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Terapia cognitivo-comportamentale migliorata (CBT-E) a distanza, per disturbi alimentari, durante la pandemia da COVID-19

Rivolgendo il focus attentivo su una psicoterapia disturbo-specifica come la Terapia Cognitivo-Comportamentale Migliorata (Enhanced Cognitive Behaviour Therapy; CBT-E) per disturbi alimentari (DA), fondata su un protocollo evidence-based (Fairburn, 2010), la ricerca scientifica fornisce dati confortanti in merito alle procedure di somministrazione a distanza (Massa, 2020).

 

Il contesto pandemico di lockdown, introdotto dai governi a seguito della diffusione del Coronavirus (COVID- 19), ha inevitabilmente stravolto il setting della psicoterapia, inducendo terapeuti e pazienti a ricorrere a modalità di conduzione alternative, da remoto.

Un conseguente interrogativo, trasversale a ciascun orientamento psicoterapico, concerne i possibili cambiamenti sull’esito del trattamento; a seguito del mutamento del setting a distanza. Quest’ultimo, per la prima volta nella storia della psicoterapia, da fattore psicoterapico specifico per eccellenza subisce una conversione a fattore aspecifico, comune a ciascun trattamento (Luborsky, Singer & Luborsky 1975); in quanto ciascun orientamento è stato indotto ad implementare nuove strategie per riprodurre il più fedelmente possibile il colloquio clinico vis à vis, in presenza.

Rivolgendo il focus attentivo su una psicoterapia disturbo-specifica come la Terapia Cognitivo-Comportamentale Migliorata (Enhanced Cognitive Behaviour Therapy; CBT-E) per disturbi alimentari (DA), fondata su un protocollo evidence-based (Fairburn, 2010), la ricerca scientifica fornisce dati confortanti in merito alle procedure di somministrazione a distanza (Massa, 2020). In un breve lasso di tempo di emergenza sanitaria gli enti clinici, che erogano questa terapia specifica, si sono trovati costretti a modificare forzatamente le usuali procedure dettate dal protocollo di riferimento; senza avere la possibilità e le tempistiche idonee per testarne l’efficacia e correndo, dunque, il rischio di innescare conseguenze avverse e iatrogene; non in linea con i principi focali del trattamento. I capisaldi che definiscono il modello teorico e clinico della CBT-E sono, infatti, i seguenti: l’impostazione transdiagnostica (psicopatologia condivisa ed evolvente del DA: il nucleo psicopatologico è in medesimo in ogni manifestazione fenomenologica del disturbo; Fairburn, Cooper, Shafran, 2003), il ruolo attivo del paziente nel trattamento, la flessibilità e soprattutto l’individualizzazione del trattamento caso-specifica per affrontare le esigenze del singolo paziente (Dalle Grave, 2018).

Nonostante l’ipotetico rischio iniziale, secondo cui tali linee guida e obiettivi terapeutici sarebbero potuti essere impattati dalle limitazioni della modalità online, i risultati si sono rivelati positivamente sorprendenti; in termini di efficacia clinica riscontrata. Il ruolo collaborativo del paziente è stato paradossalmente esacerbato dalla modalità a distanza, in quanto in molti casi si è massimizzata la percezione di responsabilizzazione verso l’aderenza al trattamento; innescando un maggiore ingaggio e motivazione al cambiamento (Massa, 2020). Un primo fattore, apparentemente non sostanziale, che ha garantito un maggior beneficio nella modalità a distanza, è stato la possibilità di non dover ricorrere all’obbligo di utilizzare le mascherine anti-covid, imprescindibili invece nella comunicazione vis à vis; le quali limitano notevolmente la comunicazione verbale e non verbale; inficiando il potere espressivo della mimica facciale. Un aspetto che, invece, è rimasto invariato è stato la condivisione della formulazione personalizzata del caso clinico, resa condivisibile da piattaforme di video-call come Zoom, che permettono la condivisione di lavagne virtuali che il terapeuta può utilizzare come strumento terapeutico, in sostituzione al tradizionale formato cartaceo.

In merito ad uno degli aspetti più delicati del trattamento, la misurazione condivisa del peso, i terapeuti hanno optato nell’eseguirla durante una video-chiamata e nel far riportare in itinere il valore sul grafico, sempre in modalità condivisa; in modo tale da non lasciare il paziente da solo in una fase così critica del percorso e poter affrontare sul momento le possibili difficoltà emotive connesse. Altri vantaggi, di natura pratica, che sono emersi da questa nuova modalità, riguardano la possibilità di limitare i costi e le tempistiche impiegate dai pazienti per seguire il trattamento: come ad esempio i costi e i tempi del viaggio per recarsi in struttura; oltre che permettere maggiore agilità per le supervisioni cliniche, attraverso la partecipazione attiva del supervisore durante tutti i momenti più significativi del trattamento (sedute, tavole rotonde e riunioni d’équipe settimanali). Dopo aver citato tutti gli inaspettati vantaggi esperiti da questa modalità alternativa, risulta opportuno sottolineare anche i possibili limiti annessi e soprattutto il fatto che tali vantaggi non sono ugualmente riscontrabili in ciascun paziente. È, infatti, emerso che non tutti i pazienti sono in ugual modo versatili alle procedure a distanza: alcuni, ad esempio, presentano scarsa dimestichezza con le piattaforme tecnologiche, innescando un effetto percepito opposto rispetto a coloro che hanno esperito maggior ingaggio al trattamento. All’interno di questa casistica rientrano i pazienti che pre-pandemia presentavano già scarsi livelli di aderenza al trattamento; i quali, a seguito di queste limitazioni, hanno riscontrato un ulteriore calo di motivazione e ingaggio terapeutico.

Questi risultati corroborano ulteriormente l’importanza dell’istanza nucleare della CBT: delineare un trattamento ad hoc “cucito su misura” sulle esigenze del singolo paziente, valutato nella sua singolarità, e non sulla base di una generica casistica media espressa dai dati statistici (Dalle Grave, Calugi, Conti, Doll & Fairburn, 2013). Questi risultati preliminari, nonostante siano stati generati da un contesto deleterio di estrema emergenza sanitaria, hanno fornito delle solide basi per stimolare ricercatori e clinici a postulare soluzioni alternative, non preventivate, che possono solamente arricchire e apportare conoscenza allo stato dell’arte della psicoterapia in generale e della CBT-E nello specifico (Murphy, Calugi, Cooper & Dalle Grave, 2020).

 

“Peggio di niente” dei Ministri: l’esasperazione da lockdown

Peggio di niente, il nuovo singolo dei Ministri, band milanese, uscito in streaming il 16 aprile è un vero e proprio urlo esasperato che descrive alla perfezione il disagio portato dall’attuale pandemia.

 

Le molteplici influenze della musica sulla nostra vita quotidiana sono ormai assodate. Secondo la letteratura, infatti, essa ha una funzione autoregolatoria, facilita il processo comunicativo, viene intenzionalmente utilizzata come strategia di coping, favorisce l’introspezione e ha un effetto empatico e rassicurante (Miranda & Claes, 2009; Van den Tol & Edwards, 2015; Balestrieri, 2021). Come sottolineato da Balestrieri, la musica veicola un messaggio nel quale ci identifichiamo, permettendo così di sentirci capiti e sostenuti. E allora quale miglior alleato per affrontare lo stress da pandemia?

Arriva in soccorso Peggio di niente, il nuovo singolo dei Ministri, band milanese composta da Federico Dragogna, Michele Esposito e Davide Autelitano, uscito in streaming il 16 aprile: un vero e proprio urlo esasperato che descrive alla perfezione il disagio portato dall’attuale pandemia.

La band spiega così il significato della canzone:

bambini soli davanti a uno schermo, famiglie che non si possono abbracciare, code infinite per un pasto caldo, persone che non possono più lavorare: il nulla in cui questa pandemia ci ha precipitato è senza confini. E pensavamo non potesse esserci di peggio, finché non abbiamo visto qualcuno mettere gli uni contro gli altri – in un crescendo di diffidenza, sospetto e accuse. Quello sì, è stato peggio di niente. 

Proviamo allora ad analizzare alcune delle tematiche che emergono dal brano, alla luce della ormai vasta letteratura sul Covid-19 e sui fenomeni sociali ad esso associati.

La percezione del tempo durante la pandemia

E poi improvvisamente
Ho visto il tempo volare, ho visto il tempo cadere
Ho visto buio per sempre

Kurt Lewin in Prospettiva temporale e stato d’animo (1942) considerava il tempo come una finestra attraverso la quale vediamo le nostre vite dispiegarsi, costruire le nostre identità, identificare le nostre ambizioni.

Il senso del tempo è essenziale per il benessere, specialmente per sopperire alle avversità, mentre una sua distorsione è spesso legata a diverse patologie come depressione e disturbo da stress post-traumatico (Gil & Droit-Volet, 2012; Oyanadel & Buela-Casal, 2014).

La pandemia da Covid-19, minaccia invisibile e vero e proprio trauma collettivo, ha cambiato drasticamente il nostro modo di vivere, sostituendo un illusorio futuro controllabile e certo (Taylor e Armor, 1996) con uno del tutto insicuro, incerto, ansiogeno. Siamo dunque improvvisamente passati da una vita frenetica, scandita da impegni e sicura ad una vita simile ad una istantanea, dove tutto si ferma e viene stravolto. In realtà, se per alcuni il tempo sembra essersi fermato per altri invece ha premuto l’acceleratore. Uno studio inglese ha cercato di individuare i fattori che influiscono sulla percezione del tempo e ha dimostrato che oltre l’80% dei partecipanti ha sperimentato una distorsione del tempo durante il lockdown (Ogden, 2020). I fattori legati alla percezione temporale sembrano essere l’età, lo stress, il carico di lavoro e la soddisfazione per i livelli di interazione sociale mantenuti. La sensazione di rallentamento è risultata essere associata all’aumentare di età e stress e alla riduzione del carico di lavoro e della qualità delle interazioni. Dunque, gli individui più giovani e più socialmente soddisfatti hanno maggiori probabilità di sperimentare una accelerazione del tempo durante la quarantena.

L’isolamento sociale nei più piccoli

E poi improvvisamente
Ho visto Nina volare, ho visto Nina cadere
Non ho visto più niente

I Ministri nel ritornello citano Ho visto Nina volare di De André, immaginando la bambina del celebre brano cadere dall’altalena, ponendo fine alla naturale spensieratezza tipica del gioco a cui ciascun bambino dovrebbe abbandonarsi.

La band, dunque, fa emergere le disastrose conseguenze della pandemia sui più piccoli. La scuola, intesa come spazio sociale, come luogo centrale per il processo di socializzazione secondaria, viene chiusa e sostituita con una modalità di apprendimento a distanza.

Le restrizioni legate al Covid-19 hanno indubbiamente effetti negativi sullo sviluppo psicosociale dei ragazzi poiché viene a mancare il contatto col gruppo dei pari, elemento cruciale (Erikson, 1968).

I giovani mostrano una riduzione della qualità della vita e del benessere psicologico e un aumento del rischio di sviluppare sintomi depressivi, ansia, disturbi del sonno, disturbi dell’alimentazione e difficoltà a gestire lo stress (Ravens-Sieberer et al., 2020). A ciò si aggiungono le preoccupazioni dei genitori, divisi tra lo smart working e l’istruzione dei figli, e un notevole aumento di casi di violenza domestica (Fegert et al., 2020).

Non “andrà tutto bene”

E poi improvvisamente
Ho visto gente normale calpestare altra gente
Ed era peggio di niente
E poi improvvisamente
Ho visto gente speciale calpestare altra gente
Ed era peggio di niente
E poi improvvisamente
Ho visto gente bestiale calpestare altra gente
Ed era peggio di niente

Infine, viene presa in considerazione l’influenza della tensione generata dall’emergenza sanitaria nei comportamenti individuali e di gruppo, escludendo totalmente la possibilità di un liete fine.

Nella confusione generalizzata, in cui le regole cambiano di giorno in giorno, la paura prende il sopravvento, cresce l’ostilità tra gli individui e diffidenza e sospetto sono sempre più dietro l’angolo. Le misure di contenimento hanno sicuramente determinato una profonda trasformazione culturale e una rarefazione delle relazioni umane. La “bestialità” diviene la norma e ogni occasione è buona per prevaricare sull’altro.

Uno scenario, questo, che ricorda molto la folla di Le Bon (1970). Secondo l’autore è proprio nei periodi di disintegrazione e declino sociale che la folla domina,

i lettori dei giornali, gli ascoltatori dei programmi radiofonici, i membri di un partito, anche se non fisicamente riuniti in un gruppo, tendono a divenire, dal punto di vista psicologico, una folla, a cadere in uno stato di eccitazione in cui ogni tentativo di ragionamento logico ha il solo effetto di stimolare impulsi bestiali.

L’individuo, dunque,

nella folla è barbaro. Possiede la spontaneità, la violenza, la ferocia e anche l’entusiasmo e l’eroismo degli esseri primitivi. (Le Bon, 1970)

Inoltre, la psicologia sociale ha spiegato molto bene come, all’interno del gruppo, possano manifestarsi fenomeni di disimpegno morale, un processo cognitivo che permette di disattivare i controlli morali interni permettendo all’individuo di compiere azioni immorali eludendo sentimenti di autocondanna (Bandura et al., 1996).

 

Peggio di niente – Ascolta il brano:

 

Quando la depressione è nascosta: la pseudodemenza depressiva

Il quadro sintomatologico della Pseudodemenza depressiva può indurre alla formulazione di erronee diagnosi di demenza, nel caso di pazienti anziani depressi, con aumento del rischio di proporre trattamenti inadeguati rispetto all’effettiva condizione patologica.

 

La Pseudodemenza depressiva: un’introduzione

La “Pseudodemenza depressiva”, termine coniato da Kiloh nel 1961, è una condizione psicopatologica descritta per la prima volta da Mairet nel 1883, nella monografia “Démence Mélancolique”, come una condizione caratterizzata dal sopravvenire di gravi deficit cognitivi come conseguenza di un disturbo dell’umore (riportato da Berrios, 1985). Mentre inizialmente si riteneva che essa avesse origine organica, ad oggi si sa che la Pseudodemenza si differenzia dalle classiche forme dementigene proprio in quanto, al contrario di quest’ultime, non deriva da alterazioni cerebrali puramente organiche, ma si manifesta come esito di disturbi funzionali (Fischer, P., 1996). Tra le caratteristiche più frequenti di tale condizione va annoverata l’insorgenza di deficit mnemonici e di anomalie del pensiero: tale quadro sintomatologico può indurre alla formulazione di erronee diagnosi di demenza, nel caso di pazienti anziani depressi, con aumento del rischio di proporre trattamenti inadeguati rispetto all’effettiva condizione patologica (Fischer, 1996). Il modo migliore per evitare errori consiste, secondo Fischer, nell’indagare -nel caso di soggetti anziani con sintomi cognitivi-, l’eventuale presenza di manifestazioni depressive, quali l’abbassamento del tono umorale e il rallentamento psicomotorio, al fine di favorire la diagnosi differenziale. Tuttavia, sarebbe un errore ridurre ad una concezione di esclusione reciproca le forme depressive e dementigene: vi sono, infatti, evidenze scientifiche che suggeriscono come tali condizioni possano coesistere, sia perché la depressione costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo del morbo di Alzheimer, sia perché la sintomatologia dell’umore insorge frequentemente in conseguenza delle diagnosi di demenza, arrivando anche a peggiorarne la sintomatologia.

Valutazioni e diagnosi differenziale

Nel corso degli anni, vari autori hanno analizzato le differenze tra tali disturbi. Nel 1988, un gruppo di studiosi americani ha messo a confronto 14 pazienti adulti affetti da Pseudodemenza depressiva con 28 pazienti con una forma dementigena primaria degenerativa, utilizzando la scala di valutazione della demenza MMSE (Mini-Mental State Examination, Folstein et al., 1975) e il questionario HRSD (Hamilton Rating Scale for Depression, Hamilton, 1960). Dall’analisi dei dati è emerso che mentre i soggetti con Pseudodemenza presentavano, prima del trattamento, una maggior tendenza ad avere risvegli precoci, maggiori livelli d’ansia e un maggior impatto sulla libido, i soggetti con demenza mostravano maggiori livelli di disorientamento spazio-temporale e difficoltà nel prendersi cura di se stessi e a vestirsi (Reynolds et al., 1988); tali risultati suggeriscono l’esistenza di una quantificabile divergenza sintomatologica tra i due disturbi, successivamente approfondita ed esposta nel dettaglio in un articolo del 2019 (Pozzoli et al., 2019), secondo il quale i casi di demenza organica sono caratterizzati da un esordio insidioso con lenta progressione dei sintomi, un’anamnesi psichiatrica solitamente priva di eventi psicopatologici rilevanti, un basso livello di alterazioni vegetative e da una forte compromissione attentiva; nel caso delle pseudodemenze, invece, si assiste ad un esordio patologico ben definito nel tempo, con rapida escalation sintomatologica, accompagnato da una storia personale di manifestazioni psicopatologiche, dal mantenimento di livelli attentivi relativamente nella norma e dalla comparsa di sintomi vegetativi, relativi ad alterazioni dell’alimentazione, del sonno e dei livelli di energia personale.

Un aiuto, ai fini della diagnosi differenziale, può giungere anche dalle metodiche di neuro-indagine: un interessante studio del 1989 (Brenner et al., 1989), condotto con EEG, ha permesso di riscontrare notevoli differenze nei tracciati relativi all’attività elettrica cerebrale di soggetti con demenza di Alzheimer e pazienti affetti da Pseudodemenza depressiva. I pazienti con condizione pseudodementigena o con Depressione Maggiore, pur presentando -rispetto ai soggetti di controllo- un rallentamento dei ritmi EEG nelle aree cerebrali posteriori, mostravano nel complesso degli indici EEG nella norma o con alterazioni poco significative. Nei soggetti affetti da Alzheimer, con o senza manifestazioni depressive secondarie, furono invece rilevate significative alterazioni nel tracciato EEG, che risultavano molto gravi in 1/3 dei casi. Uno studio più recente (Dolek et al., 2012), ha riproposto tale confronto avvalendosi dell’utilizzo della risonanza magnetica; i risultati evidenziano delle differenze cerebrali a livello ippocampale: la riduzione volumetrica dell’Ippocampo, rispetto ai soggetti di controllo, è risultata essere mediamente del 42% nei soggetti con Alzheimer, del 21% nei soggetti con demenza vascolare e del 13% nei soggetti con Pseudodemenza depressiva, una differenza rilevante che potrebbe facilitare il processo diagnostico.

Trattamento

Sebbene il trattamento psicofarmacologico dei sintomi dell’umore sia frequentemente somministrato sia nel caso delle demenze organiche, sia nelle forme pseudodepressive, i risultati ottenibili tramite esso subiscono notevoli variazioni tra le due condizioni. Nelle demenze, il trattamento con antidepressivi ha lo scopo di ridurre i sintomi dell’umore spesso presenti in comorbidità con le condizioni dementigene, anche se alcuni studi suggeriscono che in tali pazienti i suddetti trattamenti psicofarmacologici abbiano un’efficacia limitata, (Bains et al., 2002; Enache et al., 2011), al contrario dei trattamenti psicologici, risultati più efficaci nel lenire i sintomi depressivi ed ansiosi dei soggetti con demenza organica (Orgeta et al., 2015): in particolare, in uno studio condotto a Taipei (Chiang et al., 2010), la “Terapia della Reminescenza” si è rivelata utile per migliorare sia il tono dell’umore dei pazienti anziani istituzionalizzati, sia le loro abilità di socializzazione. Nei soggetti affetti da pseudodemenza, invece, il trattamento farmacologico antidepressivo è fondamentale, in quanto esso conduce alla riduzione dei sintomi neurocognitivi indotti dalla patologia depressiva: un recente studio (Connors et al., 2019) ha riportato un buon margine di miglioramento, nel trattamento dei pazienti pseudo depressi, ottenibile sia mediante la somministrazione farmacologica, sia mediante la terapia elettroconvulsivante (ECT).

Conclusioni

L’esiguità della letteratura sulla Pseudodemenza costituisce lo specchio del limitato interesse scientifico per l’argomento, cui conseguono delle lacunose conoscenze su tale condizione, che conducono ad una frequente sotto-diagnosi del disturbo stesso e ad una mancanza di cure adeguate (Kiosses, 2012); tale fenomeno può essere attribuito alla maggior preoccupazione per le possibili patologie organiche caratterizzanti la terza età, che porta a prestare una minor attenzione alle manifestazioni di disagio psichico in tale fase della vita. Purtroppo invece, insieme alle gravi patologie organiche, la depressione costituisce una delle principali cause di suicidio nella popolazione anziana (Waern et al., 2003): il 71-95% dei suicidi, tra i soggetti di età superiore ai 75 anni, si verifica come conseguenza di disturbi mentali, specialmente di tipo depressivo (O’Connell et al., 2004). L’auspicio per il futuro è che tale condizione possa essere maggiormente indagata, al fine di favorire l’individuazione degli strumenti necessari per diagnosi e cure adeguate e precoci, che potrebbero renderne più favorevole la prognosi.

 

La Scienza della terapia di coppia e della famiglia (2021) di John e Julie Gottman – Recensione del libro

Julie Schwartz Gottman e John M. Gottman, autori di La Scienza della terapia di coppia e della famiglia, sono una coppia di terapeuti sul lavoro e nella vita. Da più di vent’anni si occupano di terapia di coppia presso il Gottman Institute di Seattle, da loro fondato.

 

Julie Schwartz Gottman, oltre alla direzione del Gottman Institute, svolge l’attività clinica e di supervisione. Grazie alle sue esperienze sul campo è una consulente esperta su tematiche quali matrimonio, molestie sessuali, violenza domestica e problemi legati alla genitorialità.

John M. Gottman ha studiato per 45 anni le coppie cercando di capire quali siano gli indicatori della stabilità di un matrimonio e quali, invece, possano considerarsi i fattori che predicono un divorzio. Ha all’attivo centinaia di pubblicazioni e oltre 40 libri sul tema pubblicati in tutto il mondo. John è professore emerito di Psicologia presso l’Università di Washington dove continua i suoi studi sulle coppie.

Una nuova teoria dei sistemi

Dopo quasi mezzo secolo di ricerca sulla coppia e sui nuclei familiari, i coniugi Gottman hanno aggiornato la teoria dei sistemi, sviluppata dal biologo Ludwig von Bertalanffy nel 1968.

L’intento è stato sviluppare una teoria in grado di spiegare quali fattori permettono il buon funzionamento di una coppia e quali, di contro, sono quelli che predicono la rottura, per poterli modificare efficacemente.

Uno dei concetti cardine al centro delle loro ricerche è l’omeostasi familiare, una sorta di termostato che misura il rapporto tra scambi positivi e negativi nei nuclei familiari.

La teoria si traduce, quindi, anche in nuovi obiettivi terapeutici come gli interventi per modificare gli affetti negativi durante un conflitto. Riuscire a “riparare” durante una discussione permette, infatti, di prevenire l’escalation di critiche, ritiro sulla difensiva, disprezzo, ostruzionismo. Questi ultimi sono chiamati i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse che sono predittori della fine della relazione nel 94% dei casi.

In La scienza della terapia di coppia e della famiglia la prima parte illustra la teoria generale dei sistemi e dell’evoluzione nel tempo della terapia della famiglia. Vengono, poi, approfonditi i concetti alla base del trattamento messo appunto dai Gottman, come la fiducia e l’impegno, ma anche la teoria polivagale di Porges alla base di numerosi studi condotti su migliaia di coppie durante gli anni.

Il modello matematico della relazione

In quest’ultimo testo sulla terapia di coppia, i Gottman spiegano come applicare i modelli matematici ed economici allo studio delle coppie, in modo da prevedere la stabilità di coppia e familiare; così “la teoria dei giochi” di Von Neumann, torna utile per spiegare che nelle relazioni gli scambi comportamentali sono associati alle ricompense, mentre le statistiche di Richardson sulle guerre, possono essere sviluppate in formule algebriche che spiegano l’andamento durante le liti nella coppia.

A partire dal calcolo di determinati parametri di cambiamento, è, infatti, possibile simulare un intervento personalizzato per la coppia. Sul sito del Gottman Institute è possibile per i professionisti, anche, consultare e compilare batterie di test che strutturano e guidano l’intervento clinico.

Come la variabile bambino modifica il sistema

L’ultima parte dell’opera riguarda l’arrivo di un bambino e la genesi della famiglia non più diadica. Grazie alle ricerche longitudinali è stato possibile identificare quali fattori relazionali influenzano il bambino e il suo sviluppo emotivo e relazionale. Intuitivamente è chiaro a tutti che genitori innamorati e soddisfatti della relazione crescono figli più felici, ma Julie & John sono stati in grado di dimostrare quali ingredienti sono fondamentali per la triade, uno su tutti: l’allenamento emotivo.

Questo testo può essere considerato come un’ integrazione del precedente manuale pubblicato in Italia nel 2017, Dieci Principi per una terapia di coppia efficace, edito da Raffaello Cortina. Sempre bilanciando teoria, pratica ed esempi clinici, costituisce una guida utile per i professionisti che lavorano con le coppie e le famiglie.

 

Il connettoma: soffio di vita tra phisis e psichè

Potremmo definire il connettoma umano come “la descrizione complessiva della rete strutturale di elementi e connessioni che formano il cervello umano” (Sporns, 2011).

 

In matematica la teoria del caos è lo studio, attraverso modelli propri della fisica, dei sistemi dinamici che esibiscono una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali. I sistemi di questo tipo, pur governati da leggi deterministiche, sono in grado di esibire un’empirica causalità nell’evoluzione delle variabili dinamiche. Questo comportamento casuale è solo apparente, dato che si manifesta nel momento in cui si confronta l’andamento temporale asintotico di due sistemi con configurazioni iniziali arbitrariamente simili tra loro.

Difficilmente pensabile non vuol dire casuale o caotico… anche il caos ha le sue regole e la mente umana è un profondo buco nero di caos ordinato.

“Come sono organizzati i neuroni del nostro cervello per percepire, pensare ed eseguire altre prodezze mentali? La risposta è nel connettoma (…) la totalità delle connessioni tra i neuroni di un sistema nervoso” (Seung, 2012).

Metaforicamente Sebastian Seung, in premessa al suo libro “Il connettoma. La nuova geografia della mente”, paragona la complessità cerebrale ad una fitta foresta di alberi intricati, sostenendo come la sfida delle neuroscienze sia comprendere tale complessità, a partire dalla conoscenza dei singoli rami, ovvero i neuroni.

A seguire lo stesso autore definisce il connettoma quale “…architettura che ci differenzia come individui anche nel caso dei gemelli identici, perché i connettomi si modificano nel corso della vita a seconda delle esperienze e degli accadimenti che per ognuno sono diversi…” (Seung, 2012). Seguendo tale approccio, potremmo affermare che, se da un punto di vista genetico il genoma definisce la nostra essenza in potenza in quanto normalmente non modificabile, il connettoma estrinseca il pensiero umano nel suo evolversi, in quanto inserito in un contesto che alimenta la persona, definendola attraverso un’omeostasi dinamica all’interno di un quadro sistemico.

La relazione fra uomo e ambiente, percipiente e percepito acquista nuova forza in quella determinazione prospettica che intende quel “soffio di vita” che rende ogni persona “individuo” ancor più correlata all’ambiente di riferimento.

Con ciò, se già le scienze sociali ed antropologiche avevano dimostrato il nostro essere figli del tempo e dello spazio, oggi tale concetto potrà essere notevolmente rafforzato ed approfondito attraverso la connettomica che, quale trait d’union tra Physis e Psychè, sta perseguendo l’idea secondo la quale la coscienza, risiederebbe non tanto nella fisicità della mente, quanto nelle connessioni neurali viste quale “respiro vitale” costituente la mappa universale dell’animo umano”.

Comprendere il connettoma significherebbe capire le basi biologiche del comportamento, memoria, attenzione, carattere; vorrebbe dire decodificare le psicopatologie da un punto di vista eziologico prevenendole od intervenendo su queste, mezzo attivazione o disattivazione dei circuiti neurali interessati.

Viviamo in una realtà che è organizzata come una rete complessa di schemi interconnessi, all’interno di una società che crea legami a vari livelli: comunitari, personali, familiari. Ognuno di noi fa parte di questa rete, costituendone un punto, un nodo. La rete è elemento comune dell’esperienza umana in termini soggettivi e collettivi, ma non solo… l’individuo è biologicamente costituito da reti: il Sistema Nervoso Centrale e Periferico, l’organizzazione delle proteine, il genoma, possono essere considerati quali sistemi di rete complessi che regolano l’esistenza e la possibilità di vita di ogni essere umano.

Lo studio e la conoscenza di questi sistemi diventano quindi importanti per la comprensione della vita stessa.

Tale organizzazione sistemica, nonché topografica, può essere analizzata attraverso la scienza delle reti, una disciplina che riprende appunto la matematica, la fisica e l’informatica.

Per poter studiare il cervello servendosi delle reti è quanto mai indispensabile comprendere quali tipi di connettività possono essere presi in considerazione e matematicamente analizzati.

Vi sono tre diversi tipi di connettività, collegate ad altrettante tecniche di immagine visiva (Sporns, 2011):

  • La connettività strutturale ha come scopo quello di descrivere le connessioni a livello anatomico che legano i vari elementi neurali. Per l’analisi e lo studio del cervello questi elementi neurali fanno riferimento a diverse entità che variano in funzione della scala utilizzata per la loro analisi. Questo primo tipo di connettività può essere considerata sia per lo studio di neuroni singoli, sia tra gruppi di neuroni, ma offre anche la possibilità di effettuare un’analisi fra regioni diverse della corteccia attraverso le loro connessioni. È possibile interpretare la connettività strutturale come un’analisi del movimento spazio-temporale delle connessioni cerebrali, in quanto si limita ad indagare la modalità attraverso cui avviene il passaggio delle informazioni nonché l’efficienza di tale scambio, ma non approfondisce le motivazioni sottostanti a tali collegamenti. Da un punto di vista delle indagini strumentali, è possibile vagliare questa tipologia di connettività attraverso tecniche di tracciamento delle vie neurali: Imaging a Risonanza Magnetica e la DTI Risonanza Magnetica con Tensore di Diffusione.
  • La connettività funzionale ha come obiettivo quello di descrivere come avviene l’appaiamento dinamico fra diverse regioni cerebrali e come questo possa essere spiegato nei termini di relazione esistente fra le aree interessate. La connettività funzionale può essere indagata attraverso l’EEG e la Risonanza Magnetica Funzionale al fine di ricavare la sequenza temporale degli eventi analizzati e comprendere l’intensità delle correlazioni fra diverse regioni cerebrali e l’eventuale deviazione dall’ipotesi di indipendenza statistica tra i segnali che vengono a generarsi in queste aree, spesso molto distanti fra loro. La presenza di una correlazione significativa fra aree indica come vi sia una forma di dipendenza seppur per un tempo brevissimo, rendendo complesso lo studio di questo tipo di connettività (Sporns, 2013). Benché vi possa essere un legame correlazionale, questo non implica necessariamente un rapporto di causalità diretta tra l’attivazione dei vari elementi neurali.
  • La connettività efficace è descrivibile quale volontà di indagare il legame causale delle connessioni neurali. Rappresenta un passo avanti rispetto alle caratteristiche indagate dalla precedente. Questo tipo di connettività può essere analizzata attraverso strumenti che permettono di registrarne i segnali, dimostrandone la dipendenza dalla dimensione temporale. Anche per questo tipo di connettività, come per quella funzionale, è importante tenere in considerazione la cinematica esistente fra le varie connessioni, proprio perché l’obiettivo è quello di spiegare cause e frequenza statistica attraverso cui questi modelli si presentano.

Questi tre tipi di connettività sono fra loro sì indipendenti, ma con caratteristiche anatomiche e funzionali estremamente correlate fra loro. Non è possibile ad esempio studiare la strutturale tralasciando la componente fisiologica o le caratteristiche biofisiche del segnale, in quanto hanno il compito di modulare il parametro più importante che questi tipi di connettività valutano ovvero il tempo in cui avvengono le relazioni fra elementi neurali e la permanenza di tale legame, così come la registrazione delle correlazioni dell’attività elettrica devono per forza appoggiarsi ad un substrato di connessioni anatomiche.

Le neuroscienze si sono impegnate ed occupate di comprendere come avvengano i meccanismi neurobiologici nella mente, intendendo il sistema cerebrale un sistema complesso. Il punto di partenza è “l’emergenza” intesa quale prodotto dell’interazione fra processi cerebrali, ambiente dell’organismo e ambiente, a partire proprio dalle caratteristiche del cervello inteso come sistema complesso, dinamico e plastico (Gagliasso, 2013).

“La mente è il prodotto delle interazioni fra esperienze interpersonali e strutture funzioni del cervello (…) emerge da processi che modulano flussi di energia e di informazioni all’interno del cervello e fra cervelli diversi (…) si forma all’interno delle interazioni fra processi neurofisiologici interni ed esperienze interpersonali. Lo sviluppo delle strutture e delle funzioni cerebrali dipende dalle modalità con cui le esperienze, e in particolare quelle legate a relazioni interpersonali, influenzano e modellano i programmi di maturazione geneticamente determinati dal sistema nervoso. In altre parole, le “connessioni” umane plasmano lo sviluppo delle connessioni nervose che danno origine alla mente” (Siegel, 2001).

Non è possibile scindere il corpo dalla mente e la mente dal corpo e questi dall’ambiente in cui si trovano: “gran parte della fisiologia cerebrale non è né hardware, né software. Piuttosto è una fisiologia umida, come fluidi, ormoni, trasmettitori, sostanze biochimiche ed endocrine- tutte cose per le quali il cervello risulta essenzialmente connesso con il corpo intero e con il resto della fisiologia nella sua globalità” (Dbru, 2010).

In questa visione due sono gli elementi imprescindibili che definiscono l’attuale concezione del sistema cognitivo: la differenziazione e l’integrazione. Entrambe caratterizzano gli stati di coscienza, la loro variabilità e nel contempo la visione unitaria della mente nel suo complesso (Ogawa, 1997). Le basi neurali della coscienza e dei sistemi cognitivi si rintracciano nei complessi processi sistemici (Edelman & Tononi, 2000) in grado di plasmare, modificare e definire la fisionomia ed il funzionamento cerebrale. Plasticità, variabilità e dimensione relazionale, sono dunque le caratteristiche essenziali e definitorie del cervello, che consentono il reciproco scambio ed adattamento con l’ambiente.

Ridondanza, complessità, plasticità, dimensione storica ed individuale si pongono come elementi centrali di una visione del cervello e della sua modalità di funzionamento epigenetica e stocastica (Edelman & Gally, 2001). Ogni cervello è unico per struttura dinamica, in quanto le mappe e le connessioni sono continuamente in evoluzione, come esito delle nostre percezioni, di come ci rapportiamo agli eventi, delle relazioni che instauriamo, dei movimenti che facciamo, delle esperienze che viviamo (Meares, 2012).

Variabilità, differenziazione ed integrazione definiscono le proprietà del cervello e della coscienza, che muta costantemente le connessioni neurali del sistema nervoso: il nostro connettoma (Siegel, 2001).

Richiamando il pensiero di William James (James & Preti, 2004) sul carattere mutevole ed unitario della coscienza e del suo incessante flusso, gli scienziati impegnati nello studio del connettoma ne vedono il substrato neurobiologico: “…ogni fiume ha un letto, e senza questo solco nella terra l’acqua non saprebbe in quale direzione scorrere. Ecco… dal momento che il connettoma definisce le vie di scorrimento dell’attività neurale, possiamo considerarlo il letto del fiume della coscienza. È una metafora molto potente. Nel lungo periodo, come l’acqua del fiume plasma lentamente il letto, così l’attività neurale cambia il connettoma” (Seung, 2013).

Non è possibile la comprensione del funzionamento cerebrale al netto della comprensione topografica del complesso sistema di reti e connessioni al servizio della conoscenza “funzionale” del cervello stesso. Si è ribadita precedentemente l’interdipendenza reciproca sussistente fra connettività strutturale e funzionale e, benché la mappatura topografica sia assolutamente indispensabile per scopi di natura semantica, non è altresì possibile operare un tale tipo di riduzionismo “geografico”. Ciò che si evidenzia come necessario, deve essere complementare alla comprensione di come avviene a livello cerebrale il passaggio delle informazioni. Per questo, lo studio dinamico delle reti cerebrali può essere uno strumento fondamentale per ricavarne modelli funzionali. In questo senso la connettività strutturale sembra essere il tipo di connettività più adeguata agli scopi dichiarati.

Potremmo definire il connettoma umano come “la descrizione complessiva della rete strutturale di elementi e connessioni che formano il cervello umano” (Sporns, 2011).

Le peculiarità del connettoma sono intrinseche alla definizione stessa e fanno riferimento in primis alla mappatura topografica del complesso network neurale. La dimostrazione è evidente e “tangibile” attraverso gli strumenti di neuroimaging che contribuiscono a convalidare e validare l’esistenza stessa del connettoma; in secundis, alla caratteristica descrittiva delle connessioni cerebrali, che supera l’aspetto meramente “riproduttivo” dell’architettura cerebrale, per arrivare ad una profonda esplicitazione dell’organizzazione multiscala, caratteristica di questo sistema.

Ulteriore caratteristica definitoria è legata alla proprietà descrittiva del connettoma che permette di evidenziare una rete, non limitandosi alla sola raccolta di dati; proprio tal punto giustifica il coinvolgimento e matematico e della scienza delle reti, precedentemente citate.

Il legame tra fisica, statistica e neuroscienze, permette al connettoma di configurarsi come il fondamento teorico dello studio della funzionalità del cervello, in stretta relazione alla sua struttura (Sporns, 2011).

Ad oggi non vi è la conoscenza completa del connettoma di più organismi viventi, se non del nematode Caenorhabditis elegans, un verme delle dimensioni di un millimetro circa, il cui habitat è il sottosuolo di zone con un clima temperato.

Il caso “C. elegans” è particolare in quanto la mappatura delle connessioni neuronali è disponibile su singoli neuroni e sinapsi, il cui numero è decisamente inferiore se paragonato a quello di altri organismi superiori. La matrice di adiacenza ottenuta è formata da 279 nodi (ovvero neuroni) connessi fra loro da 6393 sinapsi, 890 giunzioni elettriche e 1410 giunzioni neuromuscolari, per un totale complessivo di 8693 archi, niente se si pensa ai numeri del cervello umano. Questa matrice è il risultato dell’analisi di migliaia di sezioni in cui il verme è stato scomposto dello spessore medio di 50nm analizzate tramite microscopio elettronico (Withe et al., 1986). Attraverso questa tecnica è stato possibile conoscere in maniera precisa la lunghezza dei collegamenti sinaptici e soprattutto la posizione spaziale dei neuroni. Vi è stata anche la possibilità di studiare la relazione fra l’organizzazione topografica della rete e lo spazio fisico in cui è immersa.

L’analisi suddetta ha permesso di evidenziare un’eccedenza di caratteristiche non randomiche, in quanto si è osservato come le connessioni avvengono soprattutto fra neuroni spazialmente vicini, sfruttando un principio di “risparmio” nella lunghezza degli archi. Questo risultato è dimostrabile osservando l’alta densità di connessioni disposta sulla diagonale principale della matrice di adiacenza, costruita rispettando l’ordine dei nodi in cui i rispettivi neuroni sono disposti lungo l’asse longitudinale di elegans.

La conseguenza di questa predisposizione ad instaurare legami con neuroni spazialmente vicini è legata a molteplici cause, rispetto alle reti random analoghe: nel sistema nervoso del verme sono prevalenti quelli a forma triangolare, espressione di una forte tendenza ad ottimizzare la connettività locale, a scapito di quella globale. Ulteriore conseguenza è l’effetto “Little word” della rete neuronale di elegans (Duncan et al., 2003), calcolato attraverso un coefficiente di clustering C di gran lunga superiore ed un cammino caratteristico simile in confronto a rispettivi valori per una rete random equivalente avente funzione di test.

Sono chiaramente da porre in evidenza i limiti del caso C. elegans che non possiede nemmeno un cervello vero e proprio, in quanto, da un punto di vista morfologico, è composto da neuroni non centralizzati ma sparsi lungo tutto il corpo, meglio definito quale anello neurale, aventi nome, forma e posizione definita e caratteristica. L’intera mappatura di elegans è stata inizialmente denominata Diagramma di cablaggio e solo successivamente connettoma, implicando un forte richiamo alla genomica e non all’ingegneria (Seung, 2012), potendo infine definirlo quale totalità delle connessioni tra i neuroni di un sistema nervoso.

Da queste riflessioni ed evidenze, potremmo rappresentare, parimenti ad elegans, il nostro cervello come una fitta rete di connessioni complesse. Il quesito logico e conseguente è il pensare se da questa fitta rete fosse possibile scoprire qualcosa in più di noi come esseri umani o ancora meglio, se fosse possibile scoprire qualcosa in più di noi come singoli individui caratterizzati da una esclusiva unicità.

La risposta avanzata da Seung a queste domande è sicuramente affermativa (Seung, 2012). Egli infatti sostiene che la prima vera possibilità offerta dalla conoscenza del connettoma abbia a che fare con la nostra unicità. Sappiamo che esistono differenze individuali anche molto marcate e che dipendono da fattori fenotipici e genotipici, ma il connettoma riesce a spingersi ancora più in là essendo un marcatore individuale che ci consente di cogliere la pluralità delle differenze e nel contempo l’unicità delle nostre caratteristiche: perché siamo più introversi dei nostri amici, più curiosi, meno attenti, più aggressivi e meno tolleranti ecc ecc.

La comprensione del connettoma potrebbe rivelarsi utilissima in molti campi: dalla medicina alla sociologia, dalla fisica alla psicologia. Pensiamo ad esempio quanto potrebbe essere utile per lo studio dei disturbi mentali, che potrebbero essere trattati attraverso la riparazione dello stesso. Per estensione potremmo affermare che ogni cambiamento che avviene dentro di noi, è un cambiamento del nostro connettoma.

Ad oggi ancora non si sa come le esperienze della vita siano in grado di produrre un cambiamento nel connettoma, ma vi sono significative ipotesi su come ripesatura, riconnessione, ricablaggio e rigenerazione, siano estremamente influenzate dalle nostre esperienze e dai geni stessi.

Quindi la connettomica sarebbe quella branca delle scienze psicologiche, complementare alla genomica, ma con l’elemento in più costituito dalla pluralità delle esperienze.

Se questi assunti fossero corretti la sfida delle neuroscienze sarebbe quella di conoscere il potenziale delle quattro “R”: ripesatura, ricablaggio, riconnessione e rigenerazione. Da questa conoscenza poi, si dovrà essere in grado non solo di riconoscere i cambiamenti ai quali tendiamo, ma anche i giusti mezzi per poterli raggiungere. Gli studi neuro scientifici avranno così la possibilità di comprendere ed intervenire su disturbi complessi come quelli mentali, guarire le conseguenze derivanti da traumi cerebrali ed in generale migliorare la qualità della vita delle persone.

Certo, al di là del potenziale di questo traguardo, non bisogna farsi prendere da facili entusiasmi. Studiare il connettoma di elegans ha richiesto molti anni e anche un grande investimento economico, ed elegans ha solo 7000 connessioni, il cervello umano è 100 miliardi di volte più grande e il suo numero di connessioni un milione di volte superiore alle lettere del genoma (Tang et al., 2012).

 

La mente in musica. Come reagisce il cervello all’ascolto della musica (2021) di Annalisa Balestrieri – Recensione del libro

Lo studio del rapporto tra mente e musica lascia ancora molto spazio a indagini e approfondimenti. La mente in musica di Annalisa Balestrieri nasce proprio come tentativo di aprire questo tema, farsi domande, dare qualche risposta e stimolare il lettore a esplorare un territorio affascinante e ancora poco conosciuto.

 

La musica è parte integrante della nostra vita da sempre, e lo è stata fin dalle origini dell’uomo. La musica ci accompagna nelle nostre giornate, ci emoziona, ci rilassa quando siamo in tensione o ci dà la carica quando dobbiamo affrontare un compito impegnativo, ci fa sentire parte di qualcosa di più grande di noi, ci aiuta a dare un nome e un senso ai nostri sentimenti, facendoci rispecchiare nel testo di una canzone o in una melodia, riporta alla nostra mente ricordi, persone.

Ma come? Come avviene tutto questo? Come reagisce il nostro cervello alla musica, come ne viene influenzato?

Il libro di Annalisa Balestrieri nasce proprio come tentativo di aprire questo tema, farsi domande, dare qualche risposta e stimolare il lettore a esplorare un territorio affascinante e ancora poco conosciuto. Lo studio del rapporto tra mente e musica, infatti, lascia ancora molto spazio alle indagini e agli approfondimenti, tanto che l’autrice più che a lavori già pubblicati, sceglie come spunti di partenza per il suo lavoro ricerche universitarie, opinioni e riflessioni di chi con la musica ci lavora, chi la compone, la suona o la insegna, e di chi invece la vive da ascoltatore, offrendo al lettore diversi spunti di riflessione.

L’autrice ci accompagna in un viaggio nel tempo a riscoprire le origini della musica. Le prime tracce della presenza della musica nelle vite dei nostri antenati risalgono al Paleolitico, intorno a 40000 anni fa, e probabilmente il suo scopo era legato alla sopravvivenza. Rudimentali strumenti musicali, oltre alla voce e ad improvvisate percussioni, servivano verosimilmente per riprodurre suoni della natura, versi animali, per accompagnare riti propiziatori e favorire un senso di appartenenza al gruppo sociale.

Comunicare con i propri simili è da sempre un’esigenza per l’uomo. Il linguaggio verbale consente di trasmettere informazioni complesse e precise, ma per comprendersi è necessario condividere lo stesso codice, conoscere quello specifico linguaggio.

La musica, invece, è una forma di comunicazione prettamente emotiva, universale, che può arrivare a chiunque, anche a chi non conosce lo specifico codice musicale. Il messaggio emotivo che il compositore o l’esecutore (che possono non coincidere) vuole trasmettere deve, infatti, essere comprensibile a tutti gli ascoltatori. In un confronto con il musicista Massimo Priviero, a cui è legata da un’amicizia decennale, l’autrice si sofferma proprio ad analizzare la comunicazione emotiva nella musica, mettendone in evidenza le caratteristiche e le specificità.

Certamente un musicista ascolterà la musica in modo molto diverso da un profano, prestando attenzione anche ad aspetti tecnici della composizione e dell’esecuzione. Anche il contesto storico e culturale ha un’influenza sul modo in cui una musica viene vissuta e decodificata, ma certe emozioni sono universali e tutti noi siamo in grado di differenziare una musica triste da una allegra, e questo tende a produrre in noi un’attivazione emotiva congruente.

Le caratteristiche di un suono, la sua altezza, la durata, l’intensità e il timbro, concorrono a creare uno specifico effetto espressivo: una musica lenta sarà per esempio più triste di una musica con un ritmo più veloce. In questo modo la musica comunica emozioni traducendo in suoni i sentimenti di chi la compone o la esegue.

A questo proposito l’autrice riporta un interessante ricerca condotta dall’Università di Berkeley in cui è stata valutata la risposta emotiva di 2500 soggetti americani e cinesi all’ascolto di migliaia di canzoni di generi diversi. Da questa indagine ne è emerso un elenco di 13 emozioni universali su cui tutti i soggetti erano concordi, rilevando un’attivazione emotiva simile in corrispondenza di una stessa canzone. Quello che cambiava era il valore attribuito all’emozione percepita: questa valutazione, infatti, risentiva maggiormente dell’influenza culturale.

Generi diversi di musica, dunque, hanno effetti diversi sul nostro cervello, influenzando non solo le emozioni ma anche l’attivazione neurofisiologica: una musica rilassante, ad esempio, ridurrà i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, mentre il crescendo di un’orchestra farà aumentare il battito cardiaco e la pressione sanguigna.

Con il cambiare dell’umore può cambiare anche la nostra autovalutazione: brani che trasmettono sensazioni e pensieri positivi possono incidere sulla nostra autostima. Ascoltare un brano ripetutamente ci fa entrare in empatia, ci fa immedesimare con chi esegue il brano, portandoci a fare nostro quanto esprime. La musica è un potente mezzo di comunicazione e ha un certo peso anche nell’orientare i nostri pensieri e il nostro comportamento, con tutto ciò che ne consegue.

Ma se è vero che entro certi limiti è possibile individuare una sorta di “grammatica universale delle emozioni in musica”, quali sono i fattori che influiscono sulle nostre reazioni emotive all’ascolto di un brano?

Da un lato ci sono fattori intrinseci alla musica stessa. Il ritmo, per esempio: dal momento che i battiti del nostro cuore sono mediamente di 60-80 battiti al minuto, un brano con un ritmo inferiore a 60bpm risulterà rilassante, mentre sarà attivante se supererà gli 80bpm. Un ritmo molto lento, al di sotto dei 30bpm, tenderà poi a indurre tristezza.

Il variare dell’intensità di un brano indurrà una variazione emotiva. Tendenzialmente una musica sarà tanto più gradevole quanto più semplice sarà il rapporto fra le note che la compongono.

Il bagaglio culturale e le esperienze personali, inoltre, hanno una grande rilevanza del farci attivare emozioni specifiche: la musica evoca ricordi, persone, periodi della nostra vita, con tutte le emozioni che portano con sé. Ascoltare la nostra musica preferita di quando eravamo adolescenti ci catapulta in quegli anni, a quello che vivevamo allora, ai nostri amori, ai nostri drammi personali.

Una musica può essere ripetutamente associata ad eventi positivi o negativi, dando così origine ad un condizionamento, oppure ad immagini visive che a loro volta evocano emozioni correlate.

Anche la struttura di un brano suscita emozioni diverse a seconda che confermi, oppure smentisca l’aspettativa che implicitamente ci formiamo durante l’ascolto rispetto a come il brano proseguirà. Un brano jazz, ad esempio, tenderà a generare soluzioni più spiazzanti e sorprendenti di un brano pop, in cui solitamente troviamo conferma alle nostre attese.

Ma perché ci piace un certo genere di musica e non un altro? Perché ciò che piace a una persona può essere insopportabile per un’altra?

Certo, il contesto sociale e culturale hanno un ruolo in questo, così come le esperienze vissute.

Attraverso la scelta musicale manifestiamo anche il modo in cui vogliamo essere visti, identificati dagli altri, è un modo di comunicare qualcosa di noi stessi.

Pensiamo ad esempio agli adolescenti: per loro la musica è un elemento essenziale della vita, è l’occasione per confrontarsi con le proprie emozioni, così difficili da gestire e decifrare a quell’età, dà voce ai pensieri ed aiuta a fare chiarezza nei loro sentimenti. E’ per questo che (anche da adulti) quando siamo tristi preferiamo ascoltare musica triste: ci fa sentire capiti, meno soli, ci permette di guardare a quella stessa situazione, a quell’emozione, da un altro punto di vista, contenendola senza esserne travolti. Ma la musica per gli adolescenti è anche un modo per sentirsi parte di un gruppo, condividendo gli stessi gusti, influenzati dalle mode del momento alla ricerca della propria identità, cercando appartenenza sociale in contrapposizione alla cultura dei propri genitori. Allo stesso tempo strumento di conoscenza e manifesto di se stessi. Ed è proprio alle memorie emotive di quegli anni che sovente si lega la nostra musica preferita, perché lì inizia a formarsi la nostra personalità.

Anche la personalità, infatti, sembra avere un ruolo importante nel farci apprezzare un tipo di musica o un altro. Una ricerca dell’università di Cambridge riportata nel volume ha studiato proprio il rapporto fra musica e personalità, individuando categorie di persone e tratti di personalità a cui sono associati gusti musicali specifici.

Il libro si conclude con una panoramica sui diversi utilizzi che la musica può avere nelle nostre vite, come il marketing sensoriale, che mira a stimolare i nostri sensi per influenzare i nostri comportamenti e i nostri acquisti, oppure le colonne sonore di varie forme d’arte, come film o mostre.

Lo sport è un ambito in cui la musica trova ampio spazio di applicazione: pensiamo agli atleti che creano specifiche e studiatissime playlist per migliorare la propria capacità di concentrazione, la motivazione, il controllo dei movimenti, darsi la carica prima di una gara, sincronizzarsi con i compagni. E’ tanta la potenza della musica nel condizionare la performance di un atleta che, in alcune discipline, è vietata durante le gare perché considerata doping!

Anche la scienza ha recentemente beneficiato di un contributo dalla musica insolito ed stupefacente: un gruppo di ricerca del Massachusetts Institute of Technology ha elaborato un procedimento capace di tradurre in musica la sequenza del legame di amminoacidi che compongono le proteine che compongono le spine della “corona” del Coronavirus. In questo modo è possibile studiare la natura del virus e il suo funzionamento in un modo più immediato ed intuitivo rispetto ai metodi tradizionali.

Il libro di Annalisa Balestrieri ci accompagna in un viaggio alla scoperta del rapporto complesso e affascinante fra la nostra mente e la musica, esplorando insieme al lettore alcune fra le infinite ed affascinanti potenzialità della musica come comunicazione, come fonte di benessere, strumento di autoregolazione, conoscenza ed espressione di noi stessi.

 

Paura di volare: come nasce e da cosa è alimentata?

La paura di volare è una fobia comune, che colpisce la popolazione generale con un tasso di prevalenza nel corso della vita del 13,2% (Curtis et al., 1998).

 

Finora, la maggior parte della ricerca su questo tipo di paura irrazionale si è concentrata sul suo trattamento, in modo da permettere a chi ne è affetto di poterla gestire con successo con l’aiuto di professionisti del settore. Seppur la maggior parte delle psicoterapie siano incentrate sulle teorie comportamentiste del condizionamento, inteso come forma di apprendimento basata sull’associazione appresa fra stimolo e risposta, la ricerca sul condizionamento come via per l’acquisizione della fobia del volo è scarsa. Per questo motivo, Shindler e collaboratori hanno scelto di svolgere uno studio su come si può generare la fobia del volo (Shindler et al., 2016).

Il team di Shindler ha quindi ipotizzato che il condizionamento classico giocasse un ruolo chiave nell’acquisizione della paura di utilizzare l’aereo. Gli sperimentatori hanno indagato il ruolo dell’apprendimento vicario, cioè mediante altri soggetti con la stessa fobia, dell’apprendimento informativo attraverso i media e di eventi di vita stressanti al momento dell’insorgenza della fobia nella generazione di questa problematica (Shindler et al., 2016).

Sono stati intervistati trenta pazienti con fobia del volo e trenta controlli sani, aventi pari età, sesso e livello di istruzione. Per ciò che concerne i test, gli sperimentatori hanno utilizzato il Mini-DIPS, l’Anxiety Disorders Interview Schedule e la Fear-of-Flying History Interview (Margraf, 1994; DiNardo & Barlow, 1988; Shindler et al., 2016).

Le analisi statistiche svolte a partire dai risultati dei test, hanno riportato che il 50% dei pazienti con fobia del volo e il 53% dei controlli sani avevano esperito eventi spaventosi in volo. Non c’era pertanto una differenza significativa tra i due campioni. Basandoci su questo risultato, è possibile osservare come non ci fosse un maggior numero di eventi di condizionamento classico (episodi spaventosi precedenti) per i pazienti con fobia del volo.

Non c’era nemmeno una differenza significativa tra i due campioni per l’apprendimento vicario. Infatti, il 37% dei pazienti con fobia del volo e il 23% dei controlli sani si sono sentiti influenzati dall’apprendimento del modello da altre persone.

L’influenza dell’apprendimento informativo attraverso i media era, invece, significativamente più alta per il campione clinico (70%) che per il gruppo di controllo (37%). In questo studio, infatti, la maggior parte dei pazienti con fobia del volo si è sentita influenzata dalle informazioni dei media su incidenti e cadute. Tra questi, gran parte ha esplicitato di aver sentito l’influenza delle informazioni dei media solo dopo l’insorgenza della fobia, e non come processo di apprendimento scatenante.

Infine, un dato interessante suggerisce che i pazienti con fobia del volo avevano sperimentato eventi di vita significativamente più stressanti nel periodo della loro esperienza di volo spaventoso (60%) rispetto ai controlli sani (19%).

In conclusione, da questa ricerca è emerso che il condizionamento classico può essere visto come uno dei modi in cui si acquisisce la fobia del volo per circa la metà dei pazienti che avevano questa problematica. I momenti di paura in un aereo sono comuni, ma gli autori hanno sottolineato che questo tipo di condizionamento ha luogo solo se un individuo è particolarmente vulnerabile all’acquisizione di un disturbo fobico in quel momento, e ciò potrebbe essere correlato a maggiori livelli di stress effettivi (Shindler et al., 2016). Ad ogni modo, lo studio ha descritto come l’apprendimento informazionale abbia potuto rinforzare la fobia del volo dopo che questa era già emersa, sottolineandone la rilevanza.

 

L’asessualità: sempre più spesso se ne sente parlare, ma sappiamo davvero che cos’è?

Negli anni è cresciuto il numero di studi riguardanti l’asessualità e sono aumentati i differenti modi di concepire questo tema. Cerchiamo, quindi, di fare chiarezza, capire che cos’è e conoscere meglio l’asessualità.

 

Il termine “asessualità” fu riportato per la prima volta da Alfred Kinsey e colleghi nel 1948 attraverso l’inclusione di una categoria “X” alla nota scala Kinsey per la valutazione dell’orientamento sessuale, rappresentante l’insieme delle persone che non presentano attrazioni sessuali (Kinsey & Pomeroy, 1948). Successivamente l’asessualità fu descritta nel 1980 da Storms, il quale, attraverso il suo modello bidimensionale dell’orientamento sessuale, definì come gli individui asessuali si caratterizzano per la presenza di bassi livelli di eteroerotismo (attrazione per il sesso opposto) e bassi livelli di omoerotismo (attrazione per lo stesso sesso). Negli anni successivi l’asessualità ricevette ben poca attenzione accademica, fino a quando nel 2004 Bogaert non pubblicò i risultati di un’indagine su di un campione probabilistico inglese, in cui circa l’1% dei 18.000 rispondenti riportava la mancanza di attrazione sessuale.

Bogaert definì l’asessualità umana come la mancanza di attrazione sessuale verso qualcuno o qualcosa (Bogaert, 2004), specificando come l’assenza di sentimenti lussuriosi o inclinazioni sessuali verso gli altri debba avere una natura durevole o implicare una disposizione od orientamento stabile (Bogaert, 2015). Ma se la mancanza di attrazione sessuale è il comune denominatore che caratterizza le persone asessuali, ciò non significa che non vi siano differenze soggettive nel modo di vivere le relazioni, l’attrazione e l’arousal sessuale. Essere asessuali non significa infatti che le attività e i comportamenti sessuali siano assenti, né che vi sia una mancanza di desiderio sessuale in sé. Inoltre, l’essere asessuali non significa che vi sia una mancanza di attrazione romantica/affettiva verso le altre persone, ovvero non vuol dire che tutte le persone asessuali siano necessariamente aromantiche, dato che vi possono essere inclinazioni eteroromantiche, omoromantiche o biromantiche. Infine, la mancanza di attrazione sessuale non implica la mancanza di esperienze fisiologiche di arousal sessuale, dato che la capacità di lubrificazione vaginale e di erezione restano intatti (Bogaert, 2015).

La prevalenza di questo fenomeno non è ancora chiara data la mancanza di un consenso univoco sulla definizione di asessualità negli studi presenti in letteratura, ma le stime di ricerche recenti variano dallo 0.5% al 3.3% della popolazione ((Kinsey et al., 1948; Bogaert, 2004; Lucassen et al., 2011¸Hoglund, Jern, Sandnabba, & Santtila, 2014).

L’asessualità è stata concettualizzata in modi differenti nel corso del tempo e i vari inquadramenti del fenomeno la vedono o come un disturbo mentale, o come una parafilia, o come un disturbo del desiderio sessuale ipoattivo o come un orientamento sessuale unico. Di seguito verrà presentato un excursus delle varie definizioni.

Asessualità, neurodiversità e psicopatologia

Data la supposta centralità dell’attrazione sessuale come caratteristica fondamentale dell’essere umano, una delle domande che gli studiosi del fenomeno si sono posti è quella che indaga se l’asessualità sia o meno la manifestazione di una psicopatologia sottostante. Ci sono alcune evidenze che mettono in relazione l’asessualità con i disturbi dello spettro autistico. Gilmour, Schalomon e Smith ( 2012) riportano alti tassi di asessualità tra gli individui autistici, Ingudomnukul e colleghi affermano come il 17% delle donne con un disturbo dello spettro autistico riporta di essere asessuale o di non avere alcuna preferenza per nessuno dei due sessi (Ingudomnukul, Baron-Cohen,Wheelwright & Knickmeyer, 2007), mentre Chasin (2016) afferma come approssimativamente il 6 % degli uomini e delle donne asessuali riporta di non avere alcun interesse sessuale, così come di non identificarsi con nessun orientamento sessuale.

Gli individui asessuali secondo uno studio di Yule, Brotto e Gorzalka (2013) hanno una maggiore prevalenza di problemi di salute mentale e interpersonali, in particolare hanno più probabilità di riportare sintomi depressivi e ansiosi, nonché sintomi legati alla suicidalità rispetto agli individui non asessuali.

Uno studio di Brotto e colleghi del 2010 condotto su un ampio campione di donne e uomini che si auto-identificano come asessuali mostra come i livelli di depressione e di alessitimia siano comparabili a quelli della popolazione normativa, mentre si evidenziano alti tassi di ritiro sociale e di problemi interpersonali, così come la presenza di elevati tratti di personalità distante e socialmente inibita (Brotto, Knudson, Inskip, Rhodes & Erskine, 2010).

Questi risultati hanno portato gli autori a speculare sul fatto che gli individui asessuali potrebbero aver avuto problemi nell’attaccamento precoce in infanzia a causa di un temperamento evitante, i quali hanno poi portato allo sviluppo di un funzionamento sociale atipico e di problemi nelle relazioni intime nella vita adulta. In particolare gli autori si sono chiesti se gli individui asessuali presentino tratti corrispondenti ai disturbi di personalità del Cluster A del DSM-V, suggerendo come l’asessualità possa essere connessa al disturbo di personalità schizoide, caratterizzato da freddezza emotiva, mancanza di desiderio per le relazioni intime e da una limitata capacità di esprimere calore alle altre persone (American Psychiatric Association, 2013). Attraverso una serie di interviste qualitative condotte durante il follow-up dello studio su un sottogruppo di partecipanti si è evidenziato come la metà di questi riporti di possedere i tratti di personalità del disturbo schizoide (Brotto et al, 2010). Gli alti livelli di difficoltà interpersonale, di sintomi di ritiro sociale e l’elevata presenza di tratti di personalità inibiti ed evitanti riportati dagli individui asessuali nello studio di Yule e colleghi (2013) offrono sostegno all’ipotesi avanzata da Brotto e colleghi (2010), ma non è possibile arrivare a nessuna conclusione certa e l’argomento necessita di maggiori approfondimenti e studi futuri.

Nonostante le difficoltà e i problemi di natura mentale che gli individui asessuali possono presentare, è giusto ricordare come sia ragionevole concludere che l’asessualità non dovrebbe essere classificata né concettualizzata come un disturbo mentale o un sintomo di una condizione psichiatrica. È altresì possibile che i sintomi che riportano siano conseguenti la stigmatizzazione e la discriminazione deumanizzante che devono subire. È opinione dominante oggigiorno che il sesso sia un qualcosa di positivo, salutare e desiderabile e che non è possibile per un essere umano non provare attrazione sessuale. La pressione a conformarsi ad una norma sociale , il conflitto con le aspettative sociali e la percezione pubblica negativa dell’asessualità sono tutti fattori che possono generare distress, problemi mentali e difficoltà a relazionarsi con gli altri.

Asessualità e parafilie

Un’altra concettualizzazione che è stata proposta è quella che vede l’asessualità come una parafilia e a supporto di questa ipotesi è stata presa in considerazione l’attività masturbatoria, la cui grande variabilità dimostra come non tutti gli individui asessuali esibiscano una completa assenza di attività sessuale. È stata trovata l’evidenza per cui una percentuale significativa di individui asessuali si masturba (Bogaert, 2013; Brotto et al., 2010; Yule, Brotto & Gorzalka, 2014), sebbene con una frequenza inferiore rispetto alle persone non asessuali (Bogaert, 2013). L’esplorazione qualitativa inerente le motivazioni che portano alla masturbazione rivela che almeno alcuni individui asessuali la concepiscono come un atto fisiologico non relato a incentivi sessuali, necessario piuttosto a “ripulire l’impianto” (Brotto et al., 2010) o ad alleviare la tensione (Yule et al., 2014). D’altronde la presenza di masturbazione associata alle fantasie sessuali solleva la possibilità che vi sia un interesse sessuale di tipologia parafilica, ovvero un’attrazione sessuale inusuale, non diretta verso un partner. Bogaert (2012) suggerisce come le persone asessuali possano presentare un’inversione, un rovesciamento o una disconnessione tra il sé e il tipico target dell’interesse sessuale, come mostrato per esempio dall’automonosessualismo, in cui l’attrazione sessuale è rivolta verso se stessi piuttosto che verso gli altri (Bogaert, 2008). Bogaert (2006) però nota come la probabilità che un individuo asessuale sia parafilico sia molto bassa dato che la parafilia senza alcun interesse verso un essere umano è rara e visto che la sua prevalenza è più frequente nel genere maschile, mentre molti asessuali sono di genere femminile (Bogaert, 2004; 2013). Nonostante questo, è stata avanzata l’ipotesi per cui vi sia un tipo specifico di parafilia che può caratterizzare gli asessuali, ovvero l’autochorisessualismo, definito come una “sessualità senza identità”. In altre parole, non c’è un “Sé” o un “Io” o un’identità coinvolta nell’espressione sessuale e le fantasie vengono rivolte a scene ritraenti personaggi sconosciuti, fittizzi, generici. La mancanza di fantasie rivolte a persone conosciute, a un partner o a personaggi connessi alla vita reale dell’individuo asessuale è in linea con l’assenza di un’attrazione sessuale verso gli altri (Bogaert, 2012).

Asessualità e disturbo del desiderio sessuale ipoattivo

Una terza ipotesi avanzata per inquadrare l’asessualità è quella che la considera come un disturbo del desiderio sessuale ipoattivo (presente all’interno del DSM-5 nella categoria dei disturbi sessuali) e, a questo proposito, Brotto, Yule e Gorzalka (2014) hanno condotto uno studio il cui obiettivo era quello di esplorare le somiglianze e differenze tra soggetti asessuali e soggetti che soddisfano i criteri diagnostici per il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo. Entrambi i gruppi condividono una mancanza di desiderio rispetto al sesso, sebbene si differenzino in base alla mancanza, nei soggetti asessuali, di distress, ovvero di disagio clinicamente significativo, che permette al clinico di fare diagnosi del disturbo. Ad ogni modo, può essere presente angoscia nel soggetto asessuale, correlata all’impatto della propria asessualità sulla sua relazione, nel momento in cui il partner è un individuo sessuale. Un elemento importante riscontrato da Brotto et al. (2014) è che alla domanda “Accetteresti un trattamento efficace per migliorare il tuo desiderio sessuale?” i soggetti asessuali, unanimemente, hanno rifiutato questa opzione, cosa che invece non avviene nei soggetti con disfunzione del desiderio sessuale in quanto, essendo una condizione egodistonica, con più probabilità si recheranno da un terapeuta per chiedere aiuto. L’obiettivo nel trattamento per quest’ultima categoria di persone è aumentare il loro interesse per il sesso, mentre un soggetto asessuale, essendo egosintonico, in terapia è più probabile che trarrà vantaggio da un focus sull’autoaccettazione (Hinderliter, 2013), così come nel caso di soggetti omosessuali o sullo sviluppo di abilità utili per gestire le relazioni, specialmente se il loro partner è sessuale e motivato a fare sesso.

Dallo studio emerge inoltre come i soggetti asessuali hanno probabilità inferiori di essere in una relazione rispetto ai soggetti con disturbo da desiderio sessuale ipoattivo e presentano d’altro canto un numero inferiore di partner sessuali e/o romantici (Brotto et al., 2014). I risultati indicano che sebbene i due gruppi condividano un disinteresse simile per l’attività sessuale, questi possono essere differenziati anche dal fatto che le persone asessuali riferiscono di avere livelli di desiderio ancora più bassi rispetto a quelli dei soggetti con disfunzione del desiderio sessuale. Nonostante tra i criteri del DSM-5 del disturbo in questione sia presente il criterio assenza o riduzione di fantasie sessuali, l’85% dei soggetti con tale diagnosi riferisce di aver sperimentato fantasie sessuali e quasi la metà attualmente sperimenta una fantasia sessuale a settimana, mentre il 38% dei soggetti asessuali riferisce di non aver mai sperimentato una fantasia sessuale (il restante 62% riferisce di aver sperimentato fantasie sessuali, ma i ricercatori non hanno esplorato i contenuti di esse, utilizzando le ipotesi che Bogaert (2012) ha nel merito delle fantasie sessuali “senza identità”, descritte precedentemente); ciò è interessante in quanto si potrebbero differenziare i due gruppi anche in base alla frequenza delle fantasie sessuali. I bassi tassi delle attività sessuali dei soggetti asessuali porta i ricercatori ad affermare come la mancanza di attrazione sessuale si rifletta in una mancanza di comportamenti sessuali; il ridotto desiderio sessuale è riscontrabile anche nelle attività sessuali non genitali (il 7.9% non ha mai svolto alcun tipo di attività sessuali, come i baci e le carezze). Il gruppo di soggetti con disturbo da desiderio sessuale ipoattivo, invece, nonostante il disagio esperito, continuano ad impegnarsi in attività sessuali. Infatti, l’89.3% dei soggetti asessuali ha riferito che preferirebbe non avere rapporti sessuali, a differenza dei soggetti del secondo gruppo, che segnalano di avere desiderio di rapporti sessuali e di altri comportamenti sessuali. Un ulteriore elemento che differenzia i due gruppi è che a differenza dei soggetti con basso desiderio sessuale, i quali riferiscono una riduzione di esso da un precedente livello più alto di desiderio, i soggetti asessuali descrivono un modello più duraturo di assenza di attrazione o di desiderio sessuale, descrivendosi come se non potessero relazionarsi. Per quanto riguarda il livello di funzionamento psicologico, è stata riscontrata una differenza significativa nei sintomi depressivi nel campione asessuale, che mostra tassi più bassi rispetto ai soggetti con disfunzione del desiderio, i quali presentano tassi più alti, equivalenti a un livello lieve di disturbo depressivo. Gli autori concludono suggerendo che, visti i risultati e la letteratura esistente, l’asessualità è una categoria distinta da una disfunzione del desiderio sessuale, tant’è vero che nel DSM-5, sia per il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo (nell’uomo) che per il disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale (nella donna) viene esplicitamente menzionato come criterio di esclusione per la diagnosi l’asessualità.

Asessualità come orientamento sessuale

L’ultima concettualizzazione proposta è quella che vede l’asessualità come un orientamento sessuale unico, al pari dell’orientamento etero e omosessuale. L’orientamento sessuale è definito come un meccanismo interno che dirige la disposizione sessuale e romantica di una persona verso persone del proprio sesso, del sesso opposto o entrambi. Se si prende come riferimento questa definizione, si potrebbe concludere che l’asessualità è in realtà assenza di orientamento sessuale.

Oliveira (2014), infatti, sottolinea come l’asessualità non possa essere concepita come un orientamento sessuale in quanto manca l’aspetto principale di quest’ultimo, ovvero l’interesse sessuale rivolto a un target. Le persone che si definiscono asessuali hanno sostenuto, tuttavia, che l’asessualità sia un orientamento sessuale unico e hanno fatto pressioni per la sua inclusione nelle società delle minoranze sessuali. Gazzola e Morrison (2012), a questo proposito, hanno cercato di riconcettualizzare il termine orientamento sessuale, definendolo come l’aspetto della propria identità personale e sociale che indica la presenza o l’assenza di target delle proprie attrazioni sessuali o comportamentali, per poter includere l’asessualità. Bogaert (2006) ritiene che sia l’attrazione sessuale, piuttosto che il comportamento sessuale a costituire il nucleo dell’orientamento sessuale. La scoperta che gli individui asessuali hanno riferito di sentirsi sempre in questo modo (Brotto, Knudson, Inskip, Rhodes, & Erskine, 2010; Van Houdenhove, Gijs, T’Sjoen, & Enzlin, 2015) suggerisce che la loro mancanza di attrazione sessuale può durare per tutta la vita ed è una caratteristica personale innata piuttosto che una reazione a un incontro (sessuale) sfavorevole; il fatto di non mettere in atto comportamenti sessuali risulta essere una tendenza comportamentale che confermerebbe il concetto di orientamento sessuale.

Una prova indiretta a sostegno dello sviluppo innato di un orientamento sessuale deriva dalla ricerca sui biomarcatori; Bogaert (2004, 2013) ha riferito che la tendenza delle donne asessuali ad avere caratteristiche mestruali atipiche rispetto alle donne sessuali, una statura più bassa e un numero maggiore di problemi di salute fornisce supporto per il ruolo delle prime influenze biologiche sull’asessualità. Ulteriori prove provengono da uno studio in cui donne e uomini asessuali avevano una probabilità significativamente maggiore di essere mancini (Yule, Brotto e Gorzalka, 2014b) e dato che la manualità è stata considerata un marker biologico associato allo sviluppo dell’orientamento sessuale (Lalumie`re, Blanchard, & Zucker, 2000), questi risultati forniscono delle prove indirette dell’asessualità come orientamento sessuale.

Seto (2012) ha suggerito tre criteri per capire se l’asessualità si adatta alla definizione di orientamento sessuale: l’età di esordio, il comportamento sessuale e romantico e la stabilità dell’attrazione nel tempo. Per quanto riguarda il primo criterio, i soggetti asessuali rivelano che, essendosi sempre sentiti in quel modo, negano l’esistenza di un evento significativo che ha innescato la perdita di attrazione sessuale; per quanto riguarda il secondo criterio, sebbene vi sia una grande variabilità nell’entità dell’attrazione romantica tra gli individui asessuali, c’è una relativa coerenza nella loro mancanza di motivazione per il sesso. Se questo è vero, allora l’asessualità soddisferebbe effettivamente questo criterio poiché la loro (relativa) mancanza di comportamento sessuale è parallela alla loro mancanza di attrazione sessuale. Per quanto riguarda l’ultimo criterio (la stabilità dell’attrazione nel tempo), ci sono stati studi (Cranney, 2016) che hanno segnalato una mancata continuità della non attrazione sessuale. L’asessualità, infatti, risulta essere la classe più eterogenea di orientamento sessuale e ciò fa pensare che ci possa essere una certa fluidità associata con l’identificazione dell’asessualità.

Nell’asessualità sono state riportate due categorie: le persone asessuali romantiche (che provano attrazione romantica, sentono interesse amoroso e desiderano mantenere una relazione amorevole con gli altri) e gli aromantici asessuali (che non hanno interesse a farsi coinvolgere romanticamente con qualcuno). Ci sono, inoltre, individui che si identificano come asessuali, ma che possono provare attrazione sessuale quando esiste già un contatto affettivo o emotivo e sono le persone demisessuali; oltre a questa categoria troviamo i soggetti gray-a, la cui attrazione sessuale può verificarsi in circostanze molto limitate, particolari e ancora non del tutto chiare. Nonostante queste due categorie si trovino in una posizione intermedia tra le persone asessuali e quelle sessuali, i soggetti gray-a e demisessuali si identificano come asessuali, a causa della bassa frequenza della loro attrazione sessuale. Proprio a causa di questa eterogeneità e fluidità, è probabile che il modo in cui si sperimenta la propria identità asessuata sia probabilmente diverso rispetto ad altri che rientrano nello stesso ombrello asessuale. Sta di fatto che, per fortuna, grazie alle spinte della comunità asessuale, c’è stata un’apertura da parte della ricerca a trovare prove per cercare di attenuare lo stigma nei confronti delle persone asessuali; le prove di correlazioni biologiche o predisposizioni all’asessualità sono, ad oggi, sufficienti per classificare l’asessualità come un orientamento sessuale unico.

Concludiamo ricordando come le persone asessuali si trovano ad affrontare una lotta per i propri diritti, in quanto anch’essi, come le persone che fanno parte della comunità LGBT, sono bersaglio di pregiudizi e discriminazione. Va sottolineato inoltre che la comunità asessuale risulta più invisibile rispetto alle altre minoranze sessuali, in quanto non rientrano nel movimento sociale per la legittimazione dell’orientamento sessuale e sono assenti dall’acronimo che caratterizza e determina il gruppo sopra citato. Perciò, facciamo presente che dal 2002, grazie a David Jayil, esiste la comunità AVEN (acronimo di Asexuality and Visibility Education Network – sito italiano https://it.asexuality.org/), la più grande e importante comunità asessuale al mondo (ad oggi conta circa 120 mila membri registrati in tutto il mondo), creata con l’obiettivo di promuovere discussioni sull’asessualità, stimolare la crescita e la visibilità della comunità asessuale e come risorsa informativa per le persone che si identificano come asessuali e per la comunità scientifica, per i media e per la società in generale.

 

Quando l’analista si ammala

E nelle stanze di analisi? Iniziavo così, interrogandomi su cosa fosse capitato ai nostri luoghi sicuri, a come avessero assunto forme e colori diversi senza la presenza dei pazienti, su come il covid li avesse trasformati, dalle abitudini di commiato, come la mano tesa a stringere le mani dei pazienti, alle operazioni di sanificazione con amuchinosimili, alle modifiche strutturali (una cosa per tutte: il telo di carta sul lettino)

 

Qualche giorno fa cercavo di scrivere qualcosa rispetto alla situazione pandemica. L’articolo, se così può definirsi, intendeva partire dagli effetti sul macro sociale e proseguire ad imbuto sul microcosmo famigliare e individuale e terminava con una riflessione su cosa accada nelle stanze di analisi, all’epoca del coronavirus. In questo paragrafo parlavo della malattia nella stanza di analisi del paziente, ma anche e soprattutto di quella dell’analista.

Alcuni colleghi leggendolo mi hanno suggerito di scrivere di più su questo tema, molto meno esplorato e, effettivamente, con bibliografia meno ampia.

Riprenderò dunque il pensiero espresso nell’articolo e proverò ad ampliare le riflessioni dalla malattia da coronavirus, di cui si parlava lì, alla malattia in generale, fino alla morte.

E nelle stanze di analisi? Iniziavo così, interrogandomi su cosa fosse capitato ai nostri luoghi sicuri, a come avessero assunto forme e colori diversi senza la presenza dei pazienti, su come il covid li avesse trasformati, dalle abitudini di commiato, come la mano tesa a stringere le mani dei pazienti, alle operazioni di sanificazione con amuchinosimili, alle modifiche strutturali (una cosa per tutte: il telo di carta sul lettino, mi sentivo un’osteopata!).

Le nostre stanze si sono svuotate della presenza fisica dei nostri pazienti, talvolta anche di quella dei terapeuti che hanno iniziato a lavorare da casa in questa nuova (per molti) modalità che prevede che la terapia sia fatta a distanza, che i vissuti siano comunicati non più con i sospiri leggeri, l’occhio che si inumidisce, il non verbale dei piedi che si agitano, coi silenzi preziosi di condivisione densa di emotività; che la presenza dell’ascolto silenzioso non passi più attraverso l’odore della presenza, l’atmosfera co-creata e condivisa, ma attraverso i vari dispositivi elettronici, dalle semplici telefonate, alle video chiamate, ai vari zoom, skype, meet, teams, etc… Dove il non verbale del volto spesso arriva dissincrono dalla voce, la linea salta, l’immagine si blocca.. quante sedute in momenti delicati sono state interrotte dai vari: ‘mi sente?’, ‘l’ho persa un attimo’, ‘sento la voce metallica’…

Questa modifica di setting, ha richiesto un ulteriore maggiore esercizio della nostra capacità di mantenere un setting interno rigoroso, mentre era necessaria una grande flessibilità di quello esterno e relazionale.

Personalmente, non mi sono facilmente adattata a questo nuovo stile di lavoro che per molti aspetti mi pare il fantasma delle nostre analisi e ho fatto non poca fatica a proporre, specie ad alcuni pazienti più gravi e fragili, le sedute a distanza, con il pensiero che per quanto sia la sola cosa che ora si possa fare, non sarebbe la cosa migliore per loro.

Oltre alla fatica -anche fisica e di concentrazione- che faccio a gestire ore di sedute a distanza.

Il periodo non sarà certamente ricordato per la grande tolleranza fraterna, e anche tra noi psicoanalisti non abbiamo fatto eccezione. Ci siamo molto allenati a criticare il modo del collega di gestire le terapie in presenza e a distanza, tra chi ritiene che sia al limite dell’antisocialità vedere i pazienti in presenza per la responsabilità sociale che abbiamo e dobbiamo trasmettere ai pazienti, e coloro che ritengono sia irresponsabile non vedere i pazienti in presenza, perché si trasmette paura, non fiducia ed altro del genere. I toni si sono anche scaldati in alcuni momenti e la rete ha ospitato talvolta scambi di opinione piuttosto accesi.

Come spesso accade, e per fortuna, la maggior parte di noi si situa tra queste posizioni estreme e considera le varie variabili personali e situazionali. Chiaramente, un collega 80enne non si sentirà sicuro a vedere pazienti in presenza, né probabilmente la maggior parte dei pazienti sentiranno di esporre il proprio terapeuta al rischio di essere contagiato. O ancora, chi lavora anche in strutture ospedaliere, comunitarie, o come nel mio caso in carcere, si è forse sentito di dover proteggere i propri pazienti perché si è soggetti particolarmente esposti e dunque potenzialmente più ‘pericolosi’.

E poi ci sono i casi in cui i pazienti si ammalano o, anche, i terapeuti si ammalano. Questo evento entra a gamba tesa nella relazione analitica. Pazienti che fino a quel momento avevano considerato il virus una brutta faccenda che però non riguardava nessuno di vicino, si sentono toccati. La malattia dell’analista attacca l’idea dell’indistruttibilità dello stesso e attiva angosce profonde di perdita e di abbandono. La costanza delle sedute salta, se il terapeuta non è in grado di lavorare, in un momento di confinamento che le rende così preziose anche per mantenere un senso del tempo che sembra aggrovigliarsi su sé stesso. La storia di ciascuno con le proprie trame traumatiche rappresenterà l’ordito che strutturerà i vissuti. A bocce ferme, questo sarà materiale prezioso per capire aspetti del sé profondi.

E all’analista malato che accade? Di nuovo, probabilmente, anche in questo caso la storia personale e professionale sarà una traccia impercettibile su cui si struttureranno vissuti, pensieri, emozioni. Sicuramente, potrebbe non essere semplice gestire il bisogno di tempo per sé, e la consapevolezza che questa malattia a differenza di altre è ora fonte di grande angoscia per tutti, pazienti compresi, e porterà a interrogarsi su quanto sia opportuno condividere coi pazienti e con quali pazienti.

Pazienti, medici e infermieri spesso finiscono con il fare l’indagine dei valori (febbre, saturazione, atti respiratori, terapia…) altri inviano messaggi per avere conferma che pur malato, il terapeuta sia ancora vivo. Una mia paziente, la cui prima analista morì in pochissimi mesi e data una sospensione della terapia in quel periodo, lei non venne avvisata fino a scoprire pochi giorni prima del decesso la malattia della analista e poi dai social della sua morte, ha avuto vissuti di grande angoscia, quando mi sono ammalata in primavera e ha dovuto verificare fossi viva ogni giorno e io ho avuto molto il pensiero di non dimenticarmi di rispondere ai suoi messaggi. E ho verificato più volte di avere inserito il suo telefono tra i contatti dei pazienti da avvisare consegnati a una collega e amica, laddove fosse accaduto qualcosa che mi avrebbe impedito di farlo personalmente.

Un’altra paziente la cui madre è stata operata più volte di cancro e che ha temuto di perderla, è entrata in uno stato di grande sofferenza e confusione all’idea di potermi perdere in un momento dell’analisi molto delicata per lei, e pur non osando mai disturbarmi con messaggi, si è dimenticata della sospensione delle sedute e mi ha telefonato, un lunedì al suo orario.

Chiaramente, è stato poi necessario rileggere questi vissuti e alcuni agiti, ripresa l’analisi, per poterli comprendere ed elaborare, con la disponibilità a volte faticosa di essere l’oggetto di cui si doveva parlare e talvolta il rappresentante persecutorio abbandonico.

L’analista che si ammala rappresenta in qualche modo la caduta dell’illusione, e una umanizzazione della persona analista (”allora anche lei è umana!”, esclama un paziente in analisi da 7 anni, dato che in questo tempo non avevo mai avuto nemmeno un’influenza), talvolta non semplice da tollerare per alcuni pazienti, soprattutto se accade quando l’analisi è in una fase iniziale.

Recentemente, un collega della SPI, Roberto Goisis ha scelto di pubblicare un articolo divulgativo sulla sua esperienza da paziente Covid. Lo fa in prima istanza su una testata piuttosto diffusa e condivide generosamente la sua esperienza da paziente, e da terapeuta paziente. Con tutte le difficoltà che la malattia dell’analista -in particolar modo ai tempi del covid- porta nella terapia. Tra le riflessioni che seguono questa pubblicazione, ne apre una interessante sulla vergogna. La vergogna per essersi ammalati, che credo si possa considerare sentimento abbastanza diffuso all’atto delle diagnosi. Ricordo numerosissime situazioni di persone che scopertesi ammalate, non volevano si sapesse ‘in giro’. Quando la malattia è una malattia contagiosa, forse questo elemento è ancora più marcato. La vergogna per essersi ammalati, ma anche quella di poter aver contagiato qualcuno che si confonde nella colpa, o di essere visti come più deboli.

La mia riflessione parte da qui, dalle considerazioni che seguono la malattia da Covid, ma cercherò di estendere la riflessione sulle malattie che costringono a convivere con esse per lunghi tempi, anni talvolta, e forse per fortuna, e che esitano nella morte. E proverò a ragionare intorno alla vecchiaia, e all’avvicinarsi alla fine dell’attività professionale. Cosa assai complessa in genere, ma il modo in cui noi definiamo la nostra professione ‘siamo psicoanalisti’ più che ‘facciamo gli psicoanalisti’, dice forse tutto rispetto alla difficoltà di rinunciare ad un aspetto identitario, talvolta preponderante nelle nostre vite.

Non è semplice fare un discorso organico, ma proverò a partire dalle analisi in corso coi miei pazienti, quando mi sono ammalata a marzo e come è stato poi riprendere, a distanza prima e in presenza poi. E su cosa accade nella mia mente di analista durante le interruzioni per malattia. Come si concilia la responsabilità verso i pazienti con il bisogno di essere paziente, e con la quota di regressione che questo porta fisiologicamente con sé? Mentre condividevo strategie (leggasi, difese) e fatica rispetto all’affrontare le settimane di malattia, una collega mi fa riflettere sull’impegno emotivo di occuparsi dei pazienti in un momento di difficoltà e malattia e di come questo, data anche la solitudine, potesse spingere a mettere da parte sé.

Nel ripensare a questi scambi mi pare di poter cogliere una sorta di risposta maniacale, nel mio cercare di pensare ai pazienti e nell’ ‘usarli’, come sostegno. Maniacalità e negazione che lottano contro l’idea della possibilità della morte, nonché la ribellione verso l’insulto narcisistico che la malattia mi riproponeva a distanza di pochi mesi.

Quando la malattia dell’analista mette in pericolo la vita e il terrore di morire è una delle possibilità che si sentono probabili, questioni etiche si intrecciano in maniera inestricabile con aspetti dolorosamente umani. La malattia fisica fa vibrare corde molto intime, che suscitano sentimenti d’inadeguatezza, di colpa, di vergogna e può attivare difese antiche pre-edipiche, di negazione, proiettive e narcisistiche. Secondo la comunità scientifica, in caso di malattie severe, si osserva generalmente il prevalere di condotte di negazione grandiosa, con tendenza all’isolamento e una certa chiusura narcisistica, in sintonia con quanto già affermava Freud (1914, 452).

Sempre Freud, l’anno dopo, prosegue: “Abbiamo mostrato una tendenza inconfondibile a mettere la morte da parte, a eliminarla dalla vita. Abbiamo provato a farla tacere. Abbiamo anche un detto (in tedesco): ‘pensare di qualcosa come se fosse la morte’. Chiaro, come se fosse la propria morte. È impossibile immaginare la propria morte ed ogni volta che proviamo ad immaginarla, possiamo percepire che ancora stiamo in ruolo di spettatori. Quindi, la scuola psicoanalitica potrebbe avventurarsi nell’asserzione che nessuno crede nella propria morte o, dire lo stesso in altro modo, che incoscientemente ognuno di noi è convinto di essere immortale.” (S. Freud, 1915).” E ancora Eduard Klain, citando Kohut dice: “La capacità dell’uomo di riconoscere che la sua vita può finire e di agire conformemente a ciò potrebbe essere il successo psicologico più grande, anche se non si può escludere l’emergenza di un diniego velato nell’accettazione di transitorietà”

Gli oncologi in questo campo hanno prodotto ricerche molto interessanti, osservando che nei pazienti oncologici il livello di negazione della malattia è direttamente proporzionale al grado di severità della patologia: man a mano che ci si avvicina alla morte, la negazione diviene sempre più massiccia. Un’interessante ricerca del 2007, che analizzava tra le variabili anche la professione dei pazienti, rileva che l’atteggiamento difensivo descritto si riscontra anche nei medici e negli psicoterapeuti (Tamburini e Murru, 2007). Ancora, Vigneri ci dice che «il fenomeno clinico della negazione», nel caso di situazioni cliniche severe, “è talora talmente evidente e conclamato da potere essere considerato alla stregua di un’allucinazione negativa” (2010, 59).

Nel periodo di malattia, quando le sedute erano, dunque, sospese, ho cercato di consentire ai pazienti di avere la possibilità di scrivermi. Ho scelto di chiamare i pazienti quando la situazione ha reso chiaro che non avrei potuto lavorare i giorni successivi, e dire loro in pochissimi minuti, che ero ammalata e non ero in grado di lavorare. Ho deciso di chiamare perché un messaggio avrebbe potuto lasciare spazio a fantasie di maggiore gravità (non può nemmeno parlare) e perché volevo sentissero dalla mia voce la prudente fiducia nell’evoluzione. Ho ripetuto a tutti che ero seguita da un infettivologo e dal mio medico e che ero curata al meglio.

Non ho fatto video chiamate, e mi sono poi chiesta se sia stata una scelta adeguata per i pazienti, quanto sicuramente era per me che mi sentivo inguardabile. I pazienti tutti, o quasi, mi hanno affettuosamente fatto gli auguri, detto di non preoccuparmi e chiesto se potevano disturbarmi con dei messaggi. Ho detto a tutti di sentirsi liberi di scrivermi, e che avrei cercato di rispondere.

Alcuni hanno formulato domande più specifiche e ho scelto di dire sempre la verità, non sempre tutta.

Forse questo è stata una delle difficoltà maggiori. Quanto, cosa, a chi è opportuno dire? E quando? Appartengo al gruppo di analisti che ritiene fondamentale l’autenticità, e che considera le self disclosure, se ben adoperate, un utilissimo atto clinico. Ma sulla mia capacità di valutare la disclosure, in quei momenti ho avuto dubbi. Ho cercato di considerare la storia del paziente, con l’idea che la mia malattia in un momento difficile come era il primo confinamento era di per sé fonte di grande allarme, ma che sarebbe chiaramente stata ‘traumatica’ se avesse in qualche modo finito per ripercorrere il dedalo di sentieri traumatici di ognuno di loro e, viceversa, avrebbe potuto essere l’occasione per qualcosa di diverso. Questi pensieri in forma un po’ di bozza hanno attraversato la mia mente alle comunicazioni iniziali di malattia, ma anche quando decidevo se o come rispondere a messaggi (tanti) e telefonate (poche).

Il rientro al lavoro mi ha permesso di capire meglio cosa ha attraversato l’animo dei miei pazienti nei giorni di malattia. Alcuni hanno fatto appello a tutte le loro energie per dimostrarci che il lavoro fatto era sufficientemente solido da sopportare il terremoto. Altri hanno descritto solo mesi dopo, alla vigilia della separazione estiva, l’angoscia che li aveva attraversati. Una donna mi disse che si era chiesta moltissime volte se io fossi spaventata e se qualcuno mi stesse aiutando. Aveva assistito la mamma malata, che la aveva investita per lunghi periodi, del ruolo salvifico (e maledetto, aggiungo io) di essere la sola in grado di sostenerla, di farla mangiare, di farle fare la terapia quando voleva rinunciare…sentire di non poter fare nulla per me era stato terribile. L’idea che potessi entrare in ospedale e non uscirne più, la aveva paralizzata per notti, fino a che ‘per errore’ mi chiamò e sentì la mia voce. Temeva di non sentirla più. Invece così aveva verificato fossi Viva.

Un’altra paziente, in questa seconda malattia, mi dice ad un certo punto che per giorni si è arrovellata nel conflitto ‘scrivo per chiedere come sta’ o ‘non scrivo’. Arriva lei stessa a comprendere l’angoscia che si cela dietro l’idea del ‘disturbo o non disturbo?’, ‘è opportuno o non è opportuno?’ e che ha origine nell’angoscia terribile di sapere che io potessi stare molto male. O non risponderle per qualunque ragione, ma che lei in quel momento avrebbe attribuito a un peggioramento di salute. Questo ‘meglio non sapere’ ci ha permesso di tornare insieme su alcuni temi relazionali e situazioni raccontate dalla paziente dove lei si è totalmente ritirata dalla relazione per paura della perdita. La ‘nostra’ vicenda legata alla malattia ci ha permesso di esplorare emozioni prima non contattabili. E a lei di sperimentare di potere non fuggire totalmente (come aveva fatto con la fantasia che la seduta dopo la sospensione sarebbe stata annullata, da me o da lei).

Ho scelto di rispondere alle domande e ‘autorizzarli’ a farle. Un paziente, la cui madre morì suicida quando lui era ancora un bambino, dopo alcuni giorni mi scrisse dicendomi che non aveva osato scrivermi prima perché non voleva essere intrusivo e aveva chiaro quanto il nostro lavoro negli anni di analisi aveva dovuto lavorare sul bisogno di controllo estremo, ma ci teneva che sapessi che mi pensava. Sono stata colpita dalle fantasie mai emerse, o mai condivise, rispetto alla mia persona e alla vita personale. Alcuni mi hanno immaginata sposata con figli, altri sola, alcuni coloro che sono in analisi da abbastanza anni da aver conosciuto la mia seconda gravidanza, si chiedevano come potesse essere difficile per i bambini, identificandosi, talvolta nella me sola chiusa in camera, talaltre nei miei figli costretti alla distanza dalla loro mamma e, forse spaventati.

Non sono mancate, chiaramente, rabbia e delusione. Come quella espressa da G col suo grande bisogno di controllarmi e assoggettarmi. G è un giovane uomo con dei tratti perversi e un nucleo ambiguo rilevante e alla sospensione delle sedute in presenza, mi aveva chiesto di poter fare delle video chiamate (è un paziente sul lettino e coi paziente sul lettino, abbiamo in genere continuato a non vederci durante la seduta, se non per i saluti iniziali e finali o con una seduta video ogni tot). Io avevo accolto la richiesta senza analizzare abbastanza la domanda, credo perché mi sentivo in colpa per la modalità a distanza; così in breve, dopo la malattia, diventai una delle donne che guarda nei siti porno, una delle tante a video che fanno quello che lui dice di fare, che ci sono quando decide lui e che sono sostituibilissime.

Un elemento che è spesso stato presente nelle fantasie dei pazienti e nel racconto del loro vissuto è il dolore per non poter essere di aiuto. L’analista è necessariamente una persona da cui si dipende e da cui ci si sente aiutati. I pazienti conoscono la nostra volontà di stare con loro nei loro momenti peggiori attuali o passati e quando l’analista si ammala, invece, ci si sente quasi nessuno, di non poter fare nulla, se non evitare di aumentare il peso.

Viceversa, come mi ricorda una collega che ha da poco più di un anno affrontato un intervento e le cure per un carcinoma, il timore di aumentare il peso -ai pazienti, questa volta- è la ragione manifesta per cui alcuni colleghi decidono di non dire ai pazienti che sono ammalati.

La vergogna

“Io mi rimprovero qualche cosa – ho paura che altre persone lo sappiano; mi vergogno quindi di fronte agli altri.” Freud (1895, p. 53).

Lo scontro traumatico con la caducità e con il limite (De Masi, 2002) fa vacillare la struttura narcisistica del sé: come oltre un decennio fa dichiarava Robutti, recuperando un pensiero di Morrison, l’analista colpito da un’affezione a rischio di vita tende di solito a nasconderlo, perché ha paura che la notizia si diffonda, che i colleghi non gli diano più credito e che si riducano le sue opportunità d’impiego (2009).

Morrison scriveva pagine illuminanti su questo tema così delicato, come la vergogna dell’analista ammalato, sottolineando come questo sentimento possa derivare anche dal timore che la stessa comunità dei colleghi ti consideri inadeguato, non più affidabile, colpevole e ti precluda la partecipazione alla sua vita societaria (2008).

E poi c’è quella che qualcuno definisce vergogna controtransferale.

La vergogna nei confronti dell’analizzando può derivare dall’avvertirsi temporaneamente deficitario riguardo alle proprie competenze e alle funzioni di holding e di rêverie.

Credo questo affetto possa anche legarsi al timore di essere considerato un ‘oggetto deteriorato’: lo sguardo dell’analizzando può cogliere i segni della malattia del terapeuta, che si sente “scoperto” nella sua intima fragilità. Qui si torna al delicato tema della self-disclosure di cui parlerò a breve.

Se consideriamo la vergogna, come emozione che fa da protezione verso lo scivolamento verso zone grigie e ambigue (Amati Sas), l’emersione della vergogna controtransferale può rappresentare un prezioso indice di autenticità, di sincerità, di incorruttibilità e di coerenza, utile a segnalare la normalità delle difficoltà umane, senza doversi trincerare alle spalle di difese inconsce più arcaiche che possono ‘inquinare’ il campo analitico.

Self disclosure

La self disclosure costituisce sempre una scelta complessa, se la si vuole intendere al servizio della analisi e della relazione e non come agito dell’analista. Mi riferisco qui, quindi, solo alla definizione più ristretta di self disclosure e che prevede la condivisione con l’analizzando di pensieri ed emozioni del terapeuta, che vengono quindi offerti al campo analitico e messi a disposizione dell’analisi. So che è superfluo specificarlo, ma self disclosure non è dire quello che ci passa per la testa.

Bollas (1983), ritiene la disclosure centrale nello stabilire un discorso intersoggettivo.

Mi pare utile ricordare la differenza tra self-disclosure e self-revelation come concettualizzata da Levenson, dove quest’ultima fa riferimento a ciò che di sé l’analista comunica suo malgrado, in modo quindi involontario -rivela, appunto-, al paziente. E questo passa in condizioni normali, attraverso il nostro gusto per il vestire, come arrediamo lo studio, le borse che usiamo, se ci trucchiamo o meno, se usiamo giacca e cravatta o jeans e scarpe da tennis. E, in tempo di malattia, se siamo dimagriti, se abbiamo le occhiaie, se sembriamo pallidi e stanchi, se tossiamo (in questo periodo soprattutto!).

L’analista malato non può eludere la self-revelation e deve scegliere quanto condividere (self-disclosure). Durante la prima gravidanza, ancora allieva al 3° anno di scuola, mi trovai di fronte a questa difficile questione. Lo dico ai pazienti? E quando lo dico? O aspetto siano loro a coglierlo? Scelsi di attendere le loro prime intuizioni e dichiarazioni coscienti o preconsce (una signora sognò che prendeva in braccio mio figlio, pochi giorni prima che io scoprissi di essere incinta) e partire da lì per informarli sulla gravidanza e su come la terapia sarebbe proseguita, salvo imprevisti, che ovviamente ci sono stati!

Un unico paziente – peraltro quello che portai come caso di tesi – non si accorse minimamente e così al sesto mese decisi di dirglielo. Ovviamente, dalla seduta successiva, notava la pancia…Quanta realtà dell’analista è colta dall’analizzando e quanta, invece, va dichiarata, svelata dall’analista?

Ovviamente, il problema è più semplice da risolvere quando si ha a che fare con una gravidanza che con una malattia; o ancora se si tratta di malattie in acuzie, o di malanni che non mettono a rischio la vita e che si risolvono più o meno velocemente, senza segnare permanentemente la vita e il corpo della persona. Mentre è chiaramente più complesso se si ha a che fare con malattie croniche, magari degenerative.

Per sottolineare l’importanza di pensare cosa e come dire ai pazienti di sé, si è scelto di parlare di ‘delicate self-disclosure’, che se ben intendo si caratterizzerebbe dalla ulteriore cura e dalla modulazione di cosa si condivide con l’analizzando in considerazione dei suoi bisogni e della sua sensibilità e, immagino, dell’epoca della analisi. La ricerca di una terminologia ancora più specifica ‘delicate self disclosure’, richiama quanto il tema della self disclosure sia delicato, appunto. Come nelle ricette di cucina: q.b.

Ritengo la condivisione di aspetti personali (ma che necessariamente finiscono col riguardare la coppia al lavoro) possa rappresentare un’esperienza umana tanto normale e comune da poter essere impiegata a favore del processo analitico e rivelarsi per il paziente un’occasione per mettere in campo aree del sé più adulte e mature.

Tuttavia, forse questo riguarda più le analisi già avviate che quelle all’esordio.

Van Damn segnala che con i pazienti colpiti da reiterate esperienze abbandoniche e assillati dall’angoscia per la perdita dell’oggetto, l’analista corra maggiormente il rischio di offrire loro troppe informazioni, incorrendo in gravi errori di tecnica (Van Damn, 1987).

Il delicato svelamento del sé comporta precise scelte di natura etica e di tecnica, che l’analista deve dosare in base alle caratteristiche del paziente che sta curando, ma anche ponendo molta attenzione al proprio stato mentale. Clark (2009) scrive che sono ormai un esercito i pazienti rimasti soli, a causa di una grave infermità o della morte del loro analista, di cui nessuno ha saputo più nulla (2009). Sono rimasta molto colpita che all’interno della Società di Psicoanalisi, nel 2005, Traesdal, per fronteggiare questo pericolo, propone la costituzione di una sorta di “comitato di crisi”, che avrebbe il compito di tracciare delle lineeguida di comportamento da tenere in tali situazioni estreme.

Mi rendo conto di aver scritto pensando solo di malattie organiche o primariamente organiche, tuttavia sarebbe sciocco negare la possibilità di disturbi di altra natura.

La vecchiaia

Sono molto in difficoltà rispetto a quest’ultima parte di riflessione. Sebbene io sia ancora lontana dall’età della vecchiaia, mi rendo conto che i miei Maestri sono tutti ormai abbastanza in là con l’età. Per lo più, da quel che so, in sufficiente buona salute, ma il pensiero che la morte possa riguardare loro mi addolora molto ed è un pensiero davvero difficile da sostenere.

Altrettanto difficile è però pensare a quei pazienti orfani che hanno ‘accompagnato i loro analisti alla morte’, rimanendo accanto ai loro analisti con gratitudine, ma anche con la sensazione di poter rappresentare per l’analista-paziente una qualche fonte di ‘rifornimento’.

Ormai anni fa durante un seminario incontrai una mia vecchia compagna di università che mi disse di aver finalmente deciso chi sarebbe stato il suo psicoanalista. Eravamo diventate ‘più intime’ quando il papà si ammalò per un tumore e in un tempo relativamente breve, morì.

Quando la incontrai e mi disse chi era lo psicoanalista scelto, mi sentii in grande difficoltà. Conoscevo non personalmente il collega, ma sapevo che aveva appena ricevuto una diagnosi oncologica. Mi chiesi se dovessi dirlo o meno e decisi di lasciare a loro la gestione della faccenda.

Anni dopo durante l’estate scrissi a questa amica, sapendo della morte del suo analista per sapere come stava e lei mi rispose che non sapeva più nulla del Dr S, che mesi prima quando andò in seduta la collega dello studio la avvisò che non ci sarebbe stata la seduta perché era in ospedale e che non sapeva se avrebbe ripreso. Il giorno dopo la andai a trovare, su suggerimento di una collega con molta più esperienza di me, e le dissi che era morto un mesetto prima.

Passano mesi e la collega mi chiede indicazioni di analisti donne, se ricordo bene. E dopo un po’ di tempo, ancora, mi dice che con l’andare avanti della seconda analisi ha capito cosa era accaduto nella prima, con l’aggravarsi della situazione.

Quanto va condiviso coi propri pazienti? Non lo so. In alcuni momenti ho pensato che si abbia il diritto di sapere se il proprio analista ha una malattia grave e mortale. Di per sé questo non impedisce di essere un buon analista. La morte è parte della vita.

Spesso però mi sono chiesta cosa spinga al di là di possibili ragioni concrete e/o economiche gli analisti a lavorare e prendere nuovi pazienti anche in età molto avanzate.

Se uno inizia con un analista poniamo di 70 anni, a parte c’è il fantasma della morte, anche se non avverrà perché l’analista può sopravvivere alla terapia del paziente e al paziente stesso, talvolta, però la fantasia della morte di quell’analista sarà presente inevitabilmente.

Danielle Quinodoz, nel suo “Invecchiare. Una scoperta” descrive il vissuto di un analizzando che sente la paura della morte nel suo analista: “Se gli analizzandi esprimono l’ansietà verso la morte dello psicoanalista, lo psicoanalista deve trovare conforto con la propria ansietà verso la morte e deve avere la libertà interna per ascoltare quello che l’analizzando ha da dire e/o discuterlo apertamente. Se gli analizzandi hanno l’impressione che quella discussione provoca l’ansietà nello psicoanalista o la negazione, gli analizzati eviteranno il tema o lo toccheranno in modo che l’analista non sarà capace di leggere tra le righe e non andrà al di là del senso delle parole dell’analizzando ed infine non lo capirà.”

Con Freud succede l’opposto, dice Jones (1961): “Una paziente seppe che era malata gravemente e non poteva parlarne. Quando Freud scoprì che lei nascondeva qualcosa, le disse: abbiamo solo uno scopo ed una lealtà, in psicoanalisi. Se si rompe questa regola, si danneggia qualcosa più importante di ogni considerazione che mi deve.”

Klain, psicoanalista croato, conferma i grandi problemi quando muore lo psicoanalista ed evidenzia che è più facile quando muore il gruppoanalista perché un altro collega riceve tutto il gruppo. Questo gruppo parla dell’analista, ma ha una forza: sono insieme, è tutto il gruppo che va dall’altro analista. Nency Eduard una gruppoanalista americana, scrisse un buon articolo su questo. Quando un suo collega morì, lei ha accettato il suo gruppo. Solita lavorare coi sogni, descrive come i sogni dei pazienti di questo gruppo erano molto interessanti perché nei sogni, ci dice,  avveniva questa elaborazione della vita e della morte del primo gruppoanalista.

Una collega anziana mi ha raccontato di recente di uno psicoanalista Milanese che affrontò una malattia molto grave e che purtroppo lo uccise. Mi raccontava di come lui avesse coraggiosamente accompagnato i suoi pazienti alla di lui morte, di come scelse per ognuno di loro un possibile nuovo analista e li accompagnò nel passaggio. Mantenendo la sua funzione anche nel momento della separazione. E fatico a pensare il dolore che deve avere abitato i loro animi in quei mesi, ma ho idea sia stato un passaggio di grande cura e generosità.

Il tema della morte c’è come fatto reale, però per noi è importante considerarlo per i suoi aspetti simbolici. Chiaramaente, la patologia organica fa paura in quanto tale, sul piano di realtà. E lo stesso vale per la vecchiaia. L’idea della demenza, il ‘rimbambimento’ fa paura in quanto tale. La morte fa paura in quanto morte. Tuttavia, credo ci siano una serie di simbolismi intorno alla morte che rivestono ruoli fondamentali nella dinamica transfert controtransfert, o nei casi dei gruppi (di cui però so molto poco) rispetto alle dinamiche di rispecchiamento controrispecchiamento multiplo

Quando i pazienti parlano della vicinanza della morte dell’analista, dice Klain parlando della sua esperienza di terapie di gruppo, forse lo vogliono ridimensionare: ormai ti sei fatto vecchio datti una regolata, rassegnati. E questo potrebbe essere un significato. C’è, però, sicuramente da considerare la morte come separazione, come perdita di affetti, come perdita di legami affettivi. E ancora, e soprattutto, la malattia e ancora di più la morte comportano, una ferita narcisistica profondissima. Mi chiedevo, nello scrivere, quanto queste cose circolino a livello non cosciente o pre cosciente, nella situazione individuale e gruppale.

Mi rendo conto che per me non sia semplice approcciarmi al tema dell’anzianità, per le ragioni di età di cui ho accennato sopra. Questo sentimento però di scrivere da bambina di qualcosa che riguarda i grandi, mi rievoca una sensazione spesso sperimentata nei gruppi di lavoro a cui ho partecipato, o nelle associazioni in cui appartengo, dove spesso sono la più giovane, e di conseguenza, meno esperta e con riflessioni meno sostanziose da condividere. È innegabile che da un punto di vista sociale, la nostra è una professione che richiede un lungo tempo di formazione e di conseguenza si raggiunge una buona stabilità non da giovanissimi. Insomma, io a 40 anni sono una giovane analista (proprio qualche giorno fa una collega Senior apre una mail scrivendomi ”Mia cara giovane amica”),

Mi chiedo quanto questo possa avere un peso nel transgenerazionale nel mondo delle società di psicoanalisi. Credo di aver sentito più volte parlare di gereontocrazia psicoanalitica, degli anziani che non vogliono o non possono o non riescono a lasciare spazio. Mi sono chiesta se fosse legato al timore che il grande lavoro fatto in questi decenni possa essere disperso da chi non ha dovuto fare le lotte che invece hanno caratterizzato i decenni precedenti, o ancora se ci sia una specie di illusione di eternità, o ancora se la vita degli psicoanalisti possa essere per alcuni talmente totalizzante che se non si è psicoanalisti cosa si rimane? Molte volte ho sentito alcuni dei miei maestri, ho in mente Correale ma è in buona compagnia, parlare dell’importanza di avere una vita ricca, di legami, interessi, passioni. I nostri pazienti non possono essere il nostro massimo rifornimento affettivo e narcsitico, forse, anche.

Da questo forse deriva il fatto che si prosegue la professione fino a età molto avanzate, spesso fino alla morte. Anche recentemente alla morte di un collega anziano, dopo lunga malattia, si è commentato: “era in studio fino a due stettimane fa“…

Ipotizzo che in qualche modo noi abbiamo bisogno dei nostri pazienti, in che misura dipende da quanto detto sopra. È possibile che, in vecchiaia, questo antico e originario bisogno possa farsi più forte?

Riconosco con imbarazzo che nei momenti peggiori della malattia, recuperare la funzione terapeutica verso i miei pazienti mi è stato utile, a sentirmi meno disorientata; mi chiedo se in modo simile con l’avvicinarsi alla fine della vita noi si senta il bisogno del lavoro coi pazienti. Che diventa quindi irrinunciabile.

D’altra parte, però, come potremmo rinunciare all’esperienza di alcuni di nostri maestri anziani e perché i pazienti che potrebbero tanto essere da loro aiutati dovrebbero esserne privati? Concludo con le parole di  Danielle Quinodoz (2010) che lo dice meglio di me: “Per uno psicoanalista è molto importante essere cosciente della propria età. Infatti la consapevolezza di invecchiare influisce direttamente sul lavoro e sulla responsabilità professionale […] Alcuni colleghi anziani hanno grande esperienza e sarebbe un peccato privare gli analizzandi di questa risorsa….”

 

Storia di un fantasma (2017) di D. Lowery – Recensione in chiave psicologica del film

Il film Storia di un fantasma è una lunga e pacata riflessione sull’essenza del tempo. La scelta del fantasma – lenzuolo appare fin da subito vincente: rimanda lo spettatore all’immaginario infantile e alla dimensione del ricordo: il fantasma protagonista un’entità vulnerabile che sa di non potere più esistere e si attacca al ricordo di una vita che è stata.

 

Storia di un Fantasma è un film del 2017 scritto e diretto dal regista statunitense David Lowery apparso sugli schermi nella piattaforma Netflix.

Casey Affleck, nel ruolo del protagonista, dà vita a un personaggio unico e struggente: C. scomparso prematuramente in un incidente stradale ritorna nei luoghi a lui cari in vita nelle sembianze di un fantasma.

L’idea iniziale era già stata solcata nel film Ghost con Patrick Swayze e Demi Moore del 1990, anche qui il protagonista maschile ritorna dopo la morte come fantasma a fianco dell’amata.

Tuttavia i due film sono completamente diversi, seppur simili nell’idea. Se in Ghost c’era un dialogo e un’interazione fra lei vivente e lui fantasma, qui, in Storia di un Fantasma il protagonista non ha alcuna possibilità di contatto con la compagna.

Lei dopo poco scompare dalla scena del film per lasciare spazio ad altri personaggi secondari che, come altri fantasmi, compaiono e scompaiono in una galleria di ritratti che si susseguono.

Storia di un Fantasma non è un film horror, è un film drammatico di carattere esistenzialista, costruito magistralmente su lunghi piano sequenza, ritmi lenti e dialoghi asciutti.

Il film è minimale, intimo, elegante, sussurrato; la pellicola è interamente girata nel formato 4:3, che rimanda alla suggestione vintage dei filmati di famiglia; il low key soffuso e lievemente desaturato cattura abilmente i tremolii del dolore del protagonista.

Il fantasma della pellicola è atipico per il cinema: si tratta del fantasma di halloween che nell’iconografia si riconosce per il lenzuolo con i buchi per gli occhi.

Il film è una lunga e pacata riflessione sull’essenza del tempo e su cosa significhi il tempo per un fantasma. La scelta del fantasma – lenzuolo appare fin da subito vincente: rimanda lo spettatore all’immaginario infantile e alla dimensione del ricordo: il fantasma protagonista un’entità vulnerabile che sa di non potere più esistere e si attacca al ricordo di una vita che è stata. Della vita che non gli appartiene più rimane un silenzioso spettatore.

L’analogia con la condizione depressiva è forte: chi la vive percepisce uno scollamento distanziante e alienante dal mondo dei “vivi”, sperimenta una desertificazione nella percezione degli affetti e vede improvvisamente preclusa la possibilità di accedere al dialogo con la vita.

La dimensione pulsante della vita è soppiantata dal quella della sopravvivenza: il protagonista sopravvive al ricordo di ciò che egli è stato e sopravvivere alla perdita di Sé diventa una condanna atemporale.

Etimologicamente la parola “spettro” si vicina etimologicamente a quella di “spettatore”.

La radice comune dal latino dal lat. spectrum «visione, fantasma» derivato di specĕre che significa guardare, osservare.

Il fantasma è uno spettro e uno spettatore della vita che gli è appartenuta e da cui è inesorabilmente separato. Divenire lo spettro di sé stesso è la condizione in cui il Sé viene alienato. La frattura tragica che si crea tra il Sé e il mondo interrompe la continuità del Sé, che cessa di essere ponte fra esperienza passata e possibile futuro: nella condizione depressiva il futuro perde ogni vitalità e la speranza si appiattisce in un eterno ed inesorabile presente.

Questo è anche un film sul fluire del tempo e di come il tempo continui a fluire anche quando non ci saremo più.

Il senso del tempo che passa è ipnotico, e l’immagine del fantasma ferito e che osserva, incapace di comunicare o dare conforto, diventa sempre più inquietante e splendida.

Nonostante l’assenza di un viso e delle espressività facciale, il linguaggio e anche la fisicità hanno intensa forza comunicativa nel tradurre il senso di struggente desolazione.

Stephen King scrisse nella recensione del romanzo horror di Peter Straub del 1979 Ghost Story:

Noi tutti abbiamo bisogno delle storie di fantasmi, perché – di fatto – noi siamo fantasmi.

Probabilmente quanto scritto da King si adatta anche al film di Lowery, che non è un film horror, a meno che non si consideri tale l’orrore di una solitudine infinita.

Il film apre una riflessione profonda sui temi universali legati alla perdita: l’impotenza, l’incapacità di fare o dire, non sentirsi visti e pertanto sentire di non vivere.

Questo è quanto accade in alcune forme di derealizzazione, tipiche delle forme depressive: la sensazione di scollamento da Sé, dai propri pensieri e dal proprio ambiente porta a guardare, a sé e alla propria vita, come alla scena di un film: in un’atmosfera onirica e surreale l’ancoraggio con la realtà e gli affetti si perde.

Come in una sorta di congelamento emotivo, un muro di vetro separa sé dal mondo circostante con cui svanisce ogni connessione emotiva.

Il soggetto vive in un eterno presente dove anche la dimensione del tempo appare distorta: il passato si riattualizza in un eterno presente e il presente entra in una dimensione storica di atemporalità ed eterno.

L’effetto che ne consegue è quello di una vita vissuta da spettatore nell’impossibilità di intraprendere qualsiasi azione incisiva sul presente; il soggetto si trova relegato in una distanza e in un silenzio che desertificano il mondo affettivo. Esso perde progressivamente aderenza nei confronti nella realtà e si dispiega in una dimensione puramente onirica.

Montale in una sua poesia parla di questa condizione: solo l’essere visti e guardati dall’Altro consente di esistere, è la relazione con l’Altro che conferisce senso al sé e all’esistenza, la perdita della relazione relega in una condizione di non esistenza.

Il primo gennaio
So che si può vivere
Non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai
nessuno
l’ha veduto.
(…)

Eugenio Montale

 

STORIA DI UN FANTASMA – Il trailer del film:

Il piacere digitale – #Sex&TheSocial (2020) di Michele Spaccarotella – Recensione

Parafrasando Woody Allen, il libro Il piacere digitale di Spaccarotella contiene “Tutto quello che avreste voluto sapere sul piacere digitale, ma non avete mai osato chiedere”.

 

Michele Spaccarotella è psicologo e psicoterapeuta psicodinamico. Svolge la libera professione a Roma presso l’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica (IISS), dove è anche responsabile della didattica e docente nel corso biennale in Psicosessuologia.

Siamo al centro di una rivoluzione digitale non ancora terminata, ma che ha cambiato il nostro modo di relazionarci, di percepire noi stessi e l’Altro e il mondo esterno. La contrapposizione tra reale e virtuale ha perso di significato: la nostra vita è perennemente onlife. Viviamo, ovvero, perennemente connessi e gli smartphone non sono solo semplici strumenti per comunicare, ma rappresentano ormai un’estensione della nostra identità.

A partire da questa constatazione, l’Autore esplora le interazioni tra internet e gli individui, ponendosi come una “bussola” in questo mare di opportunità, ma anche di pericoli. L’intento è aiutare il lettore a sviluppare un corretto rapporto con la tecnologia per sfruttarne le potenzialità.

Fin dall’inizio viene presentata la corretta terminologia relativa alle pratiche che contraddistinguono il digitale e che verranno “dissezionate” nell’opera. L’elenco è ricco e articolato; si parte dallo spiegare che cosa si intende per sexting, passando a cos’è l’image crafting. Si continua sul motivo per cui chi subisce il phubbing può ritenersi giustamente offeso e che puntare sui pelfie fa ottenere più like!

L’opera si divide in quattro parti. La prima è intitolata “Corpi” e affronta il tema di come è cambiato il corpo grazie all’autoscatto e come il selfie, simbolo del narcisismo digitale, ha influenzato i diversi aspetti dell’esperienza umana, dalla chirurgia estetica al modo di fare sesso. Spaccarotella non tralascia anche i lati oscuri della digitalizzazione del corpo, come il revenge porn o il body shaming, termini sempre più presenti nei fatti di cronaca.

Nella seconda parte si parla di “Relazioni”. Internet ha cambiato il nostro modo di comunicare e approcciarci agli altri. Quando siamo online possiamo scegliere cosa o chi essere, non ci sono barriere spaziali, possiamo avvicinarci agli altri in maniera immediata, ma ci ha resi anche più distratti, impazienti e dipendenti dalle gratificazioni a breve termine. L’online ha influenzato il nostro modo di cercare, vivere e terminare le nostre relazioni, che in qualche maniera sono più fragili e risentono maggiormente della prova del tempo e delle difficoltà che un rapporto può incontrare. Una sezione molto ricca è dedicata proprio al tema del tradimento e della separazione che diventano contemporaneamente molto più facili, ma anche più complessi. Si prosegue poi con la terza parte, quella sulle “Applicazioni”, con una panoramica su tutti gli strumenti che il web offre per facilitare le relazioni. Interessante, poi, è la descrizione di tutte le regole da conoscere per utilizzarli correttamente e quali sono i messaggi che like o emoji possono inviare al destinatario. Infine, l’ultima sezione chiude “Il Piacere Digitale” trattando della rivoluzione che il web ha costituito per il porno o per gli strumenti per dare piacere, ma anche approfondendo sul rischio che questo modo di vivere il sesso comporta e quali sono i nuovi disturbi mentali 2.0.

Ogni capitolo è arricchito da riflessioni dell’autore, articoli e ricerche sul tema. A completare il discorso, spesso compaiono anche box informativi dedicati ai contributi cinematografici sul tema o interessanti spezzoni di casi clinici che ancor meglio mettono in luce i potenziali problemi che si accompagnano al web. Un’altra particolarità del testo è coinvolgere il lettore stesso nella riflessione proponendo una serie di giochi ed esercizi che aiutano ad adottare una prospettiva diversa sui temi della corporeità, su come ci poniamo nei confronti di ciò che non ci piace o cosa ci muove nella condivisione con L’Altro, per citarne alcuni.

L’opera non si rivolge solo ai professionisti della salute mentale, ma può essere un utile strumento per tutti coloro che volessero approfondire i cambiamenti che l’online ha apportato alle nostre vite.

Il piacere digitale non è solo un elenco di costumi, mode e abitudini che caratterizzano internet, ma a partire da questi, propone una riflessione senza pregiudizi per capire chi siamo diventati, a cosa dovremmo stare attenti e come potremmo sfruttare al meglio le opportunità che questa rivoluzione ci offre. Come conclude il Dr. Spaccarotella: Il piacere digitale può essere ottenuto quando si diventa consapevoli di: “chi sono”, “cosa desidero”, “cosa mi emoziona”.

 

L’integrazione delle numerose parti di una donna e di una madre – Moms, una rubrica su maternità e genitorialità

Come ogni avventura, anche la Rubrica Moms sta volgendo al termine, o almeno la prima serie. Quest’ultimo episodio si propone di valorizzare l’integrazione tra i diversi aspetti che appartengono ad ogni donna e madre.

Moms – (Nr.14) L’integrazione delle numerose parti di una donna e di una madre

 

Carl A. Withaker (1989) in Danzando con la famiglia dice: “Soltanto gli adulti più infantili prendono se stessi troppo seriamente.” Spesso capita ai genitori di dicotomizzarsi, ovvero di credere di poter settorializzare la propria vita. Dovendo gestire casa, lavoro, figli, vita coniugale, sociale e altro, madre e padre, oberati spesso da un carico molto pesante, possono rischiare di convincersi che sia meglio vivere come dei computer. L’effetto collaterale di essere un computer è pensarsi disumani come il computer stesso. Se questo strumento ha come pregio la capacità di poter mantenere sotto controllo compartimenti e differenze, l’essere umano è un agglomerato di emozioni, pensieri e vissuti che non gli permettono di scindere realmente le diverse esperienze a cui va incontro.

Nell’ultimo episodio di Workin’ Moms, troviamo la protagonista Kate Foster al bivio tra la carriera e il bisogno di tornare nella sua città per abbracciare il figlio ricoverato in ospedale. In una società come quella odierna è difficile riuscire a gestire tutto, travolti dalla frenesia della rapidità e dalle richieste pressanti dall’esterno. L’amore per la famiglia, il bisogno di realizzarsi in campo lavorativo e il bisogno di garantire una stabilità economica si intrecciano, così più le sfere sono collegate e più la dicotomia tende protettivamente a realizzarsi.

Kate rappresenta qui ogni donna che deve combattere per mantenere il lavoro, nonostante l’umana apprensione per le condizioni del figlio. Il suo capo le dice: “Chiunque può essere una madre Kate. Andare in ospedale allevierà la tua colpa, ma pensa a cosa perderesti.” Per quanto una persona possa essere capace nella professione, questo non la renderà la detentrice della patente di vita di nessun’altra se non di se stessa. Troppe volte capita che altri vengano idealizzati, in nome di una maggiore esperienza, seppure questi non abbiano mai indossato scarpe che non gli appartengono. E più idealizziamo gli altri e più la tendenza dicotomica aumenta, credendo di poter far tacere il bisogno di abbracciare il proprio figlio quando sta male davanti ad una pila di lavoro da fare.

Quando ci perdoneremo per non essere perfette? Anzi quando sapremo valorizzare la fusione di tutto quello che siamo come creatrice della nostra meravigliosa imperfezione?

Durante gli episodi della serie abbiamo avuto modo di conoscere donne così coraggiose da riuscire a scegliere se dare o meno alla luce un figlio, a mostrare le proprie vulnerabilità, a fare i conti con le proprie pulsioni più umane, a trovare del tempo da dedicarsi fino a rendere possibile l’integrazione di queste e molte altre componenti.

Kate Foster ci insegna che non è possibile separare vita privata e lavoro, non dentro di noi, perché entrambe, pur essendo sfere apparentemente differenti, ci appartengono. Questo significa che a volte dovremo rinunciare a qualcosa e che forse non otterremo quel che ci aspettiamo da noi stesse, ma che in fondo staremo dando molto più di quel che credevamo con un tocco più umano.

Essere madre al giorno d’oggi è una sfida continua con se stesse e con un vissuto culturale complesso che spesso pretende una dicotomia, laddove l’umanità abbassa i livelli di produzione e la competizione è freddamente disumana.

Per quanto la realtà spesso rappresenti un ostacolo, ogni donna ascoltandosi può trovare la strada che sente appartenerle, al fine di poter scegliere ed integrare gli aspetti che sente come propri.

Il mio consiglio per tutte le donne e per tutte le madri, lavoratrici e non, è di scegliere di brillare di luce propria, perché ognuna a modo suo ne è dotata, ed è proprio la differenza di colorazione e di gradazione che rende un bagliore distinguibile rispetto ad un altro.

 

Perfezionismo e insonnia: il ruolo dell’ansia e dei pensieri negativi

La letteratura ha trovato spesso delle associazioni tra carenza di sonno, insonnia e perfezionismo. Nel dettaglio, l’insonnia si associa a dubbi continui sull’azione, critiche genitoriali, preoccupazione per gli errori, standard personali elevati e perfezionismo socialmente prescritto.

 

I sintomi dell’insonnia, come la difficoltà ad addormentarsi e/o il risveglio mattutino, compromettono significativamente il funzionamento diurno, riducendo la qualità della vita (Kyle et al., 2010). Tale problematica, può insorgere per fattori predisponenti ed intrinseci, come la personalità individuale.

La letteratura sull’argomento ha spesso associato la carenza di sonno e l’insonnia al perfezionismo (ad es. Akram et al., 2015); ovvero la tendenza a fissare standard eccessivamente elevati per se stessi e ad impegnarsi in autovalutazioni estremamente critiche (Frost et al., 1990). Nel dettaglio, l’insonnia si associa a dubbi continui sull’azione, critiche genitoriali, preoccupazione per gli errori, standard personali elevati e perfezionismo socialmente prescritto.

Inoltre, anche la presenza di disagio emotivo (Jansson-Fröjmark & Linton, 2007), difficoltà nella regolazione emotiva (Brand et al., 2015) ed i sintomi ansiosi sono implicati nell’insonnia (Akram et al., 2015).

Gli individui con dimensioni elevate di perfezionismo, tendono a preoccuparsi eccessivamente delle conseguenze negative che la carenza di sonno può avere sulle prestazioni diurne (Lundh & Broman, 2000).

Tale atteggiamento genera un ciclo continuo di pensieri negativi costituiti da preoccupazione, ruminazione, aspettative negative e cognizioni disfunzionali riguardo il sonno (come aspettative errate sui requisiti del sonno, convinzioni esagerate sulle conseguenze diurne dell’insonnia; Morin et al., 2007), che complicano il sonno.

Inoltre, le cognizioni disfunzionali, facilitano il passaggio dall’insonnia acuta ad una forma cronica (Frost et al., 1990), in quanto interagiscono con l’elevata attivazione del sistema nervoso autonomo, generata dall’attivazione e disregolazione emotiva.

Considerando il perfezionismo legato al sonno e la presenza di deficit nella regolazione delle emozioni (Spiegelhalder et al., 2012), è probabile che coloro che mostrano tendenze perfezionistiche riportano altresì cognizioni disfunzionali legate al sonno.

Per comprendere meglio l’interazione tra questi aspetti, l’indagine di Akram et al. (2020) ha indagato il legame tra perfezionismo ed insonnia, in un campione di studenti universitari. E’ stato inoltre considerato, in questa relazione, il ruolo delle cognizioni disfunzionali legate al sonno e dei sintomi ansiosi, come fattore di mediazione che poteva influenzare la relazione.

Secondo quanto riportato nei risultati, e coerentemente con la letteratura (ad es. Akram et al., 2015), coloro che presentavano sintomi di insonnia tendevano a segnalare in concomitanza una maggiore tendenza al perfezionismo; in particolare più elevati livelli di dubbio nelle azioni quotidiane, aspettative elevate, presenza elevata di critica genitoriale e peggiore organizzazione quotidiana.

Inoltre, secondo il presente studio, nell’associazione tra perfezionismo ed insonnia influiva notevolmente la presenza di sintomi ansiosi (Jansson-Fröjmark & Linton, 2007) ma anche delle cognizioni disfunzionali riguardo al sonno.

Ad esempio; è possibile che gli individui perfezionisti (che dubitano eccessivamente delle proprie azioni e si preoccupano delle critiche dei genitori), sperimentino un aumento dell’attivazione autonomica ed emotiva durante la fase di addormentamento, ritardando l’inizio del sonno (Vincent & Walker, 2000). Questo ritardo, è ricondotto alla componente cognitiva disfunzionale, ovvero l’insorgenza di pensieri negativi, preoccupazioni e ruminazioni comunemente associati ad un pensiero di perfezionismo (Randles et al., 2010).

In effetti, la letteratura conferma che in periodi di deprivazione di sonno, coloro che hanno elevate dimensioni di perfezionismo trascorrono una quantità sproporzionata di tempo a valutare criticamente il loro sonno, le prestazioni diurne (Akram et al., 2015) e preoccupandosi esageratamente per le conseguenze di tale perdita.

La percezione che un sonno scarso ostacoli il funzionamento diurno, potrebbe far insorgere dubbi sulle azioni da compiere durante la giornata, mentre i sintomi ansiosi esacerbano le preoccupazioni preesistenti e pensieri ruminativi tra gli individui con insonnia. Emerge così un ciclo di pensieri negativi, in cui i dubbi sulle azioni e le prestazioni, passano dall’essere diurni divenire notturni, alimentando una maggiore attivazione in fase di addormentamento e ritardano il sonno (Schmidt et al., 2018).

Inoltre, tra questi individui possono emergere comportamenti compensatori per sopperire alla carenza di sonno e mirare ad un sonno “perfetto”.

Chi è perfezionista e con cognizioni disfunzionali legate al sonno, alimenta strategie comportamentali per farvi fronte, come un aumento del tempo a letto, riposandosi in diversi momenti della giornata o anticipando l’ora per andare a dormire. Tuttavia, forzare attivamente l’inizio del sonno (Baglioni et al., 2010), favorisce il passaggio dell’insonnia da un problema acuto a uno cronico.

Per quanto concerne le implicazioni cliniche, la terapia cognitivo comportamentale propria per l’insonnia (CBT-I), rischia di essere abbandonata da coloro con elevate dimensioni di perfezionismo. Questi individui possono beneficiare di una versione modificata della terapia (Johann et al., 2018), che pone maggiore enfasi sulla correzione delle convinzioni disfunzionali legate al sonno, alleviando i pensieri perfezionistici del sonno ed i sintomi ansiosi.

Agendo sulle cognizioni disfunzionali si limiteranno gli sforzi comportamentali per dormire, mentre un intervento psicoeducativo concomitante fornisce corrette informazioni di igiene del sonno, abbassando il rischio di cronicizzare una difficoltà acuta.

 

Integrazione multisensoriale e rappresentazione corporea: uno studio dimostra la capacità dei neonati di identificare il proprio corpo ed i suoi confini

Un recente studio internazionale dimostra la capacità dei neonati di essere in grado, poco dopo la nascita, di percepire il proprio corpo come entità separata dal mondo esterno. Questa ricerca prova che sono sufficienti pochi giorni di vita per raggiungere un’integrazione multisensoriale efficiente.

 

La capacità di identificare il proprio corpo ed i suoi confini è fondamentale per la sopravvivenza ed è legata ad una buona integrazione multisensoriale (Nerini A., Stefanili C., Mercurio C. 2009). Imparare a discriminare gli stimoli esterni, che si verificano vicino al corpo, da quelli che si verificano lontano da esso, permette di interagire in maniera maggiormente sicura con l’ambiente circostante (Fajen, B. R., & Turvey, M. T. 2003).

Le informazioni convogliate dagli organi di senso al sistema nervoso centrale vengono integrate tra loro generando così una percezione unitaria dell’esperienza che si sta vivendo. Questo processo è noto come integrazione multisensoriale (MSI) (Vallar G., Papagno C. 2007). Negli anni è stato dimostrato come la capacità di riconoscere gli stimoli e la velocità di risposta agli avvenimenti sia legata ad una buona integrazione multisensoriale (Hershenson 1962; Foster, Cavina-Pratesi, Aglioti e Berlucchi 2002).

Uno degli studi fondamentali sull’integrazione multisensoriale è quello condotto da Harry McGurk nel 1976 a cui hanno fatto seguito diverse ricerche sull’argomento ( Shamm et al. 2000). Negli ultimi anni l’attenzione si è focalizzata sul ruolo dell’integrazione multisensoriale nella percezione corporea, gli studi in questo campo, hanno permesso di dimostrare che la integrazione multisensoriale è utilizzata anche per costruire il senso che abbiamo del nostro corpo (Botvinick e Cohen 1998; Morandi 2016)

La rappresentazione corporea ha come substrato anatomico la giunzione temporo-parieto-occipitale, le lesioni o le stimolazioni di quest’area cerebrale provocano illusioni percettive di duplicazione del corpo, allungamento e deformazione degli arti, questo fenomeno si verifica perché, in assenza di una corretta integrazione multisensoriale, le informazioni somatosensoriali vestibolari danno luogo a fenomeni dispercettivi  (Vallar, Papagno 2007).

Recentemente è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Proceedings of the National Academy of Sciences, l’articolo intitolato Spatial tuning of electrophysiological responses to multisensory stimuli reveals a primitive coding of the body boundaries in newborns, che riporta i risultati di una ricerca realizzata dal Manibus Lab del Dipartimento di Psicologia dell’Università e dalla Neonatologia universitaria dell’ospedale Sant’Anna della Città della Salute di Torino, in collaborazione con il MySpace Lab del Department of Clinical Neurosciences dell’Università di Losanna e il Center for Neural Science della New York University. La ricerca ha indagato se l’integrazione multisensoriale è presente e spazialmente organizzata tra i neonati di età compresa tra le 18 e le  92 ore. Sono state confrontate le risposte elettrofisiologiche alla stimolazione tattile, quando eventi uditivi contaminanti venivano erogati vicino, anziché lontano dal corpo dei neonati, con quelle di un gruppo di controllo formato da adulti. Gli adulti hanno dimostrato una buona modulazione spaziale e risposte superadattative per stimoli multisensoriali vicini al corpo. Nei neonati si è registrato un vero e proprio pattener elettrofisiologico di integrazione multisensoriale e nei neonati più grandi si è evidenziato un effetto d’integrazione multisensoriale più ampio. In pratica è stato osservato che i neonati, non solo sono in grado di associare un suono a un tocco in maniera efficace, ma che, in base alle risposte neurali osservate, essi riescono anche a distinguere se il suono proviene da vicino o da lontano  rispetto al proprio corpo.

La scoperta di questi pattern elettrofisiologici testimonia l’esistenza di una codifica primitiva dei confini del sé corporeo, suggerendo che, anche solo poche ore dopo la nascita, i neonati identificano il proprio corpo come un’entità distinta dall’ambiente.

Questo conferma che, fin dalle prime ore di vita, gli esseri umani sono capaci di riconoscere gli stimoli provenienti dall’esterno.  Questi stimoli hanno una notevole influenza sullo sviluppo cerebrale ed una buona stimolazione sensoriale, a partire dai primi giorni di vita, può favorire un positivo sviluppo evolutivo ( Franziska Greifzu, Justyna Pielecka-Fortuna, Evgenia Kalogeraki et al. 2014) .

 

Quello che tu non vedi (2020) – Cinema & Psicoterapia

Il messaggio del film Quello che tu non vedi è chiaro: occorre addentrarsi nelle pieghe buie del proprio animo e riconoscerle, senza aver paura di affrontarle apertamente.

 

Info

Quello che tu non vedi (2020). Regia di Thor Freudenthal. Interpreti Charlie Plummer e Taylor Russell. Tratto dall’omonimo romanzo di Julia Walton.

Trama

Adam è in apparenza un’adolescente come altri, frequenta la scuola, ha qualche amico, è appassionato di cucina. Spera di farne un lavoro ma i suoi sogni cadono quando viene espulso dalla scuola. E’ affetto da  schizofrenia. Il suo mondo è popolato da voci e da vari personaggi. Per ottenere il diploma che gli consentirà di frequentare un corso per chef viene iscritto dalla madre in una scuola cattolica. Cerca di adattarsi mantenendo segreta la sua malattia per non essere stigmatizzato e in questo suo sforzo lo aiuta Maya, una ragazza brillante e sincera di cui presto s’innamora. Sarà lei con la compartecipazione della madre del ragazzo e del suo patrigno a permettergli di credere ancora nei suoi sogni e a fargli capire che non è la sua condizione a definirlo.

Motivi d’interesse

“Tu non sei la tua malattia” è questa defusione che consentirà ad Adam di uscire dall’abisso della malattia. Gli aspetti più oscuri sono presenti nella narrazione e la sensazione che le cose, nella realtà, potrebbero assumere uno sviluppo più drammatico è sempre presente nel film. Il messaggio è, però, chiaro: occorre addentrarsi nelle pieghe buie del proprio animo e riconoscerle, senza aver paura di affrontarle apertamente.

Troppo spesso i pregiudizi ostacolano una recovery che dia una vita degna di essere vissuta a persone affette da severe mental illness. L’approccio a questi disturbi deve essere rispettoso dei bisogni dei pazienti favorendo un potenziamento della resilienza in ambito sociale ed esistenziale.

I trattamenti devono avere livelli d’integrazione che permettano non solo la riduzione dei sintomi, ma contribuiscano al processo di riabilitazione esistenziale e di partecipazione sociale.

L’idea di recovery è diventata negli ultimi anni centrale nelle politiche che riguardano la salute mentale. Il Piano d’azione per la salute mentale 2013-2020 della World Health Organization ha dichiarato: “Le normative per i servizi comunitari della salute mentale hanno bisogno d’includere un approccio basato sulla recovery che ponga l’enfasi sul sostegno agli individui con disturbi mentali e disabilità psicosociali nella realizzazione delle proprie aspirazioni e obiettivi”.

I modelli d’intervento per ridare speranza, opportunità, controllo e connessione devono essere caratterizzati dall’integrazione di procedure e tecniche basate su solide evidenze scientifiche: Individual Placement and Support e Housing First; psicoeducazione; skills training; psicoterapia; attività di riabilitazione; cognitive remediation; farmacoterapia, ecc.

È quindi necessario che tutti gli attori coinvolti si adoperino perché si attui una visione innovativa e lungimirante che riprenda la tradizione italiana della psichiatria di comunità e la spinga verso un’evoluzione che sia rispettosa della dignità umana e del ruolo rivestito da ogni individuo nella comunità indipendentemente dalla presenza o meno di una disabilità.

Indicazioni utili

Il film può essere utile per un programma di psicoeducazione rivolto a pazienti e familiari.

Porno deepfake: quando è vero che “Non è come sembra”

Stiamo assistendo al progredire di una nuova forma di revenge porn: quella che sfrutta gli algoritmi DeepFake.

 

Deepfake: di che cosa si tratta?

Il DeepFake è una tecnica di fotomontaggio, che sfrutta l’intelligenza artificiale per modificare o ricreare, partendo da contenuti reali, le caratteristiche e i movimenti di una persona in maniera estremamente realistica. Ad esempio, col DeepFake si può sostituire, in un video originale, il volto di qualcuno con quello di un’altra persona (Zhang et al., 2020). Questa tecnologia, inizialmente, era utilizzata come ausilio agli effetti speciali cinematografici (GPDP, 2020) ma, come spesso accade, un ritrovato innovativo può ben presto alimentarne un uso distorto e problematico, come il sexting o il revenge porn.

Il termine sexting è stato ufficializzato nel 2009 e nasce dalla fusione delle parole inglesi sex (sesso) e texting (scrivere messaggi di testo). La comunità scientifica non è ancora pervenuta ad una definizione univoca, tuttavia si può definire come l’invio e la ricezione di contenuti di natura sessuale (come foto e video), tramite internet e telefoni cellulari. Altre definizioni includono l’invio, oltre che di video ed immagini, anche di messaggi di testo (Gassó et al., 2019). Col termine revenge porn s’intende invece la trasmissione di immagini sessualmente esplicite (precedentemente catturate col consenso della persona o da essa stessa inviate) a un pubblico più ampio senza il suo consenso (McKinlay & Lavis, 2020; L. 69/2019). In Italia, il revenge porn è stato dichiarato reato dalle legge n. 69 del 2019, meglio nota come Codice Rosso.

Il Deepfake, infatti, ha finito per avere un enorme impatto anche in ambiti come il sexting e il revenge porn, mettendo a repentaglio la dignità e la riservatezza delle persone (GPDP, 2020).

Che cos’è il porno deepfake?

Una delle possibili applicazioni è il cosiddetto Porno DeepFake, detto anche video deepnude: una scena erotica viene estratta da un film hard e si sostituiscono i volti dei porno attori con quelli di altre persone, per poi diffondere il contenuto in rete (ibidem). Le conseguenze, in questo caso, non sono da trascurare. Infatti, le ripercussioni sociali e psicologiche per le vittime non si discostano troppo da quelle osservate nei casi di vittimizzazione da revenge porn, soprattutto quando il fotomontaggio è particolarmente credibile. Il DeepFake, infatti, ha ormai raggiunto un livello di sofisticatezza tale che è difficile distinguere l’autenticità del video attraverso il rilevamento automatico o manuale (Zhang et al., 2020).

Quali sono le ripercussioni psicologiche?

Samantha Bates nel 2016 ha pubblicato uno studio dove ha analizzato le ripercussioni psicologiche in un campione di donne vittime di revenge porn. Gli esiti riscontrati sono andati dalla perdita di fiducia nelle relazioni fino ad arrivare all’ideazione suicidaria, passando per depressione, ansia e disturbo da stress post-traumatico (PTDS). I risultati di questo studio hanno mostrato notevoli somiglianze con le conseguenze psicologiche della violenza sessuale, intesa proprio come assalto fisico (sexual assault).

Il vademecum del GPDP

Il Garante per la protezione dei dati personali (GPDP), verso la fine del 2020 ha emesso una scheda informativa per allertare sui rischi dell’uso malevolo di questa tecnologia. Nel vademecum in questione, l’Autorità Garante evidenzia come il DeepFake possa configurarsi, innanzi tutto, come una grave forma di furto dell’identità. Le vittime potrebbero, infatti, trovarsi rappresentate in contesti mai frequentati e in comportamenti mai messi in atto, come anche fare discorsi e dichiarazioni che non hanno mai avuto luogo (poiché il DeepFake si può applicare anche ai contenuti audio).

I Porno DeepFake possono essere utilizzati, a totale insaputa dei soggetti rappresentati, anche per alimentare la pornografia illegale e la pedopornografia (GPDO, 2020). A quest’ultimo riguardo, va sottolineato che il codice penale italiano stabilisce che i reati di pornografia minorile e di detenzione di materiale pedopornografico si configurano pure quando le immagini sono “realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali” (art. 600-quater.1 c.p.). Perciò, in Italia, quando il Porno DeepFake coinvolge soggetti minori, rientrerebbe nel reato di pedopornografia minorile e/o detenzione di materiale pedopornografico. Tuttavia, quando le persone coinvolte sono maggiorenni, il codice penale sembrerebbe non prevedere (ancora) specifiche fattispecie di reato.

Nonostante il vuoto normativo che emergerebbe dalla lettura del codice penale, va evidenziato che le Autorità di protezione dei dati personali possono intervenire per sanzionare le violazioni della normativa in materia di protezione dati e che il Garante, nella sua scheda informativa emessa nel dicembre 2020, ha esplicitato una serie di comportamenti da osservare, volti a prevenire e contrastare i casi di vittimizzazione conseguenti alla diffusione di contenuti DeepFake (GPDP, 2020).

Deepfake: come prevenire?

Di seguito, ecco alcuni suggerimenti indicati dall’Autorità Garante all’interno del vademecum (2020):

  • Evitare la diffusione indiscriminata di immagini personali o dei propri cari sui social network.
  • Conoscere e riconoscere gli elementi che possono far presumere di trovarsi in presenza di un DeepFake, ad esempio un’immagine pixellata, un movimento innaturale delle palpebre, un’anomalia nelle luci e ombre del video o la deformazione della bocca del soggetto che parla. A questo proposito, va detto che alcuni DeepFake sono così raffinati che spesso è molto complicato riconoscerli. Perciò, i ricercatori hanno messo a punto algoritmi altrettanto sofisticati, allo scopo di individuare i contenuti non reali e arginarne l’utilizzo malevolo, così come le grandi imprese del digitale stanno formando team specializzati nel monitoraggio e nel contrasto del fenomeno (GPDP, 2020).
  • Segnalare il presunto DeepFake alla piattaforma che lo ospita ed evitare di condividerlo.
  • Se si ritiene che il DeepFake sia stato utilizzato in modo tale da configurare un reato o una violazione della privacy, rivolgersi alle autorità (come la Polizia postale o lo stesso Garante per la protezione dei dati personali).

In conclusione, l’utilizzo distorto di certi tipi di tecnologia che sfruttano l’intelligenza artificiale rappresenta un serio rischio nell’ambito della cyber victimization, come dimostrano i fenomeni del revenge porn, del cyberbullismo e del sextortion (la parola sextortion è la fusione delle parole inglesi sexual – sessuale – e extortion – estorsione,  con essa si intende la minaccia di distribuire materiale intimo e sessuale a meno che la vittima non rispetti determinate richieste, O’Malley & Holt, 2020). Tale rischio si estende anche all’ambito del cyber crime, come dimostrano i fenomeni dello spoofing (il furto di informazioni che avviene attraverso la falsificazione di identità di persone o dispositivo, in modo da ottenere la trasmissione di dati, GDPD, 2020), del phishing (tecnica comunemente utilizzata per ottenere informazioni riservate tramite azioni di furto dell’identità, Rendall et al., 2020) e altri fenomeni ancora. Non va poi tralasciato il problema delle fake news (cioè le notizie false) e dell’impatto sulla libertà decisionale dell’individuo (ibidem). La buona notizia è che i ricercatori, i social network, i motori di ricerca e altre figure come, in Italia, il Garante per la protezione dei dati personali, si sono già attivati allo scopo di contenere il fenomeno e ridurne l’incidenza.

Oltre la personalità. Dialettica sistemica e sviluppo borderline – Recensione del libro

Questo testo dedicato al disturbo borderline di personalità parte dalle criticità del trattamento spesso connesse alla complessità di tale disturbo. Il disturbo borderline viene così affrontato dall’autore in modo approfondito e grazie anche a numerose evidenze empiriche.

 

Lo sviluppo della personalità è strettamente dipendente da azioni che consentono l’apprendimento di capacità e la conseguente messa in atto di esse, sia nella sfera della vita privata sia in quella della vita sociale. Parlare di personalità significa infatti parlare del tempo e del modo in cui l’interazione tra i fattori individuali e ambientali governa i processi evolutivi, tenendo ovviamente conto delle variabili individuali.

Considerando che ciascuno è portatore di un proprio punto di vista e che, di conseguenza, nessuno è portatore della “verità” assoluta, Il processo di costruzione della verità è dunque continuo e non arriva mai a una stabilità “oggettiva”. È quindi fondamentale che terapeuta e paziente si chiedano costantemente che cosa sia stato lasciato al di fuori della loro rappresentazione della realtà. La certezza che qualcosa è stato ignorato impedisce di cadere in una percezione falsamente oggettiva, ossia in un autoinganno. Il disturbo Borderline consisterebbe quindi in fallimenti dialettici sistematici.

La Dialectical Behavior Therapy (DBT) ritiene che la personalità borderline sia appunto il risultato di un fallimento dialettico, presupposto coerente con la psicopatologia dello sviluppo, la teoria dei sistemi evolutivi e i recenti risultati della ricerca empirica. Questi ultimi riguardano soprattutto la natura della vulnerabilità emozionale, della vulnerabilità interpersonale, e mostrano come la divisione tra biologia e ambiente possa essere unificata da una prospettiva sistemica. La dialettica andrebbe quindi ad appianare i contrasti tra i vari fattori psicologici, ambientali e sociali intrinsecamente connessi tra loro.

Questo diviene il presupposto per migliorare l’adattamento della persona. Il mondo alienato è invece quello in cui il soggetto, a partire dalle sue relazioni umane, non trova altro fondamento costitutivo se non in sé stesso, rispetto a una realtà esterna cui è estraneo e, peggio ancora, che lo estrania. L’alienazione può esprimersi a vari livelli, a partire dal soggetto rispetto alla famiglia, alle relazioni affettive, alle persone vicine, alla società in generale e all’ambiente naturale. Anche quando la persona fa parte di un gruppo, resta in qualche modo condannata a rimanere isolata, perché è nella sua più intima natura, ontologica, che sa di essere sola, esclusa ed isolata.

Secondo una prospettiva riguardante le parti e la totalità, nonché la relazione di esse, ciò che costituisce le parti è definito dall’insieme considerato. Inoltre, le parti acquisiscono proprietà in virtù dell’essere appartenere a un particolare intero, proprietà che non hanno senso prese separatamente o come parti di un’altra totalità. La totalità non è propriamente più della somma delle sue parti; sono le parti che acquisiscono nuove proprietà. Quando le parti acquisiscono proprietà stando insieme, generano nuove proprietà nella totalità e queste si riflettono a loro volta nei cambiamenti nelle parti, e così via. Parti e totalità evolvono in conseguenza della loro relazione e la relazione stessa evolve. Una cosa non può esistere senza l’altra: una acquisisce le sue proprietà grazie alla sua relazione con l’altra e le proprietà di entrambe evolvono come conseguenza della loro compenetrazione. Parte e totalità hanno quindi una relazione speciale tra loro, in quanto una non può esistere senza l’altra, non più di quanto “su” possa esistere senza “giù”.

Un’ampia parte del testo inoltre viene dedicata a dati scientifici che spiegano le differenze del campione di persone con disturbo borderline e le significative differenze di genere. Secondo gli studi, come spiega l’autore, si potrebbe propendere per l’ipotesi di un disturbo caratterizzato da “una deflessione del sistema di appraisal”. Viene messa in luce l’elevata emozionalità negativa a riposo delle persone con disturbo borderline facendo indirettamente riflettere sulla diagnosi differenziale. Vengono inoltre spiegate le aree cerebrali maggiormente implicate in tale patologia, a partire dall’amigdala e dall’ippocampo.

Si tratta di un’approfondita analisi che può aiutare i terapeuti che si occupano di disturbo borderline di personalità a una migliore comprensione di tale funzionamento, pur considerando la variabilità del disturbo e la comorbilità con altri disturbi della personalità stessa. In sintesi: l’obiettivo è di porre la personalità borderline al centro della complessità delle variabili che la determinano, togliendo la singola persona dalla solitudine in cui la pone una semplice definizione diagnostica.

 

L’autocontrollo: non una mera questione di inibizione di impulsi

L’autocontrollo di tratto presuppone la presenza di un “sé attivo”, che sia in grado di dare priorità agli obiettivi a lungo termine, rispetto a quelli a breve termine, nonostante questi ultimi forniscano una gratificazione immediata.

 

L’autocontrollo viene generalmente definito come la capacità di inibire comportamenti indesiderati, in virtù del perseguimento di obiettivi a lungo termine (Metcalfe & Mischel, 1999). A livello disposizionale, l’autocontrollo di tratto presuppone la presenza di un “sé attivo”, che sia in grado di dare priorità agli obiettivi a lungo termine, rispetto a quelli a breve termine, nonostante questi ultimi forniscano una gratificazione immediata (Baumeister et al.,1998). Essere in grado di rinunciare al piacere istantaneo, in favore di obiettivi più gratificanti, è considerata una tendenza cruciale nell’evoluzione umana (Tangney, Baumeister, & Boone, 2004).

Molti studi hanno dimostrato che la presenza di un basso autocontrollo di tratto determina una vasta gamma di problemi individuali e sociali, compresa l’obesità (Tsukayama et al., 2010), la procrastinazione (Steel, 2007), l’abuso di sostanze (Baumeister & Heatherton, 1996) e il comportamento delinquenziale (Gottfredson & Hirschi, 1990). D’altro canto, coloro i quali possiedono alti livelli di autocontrollo riscontrano molteplici benefici, tra cui migliori prestazioni nei diversi ambiti di vita (De Ridder et al., 2012), un maggior benessere e livelli più elevati di soddisfazione personale (Hofmann et al., 2013).

Dunque, mentre i vantaggi derivanti dall’astenersi da comportamenti indesiderati (ma spesso piacevoli) sono abbastanza ovvi quando in gioco vi sono obiettivi a lungo termine, è più difficile comprendere come la mera inibizione degli impulsi possa di per sé favorire il benessere.

Attraverso una revisione sistematica, alcuni autori si sono proposti di scardinare “l’ipotesi puritana” che associa l’autocontrollo unicamente all’inibizione degli impulsi, chiarendo come il conseguimento degli obiettivi a lungo termine – e dunque il raggiungimento del benessere – non dipenda unicamente da comportamenti inibitori.

È bene sottolineare come chi possiede alti livelli di autocontrollo di tratto, altro non ha che la capacità di affrontare un dilemma, ovvero una scelta tra una ricompensa immediata ed una ritardata del tempo. La gestione di tale dilemma, però, può comportare differenti opzioni, tra cui l’inibizione di un comportamento indesiderato (come mangiare cibi grassi), l’avvio di un comportamento desiderato (come mangiare alimenti sani) o, ancora, una combinazione di entrambi.

Inquadrare l’autocontrollo come la capacità di affrontare un dilemma offre l’opportunità di enfatizzare sia la classica componente inibitoria, sia la sua componente inizializzante. Sono le stesse evidenze sull’autocontrollo di tratto (Hoyle & Davisson, 2016), che soventemente vengono dimenticate, ad aver dimostrato come esso presupponga sia componenti inibitori che di iniziazione. Difatti, quando si persegue un obiettivo a lungo termine come l’essere snelli e sani, spesso non è sufficiente astenersi semplicemente dai comportamenti indesiderati, ma è altrettanto importante che il comportamento desiderato venga messo in atto. Analogamente, non sgridare i propri figli non implica di per sé essere dei genitori amorevoli.

La distinzione tra iniziazione e inibizione costituisce quindi l’aspetto centrale dell’autocontrollo. Nel caso del benessere, la componente iniziatica dell’autocontrollo può rivelarsi ancora più importante perché è stato dimostrato che lottare per risultati positivi aumenti il benessere (Brunstein, 1993) ma la semplice inibizione può compromettere negativamente quest’ultimo (DeNeve & Cooper, 1998).

Dunque, per poter comprendere come l’autocontrollo sia legato al benessere, sarebbe meglio considerare anche la componente iniziatica dell’autocontrollo stesso.

Dalla definizione dell’autocontrollo di tratto come capacità di rinunciare agli impulsi immediati, concentrandosi su obiettivi a lungo termine, si potrebbe ipotizzare che la vita delle persone con un alto livello di autocontrollo non sia molto divertente. A sostegno di questa ipotesi, alcune ricerche hanno dimostrato che gli individui con un alto livello di autocontrollo possono sperimentare una minor spontaneità ed estroversione (Zabelina, Robinson & Anicha, 2007) e una intensità emotiva giornaliera limitata (Layton & Muraven, 2014).

Tuttavia, altri studi hanno messo in luce il reale meccanismo sottostante l’associazione tra autocontrollo e benessere. Le ricerche di Hofmann e colleghi (2013) hanno mostrato come le persone con un elevato autocontrollo non si preoccupino troppo di resistere alle tentazioni che potrebbero far tentennare i loro obiettivi a lungo termine e trovino persino piacere nell’essere disciplinati.

Difatti, questi individui sono meno soggetti a cadere in tentazione nel loro ambiente quotidiano, in quanto strutturano strategicamente la loro vita allontanandosi dai vizi stessi e, dunque, non inibiscono i comportamenti nella stessa misura in cui lo fanno coloro i quali presentano un basso autocontrollo (Hofmann et al., 2012).

In linea con quanto appena detto, lo studio di Cheung e colleghi (2014) ha mostrato come gli individui con un elevato autocontrollo di tratto sono più orientati a trovare strategie per raggiungere i loro obiettivi, piuttosto che essere preoccupati di evitare opportunità che potrebbero impedire il raggiungimento dei suddetti. Questi risultati danno sostegno all’idea che l’associazione tra autocontrollo e benessere comporti per lo più l’avvio di comportamenti desiderati, piuttosto che la mera rinuncia dei piaceri momentanei.

Se, dunque, le persone con un alto livello di autocontrollo sono più felici perché si impegnano di più in attività dirette all’obiettivo, la domanda successiva è: come riescono a farlo in un mondo pieno di tentazioni che entrano in conflitto con gli obiettivi a lungo termine?

A ciò va aggiunto che le persone raramente sperimentano il lusso di essere impegnate in un solo obiettivo alla volta e spesso hanno obiettivi multipli che possono entrare in conflitto.

Esiste un ampio corpus della letteratura che dimostra che l’utillizzo di routine aiuti le persone a mettere in atto comportamenti desiderati senza alcun tipo di sforzo. Difatti le abitudini, basandosi sull’automaticità piuttosto che sulla deliberazione, determinano un minor affaticamento e consentono ai soggetti di impiegare le proprie energie sulla messa in atto dei comportamenti adattivi.

Sembra, dunque, che la differenza cruciale tra le persone con alto e basso autocontrollo non risieda in una capacità innata di inibire gli impulsi ma, piuttosto, in alte routine adattive e basse routine disadattive (Mann et al., 2013).

Sulla base di quanto appena esposto, è possibile affermare che l’essere in grado di impegnarsi nel perseguimento di un obiettivo è facilitato dalla messa in atto di abitudini: piuttosto che essere impegnati a sopprimere gli impulsi indesiderati, che prosciugherebbero le risorse di autocontrollo portando al fallimento dell’autocontrollo stesso, un alto autocontrollo è una questione di routine adattive, che a sua volta lascia più spazio al perseguimento di obiettivi e al raggiungimento del benessere.

 

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