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Follia e ragione: la psichiatria e la psicoterapia di fronte alla guerra

Il modello della psicosi ha ora grande successo sui media occidentali, sorprendentemente, è l’interpretazione del conflitto russo-ucraino più popolare.

 

Il compito del medico vaccinatore è piuttosto frustrante: una rapida raccolta anamnestica e poi, con rare eccezioni, l’inevitabile giudizio di idoneità. Per salvarsi dalla noia di questi compiti ripetitivi l’unica risorsa è cercare occasioni di genuino incontro umano, scambiare qualche parola con uno studente di lingue orientali, con una donna che ha vissuto la seconda guerra mondiale, coi tanti stranieri.

Una domenica pomeriggio visito una attempata badante ucraina e le faccio qualche domanda sul suo paese d’origine. Siamo nel 2021 e, per quello che sappiamo dai media di regime, tra Ucraina e Russia c’è ancora una certa tensione. La signora è infastidita dalle mie domande e si allontana mormorando: “È Putin, è tutta colpa sua, è pazzo!”.

È passato quasi un anno da allora. In Ucraina la cronica guerriglia ha lasciato il passo ad un conflitto su larga scala.

Il modello della psicosi ha ora grande successo sui media occidentali. Sorprendentemente, è l’interpretazione del conflitto russo-ucraino più popolare. Commentatori televisivi, sociologi, psicologi, così come il grande pubblico, mostrano scarso interesse per la geopolitica, gli interessi finanziari o i conflitti etnici. Si moltiplicano invece le interviste a psichiatri e psicoanalisti.

Il Corriere della Sera titola ad esempio “Putin paranoico come Stalin?” Su l’Esquire leggiamo invece “Is Putin crazy?”. Poco importa che gli eminenti studiosi intervistati siano piuttosto riluttanti a formulare diagnosi precise. Ad esempio Kenneth Deleva, ufficiale medico psichiatra del Dipartimento di Stato, sconsiglia di “utilizzare etichette e termini psichiatrici” e parla invece di un imprecisato disturbo di personalità. Nemmeno lo psicoanalista italiano Massimo Ammaniti esprime diagnosi precise, ma avvicina la condizione di Putin alla “paranoia di Stalin” e spiega le strategie politico-militari del leader russo con il suo passato di “ragazzo di strada” avvezzo “alle lotte quotidiane per sopravvivere” in una “cultura antisociale e spietata”.

Così, nel XXI secolo, mentre la psichiatria territoriale si dissolve progressivamente e la psicoanalisi è spinta sempre più ai margini del dibattito scientifico e culturale, psichiatri e psicoanalisti sembrano scoprire un nuovo ruolo nella società contemporanea. Gli viene chiesto di riconoscere e mostrare alle masse l’implicita malizia del nemico.

In un precedente contributo su questo webjournal abbiamo commentato l’arruolamento di tanti intellettuali e psicoanalisti italiani e stranieri nella demonizzazione dei renitenti alla vaccinazione anti-COVID. Chi dissente è pazzo, o almeno utilizza difese primitive e psicotiche.

In effetti la psichiatria svolge da secoli un ruolo di controllo sociale. Il precedente più clamoroso ci viene proprio dalla Russia. Lì ai tempi del regime sovietico migliaia di dissidenti venivano rinchiusi per anni nelle strutture psichiatriche. Ma il fenomeno è molto più antico ed è in qualche modo implicito nell’epistemologia sottesa al fare psichiatrico.

Nel positivismo ottocentesco e nel più pragmatico materialismo del dopoguerra, la diagnosi psichiatrica è un dato ontologico. In questa prospettiva, come osserva Engel (1977), la follia è una malattia non diversa dal diabete. In assenza di qualsiasi dato anatomopatologico la nosografia psichiatrica assume così le forme di una mitologia fantastica: un sistema di risposte immaginarie a questi senza possibile formulazione empirica.

Michel Foucault ci ha insegnato negli anni ‘60 che la follia è il prodotto di un giudizio, un giudizio prima di tutto morale. La sragione si definisce in relazione alla ragione. Sragione è tutto quanto appare assurdo nel comportamento dei nostri simili.

Nella dialettica filosofica la ragione possiede lo status di un fatto acquisito, uno stile conoscitivo di evidenza immediata e accessibile a tutti. Per i filosofi la ragione è una località ben nota sulla complessa carta geografica del pensiero umano.

La psicoanalisi conduce l’atteggiamento critico rispetto alla realtà umana un po’ più oltre. È ben consapevole che l’uomo sa dare nobili motivazioni alle scelte più spietatamente egoistiche. Sa mentire agli altri ma soprattutto a se stesso. In questo senso l’implicita fiducia nella ragione di tanta intellighenzia novecentesca non è che un esempio evidente dell’utilizzo del meccanismo di difesa della razionalizzazione.

La ragione è in definitiva un gioco sociale. È la abilità di nascondere il proprio egoismo nelle forme compatibili con l’ideologia che una determinata società supporta ed incoraggia. Come Foucault ci ha insegnato, la follia è dunque la creazione sociale. La psicoanalisi ci permette oggi di essere anche più precisi: la follia è la rappresentazione sociale di una relazione oggettuale.

Molte esperienze interpersonali possono suscitare disagio, rabbia o orrore. Una ragazza che piange e urla tutto il giorno mette certo alla prova la tolleranza di familiari e curanti. L’invadenza di molti pazienti psichiatrici può suscitare talvolta rabbia e disperazione. Il sadismo autoaggressivo del depresso sa produrre un odio particolarmente intenso.

Oggi parliamo tutti di empatia. Ma è chiaro che ogni approccio superficialmente filantropico e volontaristico alla salute mentale è destinato al completo fallimento.

La malattia mentale nasce proprio a livello di questa interfaccia tra il soggetto sofferente e disperato ed il suo interlocutore clinico e sociale. La diagnosi psichiatrica al fondo è un giudizio di valore, è il rifiuto di proseguire oltre qualsiasi sforzo di identificazione.

Su questa base non sarà possibile costruire una pratica psichiatrica autenticamente democratica. Gli utenti dei servizi di salute mentale presentano vari deficit delle funzioni cognitive, affettive, volitive. Nelle psicosi questi deficit sono particolarmente marcati. Ne consegue una disabilità a volte devastante. Ma nessuna disabilità, per quanto grave, può privare un paziente della sua fondamentale qualità umana. Il riconoscimento di questa fondamentale umanità è la condizione perché qualsiasi intervento psichiatrico o psicoterapeutico possa avere possibilità di successo.

Cittadini russi, sanitari no-vax, matti: queste etichette feroci non lasciano alcuno spazio al superamento delle divisioni sociali e sono un gravissimo ostacolo al processo di pace di cui abbiamo oggi un disperato bisogno.

 

Caffè Cognitivo: i tratti di personalità protagonisti della nuova stagione – L’ottavo episodio è dedicato all’Impulsività

State of Mind presenta la nuova stagione di Caffè Cognitivo in formato podcast: una raccolta di episodi, uno inedito ogni settimana, per conoscere ed esplorare il mondo della Psicologia e della Psicoterapia, accompagnati dalle voci dei nostri professionisti e dei più noti esperti in materia. Fil rouge di questa nuova stagione sarà l’argomento: “I tratti di personalità”.

 

Caffè Cognitivo: dalle webseries ai podcast

Dato il successo ottenuto dalle precendenti edizioni (create dapprima in formato webseries e successivamente diventate un podcast), il gruppo Studi Cognitivi ha realizzato una nuova stagione di “Caffè Cognitivo”, questa volta esclusivamente in formato podcast, una scelta fatta per rendere la fruizione dei contenuti più facile e accessibile per chi ci segue. Fil rouge della nuova edizione sarà l’argomento: “I tratti di personalità”.

Gli episodi della nuova stagione di Caffè Cognitivo

Ogni episodio del podcast prenderà avvio da una conversazione tra due o più clinici del gruppo Studi Cognitivi che discuteranno sul tema personalità, esaminando in ogni episodio uno specifico tratto personologico, attraverso un confronto leggero, fatto di pochi tecnicismi, pensato per tutti i nostri ascoltatori, esperti e non.

Durante l’ottava puntata della nuova stagione, la Dott.ssa Sandra Sassaroli e il Dott. Gabriele Caselli  parleranno di Impulsività, ovvero la tendenza ad agire immediatamente in risposta a stimoli contingenti, su base momentanea, senza un piano. Da dove nasce l’impulsività? Come affrontarla in psicoterapia? Scopritelo nell’ottavo episodio.

Dove ascoltare l’ottavo episodio

Gli episodi di Caffè Cognitivo sono disponibili su diverse piattaforme, ascolta l’ottavo episodio su:

 

Alea iacta est: esperienza traumatica come punto di non ritorno per l’aumento della percezione del rischio, tra guerra e cambiamento climatico

La distanza psicologica è una teoria che si riferisce alla percezione soggettiva della distanza tra sé e qualche fenomeno o evento e si può suddividere in quattro fattori: distanza spaziale, distanza temporale, distanza sociale e distanza ipotetica.

 

Covid, percezione del rischio e distanza psicologica

Negli ultimi due anni, a causa della pandemia, l’equilibrio mentale globale è stato messo a dura prova. Le immagini sulla nuova misteriosa epidemia che stava colpendo duramente Wuhan hanno imperversato per due mesi sulle tv nazionali di tutto il mondo occidentale. A differenza di altre occasioni, nelle quali le minacce lontane sono rimaste tali, l’epidemia di Covid-19 ha repentinamente colpito a macchia d’olio tutto il mondo, divenendo pandemica. Era successo altre volte negli ultimi anni: disastri lontani che abbiamo vissuto con grande terrore, preoccupati che gli effetti a catena da essi generati potessero raggiungerci e colpirci da vicino, ma che poi sono rimasti lontani. Basti pensare all’epidemia di Ebola o alla guerra in Afghanistan. Poi qualche anno fa, per la prima volta dopo molto tempo, una minaccia che vedevamo lontana, proiettata sugli schermi, invece di rimanere tale si è avvicinata velocemente alla nostra realtà, cambiandola drasticamente. Ma cosa cambia a livello di percezione soggettiva tra un evento che sentiamo come lontano ed uno che percepiamo come vicino? Quello che cambia è la percezione del rischio, ovvero quel processo di valutazione soggettiva del livello di rischio di un determinato fenomeno o evento. La funzione di questa valutazione è di orientare il soggetto a mettere in atto comportamenti coerenti col rischio della situazione da affrontare. La percezione del rischio è un processo relativamente automatico e inconsapevole, che si applica a partire dalle attività quotidiane (attraversare una strada) a quelle straordinarie (imbattersi in una lite accesa tra due persone).

In base all’entità del rischio da noi percepito, orientiamo le nostre decisioni ed i nostri comportamenti coerentemente, spesso in maniera automatica. Ad esempio se percepisco l’interazione con una persona come potenziale rischio di contagio di una malattia infettiva, sarò più orientato a evitare quell’interazione per salvaguardare il mio stato di salute. La ricerca ha sottolineato che in molti casi esiste una discrepanza variabile tra la percezione soggettiva del rischio e la valutazione oggettiva (Slovic, 2001). Può capitare pertanto che gli individui tendano a preoccuparsi per eventi in realtà innocui e che diano per sicure situazioni che hanno una probabilità di causare danni più alta. Pertanto ciò che cambia la nostra percezione soggettiva, e quindi le nostre reazioni emotive e comportamentali, non è tanto il pericolo reale in sé, ma l’interpretazione del rischio a livello prettamente soggettivo. Un esempio può essere quando, durante l’ascolto delle notizie iniziali sulla propagazione del virus, ci veniva comunicato che la probabilità che esso si diffondesse nel nostro paese era basso, di conseguenza, generalmente, avevamo una percezione del rischio minore. Quando poi abbiamo appreso che la diffusione stava assumendo la portata di una pandemia potenzialmente rischiosa, la percezione del rischio di gran parte della popolazione si è incrementata ampiamente: il medesimo virus stimolava risposte di paura e ansia più intense (Ornell et al., 2020; Shafran et al., 2021), così come reazioni comportamentali di evitamenti sociali e di aumento della ricerca di rassicurazioni e sistemi di protezione e prevenzione da un eventuale contatto (Cheng et al., 2020) .

Quale elemento è cambiato tanto da generare una percezione del rischio così diversa? La vicinanza psicologica allo stimolo è un fattore fondamentale (Rudiak-Gould, 2013). Quanto più emotivamente vicino abbiamo percepito lo stimolo avversivo (il virus), tanto più la percezione del rischio (e le conseguenti reazioni emotive e comportamentali) si è modificata. In prima battuta, una volta che il primo caso è stato identificato in Italia la vicinanza psicologica è aumentata, e ancor di più quando siamo venuti a sapere che un conoscente lo ha contratto.

La distanza psicologica è una teoria che si riferisce alla percezione soggettiva della distanza tra sé e qualche fenomeno o evento (Trope e Liberman, 2011). La distanza psicologica si può suddividere in quattro fattori: distanza spaziale, distanza temporale, distanza sociale e distanza ipotetica. Per distanza spaziale si intende la lontananza tra il soggetto e il fenomeno in termini fisici, la distanza temporale invece rappresenta la differenza di tempo trascorso tra il soggetto e l’evento, mentre la distanza sociale si riferisce alla discrepanza dell’impatto sociale per il soggetto di un dato fenomeno e infine la distanza ipotetica misura il livello di certezza percepito dal soggetto.

In parole povere, la teoria della distanza psicologica spiega che il soggetto può sentirsi coinvolto in una situazione a livello emotivo (alta vicinanza psicologica), oppure al contrario vedersi lontano da essa e pertanto non coinvolto emotivamente (bassa vicinanza psicologica). La distanza psicologica quindi rappresenta il grado in cui noi percepiamo che una certa situazione “ci riguardi” o “ci coinvolga”. Questo livello di coinvolgimento è modulabile in base a come il soggetto percepisce temporalmente, spazialmente, socialmente e a livello di ipotetico vicino quel dato fenomeno. Ad esempio la guerra in Ucraina per noi occidentali europei rappresenta un evento molto più emotivamente vicino (a livello spaziale, temporale, ipotetico e sociale) rispetto a un’altra guerra attuale o passata nel medio oriente (come in Afghanistan, Siria o Iraq), di conseguenza la nostra reazione emotiva (ad esempio paura e indignazione) e comportamentale (come l’attivismo di protesta da parte della popolazione e le misure reattive europee) è molto più intensa nella prima condizione.

Secondo la teoria del livello costruttivo della distanza psicologica (Trope e Liberman, 2011), la percezione di una maggiore o minore distanza psicologica rispetto a un certo evento si ripercuote anche sul grado di concretezza con cui il soggetto percepisce questo evento. Mentre un evento percepito a una distanza psicologica elevata, apparirà astratto al soggetto, avrà pochi dettagli e scarsi correlati emotivi, al contrario, un avvenimento percepito come psicologicamente vicino, sarà immaginato e vissuto in modo più concreto, arricchito da molti dettagli, ricordi personali ed un’elevata emotività correlata.

Dopo una lunga luna di miele, durante la quale il nostro paese si è tenuto distante da eventi dannosi e terrifici, il COVID-19 non solo ha rotto lo stato di quiete e inconsapevolezza, ma ha modificato profondamente la nostra sensibilità al rischio. Il fatto che una minaccia che veniva percepita come lontana, astratta e improbabile, si sia repentinamente avvicinata a noi ha demolito le nostre idee di immunità occidentale a problemi e catastrofi ben presenti in altri paesi (come una pandemia, una guerra o un cataclisma ambientale).

“Bellum quod res bella non sit”

Il carico emotivo che ci troviamo a sostenere quando ci confrontiamo con questo conflitto è superiore a quello che avremmo dovuto sopportare se non fossimo stati esposti al Covid. Non solo per il fatto che, negli ultimi anni, sentimenti quali ansia, paura, senso di incertezza hanno campeggiato in tutta la penisola rendendoci più consapevoli, vulnerabili e capaci di immedesimarci nelle disgrazie altrui, ma anche perché la nostra percezione del rischio e la nostra vicinanza psicologica ad esso sono aumentate. Abbiamo più paura della guerra in Ucraina perché la sentiamo più vicina a noi, riusciamo a vederla in modo meno astratto e più concreto, crudo e triste. Non solo siamo più consapevoli, ma anche più impauriti. Il fatto che la minaccia rappresentata dal Covid-19, che percepivamo come lontana e astratta, sia diventata in così poco tempo così vicina e reale, ci mette nella posizione di pensare “Se è già successo, perché non dovrebbe risuccedere?”. Se qualche anno fa ci risultava facile e rassicurante pensare che i pericoli lontani rimanessero tali, adesso facciamo più fatica a farlo; resta difficile non pensare, anche solo per pochi istanti, che il conflitto possa degenerare ulteriormente, allargandosi al resto d’Europa o del mondo. Si è portati a pensare che quello che un tempo non ci avrebbe colpito, adesso può farlo, da un giorno all’altro, quasi con un sentimento di catastrofe imminente. Una minore distanza psicologica infatti ci fa percepire quello che sta accadendo con maggiore immedesimazione all’interno degli eventi e non come dei freddi, cinici calcolatori come lo siamo stati per altri eventi localizzati in aree lontane del globo. L’emergere intenso di sentimenti di impotenza, terrore, rassegnazione sono ancora troppo vividi nella nostra mente per permetterci di distaccarsi psicologicamente, quindi fare un passo indietro dagli eventi e sentirci spettatori esterni: tutt’altro, ne siamo attori.

Distanza psicologica e percezione del rischio come strumenti per un cambiamento

Non tutto il male viene per nuocere. Una minore distanza psicologica ci permette di sentire quello che sta accadendo in modo più immersivo e immediato, questa dimensione più interna agli eventi può essere un punto di forza se ne abbiamo consapevolezza. Siamo meno portati a pensare che quello che vediamo in tv sia un mero prodotto di cronaca, destinato a rimanere relegato in quello schermo luminoso. Siamo diventati tutti più consapevoli del fatto che quello che sentiamo come notizia, avviene realmente. Sembra scontato, ma è un concetto chiave, una svolta epocale. Nell’era digitale, in cui l’uomo passa più tempo guardando uno schermo che assaporando l’agrodolce sapore della realtà, si perde la capacità di distinguere in modo chiaro la differenza tra realtà e finzione. Possiamo fare un esempio con il cambiamento climatico e la diversa percezione che di esso hanno giovani ed anziani: da una parte gli anziani che, più abituati da sempre a stare a contatto con la natura hanno una percezione rigogliosa e sana di essa, generata dai ricordi visivi evocati dal lontano passato, che portano impressi nella loro mente. Dall’altra ci sono i giovani che, non abituati al contatto con la natura e maggiormente esposti alle notizie sul cambiamento climatico, tendono a rappresentarla mentalmente come la vedono nelle immagini che le notizie sul cambiamento climatico gli propongono. Dove sta la verità? Come spesso accade, sta nel mezzo: la natura, soprattutto alle nostre latitudini è ancora in parte rigogliosa e bella come un tempo, ma inizia a risentire di quegli effetti dannosi che stanno, in modo sempre più drastico, colpendo i paesi da cui le notizie che i giovani vedono provengono. Tornando al concetto di percezione del rischio e distanza psicologica, è importante che questi costrutti cognitivi siano congrui con quello che sta succedendo e con la reale entità dei vari rischi. Non dobbiamo più vivere nella bolla in cui vivevamo prima, nella quale avevamo la percezione che niente avrebbe potuto minacciare il nostro mondo, ma nemmeno sprofondare in un senso di disperazione, presi dal terrore che tutto ciò che viviamo possa colpire anche noi, all’improvviso. La ridotta distanza psicologica ci deve servire a percepire gli eventi che colpiscono il resto del mondo in modo più vicino e meno astratto e alla luce di questo, comprenderli più profondamente, viverli con maggiore consapevolezza ed empatia. Questo può spingerci ad intraprendere azioni concrete per contrastare gli eventi negativi, aiutare chi ne viene colpito e lavorare per costruire un futuro diverso. Questo vale per le guerre, ma anche per il cambiamento climatico ed i suoi effetti (Innocenti et al., 2021). Gli addetti al settore, gestendo le risposte psicologiche agli eventi, non devono cercare di ridurre la distanza psicologica, bensì stimolare le risposte comportamentali di tipo adattativo che da essa possono essere generate, cercando, di concerto, di fornire gli strumenti adatti a gestirne le conseguenze e controllando che non diventino tali da determinare psicopatologia.

 

La coscienza quale animale? Grillo parlante o armadillo?

In Strappare lungo i bordi, l’Armadillo è la coscienza di Zero Calcare, sembra rappresentare la personificazione dei suoi freni inibitori, pertanto è dotato di istinto di autoconservazione, una buona dose di egoismo ed interviene più per tutelare se stesso ed il protagonista Zero dalle interazioni sociali più impegnative.

 

La coscienza, intesa come nostro senso morale, è stata rappresentata in vari modi nel mondo letterario e cinematografico: celebre il Grillo Parlante di Pinocchio; l’angelo ed il diavolo che rappresentano Super-io e Istinto di Paperino. Recentemente nella serie Netflix Strappare lungo i bordi, il fumettista Zero Calcare propone un armadillo antropomorfo come coscienza.

Nella serie, l’Armadillo, rappresenta una proiezione soggettiva dello stesso Michele Rech, in arte Zerocalcare.

Introduzione

La coscienza è stata definita come la “consapevolezza di sè, degli altri e dell’ambiente che ci circonda, quindi essere presenti per sé e per gli altri e rispondere agli stimoli” (Cohadon & Salvi, 2003).

La vigilanza, invece, è una funzione del tronco cerebrale e più precisamente della formazione reticolare contenuta nella parte rostrale del segmento pontino, nel segmento mesencefalico e nella parte adiacente del diencefalo. In tal modo è definita la formazione reticolare attivatrice ascendente che manda proiezioni diffuse alla corteccia cerebrale, sia direttamente che tramite il talamo.

La coscienza, come si autodefinisce il grillo parlante, è da intendersi come senso di colpa: “Senso di responsabilità o senso del dovere significa essere consapevole del male compiuto e/o del proprio essere in quanto segnato da questo male. Questo senso di colpa nasce di solito attraverso il “sentirsi” colpevole…provare un sentimento di colpa. Più precisamente si tratta non di un sentimento ma di diversi sentimenti ed emozioni spiacevoli, come, per esempio, inquietudine, angoscia, tristezza, sconforto, dolore. Per questa ragione si suole anche parlare di sensi di colpa” (Jakub Gorczyca, 2011).

Secondo il modello di Freud della psiche, la coscienza è una parte del Super-io. Tuttavia, la psicologia moderna ha identificato limiti a ciò che Freud ha evidenziato come coscienza nel Super-io. Il Super-io consiste nella coscienza morale e nel sé ideale mentre la coscienza consiste in ciò che un individuo identifica come cose moralmente buone e cattive. Quindi, c’è una netta differenza tra coscienza e Super-io (De Robertis D. 2009).

Alcuni studi mostrano come nei processi decisionali sia la corteccia prefrontale anteriore ad attivarsi anche di fronte a soluzioni note: i ricercatori hanno analizzato l’attività neurale di individui che dovevano uscire da un semplice labirinto di cui conoscevano il percorso; nonostante questo, ad ogni bivio vi era l’attivazione della corteccia prefrontale (Boorman, E. E. et. Al. 2009). Quindi, nel nostro cervello esisterebbe davvero una figura che giudica i nostri agiti.

Il successo della serie Strappare Lungo i Bordi

La serie ha avuto un notevole successo: tradotta in varie lingue e trasmessa in oltre 150 paesi, un prodotto tutto italiano che anche all’estero sta destando tantissima curiosità. I numeri dopotutto parlano chiaro: Strappare lungo i bordi è arrivata in due giorni a 4,5 milioni di visualizzazioni.

Una chiave per spiegare il successo di questa serie, soprattutto tra i giovani, è la facilità con cui l’autore riesce a passare dall’individuale al collettivo, all’universale. Ci parla di sé, ma in fondo racconta la storia di tutti noi e riesce a rivolgersi trasversalmente a più generazioni.

La coscienza Armadillo

Nel caso del fumettista Zero Calcare, l’Armadillo viene definito coscienza dall’autore stesso : “in quei giorni la mia coscienza aveva già assunto la forma di un armadillo e me ripeteva tutti i giorni (…)” (Zero, S1:E2 min 3.00).

In realtà questo strano animale interviene spesso nella vita del protagonista, con consigli ed osservazioni che sembrano avere un’etica ben diversa dalla coscienza di Pinocchio.

L’Armadillo sembra rappresentare la personificazione dei freni inibitori del protagonista, pertanto è dotato di istinto di autoconservazione, una buona dose di egoismo ed interviene più per tutelare sè stesso ed il protagonista Zero dalle interazioni sociali più impegnative.

L’Armadillo in fondo è una parte di Zero, dobbiamo capire quale parte sia, in quanto agisce comportandosi da Super-io, da inibizione, da meccanismo di difesa.

In realtà non è semplice ricondurre questo simpatico personaggio ad un’entità della psiche. L’Armadilllo è un personaggio di fantasia che ha il compito primario di mettere in ridicolo il dialogo che Zero ha con sè stesso. Deve essere visto in chiave comica più che psicologica.

È indubbiamente interessante analizzare l’Armadillo perché rappresenta le paure, l’ansia e le aspettative delle giovani generazioni. “Siamo stati tutti Zero e alcuni di noi lo sono ancora, insicuri, paranoici, indecisi, con poca consapevolezza di sé, con bassa autostima, con scarsa attenzione verso le emozioni degli altri, incapace di comprendere i discorsi astratti però impeccabile nell’aiuto pratico” (Pamela Anile State of Mind 2021).

Come già accennato, l’Armadillo, non è una coscienza etica, ma opportunistica, dove l’egoismo non è teso a risolvere esigenze di auto salvaguardia, ma piuttosto alla risoluzione comica dei dilemmi esistenziali di Zero.

Se lo analizziamo in chiave psicologica, l’Armadillo, ricopre molteplici ruoli. È in grado di scoraggiare Zero verso relazioni sentimentali; o meglio è in grado di inserire il dubbio nella mente di Zero circa il fatto che una relazione sentimentale determina la necessità di un impegno e la possibilità di subire un rifiuto.

La strategia elaborata da questa “strana coscienza” è un meccanismo di difesa: l’evitamento. Contemporaneamente rimprovera il protagonista per la timidezza che dimostra tutte le volte che non può evitare di incontrare la persona che mostra interesse per lui: “Bravo. Sei un grande. Sei cintura nera de come se schiva la vita. Quinto dan”.

Demagogo e pronto all’imbroglio, appare l’Armadillo, quando deve dare consigli sull’occupazione di Zero. Quando affronta il tema del lavoro, svela una dose di qualunquismo in cui i giovani in cerca di occupazione possono identificarsi. Le battute che l’Armadillo scambia con Zero hanno il senso di favorire l’identificazione dello spettatore che rivede i suoi insuccessi di carriera lavorativa e la scarsa meritocrazia esistente in Italia di cui è facile e simpatico disquisire.

 

Emoziònati. Libro esperenziale. (2021) di Laura Bongiorno, Geraldine de Leòn, Letizia Ferrante e Giusy Morabito – Recensione

Nato durante la pandemia, il libro Emoziònati è opera di tre psicologhe, psicoterapeute, istruttrici di mindfulness e fondatrici dell’associazione Mindful Sicilia.

 

Si tratta di un testo per l’appunto esperienziale, che ci presenta le emozioni in chiave leggera, al fine di imparare ad accogliere le stesse e a relazionarci a loro in modo sano, senza distinzione tra emozioni giuste e sbagliate, positive e negative, ma come elementi importanti dell’essere umano, con funzioni ben specifiche. Come suggerisce infatti Nicola Petrocchi nella prefazione del testo, il nostro cervello possiamo rappresentarcelo come un’autovettura che non ci siamo scelti, ma, se impariamo il suo funzionamento, possiamo aumentare le possibilità di avere una guida più sicura.

Le autrici ci accompagneranno dunque ad incontrare alcune emozioni che spesso ci fanno da compagne nei nostri vissuti, e dunque ci parleranno della rabbia, della tristezza, dell’invidia, della vergogna e della gioia, tutte accompagnate da spiegazioni dal linguaggio semplice e scorrevole e spunti ed esercizi pratici rivolti al lettore. Ogni capitolo si accompagna a bellissime illustrazioni, disegni e grafiche curati da Geraldine de Leòn, ispirati alla “sicilianità” delle autrici, vediamone alcuni:

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Emozionati 2021 di Bongiorno de Leon Ferrante Morabito Recensione Fig 1

 

Emozionati 2021 di Bongiorno de Leon Ferrante Morabito Recensione Fig 2

 

Emozionati 2021 di Bongiorno de Leon Ferrante Morabito Recensione Fig 3

 

Emozionati 2021 di Bongiorno de Leon Ferrante Morabito Recensione Fig 4

 

Emozionati 2021 di Bongiorno de Leon Ferrante Morabito Recensione Fig 5

 

I soggetti dei disegni non sono scelti casualmente, ma con affascinanti riferimenti legati all’arte, alla storia e alla cultura delle autrici.

Un libro curato nei dettagli, che coinvolge mente e cuore e tutti e cinque i sensi essendo ispirato alla mindfulness, pratica oramai di comprovata utilità nel contribuire al benessere della persona.

Un testo dunque dagli interessanti, utili e pratici spunti per imparare a vivere la rabbia senza spaccare tutto, piangere senza annegare nella tristezza, imparare ad avere paura, utilizzare l’invidia come risorsa, liberarsi dalla vergogna ed infine concedersi la gioia.

Un testo rivolto all’ampio pubblico che ritengo possa risultare molto accattivante anche per i più giovani lettori ed una valida risorsa per noi addetti ai lavori.

Mi piace concludere con un aforisma presente ad apertura del testo e che volontariamente vorrei usare a chiusura della presente recensione, come forma di saluto al suo autore:

Riconoscere le nostre emozioni senza giudicarle, abbracciandole con consapevolezza, è un atto di ritorno a casa. Thich Nhath Hanh.

 

Il genere e l’orientamento sessuale influenzano le fantasie sessuali?

Le fantasie sessuali sono definite come immagini o scenari mentali che provocano eccitamento sessuale. Queste possono emergere spontaneamente oppure possono essere evocate e manipolate intenzionalmente (Purifoy et al., 1992; Leitenberg & Henning, 1995).

 

Nonostante le fantasie sessuali possano riflettere le esperienze passate e influenzare i comportamenti sessuali futuri (Leitenberg & Henning, 1995), non sempre rispecchiano esperienze che si desidera mettere in atto. Può capitare infatti di fantasticare su alcune situazioni particolari, senza però desiderare che queste avvengano nella vita reale: le fantasie sessuali si configurano così come parte di un mondo fittizio, utilizzate per sfuggire ai vincoli sociali e morali (Ellis & Symons, 1990).

La letteratura dimostra che le fantasie sessuali sono un fattore molto importante per il benessere sessuale generale, apportando vantaggi sia per il singolo che per la coppia. Infatti, la fantasia diadica (tra partner) è associata ad un aumento del desiderio e dei comportamenti che promuovono la relazione (Birnbaum et al., 2019). Le fantasie sessuali rappresentano anche una strategia utile, ad esempio, per far fronte ai cambiamenti nel funzionamento sessuale degli adulti più anziani (Ayalon et al., 2019) e, durante la pandemia da COVID-19, che ha previsto periodi di separazione forzata per le coppie, le fantasie sessuali sono state utili per soddisfare il piacere sessuale durante l’isolamento (Lopes et al., 2020).

Gli uomini, rispetto alle donne, sembrano sperimentare più fantasie (Ellis & Symons, 1990; Wilson & Lang, 1981) e sono più propensi a fantasticare su immagini esplicite, sul fare sesso con più di un partner sessuale, sul partecipare ad un’orgia o sul fare sesso di gruppo (Joyal et al., 2015; Anzani & Prunas, 2020). Le donne, invece, tendono a concentrarsi su contenuti più emotivi e romantici (Carpenter et al., 2008; Yost & Zurbriggen, 2006). Un’altra differenza ampiamente riportata riguarda il ruolo del protagonista: in media, gli uomini tendono a fantasticare di più sull’avere ruoli dominanti e attivi mentre le donne si immaginano più sottomesse e passive in uno scenario in cui giocano il ruolo dell’oggetto del desiderio del loro partner (Wilson & Lang, 1981; Zurbriggen & Yost, 2004), anche se questa differenza non può essere sempre generalizzata.

È anche più probabile che gli uomini fantastichino sul fatto che i loro partner siano estremamente belli e attraenti (Anzani & Prunas, 2020), mentre le donne tendono ad avere più fantasie sessuali in cui rendono il loro corpo attraente per i loro partner sessuali, attraverso l’abbigliamento o i gesti (Bogaert et al., 2015).

Fantasie sessuali e orientamento sessuale

Gli studi che hanno analizzato l’influenza dell’orientamento sessuale sulle fantasie sessuali dimostrano che le fantasie più comunemente riportate dagli uomini omosessuali includono rapporti sessuali forzati con uomini (costringere o essere costretti o entrambi), rapporti sessuali con una donna, rapporti sessuali con uomini sconosciuti e sesso di gruppo (Price et al., 1985). Per quanto riguarda le donne omosessuali, esse dimostrano tassi leggermente più alti di fantasie sessuali trasgressive e più bassi di quelle emotivo-romantiche rispetto alle donne eterosessuali.

Tuttavia, gli studi che riguardano le differenze nel contenuto delle fantasie sessuali in base al genere e all’orientamento sessuale sono pochi e hanno spesso utilizzato campioni ristretti. Per colmare queste lacune, uno studio molto recente di Nese e colleghi (2021) ha voluto esplorare le fantasie sessuali di uomini e donne eterosessuali, omosessuali e bisessuali in un campione di giovani adulti italiani.

La prevalenza delle fantasie tra il campione complessivo e i sottogruppi è riportata nella Figura 1. Le fantasie più comuni riportate sono state Etero (77,59%), OralSex (76,62%), e RomanticSex (75,35%), mentre avere un rapporto con una prostituta (1,48%), e con una persona più anziana (1,61%) erano quelle meno comuni.

Fantasie sessuali influenze dell orientamento sessuale e del genere Fig 1

Fig. 1 Prevalenza delle fantasie sessuali

Le fantasie di dominanza sono state riportate principalmente da uomini eterosessuali mentre le fantasie di sottomissione caratterizzano maggiormente le donne eterosessuali, confermando la letteratura precedente (Leitenberg & Henning, 1995; Zurbriggen & Yost, 2004 ). In generale, gli uomini erano più probabilmente rappresentati da alcune fantasie come, ad esempio, fantasticare più sul fare sesso anale, eiaculare sul corpo e sul viso del partner, strangolare il partner e voyeurismo. Le donne erano più tendenti a fantasticare sul fare sesso e masturbarsi usando sex toys, fare sesso con qualcuno dello stesso sesso, ricevere sesso anale ed essere strangolati dal partner. La distribuzione degli uomini omosessuali e bisessuali ci mostra che i due sottogruppi condividono fantasie molto simili, mentre le donne bisessuali mostrano fantasie simili al gruppo di donne etero e le donne lesbiche condividono somiglianze sia con le donne bisessuali che eterosessuali.

Un risultato interessante è che le donne eterosessuali hanno riportato meno fantasie di qualsiasi altro gruppo, come osservato da studi precedenti (Ellis & Symons, 1990; Wilson & Lang, 1981). Questo risultato potrebbe essere dovuto al fatto che le donne hanno meno fantasie sessuali in generale oppure che il contenuto delle loro fantasie era scarsamente rappresentato dagli item utilizzati nello studio. Inoltre, le donne italiane potrebbero avere un interesse sessuale più ristretto rispetto alle donne di altri paesi (Tripodi et al., 2015).

Tutti i gruppi hanno riportato tassi simili di fantasie con contenuti romantici, in contrasto con studi precedenti che riportavano tassi più alti di contenuti emotivo-romantici tra le donne eterosessuali rispetto agli uomini eterosessuali e alle donne omosessuali (ad es, Bogaert et al., 2015).

Conclusioni

In conclusione, alcuni risultati si sono dimostrati coerenti con gli studi precedenti, mentre altri non lo erano, sottolineando così l’importanza di condurre una ricerca sistematica per cogliere potenziali cambiamenti nel tempo legati a fattori socioculturali. Gli studi futuri dovrebbero concentrarsi anche sulle minoranze sessuali e di genere, poiché possono presentare differenze significative rispetto al resto della popolazione (Antonsen et al., 2020).

Lo studio delle fantasie sessuali è rilevante per molteplici ragioni legate al benessere sessuale. Per esempio, le tecniche basate sulle immagini sono ampiamente utilizzate nella terapia sessuale per migliorare la sessualità e superare le difficoltà e le disfunzioni sessuali. Quindi, il contributo della ricerca psicologica alla conoscenza di questo argomento è fondamentale per promuovere la salute sessuale.

 

Presentazione del libro ‘La formulazione del caso in terapia cognitivo comportamentale. Gestire il processo terapeutico e l’alleanza di lavoro’ a cura di Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli e Sandra Sassaroli

È in libreria il volume La formulazione del caso in terapia cognitivo comportamentale. Gestire il processo terapeutico e l’alleanza di lavoro a cura di Giovanni M. Ruggiero, Gabriele Caselli e Sandra Sassaroli.

 

Il libro contiene contributi critici di Wouter Backx, Barbara Barcaccia, Andrea Bassanini, Antonino Carcione, Raymond DiGiuseppe, Maurizio Dodet, Kristene Doyle, Christiane Eichenberg, Benedetto Farina, Guillem Feixas, Arthur Freeman, Francesco Gazzillo, Stefan Hofmann, Steven D. Hollon, Marco Innamorati, Francesco Mancini, Nicola Marsigli, Gabriele Melli, Paolo Migone, Paolo Moderato, Fabio Monticelli, Claudia Perdighe, Eckard Roediger, Saverio Ruberti, Mariano Ruperthuz Honorato, Angelo Maria Saliani, Diego Sarracino, Antonio Scarinci, Antonio Semerari, George Silberschatz, Avigal Snir, Peter Sturmey, Raffaella Visini, Kelly G. Wilson e David A. Winter.

QUI IL LINK: La formulazione del caso in terapia cognitivo comportamentale

Il libro è strutturato come un dibattito tra i curatori e i contributori; esso contiene una serie di tesi sul ruolo della formulazione del caso nel processo terapeutico esposte dai curatori; ogni tesi è criticamente commentata in altri capitoli denominati “riflessioni” dai contributori.

L’assunto del libro è che la formulazione del caso sia la mossa iniziale e il principale strumento operativo degli approcci CBT con cui un terapeuta gestisce l’intero processo psicoterapeutico. L’idea è che, nella CBT, la formulazione del caso incorpori sia gli interventi CBT specifici del trattamento che le componenti non specifiche, tra cui la negoziazione dell’alleanza terapeutica e la gestione della relazione terapeutica. Inoltre, questo volume presuppone che, negli approcci CBT, la formulazione del caso sia una procedura incessantemente e apertamente condivisa tra il paziente e il terapeuta dall’inizio alla fine del trattamento.

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La formulazione del caso in terapia cognitivo comportamentale Il libro Fig 2

 

I capitoli sviluppano questo programma e sono scritti dai tre curatori Giovanni Maria Ruggiero, Gabriele Caselli e Sandra Sassaroli e trattano la formulazione del caso sia nell’orientamento terapeutico CBT che non-CBT, mentre le “Riflessioni” sono commenti critici sugli assunti principali del libro forniti da esperti in specifici orientamenti terapeutici. Ad esempio, il capitolo sulla formulazione del caso nella terapia cognitiva standard di Beck è seguito da una riflessione di Arthur Freeman, un clinico e ricercatore nell’area cognitiva standard.

Per dare un’idea del dibattito, riportiamo qui di seguito i titoli di ogni capitolo e di ogni riflessione dei contributori.

Introduzione: La formulazione condivisa del caso come principale processo terapeutico nelle terapie cognitivo-comportamentali (G.M. Ruggiero, G. Caselli e S. Sassaroli).

Capitolo 1: La formulazione del caso nella terapia cognitivo- comportamentale standard (G.M. Ruggiero, G. Caselli e S. Sassaroli). Riflessioni: Il processo di concettualizzazione nella terapia cognitivo- comportamentale (A. Freeman), Formulazione del caso in terapia cognitiva: lo sgabello a tre gambe (S.D. Hollon), L’uso degli scopi nella formulazione del caso in terapia cognitivo-comportamentale (A.M. Saliani, C. Perdighe, B. Barcaccia e F. Mancini)

Capitolo 2: La formulazione del caso nella tradizione comportamentale: Meyer, Turkat, Lane, Bruch e Sturmey (G.M. Ruggiero, G. Caselli e S. Sassaroli). Riflessioni: Relazione terapeutica, cognizione, metacognizione e vita autogestita: quale relazione con la formulazione del caso? (P. Sturmey)

Capitolo 3: Connessione B-C, negoziazione dell’F e razionale del D: progettare e realizzare una disputa efficace e cooperativa nella REBT (G.M. Ruggiero, D. Sarracino, G. Caselli e S. Sassaroli). Riflessioni: La connessione B-C e la negoziazione dell’F nella REBT (R. DiGiuseppe e K. Doyle); La REBT come base per la formulazione del caso in una procedura continua, implicita e ipotetico-deduttiva di raccolta dati nella collaborazione critica e paritaria con il paziente (W. Backx).

Capitolo 4: La formulazione del caso nelle terapie di processo (G.M. Ruggiero, G. Caselli, A. Bassanini e S. Sassaroli). Riflessioni: La CBT basata sul processo come approccio alla concettualizzazione del caso (A. Snir e S. Hofmann); Formulazione del caso e analisi del comportamento (P. Moderato e K.G. Wilson); Schema Therapy, Contextual Schema Therapy e formulazione del caso (E. Roediger, G. Melli e N. Marsigli).

Capitolo 5: Forza e limiti della formulazione del caso nelle terapie cognitive costruttiviste comportamentali (G.M. Ruggiero, A. Scarinci, G. Caselli e S. Sassaroli). Riflessioni: Un pioniere della formulazione costruttivista (D.A. Winter e G. Feixas); TMI: caratteristiche, relazione terapeutica e formulazione del caso (A. Carcione e A. Semerari); Il ruolo del trauma nelle complicazioni psicoterapeutiche e il valore della prospettiva cognitivo-evoluzionista di Giovanni Liotti (B. Farina); La formulazione del caso nel modello costruttivista post-razionalista (M. Dodet); La formulazione del caso e la relazione terapeutica dal punto di vista di una teoria evoluzionistica della motivazione (F. Monticelli); Emozione, motivazione, relazione terapeutica e cognizione nel modello di Giovanni Liotti (R. Visini e S. Ruberti)

Capitolo 6: La formulazione del caso come finale di partita, e non come mossa di apertura, nei modelli relazionali e psicodinamici (G.M. Ruggiero, A. Scarinci, G. Caselli e S. Sassaroli). Riflessioni: Formulazione del piano vs. formulazione del caso: la prospettiva della Control Mastery Theory (F. Gazzillo e G. Silberschatz); Alcune osservazioni storiche e teoriche sulla valutazione psicodinamica (M. Innamorati e M.Ruperthuz Honorato); La formulazione del caso in psicoanalisi e nelle terapie cognitivo-comportamentali (P. Migone)

Capitolo 7: Lo stato empirico della formulazione del caso: Integrazione e validazione di elementi cognitivi, processuali ed evolutivi della formulazione CBT del caso mediante la procedura LIBET (S. Sassaroli, G. Caselli e G. M. Ruggiero). Riflessioni: Una prospettiva costruttivista sulla procedura LIBET (D.A. Winter)

Capitolo 8: Nuove dimensioni nella pianificazione dei casi: Integrazione di applicazioni elettroniche per la salute mentale (E-mental health) (C. Eichenberg) 287

Postfazione: Il cielo in una stanza: La CBT condivide la formulazione del caso più facilmente (ma non troppo) (G.M. Ruggiero, G. Caselli e S. Sassaroli).

La formulazione del caso in terapia cognitivo comportamentale Il libro Fig 1

 

La formulazione del caso in terapia cognitivo comportamentale Il libro Fig 3

La cura della depressione secondo Adler

Per Adler, la depressione nasce come forma di compensazione di fronte all’incomunicabilità che sopraggiunge con essa.

 

Gli ingredienti alla base della ricetta per la soluzione della depressione, come sostengono Francesco Parenti e Pier Luigi Pagani (pionieri del pensiero Adleriano in Italia), sono la comunicazione, la possibilità credibile di fare progetti, coltivare l’area del piacere, la mobilità fisica e psichica e la capacità di polemizzare senza odio. Analizziamo questi ingredienti uno per uno; partiamo dalla comunicazione.

Per comunicazione, secondo la lettura che Parenti e Pagani danno del pensiero di Adler, s’intende uno scambio tra persone immune da diffidenza e inibizione autodifensiva, cioè un interloquire che si fonda sulla solidarietà reciproca, su un ampio spazio di libertà e spontaneità d’espressione. Infatti, per Adler, la depressione nasce come forma di compensazione di fronte all’incomunicabilità che sopraggiunge con essa. Esaminando ora il secondo punto, la creatività, Parenti e Pagani sostengono che tutti gli esseri viventi per poter sopravvivere debbano necessariamente protendersi verso scopi che di volta in volta si ricreano per non finire nell’abulica mancanza di desiderio e progettazione, che immobilizzano e paralizzano pensiero e azione del soggetto. La terza “garanzia culturale” contro la depressione è l’area del piacere, ossia la pratica di un erotismo possibilmente associato all’affettività, le gratificazioni intellettuali, artistiche, estetiche, lavorative che vedono la loro origine dall’acquisire ammirazione e apprezzamento, non vissute però in senso egoistico e/o narcisistico bensì condividendole con gli altri. Per quanto concerne la mobilità psico-fisica, si sostiene che la duttilità di azione e di pensiero possano disancorare la persona dal piattume dello stile depressivo. È sconsigliato quindi seguire quelle “regole” dettate dalle società iper-egualitarie che vanno a punire ogni forma di anticonformismo e quelle delle società iper-competitive castiganti le minoranze sconfitte con l’astensionismo obbligato. All’ immobilismo porta anche l’uso eccessivo della tecnologia, per cui, senza voler spingere a una regressione al primitivismo, è consigliato creare uno spazio per le dinamiche emotive del singolo.

L’ultimo fattore di “vaccinazione” antidepressiva può essere costituito dall’abilità del polemizzare senza odio. Siamo difatti immersi in una cultura più propendente verso il punire quando invece sarebbe più efficace esercitare la persuasione, questo perché punendo si vanno a creare due fazioni, ognuna composta da persone che si sentono vittime, posizione che sollecita la depressione. Va ricordato infatti come Adler ritenga la persona depressa un accusatore frustrato. Infine, un antidoto apparentemente banale è quello dell’accettazione di sé proponendosi dunque per l’accettazione altrui; impostare modifiche interiori trasformando l’autocritica in nuova capacità produttiva, in un rinnovamento mutevole dei propri mezzi d’espressione.

Riassumendo, dal punto di vista Adleriano, per sconfiggere la depressione, occorre accettarsi e fare progetti nella sessualità, negli affetti, nel vivere civile, nell’impiego duttile di tutte le proprie doti.

 

I genitori sono tutti uguali.. o forse no. Come gestiscono le stress nello sport?

I genitori hanno un ruolo molto importante nello sviluppo di un atleta, permettendogli di raggiungere il proprio potenziale, fornendo supporto finanziario, organizzativo ed emotivo (Wolfenden & Holt, 2005).

 

Tuttavia, essere un genitore di un giovane atleta può essere impegnativo (Harwood & Knight, 2015) e non tutti i genitori si impegnano in modi appropriati o ottimali (Knight & Holt, 2014). Sfortunatamente, alcuni comportamenti dei genitori (ad. es., pressioni e comportamenti direttivi) sono associati a esiti sfavorevoli per gli atleti, tra cui un aumento dell’ansia precompetitiva e una riduzione del divertimento e della competenza percepita (Amado, Sánchez-Oliva, González-Ponce, Pulido-González e Sánchez-Miguel, 2015; Boiché, Guillet-Descas, Bois, & Sarrazin, 2011; Bois, Lalanne, & Delforge, 2009). È stato suggerito che la dimostrazione di comportamenti genitoriali inappropriati può aumentare se i genitori non sono in grado di far fronte efficacemente ai fattori di stress che incontrano in contesti sportivi d’élite e di gestire le relative minacce (Harwood & Knight, 2009b).

Per valutare la minaccia, un individuo utilizza 2 tipi di valutazione: primaria e secondaria (Lazarus, 1999). Durante la prima valutazione, l’individuo porta alla luce il significato personale di una domanda sulle proprie convinzioni e valori. Ad esempio, un genitore potrebbe valutare il proprio figlio che vive in un centro di formazione da lunedì a venerdì con il timore di non essere in grado di sostenerlo nei momenti di difficoltà. Tuttavia, un altro genitore potrebbe valutare la stessa situazione come un’eccellente opportunità per il proprio figlio di sviluppare indipendenza e autonomia. La valutazione secondaria, invece, è correlata all’esplorazione da parte di un individuo della propria capacità di far fronte ai fattori di stress (Lazarus, 1999). Ad esempio, nel caso precedente, un genitore potrebbe pensare di avere le risorse per far fronte al fatto che il proprio figlio vive lontano dalla famiglia, mentre l’altro no.

I fattori di stress per i genitori degli atleti

I fattori di stress possono essere:

  • competitivi, che comprendono le richieste relative alla partecipazione del proprio figlio alle competizioni, compresa la preparazione della partita, i problemi con gli avversari e le prestazioni e le reazioni del proprio figlio;
  • organizzativi, che sono esigenze associate alla logistica quotidiana, agli investimenti personali e al sistema/organizzazione in cui operano i genitori, compreso l’impatto finanziario dello sport sulla famiglia, il trasporto del bambino all’allenamento e alla competizione e la gestione degli infortuni;
  • di sviluppo, che consistono in richieste associate al futuro sviluppo sportivo, educativo e personale del loro bambino (Burgess et al., 2016; Harwood & Knight, 2009a).

Le strategie di coping dei genitori degli atleti

Contrariamente agli studi sui fattori di stress, pochi si sono concentrati sulle strategie di coping utilizzate dai genitori (Hayward, Knight e Melalieu, 2017). Il coping si realizza attraverso continui sforzi cognitivi e comportamentali per gestire le richieste valutate come minacciose (Nicholls & Polman, 2007). Ad esempio, genitori di ginnasti e nuotatori d’élite hanno riferito di aver utilizzato diverse strategie per far fronte ai fattori di stress che incontravano. Queste strategie di coping sono state suddivise in 4 temi: distacco dallo sport, normalizzazione delle esperienze, volontà di apprendere e gestione delle reazioni emotive. Queste strategie sembrano variare a seconda del fattore di stress (es., tempo richiesto o guardare i propri figli competere), della situazione (es. fattori di stress competitivi incontrati dai genitori prima, durante o dopo le prestazioni dei propri figli) e del periodo temporale (es. competizione o allenamento) (Burgess et al., 2016; Hayward et al., 2017).

Tuttavia, secondo Lienhart e colleghi (2019), esistono differenze interindividuali nelle esperienze di stress e di coping dei genitori che possono derivare da una serie di ragioni, comprese le precedenti esperienze di stress, la risposta del loro bambino o il contagio emotivo (Hayward et al., 2017). Date tali differenze, è chiaro che i genitori dovrebbero essere considerati come individui piuttosto che come gruppi quando vengono sviluppate iniziative, incontri o formazioni con genitori sportivi, cercando di individualizzare l’insegnamento di nuove strategie di coping (Knight, Dorsch, Osai, Haderlie e Sellars, 2016).

 

Strategie d’intervento nel gioco di azzardo patologico (GDA)

Nell’ambito del Gioco d’Azzardo Patologico occorre che il terapeuta ed il giocatore costruiscano una relazione basata su aspetti di compliance al trattamento più che di controllo del sintomo in senso stretto.

 

La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme (D. Winnicott).

Il Gioco d’Azzardo Patologico

Quando si inizia a progettare un intervento terapeutico per un giocatore d’azzardo patologico le variabili da tenere in considerazione sono molteplici. Bisogna valutare a quale tipologia di giocatore il paziente appartiene, in secondo luogo saper scegliere gli strumenti terapeutici efficaci ed efficienti in termini di evidence based health, fare riferimento all’esperienza clinica e, last but not least, valutare l’alleanza terapeutica che si è instaurata con la persona che si ha di fronte. Ogni paziente, pur “facendo parte” di qualche classificazione nosologica, possiede una sua individualità, una storia e un’infinità di mondi interni che lo rendono unico ed irripetibile e che, inevitabilmente, determinano il fatto che ogni trattamento terapeutico non possa essere la replica di nessun altro. Un trattamento efficace per risultare efficiente deve essere ad approccio multifattoriale; cioè che sappia integrare i diversi saperi (la medicina, la psicologia, la pedagogia e le scienze sociali), i diversi approcci teorici (cognitivo-comportamentale, psicoanalitico, sistemico-relazionale o gruppale), i differenti setting di intervento (ambulatoriale, residenziale), inoltre, accanto ai più tradizionali strumenti terapeutici (psicoterapia individuale e famigliare, gruppi terapeutici, gruppi di auto-mutuo aiuto per pazienti e famigliari, presa in carico sociale, accompagnamento educativo) è necessario sviluppare strumenti “innovativi” per rispondere alle specificità cliniche del Gioco d’Azzardo Patologico (DGA). La fase iniziale di presa in carico rappresenta un importante momento di valutazione ed autodiagnosi che il paziente (e la famiglia, laddove questa rappresenti una risorsa utile e coinvolgibile) fa del proprio comportamento disfunzionale. Si tratta ovviamente di strumenti Self Report poiché una delle principali differenze con la clinica dei disturbi da uso di sostanze è che nel caso del Gioco d’Azzardo Patologico non è ovviamente possibile marcare biologicamente il comportamento. Si tratta di strumenti di auto-osservazione che vengono in parte gestiti dal paziente per quanto concerne la rendicontazione del giocato, attraverso la compilazione del diario giornaliero, ed in parte possono invece essere compilati dai familiari, attraverso il controllo scrupoloso del conto corrente e di tutti gli strumenti bancari di gestione del denaro. Tali procedure consentono di fare diagnosi e di mettere in sicurezza il paziente e la sua famiglia, riducendo al minimo il rischio di ulteriori perdite di denaro. Nell’ambito del Gioco d’Azzardo Patologico non è possibile garantire un controllo completo del sintomo, né avere conferme “oggettive” del raggiungimento di una condizione di remissione completa poiché, anche laddove si attivino ulteriori misure di messa in sicurezza dei pazienti (ad esempio all’apertura di un’Amministrazione di Sostegno), ciò non impedisce in alcun modo al giocatore di richiedere ed ottenere prestiti presso Istituti di credito, finanziarie o, ancor più grave, a usurai. Occorre quindi che il terapeuta ed il giocatore costruiscano una relazione basata su aspetti di compliance al trattamento più che di controllo del sintomo in senso stretto; gli strumenti di gestione del denaro vanno orientati anzitutto ad obiettivi di riduzione del danno, in secondo luogo al raggiungimento della remissione (completa o parziale) e, in ultimo, alla prevenzione delle recidive. La definizione degli “ingredienti terapeutici”, della modalità e intensità con cui proporli al paziente, dipende anche dalla “scelta” di un modello di classificazione del giocatore che possa guidare il terapeuta nel delineare protocolli di intervento adatti alle caratteristiche dei diversi soggetti. Si utilizzano di solito o quella di Blaszczynski e Nower (2000) o la suddivisione in action seeking gamblers (giocatori d’azione) ed escape seeking gamblers (giocatori per fuga) di Lesieur (1977). La preferenza degli obiettivi dipende anche dal livello motivazionale del paziente, quest’ultimo valutabile attraverso il modello transteorico degli stadi del cambiamento di Prochaska e Di Clemente (1982):

  • La precontemplazione, il paziente non ha ancora preso in considerazione l’idea di cambiare, non lo vuole o non se ne sente capace.
  • La contemplazione, la persona ammette di essere preoccupata e prende in considerazione la possibilità del cambiamento, vi è ambivalenza ed incertezza.
  • La determinazione, in questa fase la persona sta progettando di mettere in atto un cambiamento nel futuro prossimo, considera che cosa fare in concreto.
  • L’azione, l’utente effettivamente inizia a procedere verso il cambiamento, ancora non si trova in una condizione di stabilità.
  • Il mantenimento, il paziente in questa fase raggiunge l’obiettivo iniziale della remissione e opera per mantenere le acquisizioni raggiunte.

In base alla valutazione motivazionale sarà possibile modulare gli interventi, orientandoli, ad esempio, all’esplorazione delle possibili conseguenze del perpetuare il comportamento di gioco patologico versus l’interromperlo; ad es. utilizzando lo strumento della “bilancia motivazionale”; oppure, qualora il paziente si trovi in una fase di determinazione/azione, ci si potrà focalizzare  sui triggers, o ancora, in fase di mantenimento, l’intervento potrà essere regolato verso la prevenzione della ricaduta.

La MET è una tecnica che viene usata nelle fasi iniziali della terapia cognitivo-comportamentale per affrontare la resistenza e l’ambivalenza e rafforzare la motivazione al cambiamento, concordando con il paziente gli obiettivi da raggiungere. Consta di quattro sessioni pianificate e individualizzate. Le prime due sono basate su quanto emerso in fase di assessment, sui progetti del paziente e sul suo livello di motivazione al cambiamento. Le ultime due sono utilizzate dal terapeuta per rafforzare i progressi e per fornire una prospettiva realistica sul processo di cambiamento. Altra risorsa d’intervento è l’utilizzo del gruppo, esso rappresenta nella tradizione clinica delle dipendenze patologiche, un prezioso strumento terapeutico: favorisce potenti meccanismi trasformativi attraverso la nascita di legami identificativi, lo sviluppo di relazioni transferali fra pari e la creazione di una cultura comune: esso è un’esperienza evolutiva per i suoi membri. Yalom individua nel gruppo alcune caratteristiche: Universalità, Informazioni, Infusione della speranza, Cambiamento del copione familiare, Altruismo, Sviluppo di tecniche di socializzazione, Comportamento imitativo, Apprendimento interpersonale, Coesione del gruppo, Catarsi. Il gruppo diviene anche luogo in cui suggellare l’alleanza terapeutica con il Servizio, con evidenti ricadute positive in termini di efficacia dell’intervento. La terapia cognitivo-comportamentale si basa essenzialmente sull’assunto secondo cui molti disturbi psichici sono dovuti alle particolari e complesse relazioni esistenti tra pensieri, emozioni e comportamenti.

Distorsioni e schemi cognitivi nel Gioco d’Azzardo Patologico (GDA)

Secondo questo modello non è la situazione che fa sentire bene o a disagio un individuo (cioè che provoca una determinata emozione), ma ciò che egli pensa dell’evento stesso (il significato che ha quell’evento per quella persona, come lo interpreta). Il significato attribuito ad un evento e i pensieri legati a questo che spesso sopraggiungono in modo automatico, sono influenzati però da convinzioni più profonde relative al funzionamento del mondo e al rapporto dell’individuo con esso. In altre parole, i pensieri (automatici e irrazionali), relativi ad un evento o ad una situazione, sono influenzati dagli “schemi cognitivi”, stili di pensiero con cui ci si rappresenta la realtà. Secondo l’approccio cognitivo-comportamentale, la caratteristica centrale e ricorrente dei giocatori con Gioco d’Azzardo Patologico è rappresentata dalle distorsioni cognitive riguardanti il gioco d’azzardo, in particolare da un’erronea percezione del concetto di casualità. Si può infatti osservare come nella maggior parte dei giocatori con Gioco d’Azzardo Patologico siano presenti delle convinzioni erronee soprattutto riguardo alle possibilità di vincita o di perdita. Molti giocatori, ad esempio, credono di poter controllare le loro vincite o di poter prevedere gli esiti del gioco. Non è infrequente riscontrare tra di essi idee come quella che perdere molto aumenta le probabilità di vincite future o che vincere molto indica la possibilità di altre vincite future.

Questo insieme di idee erronee rappresenta le più comuni distorsioni cognitive. Tuttavia, è stato sperimentato come il livello di distorsioni cognitive, in buona parte responsabile dell’avvio e del mantenimento del disturbo, possa essere ridotto dal trattamento cognitivo-comportamentale. È stato anche rilevato come la presenza di distorsioni cognitive sia correlata ad un elevato grado di impulsività; questo potrebbe essere uno dei fattori responsabili della persistenza delle distorsioni cognitive in presenza di elementi di realtà più che evidenti, come il continuare a perdere denaro e accumulare problemi, poiché non concederebbe al soggetto il tempo necessario per riflettere o stimare/anticipare le conseguenze delle decisioni. Il fattore impulsività risulta essere correlato ad un pensiero del tipo “tutto o nulla” (distorsione cognitiva) o ad una eccessiva personalizzazione delle esperienze negative, di conseguenza uno stile impulsivo, nella presa di decisioni, può accentuare la tendenza a considerare come adeguate alcune credenze erronee rispetto ad altre più razionali. Quando il giocatore sperimenta l’esperienza della perdita in seguito ad una previsione di vincita, si crea in breve tempo una dissonanza cognitiva, una sostanziale distanza tra ciò che si crede e la realtà dei fatti, che evidenzia come la probabilità di vincere al gioco d’azzardo sia del tutto casuale e quindi indipendente dalle convinzioni del giocatore. È a questo punto che il giocatore inizia a sviluppare varie strategie conseguenti alle sue specifiche distorsioni cognitive ritenendo così di poter aumentare la probabilità di vincita. Queste false credenze, secondo cui egli si sente in grado di controllare eventi che in realtà sono determinati dal caso, sono responsabili in larga misura del mantenimento del Disturbo da Gioco d’Azzardo. Le distorsioni cognitive fanno sì che i giocatori formulino una errata valutazione dei risultati del gioco, la cui conseguenza sarà quella di credere che nel tempo i risultati saranno in qualche modo pareggiati. La terapia CBT si propone dunque come obiettivo primario quello di mettere in discussione queste credenze erronee allo scopo di indurre il giocatore a modificare il comportamento. Ladouceur, Sylvan e Boutin (Ladouceur e coll. 2000) hanno proposto un protocollo che individua un percorso di ristrutturazione cognitiva, costituito da:

  • Acquisizione e comprensione della nozione di “caso” attraverso la psicoeducazione (ogni puntata è indipendente dall’altra, non può esistere alcuna strategia di controllo dei risultati in un gioco d’azzardo, è impossibile controllare il caso); per raggiungere questi obiettivi ci si avvale anche di dimostrazioni pratiche, ad esempio usando i dadi.
  • Identificazione delle credenze erronee: attraverso l’Analisi Funzionale, che consiste nell’applicazione del modello ABC per l’individuazione delle distorsioni cognitive e/o dei pensieri disfunzionali che inducono stati d’animo, il terapeuta lavora per individuare le credenze erronee e correggere l’errore relativo al principio dell’indipendenza degli eventi, evidenziando che l’illusione del controllo è un potente fattore di mantenimento del Disturbo da Gioco d’Azzardo.
  • Addestramento alle verbalizzazioni adeguate dei pensieri irrazionali (esprimere ad alta voce tutti i pensieri che attraversano la mente durante una sequenza di gioco): dopo aver identificato le convinzioni irrazionali e disfunzionali (distorsioni cognitive) il terapeuta descrive e dimostra la differenza tra le verbalizzazioni adeguate e quelle non adeguate
  • Addestramento alla correzione cognitiva delle verbalizzazioni inadeguate e disfunzionali talvolta anche con l’ausilio della registrazione sonora, da far riascoltare al paziente. L’impostazione cognitivo-comportamentale integra le tecniche comportamentali, di sviluppo delle abilità sociali, di produzione di gratificazioni alternative e più funzionali e quelle di coping ed esplora e individua i meccanismi di rinforzo positivo o negativo. Il percorso terapeutico permette di far individuare al giocatore i vantaggi e gli svantaggi nel continuare a giocare: il paziente tenderà nella maggior parte dei casi, se consapevole dell’esistenza di un vero e proprio disturbo e se motivato a superarlo, ad individuare rapidamente gli svantaggi del continuare a giocare.

Il terapeuta ha il compito di sostenerlo nella individuazione e nella comprensione dei possibili vantaggi, come ad esempio fuggire da una situazione di stress e preoccupazioni e procurarsi quindi uno stato di sollievo (auto-medicazione) o procurarsi un momento di piacevole eccitazione all’idea di risolvere tutti i suoi problemi economici. Il giocare d’azzardo può servire, al pari delle sostanze chimiche, a modificare gli stati emotivi, funge da “stabilizzatore dell’umore”. Si è ipotizzato che alcune persone abbiano una scarsa capacità sia nella identificazione delle emozioni sia nella loro gestione, in particolare con la tendenza a non esprimere lo stato emotivo e una scarsa capacità nella ridefinizione del significato dell’evento attivatore dell’emozione negativa (reappraisal). Per questo tipo di giocatori il comportamento di gioco d’azzardo rappresenta un efficace regolatore delle emozioni, ed è forse anche per tale ragione che esso ben presto diventa la modalità elettiva per la ricerca dell’equilibrio emotivo, fino allo sviluppo della dipendenza. Una caratteristica dei soggetti con Gioco d’Azzardo Patologico è, oltre alle scarse capacità di gestione delle emozioni e alla difficoltà di controllo degli impulsi, quella di non saper affrontare adeguatamente le situazioni avverse in grado di provocare stati d’animo negativi come ansia, tensione emotiva, depressione, noia, frustrazione, ecc. Per tale ragione è importante intervenire, nel corso del trattamento psicoterapico sullo sviluppo delle abilità di coping. L’intervento CBT comprende a tal proposito specifici Training: Problem Solving, per insegnare ai pazienti a fronteggiare i problemi, le avversità, le situazioni difficili sia nel quotidiano che per quanto riguarda i problemi legati al Gioco d’Azzardo; Decision Making e Social Skills Training, per lo sviluppo delle abilità sociali, sia per prendere delle decisioni più funzionali ed adeguate alla realtà, sia per sostenere il paziente nell’uscita dallo stato di isolamento, instauratosi a causa della pervasività del gioco d’azzardo, e ristabilire o creare relazioni adeguate con gli altri; Prevenzione delle Ricadute, per addestrare il paziente ad affrontare in modo adeguato, attraverso le tecniche acquisite durante il percorso di psicoterapia, eventuali situazioni rischiose e conseguenti ricadute nel comportamento di gioco d’azzardo. Ciò può avvenire con relativa facilità perché in quel momento, confrontandosi con il terapeuta e lontano dai triggers, egli è lucido e del tutto ragionevole. Prendere coscienza di cosa comporta la rinuncia al gioco d’azzardo, al di là delle buone e ragionevoli intenzioni, è molto importante e utile perché può potenzialmente indurre nel paziente una attivazione verso alcuni cambiamenti del proprio modo di vivere, fino a quel momento condizionato dalla assoluta centralità del gioco d’azzardo. Togliendo o riducendo il gioco d’azzardo, il paziente può riscoprire piaceri dimenticati, interessi mai avuti, e soprattutto può sperimentare benessere e sollievo senza ricorrere necessariamente al gioco. Il terapeuta aiuta il paziente a fare una lista delle situazioni a rischio, momenti in grado di stimolare nel paziente il desiderio di giocare, come: luoghi, persone, pubblicità o particolari stati d’animo e attraverso la tecnica dell’Analisi Funzionale si individuano quei pensieri irrazionali che, innescati dalle situazioni a rischio, costituiranno delle “autorizzazioni” al comportamento di gioco, ossia la scelta di giocare. Il riconoscimento e la consapevolezza di questi pensieri come attivatori della scelta di giocare possono consentire al paziente una decisione più consapevole e meno automatica, il che si può tradurre operativamente in una minore probabilità di comportamento di gioco d’azzardo. L’esplorazione sia delle modalità di gioco, comprese tutte le azioni che il paziente fa per riuscire a giocare, sia degli errori di pensiero, facendo descrivere nei dettagli una intera sessione di gioco, sarà importante, perché darà spiegazioni e informazioni riguardanti i meccanismi cognitivi delle credenze irrazionali e il loro effetto sul comportamento di gioco, delle idee erronee presenti nel paziente, e della loro funzione di rinforzo sul gioco d’azzardo. Nella Prevenzione delle Ricadute il paziente si sperimenta nella condotta d’astinenza avendo acquisito le capacità di riconoscere e modificare i pensieri erronei e di identificare le situazioni a rischio, oltre agli stati emotivi potenzialmente in grado di innescare il craving. Il poter fronteggiare il craving, e sperimentare la propria autoefficacia e il conseguente rafforzamento dell’autostima e della self efficacy possono rendere meno probabile il ritorno al gioco d’azzardo.

Trattare il Gioco d’Azzardo Patologico con l’EMDR

L’Eye movement desensitization/reprocessing (EMDR) si è rivelata una tecnica utile nella prevenzione delle ricadute soprattutto nelle persone in cui si ipotizza l’esistenza di una significativa correlazione tra il disturbo da dipendenza e i vissuti traumatici di vario genere sperimentati durante l’infanzia. Si ipotizza che probabilmente in questi soggetti si sia sviluppata la dipendenza come una strategia difensiva e di fuga dallo stress prodotto dal trauma. L’EMDR permette l’individuazione di ricordi o di immagini legati all’avvio del disturbo, scopo della tecnica è quello di riprocessarli, attraverso il meccanismo della desensibilizzazione sistematica. Il riprocessamento prevede la “stimolazione bilaterale”; Shapiro ha evidenziato come i movimenti oculari possano attenuare la carica emotiva disfunzionale dei ricordi disturbanti collegati al trauma aiutando i soggetti con Gioco d’Azzardo Patologico a mantenere nella memoria le loro esperienze traumatiche riprocessandole in una maniera meno disturbante, così da attenuare il craving e rendere meno necessario il ricorso al Gioco d’Azzardo.

Trattare il Gioco d’Azzardo Patologico con la Mindfulness

Altra strategia d’intervento che si è dimostrata efficace è la Mindfulness. Essa viene pensata come un’abilità di coping affettivo poiché aiuta i pazienti a mantenere la distanza dalle loro cognizioni ed emozioni, tramite due processi chiamati decentramento (Hofmann, 2012) e distanziamento (Hayes 2012). I pazienti imparano a vivere nel qui ed ora e che le loro cognizioni ed emozioni sono solo eventi mentali, piuttosto che fatti. I pazienti apprendono anche che ciascun momento è unico e che l’angoscia emotiva provata in un dato momento non implica necessariamente angoscia emotiva in momenti successivi. Le persone vengono incoraggiate ad affrontare i propri pensieri; Jon Kabat-Zinn (Jon Kabat-Zinn)1990 definisce questo come “porre attenzione in un modo particolare” a sé stessi: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante. Nel 1979 il dr. J. Kabat- Zinn ideò e strutturò la Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) per poter somministrare una terapia ai malati cronici; questa tecnica risulta d’aiuto ai pazienti affetti da dolore cronico, nello specifico nel ridurre i pensieri e i comportamenti di rimuginazione e di distrazione. Obiettivo della terapia è quello di defondersi dai propri pensieri dolorosi ampliando e sviluppando il Sé Osservante per porsi in una posizione di differente prospettiva, iniziando un percorso verso l’accettazione del dolore, passo importante per poter vivere una vita che si incammina verso i propri valori: come un impegno quotidiano. Bowen (Bowen e coll. 2012) ha introdotto la Mindfulness nel trattamento delle dipendenze, realizzando un programma di prevenzione della ricaduta denominato MBRP – Mindfulness Based Relapse Prevention. Condivide come obiettivo di modificare il rapporto che l’individuo ha con sé stesso, osservandosi senza giudicarsi, riconoscendo i propri processi cognitivi- affettivi che lo inducono a comportarsi in maniera disfunzionale; alimentando a sviluppare la capacità di mentalizzare i propri stati affettivi, senza regolarli attraverso la ricerca del gioco. L’atteggiamento non giudicante facilita anche la riduzione dei sentimenti di colpa e di fallimento durante il periodo della ricaduta. La pratica della mindfulness facilita la diminuzione della “ruminazione mentale” e incrementa la capacità di accettazione, favorisce l’interruzione dei triggers che contribuiscono alla messa in atto del comportamento disfunzionale. Bowen e alt. (Bowen, Chawla e Marlatt 2010) hanno notato che, adoperando la mindfulness con i pazienti che usano il gioco come modulatore delle emozioni e come strategia disfunzionale di adattamento alla realtà, essi potevano approdare ad una esperienza consapevole delle proprie emozioni, di non attribuire un significato di verità ai pensieri, di affrontare la realtà senza aspettative, accettando quando succedeva senza giudicarsi. Inoltre, studi evidence -based hanno dimostrato come la mindfulness abbia influenza sui processi neuronali legati all’esperienza di craving e sui processi neuroadattativi associati all’addiction: i processi automatici bottom-up  di risposta allo stress e alla reattività emozionale, la spinta alla ricerca dello stimolo vengono ad essere ridotti; di contro si incrementerebbero i processi top-down quali quelli della regolazione attentiva e delle emozioni, il controllo cognitivo, la motivazione e il decision making (Witkiewitz, Bowen, Douglas et alt.2003). MBRP è un protocollo Mindfulness specifico per la prevenzione delle ricadute delle dipendenze da sostanze e comportamentali (Witkiewitz et al. 2005). Agisce su: Stress, Emozioni negative, Comportamento patologico di ricerca di piacere derivante dall’utilizzo di Internet. Il protocollo MBRP serve per far comprendere al soggetto gli schemi che lo legano alla dipendenza, offre così la possibilità di uscire da questi e allontanarsi dai comportamenti patologici, inoltre risulta utile per prevenire le ricadute; poiché la ricaduta, di solito viene vissuta come una sconfitta e un fallimento. La persona apprenderà attraverso gli incontri di mindfulness che fallire significa “ho fallito”, ma “posso farcela”.  Il protocollo Mindfulness Based Relapse Prevention si divide in otto incontri a cadenza settimanale, ognuno con una durata di due ore circa. Gli argomenti degli incontri saranno:

  • Pilota automatico e ricaduta. L’obiettivo sarà quello di far comprendere alla persona che agisce il comportamento disfunzionale senza consapevolezza. L’automatismo porta a compiere una serie di azioni senza il giocatore se ne renda conto. Questo è uno dei primi meccanismi responsabili che lo portano alla ricerca di gratificazione attraverso un comportamento disfunzionale come l’utilizzo incontrollato e patologico del gioco.
  • Consapevolezza degli eventi che innescano la dipendenza da gioco d’azzardo. L’obiettivo sarà quello di aumentare la consapevolezza degli eventi scatenanti (triggers) la dipendenza. Comprendere quali esperienze di vita innescano pensieri, emozioni e comportamenti disfunzionali.
  • La Mindfulness nella vita quotidiana; la Mindfulness può aiutare a disinnescare il pilota automatico, scopo sarà quello di portare la consapevolezza nella vita di tutti i giorni.
  • La Mindfulness nei comportamenti ad alto rischio È un passaggio fondamentale del programma MBRP. L’obiettivo sarà quello di insegnare al soggetto come utilizzare la Mindfulness nelle azioni potenzialmente rischiose, quelle che solitamente attivano il processo di addiction.
  • Accettazione e comportamento efficace: il mantra sarà: “Presta attenzione al presente”. La persona apprenderà che non si possono, a volte, controllare alcune emozioni quali ansia, rabbia e tristezza. Apprenderà quindi che bisogna accettare questi momenti, adottando così un’azione più efficace.
  • Vedere i pensieri come pensieri. L’obiettivo sarà quello di comprendere che i pensieri non sono realtà assolute, essi non sono fatti bensì sono solo delle supposizioni, degli schemi mentali, si è liberi di credere oppure no ad essi. Assieme al paziente si analizzano quali pensieri si attivano nel momento in cui si utilizza il gioco in modo incontrollato.
  • Cura di sé stessi e stile di vita equilibrato. In questa sessione, si esaminerà lo stile di vita attuale del soggetto, per comprendere cosa può essere dannoso e ad alto rischio. L’obiettivo sarà quello di costruire un piano d’azione mirato alla cura del proprio corpo e della propria mente.
  • Supporto sociale e pratica continua. In questo incontro verranno discusse nuovamente le pratiche precedenti, per comprendere, una volta terminato il programma MBRP, che sarà fondamentale attuare una pratica continua di mindfulness. Si discuterà con il paziente dell’importanza della rete di supporto sociale.

Pornografia: i ruoli, le norme di genere e la prevalenza della violenza delle relazioni

L’industria della pornografia è cresciuta a dismisura negli ultimi vent’anni. Grazie anche ad internet e alla crescente normalizzazione all’interno della nostra società, gli utenti possono accedere ad una serie infinita di contenuti sessualmente espliciti in qualsiasi momento e ovunque vogliano (Price et al., 2016).

 

Inoltre, il numero di utenti raggiunti cresce di anno in anno; il sito pornhub.com ha dichiarato che “nel 2019 ci sono state oltre 42 miliardi di visite su Pornhub, il che implica una media di 115 milioni di visite al giorno” (Pornhub.com, 2019).

Nonostante la crescita e la normalizzazione dell’industria pornografica sottintenda aspetti positivi per la nostra società, essa comporta anche conseguenze negative per quanto riguarda i ruoli, le norme di genere e la prevalenza della violenza delle relazioni.

La violenza nella pornografia

Lo studio di Stepanko (2022) ha esaminato la letteratura disponibile sugli effetti che la pornografia ha sulle norme di genere e sulla prevalenza della violenza nelle relazioni intime, supportando l’idea che la pornografia, insieme ad altri fattori, abbia la capacità di influenzare negativamente i ruoli e le norme di genere e di condonare la violenza contro le donne, normalizzandola per molti dei suoi spettatori.

Ciò non stupisce dato che la pornografia attuale raffigura molte sfaccettature della mascolinità tossica e della violenza, dove le donne sono costantemente oggettivizzate sessualmente e sono più che spesso vittime di aggressioni verbali e fisiche (Mikorski & Szymanski, 2017). Un’analisi di Brem e colleghi (2018) ha dimostrato che nei video pornografici mainstream, l’88% delle scene ritraeva violenza fisica e il 48% ritraeva aggressioni verbali. Questa violenza e aggressione era diretta per il 94% delle volte verso le donne (Brem et. al.,2018).

Se consideriamo, inoltre, che gli utenti dei siti pornografici tendono ad essere sempre più giovani (Stepanko, 2022), le statistiche precedenti risultano particolarmente preoccupanti dato che l’esposizione a questi comportamenti e ideologie può avere un impatto sulle opinioni, le credenze e la comprensione dei ruoli di genere da parte degli spettatori.

Per spiegare questi comportamenti di violenza viene spesso utilizzata la teoria del copione, che suggerisce che più un individuo è esposto ad un particolare stile di vita, comportamento o ideologia, più è probabile che l’individuo li normalizzi e li eserciti nella propria vita. Pertanto, nel contesto della pornografia, se un individuo visualizza costantemente media pornografici violenti o aggressivi, è più probabile che agisca in base a questi copioni nelle proprie relazioni di coppia e sessuali (Rostad et. al.,2019).

A conferma della teoria del copione, molti studi hanno riscontrato correlazioni positive tra l’esposizione alla pornografia violenta e una maggiore tendenza alla violenza sulle donne, oltre a detenere credenze a favore della violenza contro le donne (Mikorski & Szymanski, 2017). In particolare, in riferimento alla teoria del copione, è stata confermata anche la relazione tra visione di pornografia violenta e aggressioni/violenza negli appuntamenti romantici tra adolescenti (CIT).

Effetti della pornografia violenta sugli adolescenti

Sebbene la mascolinità egemonica sia riscontrabile in vari aspetti della nostra società e sia costantemente rafforzata attraverso film, programmi televisivi, musica, pubblicità e riviste, i ruoli di genere visualizzati all’interno di una grande quantità di video e immagini pornografiche aggiungono un altro livello, più profondo, di mascolinità tossica attraverso l’aggressione sessuale e la subordinazione delle donne. Questo risulta essere un problema per tutta la popolazione, ma per gli adolescenti è un problema maggiormente significativo data l’impressionabilità e la mancanza di conoscenza che hanno sul comportamento sessuale appropriato e sui ruoli di genere.

Oltre all’uso della violenza, la pornografia crea un’idea irrealistica delle relazioni sessuali e degli standard corporei. I risultati ci mostrano, ad esempio, che coloro che hanno sviluppato un consumo malsano di pornografia spesso hanno difficoltà ad eccitarsi con rapporti sessuali genuini (Medical News Today, 2021). Inoltre, le donne che guardano la pornografia sessualmente oggettivante possono paragonare il loro aspetto fisico e le loro capacità sessuali alle protagoniste dei video o delle immagini, nonostante mostrino standard irrealistici di bellezza e fantasie sessuali (Wright et. al., 2016). Vengono a mancare inoltre esempi positivi sulle relazioni consensuali e di piacere realistiche tra le parti: “… la pornografia mainstream presenta tipicamente le donne come oggetti di scena per il piacere sessuale maschile: ricevendo sesso vaginale e anale, fornendo sesso orale agli uomini, e come partecipanti a (o vittime di) “doppia penetrazione” e stupri di gruppo” (Mikorski & Szymanski, 2017; p.259 Jensen, 2007).

Per cui, gli adolescenti, che si affidano alla pornografia come modello per l’educazione ai ruoli e ai comportamenti sessuali (Rostad et al., 2019), vedendo questi video violenti potrebbero iniziare a concepire le donne come oggetti sessuali e tentare di ricreare il contenuto del video con i propri partner, giungendo così alla violenza nella relazione (Mikorski & Szymanski, 2016, p.259).

Collettivamente, i dati mostrano che l’esposizione alla pornografia violenta porta i consumatori a interiorizzare ideologie maschili più tossiche, che in alcune circostanze possono portare alla violenza. Anche se c’è bisogno di ulteriori ricerche per meglio comprendere gli effetti che la pornografia ha sui ruoli di genere nella società e per accertare la relazione tra pornografia violenta e violenza nelle relazioni intime, alcuni autori sostengono l’esistenza di prove sufficienti per considerare questa questione come problematica e bisognosa di risoluzione.

Con l’escalation dei tassi di consumo di pornografia nella nostra società e gli utenti che diventano sempre più giovani, non è realistico aspettarsi che gli adolescenti non esplorino la pornografia, specialmente con la facile accessibilità; fornire un’educazione sulla navigazione della pornografia attraverso una lente critica potrebbe potenzialmente portare a ridurre la violenza negli appuntamenti degli adolescenti, le aspettative irrealistiche e una problematica ideologia dei ruoli di genere.

 

L’ipotesi del cervello matematico. Non soltanto lettori, ma anche matematici per natura

Esiste davvero una zona del cervello deputata, in maniera specifica, al riconoscimento delle quantità analogiche? Esiste davvero una capacità semantica innata, atta a distinguere quantità numeriche differenti, pur non avendo alcuna familiarità con la conoscenza numerica? Esiste davvero un “cervello matematico”?

 

In ambito neuropsicologico si è di spesso fatto riferimento alla capacità innata – tipica del genere umano- di apprendere la lingua parlata, intesa come la capacità di interpretare elementi di un codice linguistico da utilizzare nel contesto sociale. La teoria innatista del linguaggio (Chomsky, 1969) costituisce la testimonianza più consolidata di questa ipotesi. Al contempo si è costruita l’ipotesi circa l’esistenza di un instinct reading, una capacità non appresa grazie alla quale i soggetti sarebbero in grado di decodificare un contenuto linguistico in maniera quasi istintiva, senza necessità di apprendimento approfondito. Tutto ciò ha lasciato ipotizzare che esistano delle zone cerebrali direttamente coinvolte nell’espressione linguistica innata e nella sua trasmissione genetica. Recenti studi neuropsicologici hanno cercato di estendere questa capacità anche in ambito matematico, sostenendo come, analogamente a quanto avviene per la lettura e la lingua parlata, anche le strategie di calcolo possano costituire una competenza non appresa, ed occupare zone cerebrali funzionalmente destinate al loro utilizzo e al loro sviluppo. In poche parole si è ipotizzata la presenza di un “cervello matematico” innato.

La teoria piagetiana e i nuovi studi sulla competenza matematica dei bambini

Piaget (1964) afferma che la conoscenza dei numeri viene acquisita intorno ai 6/7 anni, nel periodo c.d. preoperatorio, e che in precedenza non sia possibile riscontrare alcuna competenza di memorizzazione, comprensione e riproduzione numerica.

Studi più recenti hanno ravvisato la possibile erroneità di tale assunto, rilevando che la presenza della consapevolezza numerica, e dunque dell’intelligenza matematica, sia in realtà molto antecedente alla soglia evolutiva sostenuta da Piaget.

Wynn (1992) ha dimostrato come già nei bambini di pochi mesi sia presente una sorta di istinto matematico che si esplicita con attenzione selettiva e sostenuta verso insiemi numerici più o meno numerosi. Un istinto innato, e dunque non appreso, che testimonia come la presenza di un cervello matematico in grado di far percepire le differenze quantitative potrebbe addirittura precedere l’acquisizione formale di competenze numeriche.

Gli esperimenti svolti con il metodo dell’abituazione e della preferenza sono fondati sul presupposto che i bambini osservino più a lungo stimoli nuovi, e che questo tempo di fissazione sia destinato a comprimersi man mano che lo stimolo perde il proprio connotato di novità, divenendo familiare.

Per consolidare l’ipotesi dell’esistenza di una conoscenza matematica non appresa, e quindi di una sorta di istinto numerico innato, si è ricorsi all’utilizzo dei due metodi indicati, applicandoli in esperimenti di osservazione strutturata.

In particolare alcuni bambini di 6 mesi sono stati posti di fronte ad un cartoncino- che vedevano per la prima volta- sul quale apparivano disegnati due pallini, l’uno accanto all’altro. I piccoli hanno osservato il cartoncino per un certo lasso di tempo, distogliendo lo sguardo solo quando è stato loro presentato un ulteriore cartoncino sul quale erano stati raffigurati tre pallini. Dunque un numero superiore rispetto al precedente.

Il tempo di fissazione maggiore che i bambini hanno dedicato al cartoncino contenente tre pallini dimostra un’avvenuta differenziazione tra grandezze, per quanto rudimentale e limitata ad un livello meramente percettivo, non cognitivo né semantico.

Tale competenza istintiva del riconoscimento numerico, con ulteriori esperimenti, è stata confermata in neonati da 1 a 12 giorni di vita (Antell e Keating, 1983).

Gli esperimenti sulla percezione della numerosità

Sembra di poter connotare di una matrice innata anche il concetto di percezione della numerosità.

Nel 1992 Wynn ha sottoposto un gruppo di bambini di 5 mesi ad un esperimento condotto col metodo di violazione dell’aspettativa, che presuppone un maggior tempo di osservazione dello stimolo presentato nel caso in cui quest’ultimo assuma una conformazione diversa rispetto a quella normalmente attesa.

Nello specifico, per la durata di alcuni minuti, ai bambini è stato mostrato un pupazzo che è poi stato collocato al di là di un pannello, in modo da non essere più visibile. Subito dopo ai bambini è stato mostrato un nuovo pupazzo, per lo stesso lasso di tempo, al termine del quale anch’esso è stato nascosto al di là del pannello. A questo punto gli sperimentatori hanno cominciato ad estrarre i pupazzi dal pannello, presentandone alternativamente due o uno soltanto. Nei casi di aspettativa numerica non violata i pupazzi presentati erano due, mentre nel caso di violazione dell’aspettativa veniva presentato un pupazzo soltanto. Sorprendentemente è risultata quest’ultima la condizione in cui i bambini hanno mostrato un tempo di fissazione maggiore. Evidentemente essi si aspettavano di veder uscire dal pannello tutti e due pupazzi che vi erano stati nascosti, e quando ciò non avveniva il loro livello attentivo risultava maggiore, così come i tempo di fissazione dello stimolo.

È dunque fondato ritenere che i bambini avessero maturato un’aspettativa numerica additiva o sottrattiva, mantenendo al contempo una rappresentazione dettagliata degli oggetti dietro il pannello anche quando questi scomparivano. Ma si tratta di bambini di 5 mesi, e questo contraddice clamorosamente quanto ipotizzato da Piaget.

L’ipotesi del cervello matematico

Dunque esiste davvero una zona del cervello deputata, in maniera specifica, al riconoscimento delle quantità analogiche? Esiste davvero una capacità semantica innata, atta a distinguere quantità numeriche differenti, pur non avendo alcuna familiarità con la conoscenza numerica? Sembra di poter rispondere affermativamente: studi di neuorimaging l’hanno identificata con il solco intraparietale, mentre il giro angolare sinistro è deputato alle competenze lessicali, di transcodifica verbale e di denominazione dei numeri, la parte posteriore del lobulo parietale superiore si occupa della matematica interna ai numeri, ovvero degli aspetti sintattici, di scrittura e di incolonnamento degli stessi, mentre la corteccia frontale consente le operazioni di conteggio mentale e scritto (Amalric, Denghien, Dehaene, 2018). Ogni dominio, ben distinto e strutturato, ha una competenze specifica che, integrandosi funzionalmente con quelle degli altri, favorisce il completarsi del processo di apprendimento aritmetico.

Non è tutto. Sembra che si possa assumere l’esistenza di una linea immaginaria dei numeri, una sorta di immagine visuospaziale che consente la rappresentazione di una disposizione numerica lineare, in senso crescente, orientata da sinistra a destra (Dehane, 1993).

Si può dunque ipotizzare l’esistenza di un cervello matematico innato, dato anche come gli studi scientifici depongono per l’esistenza di aree cerebrali deputate alla competenza del numero diverse da quelle interessate all’area lessicale. Questo significa che, esattamente come esiste un instinct reading, identificato nella capacità innata di utilizzare visivamente e fonologicamente i dati utili al processo di lettura, esiste anche una competenza matematica innata, grazie alla quale siamo naturalmente predisposti all’utilizzo e all’apprendimento dell’aritmetica.

D’altro canto non risulta così difficile credere che un istinto di riconoscimento per i numeri e le quantità semantiche  – il c.d. “subitizing”- (Kaufman, 1949) abbia potuto rivestire, nel corso della storia evolutiva della specie, una fattore protettivo indispensabile per la sopravvivenza, in quanto permetteva di discriminare la quantità di cibi da accaparrarsi, dei predatori da cui difendersi e simili.

Tali competenze numeriche innate, definite come fattori di selezione della specie, si ritroverebbero anche in alcune specie animali, a testimonianza di come una elementare e rudimentale competenza numerica sia frutto di una dote istintuale non suscettibile di apprendimento, ma naturalmente inserita nel patrimonio filogenetico dell’essere vivente.

La teoria piagetiana potrebbe dunque dover cedere terreno all’ipotesi del mathematical brain (Butterworth, 1999), che attribuisce all’essere umano doti matematiche innate, perché collegate a zone cerebrali specificamente deputate alla funzionalità aritmetica.

 

Psicologia dell’Emergenza: dai disastri naturali al Covid-19

Cosa succede nel momento in cui, su scala globale, l’evento emergenziale riguarda tutta la popolazione, inclusi coloro che si occupano degli interventi di Psicologia dell’Emergenza?

 

Cos’è la Psicologia dell’Emergenza?

La Psicologia dell’Emergenza è un particolare ambito della disciplina psicologica che opera attraverso azioni sul campo e attività di ricerca, nel campo dell’emergenza/urgenza che si sviluppa a seguito di eventi traumatici, disastri, calamità naturali e, più in generale, eventi critici ed improvvisi, che interessano non solo il singolo individuo, ma anche la più ampia collettività e comunità (Sbattella, 2009).

Questi eventi critici improvvisi, che possiamo riconoscere in alcuni esempi come terremoti, incidenti stradali, rapine sul posto di lavoro, hanno un impatto sul benessere psicologico e fisico degli individui coinvolti, rendendo dunque necessario un intervento di sostegno psicologico al fine di prevenire ricadute più gravi delle immediate reazioni di shock, stress, paura e la cronicizzazione del trauma che potrebbe evolvere in un vero e proprio disturbo da stress post traumatico (Sbattella e Tettamanzi, 2012).

La Psicologia dell’Emergenza si occupa dunque di quegli eventi che si pongono al di fuori dell’ordinario e dei processi psichici che ne conseguono (Sbattella, 2009), considerando in una visione complessa non solo il singolo individuo, ma anche la più ampia collettività comunitaria che partecipa e vive l’evento percepito come minaccioso, pericoloso, improvviso e imprevedibile. E questo avviene attraverso tre distinti momenti: il prima, attraverso la prevenzione; il durante, attraverso i processi di primo soccorso psicologico, mentalizzazione, empowerment; il dopo, con la riparazione, la risignificazione degli eventi e la loro rielaborazione storica e narrativa (Sbattella, 2009).

In particolare sono due gli interventi più rilevanti all’interno del primo soccorso psicologico che permettono al cittadino, vittima dell’evento traumatico, di elaborare e mentalizzare l’esperienza vissuta in forma narrativa e storiografica: il defusing e il debriefing.

Il defusing è un intervento di breve durata, massimo quaranta minuti, che si svolge in piccoli gruppi. È una tecnica definita “a caldo” poiché viene utilizzata subito dopo l’evento, permettendo una prima elaborazione narrativa comune di pensieri e di emozioni, in quanto tiene conto delle diverse prospettive dei partecipanti (Trabucco e Buonocore, 2007).

Il debriefing invece è un intervento più strutturato, “a freddo”, che viene effettuato dalle 24 alle 76 ore dopo l’evento traumatico e ogni incontro dura circa tre ore, per un totale di circa dodici settimane. Anche il debriefing si svolge in piccoli gruppi e permette ai partecipanti di comprendere e normalizzare il proprio vissuto e la propria esperienza, riducendone l’impatto emotivo e permettendo di identificare i soggetti a rischio di ricadute più gravi (Trabucco e Buonocore, 2007).

Dai disastri naturali al Covid-19: l’intervento in emergenza/urgenza

Nell’immaginario collettivo dunque lo Psicologo dell’Emergenza è lo psicologo soccorritore umanitario che, nel momento in cui avviene un disastro collettivo, più tipicamente di origine naturale, come inondazioni o terremoti, interviene per offrire il primo soccorso psicologico alle vittime e alle loro famiglie, accompagnandole nel processo di ricostruzione personale e collettivo delle proprie vite e della comunità più ampia. Un soccorritore esterno, che non ha vissuto direttamente l’evento, ma che facilita quei processi di risignificazione narrativa attraverso le tecniche di defusing e debriefing che possono prevenire il cronicizzarsi dei vissuti traumatici. Cosa succede quindi nel momento in cui, su scala globale, l’evento emergenziale riguarda tutta la popolazione, psicologi compresi?

Durante la pandemia di Covid-19 gli psicologi dell’emergenza hanno ricoperto infatti un duplice ruolo, che forse mai prima d’ora era stato ricoperto con questa estensione: quello di soccorritore, ma anche quello di vittima, acquisendo una dimensione del tutto nuova (Dalvit, et al., 2020). Si sono resi infatti necessari prima di tutto interventi di confronto e sostegno per gli operatori della salute mentale in emergenza (Dalvit, et al., 2020; Conte, et al., 2020) per poi rivoluzionare le classiche modalità di intervento che hanno caratterizzato da sempre l’intervento psicologico in emergenza/urgenza: l’impossibilità di svolgere servizi di primo soccorso psicologico in presenza ha quindi traslato gli interventi andando a costituire da un lato il videodebriefing e dall’altro la creazione di attività basate sulla tecnologia, come ad esempio il telefono, che potessero sostenere la popolazione durante il periodo della quarantena, fornendo servizi di ascolto per i cittadini (Dalvit, et al., 2020).

Partendo dunque da interventi tra e per gli operatori dell’emergenza, che permettessero una narrazione personale e professionale degli eventi della pandemia e creassero una rete di confronto e supporto per gli psicologi coinvolti negli interventi rivolti ai cittadini, si è poi arrivati alla costruzione di un piano di azione che permettesse alla popolazione di accedere a servizi di supporto utilizzando nuovi mezzi di comunicazione. In particolare, i servizi di ascolto psicologico telefonico sono stati bene accolti dagli utenti (Dalvit, et al., 2020).

L’intervento della Psicologia dell’Emergenza è quindi cambiato drasticamente rispetto alle modalità fino ad ora utilizzate, ampliando quelle che possiamo ora riconoscere come nuove prospettive di sostegno psicologico in urgenza/emergenza che tengono conto sia della salute dell’operatore sia del benessere del cittadino.

 

Le famiglie omogenitoriali. Teoria, clinica e ricerca (2021) di Nicola Carone – Recensione

Edito da Raffaello Cortina Editore nella Collana di Psicologia clinica e Psicoterapia diretta da Franco del Corno, il libro Le famiglie omogenitoriali di Nicola Carone – psicologo, psicoterapeuta e docente all’Università di Pavia – rappresenta una review importante della ricerca scientifica nazionale e internazionale ad oggi presente in tema di omogenitorialità.

 

Quando parliamo di famiglia in quale modo la immaginiamo composta? Da quanti genitori e di che genere? Esiste una sola tipologia di famiglia? E cosa fa di una persona un genitore?

Le famiglie omogenitoriali è un volume che racchiude in sé una duplice natura: da un lato la scientificità del testo permette la lettura ad un pubblico focalizzato all’argomento e competente che possa coglierne l’importanza teorica e i risvolti nella pratica della ricerca, dall’altra il volume volge lo sguardo all’aspetto clinico, perciò maggiormente applicativo, delle tematiche, offrendo una chiave di lettura al fine di agire con queste tipologie di famiglie. Il tutto è impreziosito dal taglio empatico che offrono le trascrizioni delle testimonianze di diverse persone intervistate dall’autore stesso durante le sue diverse ricerche.

Suddiviso in quattro capitoli, il volume affronta la questione della (omo)genitorialità intesa in senso ampio sia per le molte aree di indagine che intersecano l’argomento sia perché con il termine non si intenda una solo tipologia di famiglie. Nota di stile per la parentesi sulla parola ‘omogenitoriale’ – che verrà ripresa più avanti all’interno del testo nel sottocapitolo La (ir)rilevanza del legame biologico – che trasmette tutto il significato di quanto il prefisso omo sia apparentemente necessario, ma fondamentalmente accessorio se compreso bene il significato dell’argomento.

Dopo l’egregia prefazione di Roberto Baiocco, che anticipa al lettore la portanza del volume e offre un valore aggiunto, l’introduzione scritta dall’autore offre una panoramica anche a livello numerico della diffusione e della diversità presente quando si parla di famiglie omogenitoriali.

I capitoli totali del libro creano due grandi aree tematiche. La prima è rappresentata dai capitoli 1 e 2 che indagano, offrendo una prospettiva scientifica e minuziosa, cosa significhi il concetto di omogenitorialità e quali caratteristiche e funzioni questo sistema complesso abbia nelle diverse espressioni e contesti. Il secondo capitolo, dedicato maggiormente alla prospettiva psicologica di come il ruolo genitoriale si sviluppi all’interno dell’individuo, nella sua parte finale presenta una digressione sulla comunità LGBTQ+, in particolare l’universo gay e lesbo; il che porta alla seconda aree tematica, la quale indica le implicazioni psicologiche e non del concepimento attraverso la donazione di seme e la surrogazione di maternità (GPA).

Il libro è sicuramente un elemento importante per approcciarsi e iniziare a conoscere l’ampio mondo delle diverse condizioni di omogenitorialità, ma rappresenta anche un occasione per comprende come i legami familiari si creino e si costruiscano non solo tra i membri, in un aspetto interpersonale, ma e soprattutto ad un livello intrapersonale profondo. Il lettore è portato anche a comprendere come la questione familiare non sia solo condizione intima e soggettiva o dualista di coppia, ma presenti inevitabilmente anche un aspetto di dichiarazioni informali e formali e di comunità, che molto spesso la ostacola a causa di discriminazione nei vari contesti, pregiudizi e minacce.

In conclusione, il linguaggio e la modalità di scrittura con cui sono espressi i contenuti lo avvicinano quasi ad un volume accademico; le conoscenze pregresse richieste al lettore sono quelle proprie dell’approccio di ricerca scientifico. La letteratura presente annovera ricerche nazionali e internazionali, il che rende il testo completo e ben strutturato. Il linguaggio tecnico offre la possibilità di usufruire delle informazioni contenute in ambito clinico e di ricerca. Un testo destinato a diventare un riferimento importante per i professionisti che si occupano di genitorialità legata al concetto di orientamento sessuale nelle sue diverse forme.

“Ma tu hai copiato?”: disonestà accademica, personalità e desiderio di realizzarsi

I metodi di prevenzione alla disonestà accademica convenzionali raramente affrontano le differenze nella personalità e nelle motivazioni accademiche degli studenti, che possono essere correlate alla tendenza a imbrogliare.

 

Gli studenti copiano durante gli esami?

‘Mi passi il compito?’, ‘Ma tu hai copiato?’ sono domande che probabilmente scatenano il disagio di molti. Questa è una reazione normale, considerando che la maggior parte delle persone non ama l’idea che qualcuno imbrogli, plagi, menta o sia ingannevole. La frequenza della disonestà accademica riportata nella ricerca fa emergere la natura globale di questo fenomeno. Per esempio, il 57,3% degli studenti universitari in Canada ha permesso a un altro studente di copiare il proprio lavoro (Ternes et al., 2019). Allo stesso modo, il 61% degli studenti in Svezia ha copiato materiale per il lavoro del corso da un libro o altra pubblicazione senza riconoscere la fonte (Trost, 2009). Lavorare insieme su un compito quando dovrebbe essere completato individualmente è stato riferito dal 53% degli studenti di quattro diverse università australiane (Brimble, Stevenson-Clarke, 2005), e copiare dal foglio di qualcuno negli esami almeno una volta è stato fatto dal 36% degli studenti di quattro università tedesche (Patrzek et al., 2014). I sistemi di prevenzione della disonestà accademica esistenti includono l’uso di punizioni e supervisione, informare gli studenti sulle differenze tra azioni accademiche oneste e disoneste, l’adozione di codici d’onore universitari e l’insegnamento su come scrivere documenti e condurre ricerche correttamente (Owens, White, 2013). Anche se questi metodi portano ad una riduzione della disonestà accademica, ottengono solo un impatto limitato sugli atteggiamenti verso l’imbroglio (Roig, Marks, 2006). Le possibili ragioni di queste difficoltà includono il fatto che i metodi di prevenzione convenzionali raramente affrontano le differenze nella personalità e nelle motivazioni accademiche degli studenti, che possono essere correlate alla tendenza a imbrogliare.

Quali tratti di personalità sono legati alla disonestà accademica?

Indagare le relazioni tra personalità, motivazione, autoefficacia e disonestà accademica è stato lo scopo dello studio di Baran e Jonason (2020). Gli autori hanno scelto di focalizzarsi sulla psicopatia, in quanto include la tendenza a essere impulsivi, a impegnarsi nella ricerca di sensazioni e la resistenza allo stress, tutte caratteristiche associate alla disonestà accademica (Ternes et al, 2019).

Nel suddetto studio sono stati coinvolti 390 studenti e residenti polacchi, mediamente ventitreenni.

Gli studenti che hanno compilato i questionari online, provenivano dalle facoltà di scienze sociali, umanistiche, scientifiche e tecnologiche, di legge ed amministrazione e di medicina.

Per valutare la psicopatia è stato utilizzato il TriPM-41(Pilch et al.,2015), ovvero la versione polacca del Triarchic Psychopathy Measure (Patrick et al., 2009). Gli items sono stati sommati per creare tre sottoscale: disinibizione (es. item ‘Mi cimento nelle cose senza pensare’) meschinità (es. item ‘Non provo troppa simpatia per le persone’) ed audacia (es item. ‘Sono nato/a leader’).

Il raggiungimento degli obiettivi è stato valutato con la versione polacca del Achievement Goals Questionnaire-Revised (Elliot & Murayama, 2008), un questionario composto da items simili a ‘Il mio obiettivo è essere più performante rispetto agli altri studenti’. Gli items di questa scala sono stati sommati per calcolare gli indici di padronanza e di performance legati al raggiungimento degli obiettivi. Per misurare i livelli di autorealizzazione è stata utilizzata la traduzione polacca della New General Self-Efficacy Scale (Chen et al.,2001) (es. item ‘Anche quando ciò che devo fare risulta difficile, riesco ad essere performante’), mentre per misurare i livelli di disonestà accademica è stata utilizzata la Academic Dishonesty Scale (Sanecka & Baran, 2015), un questionario composto da 16 esempi di comportamenti accademicamente scorretti (es. ‘Usare i bigliettini’, ‘Falsificare la bibliografia’). Per quanto riguarda l’ultima scala citata, i partecipanti dovevano assegnare un punteggio da 0 (mai) a 4 (sempre) per indicare la frequenza con cui avessero messo in atto determinati comportamenti durante il loro percorso scolastico.

Disonestà accademica, meschinità e disinibizione

Dai risultati del presente studio è emerso che gli studenti con livelli più alti di disonestà accademica avevano anche livelli elevati di meschinità e disinibizione, ma non di audacia.

Per quanto concerne la meschinità, questa relazione potrebbe indicare una propensione alla disonestà derivante da una mancanza di paura che porta ad un minore impatto del rischio percepito di essere scoperti a barare. In altre parole, questa forma di sensazionalismo comporta l’adozione di comportamenti distruttivi indipendentemente dalle possibili conseguenze negative di tali azioni, ed una propensione a sfruttare il lavoro di altri studenti per superare gli esami.

Nello specifico l’associazione tra disinibizione e disonestà accademica potrebbe derivare da problemi di autocontrollo e dall’incapacità di prevedere le possibili conseguenze negative dell’imbroglio. Al contrario, la mancata correlazione tra audacia e disonestà accademica potrebbe indicare che, anche se gli studenti audaci possono affrontare con successo situazioni stressanti e hanno alti livelli di ricerca delle sensazioni, queste caratteristiche non sono in relazione con la tendenza a barare nel contesto accademico. A tal proposito, è bene sottolineare che lo ‘psicopatico di successo’ può essere caratterizzato da audacia ma non da comportamenti antisociali e, tra le diverse sfumature della psicopatia, la disinibizione si afferma come il predittore più forte di disonestà accademica.

I dati sull’orientamento agli obiettivi di padronanza hanno evidenziato che, senza una buona motivazione ad acquisire conoscenze, gli studenti possono imbrogliare per raggiungere obiettivi accademici indipendentemente dall’equità o dalle conseguenze delle loro azioni.

Infine, è emerso che l’autoefficacia può fungere da moderatore sulla disonestà accademica, ciò significa che gli studenti disinibiti che hanno un alto senso di autoefficacia percepita in merito alla capacità di controllare le proprie possibilità di successo o fallimento, potrebbero essere in grado di superare la tendenza ad imbrogliare risultante dalla loro personalità caratterizzata da alta impulsività e bassa motivazione.

Studi futuri potrebbero adottare un approccio longitudinale per cogliere dal primo anno di studi fino alla conclusione del percorso accademico in modo più solido l’influenza della personalità, degli obiettivi di conseguimento e dell’autoefficacia sulla disonestà accademica degli studenti.

 

La nascita della terapia metacognitiva – Parte II

La Terapia Metacognitiva si basa su un modello di elaborazione delle informazioni che delinea l’interazione tra valutazione cognitiva, processi cognitivi (cioè memoria, attenzione) e metacognizione.

 

Nella prima parte di questo approfondimento, abbiamo analizzato nel dettaglio quelle che furono le basi teoriche che portarono, alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ‘90, alla nascita del modello metacognitivo. Abbiamo inoltre illustrato i principali strumenti di valutazione delle metacognizioni e della sindrome cognitivo-attentiva (CAS).

In questa seconda parte approfondiremo ulteriormente il modello teorico, con un particolare focus sul metodo sperimentale utilizzato dagli autori durante l’ideazione del modello e sulle applicazioni pratiche della terapia metacognitiva in ambito clinico.

Verranno poi esposti i limiti e i futuri sviluppi del modello.

L’approccio metacognitivo e lo sviluppo

A differenza di molte terapie psicologiche che si servono di tecniche appartenenti ad altri approcci, le tecniche utilizzate dalla Terapia Metacognitiva (MCT), seguendo il modello S-REF, sono state sviluppate sulla base della teoria dei processi e molte sono state valutate individualmente con il metodo sperimentale prima di essere integrate nel pacchetto degli interventi MCT.

Per esempio, la tecnica della rifocalizzazione situazionale dell’attenzione (situational attentional refocusing, SAR), sviluppata per contrastare il monitoraggio della minaccia e introdurre piani alternativi per l’elaborazione, è stata testata nell’ansia sociale (Wells & Papageorgiou, 1998), mentre l’esposizione metacognitiva è stata testata in laboratorio in soggetti con disturbo ossessivo-compulsivo (Fisher & Wells, 2005), così come la detached mindfullness (es., Gkika & Wells, 2015). Verosimilmente, l’approccio adottato ha portato a una connessione completa e coerente tra la teoria dei processi metacognitivi alla base dei disturbi psicologici e le tecniche di cambiamento psicoterapeutico utilizzate nel trattamento.

Il modello sostiene che il controllo dell’attenzione nel disturbo psicologico possa diventare inflessibile e causare elaborazioni negative focalizzate sul sé (cioè, la CAS). Pertanto, le tecniche di trattamento focalizzate sull’attenzione possono fornire un mezzo per interrompere la CAS e aumentare la flessibilità del controllo metacognitivo. Wells (1990) sviluppò la prima tecnica della Terapia Metacognitiva, ovvero l’Attention Training Tecnique (ATT), proprio con questo scopo. L’ATT fu concepita per avere un impatto su diversi aspetti dell’attenzione: in primo luogo sull’acquisizione di maggior consapevolezza del controllo che operiamo sulla nostra attenzione, in secondo luogo sulla riduzione dei processi attentivi rivolti alla propria cognizione.

Wells e Matthews (1994) hanno ipotizzato che una riduzione della CAS, insieme con modificazioni delle credenze metacognitive, potrebbe essere facilitata da tecniche che inducono stati definiti detached mindfullness (DM). La DM è uno stato che mira a diminuire l’attivazione della CAS e che ha il potenziale di modificare i processi metacognitivi e le conoscenze che lo guidano. Le tecniche di DM che modificano la conoscenza metacognitiva e rafforzano il controllo esecutivo dell’elaborazione potrebbero agire sulla connettività dei sottosistemi cognitivi e metacognitivi (Wells, 2019). La tecnica viene utilizzata per migliorare la consapevolezza del controllo, per aumentare la conoscenza metacognitiva e per modificare i modelli disadattivi del funzionamento mentale.

Nella Terapia Metacognitiva queste tecniche sono incorporate in un dialogo metacognitivo che differisce dal classico dialogo della CBT. Dal momento che lo scopo della Terapia Metacognitiva è modificare la cognizione di livello superiore e la regolazione cognitiva, il terapeuta non si concentra sul contenuto dei pensieri e degli schemi. Piuttosto, il terapeuta MCT incentra la discussione sulle credenze riguardanti il pensiero e la possibilità di scegliere come relazionarsi con essi piuttosto che rimanere nel contenuto dei pensieri e metterne in dubbio la veridicità.

La valutazione dell’efficacia della MCT

L’approccio utilizzato nella valutazione dell’efficacia della MCT mostra una progressione graduale: la maggior parte delle psicoterapie si basa sull’osservazione clinica piuttosto che su tecniche scientificamente testate o su teorie strutturate a priori, mentre la Terapia Metacognitiva è stata sviluppata in maniera più sistematica: questa teoria è stata in seguito accompagnata da una serie di studi pilota, trial non controllati e valutazioni controllate randomizzate.

Per esempio, la valutazione della Terapia Metacognitiva per il disturbo d’ansia generalizzato (GAD) ha avuto inizio con un case-study (Wells, 1995) seguito da uno studio non controllato (Wells & King, 2006); in seguito, sono stati condotti trial clinici randomizzati che mettevano a confronto la Terapia Metacognitiva con trattamenti evidence-based come la terapia cognitivo comportamentale per l’intolleranza all’incertezza (van der Heiden et al., 2012). Da allora, sono emersi studi di analisi della fattibilità della Terapia Metacognitiva per il disturbo d’ansia generalizzata in bambini e adolescenti (Esbjørn et al., 2015) e nell’ambito della terapia di gruppo (Haseth et al., 2019).

Negli ultimi 25 anni, la Terapia Metacognitiva è stata testata su diversi disturbi psicologici, come il disturbo depressivo maggiore, nel cui trattamento ha ottenuto significativi successi (Papageorgiou & Wells, 2000), il disturbo ossessivo-compulsivo e il disturbo da stress post-traumatico, seguendo la medesima rigorosità metodologica e dimostrandosi una valida alternativa alle terapie d’elezione. In alcuni casi, si è addirittura dimostrata più efficace (es., Normann & Morina, 2018).

A livello dei processi, le evidenze in letteratura indicano che la Terapia Metacognitiva riduce efficacemente la CAS e crea un cambiamento metacognitivo (Normann & Morina, 2018).

La terapia metacognitiva rientra nelle terapie di “terza ondata”?

Fino a oggi, lo sviluppo delle terapie psicologiche è stato inquadrato all’interno di tre ondate (Hayes, 2004): la prima ondata era rappresentata dal comportamentismo (condizionamento classico, condizionamento operante); la seconda ondata era caratterizzata dagli interventi incentrati sull’uso della cognizione e dell’elaborazione delle informazioni, con l’intervento dominante della terapia cognitiva.

Sebbene oggetto di diverse critiche, Hayes (2004) ha notato l’emergere di una terza ondata di terapie psicologiche incentrate su accettazione, consapevolezza, valori e relazioni (es. mindfulness); ha inoltre ipotizzato che queste terapie, derivanti da approcci filosofici, fossero meno incentrate sui contenuti e mirassero maggiormente a modificare la funzione degli eventi psicologici vissuti piuttosto che gli eventi stessi.

Le terapie di terza ondata includevano la Psicoterapia Analitico-Funzionale (FAP), la Terapia di Coppia Comportamentale Integrativa (IBCT), l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), e la Terapia Cognitiva basata sulla Mindfulness (MBCT).

Sebbene la Terapia Metacognitiva sia stata descritta da alcuni (ad es. Hayes, 2004) come una terapia di terza ondata, Capobianco e Nordahl (2021) mettono in dubbio questo suggerimento evidenziando come la MCT differisca da quelle elencate poc’anzi. A differenza della Terapia Metacognitiva, le terapie di terza ondata non hanno basi che affondano nella teoria psicologica o nei modelli di elaborazione cognitiva, sono piuttosto radicate in teorie che esulano dal campo della psicologia clinica, ovvero, quelle filosofiche.

Per esempio, gli interventi basati sulla mindfulness derivano dalle pratiche buddiste, non vi è una struttura per concettualizzare come tali interventi si traducano in un miglioramento clinico, modificando meccanismi psicologici preesistenti. È solo più di recente che i ricercatori hanno cercato di applicare la teoria psicologica al fine di concettualizzare gli effetti che ha la mindfulness sulla patologia (es. Brown et al., 2007).

Questo metodo contrasta profondamente con la terapia metacognitiva, che si basa su un modello di elaborazione delle informazioni che delinea l’interazione tra valutazione cognitiva, processi cognitivi (cioè memoria, attenzione) e metacognizione: le basi teoriche della MCT e quelle delle terapie di terza ondata differiscono in modo significativo (Capobianco & Nordahl, 2021).

Gli approcci di terza ondata si sono allontanati da una dettagliata formulazione a priori delle metodologie teoriche, approccio opposto rispetto a quello adottato nello sviluppo della MCT. Ciò potrebbe, in futuro, comportare sfide significative per le terapie di terza ondata nel comprendere e testare come e perché queste tecniche funzionano e potrebbe rallentare lo sviluppo di nuovi metodi di trattamento theory-driven (Capobianco & Nordahl, 2021).

La terapia metacognitiva come cambiamento di paradigma

La Terapia Metacognitiva può definirsi come un esempio di “good practice” nello sviluppo di una psicoterapia, ragione principale per la quale l’approccio ha riscosso così tanto successo terapeutico. Questo metodo ha permesso di costruire la teoria partendo dall’analisi dei processi psicologici e psicopatologici, per passare poi ai test empirici e allo sviluppo e valutazione di nuove tecniche di trattamento che partissero dalla neonata teoria (Capobianco & Nordahl, 2021).

Si può dire che lo studio alla base della Terapia Metacognitiva rappresenti un cambiamento di paradigma in psicoterapia, dal momento che dapprima si è sviluppata una solida teoria psicologica dei processi, in seguito è avvenuta la sperimentazione dei modelli e infine si sono concretizzati i risultati in specifiche tecniche mirate.

Inoltre, la Terapia Metacognitiva è stata determinante nel favorire il passaggio ai metodi transdiagnostici nella psicopatologia, un allontanamento dal contenuto della cognizione a favore delle analisi dei processi della mente, una rivalutazione delle teorie basate sull’automaticità dei processi cognitivi e il riconoscimento della cognizione di livello superiore (metacognizione) nel contesto della comprensione dei bias nella regolazione mentale.

Limiti, ostacoli e direzioni future

I progressi compiuti dal modello metacognitivo sono stati considerevoli in diversi ambiti della psicologia clinica; tuttavia, vi sono dei limiti. Mentre Normann e Morina (2018) hanno osservato gli effetti maggiori che aveva la Terapia Metacognitiva rispetto ai gruppi di controllo in lista d’attesa e ai gruppi CBT, hanno anche sottolineato il fatto che alcuni degli studi avevano campioni di piccole dimensioni e che erano prevalentemente condotti su pazienti con disturbo d’ansia generalizzato o disturbo depressivo maggiore: permane la necessità di un maggior numero di valutazioni sull’efficacia della Terapia Metacognitiva nella routine clinica e nei pazienti con problemi di salute mentale gravi e complessi.

Tuttavia, la ricerca sulla Terapia Metacognitiva continua a prendere piede e sono emersi studi su larga scala in pazienti con disturbo depressivo maggiore (Callesen et al., 2020) trattati nella pratica clinica, in pazienti con problematiche di natura fisica (Wells et al., 2021) e in pazienti con traumi precoci con disturbo borderline di personalità (Nordahl & Wells, 2019). Questi progressi recenti indicano che l’efficacia degli studi precedenti può essere generalizzata ad altri gruppi e tipologie di pazienti.

Come per tutte le teorie, vi è un margine di sviluppo e, ove necessario, uno spazio per la revisione della teoria sulla base dei nuovi dati acquisiti. Le asserzioni centrali del modello S-REF sono rimaste coerenti e più dati hanno supportato i processi proposti negli ultimi 30 anni. In un recente ampliamento della teoria, Wells (2019) ha elaborato la struttura e la funzione della metacognizione nell’autoregolazione e ha descritto in maniera più dettagliata un distinto Sistema di Controllo Metacognitivo (Metacognitive Control System-MCS; Wells, 2019). Wells ha delineato le differenze tra il sistema cognitivo e il sistema metacognitivo in psicopatologia e riabilitazione; questo ha richiesto una riflessione su come i sistemi memorizzano, trasmettono e utilizzano le informazioni sullo stato dell’elaborazione.

Secondo l’autore, l’MCS crea e trasmette informazioni come un codice cibernetico, che viene utilizzato per istruire altri sistemi di autoregolamentazione neurale verso il raggiungimento degli obiettivi per l’elaborazione. Il modello MCS presenta nuove ipotesi per l’autoregolazione, lo sviluppo di metodi di trattamento e la comprensione dei processi di guarigione.

Dopo 36 anni di teoria e ricerca, la Terapia Metacognitiva è ancora nelle sue fasi di sviluppo e molto resta da esplorare, come le applicazioni in contesti occupazionali, l’efficacia con pazienti affetti da problematiche fisiche, nelle gravi malattie mentali e nelle dipendenze; con bambini e adolescenti l’obiettivo per il futuro è di sviluppare studi su vasta scala, che rispecchino quelli condotti sulla salute mentale degli adulti (es., Caselli et al., 2018).

Fondamentale è garantire un utilizzo appropriato della Terapia Metacognitiva e delle tecniche associate come l’ATT: i terapeuti prima di utilizzare le metodologie appartenenti alla Terapia Metacognitiva devono avere una buona preparazione che possa garantire standard minimi di formazione e competenza per i trattamenti che comportino il confronto di diverse tecniche metacognitive.

Il modo in cui le terapie sono classificate è rilevante e combinare i trattamenti sotto definizioni come CBT o “terza ondata” rischia di oscurare importanti differenze tra gli approcci. Questo può avere lo sfortunato effetto collaterale di trovare metanalisi che combinino interventi con obiettivi diversi per il cambiamento e che adottino diverse metodologie.

Nel caso della Terapia Metacognitiva ciò potrebbe annullare i risultati del meticoloso lavoro sistematico che ha portato allo sviluppo di questo approccio terapeutico: un tale approccio non si adatta allo sviluppo guidato dalla teoria che è alla base della MCT. L’eclettismo in psicoterapia (cioè la combinazione di tecniche di trattamento senza giustificazione teorica o processuale) deve ancora produrre un trattamento più efficace della CBT, ma sembra che nello sviluppo della Terapia Metacognitiva questo possa essere un obiettivo raggiungibile.

In arrivo il Masterclass Internazionale di Terapia Metacognitiva

L’innovazione che la Terapia Metacognitiva ha introdotto nella concettualizzazione e nel trattamento dei disturbi psicologici (non solo limitata ai disturbi d’ansia, ma anche a quelli ossessivi, depressivi, post-traumatici, ecc), ha creato nei professionisti una sempre maggiore curiosità e una crescente domanda verso percorsi formativi che consentano di conoscere gli aspetti teorici ma soprattutto di padroneggiare gli aspetti pratici di questo nuovo approccio.

Per tale motivo, l’MCT-Institute, in collaborazione con MCT-Italia, organizzerà un Masterclass per colleghi psicoterapeuti e specializzandi di lingua italiana.

Il Masterclass rappresenta il primo livello di competenza nella Terapia Metacognitiva e certifica l’iscrizione nell’elenco internazionale degli psicoterapeuti metacognitivi.

Sarà un corso dalla durata di due anni (dal 2022 al 2024), organizzato prevalentemente online tramite piattaforma ZOOM con traduzione in italiano. Il corso sarà composto da 8 incontri di due giorni, dedicati all’applicazione pratica della Terapia Metacognitiva e alla supervisione di casi clinici.

Il Masterclass sarà condotto interamente dai fondatori dell’ MCT-Institute e della terapia metacognitiva: Prof. Adrian Wells e Prof. Hans Nordahl.

 

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Covid-19 ed effetti sulla psiche: il ruolo di senso di colpa e vergogna

Ricorrenti e intrusivi pensieri relativi alla possibilità, reale o presunta, di essere portatore, o peggio “untore”, di COVID-19 potrebbero far emergere  sentimenti esagerati di responsabilità verso la vita altrui, con conseguente sviluppo di senso di colpa.

 

Implicazioni psicologiche nei soggetti affetti da COVID-19

La pandemia di COVID-19 ha avuto e continua a esercitare un impatto dirompente sulla nostra società. È stato ormai dimostrato da numerosi studi recentemente condotti quanto l’esperienza del contagio da COVID-19 rappresenti per numerosi soggetti che la subiscono un evento profondamente destabilizzante, molto spesso traumatico e non sempre facile da elaborare. Si tratta di una condizione che sembrerebbe, infatti, essere capace di mettere a dura prova e compromettere il benessere psicofisico degli individui che ne vengono colpiti. Molte ricerche hanno posto in evidenza il fatto che contrarre il SARS-CoV-2 produca delle conseguenze non soltanto sul piano fisico, bensì anche su quello psicologico: l’attuale letteratura suggerisce che una discreta percentuale di pazienti affetti da COVID-19 può presentare diversi disturbi della sfera psicologica, quali stress, depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico e disturbi psicosomatici (Hossain et al., 2020; Vindegaard et al., 2020). Ma c’è un altro aspetto, ancora poco approfondito ma importante, che merita di essere esaminato: il ruolo del senso di colpa e della vergogna provati dai soggetti che contraggono il SARS-CoV-2. Si tratta di emozioni che in molti casi possono manifestarsi determinando gravi conseguenze sul benessere psicofisico.

Il ruolo del senso di colpa e della vergogna nei casi di COVID-19

Il senso di colpa è un’emozione complessa che si esprime attraverso l’autocritica per una specifica azione, compiuta o mancata, che possa causare danni agli altri (Tangney & Dearing, 2002). Il senso di colpa ha il ruolo di inibire condotte considerate immorali e di promuovere, invece, comportamenti etici. In alcune circostanze risulta costruttivo, in quanto può incoraggiare azioni proattive, tra le quali, ad esempio, lo scusarsi. Tuttavia, può essere anche disadattivo qualora gli individui sviluppino uno smisurato senso di responsabilità per eventi che sfuggono al loro controllo o su cui non possono intervenire (Cavalera, 2020). È importante sottolineare che un senso di colpa non trattato può condurre a sintomi psicologici in grado di rappresentare una seria minaccia per il benessere psichico di una persona: disturbo da stress post-traumatico, depressione, ideazione suicidaria e uso di sostanze (Browne et al., 2015).

Il senso di colpa può essere facilmente elicitato da esperienze relative alla trasmissione di SARS-CoV-2: ciò avviene a causa della paura di contagiare gli altri, la quale è in grado di produrre un senso di colpa disattivo capace di determinare gravi conseguenze per la salute mentale. Ricorrenti e intrusivi pensieri relativi alla possibilità, reale o presunta, di essere portatore, o peggio “untore”, di COVID-19 potrebbero, infatti, far emergere nel soggetto sentimenti esagerati di responsabilità verso la vita altrui, con conseguente sviluppo di senso di colpa disfunzionale correlato al timore di aver rovinato la vita di qualcuno con cui si è entrati in contatto (Brooks et al., 2020).

La vergogna è un’emozione complessa che insorge a fronte della valutazione negativa (reale o immaginaria) degli altri in seguito alla violazione (reale o presunta) da parte di un individuo di valori socialmente condivisi (Tangney et al., 1996). La vergogna può indurre nel soggetto esperienze di inferiorità, inutilità e incompetenza, fino a sintomi psicopatologici come disturbi alimentari, ansia e depressione (Cavalera, 2020).

Esperienze personali legate al contagio da COVID-19 sono in grado di produrre sensazioni di stigma e vergogna che possono essere pericolose (Logie and Turan, 2020). Infatti, i pazienti o anche coloro che non siano più postivi al SARS-CoV-2 spesso risultano colti da intense emozioni e pensieri intrusivi di vergogna indotti dalla paura di essere stigmatizzati, rifiutati o isolati dai membri della famiglia, dagli amici, dai colleghi o dai vicini (Brooks et al., 2020).

Interventi psicologici possibili

Dal momento che sentimenti e pensieri disfunzionali di senso di colpa e vergogna possono indurre gravi complicazioni sulla salute mentale, è importante adottare specifici approcci terapeutici che aiutino le persone a sviluppare percezioni positive di se stesse o ad attuare comportamenti riparativi.

Tra le possibili opzioni vi sono la Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari (EMDR), utile per favorire l’elaborazione di eventi traumatici e di esperienze emotivamente stressanti, la Compassion Focused Therapy (CFT), riconducibile alle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, che, mediante la promozione verso di sé di atteggiamenti di gentilezza, accettazione e riduzione dell’autocritica, mira a ridurre i sintomi psicopatologici (Cavaleri, 2020). Da segnalare anche la Trauma Informed Guilt Reduction Therapy (TrIGR), una tecnica cognitivo-comportamentale, che induce il soggetto ad analizzare azioni, sentimenti e pensieri insorti durante l’evento stressante. Tale analisi aiuta a individuare eventuali bias cognitivi posti alla base della sovrastima della propria responsabilità in un particolare evento.

Risulta evidente come tutte le tecniche presentate siano incentrate sul concetto del perdono: perdonarsi per andare avanti.

Viste le conseguenze sul piano psicologico generate dalla pandemia di COVID-19, lo sviluppo di specifici programmi di trattamento deve essere una priorità, anche alla luce di quanto dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), secondo cui le problematiche psicologiche devono essere prese in considerazione durante la pandemia (World Health Organization, 2020). Gli psicologi e gli psicoterapeuti del nostro tempo sono, pertanto, chiamati a rispondere alle sfide generate dalla pandemia di COVID-19 in termini di aggravamento dei disturbi psicologici preesistenti e di insorgenza di nuovi disagi e malesseri psicologici conseguenti alla “psico-emergenza” che stiamo vivendo. Ciò ricorda quanto sia importante investire nei professionisti della salute mentale.

 

Angoscia e ansia in Freud e Lacan

Lo stato d’ansia è paradossalmente il modo in cui l’Io rimane legato all’Es; l’Io sta all’Es come l’ansia sta all’angoscia.

 

Introduzione

In questo articolo verrà proposta una distinzione tra ansia e angoscia nella lettura psicoanalitica di Freud e Lacan. La bussola con la quale orienterò questo discorso sarà il modo con il quale i due clinici hanno intrecciato la loro pratica con l’elaborazione dell’oggetto.

Gli elementi che prenderò in esame saranno: angoscia reale-angoscia nevrotica, angoscia segnale dell’Io e angoscia pulsionale, oggetto į’(a) e oggetto (a); l’oggetto dell’ansia è l’oggetto percettivo mentre l’oggetto dell’angoscia è l’oggetto piccolo (a)

  • Metapsicologia
  • Il Perturbante
  • Inibizione, sintomo e angoscia
  • Seminario X

Fenomenologia della parola

Il termine ansia trova il suo corrispondente etimologico nel latino anxia, il quale a sua volta deriva dal verbo latino ango che significa stringere, soffocare o in altri termini angosciare. Ansia e angoscia quindi sembrerebbero etimologicamente articolarsi su uno stesso significato, il significato stringere. Ma cosa stringe? “Mi si stringe il petto”, “mi si stringe il cuore”, “mi si stringe la gola”; ciò che stringe è una parte anatomica del corpo, una parte (r)eale. Il DSM, nella sua ultima edizione, propone una sezione specifica per la valutazione, e relativa diagnosi, dei disturbi d’ansia. La sezione dei disturbi d’ansia comprende caratteristiche di eccessiva paura, sintomatologia di natura fisiologica con relativi comportamenti evitanti dallo stimolo ansiogeno valutato come pericoloso. Lo stato di paura è una risposta emotiva a un pericolo esterno percepito dall’individuo, mentre l’ansia è una risposta anticipatoria della minaccia futura; questi due stati qui sono da considerare e valutare come sovrapposti.

  • Disturbo d’ansia di separazione
  • Mutismo selettivo
  • Agorafobia
  • Fobia specifica
  • Fobia sociale
  • Disturbo di panico
  • Disturbo ansia generalizzato

Il disturbo principale è quello ansioso, mentre le specifiche categorie sono il modo in qui questo disturbo può manifestarsi e fenomenologicamente differenziarsi; le caratteristiche fenomenologiche rilevanti per l’attribuire uno o più fenomeni sono:

  • La temporalità
  • Pervasività
  • L’allontanamento da un oggetto
  • L’avvicinamento ad un oggetto
  • La vista
  • La Paura
  • Il Corpo

TEMPORALITÀ/PERVASIVITÀ: Per la diagnosi il DSM-5 propone una continuità sintomatica non inferiore ai 6 mesi ed una pervasività che causa disagio “significativo” intaccando diversi ambiti sociali dell’individuo (lavoro, scuola, relazioni, ecc)

ALLONTANAMENTO DA UN OGGETTO: Per la diagnosi di Ansia da Separazione il DSM-5 propone “Paura o ansia eccessiva e inappropriata rispetto allo stadio di sviluppo che riguarda la separazione da coloro a cui l’individuo è attaccato”. Sembrerebbe esserci una manifestazione sintomatica nel momento in cui l’individuo, adulto o bambino, si allontana, o viene allontanato, da una specifica persona, ambiente, situazione (oggetto) determinando un impedimento “da qualcosa”.

AVVICINAMENTO AD UN OGGETTO: Per la diagnosi di Fobia specifica e Fobia sociale il DSM-5 propone: “Paura e ansia sociale verso un oggetto o una situazione specifici” e “Paura o ansia marcate relative a una o più situazioni sociali nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri”. Sembrerebbe esserci una manifestazione sintomatica nel momento in cui l’individuo si avvicina o viene avvicinato ad una specifica persona, ambiente, situazione (oggetto) determinando un impedimento “verso qualcosa”

LA VISTA: Per le diagnosi trattate sopra, il DSM-5 sembrerebbe proporre una correlazione tra l’allontanamento e l’avvicinamento di un oggetto, oggetto che diventa sintomatico, che causerebbe il disturbo. Il non vedere più qualcuno o qualcosa (persone, luoghi e situazioni) come avviene nell’ansia di separazione. Il vedere qualcuno o qualcosa come avviene nelle fobie specifiche. L’essere visto da un altro come avviene nella fobia sociale.

LA PAURA: Per le diagnosi dei Disturbi Ansia il DSM-5 propone una sintomatologia in cui la paura è l’emozione centrale e dirompente del disturbo.

IL CORPO: Se la paura è l’emozione centrale della patologia, l’attivazione del sistema parasimpatico parrebbe essere il luogo del sintomo, attraverso il corpo paura e ansia si manifestano. L’attacco di panico è esemplare in questo.

Ciò che emerge dal modo in cui vengono valutati e diagnosticati tali disturbi sono le componenti emozionali, comportamentali, fisiologiche ed il rapporto con un “oggetto” percepito come minaccioso o pericoloso. Queste tre componenti ed il rapporto con l’oggetto esterno come vanno letti? Qual è la loro interdipendenza?  Se si leggesse ciò in termini cognitivi si potrebbe affermare come vi sia un’irrazionalità del pensiero nel sovrastimare l’oggetto, la situazione o l’evento esterno, e che modificando questo pensiero si modifica la percezione, modificando la percezione si modifica il comportamento, modificando il comportamento si disattiva la paura e così via. Se la si leggesse in termini comportamentali il processo sarebbe lo stesso ma il procedimento inverso, dal corpo alla percezione. Se la si leggesse in termini psicoanalitici sia il processo che il procedimento sarebbero diversi, in primis perché fa il suo ingresso una nuovo elemento che scompagina le carte in tavola, l’inconscio; e poi, proprio perché vi è questa nuova dimensione della psiche, l’oggetto ed il rapporto con l’oggetto cambia.

Oggetto pulsionale

Oggètto s. m. [dal lat. mediev. obiectum, neutro sostantivato di obiectus, part. pass. di obicĕre «porre innanzi»; propr. «ciò che è posto innanzi (al pensiero o alla vista)»]. Ogni data cosa, persona, situazione, fenomeno che un soggetto percepisce e avverte come diverso da sé, in quanto esso è distinguibile, riconoscibile e nominabile. Questa declinazione del concetto di oggetto è simile a quella elencata nel DSM-5 nel descrivere i disturbi d’ansia; vi è un Qui e un Lì, dove la causa della sofferenza è legata all’oggetto. “È l’allontanamento da casa che mi fa stare male”, “È il vedere il cane che mi mette paura”. “È lo stare in mezzo alla folla che mi dà agitazione” ecc; la causa della sofferenza è esterna. Questo l’oggetto nella sua declinazione comune, ma una declinazione differente la si ha se si considera l’oggetto nell’ottica psicoanalitica.

Con il termine ‘Oggetto’ in psicoanalisi si indica una persona o una cosa che ha la funzione di soddisfare un impulso, un desiderio. Un impulso, un desiderio pulsionale. Cos’è una pulsione (Trieb)? La trieb, ci dice Freud nel saggio Metapsicologia, è l’interconnessione tra uno stimolo interno e il rappresentante psichico, affettivo e ideativo, di quel dato stimolo, positivo o negativo che sia. Lo stimolo interno è un’attivazione fisiologica, la quale genera una pressione dall’interno (Drang) e una carica energetica interna che Freud definisce come fonte; Quelle. Questa fonte è poi scaricata, mediante un oggetto, per trovare un soddisfacimento, una meta (Ziel).

Angoscia e ansia nella psicoanalisi il pensiero di Freud e Lacan Fig 1

Ma come si articolano tra loro questi termini e in che modo? Prendiamo l’esempio della fame. Un infante ha una sensazione di disagio, qualcosa all’interno del suo corpo non è più in omeostasi, arriva la madre che poggia il seno o il biberon all’infante, l’infante a quel punto inizia la suzione e compie un lavoro, una pressione muscolare; una Drang. Attraverso questo lavoro si viene a inscrivere una fonte, Quelle. Se in un primo momento il corpo era in balia di una sensazione generale di mancata omeostasi adesso inscrive quel disagio all’oralità e alla sensazione di sazietà, ossia seziona la parte della bocca come fonte del disagio e del piacere. Il seno o il biberon sono quegli elementi esterni (oggetto) che portano al soddisfacimento, al benessere, alla meta; Ziel. Così dicendo parrebbe che una volta avuto il soddisfacimento, ad esempio della fame per mezzo del latte, l’infante soddisfatto dovrebbe autonomamente staccare le labbra dal seno o dal biberon, e invece non sempre lo fa, rimane attaccato al seno materno o al biberon nell’atto della suzione. Perché lo fa? Perché la pulsione non è similare al bisogno, c’è uno scarto. Se nel bisogno lo scopo, la meta, principale è il soddisfacimento dello stesso, ad esempio il bisogno di mangiare viene soddisfatto dal cibo, nella pulsione non è così. Nella pulsione c’è un piacere che va al di là del soddisfacimento, che va al di là dell’oggetto e che va al di là del rapporto tra soggetto e oggetto in quanto tale.

  • Al di là del soddisfacimento: In psicoanalisi non c’è una corrispondenza diretta tra il raggiungimento di una meta e il suo soddisfacimento, tra i due c’è una mancanza, una dimensione di piacere e benessere ma non di completezza. “Quello che faccio non è mai abbastanza…” “Ciò che ho raggiunto è bello sì, ma non mi soddisfa appieno…”; vi è un non essere mai soddisfatti.
  • Al di là dell’oggetto: In psicoanalisi l’oggetto non è fisso e dato come un elemento immutabile, ma esso è dinamico e non esclusivamente può riferirsi ad oggetti inanimati ed estrinsechi all’individuo ma anche a persone e parti anatomiche intrinseche del soggetto. La persona intesa come “oggetto” d’amore, la zona erogena pulsionale orale, anale, fallica ecc.
  • Al di là del rapporto tra soggetto e oggetto: In psicoanalisi non vige solo il principio di realtà, la pulsione dell’Io, ma anche il principio di piacere legato alla libido, così ché un oggetto non è unicamente percepito, ma anche investito libidicamente.

L’oggetto della pulsione si differenzia dall’oggetto fenomenologico poiché il primo, rispetto al secondo, è inconscio, e questo secondo si manifesta come rappresentante ideativo del primo. In tutta la sua opera Freud declina l’affermazione di come tutto ciò che è psichico sia anche conscio, poiché il conscio è una parte dello psichico e nello specifico questa parte si chiama Io. Pulsione dell’Io o, come verrà denominato in un secondo momento, principio di realtà, e pulsione sessuale o, come verrà nominato in un secondo momento, principio di piacere, sono le forze psichiche che Freud analizza dinamicamente, topograficamente ed economicamente.

In un primo tempo del suo lavoro Freud organizza la struttura psichica in Inconscio-Preconscio-Conscio, in cui le cariche pulsionali (desideri) del sistema Inc. arrivano “trasformate” nel sistema C. solo dopo essere passate per il Prec. Meccanismo imprescindibile di questa organizzazione è la rimozione (verdrangung), per cui ciò che è pulsionalmente piacevole per il sistema Inc. ma spiacevole per il C. non arriva direttamente al sistema C. ma vi arriva solo in forma trasformata. Si può parlare della verdrangung attraverso tre tempi onticamente differenti ma articolati tra essi:

  • In un primo tempo c’è una rimozione primaria dove un rappresentante psichico, non riuscendo ad entrare nel sistema C., rimane all’interno del sistema Inc. fissato alla pulsione che lo ha generato.
  • In un secondo tempo c’è una rimozione secondaria che colpisce tutti quei derivati agganciatosi per associazione al rappresentante della rimozione primaria.
  • In un terzo tempo si ha un ritorno del rimosso, in cui la censura viene meno e questo ritorno si manifesta sottoforma di sintomi, lapsus, sogni ecc.

Angoscia e ansia nella psicoanalisi il pensiero di Freud e Lacan Fig 2

La rimozione non va considerata come qualcosa che avviene una volta sola, ma essa è un moto perpetuo in cui il rimosso esercita una continua pressione verso il conscio, il quale è sempre controbilanciato dagli elementi esterni alla vita psichica e dove il preconscio ne è il motore.

Angoscia e ansia nella psicoanalisi il pensiero di Freud e Lacan Fig 3

  • RAPPRESENTANTI IDEATIVI: Da una parte gli elementi ideativi non entrano all’interno del conscio se non attraverso delle formazioni sostitutive e dall’altra nuovi elementi ideativi esterni, che per associazione si collegano agli elementi ideativi già esistenti, vengono rimossi nell’inconscio.
  • RAPPRESENTANTI AFFETTIVI: Il dispiacere (rappresentante affettivo) può sparire o essere trasformato in un altro affetto (dispiacere/piacere, odio/amore ecc.)

In questi casi la rimozione ha avuto successo, ciò che era ideativamente ed affettivamente inappropriato per il conscio è stato allontanato. L’Io ha attuato una fuga dall’interno. Ma vi è una situazione in cui la rimozione non sembra aver avuto pieno successo, in cui, pur essendoci stata una rimozione primaria e una rimozione secondaria ideativa, il rappresentante affettivo si trasforma in angoscia. La fobia è un esempio di questo fallimento. Nel L’uomo dei lupi il nucleo pulsionale rimosso è un affetto di piacere nei suoi confronti associato ad una paura di lui, dopo la rimozione (rimozione secondaria) il padre non è più l’oggetto del piacere libidico ma è un animale; un lupo. C’è stata una sostituzione del rappresentante ideativo pulsionale, mentre il rappresentante affettivo non è stato rimosso, ma è diventato angoscia. Il risultato è la paura di un lupo invece di una richiesta d’amore rivolta al padre.

Una rimozione come quella che si verifica nella fobia animale va considerata fallita. Non ha fatto altro che rimuovere e sostituire l’idea, ma ha fallito completamente nell’eliminazione del dispiacere. Ed è anche per questa ragione che l’opera della nevrosi non cessa, ma procede verso una seconda fase, per raggiungere il suo scopo immediato e più importante. Si avrà allora un tentativo di fuga, ossia la formazione della fobia vera e propria, avente lo scopo di impedire la liberazione dell’angoscia.

L’oggetto psicoanalitico non si lega ad una percezione esterna, quanto piuttosto ad un rappresentante pulsionale. Non più dall’esterno verso l’interno ma dall’interno verso l’esterno come “mezzo” per raggiungere una meta di soddisfacimento. Nella teoria freudiana l’oggetto è assente e l’angoscia viene chiamata  Unheimlich. Unheimlich è il contrario di heimlich, heim, significa casa. Unheimlich è dunque quando in un oggetto o in una situazione si vengono a verificare assieme caratteristiche di familiarità ed estraneità, ed è ciò che si trova al culmine dell’Heim per essere Unheim. Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare. Freud nel suo testo sul Unheimlich utilizza il racconto del mago Sabbiolino per spiegare come la paura di subire un danno agli occhi (Heim) sia anche la paura dell’angoscia di evirazione (Unheim). Il protagonista del racconto ha paura di un’immagine, il mago Sabbiolino, da questa rappresentazione ideativa scaturisce una forte angoscia per tutto il racconto per due motivi:

  • Il mago Sabbiolino può causare la cecità del protagonista nel momento in cui entrambi entrassero tra di loro in contatto
  • Il mago Sabbiolino per tutto il racconto ha una funzione di taglio tra il protagonista ed il congiungimento con un suo desiderio: è lui che divide l’infelice studente dalla fidanzata e dall’amico più caro, il fratello di lei, è lui che annienta il secondo oggetto del suo amore, la bella bambola di nome Olimpia, e, proprio quando il giovane sta per riunirsi felicemente con la sua Clara, che ha riconquistato, è lui che lo costringe al suicidio.

Per Freud il mago Sabbiolino altri non sarebbe che il padre, e la funzione di dividere il protagonista dal suo oggetto di amore sarebbe l’evirazione paterna. Come visto in Metapsicologia, Freud pone l’angoscia come una rimozione fallita, poiché in essa l’affetto non è stato nè allontanato dalla coscienza nè convertito in un altro affetto, mentre il rappresentante ideativo ha trovato un suo sostituto; similarmente, nel racconto del mago Sabbiolino, la rimozione ha fallito poiché l’affetto angoscioso permane in tutta la vicenda del protagonista. ma ciò che causa la paura non è il padre ma il mago Sabbiolino, il sostituto paterno. Il soggetto vive un affetto, ha una carica pulsionale inconscia (eccitazione-amore) che, non riuscendo ad arrivare al preconscio e al meccanismo di rimozione, viene direttamente scaricata in angoscia, ma questa carica può avere una controcarica sostitutiva (paura) e agganciarsi ideativamente nella fobia conscia; così che il soggetto può inibire lo stato di angoscia “rimuovendo” il percetto. L’inibizione difronte ad un percetto ha la stessa funzione della rimozione, allontanare “il pericolo”; ma questa è la manifestazione del sintomo ansioso in quanto cosciente. Cosciente perché l’ansia si lega ad un oggetto da cui volontariamente può allontanarsi, così come fa inconsciamente la rimozione quando non fallisce nel suo operato.. E’ di particolare interesse per noi aver stabilito il fatto che la rimozione riesca ad inibire la trasformazione di un impulso pulsionale in una manifestazione di affetto (pag102-103) essa consiste in un’angoscia che appare senza che il soggetto sappia di cosa abbia paura (pag 106).

Il rapporto tra angoscia e non-oggetto è il nucleo del saggio Inibizione, Sintomo e Angoscia.

Inibizione, Sintomo e Angoscia

Nel saggio Freud amplia il suo pensiero rispetto a quanto fatto in Metapsicologia definendo l’Io come la sede rappresentativa dell’angoscia, e non più, come nell’idea iniziale, l’angoscia come la risultante di una rimozione fallita. Rispetto al periodo in cui Freud pubblicò Metapsicologia ci troviamo di fronte ad una seconda concezione della strutturazione psichica, se in precedenza egli aveva postulato la dimensione della psiche secondo una formulazione dinamica di inconscio-preconscio-conscio, adesso ci si trova dinanzi ad una altra postulazione, una postulazione strutturale Es, Io, Super-Io. La dimensione Inc. del primo postulato è adesso articolata all’interno dell’Es e del Super-Io, mentre il sistema conscio e il sistema preconscio sono adesso inseriti all’interno dell’Io.

Abbiamo descritto la dipendenza dell’Io dall’Es non meno che dal Super-io, la sua impotenza e la sua disposizione all’angoscia nei riguardi di entrambi, la fatica che fa a mantenere la propria superiorità. Questo giudizio ha trovato dipoi una forte eco nella letteratura psicoanalitica. Moltissime voci insistono sulla debolezza dell’Io rispetto all’Es, e di ciò che è razionale rispetto a ciò che in noi è demoniaco, e sono pronte a far di questo enunciato un pilastro di una “concezione del mondo” psicoanalitica. Uno sguardo al modo d’agire della rimozione non dovrebbe di per sé trattenere l’analista dal prendere posizioni così estreme?

L’apparente contraddizione deriva dal fatto che noi prendiamo le astrazioni con troppa rigidità, estraendo isolatamente ora un aspetto ora l’altro di una realtà molto complessa. La separazione dell’Io dall’Es sembra giustificata da circostanze di fatto ben precise. D’altra parte, però, l’Io è identico all’Es, è solo una parte singolarmente differenziata dell’Es. Se noi pensiamo a questa parte contrapponendola al tutto, o se effettivamente è avvenuta una scissione tra le due parti, la debolezza di questo Io diventa evidente. L’Io mostra invece la sua forza se rimane legato all’Es, e non distinguibile da esso. Analogo è il rapporto dell’Io con il Super-io; in molte situazioni i due ci appaiono convergere, e perlopiù possiamo distinguerli soltanto quando si è determinata tra loro una tensione, un conflitto.

Dall’affermazione di Freud in questo breve passaggio è possibile rintracciare ed estrarre la struttura dell’otto interno e del nastro di Moebius che molti anni più tardi Lacan metterà al centro della sua concezione topologica dell’inconscio.

Tornando all’analisi di ciò che differenzia e lega l’ansia e l’angoscia è possibile fare una distinzione tra l’angoscia reale e l’angoscia nevrotica, definendole come ansia e angoscia; dove, attenendosi al testo di Freud, la prima è un segnale di allarme, se non anche di difesa, dell’Io e la seconda è l’angoscia di evirazione data dalla Trieb di piacere dell’Es di desiderare l’oggetto amato e dalla legge sociale del Super-Io data dal NO dell’Altro. Se per Freud l’Io è una porzione organizzativa dell’Es ma, come citato in precedenza, esso mostra la sua forza una volta che rimane legato all’Es, dove questo legame non è in toto poiché vige il meccanismo della rimozione e siccome, come detto, l’angoscia è una rimozione fallacea, allora lo stato d’ansia diviene paradossalmente il modo in cui l’Io rimane legato all’Es. L’Io sta all’Es come l’ansia sta all’angoscia. Ma come si mostra fenomenicamente ciò? Nelle fobie, in particolar modo in quella del piccolo Hans.

Chi è Hans? Hans è un bambino che si rifiuta di andare in giro per la città. Perché si rifiuta? Perché ha paura. Paura di cosa? Dei cavalli, in particolare del fatto che un cavallo possa morderlo. Ci si trova di fronte ad una fobia, paura nei confronti e verso qualcosa. Quando ne ha paura? Dopo, all’inizio il piccolo Hans non sa cosa accade, egli prova un’angoscia diffusa e dopo qualche tempo situa l’angoscia nella paura del cavallo. Cosa fa Hans per combattere questa paura? La evita, ne controlla lo spazio. Ma quale spazio controlla, quello unicamente reale del vis a vis col l’animale o quello rappresentativo dell’immagine? Ambedue. Se evita il cavallo reale, l’animale che si manifesta davanti ai suoi occhi, è perché prima ancora di esso egli ha paura ed evita la sua rappresentazione, la possibilità (temporale) che possa incontrarlo. Come la evita? Con l’ansia, ansia di incontrarlo, ansia di ritrovarcisi dinanzi, ansia della paura stessa. Ecco che allora l’ansia è un segnale di pericolo attivato nell’Io, non pericolo dell’oggetto, ma pericolo della paura. L’ansia non è situata in un rapporto, qualunque esso sia, tra Hans e il cavallo, ma tra Hans e la paura. Paura di cosa, dunque, del cavallo, del morso del cavallo? No. Paura di ciò che il cavallo rappresenta attraverso il processo della sostituzione “La sostituzione del padre mediante il cavallo”, l’angoscia di castrazione. Qui sì che si può utilizzare a buon diritto il termine angoscia. L’ansia è un segnale di allarme nell’Io nei confronti della paura, la quale paura (di e verso l’oggetto) non solo è prodotta dall’angoscia ma produce angoscia. E’ qui che Freud, senza esserne cosciente, ripropone il nastro di Moebius. Ma forse il paragone tra la difesa e la fuga si scontra comunque con il fatto che l’Io e la pulsione nell’Es appartengono invero alla stessa organizzazione, cosicché ogni e qualsiasi atteggiamento dell’Io non può non incidere sul processo pulsionale e non modificarlo. Dunque, prendendo il caso specifico della fobia, l’angoscia (castrazione) produce paura, la paura si lega ad un oggetto rappresentativo dell’Io (cavallo), che attiva un segnale d’allarme (ansia) nei confronti della paura stessa, e non nei confronti dell’oggetto (cavallo), il quale incide après-coup sull’angoscia.

Dato che l’eccitamento sessuale è l’espressione di moti pulsionali libidici, non sembrava arrischiato supporre che la libido si trasformasse in angoscia a causa di tali disturbi. Ebbene, questa considerazione è valida anche oggi; d’altra parte però non si può contestare che la libido dei processi dell’Es subisca un disturbo istigato dalla rimozione; può dunque ancor sempre esser vero che nella rimozione si forma angoscia dall’investimento libidico dei moti pulsionali. Ma come si può mettere d’accordo questo risultato con l’altro, secondo cui l’angoscia delle fobie è un’angoscia dell’Io, che sorge nell’Io, che non proviene dalla rimozione, ma anzi la provoca?

Angoscia e ansia nella psicoanalisi il pensiero di Freud e Lacan Fig 4

Bisogna riprendere le parole di Freud su come si è soggetti a prendere le astrazioni con troppa rigidità, di come l’Io sia legato all’Es e mostri la sua forza rimanendo indistinguibile da esso; ragion per cui, propongo l’idea che gli elementi fin qui analizzati possano essere visti attraverso una sincronia dinamica in cui gli uni influenzano gli altri e sono da questi influenzati. Se per Freud l’angoscia è uno stato affettivo, la quale, essendo data dalla paura dell’evirazione, è priva di un oggetto, spetta all’Io il compito di darne uno. Come? Attraverso una formazione sostitutiva poiché l’Es, non essendo un organizzatore psichico, non può giudicare, definire e percepire situazioni di pericolo, la situazione di pericolo sorge soltanto quando il suo oggetto diventa percepibile attraverso l’Io. Ma si è visto come la percezione dell’oggetto ritenuto pericoloso non sia la fine del processo di angoscia, in quanto una volta percepito pone in aprè cup una controcarica nei confronti della vera minaccia…l’evirazione.

Abbiamo detto che l’Io, appena conosciuto il pericolo di evirazione, dà il segnale di angoscia e inibisce, mediante l’istanza del piacere-dispiacere il minaccioso processo d’investimento nell’Es. La paura di evirazione mantiene un oggetto diverso e un’espressione deformata: essere morsicato dal cavallo anziché essere evirato dal padre. La formazione sostitutiva ha due evidenti vantaggi: anzitutto quello di sottrarsi a un conflitto d’ambivalenza, dato che il padre è al tempo stesso un oggetto amato; e, in secondo luogo, quello di permettere all’Io di sospendere lo sviluppo d’angoscia. L’angoscia della fobia è infatti un’angoscia facoltativa: essa sorge soltanto quando il suo oggetto diventa percepibile. Ciò è perfettamente corretto, poiché solo allora la situazione di pericolo è effettivamente presente. Se il padre non è presente, non c’è da temere l’evirazione. Ebbene, il padre non può essere eliminato, egli si mostra sempre, purché lo voglia. Se invece viene sostituito dall’animale, allora basta solo evitare la vista, ossia la presenza, dell’animale, per esser liberi dal pericolo e da angoscia.

Questo nella fobia ma non nel trauma, poiché in quest’ultimo vi è un’impotenza. Nella fobia ci si trova di fronte ad una situazione di pericolo, qualcosa che al livello dell’Io sappiamo di conoscere e inibiamo, ad esempio, attraverso l’evitamento. Nel trauma ci si trova di fronte ad una situazione di impotenza, un qualcosa a cui l’Io è assoggettato, qualcosa che al livello dell’Io sappiamo di non conoscere e che non possiamo inibire. La situazione di pericolo è la situazione riconosciuta, ricordata, attesa. L’angoscia è la reazione originaria all’impotenza vissuta nel trauma, reazione la quale, in seguito, è riprodotta nella situazione di pericolo come segnale d’allarme. L’Io, che ha vissuto passivamente il trauma, ripete ora attivamente una riproduzione attenuata dello stesso, nella speranza di poterne orientare autonomamente lo sviluppo. Noi sappiamo che il bambino si comporta in questo stesso modo verso tutte le impressioni che gli risultano penose, riproducendole nel gioco; attraverso questo modo di passare dalla passività all’attività egli cerca di padroneggiare psichicamente le impressioni della sua. Se questo dev’essere il senso di una “abreazione” del trauma, non c’è più nulla da obiettare in merito. Il fattore decisivo rimane comunque il primo spostamento della reazione d’angoscia dalla sua origine nella situazione d’impotenza all’aspettazione di essa, la situazione di pericolo. Pericolo e impotenza si interfacciano allo stesso modo in cui si interfacciano l’Io e l’Es.

Nel discorso fin qui elaborato manca ancora un elemento, l’oggetto a cui ansia, paura e angoscia si rivolgono. L’ansia si rivolge verso la paura, la paura si rivolge verso l’angoscia, l’angoscia si rivolge verso l’evirazione e l’evirazione…? In questo saggio Freud esplicita il fatto di come l’angoscia reale abbia un oggetto a cui si rivolge, mentre l’angoscia nevrotica no, essa è priva di oggetto. Sarà Lacan che, a partire dal seminario X, proporrà una torsione di questa formulazione dichiarando che l’angoscia ha un oggetto, l’oggetto piccolo (a)

Seminario X

Lacan inizia il suo seminario sull’angoscia riprendendo il trittico freudiano inibizione, sintomo e angoscia all’interno di una matrice, mettendo sull’asse delle ascisse la nozione di difficoltà e sull’asse delle coordinate la nozione di movimento. Però, è anche vero che per Lacan il trittico inibizione, sintomo angoscia non è allineato, non va letto sullo stesso piano, ma su un piano posto diagonalmente.

Inibizione impedimento imbarazzo

emozione       Sintomo    messa in atto

turbamento   acting-aut  Angoscia

Cosa ci dice Lacan in merito a questi termini?

  • Inibizione: ha a che fare con la locomozione, ma vi è quantunque un movimento anche quando non vi è una locomozione
  • Impedimento: il soggetto preso in trappola
  • Imbarazzo: il soggetto S rivestito dalla barra S, quando non sapete più che fare di voi stessi cercate qualcosa dietro cui ripararvi. Il massimo della difficoltà raggiunta.
  • Emozione: è il movimento che si disgrega, la reazione che si chiama catastrofica
  • Turbamento: turba, caduta di potenza. Il turbarsi più profondo nella dimensione del movimento.

Dalla matrice di Lacan è possibile ricavare l’elemento sintomatico della fobia, ovvero l’ansia. Dove la fobia altro non sarebbe che il mascheramento rappresentativo dell’angoscia e la sua sintomatologia è lo stato d’ansia legato ad un’emozione che turba.

Inibizione impedimento imbarazzo

emozione       Sintomo   messa in atto

turbamento   acting-aut Angoscia

In Hans l’inibizione ha una sua difficoltà nell’impedimento (non può andare per strada…) ed un movimento verso l’emozione e il turbamento (….per paura).

Ciò che salta all’occhio è come, pur avendo a che fare con l’angoscia, sull’asse del turbamento, essa non viene toccata fintanto che rimaniamo sulla dimensione sintomatica (ansia). Perché, pur avendo a che fare con l’angoscia, essa non viene toccata? Poiché l’oggetto a cui si riferiscono ed il limite entro il quale essi agiscono non sono gli stessi.

Qual è questo limite?

Angoscia e ansia nella psicoanalisi il pensiero di Freud e Lacan Fig 5

Il limite è che non tutto l’investimento libidico può passare attraverso l’immagine speculare, c’è un resto, una mancanza.

S: Soggetto

A: Altro

I: immagine speculare

i(a): Immagine reale

į’(a): Immagine virtuale

– φ: fallo

a: X

Nello schema ottico proposta da Lacan a pagina 44 del Seminario X troviamo a sinistra il soggetto dell’immagine reale, immagine del corpo che funziona, nel materiale del soggetto, come propriamente immaginaria, cioè libidinizzata. Questa immagine “reale” del corpo è sempre l’(a)ltro che gliela rimanda, è attraverso il rapporto interpersonale con l’altro che il soggetto (je) ricava il soggetto forma (moi) . Questa interazione ha un limite, in quanto non tutto l’investimento libidico passa nel rapporto i(a)-į’(a), c’è uno scarto. Una mancanza. (– φ). Strutturalmente – φ non entra nella dialettica immaginaria.

Se tra S ed I tutto fosse speculare, se alla libido fosse possibile scaricarsi in toto e fare propria l’immagine speculare che l’(a)ltro gli rimanda, l’individuo coglierebbe nel collo dell’immagine speculare originaria i(a), il suo desiderio (a), ma questo non è possibile perché nella parte destra, la parte della I, la (a) non viene riflessa; l’(a), come immagine del desiderio, oggetto da ghermire, non è visibile, manca. φ (phi) sta per fallo, ma fallo indicato attraverso il meno (-) come sottrazione libidica. Cosa dovrebbe apparire in questo – φ? L’Unheimlichkeit. L’Unheimlichkeit è ciò che appare nel posto in cui dovrebbe stare -phi.

Possiamo situare l’Heim dell’Unheimlichkeit, la casa, dalla parte sinistra del disegno, mentre Unheim apparirà fuori. Ciò che appariva dalla parte della casa appare adesso anche fuori, e questo è angosciante, ma il fuori (Unheim) e la casa (Heim) devono essere distinti, deve esserci una “cornice”, una staccionata, un limite che indichi il dentro ed il fuori. Questo meccanismo è l’assenza della mancanza nella dialettica della D (domanda) con l’Altro, l’esperienza più angosciante per il bambino, afferma Lacan, si ha quando al posto di – φ c’è qualcosa, qualsiasi cosa. Quando al posto dell’assenza della madre c’è la madre, quando l’Altro è sempre presente, poiché è solo attraverso l’assenza che si può instaurare la dialettica del desiderio; è la possibilità dell’assenza a dare la sicurezza della presenza. C’è nell’Altro un plus di presenza e di risposta, un’assenza della mancanza, che turba. questo Unheimlichkeit non inganna, si manifesta nel Reale del corpo emotivo che agisce.

Cos’è che inganna? La traccia. Che cos’è una traccia? Nella dimensione biologica dell’animale la traccia è un segno, il cane che urina nella aiuola di un parco, su una ruota o nel giardino di un altro lascia un segno e cancella la traccia che un altro animale ha lasciato in precedenza; esso afferma: “Qui ci sono stato io, non più tu. Questo spazio è mio, non più tuo. Adesso è il mio territorio, non più tuo.” Nell’essere umano la funzione della traccia è differente, in quanto l’essere umano è un essere di linguaggio, e come essere di linguaggio la sua traccia è un significante.

Angoscia e ansia nella psicoanalisi il pensiero di Freud e Lacan Fig 6

In questo schema della traccia cancellata, tra l’intervallo di a e A appare S come nascita del significante, un S non saputo. Questo S è il Soggetto dell’inconscio. Ogni individuazione successiva del soggetto verte a riconquistare S attraverso un significante che faccia Uno. Ma il significante è significante in quanto rappresentante ad un altro significante in quanto quel significante rappresenta qualcosa per un altro significante. La paura del piccolo Hans non è paura del cavallo ma è paura di qualcos’altro, questa paura di qualcos’altro è strutturalmente impossibilitata a raggiungere un oggetto, è impossibilitata a riconquistare l’origine. (S ◊ a). La Losanna è ciò che impedisce che soggetto e oggetto facciano uno.

Perché l’ansia come sintomo e non la fobia? Perché l’ansia sa, sa che la fobia, come significante, è una traccia che maschera la traccia. Il cavallo maschera l’evirazione. L’angoscia come taglio sa di questo, l’ansia, stando sul “chi va là” di questo taglio, allerta, segnala. L’ansia segnala che la fobia del cavallo è una falsa traccia, l’Io allora si difende da questo smascheramento evitando il percetto, in questo modo il soggetto permette al suo fantasma di continuare a esistere e funzionare, se venisse meno questa esistenza, se il piccolo Hans vivesse il cavallo come falsa traccia, se venisse meno il mantenimento del fantasma (S ◊ a) è l’angoscia. Dunque, il cavallo, così come qualunque oggetto fobico e ansiogeno, non è l’oggetto dell’angoscia, l’oggetto dell’angoscia è l’oggetto (a). Cos’è questo oggetto e dove vederlo, collocarlo? Questo oggetto è un non-oggetto, non si vede ma c’è, ed è collocato prima del Soggetto nel suo rapporto con l’Altro attraverso tre punti:

  • L’oggetto del desiderio non è davanti ma dietro, dietro il desiderio.
  • Riconoscersi come oggetto del proprio desiderio è masochistico.
  • L’oggetto (a) è presente nella sua mancanza.

In metapsicologia Freud afferma come oggetto pulsionale e meta della pulsione (Ziel) non siano la stessa cosa. L’oggetto è il mezzo, lo strumento, (capezzolo, seno, biberon, ciuccio, dito, birra ecc.) che la pulsione designa per arrivare alla meta, la meta è il soddisfacimento della pulsione (l’oralità negli esempi sopra citati). L’oggetto si trova all’esterno e la meta all’interno, all’interno del corpo. Però questa meta non può essere raggiunta senza che prima ci sia un oggetto, una volta che arriva l’oggetto arriva la meta, ma, come visto, attraverso lo schema dello specchio, una parte di questo oggetto e della sua carica pulsionale si perde, interiorizzato e perso dall’individuo. Questa interiorizzazione è perdita, è riconducibile alla rimozione primaria in cui un elemento pulsionale che ha perduto la sua integrità attira a sé, attraverso il meccanismo dello spostamento, dei derivanti psichici; la funzione dell’oggetto piccolo a, e del perché esso si situa in un al di qua del desiderio è riconducibile a questa rimozione primaria e alla sua attrattività. Come nella calamita in cui i due poli, positivo e negativo, vengono spezzati, così che uno dei due è costantemente alla ricerca dell’altro, nella pulsione un pezzetto staccato nell’oggetto attira a sé tutti i derivati per raggiungere la meta del soddisfacimento; questi derivanti però non rincorporeranno mai l’oggetto nella sua integrità.

Al soggetto del desiderio resta impossibile, in quanto (a), cogliere qualcosa di sé come Sé intero, come Uno; allora, egli altro non può fare che identificarsi come oggetto dell’altro, oggetto tra altri oggetti del mondo. Questo identificarsi, e dunque, riconoscersi come oggetto del mondo, è sempre masochistico.

Se l’oggetto (a) non sta davanti al desiderio ma dietro, se esso è ciò che genera il desiderio, in che modo esso può essere riconosciuto? Riconoscersi come oggetti del proprio desiderio è sempre masochistico, ma il masochista lo fa sempre su una scena. Come avviene per Benjamin Malaussène, il quale si definisce fin da subito come “Il capro espiatorio” e vive tutta la sua vita da tale, oggetto del proprio desiderio e oggetto del desiderio sadico dell’Altro. Ma quando questa scena scompare o viene a mancare? Quando l’identificarsi con l’oggetto del desiderio viene meno? Quando viene il dubbio che non siamo “Il capro espiatorio”. È lì che si manifesta la presenza dell’oggetto (a) in quanto mancanza attraverso l’Altro.

Articolando lo schema completo di Inibizione Sintomo e Angoscia Lacan riprende il caso esposto da Freud di una giovane omosessuale, in cui una giovane ragazza di diciotto anni si invaghisce di una donna di dodici anni più grande di lei. La giovane manifesta esplicitamente il suo desiderio per la donna, al punto tale che tutta la città, genitori inclusi, sanno, sanno che ella desidera questa donna; ella è sotto lo sguardo di tutti, sotto lo sguardo dell’Altro. Quest’amore così apertamente manifestato, insieme ai ruoli che tutti i protagonisti ricoprono, è la scena in cui la giovane si muove abitualmente nel mondo. Questa scena in cui il soggetto si mostra attraverso i suoi atteggiamenti e comportamenti abituali è l’acting out. I rapporti tra le due continuano normalmente all’interno di questa scena fino a quando la giovane ragazza, a passeggio con l’amata, incontra il padre che le lancia uno sguardo di disapprovazione; l’amata, a disagio per quanto è successo, comunica alla ragazza che vuole chiudere la relazione. A quel punto la ragazza corre via e tenta il suicidio gettandosi da un ponte dal quale passa abitualmente la linea ferroviaria del tram. Il fuggire e il gettarsi giù dal ponte della ragazza è lo strappo di quella scena abituale che rappresenta la continuità del mondo della giovane, l’andare fuori, questo atto è il passaggio all’atto.

Ecco cosa segnala il segnale d’ansia dell’Io. Segnala, attraverso l’inibizione, l’impedimento, il turbamento e l’emozione che sta per apparire sulla scena (acting out), l’oggetto (a), l’angoscia. Riprendendo l’Unheimlichkeit freudiano è possibile porre l’Heim nel lato dell’acting out, nel lato i(a) dello specchio, nel lato di ciò che è familiare, mentre l’Unheim nel lato del passaggio all’atto, nel lato di ciò che non è familiare, nel lato į’(a) del collo del vaso (– φ). Così come accade alla giovane omosessuale, così accade nella storia del mago Sabbiolino, in cui il protagonista vive il suo acting out (la sua scena) nella rottura di ogni sua relazione, sentimentale o amicale che sia, sotto lo sguardo continuo e persecutorio dell’Altro paterno ed evirante. Fino a quando qualcosa non succede, succede che il protagonista in cima ad una torre vede il mago ed il suo sguardo guardarlo, allo stesso modo in cui la giovane omosessuale vede il padre ed il suo sguardo guardarla; egli si getta dalla torre sotto lo sguardo di tutti, mago/padre compresi, come la giovane si getta dal ponte sotto lo sguardo di padre e amante. Sotto lo sguardo dell’Altro.

Un objekt per essere desiderato deve essere proibito, poiché è solo attraverso la sua proibizione, la sua inafferrabilità, che possiamo desiderarlo, in modo contrario ogni oggetto sempre presente, sempre disponibile, non è desiderato ma goduto; l’angoscia nel suo resto (a) si situa proprio tra il godimento ed il desiderio. Per poter allora entrare nella dialettica del desiderio è fondamentale la presenza della mancanza, – φ. Da questo – φ scaturisce come resto l’oggetto piccolo (a), il quale, quanto si palesa, lo fa attraverso il manifestarsi Reale dell’angoscia.

Angoscia e ansia nella psicoanalisi il pensiero di Freud e Lacan Fig 7

L’angoscia si manifesta nel reale poiché essa è impossibilitata ad entrare nella dialettica della significazione significante del grande Altro. La funzione dell’angoscia è mediana rispetto al godimento e al desiderio. Godimento e desiderio in rapporto all’Altro, e nello specifico alla Domanda rivolta all’Altro: “Cosa sono io per te?”. Nel godimento questo oggetto (a) dove ricercarlo e collocarlo allora? E’ stato detto che non fa parte della significazione significante ma che è reale, il reale del corpo. E’ stato detto che non è davanti, ma dietro al desiderio, dietro l’oggetto inteso come objekt che serve al raggiungimento della meta del desiderio pulsionale. Non è stato detto che l’oggetto (a) non è unico ma multiplo, oggetti a. Questi oggetti a sono gli oggetti parziali del corpo pulsionale freudiano, orale, anale, fallico e, ne aggiunge altri due Lacan, scopico e sonoro. L’oggetto (a) scopico è stato la traccia di questo articolo, partendo dal DSM-5, per poi passare alla fobia del piccolo Hans, al perturbante della storia del mago Sabbiolino e allo schema dello specchio curvo tra i (a) e į’(a), la presenza/assenza e strutturazione dell’oggetto e della nostra identità.

Conclusione

Ciò che Freud in Inibizione Sintomo e Angoscia definisce come angoscia reale è qui definita come ansia. Si definisce ansia in quanto segnale dell’Io, ed essendo nell’Io si manifesta attraverso quel rapporto Immaginario del Soggetto nella cattura dello specchio mediante l’Altro, S A  I, dove in S abbiamo i (a) e in I abbiamo į’(a ). Il rapporto i(a)- į’(a ) però non è fusionale, in į’(a ) l’oggetto piccolo (a) non viene preso, c’è uno scarto libidico, una x riconosciuto da Lacan come – φ. Nell’ansia l’oggetto di riferimento è l’oggetto percetto, l’oggetto immaginario nella sua presenza o assenza, questo oggetto immaginario entra nel simbolico in quanto cancellazione di una traccia. L’angoscia, differentemente dall’ansia, ha il suo oggetto non in un al di fuori del soggetto, in un esterno, ma in un interno pulsionale. Lacan articola l’oggetto piccolo (a), attraverso le sue diverse zone pulsionali, come fautore del desiderio. Secondo Lacan è a causa di questa strutturazione che si instaura il desiderio, desiderio che non va articolandosi esclusivamente nella sua dimensione Simbolica ma ha effetto nel Reale. L’angoscia entra nella scena quanto alla Domanda “Cosa sono io per te?”, qual è la mia identità in te, c’è in A una x. La sua entrata in scena scuota il corpo (R)eale.

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