expand_lessAPRI WIDGET

Psicoterapia: Il modello ABC: perché dopo l’A si accerta il C

 

Psicoterapia: Il modello ABC: perché dopo l’A si accerta il C. - Immagine: © stevecoda - Fotolia.comL’ABC è una tecnica di formalizzazione sia dell’accertamento cognitivo che del lavoro terapeutico cognitivo. Il termine ABC è di Ellis e si tratta di un sistema per incoraggiare il paziente a comprendere i suoi stessi meccanismi cognitivi di valutazione degli eventi.

ABC è un acronimo, dove A sta per antecedent, B per belief e C sta per consequence. L’antecedent è lo stimolo di partenza, che in terapia è una situazione problematica in cui la sofferenza emotiva si è presentata in maniera particolarmente vivida e concreta. Per lo più si tratta di situazioni: guidare l’auto, parlare in pubblico. I B sono i pensieri, le convinzioni (ovvero, in inglese, i belief) che il paziente ha utilizzato per valutare –positivamente o negativamente- l’antecedent. Infine i C, le consequences, possono essere emozioni o comportamenti, azioni.

L’ABC non è soltanto una tecnica semplice di investigare le basi cognitive del comportamento disfunzionale e delle emozioni dolorose, e di trovare delle alternative positive. L’ABC è anche un oggetto concreto, un foglio suddiviso in 3 colonne verticali, in ognuna delle quali si descrive una delle componenti dell’ABC, come segue:

Il foglio ABC
Il foglio ABC

 

Il foglio ABC va consegnato al paziente, che così familiarizzerà direttamente con lo strumento. Naturalmente il paziente va istruito e guidato a compilare l’ABC in seduta e incoraggiato a usarlo a casa. In questo modo la sua consapevolezza degli stati cognitivi e la sua capacità di leggere le proprie emozioni aumenterà.

Tecniche in Psicoterapia: Le forme dell' ABC. - Immagine: © valdis torms - Fotolia.com
Articolo consigliato: Tecniche in Psicoterapia: Le forme dell' ABC

Ora aggiungiamo dei chiarimenti sulle regole di compilazione dell’ABC. Abbiamo detto che l’A è una situazione. In realtà, è più corretto dire che durante la fase iniziale di familiarizzazione con il paziente è preferibile usare situazioni reali e recenti come A. Ma non è necessario che l’A sia una situazione o un evento esterno. Si può considerare un A anche un evento immaginario, possibile o perfino impossibile; uno stato d’animo interno, un’emozione, un pensiero. Può essere una relazione e può appartenere al passato, al presente o al futuro.

Individuato l’A, si passa a compilare il C. Che dopo l’A si compili il C non è proprio una regola esplicitamente espressa da Ellis, eppure ci sono buone ragioni per sostenere questo suggerimento. In primo luogo possiamo notare che a pagina 60 del manuale di Neenan e Dryden (2006) in cui è esposta in breve la terapia di Ellis, nella sequenza di domande raccomandata dagli autori l’elicitazione dell’emozione e/o del comportamento precede quella del B del pensiero. In secondo luogo lo stesso Ellis (1962) riteneva che la situazione problematica dovesse essere accertata definendo ciò che era evidente, eventi, emozioni e comportamenti, e per ultime andassero analizzati pensieri consapevoli che accompagnano lo stato di malessere. È vero che per la teoria il B precede il C, ma in clinica l’accertamento del C deve precedere quello del B. Che il C venga dopo l’A è l’impressione del paziente, che però va inizialmente rispettata proprio perché in seguito, elicitando il B, emerga in maniera più evidente l’azione mediatrice dei pensieri.

Questo anche perché se si chiedesse il B subito dopo l’A, potrebbe accadere che il paziente non riferirebbe quanto pensato in quel momento, nel momento della sofferenza, ma potrebbe fornire i pensieri più ragionevoli che vengono in mente nella situazione protetta della seduta.

Le 4 domande per elicitare un ABC (Neenan e Dryden, 2006):

1. Qual era la situazione nella quale il problema si è manifestato? (elicitare l’A)

2. Come si è sentito/a? (elicitare il C)

3. Cosa la ha maggiormente disturbato/a in quella situazione? (passaggio al B)

4. Quali cose diceva a se stesso/a e pensava e che hanno determinato il C? (elicitare il B)

Naturalmente, questa sequenza non è per nulla obbligatoria. Nulla ci impedisce di accertate il B dopo l’A se lo preferiamo o lo riteniamo opportuno in quella situazione terapeutica. Per esempio, se riteniamo che il paziente debba in qualche modo distaccarsi da emozioni troppo pervasive, possiamo decidere di trascurare i C e passare direttamente al B. In altri casi si può addirittura partire dai C, se il paziente ha per esempio difficoltà a entrare in contatto con le proprie emozioni.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

  • Ellis, A. (1962) Reason and Emotion in psychotherapy. Secaucus, NJ: Citadel
  • Neenan, M., Dryden, W. (2006). Rational Emotive Behaviour Therapy in a Nutshell. Sage Publications.

L’intelligenza e la preoccupazione evolvono di pari passo

– Rassegna Stampa – 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze PsicologicheSecondo i risultati di uno studio condotto da team di ricercatori provenienti da diverse università newyorkesi l’intelligenza e la preoccupazione (worry) negli esseri umani co-evolverebbero.

Già in un precedente studio i ricercatori avevano dimostrato che l’intelligenza correlava positivamente sia con un alto grado di preoccupazione nei pazienti con disturbo d’ansia generalizzato (GAD), che con un basso grado di preoccupazione nei soggetti sani; inoltre sia la preoccupazione che l’intelligenza mostravano una correlazione inversa con alcuni metaboliti della sostanza bianca sottocorticale. In questo ultimo studio i ricercatori riesaminano le relazioni tra ansia generalizzata, worry, intelligenza e metabolismo della sostanza bianca sottocorticale; a questo scopo i risultati dello studio originale sono stati combinati con i risultati di un secondo studio per creare un campione composto da 26 pazienti con GAD e 18 volontari sani. Tutti i soggetti sono stati valutati con la Penn State Worry Questionnaire, con il Wechsler Brief intelligence quotient (IQ), e la risonanza magnetica con spettroscopia (1H-MRSI) per misurare la concentrazione del metabolita CHO nella materia bianca sottocorticale. Anche in questo caso i risultati vengono replicati: infatti il rapporto tra ansia e l’intelligenza è risultato positivo in pazienti GAD, ma inverso nei volontari sani, inoltre sia la preoccupazione che l’intelligenza sono caratterizzate da deplezione del substrato metabolico nella sostanza bianca sottocorticale.

Ma i ricercatori come spiegano questi risultati? Cioè come è possibile che l’ansia patologica, fino ad ora considerata disadattiva, co-evolva proprio con l’intelligenza, il tratto più adattativo per l’uomo?

In questo studio l’intelligenza è risultata associata a due diversi fenotipi: agli individui con diagnosi di GAD che mostravano un alto grado di preoccupazione patologica e agli individui sani che mostravano un basso grado di preoccupazione.

L’ansia patologica rappresenta una risposta a minacce potenziali, simboliche o estremamente improbabili per rappresentare effettivo pericolo per l’individuo. Mentre un intelligente non ansioso è una persona in grado di stimare realisticamente quando una minaccia è estremamente remota, l’individuo preoccupato non abbandona mai del tutto l’idea del pericolo e di conseguenza adotta modelli comportamentali per evitarlo, limitando il contatto con contesti sociali e situazionali potenzialmente pericolosi. In questo senso la presenza di cognizioni negative volte a prevedere catastrofi evitando attivamente contesti pericolosi rappresenta un fenotipo umano altamente vitale.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

La strada per l’inferno è lastricata di dopamina. Recensione de “I sette peccati capitali del cervello” (by Margriet Sitskoorn)


 

“Se tutti noi ci confessassimo a vicenda i nostri peccati, rideremmo sicuramente per la nostra totale mancanza di originalità.”

(Kahlil Gibran)

La strada per l’inferno è lastricata di dopamina. Recensione de “I sette peccati capitali del cervello” (by Margriet Sitskoorn. - Immagine: Orme Editore
I sette peccati capitali del cervello, di Margriet Sitskoorn. Edizione italiana a cura di Orme Editore

In effetti esistono dei peccati talmente comuni che chi non ne ha commesso uno almeno una volta nella vita…scagli la prima pietra! Avarizia, invidia, superbia, accidia, ira, lussuria e gola non risparmiano proprio nessuno, anche se ognuno avrà la sua personale classifica. Come mai tutti quanti ci lasciamo indurre in tentazione e a volte resistere è così difficile? Forse perché l’uomo è per natura peccatore?

I sette peccati capitali del cervello” è un interessante libro divulgativo, rigoroso dal punto di vista scientifico e con una ricchissima bibliografia, in cui Margriet Sitskoorn con uno stile ironico e divertente illustra gli ultimi studi condotti in campo neuroscientifico, “alla scoperta dei meccanismi che ancorano saldamente i peccati al cervello”.

La nostra sopravvivenza in quanto esseri umani è legata alla soddisfazione di bisogni fisici (mangiare, bere, riprodursi, accumulare beni) e sociali (necessità di appartenere ad un gruppo che ci protegga e aiuti in caso di pericolo). Per assicurarsi che tali necessità vengano soddisfatte il cervello ha a sua disposizione due sistemi efficaci: il piacere provato quando appaghiamo un bisogno – risultato del rilascio di dopamina – e il dolore provato per il mancato soddisfacimento.

“Spilorci dentro” quando l’Avarizia è nel Cervello – Neuroscienze –
Articolo consigliato: “Spilorci dentro” quando l’Avarizia è nel Cervello

Nei peccati capitali ritroviamo i bisogni sopra citati che premono con prepotenza per essere soddisfatti in nome, appunto, della nostra stessa sopravvivenza, e il nostro cervello ci motiva a farlo attraverso i circuiti del piacere e del dolore. Filerebbe tutto liscio se non fosse per alcuni incidenti di percorso.

Il primo riguarda la competitività tra bisogni contrastanti. Se spinti dal desiderio volete portarvi a letto la donna del vostro migliore amico, rischiate l’espulsione dal gruppo, se non peggio. Ne sanno qualcosa Paolo e Francesca, trucidati dal marito di lei che non prese proprio benissimo la scoperta della loro tresca.

Il secondo problema riguarda l’edonismo a breve termine: l’appagamento immediato risulta più attraente di quello che si potrebbe avere in un secondo momento. Come non lasciarsi tentare da un gustoso hamburger Royal con formaggio anche se non dovremmo? Racchiude in sé quella combinazione perfetta di grassi, sale e zucchero un tempo indispensabile ai nostri antenati per la sopravvivenza e lo sviluppo corporeo (Kessler, 2010), ed ogni boccone è una meravigliosa scarica di dopamina e di oppioidi; un autentico piacere di breve durata che ci spinge a volerne ancora, non più per soddisfare la fame, ma per la voglia di provare nuovamente piacere. Nessuno pecca con un piatto di fagiolini: non agisce in maniera altrettanto potente sul sistema degli oppioidi.

Il terzo problema sono i bisogni che continuano ad esigere soddisfazione anche quando non sono più indispensabili alla sopravvivenza. Se accumulare beni poteva essere utile ai tempi dei nostri antenati con la clava, oggi la sovrabbondanza non lo rende più necessario; eppure accumulare stimola il circuito del piacere e spinge a volere sempre di più, sempre di più, sempre di più.

Infine, la possibilità di soddisfare la maggior parte delle nostre necessità da soli ci spinge ad essere maggiormente inclini all’individualismo e più sensibili all’accidia sociale.

Il peccato quindi pare essere fortemente radicato nel nostro cervello, sostiene la Sitskoorn, perché strettamente legato ai meccanismi di piacere/dolore che motivano e orientano i nostri comportamenti. Grazie tante cervello! Siamo quindi destinati alla dannazione eterna?! Ma no, non abbandonate ogni speranza! Esistono delle abilità e qualità in grado di sottrarre le nostre azioni al controllo diretto del piacere e del dolore come, per esempio, una buona capacità di decision making, l’abilità di immedesimarsi negli altri, di adottare un comportamento prosociale e l’autoriflessività.

Queste capacità sono legate all’attivazione di aree anteriori del neocortex, quella parte di cervello che dal punto di vista evolutivo si è sviluppata più di recente e che è in grado di influenzare e modulare i circuiti cerebrali più primitivi, come i sistemi del dolore e del piacere.

Peccatori, le fiamme dell’inferno vi attendono e la via per la salvezza è una sola: sviluppate il più possibile la vostra corteccia prefrontale!

 

 

BIBLIOGRAFIA:  

Habit Reversal Training (HRT): del mettersi le dita nel naso e altre amenità

  •  HABIT REVERSAL TRAINING (HRT) 

Habit Reversal Training (HRT): del mettersi le dita nel naso e altre amenità. - Immagine: © Eugenio Marongiu - Fotolia.comNei giorni scorsi ha impazzato sul web un video in cui compare il calciatore spagnolo Iker Casillas , talentuoso portiere del Real Madrid e della Nazionale spagnola, che poco prima di un match di Champion League si infila distrattamente un dito nel naso e poi, con la stessa mano utilizzata per la discutibile ispezione, accarezza la guancia del bambino che lo sta accompagnando in campo. Un video tutto sommato piuttosto banale, ma che ha riscosso talmente tanto successo in termini di click da essersi guadagnato un posto di rilievo persino sulle homepage dei maggiori quotidiani nazionali.

Le ragioni del clamoroso successo di prodotti dozzinali incuriosiscono sempre, anche se ormai non sorprende più che il trash si trasformi inspiegabilmente in tormentone; ma cos’è che rende così intrigante guardare un personaggio noto che si scaccola il naso? Le interpretazioni possono essere tante, gravide di sfumature psicologiche.

10 Tecniche per aumentare la Motivazione e la forza di volontà. - Immagine: © puckillustrations - Fotolia.com -
Articolo consigliato: 10 Tecniche per aumentare la Motivazione e la forza di volontà.

Da un parte si attiva forse una sorta di compiacimento sadico nel vedere una stella del jet set in disarmo: lo spettatore, abituato com’è ad ammirare (e invidiare) l’aura glamour dei personaggi famosi, vive un momento di compiaciuto riscatto nel vederli finalmente un po’ ridicoli e svergognati dalla rivelazione di debolezze e piccoli vizi. Anche loro nei panni di comuni esseri umani, insomma.

D’altra parte invece, per chi non è avvelenato da cattivi sentimenti e mantiene un rispetto reverenziale nei confronti dei propri idoli, c’è forse la sensazione di essere in qualche modo legittimati a rivendicare un comportamento di cui tutto sommato non si è particolarmente fieri: della serie, che bisogno c’è di vergognarsi nell’appiccicare il proprio moccio sotto tutti i tavoli e le sedie che si hanno a tiro, se verosimilmente lo fa addirittura uno figo come Casillas?

Per chi invece resta dell’idea che le dita nel naso non siano esattamente il meglio e desidera modificare un’abitudine percepita come imbarazzante, interviene la psicoterapia cognitivo-comportamentale, che non manca di proporre una soluzione ad hoc persino in questo campo: si tratta della cosiddetta Habit Reversal Training (HRT), un trattamento pensato per quei comportamenti che non necessariamente rientrano nel firmamento dei disturbi psicopatologici veri e propri, ma che ugualmente possono infastidire per la loro natura di automatismi un po’ intrusivi e difficili da controllare.

Mangiarsi le unghie, stuzzicarsi continuamente le ciocche di capelli, digrignare i denti e mordicchiarsi le labbra, balbettare o reiterare tic nervosi, fino alla rhinotillexomania (leggi: dita nel naso) sono tutti comportamenti target di questo intervento, che nasce suddiviso in quattro componenti principali:

  • Motivazione al cambiamento (non crede sia in qualche modo controindicato farlo in continuazione quando è in mezzo alla gente?). 
  • Lavoro sulla consapevolezza (mi dica quante ne ha appiccicate in giro oggi, con che frequenza e in quali momenti della giornata). 
  • Il rinforzo dei comportamenti incompatibili (quando le viene da infilarsi il dito nel naso, provi piuttosto a sfogliare una rivista). 
  • Generalizzazione: che prevede l’estensione alla vita di tutti i giorni degli esiti delle esercitazioni in terapia.

Eppure, malgrado il tentativo di medicalizzare anche questo innocente retaggio dell’infanzia, da una ricerca effettuata da Jefferson et Coll e finalizzata a indagare il potenziale disagio sociale legato alla rhinotillexomania, è emerso che ben il 91% del campione dichiara candidamente di mettersi le dita nel naso tutti i giorni, che il 75% è convinto che chiunque altro lo faccia, e che solamente due soggetti (lo 0,8%) sostiene che il fatto di scaccolarsi interferisca in qualche modo con le proprie attività quotidiane.

Insomma, con queste premesse sembra improbabile che il disturbo, pur con la sua etichetta altisonante e il biasimo sociale che lo circonda, possa trovare un suo spazio nell’imminente DSM V.

Staremo a vedere…

 

 

BIBLIOGRAFIA:  

  • Jefferson J.W., Thompson T.D., (1995) Rhinotillexomania: psychiatric disorder or habit? Journal of Clinical Psychiatry, 56(2): 56-59
  • Azrin N.H., Nunn R.G. (1973) Habit reversal: a method of eliminating nervous habits and tics. Behaviour Research and Therapy, 11, 619-628
  • Woods D., Miltenberg R (Eds) (2001) Tic disorders, trichotillomania and other repetitive behaviours disorders: behavioural approaches to analysis and treatment. Boston, MA:Kluwer

Behavioral Inhibition and Child Anxiety #4

 

READ THE OTHER ARTICLES OF THIS SERIES

Behavioral Inhibition and Child Anxiety #4 - Immagine: © kyoko - Fotolia.comIn the previous installment of this series I discussed retrospective studies that suggested a link between early behavioral inhibition (BI) and the later development of social anxiety symptoms and social phobia. I also emphasized that these findings must be interpreted with caution because of the inherent limitations in retrospective methodologies. Now I will discuss research that has been conducted using other methodologies.

Biederman, Hirshfeld-Becker, Rosenbaum, Hérot, Friedman and Snidman (2001) used a cross-sectional design to examine the association between BI and social anxiety disorder in 216 children between two and six years of age. Behavioral inhibition was measured using standard laboratory observations and child diagnostic assessments were Overall 152 children were uninhibited and 64 were inhibited; social anxiety disorder was significantly more likely to be found in inhibited children (17%) than in uninhibited children (5%). While this study demonstrates an association between social anxiety and BI, it does not speak to a predictive relationship.

Parents' words and anxiety disorders
Recommended: Parents' words and Anxiety Disorders.

In addition to cross-sectional design, longitudinal investigations have examined the predictive association between BI using a laboratory assessment and later social anxiety disorder. Schwartz, Snidman and Kagan (1999) assessed 79 participants at 24 months of age for BI in a laboratory setting. The children were then assessed at 13 years of age using a standardized diagnostic interview. The results showed a significant association between the classification of early inhibited temperament and later generalized social anxiety. Of the adolescents who had been inhibited as infants, 61% had current social anxiety compared to 27% of those who had been uninhibited. Interestingly, child behavioral inhibition was not significantly associated with later specific fears, separation anxiety, or performance anxiety.

The effectiveness of video feedback - Immagine: © piumadaquila.com - Fotolia.com -
Recommended: The Effectiveness of Video-Feedback Therapy

While BI and anxiety disorders have been shown to be associated in the literature, research has shown that psychosocial factors generally associated with anxiety are not associated with BI.

Hirshfeld-Becker, Beiderman, Faraone, Segool, Buchwald, Rosenbaum (2004) examined the association between BI and various psychosocial factors found, in past literature, to be associated with the development of anxiety disorders. Behavioral inhibition was assessed in a laboratory setting. Psychosocial factors in the children (n = 200) of parents with panic disorder and/or major depression were compared to those factors in children of healthy control parents (n = 84). Interestingly, there was no association found between BI and family intactness, conflict, expressiveness, cohesiveness, gender, birth order or exposure to parental psychopathology.

These results suggest that various psychosocial factors which have been previously associated with anxiety do not explain the association between anxiety disorders and BI.

 

 

BIBLIOGRAPHY: 

Neuroscienze: le Motivazioni capovolte nel cervello dei mancini.

– Rassegna Stampa – 

La dominanza manuale può determinare l’organizzazione delle tendenze motivazionali delle emozioni nel nostro cervello secondo un nuovo studio pubblicato su PLoS ONE.

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze PsicologicheAvvicinamento e allontanamento da stimoli fisici o sociali rappresentano tendenze all’azione, e cioè componenti motivazionali delle emozioni stesse. Da sempre in letteratura si è affermato come la tendenza all’avvicinamento fosse elaborata dall’emisfero sinistro, mentre la tendenza all’allontanamento da quello destro. Certamente questa solidità si fondava su molteplici studi sperimentali  di neuroscienze: tutti su soggetti destrimani!

Lo studio di Brookshire e Casasanto rovescia letteralmente la prospettiva: utilizzando la tecnica elettroencefalografica hanno confrontato l’attività elettrica cerebrale dei partecipanti destrimani e mancini nell’emisfero destro e sinistro in una fase di riposo (senza alcun compito).

Corpi diversi, Menti diverse: the Body-Specificity Hypothesis
Articolo consigliato: Corpi diversi, Menti diverse: the Body-Specificity Hypothesis

Dopo tale misurazione i soggetti hanno completato un self-report che misurava il livello di tendenza all’avvicinamento. Nei destrimani un più elevato livello di motivazione all’avvicinamento era associato a maggior attività elettrica nell’emisfero sinistro rispetto al destro, mentre l’opposto è stato rilevato nei mancini: una maggior motivazione all’avvicinamento correlava con attività elettrica più intensa a carico dell’emisfero destro rispetto al sinistro.

La maggior parte delle funzioni cognitive, a differenza di quelle motorie, non subisce particolarmente l’effetto della lateralizzazione manuale: basti pensare al linguaggio, fedelmente ancorato all’emisfero sinistro nella maggior parte di destrimani e mancini.

A partire dalle osservazioni scientifiche secondo cui le persone tenderebbero ad utilizzare più la mano dominante nelle di azioni di avvicinamento e la mano non dominante nelle condotte di allontanamento e repulsione si fonda l’aspettativa di conferma di tale ipotesi scientifica effettivamente verificata poi nello studio. Infatti, la tendenza all’avvicinamento sarebbe prerogativa dell’emisfero che controlla la mano destra nei destrimani (il sinistro) e la mano sinistra nei mancini (il destro): i dati non rimandano tanto a una simpatica coincidenza quanto portano a speculare su un possibile legame tra circuiti neurali che controllano il movimento delle mani e le emozioni, in una prospettiva di stretta connessione tra emozione, (cognizione) e azione.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

La Terapia Metacognitiva (MCT): intervista con il Prof. Adrian Wells

 

 

 

In esclusiva per State of Mind: una breve intervista rilasciata dal Prof. Adrian Wells sulle caratteristiche della Terapia Metacognitiva (MCT).

LEGGI L’INTERVISTA ORIGINALE IN INGLESE.

La Terapia Metacognitiva (MCT): intervista con il Prof. Adrian Wells.
Prof. Adrian Wells

1. Gentile Prof. Wells, ci può delineare le caratteristiche fondanti della Teoria Metacognitiva e del suo approccio terapeutico ai disturbi psicologici?

La teoria metacognitiva dei disturbi psicologici si fonda sul principio che la maggior parte dei disturbi/o psicologici è causata da uno schema di pensiero ampliato (extended thinking). Questo schema è chiamato Sindrome Cognitivo-Attentiva (Cognitive Attentive Syndrome – CAS). Si compone di catene di pensieri verbalizzati nella forma di preoccupazione (worry) e ruminazione, uno schema che concentra l’attenzione su minacce e strategie di coping che porta ad effetti paradossali. Invece di fermare il pensiero negativo, lo amplia.

La Sindrome Cognitivo-Attentiva (CAS) è spinta da credenze di fondo riguardo al pensiero che ricadono dentro due categorie di credenze: positive (es. Mi devo preoccupare allo scopo di farcela) e credenze negative (es. certi pensieri sono pericolosi).

La terapia metacognitiva si concentra sul rimuovere la CAS in risposta ai pensieri ed esperienze negative stimolando la consapevolezza di questo processo e promuovendo un controllo selettivo di dello stesso. In questo modo si mettono in discussione le credenze metacognitive. Alla fine del trattamento i pazienti sono più flessibili nelle loro risposte ai pensieri negativi e meno dipendenti dagli schemi mentali consolidati e controllo cognitivo come strategia di coping delle esperienze emozionali.

 

2 Quali sono le principali differenze con i precedenti approcci della CBT?

Wells: Terapia Metacognitiva dei disturbi d'Ansia e della Depressione. Recensione a cura di Gabriele Caselli. - Immagine: Eclipsi Editore
Articolo consigliato: Recensione di Terapia Metacognitiva dei disturbi d’Ansia e della Depressione. (A. Wells)

La MCT è radicalmente diversa dalle prime CBT (Cognitive-Behavioral Therapy). Innanzitutto al cuore della teoria c’è l’idea che i pensieri non sono così importanti. E’ la reazione delle persone a quei pensieri ciò che conta. Questo messaggio è l’opposto di quello della CBT, dove i pensieri negativi automatici sono centrali nei disturbi.

La MCT è anche diversa in quanto si concentra sugli stili di pensiero e regolazione mentale piuttosto che sul contenuto dei pensieri. Non opera dei controlli di realtà sui pensieri o sulle credenze generali riguardo se stessi e il mondo. Il focus nella Terapia Metacognitiva è ridurre la  Sindrome Cognitivo-Attentiva (CAS). Infatti l’azione stessa di indagare e mettere in discussione i pensieri può esser vista come analoga alla CAS: è un’altra forma di pensiero ampliato e non produce direttamente quel tipo di cambiamento metacognitivo ritenuto necessario nella MCT.

Nella MCT le credenze sono al centro del trattamento ma solo quelle metacognitive e non gli altri “schemi”. Questi altri schemi sono visti più che altro come attivatoori della CAS o come il risultato di quel processo e considerati quindi “epifenomeni”.

Naturalmente la CBT è polimorfa e ingloba continuamente concetti da altri modelli teorici e tecnici. La CBT ha iniziato a impiegare alcuni principi della terapia metacognitiva. In questo senso il problema è che i confini sono confusi e diventa difficile definire appropriatamente cosa è la CBT. Inoltre, combinare le terapie della CBT con quelle della MCT rischia di risultare problematico dal momento che sono fondate su posizioni divergenti riguardo come il paziente dovrebbe confrontare e gestire i propri pensieri. Ho descritto i principi e le tecniche della MCT e come queste differiscono dalla CBT tradizionale nel mio recente manuale: Metacognitive Therapy for Anxiety and Depression, edito da Guilford Press ed è disponibile in italiano edito da Eclipsi: Terapia Metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione.

 

3. Il concetto di metacognizione è utilizzato da diversi approcci che ne evidenziano differenti aspetti (ad es. capacità di autoriflessione, mentalizzazione, empatia). Cosa ne pensa di queste concettualizzazioni della metacognizione come funzioni metacognitive invece che meta-credenze?

A me pare che metacognizione stia diventando un termine di moda e dalla mia esperienza di ciò che ho letto di alcuni altri approcci pare chiaro che gli autori non stanno usando il termine correttamente né nella stessa maniera. Per esempio, alcune terapie cognitive standard che si concentrano sul pensiero piuttosto che sulle credenze relative al pensiero o sul controllo cognitivo sono state denominate (erroneamente) metacognitive. C’è un altro livello di incomprensione del concetto. E’ importante tenere a mente che è un costrutto multisfaccettato.

Tu hai parlato di autoriflessività, questa potrebbe del tutto non metacognitiva. Per esempio pensare a come uno può migliorare il proprio swing a golf non è metacognizione. Non è pensare di pensare. Al tempo stesso, pensare a come uno potrebbe migliorare la propria memoria è una auto-riflessione metacognitiva. Il problema con costrutti come empatia e mentalizzazione è che sono confusi o non specificamente riguardanti la metacognizione; in certi casi colgono la metacognizione mentre in altre volte no.

Mi hai anche chiesto delle funzioni e credenze metacognitive. Come ho detto la metacognizione è multi-sfaccettata: ci sono strategie metacognitive come cercare di controllare i pensieri sopprimendoli, credenze come le credenze positive o negative riguardo ai pensieri ed esperienze metacognitive come le valutazioni degli stati mentali e delle sensazioni esperite (felt-sense) come ad esempio l’esperienza metacognitiva di avere una parola “sulla punta della lingua”.  E’ probabile che ci siano “funzioni” metacognitive che non sono riconducibili all’esperienza diretta e cosciente ma agiscono sul pensiero in maniera più automatica.

A mio parere, il progresso in quest’area dipende sullo sviluppo di modelli che distinguano queste componenti e che possano stabilire i loro effetti sui disturbi psicologici all’interno di un sistema cognitivo multi-livello. Quello era il mio obiettivo più di 20 anni fa e la base del modello metacognitivo è stata descritta nel mio libro del 1994: Attention and Emotion.

 

4. Dal suo punto di vista, la MCT può essere considerata un approccio della terza ondata e se si dove si colloca?

Non mi piace il termine “terza ondata” perchè non è descrittivo. Sembra suggerire che c’è un nuovo movimento ma non fornisce indicazioni sulle differenze che sussistono tra le diverse terapie che formano questo movimento. Non considero la MCT come facente parte delle terapie della terza ondata (ACT e MBCT) perchè non attinge da pratiche meditative. Certi aspetti della meditazione (aumento del self-focus, reindirizzamento dell’attenzione e tecniche immaginative) non sono strumenti raccomandati dalla MCT per raggiungere un cambiamento.

 

5. Una delle tecniche più pertinenti proposte dalla MCT è la Detached Mindfulness. Quali sono le differenze e le convergenze tra detached mindfulness e il concetto di mindfulness così come è proposto dalle terapie cognitive fondate sulla mindfulness? (MBCT)

Detached Mindfulness
Articolo consigliato: Mindfulness o Detached Mindfulness? Questo è il problema.

La detached mindfulness si riferisce a uno stato mentale specifico e ben definito che abbiamo teorizzato e introdotto nel 1994. Con mindfulness noi intendiamo consapevolezza dei pensieri (awareness of thoughts) che identifica la specifica consapevolezza metacognitiva e l’abilità di distinguere un pensiero negativo dalla preoccupazione (worry) conseguente o dalla risposta ruminativa a quel pensiero. Per detached mindfulness intendiamo il fermare o disconnetere ogni risposta a quel pensiero e in chiave più profonda, esperire il sè come separato dal pensiero e semplice osservatore di esso. Questo è molto più specifico del concetto di mindfulness così come è usato nella meditazione. Diversi professionisti della meditazione propongono differenti descrizioni di cosa intendono per mindfulness. Può essere consapevolezza del respiro, o l’esperienza del momento presente o consistere di uno stato mentale non giudicante. A me sembra che uno dei limiti degli approcci basati sulla meditazione per lo sviluppo delle terapie sia che mancano di un impianto teorico sufficientemente rigoroso e che questi costrutti non abbiano la precisione necessaria per collegarsi in modo soddisfacente ai processi patologici.

Detto questo, devo anche sottolineare che la detached mindfulness è una tecnica che ha uno specifico obiettivo e che non è una componente necessaria della MCT.

 

6. La MCT è una terapia focalizzata sui disturbi di ansia e depressione o può anche essere applicata a un più vasto range di disturbi psicologici (ad es. disturbi di personalità)? E con quali differenze?

Adrian Wells: considerazioni critiche
Articolo consigliato: La terapia metacognitiva di Wells: pregi e considerazioni critiche

La MCT è un’approccio terapeutico generale che nel principio può essere applicato a un ampio spettro e forse a tutti i disturbi psicologici. Ci sono gruppi di ricercatori che stanno testando l’efficacia del trattamento per i disturbi d’ansia, la depressione, le psicosi, i disturbi alimentari, le dipendenze, i disturbi borderline di personalità e per le conseguenze psicologiche dovuti a problemi di salute. Abbiamo proceduto a usare dei modelli specifici per ogni disturbo che ne cogliessero la natura e gli effetti della CAS e della metacognizione. Comunque, è anche possibile astrarre su un livello più generale utilizzando una versione transdiagnostica del modello. Questo può essere un utile punto di partenza per sviluppare forme più specifiche di intervento.

 

7. Quali saranno gli sviluppi futuri dell’approccio MCT? Ci saranno problematiche o aree che resteranno scoperte?

Manchester congresso terapia metacognitiva
Articolo consigliato: Il Primo Congresso di Terapia Metacognitiva

Al momento si stanno esplorando nuove aree e gli studi si espanderrano ancora in futuro. Queste aree includono l’applicazione a nuovi gruppi di pazienti come bambini e adolescenti e nuovi sviluppi nei campi dei disturbi di personalità e delle psicosi. Un’area che abbiamo recentemente iniziato ad esplorare è la terapia MCT di gruppo che offre l’opportunità di terapie alternative brevi e altamente convenienti (cost-effective).

Aree ancora da esplorare sono le correlazioni neurocognitive delle tecniche MCT come l’ attention training e la detached mindfulness. E’ incoraggiante vedere trials controllati e comparativi della terapia comparire in letteratura e ci sono diversi studi ad ampio raggio in corso che presto daranno i loro risultati.

Per i lettori interessati ai lavori più recenti e ad approfondire l’argomento, consiglio di consultare le informazioni e gli aggiornamenti sul nostro sito: www.mct-institute.com

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Metacognitive Therapy (MCT): An Interview with Prof. Adrian Wells

 

A brief interview with Prof. Adrian Wells on the distinctive features of Metacognitive Therapy (MCT).

Metacognitive Therapy (MCT): an Interview with Prof. Adrian Wells
Prof. Adrian Wells

1. Dear Prof. Wells, could you outline the core features of the Metacognitive Theory and Therapy approach to psychological disorders?

Metacognitive Theory of psychological disorders is based on the principle that most psychological disorder is caused by a pattern of extended thinking. This pattern is called the Cognitive Attentional Syndrome (CAS). It is made up of chains of verbal thought in the form of worry and rumination, a pattern of focusing attention on threat and coping strategies that have paradoxical effects. Rather than terminating negative thinking they extend it.

The CAS is driven by underlying beliefs about thinking which fall into two braod categories of positive beliefs (e.g. I must worry in order to cope) and negative beliefs (e.g. Some thoughts are dangerous).

Metacognitive Therapy focuses on removing the CAS in response to negative thoughts and experiences by raising awareness of this process and improving the selective control of it. In so doing it also challenges the underlying metacognitive beliefs. By the end of treatment clients are more flexible in their response to negative ideas and less reliant on fixed patterns of thinking and mental control as a means of coping with emotional experience.

 

2. What are the main differences from previous CBT approaches?

Parents' words and anxiety disorders
Recommended: Parents’ words and Anxiety Disorders.

MCT is radically different from earlier CBT. For one thing at the core of the theory is the idea that thoughts are not really that important. Instead it is the persons reaction to thoughts that counts. This is the opposite message to that in CBT, where negative automatic thoughts are central to disorder.

MCT is also different in that it focuses on thought styles and mental regulation rather than the content of thoughts. It does not reality-test thoughts or general beliefs about the self and world. The focus in MCT is reducing the CAS. In fact the act of interrogating and challenging thoughts could be seen as analogous to the CAS: it is another form of extended thinking and does not directly produce the kind of metacognitive change thought to be necessary in MCT.

In MCT beliefs are the focus of intervention but these are only the metacognitive beliefs and not other ‘schemas’. These other schemas are seen very much as the triggers for the CAS or the output of that process and are therefore ‘epiphenomena’.

Of course CBT is a ‘shape shifter’ and it continuously incorporates concepts from other theories and techniques. CBT has begun to use principles from metacognitive therapy. The problem with this is that boundaries are blurred and it becomes difficult to usefully define what CBT is. Furthermore, the combining of CBT and MCT treatment techniques is likely to be problematic as they are based on conflicting messages concerning how clients should relate to and manage their thoughts. I have described the principles and techniques of MCT and how these differ from traditional CBT in my recent treatment manual: Metacognitive Therapy for Anxiety and Depression published by Guilford Press which is available in Italian by the publisher Eclipsi.

 

3. The concept of metacognition is used by various approaches that highlight different facets (e.g. self-reflection skills, mentalization, empathy). What do you think of these conceptualizations of metacognition as metacognitive functions instead of meta-beliefs?

Radicalism - © Alexey Afanasyev - Fotolia.com
Recommended: Psychological/social factors enhancing political radicalism

It seems to me that metacognition is becoming a buzz word, and in my reading of some other approaches it is clear that the authors are not using the term correctly or in the same way. For example, treatments that largely consist of standard cognitive therapy techniques and focus on cognition rather than beliefs about cognition or on mental control have been labelled as metacognitive. There is a high degree of misunderstanding of the concept. It is important to keep in mind that it is a multi-faceted construct. You asked about self-reflection, this may not be metacognitive at all. For example, thinking about how one could improve one’s golf swing is not a metacognition. It is not thinking about thinking. However, thinking about how one might improve one’s memory is metacognitive self-reflection. The issue with constructs such as empathy and mentalization is that they are ‘fuzzy’ or non-specific concerning metacognition, in some instances they capture metacognition whilst at other times they don’t.

You also asked me about metacognitive functions and beliefs. As I said metacognition is multi-faceted: there are metacognitive strategies such as trying to control thoughts with suppression, beliefs such as the positive and negative beliefs about thoughts, and metacognitive experiences such as appraisals of mental states and felt-senses such as the ‘tip of the tongue effect.’ There are likely to be metacognitive ‘functions’ that are not amenable to direct conscious experience but act on cognition more automatically. Progress in this area in my view depends on the development of models that distinguish these components and can specify their effects on disorder within a multi-level cognitive system. That was my aim over 20 years ago and the basis of the metacognitive model that was described in our 1994 book: Attention and Emotion.

 

4. From your point of view could MCT be considered a third wave approach and if so where is it positioned?

I don’t like the term ‘third wave’ because it doesn’t convey any information. Instead it seems to suggest that there is a new movement but gives no indication of the differences that exist between the treatments that form this movement. I would not view MCT as part of what I understand to be the third wave therapies (ACT and MBCT) because it does not draw on meditation practices. In fact some aspects of meditation such as increased self-focus, re-directing attention, and the imagery techniques would not be the recommended means of achieving change in MCT.

 

5. One of the most relevant techniques proposed by MCT is Detached Mindfulness. What are differences and overlaps between detached mindfulness and the concept of mindfulness as proposed by mindfulness based cognitive therapies?

The effectiveness of video feedback - Immagine: © piumadaquila.com - Fotolia.com -
Recommended: The Effectiveness of Video-Feedback Therapy

Detached mindfulness refers to a specific and well defined state that we introduced in 1994. By mindfulness we mean awareness of thoughts, that is to say specifically metacognitive awareness and the ability to distinguish a negative thought form a subsequent worry or rumination response to that thought. By detachment we mean stopping or disconnecting any response to that thought, and in a more profound way experiencing the self as separate from a thought as simply an observer of it. This is much more specific than the construct of mindfulness as it is used in meditation. Different practitioners of meditation have different descriptions of what they mean by mindfulness. It may be awareness of the breath, of present moment experience or consist of a non-judgemental stance. It seems to me that one of the limitations with the meditation based approaches to developing treatment is likely to be that they lack a sufficiently rigorous model and that these constructs lack precision to connect sufficiently well with pathological processes. Having said this, I must also point out that detached mindfulness is a technique that has a specific aim and that it is not a mandatory component of MCT.

 

6. Is MCT a treatment focused on emotional disorders or may it be applied to a broad range of psychological disorders (e.g. personality disorders) and with which differences?

No recipes for treating eating disorders. Image: © kikkerdirk #27366320 -
Recommended: Science does not offer recipes for treating eating disorders.

MCT is a generic treatment that in principle can be applied to a wide range and perhaps all psychological disorders. There are groups of researchers testing the treatment in anxiety disorders, depression, psychosis, eating disorders, addictions, borderline personality, and the psychological consequences of physical health problems. We have tended to proceed using disorder specific models that capture the nature and effects of the CAS and metacognitions in each disorder. However, it is also possible to formulate on a more generic level using a transdiagnostic version of the model. This can be a useful starting point in developing more specific forms of an intervention.

 

7. What will be the future developments of MCT approach? Are there any issues or areas which remain uncovered?

New areas are being explored right now and are set to expand in the future. These areas include applications to new client groups such as children and adolescents and further developments in the areas of personality disorders and psychosis. One area that we have recently begun to explore is group based MCT treatment which holds the possibility of brief and highly cost-effective treatment options. Areas yet to be explored are the neurocognitive correlates of MCT techniques such as attention training and detached mindfulness. It is encouraging to see controlled and comparative trials of the treatment appearing in the literature and there are several large scale studies of this kind underway that will yield results soon. For readers interested in recent work and finding out more I would recommend checking out the information and updates on our website: www.mct-institute.com

 

 

Recensione di Terapia Metacognitiva dei disturbi d’Ansia e della Depressione. (A. Wells)

 

Tra gli emergenti sviluppi della ricerca in psicologia clinica la Terapia Metacognitiva (Metacognitive Therapy – MCT) di Adrian Wells copre un ruolo di primo piano nel panorama scientifico internazionale.

Wells: Terapia Metacognitiva dei disturbi d'Ansia e della Depressione. Recensione a cura di Gabriele Caselli. - Immagine: Eclipsi Editore
A. Wells: Terapia Metacognitiva dei disturbi d'Ansia e della Depressione. Ed. it. a cura di: Gabriele Melli. Eclipsi Editore

Da qualche mese è finalmente disponibile in italiano il primo manuale che descrive con stile chiaro e pragmatico la teoria e la pratica della Terapia Metacognitiva, una forma di trattamento che vuole essere una evoluzione delle terapie cognitive e comportamentali e distinguersi da queste, siano esse di seconda o terza generazione. Un’unica base rimane comune: l’orientamento pragmatico e scientifico (evidence-based).

Il volume nasce dopo oltre vent’anni di ricerca che ha esplorato i fondamenti teorici e clinici del modello metacognitivo. Questo è certamente il principale punto di forza della MCT, specie in un contesto scientifico e culturale dove troppo spesso si costruiscono assunti sulla base di considerazioni personali e si lascia alla ricerca il ruolo di misuratore di efficacia. Adrian Wells, paziente e pragmatico, arriva a formulare un manuale dopo quasi duecento pubblicazioni internazionali che ne consolidano i punti di riferimento teorici, riscoprendo un connubio tra psicologia cognitiva e psicoterapia cognitiva che da troppo tempo era andato perduto.

Si legge nella sua prefazione all’opera che le cognizioni sono importanti e che i pensieri hanno un forte impatto sul benessere psicologico. Questa è la base della psicoterapia cognitiva. Però i pensieri vanno e vengono. Tutti noi abbiamo quotidianamente una moltitudine di pensieri negativi ma solitamente scompaiono. Questo perché selezioniamo a quali pensieri dare importanza e adottiamo diverse strategie di risposta ai nostri pensieri. La questione psicopatologica secondo la MCT è proprio la modalità con cui ognuno di noi si relaziona con le proprie esperienze interne.

La Terapia Metacognitiva (MCT): intervista con il Prof. Adrian Wells.
Articolo consigliato: La Terapia Metacognitiva (MCT): intervista con il Prof. Adrian Wells.

Le terapie cognitive hanno attribuito una grande importanza al contenuto dei pensieri e delle convinzioni nucleari, considerandole l’elemento chiave dei disturbi psicologici. Per la MCT non è esaustivo attribuire agli schemi mentali quali ‘sono un fallimento’ o ‘sono vulnerabile’ la responsabilità di un disturbo psicologico. Questi schemi (o convinzioni nucleari) si attivano in ciascuno di noi in diversi momenti , non sono esclusivi dei disturbi psicologici e possono attivare varie risposte cognitive e comportamentali. Per esempio innanzi all’idea di essere dei falliti possiamo lavorare più duramente, pensare nuove strategie, cambiare scopi o mettere in discussione questa idea. Solo alcune risposte cognitive a questi schemi risultano disfunzionali, quelle caratterizzate da uno stile di pensiero perseverante, astratto, negativo che è difficile tenere sotto controllo e che tende a (1) mantenere lo stato di stress nel tempo, (2) confermare costantemente l’idea negativa di partenza (e tenerla vivida e presente nella coscienza individuale).

La Psicoterapia Metacognitiva assume che il cuore della psicopatologia non siano schemi e idee disfunzionali ma le strategie di controllo mentale disadattive e le metacognizioni che le governano. Il termine metacognizioni descrive entro l’approccio MCT tutti i fattori che controllano, monitorano e valutano il pensiero in termini di conoscenze (cosa so), esperienze (come vivo) e strategie (come reagisco).

Ne deriva che l’approccio metacognitivo mira a modificare le risposte cognitive di controllo disfunzionali e le metacognizioni che le governano. Lo scopo non è quello di ristrutturare le convinzioni ma modificare il modo in cui vengono percepite e controllate, cioè come l’individuo le seleziona, le valuta, vi risponde.

Il volume presenta nel dettaglio i protocolli di assessment e intervento MCT per i disturbi d’ansia e per la depressione, con chiari esempi e numerosi strumenti di supporto. Per chi ha potuto apprezzare il volume ‘Terapia Cognitiva dei Disturbi d’Ansia’ ritroverà la stessa chiarezza e semplicità di lettura, con interessanti spunti di riflessione che tracciano la strada per nuove controversie, ma anche nuove conoscenze, nel mondo della ricerca in psicoterapia.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

  • Wells, A. & Matthews, G. (1994). Attention and Emotion. A Clinical Perspective. Hove, UK: Erlbaum.
  • Wells, A. (2000). Emotional Disorders and Metacognition: Innovative Cognitive Therapy. Chichester, UK: Wiley. Trad. it. A. Wells, Disturbi Emozionali e Metacognizione. Edizione Erikson
  • Wells, A. (2009). Metacognitive therapy for Anxiety and Depression. London, UK: Guilford Press. Trad. it. A. Wells, Terapia Metacognitiva dei Disturbi d’Ansia e della Depressione. Eclipsi. 
 
SCARICA IL BOOKTRAILER! (Primo capitolo in PDF)

 

I videogames d’azione migliorano l’ Attenzione Visiva

– Rassegna Stampa – 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze PsicologicheUn gruppo di ricercatori guidati dal professor Ian Spence presso la University of Toronto suggerisce che giocare con dei videogiochi d’azione, anche se per periodi di tempo relativamente brevi, può causare differenze nelle attivazioni cerebrali e in particolare miglioramenti nelle performance di una funzione cognitiva importante quale l’attenzione visiva.

A venticinque soggetti – che non avevano mai giocato precedentemente con videogiochi- è stato chiesto di giocare a un videogame per un totale di 10 ore suddivise in sessioni da un’ora ciascuna.

Sedici soggetti hanno giocato a un videogioco d’azione (in prospettiva di prima persona), mentre un gruppo di controllo di 9 soggetti ha giocato a un semplice puzzle game digitale.

Come pre e post assessment i soggetti sono stati sottoposti alla misurazione dell’attività elettrica cerebrale mentre erano impegnati in un compito di attenzione visiva in cui cercavano di individuare un oggetto target tra altri distrattori presenti nel campo visivo.

I risultati evidenziano che i partecipanti che avevano giocato a un videogame d’azione in prospettiva di prima persona presentavano migliori performance nel task di attenzione visiva e cambiamenti significativi in termini di attività elettrica cerebrale rispetto a coloro che avevano giocato al puzzle game digitale. La manipolazione sperimentale dell’attività di videogaming ha consentito quindi di identificare specifici cambiamenti di performance in un task attentivo e di attività elettrica cerebrale come esito di un periodo di gioco con videogames d’azione in prospettiva di prima persona.

La ricerca è stata finanziata da Natural Sciences and Engineering Research Council of Canada e pubblicata in questi giorni su Journal of Cognitive Neuroscience.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

La relazione tra Grassi “cattivi” e l’insorgere di sintomi depressivi

“L’uomo è ciò che mangia”: scelte alimentari deprimenti…letteralmente!

 

La relazione tra Grassi "cattivi" e la presenza di sintomi depressivi.- Immagine: © Dmytro Sukharevskyy - Fotolia.comLa depressione colpisce attualmente nel mondo circa 151 milioni di persone, con una distribuzione differente nelle diverse nazioni e continenti. I fattori che determinano questa differenza possono essere molteplici: culturali, sociali, economici ma tra questi una quota significativa potrebbe essere giocata anche dalle abitudini alimentari.

Se è vero che “l’uomo è ciò che mangia” (Feuerbach), risulta di enorme interesse uno studio di coorte, The SUN Project, condotto tra il 1999 e il 2010, condotto da un gruppo di ricercatori spagnoli e olandesi, che si è occupato appunto di approfondire il possibile legame tra l’assunzione di differenti sottotipi di grassi e lo sviluppo di sintomi depressivi. La crescente incidenza di disturbi depressivi nella popolazione mondiale, sembra infatti andare di pari passo ad un drastico cambiamento nel consumo di grassi nella dieta occidentale. Questo cambiamento consiste principalmente nella sostituzione di acidi grassi polinsaturi (PUFA) e monoinsaturi (MUFA) con grassi saturi (SFA) e trans-insaturi (TFA).

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
Articolo consigliato: Psicologia e Alimentazione: Acidi Grassi Trans associati ad Irritabilità e Aggressività.

In accordo con questo trend, il cosiddetto “western food pattern” (ricco di SFA e TFA e molto comune in Nord Europa e USA) è stato considerato un fattore rilevante di rischio per lo sviluppo di depressione. Generalmente i PUFA e l’olio d’oliva (OO) sono considerati grassi “buoni” perché riducono l’incidenza di malattie cardiovascolari, mentre gli SFA e TFA sono noti per essere un determinante fattore di rischio di eventi cardiovascolari.

Nonostante l’economia globalizzata stia sempre più riducendo le differenze nei cibi consumati regolarmente nelle diverse parti del mondo, le scelte alimentari del Nord e del Sud dell’Europa risultano ancora oggi molto diverse, in particolare nell’assunzione di due sostanze specifiche: olio d’oliva e legumi.

In un precedente studio, i ricercatori avevano già dimostrato come la Dieta Mediterranea (ricca di legumi, frutta, verdure, pesce e cereali, ma povera di carne e latticini) fosse associata ad una ridotta incidenza di disturbi depressivi. L’insieme di questi ed altri dati analizzati dai ricercatori, ha fatto loro ipotizzare che la presenza di malattie cardiovascolari e la depressione possano in parte avere gli stessi fattori scatenanti.

L’obiettivo della loro ricerca è stato quindi di indagare il possibile ruolo del consumo di grassi nella dieta ed in particolare di differenti sottotipi di grassi sul rischio di sviluppare disturbi depressivi e malattie cardiovascolari nell’arco di vita e sui fattori comuni tra i due tipi di disturbi.

Un aspetto interessante sul possibile legame tra malattie cardiovascolari-depressione-consumo di grassi, potrebbe inoltre essere legato alla presenza di lievi, ma persistenti, stati infiammatori, molto comuni nei pazienti depressi. Un’elevata produzione di citochine, determinata dallo stato infiammatorio, può infatti interferire con il metabolismo dei neurotrasmettitori, diminuire il  livello di triptofano nel plasma e inibire l’espressione del fattore neurotrofico cerebrale (Brain Derived Neurotrofic Factor, BDNF). Il BDNF è fondamentale per la crescita, la sopravvivenza e la plasticità delle cellule cerebrali e sembra essere significativamente ridotto nei pazienti depressi. Poiché alcuni tipi di grassi sono coinvolti nel metabolismo cellulare, contribuendo alla produzione del BNDF, è possibile secondo i ricercatori che l’assunzione di alcuni sottotipi di grassi possa avere un effetto protettivo allo sviluppo di sintomi neuropsicologici, tra cui la depressione, oltre che di malattie cardiovascolari.

Cibi grassi e cannabinoidi endogeni - Immagine: © Ruth Black - Fotolia.com -
Articolo consigliato: L’abbuffata natalizia e i cannabinoidi endogeni.

I risultati del SUN Project hanno evidenziato la presenza di una forte e diretta associazione tra assunzione di TFA e rischio di sviluppare sintomi depressivi. I dati hanno inoltre evidenziato un’associazione inversa tra consumo globale i PUFA, MUFA e Olive Oil e sintomi depressivi: cioè consumare grassi “buoni”, sembra addirittura prevenire lo sviluppo di sintomatologia depressiva. Inoltre l’effetto negativo dei grassi “cattivi” (TFA) sul funzionamento cardiovascolare, sembra produrre alterazioni dannose per il metabolismo cellulare in grado di inibire la produzione di BNDF: questo il legame ipotizzato dai ricercatori tra assunzione di TFA e rischio di sviluppare sintomi depressivi.

A conferma di questi risultati, i grassi “buoni” sembrano possedere inoltre proprietà antinfiammatorie sull’organismo, e sarebbero dunque in grado di migliorare il metabolismo delle cellule e le funzioni dell’endotelio nella produzione di BNDF.

I limiti della ricerca sono molti e tutti dichiarati dai ricercatori, ma se il dato sarà confermato da studi successivi potremo a pieno titolo inserire nelle Terapie del Benessere, spesso di indispensabile supporto alla psicoterapia tradizionale, l’indicazione di astenersi dal consumo di grassi saturi, almeno nei periodi in cui l’umore è sotto terra!

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

Scopi Esistenziali e Psicopatologia

Matteo Giovini, Marina Possi, Daniela Rebecchi, Maria Paola Boldrini.

 

Scopi Esistenziali e Psicopatologia. - Immagine: © Mopic - Fotolia.comGli scopi esistenziali sono quegli scopi che la persona persegue e che caratterizzano fortemente la vita. Vengono definiti esistenziali perchè, a differenza di altri scopi, non vengono mai raggiunti completamente una volta per tutte, ma piuttosto si accompagnano costantemente al fluire dell’esistenza indirizzando le scelte e i comportamenti e andando a colorare emotivamente le esperienze. Alcuni esempi di scopi esistenziali sono la ricerca di una condizione d’intimità o di approvazione o la ricerca di un’esistenza ricca di esperienze e novità.

Ogni essere umano realizza un proprio modo individuale e unico di essere nel mondo; per alcune persone può essere particolarmente importante orientare la propria vita alla ricerca di una condizione di autonomia oppure di prestazioni elevate, per altri ancora è particolarmente importante essere altruisti nei confronti degli altri.

Accanto a questi scopi di ricerca esistono scopi di evitamento; questo significa che ogni essere umano imposta la propria vita anche sull’evitare condizioni particolarmente dolorose, come l’essere soli, l’essere umiliati o il fallire. Anche questi scopi esistenziali, definiti di evitamento, hanno un rilievo e un’intensità differente da persona a persona e generalmente si costruiscono e si rafforzano in seguito ad esperienze dolorose, come l’essere abbandonati, o fortemente criticati, o privati della propria autonomia.

Il Controllo è il Problema, non la Soluzione. - Immagine: © somenski - Fotolia.com
Articolo consigliato: Il Controllo è il Problema, non la Soluzione.

In ogni individuo dunque convivono scopi esistenziali di ricerca e scopi esistenziali di evitamento e accade spesso che tra essi nascano conflitti: ad esempio il desiderio di una condizione d’intimità con un partner o la ricerca di una condizione di affiliazione con gli altri possono essere ostacolati o del tutto impediti dal forte timore di essere abbandonati, feriti o umiliati. L’individuo può abbandonare del tutto o in parte alcuni scopi desiderati, limitando così la propria esistenza.

Molti autori di diverso orientamento teorico (in particolare psicoterapeuti cognitivo-comportamentali, esistenzialisti, psicoanalisti) hanno sottolineato come esista una stretta connessione tra la rinuncia a determinati scopi di vita, o comunque tra la difficoltà a perseguirli, e la percezione di mancanza di senso e di vuoto nella propria esistenza, fino ad arrivare a psicopatologie vere e proprie.

In particolare l’evitamento di condizioni temute può portare, come sottolinea ad esempio lo studioso d’impostazione cognitivo-comportamentale Steven Hayes, ad un massiccio evitamento esperienziale, che consiste nel non entrare in contatto con esperienze di vario genere (emozioni, sensazioni corporee, pensieri, ricordi, comportamenti); tale evitamento viene indicato dall’autore come uno degli elementi più importanti nella genesi e nel mantenimento di numerose psicopatologie, come i disturbi d’ansia, i disturbi del comportamento alimentare e quelli legati all’uso di alcol e di sostanze stupefacenti.

Il legame tra psicopatologia e scopi di vita è stato ampiamente studiato da Klaus Grawe e da Martin Grosse Holtforth. Questi autori hanno costruito dei questionari in grado di misurare l’intensità degli scopi di ricerca e di evitamento e hanno individuato una forte correlazione tra l’intensità degli scopi di evitamento di condizioni temute e la psicopatologia.

Partendo da questi risultati l’obiettivo principale della nostra ricerca è stato quello di capire se ci siano dei particolari scopi esistenziali correlati alla psicopatologia. Per fare questo abbiamo valutato trenta pazienti in psicoterapia utilizzando dei questionari e delle interviste strutturate. In particolare abbiamo usato un questionario autosomministrato, chiamato VAMO, elaborato da Grawe e Grosse Holtforth, per misurare l’intensità dei diversi scopi esistenziali dei soggetti; abbiamo inoltre valutato i sintomi psicopatologici (sintomi ansiosi, depressivi, aspetti di rischio autolesivo, indici di cattivo adattamento, percezione di scarso benessere) attraverso un altro questionario denominato CORE-OM (rif. biblio). E’ stata inoltre valutata la presenza di specifici disturbi attraverso l’uso di due interviste strutturate: SCID-I e SCID-II.

I risultati della nostra ricerca hanno mostrato che esistono alcuni scopi esistenziali che, molto più di altri, sono correlati alla psicopatologia. In particolare essi sono tre.

E’ fortemente correlato alla patologia lo scopo di evitare una condizione d’impotenza e ciò significa che alla presenza di una forte motivazione a evitare una condizione d’impotenza corrisponde un livello più alto di sofferenza. Avere una forte motivazione a evitare una condizione d’impotenza significa non volere assolutamente sentirsi in balìa delle situazioni, indifesi e senza aiuto.

Perfezionismo e la chimera del Genitore Perfetto - Immagine: © falcorpic - Fotolia.com -
Articolo consigliato: “Perfezionismo e la chimera del Genitore Perfetto”

Allo stesso modo è fortemente correlato alla psicopatologia lo scopo esistenziale di ricerca di una condizione di buona prestazione: all’intensificarsi della motivazione a raggiungere una condizione caratterizzata dal sentirsi efficienti e capaci e del bisogno di compiere delle buone prestazioni corrisponde una maggiore intensità dei sintomi.

Lo scopo che invece risulta essere fortemente, ma inversamente, correlato alla psicopatologia è quello di ricerca di una condizione di senso; questo significa che la motivazione a trovare un senso alla propria esistenza, così come quella a vivere intensamente la propria fede e a sentirsi parte di un ordine superiore si accompagna a una condizione di maggiore benessere psichico.

La ricerca ha mostrato come non tutti gli scopi di ricerca e di evitamento siano legati alla patologia. Risultano esserlo in particolare lo scopo di evitamento di una condizione d’impotenza e lo scopo di ricerca di una condizione di buona prestazione. E’ interessante notare come questi due scopi esprimano temi che appaiono vicini tra loro: il desiderio troppo intenso di perfezionamento e di efficienza, così come il forte timore di essere indifesi e privi delle capacità di far fronte alle situazioni fanno pensare ai concetti del perfezionismo patologico e dell’obbligo di controllo. Su tali temi risulta quindi particolarmente rilevante l’intervento psicoterapeutico. All’opposto risulta essere positivo, in quanto inversamente correlato alla patologia, il desiderio di trovare una condizione di senso alla propria esistenza.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Giovini M. Possi M. Rebecchi D. Boldrini P. (2011). Scopi Esistenziali e Psicopatologia. Cognitivismo Clinico 8, 2, 116-135.
  • Adler A (1931). What life should mean to you. Brown and Company, Boston. Tr. it. Cos’è la psicologia individuale. Newton Compton, Roma 1976.
  • Grosse Holtforth M, Pincus A, Grawe K, Mauler B (2007). When what you want is not what you get: goal importance, goal satisfaction, and interpersonal problems. Journal of Clinical and Social Psychology 26, 1095-1119.
  • Hayes S, Strosahl K, Wilson K (1999). Acceptance and Commitment Therapy. The Guilford Press, New York.
  • Sassaroli S, Ruggiero G (2002). I costrutti dell’ansia: Obbligo di controllo, perfezionismo patologico, pensiero catastrofico, autovalutazione negativa e intolleranza dell’incertezza. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale 8, 45-60.

Il Pensiero Analitico e la Fede Religiosa

– Rassegna Stampa – 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze PsicologicheUn nuovo studio della University of British Columbia dimostra che il pensiero analitico può far diminuire temporaneamente il livello di fede e credo religioso anche nei fedeli più devoti. La ricerca è stata pubblicata su Science il 27 aprile scorso.

I ricercatori hanno utilizzato in quattro distinti esperimenti alcuni compiti di problem-solving e stimoli priming per riuscire a indurre nei partecipanti un pensiero analitico. Il livello di fede religiosa è stata misurata attraverso una serie di questionari self-report. I risultati hanno evidenziato che la credenza religiosa diminuiva significativamente, almeno nel momento immediatamente successivo alla fase in cui i soggetti erano stai impegnati in compiti analitici in cui credenze inizialmente intuitive venivano messe in discussione da una modalità di pensiero analitico. Più di 650 partecipanti di cultura americana e canadese sono stati reclutati come campione dello studio.

Gli autori si riferiscono a un modello psicologico che vede la combinazione di due sistemi cognitivi distinti ma interdipendenti : un sistema intuitivo che si basa su scorciatoie euristiche per portare a risposte veloci ed efficaci e un sistema più analitico che favorirebbe risposte più deliberate e razionali. Secondo tale ipotesi esplicativa quindi l’attivazione del sistema cognitivo analitico potrebbe quindi minare il supporto del sistema cognitivo intuitivo alla fede religiosa, almeno temporaneamente.

Future ricerche dovranno indagare più precisamente se la diminuzione della fede religiosa sia realmente temporanea oppure a lungo termine, così come la generalizzabilità di tali risultati in culture non occidentali. Le convinzioni religiose spirituali sono comunque l’esito di una molteplicità di fattori psicologici e culturali che possono fluttuare nel tempo e nelle situazioni, tra cui evidentemente anche la tipologia di pensiero intuitivo o analitico che si attiva in specifiche contingenze.

 

 

 BIBLIOGRAFIA: 

Frank Yeomans: Understanding the BPD Mind (Interview)

 

Amanda Wang interviews Dr. Frank Yeomans, a specialist in Tranference Focused Therapy (TFP), about Borderline Personality Disorder.

 

State of Mind asked a few questions to Professor Yeomans a few months ago when he was here for a Lectio Magistralis with Professor Kernberg.

 

Intervista a Frank Yeomans - State of Mind. - Immagine: © 2011-2012 State of Mind
Articolo consigliato: Intervista a Frank Yeomans.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Spilorci dentro” quando l’Avarizia è nel Cervello – Neuroscienze –

Tratto da “I sette peccati capitali del cervello” di M. Sitskoorn.

 

“Spilorci dentro” quando l’Avarizia è nel Cervello – Neuroscienze –Forse non vi vestite con una logora palandrana scozzese del 1902, né mangiate solamente gallette rinsecchite accompagnate da un bicchiere di acqua piovana, ma che vi piaccia o no c’è un po’ di Paperon de’ Paperoni in ognuno di voi! E non ha niente a che fare con un deposito pieno di milioni di dollari (purtroppo).

Margriet Sitskoorn, docente di Neuropsicologia clinica all’Università di Tilburg, in un capitolo del suo libro “I sette peccati capitali del cervello” mostra, attraverso una interessante rassegna di studi neuroscientifici, come l’avarizia sia fortemente radicata nel nostro cervello.

Non ne siete convinti? Mettetevi alla prova rispondendo sinceramente:

  • Il gioco del dittatore. Siete seduti su una panchina quando una signora si avvicina e vi regala una busta contenente 10000 euro dicendovi che dovete dividerne il contenuto con l’uomo seduto accanto a voi, il quale potrà solamente accettare la vostra offerta, qualunque essa sia. Quanto gli offrite?
  • Il gioco dell’ultimatum. Stesso scenario, ma questa volta l’uomo seduto accanto a voi potrà accettare o rifiutare la vostra offerta. Nel caso dovesse rifiutare, nessuno dei due riceverà nulla. Quanto gli offrite?
Sistema Limbico, disturbo di personalità borderline e approcci neurobiologici radicali. Immagine: © Argus - Fotolia.com -
Articolo consigliato: La signorina Annie Almond che abita nel Sistema Limbico – sulla (dis)regolazione emotiva

Nella prima situazione la “buona educazione” suggerisce che ad ognuno dovrebbe andare più o meno la metà della somma, eppure la maggior parte delle persone tiene per sé una quota più consistente di denaro (Spitzer et Al., 2007); il potere, a quanto pare, rende avidi. Se c’è invece la possibilità di essere puniti, come nel gioco dell’ultimatum, mentre ci si affanna a capire quanto sarebbe disposto ad accettare l’altro (3000 euro? 4000 euro?), si tende a comportarsi in maniera più equa.

Ma cosa accade nel cervello? La valutazione della possibilità di essere puniti porta ad un’attivazione della corteccia prefrontale e del nucleo caudato e ad un conseguente passaggio da un comportamento dettato dall’avidità ad uno dettato dalla giustizia.

Che cosa succede invece se siete voi la persona che può solo accettare o rifiutare l’offerta?

Se ritenete di aver ricevuto una somma equa e siete soddisfatti, nel vostro cervello si attiva il circuito della gratificazione (tra cui nucleo accumbens, amigdala, corteccia prefrontale ventromediale/orbitofrontale). Se invece ritenete di aver subito una spartizione ingiusta, si attiva il circuito del dolore (tra cui corteccia cingolata anteriore dorsale, insula anteriore): tanto più la proposta è iniqua, tanto più si attiva tale sistema, tanto più soffrite.

A meno che non decidiate di mettere da parte l’orgoglio, vi resta una sola cosa da fare: vendicarvi dello spilorcio che vi sta di fronte rifiutando la sua offerta. Voi non riceverete nulla, ma anche lui rimarrà a bocca asciutta! E, oh sì, questo sarà incredibilmente piacevole! Infatti vendicarsi stimola il nucleo caudato (circuito della gratificazione) lenendo così il dolore provato dall’ingiustizia subita (de Quervain et Al., 2004).

Che cosa invece vi spinge ad ingoiare il rospo e ad accettare comunque la grama offerta? Secondo Tabibnia G. (2008) e Sanfey A. (2003) gioca un ruolo importante l’attivazione della corteccia prefrontale, in grado di inibire l’attività dell’insula anteriore. In questo caso è come se non si fosse più guidati dall’esperienza emotiva negativa dolorosa, bensì dalla “razionalità”.

In conclusione l’avarizia alberga nel nostro cervello poiché accumulare attiva il circuito della gratificazione e ci motiva a continuare a farlo. L’unica cosa che ci tiene a freno sono le aree cerebrali anteriori che purtroppo, però, sembra vengano attivate solo in presenza di regole o sotto la minaccia di una punizione.

In realtà anche dividere equamente stimola il sistema della gratificazione e procura piacere al pari dell’accumulare, perciò alla prossima occasione siate generosi e non ve ne pentirete: dividete con l’altro le vostre gallette e aggiungeteci anche una crosta di formaggio…e crepi l’avarizia!!

 

 

BIBLIOGRAFIA:  

  • Sitskoorn, DM. (2012) I sette peccati capitali del cervello (titolo originale: Passies van het brein). Orme Editori srl, Roma.
  • Spitzer M., Fischbacher U., Herrnberger B., Gron G., Fehr E. (2007). The neural signature of social norm compliance, Neuron, 2007 Oct;56(1)
  • de Quervain D.J.,  Fischbacher U., Treyer V., Schellhammer M., Schnyder U., Buck A., Fehr E. (2004). The neural basis of altruistic punishment. Science 2004 Aug;27;305(5688):1254-8.
  • Tabibnia G., Satpute A.B., Lieberman M.D. (2008). The sunny side of fairness: preference for fairness activates reward circuitry (and disregarding unfairness activates self-control circuitry). Psychol Sci. 2008 Apr;19(4):339-47
  • Sanfey A.G., Rilling J.K., Aronson J.A., Nystrom L.E., Cohen J.D. (2003). The neural basis of economic decision-making in the Ultimatum Game. Science. 2003 Jun 13;300(5626):1755-8.

Stress e disturbi cardiaci nelle donne

– Rassegna Stampa – 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze PsicologicheUn gruppo di ricercatori del Penn State College of Medicine hanno valutato gli effetti dello stress psicologico sull’insorgenza di fattori di rischio per i disturbi cardiaci nelle donne. I risultati evidenziano che il flusso sanguigno coronario di fatto aumenta negli uomini sottoposti a una condizione di stress psicologico, ma rimane stabile nelle donne. Questo rappresenterebbe un fattore di rischio per le donne che quindi sotto stress sarebbero maggiormente suscettibili a disturbi cardiaci. Lo studio dal titolo “Effect of Mental Stress on Coronary Blood Flow in Humans” è stato presentato presso la conferenza Experimental Biology 2012 tenutasi dal 21 al 25 Aprile a San Diego, California. 

I partecipanti allo studio sono stati sottoposti alla misurazione della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna, della conduttanza vascolare coronarica e del relativo flusso sanguigno sia in una condizione di controllo/tranquillità sia in una condizione di induzione di stress.

Nella condizione di stress indotto ai soggetti è stato richiesto di effettuare mentalmente complicate operazioni aritmetiche mentre gli sperimentatori li spingevano a dare risposte sempre più velocemente oppure dicevano loro che avevano sbagliato anche quando davano la risposta corretta. Dai dati emerge che nella condizione di controllo (tranquillità) uomini e donne non presentano differenze significative nei diversi indici biologici presi in considerazione; similmente durante la condizione di stress indotto sia uomini che donne mostrano un aumento nella frequenza cardiaca e nella pressione sanguigna. Ad ogni modo, mentre negli uomini in condizione di stress è presente un aumento della conduttanza vascolare coronarica, tale cambiamento non si verifica nelle donne.

Ricerche future dovranno esplicare al meglio tale meccanismo che sembrerebbe alla base di un maggior rischio di disturbi coronarici nelle donne in un’ottica di miglioramento delle strategie preventive.

 

 

 BIBLIOGRAFIA: 

Frank Yeomans: Lectio sulla Transference-Focused Psychotherapy

Andrea Bassanini, Naomi Aceto, Milko Prati.

Frank Yeomans: Lectio sulla Transference-Focused Psychotherapy
Frank Yeomans MD, Ph.D

Dopo l’interessantissima Lectio Magistralis, il cui reportage è pubblicato su State of Mind, Frank Yeomans torna all’Università di Milano-Bicocca per una brevissima ma molto intensa lezione sulla Transference-Focused Psychotherapy per i pazienti con Disturbo Borderline di Personalità.

Nonostante per la lezione di Yeomans siano previste un paio di ore scarse (ahimè), l’atmosfera sembra quella dei grandi eventi, tutti in attesa di ascoltare una grande lezione da parte di un grande clinico. E così è stato. La chiarezza espositiva di Yeomans è davvero notevole, e nonostante alcuni sguardi un po’ disorientati a causa della mancanza di un traduttore, la lezione viene seguita dalla maggior parte del pubblico con silenzio quasi reverenziale.

La Lectio inizia con una chiara introduzione del modello TFP (Transference-Focused Psychotherapy). In breve, proviamo a sintetizzare la lezione di Yeomans.

Uno dei primi aspetti che Yeomans intende sottolineare è la consapevolezza che il sistema psichiatrico statunitense è condito da una schiera di clinici che sostengono il modello “all-biological”, cioè che i disturbi psicopatologici siano prettamente derivanti da problematiche di tipo biologico, e che questa grave credenza è non solo molto rischiosa ma sta cominciando a far sentire i propri limiti (e i propri danni…).

Intervista a Frank Yeomans - State of Mind. - Immagine: © 2011-2012 State of Mind
Articolo consigliato: Intervista a Frank Yeomans.

Entrando, invece, nel merito del modello, viene spesso evidenziato quanto il focus del modello TFP,  di derivazione psicoanalitica, ancor meglio kleiniana-bioniana, manualizzato e sottoposto a Randomized Clinical Trial, è sull’analisi del transfert, inteso come dinamica interpersonale che sia attualizza tra il paziente e il terapeuta nel qui e nell’ora della seduta.

In altri termini è un intervento centrato sugli aspetti del Sé e degli altri significativi, che il soggetto ha interiorizzato e sui quali investe emotivamente. Questo, rispetto agli approcci psicoanalitici più “classici” rappresenta un cambio di paradigma molto interessante. Si parte da ciò che succede nella vita attuale del paziente e poi si ricostruiscono le spiegazioni “evolutive”(termine nostro, NdA) di tali modalità. La teoria delle Relazioni Oggettuali si ritrova in molti passaggi del modello di Kernberg e colleghi, tanto che uno degli “slogan” usati da Yeomans è “you don’t just love/hate/care for, you love/hate/care for someone”.

Rispetto ad altri modelli clinici molto diffusi per il trattamento dei disturbi di personalità borderline (DBT di Marsha Linehan su tutti) l’enfasi della TFP è sul produrre un cambiamento strutturale dell’organizzazione di personalità del paziente, in termini di difese utilizzate ed esame di realtà. Al fine di realizzare questo cambiamento, ovvero di ottenere l’integrazione delle parti scisse del soggetto, il modello osserva determinate variabili:

  • Identity (senso di Sé e senso dell’altro),
  • Defense Operations (strategie di coping e conflitti interni),
  • Reality Testing (esame di realtà),
  • Object relations (natura delle relazioni interpersonali),
  • Moral Functioning (comportamenti e valori etici).

Yeomans osserva che ciò che risponde a questi requisiti è la misurazione della dimensione empirica della funzione riflessiva; infatti la TFP, in quanto psicoterapia evidence-based, si dimostra secondo Yeomans l’unica in grado di promuovere efficacemente un aumento della funzione riflessiva, contrariamente ad altre metodologie di intervento terapeutico quali la DBT e la terapia supportiva.

A questo punto, Yeomans sostiene che uno degli aspetti importanti della TFP è quello di permettere al paziente di trovare un miglior funzionamento che gli permetta di perseguire i propri obiettivi e scopi personali. La mente di un cognitivista salta subito ai “valori” dell’ACT (Hayes, 2003; Harris, 2011). Quindi la sempre scarsamente presente attenzione psicoanalitica ai sintomi è confermata nella TFP, sebbene con una precisa e esplicita attenzione al momento presente e a ciò che accade, in termini transferali e controtrasferali, tra paziente e terapeuta.

Nel modello TFP, quindi, le emozioni non hanno solo una spiegazione/funzione di tipo evolutiva, ma svolgono anche un altro ruolo, riattualizzato nella diade terapeuta/paziente: sono manifestazioni volte a sottolineare una relazione di tipo oggettuale. Le variabili primarie di cui tiene conto il modello, in fase di assessment sono il rischio suicidale, l’impulsività e l’aggressività del soggetto. In parole povere, io manifesto alcune emozioni prevalenti nella relazione con il terapeuta (ad es. la rabbia) e queste emozioni sottendono un significato strutturale del mio modo di relazionarmi con gli altri, modo che ho imparato nelle prime relazioni, con i genitori/caregiver.

Otto Kernberg, Lectio Magistralis Milano-Bicocca, Narcissistic personality disorder, towards DSM-5 - Lectio Magistralis by Otto Kernberg and Frank Yeoman (2) - Immagine: © 2012 State of Mind - Anteprima
Articolo consigliato: DSM-V: Quando l’ideologia sconfigge la scienza: sulla Lectio Magistralis di Kernberg a Milano

Da questa base, le strategie base proposte da Yeomans sono le seguenti:

  • tease out these internal relationships” (ovvero, “esplicitare queste modalità relazionali interiorizzate”);
  • gain and tolerate the awareness of these internal relationships” (ovvero “diventare consapevoli di tali modalità e tollerarle”);
  • integrate them into a coherent whole” (ovvero “integrarle nel proprio funzionamento generale”).

La Lectio, sebbene davvero troppo breve e densa di argomenti, ha lasciato al pubblico moltissimi spunti clinici e di ricerca su cui riflettere… e tantissime domande aperte.

L’impressione è che il modello della Transference-Focused Psychotherapy sia vicino per molti versi a ciò che sta succedendo nel mondo cognitivista da una quindicina di anni ormai, pur mantenendo una chiara epistemologia e una precisa concettualizzazione di tipo psicoanalitico. Fortunatamente, i modelli di varie tradizioni cliniche si stanno avvicinando sempre più e questo non può che far bene alla psicoterapia in generale e soprattutto ai nostri pazienti.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

Neuroscienze e Psicologia: Intervista a Cristiano Castelfranchi

 

Neuroscienze e Psicologia: Intervista a Cristiano Castelfranchi.
Cristiano Castelfranchi, docente di Scienze Cognitive all'Università di Siena, e direttore dell'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione

Abbiamo incontrato il Professor Cristiano Castelfranchi, docente di Scienze Cognitive all’Università di Siena, e direttore dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione -CNR, a Roma. L’attività di ricerca del Prof. Castelfranchi abbraccia diversi campi della psicologia e spazia dai Sistemi Multi-agente, alle Simulazioni Sociali e alle Scienze Cognitive.

 

D.: La Psicologia ha dei modelli ancora primitivi, per usare le sue parole. Secondo lei quale direzione dovrebbe prendere la ricerca per creare modelli migliori del funzionamento della mente?

Il problema dei modelli della psicologia è che non c’è sufficiente attenzione all’analisi sistematica dei concetti e una approfondita discriminazione tra essi e la ricerca di modelli operazionali. Operazionali vuol dire che i processi implicati e i costituenti postulati sono definiti in modo disambiguo, in maniera computazionale, implementati ingegneristicamente, sui computer, simulati, resi espliciti. Facendo attenzione al rischio di un eccessivo “senso comune” dei concetti. Ad esempio per modellare la “Fiducia” devi fare prima un lavoro analitico e sistematico su cosa centralmente significa, i vari tipi, i sottotipi, lo stesso per il “Senso di Colpa”: cosa esattamente significa, qual è quello veramente tipico, qual è un abuso del termine e via dicendo. In psicologia non c’è molta pazienza per questo tipo di lavoro analitico. Lo si prende per un lavoro da filosofi, invece il lavoro sulla teoria è fondamentale, in caso contrario si avranno sempre modelli “abborracciati” o puramente induttivi, cioè desunti a posteriori dalle correlazioni tra i dati empirici. E’ chiaro che il dato empirico è fondamentale per validare e sviluppare il modello, ma non puoi desumerlo e costruire la teoria dalle correlazioni tra dati empirici.

Un’altra direzione inevitabile è rapportarsi alle neuroscienze. I modelli di psicologia per essere validi dovranno trovare corrispondenza nei processi cerebrali e in generale corporei. Tuttavia le neuroscienze ad oggi procedono in modo ancora più grezzo e pretendono di trovare dei correlati immediati di fenomeni comportamentali o psicologici, facendo un lavoro di localizzazione, che dice quasi nulla. Fa una specie di mappatura geografica del cervello: qui sta la fiducia, qui sta la paura, qui sta la previsione, qui sta la pianificazione. Non si chiede: in che consiste il processo di pianificazione? Perchè si attivano queste aree e non queste altre? Questo si può fare solo con modelli molto articolati, che la psicologia dovrebbe fornire e con un riscontro in chiave cerebrale di questi modelli articolati, di sottofunzioni e sottomeccanismi che vengono identificati.

Queste due direzioni, lavoro teorico più serio, modelli computazionali e simulati e loro corrispettivo neurale sono quelle verso cui la psicologia si dovrebbe sviluppare.

 

D.: Lo sviluppo di queste due direzioni che vantaggi potrebbe avere dal punto di vista clinico?

L’analiticità in clinica dovrebbe dare l’anatomia su cui si lavora. Se non conosco le componenti di un determinato fenomeno, quali sono le strutture retrostanti implicate, i micro meccanismi nascosti, non so esattamente su che cosa opero. E magari vedo, per tradizione, una o due manovre possibili, quando invece ne potrei fare dieci diverse andando a incidere sulle specifiche sottoparti e i sotto meccanismi di quel processo o rappresentazione mentale.

 

D.: Un intervento più mirato, più efficace…

Forse più efficace, ma con maggiore consapevolezza dei meccanismi in ballo e di cosa vado a toccare e vado a cambiare. Ovviamente non con una visione atomistica sommatoria, con la consapevolezza che se un fenomeno implica 5 componenti, queste hanno dei rapporti tra loro, in una dialettica interna, non sono una somma, separate. Sono una molecola, una struttura organica. Quindi hanno delle proprietà collettive e interferiscono l’una con l’altra.

 

D.: Cambiando un po’ argomento… lei ha detto che la società sembra proceda verso una fobia della sofferenza e che richieda all’individuo di essere sempre attivo, un ideale dell’uomo “cocainomane”

Una delle ragioni è il sistema economico attuale. In cui c’è un’enfasi fortissima alla produttività e alla produzione ed ogni aspetto della vita umana è sottoposto e reso strumentale allo sviluppo e all’andamento economico. Una volta eravamo prima di tutto produttori, adesso siamo prima di tutto consumatori. L’imperativo tassativo è “consumare, consumare, consumare” e “produrre, produrre, produrre”. Il tuo valore dipende da questo. Il tuo esito sociale dipendo da questo. L’andamento della società dipende da questo. C’è una coazione disperata a rendere ogni aspetto della vita produttivo, incoraggiare gli atteggiamenti, le competenze, i vissuti e le emozioni in chiave produttiva. Un cambiamento culturale spettacolare negli anni: nell’Ottocento esisteva la forza lavoro, il capitale era le macchine, il denaro, le proprietà e il capitale umano: la forza lavoro. Poi il capitale è diventato la conoscenza, un capitale cognitivo.

Medicina, Psicologia e Fisica Quantistica: Intervista al Prof. Pagliaro -
Articolo consigliato: Medicina, Psicologia e Fisica Quantistica: Intervista al Prof. Pagliaro

Il patrimonio cognitivo e il capitale cognitivo dell’azienda come parte qualificante, quello che contava era la conoscenza. Quindi il problema del manager era la gestione della conoscenza, come tirarla fuori, farla circolare, come renderla patrimonio collettivo. Adesso non basta più, la conoscenza e il saper fare, i cosiddetti patrimoni untangibles, adesso conta anche la motivazione, l’umore. Diventa un problema dello stesso mondo capitalistico “la tua felicità”, diventa un indice importante non solo la misura del benessere, ma anche quella della felicità, il volere motivare in questa direzione. Tutto questo ha due facce, una positiva che fa una visione più completa ed equilibrata del benessere, una, preoccupante, che individua fattori diretti di produzione economica fattori del tutto personali e privati, come gli stati dell’umore, le conoscenze, le motivazioni. C’è un’ingerenza potentissima nel nostro sviluppo personale, subordinato agli interessi generali e allo sviluppo della ricchezza nel senso di denaro, di mercato. Questa è la ragione di questa strana “pompatura” in certe direzioni produttive della vita. Poi ci sono gli aspetti culturali, che non dipendono da quelli economici. E’ certamente impressionante che ci sia questa rimozione degli aspetti dolorosi della vita, il lutto, che la comunità non voglia comunicare spazio e attenzione alla morte, al supporto del lutto, alla memoria, che non voglia supportare le persone che stanno male, che bisogna sbrigarsi rapidamente ad uscirne.

Dovremmo interrogarci su questo, gli psicologi soprattutto; stiamo adottando un ideale di vita deformato, strano, anomalo, in cui “lo star bene veramente” si traduce con uno stato dell’umore non solo piacevole, ma anche attivo e motivato. Una volta non era così, il sentimento più positivo era la serenità, la letizia della vita contemplativa, non attiva, “gasata”. Dovremmo preoccuparci di questi cambiamenti culturali, tanto più se nell’immaginario si diffonde inconsciamente che soffrire, avere dolore, star male, stare in pena è una cosa da sgombrare, da mandare via, è patologico, qualcosa da curare. No! E’ un equivoco, non è che star bene di mente è stare lieti e motivati. Uno può essere molto contento, molto lieto, molto gasato ed essere da ricovero coatto. La letizia è giustificata dagli eventi, dai fatti? O è uno stato dell’umore improprio e delirante? Non è la qualità dell’umore che lo rende sano o non sano, ma la sua appropriatezza e pertinenza. Anche lo psicologo deve stare attento alla richiesta che gli viene fatta e a questi stereotipi culturali e deve domandarsi se lo stato dell’umore sia cattivo in sé perché la persona sta male o perché sia effettivamente fuori luogo. Se lo prova su pensieri infondati, in circostanze, con modalità, con intensità inappropriate o se non è in grado di provare certi stati dell’umore auspicabili.

 

D.: Lo psicologo-psicoterapeuta dovrebbe allontanarsi da questo tipo di valori della società?

Dovrebbe avere la capacità di porsi a un metalivello, di osservare se stesso e la propria professione e la domanda che la società gli pone da fuori, chiedendosi se è giusto il ruolo che gli si attribuisce o se passa da una deformazione culturale e commerciale. Osservare se stesso e la propria professione in maniera critica. Non è facile. Ma in tutte le professioni dovrebbe essere così, anche un insegnante dovrebbe osservarsi da fuori.

 

D.: Un’ultima domanda, se dovesse dare un consiglio allo psicologo-psicoterapeuta moderno, quale sarebbe?

Rivendicare nel modo giusto il proprio ruolo e la propria professionalità. Non confondere il proprio valore, il proprio riconoscimento, il riconoscimento di un setting, che è una pura ritualità, il riconoscimento di certe modalità “devo fare il colloquio chiuso nella stanza, sennò non sto facendo il mio mestiere”, queste sono scempiaggini! E creano grossi problemi nei Servizi. La capacità e la professionalità dello psicologo consiste nella sua modalità di leggere i fenomeni, nel leggere i comportamenti individuali, relazionali e sistemici con chiavi di lettura che gli altri non hanno e sulla base di questo il significato di certi interventi, verbali, affettivi, relazionali o anche pratici. E’ l’unico che ha le chiavi di lettura per un progetto di intervento unitario, che sa mettere insieme l’aspetto sociale e l’aspetto economico, di colloquio. Lì deve rivendicare la sua professionalità, non in cose simboliche e rituali, ma che gli venga riconosciuto che ha gli strumenti interpretativi e di lettura degli interventi e di cosa si può cambiare che gli altri non hanno. Questo gli deve essere riconosciuto esplicitamente, senza delegare ad altre figure competenze sue, non avere come ideale il setting privato e come rivendicazione il colloquio settimanale. Si può essere un grande psicologo e fare un eccezionale lavoro clinico anche andando a casa, accompagnando la persona al bar, vedendo i familiari. Il problema è solo come lo fa.

 

cancel