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Anosognosia e metacognizione: l’adozione di un nuovo punto di vista sulla malattia di Alzheimer

L’anosognosia può essere vista come un deficit della conoscenza metacognitiva e dei processi di monitoraggio riguardo alla consapevolezza della propria condizione, con una carenza di riconoscimento a proposito della severità della propria sintomatologia.

 

Nel 2015, l’Alzheimer Disease International evidenziò come 4.8 milioni di persone soffrono di demenza e come tale numero sarà raddoppiato entro il 2030 (Wimo et al., 2006, come citato in Bertrand et al., 2016). Il DSM 5 (APA, 2013, pp. 709-710) riporta il disturbo neurocognitivo maggiore dovuto a malattia di Alzheimer se è presente un’evidenza di una mutazione genetica causativa di tale malattia, dove vi è un chiaro declino della memoria, dell’apprendimento e almeno di un altro dominio cognitivo, costantemente progressivo e graduale nella cognizione, senza plateau estesi, e senza la presenza di altre malattie neurodegenerative e cerebrovascolari che contribuiscono a tale declino. Si parla di un disturbo neurocognitivo lieve invece quando una probabile malattia di Alzheimer viene diagnosticata se vi è o meno una mutazione genetica causativa di tale malattia, e sono richiesti i criteri sopra elencati. La nomenclatura esistente riporta come la durata media di sopravvivenza post diagnosi è di circa 10 anni, mentre le persone che convivono con tale disturbo per 20 anni si ritrovano costrette a letto nella maggior parte dei casi (APA, 2013).

Che cos’è l’anosognosia

L’anosognosia, letteralmente ‘mancanza di conoscenza sulla malattia’, è una caratteristica comune della demenza (Morris & Hannesdottir, 2004, come citati in Bertrand et al., 2016; Mograbi et al., 2012). Un aspetto importante è che l’anosognosia e la metacognizione, riferita al monitoraggio e alla regolazione dei processi cognitivi, sono dei concetti correlati: basandosi sulle teorie metacognitive, l’anosognosia può essere vista come un deficit della conoscenza metacognitiva e dei processi di monitoraggio riguardo alla consapevolezza della propria condizione, con una carenza di riconoscimento a proposito della severità della propria sintomatologia (Babinski, 1914).

Bertrand e colleghi (2016) hanno condotto una revisione della letteratura e hanno visto come diversi studi esplorassero la relazione tra l’inconsapevolezza della malattia e la capacità di pensare al proprio pensiero, osservando l’impatto dell’auto-osservazione e del miglioramento della propria consapevolezza adottando un punto di vista in terza persona: il Cognitive Awareness Model (CAM; Agnew & Morris, 1998, Morris & Hannesdottir, 2004, 2007; Morris & Mograbi, 2013, come citati in Bertrand et al., 2016) permette alla persona di vedersi con un video, suggerendo così l’esistenza di sistemi di memoria distinti per le informazioni su di sé e sugli altri (Bertrand et al., 2016). Besharati e colleghi (2015) hanno suggerito come l’auto-osservazione attraverso una prospettiva in terza persona influenzi positivamente le abilità metacognitive. Gli esperimenti svolti su pazienti affetti da Alzheimer hanno suggerito come i pazienti sono generalmente accurati nel predire le prestazioni dei loro caregiver quando fanno affidamento su una conoscenza obsoleta delle capacità cognitive dei loro parenti, mentre riscontrano difficoltà a predire le loro.

La spiegazione teorica di Morris e Mograbi (2013) ipotizza come i comportamenti manifestati, o evidenti, riflettano l’esistenza di diverse reti incluse nella valutazione di sé o degli altri. Nello specifico i due autori hanno proposto un modello di immagazzinamento mnestico composto da una banca dati personale, contenente rappresentazioni semantiche su di sé, e un sistema di memoria concettuale autobiografico, che contiene informazioni e conoscenze di esperienze di vita e auto-valutazioni sviluppate nel corso dell’apprendimento. Tale sistema mnestico è scisso dal sistema mnestico generico, contenente altri elementi che permettono una valutazione degli altri basandosi su una conoscenza semantica generale.

Correlati neurali dell’anosognosia

A livello neuroscientifico, Ruby e Decety (2001, 2003, 2004) hanno esplorato i correlati neuroanatomici dell’assunzione di prospettiva sui domini motori, emotivi e concettuali. La distinzione tra sé e gli altri è evidente, per tutti e tre i domini, nella corteccia somatosensoriale e parietale inferiore. A favore di tali evidenze, alcune di queste aree cerebrali, come la corteccia orbitofrontale e la giunzione temporoparietale, sono correlate positivamente all’anosognosia nella malattia di Alzheimer (Bertrand et al., 2016). La Default Mode Network (DMN), rete che si attiva quando i soggetti non sono impegnati in un compito specifico, sembra inoltre essere influenzata dal processo neurodegenerativo dell’Alzheimer: Bond e colleghi (2016) hanno osservato come la compromissione della DMN possa spiegare le differenze nelle capacità metacognitive in base alla prospettiva di come le informazioni vengono presentate ad un soggetto.

Implicazioni dell’anosognosia

Le implicazioni a livello clinico potrebbero includere l’adozione di una terapia basata su un punto di vista in terza persona, integrazione utile per malattie neurodegenerative e psicotiche che implicano spesso istituzionalizzazioni precoci e difficoltà nell’aderenza al trattamento (Starkstein et al., 2007, Arlt et al., 2008, Bertrand et al., 2013, Horning et al., 2014, come citati in Bertrand et al., 2016).

Future ricerche potrebbero confermare l’ipotesi secondo cui un miglioramento nella consapevolezza del paziente, attraverso l’utilizzo di un punto di vista in terza persona, può ridurre l’impatto negativo dell’anosognosia (Bertrand et al., 2016).

 

La nascita della terapia metacognitiva – Parte I

Negli ultimi anni, la terapia metacognitiva (MCT) non solo si è dimostrata un trattamento efficace per la cura della sintomatologia ansiosa e depressiva, ma ha anche dato prova di essere un’ottima alternativa a terapie ben consolidate ed evidence-based come la terapia cognitivo-comportamentale (es. Normann & Morina, 2018).

 

La MCT, nel panorama attuale, ha cominciato a riscuotere l’interesse di molti ricercatori e clinici che si occupano di salute mentale. Ma come nasce questa terapia? Quali sono le basi teoriche che hanno portato gli studiosi a creare un paradigma tanto innovativo? E quali le evidenze scientifiche che la rendono così rilevante?

Il presente articolo si soffermerà proprio su questi punti, delineando la storia della terapia metacognitiva dagli albori fino a oggi.

Le informazioni contenute nell’articolo derivano dalla lettura e dalla traduzione di A Brief History of Metacognitive Therapy: From Cognitive Science to Clinical Practice (Capobianco & Nordahl, 2021).

Processi di automonitoraggio ed elaborazione delle informazioni

Adrian Wells, padre della terapia metacognitiva, iniziò a testare metodi e concetti alla base di ciò che sarebbe poi divenuto il modello metacognitivo a metà degli anni ’80, durante i suoi studi di Dottorato. Wells era interessato alla teoria dell’elaborazione delle informazioni e al ruolo che i processi di automonitoraggio avevano nella sintomatologia ansiosa (es., Wells, 1985). Questo interesse nacque in seguito allo studio che l’autore fece del lavoro di Duval e Wicklund (1972), Carver e Scheier (1988) e Fenigstein e colleghi (1984); le ricerche in questione dimostravano quanto fossero rilevanti gli effetti negativi che un elevato automonitoraggio può comportare nei vari disturbi psicologici.

Secondo Wells (1978), erano di fondamentale importanza i processi attentivi e gli stili di pensiero come il rimuginio, e avrebbero dovuto riscuotere maggior interesse negli sviluppi delle teorie psicologiche; tuttavia, i modelli più innovativi presenti in quel periodo, la Terapia Cognitivo-Comportamentale e la Terapia Razionale Emotiva Comportamentale, consideravano come core dei disturbi il contenuto del pensiero e gli schemi mentali.

Secondo Wells era invece l’attenzione l’elemento cardine che poteva fornire una base scientifica per svelare i processi, sia oggettivi che soggettivi, dei disturbi psicologici e i metodi da utilizzare nel trattamento. Fino ad allora invece, i bias attentivi erano considerati principalmente come processi riflessivi bottom-up, risultato di emozioni, tratti di personalità o fattori ambientali (es., Mathews & MacLeod, 1985).

Un lavoro che ebbe grande influenza sulle prime idee di Wells (Duval & Wicklund, 1972) concepì una teoria dell’autoconsapevolezza che considerava l’attenzione come un processo dicotomico: essa poteva essere diretta all’interno di sé oppure all’esterno, verso l’ambiente. Duval e Wickund ipotizzarono che gli stimoli ambientali come la presenza di uno specchio o di un pubblico facessero rivolgere l’attenzione verso sé stessi, mentre le distrazioni esterne e il focalizzarsi su un compito facessero dirigere l’attenzione al di fuori di sé.

Fenigstein e colleghi (1975) definirono la tendenza di una persona a dirigere l’attenzione verso di sé “autocoscienza” e operarono una distinzione tra autocoscienza privata e pubblica, che risultarono entrambe correlare positivamente con l’ansia sociale. Le differenze individuali in questi domini furono considerate come tratti di personalità; l’attenzione auto-diretta di stato risultava secondo gli autori da variabili situazionali transitorie, da tratti di personalità o da entrambe. Emerse che l’autocoscienza di stato e di tratto erano variabili attendibili e correlavano positivamente con la sintomatologia presente in alcuni disturbi psicologici; tuttavia, mancava una teoria standardizzata che collegasse i bias attentivi sulla pericolosità, il self-focus, i limiti delle risorse attentive e i disturbi psicologici. Wells riconobbe i benefici e le implicazioni pratiche nello sviluppo di questa teoria.

In un altro lavoro di grande importanza, Mathews e MacLeod (1985) dimostrarono che i pazienti con ansia avevano la propensione a focalizzare l’attenzione sugli stimoli riguardanti una minaccia; essi attribuivano questo bias all’attivazione di schemi sottostanti e a interpretazioni negative dell’esperienza, coerenti con la teoria degli schemi (Beck et al., 1979). Analizzando questa tendenza con il test di Stroop in pazienti con disturbo d’ansia generalizzata, scoprirono che questi sperimentavano un aumento della latenza di denominazione dei colori nelle parole correlate alla minaccia.

In seguito, MacLeod e colleghi (1986) utilizzarono il paradigma del dot probe task e scoprirono che i pazienti ansiosi, ma non quelli depressi, spostavano l’attenzione verso le parole correlate alla minaccia ma erano più lenti a prestare attenzione alle parole neutre. Questo suggerì che vi era un bias di elaborazione che poteva contribuire al mantenimento dell’ansia. Ricerche successive hanno suggerito la presenza di un bias per gli stimoli disforici nella depressione (es., Armstrong & Olatunji, 2012).

Alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, Wells insieme con Gerald Matthews (1988) proseguì negli studi sull’attenzione, sulla cognizione, sullo stress e sulle stategie di coping. Gli autori sostenevano che la conoscenza di una persona – le credenze su di sé – non fosse semplicemente un file di dati interni contenente informazioni disconnesse che può essere analizzato dal terapeuta: il disturbo psicologico può essere influenzato non solo da processi automatici, ma anche da processi coscienti più strategici che regolano attenzione e cognizione. Si prefissero quindi l’obiettivo di identificare questi possibili processi e di condurre un’ampia revisione critica della letteratura esistente sull’attenzione e sulle emozioni in psicopatologia. Al centro di questo lavoro c’era un esame delle teorie e delle evidenze sui contributi del controllo bottom-up rispetto al controllo dell’elaborazione top-down.

Wells e Matthews (1994) notarono che l’uso dei principi delle scienze cognitive in letteratura era limitato e che le influenze top-down sui bias e sulla negatività osservati nei disturbi psicologici non erano spiegate dalle teorie esistenti. Si posero quindi l’obiettivo di rimediare a questa lacuna e, dopo un’analisi critica, svilupparono il loro modello della funzione autoregolatoria (Self-Regulatory Function Model; S-REF), la base teorica successivamente sviluppata da Wells e utilizzata come base per la Terapia Metacognitiva.

Il Modello della Funzione Esecutiva Autoregolatoria

Il modello della funzione autoregolatoria è stato anche definito da alcuni autori “il modello metacognitivo dei disturbi psicologici”. Secondo Wells e Matthews (1994) un modello teorico avrebbe dovuto discriminare tra i vari livelli di controllo dell’attenzione ed essere in grado di mappare gli effetti dell’elaborazione delle informazioni nei disturbi psicologici. Wells e Matthews (1994) sostenevano che le teorie psicologiche esistenti non fossero in grado di specificare i diversi aspetti della architettura cognitiva che contribuivano allo sviluppo e al mantenimento delle problematiche emotive. Un’analisi di questo tipo fu centrale nello sviluppo del modello S-REF.

Il punto di partenza nella loro revisione della letteratura è stato l’identificazione e la definizione della sindrome cognitivo-attentiva (cognitive attentional syndrome; CAS), un insieme di processi attivati sotto stress o minaccia che poteva portare allo sviluppo di disturbi psicologici. La CAS consiste in un pensiero ripetitivo negativo, che si manifesta sotto forma di ruminazione, rimuginio e monitoraggio della minaccia e che alimenta l’utilizzo di strategie di coping disfunzionali, come la soppressione del pensiero; questo tipo di pensiero riduce la capacità degli individui di compiere un’efficace autoregolazione.

Un’elevata attenzione rivolta ai propri pensieri (es. autocoscienza privata) era considerata da Wells e Matthews uno dei principali fattori di rischio nello sviluppo di questa sindrome. Nel modello S-REF, la CAS è generata dall’interazione tra un’elaborazione cosciente di livello superiore e un’elaborazione automatica di livello inferiore, in particolare quella che coinvolge i processi di attenzione selettiva e di riduzione della sofferenza emotiva tramite autoregolazione. Nel valutare gli effetti della cognizione di livello superiore, il modello ha distinto tra credenze dichiarative (“io non valgo”) e credenze procedurali, ovvero le pianificazioni o i comandi che guidano l’elaborazione e che hanno quindi una funzione metacognitiva.

Wells e Matthews ritenevano che le credenze negative (“la gente pensa che io sia un fallito”) fossero il risultato dell’elaborazione metacognitiva e che il persistere di tali credenze, le credenze metacognitive o metacredenze, potesse essere spiegato dalla CAS. Wells (es., 1994) ha inoltre ipotizzato l’esistenza e teorizzato il ruolo delle credenze metacognitive negative (“ho paura di perdere il controllo delle mie preoccupazioni”) e di quelle positive (“se mi preoccupo sono pronto ad affrontare qualsiasi cosa”); Wells ipotizzò che influenzassero la risposta della CAS (per esempio, la focalizzazione sulla minaccia).

Il modello S-REF differisce dagli altri modelli cognitivi poiché enfatizza l’importanza dell’architettura cognitiva, distinguendo l’influenza di un’elaborazione riflessiva di livello inferiore dalle strategie motivate di livello superiore. Questa distinzione è importante nell’ambito delle psicoterapie, poiché il livello al quale operano i bias determina a sua volta il tipo di trattamento psicologico che verrà utilizzato (es., esposizione ripetuta per i processi di livello inferiore o strategie di modifica e revisione della conoscenza metacognitiva per i processi di livello superiore (Capobianco & Nordahl, 2021).

Secondo gli autori, era la perseverazione in risposta a pensieri negativi, ovvero la sindrome cognitivo-attentiva, a causare i disturbi psicologici, non il contenuto della cognizione enfatizzato da altre teorie (Beck et al., 1979). Trassero quindi la conclusione che sarebbe stato vantaggioso sviluppare delle tecniche che potessero consentire all’individuo di regolare efficacemente la risposta a pensieri negativi, riducendo gli elementi della CAS.

Nel modello S-REF, la CAS è il risultato della conoscenza metacognitiva, delle credenze sull’utilità del rimuginio e il monitoraggio della minaccia, e delle metacognizioni procedurali di ordine superiore che agiscono come programmi modificabili per l’elaborazione (Capobianco & Nordahl, 2021).

Dal momento che il disturbo psicologico per gli autori era correlato alle credenze metacognitive e all’uso eccessivo di strategie di coping disadattive, lo scopo era quello di sviluppare un trattamento focalizzato a flessibilizzare il controllo mentale, piuttosto che finalizzato alla messa in discussione del contenuto degli schemi o all’insegnamento di skills mancanti.

Wells (2009, 2019) ha continuato ad estendere il modello S-REF integrandolo con dati sperimentali emergenti e ha aggiornato le sue competenze cliniche applicando questi principi ai suoi pazienti. Nello specifico, ha descritto nel dettaglio la struttura interna delle funzioni cognitive di ordine superiore e la relazione tra le componenti metacognitive del modello e la regolazione della CAS.

Gli strumenti per valutare le metacognizioni

Per valutare empiricamente i processi metacognitivi del disturbo enfatizzati nel modello S-REF, era necessario sviluppare nuovi strumenti di misura. I primi furono il Thought Control Questionnaire (TCQ), che valutava le differenze individuali nella tendenza a utilizzare particolari strategie per affrontare i pensieri negativi (es., preoccupazione, punizione, rivalutazione), e l’Anxious Thought Inventory (AnTI), che valutava diversi tipi di preoccupazione inclusa la meta-preoccupazione (cioè la preoccupazione per la preoccupazione; Capobianco & Nordahl, 2021).

Il Metacognitions Questionnaire-65 (MCQ-65) è stato il primo strumento di misurazione per le credenze metacognitive corrispondente al modello S-REF e valutava cinque sottotipi di credenze metacognitive, ovvero: (1) meta-credenze positive riguardo al rimuginio; (2) meta-credenze negative riguardo all’incontrollabilità e al pericolo delle preoccupazioni; (3) fiducia nelle proprie capacità cognitive; (4) bisogno di controllo dei pensieri; e (5) autoconsapevolezza cognitiva. L’MCQ è stato successivamente abbreviato nel Metacognitions Questionnaire-30, strumento di misura determinante nello stabilire il ruolo delle credenze metacognitive in una serie di disturbi, sintomi e gruppi di età (Capobianco & Nordahl, 2021).

Sono stati sviluppati questionari specifici per i disturbi (ad es. GADS-R, PTSD-S, OCD-S) e questionari più generici riguardanti la CAS (ad es. CAS-1, CAS-1r) da utilizzare di sessione in sessione come mezzo per monitorare e valutare le strategie metacognitive e le credenze metacognitive durante la terapia (Wells, 2009).

Esistono anche strumenti per la misurazione delle meta-credenze rilevanti per la depressione, per esempio il Negative Beliefs about Rumination Scale (NBRS) e il Positive Beliefs about Rumination Scale (PBRS) che sono stati determinanti nel testare il ruolo della CAS e delle meta-credenze (es. Cano-Lo ́pez et al., 2021) in questo disturbo.

In arrivo il Masterclass Internazionale di Terapia Metacognitiva

L’innovazione che la Terapia Metacognitiva ha introdotto nella concettualizzazione e nel trattamento dei disturbi psicologici (non solo limitata ai disturbi d’ansia, ma anche a quelli ossessivi, depressivi, post-traumatici, ecc), ha creato nei professionisti una sempre maggiore curiosità e una crescente domanda verso percorsi formativi che consentano di conoscere gli aspetti teorici ma soprattutto di padroneggiare gli aspetti pratici di questo nuovo approccio.

Per tale motivo, l’MCT-Institute, in collaborazione con MCT-Italia, organizzerà un Masterclass per colleghi psicoterapeuti e specializzandi di lingua italiana.

Il Masterclass rappresenta il primo livello di competenza nella Terapia Metacognitiva e certifica l’iscrizione nell’elenco internazionale degli psicoterapeuti metacognitivi.

Sarà un corso dalla durata di due anni (dal 2022 al 2024), organizzato prevalentemente online tramite piattaforma ZOOM con traduzione in italiano. Il corso sarà composto da 8 incontri di due giorni, dedicati all’applicazione pratica della Terapia Metacognitiva e alla supervisione di casi clinici.

Il Masterclass sarà condotto interamente dai fondatori dell’ MCT-Institute e della terapia metacognitiva: Prof. Adrian Wells e Prof. Hans Nordahl.

 

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Il concetto di bisogno nella ricerca in psicologia. Seconda parte: teorie rappresentative a confronto

Dal punto di vista della sopravvivenza alcuni bisogni sono necessari per l’organismo in quanto senza di essi cesserebbe la vita; altri, di matrice psicologica, hanno invece un impatto misurabile in base ad altri parametri.

Ndr – Il presente articolo è il secondo di una serie di tre contributi sull’argomento. Il primo contributo è stato pubblicato la settimana scorsa su State of Mind, il terzo verrà pubblicato la prossima settimana.

 

Quando un bisogno è fondamentale dal punto di vista psicologico ?

La questione dei bisogni fondamentali è in ultima istanza anche una questione di cosa distingua l’uomo dalle altre specie animali. Le differenze sono solo di costituzione fisica o anche psicologica? Sono solo quantitative o anche qualitative? C’è qualcosa che tutti gli individui, indipendentemente dalle loro caratteristiche soggettive, universalmente considerano desiderabile?

Per la psicologia rispondere a queste domande vorrebbe dire poter descrivere con precisione il comportamento umano, spiegarlo, influenzarlo, prevederlo fin dalle sue espressioni più superficiali, riconnettendo tutto al funzionamento psicologico generale. Purtroppo non sembriamo avere ancora una teoria unificata dei bisogni fondamentali in grado di svolgere il ruolo, per la psicologia, che svolgono ad esempio la fisica, la chimica e la biologia per la medicina: un ruolo fondativo e un prerequisito a partire dal quale comprendere tutto il resto.

Le teorie dei bisogni in questo senso sono tentativi parziali che hanno portato, per mezzo di lavoro speculativo sottoposto a test d’ipotesi e supportato da successiva validazione empirica, a identificare degli insiemi di bisogni umani, giudicati di volta in volta come particolarmente rappresentativi.

Ma come identificare un bisogno? Una serie di criteri utili a questo scopo ci sono forniti da Baumeister e Leary (1995) nelle loro considerazioni a favore della tesi che il bisogno di appartenenza sia un bisogno fondamentale. In questo senso:

  • la sua soddisfazione produce effetti immediati in tutte le condizioni favorevoli;
  • possiede una componente affettiva;
  • dirige l’elaborazione cognitiva;
  • se ostacolato conduce a conseguenze negative per il benessere;
  • stimola condotte orientate all’obiettivo allo scopo di essere soddisfatto, e può subire variazioni a livello motivazionale (ad esempio per saziazione e sostituzione d’oggetto);
  • è universale e si applica a ogni individuo;
  • non deriva da altre motivazioni e non ve ne derivano altre;
  • influenza un’ampia varietà di comportamenti.

È fuori di dubbio che dal punto di vista della sopravvivenza alcuni bisogni, soprattutto se di matrice biologica, siano necessari per l’organismo in quanto senza di essi cesserebbe la vita e quindi, per definizione, la loro mancata/avvenuta soddisfazione ha un impatto sulla salute in tempi brevi (non si sopravvive neppure una settimana senza bere). Altri bisogni, di matrice psicologica, hanno invece un impatto misurabile in base ad altri parametri (ad esempio livelli di stress, qualità della vita, percezione di benessere etc.) e su distanze temporali più lunghe.

In questo senso possiamo pensare ai classici bisogni di controllo (Rotter, 1966), di mantenere l’autostima (Sedikides, 1993), di avere relazioni significative (Bowlby, 1969) e molti altri, e di come la difficoltà nel loro soddisfacimento, come noto, impatti sulla salute individuale (ad es. Marmot, 2003). In aggiunta a ciò, riferendoci ai criteri visti sopra, il soddisfacimento del bisogno psicologico dovrebbe promuovere il funzionamento ottimale della persona ed essere fonte di flourishing: una vita più ricca, produttiva, coinvolta in relazioni significative, autentica, nella quale sia possibile sviluppare il proprio potenziale psicologico e una progettualità di vita autentica (Deci & Ryan, 2000). In questo senso il loro soddisfacimento resta comunque fondamentale per chiunque.

Le diverse tassonomie si sono rivelate, da questo punto di vista, estremamente feconde. Ma il prezzo della proliferazione di teorie è la confusione e la dispersione, sembra quindi utile pensare a delle modalità con le quali comporre un quadro di riferimento coerente ed unitario delle teorie sui bisogni maggiormente validate e di successo, per trovare sintesi e integrazione.

Confrontare le diverse teorie sulla base delle relazioni tra bisogni

A questo proposito Pittman e Zeigler (2007) propongono un confronto basato sulla distinzione dei livelli di analisi delle diverse teorie, allo scopo di identificare aree di sovrapposizione concettuale e possibilmente empirica, come anche la tipologia strutturale che lega i bisogni da esse considerati. Dal punto di vista strutturale, gli autori propongono quattro possibilità:

  • Struttura gerarchica;
  • Struttura a un bisogno fondamentale dal quale dipendono gli altri e al quale gli altri sono direttamente riferiti;
  • Struttura a sistema di controlli e bilanci tra elementi e processi consapevoli e inconsapevoli (o consci e inconsci, se la teoria possiede una matrice psicodinamica);
  • Struttura a sistemi indipendenti.

Struttura gerarchica

Un esempio è la teoria dei bisogni di Maslow (1943). I bisogni fondamentali si situano su un gerarchia che culmina nel bisogno di attualizzare il sé, ovvero il portare a realizzazione le proprie aspettative e possibilità: bisogni fisiologici (sopravvivenza e necessità biologica), di sicurezza (padronanza e difesa in relazione agli eventi della vita), di appartenenza (far parte di un gruppo, di una comunità, cooperare), di stima (riconoscimento di stima e apprezzamento da parte degli altri), di attualizzazione di sé.

Un altro esempio è la teoria dell’autoaffermazione di sé (Steele, 1988). Quando il senso del sé è minacciato dalla percezione di incoerenza o dal timore di un fallimento, l’individuo reagisce allo scopo di ritrovare una percezione coerente di sé, cui sono subordinati tutti gli altri bisogni (di adattamento, di riduzione della dissonanza cognitiva, di percepirsi competenti etc.).

Struttura a un bisogno fondamentale

Un esempio di questa struttura è fornita dalla teoria dei motivi sociali di fondo (Core Social Motive Theory; Stevens & Fiske, 1995). Cinque bisogni sono considerati fondamentali perché emersi nel corso dell’evoluzione dell’uomo e funzionali per la sopravvivenza sociale: bisogno di appartenere a un gruppo, di comprendere il mondo fisico e sociale, di sentirsi efficaci ed in grado di esercitare influenza e controllo sull’ambiente, di mantenere l’autostima, di percepire il mondo come benevolo e non minaccioso. Essi si attiverebbero alla presenza di altri reale, immaginata o anche solo implicita (ad esempio quando si è ripresi da una videocamera). Il bisogno di appartenenza è considerato il bisogno fondamentale e dal quale tutti gli altri dipendono.

Un altro esempio è la teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969), che descrive il funzionamento di sistemi autoregolatori (sistema della paura, dell’esplorazione/del gioco, dell’attaccamento/accudimento/affiliazione) corretti all’obiettivo da raggiungere. Il sistema di attaccamento (ricerca di vicinanza, conforto e protezione in situazioni di malessere, dolore, pericolo) avrebbe la priorità poiché dal punto di vista individuale (ontogenetico) si presenta per primo, ‘dalla culla alla tomba’ (Bowlby, 1982), guidando i comportamenti del neonato con l’obiettivo principale di garantirgli la sopravvivenza e, successivamente, nel corso della vita, influenzando in maniera significativa il funzionamento degli altri sistemi (cfr. Mikulincer & Shaver, 2007).

Un ultimo esempio, infine, è fornito dalla Terror Managment Theory (Pyszczynski, Greenberg & Solomon, 1997), che espande le conseguenze dei mandati evoluzionistici dell’autopreservazione e della sopravvivenza ai meccanismi di gestione dell’ansia. La problematizzazione della mortalità per gli autori è una questione tipicamente umana derivante da abilità cognitive come l’autoconsapevolezza e il pensiero astratto, e porterebbe l’individuo ad una frattura esistenziale generatrice di ansia. Di conseguenza la persona tenterebbe, inconsapevolmente, di fronteggiare l’ansia per mezzo della ricerca dell’immortalità ‘reale’, sotto forma di credenze in una vita nell’aldilà, o simbolica, espandendo il Sé tramite la propria discendenza biologica, le opere o i riconoscimenti terreni. Per questi scopi entrano in gioco due ordini di credenze: la credenza nella validità della visione del mondo, degli standard e dei valori della cultura cui si fa riferimento, e la credenza di stare vivendo all’altezza di tali standard e valori, equiparata all’autostima (Rosenblatt, Greenberg, Solomon, Pyszczynski, & Lyon, 1989).

Quando invece la morte venisse consapevolmente contemplata, entrerebbero in gioco reazioni diverse e miranti al soddisfacimento di ‘motivi diretti’, come i motivi fisiologici (il bisogno di acqua, di cibo etc.) e i pensieri consapevoli riguardanti la longevità propria o della propria stirpe (Pyszczynski, Greenberg, & Solomon, 1999).

Struttura a sistema di controlli e bilanci

La teoria cognitivo-esperienziale del sé rientra tra le cosiddette ‘teorie del doppio processo’ (per una rassegna, si veda Stanovich & West, 2000), ed è una teoria della personalità influenzata dal pensiero psicodinamico (Epstein, 1992). Essa assume che l’individuo elabori le informazioni provenienti dall’ambiente interno ed esterno tramite due diversi sistemi – il sistema razionale ed il sistema esperienziale – operanti in accordo a regole diverse. Il primo opera a livello consapevole, lento e sequenziale, guidato dal pensiero analitico e dalla conoscenza mediata socialmente; il secondo opera in assenza di deliberazione consapevole, sotto l’influenza delle emozioni, e utilizzando scorciatoie cognitive quali euristiche e intuizione.

Quattro bisogni fondamentali fungono da scopi primari per entrambi i sistemi: massimizzare il piacere e minimizzare il dolore, mantenere un sistema di concetti stabile e coerente per organizzare l’esperienza, mantenere le relazioni con gli altri, mantenere un’autostima positiva. In questo modo il soddisfacimento di essi fungerebbe da meccanismo di controlli e bilanci permettendo al comportamento di rimanere entro limiti adattivi.

Liste di sistemi indipendenti

La teoria dell’autodeterminazione (Deci & Ryan, 1980) assume l’esistenza di tre bisogni di base: bisogno di autonomia (capacità di autoregolazione); bisogno di competenza (efficacia nell’interazione con l’ambiente); bisogno di essere in relazione con altri in modo autentico e significativo. Il soddisfacimento dei bisogni di autonomia e competenza è necessario affinché la persona riesca a motivarsi da sé, indipendentemente dai risultati che l’ambiente gli paventa (motivazione intrinseca). Il soddisfacimento del bisogno di relazione ha un ruolo nel processo di internalizzazione di leggi, regole, prescrizioni culturali, nell’adozione di abiti di pensiero e nell’impegno in azioni collaborative.

Il grado maggiore di vitalità, flessibilità psicologica e di un senso profondo di benessere, si presentano per l’individuo quando tutti e tre i bisogni sono soddisfatti.

Considerare le diverse teorie dei bisogni in base ai livelli di analisi e alla struttura che mette in relazione i bisogni considerati può rivelarsi un’euristica efficace per identificare in base a quali relazioni concettuali cercare risultati di ricerca empirica a sostegno della produzione di un quadro integrativo. Questo è ciò che si cercherà brevemente di mostrare nel prossimo contributo, ispirato, come i precedenti, dalle analisi di Pittman e Zeigler (2007).

 

L’età tradita (2021) di Matteo Lancini – Recensione del libro

Che senso ha il dolore? Per quale motivo non si riesce a trasformarlo in parole? Che cosa rende impossibile un’espressione diversa, meno drammatica della sofferenza sperimentata dal giovane paziente? Queste alcune tematiche affrontate nel volume L’età tradita.

 

Dalla privilegiata prospettiva di psicologo e psicoterapeuta dell’adolescenza, Matteo Lancini delinea un ritratto realistico ed aggiornato di giovani e giovanissimi, smontando uno per uno gli stereotipi che circondano la loro figura, con il fine ultimo di indicare agli adulti la strada da percorrere per svolgere al meglio il proprio ruolo e ‘vedere’ finalmente gli adolescenti per ciò che sono.

Sin dalle prime righe, è possibile riconoscere un puntuale esempio del pensiero stereotipato adulto nei confronti dei giovani, che risale agli albori della pandemia, in quel Marzo 2020 durante il quale Lancini pubblicò una lettera rivolta agli adolescenti che invitava gli adulti a riflettere sulle contraddizioni educative degli ultimi decenni e assumersi le proprie responsabilità.

Nella lettera – con cui l’autore ha deciso di aprire il saggio L’età tradita – si ricorda che, nel weekend a cavallo tra il 7 e l’8 Marzo 2020, un grande parco milanese era stracolmo di persone di ogni età, che volevano godersi un anticipo di primavera, anche genitori e nonni. Tuttavia, nei giorni immediatamente successivi, fu avviata ‘una dissennata campagna di sensibilizzazione nei riguardi della giovane popolazione italiana’: gli adolescenti, accusati di aver trascorso quel weekend a divertirsi, incuranti del virus, furono descritti come giovani ‘onnipotenti, trasgressivi, individualisti, nichilisti, privi di qualsiasi valore’. Si concentrano così una serie di confortevoli luoghi comuni, sedimentati nella visione adulta da anni.

Eppure, la pandemia potrebbe rappresentare l’occasione migliore per accrescere il nostro grado di consapevolezza, osservare le evidenti contraddizioni presenti nei modelli educativi e formativi, e abbandonare la visione stereotipata della fascia giovanile. Un’occasione unica per ascoltare davvero l’appello dei ragazzi che riempiono le neuropsichiatrie di tutta Italia, che vivono un’ansia senza precedenti, che meditano di togliersi la vita, che si servono del proprio corpo come megafono per un dolore muto che non trova parole.

Secondo Lancini, risulta necessario abbattere alcuni clichés che riguardano gli adolescenti, visioni stereotipate del mondo psichico e affettivo dei giovani, costruite in base al senso comune, fondate su una concezione anacronistica degli adolescenti.

Partendo dal ribadire la necessaria distinzione tra infanzia e adolescenza, Lancini evidenzia come, al cambiamento della visione dei bambini, sin da subito sostenuti nella loro intenzionalità, espressività, creatività e socializzazione, non è corrisposto un cambiamento nel modo di guardare gli adolescenti, sottoposti a rigide regole, divieti e paletti. In altre parole, è in corso un processo di adultizzazione del bambino, a cui fa seguito un’infantilizzazione dell’adolescente. È la più importante emergenza educativa e formativa italiana (Lancini, 2021).

Da questo punto di vista, viene rimarcata l’importanza di responsabilizzare i ragazzi, più che accusarli di essere diventati irresponsabili: occorre puntare su modelli formativi cooptativi piuttosto che passivizzanti, fondati sul senso della responsabilità più che sul controllo e la sottomissione ad una supposta autorità adulta.

È chiaro a pochi che il funzionamento affettivo, psichico e relazionale degli adolescenti del nuovo millennio è molto diverso dal passato: non si tratta più di giovani oppositivi e trasgressivi in nome della realizzazione delle proprie esigenze e dei propri impulsi sessuali, scoraggiati durante l’infanzia, ma di giovani soggetti precocizzati, con elevate capacità relazionali, narcisisticamente fragili in quanto alla costante ricerca di successo, popolarità e bellezza (Lancini, 2021).

Sono noti a molti i significativi cambiamenti fisici, cognitivi e comportamentali, che caratterizzano l’epoca dell’adolescenza, comunemente attribuiti all’incremento ormonale che promuove lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari; il fervente sviluppo cerebrale, inoltre, innesca e sostiene la spinta all’autonomia e alla sperimentazione di sé, la creatività e la ricerca identitaria, tipici di questa fase (Lancini, 2021).

Tuttavia, spesso le fondamentali scoperte delle neuroscienze – per esempio, l’iperattivazione del sistema limbico e la mancanza di controllo emotivo da parte della corteccia prefrontale – vengono interpretate e adottate per sostenere una visione culturale stereotipata dell’adolescente, come soggetto immaturo e strutturalmente disinibito, impulsivo e incapace di porre freno alle proprie azioni, governato da un’insaziabile fame di dopamina che lo spinge a divorare qualsiasi sostanza, alcolica o psicotropa.

Pur riconoscendo l’innegabile importanza delle recenti scoperte neuroscientifiche sulle trasformazioni cerebrali in fase adolescenziale, Lancini mette in guardia dal rischio di utilizzare questi studi come modello interpretativo univoco e totalitario a spiegazione del comportamento individuale.

Infatti, ciascun essere umano è caratterizzato da un funzionamento affettivo e psichico unico, che dipende da una molteplicità di variabili, come la biografia presente e passata del soggetto. Con una perifrasi calzante relativa alla sua pratica clinica come psicoterapeuta, Lancini afferma che sia necessario ‘raggiungere l’adolescente là dove è’ (Lancini, 2021).

In altri termini, è essenziale considerare la sintomatologia adolescenziale, che si traduce spesso in una manifestazione agita, come l’espressione del dolore evolutivo dell’adolescente, una sofferenza a cui cercare di donare un senso, un significato, a partire da ciò che il ragazzo ha vissuto nella sua storia passata, ma soprattutto da ciò che sente stia accadendo in questo momento, mentre sta fronteggiando i difficili compiti evolutivi di questa complessa fase di svincolo.

A questo proposito, Lancini (2021) evidenzia il duplice valore del sintomo adolescenziale: da una parte, è funzionale alla comunicazione del proprio profondo disagio agli altri; dall’altra, è una personale forma di cura, rudimentale e disfunzionale, ma utile a lenire il dolore e la sofferenza sperimentati.

La crisi evolutiva vissuta, inesprimibile a parole, si traduce quindi in un’azione, in un comportamento drammatico, esasperato, a tratti insensato, spesso pericoloso.

Ecco alcuni degli interrogativi, clinicamente significativi, da porsi: che senso ha il dolore? Per quale motivo non si riesce a trasformarlo in parole? Che cosa rende impossibile un’espressione diversa, meno drammatica della sofferenza sperimentata dal giovane paziente? (Lancini, 2021).

Innumerevoli i luoghi comuni che circondano la figura dell’adolescente, i più ricorrenti riguardano il senso di onnipotenza e immortalità e la spinta trasgressiva.

È diffusa nell’immaginario collettivo la figura degli adolescenti come giovani impavidi di fronte alla morte, immersi in situazioni pericolose, con la credenza illusoria di essere immortali. In realtà, l’adolescenza è l’età che segna la fine dell’onnipotenza infantile, perché si è costretti a fare i conti con un dato di realtà, la morte e i propri limiti; per questo, l’adolescente ricercherebbe attivamente situazioni in cui sperimentare paura (film horror, lanci nel vuoto, giostre al lunapark), perché la paura fa parte della crescita (Lancini, 2021).

Ancora più radicato lo stereotipo del giovane ribelle, che rimanda alle contestazioni giovanili del ’68 con le quali si tentava di abbattere i dettami sociali e le rigide regole provenienti da una cultura patriarcale, sessuofobica e normativa.

Tuttavia, la ribellione, per come era concepita anni fa, è scomparsa dagli orizzonti di crescita per lasciare spazio alla delusione individuale dell’adolescente.

In passato, ci si opponeva all’adulto, accusato di aver limitato e mortificato le proprie intenzionalità e manifestazioni di sé sin dalla tenera età, e si combatteva per i propri ideali e valori, per una sessualità e un desiderio liberi, al fine di esprimere finalmente se stessi.

Adesso, gli adolescenti sperimentano profondi sentimenti di vergogna e senso d’inadeguatezza per ciò che sono diventati, rispetto agli ideali di bellezza, successo e popolarità coltivati durante l’infanzia, un senso di delusione per le aspettative disattese, proprie, genitoriali e di una società individualista, sempre più performante e competitiva (Lancini, 2021).

A questo proposito, Lancini esamina l’assunzione frequente di sostanze alcoliche e stupefacenti tra i giovani, rintracciandone una valenza diversa dal passato: non più un gesto oppositivo e trasgressivo, ma un consumo dalla funzione lenitiva e anestetica, a volte antidolorifica, che risponde a un disagio profondo dell’adolescente. Lo sballo, ricercato mediante l’uso costante di sostanze, quali l’alcool e la cannabis, costituirebbe una forma di automedicazione a cui ricorrere nel momento in cui la noia è così soverchiante da far male, l’incertezza e la sensazione di fallimento paralizzano e annientano qualsiasi possibilità di prospettiva futura.

‘È tutta colpa di Internet’ è la dichiarazione che esprime lo stereotipo difensivo per antonomasia degli adulti, un diffusissimo luogo comune che attribuisce all’uso smodato di Internet una serie di problematiche e fenomeni giovanili, come il mancato riposo a causa dell’uso notturno dello smartphone e addirittura l’aumento dei comportamenti suicidari.

Ciò testimonia la fragilità adulta, piena di contraddizioni, che tende a ignorare di essere stata lei stessa promotrice di una rivoluzione digitale e di aver imposto ai giovani di nascere e crescere online, in una società perennemente connessa. Non a caso, Lancini (2021) ricorda che ‘il consumo tecnologico nasce in famiglia e la prima spacciatrice di smartphone in Italia è la mamma’.

A questo proposito, risulta molto interessante l’analisi del fenomeno del ritiro scolastico e sociale degli hikikomori, adolescenti prevalentemente maschi, che attuano un’autoreclusione volontaria in casa, agendo una sorta di suicidio sociale proprio nel mondo in cui dovrebbero accrescere la propria rete di socialità. È insensato ricondurre la complessa dinamica alla base di questo fenomeno, nato inizialmente in Giappone ma ormai diffuso in moltissime nazioni, ad una diagnosi di dipendenza da Internet o da videogiochi. In realtà, il ritiro nasce dal tentativo di lenire un dolore insopportabile, legato a vissuti di vergogna e inadeguatezza sperimentati nel corso delle trasformazioni adolescenziali (Lancini, 2021). Ci si sente non abbastanza belli e/o all’altezza degli standard sociali, per cui ci si rifugia nell’ambiente virtuale, per mantenere un contatto con quanto accade nel mondo e usufruire di occasioni di socializzazione con i coetanei, mediante, per esempio, videogiochi online.

Internet è la difesa dei ritirati, media il dolore che sperimentano, non è la causa dell’abbandono
scolastico e del suicidio sociale scrive Lancini (2021).

Durante tutto lo scorrere del testo, Lancini propone una disamina chiara dell’attuale società massmediatica – “la società del narcisismo, dell’individualismo, della competizione, del successo a tutti i costi, dell’iperidealità, della rimozione della solitudine e del dolore” – pienamente responsabile dello sviluppo di giovani e giovanissimi, a partire dai modelli di identificazione proposti quotidianamente, dalla povertà educativa e dall’arretratezza delle offerte formative (Lancini, 2021).

Emerge con forza la necessità di una rivoluzione affettiva e relazionale da parte degli adulti, come motore profondo di un cambiamento educativo e formativo.

Il saggio si conclude con la narrazione di vari casi clinici in cui le storie dei vari Arianna, Fabrizio, Pierfrancesco, Giovanna e Telemaco si alternano, dando prova di profonde capacità riflessive, maturate nel corso della pandemia, e smontando così, per l’ultima volta, i clichés adulti.

All’interno di questo saggio, Lancini risponde in modo chiaro a quell’esigenza adulta, così diffusa in un’epoca complessa, caotica e incerta come la nostra, di un manuale d’istruzioni, rimarcando l’impossibilità e insensatezza di fornire delle direttive precise o proporre formulari specifici, senza tralasciare i profondi risvolti di ogni storia individuale e familiare, senza tradire l’unicità e specificità delle difficoltà, fatiche e sofferenze di adolescenti, giovani adulti e genitori.

 

Come violenza sul posto di lavoro, stress occupazionale e prestazioni sostenibili si influenzano vicendevolmente

Nel 2020, Rasool, Wang e colleghi hanno condotto uno studio  per analizzare le relazioni tra la violenza sul lavoro, lo stress occupazionale e la performance lavorativa sostenibile.

 

La violenza sul posto di lavoro

La violenza sul posto di lavoro (Workplace Violence – WV) solitamente si manifesta come un abuso fisico o una minaccia che influenza e mette a rischio la sicurezza e la salute di un dipendente (Rasool et al., 2020). Le relazioni tra colleghi non sempre sono positive e contribuiscono a creare un ambiente di lavoro produttivo, a volte si creano delle interazioni negative che portano tossicità tra i professionisti. Una delle maggiori cause di tali interazioni negative è infatti la violenza sul lavoro che spesso deteriora le prestazioni lavorative, alimenta i problemi tra i dipendenti provocando stress tra i lavoratori e angoscia nei manager (Rasool et al., 2019). Inoltre, spesso accade che eventi stressanti in vari ambiti della vita familiare o in un contesto amicale creino un elevato carico psicologico che influenza le prestazioni lavorative; le persone che sperimentano tale stress, definito anche stress occupazionale (OS), molte volte sono rassegnate a sopportare la violenza sul posto di lavoro senza rivelare le loro problematiche per paura di essere discriminate. Ciò riduce la motivazione dei lavoratori e di conseguenza la loro efficienza (Evans-Lacko & Knapp, 2018).

Nel 2015, Ferris e Lian hanno individuato quattro dimensioni della violenza sul posto di lavoro: la molestia, che è definita come l’umiliazione di una persona da parte di un’altra sul posto di lavoro (Burges et al., 2018); il mobbing che invece è una forma di bullismo nei confronti di un individuo da parte di un gruppo in qualunque contesto (non soltanto lavorativo) (Leymann, 1990); l’ostracismo, che prevede l’isolamento percepito da un dipendente in un ambiente lavorativo causato da colleghi o datori di lavoro che provoca mancanza di coinvolgimento e insoddisfazione lavorativa; infine lo stalking, che con il tempo può sfociare in violenza (Mullen et al., 2002).

Il legame tra violenza sul posto di lavoro e la performance

Frequentemente accade che questi fattori, identificati con il termine di Workplace Violence, influenzino le performance lavorative sostenibili (SWP), che sono definite come il coordinamento di obiettivi finanziari, ambientali e sociali nella realizzazione delle attività lavorative fondamentali con il fine di massimizzarne il valore (de Jonge & Peeters, 2019). La workplace violence diminuisce quindi l’impegno lavorativo creando insoddisfazione e danneggiando la produttività: distruggendo il benessere psicologico e i comportamenti delle persone sul posto di lavoro riduce infatti non solo le risorse psicologiche di ciascun lavoratore, ma soprattutto i legami tra colleghi. Inoltre provoca elevati livelli di ansia, depressione e turnover dei dipendenti (Anjum & Ming, 2018). Numerosi studi in passato hanno infatti dimostrato che la workplace violence ha un impatto negativo sulle prestazioni sostenibili (de Jonge & Peeters, 2019; Rasool & Koser 2016); nessuno di questi, però, ha mai analizzato il ruolo dello stress occupazionale e come quest’ultimo si relazioni con la violenza sul posto di lavoro e le performance lavorative sostenibili. Lo stress occupazionale solitamente è percepito dagli individui quando sono valutati sulla base di richieste troppo elevate da soddisfare, di conseguenza il successo viene visto come qualcosa di irraggiungibile e lo stress aumenta. Alcuni studi hanno però dimostrato che la violenza lavorativa aumenta lo stress occupazionale che influenza la performance organizzativa sostenibile. Inoltre lo stress occupazionale influenza la capacità decisionale dei dipendenti, aumenta i tassi di turnover e l’assenteismo e, nei casi più estremi, può portare a tentativi di suicidio (Evans-Lacko & Knapp, 2018): i lavoratori che sperimentano un’elevata pressione lavorativa spesso soffrono di malattie mentali e manifestano sintomi come ansia, aggressività e isolamento (Laguna et al., 2017).

Uno studio su violenza sul posto di lavoro, stress e performance

Nel 2020, Rasool, Wang e colleghi hanno condotto uno studio per analizzare le relazioni tra la violenza sul posto di lavoro, lo stress occupazionale e la performance lavorativa sostenibile. In particolare gli autori hanno tentato di approfondire in che modo la violenza sul posto di lavoro (molestie, mobbing, ostracismo e stalking) influenzi la performance lavorativa sostenibile e come lo stress occupazionale intervenga tra queste due variabili. Hanno preso parte alla ricerca 345 medici, infermieri e personale sanitario appartenenti a 15 ospedali in Pakistan, completando un questionario composto da 48 item, creato appositamente per verificare le variabili d’interesse. Tale questionario includeva dunque 10 item che indagavano gli elementi di molestia (Rasool et al., 2019); 8 item per analizzare il mobbing estrapolati da un test di Vveinhardt e Streimikiene (2015); 10 item sviluppati da Rasool e colleghi (2019) per misurare l’ostracismo e, infine, 9 item per misurare lo stalking (Acquadro Maran e Varetto, 2018).

I risultati mostrano che ciascuna dimensione della Working Violence individuata da Ferris e Lian influenza negativamente la performance lavorativa sostenibile. In particolare il mobbing riduce la produttività aumentando i livelli di irritabilità, stress, ansia, depressione e assenze lavorative. Le molestie sembrano invece ridurre il morale dei dipendenti con una conseguente diminuzione delle loro prestazioni lavorative. L’ostracismo provoca una riduzione della motivazione che riduce l’efficienza lavorativa, e lo stalking genera interazioni negative tra colleghi che creano tossicità e minano il rendimento lavorativo. Infine, come ipotizzato, lo stress occupazionale media tra molestie, mobbing, ostracismo, stalking e performance lavorative sostenibili. La maggior parte dei lavoratori che sperimentano elevato stress professionale, però, non lo esprime poiché non ne ha consapevolezza. I risultati ottenuti forniscono alcune indicazioni pratiche per ridurre la violenza lavorativa, diminuire lo stress e aumentare le prestazioni sostenibili: in primo luogo le aziende dovrebbero focalizzarsi sull’organizzazione di alcuni aventi salutari per i propri dipendenti (e.g. eventi sportivi o familiari); secondariamente i manager, una volta identificati i dipendenti che maggiormente causano la workplace violence, dovrebbero offrire loro una formazione che gli fornisca alcune competenze tra cui la gestione del tempo e dello stress e abilità relazionali per rapportarsi in un modo più efficace con i colleghi. Infine ciascuna organizzazione dovrebbe promuovere un ambiente di lavoro positivo che favorisca la cooperazione interpersonale tra i dipendenti (Rasool et al., 2020).

 

Caffè Cognitivo: i tratti di personalità protagonisti della nuova stagione – Il settimo episodio è dedicato all’irresponsabilità

State of Mind presenta la nuova stagione di Caffè Cognitivo in formato podcast: una raccolta di episodi, uno inedito ogni settimana, per conoscere ed esplorare il mondo della Psicologia e della Psicoterapia, accompagnati dalle voci dei nostri professionisti e dei più noti esperti in materia. Fil rouge di questa nuova stagione sarà l’argomento: “I tratti di personalità”.

 

Caffè Cognitivo: dalle webseries ai podcast

Dato il successo ottenuto dalle precendenti edizioni (create dapprima in formato webseries e successivamente diventate un podcast), il gruppo Studi Cognitivi ha realizzato una nuova stagione di “Caffè Cognitivo”, questa volta esclusivamente in formato podcast, una scelta fatta per rendere la fruizione dei contenuti più facile e accessibile per chi ci segue. Fil rouge della nuova edizione sarà l’argomento: “I tratti di personalità”.

Gli episodi della nuova stagione di Caffè Cognitivo

Ogni episodio del podcast prenderà avvio da una conversazione tra due o più clinici del gruppo Studi Cognitivi che discuteranno sul tema personalità, esaminando in ogni episodio uno specifico tratto personologico, attraverso un confronto leggero, fatto di pochi tecnicismi, pensato per tutti i nostri ascoltatori, esperti e non.

Durante la settima puntata della nuova stagione, la Dott.ssa Sandra Sassaroli e il Dott. Gabriele Caselli  avranno come ospite la Dott.ssa Antonella Gemelli. Si parlerà di Irresponsabilità, ovvero l’inadempienza nel rispettare e nel portare a termine accordi e promesse. Quali sono le caratteristiche di una persona irresponsabile? Scopritelo nel settimo episodio.

Dove ascoltare il settimo episodio

Gli episodi di Caffè Cognitivo sono disponibili su diverse piattaforme, ascolta il settimo episodio su:

 

La Mindfulness per il trattamento di PTSD e Trauma

Le terapie basate sulla Mindfulness si rivelano utili nel trattamento del PTSD proprio perché si focalizzano sul momento presente e in modo non giudicante.

 

La Mindfulness, riprendendo la definizione di John Kabat-Zinn, coincide con un atteggiamento di consapevolezza e di accettazione verso l’esperienza vissuta nel momento presente, a cui si assiste in modo non giudicante. Da tempo ormai viene utilizzata per il trattamento della riduzione dell’ansia, dei sintomi della depressione e per le conseguenze psicologiche del dolore cronico, soprattutto grazie al Protocollo MBSR: Mindful-based Stress Reduction (Goldsmith, et al., 2014).

Negli ultimi anni si è sviluppato sempre di più l’utilizzo delle terapie Mindful-based anche per il trauma. Si stima che circa il 65-70% della popolazione Americana viva nel corso della vita almeno un evento potenzialmente traumatico (Boyd, et al., 2018): tra quelli più diffusi ritroviamo la violenza sessuale, il maltrattamento infantile, gli incidenti stradali. Il PTSD è una patologia che può svilupparsi in seguito all’esperienza diretta o indiretta di un evento traumatico, generalmente legato alla morte o alla minaccia di morte, e si presenta con sintomatologia di risperimentazione, come ad esempio i flashback, di evitamento e di iperattivazione, come irritabilità, isolamento, disturbi del sonno.

Quali possono essere i risvolti dell’utilizzo della Mindfulness per il trattamento del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD)?

Le terapie basate sulla Mindfulness si rivelano utili proprio perché si focalizzano sul momento presente e in modo non giudicante: rimanere ancorati al qui ed ora permette infatti di non reagire in modo automatico nel momento in cui compaiono memorie e pensieri intrusivi, flashback e strategie di coping basate sull’evitamento (Boyd, et al., 2018). La pratica strutturata della Mindfulness permette di agire sul sistema nervoso, riducendo l’iper-attivazione della risposta parasimpatica determinata dal PTSD e aiutando la stimolazione della corteccia prefrontale, dedicata ai processi di decisione consapevole.

La Mindfulness può inoltre aumentare l’accettazione dell’esperienza traumatica, che viene rivissuta non in una forma più tradizionalmente narrativa, ma attraverso l’osservazione non giudicante della memoria traumatica e dei suoi connotati emotivi. L’attenzione sul presente permetterebbe quindi di agire su alcuni dei nuclei centrali del PTSD, come l’evitamento, l’iperarousal, le emozioni tipiche della patologia, come il senso di colpa e la vergogna, ma anche sulla dissociazione.

Da un lato l’attenzione consapevole sul qui ed ora riduce la ruminazione, e di conseguenza i livelli di ansia; dall’altro l’atteggiamento non giudicante permette di coltivare la volontà di affrontare stimoli potenzialmente triggeranti, riducendo l’evitamento e sviluppando anche l’accettazione di emozioni dai connotati negativi, come vergogna e senso di colpa. In particolare, l’approccio della Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT), che sintetizza i principi della terapia cognitivo comportamentale con quelli della Mindfulness, si focalizza sull’alterazione della cognizione e dell’umore: attraverso l’accettazione non giudicante di quelli che sono i pensieri legati all’esperienza traumatica permette di aumentare la compassione verso se stessi (Folette, et al., 2015), riducendo senso di colpa, rabbia e vergogna (Goldsmith, et al., 2014), emozioni che tendono a manifestarsi in modo molto forte e invalidante nel PTSD.

Un confronto tra Mindfulness e altri approcci di trattamento al PTSD

Dunque, la Mindfulness facilita la consapevolezza somatosensoriale ed emotiva (Boyd, et al., 2018), risultando di conseguenza efficace anche per contrastare i sintomi più tipicamente dissociativi connessi al vissuto traumatico, che generalmente sono più difficili da trattare in terapia. Confrontando infatti terapie incentrate sul momento presente come i protocolli MBSR con terapie ‘più tradizionali’ per il PTSD come la Cognitive Processing Therapy (CPT) e la Prolonged Exposure (PE), è stato possibile osservare da un lato un’efficacia comparabile tra i vari approcci e dall’altro invece livelli di drop-out significativamente più bassi nei trattamenti del trauma basati sulla Mindfulness (Frost, et al., 2014). Se, infatti, i livelli di drop-out per i trattamenti basati sulla Mindfulness si aggirano intorno al 10-22% (Cole, et al., 2015), in media i livelli dei trattamenti con PE e CPT si aggirano intorno al 35-40% (Schottenbauer, et al., 2008), andando ad evidenziare l’elevata tolleranza dei pazienti a questa tipologia di intervento.

 

Il transfert di Goliarda: “Il filo di mezzogiorno” di Goliarda Sapienza – Recensione

Mario Martone, con l’adattamento di Ippolita di Majo, porta alle scene Il filo di mezzogiorno, tratto dall’opera omonima autobiografica di Goliarda Sapienza, dedicato al complesso rapporto clinico con colui che la curò per anni dopo un ricovero in struttura psichiatrica a causa di un tentativo di suicidio.

 

Goliarda Sapienza (1924-1996) è un’importante scrittrice del novecento, divenuta nota solo dopo la sua morte, scoperta innanzitutto in Francia e grazie alla perseveranza e all’affetto del marito, l’attore Angelo Pellegrino. È stata anche attrice e docente di recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. I suoi genitori furono entrambi figure importanti dell’antifascismo. Il padre, socialista libertario, fu eletto nel 1947 all’Assemblea Costituente della Repubblica. La madre, di origine lombarda, giornalista e tra le prime donne sindacaliste italiane, fu mandata dal Partito Socialista nel 1920 a svolgere attività politica in Sicilia, ove si conobbero. Entrambi vedovi, con numerosa prole, fecero crescere la figlia in Sicilia in un ambiente libero, assolutamente dissonante con l’epoca. Goliarda, dopo aver vissuto molti anni a Roma, è morta a Gaeta, dove ha trascorso gli ultimi anni insieme al marito. Il suo romanzo più importante, in cui la protagonista Modesta è in larga parte una proiezione ideale e letteraria dell’autrice, è L’arte della gioia. Scritto tra il 1967 e il 1976, fu pubblicato postumo da Stampa Alternativa e solo successivamente, dopo il clamoroso successo all’estero, da Einaudi.

Mario Martone, con l’adattamento di Ippolita di Majo, porta alle scene Il filo di mezzogiorno, tratto dall’opera omonima autobiografica di Goliarda Sapienza, dedicato al complesso rapporto clinico con colui che la curò per anni dopo un ricovero in struttura psichiatrica a causa di un tentativo di suicidio. La rappresentazione descrive sia il mondo esterno, ovvero cosa avviene nel setting terapeutico, sia il mondo interno, dando voce ai pensieri, ai sogni e alle regressioni della paziente. Lo spettacolo teatrale, al di là del suo valore intrinseco, è quindi di grande interesse per gli psicoterapeuti e, più in generale, per tutti coloro che desiderano conoscere cosa avviene nelle stanze degli analisti. Commento le vicende raccontate, così come sono presentate nei dialoghi teatrali, senza entrare nel merito della valutazione artistica, di cui non sono competente.

Il medico in questione è Ignazio Majore, anch’egli di origine siciliana (Majore iniziò la sua analisi didattica nel 1952, fu nominato analista didattico della SPI nel 1960, ed è stato il più giovane analista didatta italiano. Nel 1965 si dimise dalla SPI per divergenze teoriche e di prassi, dando vita ad un proprio modello definito ‘Analisi Mentale’). A lui si rivolse il regista Citto Maselli, allora compagno di Goliarda, con la richiesta di una presa in carico analitica, preoccupato degli esiti delle cure mediche tradizionali. Majore accetta e si reca a casa della paziente per 5 volte alla settimana, proprio alle ore 12. Da qui il titolo del libro, ed il filo da riannodare è quello che deve riportare la paziente a ricordare la propria identità, dimenticata a causa dei numerosi elettroshock a cui è stata sottoposta. Il trattamento dura un lungo periodo e si può dire che abbia successo, nel senso che Goliarda lentamente si riappropria della propria memoria e della propria storia, riconoscendo anche la propria vocazione di scrittrice. All’inizio lei è molto confusa, smarrita, poco autonoma, preda dei suoi incubi. Lui invece procede sicuro, certo dell’efficacia del suo metodo. Tuttavia, il prezzo del trattamento è alto, così come l’impegno richiesto sia al terapeuta che alla paziente. La relazione terapeutica diventa sempre più intensa e il dottore talvolta non sa rispondere alle domande della paziente. In una scena, ella nota la scomparsa della fede nuziale dalla mano dell’uomo, che si giustifica dicendo di averla persa, con una probabile menzogna. Il confronto con la personalità affascinante e l’intelligenza profonda di Goliarda ha così conseguenze importanti nella vita dell’analista, che è messa in discussione dall’intensità di questo rapporto. Alla fine, è lui ad essere confuso e messo in contatto con le proprie fragilità che non riesce a padroneggiare. Prevale la libertà di giudizio, l’acume e la lucidità della paziente, mentre l’analista rimane imbrigliato nelle sue gabbie interpretative. Prigioniero del terribile meccanismo relazionale a cui lui stesso aveva dato vita.

Certamente, il paternalismo del medico e alcune sue battute appaiono storicamente superate e l’intelligenza della paziente appare sicuramente più contemporanea (ovviamente, si deve tener conto che l’opera è scritta a partire dai ricordi della paziente e non è nota l’opinione in merito del terapeuta). In ogni caso, fu lei a decidere di interrompere definitivamente il trattamento, con un telegramma che non concedeva replica, non reggendo più il peso di un innamoramento rifiutato dal suo analista, mentre lui si era sempre rifiutato di inviarla ad un collega.

Non credo che si debba legare questo esito solo ad errori dello psicoanalista, attribuibili al fatto che in quegli anni la psicoanalisi era ancora quasi agli albori in Italia, o alle anomalie del setting (la terapia avviene a domicilio e su richiesta del marito della paziente che, successivamente, diventerà lui stesso per un periodo analizzato da Majore). Mi sembra, piuttosto, che il testo e la sua messa in scena teatrale colgano l’essenza del problema: il fascino e il limite della psicoanalisi. Questa, per la durata e l’intensità del rapporto, richiede necessariamente un forte coinvolgimento emotivo ed affettivo. Cosa avviene se si incontrano da soli, un uomo e una donna, per un’ora al giorno, per anni, senza toccarsi ma liberamente, uno parla e l’altro ascolta? Quando questo sentimento si esprime, diviene poi riduttivo attribuirlo soltanto ad ‘un trasferimento’? È questa la questione di fondo, ineludibile, e, pare che, alla fine, la paziente fosse più consapevole del suo analista, nel consigliargli per il futuro di procedere, camminando ‘muru muru’.

A lui va certamente riconosciuto il merito di un impegno profondo nel dedicarsi ad una ‘mission impossible’ e anche una coerenza al proprio metodo di lettura del mondo, che sfiora la cocciutaggine.

Infine, alcune curiosità biografiche. Nelle note, Martone ‘confessa’ il suo affetto per il proprio psicoanalista: il compianto Andreas Giannakoulas, scomparso lo scorso anno, alla cui memoria dedica lo spettacolo. Altre piccole curiosità legate al cinema: Ignazio Majore compare con un’intervista nel film-documentario E il Casanova di Fellini? (1975), mentre suo figlio Stefano, nel film Roma di Fellini impersona il regista da bambino, in una scena ambientata a Rimini in cui osserva passare un treno diretto alla capitale.

Dopo la tappa di Napoli, l’allestimento teatrale, che ha debuttato lo scorso anno, sarà, nel primo semestre del 2022, a Modena, Torino, Catania, Macerata, Milano e Roma.

 

Bilinguismo, creatività e funzioni esecutive: why two languages are better than one

Se il bilinguismo migliora le prestazioni in alcune funzioni cognitive, e se queste funzioni cognitive sono a loro volta legate alla creatività, il bilinguismo potrebbe aumentare la capacità creativa attraverso il miglioramento del funzionamento cognitivo.

 

Introduzione

La creatività è l’atto di tramutare idee originali e fantasiose in realtà. È caratterizzata dalla capacità di percepire il mondo in modi nuovi, di trovare schemi nascosti, di fare collegamenti tra fenomeni apparentemente non collegati e di trovare soluzioni (Sternberg & Lubart, 1995). Alcuni studi hanno suggerito che la creatività può essere influenzata da differenti variabili cognitive, come le funzioni esecutive, l’attenzione selettiva, la velocità di elaborazione, e dal fatto di essere bilingue (Kharkhurin, 2017). Tuttavia, l’influenza del bilinguismo sulla creatività non è ben nota. Secondo la teoria di Cummins (1983) i bilingui devono raggiungere un certo livello di competenza in entrambe le lingue per sviluppare un migliore controllo cognitivo. In linea con ciò, è stato dimostrato che coloro che possiedono una maggiore padronanza di entrambe le lingue tendono a mostrare livelli più alti di creatività rispetto a quelli in cui emerge la prevalenza di una lingua sull’altra (Lee & Kim, 2011). Oltre alla creatività, il bilinguismo influenza anche altre funzioni neurocognitive, tra cui le funzioni esecutive (Bialystok, 2011). Esse consistono nella generazione, nel mantenimento e nella regolazione di strategie volte a raggiungere gli obiettivi di un dato compito (Barkley, 2012). Si ritiene che le funzioni esecutive giochino un ruolo fondamentale nel momento in cui i bilingui devono passare da una lingua all’altra, quindi selezionare la lingua richiesta e inibire la lingua indesiderata.

La letteratura su creatività, bilinguismo e cognizione avanza l’ipotesi che, se il bilinguismo migliora le prestazioni in alcune funzioni cognitive, e se queste funzioni cognitive sono a loro volta legate alla creatività, il bilinguismo dovrebbe aumentare la capacità creativa attraverso il miglioramento del funzionamento cognitivo (Ghonsooly & Showqi, 2012). Nonostante sussistano prove per una migliore performance nella creatività e nelle funzioni esecutive nelle persone bilingui e per la relazione tra creatività e funzioni esecutive (Edl et al., 2014), non è chiaro se le funzioni esecutive agiscono come mediatori nella relazione tra bilinguismo e creatività.

Uno studio su bilinguismo, creatività e funzioni esecutive

Sampedro e Peña (2019) hanno tentato di dipanare la questione analizzando il ruolo di diverse funzioni neurocognitive (funzioni esecutive, attenzione selettiva e velocità di elaborazione) nella relazione tra il livello di bilinguismo e la creatività. In questo studio sono stati coinvolti 224 studenti di Biscay, una provincia del territorio Basco in Spagna. Nel ‘País Vasco’ esistono due lingue ufficiali: spagnolo e basco. Di conseguenza le scuole possono avere classi spagnole, basche, bilingue o trilingue (+inglese).

Per misurare i livelli di creatività dei partecipanti sono state selezionate delle attività dal Torrance Test of Creative Thinking (Torrance, 1966; Jiménez, Artiles, Rodríguez, and García, 2007; Jiménez, Artiles, Rodríguez, & García, 2007), di cui tre principali, che consistevano nella costruzione di un’immagine, nel completamento di immagini parzialmente disegnate e creare un’immagine con delle linee predefinite. La prima attività consisteva nel creare un’immagine utilizzando degli ovali, la seconda nel completare delle figure non definite basandosi su più idee possibili e l’ultima nel creare delle immagini partendo da due linee parallele.

Per valutare la creatività verbale sono state selezionate due attività tratte dal Torrance Test of Creative Thinking (Torrance, 1966): ‘fare domande’ ed ‘utilizzo inappropriato’. Per quanto riguarda il primo compito, ai partecipanti è stato chiesto di scrivere più domande possibili su una bottiglia di plastica, mentre per la seconda attività è stato chiesto ai partecipanti di scrivere un elenco di utilizzi inappropriati di un sacchetto di plastica. Per svolgere le attività sulla creatività, i partecipanti avevano a disposizione 30 minuti.

Le funzioni esecutive sono state valutate utilizzando il Five Point Test (FPT; Regard, Strauss, & Knapp, 1982), che solitamente viene utilizzato per misurare la flessibilità cognitiva.

L’attenzione selettiva è stata valutata grazie al Test d2 (Brickenkamp, 2012), che misura l’attenzione selettiva e la concentrazione. Per valutare la velocità di elaborazione è stato utilizzato il Salthouse Perceptual Comparison Test (Salthouse & Babcock, 1991).

Per quanto riguarda la padronanza linguistica, i partecipanti sono stati divisi in tre gruppi (alta, media e bassa padronanza del bilinguismo), secondo due criteri principali: modello linguistico proposto a scuola ed autovalutazione degli studenti rispetto al proprio livello linguistico, alla frequenza di utilizzo delle varie lingue ed i vari ambiti di utilizzo (lettura, dialoghi, scrittura e comprensione).

La relazione tra livelli di bilinguismo, creatività e funzioni esecutive

I dati emersi rivelano che le funzioni esecutive sono mediate dal livello di bilinguismo e dalla creatività verbale e figurale. Nello specifico, i partecipanti con livelli di bilinguismo alto e basso erano associati a risultati migliori nelle funzioni esecutive e correlavano con punteggi più elevati nel campo della creatività verbale e figurale rispetto a quelli con bilinguismo di livello medio.

Dal campione è emerso che il gruppo con bassa padronanza di bilinguismo ha ottenuto punteggi significativamente più alti rispetto al gruppo con padronanza media nelle funzioni esecutive. Ciò può essere in parte spiegato attraverso la teoria sopracitata di Cummins (1983), secondo cui non solo bisogna avere una buona conoscenza di entrambe le lingue per beneficiare degli effetti del bilinguismo, ma una competenza insufficiente in una delle due lingue può addirittura comportare un peggior funzionamento cognitivo rispetto alle persone monolingue. Tuttavia, bisogna considerare che altri fattori relativi all’acquisizione del linguaggio potrebbero aver influenzato questi risultati (Daller & Ongun, 2018; Kavé et al., 2008; Luk et al., 2011). Per quanto concerne l’attenzione selettiva, non sono state riscontrate differenze tra i gruppi. Per quanto riguarda la creatività, il gruppo con un alto livello di bilinguismo ha ottenuto punteggi significativamente più alti rispetto a quelli con un livello medio di bilinguismo nella creatività verbale e figurale, e significativamente più alti rispetto al gruppo di basso livello di bilinguismo nella creatività figurale. In conclusione, dallo studio è stato riscontrato che la velocità di elaborazione, l’attenzione selettiva e le funzioni esecutive sono correlate positivamente e significativamente con la creatività.

 

Attacco di paura o attacco di solitudine? Uno studio intorno al disturbo di panico

Abbracciando una prospettiva che stabilisce una stretta connessione tra gli attacchi di panico e la solitudine di essere sovraesposti all’ambiente, molti elementi prendono senso.

 

Inquadramento nosografico del disturbo di panico

Secondo il DSM-5, il disturbo di panico è una situazione clinica complessa caratterizzata da ricorrenti e inaspettati attacchi di panico, conseguenti preoccupazioni per questi attacchi, nonché da una complessa riorganizzazione comportamentale intorno a questo timore.

Un attacco di panico (PA) è definibile come la comparsa di una paura o un disagio intensi che raggiungono il picco in pochi minuti, accompagnata da una forte attivazione autonomica. Diversi i sintomi somatici associati a questo stato, tra cui palpitazioni, sensazione di asfissia o soffocamento, sudorazione improvvisa, tremori e brividi, nausea o dolori addominali, vertigini e instabilità, stordimento o svenimento, e i sintomi psichici, come la depersonalizzazione, per cui ci si sente distaccati da se stessi, e la derealizzazione, per cui si sperimenta un senso di irrealtà, il timore di morire, la paura di perdere il controllo o ‘impazzire’ (Black, D. W. & Grant, J. E., 2014).

Nella popolazione generale, le stime di prevalenza a 12 mesi per gli attacchi di panico negli USA sono del 11,2%, più basse nei paesi europei, tra il 2,7 e il 3,3%. Questi pazienti in genere sperimentano difficoltà lavorative e alti tassi di disoccupazione, cercano cure mediche più frequentemente e vivono più ricoveri (es. Markowitz, Weissman, Ouellette, Lish, & Klerman, 1989).

Gli approcci attuali di solito considerano l’attacco di panico come una risposta di paura esagerata e inappropriata (Clark, 1986; Casey, Oei, & Newcombe, 2004), innescata da un’intensa attivazione dell’amigdala e del relativo circuito neurale della paura (McNally, Otto, Yap, Pollack e Hornig, 1999; Windmann, 1998; Gorman, Kent, Sullivan e Coplan, 2000; LeDoux, 2015; Hamm et al., 2016). Tuttavia, vi sono alcuni elementi che mettono in discussione tale concezione.

Dal punto di vista psicologico, gli attuali interventi psicoterapeutici (soprattutto CBT) volti a ridurre la sensibilità alla paura (e all’ansia), mediante procedure di decondizionamento, la correzione dei pensieri disadattivi e il miglioramento dell’autostima (Barlow, Gorman, Shear, & Woods, 2000; Gallagher et al., 2013; Yang, Kircher e Straube, 2014), risultano essere molto efficaci nell’immediato, senza però garantire buoni risultati a lungo termine, con un’alta probabilità di recidive nei pazienti (Bakker, 2001; Durham et al., 2005; Batelaan et al, 2017; Nardi et al., 2016).

Dal punto di vista farmacologico, è ben noto che gli agenti ansiolitici a base di benzodiazepine, come il Valium, hanno scarso effetto sull’incidenza del panico, mentre gli antidepressivi risultano maggiormente efficaci nel reprimere tali attacchi (Klein e Fink, 1962).

Inoltre, gli attacchi di panico differiscono dalla risposta alla paura di emergenza di Cannon (Cannon, 1920) e dalla Sindrome da allarme generale di Selye (Selye, 1956) in due importanti aspetti psicofisiologici: il panico risulta caratterizzato dalla prevalenza di un’intensa fame d’aria, reazione fisiologica che si verifica raramente nella paura acuta insorta di fronte un pericolo esterno (Klein, 1993; Preter & Klein, 1998), ed è accompagnato dalla mancanza (eventualmente soppressione) dell’attivazione ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) che prepara alla risposta lotta-fuga, contrariamente alla paura.

Radici etimologiche

[…] Pan invocando coi gridi, dei pascoli il Dio chiomabella,
l’irsuto, a cui son sacre le cime coperte di neve,
i vertici sublimi dei monti, i sentieri di rocce (Inno Omerico 19 a Pan, Omero)

A livello etimologico, il termine ‘panico’ rimanda alla mitologia greca: il dio Pan, divinità del mondo agreste, figlio di Ermes e della bellissima ninfa Driope, che incuteva timore ai viandanti solitari (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020). Secondo la tradizione greca, la ninfa Driope cercò un luogo appartato e solitario nel cuore della foresta per dare alla luce il figlio ma, alla vista del nascituro con le corna e il piede caprino, inorridì e scappò via, abbandonandolo nella foresta.

Balzò su, fuggi via la nutrice, lasciando il bambino,
ché sbigottí, vedendo l’aspetto spiacente e la barba (Inno Omerico 19 a Pan, Omero)

In questa narrazione mitica è racchiuso il tema centrale del disturbo di panico: l’esperienza di essere precocemente sovraesposti al mondo senza un’adeguata mediazione affettiva – quindi privati del caldo abbraccio materno – senza la presenza di un filtro che renda possibile affrontare il mondo, senza una protezione relazionale.

Ciascun essere alla nascita è un viandante della vita e se non è accompagnato almeno per il primo tratto di cammino si sentirà sempre solo e impotente in un mondo pericoloso. (p.94) (Il racconto della mente. Il mito nella relazione psicoanalitica, Romano R., 2002).

Oltre a stabilire un legame tra il terrore e la solitudine, il racconto mitico ci propone quindi un parallelismo tra il viandante in preda al panico, mentre si aggira per i boschi da solo, e ciascuno di noi.

Il disturbo di panico in una prospettiva fenomenologica-gestaltica

La radice esperienziale del disturbo di panico, in una prospettiva fenomenologica-gestaltica, è la solitudine di scoprirsi esposti, senza protezione e disarmati, a un mondo che lascia sopraffatti, è la solitudine di Pan, un cucciolo rifiutato e abbandonato alla nascita in una foresta sconosciuta.

Il legame che la mitologia stabilisce tra il terrore del panico e la solitudine ha sorprendenti somiglianze con evidenze cliniche ed epidemiologiche.

Per esempio, lo studio clinico con pazienti agorafobici condotto da Klein e Flink (1962) evidenzia che i pazienti affetti da Disturbo di Panico hanno riportato una grave ansia da separazione che spesso ha impedito la frequenza scolastica durante l’infanzia, un risultato replicato da specifici studi longitudinali sugli stessi individui che confermano la relazione tra il disturbo di panico (e l’agorafobia) e il Disturbo d’Ansia da Separazione dell’infanzia (Klein 1993, 1995; Kossowsky et al., 2013). Studi epidemiologici stabiliscono l’esordio del disturbo di panico in un periodo che va dall’adolescenza ai 35 anni (DSM 5), una complessa fase di vita caratterizzata da processi di separazione-individuazione dal proprio nucleo familiare (es. il trasferimento in un’altra città per l’università), dal movimento verso il mondo e verso una crescente autonomia (es. andare a vivere da soli). Inoltre, emerge come l’insorgenza del disturbo di panico nella popolazione adulta sia spesso preceduto da eventi di effettiva separazione coniugale, perdite e lutti, o altri eventi che implicano una separazione emotiva o fisica da una figura significativa (Roy-Byrne, Geraci, & Uhde, 1986; Jacobs et al., 1990; Faravelli & Pallanti, 1989; Kaunonen, Paivi, Paunonen, & Erjanti, 2000; Klein, 1993; Venturello, Barzega, Maina, & Bogetto, 2002; Milrod, Leon e Shear, 2004).

Abbracciando una simile prospettiva, che stabilisce una stretta connessione tra il panico e la solitudine di essere sovraesposti all’ambiente, molti elementi prendono senso.

Il disturbo di panico si accompagna di frequente all’agorafobia (dal greco, agorà: piazza, e fobia: paura) e quindi al concretizzarsi, nel qui ed ora, dell’essere sovraesposti al mondo mentre ci si ritrova soli in mezzo a una piazza, senza sufficiente protezione relazionale. La conseguente necessità di essere accompagnati, a volte così forte da rendere impossibile muoversi da casa autonomamente, costituisce l’espressione del bisogno di una mediazione tra sé e il mondo, tramite la vicinanza fisica e corporea di un altro significativo (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020).

Il disturbo di panico insorge tendenzialmente in un periodo che va dalla preadolescenza fino all’età di giovane adulto, una fase complessa e delicata caratterizzata da un movimento di separazione dal contesto familiare (dall’Oikos, la casa, alla Polis, luogo dei molti, la città) e da un processo di individuazione (Francesetti, 2007; Francesetti et al., 2013).

Il sintomo peculiare della fame d’aria può essere spiegato dalle risposte neurofisiologiche indotte dal sistema cerebrale di Panico/Separazione, caratterizzato da neuroanatomie e percorsi neurochimici distinti dal sistema della paura (Panksepp & Biven, 2012).

Secondo le neuroscienze affettive, infatti, esistono due sistemi di allarme cerebrale separati: il primo è il sistema neurologico della paura attivato da una minaccia esterna, un pericolo nell’ambiente, per cui l’organismo è pronto per fuggire o aggredire (risposta fight or flight), attivato dalla percezione di una minaccia esterna: l’altro, il sistema del Panico, si attiva quando l’individuo viene separato da un fondamentale supporto affettivo-sociale (il caregiver di riferimento), ad esempio quando i cuccioli vengono allontanati dalla madre e si trovano a protestare attivamente, per esempio piangendo nel caso degli esseri umani (separation cry) e/o producendo vocalizzazioni di angoscia (distress vocalization), nel caso di altri mammiferi, al fine di sollecitare il sistema motivazionale di accudimento nell’adulto (Nelson & Panksepp, 1988; Panksepp, 1998). Non a caso, i principali neurotrasmettitori del sistema di Panico – gli oppiodi endogeni, l’ossitocina e la prolattina – sono i neuromodulatori chiave delle interazioni socio-affettive (Panksepp & Biven, 2012; Nelson & Panksepp, 1998).

Dal punto di vista anatomico, il sistema del Panico coinvolge la zona del grigio periacqueduttale (PAG), le regioni del mesencefalo, il talamo dorsomediale, l’area settale ventrale, l’area preottica dorsale e i siti del nucleo del letto della stria terminale: tutte regioni sottocorticali. Esso controlla una serie di risposte neurofisiologiche e neuroendocrine che modificano lo stato interno del corpo, come la respirazione e il battito cardiaco; ciò spiegherebbe come mai gli attacchi di panico sono caratterizzati da sintomi fisici, acuti e inspiegabili, che interrompono la continuità dell’esperienza abituale, tra cui la fame d’aria e il senso di soffocamento (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020).

Spesso i pazienti che soffrono di attacchi di panico non riferiscono sentimenti di solitudine o problematiche affettive e non riconoscono alcuna causa psicologica o significato per i loro attacchi (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020).

Tenendo in considerazione la distinzione tra lo stato emotivo in sé e la sua esperienza cosciente (Adolphs, 2017), possiamo comprendere come a volte sia possibile dissociare stati emotivi, esperienze emotive e concetti emotivi. Nel caso dei pazienti con disturbo di panico, si tratterebbe di una sofferenza non nominabile né riconoscibile consapevolmente, riconducibile ad un profondo vissuto di solitudine. In linea con questa visione, recenti studi sperimentali hanno evidenziato che spesso questi pazienti riferiscono esperienze traumatiche infantili (Zou et al., 2016), che conducono a una forma patologica di dissociazione emotiva in età adulta (Major et al., 2011). Tendono ad essere alessitimici, avendo difficoltà a realizzare, riconoscere, discriminare ed esprimere sentimenti emotivi (Francesetti, 2007; Francesetti et al., 2013), e meno cooperativi e fiduciosi verso le altre persone, con uno stile relazionale altamente autonomo e indipendente (Cox, Swinson, Shulman e Bourdeau, 1995; Iancu, Dannon, Poreh, Lepkifker e Grunhaus. 2001; Marchesi, Fontò, Balista, Cimmino, & Maggini, 2005; Cucchi et al., 2012; Izci et al., 2014; Wachleski et al.,2008).

Evidenze cliniche: le parole dei pazienti

Il momento dell’attacco di panico è vissuto dai pazienti con la sensazione concreta di morire o impazzire, non si tratta semplicemente di un ‘timore’ ma di un’esperienza vera e propria a cui fa seguito la paura che possa ripresentarsi. Si tratta di sensazioni percepite come un disagio corporeo, da cui i pazienti sono terrorizzati e per le quali si recano in pronto soccorso o dal medico di base, al fine di trattare la sintomatologia fisica acuta. In quest’ottica, la morte o la follia rappresentano le due esperienze radicali di separazione dalla comunità (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020).

Nel trattamento di questi pazienti, gradualmente emerge la dimensione emotiva della solitudine, una solitudine negata, indicibile, non formulata e non legittimata nella loro biografia. Un paziente, profondamente toccato da questa scoperta, afferma: ‘il punto non è che ho paura di morire, il punto è che sono così solo che potrei morire, da sempre nella mia vita’ (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020).

Nel corso della terapia spesso emerge con forza un vissuto di profonda tristezza e una rabbia malcelata, come nel racconto di una paziente: ‘Adesso mi ricordo quanto ero brava a scuola… ero solo una bambina, ma non ho mai pianto quando andavamo in gita per qualche giorno. Molti bambini piangevano, ma io no, mai. Per la mia maestra, ero un esempio per tutti. Ora, ricordandolo, mi viene da piangere… è così triste…’ (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020)

L’emergere della solitudine è un passaggio difficile, che richiede tempo e supporto relazionale: all’inizio della terapia non solo non viene percepita, ma esiste una sorta di distanza o reattività affettiva nei confronti della solitudine, come se fosse un’area dissociata dell’esperienza. Solo gradualmente e attraverso un’attenta esplorazione terapeutica il paziente può sentire, riconoscere, legittimare e infine mentalizzare il suo vissuto di solitudine (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020)

L’insorgenza del disturbo di panico è solitamente reputata dai pazienti priva di collegamento con gli eventi di vita personale, sconnessa dal quotidiano e indipendente dal proprio vissuto autobiografico; in realtà, attraverso un’esplorazione più attenta, appare strettamente legata a passaggi evolutivi caratterizzati da processi di separazione-individuazione, o dalla perdita di figure significative nel processo di mediazione tra il paziente e il suo ambiente. Riportiamo le parole di un paziente, in merito: ‘Mia nonna è morta un anno prima del primo attacco di panico. Non ci ho fatto caso, abitavo già abbastanza lontano da lei, lei aveva la sua vita e io la mia. Ma ora capisco una cosa diversa: sono cresciuto con lei, da quando i miei genitori hanno divorziato ed erano impegnati con il lavoro. Lei era la mia protezione nella vita. Ora posso sentire tutto il dolore e la tristezza… mi manca tremendamente’ (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020).

Conclusioni

Considerare il panico semplicemente come un attacco di paura non contempla una serie di importanti elementi clinici ed evidenze neuroscientifiche, precedentemente esposti. Al contrario, è possibile ritenere il disturbo di panico una situazione clinica complessa, che emerge da un’esperienza di solitudine dissociata e non mentalizzata, connessa al disagio dovuto a una separazione da contesti socio-culturali di riferimento, una solitudine caratterizzata da una sovraesposizione al mondo senza una sufficiente protezione relazionale che preveda una mediazione affettiva con il mondo (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020)

Il mancato riconoscimento della cruciale esperienza di solitudine, implicata nel disturbo di panico, potrebbe essere il risultato di una pressione individuale, relativa alla solitudine negata nella propria storia di vita, e di una pressione sociale, ossia la negazione del bisogno di legami relazionali e intimi, all’interno di una società individualista, senza rituali di passaggio, una ‘società liquida’ che porta avanti una svalutazione di fondo sull’importanza dell’altro come luogo di ancoraggio per affrontare il mondo. In questo senso, pur rappresentando un elemento centrale delle società occidentali, la solitudine risulta un elemento dissociato nella nostra cultura e viene considerata l’esperienza di persone che non sono sufficientemente integrate nella società: ‘the losers’, i perdenti (Lasch, 1978; Bauman, 2002; Cacioppo & Patrick, 2008; Rosa, 2010; Bollas, 2018).

Questa ipotesi è compatibile con la ricerca interculturale ed epidemiologica, che ha evidenziato la presenza di differenze rilevanti nei tassi di prevalenza del disturbo di panico in diversi paesi (es. Kessler et al., 2007), trovando un legame positivo abbastanza forte tra valori sociali come l’autonomia affettiva e i tassi e il rischio nel corso della vita di sviluppare il disturbo di panico (Heim, Wegmann e Maercker, 2017).

In conclusione, il mito del Dio Pan, abbandonato alla nascita dalla sua stessa madre, sembra fornire una cornice narrativa a un’esperienza che rimanda sia ad una condizione individuale che ad una situazione sociale: una solitudine dissociata e il bisogno, dissociato, di un legame relazionale. La paura, in questa prospettiva, può essere intesa come l’espressione travolgente di un acuto attacco di solitudine (Francesetti, G., Alcaro, A., & Settanni, M., 2020)

 

Il processo creativo, teorie e tecniche

La creatività è un costrutto affascinante studiato ed approfondito da molti autori attraverso teorie e ricerche. Tuttavia la definizione di questo costrutto non è sicuramente univoca. Diverse sono le interpretazioni che si sono susseguite nel tempo.

 

Infatti, alcuni studiosi hanno interpretato la creatività come un processo, altri l’hanno intesa come un prodotto, altri ancora come un aspetto della personalità. Ad oggi si potrebbe affermare che essa sia un costrutto complesso che nasce dal convergere di diversi fattori. Una delle prospettive più interessanti in questo campo è sicuramente quella che vede la creatività come un processo, ovvero come una successione di fasi consecutive che portano l’individuo alla costruzione di una soluzione creativa ed innovativa.

Le fasi del processo creativo

Wallas (1926), a questo proposito, elabora un modello di processo creativo che sarà poi studiato, ripreso e modificato. Lo studioso, infatti, individua quattro distinte fasi del processo creativo. La prima fase è la fase  della preparazione ed è il periodo di tempo in cui l’individuo esplora, pensa, raccoglie informazioni utili, valuta dati ed elementi in modo libero.

A questa prima fase segue la cosiddetta fase dell’incubazione, cioè quel periodo di tempo di durata indefinita, in cui l’individuo elabora attivamente quanto raccolto nella fase della preparazione. Questa fase, tra il periodo della preparazione e quello dell’illuminazione, si caratterizza per la presenza di flussi di pensiero disordinati ed una scarsa consapevolezza.

Dopo la fase dell’incubazione c’è la fase dell’illuminazione, altrimenti definita fase dello scoppio. Infatti, una volta effettuata una prima elaborazione dei dati, l’individuo trova spontaneamente ordine e chiarezza nelle informazioni, acquisisce una visione chiara ed ogni confusione di idee trova fine. Si genera istantaneamente ed inaspettatamente una soluzione creativa nuova ed unica, che ha la forma di un’intuizione improvvisa.

L’ultima fase, detta fase della verifica, consiste nel periodo di tempo in cui si esamina se la soluzione creativa individuata possa risultare efficace nella sua applicazione e, dunque, superare la critica. È la fase in cui si verifica la sua utilità e si sottopone la soluzione al giudizio dello stesso inventore.

La teoria di Wallas (1926) viene ripresa da Jaoui (1995) il quale, nel definire il processo creativo, aggiunge alle quattro fasi di Wallas una fase iniziale precedentemente non considerata. La prima fase, infatti, consisterebbe nella nascita di un’intenzione. Durante questo primo intervallo di tempo, emergerebbe l’idea di partenza su cui viene applicato un processo di focalizzazione necessario per procedere alla fase della preparazione.

Come si può stimolare la creatività?

Hubert Jaoui, uno tra i maggiori esponenti della creatività applicata al management, ha ideato anche un metodo detto metodo PAPSA che mira ad essere uno strumento creativo applicabile a diversi ambiti. Il metodo, utile per stimolare la creatività, è suddiviso in 5 tappe (da cui le iniziali che formano il nome): Percezione (P), Analisi (A), Produzione (P), Selezione (S) e Applicazione (A). Nella fase della Percezione, il metodo suggerisce di avvicinarsi al problema con ingenuità e percepirlo completamente. La fase dell’Analisi consiste nell’analizzare ed esplorare il problema e la sua struttura e scegliere dei parametri e dei criteri preferenziali. Successivamente, la fase della Produzione consiste nel produrre senza censura una grande quantità di idee e soluzioni anche irrealistiche ed originali. La quarta fase è quella della Selezione in cui si propone di organizzare e gerarchizzare le idee prodotte in base all’obiettivo e ai criteri razionali definiti. L’ultima fase del metodo è la fase dell’Applicazione in cui si applica la soluzione emersa dalle idee selezionate in precedenza, tenendo presente gli strumenti utili per realizzarla.

 

Neurobiologia della lettura: nuove tracce da scoprire pagina dopo pagina

A prescindere dalla trama che incontriamo pagina dopo pagina durante la lettura e dalla velocità con la quale divoriamo un racconto, si attiva a livello cerebrale un’area ben specifica chiamata in inglese Visual Word Form Area (VWFA).

 

A mio padre Giovanni, che mi ha sempre trasmesso l’amore per la lettura, il piacere per la curiosità e l’intraprendenza nell’immergermi in nuove pagine.

 

Leggere evidenzia non solo un insieme affascinante di processi insiti in ciascuno di noi, ma al contempo risulta un’attività pienamente terapeutica, con effetti a dir poco sorprendenti! In grado di coinvolgerci da capo a piedi, ripristinando spesso il nostro livello di stress e rafforzando i nostri assi e circuiti cerebrali.

In ciascuno di noi è presente, a livello della corteccia, una regione specializzata per la lettura, infatti questa abilità sembrerebbe essere il frutto non solo dell’evoluzione, bensì il risultato di complessi meccanismi neurobiologici.

La Word Form Area e il cablaggio neuronale

A prescindere infatti dalla trama che incontriamo pagina dopo pagina, dalla velocità con la quale divoriamo un racconto, si attiva a livello cerebrale un’area ben specifica chiamata in inglese Visual Word Form Area (VWFA). Oggetto di studi e ricerche, quest’ultima infatti la si può indagare chiedendo ad un lettore di visualizzare uno schermo ove scorrono alcune parole, oppure ancora di classificarle in base al loro significato (Saygin, Z, M., 2016). Una semplice richiesta a seguito della quale è possibile rintracciare correlati neuronali in grado di evidenziare sempre più substrati corticali.

Nello specifico, in tutti i lettori, il riconoscimento visivo delle parole attiva sempre una popolazione di neuroni, a prescindere dalla lingua in cui leggono, collocata nel solco occipito-temporale sinistro della corteccia visiva.

Più di uno studio ha infatti dimostrato che la VWFA occupa una posizione altamente riscontrabile da un lettore all’altro: le neuroscienze, qualora adoperassero le coordinate spaziali che definiscono la posizione di tale area nel cervello di un lettore, potrebbero prevedere dove si trova la stessa regione nel cervello di un’altra persona (Hargreaves, I, S., 2012).

Purché sappia leggere o si stia cimentando in questa magnifica scoperta.

Leggere riflette un’abilità tipicamente umana, che richiede il funzionamento di numerose aree del cervello, confermando altresì un salto evolutivo in grado di chiamare in causa il reclutamento di numerosi distretti cerebrali.

Tale concetto lo si può definire come l’insieme dei pattern di attivazione all’interno del cervello in un determinato momento (Siegel, J. D., 2001). Quasi come vi fosse una sincronia connotata dalla collaborazione di più centri nervosi uniti nel fornire una base o meglio ancora un supporto (Hebb, D. O., 1949). Infatti si vengono a evidenziare processi in sinergia tra loro e che risultano assemblati in uno stato di attività temporaneo, che consente di massimizzare la loro efficacia e la loro efficienza (Plaut, D., 2010, Thagard, P., 2002).

Mentre leggiamo, infatti, la concentrazione di ossigeno nel sangue (valevole indicatore dell’attività del cervello) aumenta in un gruppo di regioni dell’emisfero sinistro più che in tutte le atre regioni. L’area che principalmente risulta attiva è proprio la VWFA, in grado di confermare quanto la lettura risulti essere un procedimento complesso, ma in grado di lasciare un’impronta sul proprio corpo, fornendo oltremodo una nuova chiave di lettura!

Il riciclo neuronale e la potatura di nuove parole

Secondo il neurologo Laurent Choen e il neuroscienziato Stanislas Dehaene non è la corteccia umana ad essersi evoluta per leggere, ma i sistemi cerebrali correlati alle attività cognitive. Quest’ultime, infatti, secondo i due studiosi, non solo riflettono un background culturale ed esperienziale insito in ogni lettore, ma al contempo una rappresentazione corticale riproducibile tramite il riciclo neuronale (Deahene, S., 2009).

Nel caso infatti della VWFA riflette a pieno il processo con cui un ambito della conoscenza umana si appropria di una regione o di una struttura preesistente del cervello, rispettando peraltro i confini morfologici e funzionali relativi a quello specifico distretto cerebrale.

Collocata tra il lobo temporale e quello occipitale, la Visual Word Form Area sembra inoltre chiamata in causa per un’altra funzione specifica, necessaria per ogni buon lettore: la visione.

Quando siamo immersi in un racconto infatti i nostri occhi avanzano a piccoli passi, detti saccadi, da un frammento di parola a un altro, nondimeno ogni momento di sosta prende il nome di fissazione. A lavorare di più è l’emisfero cerebrale sinistro (Cachia, A., 2017).

Strutturalmente e funzionalmente il cablaggio neuronale coinvolge l’area di Broca, il lobo frontale medio sinistro, l’area per la forma visiva ed infine il giro angolare sinistro (Redish, J., 2010).

Rispettivamente si assiste al monitoraggio di più funzioni che simultaneamente consentono di comprendere, analizzare, riconoscere ed associare il contenuto di quanto la vista ci pone di fronte, determinando e valorizzando la plasticità cerebrale, tanto fisiologicamente quanto morfologicamente.

I contributi degli studi di RM, sia morfologici che funzionali, hanno infatti consentito di rilevare ed evidenziare le variazioni della plasticità cerebrale a livello di grande scala nei processi di riorganizzazione funzionale. La plasticità neuronale risulta sottesa ad un processo di neurogenesi in rapporto all’ambiente circostante (Cajal, S., 1913) in grado di fornire nuovi spunti sulle trame neurobiologiche correlate alla lettura.

La lettura come strumento terapeutico: farsi leggere pagina dopo pagina

Spesso un libro è in grado di cambiare la vita, di apportare nuovi consigli, ma ancor di più di trovare soluzioni circa problematiche personali verso le quali si pensava non esistessero vie di fuga.

Questo mondo fatto di carta, parole ed emozioni fatte di inchiostro ha il potere di entrare nella testa, nel cuore e nella vita di una persona, rivoluzionandone davvero il pensiero, la vita e il suo stato mentale.

 A sostegno di quanto appena accennato la psicologa canadese Gilda Katz sostiene che leggere rappresenti una forma di terapia vera e propria. Proponendo il termine Biblioterapia definisce questa metodologia uno strumento valido e parecchio impiegato all’estero (Katz, G., 2016). In Canada ad esempio un uso assai discreto è documentato dagli operatori sanitari; l’80% degli psicologi infatti ‘prescrive’ una lettura specifica al proprio paziente. Dalla fine degli anni novanta alcuni ricercatori hanno evidenziato come leggere aiuti a combattere una grande varietà di disturbi!

Tra questi possono essere annoverati l’ansia, l’alcolismo, l’insonnia e l’obesità, le quali nel loro insieme non riflettono un’etichetta, bensì una fase di vita rispetto alla quale poter trovare sollievo in un nuovo mondo fatto di carta e parole.

Tutti i tipi di narrativa possono infatti rappresentare una fonte di benefici, la narrazione può condurre il lettore a prendere coscienza di alcuni suoi problemi; se si pensa per esempio all’ambito della sessualità, la lettura di un romanzo erotico può stimolare non solo il desiderio, ma, cosa ancor più importante, l’immaginazione. Dunque un nuovo modo di percepirsi e percepire quello che viene definito ‘problema’ (Hubin, A., 2011).

A livello cerebrale inoltre la biblioterapia sembra lasciare una vera e propria traccia nel cervello, aumentando e rafforzando alcune connessioni neuronali.

Nel 2013 Gregory Berns dell’università di Atlanta ha dimostrato come la lettura di un romanzo aumenti le suddette connessioni; nello specifico la lettura di testi letterari rinforza da una parte la potenza curativa del linguaggio, dall’altro le sensazioni tattili e le simulazioni motorie interne al nostro stesso cervello (Gregory, B., 2013). Leggendo entriamo dunque nei panni di un personaggio e ne percepiamo le emozioni, il tatto e la motricità, peraltro già incarnate nei nostri modelli di realtà interiori. A livello psicosomatico significa che corpo e mente viaggiano all’unisono, accogliendo nel proprio corpo sensazioni talmente intense da essere accompagnate dall’immaginario. Leggere dunque risveglia in noi precisi ‘marcatori somatici’, i quali, secondo il neurologo Antonio Damasio, riflettono reazioni fisiologiche associate ad eventi realmente vissuti.

Sottolineando come la biblioterapia debba essere accompagnata da un approccio psicologico e/o psicoterapico, essa può promuovere la nascita di un nuovo percorso, entro cui il lettore, incontrando personaggi, debolezze e colpi di scena, rafforza l’unione tra la dimensione emotiva e quella cognitiva, scoprendo così un nuovo modo di stare al mondo (Damasio, A., 2016).

Lasciarsi leggere dal libro: un rischio che apre le porte all’incontro con se stessi

Leggere un libro è più di un semplice coinvolgimento di più parti, rappresenta un vero e proprio incontro. Durante la lettura non ci si limita a farsi assorbire cognitivamente dal contenuto, ma si incontra un qualcosa di sconosciuto dal quale ci si lascia leggere (Recalcati, M., 2018).

È un evento in cui i piani dell’attività e della passività si ribaltano e si confondono: ‘non sono più io che leggo il libro, ma è il libro che mi legge’. Ciò significa che nell’incontro con un libro si incontra sempre una parte di sé stessi, un punto in cui l’enigma più singolare e indecifrabile della propria esistenza viene gradualmente svelato, quasi come la parte più intima dell’individuo emergesse in superficie, pronta ad acquisire un nuovo dono.

Una nuova chiave di lettura.

 

Disturbo dello Spettro Autistico: le difficoltà in un contesto di emergenza come il Covid-19

Per le persone con disturbo dello spettro autistico, l’aver sperimentato un aumento del tempo non strutturato a casa durante la pandemia può aver comportato diverse difficoltà.

 

Nonostante l’effetto della pandemia sulle persone con disabilità non sia ancora stato ben determinato, è plausibile pensare, e la letteratura lo conferma, che le persone con disabilità sono sproporzionalmente colpite dalle situazioni di emergenza (Campbell et al., 2009). Uno studio molto recente di Baweja e colleghi (2022) si è focalizzato sulle difficoltà che gli individui con Disturbo dello Spettro Autistico hanno affrontato, e si trovano tuttora ad affrontare, a causa della pandemia da Covid-19.

A causa delle differenze nella comunicazione, nella socializzazione e nel funzionamento esecutivo inerenti alla diagnosi (APA, 2013), gli individui con disturbo dello spettro autistico possono essere più vulnerabili durante la pandemia. Possono trovarsi in difficoltà anche con alcune componenti fondamentali della resilienza come ad esempio fare delle previsioni future, immaginare gli esiti di una determinata situazione o essere flessibili e adattarsi di fronte ai cambiamenti improvvisi (Wallace et al., 2016).

Se consideriamo in aggiunta anche altri aspetti co-occorrenti come la disabilità intellettuale, i problemi di apprendimento e i problemi medici cronici, il livello di vulnerabilità aumenta notevolmente (Narzisi, 2020).

Con le restrizioni messe in atto, tra cui l’obbligo di restare a casa, l’allontanamento sociale e la chiusura di molte attività/servizi, le persone con disabilità e le loro famiglie si sono ritrovate senza accesso ai servizi e ai supporti necessari, sperimentando così una maggiore vulnerabilità in diversi ambiti, dall’istruzione alle cure (Neece et al., 2020).

Sfide educative e professionali con il disturbo dello spettro autistico

Nell’ambito scolastico, i bambini con disturbo dello spettro autistico, che prima della pandemia potevano fare affidamento su una routine strutturata a scuola (ambiente strutturato, orari, attività prestabilite ecc), si sono ritrovati, assieme alle loro famiglie, a partecipare ad attività online nelle proprie case tramite l’utilizzo di apparecchi elettronici. Inoltre, questa sfida educativa, doveva essere supportata e affiancata dai genitori che, oltre a portare avanti il proprio lavoro dovevano badare agli altri membri della famiglia, occuparsi dei pasti e delle faccende domestiche, aumentando il carico sulle loro spalle.

Per quanto riguarda l’ambito professionale, la letteratura dimostra che gli adulti con diagnosi di spettro dell’autismo sono a maggior rischio di sperimentare un maggiore isolamento sociale (Howlin et al., 2013), una minore partecipazione alla comunità (Tint et al., 2017) e una minore partecipazione alle attività sociali, oltre ad affrontare un tasso più alto di disoccupazione e sottoccupazione rispetto ai loro coetanei neurotipici (Roux et al., 2013). Nell’attività lavorativa, le persone con autismo si affidano al personale di supporto per il trasporto, per la gestione delle attività lavorative e per l’effettivo impegno sociale nella comunità (Lindsay, 2017). Tutte risorse che durante la pandemia, specialmente nella fase iniziale e più acuta, hanno avuto un blocco creando di conseguenza varie difficoltà. Anche le riaperture a seguito della stabilizzazione dei contagi, sebbene possano comportare aspetti positivi, possono aver rappresentato una sfida dato che il ritorno alle attività scolastiche e lavorative può essere una fonte di ansia (Neece et al., 2020).

Per le persone con disturbo dello spettro autistico, l’aver sperimentato un aumento del tempo non strutturato a casa può aver comportato alcune difficoltà dato che, in questo modo, si ritrovano a dover gestire le difficoltà nel funzionamento esecutivo che comprende pianificazione, organizzazione, avvio dei compiti e autocontrollo (Wallace et al., 2016). In aggiunta, con l’eccesso di tempo libero non strutturato e con scarsa variabilità delle attività, può diventare più facile rimanere ‘bloccati’ negli interessi limitati o fissi che caratterizzano la diagnosi dello spettro dell’autismo (Lam et al., 2008)

Servizi di salute mentale per il disturbo dello spettro autistico

L’interruzione dei servizi a causa del turnover e della carenza di personale, delle chiusure obbligatorie e dell’accesso ridotto ai servizi specializzati necessari (Eshraghi et al., 2020), ha comportato delle grosse limitazioni per gli individui con disabilità e in particolare per le persone con autismo. Alcuni servizi ambulatoriali e a domicilio sono stati convertiti in servizi telematici, ma questa trasformazione alla telemedicina può comportare alcuni problemi. Nel caso dell’autismo, un trattamento frequentemente utilizzato è l’Applied Behavior Analysis (ABA) (Roane et al., 2016). Tuttavia, questo tipo di trattamento utilizza materiali condivisi e viene svolto in presenza di entrambe le parti (terapeuta – paziente). Trasformare questo tipo di trattamento in un trattamento telematico può essere impegnativo in quanto l’ABA include l’osservazione del comportamento che è spesso fuori dalla portata di una videocamera e richiede il supporto di un altro membro della famiglia.

La conversione telematica delle visite psichiatriche ambulatoriali, inoltre, non è in grado di monitorare e completare tutti gli esami fisici necessari. Per i bambini che, a causa della diagnosi, vengono trattati con antipsicotici atipici per l’irritabilità dell’umore, può essere un grande problema data la necessità di un monitoraggio periodico (Volkmar et al., 2014).

Anche la diagnosi ha subito dei ritardi a causa dell’interruzione dei servizi, implicando di conseguenza anche un ritardo nell’accesso al trattamento. Tuttavia, questa situazione ha permesso, dato il bisogno immediato, lo sviluppo di metodologie innovative in grado di condurre valutazioni telematiche (ad es., Narzisi, 2020; Wagner et al. 2020).

Conclusioni

In conclusione, la pandemia da Covid-19 ha comportato una serie di effetti negativi sulla nostra società, in particolare per quella parte di popolazione che richiede delle esigenze specifiche, come nel caso della disabilità in generale e delle persone affette da spettro dell’autismo. Per questo motivo, è fondamentale prendere in considerazione le necessità anche di questa parte della popolazione. Dato che le persone con spettro dell’autismo sono particolarmente vulnerabili in questi momenti, la preparazione alle emergenze è importante per garantire che coloro che sono a più alto rischio continuino a poter usufruire dei servizi essenziali mentre affrontiamo potenziali ondate future di questa pandemia o altre emergenze sanitarie. Coinvolgere gli stessi individui con diagnosi di autismo e le loro famiglie nelle discussioni in corso sul miglioramento di queste misure sarà fondamentale per l’innovazione che è estremamente necessaria.

 

La Play Therapy ed i videogiochi

La Play Therapy è una pratica conosciuta ed applicata in Nord America, Corea del Sud, Nord Europa e Giappone.

 

Nel libro di testo Play Therapy: The Art of Relationship, Landreth (2012) definisce la terapia del gioco come: ‘relazione interpersonale dinamica tra un bambino (o una persona di qualsiasi età) e un terapeuta formato che, attraverso materiali di gioco selezionati, facilita lo sviluppo di una relazione sicura affinché il bambino (o una persona di qualsiasi età) possa esprimere pienamente e esplorare il sé (sentimenti, pensieri, esperienze e comportamenti) attraverso il gioco, il mezzo di comunicazione naturale del bambino, per una crescita e uno sviluppo ottimali’. Attraverso il gioco i bambini imparano a interagire con il mondo che li circonda e iniziano a comprendere le relazioni sociali.

I tipi di intervento nella Play Therapy

Nella Play Therapy (Mochi, C. 2019) vi sono diverse modalità d’intervento. Negli interventi di tipo non direttivo, il Play Therapist seleziona con attenzione i giocattoli nella stanza dei giochi per aiutare i bambini ad esprimere una varietà di sentimenti e problemi. Sarà poi il bambino a scegliere quali giocattoli utilizzare ed anche il modo con cui intende giocarvi. Il Play Therapist segue empaticamente l’iniziativa del bambino unendosi a giochi di finzione e immaginazione quando invitato dal bambino e fornisce nei momenti opportuni i limiti per tutelarne l’integrità fisica e favorire l’esercizio e lo sviluppo dell’autocontrollo. Un’altra forma di Play Therapy è quella familiare. In questa tipologia di intervento è l’intera famiglia ad essere coinvolta in giochi e attività ludiche. Una forma particolare di intervento Familiare è la Filial Therapy ove i genitori divengono gli agenti principali nel trattamento dei propri figli. I principi terapeutici della Play Therapy sono assimilabili non soltanto ai classici giochi, ma anche ai videogiochi, ai giochi online e ad alcuni mondi virtuali. Tra questi troviamo:

  • Abreazione: le persone attraverso il gioco o attraverso la realtà virtuale (meglio conosciuta come virtual reality) possono rivivere in maniera graduale determinate esperienze traumatiche esercitando nel contempo un maggior controllo su di esse. Ad oggi, l’efficacia della terapia di esposizione alla realtà virtuale, si è dimostrata utile nel trattamento di diverse fobie specifiche, come nel caso della selacofobia (dal greco Σελαχοειδή: squalo e φοβία: paura). Chi soffre di questa fobia presenta una seria difficoltà nel fare il bagno in mare aperto, a praticare sport acquatici anche in luoghi dove di sicuro non sono presenti squali, a fare un’uscita in barca o a visitare acquari o zoo. Nei casi molto gravi la paura si estende anche per il bagno in piscina o alla sola vista di una foto o di un filmato. Nello studio in questione (Malbos, E., et al. 2021) l’uso della VRET, oltre a comportare una riduzione dei sintomi della paziente colpita da tale fobia, ha dimostrato una vantaggiosità che si è mantenuta nel tempo anche dopo un follow up a distanza di 12 mesi.
  • Catarsi: il rilascio emotivo è quasi universalmente riconosciuto come un elemento essenziale in ogni forma di psicoterapia. Coinvolge quelle forme emozionali in precedenza interrotte.
  • Potere e controllo: nel gioco si può fare accadere quello che si vuole, sentirsi potente e tenere la situazione sotto controllo permettendo di sviluppare un locus of control interno.

La play therapy attraverso i videogiochi

Abreazione, catarsi, potere e controllo sono dinamiche fondamentali che ritroviamo anche nella Videogames Therapy o V.G.T, metodologia riabilitativa ideata dal Dott. Francesco Bocci, Psicologo e Psicoterapeuta Adleriano. Questo ambito di intervento sviluppato dal collega è uno strumento usato che permette di intraprendere un lavoro di contenimento emotivo, clinico e terapeutico, come di tipo supportivo ed espressivo, ricorrendo al videogioco commerciale. Proprio come l’attività di ‘gioco’ consente ai bambini di esprimere inconsciamente aspetti del proprio mondo interno ed esterno, anche i videogiochi garantiscono questo risultato amplificandolo, in quanto, anche se sono un ‘gioco’, in ogni modo, sono accessibili a utenti di età superiore a quella infantile. Inoltre, i videogiochi sono diventati un oggetto sempre più esplicito di comunicazione tra i giovani, le cui immagini sembrano assimilare sempre più elementi tipici del mondo dei videogiochi.

Nel videogioco si attivano molti elementi legati al nostro emisfero sinistro, dove risiede la nostra memoria di lavoro. Essa attivandosi permette al gamer di vivere una sorta di ‘autocontrollo’ di sé che lo porta a sentirsi ‘valido’ e ‘capace’, seppur in un ambiente funzionale come quello del contesto videoludico, e di poter raggiungere un equilibrio tra le ‘sfide’ che il gioco richiede e le proprie competenze e risorse, cognitive ed emotive (soft skills), messe in atto. Si viene così a creare ciò che Mihaly Csikszentmihalyi chiama ‘stato di flow’, una condizione di benessere che ha un potenziale molto forte rispetto al contenimento emotivo. Si riattiva così nel gamer, quel ‘Sè Creativo’ (concetto coniato nel 1912 da Alfred Adler) che permette di riprendere il controllo della propria attenzione nel momento presente, così come dei propri vissuti proiettivi, che si attivano attraverso il gioco in quel determinato momento. Capite bene come in questo tipo di setting le dinamiche inconsce legate a traumi passati o a ricordi specifici di vita, costitutivi dello ‘stile di vita’ del soggetto (altro termine coniato da Alfred Adler ai primi del 1900), possano venire alla luce attraverso il ‘dialogo’ tra gamer e caregiver (terapeuta) durante la sessione di gioco stessa.

Sull’utilità positiva dei videogiochi, il direttore ricerca e sviluppo del settore giochi dell’IFTF, nonché Game Designer (Institute for the Future di Palo Alto in California), James McGonigal ha dimostrato, tramite le sue ricerche, come i videogiochi e possono accrescere il benessere e migliorare le relazioni, influendo in tal modo sui nostri comportamenti e favorendo le capacità di crescita personale (Bocci, F., Sala, C., 2019).

Anche se sono diversi e numerosi i videogames che possiamo far rientrare a pieno titolo nella Play Therapy (Life is Strange, Unravel 2, The Last day of June, Sea of Solitude, ecc…) vale la pena citare quando parliamo di videogames, il caso di Pokémon Go. Nonostante la mancanza di principi come l’abreazione o la catarsi, questo videogioco si è dimostrato efficace in altri modi. Dalla sua uscita nel 2016, ha attratto più di 65 milioni di utenti (Serino, M., Cordrey, K., McLaughlin, L., & Milanaik, R.L., 2016)

La Play Therapy e il particolare caso di Pokémon Go

La popolarità di Pokémon Go può essere compresa nel contesto della teoria degli usi e della gratificazione di Jay Blumler ed Elihu Katz. (Ruggiero, T.E., 2000), che è una delle teorie più citate per comprendere il consumo dei media. Secondo tale teoria, le persone selezionano determinati media per soddisfare bisogni, come bisogni cognitivi, bisogni integrativi sociali, bisogni affettivi, bisogni di riduzione della tensione (diversione o fuga dalla noia) e bisogni integrativi personali (status sociale o credibilità). Più recentemente, questa teoria incentrata sul pubblico è stata applicata sia ai giochi mobili (Rauschnabel, P.A, Rossmann, A., & Dieck, M. C., 2017) che a quelli online (Wu, J., Wang, S., Tsai, S. 2010).

Uno studio recente ha indicato che coloro che avevano un umore negativo prima di giocare a Pokémon Go, si sentivano significativamente meglio dopo il gioco (Alloway T.P., Carpenter, R. 2021). Quindi, se stai cercando un rimedio veloce e salutare, Pokémon Go potrebbe essere un buon inizio, soprattutto ora che tutti possono sperimentare i suoi benefici per il miglioramento dell’umore. Mentre ci sono prove iniziali che suggeriscono che Pokémon Go può ridurre l’umore negativo, i ricercatori dello stesso studio hanno scoperto che giocare a Pokémon Go migliora anche alcuni aspetti della cognizione, in particolare la memoria di lavoro, il sistema cognitivo che detiene temporaneamente le informazioni. Ci sono molti componenti della memoria di lavoro, ma nello studio i ricercatori hanno scoperto che la memoria di lavoro verbale, le informazioni relative a lettere e parole, sono migliorate dopo aver giocato a Pokémon Go. Lo studio non ha mostrato un miglioramento in tutti i componenti della memoria di lavoro, ma ha indicato che la funzione della memoria di lavoro verbale è flessibile e aumentata come risultato del gioco. Quindi, dopo aver giocato per lunghi periodi di tempo, potresti notare un miglioramento nel modo in cui ricordi le informazioni verbali, per non parlare del fatto che potresti anche sentirti più felice di conseguenza. Originariamente era stato ipotizzato che giocare a Pokémon Go potesse portare a una maggiore empatia, derivante da una maggiore interazione sociale e da una connessione più frequente con estranei (Jungselius, B. et al., 2015), tuttavia ciò non è stato evidenziato dal presente studio. Una possibilità per la mancanza di risposte empatiche in questo gioco potrebbe essere dovuta alla natura fantasiosa dei suoi personaggi, lontani dall’aspetto originale in cui i personaggi erano basati su animali (Webster, A. 2016). Il realismo negli ambienti di gioco modera gli effetti che il gioco ha sul giocatore, sia nell’aggressività che nel comportamento prosociale (Krcmar, M., Farrar, K. M., & McGloin, R. 2011). Pertanto, questa mancanza di realismo potrebbe aver contribuito all’incapacità dei giocatori di adottare le prospettive degli altri giocatori o di dimostrare empatia. I risultati dello studio suggeriscono che Pokémon Go non facilita quindi l’empatia ma può migliorare l’umore. Questa scoperta ha importanti implicazioni per gli individui che lottano contro l’ansia e la depressione.

L’utilità di Pokémon Go tuttavia non si ferma qui. Un ulteriore esempio della sua funzionalità, in quanto tecnologia positiva, ci viene fornito dal C.S. Mott Children’s Hospital negli Stati Uniti. In questo ospedale pediatrico del Michigan, Pokémon GO viene utilizzato come strumento terapeutico. Bambini con una vasta gamma di condizioni mediche differenti (malati di cancro, disturbi dello spettro autistico, iperlessia, ecc ..) hanno l’opportunità di usufruire di Pokémon GO, scorrazzando nella struttura alla ricerca dei loro mostriciattoli preferiti. L’utilizzo della stessa, sebbene in condizioni alquanto singolari, è volta a migliorare le condizioni dei bambini: grazie a questo videogioco di tipo free-to-play essi possono muoversi dal proprio letto e socializzare più facilmente. Il movimento, dice un membro del personale, aiuta i bambini dal punto di vista fisico, non lasciando atrofizzare gli arti, mentre il socializzare con gli altri li fa sentire meno soli. (Lazzeri, M. 2017)

Sempre riguardo ai videogiochi, a livello internazionale le aziende che investono nel campo dei videogiochi o nei dispositivi hardware a loro connessi in campo sanitario sono molteplici. Facendo una ricerca su Pubmed Central con una parola chiave come Wii per esempio, si nota subito come la stessa compaia in diversi studi che trattano aspetti come la riabilitazione fisica e cognitivo-comportamentale. Tra i tanti esempi presenti troviamo (Pensieri, C. 2013):

  • EbaViR (Easy Balance Virtual Rehabilitation) – EbaVir (Gil-Gomez, J. A., Lloréns, R., Alcaniz, M., & Colomer, C. 2011) è un sistema basato sulla tecnologia della Wii Balance Board Nintendo. È stato progettato dai terapisti clinici per migliorare, attraverso esercizi motivazionali e adattivi, l’equilibrio in piedi e la postura dei pazienti con ABI (ovvero con lesioni celebrali acquisite). Il sistema EbaVIR non utilizza nessun software commerciale. Gli esercizi sono stati programmati con l’ausilio di un programma per la creazione di applicazioni 2D e 3D ed è stato progettato con l’aiuto di specialisti clinici della riabilitazione dell’equilibrio. Il sistema è stato sviluppato con il fine ultimo di ottenere un sistema valido per il recupero dell’equilibrio dei pazienti. Inoltre esso mirava sia alla realizzazione di un sistema che rafforzasse la motivazione dei pazienti durante il processo riabilitativo sia alla creazione di un sistema che fornisse ai terapisti dei dati oggettivi sull’evoluzione dei pazienti.
  • Wii Sports – Nella popolazione anziana la depressione subsindromica è molto diffusa. Essa è associata a una notevole sofferenza, disabilità funzionale, maggiore utilizzo di costosi servizi sanitari e una maggiore mortalità. In uno studio (Rosenberg D, et al. 2010) dove sono stati campionati 22 individui (di età compresa tra 63 a 94 anni) e 19 di essi hanno completato le 12 settimane di studio con il gioco Wii Sports (contenente cinque giochi: tennis, bowling, baseball, golf e pugilato). I partecipanti hanno giocato alla Wii nella loro struttura residenziale o nel loro centro anziani per 35 minuti in tre sedute settimanali. L’indagine pilota di 12 settimane con questi videogiochi ha suggerito un alto tasso di adesione (84%), con un significativo miglioramento dei sintomi depressivi, del funzionamento cognitivo e senza grandi eventi avversi.

 

Come as you are (2017) di Emily Nagoski – Recensione

Attraverso una narrazione fluida e ironica, il volume Come as you are ci accompagna nella scoperta di come funziona la sessualità femminile.

 

Sentirsi sbagliati. Anzi, in particolare sentirsi sbagliate. Nella mia esperienza di terapeuta sessuale credo sia il tema più ricorrente. Portato soprattutto dalle donne, in varie declinazioni.

Provare troppo poco desiderio, provarne troppo, avere difficoltà a raggiungere l’orgasmo, sentirsi da meno perché non si raggiunge l’orgasmo durante il coito, eccitarsi solo in risposta all’iniziativa sessuale dell’altro, sentirsi a disagio nel proprio corpo: sono solo alcune delle ragioni per cui le donne si sentono sbagliate, diverse, non funzionanti.

Il libro di Emily Nagoski è un libro per tutte loro. Anzi, è un libro per tutte noi.

Frutto del suo lavoro di educatrice sessuale, del suo incontro con le donne, con i loro dubbi e le loro domande, il volume è una raccolta di risposte che intreccia conoscenze scientifiche e storie femminili in modo chiaro ed evocativo.

A partire da solide nozioni scientifiche sull’anatomia e sul funzionamento sessuale, l’autrice prende in esame i più diffusi (e clamorosamente errati) modelli culturali sulla sessualità femminile, considerata da sempre una variante ‘light’ di quella maschile.

Questi modelli culturali hanno influenzato negativamente la vita e la sessualità di molte donne, facendole sentire sbagliate ogni volta che il loro funzionamento si discostava da quello standard maschile.

In opposizione alla comune tendenza a considerare la sessualità come comportamento, Emily Nagoski prende in esame i processi biologici, psicologici e sociali che ne stanno alla base, dimostrando come queste donne non siano uomini che funzionano male o in modo strano: sono donne. Con un normale funzionamento.

Le stesse parti, organizzate in maniera diversa.

Dal punto di vista anatomico, infatti, ogni parte dei genitali maschili ha il suo omologo nei genitali femminili. Nel feto i genitali sono uguali fino alla settima settimana di gestazione, poi si differenziano in maschili e femminili. Le parti omologhe sono parti che si sono sviluppate da tessuti fetali equivalenti: per esempio il clitoride (e non la vagina) dal punto di vista anatomico è omologo del pene, ed è dunque l’organo genitale con più terminazioni nervose e che produce, se stimolato nel modo giusto e nel giusto contesto, sensazioni di piacere più intense.

Se non provocano dolore, tendenzialmente tutti i genitali sono sani e normali, indipendentemente dalle differenze di forma, colore e dimensione.

E lo stesso vale per il loro funzionamento.

Attraverso una narrazione fluida e ironica, l’autrice ci accompagna nella scoperta di come funziona la sessualità femminile e di come dunque ogni donna può muoversi nella direzione di una vita sessuale più appagante e libera da condizionamenti e sofferenze.

Un concetto fondamentale per capire la risposta sessuale è il modello del duplice controllo. Il nostro cervello influenza la risposta sessuale attraverso due meccanismi: un ‘acceleratore’ (il sistema nervoso simpatico) che ci attiva in riposta a stimoli sessualmente rilevanti, e un ‘freno’ (il sistema nervoso parasimpatico) che risponde a potenziali minacce spegnendo l’attivazione. Entrambi sono fortemente condizionati dall’apprendimento, perciò le nostre esperienze, compresa la cultura familiare e sociale in cui siamo immersi, influenza il modo in cui si attivano i nostri freni e il nostro acceleratore. Per quanto ci siano statisticamente delle differenze di genere (gli uomini hanno tendenzialmente un acceleratore più sensibile e le donne freni più sensibili), le differenze all’interno di ciascun gruppo sono maggiori di quelle fra i due gruppi, per cui la sensibilità specifica di acceleratore e freni è diversa da una persona all’altra.

Ogni donna e più in generale ogni individuo ha la sua ‘personalità sessuale’, come la definisce l’autrice, composta da un personale e unico equilibrio tra questi due meccanismi, frutto della sua dotazione genetica e delle sue esperienze (compresa l’influenza culturale).

Tutta la vasta gamma di disturbi del funzionamento sessuale può essere letta come squilibrio (in un senso o nell’altro) tra freni e acceleratore.

Questi due meccanismi interagiscono con gli altri sistemi motivazionali del cervello, soprattutto con la risposta da stress.

Da un punto di vista evolutivo, non avrebbe senso fermarsi ad accoppiarsi nel bel mezzo dell’attacco di un leone. È invece più vantaggioso che, in caso di pericolo, il nostro cervello inibisca ogni sistema motivazionale che non sia utile alla sopravvivenza immediata e rimandi a tempi migliori il soddisfacimento di altri sistemi, compreso quello sessuale.

Ma, a differenza di quello che accade agli altri animali, il cervello umano attribuisce significati che vanno oltre la mera biologia e anche oltre la realtà concreta: cosa succede, dunque, se, in virtù dei condizionamenti culturali o di esperienze avverse, è il sesso a fare la parte del leone?

È il caso, ad esempio, dell’ansia da prestazione: la paura di non funzionare adeguatamente tira il freno, inducendo una risposta di allarme.

Nel caso di esperienze sessuali traumatiche, invece, il cervello impara a considerare gli stimoli sessualmente rilevanti come minacce, attivando il sistema di difesa.

Il modo in cui il nostro cervello percepisce e interpreta una sensazione dipende, dunque, dal contesto, inteso non solo come contesto fisico, ma anche (e forse soprattutto) come contesto emotivo e culturale.

La risposta sessuale femminile, inoltre, è più sensibile di quella maschile al contesto.

Purtroppo, evidenzia l’autrice, la nostra cultura non è per nulla favorevole alla costruzione di una sana e appagante vita sessuale: i messaggi che riceviamo sono contraddittori, distorti e tendono a bollare come sbagliato tutto ciò che non si conforma alla cultura dominante del momento. In questo modo è continuamente alimentato il senso d’inadeguatezza e il sesso è spesso associato a sensazioni di disgusto, anche nei confronti del proprio corpo.

Detto questo, in attesa che una rivoluzione culturale cambi il contesto in cui viviamo, Emily Nagoski invita e accompagna le lettrici (ed eventuali coraggiosi lettori!) a coltivare una vita sessuale più appagante anche all’interno di un mondo sfavorevole.

Prendendo in esame le più diffuse false credenze sulla risposta sessuale e smontandole una a una, servendosi efficacemente di solidi dati scientifici, l’autrice mostra, anche con l’aiuto di pratiche schede di lavoro, come alimentare il desiderio, come far crescere l’eccitazione e lasciarsi andare all’esperienza dell’orgasmo accrescendo il godimento e la soddisfazione rispetto alla propria vita sessuale. A fare da cornice a tutto questo una semplice ma fondamentale considerazione: siamo tutte diverse e siamo tutte normali.

Ciò che maggiormente influenza la sessualità è, infatti, il modo in cui ci sentiamo rispetto ad essa.

Se ci sentiamo sbagliate perché il modo in cui funzioniamo è diverso da ciò che ci è sempre stato proposto come normale o giusto, o da ciò che vediamo negli altri, allora vivremo male ogni aspetto della nostra vita sessuale, attivando i freni e alimentando un circolo vizioso di difficoltà e autoflagellazione.

È questo che Emily Nagoski, con prosa ironica e scorrevole, ma allo stesso tempo con rigore scientifico, cerca di trasmettere nel suo volume: coltivare il non giudizio, la compassione amorevole verso se stesse, accettandoci per quello che siamo, imparare a fidarsi del proprio corpo e dei suoi segnali.

Per riprendere un’efficace metafora dell’autrice, dobbiamo imparare a rinunciare alla mappa, ovvero a quanto la nostra cultura ci ha sempre insegnato sul sesso, e a conoscere e fidarci del territorio, ovvero il nostro corpo, le nostre emozioni e sensazioni.

A volte questo comporta un processo doloroso, una sorta di lutto per ciò che non siamo e avremmo voluto essere, o per ciò che non abbiamo e avremmo voluto avere, ma solo dandoci il permesso di essere quelle che siamo e di sentire quello che sentiamo, possiamo cambiare quei processi che ci bloccano e rilasciare i freni, imparando nel contempo a spingere sul giusto acceleratore e vivere appieno la nostra vita sessuale.

Solo se riusciremo ad accoglierla così com’è, in tutti i suoi aspetti e le sue particolarità, senza giudicarla e senza forzature, anche se non è come avremmo voluto o come ci saremmo aspettate, allora potremo sentirci normali e creare le condizioni affinché la nostra sessualità si esprima al massimo del suo potenziale e diventi davvero appagante.

Per migliorare la propria vita sessuale, dunque, è importante imparare a riconoscere i contesti che aiutano il cervello a percepire il mondo in modo da favorire il rilascio dei freni e la pressione sull’acceleratore.

 

La Terapia dell’Avventura nel Disturbo Borderline di Personalità

Mendo‐Cullell e colleghi nel 2021 hanno condotto uno studio con l’obiettivo di valutare la risposta alla Terapia dell’Avventura rispetto al trattamento basato sulla terapia cognitivo-comportamentale in pazienti con disturbo borderline di personalità.

 

Cos’è la Terapia dell’Avventura

Per far fronte agli alti tassi di disagio familiare, sociale psicologico o di vera e propria disabilita tra bambini, adolescenti, giovani adulti e anziani, recentemente è stata ideata la Terapia dell’avventura (AT), una terapia decisamente innovativa, nata negli Stati Uniti ma rapidamente diffusa anche in Europa. È una forma di terapia esperienziale che coinvolge vari tipi di attività all’aria aperta e sembra essere particolarmente efficace per elevare il benessere, implementare l’autostima, l’autonomia e le capacità relazionali (Russel et al., 2017). La Terapia dell’Avventura offre strumenti di prevenzione, intervento precoce e trattamento per persone con problemi comportamentali, psicologici e psicosociali: i partecipanti apprendono importanti abilità e lezioni di vita da utilizzare nella loro quotidianità tra cui la cooperazione con gli altri, il lavoro di gruppo e il superamento dei propri limiti e delle proprie paure. Diversi risultati in letteratura hanno valutato l’efficacia della Terapia dell’Avventura su una grande varietà di popolazioni, trovando che la Terapia dell’Avventura porti a molti miglioramenti psicologici, comportamentali, emotivi e interpersonali che vengono mantenuti a lungo termine. I benefici sono stati osservati su giovani a rischio, pazienti con malattie croniche, cancro, disturbi comportamentali, abuso di sostanze, danni cerebrali acquisiti, disturbi d’ansia, difficoltà di comunicazione, bambini con disturbi dello spettro autistico e disturbi psicotici (Bryson et al., 2013; Girard & Dubé, 2017). Quasi tutti i programmi di terapia dell’avventura sono basati sul Outward Bound Process Model (Walsh e Golins, 1976) che è una forma di apprendimento esperienziale e prevede che ciascun partecipante, collocato in un gruppo di pari, esegua alcuni compiti specifici di problem solving progettati in modo tale da portarlo fuori dalla sua zona di comfort e creare uno stato di disagio. Da queste esperienze, risolvendo la situazione, i pazienti sviluppano abilità di adattamento, capiscono le conseguenze delle proprie azioni e sperimentano il controllo (Gass & Russell, 2012).

La Terapia dell’Avventura per il Disturbo Borderline di Personalità

Il disturbo borderline di personalità (DBP) colpisce tra lo 0,7 e il 2,0%  della popolazione ed è caratterizzato da grandi difficoltà di adattamento che condizionano diversi settori della vita di chi ne soffre. I tratti di personalità disfunzionali presenti nei pazienti borderline includono principalmente elevati livelli di instabilità emotiva, instabilità e ipersensibilità nei rapporti interpersonali, difficoltà nel controllo degli impulsi, instabilità nell’immagine di sé, estreme fluttuazioni dell’umore e bassa tolleranza alla frustrazione. Tali tratti disfunzionali causano rigidità comportamentale e grandi problemi nella costruzione di relazioni sane e stabili (APA, 2013). L’applicazione della Terapia dell’Avventura prevede che i pazienti con DBP vengano messi di fronte alle loro difficoltà in modo da far emergere i tratti disfunzionali; tramite il confronto con gli altri sulle difficoltà e la gestione adattiva dei loro comportamenti disfunzionali guidata da terapeuti, i partecipanti potrebbero trarre grandi vantaggi e sviluppare nuove abilità da utilizzare nella vita quotidiana. È molto probabile quindi che la Terapia dell’Avventura possa essere utile anche per questo disturbo. Poiché non esistevano risultati in letteratura che valutassero l’efficacia della Terapia dell’Avventura sul disturbo borderline, Mendo‐Cullell e colleghi nel 2021 hanno condotto uno studio con l’obiettivo di valutare la risposta alla Terapia dell’Avventura rispetto al trattamento basato sulla terapia cognitivo-comportamentale in pazienti con DBP. In particolare gli autori volevano verificare gli effetti a breve termine dell’AT in pazienti con diagnosi di BPD, sia dal punto di vista clinico e psicosociale, sia in termini di salute fisica e qualità della vita.

Uno studio sulla Terapia dell’Avventura applicata al BPD

Sono stati inclusi nello studio 20 pazienti con diagnosi DBP, appartenenti al Programma Specifico di Ospedalizzazione Parziale (PHSP) del Day Hospital Psichiatrico per Adulti di un ospedale, 10 dei quali sono stati inseriti in un gruppo di Terapia dell’Avventura mentre i rimanenti 10 sono stati inseriti in un gruppo di terapia convenzionale cognitivo-comportamentale (treatment as usual-TAU). Ciascuna sessione di Terapia dell’Avventura prevedeva diverse attività fisiche tra cui giochi di problem-solving, slackline, arrampicata e trekking, con l’obiettivo di attivare, attraverso esercizi esperienziali, i pattern disadattativi abituali delle persone borderline in situazioni di alta intensità emotiva. Ogni sessione prevedeva inoltre un’attività fisica che provocava disregolazione emotiva e richiedeva cooperazione con i compagni. Le attività di lavoro permettevano di elaborare le difficoltà nella sfera interpersonale, nella regolazione emotiva e nella tolleranza all’angoscia. Entrambi i gruppi sono stati valutati pre e post trattamento e per ciascun paziente sono stati somministrati i seguenti questionari: Beck Hopelessness Scale (Beck et al., 1974) per valutare le aspettative negative sul futuro; la Rosenberg Self-Esteem Scale (Rosenberg, 2015) per l’autostima; il State-Trait Anxiety Inventory (STAI; Spielberger et al., 1999) per la valutazione dell’ansia; il Plutchik Impulsivity Scale (Plutchik & Van Praag, 1989) per verificare la frequenza dei comportamenti impulsivi. Successivamente ai soggetti è stato somministrato il World Health Organization Disability Assessment Schedule (WHODAS 2.0; WHO, 2015) per le difficoltà funzionali che il paziente ha identificato nei 30 giorni immediatamente precedenti il test e, infine, il World Health Organization Quality of Life, versione abbreviata (WHOQOL-BREF; WHO, 1996) per valutare la qualità della vita.

I risultati mostrano che i parametri studiati hanno subito dei miglioramenti soprattutto dopo la Terapia dell’Avventura. In particolare nel gruppo Terapia dell’Avventura sono state riscontrate in primo luogo abitudini di vita più sane, con un notevole aumento della frequenza dell’esercizio fisico e un miglioramento di alcuni parametri fisici. Inoltre i pazienti che hanno fatto Terapia dell’Avventura mostrano una migliore percezione della qualità della vita e una diminuzione delle difficoltà funzionali e nell’instaurare relazioni sociali. Anche i valori dell’ansia sembrano diminuiti dopo la Terapia dell’Avventura mentre l’autostima, sebbene sia aumentata in entrambi i gruppi, sembra essere migliorata maggiormente nel gruppo TAU. I risultati confermano quindi una possibile applicazione della Terapia dell’Avventura per i pazienti con disturbo borderline in quanto sono state osservate abitudini di vita più sane, una maggiore funzionalità e una più alta qualità della vita. Sarebbero necessarie però ulteriori ricerche in questo campo per confermare i risultati ottenuti e verificarne l’efficacia nel tempo (Mendo‐Cullell et al., 2021).

 

La guerra in Ucraina e l’intervento delle società europee di terapia cognitivo-comportamentale

La guerra scoppiata ormai da alcune settimane in Ucraina ha coinvolto ovviamente anche il mondo psicologico e le diverse società nazionali afferenti all’EABCT (European Association for Behavioural and Cognitive Therapies) sono state coinvolte in modi diversi. 

 

L’EABCT stessa ha prodotto un comunicato pubblicato sulla sua pagina web, di forte condanna all’azione militare. Si può leggere sul sito dell’associazione un comunicato che inizia così:

L’Associazione Europea per le Terapie Comportamentali e Cognitive protesta contro la violazione del diritto internazionale prodotta dell’invasione ingiustificata dell’Ucraina, nazione sovrana, da parte delle truppe russe. Come professionisti della salute mentale sappiamo dell’impatto della guerra sulla salute mentale e sul benessere degli individui e della società nel presente e per le generazioni a venire. Tutto ciò dovrebbe essere impedito attraverso la cessazione delle ostilità e dal ripristino della pace”.

Tra le società nazionali, la più coinvolta è ovviamente la società ucraina, Ukrainian Association of Cognitive and Behavioural Therapy (UACBT). La sua presidente, Valentyna Parobii, in fuga dalla nazione, ha diffuso un video il 27 febbraio scorso, su 5 punti chiave a proposito della guerra in Ucraina. Può essere visto qui:

Tra le pagine social dell’UACBT, è ben aggiornata la pagina Facebook, che riporta diverse iniziative, anche online prodotte in questi giorni.

Anche le associazioni nazionali russe fanno parte dell’EABCT. Ve ne sono due e una di queste, l’ACBP (Association for Cognitive and Behavioral Psychotherapy) segnala la contrarietà all’intervento armato attraverso il suo gruppo Facebook in un comunicato del presidente Dmitrii Kovpak. È in lingua russa, ma il traduttore automatico del social network ne permette una comprensione ragionevole.

La European Society for Traumatic Stress Studies (ESTSS) ha fornito raccomandazioni su cosa possono fare i professionisti della salute mentale per in supporto all’Ucraina, che sono reperibili a questo link.

Inoltre la società polacca, molto coinvolta nell’assistenza ai profughi provenienti dall’Ucraina, è particolarmente attiva e sta lavorando in modi diversi l’assistenza a chi fugge dal conflitto: attraverso la traduzione di materiali di supporto psicologico per i profughi e sta raccogliendo disponibilità di terapeuti volontari per l’assistenza i profughi. È possibile aderire compilando questo modulo online.

Magari il nostro contributo non sarà necessario, ma per chi volesse mettersi a disposizione, avendo le competenze necessarie e la conoscenza linguistica, può essere un buon modo per rendersi utili in questi momenti così difficili.

 

Il profilo psicologico di Vladimir Putin 

La brutale invasione dell’Ucraina per mano di Vladimir Putin riporta a galla in noi quelle grandi domande quali, “Perché la guerra?” o, ancora, “Come può un uomo – Putin – compiere azioni così ripugnanti come uccisioni sanguinose ed ingiustificate?”.

 

Introduzione

A queste domande difficilmente riusciremo a trovare una risposta quantomeno soddisfacente, ma la psicoanalisi e la psicologia, articolata nelle sue aree teorico-applicative, hanno provato a dare un proprio personale contributo a questi interrogativi. Alla prima domanda (tra l’altro titolo di un famoso carteggio tra Einstein e Freud) potremmo rispondere riprendendo la famosa concezione psicoanalitica freudiana che postula come nell’animo umano convivano due tipi di pulsioni innate: una di vita – Eros – che orienta gli uomini alla conservazione ed alla riproduzione, ed una di morte – Thanatos – che si manifesta invece in tendenze autodistruttive, di cui la guerra è esempio emblematico.

Alla seconda è possibile cercare di rispondere attingendo alla scienza della personalità, tenendo presente che per capire a fondo il comportamento di una persona – anche se è faticoso – bisogna essere in grado di abbracciare la complessità, comprendendo che un individuo è il frutto di un’interazione tra determinanti genetiche ed ambientali tra cui fattori culturali e sociali (la mentalità di Putin del resto rappresenta il tentativo della Russia, dopo il crollo dell’Urss – 1989 – di resistere all’occidentalizzazione).

Concentrandoci però sull’aspetto personologico di Vladimir Putin, una ricerca del 2018 ha provato a delineare il profilo di personalità del presidente della Federazione Russa: il metodo utilizzato nel seguente lavoro è stato ideato dal ricercatore Aubrey Immelman ed è plasmato sul modello di personalità di Theodore Millon, uno degli artefici del formato multiassiale del DSM, nonché fondatore del Journal of Personality Disorders. Egli definisce la personalità come l’insieme di tratti intrinseci e pervasivi che emergono da una complicata matrice di disposizioni biologiche e di apprendimenti esperienziali che, in definitiva, comprendono il valore distintivo dell’individuo di percepire, sentire, pensare, adattarsi e comportarsi (Millon, 1996, p. 4).

La teoria di Millon e la metanalisi psicodiagnostica

In sintesi, il modello di Millon offre un continuum tra normalità e psicopatologia: i disordini di personalità sono semplicemente delle distorsioni patologiche dei normali prototipi o stili di personalità. Questa mancanza di una linea netta tra normale e patologico ha delle importanti implicazioni nell’assessment di personalità politica sviluppato da Immelman, in quanto migliora la capacità predittiva del metodo anticipando così, con precisione teoretica, le strategie di coping di un leader di fronte alle avversità, nonché il probabile decorso di un crollo catastrofico nel suo funzionamento adattivo (per una review comprensiva di tale modello si rimanda a Immelman, 1993a; 1998).

La procedura di assessment utilizzata – chiamata metanalisi psicodiagnostica – consta di tre parti: una prima fase dove sono stati estratti dall’open-source intelligence dati psicobiografici del presidente Putin rilevanti dal punto di vista psicodiagnostico, una seconda fase di sintesi dei dati raccolti attraverso il Milion Inventory of Diagnostic Criteria (MIDC; Immelman, 2012), strumento di assessment psicologico costituito da 170-item e 12 scale corrispondenti a pattern di personalità che fornisce 34 classificazioni personologiche (20 normali , 14 maladattive) congruenti con l’Asse II del DSM-IV; un’ultima fase inferenziale dove il profilo di personalità prodotto dal MIDC viene quindi valutato seguendo le linee guida interpretative fornite dalla teoria di Millon.

Putin, in primo luogo, è risultato avere dei punteggi decisamente alti (ma adattivi) nelle scale “Dominante/controllante” (una misura di aggressività o ostilità), “Ambizioso/egoista” (una misura di narcisismo), “Coscienzioso/diligente” e, secondariamente, anche nelle scale “Schivo/Riservato” (introverso), “Intrepido/Avventuroso” (assumersi il rischio) e “Diffidenza/Sospettosità” (Fig.1).

 

Vladimir Putin ipotesi sul suo profilo psicologico e personologico Fig 1

Fig.1: Configurazione di personalità di Vladimir Putin

Qual è il profilo di personalità di Putin delineato dalla valutazione?

Sembrerebbe emergere, dunque, una personalità dominante a cui piace esercitare il potere ed intimidire gli altri, evocando obbedienza e rispetto; un carattere competitivo, tenace e non sentimentale. Un leader efficace sebbene, in certe occasioni, possa essere intransigente, testardo, coercitivo.

Personalità ambiziosa, audace, competitiva e sicura di sé. La sua tendenza ad assumere facilmente ruoli di leadership è dovuta al possedimento di forti doti persuasive e al suo saper agire con fermezza e decisione. Si aspetta che gli altri riconoscano le sue qualità speciali, ma tende a mancare di reciprocità e, spesso, agisce soltanto perché pensa di avere il diritto di farlo.

Personalità coscienziosa, può essere descritto come una persona operosa, organizzata, affidabile, prudente e rispettosa delle tradizioni e dell’autorità. È formale ed inflessibile nelle sue relazioni interpersonali.

L’interpretazione del profilo di Putin deve anche tenere conto di altre caratteristiche secondarie: personalità riservata, fredda e distaccata, fatica a sviluppare forti legami con altre persone e raramente esprime agli altri i suoi sentimenti/pensieri. Persona calma e rilassata, metodico nel lavoro, non si fa distrarre facilmente da ciò che accade intorno a lui. Ha una scarsa capacità di riconoscere i bisogni ed i sentimenti altrui, pertanto viene visto come insensibile, poco spontaneo.

Personalità audace e avventurosa, individualista, regolato dal proprio codice interno, agisce nel modo che egli ritiene più opportuno senza preoccuparsi degli effetti delle sue azioni. È disposto ad assumersi le responsabilità delle conseguenze ma, per farlo, può oscurare la verità o violare la legge e le convenzioni sociali stabilite. Mostra un forte bisogno di autonomia ed autodeterminazione e tende ad essere scettico sulle motivazioni addotte dalle altre persone.

Personalità diffidente, ha una forte inclinazione nel voler leggere le persone e le situazioni intorno a lui e si trova totalmente a suo agio con situazioni ambigue, secondi fini e distorsioni della verità.

I punti di forza della sua personalità in politica sono il suo atteggiamento dominante e la sua assertività; mentre i suoi principali difetti sono la sua intransigenza, la mancanza di empatia e di flessibilità cognitiva.

Possiamo concludere che, con la sua particolare configurazione di personalità, Putin possa essere caratterizzato come un esecutore ostile espansionista con un orientamento al ruolo di politica estera che può essere descritto come introversione deliberativa ad alto dominio.

 

Vladimir Putin ipotesi sul suo profilo psicologico e personologico - imm 2

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