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Languishing e Covid-19

Sono trascorsi ormai molti mesi dall’inizio della pandemia di COVID-19, che ha avuto un impatto drammatico sulla società contemporanea e ha cambiato in modo significativo le abitudini di tutti noi. Nonostante si sia assistito ad un incremento della competenza relativa alla gestione della convivenza forzata con il COVID-19 e benché i paesi di tutto il mondo stiano gradualmente provando a riconquistare, mediante le riaperture, la tanto agognata normalità perduta, sembra permanere nella popolazione una sensazione inspiegabile, caratterizzata da un’assenza di benessere, che prende il nome di “languishing” (languore).

Cosa vuol dire Languishing

Languishing è un termine inglese adottato dal sociologo e psicologo Corey Keyes e che in lingua italiana può essere liberamente tradotto come “languire”.

Si configura come uno stato di vuoto e stagnazione, che può caratterizzare alcuni individui. Si colloca a metà tra il benessere e la patologia; non indica, infatti, un disturbo psicologico, ma è tipico di chi mostra bassi livelli di benessere (Keyes, 2002).

Keyes ha avuto la possibilità di constatare in uno studio empirico da lui condotto e che ha coinvolto 3032 adulti, sia uomini sia donne, di età compresa tra i 25 e i 74 anni, come ben il 12,1 % del campione della ricerca presentasse il languishing: si tratta di individui che non manifestavano nessun disagio psichico specifico, ma che, nonostante l’assenza di disturbi, non stavano comunque “fiorendo” e prosperando.

Languishing nell’epoca del COVID-19

Come siamo giunti al languishing?

Prima di “languire”, abbiamo vissuto collettivamente l’angoscia per l’inizio della pandemia, la quale ci ha posti a confronto con varie forme di perdita: perdita di una persona cara, del lavoro, degli amici, dei momenti di svago… Le nostre “vecchie” vite sono state temporaneamente messe a riposo e, mese dopo mese, ci siamo arenati fino a raggiungere una condizione di stallo caratterizzato da indifferenza e rassegnazione, che rappresentano terreno fertile per l’insorgenza del languishing (Pope, 2021).

Lo psicologo statunitense Adam Grant ha identificato il languishing come l’emozione che dominerà in modo prevalente il 2021 (Grant, 2021).

Le sensazioni che stiamo già provando oggi e che probabilmente ci accompagneranno nei mesi seguenti non sono tristezza e assenza di energie, bensì mancanza di gioia e di scopi. Ciò a cui stiamo andando incontro, infatti, non sono né il burnout né la depressione, ma, piuttosto, il languishing. È come, scrive Grant, confondersi tra i giorni, come osservare le nostre vite attraverso un vetro appannato. Non siamo depressi, ma, al tempo stesso, non stiamo funzionando al massimo delle nostre potenzialità. Ciò avviene perché stiamo sperimentando ormai da molti mesi l’assenza di una serie di aspetti positivi: programmazione di obiettivi, raggiungimento di soddisfazioni, socializzazione e interesse per la vita (Keyes, 2002).

Il languishing determina difficoltà di concentrazione e spegne la motivazione e, di conseguenza, influenza negativamente il rendimento scolastico e/o lavorativo e le relazioni sociali.

Nessuno è immune dal “languire”, tuttavia i soggetti che risultano più competenti nella gestione dello stress sono meno inclini ad esso, in quanto si mostrano più resilienti e si lasciano sopraffare meno dagli eventi. Coloro che sono geneticamente predisposti a condizioni psichiatriche o hanno una storia di ansia o depressione hanno, invece, maggiori probabilità di soffrire di languishing rispetto ad altri, così come i soggetti estroversi, che si sentiranno più frustrati a causa della riduzione, determinata dalle restrizioni subentrate all’inizio della pandemia, delle occasioni di socializzazione (Gillespie, 2021).

Languishing: possibili interventi

Il languishing rappresenta un vuoto penetrante nell’anima, difficile da riempire, il che significa che questo stato di stagnazione è in realtà una forma di sofferenza, anche se non lo riconosciamo molto. Ciò che rende subdolo il languishing è che, per chi lo sta vivendo, è difficile identificarlo: spesso non si riesce a individuare questa forma di sofferenza latente e, quindi, si rimane indifferenti, non chiedendo aiuto.

Cosa si può fare quindi?

  • Alcuni consigli (Grant, 2021) per affrontare il senso di vuoto del languishing sono:
  • dare un nome alle sensazioni percepite: aiuta a prendere coscienza del problema e a rendere più chiara una condizione inizialmente ambigua e confusa;
  • ricordarsi che non si è soli: il languishing è uno stato d’animo comune e sono molte le persone in tutto il mondo che stanno provando in questo momento le emozioni ad esso riferite;
  • focalizzarsi su piccoli obiettivi giornalieri: sono un modo per “rinnovare” l’entusiasmo partendo da piccoli passi.

Ma il principale antidoto contro il languishing è il flow, il flusso, ossia quello stato di piacevole abbandono che fa perdere temporaneamente la cognizione del tempo e dello spazio e che si prova quando si viene “assorbiti” da qualcosa. Lasciarsi andare e immergersi nella realizzazione di progetti personali che ci gratificano “accende” la motivazione e contrasta il senso di vuoto, con conseguente innalzamento dei livelli di benessere percepito. Portare a termine un lavoro o dedicarsi ad un hobby sono dei semplici esempi di attività che, coinvolgendo il soggetto, riescono ad allontanarlo dalla negatività (Betti, 2021).

Prospettive per il futuro

Non siamo attualmente in grado di prevedere se il languishing si evolverà con certezza in disturbi depressivi negli anni futuri, anche se una ricerca condotta da Keyes ha mostrato che le persone che hanno maggiori probabilità di sperimentare grandi ansie e depressioni nei prossimi 10 anni sono in realtà quelle che languiscono in questo momento (Keyes, 2010). Quel che è certo è che si tratta di un fenomeno dilagante che non deve essere sottovalutato. Ecco perché è importante non trascurare gli effetti sulla psiche di quella che, ormai è evidente, non è più solo una emergenza sanitaria ma anche psicologica.

Conclude, infatti, Grant: “non depresso non significa non essere in difficoltà. Non essere in burnout non significa essere entusiasti ed eccitati. Riconoscere che molti di noi vivono uno stato di languore è il primo passo per dare voce a questo quieto malessere e illuminare un percorso per uscire dal disagio.

Occorre, pertanto, che i professionisti della salute mentale come psicologi, psichiatri e psicoterapeuti siano pronti ad intervenire sul territorio a supporto di quelle persone che ne hanno più bisogno. La speranza è che “quando torneremo a una certa normalità, le persone potranno rinnovare il loro apprezzamento per la vita, in quanto ha doni sorprendenti che ci permettono di prosperare se siamo disposti a prenderli” (Pope, 2021).

L’incontro con l’altro: capacità di accogliere e sviluppare una relazione di lavoro efficace nel colloquio psicologico

Il colloquio si configura come un incontro in cui il processo di conoscenza dell’altro avviene attraverso la creazione di una relazione. Lo sviluppo di una relazione che sia efficace risulta, per la ricerca, strettamente legato al buon esito di un trattamento. 

 

Il termine colloquio, che deriva dal latino cum loqui, parlare insieme, evidenzia già la natura relazionale di questa pratica. Del colloquio psicologico si può sottolineare l’aspetto di facilitazione della comunicazione, data anche dall’uso di tecniche non direttive da parte del conduttore che possono permettere al soggetto di sentirsi accolto, valorizzato, non sottoposto a giudizio e trattato come persona da un’altra di cui percepisce la disponibilità (Lis, Venuti & De Zorzo, 1995, p. 8).

Il colloquio si configura come un incontro in cui il processo di conoscenza dell’altro avviene attraverso la creazione di una relazione. Lo sviluppo di una relazione che sia efficace risulta, per la ricerca, strettamente legato al buon esito di un trattamento.

Gelso e Carter (1994) definiscono la relazione terapeutica come “l’insieme dei sentimenti e degli atteggiamenti che il terapeuta e il paziente hanno l’uno verso l’altro, e il modo in cui questi vengono espressi” mettendo in luce anche la dinamicità del costrutto. Questa relazione deve avere l’obiettivo di facilitare l’espressione di sé nell’altro, non a caso, solitamente, le persone preferiscono sondare la qualità della relazione terapeutica prima di aprirsi (McWilliams, 2009, p. 6). Tutto ciò deve essere favorito anche dal contesto specifico in cui la relazione avviene; si rivelano importanti i fattori ambientali esterni ai due interagenti e ne consegue che una condizione confusa, ostile, che non garantisce la necessaria riservatezza, potrebbe compromettere il risultato del colloquio, ma non solo, ogni messaggio scambiato tra clinico e paziente entrerà a far parte di un particolare “contesto interpersonale” che influenzerà l’interazione successiva (Baldoni, Baldaro & Ravasini, 1994, p.7).

Imprescindibilmente legato al contesto è il setting, che rappresenta la cornice all’interno di cui avviene l’incontro. Questo è costituito dal set, dalle regole del “contratto professionale” e dalle regole della relazione; dunque, da condizioni materiali (luogo, tempo, modalità di pagamento ecc.), ma anche dall’atteggiamento del professionista che, con la propria presenza, contribuisce a determinare l’intera gestalt dell’ambiente. Ascoltare e dialogare in maniera attiva, valorizzando l’esperienza dell’altro è fondamentale da parte del professionista che, se distratto o superiore, reticente o ambiguo, seduttivo e manipolatorio, potrebbe non agevolare la relazione (Baldoni et al., 1994, p.7-10). Nell’ambito dell’incontro, quindi, è fondamentale che il paziente senta valorizzata la sua narrazione e che vi sia un clima relazionale che autorizzi a esprimere sinceramente aspetti di sé.

Per McWilliams (2009) all’inizio di un percorso è importante che il clinico domandi al potenziale paziente come si sente a parlare con lui in modo da trasmettere l’interesse rispetto a come questo esperisca la relazione. Si palesa la natura collaborativa della terapia e viene dato spazio a movimenti transferali sottostanti non evidenti (p. 29).

Riguardo all’atteggiamento del clinico, le dimensioni dell’ascolto e della sospensione del giudizio risultano fondamentali al fine di basare questa relazione sulla fiducia. È importante che l’ascolto sia attivo e finalizzato alla comprensione dell’altro. Tale modalità si basa sulla capacità empatica e su un’apertura affettiva che permette non solo la sintonizzazione sugli stati emotivi, cognitivi e somatici del soggetto, ma anche la comprensione degli elementi affettivi che circolano all’interno della diade e che riguardano sé e l’altro; spesso la valutazione del proprio affetto permette al professionista di fare inferenze critiche anche sull’altro. Di contro, modalità di ascolto selettivo e passivo si rivelano controproducenti.

Risulta fondamentale saper sostare nella sofferenza dell’altro e accettare la sua diversità in modo che il richiedente possa sperimentare la sensazione di essere accolto nella sua individualità e sentirsi lontano da qualsiasi dimensione di tipo valutativo. L’asimmetria relazionale tra richiedente il colloquio e il professionista non deve richiamare infatti uno squilibrio in termini di potere o di valore, ma solo una diversità strutturale in termini di ruolo: l’uno richiede una prestazione esprimendo in varie modalità una domanda d’aiuto, l’altro ha una funzione di ascolto e favorisce l’emergere di significati. La mal interpretazione di questa asimmetria potrebbe comportare atteggiamenti disfunzionali alla relazione, guidati talvolta da difese narcisistiche del professionista o tendenze idealizzanti da parte del paziente, che, se comprese e contenute, potrebbero comunque essere utili in una prima fase dell’incontro per formare quella che viene definita alleanza terapeutica.

La sospensione del giudizio è un’altra condizione imprescindibile affinché l’altro possa aprirsi, percepire l’accoglienza ed esprimere aspetti di sé, ma configura un’opportunità anche per il professionista poiché permette di ampliare l’esperienza e instaura una dinamica e comprensione reciproca che valorizza al tempo stesso i propri bisogni e quelli dell’altro. Tale sospensione necessita di una certa professionalità da parte del clinico tesa allo sforzo di diventare un contenitore sufficientemente vuoto da poter ascoltare il paziente con mente sgombra e libera, senza fretta di intervenire ed essere in grado di evitare di proiettare in lui cose che “già pensa di sapere”, non aspettandosi che l’altro cambi nella direzione che si desidera. Viene compiuta un’epochè in modo che si configuri un ascolto che Bion definirebbe “senza memoria né desiderio”; questo è un atto etico per eccellenza, poiché consente all’altro di dispiegare la propria soggettività.

Le dimensioni della sospensione del giudizio e dell’ascolto sono inoltre strettamente legate all’analisi della domanda, che si rivela importante nell’ottica di costruzione di un’efficace relazione di lavoro poiché fornisce da subito informazioni essenziali legate alle aspettative, alla motivazione, alla dinamica dell’invio, alla consapevolezza, così come alla capacità relazionale (esplicativa delle dinamiche di alleanza) e alle fantasie. Già dal primo contatto con il paziente, che solitamente avviene in maniera telefonica o telematica, iniziano ad affacciarsi fantasie che riguardano anche il professionista, si può dire che emergano operazioni di pre-controtransfert e pre-transfert.

Il tono globale del transfert del paziente permeerà dal primo colloquio e darà modo di valutare le identificazioni primarie (McWilliams, 2009, p.134). I dati sulle interiorizzazioni hanno implicazioni significative e da subito segnalano all’intervistatore come può entrare in contatto con il paziente.

L’instaurarsi di clima relazionale idoneo allo scambio comunicativo e all’espressione di sé è favorito dalla messa in campo da parte del professionista di una sensibilità e delicatezza volte a instaurare un contatto emotivo. Avverrà così il tentativo di cogliere indicatori verbali e non verbali che possano esprimere gli stati emotivi del paziente in modo da valorizzarli esprimendo accoglienza, ma sarà altresì essenziale che il conduttore si concentri ed elabori anche gli stati emotivi propri. All’affacciarsi di eventuali manifestazioni di disagio o ansia è importante che il conduttore non colluda, ma si dimostri comunque aperto, disponibile ed empatico.

Nella conduzione del colloquio il professionista si sforzerà di fare domande adeguate che possano rafforzare la relazione e che, a seconda della modalità con cui vengono poste, possano offrire un clima di lavoro aperto e sereno, quindi dare la possibilità al cliente di rilassarsi, esprimersi ed eventualmente verbalizzare l’origine della propria ansia immediata, stabilendo un contatto emotivo. Il vissuto di comunicazione reciproca che ne deriva permetterà al paziente di “accettare il dialogo e di sentirsi sempre più a suo agio nel parlare” (Baldoni et al., 1994, p.25).

Le persone hanno bisogno di sentirsi capite, rispecchiate, accettate e convalidate nelle loro esperienze soggettive. McWilliams (2009) traccia alcune linee del modo in cui sarebbe opportuno procedere durante una prima fase di incontro, sottolineando gli sforzi per stabilire un rapporto sicuro, minimizzare l’angoscia, comunicare comprensione, suscitare e valutare le reazioni del paziente nei confronti del professionista, dare speranza e affrontare e chiarire tutti gli aspetti pratici del contratto terapeutico.

Data la rilevanza dello sviluppo di una relazione di lavoro efficace ai fini del trattamento, negli ultimi anni sono state indagate, con i metodi della ricerca empirica e per mezzo di strumenti di valutazione costruiti ad hoc, le dimensioni fondamentali della relazione terapeutica e il loro rapporto con il processo e l’esito delle psicoterapie. Tra queste ricordiamo innanzitutto la già citata alleanza terapeutica, il transfert e il controtransfert, ma a connotare la relazione partecipano anche le caratteristiche del paziente, quelle del terapeuta, i sistemi di attaccamento e i sistemi motivazionali interpersonali (Colli & Lingiardi, 2014, p. 626). La necessità di brevità della trattazione non mi permette di descriverle in maniera esaustiva, ma solo di tracciare alcune linee.

Bordin (1979) dà una definizione panteorica di alleanza terapeutica secondo cui risulta come un fattore comune a tutti i modelli psicoterapeutici a prescindere dal modello operativo e l’orientamento teorico e che consiste nel “reciproco accordo riguardo agli Obiettivi (Goals) del cambiamento e ai Compiti (Task) necessari per raggiungere tali obiettivi, insieme allo stabilirsi di un Legame (Bond) che mantiene la collaborazione tra i partecipanti al lavoro terapeutico” (Bordin, 1979, p.16).

È importante cogliere la natura dinamica dell’alleanza, un qualcosa di co-costruito e suscettibile di cambiamento, negoziato anche attraverso momenti di tensione, rotture e riparazioni che risultano fisiologiche e diventano a loro volta “finestre relazionali”. La mutevolezza delle qualità dell’alleanza è considerata oggi il fulcro del lavoro terapeutico, le mancate sintonizzazioni o le rotture assumono una connotazione relazionale e diventano uno strumento prezioso per promuovere il cambiamento (Colli & Lingiardi, 2014, p. 629). La rottura può così essere un punto di partenza potenzialmente trasformativo, da riconoscere e gestire adeguatamente; il terapeuta deve essere in grado di cogliere feedback diretti e indiretti dei pazienti per poi agire favorendo la relazione.

Ackerman e Hilsenroth (2001;2003) hanno proposto nelle loro ricerche una serie di fattori in grado di favorire o inibire l’alleanza. Tra i tanti fattori predisponenti si trovano anche la capacità di assumere un ruolo collaborativo, la tendenza a favorire l’espressione di emozioni in un’atmosfera di sostegno e la capacità di esplorare temi interpersonali, mentre giocano un ruolo negativo lo scarso coinvolgimento emotivo, la tendenza a criticare e l’autoreferenzialità del conduttore.

Altri studi hanno individuato ulteriori variabili: Norcross (2011) evidenzia lo stile di attaccamento del terapeuta come fattore capace di influenzare l’alleanza terapeutica e, di riflesso, l’outcome del lavoro clinico. Ma la relazione stessa che si presenta nel colloquio clinico potrebbe configurarsi come un legame di attaccamento; questa condizione potrebbe essere utile in quanto permetterebbe potenziali esperienze relazionali correttive volte a risolvere relazioni esterne disfunzionali. Va da sé che i pattern relazionali dei soggetti, le loro relazioni oggettuali interiorizzate, influenzano la relazione clinica e si configurano tramite l’esperienza transferale del paziente e contro-transferale del clinico.

In conclusione, possiamo dire che il colloquio si fonda sulla relazione e che questa funga da “termometro” del colloquio stesso; la sua efficacia risulta fondamentale nell’ottica della cura e dell’esplorazione. A questo fine il professionista dovrà essere in grado di orientare il setting, gli obiettivi e le tecniche di colloquio, in modo da favorire un clima relazionale che permetta uno scambio comunicativo fluido, in cui il paziente viene messo nelle condizioni di percepire un’accoglienza priva di valutazione, e da poter organizzare liberamente il modo di relazionarsi ed esprimere il proprio Sé. Lo scopo deve rimanere sempre quello di “costruire, innanzitutto, un ‘canale’ di comunicazione entro il quale dovrà poi essere fatta fluire la maggior quantità (e la miglior qualità) di contenuti informativi che, infine, potranno essere trattati in qualche modo, per essere riproposti, così mutati, al paziente o semplicemente memorizzati dall’operatore” (Del Corno, 2014, p.221).

 

Il piccolo paranoico (2020) di Bernardo Paoli – Recensione del libro

Nel libro Il piccolo paranoico, Filippo sarà invitato a lavorare sulle sue pene d’amore, a liberarsi dalla rabbia, confermare o disconfermare le credenze circa un mondo che cospira contro di lui, a trasformare le lamentele in desideri ed i desideri in obiettivi.

 

Tra le ultime pubblicazioni di Bernardo Paoli, psicologo e psicoterapeuta, ipnotista, coach, formatore e scrittore, troviamo Il piccolo paranoico, una simpatica ed interessante raccolta dei dialoghi terapeutici dello stesso autore del libro con Filippo, un paziente alle prese con le sue ansie, rabbie e “paranoie” che decide finalmente di voler risolvere muovendo una richiesta di aiuto.

Accompagnato anche da piacevoli illustrazioni e vignette ispirate al “Piccolo principe” di Saint-Exupéry, le stesse le troviamo ad apertura di ogni singolo capitolo che raccoglie il dialogo tra paziente e terapeuta, tema del giorno, relative prescrizioni e compiti per casa e obiettivi raggiunti di volta in volta.

Il piccolo paranoico 2020 di Bernardo Paoli Recensione del libro Imm 1

Capitolo 7 – Il piccolo paranoico

Scorrevole e leggero, il libro consente al lettore di assaporare le capacità dell’autore di padroneggiare uno stile di comunicazione efficace, suggestiva, evocativa, attraverso ad esempio il ricorso alle metafore, similitudini, aforismi calzanti all’argomento trattato, in modo di riuscire a far breccia nel cuore e all’attenzione di Filippo.

Filippo sarà invitato a lavorare sulle sue pene d’amore, a liberarsi dalla rabbia, confermare o disconfermare le credenze circa un mondo che cospira contro di lui, a trasformare le lamentele in desideri ed i desideri in obiettivi con una serie di compiti che di volta in volta gli verranno assegnati, consentendo allo stesso di fare nuove scoperte…

Scoprire ad esempio che forse il mondo può anche cospirare per il suo bene, che la rabbia offre sempre tre segnali. Il primo: se ti arrabbi è perché quella questione per te è molto importante. Il secondo segnale è: devi compiere un’azione. E il terzo: mai però la prima che ti è venuta in mente.

La rabbia infatti, ricorda Bernardo Paoli, è un’ottima motivatrice ma una pessima consigliera.

Scoprirà il dono della gratitudine e della valorizzazione totale, specie dei suoi legami familiari, come sia più utile e vincente assumersi la responsabilità delle proprie scelte, non ricorrendo all’auto -giustificazione, auto- protezione, che la gelosia, come lui stesso ricorderà in seduta, è una paranoia travestita d’amore…

Il piccolo paranoico 2020 di Bernardo Paoli Recensione del libro Imm 2

Capitolo 9 – Il piccolo paranoico

Ed ancora faremo insieme a Filippo una seduta con il ricorso all’ipnosi ed accompagneremo lo stesso lungo il suo breve ma intenso percorso di cambiamento.

Ed infine, a chiusura del libro, anche lui ci omaggerà di un aforisma: quando fai fatica a ricevere, è perché fai fatica a dare.

Un bel libro dunque che ritengo possa essere interessante e rivolto all’ampio pubblico e che riesce a mantenere ricchezza di contenuti facendo ricorso ad uno stile semplice.

 

Recharge in nature, recuperare il rapporto con la natura

Le evidenze scientifiche sull’impatto positivo della natura sull’uomo sono numerose, ed il progetto Recharge in Nature si è concentrato su alcune di esse.

Alberto Fistarollo – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Recharge in Nature, il progetto

Recharge in Nature è un’iniziativa di Dolomites Maadness, un progetto di marketing con obiettivo di sviluppo locale e valorizzazione del territorio del Medio Alto Agordino finanziato dal Fondo Comuni Confinanti (Rocca Pietore, Alleghe, Colle Santa Lucia, Livinallongo del Col di Lana, Arabba, Cencenighe, San Tomaso Agordino, Taibon Agordino). Un modo per aiutare questi luoghi, duramente colpiti dalla tempesta Vaia dell’ottobre 2018, ad avere visibilità e ripartire, anche turisticamente.

Il progetto ha così ideato un concorso, nel quale dieci persone selezionate avrebbero vinto un soggiorno gratuito di 5 giorni (dal 13 al 17 settembre) nel Rifugio Falier di Val Ombretta, nel Comune di Rocca Pietore. Il risultato dell’iniziativa è andato oltre ogni aspettativa, superando le 19.000 iscrizioni da tutto il mondo.

Un’unica regola durante il soggiorno: l’impossibilità di utilizzare smartphone, computer, tablet. Una disconnessione totale dalla vita virtuale.

L’idea complessiva, al di là del piano di marketing, contiene anche un importante messaggio sociale: stando nella natura è possibile imparare a disconnettersi, rilassarsi, riprendere il controllo sulla tecnologia e utilizzarla con maggior consapevolezza. Un ritorno alla semplicità, fatta di ritmi più umani e relazioni reali; questo l’aspetto psico-sociale che ha permesso la mia partecipazione al progetto come psicologo.

Il rapporto uomo-natura

Il mio primo passo all’interno del progetto è stato quello di approfondire gli effetti della natura sull’uomo, in maniera da poter ispirarmi ai risultati di alcune ricerche per ottimizzare l’effetto del soggiorno sui partecipanti.

Il tema è attualmente molto vivace, anche in virtù del dibattito sulle questioni ambientalistiche, l’inquinamento e il riscaldamento globale; oltre alle discussioni sull’impatto dell’uomo sulla natura, recentemente viene molto indagato anche l’impatto della natura sull’uomo, principalmente in relazione allo stress.

L’argomento è particolarmente attuale nelle società caratterizzate da ambienti artificiali, ritmi frenetici, tendenza alla prestazione e alla produttività, pressioni sociali, uso sfrenato della tecnologia. Se un tempo si parlava comunemente di “esaurimento nervoso”, oggi la parola passepartout è stress.

Il termine viene comunemente utilizzato in modo da indurre a fraintendimenti: si usa affermare “il lavoro mi stressa”, “il traffico è stressante”, “il capo mi stressa”, come se lo stress fosse esclusivamente un fattore esterno di fronte al quale la persona è passiva. In realtà, i fattori esterni citati rappresentano stressors, ovvero potenziali fattori di stress, ai quali la persona però ha una capacità di reagire in maniera più o meno funzionale (da qui i concetti di eustress e distress); infatti Hans Seyle, il primo studioso che si occupò approfonditamente di stress nel lontano 1936, definì lo stress come una “Sindrome Generale di Adattamento”.

Lo stress dunque non è qualcosa di oggettivo e immodificabile, ma rappresenta la modalità individuale di reagire alle richieste ambientali. In sostanza, siamo soggetti attivi nella percezione dello stress e ciò significa che possiamo imparare a reagirvi in maniera più funzionale.

Un fattore importante dello stress odierno, che i nostri dieci partecipanti hanno riportato come il principale, è l’iperconnessione, la perenne presenza della vita online.

Mail, notifiche, chat, telefonate, è come se una parte di noi fosse continuamente in allerta ad attendere stimoli provenienti da… altrove. Il meccanismo di ricompensa legato alle notifiche, in particolare il rinforzo intermittente, crea di fatto un condizionamento molto potente che impedisce di concentrarsi su un’unica attività ignorando l’impulso a dare un’occhiata allo smartphone. Vita reale e vita online scorrono così in parallelo, rendendo davvero complesso stabilire delle priorità per la nostra attenzione.

Tutto ciò affatica il nostro cervello, comporta continue distrazioni e sottrae tempo e attenzione per il qui e ora. Ne risentono così le nostre relazioni, la qualità del sonno, l’efficacia sul lavoro, l’apprendimento, l’umore e la salute complessiva (per una rassegna sul tema si veda il riferimento Goleman, 2013).

Tali concetti sono risultati rilevanti per i partecipanti a RIN poiché uno degli obiettivi, oltre al rilassarsi e disconnettersi, era che riuscissero ad acquisire degli strumenti che li rendessero maggiormente resilienti rispetto allo stress della vita quotidiana.

Ad un livello puramente intuitivo, la natura viene considerata una sorta di antidoto nei confronti dello stress. E’ infatti esperienza comune che uscire dalle città per immergersi nel verde faccia sentire meglio; più rilassati, più calmi e di buon umore. Non è un caso che in vacanza si vada perlopiù in luoghi meno trasformati dall’uomo, che abbiano la natura come soggetto principale: mare, montagna, colline, lago e altri paesaggi naturali. Vari fattori contribuiscono a rendere l’ambiente naturale favorevole al benessere: il clima, il silenzio, i colori. Stando nella natura ci si rilassa, e pure la mente sembra farsi meno affollata. Effettivamente, molti personaggi illustri del passato (come Socrate, Kant, Rousseau, Ghoethe, Kafka) sottolineavano l’effetto benefico sulla mente del semplice passeggiare in mezzo alla natura, come se il verde avesse una sorta di potere calmante e chiarificatore sui nostri processi mentali.

Eppure, nonostante una certa consapevolezza di tali effetti, secondo un interessante ricerca dell’E.P.A. -Environmental Protection Agency- il tempo che trascorriamo all’aperto nel mondo occidentale rappresenta solamente il 5% delle nostre giornate (Environmental Protection Agency, 2011); una percentuale inferiore rispetto al tempo che un capodoglio passa in superficie per respirare!

Inoltre, uno studio ha stimato che le persone trascorrono circa il 25% di tempo in meno nella natura rispetto a vent’anni fa (Pergams & Zaradic, 2007).

Se stare nella natura comporta realmente dei benefici, è evidente che questo stile di vita impatta sulla nostra salute psico-fisica. In sostanza, la natura ci manca! Quest’ultima constatazione, che potrebbe apparire semplicistica, in realtà viene confermata da diverse ricerche che si sono occupate di indagare lo stato di salute psicofisica di chi vive in ambienti naturali e chi invece in grandi metropoli.

Le evidenze scientifiche sull’impatto positivo della natura sull’uomo sono davvero numerose, tra cui le più aderenti al progetto Recharge in Nature sono le seguenti:

  • Basta un breve periodo passato tra i boschi per sentirsi “ricaricati”. Stare nella natura aumenta la voglia di fare e fa sentire più attivi, come se ricaricasse rapidamente la nostra riserva di energia (Ryan et al., 2010). Questa ricerca (Ryan et al., 2010) in particolare, condotta su un campione di 498 soggetti, ha mostrato che coloro che avevano praticato Shinrin-yoku (in sostanza, un “bagno nella foresta”) percepivano ridotti i livelli di ansia e depressione e sperimentavano un maggior senso di vitalità rispetto ai soggetti del gruppo di controllo.
  • La natura consente di incrementare la creatività e la capacità di problem solving (Atchley et al. 2012). Lo studio ha mostrato che quattro giorni di totale immersione nella natura e di completa assenza di tecnologia hanno incrementato la creatività e l’abilità di risolvere problemi dei partecipanti fino al 50%.
  • Riduce lo stress (Morita et. Al, 2006) e funge da fattore protettivo rispetto a eventi stressanti (Van de Berg, 2010).
  • Favorisce la capacità di memorizzare (Berman, Jonides & Kaplan, 2008).

Ai partecipanti dello studio sopracitato veniva inizialmente chiesto di ripetere in ordine inverso alcune sequenze di numeri (digit span backward). Dopo questo compito, i partecipanti uscivano per fare una passeggiata: un gruppo camminava in un bosco, mentre il gruppo di controllo in città. Una volta ritornati, ripetevano il test di memoria precedentemente eseguito. I risultati hanno dimostrato che la capacità di rievocare le cifre era aumentata del 20% per il gruppo che aveva camminato nel bosco, mentre non hanno evidenziato cambiamenti significativi per il gruppo di controllo.

  • Promuove benessere personale, felicità e tendenza prosociale (Passmore & Holder, 2017). Lo studio ha esaminato gli effetti di una sperimentazione di due settimane, in cui 395 studenti universitari erano assegnati casualmente a tre condizioni: ambiente naturale, ambiente artificiale o gruppo di controllo. Ai partecipanti veniva chiesto di prestare attenzione a come la natura o gli oggetti costruiti dall’uomo, a seconda dell’assegnazione, li facessero sentire in termini emotivi.
    I risultati hanno dimostrato che il gruppo sperimentale, che prestava attenzione a elementi naturali, manifestava un livello significativamente incrementato di benessere generale, connessione con gli altri, verso la natura e una maggiore tendenza prosociale.
  • Fare attività nel verde incrementa l’autostima (Barton & Pretty, 2010). Una revisione ha analizzato i dati di 1.252 soggetti che hanno partecipato a dieci studi differenti. La review ha rilevato che anche solo 5 minuti quotidiani di esercizio nella natura sono sufficienti per notare un incremento del livello di autostima.
  • Vedere attorno a sé immagini naturali promuove le connessioni neurali e infonde uno stato di tranquillità (Hunter et al., 2010). Pare che il semplice fatto di osservare immagini naturalistiche permetta a differenti aree del cervello di lavorare in maggior sincronia, a differenza di quanto accade osservando paesaggi artificiali.
  • Stare nella natura promuove una miglior salute mentale complessiva (Alcock et al, 2014) (Kuhn, S.,2017).
  • Vivere in un ambiente naturale migliora la qualità del sonno (Johnson et al., 2018) (Grigsby-Toussaint et al., 2015).
  • Riduce gli stati ansiosi, depressivi e la ruminazione mentale (Bratman et al., 2015), (Collingwood, 2018).
  • Promuove la salute cardiovascolare (Lee et al., 2013) e riduce il rischio di ipertensione (Shanahan et al., 2016).
  • Riduce il mind wandering, incrementando il controllo attentivo e la creatività (Williams et al., 2018).
  • Riduce l’impulsività (Repke et al., 2018).
  • Chi vive in aree verdi gode complessivamente di una miglior salute psico-fisica (Health council of the Netherlands, Nature and the Environment Nature and health, 2004), (Maas et al., Green, 2006), (Maas et al., 2009), (Maller, et al., 2002), (Ulrich, 1984), (De Vries, Verheij & Groenewegen, 2003), (Verheij, 1996).

Recharge in Nature: il ruolo dello psicologo

Gli obiettivi principali della mia presenza in qualità di psicologo nel team sono stati:

  • Contribuire alla realizzazione e organizzazione del progetto, anche tramite la ricerca bibliografia sui benefici psicologici dello stare in natura.
  • Monitorare i livelli di stress e presenza mentale pre/post esperienza.  Per effettuare le rilevazioni sono stati utilizzati due strumenti: il SOS (Stress Overload Scale, J. H. Amirkhan 2012) per conoscere il livello di carico percepito (event load) e i fattori personali di vulnerabilità allo stress (personal vulnerability) e il FFMQ (Five Facet Mindfulness Questionnaire, Baer et al., 2006) per conoscere il livello di mindfulness dei partecipanti, inteso nelle cinque componenti: osservazione, descrizione, consapevolezza, non-giudizio e non-reattività.
  • Presenziare durante l’intero soggiorno, proponendo delle attività ai partecipanti e osservando le dinamiche del gruppo.

Una delle finalità dell’esperienza era quella di disconnettersi dalla vita online e provare per cinque giorni a portare la propria attenzione nel momento presente, incrementando la consapevolezza sensoriale e imparando a stare semplicemente con ciò che era presente.

Le attività psicologiche proposte hanno riguardato principalmente una pratica di mindfulness (come meditazione sul respiro, body scan, pratica dell’uva passa), utili a mantenere l’attenzione nel qui e ora e dare ai partecipanti degli strumenti per gestire lo stress.

I partecipanti inoltre redigevano ogni sera il loro personale Diario della Gratitudine in cui indicavano tre momenti vissuti durante la giornata che avevano particolarmente apprezzato e per i quali potevano definirsi grati (un esercizio ripreso da diversi autori in ambito self-compassion e psicologia positiva; un esempio in Emmons & Stern, 2013).

Altre attività proposte durante il soggiorno sono state yoga, stone balancing, shrinin-yoku, escursioni e altre attività sempre volte a ripristinare l’attenzione nel qui e ora, riscoprire la valenza dei sensi, del movimento e delle relazioni vis-a-vis.

Risultati dell’esperienza Recharge In Nature

Nonostante le evidenti limitazioni sul piano empirico-sperimentale, si presenta in tale paragrafo uno studio pilota per verificare l’effetto dell’esperienza complessiva Recharge in Nature.

Ovviamente il progetto non aveva le caratteristiche per essere considerato rilevante sul piano scientifico, principalmente per l’impossibilità di isolare le variabili (a cosa è davvero attribuibile l’effetto? Il contesto? le relazioni? le attività svolte ecc..?), per l’assenza di un gruppo di controllo e altre limitazioni.

Inoltre, la lingua parlata dal gruppo era l’inglese (anche ai partecipanti italiani era stato richiesto una buona competenza in merito), pertanto sono stati utilizzati i test validati in versione inglese. I risultati dunque vanno interpretati con estrema cautela e sono da considerarsi principalmente come spunto di riflessione e non come evidenze scientifiche.

La rilevazione dello stress, percepito nell’ultima settimana di lavoro, è stata eseguita mendiante la Stress Overload Scale (Amirkan, 2011), che si compone di 30 item pertinenti a 3 cluster: 1) Event Load (carico percepito) fa riferimento alla percezione di essere sopraffatti dai propri impegni 2) Personal Vulnerability (fattori personali di vulnerabilità) si riferisce alla valutazione di non essere competenti nella gestione dei propri impegni. Infine, sono stati inseriti alcuni item di riempimento (filler) a valenza positiva, per interrompere la sequenza di item negativi ed evitare risposte automatiche; queste affermazioni si riferiscono a caratteristiche di personalità che il soggetto è chiamato ad autovalutare.

Il confronto fra i punteggi riguardanti lo stress dei partecipanti prima e dopo RIN è stato effettuato mediante un test non parametrico (test di Wilcoxon), in considerazione delle caratteristiche del campione (distribution-free e ridotta numerosità). Si è verificata, dunque, l’ipotesi che le due misurazioni fossero statisticamente differenti assumendo una probabilità di errore inferiore a .05.

Per ciascuna delle tre classi di item (curiosamente anche per il filler, a indicare che anche la percezione personale complessiva è migliorata durante il soggiorno) è stata rilevata una differenza significativa nelle due somministrazioni con valori di significatività inferiori a p .05. Infatti, per la categoria “event load”, p è .005; per la “personal vulnerability” p è .006 e anche per gli item di Filler è stata evidenziata una differenza significativa con p .006.

In conclusione, l’esperienza ha prodotto una significativa riduzione del carico di stress esperito dai partecipanti, in termini di percezione del carico degli eventi stressanti e di valutazione delle proprie incapacità di fronteggiarli. Quello che emerge è un incremento nell’autovalutazione delle abilità di coping e un decremento della sensazione di essere sopraffatti dagli stressors.

Per quanto riguarda il questionario FFMQ(Five Facet Mindfulness Questionnaire, Baer et al., 2006), è stato utilizzato il t di Student poiché è il test che solitamente si applica per verificare l’effetto sul gruppo pre-post nei percorsi di mindfulness.

Il gruppo ha visto un incremento davvero notevole, mai notato da noi in altre esperienze, su tutte le cinque componenti (observing, describing, acting with awareness, non-judging of inner experience, and non-reactivity to inner experience) con una significatività davvero molto elevata (p .00001) ed effetto sul gruppo “huge” secondo il D di Cohen (1,6397).

A livello puramente qualitativo, al termine dell’esperienza i partecipanti hanno dichiarato di sentirsi maggiormente rilassati, concentrati e focalizzati su quanto li circondasse. Se prima la loro attenzione tendeva spesso ad andare alla componente online (social network e chat, principalmente) con immediato ricorso allo smartphone, successivamente il contenuto dei loro pensieri era più contestualizzato nel qui e ora.

L’aspetto maggiormente apprezzato dai partecipanti è stata la componente sociale dell’esperienza: il fatto di passare molto tempo assieme, senza distrazioni, ha concesso loro di beneficiare pienamente delle relazioni, parlare guardandosi negli occhi, potersi conoscere, esprimere pensieri ed emozioni in diretta.

Da un insieme di persone sconosciute e provenienti da tutto il mondo, si è rapidamente creato un gruppo coeso e desideroso di mettere in discussione importanti temi di vita, chiacchierare e confrontarsi fino a tarda sera.

Concludendo, ecco le parole di una delle partecipanti che ha brevemente raccontato l’esperienza RIN nel suo blog:

Per 5 giorni ci siamo isolati dal mondo ma ci siamo connessi con la natura, con noi stessi e tra di noi (…). Con quella semplicità e leggerezza che tanto mi mancavano. Adolescenti degli anni ’90, che trascorrevano il tempo a conoscersi, giocare, ridere, piangere, abbracciarsi, brindare ai nostri desideri. (…).

Non abbiamo mai affrontato veramente il tema “cellulare”. Non eravamo lì per “disintossicarci dallo smartphone”, noi avevamo bisogno di riconnetterci con noi stessi. Con il presente. Con le vite che ci passano accanto e che spesso nemmeno notiamo. (…).

Ed ecco cosa mi è rimasta di questa esperienza. Mi è rimasta un’attenzione maggiore del qui ed ora, un amore per me stessa e la mia vita che avevo perso. Accendo il telefono più tardi la mattina, non ho più la necessità di condividere tutto quello che faccio perché preferisco viverlo, assaporarlo. Mi sento forte.

 

Viola che stava sulla montagna. Guai in casa e una casa per aggiustare i guai – Recensione

Uno dei temi affrontati in Viola che stava sulla montagna è come i bambini siano interlocutori sensibili e attenti che recepiscono tutto quello che succede e per questo con loro si può e si deve parlare in modo veritiero.

 

Roberta Balsamo e Flavia Sottoriva, psicologhe e psicoterapeute sistemico-relazionali, scrivono questa favola in seguito alla loro esperienza decennale nell’ambito della tutela del minore a “La Casa di Elena”, una comunità che accoglie mamme con bambini quando non sono garantiti, per questi ultimi, adeguati livelli di cura e protezione.

La storia, illustrata da Samira Parasole, racconta la vicenda di Viola, una bambina coraggiosa, che un giorno chiede aiuto alla luna per capire come mai sotto la sua casa fosse cresciuta pian piano una montagna che aveva allontanato lei e la sua famiglia dal resto del mondo senza che nessuno se ne accorgesse, né i suoi genitori, né i vicini. La bambina, scavando alla ricerca di una spiegazione, capisce che là sotto sono racchiuse tutte le fatiche vissute dalla famiglia che sono cresciute negli anni allontanandoli sempre di più da tutti.

Attraverso questa favola le autrici espongono alcuni elementi chiave di questi vissuti così difficili, sempre ponendo il minore come figura centrale e privilegiata.

Esse sottolineano innanzitutto che, nonostante spesso gli adulti pensino il contrario, i bambini sono interlocutori sensibili e attenti che recepiscono tutto quello che succede. Per questo con loro si può e si deve parlare in modo veritiero, così da favorire l’instaurarsi di un legame di fiducia con le figure che li affiancano. Rendere il bambino protagonista consapevole di ciò che accade intorno a lui, inoltre, gli consente di superare la passività di chi non comprende e pertanto rimane fermo ad aspettare cambiamenti che solo gli adulti possono promuovere al suo posto.

È importante poi che i più piccoli siano protetti dalla fonte di potenziale pericolo: quando l’allontanamento non rende possibile il mantenimento del legame con la madre o con le figure di attaccamento significative, devono essere sostenuti da altri caregiver nelle attività formative e ricreative, dentro e fuori il contesto scolastico. Gli operatori devono essere in grado di assumere un atteggiamento empatico non giudicante e colpevolizzante nei confronti degli adulti coinvolti, per cercare di promuovere una genitorialità consapevole e responsabile. Questo arduo risultato è possibile solo grazie ad un lavoro d’equipe che segua le diverse fasi della presa in carico.

Il libro, corredato di schede che ne facilitino la comprensione e l’elaborazione, ha l’intento di aiutare i bambini che si trovano nella difficilissima fase di allontanamento dalla propria famiglia a scopo di tutela. La storia di Viola è, quindi, pensata per essere letta assieme al bambino in modo che l’adulto lo guidi tenendo conto del suo vissuto, lasciando tempi e spazi affinchè egli possa esprimersi. Può inoltre essere un utile strumento sia per i genitori che possono essere facilitati nel condividere l’esperienza terapeutica con il figlio, sia per gli operatori che si occupano di minori e delle loro famiglie.

Emicrania: come dolore e umore influenzano il benessere sessuale nelle donne

Emicrania e cefalea di tipo tensivo costituiscono le forme più comuni di cefalee primarie e sono molto frequenti nella popolazione femminile.

 

La prevalenza dell’emicrania è simile sia nelle ragazze che nei ragazzi in età prepuberale ma, a partire dalla pubertà, le prime tendono a soffrire di emicrania due volte più spesso, raggiungendo un picco di prevalenza attorno ai 30-40 anni. Le donne hanno cefalee più lunghe e più intense, mostrano una maggiore ipersensibilità sensoriale complessiva, subiscono un numero di attacchi mensili maggiore rispetto agli uomini della stessa età e, circa il doppio rispetto agli uomini, progredisce verso una forma cronica di cefalea con più di 15 mal di testa al mese (Finocchi & Strada, 2014; Wilcox et al., 2018).

La malattia cronica e il dolore cronico possono avere profondi effetti negativi sulla relazione e sulla soddisfazione sessuale sia dei pazienti che dei partner (Ifergane et al, 2008). La percezione del disagio sessuale diventa una delle componenti rilevanti ed è descritta come quell’insieme di emozioni negative (inadeguatezza, senso di colpa, preoccupazione, stress, rabbia e imbarazzo) che coinvolgono la vita sessuale della persona e la influenzano negativamente concorrendo alla disfunzione.

La disfunzione si presenta come un problema multicausale e multidimensionale che include diversi fattori e coinvolge desiderio sessuale, eccitazione genitale, orgasmo e cambiamenti della soglia del dolore (McCabe et al., 2016). Relativamente a quest’ultimo, il dolore ricorrente può essere caratterizzato da un’elevata paura e dall’evitamento di comportamenti che, per chi soffre del disturbo, potrebbero condurre all’esordio o alla perpetuazione della cefalea. Questo processo disadattivo potrebbe promuovere la problematica ed essere la ragione alla base della maggiore paura del rapporto sessuale per i pazienti con emicrania. Il talamo e l’ipotalamo sono le strutture che hanno un ruolo importante nella modulazione della sensazione di dolore veicolata attraverso il sistema trigeminovascolare (vie trigeminali) e le stesse strutture hanno un ruolo importante per le attività sessuali e gli ormoni (Rossi & Recober, 2015).

È nota la presenza di diverse alterazioni legate alla disfunzione sessuale nelle pazienti con cefalea ma è possibile che non siano il risultato diretto della patologia, piuttosto possono essere moderate da altri fattori. I disturbi dell’umore, tra cui ansia e depressione sono comuni in soggetti con cefalea ed in particolar modo quest’ultima, concorre ad influenzare le funzioni sessuali e generali (Antonaci et al., 2011)

Recenti ricerche hanno studiato la correlazione diretta tra desiderio sessuale e depressione/ansia nelle donne affette da cefalea mostrando, però, risultati discordanti. Una ricerca italiana, condotta da Nappi e collaboratori (Nappi et al., 2012), ha portato avanti uno studio pilota osservazionale volto a valutare la relazione tra desiderio sessuale e sexual distress in 100 donne trattate per emicrania.

Per la valutazione della disfunzione sessuale e del sexual distress sono stati utilizzati il Female Sexual Function Index (FSFI) e il Female Sexual Distress Scale-Revised (FSDS-R); per la valutazione della sintomatologia ansioso/depressiva sono stati somministrati, invece, i questionari self-report Stai Y-1 e Y-2 (State Trait Anxiety Inventory) e BDI-II (Beck Depression Inventory).

Analizzando i dati è emerso che nel FSDS-R solo 29 donne hanno totalizzato punteggi che indicano presenza di sexual distress, l’ansia di stato e di tratto era presente in tutto il campione studiato e la depressione era riscontrabile in 43 donne su 100. Sebbene all’interno dello studio non sia emerso un legame tra sexual distress e disfunzione sessuale, è stato rilevato, invece, un alto tasso di comorbilità con disturbi dell’umore di cui l’ansia per il 100% e la depressione per il 43%; inoltre la depressione era direttamente correlata con il sexual distress solamente nel campione di donne affette da cefalea di tipo tensivo cronica.

Questa ricerca apre le porte ad una discussione più ampia sulla relazione tra cefalea e disfunzione sessuale: sono i disturbi dell’umore associati a cefalea a provocare problematiche all’interno della sfera sessuale o, al contrario, sono proprio queste a causare l’insorgenza di disturbi dell’umore?

Una review non troppo recente, datata 2012 e condotta da Atlantis e Sullivan (Atlantis & Sullivan, 2012) ci mostra che esiste una reale associazione bidirezionale tra depressione e disfunzione sessuale. Nello specifico le persone affette da depressione presentano un rischio di sviluppare una disfunzione sessuale che va dal 50% al 70%, mentre persone con disfunzione sessuale hanno un rischio che va dal 130% al 210% di sviluppare depressione.

Ad oggi, i dati in letteratura sugli effetti della cefalea sul funzionamento sessuale sono ancora limitati, conflittuali e, per questo, si rendono necessari ulteriori studi nell’ambito.

 

Giocare a videogiochi violenti può influenzare la tolleranza al dolore e ridurre la paura verso la morte?

Se l’esposizione ripetuta a stimoli che generano paura porta assuefazione ed una maggiore capacità di attuare tentativi di suicidio; allo stesso modo, l’esposizione ripetuta a videogiochi violenti, aumenta la desensibilizzazione sottostante, e quindi il comportamento aggressivo autodiretto.

 

Secondo la teoria interpersonale-psicologica del suicidio (IPTS; Joiner, 2005), il desiderio di morire può sfociare in comportamento suicidario se sono presenti un’elevata tolleranza al dolore accompagnata ad una bassa di paura della morte. Queste due dimensioni formano la cosiddetta capacità acquisita per il suicidio; che può essere favorita non solo da comportamenti suicidari ripetuti, bensì mediante l’esperire sensazioni dolorose (ad es. farsi un tatuaggio, assistere ad abusi – Joiner, 2005; Van Orden et al., 2010).

Secondo la teoria dei processi opponenti (Solomon, 1980), ogni sensazione che allontana l’individuo dell’equilibrio omeostatico, comprende un processo primario, seguito da un processo a valenza opposta (Leknes et al., 2008), che viene elicitato dall’esposizione ripetuta all’evento e con l’instaurarsi dell’abitudine.

Questa teoria spiega l’insorgenza della piacevolezza e la diminuzione del dolore in seguito ad una stimolazione di calore dolorosa (Leknes et al., 2008), oppure maggiore tolleranza al dolore ed assuefazione, dopo un tentativo di suicidio (Orbach et al., 1996, 1997).

Dunque, esperire eventi dolorosi ripetuti aumenta la tolleranza al dolore, coinvolgendo processi di assuefazione e l’insorgenza di una risposta opposta a quella originaria, che poteva essere di paura o dolore.

La letteratura ha individuato una capacità acquisita per il suicidio maggiore tra i personale militare, che correlava con la quantità di esperienze di combattimento avverse esperite (lesioni, morte e violenza; (Bryan et al., 2010; Bryan & Cukrowicz, 2011). Similmente, i videogiochi d’azione violenti, si associano ad un potenziamento dell’aggressività sia a livello comportamentale che degli affetti, oltre che cognizioni aggressive, comportamento pro sociale ridotto (Anderson et al., 2004; Bushman & Anderson, 2002) e maggiori comportamenti criminali e violenti (DeLisi et al., 2013).

Se l’esposizione ripetuta a stimoli che generano paura porta assuefazione ed una maggiore capacità di attuare tentativi di suicidio (Van Orden et al., 2010); allo stesso modo, l’esposizione ripetuta a videogiochi violenti, aumenta la desensibilizzazione sottostante, e quindi il comportamento aggressivo autodiretto (Anderson et al., 2010; Dewall et al., 2011).

Secondo evidenze recenti, singoli periodi di videogiochi violenti aumentano la tolleranza al dolore (Teismann et al., 2014). Tuttavia, non è noto se i giocatori abituali, rispetto ai non giocatori, mostrano maggiore capacità acquisita (in termini di bassa sensibilità al dolore, alta tolleranza dello stesso ed assenza di paura verso la morte).

Lo studio trasversale di Förtsch et al. (2021), ha confrontato tra loro un gruppo giocatori abituali di videogiochi violenti ed uno che non giocava; per indagare se i primi avessero una maggiore assenza di paura verso la morte, minore percezione del dolore e tolleranza al dolore più alta.

Dopo un test che induceva dolore termico mediante l’immersione della mano in acqua ghiacciata (Chen et al., 1989; Teismann et al., 2014), è stata esaminata l’insorgenza di processi opponenti tra i giocatori abituali, ovvero una riduzione della spiacevolezza dello stimolo ed una maggiore positività dell’umore.

I giocatori abituali di videogiochi violenti, avevano riportato maggiore assenza di paura verso la morte e una ridotta sensibilità al dolore, valutata con la stimolazione dolorifica.

Inoltre, rispetto ai non giocatori, riportavano globalmente punteggi maggiori nella capacità acquisita per il suicidio.

Nella presente indagine, la frequenza di gioco riveste un ruolo rilevante, poiché, coerentemente con Gauthier et al. (2014), coloro che giocavano 11,4 ore a settimana avevano riportato maggiori punteggi sulle dimensioni esaminate.

Nel dettaglio, i giocatori abituali riportavano maggiori livelli di tolleranza al dolore durante il test termico; con una percezione inferiore dell’intensità del dolore durante il test, una fase stazionaria successiva ed un picco più basso di dolore sperimentato alla fine dello stesso.

Al contrario, nei non giocatori avveniva un aumento significativo e progressivo del dolore, fino al momento di interruzione dello stimolo.

Nel complesso, questi risultati potrebbero indicare una possibile assuefazione al dolore dopo una leggera sensibilizzazione iniziale nei giocatori, mentre i non giocatori hanno mostrato forti segni di sensibilizzazione fino all’interruzione dello stimolo.

In linea con la teoria interpersonale psicologica (Joiner, 2005); esperire ripetitivamente esperienze dolorose aumenta la capacità acquisita per il suicidio, riducendo la paura verso la morte ed aumentando la tolleranza al dolore fisico.

Tuttavia, piuttosto che esperienze di combattimento virtuali, nelle ricerche precedenti erano le esperienze dolorose reali ad essere associate alla capacità acquisita per il suicidio; come combattimento, sport di contatto o precedenti tentativi di suicidio (ad es. Bryan & Cukrowicz, 2011; Joiner TE, 2005; Van Orden et al., 2010)

I videogiochi violenti, secondo quando dimostrato da Teismann et al. (2014), avevano comportato una maggiore tolleranza al dolore rispetto a quelli non violenti; dimostrando che possono rappresentare un ulteriore tipologia di evento provocatorio e doloroso, che interessa entrambe le componenti della capacità acquisita.

In seguito all’esperienza dolorosa, i giocatori avevano riportato un incremento dell’umore positivo, supportando il ruolo dell’insorgenza del processo opposto (ovvero di piacevolezza dello stimolo/umore positivo), come meccanismo che favorisce ulteriormente la tolleranza al dolore.

Anche Leknes et al. (2008), aveva riscontrato un aumento della piacevolezza e una diminuzione del dolore, dopo la stimolazione del dolore termico.

Sebbene nel presente studio, giocare ai videogiochi violenti aumenti la capacità acquisita per il suicidio, nessun partecipante aveva attuato alcun tentativo di suicidio e ciò non rende possibile ricondurre i risultati all’insorgenza dei comportamenti suicidari. Inoltre, secondo Joiner (2005), oltre alla capacità acquista, anche il senso di appartenenza frustrato ed il percepirsi un peso per gli altri devono essere presenti contemporaneamente per rendere possibile il tentativo di suicidio.

Se gli individui possono acquisire la capacità per il suicidio mediante esperienze dolorose e provocatorie, pur essendo sani (Van Orden et al., 2010), è probabile che giocatori di videogiochi abituali senza alcuna patologia pregressa, incorrano in un maggiore rischio di comportamento suicidario letale nel caso della presenza concomitante degli altri due fattori rilevanti, ovvero il sentirsi soli ed un peso per gli altri.

Sebbene tra i soggetti senza patologia pregressa, l’uso repentino di videogiochi violenti piò costituire un evento provocatorio e doloroso, così come formulato dalla teoria interpersonale psicologica; si rendono necessari ulteriori studi, per far luce sui meccanismi psicologici e fisiologici che modulano l’esperienza di sensibilità al dolore.

Un’analisi psico-letteraria del bacio

Il bacio rappresenta il gesto d’amore e di erotismo più antico di sempre. Ma cosa si cela davvero dietro questo irresistibile slancio di passione? Il bisogno di affidarsi all’altro e la meraviglia del conoscersi reciproco sono gli aspetti sui quali vale la pena di riflettere.

 

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio. 
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri, 
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio,
il tuo amore per me
e la tua libertà da me, 
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va. 
lo bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso.

Questa splendida poesia dello scrittore austriaco Erich Fried racchiude in pochi ma essenziali versi il significato più intimo e psicologico che lega due individui intenti a comunicare attraverso i loro baci d’amore, un amore completo che pervade ogni aspetto dell’esistenza personale e umana. Il bacio, come qui descritto in modo esemplare, non si limita al semplice contatto carnale tra due bocche che si vogliono e si cercano ma anela a qualcosa di più profondo e misterioso, sottintende una volontà di fusione totale tra due mondi psichici che entrano in intimità tra di loro.

Sebbene i tempi storici e culturali in cui viviamo siano notevolmente cambiati e influenzano il nostro modo di condurre una vita sempre troppo accelerata, l’obiettivo di questo articolo è proprio quello di fermarci un attimo, metterci comodi, magari con un bel calice di vino sul divano di casa e dedicarci ad una lettura leggera che possa far riaffiorare alla mente di ciascuno di noi dolci ricordi e riconsegnare il giusto valore al gesto d’amore più antico del mondo, il bacio.

Da sempre celebrato nella letteratura, nell’arte, nel cinema, nella poesia, il bacio rappresenta l’espressione più affascinante dei sentimenti che legano due persone. Oggi si bacia molto spesso con superficialità, le relazioni sono brevi e fugaci e poggiano su premesse troppo deboli perché contaminate da sentimenti di ansia e paura nei confronti dell’altro, anziché di condivisione e apertura autentica del proprio mondo interiore; ne consegue che ci si interroga davvero poco sull’importanza di tutti quei baci di cui sentiamo comunque il bisogno di donare irrinunciabilmente. Tante le parole e le testimonianze di poeti che riescono a conservare e far vivere tramite i loro versi la bellezza e l’unicità del bacio d’amore. Scrive il poeta italiano Franco Arminio:

Il bacio non è un gesto banale, è il clou dell’amore. L’amore è una fantasia di avvicinamento e spesso si fa l’errore di baciare troppo presto. Bisogna prepararlo il bacio, prepararlo con cura, perché nel bacio si può sfiorare l’infinito, si può corteggiarlo. Quindi, abbiate cura di non considerare il bacio una premessa, un preliminare […] Ma è una sorta di orgasmo lirico, l’orgasmo della parte alta del corpo […] E non trascurare il bacio, la carezza, l’indugiare, il guardarsi, la lentezza di certi movimenti che sono una esaltazione dell’amore.

Un chiaro invito a decelerare, a riscoprire l’immenso valore dei gesti importanti nella vita di tutti i giorni e a trovare in essi nuovi significati scovando paesaggi mai visti prima attraverso gli occhi e le labbra della persona amata. Il bacio è davvero l’incontro culminante del desiderio reciproco tra due persone, una porta che apre a infinite possibilità di relazione. I baci hanno un linguaggio proprio e non mentono mai, l’intensità e la forma di questo gesto nel momento in cui viene condiviso si esprime in tutta la sua spontaneità e, spesso, rappresenta il vero e proprio termometro della relazione; un bacio passionale è spesso letto come segno di forte compatibilità all’interno della coppia, che può indirizzare verso una maggiore stabilizzazione del legame. Il bacio incarna letteralmente la conoscenza fisica e mentale più intima che si possa sperimentare di una persona, in quanto proprio attraverso la bocca gli amanti trasmettono l’un l’altro una serie di informazioni chimiche, olfattive e tattili che consentono di intuire se la relazione è destinata a progredire. Possiamo definire i baci come una vera e propria medicina per l’anima, sono terapeutici, migliorano l’umore, stimolano la creatività, la fantasia e determinano un senso generale di benessere e di omeostasi che coinvolge tutta la dimensione psico-fisica dell’individuo.

Se pensiamo al bacio come il momento di incontro per eccellenza tra gli universi psichici ed emotivi di due persone, quali bisogni effettivi si celano dietro il suo mistero? Quali richieste e quali domande implicite rivolgiamo all’altro attraverso quegli attimi sacri di cedimento e di abbandono? Da un punto di vista psicologico, l’esigenza di affidarsi ad un’altra persona è sicuramente la più significativa e rappresenta la base da cui partire per la costruzione di una relazione di coppia.

L’unica ossessione che vogliono tutti:
l“amore”.
Cosa crede, la gente,
che basti innamorarsi per sentirsi completi?
La platonica unione delle anime?
Io la penso diversamente.
Io credo che tu sia completo prima di cominciare.
E l’amore ti spezza.
Tu sei intero, e poi ti apri in due (Philip Roth)

Quando si ama si è spaccati, dice Roth, perché si fa esperienza del fatto che senza l’altro la propria vita si perde, c’è un’erosione dell’identità e si sperimenta una condizione di dipendenza fondamentale dall’altro, della mancanza dell’altro, di un legame percepito come pericoloso perché l’amore è sempre una zona di turbolenza nella quale noi non siamo i piloti; per amare occorre affidarsi al pilota –altro da noi– correndo tutti i rischi del mondo. Da questo punto di vista è possibile riconoscere nell’aspetto anche più erotico e coinvolgente di un bacio d’amore quanto l’intimità tra due persone non sia semplicemente una “parte” della relazione, ma incarna metaforicamente e letteralmente la profondità e la qualità dell’intero rapporto emotivo di una coppia. Le mille e sfaccettate sfumature di un bacio non sono affatto banali in un rapporto, bensì consentono di aprire una finestra sull’esperienza umana più profonda dei soggetti coinvolti, chi sono loro come persone, che cosa davvero provano l’uno per l’altro, quanto della loro intimità sono disposti a mettere in gioco l’uno con l’altro e che percorso di crescita devono compiere come coppia. In termini psicologici è possibile guardare l’erotismo sotto il profilo della relazione tra individuazione e appartenenza, ovvero i due aspetti sui quali si snoda l’intera esistenza umana e che sono entrambi necessari per lo sviluppo. Sin da piccolo, il bambino impara a dipendere dalla figura materna in termini di accudimento e sopravvivenza, già dai primi mesi di vita; è nella relazione madre – figlio in particolare, ma più in generale, nel proprio sistema familiare, che si apprende l’importanza dei legami, della fiducia e del bisogno dell’altro. Ad un certo punto della propria esistenza, è necessario però svincolarsi dalla famiglia di origine e sviluppare la propria identità, pur conservando i legami originari; ciò dimostra che non si cresce se non ci si differenzia, ma nemmeno ci si può differenziare se prima non si appartiene, se non esistono dei legami. Ciò che sembra accomunare la relazione amorosa a quella genitori-figli è la centralità che assume in entrambe il piacere: è la mediazione del piacere a consentire la crescita del bambino e favorirne l’individuazione; attraverso le esperienze di affettività con i genitori il bambino riesce ad elaborare positivamente la dipendenza da essi verso il senso di appartenenza, imparando il valore dei legami e il significato dei vincoli affettivi, verso una sempre più progressiva e graduale crescita personale come adulto capace di sviluppare e consolidare relazioni, pur conservando la propria individualità. Anche tra uomo e donna si riproduce questa dinamica in quanto il piacere che essi desiderano e si procurano reciprocamente spinge entrambi alla ricerca di nuove forme di sé; l’incontro con l’altro promuove l’emergere di potenzialità individuali inespresse e inconsapevoli, dal momento che la relazione genitoriale ha ormai esaurito le sue funzioni in tale senso.

L’erotismo nella coppia ha quindi una funzione fondamentale: stimola ciascuno dei coniugi a ricercare nuove forme di individuazione che gli consentono di superare nuovi aspetti di dipendenza, maturare un’autonomia più profonda e un’ulteriore crescita personale. Ritornando quindi a ciò che si nasconde dietro il valore e all’aspetto erotico del bacio, possiamo affermare che esso cela un aspetto fondamentale ossia la fiducia, quel senso di affidamento e sicurezza che cerchiamo nell’altro e che desideriamo trasmettergli. Non a caso, quando siamo soliti descrivere l’esperienza amorosa e carnale di un rapporto utilizziamo il termine “abbandonarsi” che, nel contesto interpersonale, esprime proprio la capacità di lasciarsi andare, di mettersi nelle mani dell’altro.

È chiaro quindi che il bacio tra due individui assume un valore comunicativo molto complesso e che sia ricco di non detti che possono svelare tante informazioni relative sia ai singoli soggetti coinvolti che alla coppia stessa. Comunemente ci si bacia con gli occhi chiusi, pensando che il mancato contatto oculare con il partner permetta in quel momento di focalizzarsi maggiormente sulle sensazioni puramente fisiche del bacio d’amore e che il piacere che ne derivi sia nettamente superiore; ciò rivelerebbe, in realtà, una difficoltà a tollerare una eccessiva intimità con il partner che porterebbe a bloccare il contatto visivo ed emotivo; invece, baciarsi con gli occhi aperti mentre ci si guarda rappresenterebbe un modo per intensificare la reciproca consapevolezza e il contatto emotivo stabilito attraverso la sensazione delle labbra che si avvolgono; “vedere” ed esser visti è realmente un’estensione del sentire ed essere sentiti quando ci si bacia così profondamente e consente anche ai partner di incrementare e tollerare la loro reciproca intimità e il desiderio di essere accolti l’uno nell’altro. Citando i versi immortali del bacio d’amore più famoso nella letteratura italiana, quello tra Paolo e Francesca nel V canto dell’Inferno dantesco, possiamo scoprire senza più alcun dubbio quanto lo sguardo che precede il bacio d’amore sia ancor superiore e rivelatore del bacio stesso, oltre ad essere un momento di tensione erotica potentissimo:

Quando leggemmo il disiato riso / esser basciato da cotanto amante, / questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi basciò tutto tremante. / Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. / Quel giorno più non vi leggemmo avante.

Nella pagina sotto i loro occhi il protagonista del racconto, Lancillotto, sta per baciare audacemente la donna che ama, Ginevra. Erano soli mentre l’emozione cresceva e ad un certo punto i due amanti, Paolo e Francesca, alzarono gli occhi dal libro e cominciarono a guardarsi, senza dirsi nulla. Fu proprio in quel momento che si riconobbero, riscoprirono se stessi sorpresi del loro amore e, senza dir nulla più, si baciarono. Di fronte a quelle pagine così emozionanti, gli innamorati hanno scoperto l’aspetto più prezioso dell’amore, l’aver incontrato l’altro e, attraverso l’altro, se stessi.

Ci ricorda il poeta Pedro Salinas che “conoscersi è luce improvvisa”, non servono cioè le parole a determinare l’incontro d’amore, solo la potenza degli sguardi, della rivelazione reciproca e la bellezza di un bacio che suggella tale inspiegabile e misterioso connubio.

Per concludere voglio citare un passo stupendo e famoso dell’opera calviniana, Il barone rampante:

Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo.
E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre,
mai s’era potuta riconoscere così.

I protagonisti del racconto di Italo Calvino sono Cosimo e Viola, si conoscono da bambini per poi perdersi di vista. Dopo tanti anni, trascorsi tra peripezie, avventure ed esperienze di vita straordinarie, i due si rincontrano, si riparlano ed è lì che accade il miracolo dell’amore; a seguito della loro unione, i due personaggi cambiano e conoscono ciò che prima non sapevano di se stessi, imparano a conoscere l’altro e attraverso questa compenetrazione e conoscenza reciproca riconoscono infine se stessi nella loro totalità. L’amore è lo strumento più potente e più affascinante che abbiamo a disposizione per guardare anche le parti più buie e oscure di noi stessi, orientati da qualcuno al quale abbiamo scelto di affidarci e che ci accompagna durante il viaggio; è un cammino nella nostra selva oscura, nelle parti che mal tolleriamo e che abbiamo paura di affrontare ma che, attraverso gli occhi dell’altro, possiamo accogliere e trasformarle in qualcosa di amabile e che sia per noi e per la nostra vita una risorsa.

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.
Vorrei pensare a noi come a due persone che si sono fatte un’iniezione di verità.
Sarei felice di poter dire a me stesso: < Con lei ho stillato verità>.
Sì, è questo che voglio. Voglio che tu sia per me il coltello, e anch’io lo sarò per te,
prometto.

 

Il segreto e le sue “relazioni” – Recensione del saggio di C. Loriedo e C. Angiolari

Nel loro saggio, edito da Raffaello Cortina, Camillo Loriedo e Chiara Angiolari trattano il tema del segreto da una prospettiva sistemica, analizzando il ruolo, le configurazioni e i significati che questo può assumere all’interno di famiglie e coppie.

 

Raccogliendo le loro esperienze cliniche con il segreto, gli autori ne sottolineano la duplice natura dannosa e protettiva ma soprattutto le sue complesse funzioni all’interno del sistema delle relazioni in cui si instaura.

Il libro inizia con una panoramica sull’etimologia della parola “segreto” per poi concentrarsi, quasi in modo chirurgico, sui suoi aspetti più semantici in cui si evince la complessità delle sue componenti.

Il segreto nasce e sopravvive grazie alla presenza di un detentore che è in possesso di un’informazione che ha una certa rilevanza e di un destinatario, al quale questa stessa informazione viene occultata.

Questo tipo di dinamica determina, nella relazione tra i due individui, un’asimmetria di potere in quanto soltanto uno di loro detiene la conoscenza di un contenuto che viene occultato altro.

Al netto delle più svariate ragioni per le quali un segreto non viene svelato, per comprendere la sua vera natura occorre necessariamente considerarlo all’interno della relazione che lo sostiene e che viene a cambiare a seguito di esso.

A partire da queste considerazioni, il saggio nei suoi capitoli centrali tratta il segreto come un fenomeno “spiccatamente relazionale” che può essere compreso solo attraverso una profonda conoscenza delle dinamiche relazioni tra due o più persone.

Ciò è particolarmente evidente soprattutto quando il segreto assume caratteristiche lesive e patogene e concorre all’esordio sintomatico di uno o di più membri del sistema in cui esso si trova; il segreto infatti può nascondere il suo contenuto ma non i suoi effetti sulle persone, effetti che sono prodotti dal peso e dal valore che esse stesse gli hanno attribuito.

La parte del saggio più affascinante e stimolante è legata all’indagine degli effetti pragmatici che la presenza di un segreto determina nelle relazioni e ai segnali impliciti ed espliciti che lo possono svelare o rendere occulto.

Gli ultimi capitoli contengono una ricca ed esaustiva rassegna di esempi di casi clinici in cui la presenza di segreto ha sovvertito la struttura dei sistemi familiari o di coppia producendo effetti negativi sul loro funzionamento e sulla loro capacità di adattamento al contesto esterno.

Il saggio si conclude con importanti consigli e suggerimenti per i terapeuti che si trovano a dover aver a che fare con la segretezza e i suoi effetti nella pratica clinica.

Spesso infatti vi è la tendenza a ritenere che in ogni caso e situazione il segreto debba essere svelato, come se si dovesse restituire alla parte lesa, a cui il segreto è stato occultato, un po’ di giustizia e un po’ di potere.

Tuttavia è bene tenere a mente che il lavoro con il segreto implica un delicato equilibrio tra la sua conoscenza e la sua preservazione; infatti esso non è da intendersi come una modalità comunicativa negativa di per sé, né dall’altra parte si debba pensare che la sua rivelazione sia in ogni caso la scelta ideale e auspicabile sia per il terapeuta che per gli individui coinvolti.

Dal momento che il segreto coinvolge la relazione – compresa quella terapeutica – il focus dovrebbe riguardare non tanto la conoscenza del suo contenuto o la sua rivelazione ad ogni costo, quanto gli effetti o i danni che esso ha determinato per la relazione.

Gli autori infatti tengono a sottolineare che, contrariamente al pensiero o alla pratica comuni, lavorare terapeuticamente con il segreto significa assumere un atteggiamento non inquisitorio o investigativo ma di comprensione e sincera ingenuità nei confronti dei segnali ambivalenti degli attori coinvolti.

Una, tra le “pillole” terapeutiche più interessanti che troverete nel saggio di Loriedo e Angiolari, è proprio questa: tanto più si tenterà di cercare il non detto, tanto più esso ci sfuggirà.

 

Pragmatica della comunicazione digitale (2020) di Giorgio Nardone, Simona Milanese e Stefano Bartoli – Recensione del libro

Nardone e colleghi nel testo Pragmatica della comunicazione digitale riprendono gli assiomi comunicativi di Watzlawick calzandoli alla realtà odierna.

 

La pandemia ha incrementato e reso in alcuni casi obbligatoria la comunicazione mediata da strumenti tecnologici quali pc, tablet, video. Inevitabilmente una comunicazione non in vivo, attraverso uno schermo, non può essere uguale a quella classica in presenza alla quale eravamo abituati. Una comunicazione “digitale” può essere comunque efficace, anche in ambito clinico e di cura, si rende necessario però porre maggiore attenzione ad alcuni aspetti che potrebbero andare perduti o potrebbero essere trascurati rendendo così tutti gli sforzi vani e inefficaci. Giorgio Nardone e i suoi collaboratori si propongono, in questo libro, di tracciare le linee guida per le fondamenta di una comunicazione digitale efficace, soprattutto in ambito terapeutico. Lo fanno con la flessibilità propria dell’approccio Strategico, riprendendo gli assiomi comunicativi di Watzlawick e calzandoli alla realtà odierna.

  • Non si può non comunicare: i silenzi, le pause hanno comunque una conseguenza, sono comunque interazione. La comunicazione ha luogo anche quando non è intenzionale o consapevole.
  • Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed uno di relazione: i nostri sistemi percettivi colgono prima il “come” del “cosa”, si concentrano spontaneamente prima sulla forma che sul contenuto. Lo stesso contenuto esplicitato in modi differenti, infatti, produce effetti molto diversi. Il primo sistema con il quale cerchiamo di fare ordine è infatti inconsapevole. È il tipo di relazione che si crea che definisce il contenuto. Sapere “come” comunicare diviene fondamentale prima di porre attenzione sul “cosa” comunicare.
  • La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze d’interazione: tendiamo a considerare il nostro comportamento non come causa ma come conseguenza del comportamento altrui. Saper punteggiare diventa importante per cambiare la prospettiva altrui su ciò che comunichiamo.
  • La comunicazione può essere digitale e analogica: la componente non verbale della comunicazione svolge un ruolo di primo piano, viene percepita per prima e può influenzare il contenuto (come sopra) perciò, proprio quando non possiamo comunicare in vivo, ma attraverso un pc, diventa ancora più importante saper evocare sensazioni attraverso immagini analogiche, aforismi e ristrutturazioni.
  • Ogni comunicazione può essere simmetrica o complementare: La tipologia di relazione nella comunicazione influisce radicalmente sulle resistenze dell’interlocutore, il buon comunicatore deve essere in grado di muoversi flessibilmente da una posizione di superiorità e autorevolezza ad una posizione “one down” di inferiorità a seconda del momento, del contesto e dell’obiettivo da raggiungere.

Nell’interazione non in vivo è più difficile misurare l’impatto della nostra comunicazione perciò risulta più complicato regolarsi nell’interazione. Si rende pertanto necessario porre ancora più attenzione agli aspetti paraverbali.

Dalla creazione del “setting” alla prima impressione, dalla mimica facciale agli aspetti prossemici, nulla può essere trascurato.

“Impariamo prima ciò che consideriamo come importante o significativo, memorizziamo meglio ciò che ci emoziona”.

Si rende quindi necessario, se si vuol essere efficaci, conoscere al meglio questi aspetti per padroneggiarli, cambiare e sintonizzarsi sui bisogni del momento. Tra tutte le figure professionali, è proprio colui che lavora nella relazione d’aiuto che deve essere in grado di cambiare e rendersi flessibile per non rischiare di essere inefficace, ma chiunque si occupa di comunicazione attraverso la rete dovrebbe conoscere e coltivare ognuno degli aspetti trattati nel libro. Che si tratti di marketing, di video-corsi, supervisioni, lezioni o qualsiasi tipo di consulenza, la comunicazione efficace non può prescindere da questi aspetti.

 

Indagine sul livello di competenza di insegnanti e tecnici della riabilitazione nella discriminazione qualitativa delle sindromi da Disturbo d’Ansia e AD/HD su un campione di bambini in fascia d’età dai 6 ai 10 anni

Il presente studio verifica se, rispetto alla qualità della formazione acquisita, insegnanti e tecnici della riabilitazione hanno le competenze, necessarie e condivise, per identificare le caratteristiche di una sindrome e saper riconoscere un comportamento disfunzionale, in particolare con riferimento al Disturbo d’Ansia e al Disturbo dell’Attenzione e Iperattività (ADHD) in bambini da 6 a 10 anni.

 

Abstract

Sia in ambito educativo che sanitario vi sono équipe che hanno l’alta responsabilità di garantire al bambino un’esperienza di formazione/riabilitazione adeguata rispetto ai suoi bisogni. All’interno di tali ambiti sono presenti molte criticità in termini di competenza sulla psicologia del bambino e sugli approcci più adatti per creare una relazione funzionale affinché venga a crearsi una vantaggiosa compliance con l’educatore o con il terapista. Affinché ciò avvenga, diventa imprescindibile creare i presupposti per mantenere alto il target della competenza psico-pedagogica dell’educatore/operatore, operazione che richiede la presenza di un esperto e quindi di uno psicologo a svolgere un ruolo di consulenza, mediazione e formazione all’interno di tali ambiti.

Introduzione

Il bambino, nel corso dell’età evolutiva, ha modo di stabilizzare legami, oltre che con la propria famiglia, anche con altre figure, che si prendono cura di lui e lo accompagnano in una fase importante e particolarmente delicata della sua vita: la fase di scolarizzazione dai 6 ai 10 anni. Un esempio classico sono gli insegnanti, che hanno un ruolo di grande responsabilità, poiché è proprio questa l’età in cui vi sono importanti trasformazioni nel bambino da tutti i punti di vista: neuronale, cognitivo, emotivo (Narbona et al 2012). Non a caso la formazione dell’insegnante richiede una preparazione adeguata rispetto alla Psicologia dello Sviluppo Evolutivo, della Psicopedagogia, dei metodi e degli strumenti più opportuni per intervenire quando il bambino presenta difficoltà negli apprendimenti, nell’interazione sociale e nell’adattamento alle regole scolastiche (Welsh et al 2019). Diventa, quindi, fondamentale che ogni educatore abbia una conoscenza di base dello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale del bambino, dei meccanismi di base del funzionamento psichico e acquisizione delle competenze necessarie per la relazione docente-alunno (Weaver et al 2014). Ciò al fine di provvedere allo sviluppo di convinzioni e atteggiamenti in grado di facilitare e rendere gratificante il processo insegnamento-apprendimento. Quando il bambino, poi, segue anche un programma di riabilitazione, il gruppo delle figure di riferimento si amplia. Difatti il settore della riabilitazione, per offrire un servizio che risponda in modo adeguato ai bisogni e agli obiettivi del paziente, richiede “integrazione” delle diverse professionalità: medici, infermieri, psicologi, operatori della riabilitazione (fisioterapisti, terapisti occupazionali, educatori professionali, della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, logopedisti, ortottici, podologi, ecc…). Soprattutto che tali figure possiedano competenze aggiuntive rispetto al ruolo ricoperto all’interno dell’équipe di cura: capacità empatiche, comunicative e relazionali che consentano una migliore conoscenza del paziente e una più funzionale compliance terapeutica (Leonard et al 2004). Questi obiettivi sono raggiungibili sia attraverso una corretta conoscenza dell’analisi funzionale e degli aspetti della sfera psicologica del paziente e sia attraverso una comunicazione efficace ed efficiente tra i professionisti dell’équipe sanitaria che si occupa di progettare percorsi riabilitativi appropriati, coinvolgendo non solo il paziente, ma anche i suoi familiari (De Santi et al 2013).

Partendo da tali presupposti è stata svolta una indagine su un campione di 12 insegnanti e 12 operatori della riabilitazione. Oggetto dell’indagine è stato: il livello di competenza nel saper riconoscere un comportamento messo in atto da un bambino (6-10 anni) e collocarlo nel quadro sindromico più appropriato. In altre parole abbiamo verificato se, rispetto alla qualità della formazione acquisita, vi sono o meno le competenze, necessarie e condivise, per identificare le caratteristiche di una sindrome e saper riconoscere un comportamento disfunzionale. L’obiettivo di questo studio non è quello di accertarsi della capacità di diagnosticare un disturbo, ma piuttosto di saper “leggere” il comportamento del bambino. Gli educatori e gli operatori della riabilitazione “devono saper leggere le emozioni e i comportamenti che il bambino proietta, il suo bisogno di attaccamento o di presa di distanza, di ritiro relazionale, i suoi attacchi aggressivi le sue angosce, il grumo di emozioni, vissuti e pensieri spesso confusi e contorti” (Riva et al 2016). Si evidenzia, quindi, la necessità ineludibile di una competenza clinica specifica. La nostra ipotesi è che, allo stato attuale, non vi sia una accurata conoscenza della psicologia del bambino e un sistema unitario ed efficace di comunicazione con i familiari, per cui, ad esempio, già da molto tempo si propone la figura dello psicologo scolastico (Trombetta, 2013). Stesso discorso vale per i centri di riabilitazione, dove spesso viene messo in luce una comunicazione inefficiente tra le varie figure professionali, nonché con i familiari dell’utenza a discapito di una gestione integrata poco funzionale nella relazione e nella riabilitazione del bambino (Bettinardi et al 2008). Anche in questo, sono stati pubblicati molti articoli sull’importanza della figura dello psicologo a sostegno dell’équipe clinica, sia nell’approccio con il paziente e sia a sostegno stesso delle figure sanitarie (Di Mattei et al 2004).

Dettagli nosografici dell’ansia

L’ansia è una condizione emotiva cognitiva e comportamentale molto diffusa sia nei bambini che negli adolescenti. Si tratta di “fasi della vita” che appartengono all’età evolutiva e, come spesso accade, hanno una durata limitata nel tempo. Ad esempio, uno stato di apprensione o di timore non è necessariamente sintomo di un Disturbo d’Ansia, ma appartiene al normale sviluppo emotivo del bambino (Kendall et al 1995). È doveroso, pertanto, fare una distinzione tra le sfumature che caratterizzano uno stato psicofisiologico ansioso, dando alcuni accenni di cosa sia l’ansia, la paura e la fobia. Con il termine paura, facciamo riferimento ad una condizione provocata da una causa obiettivamente pericolosa. Il discorso è diverso quando l’oggetto o la situazione non rappresentano un reale pericolo, pertanto si farà riferimento ad altri stati emotivi: ansia e fobia. Secondo la letteratura è importante tener presente che nel bambino non è facile distinguere il pericolo concreto da uno immaginario dovuto ad uno sviluppo cognitivo ed emotivo ancora incompleto (Kendall et al 1995). Un altro punto da tener presente quando bisogna distinguere uno stato di apprensione dall’ansia patologica, è relativo al come il bambino vive “l’esperienza ansiogena”: se si assiste ad una attivazione emotiva che si caratterizza per frequenza, intensità e durata “anomale”, allora in questo caso la sintomatologia risulta disfunzionale e pertanto si fa riferimento ad una condizione psicopatologica. Nelle forme patologiche, l’ansia si caratterizza come uno stato d’animo abituale, che si manifesta generalmente con sentimenti di inadeguatezza e di indecisione, irritabilità e instabilità, o con uno stato di allarme al quale corrisponde spesso una sintomatologia vegetativa, rappresentata da dilatazione pupillare, secchezza delle fauci, nausea, tachicardia, sudorazione, minzione imperiosa. I disturbi d’ansia rilevabili in età evolutiva sono principalmente rappresentati dal Disturbo d’Ansia di Separazione (DAS), dal Disturbo d’Ansia Generalizzata (DAG) e dalle Fobie (Militerni, 2015).

Dettagli nosografici dell’AD/HD

Il Disturbo da Deficit di Attenzione con Iperattività (ADHD) è una patologia che esordisce in età evolutiva e che è caratterizzata da sintomi quali marcata disattenzione, impulsività e da iperattività motoria (DSM 5). I bambini con ADHD non riescono a stare attenti, presentano una accentuata irrequietezza, sono disorganizzati e disordinati, non riescono a mantenere un adeguato livello di concentrazione sui compiti che vengono loro proposti (Kirby et al 1992). A volte sembra che essi non ascoltino ciò che viene detto loro, come se avessero la testa altrove; passano inoltre, ininterrottamente da una attività all’altra senza portarne a termine nessuna. Manifestano spesso movimenti non finalizzati ad uno scopo preciso, ad esempio agitano ripetutamente mani e piedi, si alzano continuamente dalla sedia, sono sempre in movimento. Sono in genere maldestri, quindi finiscono per urtare oggetti o cadere (Kirby et al 1992). Tale disturbo può caratterizzarsi, inoltre, rispetto al predominare della sintomatologia da deficit dell’attenzione o dal comportamento iperattivo-impulsivo.

Strumenti e metodi

Sono stati scelti randomizzati 24 partecipanti ripartiti in due gruppi: 12 operatori della riabilitazione con età tra 25 e 35 anni (logopedisti e psicomotricisti) e 12 insegnanti di scuola elementare con età tra 50 e 60 anni. Ad ognuno è stato assegnato un test Child Behaviour Checklist 6-18 di T. M. Achenbach (2001) con la seguente consegna: “Seleziona gli item che, secondo la tua esperienza, indicano un comportamento tipico di un bambino maschio dai sei ai dieci anni con Disturbo d’Ansia e, separatamente, di un bambino dello stesso sesso e della stessa fascia d’età con Disturbo dell’Attenzione e Iperattività”.

Il Child Behavior Checklist 6-18 comprende una serie di scale, relative a vari range comportamentali: Timidezza, Lamentele Somatiche, Ansia-Depressione, Problemi Sociali, Problemi di Pensiero, Problemi di Attenzione e Iperattività, Comportamento Delinquenziale, Comportamento Aggressivo (Achenbach 2001).

Analisi dei dati

In una prima fase di studio, gli item selezionati dai partecipanti in riferimento al “comportamento ansioso” sono stati confrontati – solo – con gli item della Scala “Ansia”, mentre gli item selezionati in riferimento al “comportamento da deficit dell’attenzione e iperattività” sono stati confrontati – solo – con gli item della Scala “Problemi di Attenzione e Iperattività” del CHILD BEHAVIOR CHECKLIST 6-18. I dati sono stati poi trascritti nelle tabelle e riportati graficamente con diagramma box-plot per constatarne l’uniformità tra i membri dello stesso gruppo e tra i due gruppi diversi del campione in esame. Dopo aver preso visione dei grafici, per accertarci della significativa differenza tra i gruppi degli “insegnanti” e degli “operatori” abbiamo calcolato l’Analisi della Varianza (ANOVA) e definito il p value (0,05) calcolati tramite foglio di calcolo Microsoft Excel. Nella seconda fase di studio abbiamo selezionato gli item la cui identificazione come “comportamento ansioso” o “comportamento da deficit dell’attenzione e iperattività” fosse condivisa da almeno 11 partecipanti su 12 per ciascun gruppo. In questa fase di studio gli item selezionati sono stati confrontati anche con quelli delle altre scale di comportamento (Riservatezza, Sintomi Somatici, Problemi Sociali, Problemi di Pensiero, Comportamento Delinquenziale, Comportamento Aggressivo).

Risultati

Nella prima fase di studio sono stati raccolti i punteggi17 dei due campioni rispetto alle scale di riferimento (Scala “Ansia” e Scala “Problemi di Attenzione e Iperattività”). Con il termine “punteggi” si intende la quantità di partecipanti che hanno definito “comportamento ansioso” o “comportamento da deficit dell’attenzione e iperattività” quelli descritti dagli item della scala di riferimento: rispettivamente Scala “Ansia” e Scala “Problemi di Attenzione e Iperattività”. Per esemplificazione sono stati riportati nelle tabelle (tab.1; tab.2) e poi resi graficamente attraverso diagramma box-plot.

Nel Grafico 1 sono rappresentati gli “indici di posizione” del punteggio assegnato agli Item appartenenti alla Scala “Ansia”: il box “bianco” del diagramma rappresenta il range del punteggio degli insegnanti, mentre il box “giallo” è il range del punteggio degli operatori, entrambi divisi in quartili separati da un segmento rappresentante la “mediana”. I segmenti posti agli estremi del box rappresentano valori eccezionali, anomali, che non rientrano nel campo di variazione. L’asimmetria tra le lunghezze dei segmenti e dei rettangoli rispetto alla mediana, determina una distribuzione non uniforme dei dati rispetto ai valori centrali. Mentre il range o campo di variazione è ben distinto (range insegnanti=12; range operatori= 4).

Nel Grafico 2 sono rappresentati gli “indici di posizione” del punteggio assegnato agli Item appartenenti alla Scala “AD/HD”: il box “bianco” del diagramma rappresenta il range del punteggio degli insegnanti, mentre il box “giallo” è il range del punteggio degli operatori, entrambi divisi in quartili separati da un segmento rappresentante la “mediana”. Anche in questo caso l’asimmetria tra le lunghezze dei segmenti e dei rettangoli rispetto alla mediana, determina una distribuzione non uniforme dei dati rispetto ai valori centrali all’interno di ciascun gruppo. Mentre, a differenza del Grafico 1, il campo di variazione tra i gruppi non si distingue (range insegnanti=8; range operatori= 8).

Per avere una idea della distribuzione dei punteggi, interna a ciascun gruppo, abbiamo trasformato i dati grezzi in punti z.

Nella performance sugli “item-ansia” il Gruppo Insegnanti per un terzo riporta un punteggio una dev. st. sotto la media (s= -1), 2 su 14 sopra la media (s= 1) e la metà restante nella media (s= 0). Scenario diverso quello degli operatori, per cui, un terzo presenta un punteggio una dev. st. sopra la media (s= 1) 2 su 14 sotto la media (s= -1) e la metà restante nella media (s= 0).

Nella performance sugli Item AD/HD il gruppo insegnanti per due terzi riporta un punteggio una dev. st. nella media (s= 0), e un terzo al di sopra della media (s= 1). Discorso diverso per gli operatori per cui, un terzo presenta un punteggio una dev. st. sotto la media (s= -1) due terzi nella media (s= 0).

Dopo aver preso visione dei grafici, per accertarci della significativa differenza tra i gruppi degli “insegnanti” e degli “operatori” abbiamo calcolato l’analisi della varianza e definito il p value (0,05).

La tabella comprende due sezioni: Riepilogo e Analisi di Varianza. La colonna gruppi riporta il nome dei due gruppi (Insegnanti ANSIA e Operatori ANSIA). Nella colonna conteggio vi è il numero degli item della Scala “Ansia” che è stato valutato da entrambi i gruppi partecipanti al test. La colonna somma indica la somma dei vari record delle frequenze di scelta (97;145). La colonna media riporta la media dei valori di ogni gruppo (6,92; 10,35). Infine la colonna varianza indica lo scostamento dalla media dei vari valori appartenenti ad ogni gruppo (21,45;1,93).

Nella seconda sezione, invece, è riportata l’analisi della varianza: nella colonna Origine della variazione ci sono i riferimenti relativi alle voci: Tra i gruppi o Entro i gruppi. Nella colonna SQ è indicata la Somma dei Quadrati “tra i gruppi” Sum Squared Between: SSB (82,28), e la Somma dei Quadrati “entro i gruppi” (304,14), Sum Squared Within SSW (304,14). Sono riportati, inoltre, i gradi di libertà gdl: nel caso della somma delle varianze tra gruppi i gradi di libertà (gdl=1) sono pari a k- 1, con k pari al numero dei gruppi indipendenti. Nel secondo caso, invece, nella somma delle varianze entro i gruppi, i gradi di libertà (gdl=26) sono pari a N – k. La colonna MQ (media dei quadrati) si ottiene calcolando il rapporto tra la somma delle varianze con il numero dei gradi di libertà. Il valore del test F è pari al rapporto tra MQ1 e MQ2 (7,034). Il valore critico F statistico lo si ricava scegliendo dalla tabella della distribuzione F, valutando i gradi di libertà. Nel nostro caso dobbiamo scegliere i gdl pari a 1 e 26, pertanto il valore di F critico è pari a 4,22.

Da quanto riportato nella tabella 7 si può notare che il valore di significatività è basso (0,01). Essendo minore di α=0,05 possiamo rifiutare l’Ipotesi Nulla (H0), e quindi concludere che c’è una differenza significativa tra le medie delle frequenze di risposta riportate dai due gruppi.

Nella tabella 8 sono indicati i riferimenti di “Riepilogo” e “Analisi della Varianza” rispetto ai gruppi: Insegnanti AD/HD e Operatori AD/HD. Nella seconda colonna vi è il numero complessivo degli item della Scala “Disattenzione e Iperattività” che è stato valutato da entrambi i gruppi partecipanti al test. La colonna somma indica la somma dei vari record delle frequenze di scelta (28; 56). La quarta colonna riporta la media dei valori di ogni gruppo (2,54; 5,09). Infine vi è la colonna Varianza: essa indica lo scostamento dalla media dei vari valori appartenenti ad ogni gruppo (9,27;7,09).

Nella seconda parte inerente l’ANOVA la SSB risulta 35 per gli Insegnanti e 63 Operatori, mentre la SSW ha un valore di 163(Insegnanti); 63(Operatori). Successivamente è indicata la colonna gdl: gdl- tra gruppi=1; gdl-entro i gruppi= 20. Il valore del test F è pari a 4,35.

Il valore critico F statistico lo si ricava scegliendo dalla tabella della distribuzione F, valutando i gradi di libertà. Nel nostro caso dobbiamo scegliere i gdl pari a 1 e 20, pertanto il valore di F critico è pari a 4,35.

Si può notare che il valore di significatività è pari al valore αi=0,049. Essendo αi ≤ α (0,05), possiamo rifiutare H0, considerando significativo il rapporto tra le medie dei due campioni.

Nella seconda fase di studio abbiamo selezionato gli item la cui identificazione come “comportamento ansioso o disattento/iperattivo (AD/HD)” fosse condivisa da almeno 11 partecipanti su 12 per ciascun gruppo. In questa fase di studio gli item selezionati sono stati confrontati non solo con gli item delle scale di riferimento (Ansia e Disattenzione/Iperattività), ma anche con gli item delle altre scale. Pertanto, abbiamo costruito una tabella di frequenza per evidenziare in che percentuale sono presenti altri modelli di comportamento.

Da quanto si evince i  seguenti  dati  in  ordine  decrescente:  Scala  “Timidezza”  e  Scala “Ansia” (30%); “Disattenzione e Iperattività” (17%); Scale “Lamentele Somatiche” e “Problemi Sociali” (8%); Scala “Problemi di Pensiero” (4%); Scale “Comportamento Delinquenziale” “Comportamento Aggressivo” (0%).

Dati in ordine decrescente: S. cala “Ansia” (66%); segue la Scala “Timidezza” (16%); Scale “Lamentele Somatiche” e “Problemi Sociali” (8%); ed infine le Scale “Problemi di Pensiero” “Comportamento Delinquenziale” “Comportamento Aggressivo” “Disattenzione Iperattività” (0%).

Da quanto si evince emergono i seguenti dati in ordine decrescente: Scala “Comportamento Aggressivo” (43%); segue la Scala “Comportamento Delinquenziale” (20%); Scala “Disattenzione e Iperattività (AD/HD)” (16%); Scale “Ansia” e “Problemi Sociali” (10%); ed infine le Scale “Timidezza” “Problemi di Pensiero” “Lamentele Somatiche” (0%).

Discussione

Nella prima fase di studio sono stati messi in rilievo gli indici di posizione per avere una descrizione statistica dei dati e un primo confronto dei punteggi relativi ai due campioni (insegnanti e operatori).

Il Grafico1(Box-Plot: Insegnanti/Operatori – Item Ansia) segnala due campi di variabilità significativamente diversi. Difatti mentre il Gruppo Insegnanti (GR.I.) ha un range di 12, il Gruppo Operatori (GR.O.) ha un range di 4, ovvero per questi ultimi il campo di variabilità è molto ridotto rispetto al GR.I., il che può essere interpretato come una maggiore “uniformità di pensiero” del GR.O. in merito all’interpretazione degli item della Scala “Ansia” del Child Behaviour Checklist 6-18 (CBCL 6-18), contrariamente al GR.I. il cui campo di variazione è tre volte maggiore. Inoltre i due gruppi differiscono anche nella media dei punteggi: il numero degli insegnanti che hanno scelto come “comportamenti ansiosi” quelli descritti dagli item della Scala “Ansia” del CBCL 6-18 è mediamente di 6,92 su 12: vuol dire che poco più della metà (57%) del gruppo insegnanti si trova d’accordo nel considerare gli item della Scala “Ansia”, come “comportamenti ansiosi”; mentre il numero degli operatori che hanno scelto come “comportamenti ansiosi” quelli descritti dagli item della Scala “Ansia” è mediamente 10,35 su 12: vuol dire che la maggior parte (86%) degli operatori si trova d’accordo nel considerare gli item della Scala “Ansia”, come “comportamenti ansiosi”.

Per quanto riguarda il Grafico 2 (Box-Plot: Insegnanti/Operatori – Item AD/HD) segnala due campi di variabilità della stessa ampiezza (in entrambi i gruppi il range=8). In questo caso il livello medio dei punteggi è piuttosto basso: il numero degli insegnanti che hanno scelto come “comportamenti da deficit dell’attenzione e iperattività (AD/HD)” quelli descritti dagli item della Scala “AD/HD” è mediamente di 2,54 su 12: vuol dire che meno della metà (21%) del gruppo insegnanti si trova d’accordo nel considerare gli Item della Scala “AD/HD” del CBCL 6-18, come “comportamenti AD/HD”; Il numero degli operatori che hanno scelto come comportamenti ansiosi quelli descritti dagli item della Scala “AD/HD” è mediamente di 5,09 su 12: vuol dire che poco meno della metà (42%) degli operatori si trova d’accordo nel considerare gli item della Scala “AD/HD”, come “comportamenti AD/HD”. Per avere ulteriore conferma abbiamo studiato il rapporto tra i gruppi considerando che vi è una significativa discrepanza nelle risposte date: con un p=0,01(α=0,05) nel caso degli item-ansia e p=0,49(α=0,05) nel caso degli Item-AD/HD.

Sebbene, da quanto è stato visto nella trasformazione dei punteggi in punti z, la performance degli operatori (s= 1) sia superiore a quella degli insegnanti (s= -1), abbiamo riscontrato, tuttavia, che in entrambi i casi gli item relativi al “comportamento ansioso” hanno una maggiore probabilità di essere identificati rispetto ai “comportamenti AD/HD”. Come è possibile vedere vi è un decremento percentuale simile in entrambi i casi (insegnanti e operatori) tra la prima performance (riconoscimento item-ansia) e la seconda performance (riconoscimento item AD/HD).

Nella seconda fase sono stati individuati anche degli item, che pur essendo considerati come “comportamenti ansiosi” non appartenevano al gruppo della Scala “Ansia” del CBCL 6-18, pertanto è stata misurata la percentuale di presenza delle altre Scale del CBCL 6-18. Rispetto agli item relativi a “comportamento ansioso” abbiamo riscontrato nel GR.I. un rapporto in percentuale parallelo tra item relativi alla Scala “Timidezza” (30%) e gli item della Scala “Ansia” (30%), mentre nel GR.O. vi è un 66% per la Scala “Ansia”.

Per quanto riguarda gli item relativi a “comportamento AD/HD” abbiamo riscontrato che la maggior parte degli item inseriti tra quelli che si riferiscono a “comportamento AD/HD” sono quelli che fanno riferimento alla Scala del “Comportamento Aggressivo”. GR.I. 43%, GR.O. 53%. Mentre degli item relativi alla Scala “AD/HD” sono stati scelti il 16% dal GR.I. e il 30% dal GR.O.

Conclusioni

In base ai dati raccolti e alle operazioni statistiche svolte, possiamo fare alcune considerazioni in merito al livello di competenza di insegnanti e tecnici della riabilitazione nella discriminazione qualitativa delle sindromi da Disturbo d’Ansia e AD/HD. La fase iniziale dello studio è stata realizzata nell’intento di verificare se attraverso gli esiti era possibile rintracciare un grado di preparazione uniforme per la categoria in esame: abbiamo potuto riscontrare che all’interno di ciascun gruppo vi è una discreta similarità nell’approccio interpretativo del comportamento, il che potrebbe essere in riferimento all’età dei componenti dei rispettivi gruppi che rientra in un range ben definito, ed eventualmente da un livello di formazione comune a tutti i membri dello stesso gruppo. Differente è la condizione “tra i gruppi”. Difatti si evince che nella identificazione degli item relativi al “comportamento ansioso” il gruppo insegnanti ha una minore attitudine nel riscontrare i comportamenti “tipici” (“tipici” secondo gli item della Scala “ANSIA” del CBCL 6-18) del Disturbo d’ansia. Dai punteggi riportati si nota un rapporto di netta parità tra due scale: Scala “Ansia” (30%) e Scala “Timidezza” (30%). Inoltre si è evidenziato un campo di variazione di 12 punti che può essere inteso come una uniformità blanda nel giudizio degli item. Diversamente si è riscontrato nella categoria Operatori, i cui risultati sono concentrati intorno al valore medio (10,35) che di per sé rivela una compartecipazione quasi completa di tutti i membri del gruppo nella giusta interpretazione dei sintomi dell’Ansia, tesi rinforzata dal campo di variazione di 4 punti che prova una maggiore uniformità di punteggio. Uno scenario sostanzialmente diverso lo abbiamo riscontrato per l’AD/HD, in entrambi i casi non vi è stato una particolare propensione per gli item relativi alla scala AD/HD del CBCL 6-18. In entrambi i casi, difatti, è stato misurato un decremento di risposte positive di oltre la metà. In altre parole meno della metà del GR.I. e del GR.O. riconoscono negli item presentati la sintomatologia “tipica” (“tipica” secondo gli item della Scala “AD/HD” del CBCL 6-18) del Disturbo d’Attenzione e Iperattività. In entrambi i casi è stato valutato maggiormente come “comportamento AD/HD” quello descritto dagli item relativi alla Scala del “Comportamento Aggressivo”.

In conclusione, considerando gli eventuali limiti dello studio, dovuti alla limitata numerosità dei partecipanti ed ai differenti range di età, siamo inclini a considerare ipoteticamente che il problema relativo agli indici desunti dalle nostre indagini, non siano dovuti ad una diversa formazione delle categorie in esame. Anzi l’uniformità dei dati spinge a credere che il livello di competenza sia simile all’interno dei rispettivi gruppi, mentre dissimile tra i gruppi, ciò potrebbe essere determinato da altre condizioni come gli ambiti lavorativi di pertinenza (Scolastico-Sanitario) che non permettono un approccio simile rispetto all’utenza. Diversi sono gli approcci quando questi si basano su un rapporto 1:1come in ambito sanitario e quando invece ci si confronta con il gruppo classe.

Tuttavia, dalle valutazioni fatte, emergono dati su cui riflettere, sia nel caso dell’interpretazione del “Comportamento Ansioso” che del “Comportamento AD/HD”. La Scala “Ansia” non ha avuto, in entrambi i casi, un punteggio pieno (30% Insegnanti; 66% Operatori) inoltre tra gli item-ansia del GR.I. vi è una presenza paritaria della Scala Ansia e della Scala Timidezza. Soprattutto in merito alla sintomatologia relativa all’AD/HD, in entrambi i casi, si evince una certa confusione di interpretazione del “Comportamento AD/HD” (16% Insegnanti; 30% Operatori) inteso da entrambi i gruppi come “Comportamento Aggressivo” (43% Insegnanti; 53% Operatori).

Pertanto sono state fatte alcune considerazioni in merito alla presenza di una figura che possa fare da guida sia nei contesti scolastici che clinici, in merito alla comprensione e all’interpretazione del comportamento del bambino. Una figura che abbia solide competenze in ambito psicopedagogico, di psicologia clinica e di psicologia dell’età evolutiva, come già evidenziato più volte da parte delle istituzioni (Trombetta 2013). Tale ruolo diventa fondamentale non solo in rapporto all’utenza, ma anche come mediatore con i familiari e tra le stesse figure professionali, per facilitare un processo di comunicazione che sia efficiente ed efficace; che possa svolgere anche la funzione di formatore per l’équipe educativa e sanitaria affinché garantisca un livello migliore di competenza sulle problematiche psicologiche del bambino, sugli stili di intervento e sugli approcci metodologici più adatti a stabilire una relazione sicura con l’educatore o il terapeuta.

 

La mente strategica. Strategie non ordinarie per vivere felici (2020) di Francesca Luzzi – Recensione del libro

Francesca Luzzi nel suo libro La mente strategica descrive le abilità essenziali per sviluppare una mente strategica e alcune strategie per allenarla.

 

Nell’attuale società del benessere materiale, in cui le abilità insite nell’uomo vengono dimenticate, non sviluppate, non utilizzate dallo stesso che intanto si strugge nel presente alla ricercare della tanto ambita felicità, il libro La mente strategica di Francesca Luzzi, psicologa psicoterapeuta impegnata anche in attività di formazione e coaching, risulta essere una ricca e piacevole lettura, rivolta all’ampio pubblico, che spiega e suggerisce come sviluppare una forma mentis che consente di adattarci in modo funzionale alla realtà e di vivere a pieno.

Ma una mente strategica comprende una serie di abilità e di contro disinnesca una serie di psicotrappole che Francesca Luzzi ci spiega nei diversi capitoli del testo.

Vediamo alcune abilità essenziali per sviluppare una mente strategica:

  • Il problem solving strategico, ossia la capacità di trovare soluzioni semplici a problemi apparentemente irrisolvibili, descrivendone le varie fasi che lo compongono (definire il problema, concordare l’obiettivo, analizzare le tentate soluzioni, la tecnica del come peggiorare il problema, la tecnica dello scalatore rifacendosi alla tecnica utilizzata dalle guide alpine che studiano il percorso dalla cima e proseguendo a ritroso, aggiustare il tiro progressivamente);
  • Saper danzare armoniosamente tra coscienza ed incoscienza, razionalità ed irrazionalità;
  • Strategie e stili di coping;
  • Locus of control, inteso come la capacità di controllo personale sugli eventi;
  • Senso di autoefficacia;
  • Consapevolezza,
  • Speranza;
  • Ristrutturare il modo di vedere ed approcciarsi agli eventi di vita;
  • Resilienza.

La mente resiliente

La resilienza non è una condizione ma
un processo: la si costruisce lottando (George Vaillant).

Come ci ricorda l’autrice, una mente strategica è anche una mente resiliente.

Ma oltre al più comune significato del termine che oggi più o meno tutti noi conosciamo, ossia ripreso da una proprietà dei metalli di resistere agli urti, mi piace molto il riferimento di Francesca Luzzi a un grande esperto in materia, ossia Pietro Trabucchi, che rimanda al termine che deriva dal latino resalio, verbo utilizzato per descrivere il tentativo di risalire sulle barche rovesciate, e continua ricordando come, quando la barca della vita si rovescia, alcuni si affannano per risalirvi ed altri rimangono bloccati, affogando.

Termine oggigiorno molto utilizzato nell’ambito della psicologia ed il settore della crescita personale, ma ciò che spesso appare ingannevole, allontanandoci dall’essere resilienti, risulta l’orientare gli sforzi nel tentativo di eliminare problemi e fonti di stress più che nel risolverli e gestirli.

In questo rientra anche il concetto di responsabilità, che dobbiamo assumere nei confronti delle nostre scelte, nei confronti dei nostri successi quanto dei nostri fallimenti e come ricorda l’autrice attraverso un aforisma di Martin Luther King “può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”.

Altro aspetto di una mente strategica ed al contempo resiliente è l’essere costante e perseverare perché, facendo ancora l’autrice riferimento a Trabucchi, ci si sofferma su come proprio la perseveranza sia aspetto essenziale più del mito della motivazione, in quanto basandosi su una motivazione intrinseca, la stessa perdurerà di più oltre gli ostacoli e le difficoltà ed oltre ad ogni tipo di ricompensa esterna, aiutandoci ad andare avanti, verso ciò che conta veramente per noi.

Fra le varie pagine del testo l’autrice ci omaggia anche di pezzi di sue esperienze e vissuti, arricchendo dal mio punto di vista il contenuto dello stesso.

L’allena-mente strategico: strategie per allenare la nostra mente

Nel capitolo 7 si entra nel vivo di strategie per allenare una mente strategica. Vediamone alcune:

  • Evitare la rigidità mentale, cercando di allenare la mente a sviluppare modi alternativi di approcciarsi alle cose con ad esempio l’esercizio del come se, provando pertanto a sentirci in modo diverso e soprattutto come vorremmo, per riuscire ad agire in modo diverso, aprendoci a nuove scoperte (es. come mi comporterei oggi se mi sentissi ben voluto dagli altri?);
  • Coltivare buone abitudini: questa, ci suggerisce l’autrice, può venirci in ausilio quando la motivazione verso un nuovo comportamento o obiettivo da raggiungere viene meno (ci viene suggerita ad esempio la meditazione mindfulness);
  • Evitare di evitare;
  • Accettare emozioni e pensieri seppur connotati negativamente o quando gli stessi procurano dolore, in tal senso l’autrice ci suggerisce l’approccio narrativo, oramai condiviso quasi in modo univoco per la sua efficacia da diversi approcci teorici;
  • Mantenere un dialogo positivo con noi stessi, con gli altri e con il mondo, dove l’unico evitamento legittimo è quello di evitare di voler cambiare gli altri, impegnandoci invece a migliorare noi stessi;
  • Coltivare il bello;
  • Ridefinire il concetto di successo, in quanto, riflette l’autrice, sembrerebbe oggi sempre più lontano dai nostri valori soggettivi;

E per i nostri piccoli?

L’ultimo capitolo è dedicato a suggerimenti e strategie per favorire lo sviluppo di una mente strategica nei bambini.

L’autrice ci ricorda quanto il concetto stesso di educare significhi tirar fuori, condurre e non sostituirci ai nostri figli, come purtroppo spesso avviene senza neppure rendercene conto, ma diversi studi evidenziano come stiamo paradossalmente in una società del benessere, crescendo sempre più bambini tristi, infelici, depressi, obesi, insicuri…

Allora forse anche in questo caso non un gioco di colpa ma di responsabilità di scelta, scegliere responsabilmente di essere noi dei sani modelli, ricordarci di lodare ad esempio più l’impegno che le doti, cercare di rendere i bambini più autonomi, non sostituendoci a lui/lei ma collaborando dove necessita, recuperiamo il diritto alla noia ed il gioco libero, saper sdrammatizzare con un po’ di sano umorismo i loro piccoli e grandi drammi, insegnare loro sentimenti, emozioni, gratitudine ed umiltà…

Un libro molto bello e ricco non soltanto di informazioni, ma di riflessioni che spesso vengono date per scontate ma forse oggi sempre di più dimenticate e non praticate, un libro che in modo non superficiale e riduttivo si rivolge all’ampio pubblico in modo accessibile. Un libro arricchente e che pertanto mi sento di suggerire non soltanto alla lettura, ma alla messa in atto anche di quanto l’autrice ha sapientemente raccolto dai vai campi delle scienze mediche e psicologiche circa ciò che può contribuire al nostro benessere e descritto all’interno dello stesso.

 

Fibre di tipo C e contatto umano

Le descrizioni dettagliate del sistema C tattile e la sua proiezione bottom up nel sistema nervoso centrale hanno un ruolo chiave nel supportare e rinforzare positivamente il contatto sociale tattile.

 

Il tatto è un senso che può essere interpretato come piacevole, in quanto è il primo sistema sensoriale che si sviluppa nell’uomo (Bremner & Spence, 2017; McGrant, 2004). La valenza emotiva assegnata al tatto è correlata a dei fattori bottom up, come un’attivazione ottimale degli afferenti tattili di tipo C, o CT (Spitoni et al., 2020).

Nello specifico questi afferenti, scoperti da Ynge Zotterman nel 1939 e dimostrati da Ake Valbo nel 1993, hanno una velocità di conduzione che varia dai 0,5 ai 2 m/sec e rispondono intensamente a stimoli meccanici a bassa intensità, come una carezza fatta con il dito o con un pennello (Varlamov, Portnova & McGlone, 2020). Di norma, la stimolazione viene applicata nell’intervallo da 0,2 a 1-2 N.

Un aumento della forza d’azione non porta ad alcun aumento dell’intensità della risposta rispetto alla situazione con i nocicettori C, dove le risposte degli stimoli a bassa intensità consistono in pochi picchi (Varlamov, Portnova & McGlone, 2020). Inoltre, si nota una risposta più intensa per stimoli con una temperatura corrispondente alla temperatura della pelle (Ackerley et al., 2014). Le descrizioni dettagliate del sistema C tattile e la sua proiezione bottom up nel sistema nervoso centrale hanno un ruolo chiave nel supportare e rinforzare positivamente il contatto sociale tattile. Lo scopo è quello di promuovere una connessione affettiva e sociale stabile che dia sicurezza (Varlamov, Portnova & McGlone, 2020).

Dopo gli studi di Harlow (1958) e di Bowlby (1969), negli ultimi anni il tatto è stato studiato per osservare l’influenza dello stile di attaccamento nella percezione fisica del dolore. Gli autori hanno osservato in questo modo come il dolore è percepito in base alla modulazione tattile e in base allo stile di attaccamento: un tocco gradevole è stato percepito come meno doloroso in soggetti con uno stile di attaccamento ansioso, mentre è stato percepito come più doloroso in soggetti con uno stile di attaccamento evitante (Spitoni et al., 2020). Alcuni comportamenti autolesionistici implicano un collegamento tra stile di attaccamento e dolore fisico, come osservato spesso in soggetti con disturbo borderline di personalità (Rossouw & Fonagy, 2012). Questa connessione tra contatto fisico e dimensioni psicologiche è stata osservata in diversi disturbi: Crucianelli e colleghi (2016) hanno dimostrato che i pazienti con anoressia nervosa percepivano il contatto fisico come meno gradevole rispetto al gruppo di controllo. Croy e colleghi (2016) hanno testato il contatto su un campione composto da soggetti con diverse forme di psicopatologia. I ricercatori hanno osservato come i soggetti con una diagnosi percepissero in generale disagio nell’essere toccati, in modo particolare i soggetti con un disturbo di personalità. Strauss (2012) ha evidenziato invece come il contatto fosse percepito in modo sgradevole da parte di persone con PTSD, nello specifico da parte di donne maltrattate e abusate.

Spitoni e colleghi (2020) hanno ipotizzato come i deficit tattili siano frequenti non solo in una popolazione di soggetti con disturbi psichici, bensì anche in persone sane con un tipo di attaccamento disorganizzato. Per testare questa ipotesi, hanno combinato metodi clinici, psicofisici e neuroimaging per svolgere due studi (Spitoni et al., 2020). Nel primo studio, sono stati reclutati 63 soggetti senza diagnosi psicologica, che non utilizzavano sostanze e che non avevano avuto una gravidanza o la nascita di un figlio nell’ultimo anno. Sono state somministrate l’Adult Attachment Interview (AAI) per osservare lo stile di attaccamento, la PID-5, la Symptom Checklist-90-R, il Two-Point Discrimination test (2PD) per valutare la sensibilità cutanea e l’Affective Touch experiment, dove i partecipanti ricevono una stimolazione tattile affettiva e non affettiva. Nel secondo studio, sono stati reclutati 12 soggetti con attaccamento organizzato (OA) e 12 soggetti con attaccamento disorganizzato (DA). La stimolazione cutanea è stata effettuata con dei colpetti dati con un pennello da pittura. I risultati di questi due studi hanno evidenziato come le persone con un attaccamento traumatico o disorganizzato percepiscono gli stimoli come sgradevoli, mentre i soggetti con attaccamento organizzato percepiscono gli stessi stimoli come piacevoli.

Il contatto tattile su persone con attaccamento disorganizzato attiva le strutture limbiche e paralimbiche, portando il soggetto ad una risposta di attacco e fuga che indica come le esperienze sociali precoci possono modificare la risposta fisiologica delle fibre CT periferiche e il sistema nervoso centrale (Spitoni et al., 2020).

 

Perché durante le video call guardiamo più noi stessi che gli altri – Psicologia Digitale

Le videochiamate sono momenti di interazione; ma perché ci capita di guardare e concentrarci più su noi stessi che sugli altri?

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 20) Perché durante le video call guardiamo più noi stessi che gli altri

 

 Passiamo molte ore al giorno impegnati in video call: per lavoro, per rimanere in contatto con i nostri affetti, per passare il tempo e distrarci un po’. Capita a molte persone, però, durante le videochiamate, di passare gran parte del tempo a guardare la propria immagine invece che concentrarsi su quella degli altri.

Ci siamo abituati a vederci mentre parliamo, gesticoliamo, ci concentriamo, interagiamo con gli altri. Lo schermo di una video call non è solo uno specchio che riflette la nostra immagine ma una rappresentazione dinamica in tempo reale di come noi stiamo in un contesto e nella relazione.

Perché non riusciamo a smettere di guardare noi stessi invece che focalizzarci sugli altri? Come mai lo facciamo?

Il senso del sé

E’ passato oltre un secolo da quando Cooley (1902) sviluppò la teoria del looking-glass self, l’io riflesso. Secondo Cooley il nostro Sé si forma grazie ad esperienze individuali e sociali: la visione che abbiamo di noi stessi è co-costruita costantemente grazie a come pensiamo gli altri ci percepiscano oltre a come noi stessi ci vediamo. Immaginiamo come ci vedono e che valutazioni possano avere di noi; sulla base del significato che attribuiamo a queste riflessioni e valutazioni costruiamo e modelliamo l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Quando parliamo di ‘altri’ facciamo riferimento a figure significative come familiari ed amici ma anche a persone con cui entriamo in contatto nella vita quotidiana: urtare qualcuno su un marciapiede, conversare, condividere lo stesso spazio ristretto come in metropolitana. Tutte queste sono forme di rispecchiamento di sé nell’altro, momenti intersoggettivi che servono come co-costruzione della nostra identità reciproca, materiale e non. Guardarsi interagire con gli altri ha una valenza prosociale e appaga il bisogno di riconoscimento reciproco.

Quello che accade in una videochiamata è proprio questo: vedere se stessi rispecchiati negli altri. Vedersi in una interazione ci aiuta quindi a formare e sostenere un valido senso di identità, offline come online.

Il pubblico immaginario

Quello che molto probabilmente sperimentiamo più o meno consapevolmente quando siamo in una videochiamata – che sia con amici, familiari e colleghi – è quello di essere oggetto dell’attenzione di un pubblico immaginario che ha gli occhi puntati su di noi. Il concetto di ‘imaginary audience’ è stato proposto da Elkind nel 1967: sentirsi oggetto di particolare attenzione da parte di questo ‘pubblico immaginario’ ci porta ad essere molto attenti a ciò che facciamo e alle reazioni altrui, con la convinzione di essere il centro dell’attenzione al di là di quanto lo siamo realmente.

Credere di essere sotto costante osservazione spiega molti comportamenti come l’ipervigilanza rispetto a come appariamo e cosa facciamo durante una videochiamata e, quindi, l’osservarsi ripetutamente durante queste interazioni.

Offline vs online: qualche differenza

Quando interagiamo abbiamo molti indizi per capire il contesto, quello che vuole dirci l’altra persona e come stare nella relazione: gestione dello spazio, gesti, linguaggio del corpo, espressioni facciali, sguardo, tono della voce, ritmo della conversazione, pause e silenzi.

 Una conversazione non riguarda solo le parole che diciamo. In una videochiamata molte di queste informazioni vengono perse, sono distorte, non sono immediate e sono più difficili da capire (pensiamo ad esempio a interruzioni di video o audio dovute alla rete). Ogni comunicazione è figlia del mezzo grazie al quale avviene: su uno schermo del computer, tablet o telefono abbiamo parametri ed indizi diversi sui quali basarci.

Alcuni di questi indizi sociali assumono addirittura un altro significato: una interruzione o pausa può essere interpretata come un momento imbarazzante da colmare, mentre nelle interazioni dal vivo un momento di pausa più spesso viene ritenuto parte della conversazione e funzionale ad essa poiché ci permette di elaborare ciò che è stato detto e scandire il ritmo dello scambio.

Se lo stai facendo tu, è probabile lo stiano facendo anche gli altri

Google Meet, Skype, Microsoft Teams, Zoom: secondo uno studio di Juniper Research lo scorso anno più di 1,8 miliardi di utenti si sono iscritti ad un servizio di videochiamate, numero che secondo la ricerca è destinato ad arrivare a 4,5 miliardi nei prossimi cinque anni. Questo anche grazie all’adozione del 5G e dell’aumento delle chiamate vocali su rete LTE (VoLTE, voise over Lte, tecnologia che utilizza uno spettro di banda più ampio e consente quindi di fare chiamate qualitativamente migliori con voce più nitida e meno rumore di fondo).

Mai come durante quest’anno abbiamo avuto modo di apprezzare quanto la tecnologia possa essere abilitatrice e supporto di molte attività e quanto può aiutarci a rimanere in contatto, lavorare in team anche se da remoto, seguire lezioni e fare terapia online.

Le video call esistevano anche prima, certo non usate in maniera così massiva da così tante persone. Non più relegate solo a contesti lavorativi, abbiamo sdoganato anche la video call con la nonna, la zia, gli aperitivi digitali con gli amici che per ora non possiamo vedere.

Siamo quotidianamente esposti alla nostra immagine di fronte a noi in tempo reale mentre interagiamo; e così come lo siamo noi, lo sono gli altri. La tendenza a focalizzarsi sulla propria immagine può essere dovuta a un insieme di fattori e di bias: la percezione di essere oggetto dell’attenzione altrui più di quanto non sia realmente, di maggior controllo dell’interazione e di come appariamo agli altri e di riuscire a elaborare molte più informazioni e cues sociali di quanto riusciamo veramente a fare.

Ma se ci pensiamo, se si tratta di una tendenza così diffusa non siamo gli unici e, forse, siamo meno al centro dell’attenzione di quanto pensiamo.

 

Hikikomori: la storia di un prigioniero in una stanza

Questa è la storia di Alessandro, un hikikomori.

 

Lo vedo per la prima volta a casa sua. Si è svegliato tardi, mi fa attendere un po’ in salotto. Si presenta proprio come immaginavo un hikikomori: in pigiama, trascurato, i capelli lunghi incollati al viso. Ho la sensazione, mentre si muove, che il suo corpo non gli appartenga: che lo abiti quasi per caso, e con fastidio. Ho difficoltà a intercettare i suoi occhi, ma quando riesco percepisco uno sguardo dolce, smarrito. Mi presento per un primo colloquio psicologico domiciliare in seguito alla chiamata di sua madre, che al telefono appariva sofferente, quasi arresa. Alessandro, 20 anni, vive auto-recluso in casa da 5. Uno dei circa 100.000 casi di Hikikomori oggi in Italia, secondo le stime di Hikikomori Italia: persone che vivono segregate in una stanza, per loro scelta, e connesse al web e ai videogiochi tutto il giorno. Da quella ombrosa stanza del silenzio a poco a poco gli Hikikomori rischiano di non uscire più, né per piacere né per dovere (sono in aumento gli abbandoni scolastici), e per nutrirli i genitori lasciano il vassoio dietro la porta.

La parola giapponese significa appunto “stare in disparte”. Il termine non è una diagnosi: si tratta infatti di un disagio sociale, non di una malattia. E quel vassoio solitario, per ore dietro la porta chiusa, col pane raggrinzito e la banana sempre più nera, ne è l’emblema più eloquente.

Nei primi tempi della terapia, Alessandro aveva difficoltà a fidarsi di me. I nostri colloqui sfioravano con cautela il suo dolore e il suo malessere. Erano più un viaggio tra i videogiochi che ama, l’informatica di cui è un vero esperto, le chat, i siti. Mi diceva che la “vita di fuori” non gli interessava, e che lì al computer aveva tutto quello che gli serve, pure gli amici.

Mi conduce nell’universo di World of Warcraft, il gioco che ama di più, e mentre me ne parla la sua voce cambia, si fa più alta e più vivace. Sento l’orgoglio del padrone di casa che ti guida fiero nella sua dimora, soddisfatto dello spazio che si è costruito. Mi lascio affascinare da questo mondo fantasy a tratti medievale, contaminato da mitologie nordiche e popolato da umani, troll, gnomi, orchi. Nel tempo ho appreso che WoW è un gioco molto amato generalmente dagli Hikikomori. C’è una parte di me del passato che lo capisce molto bene: pure io, in periodo adolescenziale, alla realtà deludente preferivo il mondo virtuale che costruivo con The Sims, videogioco in cui io ero il burattinaio onnipotente che governava le esistenze di tutti, e potevo assicurare agli abitanti di quel villaggio immaginario vite soddisfacenti in graziose villette a schiera, lavori gratificanti e arredamenti nuovi, man mano che la situazione economica ingranava con mia soddisfazione.

Col tempo, Alessandro mi permette di entrare nel suo mondo più privato. Mi racconta del bullismo che ha subito alle scuole medie, di come si senta sbagliato e inadeguato e di come tutt’ora abbia paura delle persone. “Non di te”, aggiunge, “tu si vede che sei buona”. Penso alla vita di Alessandro come un videogioco, buoni contro cattivi.

Mi racconta che in WoW il giocatore in media possiede tre “specializzazioni”. Mi parla molto accorato del “protettore”, ruolo che consente ai personaggi di sopportare grandi danni e concentrare su di sé l’attenzione dei nemici, facilitando e proteggendo gli altri alleati. Questa spiegazione mi colpisce profondamente.

Nel corso della terapia, guardando Alessandro in un’ottica “sistemico-relazionale”, mi pongo la domanda base, quella che viene prima di tutte, non solo nei casi di hikikomori ma di fronte a qualsiasi tipo di malessere: questo “sintomo” a cosa serve in questa famiglia? Ogni comportamento problematico infatti segnala il malessere dell’intero “sistema-famiglia”, ed è uno dei componenti di essa ad assumersi, inconsapevolmente, l’onere di farlo emergere. Incontro dopo incontro, affrontiamo dunque il disagio coniugale tra i genitori di Alessandro.

Un giorno, parlando di WoW, Alessandro mi dice che il personaggio, procedendo di missione in missione, sperimenta nuovi poteri come creare pozioni magiche. Io gli chiedo per quale scopo utilizzerebbe una pozione magica nella vita reale, e lui risponde sottovoce: “Per far andare d’accordo i miei”.

Da quando è cominciata la terapia si sono profilati nella mia mente diversi scenari relazionali: forse Alessandro sta tentando di “unire” i genitori veicolando l’attenzione su se stesso e sul proprio disagio. Forse in tal modo, distogliendoli dai loro litigi, li costringe a fare fronte comune. Forse è un modo, inconsapevole, per ritardare anche l’idea di una separazione coniugale.

Probabilmente per lui essere un hikikomori, ovvero stare sempre lì in casa, presente, è un modo per stare vicino e sorvegliare la madre, che lui percepisce fragile e vulnerabile agli “attacchi” del padre. Un modo per difenderla. E chissà se assumere il ruolo del figlio “malato” rintanato in casa non sia anche un modo per dare alla madre casalinga, che non si è mai concessa spazi personali, una funzione e un ruolo utile, in una fase in cui invece un figlio dovrebbe “prendere il volo”.

Rifletto sulla paura di separarsi e di lasciare un vuoto, che forse Alessandro ritiene insopportabile per la madre. Pioveva a dirotto quel giorno in cui ho avuto l’intuizione, e Alessandro guardava in silenzio le gocce ballare sulla ringhiera. Ecco perché il ruolo del “protettore” del videogioco mi tocca profondamente, e mi suona fortemente simbolico della sua vita! Alessandro si sentiva il protettore della madre.

C’è un termine, “Amae”, usato in Giappone per indicare la dipendenza dall’affetto altrui.

Lavoriamo quindi sui ruoli e sui confini familiari, provando a ritagliare in famiglia uno spazio che sia suo, che non “serva” a nessuno. Affrontiamo il tema della differenziazione, quindi dell’emergere dal sistema familiare nella propria unicità, senza temere di “tradire” la famiglia e conservando la propria appartenenza. Alessandro non sarà per sempre “figlio”, ma soprattutto non è a lui che compete tenere uniti i suoi genitori attraverso il suo malessere.

Il nostro viaggio insieme è una scoperta: del suo mondo, in cui mi accompagna inizialmente timoroso di un giudizio, e del mondo là fuori, che non è popolato da buoni contro cattivi, ma da persone tutte diverse, contraddistinte dalla propria complessità e contraddittorietà.

Con il supporto dell’ipnosi Alessandro impara un metodo per gestire l’ansia, a cui ricorrerà anche da solo sia nelle “crisi di astinenza”, quando i genitori gli impediscono di usare Internet, sia per prepararsi alle graduali uscite da casa che abbiamo progettato. Attraverso la terapia EMDR lavoriamo sulle ferite che gli sono state impresse negli anni di bullismo, abbassando l’impatto traumatico ed emotivo associato a questi episodi.

Oggi Alessandro attraversa la città non solo per andare in studio per la terapia, ma anche per andare al cinema (attendeva elettrizzato l’uscita dell’ultimo Star Wars) o raggiungere il parco. Ha un taglio diverso di capelli, semi-rasato, e t-shirt nuove. Il suo progetto da settembre è frequentare la facoltà di Informatica (ambito in cui è bravissimo) e iscriversi a un corso di cucina. Io l’ho incoraggiato, sono una fan dei suoi tiramisù.

Alessandro si sta gradualmente riappropriando di se stesso: sta riscoprendo chi è e cosa gli piace, in cosa è bravo, quali aspetti di sé apprezza o sono apprezzati dagli altri. Si sta liberando di un ruolo che aveva certi “vantaggi”, ma – se ne è accorto – era troppo faticoso. E’ un percorso che continua: a volte appare più accidentato, pietroso, a volte più leggero. Lui sa che siamo in cammino, e attraversiamo le radure, scopriamo le grotte, i torrenti dove imparerà a specchiarsi sereno.

E’ una strada che affrontiamo con coraggio e fiducia, che lo aiuta ad aggiungere giorno dopo giorno una piccola tessera al mosaico della sua autostima, a relazionarsi con gli altri, a comunicare i propri bisogni e a prendersi delle responsabilità. Sta imparando a sognare e a desiderare, tollerandone il rischio e la paura. Dismessa la divisa da prigioniero – il triste pigiama dei primi tempi – quel ragazzino impaurito può inoltrarsi nel mondo, libero tra la gente.

 

La sindrome del burnout genitoriale nelle disabilità

Molte ricerche suggeriscono che i genitori di bambini con disabilità non solo sperimentano livelli più elevati di stress rispetto alle famiglie di bambini con sviluppo tipico, ma che la loro salute mentale in generale potrebbe avere delle complicazioni

Antonio Albanesi – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Il fatto è che l’educazione dei figli è un lavoro lungo e duro, le gratificazioni non sono sempre immediatamente evidenti, il lavoro è sottovalutato, e i genitori sono solo umani e vulnerabili quasi quanto i loro figli (Benjamin Spock).

Le persone di solito si aspettano che l’opera dei genitori sia un’esperienza meravigliosa (Feldman e Nash, 1984), il che non sorprende, data l’enfasi posta sulle ricompense di genitorialità (Eibach e Mock, 2012; Hansen, 2012), che comprendono accrescimenti personali nel significato della vita (Nelson e colleghi, 2013), emozioni positive e integrazione sociale (Nomaguchi e Milkie, 2003). Tuttavia, per molte persone, il ruolo dei genitori non è una passeggiata (Hansen, 2012; Kahneman e colleghi, 2004). Anzi, la genitorialità può essere uno dei mestieri più faticosi che si intraprendono. Sin dalla nascita, i bambini possono mettere sotto stress i loro genitori in modo considerevole (Crnic e Low, 2002; Deater-Deckard, 2008). Il semplice fatto di essere un genitore si confronta con una vasta gamma di problemi quotidiani (es. compiti a casa), fattori acuti di stress (es. conflitti tra fratelli) e anche fattori di stress cronici (es. problemi comportamentali e di salute). Quando i genitori scarseggiano cronicamente delle risorse necessarie per gestire i fattori di stress infantili, essi sono a rischio di burnout genitoriale (Mikolajczak e Roskam, 2018).

Il burnout parentale deriva da uno squilibrio cronico di rischi sulle risorse nelle competenze genitoriali (Mikolajczak e Roskam, 2018). Esso è definito come uno stato di intenso esaurimento correlato al proprio ruolo genitoriale, in cui ci si distacca emotivamente dai propri figli e si diventa dubbiosi sulla propria capacità di essere un bravo genitore (Roskam, Raes e Mikolajczak, 2017). I genitori si sentono così svuotati che si limitano a pensare al proprio ruolo come se sentissero di aver raggiunto la fine del loro legame. Di conseguenza, i genitori diventano emotivamente distanti dai loro figli: diventano sempre meno coinvolti nella relazione con loro e le interazioni sono limitate agli aspetti funzionali / strumentali a scapito degli aspetti emotivi. Pertanto, non si sentono più buoni genitori e perdono il piacere di stare con i loro figli (Hubert e Aujoulat, 2018; Roskam, Brianda e Mikolajcazk, 2018). Ad oggi la ricerca sulla sindrome da burnout genitoriale si è focalizzata sul comprendere cosa rende i genitori vulnerabili a questa condizione. I ricercatori hanno scoperto che i genitori sono a maggiore rischio quando:

  • Mirano ad essere genitori perfetti (Kawamoto e colleghi, 2018).
  • Sono nevrotici o tendenti all’alessitimia e capacità di gestione dello stress (Lebert-Charron e colleghi, 2018; Le Vigouroux e colleghi, 2017; Mikolajczak e colleghi, 2018).
  • Mancanza di supporto emotivo o funzionale da parte del “coparent” (Lindstrom, Agam e Lindahl Norberg, 2010; Mikolajcaz, Raes e collaboratori, 2018): la definizione di coparent (co-genitore) è un processo in cui due genitori lavorano insieme per crescere un figlio anche se sono divorziati o separati e non vivono più assieme. Un esempio di co-genitorialità è quando una madre e un padre divorziati condividono la custodia legale e fisica del figlio.
  • Hanno pratiche indigenti nell’educazione dei figli (Mikolajcazk, Raes e colleghi, 2018).
  • Hanno figli con bisogni speciali che interferiscono con la vita familiare (Gérain e Zech, 2018; Lindahl Norberg, 2007; Lindstrom, Aman e Lindahl Norberg, 2010).
  • Lavorano part-time o sono genitori casalinghi (Lebert-Charron e colleghi, 2018; Mehauden e Piraux, 2018).

Si sa invece molto meno sulle conseguenze della sindrome da burnout parentale rispetto ai suoi antecedenti. In ambito lavorativo, il costrutto correlato al burnout lavorativo è associato a una serie di conseguenze negative sia per il dipendente che per l’azienda; esso danneggia la salute mentale e fisica dei dipendenti (Shirom e colleghi, 2005), diminuisce molti aspetti delle performances lavorative (Taris, 2006) e aumenta drammaticamente il ricambio dei dipendenti (Alarcon, 2011). Nell’ambito genitoriale, potremmo aspettarci conseguenze sia per i genitori che per la famiglia. Risultati di ricerca a sezione trasversale suggeriscono che il burnout genitoriale, così come il burnout lavorativo, è associato a sintomi depressivi, comportamenti tendenti alla dipendenza, disturbi del sonno e conflitti di coppia (Kawamoto e colleghi, 2018; Mikolajczak e colleghi, 2018; Van Bakel e colleghi, 2018). E’ interessante notare come il burnout genitoriale sia risultato essere più fortemente associato a 3 variabili rispetto al burnout lavorativo. Le 3 variabili in questione sono: l’ideazione di fuga (idee di fuga o suicidio), abbandono dei minori e violenza genitoriale. Questo si spiega poiché il burnout parentale evidenziò, rispettivamente, 4 volte, 10 volte e 25 volte più varianza in queste variabili, rispetto al burnout lavorativo. Sarebbe allettante concludere che queste 3 variabili siano conseguenze del burnout parentale, ma la direzione di causalità è sconosciuta.

Lo stress genitoriale nelle famiglie dei bambini con disabilità

La genitorialità, un’esperienza meravigliosa e gratificante, è spesso accompagnata da alti livelli di stress, a causa delle difficoltà, delle frustrazioni e delle sfide che i genitori affrontano nella vita di tutti i giorni. L’arrivo di un bambino con disabilità nello sviluppo comporta richieste e sfide inaspettate da parte dei genitori, per le quali spesso non sono preparati. Avere un figlio con disabilità dello sviluppo determina implicazioni sul cambiamento di vita e effetti a lungo termine nella vita dell’intera famiglia (Simmerman, 2001; Martin e Colbert, 1997). Molti studi condotti in quest’ambito mostrano che i genitori aventi figli con disabilità subiscono livelli più elevati di stress rispetto ai genitori di bambini con uno sviluppo tipico (Sanders e Morgan, 1997; Roach e colleghi, 1999). L’impatto che un bambino con disabilità ha sulla famiglia non è solo lineare e non si basa esclusivamente sulla direzione. L’impatto è multidimensionale, reciproco, influenza la totalità del sistema familiare e le relazioni tra i membri della famiglia (Harris, 1994; Rodrigue, Gefken e Morgan, 1994; Breslau, 1982; Breslau e Prabucki, 1987). Il benessere dei fratelli dei bambini con disturbi dello sviluppo può essere compromesso a causa dello stress vissuto in famiglia (Rossiter e Sharpe, 2001). Molte ricerche suggeriscono che i genitori di bambini con disabilità non solo sperimentano livelli più elevati di stress rispetto alle famiglie di bambini con sviluppo tipico, ma che la loro salute mentale in generale potrebbe avere delle complicazioni. Difatti, i genitori possono sperimentare depressione, ansia (Beckman 1991; Dyson, 1991; Emerson, 2003; Bristol e Schopher, 1984; Hoppes e Harris, 1990), alti livelli di disperazione, fallimento, senso di colpa (Jones, 1997; Powers, 1989; Tommasone e Tommasone, 1989), riportano ridotte capacità genitoriali e minore soddisfazione coniugale (Rodrigue e colleghi, 1990). Il benessere psicologico dei genitori è considerato molto importante. Le ricerche sottolineano l’importanza di programmi di intervento sullo stress genitoriale così da poterlo alleviare (Davis, 1985; Schilling e Schinke, 1984) perché elevati livelli di stress parentale possono avere un impatto negativo sul funzionamento del bambino con disabilità dello sviluppo. I genitori si comportano in modo diverso e questo può avere un impatto negativo sui bambini (Hastings, 2002); gli studi rivelano che i genitori con un elevato livello di stress interagiscono in modo diverso con i loro figli, rispetto ai genitori con un livello di stress inferiore, e rispondono in modo diverso al comportamento problematico del figlio (Conger e colleghi, 1995). Secondo Floyd e Phillipe (1993), la depressione auto valutata dai genitori sarebbe un forte predittore dei loro sforzi per gestire attivamente e con successo i comportamenti problematici dei loro figli.

Il bambino con disabilità non è il solo a influenzare la vita e le dinamiche familiari; anche la famiglia influenza positivamente o negativamente lo sviluppo del bambino. Nello specifico, i ricercatori sottolineano che maggiori livelli di stress predicono risultati meno positivi nei programmi di intervento precoce per bambini con disabilità (Brinker e colleghi, 1994), considerato che questo tipo di interventi precoci hanno maggiore successo in caso di problemi familiari, incluso lo stress parentale, e sono affrontati prima dell’inizio del programma di intervento (Rhodes, 2003). Quindi, conoscere e trattare con i genitori il tema dello stress parentale è importante per i professionisti.

Lo stress legato al bambini: diagnosi, caratteristiche e comportamento del bambino

Secondo le ricerche, il benessere psicologico dei genitori è fortemente influenzato dalla diagnosi primaria del loro bambino. Lo shock, la negazione, l’incredulità e il dolore sono le reazioni comuni dei genitori in questo specifico caso (Martin e Colbert, 1997). Una quantità considerevole di letteratura mostra come all’inizio i genitori facciano i conti con la loro perdita di aspettative, in special modo delle possibilità perdute e dei sogni sul loro bambino perfetto, e tutto questo processo di perdita che attraversano provoca angoscia emotiva (Martin e Colbert, 1997; McCubbin e colleghi, 1982). Tuttavia, secondo Martin e Colbert (1997), alcuni genitori riferiscono un senso di sollievo dopo aver fissato la diagnosi, perché quest’ultima pone fine ai loro dubbi e fornisce loro risposte. Waisbren (1980) ha sottolineato che avere un figlio con disabilità nello sviluppo richiede che i genitori debbano riformulare e riadattare nuovi ruoli e identità; questo può provocare ambivalenza e/o ansia, che non fa niente di meno che aumentare i livelli di stress. Altri studi invece suggeriscono che forse non è solo la diagnosi ad essere la fonte di stress vissuta dai genitori, ma anche le caratteristiche e i comportamenti del bambino correlate alla diagnosi: lo stress genitoriale può essere fortemente associato al livello di disabilità del bambino (Minnes, 1988), alle caratteristiche del bambino e ai suoi comportamenti impegnativi, e tutte queste variabili richiedono molto tempo per i genitori (Simmerman e colleghi, 2001). I comportamenti maladattivi, sfidanti e di auto mutilazione dei bambini con disabilità possono risultare una forte fonte di stress per i genitori; i bambini hanno bisogno di una supervisione costante per la propria sicurezza e quella dei loro fratelli (Cole, 1986). Molti genitori mettono in relazione lo stress con le costanti richieste di cura e attenzione dei loro figli (Minnes, 1988; Beckman-Bell, 1981): infatti molti bambini con disabilità potrebbero non essere in grado di prendersi cura di sé stessi o mettere in atto comportamenti che ci si aspetta da altri bambini della loro età e con uno sviluppo tipico. Questo significa che i genitori devono impegnarsi di più e investire più tempo ed energia sul loro bambino. Una possibile soluzione al problema potrebbe essere alleviare lo stress nei genitori. Essere genitori di un bambino con disabilità non influisce solo sull’intensità dell’accudimento, ma anche nella sua estensione nel tempo. L’autonomia del bambino può essere ritardata  o compromessa dalla disabilità. Sembra che alcune caratteristiche legate al bambino come le capacità comunicative o il livello di difficoltà che ha il bambino mentre compie un comportamento, siano fortemente correlati ai livelli di stress vissuti dai genitori (Frey e colleghi, 1989; Quine e Pahl, 1991). Le esigenze sanitarie speciali, il continuo accompagnamento del bambino o la costante supervisione possono interferire con le attività quotidiane dei genitori. Le loro limitate possibilità, causate dalla mancanza di tempo, per riposarsi, divertirsi o ritagliarsi un po’ di tempo per loro stessi, danno come risultato stanchezza, esaurimento e afflizione. Il comportamento brusco e inaspettato dei bambini è correlato a bassi livelli di autoefficacia dei genitori e a problemi di salute mentale degli stessi (Herring e colleghi, 2006). Quando si tratta di bambini con bisogni speciali, i genitori devono impegnarsi più di quanto farebbero con i bambini con uno sviluppo normale (Westling, 1997). A causa di nuove responsabilità per le quali non sono preparati, essi possono partecipare a corsi di formazione e di istruzione generali rivolti ai genitori, hanno necessità di interagire regolarmente con gli insegnanti, etc, e questo significa meno tempo da dedicare per altre attività. Può capitare che si scoraggino facilmente a causa dell’incapacità dei loro figli di raggiungere gli obiettivi educativi. E, come in un circolo vizioso, tutto ciò non fa altro che aggiungere altro stress.

Le differenze tra le madri e i padri nella gestione emotiva e cognitiva rispetto alla disabilità del figlio

Sebbene la disabilità del bambino colpisca l’intera famiglia, ci sono prove considerevoli del fatto che le madri esperiscono un maggior impatto emotivo rispetto ai padri circa la disabilità del figlio (Hastings e colleghi, 2005; Oelofsen e Richardson, 2006; Gray, 2003). Per esempio, in uno studio condotto da Gray (2003) su famiglie di bambini con autismo, l’autore ha scoperto che le madri e i padri erano influenzati in modi e livelli diversi dalle condizioni del loro bambino. I padri sostenevano che le condizioni del loro bambino non li avessero influenzato personalmente come hanno fatto con le loro mogli. Hanno anche ammesso che il modo in cui l’autismo del loro figlio li ha influenzati è stato solo attraverso lo stress esperito dalle loro mogli. Secondo l’autore il diverso livello di stress vissuto da madri e padri può essere spiegato riferendosi ai ruoli di genere legati al lavoro e all’educazione dei figli. Mentre le madri sono di solito più coinvolte nell’accudimento del bambino, i padri sono più impegnati a lavorare per sostenere i bisogni finanziari della famiglia. Secondo l’autore ci sarebbe una differenza nelle strategie di coping che utilizzano le madri e i padri. Mentre i padri tendono a sopprimere i loro sentimenti, o per evitarli lavorando fino a tardi oppure stando lontano da casa, le madri tendono a esprimere e condividere le loro emozioni; nello specifico esse provano una vasta gamma più ampia di emozioni (dal dolore alla tristezza, alla rabbia, all’angoscia etc.) e parlano di più con gli altri delle loro emozioni. Si è scoperto inoltre che le madri sono più stigmatizzate dal disturbo del loro bambino. Ci sono anche differenze nelle percezioni o valutazioni cognitive. Difatti, le valutazioni cognitive dei genitori sulle disabilità del bambino mediano i livelli di stress vissuti dai genitori. Se avere un figlio con disabilità porta allo stress o a una strategia di coping positiva, questo dipenderà dalle percezioni della famiglia sulla disabilità del bambino, dalle giustificazioni fornite dalla famiglia nonché dalla comprensione del perché si verificano gli eventi e cosa possono fare per alleviare lo stress. Molti studi si sono concentrati sul ruolo delle valutazioni cognitive dei genitori sullo stress. Mash e Johnston (1990) suggeriscono che una combinazione di caratteristiche del bambino e cognizioni genitoriali può influenzare i livelli di stress parentale. Altri studi suggeriscono che quando si tratta di cognizioni, queste ultime potrebbero essere predittori più forti di stress parentale rispetto al comportamento disadattivo del bambino. In uno studio condotto da Lustig (2002) è stato trovato utile ai fini di un buon adattamento familiare l’essere in grado di riformulare la disabilità in modo positivo e il percepirsi come competenti piuttosto che passivi. Altri studi sul ruolo delle cognizioni parentali si sono focalizzati sull’autostima, sull’autoefficacia e sul locus of control. Sembra che le cognizioni genitoriali medino il ruolo di differenti variabili sullo stress genitoriale. Hastings e Brown (2002) hanno scoperto che l’autoefficacia mediava gli effetti del comportamento disadattivo del bambino sull’ansia e la depressione vissute da madri di bambini con autismo. Secondo Hasall e Collaboratori (2005) la maggior parte della varianza misurata nello stress genitoriale è stata spiegata dalla funzione del locus of control (modalità con cui un individuo ritiene che gli eventi della sua vita siano prodotti da suoi comportamenti o azioni, oppure da cause esterne indipendenti dalla sua volontà) genitoriale, dal grado di soddisfazione e dalle difficoltà di comportamento del bambino. Inoltre gli autori hanno scoperto come la forte correlazione tra il supporto familiare e lo stress genitoriale fosse mediata dal locus of control dei genitori.

Per concludere, questo articolo vuole indicare diversi fattori legati allo stress che sia i ricercatori che i professionisti devono tenere a mente quando si lavora con famiglie di bambini con disabilità nello sviluppo. C’è una larga divergenza nell’esperienza di accudimento e cura di un bambino con una disabilità. I professionisti che lavorano con queste famiglie devono essere consapevoli del fatto che l’assistenza potrebbe produrre esperienze sia positive che negative. Infatti, ai fini di un sano funzionamento familiare, i professionisti devono supportare i bisogni dell’intera famiglia e non solo le necessità del bambino con disabilità. I professionisti che lavorano con i bambini possono svolgere un ruolo importante nell’aiutare i membri della famiglia a riformulare la loro esperienza fornendo assistenza con un approccio positivo, aiutandoli a sentirsi come se avessero la conoscenza, l’abilità e la capacità di sostenere con successo ciò di cui i loro figli hanno bisogno.

 

Atypical (2017) – Recensione della serie TV

Atypical è una serie TV in grado di sensibilizzare e avvicinare il pubblico a svariate tematiche di carattere psicologico in maniera ironica, delicata e leggera, dando particolare rilievo alle dinamiche familiari che possono intercorrere laddove è presente un membro con disturbo dello spettro autistico.

 

Atypical è una serie televisiva statunitense, disponibile su Netflix, creata da Robia Rashid.

Protagonista è Sam Gardner, un ragazzo di 18 anni con una forma lieve di autismo, che come tutti i suoi coetanei è alla ricerca della propria indipendenza a scuola, a lavoro e in amore.

Si tratta di una serie TV in grado di sensibilizzare e avvicinare il pubblico a svariate tematiche di carattere psicologico in maniera ironica, delicata e leggera, dando particolare rilievo alle dinamiche familiari che possono intercorrere laddove è presente un membro con disturbo dello spettro autistico.

Stagione dopo stagione (in attesa della quarta!) si assiste a una vera e propria crescita personale di Sam, ragazzo “atipico” con tutti i problemi tipici della sua età, raggiungendo importanti conquiste tra cui la propria emancipazione.

I disturbi dello spettro autistico

Sono strano, è quello che dicono tutti. A volte non capisco di cosa parlano le persone e questo mi fa sentire solo, anche se c’è altra gente intorno a me. E allora me ne resto seduto e inizio a gingillarmi. È il mio tipico comportamento autostimolatorio, spesso strofino una matita contro un elastico. Mi rilassa, e intanto penso alle cose che non riuscirò mai a fare. (Sam)

Grazie alla voce narrante di Sam, Atypical rappresenta dettagliatamente le caratteristiche tipiche dei disturbi dello spettro autistico.

Il protagonista presenta la sindrome di Asperger, ovvero la condizione più lieve di autismo senza compromissione intellettiva e del linguaggio associata, categoria diagnostica eliminata con la pubblicazione del DSM-5 (APA, 2013). L’ultima versione del DSM, infatti, presenta un’unica categoria, i “Disturbi dello Spettro Autistico”, caratterizzata da deficit socio-comunicativi e schemi di comportamento fissi e ripetitivi.

Sam ha una passione smisurata per i pinguini e per l’Antartide e fatica a comprendere i comportamenti e le intenzioni altrui, soffermandosi sul significato letterale di ciò che gli viene detto non riuscendo a leggerne i significati impliciti. Ciò lo porta a cercare di interpretare il mondo esterno tramite continui parallelismi col mondo animale, per lui più comprensibile.

Munito di quaderno e matita si appunta tutti i consigli che gli vengono dati, a cui aggiunge una ossessiva e scrupolosa osservazione di ciò che lo circonda.

Nel corso del tempo ha sviluppato una serie di strategie che gli permettono di affrontare situazioni per lui particolarmente stressanti, ad esempio l’utilizzo di cuffie antirumore in spazi affollati e rumorosi. Quando si agita, inoltre, pratica rituali e gesti ossessivi, un esempio è la ripetizione del mantra “Adelia Antartico Imperatore Papua” ad libitum, ovvero la lista in ordine alfabetico delle specie di pinguino che popolano l’Antartide.

Emergono dunque la rigidità mentale tipica dello spettro autistico, l’incapacità di comprendere gli stati mentali altrui (Teoria della Mente) e la mancanza di empatia.

A ciò si aggiunge una particolare predisposizione per il disegno e l’illustrazione: alcune persone con autismo, spesso con QI nella norma, presentano isolate capacità speciali, per esempio nella lettura, nella matematica o nel disegno. Secondo alcuni autori proprio i deficit nelle funzioni esecutive possono in parte spiegare questi talenti (Frith & Frith, 2010). Le difficoltà nella pianificazione e nel monitoraggio delle azioni sembrerebbero portare a una maggiore spontaneità e a mancanza di autoconsapevolezza, favorendo fenomeni artistici e creatività libera. Anche la perseverazione, la debole coerenza centrale nei processi mentali e la ristretta gamma di azioni porterebbero a perfezionismo e a enorme attenzione ai dettagli (Zennaro, 2011).

La famiglia di Sam

Personaggi altrettanto importanti sono i genitori e la sorella di Sam, ognuno con le proprie vicissitudini.

La sorella minore Casey è molto protettiva e sente un forte senso di responsabilità nei confronti del fratello, mettendosi spesso in secondo piano e rinunciando ai propri desideri per venire incontro alle difficoltà di Sam. Emerge, inoltre, nel corso della serie TV il vissuto di trascuratezza dovuto alle attenzioni rivolte completamente al fratello da parte dei genitori.

Il padre Doug è il membro della famiglia che ha avuto maggiori difficoltà nell’accettare la diagnosi di Sam. Non sentendosi in grado di affrontare la situazione ha abbandonato la famiglia per otto mesi quando Sam era piccolo. Ha sempre avuto difficoltà a comprendere e a relazionarsi con il figlio ma, con il sopraggiungere dell’adolescenza e la richiesta di chiarimenti sul mondo femminile, Doug ha così l’occasione di ricostruire il rapporto con Sam.

La madre Elsa è iperprotettiva nei confronti del ragazzo, a tratti soffocante. Frequenta un gruppo di sostegno per genitori di figli con autismo e cerca di coinvolgere il marito in tutto ciò che riguarda Sam. Ha investito così tanto le proprie energie nel ruolo di madre che ha trascurato se stessa e questo la porterà a tradire il marito.

A ciò si aggiungono le difficoltà col mondo esterno, estraneo alla tematica dell’autismo. A causa della particolarità di Sam, gli amici di famiglia si sono allontanati da loro portandoli a un vero e proprio isolamento. Episodio emblematico sulla scarsa sensibilizzazione e conoscenza del disturbo è l’arresto di Sam da parte di un poliziotto poiché gli risultava sospetto il comportamento del ragazzo.

In conclusione Atypical si dimostra una serie TV in grado di offrire interessanti spunti sulle difficoltà relazionali di chi è affetto da disturbo dello spettro autistico e sulle dinamiche che caratterizzano il nucleo familiare quando un membro presenta disabilità.

 

ATYPICAL – Guarda il trailer della serie:

Gli orfani di femminicidio: quando ad uccidere è stato il padre

A rendere alcuni femminicidi ancor più spietati è il fatto che il carnefice non è solo marito o compagno, ma padre, e la vittima è madre di quel figlio/a o figli che ad un certo punto della loro vita diventano orfani di femminicidio e vivono l’atroce realtà di avere la madre defunta ed il padre accusato di omicidio.

 

“Gli orfani di femminicidio: quando ad uccidere è stato loro padre”, sono parole che non dovrebbero esistere, in quanto esprimono un concetto atroce, condizione di un’efferatezza che non lascia soluzioni a chi rimane, ma solo dolore, indignazione o semplicemente negazione della realtà come meccanismo di difesa per mantenere un sé integro ed un riconoscimento ad un’appartenenza familiare a cui non dover rinunciare, almeno per un periodo, quello successivo all’evento delittuoso.

Un uomo ed una donna si scelgono come compagni di vita, o anche per un breve percorso sufficiente per mettere al mondo, nel caso che noi andremo a trattare in questo spazio, uno o più figli.

I figli si aspettano sempre, per naturale propensione del loro ruolo, amore ed amorevolezza da parte dei genitori, ed è probabile, anzi altamente probabile, che lo ricevano e che magari ci sia anche attorno a loro, nel rapporto reciproco tra i genitori. Poi ad un certo punto della vita qualcosa inizia ad andare storto: inizia a mancare qualcosa nella coppia genitoriale e soprattutto uno dei due si stanca dell’altro, si allontana, vuol separarsi, oppure fa entrare un’altra persona nella propria vita, che sia il padre ad innamorarsi di un’altra donna e vive la moglie come un intralcio per poi colpirla, oppure viene scoperto dalla moglie stessa il rapporto extra del marito e lui questo aspetto non lo accetta, non accetta questa intromissione nella sua sfera privata.

Nei restanti casi invece, l’uomo agisce l’omicidio nei confronti di una moglie o compagna ormai ex, o che vuol diventarlo, e lui cerca di impedirglielo con vessazioni, violenze  e soprusi fino all’atto più sconcertante di arrivare ad ucciderla. Accade molto spesso che vicini di casa e familiari non sospettino nulla delle precarie condizioni in cui si trovano le coppie contrastate dalla violenza psichica, fisica e soprattutto morale, che a volte segnalano le violenze subite alle autorità competenti, anche più di una volta, oppure sono donne che si chiudono nel loro silenzio, dove spesso si spinge il giudizio o il pregiudizio nei confronti di donne vittime di una volontà altrui e non di un incidente.

A rendere questi delitti ancor più spietati è il fatto che il carnefice non è solo il marito o compagno, ma padre e, la vittima accoltellata, strangolata o avvelenata, bruciata e quant’altro, è la madre di quel figlio/a o figli che ad un certo punto della loro vita, nelle diverse fasi del ciclo di vita, che sia l’infanzia o l’adolescenza, vivono l’atroce realtà di avere la madre defunta ed il padre accusato di omicidio, a volte senza ammettere l’omicidio stesso.

Ogni situazione è a sé e si aprono sipari di vita diversi e comunemente atroci, con un genitore al campo santo, l’altro in carcere. A questi figli di femminicidi spetta il compito difficile di elaborare il lutto da una parte e capire quanto la via del perdono nei confronti del padre sia percorribile nel tempo.

Ipotesi sull’impatto psicologico di figli di vittime di femminicidio

Come si diceva sopra, ogni soggetto è a sé ed ogni esperienza di vita ha un corso ed un percorso che nel caso dell’omicidio nei confronti della propria compagna o ex, va nella direzione dell’impotenza di fronte all’evento infausto quanto irrecuperabile, l’unico recupero su cui si può lavorare è appunto quello nei confronti dei figli che necessitano di un sostegno tempestivo.

Molto dipende anche dalle risorse familiari pregresse e residuali nell’ambito del trigenerazionale, ovvero da quanto la famiglia sia riuscita a lasciare in termini di resilienza e capacità di adattamento alla vita nonostante le condizioni estremamente infauste, così come il potenziale del tessuto sociale circostante possa riuscire a trasmettere ed offrire al suo interno. La società fornisce e riconosce un sostegno più o meno lungo ed intenso alle vittime che hanno bisogno di vicinanza e comprensione in quanto superstiti di una famiglia devastata dall’odio e dal dolore dall’efferatezza che ha comportato la morte di una donna a sua volta madre.

A volte basta a questi figli il silenzio, voce del rispetto, del non sentire attorno giudizi nei confronti della vittima. Al tempo stesso i figli hanno bisogno di costruirsi un’idea propria anche nei confronti del padre che è ancora in vita e che nel tempo può fornire esternazioni che possono in qualche modo parlare ancora di quella famiglia, unita o separata che fosse, a cui lui stesso apparteneva e di cui magari si fidavano, vedendo nella famiglia un contesto d’appartenenza ed amore.

Quando con il trascorrere del tempo, il rumore sociale e mediatico si assopisce, intorno sembra rimanere qualcosa di oscuro, un velo nero di tristezza misto a disgrazia che ha devastato una famiglia. A portarne le cicatrici saranno varie generazioni successive e, anche quando quel figlio, figlia, diventerà a sua volta genitore, sarà colui che rimane per sempre il figlio a cui il padre, quando era piccolo, uccise sua madre.

Chi vive in prima persona quella stessa disgrazia è vittima ed ha più o meno realizzato nel tempo la mentalizzazione evolutiva dell’evento, collocandosi in una prospettiva di vita che nel tempo cambia e lascia spazio a nuovi eventi a nuove circostanze che, pur non cambiando le sorti dell’evento stesso, trovano un riscontro nelle tappe evolutive successive dove molto è mancato, molto è venuto meno, soprattutto un equilibrio funzionale nel corso della vita di questi figli che non hanno avuto la possibilità di avere la propria madre al loro fianco per un tempo naturale.

Parliamo di figli a cui non è solo morta la madre, ma la madre è morta assassinata per mano del padre, e a volte quel genitore continua a vivere trovando spazio dentro quel figlio/a che, attraverso la sua personalità, dà voce  alla mamma che non c’è più.

Questo processo rappresenta una forma di apprendimento per imitazione attraverso una figura interiorizzata, la stessa che non è più presente in carne ed ossa, lo diventa in altro modo e per un tempo più o meno lungo, che può arrivare al per sempre uniti, tra chi nella sua vita da vita a chi non c’è più.

Un caso insolito

Mi contatta telefonicamente per chiedermi una consulenza per sé e suo marito la signora Stefania di 42 anni, madre di un figlio di 16 anni, suo marito si chiama Paolo e di anni ne ha 41. La donna è preoccupata per suo marito che da alcuni giorni appare silenzioso ed agitato per qualcosa che sta avvenendo nella sua famiglia d’origine.

Convoco alla prima seduta la coppia, sposata da 10 anni dopo 7 di convivenza, entrambi lavorano, lui è un operaio specializzato, lei segretaria. La coppia è sempre stata unita ed hanno un figlio che frequenta il terzo anno di liceo e di cui sono fieri non solo i genitori, ma anche tutti e quattro i nonni. Paolo è un uomo premuroso e responsabile che nel corso della sua vita, oltre a prendersi cura di suo figlio e sua moglie, già da bambino ha iniziato col prendersi cura di sua mamma, la quale ad oggi è ormai in pensione da alcuni anni. Marina, questo il nome della mamma di Paolo, è una donna molto affettuosa che convoco in terapia familiare a partire dalla terza seduta per inquadrare la loro storia affrontando da vicino la problematica per cui questa famiglia è entrata in contatto con il dolore e la sofferenza.

Paolo è un uomo attento, scrupoloso ed altamente affettivo, ma al tempo stesso ha conosciuto la sofferenza invalidante quando era solo un bambino, l’unica risorsa su cui ha potuto contare è stata la madre e l’amore di questa donna per lui.

Paolo è figlio unico e a soli quattro anni vede suo padre impugnare un coltello ed usarlo contro sua madre colpendola ad una coscia, la donna sanguinate riesce a prendere con sé il piccolo Paolo e chiudersi in bagno mentre suo marito implora da fuori il suo perdono e di aprire la porta, sembrando da subito pentito e in preda al panico per quanto compiuto.

Marina inizia ad urlare e per fortuna le finestre aperte di una sera d’estate portano la vicina di casa a sentire le urla. Questa chiama i carabinieri, arriva l’ambulanza e scatta la diffida dei carabinieri al signor Michele, che per alcuni anni ha l’obbligo di non avvicinarsi alla moglie e al figlio per la loro tutela e sicurezza.

È la metà degli anni’80, “molte leggi sulla difesa delle donne non c’erano ancora”, dice Marina in terapia, “ma io fui, nella sfortuna, fortunata ad ottenere le precauzioni che il mio avvocato mi indicò a chiedere”.

“E da lì io e Paolo” dice la donna “iniziammo una nuova vita, fatta di lavoro e di fatica con mio fratello che mi dava un aiuto anche con il bambino, ma io ho sempre cercato di essere il più possibile autonoma”.

Paolo sviluppa un rapporto morboso nei confronti di sua madre e chiede un incontro con suo padre solo dopo aver compiuto 16 anni, così il signor Michele ottiene l’autorizzazione da parte del Giudice, a vedere suo figlio. Paolo racconterà in una seduta che solo ad un’età in cui non era più un bambino si sente pronto ad incontrare quell’uomo che, pur essendo suo padre, non gli aveva concesso di avere un papà durante la sua infanzia, essendo considerato pericoloso e violento.

Una volta cresciuto, Paolo, che ha iniziato ad uscire con i suoi amici a ragionare di problemi, desidera  incontrare suo padre, per guardarlo negli occhi e capire cosa quegli occhi riuscissero a trasmettergli.

È un incontro difficile, nessuno dei due ha il coraggio di entrare nel vivo delle emozioni, ma entrambi cercano, racconta Paolo, di rispettare quel momento per se stesso e per l’altro e, in quella circostanza sa dal padre che non si è rifatto una famiglia, ma che da alcuni anni ormai convive con una donna, la quale anche lei ha un figlio dal suo precedente matrimonio.

Paolo non cerca più suo padre dopo quell’incontro, è lui a farlo telefonicamente per i due anni successivi fino alla maggiore età. Marina, sua mamma, non è preoccupata, ma contenta di questa ripresa di contatti tra suo figlio ed il padre.

Marina dal canto suo ha un fidanzato per tre o quattro anni dopo che Paolo inizia la convivenza con Stefania, ma alla fine il rapporto non funziona e la donna, come racconta in terapia, non riesce più dopo l’epilogo del suo matrimonio a fidarsi e a vivere in armonia un rapporto con un uomo.

Paolo più volte dice come ha imparato da sua mamma ad amare, e Stefania racconta di essere una donna felice perché suo marito è sempre stato un uomo ed un padre attento e premuroso capace d’amare, che non conosce l’odio ed il rancore.

Questo per dire che Marina soffre molto perché lei avrebbe voluto un matrimonio per tutta la vita e mai avrebbe immaginato che il suo matrimonio finisse ben presto e per giunta a seguito della violenza fisica.

Questi eventi, condizionano per sempre non solo la sua vita, ma anche quella di Paolo.

Il motivo della psicoterapia oggi

Dopo 37 anni dall’aggressione del padre ai danni della madre, Paolo viene in terapia con sua moglie, va precisato che Paolo non aveva fatto un percorso psicologico precedentemente, ovvero negli anni della sua infanzia o adolescenza, in quanto non ne avevano mai sentito la necessità, raccontano, né lui né sua mamma, risolvendo tutto nella loro unione e sostegno reciproco.

La signora Stefania è preoccupata per un repentino cambiamento di suo marito in famiglia, infatti da alcuni giorni Paolo è silenzioso ed ha paura che sua madre possa non essere serena dopo aver riaperto casa a suo padre. Aspetto che inizia a turbare profondamente Paolo il quale vuol intraprendere un percorso psicoterapeutico per sentirsi sostenuto in questo periodo della sua vita dove sente il bisogno di aprirsi rispetto alle sue emozioni e difficoltà.

Dopo essersi riavvicinato a suo padre ormai da molti anni, Paolo, è anche ben consapevole del fatto che i rapporti tra i genitori sono tornati sereni già da alcuni anni ma, nonostante ciò, qualcosa di non risolto riapre in questo periodo lo scenario della sua famiglia d’origine.

I due: Marina e Michele, genitori di Paolo non sembrano affatto turbati, pur non negando forti emozioni nel ritrovarsi per loro scelta a vivere di nuovo insieme dopo aver passato una vita distanti, anche con un periodo di distanze obbligate dalle legge. La casa era stata comperata insieme, racconta Paolo, dai suoi genitori al momento del loro matrimonio. Poi, dopo la violenza su sua madre, il padre andò a vivere a casa della donna di cui si era innamorato.

Michele, già durante il suo matrimonio con Marina, aveva conosciuto l’altra donna per la quale aveva perduto la testa, e questo amore nascosto lo aveva reso un uomo nervoso, pieno di insicurezze che culminò nell’insana rabbia e violenza nei confronti della moglie.

Da quel momento, suo padre rimase con l’altra donna per ben 37 anni, appunto, e con lei è sempre stato un uomo impeccabile, mai violento, mai scorretto.

Fu a seguito delle ripetute richieste da parte della compagna di Michele di regolarizzare con il matrimonio il loro rapporto dopo così tanti anni di convivenza, che  Michele non riusciva a sentirsi pronto per fare questo passo e così i due, arrivati ad avere esigenze e vedute diverse sulla loro relazione, non riuscirono ad andare avanti e la storia alcuni mesi fa si è conclusa. Michele disse alla donna e anche a suo figlio Paolo che lui si era sposato una volta nella sua vita e nel corso di questi anni non ha mai sentito l’esigenza di legarsi attraverso il contratto matrimoniale alla sua successiva compagna.

Nel corso degli anni Michele perde il lavoro in quanto la fabbrica presso la quale era impiegato, dopo anni di cassa integrazione chiude definitivamente, lui continua ad essere autonomo arrangiandosi con lavori in nero, nel frattempo la madre si ammala ed ha bisogno di cure specifiche, ad aiutarla il figlio Michele che oggi trovandosi in non buone condizioni economiche ha chiesto un confronto alla sua ex moglie, Marina, rispetto alla possibilità di avere una casa dove andare a vivere. È così che Michele e Marina optano per tornare a vivere sotto lo stesso tetto, mentre Paolo si propone di aiutare suo padre liquidandogli la parte della casa. Per suo padre va bene anche modificare la casa alzando un muro interno per dividere gli spazi, ma a Marina non sembra utile né che il figlio tiri fuori i suoi soldi né andare a modificare la casa rendendola meno fruibile, per lei è possibile la via della convivenza con il suo ex marito e non ha nessuna esitazione a dire che era l’unica soluzione utile a tutta la famiglia non solo sul piano economico, ma soprattutto su quello relazionale.

Questa convivenza preoccupa Paolo. A preoccupare il giovane non è la possibile riproposizione della violenza, lui aveva più volte parlato con suo padre dopo questa decisione condivisa dai genitori e ne uscì rassicurato; a preoccuparlo èlo stato emotivo della madre, che dopo tanti anni aveva ritrovato la serenità e magari poteva rivivere vecchi traumi avendo vicino nuovamente l’uomo che le aveva cambiato in peggio la vita.

Questa convivenza però non è un ripiego per la mamma di Paolo, né una condizione obbligata dai fatti, ma una scelta: lei afferma di essersi già da anni buttata alle spalle dopo tanta sofferenza, un capitolo che non faceva più parte della sua vita, e oggi è contenta di avere di nuovo al suo fianco quell’uomo che secondo lei, in preda ad emozioni ingestibili, gli tolsero non solo la lucidità, ma anche la capacità di essere se stesso. Erano ormai passati circa 20 anni da quando Marina e Michele avevano ripresero un dialogo a volte anche per un caffè, altre telefonicamente per parlare di loro figlio Paolo, quando Marina, dopo molti anni passati a crescere suo figlio da sola, pensò che la cosa migliore fosse interfacciarsi anche con il padre.

E così, a questo punto del ciclo vitale, qualche cosa tra i due si è riaperto, oppure il cerchio non si era mai chiuso e trova in questa circostanza di vita un nuovo punto d’incontro, creando un profondo disorientamento in Paolo.

Cosa vive Paolo oggi? Un senso di tradimento da parte di sua madre o un’effettiva preoccupazione per due persone che si sono amate per un breve periodo, quando erano fidanzati e giovani sposi, per poi ritrovarsi dopo i 70anni?

Si evince come le vicissitudini del passato e il riavvicinamento attuale tra i genitori, abbiano finito per creare condizionamenti costanti nel corso della vita del figlio, “siamo stati insieme all’inferno io e Paolo”, dirà in una seduta la signora Marina in riferimento al periodo post separazione ed infanzia del figlio.

Conoscendo mio figlio, dice la signora Marina, lui non riuscirà a sentirsi subito tranquillo, ma pian piano capirà che oggi ha due genitori anziani, un po rimbambiti ma che sono andati oltre l’odio.

Considerazioni conclusive

Il caso clinico da me riportato, parla di una storia di violenza da parte di un marito e padre, che pone fine per quasi quarant’anni ad un rapporto familiare, dove il padre ottiene l’obbligo di distanza dalla famiglia, poi la vita trascorre tra questa madre che si occupa da sola del figlio e della sua crescita, mentre il marito stringe una relazione che si consolida nel tempo con la donna per la quale perse la testa e l’equilibrio emotivo come reazione al bisogno di libertà dal suo matrimonio.

Dopo oltre 35 anni e inaspettatamente per tutti loro, avviene qualcosa che riporta le due parti: gli ex coniugi di nuovo sotto allo stesso tetto, quello stesso in cui avvenne l’atto violento molti anni prima.

Il figlio di questa coppia, Paolo, ha sempre avuto non solo un ruolo fondamentale nella vita della madre, ma anche di responsabilità diventando ben presto l’uomo di casa, anche quando era solo un’adolescente lui sentiva di essere il capo famiglia, un punto di riferimento consolidato per la mamma.

Quando il padre inaspettatamente torna nella vita di Marina, lui è preoccupato, forse perché come si evincerà nel corso della terapia, inizia a sentire un vuoto dentro di lui dovuto alla perdita del suo trono di uomo protettore  da sempre al fianco di sua madre.

Un epilogo, se vogliamo, insolito quello di questa famiglia, perché nella maggior parte dei casi dove sono riscontrate violenze sulle donne i casi sono due: o la donna soccombe e non denuncia, a volte fino a rischiare il femminicidio, oppure le violenze vengono fermate dalla legge e la coppia separata per sempre.

 

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