Antonio Semerari: Intervista sulla metacognizione e risposte a Giancarlo Dimaggio
La comunità dei terapeuti cognitivi italiani è un gruppo di dimensioni ancora umane, se ancora mi consente di incontrare Antonio Semerari a Roma e sorprendermi ad ascoltarlo mentre al bar, prendendo un caffè con me, riflette ad alta voce e criticamente sull’intervista che Giancarlo Dimaggio ha rilasciato a State of Mind sul modello metacognitivo e interpersonale, modello che è stato sviluppato dagli anni ’90 in poi dal gruppo di clinici/ricercatori del Terzo Centro di Terapia Cognitiva di Roma. Gli propongo immediatamente di trasformare queste sue considerazioni vaganti in un’amichevole intervista, dandogli la possibilità di comunicare i suoi pensieri a tutti noi. Terminiamo il caffè e ci avviamo lungo la via degli Apuli a Roma, davanti alla Facoltà di Psicologia dell’Università.
Ruggiero: Cosa non ti ha convinto nell’intervista a Dimaggio?
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Semerari: Mi sembra che Giancarlo confonda tre concetti diversi: uscita dal ciclo interpersonale, utilizzo del ciclo in diverse fasi della terapia e generalizzazione del ciclo per spiegare al paziente che se la và a cercare e a tutto questo contrappone l’interpretazione basata sullo schema interpersonale. Vediamo di capirci. Ciclo interpersonale si riferisce ad un concetto relazionale mentre lo schema è, come ovvio, un concetto intrapsichico. Fin qui tutto è chiaro. Dalle parole di Giancarlo, però, sembra che per uscire dal ciclo e per utilizzarlo precocemente in terapia bisogna dire al paziente: “Vede quello che è successo tra noi? Questo è quello che le capita con altri“. Siccome naturalmente non è così allora forse bisogna lasciar perdere di lavorare sul superamento dei cicli in fase precoce e concentrarsi sull’intrapsichico, ovvero lo schema.
Ruggiero: Però comunicare al paziente un suo ciclo interpersonale disfunzionale potrebbe realmente colpevolizzarlo.
Semerari: Per questo sto dicendo che si fa confusione. Un ciclo interpersonale è un processo relazionale in cui i due partecipanti sono spinti ad agire in modo da rinforzare la patologia di uno dei due. In quanto processo relazionale, quindi, cessa quando uno dei due non ha più questa tendenza d’azione. Non c’entra niente con quello che si dice al paziente. Il terapeuta esce dal ciclo con operazioni di disciplina interiore e passa da una posizione relazionale problematica ad una empatica. Si esce dal ciclo pensando, prima di aver detto qualcosa al paziente. Cosa dire è il problema che viene dopo. Ma uscire dal ciclo nel senso delle operazioni di disciplina interiore è un passaggio cruciale e prioritario che permette al terapeuta di ragionare in modo costruttivo sul caso.
Ruggiero: Facciamo un esempio.
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Semerari: Prima dell’esempio affrontiamo il problema dell’utilizzo precoce dei cicli. I cicli non sono solo un guaio, sono una grande occasione terapeutica, direi un’occasione per la mente del terapeuta. Per spiegarlo introduciamo un concetto semplice semplice, caro a Weiss e a Ryle, quello di reverse. Che cosa fa un paziente con scarse capacità relazionali che si aspetta che l’altro faccia qualcosa di negativo al sé? La soluzione più semplice è quella di rovesciare i ruoli. Avendo una rappresentazione di ruolo rigida, se non vede alternative è meglio che sia l’altro a stare nella posizione più scomoda. Ma provando a metterci nella posizione scomoda, agendo il reverse, ci fa sentire, ci fa provare un assaggio di come si sente, o teme di sentirsi, nella relazione. In questo modo, però ci permette di andare oltre la semplice comprensione cognitiva. Ci fa esperire un assaggio di qual è la sua esperienza delle relazioni. Capisci il paradosso? Un ciclo interpersonale all’inizio ci pone in posizione negativa, ma se sappiamo sfruttarlo ci fa toccare il massimo di empatia: ci sentiamo in modo simile al paziente. E’ questo il principale vantaggio del ciclo. Metti il borderline che ti attacca accusandoti di essere una persona sbagliata. Tu provi un insieme confuso di emozioni e pensieri. Un po’ ti senti in colpa e indegno, in più sei furioso col paziente. Pensi che sia un paziente sbagliato che pone ostacoli e accusa ingiustamente il terapeuta. Ma se uno dei due è sbagliato la relazione non va e ti senti quasi trascinato a distruggerla mentre, contemporaneamente senti che ti dispiace. Stai vivendo una relazione come la vivono i pazienti borderline. Puoi leggere molti libri, ma difficilmente capisci di più i borderline come in quel momento.
Ruggiero: Cosa diresti al paziente?
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Semerari: Ma non si tratta di dire, ma di pensare e capire, di monitorare. Una volta raggiunta la posizione empatica è possibile parlarne con tranquillità con il paziente da un punto di vista terapeuticamente vantaggioso. Certo, occorre misurare le parole. Il processo di ragionamento è semplice. A parità di condizioni, il focus dell’intervento è sul problema attivo in quel momento, di cos’altro vuoi parlare? Se c’è un ciclo vuol dire che è attivo un tema relazionale problematico. Pensa ad un paranoico che, in prima seduta, ti scruta, ti osserva e ti da quella sensazione Kafkiana di accusa inespressa e di controllo oppressivo. Quanto tempo metterai a far porre al paziente tutto questo in termini di discorso? Eppure ti ha fatto capire subito come si sente. Cosa vuoi dirgli? Lei ha uno schema di sospettosità? Lei sospetta di me e io di lei? O piuttosto partire da ciò che hai provato, l’angoscia delle relazioni e il desiderio di relazioni chiare e trasparenti e muovere in questa direzione il colloquio.
Ruggiero: Insomma, cosa rimproveri a Dimaggio?
Semerari: Direi un eccesso di platonismo. Tutto si muove nel mondo delle idee, in questo caso degli schemi. Ma un disturbo di personalità si mantiene non perché ci sono idee radicate, ma perché queste idee creano un ambiente favorevole al loro mantenimento, relazioni confermanti i loro presupposti.
Così si conclude la conversazione con Antonio Semerari. Il buon vecchio cognitivismo italiano ha ancora questa passione per la riflessione peripatetica, a passeggio tra clinica e teoria per le strade di Roma.
Il trauma nei bambini: l’approccio Trauma-Focused TF-CBT
La terapia cognitivo-comportamentale specifica per il trauma Trauma-Focused Cognitive Behavioural Therapy(TF-CBT) è stata sviluppata negli ultimi 10 anni da ricercatori e clinici americani come Judith Cohen, Anthony Mannarino e Esther Deblinger.
Si tratta di una terapia che prende come modello un trattamento psicosociale, in cui, oltre a utilizzare le tradizionali tecniche cognitivo-comportamentali, vengono integrati approcci legati all’attaccamento, all’umanistica, all’empowerment e alla terapia familiare. Inizialmente nato come trattamento per bambini vittime di abusi sessuali, attualmente è stato adattato per poter lavorare con una più vasta gamma di esperienze traumatiche nell’infanzia, inclusi i traumi multipli (ovvero ripetutesi per lungo tempo o accorsi più volte nella vita di un individuo).
L’importanza di intervenire per tempo in questi casi drammatici si rivela cruciale, trattandosi di una fascia di popolazione estremamente debole i cui traumi possono facilmente portare all’insorgenza di una psicopatologia nell’età adulta o a serio, cronico stress. I dati relativi ai traumi infantili sono allarmanti: secondo l’International Society for Traumatic Stress Studies, se si considera l’intera popolazione mondiale, un numero di bambini compreso che sfiora il 43% ha vissuto almeno un evento traumatico nella propria vita (ISTSS, 2000). Da uno studio condotto su un campione di 1.420 bambini e adolescenti del North Carolina (Costello et al, 2002) è emerso che nei tre mesi precedenti, un quarto dei giovani in esame aveva vissuto almeno un evento fortemente traumatico, mentre un terzo era stato vittima di almeno un evento potenzialmente traumatico.
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Anche in situazioni familiari serene, è bene tenere presente che un trauma può portare all’insorgenza di un disturbo psichico cronico e talvolta anche molto grave con l’avanzare dell’età. Chiaramente il modo in cui ciascun bambino reagirà all’evento dipenderà da diversi fattori, prima di tutto dal livello di esposizione all’evento traumatico stesso (minaccia per la vita, lutti…) e dalle caratteristiche preesistenti (temperamento del bambino, variabili psicologiche e familiari…); diventa poi importante come vengono gestite le conseguenze del trauma a livello familiare e sociale (se ne parla, vi è supporto/rete sociale, presenza di eventuali disturbi nei genitori ecc…) e che cosa mette in atto il bambino per fare fronte allo stress. Mai sottovalutare o ignorare, quindi, un evento traumatico, proprio perché studi scientifici hanno evidenziato che le reazioni dei bambini a eventi stressanti possono essere tutt’altro che transitorie e avere esiti altamente invalidanti, anche nei soggetti in età prescolare (Yule, 2001) e possono inoltre persistere a fronte di un funzionamento sociale apparentemente nella norma (Laor et al., 1997).
Il punto di forza di questo modello sta prima di tutto nella sua validità scientifica: numerosi studi randomizzati sono stati condotti, infatti, confrontando la TF-CBT con le terapie comunemente usate con minori vittime di traumi, come la play therapy, il supporto psicologico, la terapia centrata sul bambino o interventi più ampi di comunità; i dati mostrano che in tutti i casi la TF-CBT si è mostrata più efficace, ovvero bambini e famiglie riuscivano a riprendersi meglio dalle conseguenze negative del trauma, compresa una riduzione significativa dei sintomi da PTSD, sintomi ansiosi e depressivi. Inoltre, studi di follow-up che hanno seguito gli stessi bambini fino a due anni dopo la fine del trattamento, hanno dimostrato che i cambiamenti erano duraturi. Sembra quindi che la TF-CBT possa potenzialmente prevenire gli effetti negativi a lungo termine dovuti a traumi nell’infanzia.
Il secondo vantaggio importante di questa terapia sta nel fatto che, integrando modelli diversi, può essere applicata in setting e background culturali diversi (scuole, ospedali, casa ecc…), così come può essere utilizzata efficacemente con bambini e le loro famiglie insieme oppure con bambini allontanati dalla famiglia stessa o che una famiglia, purtroppo, non l’hanno più. Il protocollo standard ha una durata di circa 12 sedute, anche se i tempi possono essere allungati a seconda dei casi e delle esigenze dei singoli.
Nella parte successiva vedremo più nel dettaglio in che cosa consiste questa terapia centrata sul trauma.
National Child Traumatic Stress Network: www.nctsn.org
Recensione di “La pelle che abito” di Pedro Almodovar
ATTENZIONE! IN QUESTO ARTICOLO VIENE SVELATA UNA CONSISTENTE PARTE DELLA TRAMA DEL FILM
Riguardo all’infanzia del chirurgo plastico Robert Ledgard (interpretato da Antonio Banderas), si intuisce che sia stata segnata da violenze e distacchi sufficienti a determinare un cospicuo attaccamento disorganizzato. Il protagonista ha anche un fratellastro, che emerge a metà film reduce da una rapina, in tempo per violentare la compagna di Banderas ed essere poi da quest’ultimo assassinato. Si capisce che non si tratta di una famiglia modello, ma questa è solo la vulnerabilità storica.
Nell’immediato, due eventi traumatici danno il via alla follia del protagonista. In un incidente stradale la moglie resta completamente ustionata, sopravvive, ma quando intravede la sua immagine riflessa nel vetro della finestra, si suicida buttandosi di sotto. Da quel momento Banderas, chirurgo plastico, inizia esperimenti transgenici per creare in laboratorio una pelle resistente al fuoco.
La figlia diciassettenne, Norma, entra ed esce da una clinica psichiatrica e non si sa come potrebbe essere diversamente, data la famigliola che ha alle spalle. Durante una festa viene quasi violentata da un ragazzo, Vicente, che poi si dà alla fuga. Norma rifiuta ogni contatto con il padre convinta in modo delirante, ma forse assolutamente vero nella sostanza, che il violentatore sia lui, e si suicida anche lei come la madre. Robert decide dunque di vendicarsi.
Il clima del film diventa quello de “Un borghese piccolo piccolo” di Alberto Sordi, anche lui privato del figlio e della moglie da un cattivo di passaggio. Le tinte tuttavia sono quelle forti e sessuali di Almodovar che, dopo aver celebrato per tanti film l’erotismo del corpo ne celebra, come in alcuni altri, la manipolazione medica (“Tutto su mia madre”, “Parla con lei”).
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Robert sequestra Vicente, lo anestetizza e lo trasforma in donna con una vaginoplastica di cui sarà l’unico beneficiario fino all’irruzione del fratellastro. Vicente, trasformato in Vera, è modellato sul ricordo della moglie morta carbonizzata e diventa una donna bellissima, che ci aspettiamo di vedere ancora in altri Almodovar più gaudenti.
Banderas partecipa al funerale della figlia, che non lo ha più voluto vedere, e si prepara per il gran finale. La segregazione di Vicente/Vera diviene sempre meno coercitiva perché Robert vuole essere amato da chi ha reso schiavo. Appena il guinzaglio si allunga Vera riscatta Vicente, uccide Robert e torna dalla madre, che ancora lo aspettava e che, ovviamente, stenta a riconoscerlo.
Nei film di Almodovar c’è spesso una madre che aspetta quando tutti hanno smesso di farlo e che riconosce l’essenza del figlio seppure incrostato da tutte le brutture della vita. E’ una ricorrente parabola del figliol prodigo che torna in una casa senza padri, nè vitelli grassi, ma con una madre.
A contrasto della drammatica disorganizzazione della famiglia benestante e potente di Robert, che produce solo mostri e suicidi, si staglia rassicurante la figura dimessa della sartina madre di Vicente, che il tempo non stanca e l’apparenza non confonde e che può, lei sola, restituire l’identità al figlio riconoscendone l’anima.
Due osservazioni da psicoterapeuta.
La prima è che anche nel nostrolavoro una parte importante è fare da specchio, rimandando al paziente quell’immagine di sé che può lui stesso aver smarrito nei vicoli tortuosi dell’esistenza.
La seconda è che paradigma comune ai disturbi antisociali di personalità e alle psicopatie in genere, di cui il personaggio interpretato da Banderas rappresenta un prototipo grottesco, è l’utilizzo dell’altro come strumento dei propri bisogni: oggetto-manichino modellato sui propri desideri. L’essenza della perversione è proprio il disconoscimento degli affetti, delle emozioni e dei pensieri che costituiscono l’umanità di una persona. Ma l’altro, reso oggetto, condanna ad un’ insuperabile solitudine, rimanendo unico vivente in un mondo di strumenti e oggetti inanimati.
Neuroscienze: gli effetti delle emozioni intense nei gruppi di persone.
– Rassegna Stampa –
Le emozioni umane sono così contagiose, che il provare forti emozioni avrebbe l’effetto di sincronizzare l’attività cerebrale tra le persone. È quanto scoperto in una ricerca condotta in Finlandia alla Aalto University e al Turku PET Centre.
Osservare le emozioni nelle espressioni facciali degli altri, per esempio il sorriso, determina in noi la risposta emozionale corrispondente. Questa sincronizzazione degli stati emotivi tra gli individui supporta l’interazione sociale: infatti quando tutti i membri del gruppo condividono uno stato emotivo comune, il loro cervello elabora le informazioni provenienti dall’ambiente in un modo simile.
Nella ricerca in questione mentre i partecipanti allo studio vedevano brevi filmati piacevoli, neutri o sgradevoli la loro attività cerebrale è stata analizzata con la risonanza magnetica funzionale.
I risultati hanno rivelato che sono sopratutto le emozioni spiacevoli e intense a sincronizzare le reti di elaborazione nelle regioni frontali e mediane; mentre vivere situazioni molto eccitanti provocherebbe la sincronizzazione dell’attività nelle reti che supportano la visione, l’attenzione e il senso del tatto.
Secondo Lauri Nummenmaa, principale autore dello studio e professore alla Aalto University, la condivisione degli altri stati emotivi offre agli osservatori un quadro somatosensoriale e neurale che facilita la comprensione delle intenzioni e delle azioni dell’altro e permette di sintonizzarsi con lui. Tale sintonizzazione automatica facilita l’interazione sociale e i processi di gruppo.
Questi risultati hanno importanti implicazioni per gli attuali modelli neurali delle emozioni umane e dei comportamenti di gruppo, ma anche nella comprensione più approfondita di disturbi mentali che comportano un’anomala elaborazione delle informazioni socio-emotive.
“Cosa potrebbe accadere se lei non facesse questo?” Il Disputing Capovolto.
Nel disputing, è bene ripeterlo, mettiamo in discussione tutto ciò che pensiamo o facciamo in automatico. In questo modo possiamo diventare più consapevoli di tutte le valutazioni negative che effettuiamo dandone per garantito il valore di verità: che non sopportiamo l’abbaiare improvviso dei cani celati dietro le siepi, che non siamo capaci di colloquiare anche solo per pochi minuti con persone che non ci piacciono, che non possiamo accettare che i nostri passati amori continuino ad avere una vita propria al di fuori del nostro possesso. E così via.
Come già scritto altrove, per ottenere questo il terapeuta effettua semplici domande, tutte in fondo riconducibili a una sola domanda madre: “cosa non le va in questo?”.
Ma questa domanda va adattata a diversi contesti. Nella sua formulazione originale, la domanda è particolarmente adatta a mettere in discussione l’ansia, la paura e i suoi aspetti cognitivi. In fondo si tratta di chiedere al paziente:
“Cosa teme?”
“Cosa c’è in questo che ci genera paura o ansia?”
“Quale pericolo corriamo?”
MONOGRAFIA: Il Disputing in Psicoterapia
E così via. Le cose possono però complicarsi quando per esempio il paziente ha i suoi piani di gestione personali della paura. Piani evidentemente insufficienti se il paziente è venuto in terapia.
In questo caso non si tratta di valutare cosa ci sia di distorto in una valutazione cognitiva di una situazione, ma cosa ci sia di distorto in un piano di gestione patologico. È il caso soprattutto dei controlli compulsivi del disturbo ossessivo, ma anche degli evitamenti. In questo caso, si potrebbe chiedere:
“Perché fa questo?”
“A che le serve reagire così?”
“Qual è il suo obiettivo?”
Questa formulazione in positivo potrebbe essere insufficiente. Il paziente ossessivo (non diversamente in questo dall’ansioso) agisce in vista di un evitamento di un danno e non di un ottenimento di un obiettivo. Conseguentemente, non fa le cose per un “perché” ma per un “affinché non”.
Questo può determinare un ‘impasse, una situazione in cui il paziente risponde:
“Non so perché lo faccio. È più forte di me”
In realtà non c’è un “perché” bensì un “affinché non” che rimane nascosto a causa della formulazione in positivo. Che fare, allora?
Riformuliamo la domanda in negativo:
“Cosa potrebbe accadere se lei non facesse questo?”
Possiamo utilizzare l’ABC per facilitare l’operazione terapeutica. Un ABC immaginario o virtuale, in cui la situazione è la non adesione del paziente al suo piano di gestione compulsivo.
Per esempio, un ABC in cui l’A è “mi astengo dal controllare che tutti i rubinetti siano chiusi”. In questo modo l’ABC finisce per generare una guided imagery, integrando stile terapeutico cognitivo ed esperienziale.
Terapeuta: “Cosa accadrebbe se non controllasse i rubinetti?”
Paziente: “La pagherei. Potrebbe accadere qualcosa di brutto”
Ribaltando l’ABC riusciamo quindi a tornare alla situazione standard di uno scenario negativo temuto. Arrivati li, possiamo tornare sul binario consueto.
Questa tecnica, sebbene centrata sull’ABC, la si può trovare anche in testi di scuola cognitiva beckiana. La tecnica di valutare lo scenario peggiore (“worst-case scenario”) è analoga a questo ABC rovesciato, e inoltre è più ampia e meno specifica per il caso determinato della rinuncia al controllo (Clark, Beck, 2010, pag. 209). L’applicazione specifica per il controllo ossessivo, molto simile all’intervento descritto qui, si trova nel libro di Clark (2004) sull’ossessività.
BIBLIOGRAFIA:
Clark, D. A., Beck, A. T. (2010). Cognitive Therapy of Anxiety Disorders. Science and Practice. New York: Guilford Press.
Clark, D. A. (2004). Cognitive-Behavior Therapy for OCD. New York: Guilford Press.
Stile e Sovversione nella Psicoanalisi Postmoderna
Al MART di Rovereto, fino al 3 giugno si può vedere la mostra Postmodernismo. Stile e Sovversione 1970-1990 proveniente dalla Royal Albert Hall di Londra. Dalla visita abbiamo ricavato impressioni miste. La straordinaria importanza culturale del postmoderno come esibizione dell’artificialità, ibridazione, bricolage, anti-autoritarismo, citazionismo non trova sempre una conferma emotiva negli oggetti esposti. Tra tutti forse l’ambito più convincente, quanto a risultati, è quello dell’architettura.
Sorge spontanea l’idea che sia a causa dei limiti intrinseci, di ordine pratico, che le sono propri e che fungono da vincoli tecnici che la pongono al riparo dalle astruserie postmoderne che vediamo invece quando si tratta di altre forme d’arte.
Non altrettanto persuasivi sono infatti le ricadute nel cinema, nella letteratura, nella pittura ecc. Ma forse per dare un giudizio sul postmoderno bisognerebbe ampliare il panorama. Forse la nostra prospettiva è ancora troppo ristretta.
Vediamo allora il disegno del grattacielo dell’AT&T di New York, del 1978, e ci sembra genialmente postmoderno; così come lo sono, senza saperlo Borges, o Queneau o Sterne. Come lo è Kuhn. Kuhn non dice che c’è una progressione lineare nel sapere, di tipo cumulativo, bensì che cambiano le metafore che guidano la ricerca. Si pongono nuove domande, si guarda in nuove direzioni, fino al punto in cui anche il paradigma scientifico attuale inizia a mostrare la corda e si pongono le premesse per un nuovo cambiamento.
Per postmoderno possiamo intendere dunque due cose: se usiamo la parola come aggettivo, ne possiamo fare un uso estensivo, e dire per esempio che Freud era un pre-postmoderno o addirittura un proto-postmoderno e che il postmoderno è iniziato con Nietzsche o con le origini della psicoanalisi ecc.; se lo usiamo in senso più specifico come il nome di una precisa corrente di pensiero, allora esso nasce convenzionalmente con il libro di Lyotard La condizione postmoderna, del 1979, dura un ventennio circa, ed è qualcosa che sta finendo come sembra certificare la mostra che si è tenuta a Londra sulla morte del postmoderno o altri eventi relativi al cosiddetto nuovo realismo.
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Quindi se consideriamo il postmoderno una dimensione dello spirito è una cosa, se lo vediamo come una corrente culturale, peraltro dai confini piuttosto confusi, è un’altra. Non bisognerebbe fare questa confusione. Finiremmo altrimenti in ogni genere di difficoltà logica: tipo, far coincidere le fortune e il declino del postmoderno-corrente con lo spirito anti-metafisico che pervade l’epistemologia del ‘900, che a nostro avviso è ben vivo. Una cosa sono dunque i principi del postmoderno, ad esempio un’idea laica di verità, altra è la riuscita concreta in vari ambiti dell’applicazione di questi medesimi principi.
Per uno psicoterapeuta la visita alla mostra può essere l’occasione anche per chiedersi cosa ne è del postmoderno nelle discipline psicologiche, come queste sono state lambite da questo movimento e da quelli affini: dalla decostruzione, dalla metanarrativa, alla cosiddetta svolta linguistica.
Più in particolare: cosa è successo all’interno della psicoanalisi? che statuto hanno in psicoanalisi i concetti di verità e di realtà? si è affermata una corrente postmoderna? che caratteristiche ha avuto? esiste qualcosa in psicoanalisi che possiamo definire come uno sviluppo postmoderno?
Freud pensa entro la cornice epistemologica del moderno. L’idea è che si possa arrivare a conoscere la verità obiettivamente, lì fuori, per quella che è e che esista uno strato roccioso della realtà che può essere conosciuto.
Noi viviamo in un’altra cornice epistemologica, che si può definire come post-positivistica o post-moderna. Prevale un concetto relativistico di realtà e un sentimento di maggiore scetticismo rispetto alle nostre possibilità di conoscere la realtà per come è veramente. Freud parte da una posizione ancora piuttosto forte del soggetto. Noi siamo arrivati a vedere la verità non come sganciata dalla realtà e dai cosiddetti fatti, ma anche inevitabilmente frutto di un accordo intersoggettivo o consensuale. Siamo arrivati a capire che il linguaggio è un sistema chiuso di segni che hanno valore non perché siano in contatto diretto con la cosa ma perché assumono un senso nel gioco differenziale interno. Tant’è che abbiamo più nomi per le stesse cose.
Questo significa che la realtà scompare? Assolutamente no. Vuol dire bensì che il modo in cui accordiamo le nostre parole con i fatti passa per canali che non riusciamo a esplicitare interamente con i nostri concetti e con la nostra logica. È evidente a tutti che Freud ha posto le basi per l’affermarsi del pensiero post-positivistico quando ha spodestato l’Io dalla sua casa. Da questo punto di vista sarebbe un postmoderno radicale. Difatti non è per caso che la nozione stessa di inconscio è stata rifiutata a lungo (per esempio fino alla metà degli anni ottanta anche dalla psicologia cognitiva)(Westen, 1999).
Oggi però assistiamo a un secondo choc. Non solo l’Io non è padrone in casa propria ma neppure l’inconscio, per così dire, lo è, perché dipende dall’altro, dalla socialità in una maniera ben più profonda di quanto fossimo abituati a pensare.
Moderno e postmoderno si possono così far coincidere grossomodo con una epistemologia del soggetto e con una epistemologia dell’intermedietà o intersoggettiva (Civitarese, 2008, 2012). Possiamo rinunciare all’una o all’altra? A nostro avviso no, perché finiremmo per assolutizzare una prospettiva e per tornare a postulare un unico punto di vista, che sarebbe il punto di vista di Dio. L’essenziale è pensare che entrambi i punti di vista sono convenzionali, utili finzioni, decisioni che prendiamo per aprire una certa finestra sulla realtà. Quante descrizioni ci sono di una sedia? La sedia vera è quella che vedo a occhio nudo, al microscopio elettronico, al microscopio ottico, una frazione di secondo dopo è la stessa sedia o una sedia già diversa? E se due cose uguali in natura non esistono, che senso hanno le operazioni dell’algebra in cui si pretendo di dire che 1+1 = 2? E se tutte queste prospettive sono vere a modo loro, chi mi impedisce di pensare che ce ne possano essere infinite? Infatti possiamo facilmente pensare che le prospettive possano essere infinite, e continuare a non essere arbitrarie. Quel che conta è mantenere la dialettica e la simultaneità dei punti di vista. Altrimenti ricadiamo in una psicologia della mente isolata oppure dissolviamo del tutto l’idea stessa di mente.
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Alcuni rimproverano invece al postmoderno la perdita di valori, principi sia di tipo morale che dei principi di realtà e di verità. È legittimo chiedersi se questa critica punti a costruire un bersaglio ad hoc, fittizio, uno straw man, oppure descriva qualcosa che esiste da qualche parte. Perché se non esistesse, perché occuparsene? Perché perdere tempo con un fantasma? Tra l’altro, che dire delle correnti scettiche che hanno sempre attraversato il pensiero filosofico oppure dell’idealismo? Le definiremmo per questo postmoderne? Francamente facciamo fatica a trovare un filosofo oppure un analista autorevole del nostro tempo – intendiamo internazionalmente riconosciuto, che abbia scritto su riviste prestigiose e peer review – che sostenga tesi così estreme da negare i concetti di verità e di realtà. Non sapremmo semplicemente a chi rispondere. Diremmo, please, fatemi avere uno straccio di articolo e poi vediamo. Qualcuno potrebbe ammettere che in effetti non c’è nessuno che sostiene cose del genere, e che valga la pena di prendere in considerazione, ma che comunque nella società si è affermata un’idea del genere. Noi siamo tuttavia contrari a trasformare la psicoanalisi, con il rigore dei suoi concetti e la stretta aderenza al suo campo empirico, in sociologia spicciola. È vero, a volte si trovano espresse posizioni del genere, ma sono interpretazioni viziate del pensiero altrui. Dire che Derrida avrebbe affermato che non ci sono fatti ma solo interpretazioni, oppure che non c’è nulla fuori del testo, sarebbe a nostro avviso una grossolano fraintendimento del pensiero rispettivamente di Nietzsche e di Derrida. Se fossimo al Liceo useremmo la matita blu, quella degli errori gravi.
Su che cosa sia la psicoanalisi postmoderna, o sull’influenza del pensiero postmoderno sulla psicoanalisi la letteratura psicoanalitica ha iniziato ad interrogarsi seriamente già alla metà degli anni ’90, soprattutto in ambito americano (Leary 1994; Shaver 1996, 1998; Chessick 1996). Molti autori però, in questi scritti, non parlano ancora di una psicoanalisi postmoderna. Shaver per esempio, in due saggi di grande interesse teorico e speculativo (e forse meno clinico), si cimenta nell’impresa di “postmodernizzare l’inconscio”, ritenendo che ciò che è più rivoluzionario del pensiero di Freud sia proprio l’elemento postmoderno delle sue teorie: la sua capacità di sfuggire al potere seduttivo del pensiero filosofico occidentale dominante e l’accento che la psicoanalisi – come il postmodernismo – mette sul fatto che il linguaggio non funzioni solo per comunicare ma anche per distorcere.
LEGGI LA RECENSIONE: Critica Psicoanalitica: Recensione di Perdere la Testa di Giuseppe Civitarese - A cura di GIovanni M. Ruggiero
Nel luglio del 2001, al 42esimo congresso IPA, a Nizza, è stato presentato un panel dal titolo Postmodern Psychoanalysis. A presentare era Arnold Goldberg e Irma Brenman Pick faceva da discussant. Quello di Goldberg è un lavoro eminentemente clinico, forse meno sofisticato di alcuni scritti successivi sul tema, ma che ha il merito di mettere in luce alcuni aspetti fondamentali del dibattito in chiave clinica e non ideologica. Il punto di partenza del suo lavoro è pratico, esperienziale, fa riferimento al problema della correttezza e alla preoccupazione degli analisti per le regole. Cita naturalmente Bion, che nei Seminari Brasiliani dice di non sapere quali siano le regole della psicoanalisi, e lo mette in relazione con Lyotard che ha descritto la condizione dell’uomo postmoderno in termini di “incredulità verso le metanarrazioni”, considerate come un insieme di regole a cui tutte le scienze fanno riferimento. Un approccio postmoderno dovrebbe lasciare spazio, secondo Goldberg, ad una molteplicità di approcci che non possono essere necessariamente racchiusi in un’unica teoria che li comprenda tutti. E’ evidente che questa posizione si espone ad una facile critica, quella dell’anything goes, l’idea cioè che tutto vada bene, che si vada verso una psicoanalisi selvaggia (vedi anche Chessick 1995 – “Poststructural Psychoanalysis or Wild Analysis?”). Goldberg mette in guardia da una lettura tanto ingenua della teoria postmoderna riprendendo ancora una volta Lyotard e la sua idea che ogni soggetto sia inserito in una tela di relazioni che si fa via via più complessa. Il problema non è dunque accettare tutto, ma sostituire ad una interpretazione pre-organizzata, a priori, l’apertura ad una molteplicità di soluzioni finali. Non siamo nel campo dell’anything goes, osserva ancora Goldberg, ma in quello dell’everything matters. Ogni cosa è importante, altamente significativa, sempre passibile di nuove letture e c’è bisogno di una continua attività di incorniciatura (framing), nulla può essere dato per scontato.
Il modello di campo, in particolare per come lo hanno interpretato Ferro, i Baranger e Ogden, è stato preso anche da Susann Heenen-Wolf (2007) come esempio di un radicale cambiamento di paradigma che, all’interno della rivoluzione del pensiero postmoderno, è in corso nella psicoanalisi contemporanea: quello “dalla legge simbolica alla capacità narrativa”.
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Possiamo considerare le caratteristiche principali del postmoderno come: la fine delle metanarrative emancipatorie e degli orizzonti utopici del moderno, il rifiuto di ogni genere di concezione universale della verità per cui le grandi ideologie (religiose, mitologiche, politiche, filosofiche o morali) vengono sostituite, o integrate, dai concetti di comunicazione e negoziazione. L’accento dunque, nel pensiero postmoderno, si è spostato dalle prospettive orientate al contenuto ad un’attenzione alla comunicazione nel qui ed ora, al processo, al contenitore. Questo – osserva la Heenen-Wolf, come già aveva fatto Goldberg– è avvenuto anche nella psicoanalisi contemporanea con il pensiero di Bion e i suoi sviluppi. L’attenzione alla costruzione di un apparato per pensare i pensieri, all’importanza del contenitore, alla “fede” nel processo e ad una concezione di verità considerata strutturalmente inconoscibile sono solo alcuni esempi di come la teoria bioniana abbia favorito, nella storia della psicoanalisi, il passaggio da un modello epistemologico della ricostruzione ad uno della costruzione.
I teorici del modello di campo, poi, hanno messo l’accento sull’esperienza emotiva creata da entrambi i membri della coppia analitica all’interno della seduta sostenendo che la comunicazione del paziente sia da leggere sempre come un’espressione del campo analitico intersoggettivo – o del terzo analitico – che nel qui ed ora si crea. Questo punto di vista cambia anche la concezione del setting – sottolinea ancora la Heenen-Wolf – che non è più l’espressione del confronto con una legge simbolica e una colpa originaria, ma uno spazio in cui si sviluppano le capacità mentali della coppia analitica e nuove esperienze emotive possono nascere. La condizione di vita dell’uomo postmoderno e il conseguente cambiamento di paradigma, secondo la Heenen-Wolf, ci fanno vedere come, retrospettivamente, Freud (o una certa lettura del pensiero freudiano) possa essere considerato un moralista: nella sua opera descrive come il soggetto dovrebbe funzionare idealmente e come dovrebbe rinunciare ai propri desideri e pulsioni più potenti e assumersene la colpa. La Heenen-Wolf sottolinea come l’incontrovertibile cambio di paradigma a cui abbiamo accennato, che porta a dare sempre meno peso alla metapsicologia – che Freud stesso chiamava “la Strega” –, si accompagna con la possibilità di liberare la psicoanalisi dalla pretesa di avere uno statuto speciale di scienza umana restituendola al metodo scientifico. Ci sembra una precisazione estremamente importante perché ci permette di mostrare, ancora una volta, l’infondatezza delle accuse dell’anything goes e della negazione assoluta della verità e della realtà. Non soltanto, come si diceva, dire che Derrida ha sostenuto che non esistono fatti nella realtà al di fuori del testo è un grossolano errore, ma attribuire a questi autori posizioni dogmatiche e ideologiche è un completo stravolgimento dello spirito del pensiero postmoderno: non è in discussione l’assenza della verità, ma l’assenza di una verità assoluta, l’assenza dell’assolutezza.
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È quello che Shachaf Bitan, in un articolo recentemente apparso nell’International Journal of Psychoanalysis (2012) chiama la “logica del gioco”, riconoscendola come una caratteristica comune al pensiero di Winnicott e Derrida: una logica che considera fecondamente indeterminata la dialettica tra gli opposti ed invita a superare la “violenta gerarchia” che li organizza nel pensiero corrente in favore di una pacifica coesistenza, una logica che considera il paradosso e l’ambiguità come elementi centrali dell’esperienza.
Come dice Matar (2005, citato da Bitan 2012) Derrida ci ha rivelato che, anche se stiamo giocando ad un gioco completamente diverso, stiamo ancora giocando nello stesso parco! Naturalmente questo vale anche per le teorie, e per le teorie psicoanalitiche: la logica del gioco non esclude la logica tradizionale ma invita a ripensare le dicotomie che hanno caratterizzato il pensiero psicoanalitico – quella tra interno ed esterno, presenza e assenza, conscio e inconscio, soggettività e oggettività, soggetto e altro, analista e analizzato – considerandole come non mutualmente esclusive, ma coesistenti pacificamente (Bitan 2012, p. 48). E’ la stessa cosa che fa Bion nel famoso scritto del 1977, quando ci invita a smettere di occuparci delle diadi di opposti che costituiscono il nostro mondo, e di investigare invece “la cesura, il legame, la sinapsi, il (contro-trans-) fert, l’umore transitivo-intransitivo”.
Bitan, infine, osserva come Winnicott trasformi l’uso del concetto di “concreto”, rendendo concreto il gioco e “il concreto” giocoso; è la stessa cosa che fa Bion con “i fatti”, che per lui corrispondono all’esperienza emotiva, cioè ad una realtà che è già stata sognata, cioè trasformata soggettivamente, potremmo dire esteticamente. Ecco, di questa giocosità la mostra al MART testimonia spendidamente. Lo raccontano i versi di Pessoa, quando il poeta si domanda:
Tra l’albero e vedere l’albero
Dov’è il sogno?
(Braccio senza corpo che brandisce una spada, 1916)
BIBLIOGRAFIA:
Bion W. R. (1977). Caesura. In Il cambiamento catastrofico. Loescher, Torino, 1981.
Bion W. R. (1987). Seminari clinici. Brasilia e San Paolo. Cortina, Milano, 1989.
Chessick RD (1995). Poststructural Psychoanalysis or Wild Analysis?. J Am Acad Psychoanal Dyn Psychiatr., 23:47-62
Civitarese G (2008). Più affetti… più occhi. Temi del postmoderno e de/costruzioni in analisi. In L’intima stanza. Teoria e tecnica del campo analitico, Borla, Roma.
Goldberg A. (2001) Postmodern Psychoanalysis. Int J Psychoanal 82:123-128
Heenen-Wolf S. (2007). From simboli law to narrative capacity. A paradigm shift in psychoanalysis?. Int J Psychoanal 88: 75-90
Kuhn TS (1962). La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Einaudi, Torino 2009.
Lyotard JF (1979). La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere. Feltrinelli, Milano 2002.
Leary K (1994). Psychoanalytic “Problems” and Postmodern “Solutions”. Psychoanal Q, 63:433-465.
Matar A. (2005). Modernism and the language of philosophy. London: Routledge ⁄ Taylor & Francis.
Pessoa F. (2012). Nei giorni di luce perfetta. RCS Quotidiani, Milano
Shawver, L. (1996). What Postmodernism Can Do for Psychoanalysis: A Guide to the Postmodern Vision. The American Journal of Psychoanalysis. 56(4):371-394.
Shawver, L. (1998). Postmodernizing the Unconscious with the help of Derrida and Lyotard. The American Journal of Psychoanalysis.58(4): 329-336.
Westen D (1999). The Scientific Status of Unconscious Processes. J. Amer. Psychoanal. Assn., 47:1061-1106
l’Effetto Lingua Straniera: decisioni più razionali e meno rischiose.
– Rassegna Stampa –
Le persone che riflettono su problemi in una lingua straniera (non importa quale) prenderebbero decisioni più razionali e meno rischiose soprattutto in ambito economico, secondo un recente studio pubblicato su Psychological Science.
In uno degli esperimenti 54 studenti di madrelingua inglese e parlanti spagnolo come seconda lingua, sono stati sottoposti a diversi task di decision-making di tipo economico in entrambe le lingue. Gli studenti madrelingua inglesi cui era richiesto di pensare in spagnolo fornivano risposte più razionali, vantaggiose e meno rischiose rispetto agli stessi studenti che utilizzavano la loro lingua madre e cioè l’inglese.
Secondo lo studioso Boaz Keysar, ricercatore della University of Chicago che ha condotto lo studio pensare in una lingua straniera ci distanzierebbe emotivamente dai contenuti, in qualche modo ci impegnerebbe maggiormente in processi logici razionali più lenti meno automatici rispetto al pensare nella propria lingua madre. Questo esiterebbe in una minore tendenza all’assunzione del rischio e di vantaggi immediati.
Anche nei bilingui fluenti vi sarebbe una maggiore salienza e reattività emotiva alle parole della propria lingua madre, cioè la prima lingua che hanno imparato stando in braccio al caregiver. L’effetto lingua straniera porterebbe quindi a forme di ragionamento più logico razionale e meno intuitivo e in qualche modo euristico.
Overall, early inhibited temperament occurs in about 15% of Caucasian children and is characterized by shyness in novel social or non-social situations. Retrospective reports and longitudinal studies have shown that it is persistent from infancy through childhood and into adolescence.
BI has also been found to predict the development of anxiety disorders, including social phobia. Although an association appears to exist between BI and anxiety disorders, psychosocial factors which are commonly related to anxiety disorder, do not appear to be related to BI. BI therefore appears to represent a constitutional vulnerability in the development of social anxiety.
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The mother-child relationship is thought to be of particular importance in the intergenerational anxiety. Like behavioral inhibition, that has been extensively invested for its importance in the development of anxiety disorders, the attachment style between a mother and child has been examined. Attachment is the emotional bond which forms between two people (typically an infant and their mother). Infant attachment style develops based on mothers’ ability to respond to their infants’ needs in situations where their infant may feel vulnerable or threatened.
Additionally, mothers’ general ability to provide a secure base, whereby the infant feels secure in their own ability to be independent and that their mother will be available if needed, plays an important role in the development of attachment (Bowlby, 1973). Over the next several weeks I will divulge the importance of attachment and its possible link to the development of anxiety in children.
BIBLIOGRAFIA:
Bowlby, J. (1973). Attachment and loss: Volume II. Separation. New York: Basic Books.
Scienze Cognitive: L’illusione di Sapere. Bias & Euristiche
La luce in fondo al tunnel della mente?
È solo il treno dell’irrazionalità che ti sta venendo addosso
“L’ILLUSIONE DI SAPERE” di Massimo Piattelli Palmarini. - Immagine: Original Book Cover
È opinione comune che decisioni importanti non debbano essere prese sull’onda dell’emotività, bensì ponderate ed effettuate razionalmente. Peccato che la nostra mente “razionale” ci giochi spesso brutti scherzi. Infatti senza accorgercene imbocchiamo quelli che Piattelli-Palmarini definisce tunnel della mente, cioè mettiamo in atto delle strategie mentali (euristiche) fallaci oppure commettiamo degli errori cognitivi (bias) con risultati a dir poco disastrosi!
L’ illusione di sapere è una sconcertante rassegna degli errori madornali che compiamo quando prendiamo delle decisioni. Questi tunnel sono universali, sistematici, indipendenti dallo stato emotivo del momento, del tutto inconsapevoli e influenzano le nostre scelte nei più svariati campi.Vediamone alcuni.
1 EURISTICA DELLA DISPONIBILITA’
Per sopravvivere dobbiamo essere in grado di fare previsioni rispetto a ciò che potrà accadere per programmare le nostre azioni. A quanto pare, però, siamo dei pessimi calcolatori di probabilità, indipendentemente dalle nostre conoscenze in fatto di matematica e statistica. Eccovi un esempio. È più probabile essere uccisi da uno squalo o da un pezzo di aeroplano che ci cade in testa? La maggior parte di noi non esita a rispondere: “dall’attacco di uno squalo!”. Invece è molto più probabile essere colpiti da un rottame vagante (Ruscio, 2002). Indubbiamente un turista azzannato mentre sguazza tra le onde fa più notizia e ci colpisce. Questa appena illustrata è conosciuta come l’euristica della disponibilità: giudichiamo un evento tanto più frequente quanto più ci è facile immaginarlo mentalmente (perché più disponibile), e quanto più ci impressiona emotivamente. Così facendo stimiamo la probabilità in maniera errata e prendiamo una bella cantonata. È superfluo sottolineare come questo fenomeno giochi un ruolo, per esempio, nella possibilità di influenzare l’opinione pubblica su argomenti per i quali si è particolarmente sensibili (es. la percezione di sicurezza nelle città).
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2 ILLUSIONI PROBABILISTICHE
Come se non bastasse, siamo anche preda di quelle che vengono definite illusioni probabilistiche. Tra le tante, cito la più nota. Siete al casinò e state giocando alla roulette. È uscito il nero 20 volte di fila. Su cosa puntate? Pur sapendo che la probabilità è del 50%, la tendenza è quella di scommettere sul rosso. Questa illusione si chiama Illusione del giocatore d’azzardo: applichiamo la legge dei grandi numeri (valida per serie di lunghezza prossima all’infinito) a serie di piccoli numeri, con l’illusione che rosso e nero debbano equilibrarsi anche in questo caso. E alla fine il banco vince sempre…
3 THE FRAMING OF CHOICES
La situazione si fa invece più drammatica se si prendono in considerazione altri tunnel della mente: uno dei più inquietanti è “the framing of choices”, il cui nome è già di per sé emblematico: in inglese significa sia “l’incorniciamento delle scelte” che “la fregatura delle scelte”. Vediamo dove sta la fregatura. Immaginate di essere un medico e di dover decidere la terapia per aggredire un tumore. Se di un determinato intervento chirurgico vi viene detto che comporta una mortalità media del 7% entro i cinque anni successivi all’operazione, sarete più restii a raccomandarlo al vostro paziente che non se vi avessero detto che comporta una sopravvivenza media del 93%. Eppure le due versioni sono statisticamente equivalenti! Questo fenomeno è noto come effetto frame (McNeill et Al, 1982; Tversky & Kahneman, 1986): l’inquadramento in termini positivi o negativi di una stessa informazione determina nelle persone risposte differenti se non addirittura opposte; ne consegue che è possibile “pilotare” la scelta di chi ci sta di fronte presentando il problema in una data forma piuttosto che un’altra, il che è preoccupante.
Articolo consigliato: Ottimismo sì, ma in piccole dosi! (Optimism Bias e Neuroscienze)
Il libro di Piattelli Palmarini, scritto nel 1993, è dedicato a Kanheman e Tversky, due psicologi che 9 anni dopo vinsero il Premio Nobel per l’Economia proprio grazie ai loro studi di psicologia cognitiva applicata ai processi decisionali economici. Entrambi ebbero il merito di mostrare come l’uomo, nel prendere decisioni, fosse tutto fuorché razionale. L’ illusione di sapere ci accompagna proprio attraverso l’irrazionalità delle nostre scelte, alternando tunnel della mente decisamente allarmanti a bias curiosi (es. se da Napoli vi muovete verso Nord, da che parte si trova Trieste? Dopo aver risposto andate a controllare: rimarrete a bocca aperta. La nostra mente, infatti, raddrizza l’Italia). Una volta scoperte le nostre “pecche cognitive”, però, con un po’ di esercizio diventa possibile imparare ad essere più razionali, per poter finalmente esclamare: sono fuori dal tunnel!
Ruscio, J. (2002). Clear thinking with psychology: Separating sense from nonsense. Pacific Grove, CA: Wadsworth.
McNeil B.J., Pauker S.G., Sox H.C. & Tversky A. (1982) On the elicitation of preferences for alternative therapies. New England Journal of Medicine 306, 1259–1262.
Tversky, A., & Kahneman, D. (1986). Rational choice and the framing of decisions. Journal of Business, 59, S251-0S278.
L’esercizio fisico influenza memoria e cognizione: il ruolo della genetica
– Rassegna Stampa –
L’attività fisica ossigena la mente? David Bucci, professore presso il Department of Psychological and Brain Sciences Dartmouth College (Hanover, NH, USA), tirando le somme degli studi da lui condotti, sottolinea che gli effetti dell’esercizio fisico sulla memoria e sul cervello sono differenti in funzione di uno specifico gene che medierebbe il grado con cui l’esercizio fisico può avere effetti benefici in termini mnestici e cognitivi.
Partendo da osservazioni puramente qualitative – senza finora alcun riscontro empirico- secondo cui tra i bambini con diagnosi di ADHD quelli più sportivi risultavano più responsivi ai trattamenti comportamentali rispetto a bambini sedantari, i ricercatori guidati da Bucci hanno formulato un progetto di ricerca con lo scopo di identificare la potenziale connessione tra esercizio fisico e funzioni cognitive. I risultati di una serie di studi che hanno costituito il progetto sono pubblicati da poco su Neuroscience.
Approfondendo i risultati secondo cui nei topi di laboratorio l’esercizio fisico riduceva i comportamenti legati a ADHD, il gruppo di ricerca ha identificato il meccanismo traverso cui l’attività fisica sembrerebbe avere un effetto benefico su apprendimento e memoria, e cioè un fattore genetico chiamato “brain derived neurotrophic factor” (BDNF) implicato anche nello sviluppo neurale: il grado di espressione di questo fattore correla positivamente con un miglioramento mnestico nei topi sottoposti a movimento fisico.
Negli esseri umani , il gruppo di ricercatori ha confermato simili risultati: in funzione del genotipo individuale per il fattore BDNF i soggetti beneficiano in modo differenziale degli effetti positivi dell’esercizio fisico sulla memoria e sull’apprendimento in un task di riconoscimento di un nuovo oggetto. E questo può significare che un diverso genotipo per lo specifico fattore in questione potrebbe essere responsabile di una diversa responsività dei bambini con ADHD ai trattamenti basati anche sull’esercizio fisico.
Riflessioni sulla Crisi della Psicoanalisi Contemporanea #1.
Le cinque piaghe di nostra madre Psicoanalisi:
Riflessioni sulla crisi della psicoanalisi contemporanea
Si dice che la psicoanalisi sia ormai vecchia. Il suo peso sociale è andato lentamente declinando negli ultimi decenni. L’istituzione che abbiamo amato tanto profondamente viene ora socialmente svalutata. Ogni bizzarra teoria pseudo-biologica della mente e della psicopatologia ottiene un’immediata ed acritica attenzione dei media mentre il lento ma fruttuoso lavoro della psicoanalisi è relegato nell’ombra.
Ognuno di noi (psicoanalisti) ha sentito almeno una volta il desiderio di proiettare sull’ostilità degli avversari la responsabilità di tale declino sociale, di accusare la sete di profitto delle multinazionali del farmaco, l’ideologia consumistica di una società materialista, la mancanza di scrupoli dei leader della psichiatria biologica, l’opportunismo degli accademici.
La critica dei vizi sociali ha impegnato gli intellettuali per secoli, anzi per millenni. Fin dalle reprimende di Solone ad Atene e di Catone a Roma, tale stile intellettuale si è dimostrato privo di qualsiasi impatto sulla concretezza del reale.
Articolo consigliato: Recensione di “La Svolta Relazionale” di Lingiardi, Amadei, Caviglia e De Bei.
Gesù Cristo ha detto: “Nulla di ciò ch’è fuori dall’uomo può renderlo impuro entrando in lui. E’ invece ciò che è nell’uomo che uscendo da lui lo rende impuro” (Marco 7.15). Una peculiarità del lavoro psicoanalitico è quella di ritenere che la consapevolezza di sé – in termini di bisogni, desideri, paure e struttura della propria identità – sia un potente strumento di cambiamento: possiamo capire la crisi della psicoanalisi solo puntando la nostra lente d’ingrandimento verso l’interno.
Proponiamo pertanto ai lettori di questo web journal una serie di brevi contributi sulla psicoanalisi – sia come istituzione sociale che come teoria della mente su cui tale istituzione si fonda – e cercheremo di chiarire le regioni della sua attuale debolezza.
In particole, presenteremo ed esamineremo 5 ferite che abbiamo potuto scoprire nel suo corpo sofferente. Speriamo che questa procedura forse un po’aggressiva, chirurgica, possa contribuire a salvare il corpo sofferente della nostra madre formativa ed intellettuale dal pericolo della dissoluzione finale, dell’irrilevanza sociale.
FURTHER READINGS
Nell’attesa dei prossimi capitoli l’autore vi suggerisce le seguenti letture sul tema:
The American Academy of Psychoanalysis is undergoing an identity crisis at this time, which is at least to a large extent a function of the whole current identity crisis in the field of psychoanalysis itself. In order to better understand this crisis, in this article I have first reviewed a similar situation which occurred in the history of classical Greece. Plato’s famous Academy underwent a progressive deterioration and disintegration and fragmentation, until it ended up merely the handmaiden of another discipline, Christian theology, for a thousand years. I then propose that the identity crisis in psychoanalysis today has to do with our failure of nerve in the teeth of the abusive behavior of insurance companies regarding the payment for psychoanalysis and the current cultural ambience demanding “fast-fast-fast” relief…LEGGI L’ABSTRACT
In this paper the author argues that the so-called crisis in psychoanalysis, often blamed on various external factors, is in fact an internal crisis brought about by intrinsic incongruities between the explicit intention of its educational model, which aspires to educate and train in a professional and scientific discipline, and its organisational structure, locally and internationally inextricable. Its isolated basic units of ecumenical control–its traditional ‘societies/institutes of psychoanalysis’–implicitly and explicitly co-impose the monastic transmission of a preponderantly doctrinaire education and clinical practice…LEGGI L’ABSTRACT
L’autore dell’articolo: Dr. Paolo Azzone
Relazioni Tossiche: un Rischio per la Salute come il Junk Food
“Mi fa del male, non mi dà quello che voglio, eppure non riesco a lasciarlo”, oppure “Ci ricasco sempre, mi cerco sempre relazioni in cui alla fine chi sta male sono io”, “I miei genitori mi hanno sempre lasciato da solo, però alla fine non era colpa loro, loro hanno sempre fatto tutto quello che potevano, in fondo erano sempre molto impegnati con il lavoro”.
Quante volte abbiamo sentito queste frasi pronunciate dai nostri pazienti, dai nostri amici e spesso anche dalle persone a noi care e quante volte noi stessi abbiamo sofferto a causa di relazioni andate male o in cui non ci sentivamo del tutto a nostro agio? Proviamo un attimo a fermarci qui e a pensare alla nostra esperienza. Come ci siamo sentiti in quella relazione che ci faceva così male ma dalla quale sembrava ancora più doloroso separarsi? Come stavamo quando da bambini avevamo paura e mamma e papà non c’erano? Come ci batteva il cuore in quelle situazioni e che cosa succedeva alla nostra testa?
Lettura consigliata: La Relazione di Coppia. Monografia a cura di Serena Mancioppi
Certamente la maggior parte di noi non costruisce costantemente relazioni patologiche, per cui queste situazioni, per quanto spiacevoli, vengono poi integrate come parte della propria vita e superate grazie alla costruzione di legami più solidi e funzionali. Proviamo però a pensare a chi, invece, continuamente vive circondato da relazioni tossiche. In una società dove la ricerca del cibo biologico alternativo, la cura del sé e l’attenzione meticolosa all’etichetta di ciò che compriamo al supermercato giocano un ruolo di primo piano per tutti coloro che tengono alla propria salute, molte persone non pensano che la qualità delle loro relazioni può essere tanto dannosa quanto i tanto proibiti fast food e l’ambiente inquinato.
Una ricerca longitudinale che ha seguito un campione di 10.000 uomini e donne per più di 12 anni, ha evidenziato che persone costantemente ingaggiate in relazioni negative presentavano un rischio maggiore di sviluppare problemi cardiaci rispetto a chi, invece, aveva stabilito relazioni nel complesso positive (De Vogli et al., 2007).
Durante tutta la durata dello studio, ai partecipanti è stato chiesto di completare alcuni questionari relativi agli aspetti negativi delle loro relazioni più importanti. Nell’analisi dei dati è stata poi utilizzata solo la relazione che i soggetti hanno messo al primo posto come la più intima. Le risposte sono così state suddivise in chi ha identificato la persona più vicina come il partner vs non-partner; successivamente, sono stati considerati vari aspetti della qualità della relazione descritta: confidenziale/supporto emotivo/supporto pratico. Accanto a questi dati sono state raccolte informazioni per misurare il rischio di malattia cardiaca: pressione arteriosa, diabete, obesità e livello di colesterolo, così come alcune variabili socio-economiche e di stile di vita dei partecipanti.
L’obiettivo dello studio è stato quello di valutare quanto una relazione intima negativa fosse correlata allo sviluppo di una patologia cardiaca. I risultati hanno confermato quanto ipotizzato dai ricercatori: le persone la cui relazione più intima veniva connotata negativamente presentavano fattori di rischio nettamente maggiori rispetto a chi, invece, aveva una relazione significativa positiva.
Sembra quindi che le relazioni, soprattutto se sono quelle più importanti per noi a essere valutate negativamente, possono essere altrettanto dannose per la nostra salute quanto il cibo o i fattori ambientali.
Certamente molti studi vanno ancora fatti in questa direzione, dato che le variabili in gioco sono molte le ipotesi difficili da dimostrare; non è infatti nuova, però, l’idea che un mondo interno caratterizzato da costante ansia, depressione o forte stress abbia delle conseguenze sul nostro organismo, fino allo sviluppo di vere e proprie patologie mediche.
La prossima settimana vedremo come riconoscere una relazione tossica e che cosa possiamo fare.
L’effetto dello Stress sugli uomini: comportamenti Pro-sociali
– Rassegna Stampa –
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Friburgo (Germania) hanno indagato come gli uomini reagiscono a situazioni di forte stress presentando un ribaltamento di prospettiva in questo ambito. Di fronte a situazioni stressanti è dimostrato che gli esseri umani mostrano una risposta “fight-or-flight” altrimenti tradotta “risposta “attacco-o-fuga”.
Già dal 1990 alcuni studiosi hanno iniziato ad apportare dati secondo cui le donne presenterebbero una modalità di risposta alternativa allo stress e cioè “tend-and-befriend”: in altre parole, una reazione protettiva di cura e amichevolezza. Al contrario, finora si è continuato ad assumere che invece individui di genere maschile fossero portati a diventare aggressivi in condizioni di stress. Nello studio di von Dawans e colleghi è stato indagato sperimentalmente il comportamento sociale di individui di genere maschile sotto stress.
Per indurre sperimentalmente una condizione di stress i ricercatori hanno utilizzato una procedura standardizzata implicante un compito di public speaking all’interno di specifici giochi di interazione sociale. Questi dispositivi ludici sono stati progettati per la misurazione dei comportamenti sociali positivi (ad esempio di fiducia e condivisione) e negativi (ad esempio comportamenti punitivi e aggressivi). Dallo studio emerge che i soggetti maschili sotto stress mostravano comportamenti sociali significativamente più positivi rispetto al gruppo di controllo. D’altro canto i comportamenti sociali a carattere negativo non erano influenzati dalla condizione di stress.
Guardando ai risultati sembrerebbe dunque che anche gli uomini, da sempre considerati più tesi all’attacco in situazioni stressanti, mettano in atto una strategia per far fronte allo stress basata sull’attivazione di comportamenti prosociali e promotori dell’affinità relazionale.
La malattia terminale, il Personale Medico e la Cura della relazione
“Anche se il nostro è un mondo che spinge a credere che gli strumenti siano “esterni” e rappresentati da metodi e nozioni, scoprire che il primo strumento siamo noi e le nostre risorse reca il sollievo che deriva dal fatto che non ne saremo mai privi” (Zarri, 2008).
Leggendo il libro “La cura della relazione in oncologia pediatrica”, pur non trovandomi nella medesima situazione mi accorgevo che mi stava accompagnando, pagina dopo pagina, verso un annunciato e inevitabile epilogo.
Vorrei soffermarmi sul concetto di “cura della relazione”, mi sono accorta che l’esperienza della malattia è un evento che minaccia gli individui nell’integrità della loro esistenza individuale e relazionale. Ammalarsi e scoprirsi bisognosi di cure è certamente un’esperienza psicologica, ma è anche senza dubbio, un’esperienza relazionale capace di generare notevoli livelli di ansiaepaura.
Tali sentimenti tuttavia, non vengono attivati solo nel paziente, ma anche in coloro che si prendono cura di lui e quindi ne sono travolti, in misura diversa, anche i medici, il personale ospedaliero e soprattutto i familiari.
Di fronte alla malattia, oltre ad una reazione somatica, gli individui infatti mostrano anche una reazione psichica che esprimono attraverso la messa in atto di meccanismi di difesa volti ad attenuare l’angoscia. Tali meccanismi di difesa, tuttavia, modificheranno inevitabilmente la relazione con se stessi e con gli altri.
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Nella mia personale esperienza, mi sono resa conto che l’angoscia di morte evocata dalla situazione patologica, il senso di frustrazione che spesso ci assaliva nell’assistere il malato e la fatica fisica ed emotiva a cui eravamo costantemente soggetti, hanno suscitato in me e nella mia famiglia intense risposte difensive.
Credo dunque che, nel considerare le relazioni tra medico e paziente e tra paziente e familiari, non ci si debba fermare ad osservare solo l’assetto difensivo del paziente.
I meccanismi di difesa sono parte integrante del funzionamento psichico umano e di conseguenza, riguardano chiunque; le difese utilizzate dal medico, in fondo sono le stesse che impiegano i pazienti, anche se in tempi e modi differenti e come ogni altro aspetto del funzionamento della personalità, sono inscindibili dai processi di influenza relazionale e di mutua regolazione.
Giuseppe si ammalò di tumore ormai sei anni fa, la diagnosi fu tumore al colon e da quel giorno la quotidianità della mia famiglia inevitabilmente cambiò. Giuseppe è stato curato presso un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, ma spesso si è trovato a dover affrontare interventi ed esami di varia natura presso altre strutture ospedaliere di Milano, riferisco tra le altre, l’Istituto Clinico Humanitas e l’Istituto Oncologico Europeo.
A tal proposito vorrei evidenziare la differenza tra il punto di vista presentato da Allison Hall in “La cura della relazione in oncologia pediatrica” e quello di Isabel E.P. Menzies circa i metodi adottati dal personale infermieristico di un ospedale londinese, nello svolgimento del loro lavoro.
Isabel Menzies prese parte ad uno studio all’interno di una serie di ricerche del Tavistock Institute of Human Relations, commissionato da un ospedale generale con funzioni di insegnamento universitario, al fine di suggerire nuovi metodi nello svolgimento del lavoro del personale infermieristico. La Menzies evidenzia come nello sviluppare un determinato modo di funzionare, le organizzazioni sociali spesso diano rilievo al compito primario e alle tecnologie per svolgere tale compito sottovalutando i bisogni di gratificazione sociale, psicologica e di sostegno manifestati dai membri dell’organizzazione. Il bisogno che i membri hanno di usare l’organizzazione nella lotta contro l’ansia porta allo sviluppo di meccanismi di difesa socialmente strutturati che appaiono come elementi del modo di funzionare dell’organizzazione stessa.
Questo sistema sociale di difesa dovrebbe preservare il personale ospedaliero, tuttavia dai primi colloqui che l’autrice ebbe con le infermiere, emerse ben presto, il loro alto grado di tensione, disagio e ansia.
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Il lavoro dell’infermiera, come quello dell’intera equipe medica, molto spesso richiede di affrontare lo stress psicologico altrui, pazienti e familiari mostrano infatti sentimenti ambivalenti nei confronti degli ospedali e sovente li manifestano nei confronti del personale ospedaliero, suscitando in questi ultimi forti sentimenti di angoscia. Personalmente credo siano poche le difese istituzionali realmente in grado di aiutare a dissipare l’ansia; esistono difese, definite dalla letteratura psicoanalitica, mature, le quali a mio parere possono rivelarsi più efficaci in questo senso.
Credo sia giusto sviluppare un adeguato distacco professionale per salvaguardare medici e infermieri da un eccessivo coinvolgimento sentimentale, tuttavia quando queste persone si riducono ad essere un insieme di abilità senza individualità, penso che la stima in loro stessi e per la loro professione, a lungo andare, venga meno.
Ridurre al minimo il contatto con il paziente e con la sua malattia fino alla totale eliminazione delle sue caratteristiche individuali forse gioverà all’infermiere o al medico nel momento in cui dovranno praticare loro un intervento invasivo o doloroso, ma quando il loro turno di lavoro sarà finito, sentiranno davvero di aver aiutato una persona o semplicemente di aver svolto correttamente le loro mansioni lavorative al pari di un qualunque impiegato?
Quando la relazione viene usata in maniera consapevole e intenzionale da parte di operatori attenti e preparati, si dimostra potenzialmente curativa sia per il paziente che per il personale ospedaliero. Questa è la sintesi dell’opposto contributo offerto da Allison Hall riguardo al ruolo delle infermiere.
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La Hall ha svolto un master universitario in abilità terapeutiche nel lavoro con bambini e adolescenti, presso lo Scottish Institute of Human Relations. L’autrice sottolinea la natura traumatica del loro lavoro e il loro bisogno di sostegno e individua nella somministrazione di trattamenti invasivi e nell’assistenza al paziente, i due compiti principali di ogni infermiere, intendendo per assistenza, sia quella sanitaria, sia quella che fornisce cure necessarie alla sopravvivenza.
Fortunatamente la mia famiglia ha potuto godere di un simile trattamento. Giuseppe, come accennato precedentemente, è stato periodicamente ricoverato in diverse strutture, nelle quali avvertiva sistematicamente un certo disagio, si sentiva al sicuro solo tra l’equipe ospedaliera dell’Istituto di riferimento.
Il personale infermieristico, pur lavorando su turni, tendenzialmente era sempre lo stesso, così come anche gli operatori socio sanitari, entrambi conoscono e chiamano i pazienti con il loro nome proprio e insieme ai dottori danno ai pazienti rigorosamente del tu. Medici e personale dell’intero reparto di oncologia hanno sempre un sorriso per tutte le persone ricoverate, gli infermieri sono disponibili al dialogo e si interessano alla salute e all’umore dei pazienti.
In giugno, quando ormai era in fase terminale, i medici optarono per un ricovero domiciliare. Il ricovero domiciliare è differente dalla semplice assistenza domiciliare, il malato è ufficialmente un paziente dell’ospedale ma non è ricoverato in reparto. Tale servizio viene effettuato all’interno della circoscrizione territoriale di competenza dell’ospedale e prevede la visita domiciliare del medico curante tre volte a settimana, la visita domiciliare di un infermiere, sempre lo stesso, a giorni alterni e la reperibilità di entrambi 24 ore su 24.
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I medici sono stati estremamente onesti, non hanno mai parlato di morte in termini effettivi, ma non ci hanno mai lasciato l’illusione che potesse finire diversamente, pensandoci a posteriori ora so che molto probabilmente loro sapevano giorno dopo giorno cosa sarebbe successo, conoscevano perfettamente il decorso della malattia, era per noi una novità, ma non per loro.
Inizialmente continuò con la sua solita terapia, ma ben presto cominciò la cosiddetta terapia del dolore. Credo che in fondo l’unica cosa che abbiamo potuto fare per lui è stata proprio quella di aiutarlo ad affrontare la morte nella maniera più dignitosa possibile. Giuseppe faceva un uso così massiccio della negazione al punto di non avere mai chiamato la malattia con il suo vero nome. A seguito del ricovero domiciliare, negli ultimi due mesi era spesso triste con un’aria pensierosa, a volte sembrava rassegnato, mentre a volte era pieno di entusiasmo e progetti per il futuro. Io e la mia famiglia vivevamo il suo entusiasmo per il futuro con un senso di estrema frustrazione.
Il tumore negli ultimi mesi si era esteso alla mascella e per tale motivo i medici hanno vagliato l’ipotesi di un’eventuale operazione, ma dopo una serie di accertamenti hanno scartato questa ipotesi optando per una radioterapia che potesse in qualche modo “tamponare” la situazione. La lista d’attesa era piuttosto lunga e nel frattempo la sua condizione di salute peggiorava, ma la sua fiducia in questo nuovo trattamento gli consentiva di non arrendersi.
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Quando arrivò il giorno in cui dovette iniziare la radioterapia, pur avendoci comunicato che non sarebbe servita a nulla, i medici gli hanno ugualmente permesso di farla e lo hanno sostenuto emotivamente durante il corso del trattamento. Tale trattamento lo ha costretto a recarsi in ospedale tutti i giorni per dieci giorni e di conseguenza ad uscire di casa, a lavarsi, vestirsi e impiegare del tempo diversamente e questo lo faceva sentire un po’ meno malato. Diceva di stare bene, nonostante gli effetti collaterali e i tremendi dolori che era costretto a dover sedare, era talmente convincente che anche i dottori si stupivano della sua forza e del suo aggrapparsi al quel poco di vita che rimaneva.
Dico “quel poco di vita che rimaneva”, perché sapeva di avere poco tempo. Parlava molto con me e spesso accennava alla sua morte imminente. Non sono stata un “buon contenitore”, l’argomento mi terrorizzava, ma nonostante ciò non ignoravo i suoi tentativi. Una sera, mentre fumavamo una sigaretta in balcone mi disse: “Divertiti. Divertiti più che puoi, perché la vita è adesso” e aggiunse subito dopo: “mentre la vecchiaia è una carogna!” , credo che quello fu uno dei suoi tanti tentativi di comunicare la sua consapevolezza; gli risposi: “Non ti preoccupare, lo sai che so divertirmi, guarda che buon esempio che ho!” alludendo a lui. Rise, mi mise una mano sul ginocchio e mi disse soddisfatto che non rimpiangeva nulla di ciò che aveva fatto nella vita e accennò brevemente qualche episodio come se volesse fare un sunto della sua esistenza.
Morì la settimana successiva, con la moglie e le sue due figlie accanto, le chiamò e assicuratosi che fossero li con lui, si abbandonò alla morte.
L’onestà e l’umanità mostrata dall’equipe medica hanno dato a me e agli altri membri della mia famiglia l’opportunità di ritagliare per ognuno di noi dei momenti unici da vivere con lui. Tale atteggiamento da parte dei medici non ha aiutato solamente lui, ma è servito anche a noi affinché prendessimo coscienza pian piano di ciò che stava per accadere.
Sono grata all’ospedale e ai dottori per la sensibilità mostrata, credo che una difesa come la spersonificazione, citata tra le altre dalla Menzies, possa risultare per i familiari tremendamente irritante. E’ orribile percepire che la morte di una persona amata, è per coloro che la curano, la morte di un numero. L’interesse da parte del medico per la totalità della persona e per i suoi aspetti vitali, oltre a quelli legati alla malattia, infonde nel malato e nei parenti un maggiore senso di fiducia nelle abilità del dottore e una maggiore autostima per averlo scelto.
Come la Percezione dello Sguardo altrui cambia il nostro Comportamento
Leggendo “Il Signore Degli Anelli” tutti ci siamo chiesti “Ma veramente il grande nemico è un occhio gigante?” Ebbene sì. Uno sguardo può essere più severo di mille parole. Ma oggi sappiamo che anche un simulacro di sguardo umano basta per farci rigare dritto!
Da piccoli siete mai stati fulminati con lo sguardo dalla mamma mentre stavate compiendo qualche marachella? Improvvisamente il corpo si irrigidisce, un non ben definito senso di imbarazzo pervade il corpo e in pochi istanti cessiamo di fare quello che stavamo facendo. Tutti quanti siamo più inclini a violare le regole quando non siamo osservai. Chi non ha mai giocato al famoso suona e scappa quando nessuno lo poteva vedere? Thomas Jefferson probabilmente aveva in mente una situazione simile quando scrisse “Quando fai qualcosa, agisci come se tutto il mondo ti stesse guardando” (Van der Linden, 2011).
Se tutti più o meno conosciamo già questo potere dello sguardo degli altri, oggi, grazie a una ricerca condotta dal gruppo di ricercatori dell’Università di Newcastle, sappiamo che per farci sentire come se tutto il mondo ci stesse guardando e farci così cambiare in meglio il nostro comportamento basta l’immagine di due occhi che ci fissano su un manifesto (Ernest-Jones & al. 2011).
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Il gruppo di ricerca ha condotto questo esperimento grazie all’aiuto inconsapevole dei colleghi, dei quali per 32 giorni consecutivi hanno registrato i “comportamenti di pulizia”, ovvero riportare il vassoio sporco nell’apposito carrello, mentre erano alla mensa principale dell’Università. Per poter determinare l’effetto degli occhi sul comportamento i ricercatori hanno affisso a giorni alterni al livello degli occhi dei commensali differenti manifesti, con o senza una scritta corrispondente, raffiguranti volti femminili o maschili, oppure raffiguranti cose diverse come un mazzo di fiori. Dall’esperimento è emerso che quando sulle pareti c’erano manifesti raffiguranti occhi, rispetto a fiori, il doppio delle persone puliva il tavolo al termine del pasto. Inoltre è emerso che, quando nella mensa c’erano poche persone, tale effetto era indipendente dalla presenza o meno sul poster di un messaggio esplicito di pulizia, suggerendo che forse le istruzioni verbali possono aumentare comportamenti di cooperazione solo in contesti affollati.
L’esperimento di Ernest-Jones e colleghi si inserisce in una lunga tradizione di studi svolti in laboratorio volti ad indagare e stimolare la cooperazione fra gli esseri umani. Già negli anni settanta Robyn Dawes e colleghi hanno dimostrato come la presenza di altre persone in una stanza tende ad avere un effetto positivo (in senso altruistico) su soggetti che dovevano risolvere un dilemma di natura sociale (Reid, K.H. & Dawes, M.R. 2001).
Più recentemente Ekström ha pubblicato un interessante lavoro su una rivista di economia dimostrando nuovamente il potere degli “occhi disegnati” anche fuori dal laboratorio. Infatti ha condotto uno studio in un supermercato Svedese per vedere se una semplice immagine di occhi fosse in grado di influenzare la generosità dei clienti alle prese con comune problem solving (Ekström; 2011). In Svezia, come negli USA, tutti coloro che riciclano lattine e bottiglie portandole nelle “macchine per il riciclo” dei centri commerciali, ricevono un compenso in denaro. Solitamente accanto a queste macchine ci sono delle scatole che invitano a lasciare una donazione in favore di organizzazioni caritatevoli. Per condurre l’esperimento Ekström, ha posizionato sulle macchine di 38 supermercati per 12 giorni consecutivi delle immagini di occhi umani, valutando così le scelte fatte da ben 16775 persone. Dall’analisi dei dati non è emerso un effetto generale dell’immagine, tuttavia correlando i dati con il giorno di raccolta dei dati è emerso un aumento del 30% nelle donazioni nei giorni in cui l’affluenza di persone al supermercato era minore.
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Questi risultati mostrano chiaramente come sottili stimoli sociali, social cues, sono in grado di indurre comportamenti positivi nelle persone, tuttavia la potenza di questi stimoli cambia molto in base al contesto e soprattutto tende a essere nulla in presenza di stimoli sociali più forti.
Questi innovativi esperimenti hanno permesso di scoprire che il naturale sistema di rilevamento degli sguardi, congenito in tutti noi e nato soprattutto per individuare i nemici in agguato, può essere attivato anche da un “simulacro” di occhi umani (Van der Linden, 2011). Interessante scoperta se ci pensiamo: invece di appendere cartelli con la scritta “vietato calpestare l’erba” o “non scrivere sui muri” si potrebbero semplicemente apporre tante foto di occhi accigliati che fulminano tutti i trasgressori…proprio come faceva la mamma!
Marketing & Psicologia: Pubblicità tarate sui tratti di Personalità.
– Rassegna Stampa –
I pubblicitari investono una gran quota di energie per focalizzare le campagne pubblicitarie su specifici target demografici. Ad ogni modo, è evidente che all’interno di ciascuna categoria demografica esistano differenze individuali che possono influire su atteggiamenti e comportamenti di consumo. Un nuovo studio pubblicato su Psychological Science evidenzia come le operazioni di marketing possano essere di gran lunga più efficaci se targettizzate su specifici profili di personalità dei potenziali consumatori.
I ricercatori hanno reclutato 324 individui e hanno costruito ad hoc 5 tipologie di pubblicità di un telefono cellulare, ognuna delle quali pensata in funzione di uno dei 5 maggiori tratti della personalità secondo il modello del Big Five: estroversione, amicalità, coscenziosità, stabilità emotiva e apertura all’esperienza.
Le pubblicità contenevano una foto di un cellulare con a fianco un breve paragrafo di testo progettato in funzione di ciascun tratto di personalità: ad esempio, il messaggio studiato per soggetti con bassa stabilità emotiva, puntava su qualcosa come: “Stai tranquillo e al sicuro con il tuo Xphone“.
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Ai partecipanti è stato in seguito chiesto di valutare l’efficacia della pubblicità loro presentata con domande self-report quali “ho trovato la pubblicità persuasiva” o “Comprerei il prodotto dopo aver visto questa pubblicità”.
I dati confermano l’ipotesti di partenza: le pubblicità vengono percepite come più persuasive ed efficaci nel momento in cui sono coerenti con il tratto di personalità rilevante; anche se il prodotto presentato è lo stesso, il suo valore soggettivo cambia in modo significativo in funzione della corrispondenza tra messaggio testuale e il tratto di personalità del potenziale fruitore.
La ricerca ha ampie implicazioni per lo sviluppo di strategie pubblicitarie e comunicative basate su messaggi targettizzati su differenze individuali di personalità. Oltre alla pubblicizzazione di prodotti, la riflessione può essere utile anche ai fini delle strategie di diffusione e promozione di consapevolezza negli ambiti più svariati, dalla salute alla responsabilità ambientale e civica.
Uno degli elementi più difficili da gestire in terapia sono i Cicli interpersonali attivati dai pazienti. Questa difficoltà aumenta significativamente durante il trattamento di pazienti con disturbi di personalità e saper trasformare i cicli interpersonali del paziente in una risorsa utile alla terapia è particolarmente importante, ma non sempre semplice. Ne abbiamo parlato con il prof. Dimaggio nel corso dell’ultima parte dell’intervista:
(State of Mind) Cicli interpersonali vs. schemi interpersonali. Quanto è importante secondo lei dividere gli interventi basati sugli schemi interpersonali da quelli sui cicli interpersonali?
(Dimaggio) Questo è un argomento a me carissimo. Probabilmente il problema è il risultato di un difetto del libro “I disturbi di personalità. Modelli e trattamento”, lo dico con fare autocritico. Non sono in grado di dire se dipende dal modo in cui il libro è stato scritto o da come è stato letto Certo è che ho notato come molti allievi che hanno studiato il libro, a partire da lì tendevano ad intervenire direttamente sui cicli interpersonali. Intendiamoci: il concetto di ciclo interpersonale è preziosissimo. Una dimensione centrale nella TMI è la costante attenzione, modulazione, monitoraggio e metacomunicazione sulla relazione terapeutica. Ovvero tutto quello che facciamo avviene costantemente con un terapeuta immerso nella riflessione sulla relazione terapeutica, sentendosi parte in causa, co-costruttore di un mondo relazionale, però capace di monitorare quello che accade e di uscire dal ciclo interpersonale per generare un funzionamento migliore.
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Quindi “ciclo interpersonale” è un costrutto di enorme utilità e tuttavia nelle prime parti della terapia metto in guardia i terapeuti in formazione dall’utilizzarlo per spiegare al paziente il suo malfunzionamento. Il ciclo interpersonale deve servire al terapeuta per capire il processo che avviene in seduta. Ovvero: “In che modo io sto contribuendo con il paziente a potenziare modalità relazionali disfunzionali attive nel qui ed ora della relazione terapeutica”. Questo soprattutto facendo attenzione al contributo del terapeuta nel peggiorare o mantenere le cose, assumendo ovviamente che il peso della psicopatologia nel determinare il ciclo è enorme.
Quando il focus si sposta invece sulla mente del paziente, ragionare in termini di ciclo interpersonale, come ho visto fare a tantissimi mie allievi o allievi di colleghi, secondo me rischia di diventare iatrogeno, soprattutto se fatto prematuramente. Questo perché si tratta sostanzialmente di dire al paziente che contribuisce a causare i problemi di cui soffre. Questo genera colpevolizzazione, perché è come dire al paziente: “Te la vai a cercare”, facendo sentire il paziente giudicato. Interventi del genere frequentemente generano un potenziamento dell’immagine negativa di sé, che a sua volta può generare depressione o ostilità. Il terapeuta viene così facilmente costruito come un giudice critico, dominante, ostile, e via dicendo, per cui penso che bisognerebbe davvero evitare, per lunghe fasi di trattamento, di far notare al paziente che in qualche modo la sofferenza è generata – in parte – dalle reazioni che il paziente stesso elicita negli altri.
Mentre invece un intervento molto più importante che, per quanto modellizziamo, andrebbe fatto rigorosamente prima dell’interpretazione del ciclo, è quello di aiutare il paziente a capire che soffre a causa di schemi. Ovvero non di ciò che fa fare agli altri o di ciò che altri gli fanno, ma di come legge le cose.
Quando il paziente è stabilmente consapevole di essere guidato da schemi, per esempio che soffre così tanto non per aver costretto il partner ad abbandonarlo, ma per avere uno schema cronico di abbandono; oppure non perché si sente ostracizzato o sfidato dai colleghi perché lui per primo li sfida, ma perché ha un tema cronico di percezione degli altri come ostili e dominanti, bene, solo a quel punto si può cominciare a suggerire: “Guardi, a partire da questo tema di vita – e noi vogliamo che lei se ne liberi per vivere una vita più leggera, realizzata e più in linea con i suoi piani – le azioni che lei compie possono evocare negli altri reazioni che le provocano dolore”.
Interventi di questo tipo però vengono fatti in fasi molto avanzate del trattamento, quando il paziente sa già che soffre per il modo in cui percepisce gli altri, e cosa ancora più importante il paziente ha avuto accesso a modalità sane e alternative di esperienza. Detto in termini semplici: “Guardi, vede come quando riesce a contattare questi aspetti sta meglio, funziona meglio e gli altri rispondo diversamente. Ora capiamo che quando invece si comportava nei modi usuali, gli altri non le rispondevano in maniera altrettanto felice”. È un intervento che si rivolge ad un paziente che ha già un’identità, in parte, nuova e più sana, un punto di vista più limpido dal quale poter osservare le sue disfunzioni.
(State of Mind) Qual è la probabilità, il rischio, che anche usando questa tecnica il paziente si colpevolizzi?
Allora, direi che non è un rischio, ma piuttosto una cosa che accade spesso. In un certo senso è un effetto previsto dell’intervento quando si mostra al paziente che nel suo mondo interno c’è uno schema che non va. Diciamo che è inevitabile. Quello invece che cerchiamo di fare è un intervento a due livelli. Intanto la formulazione dello schema, questa è una cosa sulla quale insisto moltissimo, non va fatta dal vertice della patologia. Cioè: “Lei ha una cosa disfunzionale”. Al contrario, io parto sempre dall’accesso al desiderio: “Lei desidera realizzare quello, si aspetta che gli altri reagiscano così e a causa di questo tende a cadere. La terapia tenta di darle una luce nuova nella vita”. Essenzialmente la riformulazione la faccio così. Questo già di suo dà speranza, è progettuale, proattivo, rinforza l’agency e quindi genera un’attitudine positiva verso la terapia.
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Già il modo in cui viene riformulato lo schema non è “Lei soffre, ha una tendenza a…”, ma “I suoi desideri sono ostacolati dalla percezione che… che bello sarebbe trovare delle strategie per liberarsi da queste aspettative negative per poter realizzare i propri obiettivi di vita”. È tutta un’altra cosa e un terapeuta TMI esperto, dopo tanto allenamento e osservazione, un intervento di questo tipo, con pazienti a discreto funzionamento metacognitivo, può farlo addirittura in una sola seduta.
Tuttavia in ogni caso parallelamente anche il terapeuta più bravo, sensibile ed esperto sta veicolando inevitabilmente un messaggio che rinforza gli schemi negativi del paziente. Con i disturbi di personalità di fatto accade sempre. Quello che dico sempre scherzando a lezione è: con i disturbi di Asse I fai la cosa giusta e il paziente migliora, con i disturbi di Asse II fai la cosa giusta e il paziente ti sta male da un’altra parte.
Allora quello che si fa, e questa è la componente relazionale, è monitorare costantemente la risposta del paziente e il significato che l’intervento ha a livello relazionale e a quel punto si interviene su quello. Per esempio, tornando all’esempio di prima, il paziente si sente giudicato, il terapeuta nota un segno di intristimento, abbattimento o autocritica e subito chiede: “Scusi, come sta prendendo quello che le ho detto?”. Il paziente potrebbe rispondere: “Guardi, c’è proprio qualcosa di sbagliato dentro di me!”. A quel punto l’intervento è su due livelli: “Sente che io la sto giudicando per quello che ho detto? Ha percepito una nota critica nei suoi confronti?”. Successivamente si può fare uno svelamento “Io in realtà provo l’opposto, provo il desiderio di vederla libero da…”. Oppure si va a lavorare sullo schema attivo nel transfert:
“Caspita che bello, anche qui cercando di capire come uscire dal suo malessere, vede che si è attivata la sua tendenza a giudicarsi e sentirsi giudicato negativamente? La sua valutazione negativa del mondo è difficile che riesca a generarle una speranza, perché subito prende ogni informazione su di sé come prova del suo scarso valore personale. Accidenti, quanto la convinzione di non valere niente è forte dentro di lei! E veramente sarà importante che riusciamo io e lei a lavorare per riuscire a farla stare meglio”.
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Per cui si va a lavorare subito sullo schema attivo nella relazione. Lo schema, quindi, si attiva negativamente a causa dell’intervento del terapeuta, ma diventa subito l’oggetto della riflessione. Il terapeuta MIT è allenato ad essere prontissimo a questo tipo di eventi relazionali.
Importante è che la correttezza dell’intervento non si misura tanto da quanto l’intervento, la riformulazione, fosse teoricamente e tecnicamente corretta.La la bravura del terapeuta in un certo senso, almeno per come la pensiamo noi, è nel monitorare il feedback del paziente all’intervento.
L’intervento funziona quando il paziente da un feedback positivo e il terapeuta è bravo quando si accorge rapidamente del feedback negativo e lavora per correggerlo. Questo è quello che facciamo.
(State of Mind) Un’ultima domanda per gli amanti degli spoiler: sta lavorando ad un nuovo libro che ha definito essere un passo in avanti rispetto a “I disturbi di personalità. Modelli e trattamento”. Ci può dare qualche anticipazione?
Questo miglioramento/passo in avanti in qualche modo è già stato messo per iscritto in una serie di articoli o capitoli di libro. Per esempio nei capitoli sul trattamento che sono presenti nel libro che ho curato con Paul Lysaker, “Metacognizione e Psicopatologia” (Dimaggio, G.; Lysaker, P. 2011). Poi ho accennato a questi concetti in un articolo che ho scritto con i miei colleghi per il Journal of Personality Disorders (Dimaggio et al. 2012) proprio sulle procedure decisionali, articolo apparso in un numero speciale sul trattamento integrato dei disturbi di personalità, e in vari altri scritti pubblicati su diverse riviste internazionali.
Quello che sto facendo adesso, soprattutto con i colleghi del nuovo Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale, Raffaele Popolo, Giampaolo Salvatore è formalizzare ulteriormente tali procedure in un libro sul trattamento integrato per i disturbi di personalità che sto curando con John Livesley e John Clarkin. Mentre invece in italiano stiamo provvedendo a manualizzare gli ultimi sviluppi della TMI e questo lo stiamo facendo sempre con il contributo di Raffaele Popolo, Giampaolo Salvatore e Antonella Montano. Quest’ultima ci sta dando una grande mano nel rendere i concetti chiari e iper-formalizzare il trattamento. Quindi sì, diciamo che siamo in pieni lavori in corso e speriamo che venga fuori un miglioramento rispetto al lavoro del libro sui disturbi di personalità di cui parlavamo prima. Anche perché comunque ci collochiamo in un ambito scientifico, almeno quello che proviamo a fare, per cui un’idea terapeutica sviluppata circa dieci anni fa è plausibile che si sia evoluta. È per questo che continuiamo continuamente a riflettere e capire quello che facciamo per poter raffinare sempre più il modello.Per esempio il mio collega Raffaele Popolo porterà degli esempi alla SITCC anche con Giovanni Ruggiero, al fine di di descrivere delle procedure iterative per trattare proprio i sintomi nel contesto dei disturbi di personalità. La domanda non più semplicemente; “Si cura prima l’asse I o l’asse II?”, ma piuttosto “Come si cura un disturbo di Assi I nel contesto di un disturbo di personalità?”. Come si tratta, per esempio, un disturbo ossessivo compulsivo in un paziente che ha un disturbo evitante di personalità; come si tratta invece se il paziente ha un disturbo dipendente e tratti passivo aggressivi. Stiamo cercando di creare procedure proprio in questo senso e probabilmente nel nuovo libro riusciremo a dare un po’ conto di alcuni di questi sviluppi.
Dimaggio, G., Semerari A. (2003) I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresnetazione, cicli interpersonali. Ed. Laterza
Dimaggio G, Salvatore, G., Fiore, D., Carcione, A., Nicolò, G. & Semerari, A. (2012). General principles for treating the overconstricted personality disorder. Toward operationalizing technique. Journal of Personality Disorders, 26, 63-83.
Cinema – Antonioni e l’Incomunicabilità: alla ricerca di un senso.
Michelangelo Antonioni
“Quando tu, Antonioni, dichiari in un’intervista con Godard: ‘Provo il bisogno di esprimere la realtà in termini che non siano affatto realistici’, tu testimoni una corretta percezione del senso: non lo imponi, ma non lo abolisci. Tale dialettica conferisce ai tuoi film una grande sottigliezza: la tua arte consiste nel lasciare la strada del senso sempre aperta, e come indecisa, per scrupolo. E’ proprio in questo che tu assolvi il compito dell’artista di cui il nostro tempo ha bisogno: né dogmatico, né insignificante”.
Con queste parole, pronunciate da Roland Barthes in occasione della consegna del premio ‘Archiginnasio d’oro’ a Michelangelo Antonioni nel 1980, possiamo provare ad entrare nel mondo di un regista considerato tra i più grandi di tutti i tempi, precursore e inarrivabile indagatore di alcune tematiche psicologiche fondamentali. Su tutte l’incomunicabilità, che Antonioni analizzo’ con la celebre trilogia composta da “L’avventura”, “La notte” e “L’eclissi”.
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Comprendere cosa accade quando le persone si distanziano senza un motivo apparente, quando uomini e donne si scoprono alienati da una realtà penetrata sotto la loro pelle senza comunicare il proprio arrivo, è impresa ardua e da terapeuti non di rado ne abbiamo esperienza. Il potere della parola si rivela limitato, l’analisi dei processi mentali spesso non è sufficiente a generare un reale cambiamento, e i nostri pazienti continuano ad essere sovrastati da emozioni che è difficile definire e ancor di più gestire. Coloro che osservano dall’esterno faticano a ricostruire un senso; il terapeuta si pone perciò l’obiettivo di decodificare il sistema di significati personali del paziente, assumendo la sua prospettiva nel tentativo di collocare i pensieri e le emozioni all’interno del suo peculiare habitus esplicativo.
La poetica di Antonioni fa propria la medesima esigenza, non si accosta all’animo umano suggerendo verità universali, bensì tratteggia i caratteri di una mente, di una relazione, mantenendo come riferimento costante l’ambiente esistenziale ed emotivo nel quale ha preso forma quell’esperienza.
Ne “La notte” Antonioni descrive la parabola di una relazione coniugale che nelle ore che dividono un tramonto dall’alba successiva si scopre svuotata, strappata di senso, priva di autentica speranza. Non ci sono litigi accesi ma silenzi che accrescono il frastuono di una festa, non vediamo alzarsi la tonalità emotiva che semmai si abbandona alla ricerca di una solitudine all’improvviso inevitabile se non addirittura provvidenziale. E assistiamo al lento vagabondare, nella periferia della metropoli, di un personaggio che per ciascuno di noi può essere uomo o donna, giovane o adulto. Il senso aperto, appunto. Non sappiamo, né il film ce lo svela con precisione, quale sia il reale stato d’animo dei protagonisti: si mostrano a noi smarriti, annoiati ma la loro potrebbe essere la rabbia di un fallimento, la tristezza per un progetto esistenziale naufragato, la paura di non riuscire a trovare uno scopo alternativo sul quale elaborare un tema di vita più evoluto.
I personaggi di Antonioni si aprono alla nostra interpretazione attraverso sguardi sottili, dialoghi essenziali e quasi lunari, come i paesaggi della città che si perde nelle sue architetture alienate; gli uomini e le donne dell’incomunicabilità si toccano e si lasciano come per inerzia, alludono al vuoto che li pervade ma non sanno quale forma conferirgli realmente, non sanno come condividerlo affinché diventi meno spaventoso. E’ questa, di fatto, l’incomunicabilità. Ogni protagonista procede lungo un sentiero che lo conduce a smarrire gli elementi fondamentali delle proprie certezze e perde progressivamente contatto con i compagni di viaggio, osservandoli sempre più da lontano mentre a loro volta affrontano interrogativi senza risposta. Antonioni racconta l’avvento di una società complessa, nella quale si moltiplicano i bisogni relazionali e la frustrazione di non riuscire a soddisfarli; l’essere umano si ritrova a fronteggiare compiti evolutivi spesso sfuggenti, poiché accanto all’esigenza di costruire e mantenere una propria individualità emerge la necessità di adattarsi ad un contesto sociale nel quale lo sguardo dell’altro diviene sempre più penetrante.
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Le convenzioni vacillano, i codici comunicativi condivisi devono essere rinegoziati e le relazioni non sono pronte ad accogliere desideri, pulsioni, movimenti un tempo non previsti: e’ il caso della vicenda narrata ne “La notte”. In questa incertezza prende forma una terra di nessuno, all’interno della quale le persone non comprendono cosa sia richiesto loro e quale spazio debbano occupare le istanze più intime, più private. Affiorano nuovi scopi esistenziali ma ancora nebulosi, che si confondono con le strutture precedentemente assunte come pilastri; il conflitto fra dimensione interna ed esterna, bisogni riconosciuti e spinte evolutive più difficili da collocare nel contesto dei sentimenti accettabili, pone l’individuo dinanzi alla necessita’ di comunicare qualcosa che non può ancora congiungersi a parole affidabili.
Il senso e’ ancora prevalentemente emotivo, incostante, alienato da moti contrapposti, la consapevolezza non ancora chiara; la percezione soggettiva induce ad allontanarsi ma ancora bisogna comprendere da chi e per quale ragione. E’ questa l’incomunicabilità di Antonioni, la sua analisi del mondo umano sorto nel periodo più contraddittorio del secolo più sconvolgente, nei significati inconciliabili di un’umanità divisa e confusa, atterrita dalle più grandi tragedie della storia appena consumatesi e trascinata verso un progresso rapido ma disturbante. Nell’opera di questo regista per molti aspetti rivoluzionario osserviamo nitidamente alcuni concetti che sarebbero diventati sempre più centrali nella lettura delle dinamiche umane, su tutti la lotta per superare il disagio contemporaneo di relazioni parziali, convulse, sferzate dalla velocità dei mutamenti sociali e culturali che lasciano indietro il tempo interiore dell’uomo, la sua visione introspettiva, il suo passo talvolta stentato.