soprattutto unico.

O tentatrice, o donna “angelicata”.

Tutti questi schemi di giudizio, nei quali le donne vengono incastrate, ci vengono insegnati fin da piccoli. Sono pochi coloro che si soffermano sull’educazione data alle persone di ambo i sessi (cosa che contribuisce alla percezione delle differenze di genere) fin dalla tenera età, in modo da notare come essa crei contrasti culturali che, sempre, necessitano di lotte dure e faticose nel tentativo di risolverli o almeno di contenerli.

La donna, per secoli è stata colpita, picchiata, nascosta, denigrata, emarginata in quanto appartenente al “sesso debole”; violenze che venivano approvate dall’intera società nelle varie epoche e periodi storici, perché no, la colpa non sta solo nel maschio (quando violento), ma anche (soprattutto?) nella donna!

Un genere descritto in extremum, o santa o puttana, un bianco e nero senza sfumature, dove tutto ciò che rimane, in mezzo a questa cascata di toni macabri, diventa piatto e spietato.

Il non riconoscimento verso la suddetta figura purtroppo è presente anche nei dizionari, quelli che la cultura, letteralmente, la fanno; cultura che, però, a volte non è solo ciò che illumina e segna il passo, così come viene recepita e immagazzinata nelle nostre memorie, ma che finisce col rappresentare anche la faex dell’umanità.

Solo pochi mesi fa Maria Beatrice Giovanardi diede inizio ad una petizione contro il prestigioso Oxford Dictionary ove i sinonimi della parola donna riportavano le testuali parole: zoccola, puledra, cagna, chiedendo l’eliminazione di queste offese, o “retaggi sessisti” se vogliamo usare parole di gergo più altolocato. L’iniziativa raccoglie in breve tempo 30.000 firme, cambiando così la storia: un dizionario prestigioso cambia alcune delle sue (lesive, in questo caso) definizioni, ed insieme a lui anche Google, Yahoo, Bing.

L’autrice esclama

[…] mi sono accorta che, a differenza di altri testi, Oxford Dictionary avvicinava il sostantivo a sinonimi dispregiativi, che descrivono la donna come un peso o come una poco di buono.

Battaglia, questa volta vinta, ma la guerra?

Nelle scuole, nel resto del mondo, la situazione è apparentemente invariata rispetto a prima.

Ne è testimonianza la storia della Tik Toker Italiana Raissa Russi, che, in una trasmissione, affronta la tematica della violenza verso le donne, nel suo caso anche verso le bambine. A 13 anni viene chiamata dal preside e le viene suggerito di non fare “la mignottina”, questo in quanto, per la direzione scolastica, lei era “troppo esuberante”, e questo avrebbe invitato i ragazzi ad allungare le mani.

Tutto ebbe inizio da una pacca sul sedere e, ovviamente, la colpa era di lei che l’aveva suo malgrado ricevuta: “se l’era cercata”. Lei veniva rimproverata e i ragazzi giustificati con le testuali parole: “maschietti”, “stupidini”, “furbetti”.

Nel 2020 una maestra viene licenziata perché un uomo diffonde le sue foto nuda che lei gli aveva mandato quando si frequentavano. Anche in questo caso la colpa è sua: lei non doveva, l’uomo (invece) è fatto così. Va capito.

Le statistiche offrono dati poco consolanti, da ogni angolo del mondo, di come durante il lockdown, il numero di episodi correlati a queste forme di violenza, invece che diminuire sia aumentato. Una giovane ragazza è stata uccisa dal compagno, con la “colpa” di aver portato il Covid a casa: lei, futuro medico, non doveva permettersi di andare a lavorare nelle strutture preposte al trattamento dei casi di Covid. Un uomo, anche in questo caso, decide cosa è buono e giusto per una donna.

La violenza non è solo fisica, anzi, in tanti casi è subdola, psicologica, fatta da uomini che eliminano ogni amicizia della propria compagna, ritenendo tutte le frequentazioni di lei alla stregua di persone dannose, se dello stesso sesso, o intenzionate solo “a provarci”, se del sesso opposto. Così che l’oggetto d’amore rimanga una proprietà unica del compagno e della sua “virilità”.

Se facciamo un viaggio addietro nella storia noteremo quanto anche alcune figure femminili, benché famose, abbiano sempre avuto poco peso e poche menzioni: la loro fama era non di rado legata e subordinata alla presenza di una figura maschile.

Già Cleopatra non veniva descritta come una grande regina dai suoi contemporanei, ma piuttosto come una puttana, disprezzo che però non coinvolge gli uomini con i quali ebbe a che fare: loro erano uomini, giustificati agli occhi dei popoli e della storia non si sa per quale merito specifico. Lucrezia Borgia venne denigrata e calpestata, con appellativi come “strega”, “colei che usava veleni” e mai elogiata per la sua cultura e intelligenza.

Anche Maria Maddalena venne associata alla figura della prostituta, un “bullismo” che tocca quindi anche le figure sacre, se di sesso femminile.

Tornando al presente, giusto poche settimane fa, la modella italiana Paola Turani ha fatto notare nel suo profilo instagram un articolo di TGCOM24 dal titolo: Sofia Richie fa la “maialina” in riva all’oceano. Maialina.

La modella Sofia Riche era in vacanza alle Bahamas alla baia di Pig Beach, in cui notoriamente compaiono e sono ben accetti dei maialini selvatici. Fin qui tutto ok. Peccato che, all’interno dell’articolo, si trovi una foto che ritrae la giovane ragazza, in compagnia di un’amica, vicino proprio a dei porcellini. I problemi cominciano con la descrizione della scena operata dal “giornalista” di turno, scena descritta con queste parole:

le due ragazze si divertono a giocare con loro dentro e fuori dall’acqua, come due vere maialine.

Dopo aver condannato il gesto vergognoso su Instagram con l’aiuto dei suoi follower e della sua influenza l’articolo è stato cambiato con tanto di doverose, quanto tardive scuse.

Purtroppo, non è la prima volta che simili scritti sopravvivano al buon senso degli editori, anzi, con lo stesso principio, quante volte è capitato che un uomo non accetti che la compagna faccia la modella (se le foto sono nudo o semi nudo ancora peggio!) e quante volte la frase che immancabilmente, come da fotocopia, accompagna questo modo di pensare è la medesima?

Se una donna fa foto nuda non ha rispetto per il suo corpo, figurati per il proprio partner, una donna che vale poco o nulla.

Concetto spesso ripetuto, non a caso, in contesti di fondamentalismo religioso, a prescindere dalla religione seguita.

Anche il vestiario femminile viene immancabilmente messo in discussione, tanto nelle cronache giornalistiche quanto nei discorsi che possiamo sentire a tutti i livelli della società. Facilmente la donna, se troppo coperta, è imbarazzata, sottomessa ad una religione o, come si sente comunemente dire, “suora”.

Viceversa, se questa si scopre è troppo esuberante, provocante, libertina, insomma… “puttana”. Usare i termini che vengono usati comunemente, per quanto offensivi, rende meglio l’idea.

Sono ormai noti a tutti casi in cui donne in minigonna che hanno subito violenze sono state incolpate o il loro vestito è stato considerato un’attenuante per la violenza subita, persino in tribunale.

Sono diffusi anche modi di pensare in cui la bellezza della donna deve essere nascosta, o perché la bellezza è considerata tentatrice o perché l’uomo che frequentano la considera a stregua di sua proprietà privata, insieme alla donna che se la porta addosso. Un’auto con relativa carrozzeria, insomma.

Sempre a tema, possiamo facilmente notare come, spesso, la descrizione delle donne parta dal loro modo di vestire, anche se si parla di eventi prestigiosi.

“Che vestito di classe”, “stile glamour, elegante”, “con che stile risalta le sue curve”.

Per l’uomo invece si parla piuttosto delle sue parole o della sua performance, di questi aspetti legati all’abbigliamento, invece, molto raramente.

È una disuguaglianza anche questa. La donna è bella. L’uomo soprattutto è capace.

Si passa da un estremo all’altro con la costante di non considerare la donna come ente autonomo in grado di fare scelte consapevoli.

La donna è vissuta come simbolo di purezza e verginità, paragonandola alle figure sacre o, se se ne allontana l’esatto opposto.

Ma quali conseguenze psicologiche nella donna in seguito a maltrattamenti verbali, fisici ed emotivi?

Gli effetti fisici sono tra i più evidenti, dalla lesione alla morte. La violenza fisica può portare con sé insonnia, dolore cronico, problemi alla salute, anche nella sfera riproduttiva. Le donne che subiscono violenza domestica hanno un alto tasso di aborti spontanei, anche perché la gravidanza spesso coincide con l’inizio o con un peggioramento della violenza.

Gli effetti della violenza psicologica sono più difficilmente individuabili, specie ad uno sguardo superficiale, e, al tempo stesso, anche molto difficili da portare con sé. Troviamo depressione, panico, ansie, fobie e stress. Elementi questi che possono spingere una persona verso il suicidio, persona che, per reggere la situazione nella quale è compressa, sovente inizia ad abusare di sostanze, fra cui spiccano per frequenza: alcool, droghe “leggere” e “pesanti”, ma soprattutto tranquillanti e antidolorifici.

Le donne che non hanno subito direttamente violenza fisica, ma piuttosto psicologica, si sentono sovente fallite e presentano bassa autostima: si sentono impotenti e provano sensazioni di inutilità. Rivivono le situazioni dolorose attraverso flashback di ricordi, cosa che porta con sé tanta difficoltà di concentrazione. Perdono la fiducia in loro stesse, vedono il comportamento del proprio partner come qualcosa che si meritano, come un qualcosa di cui hanno bisogno per essere educate, perché loro “non capiscono” e quindi devono dipendere dal partner, come se questi fosse una specie di insindacabile “guru”.

Anche se subiscono un annullamento della loro persona (cosa che è in tutto e per tutto una vera e pesante forma di violenza) non riescono più ad avere una visione anche solo minimamente oggettiva di quello che stanno passando.

Incapaci ormai di riconoscere i danni subiti dalla loro persona queste donne non smettono di cadere in un abisso in cui verranno sempre più costrette al silenzio o a dover assecondare, come verità assoluta, tutto ciò che il partner afferma.

Partner da cui, per “ricompensa”, verranno oltretutto sempre colpevolizzate.

Frasi tipiche di queste situazioni sono: “se sei arrivata qui è grazie a me”, “ho annullato tutto per te” .

Anche l’intimidazione è un elemento molto usato nel tentativo di controllare la propria partner, con frasi come: “ti mollo perché questo comportamento non va bene”.

Se una donna ha figli non si sentirà adatta a prendersi cura di loro e a proteggerli, in quanto ha sviluppato una dipendenza dal partner e si sente l’anello debole della famiglia, questo spiega come mai, in tanti casi di cronaca, in cui il marito abusa della figlia o del figlio, la moglie si riduca al silenzio e alla negazione dei fatti.

Come capire la violenza?

Ci sono delle costanti che vanno considerate in molte situazioni psicologiche per capire se si sta agendo correttamente. E anche nel caso di violenze di tipo fisico o psicologico queste possono rappresentare una via di uscita.

La prima è chiedersi se le proprie abitudini sono cambiate. Se la risposta fosse sì, allora bisognerebbe chiedersi se ciò abbia portato ad un benessere psicologico maggiore o inferiore.

Sono cose difficili da valutare, ci si può porre delle domande come “sono felice?”, “mi sento libera?”, “mi sento giudicata?”, “Ho paura delle reazioni degli altri?”.

Se qualcosa non va queste domande possono darci però qualche indizio per iniziare a capirlo.

Un’altra domanda da porsi è “sono isolata?”, “ho una serie di persone con cui mi sento libera di parlare e confidarmi, pur non sentendone per forza la necessità costante?” “Non ho paura dei giudizi quando esprimo cose che mi riguardano?” Attenzione ai campanelli di allarme. Se la risposta a queste domande è no può dipendere o dalla tossicità della relazione che sto vivendo o dalla negatività delle persone che ho intorno per cui non si deve perdere il collegamento con il proprio benessere, per non trarre conclusioni sbagliate.

Se il peso della situazione subita è troppo elevato è necessario il supporto psicologico di un professionista.

Facciamo la rivoluzione?

Spesso si sente dire questa frase, anche perché la società quando sente il peso di una situazione ha necessità di darsi una “scossa”. Sinceramente condivido che su alcune cose non ci possano essere mezze misure, è al cento per cento vero uno slogan che, per fortuna, sta aumentando rapidamente condivisone e diffusione: “Basta violenza sulle donne!”. Il problema è come arrivarci.

È vero, è necessario un cambiamento radicale perché, come ho cercato di illustrare, la violenza è presente a diversi livelli e in diverse forme e siamo talmente abituati ad essa che non tutti ce ne rendiamo conto e ci passiamo sopra senza notare nulla.

Un solo numero riferito alla realtà odierna per rendere idea di quanto sia diffuso il fenomeno della violenza.

Nel periodo marzo giugno 2020, con il lockdown per la pandemia le chiamate al numero antiviolenza 1522 secondo l’istat sono aumentate del 119,6% passando da 6.956 a 15.280.

Giusto cercare di rimediare a un male duro da sopportare, ma ci sono dei ma. Il femminismo è sovente caduto in banalizzazioni e in grandi slogan che non sono stati efficaci per cambiare le cose. Probabilmente, oggi, non bisogna più essere né femministi, né maschilisti.

Non è questione di primeggiare, ma di garantire l’uguaglianza laddove ancora non c’è. La vera rivoluzione si fa a livello educativo, nel cercare di capire quali idee e modi di pensiero passiamo ai nostri figli. Sicuramente le donne dovranno fare la rivoluzione delle idee, cioè del sentirsi libere di esprimerle nella loro vita, da quando sono bambine a quando crescono, senza sentirsi assoggettate o timorose e trovando nella società intorno a loro la stessa volontà.

Di donne che hanno portato grandi idee ed esempi ce ne sono state tantissime, ma se ancora oggi questa disuguaglianza condiziona le nostre vite è perché non siamo ancora stati in grado di colorare, con lo stesso vigore con cui esaltiamo le idee, gli stili educativi che potrebbero portarci al cambiamento.

Né bianco, né nero. Ma un mondo variopinto da diverse tinte, portate da donne e uomini liberi.

 

Obesità: quando l’assunzione di cibo da attività ludica diventa patologica. Verso nuove prospettive diagnostiche e di intervento

I trattamenti tradizionali per la cura dell’obesità si focalizzano unicamente sui fattori biologici, tralasciando i fattori psicologici coinvolti che ostacolano il mantenimento della perdita di peso a lungo termine. Il trattamento rivolto all’obesità dovrebbe integrare attività fisica, correzione alimentare e intervento psicoterapico.

 

  Un importante contributo per il trattamento dell’obesità viene dato dall’integrazione tra correzione alimentare e psicoterapia. I metodi tradizionali, orientati alla sola correzione alimentare, risultano infatti inefficaci nel lungo termine per mantenere il dimagrimento, esponendo la persona a importanti ripercussioni sul piano fisico e psichico. Risulta necessario valorizzare maggiormente l’intervento anche sul piano psicologico per far fronte a questa problematica.

Definizione di obesità

L’obesità è una malattia cronica corrispondente a un eccesso di massa grassa, che ha conseguenze dannose sulla salute delle persone. Ha un’eziologia multifattoriale: è legata a fattori genetici, metabolici, psichici e sociali che condizionano e sostengono il quadro clinico (Società italiana di Chirugia dell’Obesità e delle Malattie Metaboliche [SICOB], 2011).

La condizione di obesità può essere definita in base al calcolo dell’indice di massa corporea (BMI= peso/altezza2 con peso in kg e altezza in metri). Con un BMI ≥ 30 KG/m2 si è in condizione di obesità. Le complicazioni legate all’obesità riguardano l’apparato respiratorio, cardiovascolare, con importanti limitazioni anche sul piano della mobilità articolare oltre che sul piano sociale e psicologico (Ciangura et al., 2009)

Il tema dell’obesità è quanto mai attuale e le spese sostenute per ridurne gli effetti sono diventate ormai di rilievo, questo è dato anche dal fatto che si continua ad intervenire su questa particolare condizione unicamente dal punto di vista nutrizionale, tralasciando invece gli aspetti psicologici che vi sono implicati.

Condotte alimentari disfunzionali

Nella società occidentale dei nostri giorni, l’assunzione di cibo non è più legata al semplice scopo di nutrirsi per sopperire bisogni fisiologi primari, bensì l’alimentazione ha assunto connotazioni molto diverse, è legata a scopi ricreativi, ludici e molto spesso viene utilizzata in maniera impulsiva per far fronte a stati emotivi disfunzionali dati ad esempio da ansia o depressione o per alleviare lo stress.

Fin dall’infanzia, il cibo viene associato a forme di premio, si apprende quindi ad utilizzarlo per scopi anche diversi rispetto alla mera soppressione della fame, il cibo cosi assume una componente simbolica, ad esso sono associate diverse emozioni. Questo modus operandi risulta però disfunzionale, poiché può comportare un eccesso di introito calorico con conseguenza dell’aumento del peso ponderale comportando difficoltà alla persona che ne soffre anche sul piano sociale, relazionale e spesso anche lavorativo.

Gli stili alimentari delle persone obese, possono essere visti lungo un continuum che parte da condotte non patologiche, fino a veri e propri disturbi alimentari. Tra le condotte alimentari non patologiche che comportano e che mantengono lo stato di obesità troviamo:

  • Grazing: ovvero una masticazione continua, dovuta ad una serie di spuntini a base di cibi grassi e dolciumi. Tra i vari alimenti assunti in questa condotta alimentare troviamo ad esempio molti snack calorici che vengono esposti in vista nei vari supermercati. I dolciumi hanno effetto di sollievo su stress ed umore negativo.
  • Iperfagia prandiale: consiste in un’alimentazione eccessiva, a pasto o fuori pasto, in maniera consapevole, e ciò la distingue dalle abbuffate patologiche di cui parlerò in seguito.
  • Salto dei pasti: è una condotta utilizzata occasionalmente dalle persone obese, che tentano di controllare il peso, che però non risulta funzionale, in quanto fa giungere al pasto successivo con ancora più fame, introducendo così calorie in eccesso. (Badussi, et al., 2011).

Per quanto riguarda invece una condotta alimentare patologica in cui l’obesità molto spesso può presentarsi come conseguenza, è quella delle abbuffate, caratteristiche del Binge Eating Disorder (disturbo da alimentazione incontrollata). Il BED rientra tra i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, categoria presente nel DSM-5. Gli episodi di abbuffata consistono in un’ingestione di cibo smisurata, che avviene in solitudine e sono seguite da forte senso di colpa, imbarazzo e forte perplessità sul mutamento del proprio fisico da parte della persona. (American Psychiatric Association (2013).

Queste sono modalità di consumare alimenti che possono comportare obesità, in particolare se la persona non svolge attività fisica, che consente di consumare calorie ed è geneticamente predisposto all’obesità, questa infatti ha un’importante componente ereditaria. Le ricerche riportano infatti come i fattori genetici siano responsabili in almeno il 70% dei casi (Molinari & Castelnuovo, 2011).

Perché si può essere propensi a mangiare tanto?

Il cibo ha importanti effetti neurobiologici. In particolare, lo “junk food” (cibo spazzatura) stimolerebbe il sistema di ricompensa nel nostro cervello, provocando sensazione di benessere esattamente come succede con l’assunzione di alcune sostanze stupefacenti. Il cibo spazzatura, ovvero tutto quel cibo ad alto contenuto calorico, attivando il sistema di ricompensa fa sì che venga rilasciato il neurotrasmettitore dopamina che consente di provare piacere. Il cibo spazzatura, provocando un rilascio notevole di dopamina rispetto ad alimenti maggiormente salutari e con ridotto contenuto calorico fa sì che il nostro cervello percepisca uno squilibrio e ne rimuova i recettori per riportare l’omeostasi. La persona per provare il medesimo livello di piacere, dovrà necessariamente mangiare maggiori quantitativi di cibi calorici, la conseguenza di questo comportamento sarà quindi, in chi è predisposto, l’aumento di peso (Gunnars, 2019).

Il cibo può diventare una strategia di coping disfunzionale per sopperire alcuni stati emotivi negativi come potrebbero essere ansia, depressione e stress.

Il ruolo dello psicologo nel trattamento dell’obesità

Secondo le ricerche, più del 90% delle persone in sovrappeso finisce per autocommiserarsi perché non riesce a mantenere il peso perduto a seguito di una dieta: dopo un iniziale entusiastico successo, il peso perduto viene recuperato, esponendo la persona a vivere questa situazione come un fallimento personale. Le diete, in particolare, espongono al rischio di quella che viene definita “sindrome dello yo-yo” ovvero fasi alterne di aumento e perdita di peso. Regimi alimentari eccessivamente restrittivi inducono ad un circolo vizioso: da un’eccessiva restrizione alimentare, si passa inevitabilmente ad una perdita di controllo sull’alimentazione. Questo genera senso di colpa e frustrazione nella persona che ritenterà di fronteggiare il problema ripetendo la restrizione alimentare. Da questo si evince come mente e corpo non sono entità separate e vi è necessità di intervenite su entrambi i fronti per risolvere questa problematica. (Alleri, Ruocco, 2017).

Le linee guida riportano come sia fondamentale un trattamento di tipo multidisciplinare per il trattamento dell’obesità che coinvolga diverse figure professionali, tra cui lo psicologo. Tuttavia, i tentavi di cura dell’obesità risentono ancora di una notevole impronta di tipo medico/chirurgica ed il ruolo dello psicologo resta mal definito in quest’ambito. Il lavoro dello psicologo viene limitato in particolare nella fase di valutazione, come avviene ad esempio nella fase pre operatoria per i pazienti candidati alla chirurgia bariatrica. I dati in letteratura riportano inoltre come siano coinvolti importanti processi cognitivi che influenzano la perdita dipeso ed il suo mantenimento, tali processi influenzano in particolare la capacità di mantenere uno stile di vita attivo ed un’alimentazione caratterizzata da alimenti salutari. Si evince come fare leva solo sulla forza di volontà della persona, nel processo della perdita di peso non risulta sufficiente e può condurla a stati di profondo malessere emotivo. Risulta quindi riduttivo la sola educazione alimentare per promuove l’importanza di un’alimentazione sana o la sola motivazione a svolgere attività fisica quotidiana, vi è necessita quindi di integrare l’intervento con la psicoterapia per poter gestire al meglio e sul lungo termine, questa problematica (Calugo et al., 2020).

Una risposta ci viene data dalla CBT

I trattamenti tradizionali per la cura dell’obesità, risultano unicamente focalizzati sul tentativo di controllo dei fattori biologici e tralasciano invece i fattori psicologici che vi sono coinvolti e che ostacolano il mantenimento della perdita di peso a lungo termine. Il trattamento rivolto all’obesità dovrebbe invece integrare attività fisica, correzione alimentare e intervento psicoterapico. La CBT-O è la psicoterapia cognitivo comportamentale specifica per il trattamento dell’obesità e prevede un intervento integrato da parte di un’equipe multidisciplinare.

Le ricerche in particolare dimostrano come pazienti obesi sottoposti alla CBT-O in trattamento residenziale, hanno raggiunto una perdita di peso del 15% dopo 12 mesi senza tendenza a riprendere peso a distanza di 6-12 mesi. Riportando quindi come sia fondamentale lavorare su tutti i fattori che sono implicati in questa particolare condizione (Dalle Grave et al., 2020).

Attraverso la CBT-O si incoraggia il paziente a diventare attore attivo del proprio processo di cura e oltre. L’intervento va oltre alla correzione alimentare, andando a modificare i processi cognitivi e gli stati emotivi del paziente che ostacolano la perdita di peso ed il mantenimento del dimagrimento, con l’obiettivo di dare dei benefici a lungo termine alla persona. Questa psicoterapia si distingue da altri trattamenti perchè sposta l’enfasi dall’aspetto fisico all’importanza della salute fisica, raggiungibile solo con uno stile di vita salutare ed inoltre il focus dell’intervento non è solo sulla modificazione del peso, che è soggetto, come detto in precedenza, anche a variabili biologiche e quindi non controllabili, ma allo stile di vita. La CBT-O si svolge mediante moduli specifici, gestiti da un’equipe multidisciplinare composta da medico, dietista, psicologo e fisioterapisa. Il paziente viene inizialmente educato a monitorare la propria alimentazione e le variazioni di peso, a seguire verrà modificata la sua alimentazione e imparerà a gestirla autonomamente, verrà sostenuto ad intraprendere uno stile di vita attivo. La CBT-O si prefigge inoltre di sostenere il paziente ad affrontare gli ostacoli alla perdita di peso o eventuale insoddisfazione per i risultati ottenuti, fattori che possono riportare la persona ad uno stato di malessere. La terapia ha lo scopo di far giungere il paziente alla fase di mantenimento del peso perso con uno stato mentale di soddisfazione tale che gli consentirà di mantenere i risultati raggiunti.

Questo intervento si differenzia dai metodi prescrittivi classici che vedono la persona impegnarsi in attività fisica e diete mettendo in campo la sola forza di volontà. I metodi prescrittivi, inoltre, vengono molto spesso percepiti dalla persona come coercitivi, vissuti in maniera non positiva non consentendo di ottenere così risultati duraturi (Dalle Grave, n.d.).

In conclusione

Le difficoltà sul piano psicologico per la persona che soffre di obesità, emergono in particolare quando vi è il confronto con i canoni estetici della società occidentale, in cui vi è l’esaltazione del fisico perfetto che rientra nei criteri della magrezza. La società moderna propone inoltre alimenti ad alto contenuto calorico e di facile e veloce reperibilità da un lato e l’esaltazione di un fisico perfetto dall’altra. Due poli opposti che possono facilmente entrare in contrasto e generare malessere.

L’insoddisfazione corporea porta spesso ad attuare dei regimi alimentari ristretti, che molto spesso falliscono nel loro scopo, riportando la persona al peso iniziale con l’aggiunta degli interessi (Zucchetti e Cipriano, 2017).

L’intervento sul piano psicologico deve porre attenzione anche al fatto che la persona possa aver subito dei traumi legati allo stigma sociale o che possa aver sperimentato numerosi fallimenti legati alle diete, come solitamente avviene. La psicoterapia risulta quindi un metodo fondamentale per il trattamento dell’obesità (Cuppini, Matteini, 2005).

Un tema ancora aperto su cui riflettere è quello della rivalutazione dell’obesità all’interno del DSM: al momento questa condizione non rientra come categoria diagnostica a sé stante ma può tuttavia presentarsi con preoccupazione e non accettazione del proprio aspetto fisico, generando uno stato di profondo malessere che merita maggiore attenzione (OPL, 2017).

 


 

 

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