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ACT: Acceptance and Commitment Therapy in azione – Video dal Webinar organizzato da Scuola Cognitiva di Firenze

La Scuola Cognitiva di Firenze, in collaborazione con Studi Cognitivi, organizza un ciclo di webinar formativi e di confronto fra modelli. Ogni incontro tratta un argomento di interesse clinico con una particolare attenzione alla pratica. Pubblichiamo per i nostri lettori il video del webinar sull’Acceptance and Commitment Therapy.

 

L’ACT (Acceptance Commitment Therapy) è una forma di psicoterapia di recente diffusione che fa parte delle psicoterapie cognitivo-comportamentali note come approcci di “terza generazione”. Per quanto l’acronimo rimandi alla descrizione dei punti centrali del modello va letto come una parola unica “act” che non a caso richiama il verbo inglese to act (agire). L’ACT è stata sviluppata da Steve Hayes e i suoi collaboratori nel 1986 e da allora è stata oggetto di numerosi studi arrivando a rappresentare oggi una delle psicoterapie con le maggiori prove di efficacia verificate sperimentalmente; parliamo quindi di una psicoterapia cosiddetta evidence-based.

Secondo l’ACT, così come secondo la terapia di terza ondata, più lottiamo per cercare di respingere la tristezza o una qualsiasi emozione negativa, evitandola, più questa aumenta, amplificando così la nostra sofferenza. Il tentativo di controllo degli eventi interni, e a maggior ragione dei cosiddetti “sintomi”, non fa altro che intensificarne la portata ma soprattutto, in chiave ACT, ci allontana dal perseguire quei valori che farebbero diventare la nostra vita ricca e soddisfacente. Parliamo quindi di una terapia sul benessere che non ha nella riduzione della sintomatologia l’obiettivo primario ma ne diventa una conseguenza per il cambiamento di prospettiva rispetto ai propri pensieri.

Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video del webinar sull’ACT, condotto dal Dott. Luca Calzolari.

ACT IN AZIONE

Guarda il video integrale del webinar:

 

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Clubhouse: perché tutti lo vogliono?

Clubhouse è un social network messo a punto nel 2020, ma il boom in Italia c’è stato solo tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio 2021. Perché tutti vogliono potervi avere accesso?

 

Negli ultimi tempi, abbiamo assistito all’esplosione di un nuovo trend: quello di Clubhouse. È un nuovo social a cui, almeno per ora, si può accedere solo su invito e, proprio per questo, nei siti di e-commerce si sta osservando un fenomeno piuttosto interessante: molte persone, pur di aver accesso alla piattaforma, sarebbero disposte anche a pagare somme che vanno oltre il centinaio d’euro. Che cos’è che farebbe scattare questa molla?

Prima di rispondere alla domanda, spieghiamo brevemente di che cosa si tratta.

Clubhouse è un social network messo a punto nel 2020, ma il boom in Italia c’è stato solo tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio 2021.

Dalla home, l’utente può accedere alle diverse room, dove gli speaker comunicano utilizzando un unico canale: la propria voce. Non ci sono immagini, né chat scritte. Nessun filtro fotografico e nessun effetto speciale: solo la voce.

L’applicazione di Clubhouse, al momento, è disponibile solo su iOS ed è ancora in fase beta. Questo apre lo spazio per un’altra importante riflessione: quella sull’esclusività.

Torniamo quindi alla nostra domanda iniziale: perché tutti lo vogliono? Uno dei motivi principali è proprio il fatto che Clubhouse, in questo momento, non è accessibile a tutti ma solo a un’élite: chi ha un dispositivo Apple e chi ha avuto il privilegio di “esser stato nominato” .

Quali meccanismi psicologici entrano in azione in questo caso? Senza soffermarci sulle singole motivazioni individuali, che come tali restano uniche e personalissime, in linea generale possiamo rifarci, essenzialmente, a tre modelli teorici: il principio di scarsità, la teoria dei bisogni di Maslow e la teoria dei sistemi motivazionali di Lichtenberg.

Il principio di scarsità, noto anche come “la regola dei pochi”, è ben enunciato da Robert Cialdini (1989): le opportunità ci appaiono più desiderabili quando la loro disponibilità è limitata (Mannetti, 2002). Lo sanno bene i collezionisti: i pezzi più ambìti sono proprio quelli meno disponibili (Cialdini, 1989). Questo principio lo possiamo intravedere non solo nell’esclusività dell’accesso alla piattaforma (che, ricordiamo, al momento è solo su invito), ma anche nell’irripetibilità dei suoi contenuti: su Clubhouse tutto è in diretta, senza possibilità (attualmente) di registrare le conversazioni. Non è, dunque, un podcast che possiamo riascoltare in qualsiasi momento, ma una conversazione di gruppo di cui puoi fruire solo nel qui ed ora: se non ci sei, ti stai perdendo qualcosa.

Abraham Maslow, nel 1954, propose un modello motivazionale basato sui bisogni. Dispose questi ultimi, secondo un ordine gerarchico, lungo una piramide, tanto che questa teoria divenne nota come la “piramide dei bisogni” di Maslow. Alla base troviamo quelli fondamentali, necessari per la sopravvivenza dell’individuo e della specie (i cosiddetti “bisogni fisiologici” come respirare, mangiare, dormire, bere e avere una vita sessuale) mentre, salendo verso l’alto, troviamo via via quelli più immateriali: i bisogni di sicurezza, di appartenenza, di stima e, al vertice della piramide, quelli di autorealizzazione (Maslow, 1954; Gennaro, 2009; Avallone, 2011). A proposito del successo di Clubhouse, il bisogno di appartenenza gioca sicuramente un ruolo importante. Questo livello della piramide, infatti, ha a che fare con la necessità di sentirsi amati, riconosciuti e accettati come membri di un gruppo e di una comunità. Rappresenta la voglia di cooperare e d’identificarsi in un’entità collettiva. Questo bisogno potrebbe divenire ancora più irrefrenabile quando il gruppo in questione è particolarmente attraente, per il motivo che spiegavamo prima: essendo nato su una base elitaria, la desiderabilità che esercita è ancora più forte.

Lichtenberg (1989), a proposito di motivazione, ha elaborato la cosiddetta teoria dei sistemi motivazionali. Al suo interno troviamo un sistema motivazionale preciso, che è quello dell’affiliazione: ogni essere umano, cioè, proverebbe un innato impulso verso l’aggregazione, che si manifesterebbe nel desiderio di appartenenza e, specularmente, nel dolore del non sentirsi parte di alcunché. Alla base di questo sistema vi sarebbe, quindi, la necessità di appartenere a un gruppo, da cui si svilupperebbe poi l’identità sociale dell’individuo stesso. (Lichtenberg, 1989; Amadei et al., 2015). Se vogliamo utilizzare questo modello teorico per rispondere alla nostra domanda iniziale, potremmo declinarlo dicendo che, quando una piattaforma diventa particolarmente in voga, il desiderio di entrarne a far parte risponderebbe, da un lato, alla necessità innata di sentirsi parte di un gruppo più ampio; dal’altro, in maniera simmetrica, alla frustrazione del sentirsene esclusi. Due bisogni complementari, dunque, che sono  insiti nella natura stessa dell’essere umano.

Queste teorie potrebbero, almeno in parte, spiegare perché ultimamente la “corsa agli inviti” per Clubhouse sia letteralmente impazzata.

 

Tra amore romantico e manifestazioni patologiche

Risulta difficile il tentativo di definire univocamente l’esperienza di amore romantico e ancor di più lo è definirne le manifestazioni patologiche. La distinzione tra espressione sana o patologica di una passione naturale come l’amore richiede l’adozione di criteri condivisi, non sempre disponibili.

 

L’amore, nella sua accezione di amore romantico, è un’esperienza universale. Poeti ed artisti di tutti i tempi lo hanno rappresentato; filosofi e pensatori ne hanno discusso; amici e parenti ci hanno offerto le loro interpretazioni; emozioni di gioia o di dolore ci hanno insegnato a riconoscerlo. Eppure una sua definizione è ancora sfuggente.

La recente prospettiva psicobiologica mostra l’intervento di specifici ormoni e neurotrasmettitori, in distinte aree cerebrali, per ognuna delle componenti di cui l’antropologa americana Hellen Fisher ritiene essere composta una relazione amorosa: “Lust”, “Romance” e “Attachment” [Fisher, 2004]. Altri autori [Sternberg & Barnes, 1988; Sternberg & Sternberg, 2006] tuttavia propongono differenti suddivisioni, dinamiche e considerazioni che mostrano la non riducibilità dell’amore romantico alle pur preziose conoscenze biologiche, come forse, in quanto fenomeno complesso, la sua non riducibilità tout court.

Manifestazioni patologiche

Se risulta difficile il tentativo di definire univocamente l’esperienza di amore romantico, ancor più lo è definirne le manifestazioni patologiche. La presenza di intense passioni è comune nella fase di innamoramento, nel sentimento di gelosia, o nella malinconia conseguente la fine di un rapporto [Lorenzi, 2010]: distinguere tra espressione sana o patologica di una passione naturale richiede l’adozione di criteri condivisi, non sempre disponibili.

Lo psichiatra Primo Lorenzi suggerisce di adottare quelli proposti da De Clérambeaut [1942]: quantità (abnorme), persistenza (eccessiva durata), incoercibilità (dei contenuti ideici), impermeabilità (di fronte ai riscontri di realtà). Tali criteri richiedono tuttavia l’identificazione di cut-off diagnostici che, disponibili in letteratura per molte patologie, non lo sono per le affezioni amorose.

Dipendenza affettiva

Il costrutto di “dipendenza affettiva” (love addiction) – diverso dalla dipendenza sessuale (sex addiction) – non è presente nei principali manuali diagnostici e di classificazione dei disturbi (DSM 5, ICD 10 e PDM-2). Non si dispone, quindi, di criteri diagnostici ufficiali e universamente riconosciuti, ma possiamo avvalerci unicamente dell’esperienza degli autori che si sono occupati del tema.

Lo psichiatra francese Michel Reynaud [2010] ritiene che il passaggio da una sana passione amorosa alla dipendenza avvenga quando: il desiderio diventa bisogno; la sofferenza si sostituisce al piacere; la relazione prosegue nonostante la ragione ci suggerisca di interrompere a causa delle troppe conseguenze negative. L’autore vi ravvisa il soddisfacimento dei criteri per la dipendenza da sostanza: sforzi infruttuosi per controllare la relazione; notevole assorbimento temporale; importante riduzione o abbandono di attività sociali e ludiche; incapacità di interrompere la relazione malgrado i problemi procurati; come pure una vera e propria crisi d’astinenza con sofferenza e irritabilità.

Propone per la diagnosi la presenza di almeno 3 dei seguenti criteri diagnostici (coesistenti per almeno 12 mesi):

  1. Esistenza di una sindrome d’astinenza caratterizzata, in assenza della persona amata, da una sofferenza importante ed un bisogno compulsivo dell’altro.
  2. Considerabile quantità di tempo dedicato alla relazione.
  3. Importante riduzione della attività sociali, professionali o di piacere.
  4. Desiderio persistente, o sforzi infruttuosi di ridurre o controllare la relazione.
  5. Proseguimento della relazione malgrado i problemi da essa causati.
  6. Esistenza di un problema dell’attaccamento, manifestato da:
  • o la ripetizione di relazioni amorose esaltate, in assenza di periodi d’attaccamento duraturo;
  • o la ripetizione di relazioni amorose dolorose, caratterizzate da attaccamento insicuro.

Eziologia, prevalenza, comorbilità e strumenti

L’eziologia di una dipendenza affettiva sembra implicare alterazioni dei normali percorsi neurobiologici attivi nell’esperienza amorosa e/o dei processi di apprendimento sociale, nonché risentire di influenze socioculturali [Sussman, 2010]. In particolare, i bassi livelli di serotonina – e le conseguenti caratteristiche ossessive – propri della fase di innamoramento [Fisher, 2004], se mantenuti bassi nelle successive fasi di una relazione, potrebbero favorire l’insorgenza di una dipendenza affettiva.

La tesi di una “fixation on early phase” trova supporto in uno studio sulla durata e la felicità delle relazioni di coppia [Acevedo & Aron, 2009] che distingue tra componente romantica e componente ossessiva, mostrando la presenza della prima nei rapporti duraturi e felici, mentre la seconda appare inversamente proporzionale alla soddisfazione dichiarata nei rapporti duraturi (o ha già provocato l’interruzione del rapporto).

  La differenziazione tra componente romantica e ossessiva dell’esperienza amorosa emerge anche da una meta-analisi [Graham, 2011] che sottopone ad analisi fattoriale i dati raccolti da 81 articoli, per un totale di 19.387 individui, cui sono stati somministrati i più comuni test sull’amore (Loving and Liking di Rubin, Love Attitude Scales di Hendrick e Hendrick, Passionate Love Scale di Hatfield e Sprecher, Triangular Love Scale di Sternberg), mostrando che le correlazioni delle sottoscale di cui i test sono composti saturano su tre fattori, identificabili come: love, practical friendship, romantic obsession – quest’ultima strettamente collegata alla sottoscala di “mania” della LAS.

La dipendenza affettiva appare inoltre correlata con lo stile di attaccamento ansioso-ambivalente [Feeney & Noller, 1990], a sua volta correlato con la sottoscala “mania” della LAS [Hendrick & Hendrick, 1989]. Relativamente al genere non sembrano esservi differenze rilevanti; quanto alla personalità i disturbi borderline e di personalità narcisistica appaiano frequenti, ma risultano necessari ulteriori approfondimenti [Sussman, 2010].

La predisposizione comportamentale creata dai meccanismi neurobiologici e dallo stile di attaccamento sembra trovare rinforzo, ed essere indirizzata verso la specifica forma della dipendenza affettiva, da fattori socioculturali, tra cui l’influenza dei media. Tra essi, uno studio [Vannini & Myers, 2002] analizza il contenuto dei più diffusi album musicali, di genere “teen pop”, trasmessi da canali specializzati nel 2000. Su 169 canzoni, 155 affrontano il tema della relazione di coppia, in ogni sua fase. L’analisi dei contenuti mostra una comune rappresentazione dell’esperienza amorosa come: conferitrice di senso ad un’esistenza che ne è altrimenti priva; mai sufficiente; caratterizzata da astinenza, craving, ossessioni, dipendenza. Per quanto la ricezione dei testi musicali non sia passiva, come nella stato “trance-like” descritto da Adorno [1976], ma caratterizzata da un processo di attribuzione attiva del tipo descritto da Hall [1980], la forte ricerca di informazioni per la costruzione di una propria identità personale e sociale, propria dell’età adolescenziale cui il genere è indirizzato, associata all’ingente consumo di tale materiale, suggerisce che questi, ed altri simili stimoli, siano influenti nello sviluppo di una dipendenza affettiva [Sussman, 2010].

Non trattandosi di un disturbo elencato dal DSM 5, dall’ICD 10 o dal PDM-2, la sua prevalenza è di difficile stima. Oltre all’ipotesi di autori [Timmreck, 1990] che la valutano tra il cinque e il dieci per cento della popolazione, può essere indicativo il crescente numero di gruppi di auto-aiuto dedicati all’argomento nei paesi anglofoni (Sex and Love Addicts Anonymous; Love Addicts Anonymous), basati sulla tecnica dei 12 passi. Recentemente è stata proposta una scala di misurazione specifica, la Love Addiction Inventory (Costa et al., 2019) che ci auguriamo potrà essere di aiuto a stime più accurate.

 

Screening e assessment dello spettro autistico: le nuove frontiere dell’intelligenza artificiale.

Nella valutazione dei disturbi dello spettro autistico ci si affida molto all’osservazione del comportamento della persona e l’intelligenza artificiale può divenire uno strumento oggettivo da integrare nella pratica clinica. 

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 15) Screening e assessment dello spettro autistico

 

Il disturbo dello spettro autistico (Autism Spectrum Disorder – ASD) è un disturbo dello sviluppo neurologico caratterizzato da difficoltà nella comunicazione sociale e nell’interazione con modelli di comportamento, interesse o attività limitati o ripetitivi (APA, 2013). La diagnosi per ASD può essere difficile poiché non ci sono test medici tipici, come un esame del sangue; per avviare il processo di diagnosi, i medici di medicina generale (spesso pediatri) esaminano i pazienti per la possibilità di tratti autistici e quindi indirizzano i casi potenzialmente positivi a psicologi specializzati o psichiatri per un’ulteriore valutazione comportamentale. La diagnosi di autismo può essere effettuata su bambini di età pari o superiore a 18 mesi, sebbene la ricezione di una diagnosi definitiva possa avvenire in età avanzata (Thabtah, 2017). Il processo diagnostico ASD richiede ai professionisti di condurre una valutazione clinica dell’età evolutiva sulla base di una varietà di categorie (ad esempio eccessi comportamentali, comunicazione, cura di sé e abilità sociali). Esistono strumenti diagnostici comuni per lo spettro autistico come l’Autism Diagnostic Observation Schedule (ADOS) e l’Autism Diagnostic Interview-Revised (ADI-R); tuttavia, in assenza di biomarcatori chiaramente identificabili, l’attuale gold standard nei criteri diagnostici si basa su osservazioni comportamentali somministrate da professionisti sanitari (Thabtah, 2017). Il sistema attuale di screening fa dunque molto affidamento sui dati di osservazione comportamentale; tuttavia, nella raccolta di informazioni basate su azioni o risposte anche molto labili a situazioni sociali e sulla loro interpretazione da parte dell’amministratore, i dati di osservazione comportamentale affrontano numerose sfide. A differenza delle scansioni genetiche e di neuroimaging, che hanno un protocollo ottimizzato e consolidato per la raccolta e l’analisi, non esiste un sistema oggettivato per catturare i cambiamenti costanti nel comportamento di un individuo. Per questo motivo, nelle valutazioni rispetto al disturbo dello spettro autistico, i ricercatori si stanno focalizzando sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) per percepire in modo indipendente e accurato le informazioni rilevanti: la combinazione dell’osservazione clinica e dell’intelligenza artificiale può aiutare a superare i limiti della raccolta dei dati durante lo screening e il processo diagnostico (Song, Kim, Bong, Kim & Yoo, 2019). Infatti l’affidabilità e la validità dei risultati prodotti dalla sola osservazione comportamentale vengono messe in discussione quando si tiene conto della soggettività, che può derivare da differenze nella formazione e nelle esperienze professionali, dalla mancanza di risorse o dall’adattabilità culturale delle valutazioni (Al Maskari, Melville & Willis, 2018). Tali limitazioni all’attuale sistema diagnostico vengono superate, secondo recenti ricerche scientifiche, grazie all’intelligenza artificiale, indicata come un’alternativa promettente nello screening e nell’assessment di questo disturbo (Song, Kim, Bong, Kim & Yoo, 2019). Costruita sulla base delle reti biologiche del cervello umano, l’IA copre un’ampia gamma di tecnologie in grado di eseguire funzioni cognitive imitando l’intelligenza umana (Noorbakhsh-Sabet, Zand, Zhang & Abedi, 2019). Diversi studi hanno applicato l’intelligenza artificiale nel riconoscimento dei sintomi, nella classificazione, nella diagnosi e nella previsione degli outcome delle terapie di numerosi disturbi. Equipaggiata per migliorare l’accuratezza attraverso la ricorsività della sua applicazione, l’intelligenza artificiale può ridurre la probabilità di introdurre inevitabili errori umani: ad esempio, l’IA è in grado di acquisire dati che potrebbero non essere visibili all’occhio umano durante le osservazioni comportamentali, il che può portare a precisa rappresentazione dei dati (Noorbakhsh-Sabet, Zand, Zhang & Abedi, 2019).

L’obiettivo principale degli studi che utilizzano l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni nella diagnosi dell’autismo è quello di migliorare l’accuratezza delle scale di classificazione esistenti ma, anche, di creare nuove scale basate su reti neurali (Van Hieu & Hien, 2018).

Vi sono diverse applicazioni dell’intelligenza artificiale nello screening del disturbo dello spettro autistico, alcune di esse implicano la Machine Learning, il Natural Language Processing e le nuove applicazioni su smartphones.

Uno dei sottocampi più comunemente usati dell’IA nella ricerca è la machine learning (ML) ovvero l’apprendimento automatico (Song, Kim, Bong, Kim & Yoo, 2019). I modelli ML sono in grado di produrre conoscenze sulle relazioni di dominio contenute nei dati, spesso denominate interpretazioni. Estraendo informazioni utili e costruendo modelli complessi che superano le prestazioni umane nell’analisi di grandi set di dati, la machine learning può migliorare la comprensione dell’ASD e può ulteriormente aiutare a costruire una base più solida e migliore per effettuare lo screening e fornire una diagnosi di tale disturbo (Song, Kim, Bong, Kim & Yoo, 2019). Il metodo di screening intelligente ha dunque lo scopo di sviluppare un modello di classificazione in grado di prevedere i tratti autistici utilizzando casi storici presenti in memoria; ogni volta che il set di dati di input viene aggiornato, la struttura del modello si modifica automaticamente senza alcun intervento umano. In un recente studio, Stevens (2019) ha identificato sottogruppi dello spettro autistico utilizzando metodi di machine learning linear analysis (LDA) per quanto riguarda le caratteristiche cinetiche della deambulazione: le previsioni hanno raggiunto una percentuale di accuratezza dell’82,5% e una bassa percentuale di errore. Lo scopo di questo studio è stato quello di utilizzare i sottogruppi emersi per realizzare interventi personalizzati e i risultati dimostrano che l’apprendimento automatico è in grado di riconoscere i fenotipi dell’autismo.

Un’altro metodo IA utilizzato per la diagnosi dell’autismo è il Natural Language Processing (NPL). La NPL è un dominio dell’informatica incentrato sulle interazioni tra computer e il linguaggio umano (linguaggio naturale). Alcuni dei compiti più comunemente ricercati nella natural Language processing sono la comprensione del linguaggio naturale, il riconoscimento vocale, la correzione dell’ortografia, il controllo grammaticale e la traduzione automatica (Anagnostopoulou et al., 2020). Un software che utilizza la NPL è il chatbot, uno strumento frequentemente utilizzato nel campo della salute. L’utente sottoposto a chatbot riceve come feedback domande o risposte scritte che assomigliano a quelle che un essere umano darebbe e ogni risposta digitata dall’utente viene salvata e confrontata con le altre presenti e registrate nel sistema. Esattamente queste parole salvate costituiscono la chiave per diagnosticare il sintomo. Successivamente, vengono esaminate le frasi utilizzate dal paziente per diagnosticare la gravità del sintomo. Di conseguenza, le parole chiave vengono esaminate e quando tutte le domande sono terminate, vengono salvati anche i sintomi emersi come output e un albero decisionale fornisce il risultato della diagnosi, con una precisione dell’83,4%.

Un’altra nuova tecnologia di intelligenza artificiale è WearSense, che utilizza le capacità dei moderni smartwatch per il rilevamento di comportamenti stereotipati nei bambini con autismo (Amiri et al., 2017). La tecnologia WearSense è composta da uno smartwatch, uno smartphone con un’applicazione che raccoglie i dati sensoriali dell’accelerometro e anche da algoritmi di machine learning che rilevano e classificano i comportamenti ripetuti, tipici delle persone che appartengono allo spettro autistico. I dati forniti come output presentano un’accuratezza del 96,7% al rilevamento dei comportamenti autistici (Amiri et al., 2017).

In conclusione, l’intelligenza artificiale viene sempre più studiata in relazione agli effetti positivi che può eventualmente avere sulla valutazione dell’autismo. L’apprendimento automatico, l’elaborazione del linguaggio naturale, le reti neurali e le applicazioni telefoniche hanno molto da offrire alla diagnosi dell’autismo e di altri disturbi dello sviluppo neurologico. Di conseguenza è evidente come l’uso delle nuove tecnologie possa aiutare famiglie, medici e bambini nel processo di valutazione, riducendone le tempistiche. Inoltre, l’IA offre l’opportunità di elaborare e classificare una maggiore quantità di dati, con percentuali di successo e accuratezza molto elevate. L’obiettivo principale dello sviluppo e applicazione delle nuove tecnologie è la diagnosi precoce del disturbo, in modo che gli individui affetti da autismo ottengano un intervento adeguato e tempestivo. Pertanto, è importante continuare la ricerca su questo argomento al fine di sviluppare metodi innovativi che rendano il processo di diagnosi più facile, veloce, accurato e meno costoso.

 

Il piacere digitale (2020) di Michele Spaccarotella – Recensione

La bellezza del libro Il piacere digitale è data dalla sua interattività. Michele Spaccarotella ha disseminato per ogni argomento degli esercizi che guidano verso esperienze in grado di stimolare importati riflessioni e prese di consapevolezza personale sul rapporto che stiamo sviluppando con il digitale.

 

Ricordo la prima volta che ebbi tra le mani uno Sharp J-SH04, un telefono cellulare con la fotocamera, correva l’anno 2000. La sensazione che due funzioni tecnologiche potessero fondersi in un solo strumento sapeva quasi di magico. Erano gli anni in cui subivo il fascino indiscutibile dell’innovazione tecnologica. Ricordo vivamente il rumore del modem a 56k che comunicava con la rete telefonica. Quella strana melodia con cui, a led lampeggianti, chiedevo il permesso di entrare in quello spazio da esplorare noto come internet. Ero lì, fremente che attendevo di essere condotto in ogni possibile capo del mondo per poter sbirciare infinite novità, culture e bizzarrie senza muovere un passo dal confort di casa. La sensazione di essere potenzialmente connesso con chiunque e poter scambiare e apprendere una sconfinata infinità di novità era intrisa di euforia e frenesia. Ricordo ancora che c’era un sito in grado di predire con poche domande il giorno della morte di chiunque (di cui oggi posso testimoniarne con gioia l’imprecisione), oppure la webcam con cui osservavo le condizioni delle spiagge di Malibù in tempo reale immaginandomi lì con una tavola da surf, e ancora le primissime riviste di racconti on line che prendevano forma arricchendosi di storie e contenuti. Non sapevo dove mi avrebbe condotto questa avventura mentre mi facevo una scorpacciata di byte, ma nel mio sistema esplorativo c’erano più lampadine accese che sul modem e il mondo appariva sempre più grande, diversificato e ricco di nuovi sapori.

Oggi, percorrendo le strade della città, assisto a piccole scene che rappresentano una parte consistente dell’evoluzione e della diffusione del digitale: una donna che si spalma in posa accattivante su un muretto mentre il fidanzato si contorce cercando l’angolatura migliore per ritrarla con un monumento di sfondo; una giovane adolescente dall’abitacolo di un auto con la madre riprende sorridente entrambe in un momento “interessantissimo” di traffico cittadino probabilmente per dare vita a una stories di Instagram destinata a dissiparsi in 24 ore; la vettura che mi segue, quasi mi tampona perché il suo autista sta controllando qualcosa sullo schermo del suo smartphone che probabilmente non può attendere. Il tutto avendo guidato meno di cento metri. Insomma, in tutta sincerità, personalmente non me l’aspettavo proprio cosi. La mia abitudine di pormi delle domande me ne sta sventolando una davanti agli occhi in questo preciso momento: che cosa ci è successo?

Parcheggio e, facendo uno slalom sul marciapiede, tra il passo confuso e disorientato delle persone portate a spasso da un telefono che assorbe in toto la loro attenzione, entro in una libreria.

Il Piacere Digitale di Michele Spaccarotella è ben in vista ad attendermi tra i ripiani della sezione di psicologia per darmi una mano nella ricerca di risposte.

Aprendo le pagine per andare all’indice non posso fare a meno di soffermarmi sul profumo della carta stampata e penso “questa caratteristica un tablet non l’avrà mai”.

Trovo subito interessante la divisione con cui l’autore organizza gli argomenti del libro: corpi, relazioni, applicazioni e il piacere fuori controllo. Questa organizzazione in macro temi permette da subito di inquadrare l’universo delle interazioni umane con il mondo digitale in un modo comprensibile e puntuale. Una foto in bianco e nero su come le nostre vite sono cambiate in rapporto all’evoluzione digitale degli ultimi vent’anni frutto di un lavoro puntuale e attento. Questa inquadratura è quella di un osservatore privilegiato: dalla poltrona del terapeuta. Una posizione che permette una visione della vita umana da una prospettiva intima e profonda, dove pregi e debolezze della nostra esistenza fanno capolino spogliandosi dei filtri che normalmente li offuscano. Michele Spaccarotella è lì con la penna in mano e taccuino sul bracciolo pronto a non farsene sfuggire neanche uno. Raccoglie osservazioni che non hanno a che fare unicamente con la dimensione del piacere, ma con la nostra essenza umana che si esprime e si racconta attraverso la nostra esperienza con il digitale oggi. Pregi e debolezze sono minuziosamente appuntati attraverso recenti dati clinici e di letteratura sull’argomento e il tutto viene descritto andando a soddisfare curiosità e rigore scientifico, fornendo anche dati e statistiche su i vari fenomeni descritti.

Come ogni bellissimo inizio pieno di entusiasmo e sorpresa oggi osserviamo il lato oscuro di quella rivoluzione sociale che vede come protagonista “l’Homo Digitans” in tutte le sue caratteristiche osservabili. Lo osserviamo curvo sullo schermo di uno smartphone o di un PC, un po’ più disinteressato dal mondo analogico e costantemente assorbito dalla vita on-line rischiando di perdere di vista ciò che è realmente importante, la vera dimensione del piano interpersonale. Una figura che viene assorbita da un mondo che sembra offrire facili risposte alla propria esistenza, restando sulla superficie di uno schermo dove l’ipotesi peggiore rischia di essere proprio quella dello specchiarsi su di essa senza conoscersi realmente.

Michele Spaccarotella descrive come le nostre abitudini sono cambiate e se ne siano aggiunte di nuove. Lo fa con spirito critico, ma non con quello di chi emette una sentenza di condanna, anzi, non tralascia di evidenziare le potenzialità di questa opportunità evolutiva disseminando i giusti avvertimenti e stimolando riflessioni importanti che riguardano tutti.

Lo comprendiamo subito dalla prima parte del libro quando viene descritto un fenomeno che non risparmia quasi nessuno di noi: il selfie. Una pratica tecnologica diffusissima, in grado di illuderci a tal punto tanto da farci provare la sensazione di poter manipolare la nostra rappresentaIone del Sé. Uno strumento ambivalente che ci fa provare la brezza del potere di piacere esponendoci a critiche incontrollabili e aumentando esponenzialmente in noi il nostro senso di fragilità. Siamo esposti a un rapporto con l’altro che non è facilmente confrontabile attraverso la realtà materiale. È un altro fluido, volatile e inafferrabile a cui basta un like per farci oscillare tra il sentirci apprezzati e il sentirci criticati o rifiutati. Affrontiamo questa insicurezza cercando di rendere questa nostra immagine digitale sempre più desiderabile. Possiamo farlo senza limiti, modificandola per apparire sempre meglio, perdendo di vista però quanto ogni filtro che utilizziamo ci allontana da un confronto sincero e clemente con la realtà. La soluzione? Semplice, aumentiamo l’investimento là dove è facile sentirsi migliori ovvero nella rete, magari con l’ausilio di un nuovo filtro, divenendo sempre più prigionieri di un Sé ideale che racconta sempre meno di noi.

La dimensione del Selfie non è certo l’unico fenomeno ad essere raccontato con il puntuale occhio clinico dell’autore. “Lo smartphone sembra essere divenuto un oggetto transizionale digitale” afferma Spaccarotella nel descrivere il panorama delle nuove “patologie da iperconnesione”: nomofobia, f.o.m.o (fear of missing out) e il vamping sono tra queste. Tutto il libro è un aggiornamento continuo di una terminologia che descrive come la nostra essenza umana abbia cercato spazio nel mondo digitale e on-line, attraverso termini che descrivono le nostre difficoltà umane: ghosting, caspering, benching sono solo alcune delle definizioni con cui è possibile raccontare la nostra crescente difficoltà nel vivere relazioni in modo sano, appagante e profondo.

La bellezza di questo libro è data dalla sua interattività. Nonostante le sue parole siano impresse nella cellulosa, Michele Spaccarotella ha disseminato abilmente per ogni argomento degli esercizi che guidano verso esperienze in grado di stimolare importati riflessioni e prese di consapevolezza personale sul rapporto che stiamo sviluppando con il digitale.

Le schede inserite nel libro, sono occasioni che l’autore ci dà per considerare e riflettere riguardo ad aspetti della realtà che rischiamo di perdere o sminuire, smettendo di sottoporli alla nostra mente analogica, affidandoli sempre più a funzioni digitali esterne a noi, spinti da una ricerca di piacere a appagamento che forse ancora non abbiamo compreso del tutto.

Rinunciamo alla nostra attenzione, riduciamo l’uso della memoria e alla nostra capacità di problem solving per utilizzarli come moneta di scambio al fine di acquistare riconoscimento, senso di potere per la nostra comunicazione, riducendo e semplificando la percezione del tempo e degli spazi. Ora chi è del mestiere sa molto bene quanto spesso il paziente in un momento di fragilità sia disposto ad accogliere a braccia aperte una soluzione facile in grado di abbassargli ansia e senso di frustrazione. Sappiamo anche quanto questa rassicurazione immediata, semplice e momentanea possa indirizzare una persona verso una direzione fragile e precaria, riducendo la sua esplorazione e la sua agency. Proprio attraverso le schede “in treatment” presenti nei vari capitoli ci si affaccia nella stanza della terapia, dove è possibile assistere a scorci di vissuti clinici dove l’autore descrive storie e modi in cui il digitale accoglie le nostre fragilità divenendo uno strumento che, dopo aver offerto facili soluzioni, spesso si scopre esser divenuto parte integrante delle pareti che tengono chiuso il paziente in una stanza di malessere.

Come Susanna che riesce a dare vita alla sua fantasia di essere guardata e ammirata senza esporsi a un diretto pericolo. Oppure Luca che assorbito dal porno, ha perso la strada del piacere nella relazione con la propria compagna.

Sapete cos’è “il numero di Dunbar”? Vi sorprenderebbe sapere quanta differenza vi sia tra il numero di persone con cui si possono mantenere relazioni sociali stabili e il numero di contatti che abbiamo sui social.

Spaccarotella parte dal concetto di “amore liquido” descritto dal sociologo Bauman (2003) per raccontare come i rapporti umani stiano inevitabilmente cambiando allo scopo di adattarsi a una nuova realtà. Il caso di Lorenzo descrive molto bene come la fragilità e l’incertezza relazionale trovino facile e illusorio conforto nella facilità di reperire dal web relazioni facili. “Una pesca a strascico” in grado di regalare piccole dosi dell’emozione umana della conoscenza e della conquista, senza però risparmiarsi di indebolire la nostra capacità di creare legami appaganti e duraturi.

La relazione è un posto complicato da sempre, nel quale ci muoviamo spesso accompagnati da un senso di equilibrio precario. Costantemente mettiamo in pratica dei tentativi di equilibrio; occorre molta pratica per imparare a farlo. Utilizziamo molti strumenti per riuscirci, alcuni interni a noi, altri esterni. Questi ultimi rischiano di essere insidiosi perché pre-costituiti da facili soluzioni che non dicono realmente molto di ciò che siamo. Vivere le nostre relazioni esclusivamente sui social ci espone esattamente a questo, a precarietà e conoscenza superficiale di noi stessi e degli altri.

Byte e neuroni hanno creato connessioni invisibili e indissolubili con cui dobbiamo necessariamente imparare a convivere. Nessuno ci aveva preparato a tutto questo, ma è necessario prenderne consapevolezza e spirito critico per evitare che le nostre fragilità subiscano un duro colpo da parte di questa dimensione così potente, fluida e condizionante che è divenuta un amplificatore della nostra esistenza.

Se non ne siete convinti provate a passare una settimana senza Smartphone facendo caso a come vi possiate sentire.

Insomma prenderne coscienza è non solo opportuno, ma una reale necessità e l’opera di Michele Spaccarotella è indubbiamente uno strumento analogico dettagliato e ben strutturato a tale scopo.

 

Psicoterapia single-session per il disturbo d’ansia sociale: utilità e accettabilità di singole sessioni di ristrutturazione cognitiva e di interventi mindfulness

Lo studio ha esaminato l’accettabilità e l’utilità percepite da individui con disturbo d’ansia sociale, relative sia a strategie di ristrutturazione cognitiva, fondamentali negli interventi CBT, sia a tecniche mindfulness, estrapolate da sessioni di pratica della consapevolezza, riferendosi in particolare a singole sedute

 

La terapia cognitivo-comportamentale (ing. Cognitive-Behavioral Therapy, CBT) e gli interventi basati sulla mindfulness sono trattamenti fondati sulle evidenze ampiamente utilizzati per moltissimi disturbi psicologici. In alcune circostanze, tali terapie possono essere sintetizzate in singole sessioni al bisogno, specifiche per determinati tipi di disturbi. Alla luce di ciò, è interessante prestare attenzione all’opinione dei pazienti riguardo le suddette single sessions. Infatti, anche se molte ricerche hanno dimostrato la loro efficacia, sono stati condotti pochi studi su considerazioni ed atteggiamenti dei pazienti verso questi trattamenti (Shikatani et al., 2019). Le single sessions sono ritenute utili ed accettabili o ad esse si preferisce piuttosto non svolgere alcun tipo di intervento psicologico? In seguito, sarà illustrato uno studio pilota che si è proposto di rispondere a tale interrogativo.

Lo studio di Shikatani e collaboratori ha esaminato proprio l’accettabilità e l’utilità percepite relative sia a strategie di ristrutturazione cognitiva, fondamentali negli interventi CBT, sia a tecniche mindfulness, estrapolate da sessioni di pratica della consapevolezza (Shikatani et al., 2019). In particolare, gli autori hanno indagato l’utilità percepita di singole sedute delle terapie sopracitate in individui con disturbo d’ansia sociale (ing. Social Anxiety Disorder, SAD) per la ruminazione post-evento (ing. PostEvent Processing, PEP), cioè il periodo di intensa riflessione su un evento sociale passato che è tipicamente negativo e di natura ruminativa (APA, 2013; Kocovski, et al., 2005).

Il motivo per cui è stato preso in esame il PEP è che si suppone che esso sia un fattore chiave nel mantenimento del SAD e dei suoi vari sintomi, e ciò ha portato ad una maggiore attenzione nei confronti di questa variabile nello studio in questione. Nella sperimentazione, 58 adulti con SAD e ansia relativa al parlare in pubblico hanno completato diversi questionari sui loro sintomi di ansia sociale e sul loro livello di disagio con l’eloquio, ed hanno inoltre eseguito un discorso improvvisato che inducesse il PEP. In seguito, i partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a singole sessioni di mindfulness, di ristrutturazione cognitiva, o a condizioni di controllo attivo (Shikatani et al., 2019). Le condizioni di controllo consistevano in 20 minuti in cui i soggetti svolgevano un discorso a braccio che non fosse seguito da alcun tipo di sessione terapeutica. In questa condizione è stato detto ai partecipanti che spesso è utile pensare ad eventi passati percepiti come negativi per abituarsi ai pensieri che possono avere su di essi: sono state somministrate queste istruzioni per facilitare la generazione del PEP nei partecipanti. Nella condizione in cui i soggetti hanno partecipato ad un incontro mindfulness di circa 40 minuti, essi sono stati preparati allo svolgimento di alcune pratiche della consapevolezza. In seguito, i soggetti hanno completato un esercizio guidato di 3 minuti incentrato sul respiro e tre esercizi guidati di 7 minuti che incoraggiavano a notare e accettare pensieri ed emozioni relativi al discorso precedentemente svolto.

Nella condizione di ricostruzione cognitiva (circa 40 minuti), è stata fornita ai partecipanti una dettagliata psicoeducazione su ansia, pensieri ansiosi e distorsioni cognitive, ed in seguito è stato svolto un lavoro di modificazione e ristrutturazione dei pensieri disfunzionali. Il giorno seguente, i partecipanti hanno completato un questionario per valutare l’accettabilità e l’utilità percepita della strategia svolta il giorno prima (Shikatani et al., 2019). Gli individui che avevano praticato una sessione di mindfulness e coloro che avevano svolto un intervento di ristrutturazione cognitiva avevano valutato entrambe le strategie apprese nelle singole sessioni come significativamente superiori rispetto alla condizione di controllo attivo per quanto riguardava le misure di utilità attuale e prevista, e avevano considerato un uso continuato della strategia (Shikatani et al., 2019). Per ciò che concerne il confronto tra i due tipi di sessioni singole di ciascun intervento, non sono state trovate differenze significative tra le strategie di mindfulness e di ristrutturazione cognitiva su nessuna delle variabili dipendenti (cioè, credibilità della strategia, utilità percepita, uso continuato previsto e gradimento) (Shikatani et al., 2019).

In conclusione, da questo studio è emerso che singole sessioni di strategie mindfulness e di ristrutturazione cognitiva sono state ritenute utili ed accettabili da persone con SAD. Secondo il campione di soggetti con disturbo d’ansia sociale, infatti, sia la single session CBT, sia quella mindfulness-based sembrano aver passato un esame preliminare che ne ha confermato la validità. Questo primo studio sull’argomento ha mostrato valutazioni favorevoli dei pazienti per le single sessions dei due tipi di terapia in questione. Sarebbe auspicabile ulteriore ricerca sull’argomento per generalizzare tali risultati, nonché per individuare l’utilità e l’accettabilità relative a single sessions di altri tipi di terapia secondo differenti tipologie di pazienti.

La prospettiva scientifica nella concettualizzazione del caso – Il nono episodio di The Journal Club

The Journal Club, la webserie organizzata da Studi Cognitivi per discutere e approfondire le novità dal panorama scientifico internazionale, ora in esclusiva per i lettori di State of Mind.

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “The Journal Club”, un ciclo di appuntamenti per approfondire e discutere insieme le novità dal panorama scientifico internazionale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Ogni settimana l’analisi di un articolo scientifico dedicato a una particolare tematica. In ogni incontro, le Dott.sse Sara Palmieri e Alessia Offredi, accompagnate da un ospite del team di esperti di Studi Cognitivi, hanno commentato l’articolo, per poi proseguire con alcune importanti riflessioni sulle implicazioni di quest’ultimo nel campo della Psicoterapia.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del nono episodio della serie dedicato alla prospettiva scientifica nella concettualizzazione del caso. Ospite dell’incontro: la Dott.ssa Sandra Sassaroli.

 

LA PROSPETTIVA SCIENTIFICA NELLA CONCETTUALIZZAZIONE DEL CASO

Le implicazioni psicologiche del ramadan sulla prestazione sportiva – Osservanze religiose e attività sportiva: un’integrazione possibile

Una comprensione degli effetti del Ramadan sulle prestazioni atletiche è essenziale per preparatori e scienziati sportivi al fine di riuscire meglio a far fronte a questo vincolo annuale, senza aggravare i fattori fisiologici e psicologici implicati.

 

Ramadan è il nome del nono mese dell’anno nel calendario lunare musulmano. La prescrizione coranica stabilisce che in questo mese, nel quale avvenne la prima rivelazione, i musulmani debbano quotidianamente osservare, dall’aurora al tramonto, l’astinenza totale da cibi e bevande, dai rapporti sessuali e dal fumo. (Treccani)

Ma quanto influiscono queste alterazioni nella vita di uno sportivo? È possibile conciliare la vita religiosa con quella atletica, anche durante il Ramadan?

Sebbene, la maggior parte degli atleti continui ad allenarsi e gareggiare durante il nono mese lunare, gli studi dimostrano che il Ramadan è associato a cambiamenti comportamentali che influenzano le risposte metaboliche, fisiologiche e psicologiche di una sessione di allenamento o di una competizione (Chtourou et al., 2014). Il digiuno e in particolare l’assenza di assunzione di liquidi durante la giornata ha inevitabilmente, infatti, una forte implicazione per la prestazione (Ani set al., 2009).

Tuttavia, l’impatto dell’osservanza del Ramadan sulle prestazioni fisiche presenta risultati incoerenti (Boukhris et al., 2019): alcuni studi hanno dimostrato che la forza e le prestazioni aerobiche e anaerobiche ad alta intensità sono influenzate negativamente, mentre altri non sono riusciti a osservare sostanziali decrementi delle prestazioni.

Sebbene gli studi rivelino risultati differenti, un allenatore non può trascurare i fisiologici scompensi derivati sul singolo atleta.

È innegabile, infatti, che l’impatto del Ramadan sul sonno e sull’assunzione di cibo e liquidi possono rappresentare potenziali fattori negativi sulle prestazioni (Trabelsi et al.2017).

Di conseguenza, i decrementi della funzione fisica possono portare ad un aumento dello sforzo percepito e dello stress mentale durante l’allenamento e, più gravemente, a una maggiore incidenza di infortuni e malattie (Chtourou et al., 2011). Inoltre, durante il Ramadan gli atleti musulmani segnalano un aumento di percezione della stanchezza, della malattia ed evidenti sbalzi d’umore che potrebbero portare alla loro incapacità di sostenere lo sforzo fisico, soprattutto se è richiesto un impegno prolungato ed intenso (Boukhris et al., 2019).

Nonostante, infatti, ci siano poche ricerche volte ad indagare gli effetti psicologici del Ramadan sulle prestazioni sportive è ipotizzabile un calo motivazionale, un cambio del tono dell’umore contraddistinto da emozioni di rabbia, irritazione, scoraggiamento, apatia, etc, legati ai cambiamenti alimentari, all’ipoidratazione e alle alterazioni del ciclo sonno-veglia.

L’ipotesi è sostenuta anche da alcune ricerche sulla comunità musulmana (non sportivi) che mostrano un aumento significativo dell’irritabilità durante il mese, a seguito dei grandi cambiamenti delle abitudini quotidiane (Kandri et al., 2000).

Non si può, però, non sottolineare che il mese lunare non coincide sempre con lo stesso mese; per questo capita di dover adempiere a tale pilastro in qualsiasi stagione dell’anno.

Questa apparente irrilevanza contribuisce ad una significativa flessibilità di adattamento.

Un fedele, ed in questo caso un atleta, potrebbe incontrare maggiori difficoltà nei mesi estivi rispetto a quelli invernali sia per motivi climatici, di temperatura, sia per la durata delle ore del giorno.

Ma per un credente (di qualsiasi religione) è davvero così impegnativo integrare la dimensione spirituale con gli impegni della vita che conduce?

A questa domanda non esiste, ovviamente, una risposta generalizzabile a tutti gli individui ma è importante indagare cosa rappresenta la componente religiosa nella vita del soggetto per trovare un responso.

Assecondare un proprio bisogno di spiritualità rappresenta per molti una dimensione imprescindibile della propria identità, pertanto l’osservanza a certi precetti non va intesa come un sacrificio a cui si chiede di dover sottostare passivamente. Per i musulmani, anzi, il Ramadan è un’occasione virtuosa che insegna a controllare i propri impulsi e che invita a riflettere sul proprio corpo e sulla propria mente.

A tal proposito, è importante ribadire che, tra i fattori che influenzano le strategie di coping, il background religioso e spirituale gioca un ruolo importante. Dunque, poiché i musulmani prestano maggiore attenzione ai loro compiti religiosi nel mese sacro del Ramadan, si ritiene che il loro stato fisico e psicologico possa, invece, comunque essere influenzato positivamente in questo mese (Pargament et al., 1990).

Addirittura per un atleta queste settimane di astinenza potrebbero rappresentare un allenamento mentale di notevole efficacia per affrontare positivamente anche la stagione agonistica.

Ma come gestire competizioni imminenti durante il mese sacro?

In passato il Ramadan ha coinciso più volte con importanti appuntamenti sportivi, come ad esempio Olimpiadi, Campionati di Calcio Europei, etc, rendendo per uno sportivo di fede musulmana molto difficoltosa la possibilità di rispettare le norme religiose.

A tal proposito, in occasioni eccezionali esistono delle deroghe da parte delle autorità spirituali musulmane, che consentono di interrompere o posticipare il digiuno e l’astinenza; tra questi rientrano i casi in cui i fedeli si trovano, per motivi di viaggio, ad una distanza superiore agli 84 km dal loro luogo abituale di preghiera.

Ciò significa che, seppure il rapporto possa sembrare difficile, è comunque possibile!

A prescindere dal mese in cui coinciderà il Ramadan e dalle competizioni previste in quei giorni, un allenatore è dunque chiamato a sostenere i bisogni individuali dei suoi atleti proponendo allenamenti con un’intensità diversificata, in orari più agevoli.

Una comprensione degli effetti del Ramadan sulle prestazioni atletiche è, infatti, essenziale per preparatori e scienziati sportivi al fine di riuscire meglio a far fronte a questo vincolo annuale, senza aggravare i fattori fisiologici e psicologici implicati.

 

Intelligenza fluida, comprensione delle emozioni e competenza definitoria in soggetti anziani istituzionalizzati e non

L’invecchiamento è un processo naturale e irreversibile che provoca modificazioni biologiche, fisiche, psicologiche e sociali. Comporta una riduzione delle abilità psicofisiche e una progressiva involuzione morfologica e strutturale, che con il passare del tempo compromettono le probabilità di sopravvivenza.

Capriotti Federica – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

L’invecchiamento comporta un progressivo deterioramento sia a livello biologico e fisico, sia delle principali abilità psico-sociali. Nonostante ciò alcune componenti risultano meglio conservate rispetto ad altre. Tuttavia gli studi mostrano un’ampia variabilità sia tra i diversi individui sia tra le diverse abilità nello stesso individuo.

Molteplici sono le variabili potenzialmente implicate nella conservazione e perdita di abilità nell’invecchiamento tra cui quelle ambientali. La letteratura ha evidenziato come le variabili ambientali siano fondamentali per il benessere psico-fisico, cognitivo ed emotivo-relazionale.

Tra le cause scatenanti dell’invecchiamento è possibile classificare i fenomeni biochimici legati all’invecchiamento in due grandi categorie: quelli che causano alterazioni al patrimonio genetico e che quindi esplicano la loro funzione in maniera più evidente nelle cellule dotate di capacità riproduttive e quelle che invece danneggiano le strutture o altre molecole costituenti le cellule. Nell’ultimo secolo la scoperta degli antibiotici e le sempre più attente pratiche igieniche, hanno aumentato la vita media nei paesi occidentali, riducendo drasticamente la probabilità di morte in giovane età, ma nulla ha ancora ritardato o rallentato il processo intrinseco dell’invecchiamento e la progressiva degenerazione delle funzioni fisiologiche.

Il declino dell’intelligenza fluida

L’intelligenza fluida (Gf), o ragionamento fluido, è la capacità di pensare logicamente e risolvere i problemi in situazioni nuove, indipendentemente dalle conoscenze acquisite. È la capacità di analizzare problemi nuovi, identificare gli schemi e le relazioni sottostanti per estrapolarne una soluzione usando il ragionamento logico. È necessario che tutti i problemi logici, scientifici, matematici e tecnici, siano affrontati con il procedimento del problem solving, adottando il pensiero fluido che comprende sia il ragionamento induttivo che quello deduttivo.

Tra le varie concettualizzazioni relative all’intelligenza, quella del “modello gerarchico” considera tipi diversi di abilità intellettive specifiche non indipendenti tra loro, ma sottese o controllate da un numero più ristretto di abilità di livello più generale. Neppure quest’ultime sono del tutto indipendenti, bensì supportate o collegate a loro volta a un fattore che costituisce la capacità implicata nella manifestazione di tutte le altre abilità: il fattore g. Questa capacità rappresenterebbe la componente fluida dell’intelligenza, mentre le diverse sue manifestazioni rapresenterebbero la forma cristallina. Il fattore g costituirebbe il potenziale intellettivo astratto, prima della sua attuazione, e le sue manifestazioni rappresenterebbero manifestazioni concrete attualizzate e osservabili sul piano comportamentale.

Tradizionalmente si riteneva che lo sviluppo cognitivo si arrestasse con la fine dell’adolescenza. L’età adulta avanzata era associata a un declino cognitivo generale e a stati patologici degenerativi, come la demenza. Ma vi sono sostenitori di una visione diversa secondo cui lo sviluppo viene inteso come un continuo riequilibrio tra nuove acquisizioni e perdita di alcune abilità che caratterizza ogni fase della vita. Ricerche condotte somministrando la WAIS (Wechsler Adult Intelligence Scale) hanno evidenziato che, nonostante l’avanzare dell’età sia caratterizzato da un generale declino dell’intelligenza, il QI verbale non subisce variazioni fino a 70 anni, mentre il QI di prestazione (prove non verbali in particolare visuospaziali) diminuisce a partire dai 45 anni.

Secondo la prospettiva di Baltes [1987], le abilità che si basano sulle operazioni mentali di base o intelligenza fluida, quali il ragionamento, la memoria, l’orientamento spaziale e la velocità percettiva, subiscono un declino, in quanto si riferiscono a situazioni e procedure nuove dove l’anziano incontra difficoltà

Gli anziani meno inclini ad imparare e meno flessibili nel modificare strategie di giudizio e di scelta, che perciò preferiscono usare strategie meno impegnative, fanno fatica a tener presente tutte le informazioni rilevanti, essendo più lenti e più cauti dei giovani. Al contrario le abilità che fanno riferimento alla componete pragmatica, o intelligenza cristallina, come le abilità verbali e numeriche, restano stabili e/o aumentano fino ai 60-70 anni grazie all’accumularsi dell’esperienza. L’intelligenza fluida è legata ai cambiamenti del sistema nervoso e per questo motivo tende a declinare con l’età. Mentre si sostiene che con l’avanzare dell’invecchiamento, l’intelligenza cristallina sviluppi le sue prestazioni cognitive ed abbia una funzione compensatoria rispetto al decadimento dell’intelligenza fluida.

Tuttavia vi è comunque un declino in tutte le componenti dell’intelligenza in tarda età, quando i fattori biologici responsabili dell’invecchiamento fisiologico del cervello e il deterioramento delle funzioni sensoriali diventano predominanti, causando una diminuzione dell’efficacia delle risorse culturali.

Le emozioni

Le emozioni sono parte integrante della nostra vita psichica, determinano il nostro benessere e motivano il nostro comportamento. Esse sono definite fenomeni complessi, che il soggetto deve essere in grado di comprendere e gestire attraverso strumenti cognitivi di interpretazione degli stimoli, dato che sono il centro delle nostre relazioni sociali e uno dei canali comunicativi più importanti. Sono inoltre elementi fondamentali per lo sviluppo dell’individuo e per il suo adattamento efficace all’ambiente.

In età adulta le emozioni vengono regolate in maniera sofisticata grazie all’accumularsi dell’esperienza e delle conoscenze che permettono una maggiore selezione delle relazioni emotivamente significative.

Man mano che l’età avanza si cerca di dare maggiore priorità ai significati emotivi positivi dei vari avvenimenti, rielaborando anche le vicende negative in chiave positiva, e si restringono i contatti sociali alle amicizie più significative. Il controllo della frequenza e della qualità delle relazioni, così come il coinvolgimento sociale, viene interpretato come una strategia da adottare per regolare le emozioni, mantenere il benessere e potenziare la costruzione di un buon invecchiamento.

Vi sono comunque forme di stress a cui l’individuo non può sfuggire, che riguardano il distacco dalla vita lavorativa, perdita di persone care, l’insorgenza di malattie croniche e problemi fisici. Alcuni ricercatori hanno notato che gli anziani usano una combinazione di strategie di coping necessarie per l’adattamento a queste situazioni, focalizzata sulla regolazione delle emozioni e sull’accettazione del proprio stato, come controllo e soluzione degli eventi stressanti, naturale conseguenza dell’avanzare dell’età.

Contrariamente al pensiero comune, la vita sessuale non termina con l’avvento della terza età. Nonostante il declino fisico e biologico che comportano modificazioni delle capacità sessuali, gli anziani non sono affatto asessuati. Una ricerca del CENSIS del 2007 ha rilevato che il 73,4% degli anziani con età compresa tra i 61 e i 70 anni e il 39,1% sopra i 70 anni dichiara di essere ancora sessualmente attivo

Tra le varie emozioni che può provare l’anziano non si può escludere la paura della morte.

L’ansia per la morte è un concetto multidimensionale: in essa vi è una dimensione più consapevole e conscia del morire, legata all’abito sociale e alla cultura di appartenenza, e una dimensione inconscia, difficile da rappresentare e valutare. Se il pensare alla propria morte rende l’anziano angosciato, le ansie per la morte altrui non sono poi così diverse, in quanto essa provoca ugualmente emozioni negative che vanno dalla paura alla rabbia e dalla tristezza alla depressione.

La competenza definitoria

L’acquisizione delle definizioni è correlata allo sviluppo delle abilità cognitive, linguistiche, comunicative, di acculturazione ed istruzione, metarappresentative e metalinguistiche. Per competenza definitoria si intende l’abilità di formulare verbalmente il significato di una parola per mezzo di altre parole (che corrisponde alla regola della parafrasi), utilizzando una frase articolata e con un formato categorizzante al fine di realizzare un’equivalenza semantica tra parole da definire e risposta definitoria. Per definire correttamente il significato delle parole bisogna utilizzare formule aristoteliche, fornendo informazioni rilevanti e pertinenti dal punto di vista dell’interlocutore. Alcuni studi mostrano un declino della teoria della mente a partire dai 55 anni, altri studi dai 70 anni. Le abilità linguistiche sarebbero generalmente preservate negli anziani.

Belacchi e Benelli [2007] hanno proposto una scala per valutare la competenza definitoria a cinque livelli che enfatizza il ruolo delle regole formali morfosintattiche, partendo dal presupposto che solo da un’analisi della struttura linguistica si possa accedere alla rappresentazione piena del significato. Questa scala descrive la comparsa dei requisiti della definizione e la loro progressiva integrazione che rende possibile l’accesso al livello definitorio metalinguistico:

  • Livello I. Non definitorio: assenza di risposta verbale, o risposta “non so”;
  • Livello II. Pre-definitorio: uso del linguaggio come risposta, ma utilizzando una singola parola;
  • Livelli III. Quasi-definitorio: articolazioni formali delle risposte che denotano il primo uso di strategie perifrasiche, ma sempre scorrette e incomplete;
  • Livelli IV. Definitorio non integrato: presenza di enunciati formalmente corretti e completi;
  • Livello V. Definitorio: la frase è integrata nella forma e nel contenuto, che sono entrambi corretti e da un approccio di tipo categorizzante.

Le abilità metarappresentative sono qui operazionalizzate come abilità di rappresentazione degli stati emotivi altrui (Teoria della Mente) e abilità metalinguistica di esplicitare rappresentazioni semantiche culturalmente condivise.

Il ruolo dell’ambiente

Una ricerca condotta al fine di indagare il ruolo dell’ambiente nel mantenimento dell’intelligenza fluida, nella comprensione delle emozioni e nella competenza definitoria in soggetti anziani, ha effettuato interviste a soggetti che vivono in un ambiente familiare e a soggetti che alloggiano in istituto.

Sono stati selezionati 48 anziani di cui 24 istituzionalizzati, ospiti nelle case di riposo Sassatelli di Fermo e Centro Primavera di San Benedetto del Tronto, e 24 non istituzionalizzati che vivono con il coniuge, con i figli o soli. Gli intervistati si dividono in 14 donne e 10 uomini per gruppo. L’età media è di 82.5 anni (range 69-96).

Parte degli anziani in istituto hanno scelto spontaneamente di cambiare la loro residenza. Altri invece hanno necessità di assistenza continua per problemi fisici.

Nessuno degli intervistati ha dichiarato di avere patologie cognitive o linguistiche.

Sono stati utilizzati tre tipologie di test:

  • Test di Comprensione delle Emozioni (TEC – Test of Emotion Comprehesion di F. Pons e P. Harris, 2000) strumento che consente di valutare l’insieme delle componenti della comprensione delle emozioni e di verificare eventuali lacune del profilo evolutivo;
  • Le Matrici Progressive (CPM – Coloured Progressive Matrices di John C. Raven, 1947) con l’intento di fornire una misurazione del fattore g dell’intelligenza;
  • La competenza definitoria degli anziani è stata valutata secondo le direttive del modello Benelli e Belacchi 1999, basato sull’utilizzo di una lista di vocaboli a cui i candidati dovevano attribuire una definizione per ciascuno. Le parole utilizzate sono: pagliaccio, pensare, battere, spionaggio, tristezza, vergogna, innocente, rischioso, arancia, orgoglio, rabbia, costringere, scottare, senso di colpa, biondo, rivalità, felicità, licio, paura, invidia, sorpresa, disgusto.

I risultati della ricerca non hanno evidenziato differenze significative nelle abilità cognitive, metalinguistiche e nella comprensione delle emozioni tra anziani che vivono in casa e anziani istituzionalizzati.

 

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Psicoterapia intensiva dinamica breve (ISTDP): l’evoluzione delle psicoterapie psicodinamiche

L’ISTDP (Intensive Short-Term Dynamic Psychotherapy) è un modello terapeutico poco conosciuto in Italia ma protagonista di un grande fervore in termini di interesse e ricerca scientifica in Canada, USA, Nord Europa. Questo articolo vuole far conoscere ai terapeuti le potenzialità dell’ISTDP illustrando le intuizioni più importanti che lo contraddistinguono dai modelli più diffusi.

 

Lo sviluppo e il contesto

La metapsicologia dell’ISTDP si sviluppa nella cornice delle terapie dinamiche brevi, i principi di base sono quelli della psicoanalisi con elementi della teoria dell’attaccamento. Questo modello vanta una grande quantità di ricerche scientifiche che mostrano la sua efficacia con un ampio spettro di patologie come disturbi di personalità, depressione e MUS (Medical Unexplained symptoms).

A partire dagli anni ’50-’60 i cambiamenti della società e l’esigenza delle istituzioni sanitarie hanno spinto all’adozione di modelli terapeutici che fossero di breve durata e con una efficacia riconosciuta per meglio rispondere alle esigenze della popolazione. Gli approcci che più rispondevano a queste richieste si sono configurati come scelte obbligate a discapito di una grande fetta di modelli o tecniche d’intervento a cui solitamente veniva e viene attribuita maggiore durata e dubbia efficacia. In questo contesto la psicoanalisi rischiava, come tutt’ora di fatto è, di restare tagliata fuori dai servizi pubblici. Queste circostanze sono state il motore propulsivo ai tentativi di rendere la tecnica psicoanalitica meno dispendiosa in termini di tempo e denaro, rendendola di fatto più fruibile in tutti i contesti. Rendere l’analisi più breve è un cruccio che ha sempre permeato gli sforzi di molti analisti, per primo il suo fondatore Sigmund Freud. Sono famosi alcuni suoi casi risolti con pochissime sedute. Successori più contemporanei come M. Balint, D. Malan, J.J. Mann, analisti provenienti dal Tavistock Institute, o ancor più recente P. Sifneos hanno tutti dato un contributo allo sviluppo delle psicoterapie dinamiche brevi (F. Osimo, M. stein,2012). Non mi dilungherò oltre sulle origini storiche ma, è importante sapere che la maggior parte di questi modelli sono stati abbandonati, poiché presentavano limiti importanti come ad esempio essere d’aiuto ad una percentuale estremamente esigua di pazienti idonei.

Negli anni ‘60 Habib Davanloo alla McGill University di Montreal, inizia una meticolosa opera di studio del processo terapeutico che porterà negli anni ‘80 alla nascita dell’ISTDP (F. Osimo, M. stein,2012). Provenendo da studi di medicina, cerca di applicare lo stesso rigore empirico alla psicoterapia. Davanloo pionieristicamente introduce la video registrazione delle sedute a scopo di studio e di apprendimento, esattamente come veniva fatto nelle lezioni di chirurgia, scardinando le convenzioni dogmatiche di alcuni setting classici. Questo gli concesse di raccogliere dati oggettivi su quello che effettivamente accade nella relazione terapeutica. Poté così osservare, testare, sistematizzare, gli interventi più efficaci che producevano risposte adeguate nei pazienti. L’insight di Davanloo ebbe il merito di portare alla formulazione di una metodologia d’intervento molto accurata, efficace e capace di accelerare il processo terapeutico, cambiando sostanzialmente il modo di fare psicoterapia. Chiamò questo metodo ISTDP: Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve.

Principi e metapsicologia

Di seguito illustrerò i principi basilari e tipici dell’ISTDP così da chiarire come essa lavora e in cosa differisce dalla psicoanalisi e altri approcci psicodinamici.

I triangoli

La psicoterapia intensiva dinamica breve viene considerata da alcuni non solo un modello d’intervento ma anche una mappa in grado di dare cognizione del punto in cui paziente e terapeuta si trovano momento dopo momento nel processo terapeutico. Davanloo infatti, incorpora nel suo modo di lavorare l’intuizione di David Malan di affiancare il triangolo del conflitto sviluppato da H. Ezriel (1952) al triangolo dell’insight, meglio conosciuto come il triangolo delle persone di K.Menninger (1958).

ISTDP l introduzione della Psicoterapia intensiva dinamica breve Imm 1

Questi triangoli rendono conto di tutte le comunicazioni verbali e non del paziente in relazione a figure significative del presente o del passato o in relazione al momento presente nel transfert con il terapeuta. Nel primo (triangolo del conflitto) osserviamo quindi come emozioni o impulsi collocati sul vertice inferiore del triangolo facciano aumentare l’ansia inconscia (angolo superiore destro del triangolo) da cui il paziente si difende (angolo superiore sinistro del triangolo) con i meccanismi di difesa. Questi movimenti dinamici possono quindi essere collocati in riferimento a uno dei vertici del secondo triangolo (triangolo delle persone) che ci informa rispetto a quale interlocutore è oggetto delle comunicazioni del paziente. Davanloo, utilizzando questa mappa concettuale, codifica quello che accade in terapia e costruisce interventi mirati e specifici per ogni fenomeno dinamico del paziente ascritto a uno dei vertici dei triangoli (F. Osimo, M. Stein, 2012).

Il processo terapeutico

Come per tutti i modelli psicodinamici, far emergere i contenuti emotivi inconsci è l’elemento centrale nonché fattore di cambiamento della psicoterapia. Quando questo accade assistiamo a un alleggerimento dell’ansia inconscia (angoscia) e di conseguenza a un ridimensionamento delle difese caratteriali. Questi due elementi, ansia e meccanismi di difesa, sono direttamente implicati nell’eziologia dei sintomi. Davanloo comprende che è necessario portare il paziente a esperire in maniera viscerale le emozioni inconsce per poter operare un cambiamento profondo in tempi relativamente brevi. L’esperienza emotiva deve coinvolgere la dimensione cognitiva (processi cerebrali top-down, cognizione dell’affetto), la dimensione somatica e cioè la capacità di sentire l’impulso nel corpo (processi cerebrali Bottom up, sensorialità corporea), ed infine la dimensione motoria, essere in grado di esperire la tendenza all’azione dell’impulso. Questa esperienza emotiva viene chiamata “Breakthrough” poiché permette il superamento delle resistenze, l’affiorare delle emozioni sepolte, e l’accesso diretto all’inconscio, fenomeno che Davanloo chiama “Unlocking” (apertura). L’apertura dell’inconscio (unlocking) in seguito all’esperienza delle emozioni evitate è determinante rispetto agli obiettivi terapeutici (H. Davanloo, 1997). Essa permette l’emergere di ricordi in precedenza rimossi, la costruzione d’insight, e una profonda comprensione da parte del paziente dell’origine della sua sofferenza. Il terapeuta accompagna questo processo favorendo l’integrazione di tutti i contenuti emersi in una narrazione coerente che consente un profondo cambiamento sostenuto all’integrazione di processi cerebrali corticali e sottocorticali (top-down/bottom-up).

Il ruolo dello psicoterapeuta è centrale per il raggiungimento di questo risultato. A differenza del rigoroso atteggiamento neutrale tipico della psicoanalisi, il terapeuta diviene parte attiva del processo, mostra una decisa propensione a voler comprendere a fondo i conflitti del paziente e ad aiutarlo ad abbattere le rigide difese psichiche (H. Davanloo, 1997). Tutto questo avviene in un clima emotivo intenso ed empatico sostenuto dal mantenimento di una forte alleanza terapeutica sia conscia che inconscia.

Elemento centrale nell’accelerazione del processo terapeutico è il lavoro nel transfert. Se la risposta del paziente lo consente, il terapeuta si concentrerà già nelle prime fasi nell’aiutare il paziente al far emergere i vissuti transferali, così che il transfert possa diventare lo strumento ponte per accedere alle emozioni conflittuali. Questo è un passaggio fondamentale, poiché determina un sostanziale allontanamento dal lavoro analitico classico in cui si attende l’instaurarsi di una nevrosi di transfert per poter operare delle interpretazioni su di esso. In ISTDP, invece, proprio il lavoro precoce sul transfert permette di evitare il successivo instaurarsi della nevrosi da transfert.

Ansia, meccanismi di difesa e diagnosi

Il modo di lavorare con i meccanismi di difesa dell’ISTDP è un altro tratto peculiare di questo modello e differisce molto da altre forme di psicoterapia. Davanloo osserva e distingue due tipi di difese: tattiche e caratteriali. Le prime sono difese non strutturate che tendono a essere superate con i giusti interventi del terapeuta, le seconde tendono a essere più strutturali e determinano la resistenza caratteriale. Queste ultime assumono un ruolo rilevante per quel che concerne la diagnosi. La diagnosi in ISTDP viene fatta in vivo, osservando le risposte dei pazienti agli interventi del terapeuta. Essa si struttura lungo un continuum che fa riferimento alla resistenza caratteriale (somma delle difese) e alle vie di scarica dell’ansia inconscia. A un estremo troviamo quelle persone definite a bassa resistenza, cioè con un buon funzionamento e solitamente con tematiche legate a lutti o separazioni non risolte. Progredendo troviamo persone con moderata e alta resistenza a cui sono associati problemi caratteriali, disturbi di personalità, problemi relazionali, di intimità e somatizzazioni (A. Abbass, 2015).

Per proseguire è necessario introdurre un’altra importante comprensione di Davanloo, l’utilizzo dell’ansia inconscia in terapia. Osservando le video registrazioni delle sedute Davanloo si accorge che, in risposta a delle sollecitazioni da parte del terapeuta, i pazienti manifestano ansia per lo più inconscia che viene scaricata attraverso tre diverse vie somatiche:

  • via di scarica muscolo scheletrica: l’ansia si manifesta come tensione muscolare che può in determinate condizioni crescere fino a creare uno stato di tensione diffuso in tutto il corpo e molto visibile, di solito quest’ansia è osservabile su tutti i muscoli volontari e sul diaframma con l’emissione di sospiri (A. Abbass, 2015).
  • via di scarica del sistema nervoso autonomo i cui effetti sono osservabili nelle manifestazioni del simpatico e del parasimpatico. Vengono coinvolte la muscolatura liscia, le visceri, l’apparato cardiocircolatorio. Si avranno fenomeni di sudorazione, aumento del battito cardiaco, bisogno impellente di minzione, bruciore di stomaco etc (A. Abbass, 2015).
  • via cognitivo percettiva, l’ansia inizia a manifestarsi a livello cerebrale. Si osserva nei pazienti che improvvisamente dimenticano, diventano confusi, hanno sensazioni di stordimento, visione a tunnel, nei casi più estremi fenomeni dissociativi o allucinazioni (A. Abbass, 2015).

Davanloo trova una stretta correlazione tra vie di scarica dell’ansia e meccanismi di difesa. Alla prima via vengono associate tutte quelle difese evolute appartenenti al campo l’isolamento dell’affetto (razionalizzazione, intellettualizzazione etc..). Alla seconda sono associate difese legate alla rimozione: le emozioni e gli impulsi evitati vengono solitamente rimossi dalla coscienza. Alla terza via di scarica sono associate difese regressive e arcaiche. Potremo vedere pazienti che proiettano, che usano identificazione proiettiva o scissione (A. Abbass, 2015).

Per concludere osserviamo anche i fenomeni di conversione: quando emergono emozioni il paziente manifesta stanchezza, pesantezza, paralisi temporanea in alcune parti del corpo, mentre non vi è tensione nel resto e questo è associato alla rimozione (A. Abbass, 2015).

Ognuna di queste vie costituisce il secondo parametro per il sistema di diagnosi dell’ISTDP. A seconda delle vie di scarica prevalentemente utilizzate avremo informazioni sul livello di solidità dell’Io e della conseguente capacità di tollerare gli stati affettivi intensi. Queste informazioni sono fondamentali per poter modulare gli interventi del terapeuta. Anche in questo caso ci muoviamo lungo un continuum che descrive i gradi di fragilità riferiti alla solidità dell’Io. Da un lato avremo persone con bassa fragilità e alta resistenza e passando sul lato opposto, progressivamente troveremo pazienti con media e alta fragilità.

Utilizzare questo specifico modo di fare diagnosi ha una duplice funzione. La prima è che processo terapeutico e osservazione diagnostica vanno di pari passo. In poche parole mentre attiviamo il processo terapeutico attraverso interventi specifici, testiamo la risposta del paziente in termini di ansia e difese e questo ci fa rendere conto in vivo della struttura caratteriale del paziente. La seconda, a cui ho già accennato, è che la diagnosi fatta in questo modo consente di sapere sempre cosa fare. Se avremo davanti le difese del paziente e l’ansia sulla muscolatura striata (paziente solido), potremo lavorare per aiutare la persona a riconoscere le proprie difese e incoraggiarlo ad abbandonarle. Se invece ci troveremo davanti un’ansia eccessiva, allora interverremo con tecniche specifiche di regolazione dell’ansia, aiutando la persona a costruire capacità di tollerare gli stati affettivi con un conseguente rinforzo dell’Io.

Conclusioni

L’ISTDP è da considerarsi un approccio d’avanguardia. In esso possiamo trovare in perfetta sinergia conoscenze psicoanalitiche, teoria dell’attaccamento, elementi neurobiologici delle emozioni ed approccio scientifico. Questi elementi rendono questo modello integrabile in diverse metodologie di lavoro. Dall’ISTDP infatti, si sono sviluppate negli anni le terapie dinamico esperienziali, per citarne alcune: l’APT (Affect Phobia Therapy) di Leigh Mc Cullough che ha integrato queste conoscenze in un linguaggio appartenente alla CBT, oppure l’AEDP (Accelerated Experiential Dynamic Pshycotherapy) di Diana Fosha intrisa di forti elementi della teoria dell’attaccamento e della psicologia umanistica. Oggi esiste una comunità scientifica internazionale molto aperta e viva, che si occupa dello studio e dello sviluppo delle terapie dinamico esperienziali che è la IEDTA (International Experiential Dynamic Therapy Association).

Un punto di forza di questa metodologia è la grossa quantità di studi fatta soprattutto in Canada dove peraltro è stata inserita nei piani di cura della sanità pubblica (A. Abbass). La grande mole di ricerche condotte finora, mostra risultati davvero buoni nel trattamento di pazienti considerati difficili e resistenti. Invito il lettore ad approfondire la letteratura scientifica sui maggiori database di pubblicazioni mediche (PUBMED). In conclusione vorrei citare quello che David Malan luminare della Tavistock clinic di Londra disse dopo l’esposizione al lavoro di Davanloo: “Freud ha scoperto l’inconscio, Davanloo ha scoperto come accedervi rapidamente” (Malan D., 1979).

 

Tutto chiede salvezza (2020) di D. Mencarelli – Recensione

Tutto chiede salvezza è il secondo romanzo di Daniele Mencarelli, uscito per Mondadori ormai circa un anno fa, nel febbraio 2020, candidato al LXXIV Premio Strega.

 

Da quando ha fatto la sua comparsa sugli scaffali delle librerie, il mio desiderio di leggerlo è sempre stato fortissimo, ma mi sono sempre trattenuta: sapevo, infatti, che si trattava di un libro doloroso, che le patologie mentali ne erano protagoniste, e che quelle pagine mi avrebbero inevitabilmente segnata. Ma era un libro che dovevo leggere, prima o poi, sapevo che non gli sarei sfuggita per sempre. E infatti, lui è tornato a cercarmi nei giorni passati, diventando l’eletto del mese in uno dei gruppi di lettura di cui faccio parte. Dire che mi è piaciuto sarebbe un eufemismo. È un libro che ho sentito dalla prima all’ultima pagina: queste parole ti entrano dentro, le senti fin nelle ossa e non puoi che partecipare del dolore di Daniele, un dolore che magari è anche di chi legge o di qualcuno che gli sta a fianco. Ecco, Tutto chiede salvezza è un’opera che aiuta ad affrontare il dolore, che lo mostra senza sconti fin nei suoi recessi più oscuri, ma che lo esorcizza con il suo dirlo ad alta voce, con il proclamare che l’unica cosa che è veramente da pazzi è pensare che un uomo non debba mai andare in crisi.

Daniele ha vent’anni quando gli viene imposto un TSO (trattamento sanitario obbligatorio), un ricovero coatto presso un reparto psichiatrico, a causa di una violenta esplosione di rabbia che ha causato parecchi danni. Una settimana da trascorrere in un luogo che è avvertito come una gabbia, dove gli uomini vivono come sull’orlo di un precipizio, tentando di non cadere inesorabilmente verso il baratro oscuro delle loro menti. A qualcuno quell’ultimo passo è già toccato in sorte, come ad Alessandro che, seduto sul letto davanti a Daniele, fissa il vuoto, preda di chissà quale fantasma che gli impedisce di muoversi e parlare. Anche Madonnina se l’è già preso l’abisso, al punto da fargli guadagnare questo soprannome perché è una delle poche parole che riesce a pronunciare, quasi una preghiera incessante che puntualmente cade nel vuoto. Chissà chi c’è dietro a quello sguardo tormentato, chissà dove è finito l’uomo che prima era Madonnina. Chi siamo, quando non siamo neanche più in grado di pronunciare o ricordare il nostro nome? Anche gli altri letti intorno a Daniele sono occupati: Mario, Gianluca, Giorgio, tre uomini che come lui hanno fatto a botte con la vita e sono rimasti schiacciati. Tutti preda di un tormento interiore che non lascia scampo e che ogni giorno scava più a fondo.

Ma all’interno dell’ospedale, le follie sono anche altre. Sono quelle dei medici che con superiorità rivolgono parole fredde e ostili a chi dovrebbero curare, sbadigliando mentre chi sta loro di fronte mette tutta la propria vita nelle loro mani; sono quelle degli infermieri che attaccano i pazienti per paura di essere attaccati, perché si sa, i matti sono pericolosi. Chi è ferito dalla vita tenta di scoprirvi un senso, cerca di trovare una ragione per restare e non lasciarsi trasportare dove il dolore non può più arrivare. Semplicemente, chiede salvezza. Ma il mondo pesa sulle spalle, lo sa bene Daniele che ha vent’anni ma, come dice lui, ha sofferto per mille. Niente aiuta questa ricerca di significato per una vita che scorre e poi finisce nel nulla: non l’indifferenza, non la cattiveria, né lo stigma che da sempre colpisce chi fa un po’ più fatica a stare al passo. Per questo il regalo più bello che ci fa Mencarelli con questo libro è mostrarci che il senso più forte di umanità sta tra quelle persone che si sentono fragili, quelle che il mondo emargina e disprezza. Che uscire da lì con una diagnosi e una prescrizione di paroxetina non rende meno degni di occupare un posto nel mondo. Alla fine del TSO Daniele lascia l’ospedale con l’amaro in bocca, e noi con lui. Il romanzo non svela nessun significato nascosto nella sofferenza umana, né l’esperienza di Daniele è particolarmente di buon auspicio per chi soffre di questi problemi. Ma una cosa emerge forte e chiara da queste pagine: la salvezza sta nell’umanità.

La mia malattia si chiama salvezza, ma come? A chi dirlo?

Mencarelli adesso ce l’ha detto, non lo dimentichiamo.

 

Il cambiamento nel tempo: memoria e personalità

L’identificazione della comprensione dei fattori che modellano la funzione della memoria con l’invecchiamento ha un’ importanza cruciale per la salute e il benessere (Stephan et al., 2019).

 

La teoria dei Big Five (McCrae & Costa, 1986) è una tassonomia dei tratti di personalità, nata dalle basi teoriche dell’approccio fattoriale proposto da Hans Eysenck (1990) e dalla teoria della sedimentazione linguistica elaborata da Raymond Cattell (1970). Eysenck (1990), con il termine tratti, evidenziò quelle caratteristiche della personalità che influenzano il comportamento umano in modo stabile (Fiore, 2016). Secondo Cattell (1970), i tratti primari della personalità sarebbero 16 (ad esempio, “distaccato-freddo”, “rigido-depresso”, “fiducioso-tollerante”, “dipendente-imitativo” etc.) (Fiore, 2016). McCrae & Costa (1986) postularono cinque dimensioni di personalità utilizzando delle parole che fanno riferimento alle differenze individuali delle persone, partendo da studi psicolessicali secondo cui l’essere umano ha l’esigenza di comunicare le esperienze significative nella comunità (Di Blas, 2002). Nello specifico, le dimensioni definite nelle versioni italiane (Caprara, Barbaranelli & Borgogni, 1993) sono:

  • “Estroversione” come polo positivo tendente a comportamenti prosociali, opposto all’”Introversione”, definita come la “tendenza ad esser presi più dal proprio mondo interno che quello esterno” (Fiore, 2016);
  • “Amicalità” o “Gradevolezza” come polo positivo includente tendenze empatiche ed altruistiche e con un polo negativo (“Sgradevolezza”) tendente all’ostilità e all’indifferenza;
  • “Coscienziosità” come polo positivo con tendenze perseveranti e scrupolose, polo opposto alla “Negligenza”;
  • “Stabilità emotiva” che include il controllo di impulsi ed emozioni, con un polo negativo tendente ad un disequilibrio tra le parti (“Nevroticismo”);
  • “Apertura mentale” come polo positivo con tendenze propositive a nuove conoscenze o nuove esperienze, l’opposto della “Chiusura mentale”.

La compromissione della memoria prevede il declino funzionale (Hooghiemstra et al., 2017), un maggior rischio di demenza (Aggarwal, Wilson & Beck, 2005) e una mortalità precoce (Batty et al., 2016). L’identificazione della comprensione dei fattori che modellano la funzione della memoria con l’invecchiamento ha un’ importanza cruciale per la salute e il benessere (Stephan et al., 2019). Un grande corpus di ricerca evidenziò come il “Nevroticismo” (inteso come la propensione a provare esperienze e affetti negativi) è correlato a minori prestazioni di memoria episodica, mentre “l’Apertura Mentale” (cioè l’apertura alla cultura e all’esperienza) e la “Coscienziosità” (la tendenza ad essere disciplinati e organizzati) sono correlate ad un miglior funzionamento mnestico (Chapman et al., 2017; Luchetti, 2016; Stephan et al., 2019). Associazioni meno coerenti sono state osservate tra prestazioni di memoria episodica e “l’Estroversione” (cioè la propensione ad essere attivi e a provare emozioni positive) e “l’Amicalità” (cioè la tendenza ad essere altruisti e fiduciosi) (Stephan et al., 2019).

Stephan e colleghi (2019) esaminarono l’associazione tra memoria e personalità effettuando delle misurazioni follow-up in un arco di tempo che varia dai 4 ai 14 anni, con un campione composto da 10317 soggetti laureati alla Wisconsin High Schools (WLS) a partire dal 1957. Il campione totale fu diviso in tre sotto campioni, due legati ai soggetti laureati della Wisconsin (WLSG e WLSS) e uno del MIDUS. Nello specifico, il MIDUS è un campione di adulti non istituzionalizzati di lingua inglese: dal primo gruppo (1994-1995; MIDUS I) fino al terzo (2013-2014; MIDUS III), i dati furono raccolti da 6075 partecipanti. Attraverso la somministrazione del Big Five Inventory (BFI) per la personalità e di una lista di parole per la memoria, i dati demografici raccolti tra il 1992 e il 1993 furono ottenuti da 6673 soggetti, tra il 1993-1994 da 3426 persone. In base ai criteri di inclusione e di esclusione, il campione totale risultò composto da 1720 soggetti (suddivisi in tre campioni) con un’età compresa tra i 29 e i 75 anni (Stephan et al., 2019).

Per misurare la memoria episodica, ai partecipanti del gruppo MIDUS fu chiesto di ascoltare una lista di 15 parole e di richiamarle successivamente nel modo più immediato possibile: la maggior parte dei partecipanti ripeté più di 10 parole in meno di 5 minuti (Stephan et al., 2019). I dati ottenuti in tutti e tre i campioni evidenziarono come il “Nevroticismo” fosse associato in modo significativo ad un peggioramento della memoria e a una riduzione delle prestazioni dopo circa 20 anni e una maggiore “Apertura mentale” fu associata ad un maggior funzionamento della memoria. Mentre non si riscontrarono grandi differenze in base al genere, il “Nevroticismo” si mostrò più elevato negli individui più anziani e “Coscienziosità”, “Estroversione” e “Amicalità” non risultarono essere predittori significativi delle prestazioni mnestiche (Stephan et al., 2019).

Per esaminare l’associazione tra la compromissione della memoria e la personalità, furono selezionati 228 partecipanti (6%) nel WLSG e 154 partecipanti (6%) nel MIDUS che aveva prestazioni di memoria: l’analisi logistica trovò che il nevroticismo era correlato al rischio del punteggio di memoria inferiore a ≤ 1,5, SD sia nel MIDUS che nel gruppo WLSG (Stephan et al., 2019). “L’apertura mentale” fu associata a una migliore memoria episodica in due dei tre sotto campioni, mentre, al contrario di tutta la ricerca passata, la “Coscienziosità” non è stato un predittore delle prestazioni della memoria. Gli autori conclusero evidenziando come il loro studio avesse esteso i risultati delle ricerche precedenti con la prova che l’associazione tra i tratti della personalità e del funzionamento della memoria persiste nel corso di due decenni (Stephan et al., 2019).

 

Stress da pandemia, arriva il servizio di supporto psicologico gratuito – Comunicato stampa

Comunicato stampa

Dall’inizio della pandemia molte persone hanno chiesto aiuto per la gestione di stress, ansia, rapporti interpersonali, disturbi del sonno e depressivi. In Emilia-Romagna i cittadini potranno usufruire di un servizio gratuito di supporto psicologico per situazioni di difficoltà di varia natura.

 

8 aprile

Sedute psicologiche gratuite a chi ha bisogno di un aiuto nell’affrontare questo periodo così complesso. E’ l’iniziativa di Federconsumatori Emilia-Romagna nata a seguito di incontri di confronto con l’Ordine degli Psicologi regionale sull’importanza dell’investire in psicologia e ideata per accogliere le richieste di tanti cittadini in difficoltà con la gestione di stress, ansia, depressione.

Dall’inizio della pandemia molte persone che si sono rivolte a noi hanno condiviso situazioni di difficoltà di varia natura quali ansia, fatica nel gestire rapporti interpersonali, disturbi del sonno. Il nostro lavoro sui territori ci consente di rappresentare vere e proprie “antenne sociali” e viste le richieste, abbiamo pensato di partecipare a un bando del Ministero dello Sviluppo economico rivolto alle associazioni dei consumatori e di attivare un servizio di consulenza gratuita ai cittadini coinvolgendo l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna.

spiega la presidente di Federconsumatori regionale Renza Barani

Siamo felici di contribuire a questa iniziativa, fornendo supporto psicologico ai cittadini provati dalla pandemia. Interagire con una realtà come Federconsumatori ci consente di portare la psicologia il più vicino possibile ai cittadini, uno degli obiettivi strategici del nostro impegno come Ordine. L’attività professionale degli psicologi è sostenuta economicamente dal bando, risulta quindi senza oneri a carico dei cittadini. La collaborazione con Federconsumatori continuerà anche in futuro anche sul tema del contrasto all’esercizio abusivo della professione. Auspico che in futuro potranno svilupparsi analoghe iniziative a tutela della salute psicologica dei cittadini e a riconoscimento della professione di psicologo.

dice Gabriele Raimondi, presidente dell’Ordine regionale degli psicologi

I cittadini potranno usufruire di un primo incontro gratuito e se decideranno di proseguire con le sedute, potranno farlo a una tariffa calmierata. Gli incontri si terranno negli studi privati delle psicologhe e degli psicologi convenzionati o presso gli sportelli di Federconsumatori.

 

Di seguito le modalità per accedere al servizio nelle città in cui è attivo:

  • Bologna: telefonare allo 051255810 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 17 per fissare un appuntamento.
  • Modena: telefonare allo 059260384 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.30
  • Parma: telefonare allo 0521.508949 o scrivere a [email protected]
  • Reggio Emilia: Per informazioni ci si può rivolgere alla sede provinciale di Federconsumatori al numero 0522433171.
  • Rimini: telefonare allo 0541779989 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12 oppure scrivere a [email protected].

 

 

Recensione di “Process-based CBT. I processi e le competenze di base della terapia cognitivo-comportamentale” di Steven Hayes e Stefan Hofmann (2020)

Gli approcci funzionalisti e contenutistici in psicologia cognitiva si collocano su due livelli distinti di esplicazione ma Process-based suggerisce che la relazione tra i due diversi livelli di analisi può avere un esito clinico fruttuoso aiutando a identificare i momenti in cui un’analisi è più appropriata a livello cognitivo oppure processuale.

 

Steven Hayes, il Ramingo del nuovo processualismo cognitivo clinico e aspirante Monarca del reame cognitivo comportamentale (CBT) e Stefan Hofmann, il Principe Ereditario di Beck, Sovrintendente supremo dello stesso reame, tentano di comporre il loro potenziale conflitto in una pacifica Diarchia con il loro Process-based CBT. I processi e le competenze di base della terapia cognitivo-comportamentale, pubblicato in Italiano nel 2020 grazie a Giovanni Fioriti Editore, impegnandosi in un ambiziosissimo sforzo di integrazione tra CBT standard e gli approcci CBT basati sui processi, chiamandolo appunto “Process-based CBT” (PB-CBT). L’aspirazione della PB-CBT è discostarsi dall’approccio della CBT standard del Sovrintendente Beck focalizzata sulle diagnosi psichiatriche e concentrarsi su come affrontare e modificare i processi biopsicosociali in situazioni specifiche con clienti specifici per scopi clinici specifici.

Un punto che mi trova particolarmente d’accordo è che la PB-CBT incoraggia i terapeuti ad utilizzare la formulazione del caso per personalizzare gli interventi, supponendo che essa superi i limiti dei protocolli standardizzati. Hayes e Hofmann ritengono che la formulazione del caso sia in grado di produrre una ipotesi clinica e di trattamento dotato di un razionale basato sulle variabili che influenzano il disturbo e sulle quali la terapia agisce.

Questa ambizione è audacissima ma la PB-CBT non sembra aver ancora sviluppato un proprio metodo specifico di formulazione del caso. In realtà, nel loro libro Hayes e Hofmann (2018) hanno semplicemente suggerito di seguire le linee guida già disponibili, ad esempio quelle di Persons (2008) o di Kuyken et al. (2011). Rassicuriamoci: questo problema è probabilmente temporaneo perché la PB-CBT è recente, ed è in parte comprensibile perché la PB-CBT non si presenta come un modello esplicativo indipendente, ma piuttosto come un’integrazione tra approcci CBT standard e di processo.

Un ulteriore problema è che questa integrazione non è facile perché gli approcci funzionalisti e contenutistici in psicologia cognitiva si collocano su due livelli distinti di esplicazione. La conciliazione incoraggiata da PB-CBT è che i due approcci non sono in opposizione tra loro. La PB-CBT cerca di suggerire che la relazione tra i due diversi livelli di analisi può avere un esito clinico fruttuoso perché aiuterebbe gli psicoterapeuti a identificare i momenti in cui un’analisi è più appropriata a livello cognitivo oppure processuale.

E c’è anche un altro problema. La soluzione PB-CBT in fondo aderisce più all’approccio processuale che a quello di contenuto CBT standard, perché tende a interpretare i contenuti e le credenze cognitive in termini di funzioni. Questo fattore è certamente la sua vera innovazione ma anche un segnale di mancata integrazione. Come del resto è giusto che sia: la scienza non procede per integrazioni ma per selezione.

Quindi la soluzione provvisoria del Ramingo e aspirante Monarca Hayes e del Principe Ereditario Hofmann, seppur utile, rischia di sottovalutare la differenza paradigmatica tra il funzionalismo dei processi e lo strutturalismo dei contenuti. La flessibilità, l’accettazione e l’impegno al cambiamento nel processualismo non possono essere fusi (e ancor meno confusi nonostante le possibili somiglianze) con le credenze sul sé del Sovrintendente Beck. Quando la PB-CBT arriverà realmente ad identificare indicatori specifici per l’uso appropriato di due diversi livelli di analisi, fornirà anche un’integrazione clinicamente utile e una sintesi teorica della letteratura disponibile su ciò che è noto sulla funzione degli interventi al fine di poter valutare il razionale specifico per i vari tipi di disfunzioni e fornire gli indicatori al terapeuta per la scelta degli interventi da applicare.

Proprio perché questa integrazione non è facile, forse non a caso il contributo originale della PB-CBT è la traduzione e revisione dell’intero repertorio dei vari interventi CBT in termini di processi di funzionamento e non di contenuti cognitivi centrali. Ogni capitolo del libro è dedicato a un’area di intervento CBT, dall’esposizione alla ristrutturazione cognitiva, analizzando per ognuno il processo di funzionamento in base alla letteratura disponibile. Questi processi di funzionamento sono il razionale del trattamento, che così si sgancia dalla connessione empirica e psichiatrica tra trattamento e soluzione del sintomo e ambisce a ottenere una ipotesi di funzionamento terapeutico.

Infine è vero che al momento, l’integrazione della PB-CBT raggiunge lo scopo meno ambizioso di aiutare i clinici della Terra di Mezzo che utilizzano linguaggi diversi a comunicare tra loro. Questi indicatori, essendo presentati come euristiche che mettono in relazione gli interventi appropriati a specifiche disfunzioni, possono essere adatti a formulazioni di casi da condividere con il paziente e, quindi, sono strumenti essenziali per la gestione dell’alleanza terapeutica in termini funzionalistici. In questo modo, il terapeuta avrebbe davvero la possibilità di personalizzare il trattamento in termini operativi.

 

Genitorialità e nido

Il nido è un luogo intimo, all’interno del quale il bambino inizia a conquistare il suo spazio, entra in contatto con coetanei, interagisce con altri adulti, sviluppa le proprie autonomie.

Maria Obbedio – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

Ci sono tanti distacchi che una mamma e il suo bambino, prima o poi, devono affrontare. Del resto, il distacco fa parte della vita, si pone come naturale continuum rispetto al contatto dei primi giorni o mesi.

Il distacco è un momento molto personale e delicato: il rapporto che si instaura tra madre e bambino è un rapporto intimo, profondo e nel corso dei mesi inizia ad “aprirsi” verso l’esterno, ad esempio nel lasciare il proprio figlio alle cure dei nonni, alla baby sitter oppure ad una struttura preposta: il nido.

Genitorialità …

L’assunzione del ruolo genitoriale fa emergere il vissuto legato alle proprie relazioni affettive primarie: l’arrivo di un figlio suscita nuove e potenti emozioni, può aiutare a visualizzare e riorganizzare meglio le esperienze passate, ma la nuova condizione può anche determinare un crollo psicologico proprio per il riattivarsi di sottostanti conflitti e/o vissuti non elaborati (Ammaniti, 2001). L’iperprotezione materna, ad esempio, potrebbe trasmettere al bambino un costante senso di pericolo e restringere le opportunità di sviluppare strategie di coping positive (Rapee, 1997). I genitori potrebbero cercare di mantenere il proprio figlio a un livello evolutivo inferiore rispetto all’età cronologica, incoraggiandone la dipendenza e pattern di comportamento più infantili. Nei bambini ansiosi, si potrebbe sviluppare un senso di incompetenza o di disperazione di fronte a situazioni difficili oppure sovrastimare la minaccia e sottostimare le proprie capacità di farvi fronte. Fino a qualche decennio fa è stata soprattutto la maternità ad essere oggetto di studio, tenendo conto del ruolo del dato biologico, ma più recentemente ampio spazio è stato dato anche alle problematiche connesse alla paternità. Per entrambi i genitori, la nascita di un figlio rappresenta un cambiamento: si presentano cambiamenti psicologici in ognuno dei due genitori, alterazioni dell’equilibrio della coppia che si trova a dover affrontare il delicato passaggio da una relazione a due a una relazione a tre, passaggio che comporta una serie di profonde modificazioni strutturali e d’investimento. È all’interno di questa struttura che potrà costituirsi una condizione di nuovo equilibrio in cui si determinerà una relazione armoniosa bambino-genitore, oppure potrà manifestarsi una situazione di disagio psichico che troverà espressione in disturbate interazioni, causa di profonda sofferenza per il bambino. Se poniamo l’accento sullo sviluppo del bambino, il ruolo della famiglia appare centrale, in quanto questa costituisce, soprattutto nei primi anni di vita, l’intero mondo affettivo e sociale del bambino.

… Attaccamento …

I bambini nascono con capacità che consentono loro di comunicare con l’ambiente e per continuare a farlo hanno bisogno di figure di attaccamento sufficientemente sensibili e interessate. Con il termine attaccamento si definisce la relazione che il bambino ha, sin dai primi momenti di vita, con il caregiver (cioè colui che se ne prende cura, generalmente la madre). Questa particolare relazione permette al bambino di crescere contando sulla protezione da parte della madre e potendo a sua volta esplorare il mondo circostante. Il contatto è importante perché: “l’interiorizzazione del modo di sentirsi come persona che agisce, nasce dallo stare insieme alle figure di attaccamento, i genitori e/o altre persone vicine al bambino” (Grossmann & Grossmann, 1999). Il bambino che esplora l’ambiente intorno a lui utilizza la madre come “base sicura” alla quale torna periodicamente per essere rinfrancato. Il sistema dell’attaccamento, quindi, risulta essere composto da una serie di pattern comportamentali: “attraverso di essi il legame di attaccamento è dapprima formato, successivamente mediato, mantenuto e ulteriormente sviluppato” (Ainsworth et al., 1978). Esistono una serie di aree funzionali che riguardano la relazione genitore-bambino e che hanno un’influenza specifica sullo sviluppo dell’attaccamento. La disponibilità, le cure e il calore emotivo, la protezione, il fornire conforto rappresentano i comportamenti più significativi del caregiver per lo sviluppo della relazione di attaccamento e corrispondono alla sicurezza e alla fiducia, alla regolazione emozionale equilibrata, alla vigilanza e alla ricerca di conforto nei momenti di disagio da parte del bambino. Da aggiungere anche altri comportamenti genitoriali, come il gioco, l’insegnamento, solo per citarne alcuni che, secondo altri clinici e ricercatori (Zeanah, Boris, 2000), devono essere considerati per una valutazione complessiva dell’attaccamento nel bambino.

… E Nido

Conoscere, esplorare e sperimentare il mondo che ci circonda è un processo che inizia già durante la prima infanzia. In questo periodo, infatti, la mente del bambino è sensibilmente ricettiva rispetto a determinati apprendimenti: l’affinamento dei sensi, l’ordine, la coordinazione dei movimenti e il linguaggio. Uno dei bisogni fondamentali del bambino è la vicinanza del caregiver, in genere la madre, che comprende e risponde ai suoi bisogni, che gli dà protezione e che lo fa sentire al sicuro; nel caso in cui non sia presente la madre, il bambino ricerca un individuo diverso che preferisce ad altri, una figura di attaccamento “sensibile” che sia in grado di percepire e accogliere la comunicazione del bambino e sostenerlo (Stern, 1985).

Il nido è un luogo intimo, all’interno del quale il bambino inizia a conquistare il suo spazio, entra in contatto con coetanei, interagisce con altri adulti, sviluppa le proprie autonomie. Le strutture di accoglienza sono pensate per rispettare le esigenze del bambino. Nell’interazione tra personale educativo e bambino, le operatrici accolgono a vari livelli i segnali di competenza del bambino. L’ambiente predisposto per il bambino deve infatti essere adatto alla sua età, curato ed accogliente, stimolare la curiosità, catturare l’attenzione e deve inoltre consentire al bambino di sperimentare e sperimentarsi in autonomia. L’organizzazione per aree consente al bambino di dedicarsi a diverse attività: la lettura, le attività ludiche, l’igiene personale, il pranzo e via dicendo. Lo spazio del nido in più è polifunzionale, consente infatti al bambino di vivere momenti di relazione o di isolamento in base alle sue esigenze. Sebbene l’ambiente risulti accogliente, il momento del distacco rimane il più delicato. In genere quando il genitore giunge a questa decisione, lasciare il proprio figlio al nido, è mosso da diverse necessità o bisogni ma spesso il senso di colpa o la tristezza sono emozioni che fanno capolino nel momento del distacco. L’inserimento o ambientamento, è pensato in modo da non creare una separazione traumatica, così facendo si procede gradualmente, per andare incontro al ritmo personale del piccolo. A seconda delle età, i bimbi e i genitori vivono la separazione con modalità e difficoltà diverse. Ad esempio i bimbi molto piccoli, i lattanti, hanno ancora un rapporto fortemente simbiotico con la mamma; possono quindi emergere ansie di separazione e sensi di colpa soprattutto nel genitore. Il bimbo ha meno consapevolezza di quello che accade ed è fondamentale in questa età una vicinanza ed un’attenzione molto fisica dell’educatrice.

Al contrario, nei bambini più grandi la separazione può essere più complicata poiché ci sono maggiori risvolti psicologici per il bimbo stesso, che può comprendere maggiormente la separazione e vivere con senso di abbandono la fase del distacco. In più, quando i bambini iniziano a frequentare il nido si richiede una doppia fatica psicologica, poiché oltre ad adattarsi ad un contesto e persone nuove, gli si richiede di dover fare i conti con la capacità di saper condividere spazi e attenzione con altri bambini e di gestire la frustrazione. L’educatrice svolgerà l’importante ruolo di accoglienza, non solo fisica ma anche emotiva del bambino e del genitore. Questi primi momenti risultano strategici e importanti per la creazione e mantenimento del rapporto tra educatrice e bambino: la condivisione della routine permetterà lo sviluppo di uno scenario ‘prevedibile’, grazie allo scandirsi di momenti strutturati nella quotidianità, quali l’accoglienza, il cambio e la pulizia personale, il pranzo, il riposino, la merenda (Galardani, 2011; Catarsi e Baldini, 2008; Weikert, 2005). La presenza della madre diverrà sempre più marginale, fino a giungere al momento del saluto, dove, all’arrivo, l’educatrice accoglierà il bambino per fare l’ingresso in struttura e la madre resterà all’esterno. Ciò decreterà il termine della fase di inserimento. E’ un momento, quindi, vissuto intensamente non solo dal bambino ma anche dai genitori, in particolare dalla madre. La mamma può sperimentare senso di colpa, angoscia oppure vivere una sensazione di fastidio, soprattutto quando il bimbo è molto piccolo, ad esempio per il timore di essere “spodestata” da qualcuno più competente, l’educatrice, e viva di conseguenza l’inserimento al nido con sentimenti ambivalenti. Talvolta i genitori possono vivere sentimenti di inadeguatezza e sentirsi giudicati poiché il loro bimbo ha più difficoltà ad inserirsi. Per tali motivi la fase di ambientamento risulta essere “delicata”, perché anche i genitori vivono in maniera soggettiva questa nuova esperienza e realtà. Nelle prime fasi, è opportuno:

  • Rassicurare i genitori ricordando che non tutti i bambini sono uguali ed hanno tempi diversi di adattamento alle nuove situazioni. E’ inutile fare paragoni con bambini che si ambientano in minor tempo o con più facilità. Ci sono molti casi in cui bambini apparentemente inseriti manifestano la “crisi di ambientamento” più avanti, dopo qualche mese di frequentazione del nido.
  • Fidarsi. Innanzitutto è importante che il genitore riesca a fidarsi delle persone a cui affida il proprio figlio, perché i bambini avvertono se la propria mamma o il proprio papà sono “tranquilli” nel lasciarlo oppure no. L’inserimento ha anche questo obiettivo: che il genitore conosca l’ambiente in cui suo figlio vivrà una parte della giornata. Infine, ma non meno importante fidarsi soprattutto del proprio bambino, delle sue capacità. Ricordiamo sempre che i bambini si percepiscono attraverso gli occhi del genitore e sono affamati di imparare, esplorare e conoscere l’ambiente e se stessi. L’aver fiducia nel proprio figlio può essere riassunto nell’espressione “Insegnami a riuscirci da solo”.

 

Vivere i lutti e le separazioni durante la pandemia: pre e post lockdown

Oggi, a quasi un anno dall’arrivo del covid-19, poter far visita al defunto e partecipare al rito funebre sono probabilmente gli unici elementi concreti che ci fanno sperimentare più sofferenza e meno rabbia.

 

É impossibile continuare senza di te,
ma è anche impossibile non continuare senza di te. (Beckett)

La realtà del lutto e della perdita con la quale ci stiamo confrontando, ormai da diversi mesi e in misura maggiore in questo periodo di pandemia, spinge ciascuno di noi a fare i conti con le proprie emozioni. Ad inizio pandemia, le emozioni con le quali ci siamo maggiormente confrontati sono state la tristezza e la rabbia, unitamente al senso d’impotenza e frustrazione che abbiamo provato per il non poter far nulla, restando “sospesi” ed “immobili” all’interno delle nostre case, mentre ci veniva negata la possibilità di dare almeno un ultimo saluto al nostro caro, che in quel momento ci stava lasciando. La privazione della libertà di poter partecipare attivamente alle celebrazioni di sepoltura e poter condividere fisicamente con gli altri la perdita, come unica soluzione possibile per sentirsi “vicini ma non troppo” a quel mondo oscuro colorato di nero, ha amplificato la rabbia, la sofferenza, l’impotenza.

S. Freud (1925) ha affermato che:

Il dolore è la vera reazione alla perdita dell’oggetto; il lutto è un’altra delle reazioni emotive alla perdita dell’oggetto: si forma dalla consapevolezza di doversi separare effettivamente dall’oggetto perché di fatto non c’è più.

Pensando alla parola perdita la prima immagine che richiamo nella mia mente è quella di un bambino molto piccolo che giocando vede la sua mamma allontanarsi dalla stanza: il bambino continua a giocare ma, quando si accorge che la mamma è andata via, inizia a piangere credendo che la mamma sia andata via per sempre. Questi due aspetti, quello della “perdita” e quello del “per sempre” sono tra loro collegati in quanto implicano un allontanamento, una separazione, per un tempo che può essere breve ma percepito come molto lungo, oppure esteso e senza possibilità di ritorno ma che in realtà percepiamo ridotto.

Galimberti U. (1999) definì l’esperienza della perdita come quello

stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo che ha fatto parte integrante dell’esistenza. La perdita può essere di un oggetto esterno come la morte di una persona, la separazione geografica, l’abbandono di un luogo, o di un oggetto interno come il chiudersi di una prospettiva, la perdita della propria immagine sociale, un fallimento personale etc.

Le famiglie che hanno perso o stanno perdendo un proprio caro sono chiamate a riadattarsi personalmente alla perdita, devono cioè fare i conti con sé stessi e con la propria identità, imparando anche a dover vivere nel mondo senza la presenza della persona che li ha lasciati. Oggi, a quasi un anno dall’inizio della pandemia, il poter far visita al defunto e partecipare al rito funebre, seppur con tutte le dovute precauzioni è probabilmente l’unico elemento concreto che ci fa sperimentare più sofferenza e meno rabbia. Partecipare “attivamente” alla commemorazione del defunto lascia spazio a quel sentimento di impotenza e dolore che, durante il rito, trova simbolicamente una ricollocazione nella fase della sepoltura.

Come scrive Massimo Recalcati in un’intervista rilasciata sul periodico Hospes di qualche mese fa:

ogni morte è sempre prematura, è sempre traumatica. In certi casi ovviamente in modo indicibile, come quando si spegne la vita di un figlio. Ma in ogni caso anche la morte di un anziano non è mai un evento naturale. Non ci si può mai abituare alla morte. Per questo il lavoro del lutto è sempre difficile. Si può lavorare attorno alla perdita. Si può provare a simbolizzarla. Ma il reale traumatico della perdita non si può assorbire mai integralmente. La capacità di reazione non consiste nel vincere o tanto meno nel negare maniacalmente la perdita ma, paradossalmente, nell’incorporarla simbolicamente.

Questo è ciò che viene definito in psicoanalisi elaborazione del lutto: un percorso che ci porta ad una comprensione più profonda della persona che ci ha lasciato. Recalcati parla di morte e di perdita non come di un processo statico bensì come un lavoro dinamico, in movimento, che interessa e vede protagonisti anche chi resta.

Lavorare sulla e con la perdita ci permette di entrare in contatto con quel lato oscuro della nostra mente, quella parte più in ombra… Ma, permettendo di raccontare come è stata vissuta l’esperienza della separazione, si potrà creare un filo elastico tra quello che è stato il “prima” e quello che sarà il dopo. Il rituale funebre, che nei primi periodi della pandemia ci è stato negato, è una delle possibilità di elaborazione del lutto cosiddetto complicato (es. covid-19; terremoto) che ci ha spinto in questi mesi a ricreare, anche in seguito alla mancanza di una condivisione sociale, un ambiente comune a tutti attraverso i media ed i social network.

 

Il primo feedback negativo allo stage curriculare, il primo shit-posting dell’azienda sui social media: la percepita mancanza di disciplina e self-regulation degli attori sociali millennial

La disciplina, come metodo di self-regulation e di resistenza al piacere immediato, è da sempre considerata una metodologia di struttura che porta grande beneficio alla salute psicofisica dell’essere umano. Tuttavia in un’epoca dove il piacere a portata di mano e la distrazione sono sovrani, l’impostazione di una routine dove si possa godere un frutto del lavoro non completamente garantito è vista quasi come un elemento vetusto.

 

Un grande dibattito che in questi anni recenti ha avuto una grande esposizione mediatica è l’ostilità delle generazioni passate nei confronti delle generazioni definite millennial (Stein, 2013).

Di fatto, la generazione in questione, nata con a disposizione mezzi come gli smart device ed avente a disposizione oggetti e manifattura disponibili in poco tempo grazie a veicoli come le app, può ottenere ciò desidera in poco tempo (Leon, 2018).

Questi elementi di visione e di ottica della società, accompagnata da una percepita mancanza di gestione sana delle avversità e da un background familiare coincidente con una crescita senza “no” creanti la frustrazione sana, ha fatto sì che i millennial siano visti con luce negativa dalla società odierna (Hoffmann, 2018).

Elementi come l’aver avuto una educazione troppo permissiva, l’accesso a prodotti con poco sforzo, la perenne distrazione e la percepita pretesa di ottenere il massimo dei risultati quasi senza sforzo ha dato vita ad uno stereotipo e ad un pregiudizio inficiante nei confronti dell’attuazione di una impression management da parte di un appartenente alla generazione in questione (Tulgan, 2016).

Il livello di attacco mediatico e culturale da parte delle generazioni passate è tale che si è contestualizzato pure una visione semantico-sociale di questi attori attraverso il termine denigratorio di “snowflake” (Kehoe, 2018). Con questo termine si ha l’intenzione di indicare uno stereotipico millennial, non capace di affrontare le frustrazioni del mondo e più presente sulle piattaforme social (De Maricourt, 2019).

Questa accusa, da parte del mondo culturale e della società in generale, evidenzia come aspetto fondamentale il fatto che nei nativi digitali il concetto di disciplina sia quasi assente totalmente (Ein, 2014). Infatti, un attacco costante ai nati dopo la Generazione X è che essi siano degli attori sociali poco portati all’adattarsi alle sfide della società, dei costumi e della vita (Tulgan, 2016).

Una impostazione di una disciplina, ovvero di un comportamento dedito alla rinuncia ai piaceri immediati per un periodo prolungato, sacrificandoli per il raggiungimento di obiettivi realistici e realizzabili è considerata essere l’antitesi dell’approccio esistenziale dl un attore della Generazione Y (The Week, 2020).

La mancanza rilevante di atti di self-regulation, di impostazione di obiettivi rilevanti e realistici ottenibili dopo un periodo prolungato di astinenza ai piaceri immediati, considerati essere sani per la struttura psichica dell’uomo e per un vissuto salubre nella ambiente sociale (Bandura, 1991) è quindi indicata come la matrice del peccato delle persone nate fra il 1981 ed il 1996, tanto da considerarli quasi incapaci di imparare i meccanismi di difesa base per vivere una vita sociale (Brailovskaia, Bierhoff, 2020) e lavorativa (Molly, 2017).

L’uso e abuso degli smart device e la bassa resistenza ai fattori dello stress, da un’educazione protettiva e corrispondente ad una disponibilità illimitata a oggetti desiderati in maniera incondizionata, è una delle principali critiche della Accademia economico-sociale (Pînzaru, Florina, et al, 2016) e della Psicologia generale (Trabucchi, 2014).

Attualmente strategie di coping e di attuazioni di strategie ottimali di self-regulation sono oggetto di ricerca accademica (Palmer, 2014), tenendo conto delle altre disfunzionalità che stanno assoggettando gli attori sociali della generazione Y, come l’eccessiva cura della propria immagine (Silva, 2017) e la dipendenza da uso degli strumenti smart (Musa, Saidon, Rahman, 2017).

Ovviamente queste ricerche sono corroborate con la critica analitica e la decostruzione di questi attacchi (Fisher, 2019), nati molte volte per la mancata comunicazione fra le generazioni e il semplice bisogno delle generazioni precedenti di attuare scarico della tensione sui soggetti più giovani (Bristow, 2019).

 

“Verbal Behavior”, il linguaggio come comportamento operante: funzione ed insegnamento degli operanti verbali

Nell’ambito delle teorie ambientaliste trovano ampio spazio le teorie comportamentali tra cui quella di Skinner del 1957 dedicata all’apprendimento del comportamento verbale, Verbal Behaviour.

 

Nell’ambito delle teorie del linguaggio si è soliti distinguere tra teorie innatiste, ambientaliste e interazioniste.

Nello specifico, all’interno delle teorie innatiste rientrano le teorie biologiche, come quella di Chomsky (1965), dove il linguaggio viene considerato qualcosa di derivante da una predisposizione biologica specifica e personale del soggetto. Autori come Chomsky affermano, quindi, che il linguaggio abbia delle radici fortemente biologiche e sia frutto dello sviluppo di circuiti specifici predeterminati biologicamente.

Nell’ambito delle teorie ambientaliste trovano ampio spazio le teorie comportamentali tra cui quella di Skinner del 1957 dedicata all’apprendimento del comportamento verbale, “Verbal Behaviour”.

Nell’ambito delle teorie interazioniste rientrano le teorie cognitiviste, come quella di Piaget (1923), all’interno delle quali il linguaggio è visto come una funzione subordinata ai processi di pensiero, ossia il linguaggio rappresenta sicuramente una funzione fondamentale per lo sviluppo nei processi di pensiero ma è un elemento di secondo ordine subordinato a veicolare il flusso ideativo del soggetto, a veicolare i pensieri, le emozioni e gli elementi cognitivi della persona.

Nell’approccio tradizionale possiamo dire che le parole o frasi, o meglio la struttura del linguaggio, rappresentano unità di analisi fondamentali. L’enfasi è essenzialmente sulla topografia, ossia la forma del linguaggio. Le parole sono classificate come nomi, verbi, aggettivi e la distinzione fondamentale è tra linguaggio recettivo ed espressivo.

È Skinner che, nel 1957 con il suo libro “Verbal behaviour”, dà una svolta sia alla concettualizzazione del linguaggio e del comportamento verbale, sia all’insegnamento del comportamento verbale. All’interno del suo testo afferma che il linguaggio può essere considerato un comportamento operante e come tale rinforzato attraverso la mediazione di un’altra persona, indipendentemente dal modo o dalla forma. Quindi il linguaggio si comporta come un comportamento operante ed è un comportamento ad alta valenza e ad alta significatività sociale, in quanto per essere rinforzato richiede la mediazione di altre persone.

In contrapposizione alle teorie tradizionali, Skinner sostiene che il linguaggio non sia un processo cognitivo innato o relativo allo sviluppo ma un comportamento verbale e che possa essere spiegato al meglio attraverso le stesse variabili ambientali che rendono ragione di ogni altro comportamento. Il linguaggio è un comportamento socialmente significativo, ad alta valenza sociale, perché nasce e si sviluppa all’interno delle interazioni tra soggetti e può essere manipolato, sviluppato ed insegnato attraverso la manipolazione di variabili ambientali tradizionali del comportamento operante, cioè gli antecedenti e le conseguenze.

Di conseguenza, anche il comportamento verbale in quanto comportamento è meglio studiato sulla base degli stimoli ambientali che lo precedono (antecedenti) e che lo seguono (conseguenze). Nell’analisi comportamentale del linguaggio, la parola non viene definita sulla base della sua forma ma per la sua funzione, cioè sulla base delle variabili che ne controllano l’emissione.

Il linguaggio è classificato in categorie funzionali chiamate operanti verbali.

Il linguaggio non è semplicemente qualcosa di formale, legato alla topografia, ma l’essenza stessa del linguaggio è funzionale. La funzione domina quindi la classificazione del linguaggio dal punto di vista comportamentale. Infatti, gli operanti verbali non sono altro che le diverse funzioni che il linguaggio può acquisire. Gli operanti verbali rappresentano i livelli funzionali che la parola o la frase possono acquisire.

Da un punto di vista classificativo, parliamo di operanti verbali primari e di comportamento non verbale. Gli operanti verbali primari rappresentano le funzioni essenziali che un parola può assumere. Nell’ambito degli operanti verbali primari rientrano, brevemente: i mand, ossia le richieste; i tact, cioè le etichette, le denominazioni; l’echoic, ossia il vocale o l’imitazione di segni; l’intraverbal, cioè la capacità di rispondere a domande in maniera specifica e quindi anche le abilità conversazionali; il textual, cioè la lettura senza comprensione e transcription, ovvero il dettato, scrivere una parola che si è ascoltata.

Affianco agli operanti verbali primari ritroviamo il comportamento non verbale dell’ascoltatore, di listener.

Nell’insegnamento degli operanti verbali, all’interno dell’Analisi Applicata del Comportamento (ABA), dobbiamo tenere presente quale sia l’antecedente (stimolo discriminativo e operazione motivazionale), quale il comportamento verbale e infine la conseguenza che rinforza quel determinato operante.

Ecco alcuni esempi.

I MAND rappresentano quei comportamenti di richiesta che sono sotto il controllo dell’operazione motivazionale (MO) e quindi rappresentano richieste per ottenere i rinforzatori desiderati (es. dico biscotto per ottenere il biscotto). Quindi nell’antecedente c’è la MO, il comportamento specifica il rinforzatore e la conseguenza è rappresentata dal rinforzatore specificato dall’operazione motivazionale. Ricapitolando: ho motivazione per il biscotto, dico biscotto, ottengo il biscotto. In effetti, nella prima fase di insegnamento di quelli che sono i mand è importante che ci sia una stretta contingenza e una bassa latenza tra il comportamento verbale e la consegna del rinforzatore.

Il TACT rappresenta la denominazione, l’etichetta, l’identificazione di oggetti, azioni, eventi, caratteristiche (dire biscotto perché si vede un biscotto). Nell’ambito degli antecedenti troviamo lo stimolo discriminativo di natura non verbale, il comportamento è la specificazione dell’oggetto visto, non c’è finalità di ottenere lo stimolo, pertanto il rinforzatore è aspecifico e si può associare al rinforzo sociale.

Nell’ambito dell’ECOICO parliamo di imitazione vocale, cioè ripetere esattamene quello che si è sentito dire (dire “biscotto” dopo che qualcun altro ha detto “biscotto”). In questo caso nell’antecedente abbiamo uno stimolo discriminativo di natura verbale, nel comportamento abbiamo la ripetizione point to point dello stimolo discriminativo (SD) di natura verbale, nelle conseguenze abbiamo un rinforzatore aspecifico più il rinforzo sociale. Ricapitolando: l’insegnante dice “biscotto”, il bambino ripete “biscotto”, viene consegnato un rinforzatore aspecifico più un rinforzo sociale.

L’INTRAVERBALE riguarda il rispondere a domande, fill-in, in conversazioni in cui le parole sono sotto il controllo di altre parole dette da qualcun altro. Il bambino dice “biscotto” quando qualcuno chiede “qual è una cosa che si mangia?”. Negli antecedenti c’è uno stimolo discriminativo di natura verbale, ma in questo caso non abbiamo corrispondenza point to point, il comportamento è di natura verbale, è collegato all’SD ma non ha corrispondenza point to point, la conseguenza è un rinforzo sociale e un rinforzatore aspecifico. Ricapitolando l’insegnante dice: “mi dici una cosa che si mangia?”, il bambino risponde “biscotto”, ottiene il rinforzatore.

Il LISTENER, o COMPORTAMENTO D’ASCOLTATORE, è l’eseguire istruzioni o compiere azioni motorie in risposta ad una richiesta fatta da qualcun altro, ad es. toccare un biscotto dopo la richiesta “tocca il biscotto”. Nell’antecedente abbiamo uno stimolo discriminativo di natura verbale, il comportamento è non verbale (esempio: prendere, toccare, dare), nelle conseguenze troviamo il rinforzo aspecifico più un rinforzo sociale. Ricapitolando l’insegnante dice “tocca il biscotto”, il bambino tocca il biscotto e riceve come premio un rinforzatore.

Il comportamento d’ascoltatore e gli altri operanti verbali primari rappresentano gli elementi di base fondamentali per lo sviluppo di una comunicazione funzionale efficace.

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