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SimSensei Kiosk: una overview

Gli utenti che hanno interagito con ELLIE, una delle due funzioni di SimSensei Kiosk, hanno avuto meno paura di sentirsi valutati rispetto all’avere a che fare con un avatar gestito da una persona reale.

 

Nel 2011, grazie ad un lavoro svolto dall’Institute for Creative Technologies nell’ambito del progetto DCAPS (Detenction and Computational Analysis of Psychological Signals), viene creata l’Intelligenza artificiale (I.A.) conosciuta con il nome di SimSensei Kiosk (DeVault, D., Rizzo, A., Morency, L. P., et al., 2014). Appartenente alla categoria dei Super Clinici (Luxton, D.D. 2014), questa Intelligenza artificiale aveva richiesto una formazione specifica in letteratura sull’importanza delle espressioni facciali e la bodily communication all’interno della comunicazione. Inoltre un approfondimento aggiuntivo era stato svolto sulla prosodia (Ekman, P., Rosenberg, E. L. 1997). Concepito come Virtual Human system (VH), SimSensei presenta due funzioni: la presenza di ELLIE, una terapista virtuale dalle fattezze umane, nonché di un sistema di percezione multimodale noto come “Multisense” (Lazzeri, M., 2021). Nel dettaglio, questo sistema (Devault et al., 2014; Scherer et al., 2013) consente l’acquisizione, il monitoraggio nonché la fusione di indicatori comportamentali, visivi e sonori (come la cattura dinamica, l’orientamento e la posizione della testa, l’intensità, la postura del corpo ed una varietà di parametri del linguaggio) presi in tempo reale durante l’intervista semi-strutturata con ELLIE, con il fine ultimo di individuare la presenza di indicatori di disagio psicologico come la depressione, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) o l’ansia (DeVault et al., 2014). Le informazioni carpite da ELLIE fanno uso di sensori standard come una webcam, un microfono e Microsoft Kinect, la cui creazione è diventata possibile anche per l’apporto di Jerome Lanier. (Baltrusaitis et al., 2012; Morbini., F., 2014; Morency et al., 2008).

Nella pubblicazione Clinical interviewing by a virtual human agent with automatic behavior analysis (A. Rizzo et al., 2016) ci viene mostrato come gli utenti che hanno interagito con ELLIE hanno meno paura di sentirsi valutati e di conseguenza divulgare più informazioni personali rispetto a quando hanno a che fare con un avatar gestito da una persona reale (Lucas et al., 2014). Il presente studio suggerisce inoltre che i militari, a seguito del loro dispiegamento, avevano maggiori probabilità di sviluppare sintomi di PTSD. Nello studio in questione erano presenti due differenti campioni: il primo gruppo era composto da ventinove membri (di cui 2 donne) facenti parte della Guardia Nazionale del Colorado con un’età media di 41,46 anni. Nel secondo gruppo invece il campione era costituito da 132 soggetti divisi in membri attivi e veterani, tra cui erano presenti 16 donne. L’età media era di 44,12 anni. Se i partecipanti del primo gruppo erano stati stanziati per nove mesi in Afghanistan, i membri del secondo gruppo erano tuttavia appena tornati da una singola missione. Nel primo studio i militari tornati dal loro dispiegamento erano stati sottoposti prima al PDHA ufficiale (ovvero il Post-Deployment Health Assessment), successivamente alla sua versione anonima ed infine ad un colloquio con Ellie per circa 20 minuti. I partecipanti del secondo gruppo invece hanno solamente preso parte alla versione anonima del PDHA e all’intervista con la terapeuta virtuale.

Dai risultati dei due campioni emerge quanto segue: tutti i soldati avevano parlato liberamente e senza alcun timore dei propri sintomi con ELLIE piuttosto che attraverso l’utilizzo dei due test. Ciò dimostra, come già affermato precedentemente, che le interviste fatte con un VH riducono l’esitazione dell’intervistato a rivelare più notizie e la paura di ricevere giudizi negativi. Il contesto rassicurante fornito dalla I.A viene facilitato dalla presenza degli atteggiamenti, posture, nonchè dalle espressioni facciali antropomorfe tipiche di un essere umano, le quali permettono il manifestarsi di sentimenti di connessione sociali tra la persona intervistata e la macchina. (Epstein., J., Klinkenberg, W.D., Wiley., D., McKinley., L. 2001).

Nel 2017 SimSensei Kiosk è stata traslata in un dispositivo VR quale il VIVE HMD. La realtà virtuale si è da sempre dimostrata una tecnologia utile in svariati ambiti: dalla ricerca iniziale tale strumento ha acquisito sempre di più una notevole rilevanza sia in ambito clinico per il trattamento di una varietà di disturbi psicologici, sia in ambito sportivo, militare ed infine ospedaliero. (Gorrindo, T., Groves, J. 2009; Krijn, M., et al. 2004; Lazzeri, M., 2011; Lazzeri, M., 2021; Reger, G.M., et al. 2011; Riva, 2010).

 

La riabilitazione cognitiva nelle RSA: il modello Alteya

Nella RSA Villa Albani è stato attivato un progetto, il modello Alteya, con l’obiettivo di migliorare i sintomi cognitivi e comportamentali dei pazienti, migliorare la loro qualità di vita e ridurre lo stress del personale.

 

Le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA)

La presenza diffusa di pazienti con deficit cognitivi che presentano disturbi comportamentali, tra i ricoverati nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), impone, come stabilito dalla vigente normativa, la ricerca e l’applicazione di adeguati interventi per la riabilitazione cognitiva ed il contenimento dei comportamenti disfunzionali.

Le residenze sanitarie assistenziali (Banchero, 2013) sono comparse in Italia negli anni ’90, si tratta di strutture a carattere sanitario. Si distinguono dagli ospedali e dalle case di cura perché non si occupano di pazienti con patologie acute, ma ospitano, per un periodo di tempo determinato od indeterminato, persone non autosufficienti per deficit fisici, psichici e sensoriali, che non possono essere assistite a domicilio.

La vigente normativa nazionale (Ministero della Sanità, 1994) prevede che le RSA offrano ai loro ricoverati, oltre ad una sistemazione residenziale adeguata, tutti gli interventi medici, infermieristici e riabilitativi necessari. Inoltre stabilisce che l’assistenza sia individualizzata ed orientata al miglioramento dei livelli di autonomia, degli interessi personali  e delle inclinazioni dei pazienti.

È elevata, tra i ricoverati nelle RSA, la percentuale di pazienti che presentano un decadimento cognitivo (D’Amuri, 2021). Questo dato, e ciò che la normativa dispone, hanno generato il bisogno di creare progetti d’intervento specifici nell’ambito della riabilitazione cognitiva e della gestione dei disturbi del comportamento frequentemente associati alla disabilità intellettiva (Croce L. 2019, Hersch E.C. Falzgraf S.2007).

Il progetto della cooperativa sociale onlus Alteya in RSA

Un concetto fondamentale, su cui si fonda la riabilitazione cognitiva, è che l’inattività porta alla perdita della funzione; inoltre nell’attuazione della terapia riabilitativa non deve mai essere sottovalutato l’elemento motivazionale (Mazzucchi A. 1999; M.Bocardi 2014).

La RSA Villa Albani è una struttura pubblica, appartenente alla Asl Roma 6, i cui costi residenziali ed assistenziali sono a carico del Sistema Sanitario Nazionale ed i servizi residenziali ed assistenziali sono gestiti dalla cooperativa sociale onlus Alteya. In questa struttura, gran parte degli utenti ospitati presentano deficit cognitivi secondari a svariate patologie. Nella RSA è stato attivato un progetto, il modello Alteya, che ha l’obiettivo di migliorare i sintomi cognitivi e comportamentali dei pazienti, rendere migliore la loro qualità di vita e ridurre lo stress di tutto il personale addetto all’assistenza.

Nel progetto, rispetto agli interventi di riabilitazione cognitiva, sono previste, oltre alle attività quotidiane ed ai laboratori svolti all’interno della struttura, una serie di attività che i pazienti svolgono sul territorio. Attualmente gli utenti di Villa Albani partecipano al laboratorio di agricoltura biologica (Alteya Onlus, 2021) frequentano la piscina comunale, sono impegnati in un corso (Alteya Onlus, 2021), tenuto da una pizzeria locale, che permette loro di apprendere il ciclo di lavorazione della pizza, così da divenire autonomi nella sua preparazione. Tali attività, oltre a mantenere e potenziare le capacità residue dei singoli pazienti, risultano particolarmente motivanti, migliorano le interazioni sociali e l’autostima personale.

Tutti gli operatori coinvolti nelle attività socio-asistenziali, partecipano periodicamente agli incontri tecnico-formativi organizzati per fornire, sulla base delle evidenze scientifiche e delle linee guida, gli strumenti necessari per rispondere ai bisogni assistenziali degli utenti (Alteya 2021). Attualmente, rispetto alla gestione dei disturbi comportamentali (Castrucci L., 2021), viene applicato un protocollo ad indirizzo cognitivo comportamentale che prevede l’utilizzazione di rinforzi positivi erogati tramite la consegna di ticket, l’applicazione del time-out, quando il paziente non abbandona il comportamento disfunzionale, e l’utilizzo dei cartellini di ammonizione se nemmeno il time-out si rivela efficace.

La valutazione dell’intervento riabilitativo è effettuata con la somminastrazione di test, come ad esempio il Mini Mental State Examination, in grado di misurare i progressi dei pazienti (Ruggeri M. 2011) e sull’analisi dei report settimanali compilati dagli operatori.

 

Il cambiamento della funzione sessuale nelle donne che sono state trattate per il vaginismo durante la pandemia COVID-19

Il trattamento del vaginismo ha un elevato tasso di successo (Pacik, 2011) e identificare la gravità del disturbo aiuta il terapeuta a capire cosa la paziente sta sperimentando e cosa è in grado di fare.

 

Il vaginismo è attualmente definito dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM5- APA, 2013) come un sottoinsieme del Disturbo da Dolore Genito-Pelvico e della Penetrazione (DGP-P) all’interno del quale qualsiasi forma di penetrazione vaginale come tamponi, dita, dilatatori vaginali, esami ginecologici e rapporti sessuali sono spesso dolorosi o impossibili. Il vaginismo ha una componente psicologica che si manifesta con marcata paura o ansia che possono essere sperimentate prima, dopo o durante la penetrazione; tali emozioni sono diffuse tra le donne che hanno provato regolarmente dolore durante un rapporto e in molti casi possono portare a un marcato evitamento di situazioni sessuali o intime. Inoltre, è presente anche una componente fisica che si manifesta con marcata tensione o contrazione dei muscoli del pavimento pelvico durante il tentativo di penetrazione vaginale (Pacik, 2011). Le difficoltà nella penetrazione vaginale possono presentarsi in maniera generalizzata a tutte le esperienze di penetrazione oppure essere specifiche ad alcune situazioni.

Il tasso di prevalenza del vaginismo in un ambiente clinico è stimato tra il 5% e il 17% e si ritiene che sia una delle più prevalenti disfunzioni sessuali femminili (Spector & Carey, 1990). Diversi fattori psicologici sono stati associati al vaginismo, tra i quali esperienze sessuali traumatiche, abusi sessuali, una rigida educazione religiosa e/o educazione sessuale, paura e/o problemi di ansia (Lahaie et al., 2010), sebbene diversi dati mostrino che non è sempre associato a problemi psicologici e alcune pazienti hanno un’anamnesi negativa per questi fattori.

Il vaginismo, inoltre, spesso porta a problemi coniugali, depressione e sentimenti di isolamento (Hamilton e Meston, 2013).

Trattamento del vaginismo

Rispetto ad altri dolori sessuali come la vulvodinia e la vestibulodinia, il trattamento del vaginismo ha un elevato tasso di successo (Pacik, 2011) e identificare la gravità del disturbo aiuta il terapeuta a capire cosa la paziente sta sperimentando e cosa è in grado di fare.

Solitamente i trattamenti maggiormente utilizzati prevedono l’uso di dilatatori vaginali di dimensioni gradualmente crescenti, utilizzati per realizzare il rilassamento pelvico. La maggior parte delle donne, dopo la terapia, riporta un miglioramento complessivo nella funzione sessuale e di avere penetrazioni confortevoli (Pacik & Geletta, 2017).

Sessualità, vaginismo e pandemia

La pandemia di COVID-19 è stata la principale crisi sanitaria globale degli ultimi decenni e ha creato enormi cambiamenti sociali, economici e politici in tutto il mondo. Allontanamento sociale, cambiamenti improvvisi nella routine quotidiana, lunghi periodi chiusi in casa e alcune limitazioni delle attività sociali, hanno avuto un significativo impatto psicosociale sulle persone (Wang et al., 2020).

La funzione sessuale femminile è influenzata da molteplici fattori che condizionano lo stato emotivo e ormonale (Hamilton & Meston, 2013): lo stress, il cambiamento della routine quotidiana e la paura di ammalarsi hanno effetti negativi sulla funzione sessuale e provocano cambiamenti emotivi e cognitivi con conseguenti effetti anormali sull’eccitazione genitale e soggettiva (Schiavi et al., 2020).

Diversi studi hanno valutato il cambiamento della funzione sessuale femminile durante la pandemia di COVID-19 in donne sane in età riproduttiva (Yuksel & Osgor, 2020). In particolare, uno studio di Ugurlucan e colleghi del 2021, si è occupato di valutare il cambiamento della funzione sessuale e della frequenza dei rapporti sessuali nelle donne che sono state trattate per il vaginismo durante la pandemia COVID-19. Sono state quindi incluse 77 donne trattate con dilatatori tra il 2018-2019 e sono stati confrontati i dati ottenuti 3 mesi dopo la prima penetrazione confortevole con quelli durante la fase di picco della pandemia (aprile-maggio 2020). In particolare sono stati somministrati il Female Sexual Function Index (FSFI-Rosen et al., 2000) per valutare la funzione sessuale (in sei domini: desiderio, eccitazione, lubrificazione vaginale, orgasmo, soddisfazione e dolore); il Golombok-Rust Inventory of Sexual Satisfaction (GRISS- Rust & Golombok, 1986), per valutare la disfunzione sessuale nelle coppie eterosessuali; infine il Beck Depression Inventory (BDI-Beck et al., 1996) per valutare gli atteggiamenti caratteristici e i sintomi depressivi. La frequenza dei rapporti sessuali e il dolore sperimentato sono stati confrontati utilizzando una scala analogica visiva. L’interesse degli autori era dapprima confrontare i punteggi  FSFI, GRISS e BDI; successivamente valutare il cambiamento della frequenza e del dolore dei rapporti. I risultati mostrano che ci sono stati miglioramenti significativi nelle sottoscale del desiderio, dell’eccitazione, dell’orgasmo e del dolore FSFI. C’è stato inoltre un miglioramento significativo nel punteggio totale e nei domini infrequenza, non comunicazione, evitamento, non sensualità e vaginismo del GRISS. Tuttavia, i punteggi sono significativamente peggiorati nei domini dell’insoddisfazione e dell’anorgasmia. Anche i punteggi del BDI mostrano un significativo peggioramento mentre la frequenza dei rapporti sessuali non è cambiata significativamente e i punteggi del dolore sono diminuiti significativamente.

Sessualità, vaginismo e pandemia: conclusioni

Le donne trattate per il vaginismo hanno quindi mantenuto la loro funzione sessuale durante la pandemia e nessuna ha sviluppato un disturbo secondario da dolore genito-pelvico e della penetrazione. Sebbene la frequenza dei rapporti sessuali sia rimasta la stessa e la scala del dolore sia diminuita, la qualità del rapporto sessuale è risultata essere peggiore durante la pandemia, come evidenziato dalle sottoscale del GRISS di insoddisfazione e anorgasmia e dalle sottoscale FSFI di lubrificazione e soddisfazione. La paura di prendere la malattia dai partner durante i rapporti, il contatto intimo e l’aumento di stress e ansia durante la pandemia potrebbero pertanto aver avuto un effetto negativo sulla funzione sessuale. È noto che l’attività sessuale è associata alla salute mentale e psicologica (Sansone et al., 2021) e dunque alti livelli di stress cronico possono provocare una diminuzione del desiderio sessuale. Sarebbe importante, quindi, valutare l’effetto del supporto psicologico in queste donne per far fronte allo stress, all’ansia e alla depressione e migliorare conseguentemente la loro funzione sessuale (Ugurlucan et al., 2021).

 

Il concetto di morte per chi soffre di anoressia

L’anoressia porta la persona che ne soffre ad avere un rapporto emblematico con la morte stessa.

 

L’uomo solitamente dà alla morte un significato che va ben oltre il suo reale aspetto naturale. La morte può infatti essere pensata, ragionata, fantasticata, temuta ed anche idealizzata (Morin & Bellusci, 2021).

In alcune menti, come in quelle di chi soffre di anoressia, l’avvicinarsi sempre di più ad un futuro morente a causa del deperimento fisico, non viene percepito, e neanche compreso, come uno degli scenari futuri possibili. Questo ci pone di fronte ad una vera e propria contraddizione: chi soffre di anoressia, nonostante abbia in mente il concetto di morte e le diverse condizioni che possono portare ad essa, decide inconsapevolmente di andarle incontro in modo del tutto spontaneo e graduale (De Clerq & Birattari, 2013).

Caratteristiche dell’anoressia

Partendo da questo presupposto, al fine di affrontare tale questione, è fondamentale andare ad analizzare il termine anoressia, il cui significato etimologico è mancanza di appetito, di fame (Treccani, 2017).

Una fame non unicamente legata al cibo, ma anche al desiderio di vita.

Una persona che desidera vivere è una persona in grado di “diventare corpo”, di acquisire forma e sostanza, è qualcuno capace di dar forma ai propri desideri ed obiettivi, capace di evolvere e dunque di diventare altro rispetto a quello che è nel presente. Tale processo evolutivo è differente in quei soggetti in cui prevalgono dinamiche di violenza, trascuratezza o in cui prevale una ricerca ossessiva al perfezionismo (Ciccolini & Cosenza, 2015).

In questi ultimi la spinta nel voler “prendere corpo” non esiste, perché bloccata da quanto vissuto, così l’impossibilità di “prendere corpo” nel tempo si trasforma in un rifiuto di quest’ultimo.

Procedendo in questo modo, il concetto di crescita prende forma nel suo opposto: si può “prendere corpo” solo nel momento in cui lo si perde. Matura così l’idea di dover diventare più magri.

Ed è qui che tutto questo si trasforma nella possibilità di una nuova rinascita, nella possibilità di poter essere quello che si vorrebbe essere o quello che non si è riusciti ad essere. Questa aspirazione può così portare l’anoressica ad intraprendere tale “carriera suicida” (Ciccolini & Cosenza, 2015).

Chi osserva dall’esterno un corpo anoressico può notare come questo incarni la morte, di cui prende così le sembianze: il volto scavato, il corpo quasi inesistente (De Clerq & Birattari, 2013).

Un’immagine corporea che però non assume lo stesso significato per chi soffre di tale disturbo che, invece, guardandosi allo specchio, non vede un corpo in fin di vita, ma un corpo vitale capace di esistere solo nel momento in cui ha raggiunto un peso specifico (Cosenza, 2008).

Il corpo anoressico, rappresenta così quello che non si è riusciti ad essere, un insieme di tentativi falliti, rappresenta l’incapacità di poter dare voce alla propria persona e dunque alla propria essenza, l’incapacità di esistere e stare al mondo ma, allo stesso tempo, è l’unica modalità attraverso cui la persona riesce a comunicare tutto questo. Si tratta quindi di una sofferenza radicata e profonda che l’individuo nasconde dietro una forte dinamica di controllo personale.

Il corpo riflette l’identità della persona ed è il palcoscenico su cui prendono forma tutti gli elementi psichici espressi dalla sua mente (Ciccolini & Cosenza, 2015).

Attraverso la perdita di peso, la persona acquisisce una forte carica vitale, capace di darle l’illusione di avere tutto sotto controllo.

Anoressia e restrizione

Alcuni studi hanno dimostrato come nel comportamento di rifiuto del cibo, sia coinvolto il circuito dopaminergico di reward, ovvero un sistema di connessioni cerebrali capaci di promuovere comportamenti volti a favorire un buon adattamento dell’individuo all’ambiente, garantendone così la sopravvivenza. È stato osservato come le aree cerebrali che si attivano in chi soffre di anoressia, siano le stesse presenti in chi fa uso di droghe e dunque capaci di favorire lo sviluppo di una vera e propria dipendenza. Nel caso del sintomo anoressico, parliamo però di una “dipendenza da privazione” ed è proprio questa che rende le anoressiche capaci di resistere e quindi di non rispondere alle proprie esigenze corporee. L’organismo infatti, nelle prime fasi di privazione da cibo, si attiva, andando ad innalzare il livello di funzionamento del soggetto, rendendolo in questo modo pieno di energie ed iperattivo; il tutto con lo scopo di favorirne la sopravvivenza (Fakhour, 2021).

Tali risvolti fisici, accompagnati dai tratti psichici della persona, non fanno che intensificare il comportamento anoressico e dunque il disturbo stesso, intrappolando così l’individuo all’interno di un mortale circolo vizioso.

Davanti a questo scenario è però importante rivolgere il proprio sguardo anche ai modelli proposti dalla società in cui viviamo. Ogni giorno veniamo bombardati da immagini preconfezionate di corpi perfetti che ci spingono a voler raggiungere standard inesistenti, anche quando questi non sono altro che la rappresentazione di persone incapaci di prendersi cura di sé, di nutrirsi e sostenersi.

Tali modelli non fanno che creare un senso di inadeguatezza ed insoddisfazione per la propria immagine corporea, andando in questo modo ad incentivare sempre di più il sintomo anoressico, direzionando così l’individuo ad un rischio di mortalità sempre più alto (De Clerq & Birattari, 2013).

Chi soffre di anoressia non percepisce il pericolo di vita, ma nel momento stesso in cui si rende conto di aver raggiunto il limite, allora percepisce di aver raggiunto il giusto livello di magrezza, quella magrezza che ora gli permette di poter “prendere corpo” e di poter così affrontare il mondo, nonostante la sua condizione fisica reale sia molto lontana dall’immagine di un corpo sano ed energico (De Clerq & Birattari, 2013).

L’anoressia è dunque la manifestazione di un disagio interiore che viene ribaltato all’esterno, così facendo il soggetto identifica il proprio corpo come una scala attraverso cui valutarsi e darsi o levarsi valore, con cui affrontare le proprie paure e ciò che lo circonda. Una scala valoriale che, se portata all’estremo, può condurre alla morte stessa (Siegel & Brisman, Judith & Weinshel, Margot., 1995).

Partendo da questo presupposto, possiamo notare come il sintomo anoressico non sia quindi la manifestazione di un tentato suicidio da parte dell’individuo, ma risulti essere l’unico mezzo attraverso cui il soggetto riesce effettivamente ad esistere, a “prender corpo”. L’individuo dà così un significato alla propria identità basandosi sul livello di magrezza raggiunto e questo perché il disturbo si manifesta attraverso il corpo, ma allo stesso tempo ne è infettata anche la psiche, condizionando tutti quei costrutti con cui il soggetto crea le rappresentazioni che ha di sé. Così la battaglia che intraprende chi soffre di anoressia nei confronti del proprio corpo, rappresenta un fallimento dei processi di rappresentazione e simbolizzazione mentale. In questi casi, il corpo diventa il capro espiatorio da poter colpire in ogni momento (Ciccolini & Cosenza, 2015).

Il problema di fondo quindi non è il corpo, l’essere magri o grassi, ma è il significato ed il valore che l’individuo attribuisce alla propria identità.

Attraverso il lavoro clinico è dunque possibile accedere alle rappresentazioni mentali che il soggetto ha di sé e del suo “sentire”. Un sentire non costituito solo da affetti o pensieri ma da forti reazioni corporee, che spesso infastidiscono il soggetto e lo costringono a dar loro ascolto con rabbia e falsa comprensione.

Il lavoro clinico eseguito da un’equipe multidisciplinare integrata, permette di agire su tali rappresentazioni mentali andando a modificarle e aiuta la persona a divenire consapevole del pericolo mortale a cui sta andando incontro. Si può così scardinare la convinzione secondo cui si riesce a “vivere” solo raggiungendo un peso specifico, aiutando in questo modo l’individuo a divenire realmente corpo senza invece perderlo del tutto (Ciccolini & Cosenza, 2015).

 


Il tempo siamo noi (2015) di Marc Wittmann – Recensione

Il tempo siamo noi ci accompagna “passo passo” con studiata agilità presentandoci una visione moderna quanto complessa del senso del Tempo che ciascuno di noi possiede.

 

Il libro Il tempo siamo noi scritto da Marc Wittmann, esperto internazionale di psicologia del tempo che lavora all’Istituto di studi interdisciplinari di psicologia e igiene mentale di Friburgo in Germania, è semplicemente uno dei libri più completi ed aggiornati riguardo la tematica temporale nelle sue varie sfaccettature.

Con un linguaggio molto accessibile, ma che non rischia mai di semplificare in maniera riduzionistica i vari concetti citati, il testo rappresenta forse il libro che più sintetizza le molte conoscenze filosofiche, psicologiche e delle moderne neuroscienze che hanno a che fare con la dimensione temporale.

Spaziando dalla relazione psicologica che ognuno di noi possiede nei confronti del tempo, alle evidenze biologiche che determinano il concetto di tempo sul piano fisiologico, alle varie teorie che stanno alla base di come misuriamo il tempo che percepiamo, il libro ci accompagna “passo passo” con studiata agilità presentandoci una visione moderna quanto complessa del senso del Tempo che ciascuno di noi possiede.

Cercando sempre di offrire un messaggio non riduzionistico Marc Whittmann descrive delle prospettive originali quanto scientificamente solide che non rischiano mai di essere troppo frammentate tra di loro, malgrado il discutere della dimensione temporale sia notoriamente difficile da inquadrare senza generare una sorta di disorientamento concettuale.

L’autore riesce sempre con molta eleganza e abilità a parlare della dimensione del Tempo attraverso un filo rosso che collega ed intreccia argomenti specifici quali l’autocontrollo dello psicologo Walter Mischel (rappresentato dal suo noto esperimento sui marshmallow), la Prospettiva Temporale concettualizzata dallo psicologo Phil Zimbardo, le evidenze neurofisiologiche di quello che può essere definito il nostro “metronomo interno”, così come la dimensione esperienziale del senso del Tempo e le molteplici implicazioni sul nostro benessere e la nostra salute derivanti dall’“orologio interno” che definisce il ritmo di funzionamento della nostra fisiologia.

Personalmente ho trovato particolarmente interessanti le sezioni che trattano le moderne evidenze neurofisiologiche del senso del Tempo con l’enterocezione così come l’analisi di alcune emozioni specifiche come la noia o l’esperienza ottimale ma non c’è una parte del libro che non consiglierei di leggere con attenzione.

Anche le ricerche citate ed i concetti esposti relativi i Ritmi Circadiani e le loro numerose implicazioni psicofisiche derivanti la loro desincronizzazione dovuta all’attuale società caratterizzata da un cronico “social jet-lag”, sono particolarmente interessanti per comprendere in una nuova prospettiva dei comportamenti assolutamente diffusi all’interno della popolazione quanto spesso quasi patologici.

La profonda competenza dell’autore è evidente anche quando tratta i temi più squisitamente psicologici in particolare nel suo primo capitolo intitolato “Miopia temporale: il saper aspettare”.

Il tempo siamo noi è un libro che va letto più volte da quanti concetti sintetizza, ma soprattutto per quanti spunti e stimoli offre analizzando il fattore Tempo.

Consiglio vivamente questo libro per tutti coloro che sono interessati alla dimensione temporale (chi di noi non lo è?) ed in particolare ai colleghi curiosi di sapere come il fattore Tempo influenza le nostre vite, sia nei suoi aspetti più puramente psicologici esperienziali che in quelli biologico-fisiologici che determinano, entrambi, la nostra salute e la nostra qualità di vita.

 

“I nonni sono fatti per amare e aggiustare le cose”

Un numero crescente di bambini vive con i nonni, figure che spesso contribuiscono a tempo pieno alla loro educazione (Dare et al., 2019).

 

L’assistenza da parte dei nonni rappresenta una delle forme di cura e di crescita più rapida (Horner et al., 2007; McHugh e Valentine, 2011) e l’aumento di tale supporto dipende da differenti variabili che, nei casi più gravi, riguardano abusi o abbandono dei minori, utilizzo di sostanze, patologie mentali o incarcerazione dei genitori (Backhouse e Graham, 2013; Baldock, 2007; Dunne e Kettler, 2007; Hay et al., 2007). Un contatto stretto con i nonni comporta benefici legati ad una maggiore stabilità, ad una connessione con i membri della famiglia e ad una conseguente continuità nelle relazioni di attaccamento (Cuddeback, 2004; Dare et al., 2019). A lungo termine, si osserva una propensione maggiore alla partecipazione di attività istruttive e lavorative (Dare et al., 2019).

Punti di forza dei nonni

Gli unici a pubblicare una revisione completa sulla letteratura dei nonni furono Hayslip e Kaminski (2005), autori che analizzarono i costi e i benefici della crescita di un nipote, insieme all’eterogeneità dei nonni e al loro bisogno di sostegno sociale. Dopo aver rivisto la letteratura gerontologica dal 2004, Hayslip e colleghi (2019) indagarono nuove aree per dare un contributo al ruolo di queste persone che tutt’oggi crescono i nipoti. Nello specifico, vengono enfatizzati i punti di forza dei nonni, le diversità di questi ultimi, i contesti sociali-interpersonali e culturali, le abilità genitoriali, le relazioni familiari, il disagio psicologico provato in alcuni casi e gli interventi validati per fronteggiarlo. Hayslip e colleghi (2019) sottolinearono la natura e l’influenza positiva dell’educazione di queste figure che sono viste come modelli, supporti, insegnanti comunicativi e protettivi (Dolbin-MacNab e Keiley, 2009; Dolbin-MacNab et al., 2009). Un’altra caratteristica evidenziata dagli autori è la forza manifestata dalla resilienza (Hayslip e Smith, 2013; Zauszniewski, Musil e Au, 2013) e dall’insegnamento della ricerca di benefici (Castillo et al., 2013). Nello specifico, si è visto come la resilienza sia mediatrice della relazione tra stress e funzionamento psicosociale dei nonni, nonché fonte di riduzione dei fattori di rischio come l’isolamento sociale (Hayslip et al., 2013).

Le differenze tra i nonni

Una questione continua sulla comprensione del ruolo dei nonni riguarda la diversità tra di loro, sia in termini culturali che individuali (Hays, 2008; Hayslip e Patrick, 2006). A loro volta, le differenze possono essere correlate a fattori contestuali come la possibilità di avere una sicurezza economica: rispetto ad altri gruppi etnici, gli afroamericani hanno maggiori probabilità di mantenere i nipoti più a lungo, con un conseguente aumento del rischio di povertà (Baker e Silverstein, 2008). Essere nonni non sempre è un compito facile, in quanto risulta difficile per le persone che non hanno allevato figli per anni oppure che hanno riscontrato difficoltà nel farlo (Hayslip et al., 2019). Altre esperienze stressanti possono essere provate dai nonni in caso di povertà, minoranza etnica, problemi psicologici come ansia e depressione (Collins, 2011). Lo stress psicologico solitamente è associato alla necessità di ricoprire ruoli multipli simultaneamente (ad esempio, lavoratore, volontario, nonno), all’assistenza attuale necessaria e ricevuta (Baker e Silverstein, 2008), alla natura del rapporto tra nonno e nipote che muta e alla perdita delle relazioni sociali (Gerald, Landry-Meyer e Roe, 2006). Sono stati riconosciuti molti studi legati all’efficacia di gruppi di sostegno, corsi di potenziamento, programmi educativi e interventi di promozione della salute per poter aiutare queste figure preziose nella crescita dei loro nipoti e per migliorare il loro benessere psicologico e sociale (Collins, 2011; Brintnall-Peterson et al., 2009; Kelley, Whitley e Sipe, 2007; Kelley et al., 2013; Kicklighter et al., 2007). Ad esempio, KinNet è un progetto finanziato nel 2000 da parte dell’Adoption and Safe Families Act che istituisce una rete nazionale di gruppi di sostegno per i nonni, mentre l’Associazione Americana di Pensionati (Association of Retired Persons; AARP, 2003) ha un database composto da informazioni online su gruppi di sostegno utili per indirizzare le proprie esigenze emotive, legali e finanziarie (Hayslip et al., 2019). Data l’importanza di queste figure e il notevole per il contributo che viene dato, cercare di integrare le conoscenze sui nonni e sull’educazione dei nipoti è utile per aggiornare gli operatori e per cercare di dare un aiuto consistente.

Cosa ci spinge a viaggiare e in che modo scegliamo le nostre vacanze?

La teoria psicografica afferma che i viaggiatori si collocano su un continuum che va da psicocentrici, che preferiscono i luoghi familiari, ad allocentrici, che preferiscono i viaggi avventurosi e destinazioni nuove.

 

Cosa spinge una persona a preparare la valigia, chiudere la porta della propria abitazione – il nido sicuro- e programmare di andare altrove per un periodo, lungo o breve che sia?

Quale motivazione si cela dietro la decisione di intraprendere un viaggio, cambiare radicalmente la propria routine, dormire in letti diversi dal proprio, mangiare cibi a volte sconosciuti, parlare con persone nuove?

Perussia (1984) afferma che “turismo è voler essere altrove”.

L’uomo è considerato da sempre un viaggiatore, dapprima navigatore con sete di scoperta e conquista, ora esploratore di nuovi luoghi, usi e costumi. Ma non solo.

Le motivazioni di un viaggio

Le motivazioni che sono alla base della decisione di intraprendere un viaggio sono diverse: alcune legate al soddisfacimento dei bisogni più primordiali (vedasi la scala dei bisogni di Maslow del 1970), altre legate a fattori sociologici, antropologici ed economici.

Crompton (1979) grazie ai suoi studi sulle motivazioni ha individuato sette macroaree all’interno delle quali sono raccolte le principali motivazioni a viaggiare:

  • Evasione dal quotidiano
  • Esplorazione di se stessi
  • Relax
  • Prestigio (promozione sociale)
  • Regressione (liberazione simbolica dalle costrizioni sociali)
  • Impulso alle relazioni familiari
  • Miglioramento delle relazioni sociali.

Negli stessi anni Plog (1974) parla della sua teoria psicografica: in base alle aree di destinazione scelte, i viaggiatori sono su un continuum che va da psicocentrici (preferiscono i luoghi familiari) agli allocentrici (persone che preferiscono i viaggi avventurosi e destinazioni nuove).

Più recentemente Ryan e Glendon (1998) hanno individuato quattro aree di motivazione al turismo: Motivi intellettuali (scoperta, esplorazione, immaginazione); Motivi sociali (ricerca di nuove amicizie, essere stimati dal prossimo); Competenza (cambiare, evolvere); Evitamento degli stimoli (scappare dalla quotidianità).

Partendo da questa base teorica di riferimento è possibile ipotizzare di individuare la tipologia di viaggio/vacanze in base alla motivazione.

È sufficiente entrare in un’agenzia di viaggi o fare una ricerca online per rendersi conto di quanto sia vasta l’offerta turistica oggi.

Ognuno cerca la miglior soluzione per appagare i propri bisogni e desideri.

Le tipologie di viaggio

I cosiddetti viaggi “zaino in spalla” verso terre lontane ed insolite potrebbero essere i prediletti per chi vuole appagare il bisogno di scoperta ed esplorazione, questo sarà attratto da esperienze molto diverse dal suo quotidiano, da posti con usi e costumi diversi dai suoi. Sono viaggi costruiti ad arte dal viaggiatore, i fidati compagni di viaggio sono un diario personale e un’ottima guida turistica.

Due tipologie di viaggio affini a questo segmento sono i viaggi guidati o le crociere: questi appagano due bisogni simultaneamente: scoperta ma anche sicurezza. Si può esplorare il mondo con guide esperte ma allo stesso tempo sapere che si può tornare alla base in un luogo sicuro. Il bisogno di sicurezza descritto da Maslow (1968) è inteso come libertà da pericoli e minacce.

Chi è orientato alla ricerca del relax, inteso come cura del proprio corpo e alleviamento dello stress accumulato potrebbe optare per un soggiorno in località termali italiane ed estere. Il segmento delle terme e benessere ha conquistato un ruolo di prim’ordine nella richiesta turistica da almeno un ventennio.

Accanto e per certi versi simile, c’è il reparto dei viaggi che ha lo scopo di far accrescere il contatto con la natura. Questo tipo di viaggio soddisfa il bisogno del ritrovare se stessi, avere tempo di godere del silenzio di un viaggio immersi nel verde.

L’ormai famosa formula del villaggio “All inclusive”, riassumibile con la frase “vorrei partire, ma non voglio pensare a niente!” soddisfa senza dubbio un bisogno di staccare dalla routine senza esporsi alla fatica di dover vivere sensazioni di pericolo o di stress del nuovo, inoltre soddisfa il bisogno di appartenenza al gruppo, permettendo di conoscere nuove persone con gli stessi interessi. I punti di forza sono: la comodità della posizione del villaggio, una cucina conosciuta e “sicura” che garantisce il soddisfacimento del bisogno del nutrirsi di cibi conosciuti e “fidati”. Seguendo la distinzione di Crompton, i viaggiatori che preferiscono questo tipo di vacanza potrebbero sentire la necessità di appagare il bisogno di gioire delle relazioni familiari e di migliorare le relazioni sociali. Si può notare in questo caso il soddisfacimento del bisogno di amore e di appartenenza citato da Maslow.

Infine, la scelta verso un viaggio “instagrammabile” e con attenzione al lusso andrebbe ad appagare il bisogno di ricerca di prestigio e di promozione sociale individuato da Crompton, così come il bisogno di stima e autostima di Maslow.

Queste brevi ipotesi e riflessioni di marketing turistico potrebbero essere la base per ulteriori studi utili alla promozione turistica delle aziende che si occupano di turismo.

Il trauma cranico encefalico (TCE): dal trauma alla riabilitazione

Dopo un Trauma Cranio Encefalico di qualsiasi entità possono persistere vari deficit cognitivi e neuropsichiatrici.

 

Il Trauma Cranio Encefalico (TCE) “interrompe la normale funzione del cervello. Questa funzione può influire negativamente sulla qualità della vita di una persona con sintomi cognitivi, comportamentali, emotivi e fisici che limitano il funzionamento interpersonale, sociale e professionale” (M. Pervez et al., 2018).

Sequele Post-Traumatiche del Trauma Cranico Encefalico

Dopo un Trauma Cranio Encefalico di qualsiasi entità possono persistere vari deficit cognitivi e neuropsichiatrici. Questi possono essere di varia natura, ma generalmente sono classificati in due categorie (che non sono rigidamente distinte e separate): alterazioni delle funzioni cognitive ed alterazioni del comportamento e della personalità. I deficit cognitivi e comportamentali dopo un Trauma Cranio Encefalico hanno effetti disabilitanti molto preoccupanti perché, oltre ad impedire la riabilitazione del paziente, gli creano notevoli difficoltà in ambito familiare, sociale e lavorativo.

Diversi domini cognitivi sono prevedibilmente compromessi, comprese le funzioni esecutive frontali (problem solving, set shifting, controllo degli impulsi, autocontrollo), attenzione, memoria e apprendimento a breve termine, velocità di elaborazione delle informazioni e funzioni della parola e del linguaggio (Ewing-Cobbs L. et al., 2002; Weintraub S. et al., 1981).

La personalità di un paziente traumatizzato può subire notevoli cambiamenti con conseguente ansia, depressione, irritabilità, intolleranza all’ambiente circostante, frustrazione, improvvisi cambi d’umore e perdita d’interesse per ciò che lo circonda. Tutto ciò comporta uno stato d’isolamento sociale e l’impossibilità di rientrare nel proprio ambiente lavorativo. I sopravvissuti e la famiglia/caregiver descrivono spesso le alterazioni nella regolazione emotiva e comportamentale come “cambiamenti di personalità”.

Valutazione del Trauma Cranico Encefalico

I deficit che insorgono in seguito a Trauma Cranio Encefalico, quali difficoltà attentive, mnestiche, esecutive, di consapevolezza e di controllo comportamentale, hanno un effetto negativo nelle capacità relazionali, nel ritorno all’attività lavorativa e nella qualità di vita (Santopietro et al., 2015). È importante in questa fase che il paziente venga inserito all’interno di un progetto riabilitativo che coinvolga diversi professionisti che, lavorando in èquipe, accolgano le difficoltà della persona programmando un percorso riabilitativo personalizzato (Valorio P. et al., 2016). La riabilitazione cognitiva comprende una serie di terapie fisiche, occupazionali e logopediche, terapie individuali e di gruppo che mirano a valorizzare le abilità emotive, sociali e funzionali del soggetto traumatizzato.

Trattamento e riabilitazione del Trauma Cranico Encefalico

Attualmente, non esiste un trattamento valido per tutti nella pratica clinica quotidiana per i pazienti post Trauma Cranio Encefalico, data l’eterogeneità delle lesioni cerebrali.

Nella fase di riabilitazione post trauma il paziente ha bisogno di essere supportato psicologicamente per affrontare i cambiamenti inevitabili che derivano dalla sua nuova condizione. A seconda della gravità della lesione, il team medico fornisce al paziente una terapia per accompagnarlo nella fase di riabilitazione, che spesso comprende terapia occupazionale, clinica, neuropsicologica e fisica. L’autrice Ponsford J. (2012) sostiene che in questa fase lo psicologo deve predisporre un intervento che miri ad identificare le difficoltà o i punti di forza del paziente e su quella base fornire una terapia per aiutarlo a superare i deficit comportamentali e/o interpersonali sopraggiunti dopo il trauma, aiutandolo ad adattarsi alla sua nuova condizione e sostenendo non solo il paziente con Trauma Cranio Encefalico, ma l’intero nucleo familiare, in particolar modo il caregiver che lo assiste costantemente. Al caregiver viene richiesta l’organizzazione e la cura del paziente traumatizzato, viene informato sull’esito della valutazione e sul programma di riabilitazione da attuare. Le persone con lesioni cerebrali traggono vantaggio dal ricevere un feedback e consigli sulla natura delle loro difficoltà psicologiche. Una spiegazione dettagliata della natura delle difficoltà post trauma e una guida sulla probabile estensione del recupero, può aiutare il paziente traumatizzato ad acquisire una prospettiva più realistica. La consulenza psicologica può anche aiutare a valutare le opzioni di reimpiego e a tornare nell’attività sociale e nel tempo libero. La famiglia dovrebbe essere inclusa nel modo più completo possibile in tale consulenza. Spesso i familiari chiedono consigli sulla gestione cognitiva e/o comportamentale e può assumere il ruolo di co-terapeuta per rafforzare le strategie di trattamento a casa. Per quanto riguarda la psicoterapia individuale, alcuni pazienti, comprensibilmente, si sentono devastati dagli effetti della loro lesione cerebrale. Dove le persone soffrono di depressione marcata o ansia, terapia psicologica o trattamento psichiatrico possono aiutarli ad attraversare la difficile fase. Tuttavia, non sono solo le persone che sono gravemente angosciate che traggono beneficio dalla psicoterapia. Nella confusione del presente e dell’incertezza del futuro, i pazienti spesso si aggrappano al passato a seguito della loro lesione cerebrale. Alcuni tentano di andare avanti come prima, incapaci di accettare le modifiche che si sono verificate, e possono continuare a giudicare sé stessi in base agli standard pre-infortunio che non possono più incontrarsi. La psicoterapia può aiutare le persone a rivalutare la loro nuova situazione. Con il supporto e la guida, spesso i pazienti traumatizzati possono essere aiutati ad andare avanti per esplorare il loro nuovo sé e cercare una nuova direzione e scopo per le loro vite.

 

La riscoperta delle sostanze psicoattive: l’MDMA nel trattamento del Disturbo da Stress Post Traumatico

Il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) è una condizione comune e debilitante causata dall’esposizione ad un evento traumatico. Recentemente sono stati finanziati diversi studi sulla psicoterapia assistita dall’MDMA per il PTSD.

 

Per ottenere una diagnosi, oltre che l’esposizione al trauma, è prevista la presenza di sintomi intrusivi collegati all’evento come sogni, ricordi, flashback, alterazioni negative di pensieri ed emozioni associate all’evento traumatico, marcate alterazioni dell’arousal come comportamento irritabile ed esplosioni di rabbia ed evitamento persistente degli stimoli associati all’evento traumatico (DSM-5; APA, 2013).

Per quanto concerne la parte farmacologica, i farmaci di prima linea approvati dalla Food and Drug Administration (FDA) sono gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), la sertralina e la paroxetina. Tuttavia, si stima che il 40-60% dei pazienti non risponda a questi composti (Steenkamp et al., 2015). Mentre per quanto riguarda la psicoterapia, l’EMDR e la terapia cognitivo-comportamentale basata sull’esposizione e rielaborazione del trauma sono considerate i trattamenti gold standard per il PTSD (Watkins et al., 2018), ma alcuni soggetti si mostrano resistenti al trattamento (Gutner et al., 2016).

Con il tentativo di esplorare nuovi trattamenti efficaci, alcuni ricercatori negli anni passati si sono focalizzati sull’utilizzo di sostanze psicoattive sintetizzate, che a causa di limitazioni e controversie sono state però presto vietate.

Disturbo da stress post traumatico e MDMA: i primi utilizzi

Una delle sostanze psicoattive studiate è la 3,4-metilenediossimetanfetamina, più comunemente nota come MDMA, sintetizzata per la prima volta nel 1912 come precursore di un agente coagulante. Dopo la sua scoperta, la sostanza venne presto accantonata, per poi emergere nuovamente negli anni ’70, con i farmacisti alla ricerca di nuovi farmaci di tipo anfetaminico. Alexander Shulgin, un ricercatore farmaceutico che aveva l’approvazione del governo per sintetizzare nuovi composti, si interessò all’MDMA facendone esperienza nel 1977 (Benzenhöfer & Passie, 2010). Impressionato da essa, introdusse l’MDMA ai suoi contatti, che iniziarono ad utilizzarla con i loro clienti nelle sessioni di terapia. La popolarità dell’MDMA come droga ricreativa aumentò rapidamente dopo di allora, e di conseguenza l’uso e la produzione furono criminalizzati nel 1985 e il lavoro clinico e di ricerca si fermò bruscamente.

Un piccolo gruppo di terapeuti che avevano usato l’MDMA con i loro clienti prima della sua criminalizzazione continuò a credere nel potenziale terapeutico dell’MDMA, in particolare per le persone con disturbo da stress post traumatico (PTSD). Il modello che proponevano era incentrato sulla terapia in cui l’uso di MDMA avrebbe creato una “finestra di tolleranza” per i pazienti traumatizzati per lavorare attraverso le loro esperienze in un ambiente aperto e solidale (Mitchell et al., 2021)

L’MDMA induce il rilascio di serotonina legandosi principalmente ai trasportatori presinaptici di serotonina (Rudnick & Wall, 1992) e gli effetti che la sostanza ha dimostrato produrre sono: il miglioramento dell’estinzione della memoria della paura, la modulazione del riconsolidamento della memoria della paura (possibilmente attraverso un meccanismo dipendente dall’ossitocina) e il sostenimento di comportamenti sociali in modelli animali (Hake et al., 2019).

Sugli esseri umani, invece, l’MDMA sembra aumentare la risposta alla riattivazione dei ricordi autobiografici positivi, diminuisce la risposta ai ricordi autobiografici negativi, promuove l’autocompassione, aumenta la fiducia e l’empatia, facilita la condivisione di informazioni personali sensibili con gli altri (Bershad et al., 2016; Bershad et al., 2019).

Disturbo da stress post traumatico e MDMA: le evidenze

Recentemente, Rick Doblin e l’organizzazione da lui fondata per promuovere la riprogrammazione dell’MDMA (la Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies [MAPS]), ha finanziato una serie di studi sulla psicoterapia assistita dall’MDMA per il PTSD.

Un recente studio sostenuto dalla MAPS, sviluppato insieme alla US Food and Drug Administration (FDA), ha dimostrato che la psicoterapia assistita dalla MDMA si è dimostrata più efficace per i sintomi del PTSD rispetto alla stessa psicoterapia fornita con placebo.

In particolare, lo studio (Mitchell et al., 2021) è stato condotto per 18 settimane su un totale di 90 soggetti: 46 soggetti sottoposti a psicoterapia con somministrazione di MDMA e 44 soggetti sottoposti a psicoterapia e sostanza placebo.

I risultati hanno mostrato una riduzione della gravità del disturbo del 55,5% con la somministrazione dell’MDMA, ottenendo un risultato significativamente maggiore della sostanza placebo associata alla terapia (31,5% di riduzione). Alla fine dello studio, 14 dei 42 (33%) pazienti del gruppo MDMA e 2 dei 37 (5%) pazienti del gruppo placebo erano in fase remissione.

La sostanza sembra aver prodotto miglioramenti significativi rispetto al placebo anche nella gravità della depressione e nella disabilità sociale, producendo quindi nel complesso dei risultati impressionanti.

É importante sottolineare che gli effetti collaterali provocati dall’MDMA non sono stati classificati come gravi; tra questi vi erano tensione muscolare, riduzione dell’appetito, sudorazione eccessiva, sensazione di freddo e pupildilazione.

Tuttavia, questo studio non ha affrontato questioni di fondamentale importanza come la dipendenza e la neurotossicità negli esseri umani a seguito di una limitata somministrazione di dosaggi terapeutici di MDMA.

Futuri studi faranno luce sui possibili effetti collaterali dell’utilizzo di questa sostanza e dei possibili effetti benefici del suo utilizzo nell’ambito terapeutico.

 

Le Scuole di Psicoterapia e l’emergenza COVID

È con dispiacere ma anche con cruccio che siamo costretti a smentire Umberto Galimberti che, rispondendo il 4 dicembre a una lettera spedita da un padre di famiglia al quotidiano Repubblica, si preoccupa che le scuole di psicoterapia non prendano -a suo dire- posizione sul problema del contagio da COVID e del vaccino e non abbiano preso provvedimenti verso gli allievi che non vogliono vaccinarsi e forse assumono una posizione “novax”.

L’autore della lettera a Galimberti ha una figlia che frequenta una scuola di psicoterapia e si chiede come possa essere possibile che un allievo di queste scuole possa assumere una posizione “novax”. Domanda vaga che sembra attribuire una generica responsabilità alle scuole che abbiano allievi che non si vaccinino.

Nella sua risposta Galimberti formula un’accusa più precisa. Ammette di non sapere quale sia la posizione delle scuole di psicoterapia sul contagio da COVID-19 e sui vaccini, poi assume che non abbiano assunto una posizione chiara di opposizione a ogni idea novax dato che la figlia dell’autore della lettera non si vaccina e per questo decide che la lettera del padre dell’allieva non vaccinata sia un’accusa, anzi -parole dello stesso Galimberti- un J’accuse alle scuole e infine si lancia in una sua riflessione del rapporto tra etica e psicoterapia la cui conclusione è un salto logico: le scuole di psicoterapia non sono etiche, dato che da loro vi sono allievi che non si vaccinano, ovvero non si curano. Il ragionamento di Galimberti sembra essere: Come possono pretendere di fare psicoterapia -che è una cura- quegli allievi che non si vaccinano se loro per primi, non vaccinandosi, rischiano di nuocere agli altri? Domanda giusta, se rivolta agli allievi. Il problema è che a questo punto Galimberti imprime una svolta audace alla sua domanda e si chiede: dove si stanno formando allievi del genere? E la sua risposta è che si stanno formando in Scuole di Psicoterapia non etiche. E una volta giunto a questa conclusione Galimberti conclude di trovarsi di fronte a uno scandalo morale. Questo è il senso del termine “J’accuse”: una denuncia etica di un inaccettabile scandalo morale quale fu l’affare Dreyfus.

Galimberti - Repubblica 4 dicembre 2021Il ragionamento è così capzioso e fallace che è fin troppo facile rispondere. Come ammette lo stesso Galimberti, le Scuole di Psicoterapia condividono i codici deontologici dei medici e degli psicologi che raccomandano la cura anti-COVID, vaccino compreso. L’adesione alla lotta all’emergenza COVID è così chiara da non dover essere nemmeno provata. Che esistano allievi di queste Scuole che, malgrado l’adesione delle scuole a tutte le iniziative di promozione della vaccinazione, rifiutano il vaccino non dipende da tare etiche o da mancanze nella moralità e nella formazione delle Scuole. Le Scuole di Psicoterapia non nutrono sotterranee collusioni novax, sebbene il termine J’accuse usato da Galimberti le equipari alle collusioni con l’antisemitismo e il razzismo nutrite dalla società e dall’esercito francesi nell’ottocento.

Il ragionamento di Umberto Galimberti che, essendo la psicoterapia una cura non è possibile che esistano allievi di scuole di psicoterapia che rifiutino il vaccino e rischino di nuocere agli altri e che, se esistano, questo dimostrerebbe l’esistenza di mancanze etiche e formative nelle scuole è appunto un ragionamento e un teorema ma non è un fatto. La realtà dei fatti è molto più semplice. Le Scuole di Psicoterapia come organi didattici e clinici riconosciuti dallo Stato Italiano ne adottano tutte le direttive e normative, comprese quelle sul problema COVID, sollecitando e promuovendo, nei limiti della legalità, la vaccinazione e imponendo limitazioni a chi non si vaccina: dapprima il controllo mediante tampone a chi rifiuta questa linea e poi, con la nuova normativa del Super Green Pass, l’impedimento a chiunque di stare in un luogo chiuso senza o essere guarito dal COVID o essersi vaccinato. Inoltre, le scuole di psicoterapia sono frequentate da medici e psicologi che hanno l’obbligo a vaccinarsi. È compito dei rispettivi Ordini prendere provvedimenti per chi non si vaccina, tra cui la sospensione che a sua volta impedisce la frequentazione delle scuole.

Infine, la formazione nelle scuole sicuramente comporta la trasmissione agli allievi di strumenti concettuali ed etici affinché essi assumano una posizione responsabile in questo dramma della pandemia, ovvero si vaccinino. All’interno delle Scuole non vi è alcuna propaganda novax esplicita o implicita e nessuna approvazione per la scelta di non vaccinarsi. La discussione sociale sulla scelta di non vaccinarsi avviene nelle scuole come in ogni altro luogo e, come in ogni altro luogo, la sua conclusione è che la maggioranza si vaccina e disapprova la scelta di non vaccinarsi ma anche che rimane una percentuale di persone non convinte e probabilmente, prendiamone atto, non convincibili perfino all’interno di un percorso di formazione in psicoterapia. Così come esistono medici novax, ci sono allievi di psicoterapia novax.

Ritenere che le Scuole di Psicoterapia possano, per loro natura, assicurare l’intrinseca inesistenza tra i propri allievi di persone non convinte della bontà della scelta di vaccinarsi è un pensiero ingenuo. La piena adesione è un obiettivo pratico da ottenere ma non può essere ritenuto un dato di fatto da dare per scontato e che, se non c’è, segnala la presenza di chissà quali tare morali o educative nelle Scuole di Psicoterapia. Il problema è molto più semplice: il vaccino anti-COVID non è al momento, obbligatorio e quindi la società italiana, lo Stato Italiano e con essi le scuole di psicoterapia, organi -ricordiamolo- riconosciuti dallo Stato, usano lo strumento della persuasione e non della coercizione, ottenendo risultati abbastanza soddisfacenti. Il resto sono ragionamenti di Galimberti il cui fondamento purtroppo risiede solo in alcuni suoi dubbi personali, già dichiarati in molte altre occasioni, sulla trasparenza etica e sullo statuto morale delle Scuole di Psicoterapia soprattutto private. Dubbi fondati su suoi ragionamenti di natura filosofica, sociologica ed economica che -sebbene estremamente discutibili- possono anche essere in parte interessanti come stimolo culturale entro certi termini e in certe occasioni ma che, al tempo dell’emergenza COVID, diventano irrilevanti sotto ogni punto di vista.

Diet culture e restrizione cognitiva nei disturbi alimentari

La società occidentale è ormai permeata dalla cosiddetta diet culture, la cultura della dieta: che effetti potrebbe avere il diffondersi di tale cultura da un punto di vista cognitivo e fisico?

 

La società occidentale è ormai permeata dalla cosiddetta diet culture, la cultura della dieta: avere un fisico magro e muscoloso, riuscire a mantenere una dieta e delle regole alimentari ferree e praticare una rigida attività fisica viene generalmente visto come una dimostrazione di forza e determinazione e, di conseguenza, di valore personale.

Negli ultimi 50 anni, l’ideale di magrezza è andato via via rafforzandosi, come dimostrano alcuni studi che hanno analizzato i dati antropometrici delle modelle apparse sulle copertine di diverse riviste, sia indirizzate ad un pubblico maschile sia femminile: queste analisi hanno dimostrato, infatti, che sia l’indice di massa corporea (calcolato dividendo il peso per il quadrato dell’altezza) sia le circonferenze di vita e fianchi sono andate via via riducendosi dagli anni ’50 in poi.

Diet culture, disturbi alimentari e restrizione alimentare

Questo diffuso ideale di magrezza è uno dei motivi per cui vivere in una società occidentale, contraddistinta dalla diet culture, è uno dei fattori di rischio per lo sviluppo di un disturbo alimentare.

In queste patologie, l’attenzione verso il peso e le forme del corpo, alla quantità e alla qualità degli alimenti introdotti viene portata patologicamente all’estremo e diventa tanto importante nella quotidianità dell’individuo, da rappresentare un vero e proprio (se non l’unico) metro di valutazione di sé come persona.

Al fine proprio di controllare il peso e le forme del corpo, all’interno della psicopatologia dei disturbi alimentari, un aspetto diffuso e comune è la restrizione alimentare, che può assumere diverse sfaccettature:

  • controllo su quanto mangiare: restrizione alimentare quantitativa, caratterizzata dalla riduzione dell’introito energetico giornaliero, il quale risulta spesso inferiore rispetto al fabbisogno minimo;
  • controllo su cosa mangiare: restrizione alimentare qualitativa o cognitiva, contraddistinta dall’esclusione di alimenti e gruppi alimentari (frequentemente carboidrati e lipidi);
  • controllo su quando e talvolta dove mangiare: rigidità di orari e luoghi in cui consumare i propri pasti, che si traduce spesso nell’evitare di mangiare in compagnia e nel non consumare pasti cucinati da altre persone.

I potenziali rischi della restrizione quantitativa sono facilmente immaginabili e identificabili: essa può infatti portare a sottopeso, carenze di micro e macronutrienti, scompensi elettrolitici, problemi ossei quali osteopenia e osteoporosi, e amenorrea (scomparsa del ciclo mestruale).

Disturbi alimentare e restrizione cognitiva

Più insidiosa è la restrizione cognitiva, non solo perché ha effetti meno visibili, ma anche perché affonda le proprie radici in quella diet culture, cultura della dieta, tanto diffusa e radicata nella società da rendere difficile accorgersi della presenza di un problema reale.

Prediligere alcuni alimenti (considerati “buoni”, “magri”) rispetto ad altri e riuscire ad eliminarne totalmente alcuni (visti, di contro, come “cattivi” o “ingrassanti”), nonostante inizialmente possa essere visto come una prova di forza, alla lunga finisce per risultare più un obbligo morale che una scelta, e può creare grandi difficoltà nel funzionamento della persona e nella sua capacità di prendere parte alla vita sociale.

Non riuscendo a partecipare agli eventi in cui è presente un qualche “cibo proibito”, chi soffre di un disturbo alimentare finisce per isolarsi sempre di più, limitando ulteriormente gli ambiti in cui misurare il proprio valore come persona e rinforzando l’idea di doversi misurare solo in base al peso, alla dieta e al loro controllo.

In aggiunta a questo effetto relazionale, la restrizione cognitiva aumenta enormemente le preoccupazioni rispetto al peso, alle forme del corpo e al cibo stesso, andando inevitabilmente ad aumentare la sintomatologia del disturbo alimentare stesso.

Inoltre, escludere alcuni alimenti può portare all’aumento del craving, dell’intenso desiderio, di quegli stessi alimenti evitati e con esso della probabilità di avere episodi di abbuffata in cui questi cibi hanno un ruolo di protagonisti.

Affrontare la restrizione cognitiva è, pertanto, estremamente importante nel percorso di cura di un disturbo alimentare, qualunque forma esso assuma.

Disturbi alimentari e psicoterapia

Nella terapia cognitivo comportamentale (CBT) applicata ai disturbi alimentari, il fronteggiare gli “alimenti proibiti” è parte integrante del trattamento: la persona affetta dal disturbo alimentare, affiancata passo passo dal terapeuta, è spronata a compilare una tabella con tutti i cibi tabù, in ordine crescente di difficoltà e paura percepita, e ad affrontarli uno ad uno.

L’esposizione graduale e controllata, contestualmente al percorso della CBT, consente di affrontare le proprie paure, siano esse più focalizzate sul “pericolo” di un aumento di peso o di un episodio di abbuffata, e di riacquistare il controllo della propria alimentazione.

Anche quando le condizioni di salute fanno sì che il recupero del peso sia l’urgenza e la priorità, è importante che la restrizione cognitiva venga affrontata nel momento in cui la persona che combatte contro un disturbo alimentare si sente pronta a farlo: il semplice recupero del peso, infatti, non è sufficiente a far sì che la guarigione sia effettiva e non elimina il rischio che le caratteristiche del disturbo alimentare semplicemente mutino verso un versante ortoressico.

L’ortoressia è, infatti, una forma di disturbo alimentare e in cui la distinzione tra alimenti “buoni” e “cattivi” è più marcata e vi è una vera e propria ossessione per una dieta considerata sana e salutare, con le conseguenze di isolamento sociale e sofferenza individuale che questa rigidità ovviamente porta con sé.

Affrontando la restrizione cognitiva, la persona torna a poter nuovamente scegliere nell’intera gamma degli alimenti, senza più privarsi di alcuni di essi né provare ansia all’idea di trovarsi a doverli mangiare. Questo le permette di vivere con maggiore serenità tutti gli eventi sociali connessi al cibo e tornare a far parte del mondo che la circonda e, di conseguenza, rende possibile l’ampliamento di quei domini di valutazione di sé limitati in origine alla triade peso-corpo-cibo, superando così uno dei nuclei del disturbo alimentare.

 

Mindfulness e self-compassion: tra psico-educazione e clinica – Report dalla Conferenza Internazionale

La conferenza internazionale dal titolo Mindfulness e Self-compassion: tra psico-educazione e clinica ha avuto come tema principale le modalità di connessione tra la mindfulness e la self-compassion e il mondo della psicologia e psicoterapia. 

 

Il 27 e 28 novembre 2021 si è svolta, in modalità a distanza, la conferenza internazionale dal titolo Mindfulness e Self-compassion: tra psico-educazione e clinica organizzata da “Bioenergetica e Mindfulness” di Nicoletta Cinotti e “Interessere – mindfulness in azione” con il patrocinio del Consiglio Nazionale degli Ordini degli Psicologi.

Le pratiche di mindfulness da tempo ormai si sono affacciate sul panorama clinico offrendo molte esperienze in diversi contesti sociali e lavorativi mostrando effetti positivi sia dal punto di vista del benessere psico-fisico personale esperito dai singoli, sia sul versante scientifico, come dimostrano le numerose ricerche nate attorno all’argomento.

Con la situazione pandemica globale poi, moltissime persone si sono avvicinate alla mindfulness e alle pratiche meditative. 

La conferenza internazionale tenutasi in modalità online sabato 27 e domenica 28 novembre 2021 ha avuto come tema principale le modalità di connessione e lo stato dell’arte attuale tra la mindfulness e la self-compassion e il mondo della psicologia e psicoterapia.

Mindfulness e Self-compsassion tra psico-edcazione e clinica: i punti di forza della conferenza

La web-conference era dedicata e aperti a tutti, gli argomenti trattati e la modalità con cui questi sono stati affrontati tuttavia presupponevano conoscenze precedentemente acquisite circa le tematiche specifiche. Nota di merito per l’organizzazione di entrambe le giornate: svolte sulla piattaforma zoom, gestite egregiamente dai tecnici sia le sessioni plenarie, sia le pratiche in piccoli gruppi. Sono state infatti svolte due sessioni di pratica formale in seguito alle quali hanno avuto luogo condivisoni in piccoli gruppi. La platea virtuale era composta da circa 180 uditori, i gruppi di condivisone erano formati da una decina di persone, tale condizione ha permesso una dimensione interpersonale intima non inibente che ha consentito ad ogni partecipante l’esposizione delle sensazioni esperite. La lingua della conferenza era l’inglese, la traduzione simultanea e l’ottimo lavoro delle professioniste che se ne sono occupate ha offerto la possibilità di seguire gli interventi in italiano. Infine per i professionisti sanitari vi era la possibilità di acquisire crediti formativi, la registrazione di entrambe le giornate è stata resa disponibile il giorno successiva alla fine dei lavori. La piattaforma symposia congressi con un’interfaccia semplice e intuitiva permetteva l’accesso alla piattaforma virtuale, la consultazione rapida del programma e di tutti i documenti del convengo compresi contenuti aggiuntivi consigliati e suggeriti.

I protocolli Mindfulness

Il programma ha visto un intenso susseguirsi di interventi e sessioni di pratica per tutta la giornata di sabato e per l’intera mattina della domenica.

Durante la mattinata della prima giornata, mediata da Paola Mamone – cofondatrice di “Interessere Mindfulness in azione”, l’attenzione è stata rivolta alla pratica clinica dei protocolli mindfulness con particolare interesse alla genitorialità (italianizzato dal termine inglese parenting) e dei sistemi familiari in cui i genitori e i figli sono inseriti. Il tema è stato ben affrontato nell’alternarsi degli interventi di Nicoletta Cinotti e Susan Bogels, autrice del libro Mindful Parenting (2020) la quale ha parlato del Mindful Parenting in tempi difficili. Dal Regno Unito invece l’intervento successivo di Rebecca Crane ha spiegato la qualità delle competenze necessarie negli interventi basati sulla mindfulness attraverso l’osservazione di criteri stabiliti per l’assessment secondo il modello MBI-TAC (Mindfulness-based Teaching Assessment Criteria). Nella seconda parte Nicoletta Cinotti ha guidato una pratica formale di reparenting. Nota dolente in questo caso la qualità del suono attraverso la piattaforma telematica che ha quasi annullato il riverbero della campana tibetana (strumento fondamentale nelle pratiche di mindfulness). Finita la pratica, si è svolta la condivisone in piccoli gruppi guidata dai facilitatori, alla quale è seguita la condivisone generale in plenaria.

Self-compassion

Il pomeriggio della stessa giornata è stato completamente dedicato alla self-compassion (in italiano tradotto come compassione) pratica che condivide alcuni principi con la mindfulness ma che presenta caratteristiche proprie. L’introduzione del pomeriggio è stata affidata ad Alessandro Giannandrea che ha presentato un magnifico intervento sulla natura della coscienza e sul suo ruolo all’interno della pratica terapeutica e negli interventi di mindfulness. L’arduo compito di spiegare i complessi legami tra mindfulness, self-compassion e psicoterapia è stato affidato a Christopher Germer, ideatore, insieme a Kristin Neff, proprio del protocollo di Mindful Self-compassion. La relazione di Germer, presentata in maniera egregia, ha chiarito il legame tra mindfulness e lavoro psicoterapico riprendendo quello che già avevamo potuto leggere nel suo testo del 2018: Le psicoterapie orientate alla Mindfulness.

La conclusione della sessione plenaria affidata alla spagnola Maya Wrzesien ha presentato gli interventi ad oggi attuati in termini di compassione dal punto di vista clinico.

La pratica formale, affidata questa volta alla voce di Paola Mamone, ha permesso di sperimentare la gentilezza e la compassione verso di sé. La riflessione in piccoli gruppi e poi in sessione riunita è seguita subito dopo concludendo così la prima giornata.

La mindfulness tra scienza e clinica

Il secondo giorno di incontro, tenutosi solo nelle ore mattutine, ha visto l’alternarsi di due interventi molto belli ma tecnici, considerando la natura degli argomenti. Dopo la Mamone, che ha parlato del percorso affrontato negli anni per affermare a livello scientifico e nella sfera clinica la pratica della mindfulness, è intervenuto dai Paesi Bassi Robert Brandsma che ha esordito con una riflessione attenta e apprezzabile, seppur di poche parole, rispetto al vantaggio a livello ambientale delle modalità online. Il suo intervento si è focalizzato sulla difficoltà e allo stesso tempo sull’importanza della fase dell’inquiring all’interno delle sedute con i praticanti. Un leggero ritardo nei lavori iniziali non ha permesso il tempo previsto per il break. La tavola rotonda, in programma dopo la pausa, ha visto l’alternarsi a ritmi sostenuti (circa 7 minuti per ogni relatore) di diversi terapeuti che hanno mostrato i punti di contatto e l’utilizzo della mindfulness all’interno dei diversi approcci terapeutici: Acceptance and Commitment Therapy presentata da Andrea Bassanini; Schema therapy; Compassion Focused Therapy, ben esposta da Nicola Petrocchi; psicoterapia analitica e antropologia esistenziale; mindfulness interpersonale; Self-compassion. Nota particolare per Maria Beatrice Toro che ha presentato la prospettiva cognitivista arricchendo il suo intervento di forte emozione e di una bellissima metafora.

In conclusione si è lasciato spazio alle domande e ai ringraziamenti sentiti a tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione delle giornate.

Complessivamente una conferenza ben organizzata dal punto di vista logistico, per la qualità e la modalità degli argomenti trattati e per le personalità di spicco che vi hanno presenziato. Tutti gli interventi hanno mostrato in modo consono e adeguato il modo in cui la pratica della mindfulness si può declinare all’interno dei diversi approcci terapeutici, arricchendo la clinica di un elemento importante quale quello dell’attenzione focalizzata e della presenza consapevole nel rapporto con il paziente e nell’alleanza con esso. Gli interventi hanno assunto il carattere scientifico che la Mindfulness ha dimostrato di avere grazie alle numerose ricerche, sopratutto internazionali, presenti ad oggi nel panorama scientifico.

La pratica di consapevolezza è stata presentata come elemento arricchente dell’approccio terapeutico, basato sul sentire del clinico che partecipa in prima persona all’ascolto e all’attenzione dell’esperienza condivisa del paziente e che con esso “risuona”. Bellissima l’immagine di Brandsma che paragona il terapeuta a una campana tibetana, questa risuona restituendo note ordinate e comprensibili all’orecchio solo quando vuota, cioè libera da ogni cosa che potrebbe risiedere al suo interno, allo stesso modo il terapeuta deve essere libero da pensieri non richiesti al fine di entrare in un approccio di ascolto e attenzione consapevole con il paziente.

 

Come la qualità del sonno e l’autocontrollo influenzano la procrastinazione nei lavoratori

La procrastinazione è definita come un ritardo irrazionale che comprende una discrepanza tra l’intenzione e l’azione e si verifica quando le persone hanno intenzione di agire ma non agiscono, nonostante sappiano che ne soffriranno.

 

Alcuni studi in letteratura hanno dimostrato che la procrastinazione ha conseguenze dannose in termini di produttività, salute e benessere (Van Eerde, 2003; Steel, 2007). È noto, infatti, che non solo il ritardo, ma anche il senso di colpa e la vergogna per il comportamento irrazionale, possono avere un impatto sulla vita. Per tali ragioni la procrastinazione può anche portare a disturbi di salute, ansia e depressione (Sirois, 2016).

Sebbene sia stata ampiamente studiata in ambito accademico, la procrastinazione è stata studiata molto raramente in ambito lavorativo, anche se è risaputo che alcuni comportamenti di autoregolazione come il rispetto delle scadenze e il raggiungimento degli obiettivi, risultano particolarmente compromessi dalla procrastinazione (Van Eerde, 2003), ma sono invece importanti per la performance individuale. In aggiunta, sembrerebbe che non tutti gli individui siano coerenti nei loro comportamenti di procrastinazione, ma quest’ultima ha una grande variabilità quotidiana (Kühnel et al., 2017a).

Siccome la procrastinazione può essere vista anche come un comportamento di evitamento, dove il ritardo irrazionale serve a regolare l’umore negativo associato al completamento di un compito, in un ambiente lavorativo questo provoca una diminuzione del benessere e una minore performance (Marcus et al., 2016).

La prospettiva autoregolativa della procrastinazione sostiene che essa sia il risultato di una diminuzione delle risorse autoregolative (Klingsieck, 2013). È probabile, quindi, che i fattori che determinano la procrastinazione siano tutte quelle variabili quotidiane che provocano dei cambiamenti nelle risorse autoregolative. La qualità del sonno, per esempio, ha dimostrato di avere un impatto sul comportamento lavorativo autoregolativo: il lavoro è caratterizzato da un insieme di attività che richiedono autoregolazione e pianificazione per il completamento dei compiti (Claessens et al., 2010).

Procrastinazione e qualità del sonno

La qualità del sonno è stata quindi identificata come una variabile che influenza la procrastinazione in quanto diminuisce l’energia delle persone ad impegnarsi nel lavoro e a sostenere uno sforzo nel tempo: quando l’energia manca, la procrastinazione diventa molto più probabile. In generale, la qualità del sonno può influenzare le prestazioni, la salute e gli atteggiamenti sul lavoro (Litwiller et al., 2017). Molte delle questioni relative al comportamento lavorativo problematico sono legate all’autoregolazione, dove le risorse cognitive ed emotive sono necessarie per sostenere risultati desiderabili sul lavoro (Diestel et al., 2015). Un’alta qualità del sonno può quindi aumentare la disponibilità di risorse in modo che queste possano essere indirizzate alle attività lavorative che necessitano di autoregolazione, piuttosto che evitarle con la procrastinazione. Alcuni studi hanno infatti dimostrato che una maggiore qualità del sonno riduce la procrastinazione del lavoro il giorno successivo (Kühnel et al., 2017a).

Inoltre, molti dati della letteratura hanno messo in luce che un’altra variabile che ha un impatto sull’autoregolazione è l’autocontrollo. Quest’ultimo è definito come “la capacità di annullare o cambiare le proprie risposte interiori, così come di interrompere le tendenze comportamentali indesiderate (come gli impulsi) e astenersi dall’agire su di esse” (Tangney et al., 2004  p. 274); può essere quindi visto come una capacità generale di autoregolarsi. Coerentemente con questa prospettiva, l’autocontrollo di tratto può essere inteso come la differenza individuale in questa capacità. Data la sua relazione con l’autoregolazione, l’autocontrollo di tratto dovrebbe giocare un importante ruolo moderatore nella relazione tra la qualità del sonno e la procrastinazione lavorativa quotidiana.

Procrastinazione e qualità del sonno: un studio

Van Eerde e Venus, nel 2018 hanno condotto uno studio che indagasse la relazione tra la qualità del sonno durante la notte e il suo effetto sulla procrastinazione al lavoro del giorno successivo. Le ipotesi iniziali erano quindi che nelle persone, la qualità del sonno notturno sarebbe stata correlata negativamente alla procrastinazione del lavoro il giorno successivo e, inoltre, che la relazione tra la qualità del sonno notturno e la procrastinazione del lavoro potesse essere moderata dall’autocontrollo di tratto; in particolare, che la relazione negativa risultasse più debole quando l’autocontrollo era elevato. 71 impiegati a tempo pieno che lavoravano in vari settori hanno partecipato allo studio, completando dapprima un questionario per valutare l’autocontrollo di tratto (Tangney et al., 2004). Successivamente, i dipendenti hanno ricevuto due questionari giornalieri per valutare la qualità del sonno (misurata tramite il Pittsburgh Sleep Quality Index (Buysse et al., 1989), e un test sulla procrastinazione (adattato da Tuckman, 1991) nel corso di 10 giorni lavorativi.

Come ipotizzato, i risultati hanno mostrato che la qualità del sonno era correlata negativamente alla procrastinazione del lavoro il giorno successivo. Inoltre, è emerso l’effetto moderatore dell’autocontrollo: non solo la relazione tra la qualità del sonno e la procrastinazione era più bassa per i dipendenti con alto autocontrollo, ma è risultata addirittura non significativa. Questo implica che la qualità del sonno è più importante per coloro che hanno un basso livello di autocontrollo: gli impiegati con un alto autocontrollo di tratto tendono ad essere “immuni”. Oltre ad un aumento di energia, aver dormito bene può dunque aiutare a superare gli impulsi. Il sonno è fondamentale per l’autoregolazione (Barnes, 2012) e la compromissione dell’autoregolazione è legata al sonno insufficiente (Wagner et al., 2012). Avere sane abitudini nella quantità di ore di sonno e alcuni interventi sull’insonnia hanno dimostrato di apportare grandi giovamenti per ridurre la procrastinazione lavorativa e aumentare l’autocontrollo (Barnes et al., 2017).

 

Fuori o senza bordi – Riflessioni e significati della serie “Strappare Lungo i Bordi”

Quante volte ci siamo chiesti se fosse davvero questo ciò che dovevamo aspettarci dalla vita, se abbiamo fatto tutto per ‘benino’, come se ci fosse una lista da seguire e delle spunte da mettere per ogni azione svolta. La serie Netflix Strappare lungo i bordi del fumettista romano Michele Rech in arte Zerocalcare, ci invita a riflettere su tutte quelle volte in cui siamo andati fuori dai bordi.

 

È tutto sotto controllo!

Cosa può andare storto se hai tutto sotto controllo?

Cosa potrebbe andare storto se non avessi tutto sotto controllo?

Nasciamo e cresciamo con stereotipi e pregiudizi che ci portiamo dietro nell’adolescenza e anche nell’età adulta per poi arrivare ad un punto in cui mettiamo tutto in discussione e ci chiediamo se sia davvero questo che ci dovevamo aspettare fino a questo punto dalla nostra vita e se abbiamo fatto tutto per ‘ benino’, se siamo stati bravi all’asilo, a scuola, a casa, in famiglia, a lavoro, con gli amici… come se ci fosse una lista da seguire e occorresse mettere una spunta per ogni azione svolta e, guai a non seguirla.

Strappare lungo i bordi: ritrovare se stessi nei personaggi

La serie Netflix Strappare lungo i bordi, del fumettista romano Michele Rech in arte Zerocalcare , ci costringe a calarci nei panni di Zero, ma anche in quelli di Sarah, Secco ed Alice.

Siamo stati tutti Zero e alcuni di noi lo sono ancora, insicuri, paranoici, indecisi, con poca consapevolezza di sé , con bassa autostima, con scarsa attenzione verso le emozioni degli altri, incapace di comprendere i discorsi astratti però impeccabile nell’aiuto pratico, come andare a comprare 800 panini se un amico ha fame.

Siamo Sarah, quando vediamo sempre un lato bello in tutto, quando ancora la speranza in noi non si spegne e ci obblighiamo a vedere il lato vero delle cose. In modo brutale e a volte con una ventata di ottimismo e realismo riportiamo gli amici con i piedi per terra e gli mostriamo che non sono poi così indispensabili per gli altri e che il mondo non è sorretto sulle nostre spalle. Quindi possiamo rilassarci.

Alcuni di noi hanno la leggerezza, la spensieratezza e anche la superficialità di Secco che vive di gelato, metaforicamente ma anche realisticamente, o sfugge alle difficoltà non pensandoci o non preoccupandosene mai.

E siamo spesso Alice, nascondiamo le nostre debolezze e preoccupazioni agli altri per non farli soffrire, non chiediamo mai aiuto a nessuno e sacrifichiamo la nostra felicità per non scomodare mai gli altri, ma perdiamo anche molte occasioni, forse perché abbiamo accanto degli Zero che non si accorgono di nulla e che vivono perennemente in una fase adolescenziale incapaci di dare sostegno emotivo. In alcuni casi, si perde anche la vita perché combattiamo battaglie interiori più grandi di noi e preferiamo perderle da soli che affrontarle chiedendo aiuto alle figure di riferimento.

Insomma, siamo noi, è come sedersi e guardare una serie tv sulla nostra vita e chi nega che si sia rivisto in almeno uno dei personaggi, mente.

Strappare lungo i bordi: e se prendessimo altre direzioni?

L’autore ci vuole comunicare come la società ci impone certe strade obbligate un po’ come se dovessimo ritagliare la nostra vita esattamente lungo i bordi e guai ad uscire dal tracciato.

E se invece ci perdessimo e ce ne fregassimo dei dogmi e della società, e volessimo seguire un’altra strada e dunque un’altra linea non tratteggiata?

Il senso che dovremmo cogliere è che, se anche così fosse, nessuno ha il diritto di considerarci “diversi” o “sbagliati” , semplicemente abbiamo fatto scelte che per noi in quel momento erano più adeguate e maggiormente sentite e per le quali il corpo ci ha mandato segnali e vibrazioni positive.

Alice poteva essere aiutata ma solo se si fosse fatta aiutare.

È giusto andare fuori dai bordi o meglio non avere nessun bordo tratteggiato ma decidere strada facendo le proprie azioni e vivere di conseguenza, senza rimpianti, più consapevoli di noi stessi.

Filosofi, psicologi e armadilli: cos’è la coscienza

Essere un po’ Zero ci porta a fare molta introspezione, che si nota nella serie durante i flashback e gli aneddoti ma anche con il confronto puntuale e puntiglioso con la sua coscienza morale, l’armadillo.

E notare bene che tutti siamo provvisti di una coscienza, dipende solo da come viene utilizzata e il tipo di calibratura gli diamo nel corso della nostra vita con l’educazione ricevuta ma anche grazie alle nostre risorse cognitive. Non è così scontata la coscienza, a questo riguardo vediamo che cos’è e come funziona e perché quella di Zero era così fastidiosamente sincera. La coscienza può essere definita come la valutazione morale del proprio agire, spesso intesa come criterio supremo della moralità.

La coscienza di Zero parlava molto, questo perché il protagonista si interrogava molto e metteva sempre tutto in discussione, per insicurezza o estrema precisione?

La coscienza è stata studiata da molti autori, soprattutto da filosofi. Renè Descartes introdusse il concetto di dualismo mente-corpo, ossia l’idea che mentre la mente e il corpo sono separati, interagiscono.

Lo studio dell’esperienza cosciente fu uno dei primi argomenti studiati dai primi psicologi.

Gli strutturalisti hanno usato un processo noto come introspezione per analizzare e riportare sensazioni, pensieri ed esperienze coscienti. Lo psicologo americano William James paragonò la coscienza a un flusso: ininterrotta e continua, nonostante i continui cambiamenti. Mentre l’attenzione di gran parte della ricerca in psicologia passò a comportamenti puramente osservabili durante la prima metà del ventesimo secolo, la ricerca sulla coscienza umana è cresciuta enormemente dagli anni ’50.

La recente ricerca sulla coscienza si è concentrata sulla comprensione delle neuroscienze dietro le nostre esperienze coscienti. Gli scienziati hanno persino utilizzato la tecnologia di scansione del cervello per cercare specifici neuroni che potrebbero essere collegati a diversi eventi consci (Lewis, 2014)

I ricercatori moderni hanno proposto due principali teorie della coscienza:

  • La teoria dell’informazione integrata: tenta di guardare alla coscienza imparando di più sui processi fisici che sono alla base delle nostre esperienze coscienti. La teoria tenta di creare una misura dell’informazione integrata che forma coscienza. La qualità della coscienza di un organismo è rappresentata dal livello di integrazione. Questa teoria tende a focalizzarsi sul fatto che qualcosa sia consapevole e in che misura sia consapevole.
  • La teoria dello spazio di lavoro globale: suggerisce che abbiamo una banca di memoria da cui il cervello attinge le informazioni per formare l’esperienza della consapevolezza cosciente. Mentre la teoria dell’informazione integrata si concentra maggiormente sull’identificazione della consapevolezza di un organismo, la teoria dello spazio di lavoro globale offre un approccio molto più ampio alla comprensione di come funziona la coscienza.

Mentre la coscienza ha incuriosito filosofi e scienziati per migliaia di anni, abbiamo chiaramente una lunga strada da percorrere nella nostra comprensione del concetto. I ricercatori continuano a esplorare le diverse basi della coscienza, comprese le influenze fisiche, sociali, culturali e psicologiche che contribuiscono alla nostra consapevolezza cosciente (Horgan, 2015).

Attenzione! Segue Spoiler

Ognuno ha l’armadillo che si merita

L’armadillo accompagna Zero sempre e gli concede un po’ di tregua apparente solo durante la cerimonia funebre di Alice. I protagonisti affrontano il viaggio da Roma a Biella, rivivendo la loro infanzia, e vedendo scorrere la loro vita fanno il punto della situazione e si rendono conto che nonostante fossero sicuri di seguire i bordi, erano fermi, o stavano proseguendo lentamente e questo li ha portati a fare confronti con la vita degli altri, ad esempio con la ragazzina topo Valentina.

Ognuno ha l’armadillo che si merita.

Non c’è niente di sbagliato nell’andare piano e nel fare esperienze diverse dagli altri.

Non bisogna mai sentirsi sbagliati, né confrontare le nostre vite con quelle degli altri perché non possiamo sapere cosa ognuno di loro vive realmente: da fuori le vite degli altri possono sembrare perfette e gettarci nello sconforto.

È giusto fare introspezione e un bilancio della propria vita ma solo per porre nuovi e stimolanti obiettivi e poi verificarli a distanza di tempo ma senza spuntare una lista.

Possiamo sbagliare e uscire dai bordi, strappare fuori o non tracciarli proprio, perché la vita è nostra e nessuno ce la preconfeziona – per fortuna! – e se le cose vanno male, nel frattempo che torni il sereno, “S’annamo a pijà er gelato!”

 

Strappare lungo i bordi – Guarda il trailer della serie:

Perché ci piace guardare gli altri giocare: il caso degli esports – Psicologia Digitale

Milioni di persone sono appassionate di esports e seguono campionati e tornei sia dal vivo che in streaming. Quali sono le motivazioni di un fenomeno tanto diffuso?

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 25) Perché ci piace guardare gli altri giocare: il caso degli esports

 

Cosa sono gli esports

 Gli esports (anche e-sport, eSport, dall’inglese electronic sport) sono competizioni di videogiochi di livello amatoriale, semiprofessionistico e professionistico. Quello degli esports è un fenomeno sempre più popolare e diffuso: secondo i dati del Global Esports & Live Streaming Market Report 2021 (Newzoo, 2021) il pubblico globale dei giochi in live-streaming supererà i 700 milioni nel 2021. Campionati e tornei, sia online che dal vivo, come qualunque altro evento sportivo hanno arbitri, commentatori specializzati, leghe professionali, sponsorizzazioni e diritti mediatici per la trasmissione dell’evento sulle piattaforme (ad esempio su Amazon o Twitch). Secondo la classificazione di Funke e collaboratori (2018) possiamo suddividere gli esports in: giochi di combattimento, sopratutto in prima persona (FPS, first person shooter), giochi di strategia in tempo reale (RTS, real-time strategy), videogiochi sportivi (SVG, sport videogames) e giochi di strategia in cui ci sono sfide a squadre (MOBA, multiplayer online battle arena). Tra i più conosciuti abbiamo la League of Legends’ World Championship, la Fortnite World Cup o la FIFA eChampions League; ma ce ne sono molti altri.

Perché guardiamo lo sport

Per capire come mai ci piace guardare gli esports dobbiamo prima comprendere come mai ci piace guardare eventi sportivi in generale.

Questo interrogativo è stato esplorato in diversi studi da cui emergono delle motivazioni centrali (Pizzo et al, 2018): apprezziamo i momenti di condivisione con gli amici, lo spettacolo in sé ma anche l’imprevedibilità del risultato e la possibilità che ci siano eventi inattesi come ribaltamenti dei pronostici. Tutte cose che rendono guardare lo sport un’esperienza divertente. Inoltre, l’aspetto competitivo e guardare una gara tra professionisti rende la visione più emozionante.

Un altro fattore importante è la conoscenza: infatti molti dichiarano di apprezzare la visione di un evento sportivo soprattutto quando si tratta di uno sport di cui capiscono le logiche e la complessità, così che riescono a capire in ogni momento cosa sta succedendo.

Perché guardiamo gli esports

Ai fattori indicati sopra se ne aggiungono altri tipici degli esports. Qian e collaboratori (2019) ne hanno individuati alcuni e messo a punto uno strumento, la Motivation Scale of Esports Spectatorship (MSES) che identifica ciò che motiva le persone a guardare gli esports.

Secondo gli autori gli esports hanno specifiche caratteristiche che rispondono a motivazioni specifiche. Per esempio, un motivo importante è che guardare esports online è un modo per migliorare le proprie prestazioni ed abilità. Il desiderio di migliorare ed imparare nuovi trucchi/modalità di gioco motiva quella gran parte di spettatori che sono anche giocatori che desiderano migliorare le proprie competenze.

D’altro canto seguire gli esports ha anche una caratteristica unica, non presente quando si tratta di sport tradizionali: la visione in prima persona. Infatti, quasi sempre gli spettatori possono guardare il gioco dalla stessa prospettiva di chi gioca. Questa immersione porta ad un coinvolgimento molto più forte ed immersivo che genera una cosiddetta sensazione vicaria, ovvero la sensazione di essere al posto di un altro vivendo così le stesse situazioni ed emozioni. La natura unica dell’esperienza visiva degli esports attraverso una visione in prima persona porta gli spettatori a godersi l’esperienza e immergersi come se stessero effettivamente giocando (Qian et al., 2019).

Come per lo sport tradizionale, guardare una partita è un aggregatore sociale e rafforza i legami amicali, anche se la socializzazione ha delle caratteristiche peculiari negli esports. Se da un lato la forte componente di senso di appartenenza a una comunità è presente in entrambi, l’opportunità di socializzare anche con utenti che non si conosce è un fattore molto importante. Attraverso alcune funzioni come la chat si può interagire tra spettatori e con gli streamer tramite testo/immagini potendo così ampliare la propria cerchia sociale a persone con interessi simili, su Twitch come su altre piattaforme.

Da un lato questa visione ribalta l’immagine dei consumatori di esports come socialmente isolati, dall’altro ciò implica che viene rinforzato il comportamento di alcuni utenti che si isolano nel mondo offline ma socializzano negli ambienti online (Seo & Jung, 2016).

Le basi teoriche

Il lavoro di Deci e Ryan (2000) è stato utilizzato per spiegare cosa motivi gli spettatori a guardare gli esports. Secondo la loro teoria dell’autodeterminazione ciò che ci motiva e ci orienta all’azione deve soddisfare tre bisogni fondamentali: autonomia, competenza, relazione. Il bisogno di autonomia indica l’agire secondo il proprio volere ed interesse, secondo i propri valori e su base volontaria; quello di competenza indica il bisogno di sentirsi capace ed in grado di padroneggiare dei compiti anche complessi; infine, il bisogno di relazione riguarda la sfera sociale ed il sentirsi parte di un gruppo e di una comunità e di avere relazioni interpersonali.
Le motivazioni degli spettatori online di esports possono essere identificate ed esaminate anche all’interno della teoria degli usi e gratificazioni (Katz et al, 1973). Questa teoria è uno dei paradigmi più utilizzati per comprendere il consumo e l’impatto delle nuove tecnologie; in una prospettiva più ampia, secondo questa teoria, l’uso dei media in generale non è passivo ma appunto motivato dal soddisfacimento di bisogni di natura psicologica e sociale. In questo senso gli utenti volutamente ed attivamente utilizzano i media, ed in questo caso gli esports, per sentirsi parte di qualcosa e stare con altri. Questo perché i contesti virtuali offrono esperienze interattive e partecipative e sono fonte di interazione sociale. Si può interagire in tempo reale con streamer, commentatori ed altri spettatori attraverso le chat e vivere le azioni di gioco in prima persona: questo cambia la prospettiva di consumo rendendo gli esports una pratica unica co-costruita tra più parti simultaneamente (Seo & Jung, 2016).

Guardare lo sport vs guardare l’esport

In generale, essere spettatori di un evento sportivo ci piace per diversi motivi. È divertente ed emozionante, soprattutto quando l’esperienza è condivisa con amici, ma anche perché non sai mai come va a finire. In maniera più implicita, ci piace perché soddisfa dei bisogni come quelli di autonomia, competenza, relazione già visti in precedenza (Deci & Ryan, 2000). Attraverso la lente della teoria degli usi e gratificazione invece possiamo leggere l’importanza degli utenti come attivi nei contesti virtuali dove ci sono esperienze interattive e partecipative. Guardare altri giocare non equivale a contrapporre un’attività passiva vs attiva (guardare vs giocare). Si tratta più che altro di un’interazione tra spettatore e ambiente inteso come l’insieme degli altri (altri spettatori, commentatori, giocatori), senza contare che la linea di demarcazione tra giocatore e spettatore non è così netta: una gran parte di chi guarda gli esports è a sua volta un giocatore quantomeno di livello amatoriale (Seo & Jung, 2016).

Se guardiamo e ci appassioniamo agli sport tradizionali per l’intrattenimento ed il senso di comunità, non si può dire esattamente lo stesso per gli esports. In questo senso, alcune motivazioni si sovrappongono mentre altre sono tipiche dei contesti virtuali.

Per esempio, sport tradizionali ed esport condividono l’attrattività per la visione di una competizione, la spettacolarità di vedere professionisti fronteggiarsi in discipline che comprendiamo e che amiamo.

Non si può dire lo stesso per quanto riguarda l’area delle competenze. Vedere lo sport tradizionale ci porta ad apprezzare non solo l’abilità nella specifica disciplina ma anche altre qualità come atletismo, attrattiva fisica dei giocatori ed in generale l’estetica in sé degli atleti. Queste dimensioni non sono rilevanti negli esports dove invece vengono enfatizzate destrezza, coordinazione, conoscenza strategica e tattica, o una combinazione di tutte (Seo, 2015).

In definitiva, gli spettatori degli esports hanno motivazioni simili a quelle che troviamo tra gli spettatori di sport tradizionali, sebbene con alcune specificità (Seo & Jung, 2016).

 

Preoccupazione ed umorismo: prendere la vita con leggerezza è davvero utile ad incrementare il benessere?

Diversi studi hanno dimostrato che le persone con un maggiore senso dell’umorismo presentano meno ansia e stress rispetto alle persone con un minore senso dell’umorismo (Kuiper, 2012).

 

L’umorismo è un costrutto multidimensionale che combina svariati aspetti, come abitudini comportamentali, abilità e competenze, un tratto di personalità e una strategia di coping (Ruch, 2008). Recentemente è stato sviluppato un modello che descrive le differenze individuali nell’uso dell’umorismo concentrandosi su una lista di otto stili, ovvero i Comic Style Markers (CSM) (CSM; Ruch, Heintz, et al., 2018)

Gli otto stili comici possono essere classificati come stili di umorismo “leggeri” o “oscuri”. Gli stili “leggeri”, che riguardano l’affetto benigno e sociale sono: (1) il divertimento, volto a diffondere il buon umore e la buona compagnia; (2) l’umorismo, che suscita la simpatia scoprendo le discrepanze nelle esperienze quotidiane; (3) il nonsense, basato sul giocare con le incongruenze e le bizzarrie senza uno scopo specifico; e (4) l’arguzia, indicata come la capacità di creare collegamenti intelligenti tra idee e pensieri. Gli stili “oscuri”, basati sulla derisione e il ridicolo, sono: (1) l’ironia, che riflette un contrasto o un’incongruenza tra le aspettative per una situazione e ciò che è la realtà, contenendo l’opposto di ciò che si intende; (2) la satira, diretta a criticare e correggere le carenze, la cattiva condotta e gli errori morali con l’intenzione di migliorare il mondo; (3) il sarcasmo, fondato sull’essere critici verso gli altri e trasmettere disprezzo; e (4) il cinismo, volto a svalutare i valori comunemente riconosciuti (Ruch, Heintz, et al., 2018).

La preoccupazione (worry) rappresenta la componente cognitiva dell’ansia ed è descritta come un tipo di catena intrusiva, ripetitiva e incontrollabile di pensieri e immagini negative. Gli stili di umorismo “leggeri”, in quanto favorevoli alle emozioni positive, potrebbero essere per lo più correlati a un maggior benessere e a una migliore predisposizione ad affrontare gli eventi stressanti, al contrario, gli stili “oscuri”, che rappresentano la tendenza ad esibire un atteggiamento negativo e distruttivo, potrebbero influenzare negativamente il benessere.

Umorismo, preoccupazione e benessere

Lo studio di Dionigi et al. (2021) ha indagato la relazione tra gli otto stili comici, la preoccupazione e il benessere. Nella ricerca sono stati coinvolti 254 partecipanti italiani (131 uomini e 123 donne) di età compresa fra i 18 ed i 67 anni. I soggetti sono stati reclutati online, inviando il link di Google Moduli ad una mailing list. Il campione era costituito per la maggior parte da persone con un diploma di scuola superiore (47.2%) o laureati (30.3%). Per raccogliere gli stili di comicità è stata proposta la versione italiana del Comic Style Markers (CSM; Ruch, Heintz, et al., 2018; Dionigi et al.,2021), un questionario autosomministrabile composto da 48 items che indaga otto stili di comicità: divertente, comico, ironico, nonsense, arguto, satirico, sarcastico e cinico. Ad ogni stile di comicità corrispondono 6 items che vengono valutati su una scala in cui 1 significa “fortemente in disaccordo” e 7 “fortemente d’accordo”. Per accertare i livelli di worry dei partecipanti è stato utilizzato il Penn State Worry Questionnaire (PSWQ; Meyer et al., 1990; Morani et al. 1999), un questionario composto da 16 items che valutano la generalizzazione, l’eccessività e l’incontrollabilità dei livelli patologici del worry. Ogni item viene valutato su una scala a 5 punti in cui 1 corrisponde a “per niente tipico” e 5 “molto tipico” . Per valutare il benessere emotivo i partecipanti hanno dovuto compilare la World Health Organization-5 Well-Being Index (WHO-5; WHO, 1998), uno strumento che valuta la frequenza di determinati sentimenti nelle ultime due settimane, in base al punteggio attribuito a ciascuno dei 5 items. La frequenza viene valutata su una scala a 6 punti in cui 0 indica “mai presente” e 5 “sempre presente”.

Dal presente studio è emerso che gli otto stili comici presi in esame si riferiscono in modo differente alla preoccupazione e al benessere psicologico. Nello specifico, il divertimento e l’umorismo risultano essere correlati positivamente all’estroversione e negativamente al nevroticismo (Dionigi et al., 2021; Ruch, Heintz, et al., 2018). Gli individui con bassi livelli di stabilità emotiva hanno più probabilità di sperimentare stati emotivi negativi con pensieri intrusivi e ricorrenti (Muris et al., 2005). Inoltre, un basso livello di estroversione viene associato al disturbo d’ansia generalizzato (Gomez & Francis, 2003) mentre il cinismo risulta avere una correlazione positiva con la preoccupazione. Chi è più incline ad assumere un atteggiamento critico nei confronti del mondo risulta essere anche più preoccupato per i potenziali pericoli per sé (Mathews, 1990) e ad avere relazioni qualitativamente più basse (Ruch, Wagner e Heintz, 2018). In conclusione, sia l’umorismo che il divertimento risultano essere molto efficaci al fine di diffondere il buon umore e alleviare le avversità, migliorando così il benessere personale (Ruch, Wagner e Heintz, 2018).

 

Alto Potenziale Cognitivo e Doppie Eccezionalità (2021) di Ermelinda Maulucci – Recensione

Come spiegato nel volume Alto Potenziale Cognitivo e Doppie Eccezionalità l’intensità e la sensibilità dei bambini plusdotati possono essere meglio compresi secondo la teoria delle “overexcitabilities”

 

Ermelinda Maulucci è una autorevole voce nel panorama legale e psicologico nazionale ed europeo che supporta il riconoscimento dei bambini e ragazzi plusdotati. In questo libro l’autrice si occupa di doppia eccezionalità che tuttavia non è eccezionale riscontrare tra bambini e ragazzi. L’autrice invita il lettore ad approfondire la complessità della plusdotazione cognitiva e il contesto in cui si sviluppa, spesso confuso con caratteristiche o profili riconducibili ai disturbi dell’attenzione, DSA e alla sfera dell’autismo. Nel nostro paese l’Alto Potenziale Cognitivo secondo le Linee Guida viene valutato su una base psicometrica, tuttavia la plusdotazione è caratterizzata da un funzionamento globale diverso dalla generalità delle altre persone, in particolare per un possibile sviluppo asincrono e specifici tratti emotivi e sociali. I bambini plusdotati come sottolinea Michael Piechowski (in Silverman, 1998) presentano un’organizzazione cognitiva complessa, un alto livello di sensibilità, una vivida immaginazione e sensazioni amplificate determinando una percezione del mondo differente: penetrante, coinvolgente, assorbente, complessa.

Il testo esamina i principali strumenti psicometrici di valutazione del QI e sottolinea l’importanza di considerare il contesto nel quale si svolgono.

L’intensità e la sensibilità dei bambini plusdotati possono essere meglio compresi secondo la teoria delle “overexcitabilities” secondo la quale vi sono cinque tipi di iper-eccitabilità: Intellettiva, Immaginativa, Emotiva, Psicomotoria, Sensoriale e possono essere confuse con alcune caratteristiche proprie di alcuni disturbi.

Come per tutti i bambini, il ruolo dei genitori e della famiglia è fondamentale per favorire lo sviluppo di una personalità armonica con le loro caratteristiche.

Gli insegnanti involontariamente possono contribuire a rendere la vita scolastica meno soddisfacente, ostacolando per esempio soluzioni originali. Per questo motivo in molti Stati è prevista una didattica differenziata, la Gifted Education. Il mancato riconoscimento di questi bambini può determinare la credenza di essere sbagliati, quindi diversi e manifestare iperadattamento, sottorendimento, calo dell’autostima, ansia e depressione.

Per tale ragione l’intelligenza elevata deve avere un ruolo nel processo diagnostico e in particolare identificare i bambini con doppia eccezionalità è molto complesso. Diversi studi evidenziano che un bambino gifted può presentare un disturbo e/o una neurodiversità come un bambino normodotato.

Il testo propone importanti considerazioni e suggerisce strumenti utili da tenere in evidenza in un processo diagnostico riguardante DSA, Sindrome di Asperger e ADHD.

L’intento della Maulucci, sulla base della letteratura internazionale, sembra sia quello di offrire un contributo a favore dei doni di bambini e ragazzi ad alto potenziale cognitivo che meritano di essere espressi al meglio. L’autrice quindi offre un’occasione di riflessione attenta per insegnanti e genitori e questo libro non può mancare nella libreria dei professionisti impegnati nella pratica clinica in età evolutiva per una corretta valutazione globale.

 

Immagine di sé e sessualità in pazienti oncologici

Sebbene la vita dei pazienti oncologici muti in seguito alla diagnosi o ai trattamenti, non molto spazio viene dato a come le relazioni col partner e la sessualità possano modificarsi in relazione ai cambiamenti dell’immagine di sé.

 

Gli effetti positivi per i trattamenti locali dimostrati dalla chemioterapia hanno ampliato il suo utilizzo (Nygren, 2001) ma, nonostante i suoi benefici, questo intervento può comportare degli effetti collaterali: tra i più comuni nausea, vomito, affaticamento e alopecia (Kayl & Meyers, 2006).

Pazienti oncologici e alopecia

Poiché i capelli spesso possono rappresentare un simbolo di bellezza o maturità, la loro perdita rappresenta un evento significativo tale da intervenire sulla percezione di crescita personale, attrattività o morte (Helms, O’Hea & Corso, 2008). Sebbene gli uomini tendano a vedere la perdita di capelli come una conseguenza logica del loro trattamento, le donne tendono a correlarla maggiormente a esiti infausti della malattia: quest’ultime sono maggiormente predisposte all’uso di parrucche, anche per evitare lo stigma sociale di malato e per non perdere la propria identità. L’alopecia è inoltre correlata al modo di vedere il trattamento: se questo sarà considerato benefico, la perdita di capelli sarà accettata come il “prezzo da pagare” al fine di guarire; se la chemioterapia viene vista invece come un trattamento distruttivo, l’alopecia sarà percepita come una sofferenza e come una perdita di sé che influenzerà la qualità di vita del paziente (Rosman, 2004).

Affrontare la realtà sociale in seguito alla perdita di capelli risulta essere più difficile: i pazienti tendono ad intraprendere meno attività quotidiane e rapporti sociali, influenzando in tal modo la qualità di vita e l’autostima (Kim et al., 2012). La forte angoscia che accompagna questa conseguenza del trattamento, sembra però essere mitigata nel momento in cui i pazienti vengono informati dai sanitari, affrontando meglio questo evento rispetto a quelli che non lo sono (Rosman, 2004; Frith, Harcourt & Fussell, 2007). Si è notato come i pazienti ai quali erano mostrate preventivamente immagini di calvizie e parrucche, avessero un’angoscia da alopecia significativamente più bassa rispetto a coloro che non le avevano viste (McGarvey et al., 2010); inoltre la comunicazione sanitaria focalizzata sui sintomi quotidiani dei trattamenti e il sostegno sociale possono contenere l’impatto di tale conseguenza sulla qualità di vita (Rosman, 2004).

In quanto simbolo visivo del trattamento, l’alopecia può causare sentimenti di imbarazzo, rabbia, perdita di forza fisica o di vitalità e aumentare il rischio di depressione maggiore o disturbo d’ansia; può inoltre comportare una confusione dell’identità di genere in un contesto sociale: la perdita dei capelli può influenzare, fino a perderla, l’identità delle ragazze a causa della confusione degli altri sul loro genere; i ragazzi tendono invece a raffigurare l’alopecia come un’esperienza che permette loro di esplorare l’identità e sfidare le norme interiorizzate sul proprio aspetto sociale (Dua et al., 2017).

Pazienti oncologici e immagine corporea

Un altro tipo di intervento che si può effettuare in seguito a diagnosi tumorale è rappresentato dalla chirurgia: questa si è visto provochi un’alterazione della percezione dell’immagine corporea, in particolare nei soggetti più giovani, che sperimenterebbero maggiore ansia qualora questo intervento dovesse rivelarsi deturpante (Dropkin, 1999).

Il cancro al seno è il più frequente tipo di neoplasia diagnosticabile nelle donne: il seno rappresenta un simbolo di femminilità e maternità e, dal momento in cui la paziente dovesse subire un intervento chirurgico (nodulectomia o mastectomia), si potrebbero verificare conseguenze negative in ambito di funzionamento psicosociale, particolarmente nel senso di fiducia, umore, stima, sessualità, autocompiacimento e qualità di vita (Helms et al., 2008). Inoltre operazioni invasive sul corpo potrebbero comportare preoccupazioni per aumento o perdita di peso e sul probabile rifiuto del partner, con conseguenti problemi sessuali e maggiori difficoltà a comprendere i propri sentimenti (Fobair et al., 2006).

I vari trattamenti sono infatti associati a diverse aree della qualità di vita: alterazioni fisiche del corpo, oltre all’alopecia e al cambiamento di peso, anche relativamente a terapie ormonali che modificano le caratteristiche sessuali secondarie, possono comportare problemi all’immagine di sé. Il rischio di infertilità, la disfunzione erettile e la riduzione della libido potrebbero aumentare infatti il rischio di isolamento fisico ed emotivo nei confronti del partner. Nonostante la scarsità di ricerche in quest’ambito, anche numerosi fattori concomitanti possono comportare tali difficoltà: oppioidi prescritti per alleviare il dolore o antidepressivi per trattare ansia e depressione possono portare ad una diffusione dei problemi sessuali che può toccare anche il 90% dei pazienti oncologici (Hodern, 2008).

Particolarmente per le donne, può essere difficile accettare il proprio corpo in seguito ai trattamenti oncologici, anche a causa delle cicatrici, del cambiamento di colore della propria pelle o dei drenaggi. Inoltre, possono non riuscire ad impegnarsi in attività sessuali a causa della secchezza vaginale che può provocare dolore durante i rapporti. Anche la perdita di massa muscolare, in seguito al fermo dovuto dalla somministrazione dei trattamenti, può creare disagio a causa della fatica maggiore che si riscontra nell’atto sessuale e, allo stesso modo, l’incontinenza urinaria o intestinale possono provocare disagio per paura di un incidente (Hughes, 2009).

L’abbandono dell’attività sessuale può, per alcuni, essere anche un segno di “lasciarsi andare” o di una preparazione alla morte: il supporto del partner però può condurre ad una maggiore accettazione dei cambiamenti dati dai trattamenti (Rice, 2000), a testimonianza di come il sostegno sociale sia fondamentale per limitare il distress che la malattia oncologica comporta (Zebrack et al., 2015).

 

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