Elettrosensibilità: vera patologia o effetto nocebo? La psicoterapia cognitivo-comportamentale potrebbe rivelarsi utile

Una riflessione sull'elettrosensibilità che, nonostante i gravi sintomi descritti da chi ne è colpito, ad oggi non è definita una vera e propria patologia.

ID Articolo: 169011 - Pubblicato il: 09 ottobre 2019
Elettrosensibilità: vera patologia o effetto nocebo? La psicoterapia cognitivo-comportamentale potrebbe rivelarsi utile
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L’ elettrosensibilità (ES), anche detta elettroipersensibilità (EHS), è definita da chi ne soffre come quell’insieme di sintomi fisici e psicologici correlati alla vicinanza di campi magnetici, elettrici ed elettromagnetici, ad un livello di esposizione che le persone normalmente tollerano senza percepire effetti negativi.

Rachele Recanatini – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Messaggio pubblicitario Nella serie televisiva Better Call Saul, famoso spin-off del telefilm Breaking Bad, il fratello del protagonista si dichiara affetto da elettrosensibilità: l’uomo riferisce di sperimentare emicrania, vertigini e sintomi panicosi se esposto a campi elettromagnetici. Ciò provoca gravose conseguenze nel suo stile di vita: affronta un’esistenza emarginata, isolata; vive in una abitazione priva di elettricità, di conseguenza, senza ausilio di elettrodomestici; è impossibilitato ad uscire, teme le frequenze magnetiche; le persone che lo frequentano sono costrette a togliersi l’orologio, privarsi del telefono cellulare e di qualunque dispositivo elettronico portatile, prima di avvicinarsi a lui. Il personaggio di Charles McGill esprime con chiarezza la difficoltosa esistenza di chi si sente costretto ad evitare ogni contatto con apparecchi di comune utilizzo quotidiano.

Storie simili si ascoltano non soltanto nei film, ma numerosi sono i casi reali documentati da programmi televisivi giornalistici. Sono allergica al mondo, pronuncia una donna intervistata in una edizione di telegiornale. Famose trasmissioni tv narrano le vicende di persone dichiarate affette da elettrosensibilità: volti coperti da mascherine, sofferenti; persone costrette a dover interrompere la propria professione, dormire a contatto con cartoni o in automobile, cambiare abitazione. In Italia tale condizione non è riconosciuta, nonostante il rapido aumento causato dalla progressiva invasione di nuove tecnologie e radiofrequenze: attualmente sembra affliggere circa il 4% della popolazione europea in maniera grave. L’ elettrosensibilità (ES), anche detta elettroipersensibilità (EHS), è definita da chi ne soffre come quell’insieme di sintomi fisici e psicologici correlati alla vicinanza di campi magnetici, elettrici ed elettromagnetici, ad un livello di esposizione che le persone normalmente tollerano senza percepire effetti negativi. L’ elettrosensibilità, all’attualità, non è ritenuta una vera e propria malattia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dalla comunità scientifica: non si rilevano ad oggi evidenze scientifiche che forniscano parametri definiti in grado di dimostrare la relazione causa-effetto tra sintomatologia sofferta ed esposizione al campo.

Le persone che si definiscono affette da elettrosensibilità affermano di presentare livelli di risposta all’esposizione differenti tra loro; alcuni si percepiscono notevolmente colpiti, in maniera invalidante, da tale condizione: il 5% risulta in posizione di malattia lavorativa, in pensione anticipata o percepisce reddito di invalidità (Hilert et al., 2002); l’impatto dell’ elettrosensibilità, di conseguenza, è altamente significativo, causando un disagio di tipo fisico, psicologico e sociale. La sintomatologia somatica e psichica più frequentemente raccontata è relativa a cefalee, disturbi del sonno, debolezza fisica, deficit mnemonici ed attentivi, dolori diffusi, eruzioni cutanee, difficoltà uditive e visive, problematiche di equilibrio e sbalzi pressori; coloro che si descrivono colpiti da ES lamentano altresì alterazione del tono umorale, depressione, aggressività, apatia e stati di ansia, angoscia, inquietudine: disturbi psicologici invalidanti.

L’ elettrosensibilità è un argomento particolarmente controverso: nonostante la gravità della sintomatologia descritta da chi ne è colpito,  ancora non esistono sperimentazioni scientifiche che dimostrino in maniera univoca ed accertata il legame tra la presenza di un campo elettromagnetico e l’ES. Alcuni studiosi ritengono che sia una patologia di natura psicosomatica, come affermato dall’OMS: nello specifico, una review del 2005 rileva l’assenza di prove scientifiche atte a stabilire che il malessere fisico e il disagio psichico siano causati dai campi magnetici o elettromagnetici (Rubin et al., 2005); numerosi studi indicano inoltre come le persone che si dichiarano affette da ES non riescano a distinguere tra la presenza di un campo elettromagnetico da quello che credono tale (Rubin et al., 2006). Non esisterebbero differenze significative tra soggetti definiti elettrosensibili e popolazioni di controllo: l’esposizione alle frequenze non provoca effetti sui parametri del Sistema Nervoso Autonomo (Adrianome et al., 2017).

Per tale motivo si ritiene che le indagini disponibili all’attualità non possano permettere l’individuazione di una differenza tra gli effetti biofisici derivati dall’ elettrosensibilità ed un effetto nocebo (Roosli, 2008).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato che i sintomi riferiti non sono correlati ai campi elettromagnetici, ma ad alcune condizioni psichiatriche e psicologiche preesistenti, a stress o alla paura stessa del campo (WHO, 2004). La posizione ufficiale dell’OMS è stata contestata dalle numerose associazioni di coloro che si ritengono malati di ES, diffuse in tutto il mondo (ad esempio: Associazione Italiana Elettrosensibili, Associazione svedese degli Elettroipersensibili, Collectif des Electrosensibles de France). Tali gruppi sostengono l’origine organica dell’elettrosensibilità, definendone protocolli diagnostici e terapeutici (Belpomme, 2010).

Numerosi gruppi di scienziati ritengono necessario un immediato riconoscimento dell’ES come patologia da includere nel codice ICD (International Classification of Diseases), attraverso l’utilizzo dei criteri diagnostici austriaci, attualmente considerati validi (Linea guida dell’Associazione Medica Austriaca per la diagnosi e il trattamento dei problemi di salute e malattie correlate ai campi elettromagnetici). Recentemente, è stata indagata l’insorgenza di sintomi fisici aspecifici in correlazione con l’esposizione a radiofrequenze, attraverso esposimetri e diari elettronici. Si rilevano correlazioni statisticamente significative tra esposizione a Wi-Fi e stazioni per telecomunicazioni mobili, in alcune delle persone dichiarate elettrosensibili (Bogers et al., 2018).

Messaggio pubblicitario In numerosi Tribunali d’Europa vengono emesse ad oggi sentenze che riconoscono i diritti degli elettrosensibili, validando gli effetti biologici dannosi dei campi elettromagnetici; in Spagna, ad esempio, viene riconosciuta ad un lavoratore iberico malattia professionale per incapacità lavorativa temporanea, una sentenza storica emessa il 5 dicembre 2018. In Italia, l’Associazione Obiettivo Sensibile del Trentino nasce a tutela di coloro che si dichiarano affetti da elettrosensibilità.

L’esistenza della condizione di ES non è ancora stata accertata scientificamente; ne consegue che ad oggi non esiste un trattamento efficace per coloro che affermano di esserne colpiti. La cura risulta esclusivamente associata all’evitamento: non esporsi a campi elettromagnetici. Tale strategia, nella società moderna, si ritiene particolarmente difficile da applicare. Alcuni soggetti utilizzano delle schermature, ad esempio delle reti metalliche sul suolo, e procedono con la cura delle patologie ad essa correlate. Le terapie farmacologiche risultano inefficaci, in quanto i meccanismi patogenetici alla base del disturbo non sono stati chiariti e definiti; similmente a quanto avviene per sintomi allergici, trattandosi di una condizione di ipersensibilità – comunemente tollerata dalla popolazione generale – regredisce tramite allontanamento dalle zone inquinate, ai limiti di legge. In alcuni casi sono state accertate altresì delle truffe: la cosiddetta Terapia Mora, ad esempio, supportata da numerosi naturopati ed omeopati, si basa sul captare le onde elettromagnetiche, filtrarle, invertirle di fase e rimandarle prive di disturbi patogeni, ingannando numerosi pazienti.

L’origine dell’ elettrosensibilità secondo alcuni autori è legata al cosiddetto effetto nocebo: nelle situazioni in cui il soggetto crede di essere esposto ad un campo elettromagnetico, inizia a manifestare sintomatologia, nonostante in realtà non si rilevino apparecchiature in funzione nelle vicinanze; qualora, al contrario, sia esposto alle invisibili onde elettromagnetiche senza che possa dedurlo dal contesto ambientale, non sperimenta sintomi. Tale effetto non equivale ad una simulazione: le persone che si autodiagnosticano elettrosensibilità percepiscono realmente conseguenze invalidanti. Il termine nocebo indica un processo psichico in cui le previsioni negative rispetto ad un evento conducono allo sviluppo di un disturbo. Nel caso dell’ elettrosensibilità, l’effetto nocebo si presenta quando la persona sviluppa sintomatologia in risposta a delle informazioni esterne: a causa di una attenzione selettiva verso la presenza di onde elettromagnetiche e i propri segnali corporei, convincendosi che il disagio sia legato alla causa presunta, si producono reazioni fisiche che vengono lette quale conferma degli effetti nocivi della fonte.

L’effetto nocebo è stato confermato da ricerche scientifiche: esiste un legame tra la convinzione di essere esposti a campi magnetici e problematiche di salute.

All’attualità numerosi individui riferiscono di vivere uno stato di profondo malessere psicofisico al ripetersi di esposizioni a campi elettromagnetici; tale disagio compromette notevolmente la qualità della vita, provocando effetti invalidanti a livello personale, familiare e sociale. Coloro che si dichiarano affetti da ES, infatti, si definiscono costretti a dover cambiare abitazione, lavoro, interrompere le comuni abitudini della quotidianità. Sono stati tentati numerosi trial clinici, utilizzando trattamenti diversificati allo scopo di indagare quali siano le possibili soluzioni per fronteggiare l’elettrosensibilità: filtri visivi per gli schermi, dispositivi che emettono campi elettromagnetici schermanti, agopuntura, assunzione giornaliera di vitamine e selenio.

In conclusione, ad oggi non esistono trattamenti clinici dichiarati definitivi. L’orientamento attuale sembra essere la classificazione tra le malattie da causa ambientale. Assente un piano di intervento coordinato all’interno del Servizio Sanitario pubblico, specifico per chi soffre di elettrosensibilità. Coloro che se ne dichiarano affetti, non si percepiscono compresi ed accettati dalla società: un paziente su cinque tra quelli che si rivolgono a un medico generico o a uno specialista continua a soffrire sintomi che non possono essere spiegati organicamente.

Le linee guida accreditate per il trattamento dell’elettrosensibilità raccomandano la Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC), come unico tentativo efficace per coloro che riferiscono ipersensibilità a campi elettromagnetici di debole entità. In particolare, si raccomanda un lavoro psicologico rivolto alla soluzione di problematiche quotidiane, evitando di focalizzarsi sulla loro origine. La TCC, infatti, si concentra sulla soluzione di una condizione problematica attraverso la modificazione di credenze erronee e disfunzionali su di sé; lo scopo è quello di rendere il paziente che si ritiene affetto da ES un agente attivo nel processo di costruzione del suo personale benessere, in un contesto esterno particolarmente gravoso e disagevole.

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