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La dipendenza patologica nel film “Non essere cattivo” (2015) – Recensione

Il film Non essere cattivo traccia una panoramica della dipendenza da cocaina ed eroina, con uso occasionale di ecstasy affiancata ad episodi di devianza legati alla ricerca della sostanza e più in generale della sopravvivenza, e dell’identità.

Non essere cattivo: la trama

Cesare e Vittorio sono amici per la pelle, fratelli che si uniscono, si aggrappano, si distanziano, per poi ritrovarsi nuovamente in un contesto che offre ben poco per crescere e molto per distruggersi: criminalità e cocaina sono infatti a portata di mano, imminenti fonti di piacere e di guadagno, tentazioni difficili da respingere per due ragazzi che nei soldi e nello sballo intravedono un mezzo percorribile per emergere, vivere come si dovrebbe e quindi costruirsi un’esistenza agiata e soddisfacente.

Ad Ostia l’alternativa è lavorare al cantiere, spaccarsi la schiena per racimolare qualche spicciolo che purtroppo sfama poche bocche in casa e lascia l’amaro, la voglia di ottenere quel qualcosa in più per vedere sorridere la famiglia. Non essere cattivo (2015) è quindi una storia verosimile, un ritratto lineare e limpido di una condizione frequente, in cui questa volta i protagonisti sono due giovani soli che insieme trovano la forza di affrontare una vita misera nella quale muore di AIDS chi non ha mai toccato la droga, né sa cosa sia, mentre sopravvive, seppur con costi molto alti, chi vende e usa le strisce quotidianamente e ne ha fatto, ormai, una triste e inevitabile abitudine: nonostante i tentativi di recuperare e reinventarsi in altre vesti, finiscono per ritornare ad essere ancora se stessi, fino alla fine del percorso insieme.

 

Non essere cattivo: i fattori di rischio della dipendenza legati al contesto

Il film Non essere cattivo traccia una panoramica della dipendenza da cocaina ed eroina, con uso occasionale di ecstasy affiancata ad episodi di devianza legati alla ricerca della sostanza e più in generale della sopravvivenza, e dell’identità. Come già precisato, infatti mantenersi con un lavoro onesto in cui è necessario sudare e impegnarsi è un obiettivo tanto ambizioso quanto arduo e impervio, e molti, per permettersi qualche sfizio e non restare a “stecchetto”, sono costretti a perseguire un cammino sporco e pericoloso, dal profitto rapido, elevato e senza sforzi eccessivi. Se a ciò si aggiunge la totale mancanza di interessi alternativi e produttivi, il quadro peggiora notevolmente: spesso la dipendenza conduce ad incentrare l’esistenza attorno al procacciamento della “roba” attraverso qualsiasi strumento possibile, per di più antisociale, di conseguenza viene meno la maturazione di passioni intraprese costantemente e quindi la frequentazione di posti nei quali coltivare un’attività sportiva o artistica, ad esempio, o un corso di formazione che fornisca la preparazione necessaria per attivare un bagaglio di risorse protettive al fine di prevenire l’insorgenza della dipendenza o delle ricadute.

Non essere cattivo mostra come ad Ostia ci sia il vuoto completo: emblematica, a tal proposito, è la scena in cui Cesare invita Vittorio “a tirare due calci”, non tanto per il gusto di farlo, ma perché non c’è altro che recarsi in spiaggia e giocare a pallone. Il posto non offre molto, i ragazzi non si impegnano per trovare attività meno malsane e l’ambiente è costellato dalla criminalità che costituisce la normalità, non l’eccezione, in un sistema di credenze condiviso nel quale per fare i soldi, vivere bene, soddisfare le voglie e farsi passare i fastidi e i dolori, si deve per forza ricorrere a mezzi illegali e a sostanze psicoattive: sussistono quindi differenti e significativi fattori di rischio che aumentano la probabilità di innescare condizioni cliniche rilevanti come la dipendenza da sostanze e il disturbo antisociale di personalità (Bonino & Cattelino, 2010).

 

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER DEL FILM NON ESSERE CATTIVO:

 

Non essere cattivo: l’identità del “tossico” e accortezze nel lavoro terapeutico

È interessante notare il tema dell’identità nella tossicodipendenza nelle narrazioni dei pazienti: dichiararsi “tossici” e chiamare gli altri “tossici” non riconoscendosi in quella categoria, due atteggiamenti non necessariamente in contraddizione, appaiono collegati alle tematiche del sé nel rapporto disfunzionale con la sostanza. Nel primo caso sembra mancare un distanziamento tra “quello che faccio e quello che sono” tale da permettere di scorgere i vari lati della personalità, mentre nel secondo un avvicinamento essenziale per incentivare la consapevolezza della dipendenza: detto altrimenti, se definirsi con ostinata veemenza “tossici”, senza comprendere quanto il sé sia composto da altre parti potenzialmente produttive, rischia di rafforzare il disturbo, rifiutare quella parte proiettandola di continuo sugli altri, rischia di allontanare il problema, senza possibilità di elaborazione e quindi di motivazione al cambiamento.

Per di più l’aspetto dispregiativo dell’espressione comprende un universo di simboli e significati rilevanti nelle storie di vita dei pazienti, che racchiudono la vergogna, il disprezzo, il senso di emarginazione ed estraneità, l’impotenza e il fallimento, tutti elementi che il clinico dovrà considerare e approfondire.

Oltre alla coscienza del problema, viene a cadere anche la sua accettazione: nel film Non essere cattivo nella conversazione tra Cesare e Samantha, ad esempio si evidenzia quanto il primo, paradossalmente subito dopo aver consumato l’eroina, continui a non identificarsi come un individuo che dipende da una sostanza, e quindi un tossicodipendente. Questo costituisce, talvolta, un aspetto particolarmente intollerabile e sottovalutato, ovvero realizzare l’incapacità di gestire l’incessante desiderio di assumere una sostanza che sul momento soddisfa, ma a lungo andare rovina, essere quindi dipendenti da quella pallina, pillola o striscia che distrugge ed è socialmente disapprovata, il che è il testimone del senso di debolezza personale, del fallimento e della delusione che evitati attivamente contribuiscono alle ricadute, nonostante ricoveri, e la frequenza costante ai servizi di cura pertinenti. Pertanto, in un’ottica di lavoro terapeutico è necessario concentrarsi sull’intreccio tra identità e uso della sostanza, astenendosi dal colludere con gli atteggiamenti svalutanti, auto ed eterodiretti, cercando, al contrario, di osservare la modalità con cui il soggetto entra in relazione con sé e gli altri, le rappresentazioni nella logica interna del funzionamento (Bara, 2015: Guidano, 1988).

In terapia tali pazienti, inoltre, oscillano dall’idealizzazione alla svalutazione e la rottura dell’alleanza o la difficoltà a relazionarsi si evidenzia anche attraverso forme sottili, come gli atteggiamenti manipolatori, seduttivi e aggressivi (Bara, 2015) tesi ad ingannare, distanziare o coinvolgere il professionista per non approfondire le aree rilevanti: a questo proposito sono frequenti le narrazioni torrenziali intrise di dettagli poco pertinenti alle domande, o di elementi confusi, contraddittori e accatastati l’uno sull’altro, o ancora svariati complimenti fin dalle prime battute, modalità compiacenti e tentativi di dirigere il colloquio sugli argomenti desiderati, evitando quelli temuti. Non è inusuale, pertanto, sperimentare emozioni intense in seduta oppure difficoltà ad agganciare emotivamente il paziente che può apparire ritirato e distaccato (Bara, 2015). È compito del terapeuta, pertanto, identificare e monitorare anche il proprio stato emotivo “in campo”, cercando altresì una distanza adatta per esaminare i dati principali, cogliendo i momenti di rottura come occasioni adatte per capire insieme quale tipo di problema sta attraversando il rapporto (Carcione, Nicolò & Semerari, 2016).

Impostare la relazione da un punto di vista collaborativo aiuta così il paziente a rappresentare la terapia come un lavoro a due, e non ad uno, in cui riveste il ruolo di esperto dei contenuti, al contrario del terapeuta che si contraddistingue come l’esperto del metodo per orientare verso una maggior conoscenza di sé (Lenzi & Bercelli, 2010). Un altro dettaglio da prendere in esame è l’ambivalenza del paziente, che assume posizioni contrapposte anche quando i fatti risultano evidenti: potrebbe succedere che, una volta rivisti insieme gli episodi legati all’uso, sorgano convinzioni opposte finalizzate a rafforzare la dipendenza. In questi casi, come nelle eventuali ricadute, è bene rammentare la libertà di scelta del paziente sia nei comportamenti che nelle idee, tenendo in considerazione che non sempre si tratta di resistenza al trattamento, bensì di un processo auto-referenziale in cui l’individuo dà senso alla realtà e decide pertanto di accettare tale condizione come l’unico modo di essere, seppur con sacrifici e pericoli elevati (Bara, 2015).

In determinate circostanze, la dipendenza costituisce un elemento essenziale che mantiene l’equilibrio psichico, seppur precario, senza la quale rischierebbe di crollare e fomentare una patologia ben più grave, come un quadro psicotico: ciò non dev’essere comunque generalizzato, ma contestualizzato a seconda del caso che va esaminato approfonditamente non solo attraverso un’analisi funzionale e storica del sintomo, ma anche nei vissuti sperimentati durante le sedute, nelle carenze metacognitive, nonché nelle risorse presenti o potenziali del paziente. A tal proposito può essere un buon suggerimento cercare di individuare i punti di forza, come le passioni e gli interessi, anche se minimi, al fine di agevolare una partecipazione costante: capita sovente di trovare una scarsa padronanza degli stati affettivi negativi che si “placano” attraverso la sostanza, pertanto riuscire a sostituirla con un interesse costruttivo, anziché distruttivo, potrebbe essere un modo più sano per gestire le emozioni disturbanti e dare un senso diverso alla realtà (Carcione, Nicolò & Semerari, 2016).

C’è da precisare, inoltre, il ruolo cruciale della famiglia nell’accettazione della dipendenza e nel sostegno: nel film Non essere cattivo, come capita nella realtà, questo elemento manca appunto perché entrambi i personaggi provengono da una situazione complessa in cui il problema è evitato o addirittura condannato, il che rafforza il circolo vizioso di emozioni, pensieri e comportamenti relativi alla dipendenza e all’abuso. La presenza di una famiglia supportiva e di interessi soddisfacenti possono essere importanti aiuti, così come il ricorso ai servizi per la cura, il ricovero e il recupero, tuttavia è doveroso precisare l’eventualità che i tentativi percorribili non siano sufficienti a proteggere dal rischio di recidive o di insorgenza: fatta questa premessa, non bisogna cadere nell’errore di abbandonare il paziente a sé, come un caso perso, né di lasciarsi travolgere da tendenze controllanti e accudenti che sortirebbero un peggioramento. In tali frangenti la famiglia dovrà scendere a patti con i propri limiti e quelli del parente affetto da dipendenza, senza smettere di frequentare i servizi giusti per una corretta informazione e un percorso di sostegno.

Per quanto riguarda l’interazione tra sostanza e fattori di personalità, esistono quadri variegati: per esempio, nei tratti prevalenti di tipo depressivo l’uso sarà spesso collegato a situazioni di perdita, sensazioni di solitudine, di impotenza e di rabbia, mentre in un’organizzazione di significato personale di tipo DAP (disturbi alimentari psicogeni), si riconduce alla delusione di sé e dell’altro e alla definizione di sé (Guidano, 1988). Nel primo caso, inoltre, è presente un rischio suicidario per overdose decisamente alto, poiché la sostanza assume il significato di distruzione di un sé che nasconde un profondo senso di inamabilità, nel secondo, invece, si riscontra un utilizzo calibrato, in cui le dosi raramente si rivelano letali e si collegano al problema della auto-definizione che nei temi dapici appare vaga: la sostanza quindi non si limita alla “soppressione” di stati affettivi intolleranti, ma si estende al nucleo dell’identità e denota, pertanto, le rappresentazioni proprie, degli altri e del mondo esterno. Per questo, come si diceva prima, è fondamentale conoscere il paziente come persona, per approfondire i temi ricorrenti, le spiegazioni del problema, e in generale i fattori di personalità che lo guidano verso il mondo esterno e l’uso della sostanza.

 

Non essere cattivo: la funzione della sostanza e le possibili ricadute

Per comprendere meglio la funzione della sostanza nel funzionamento soggettivo occorre osservare alcuni elementi, tra cui la modalità del consumo, se avviene prevalentemente in solitudine o in compagnia e con chi, e gli eventi precedenti alle ricadute, nella maggioranza dei casi situazioni emotivamente impattanti in cui l’assunzione costituisce una soluzione rapida per alleviare la sofferenza o il malessere (Bara, 2015). Prima di una festa in discoteca i due protagonisti ricorrono all’ecstasy che procura un effetto euforico ed irritabile, con comportamenti violenti e aggressivi, mentre assumono la cocaina sia nei momenti di festa e in gruppo, sia nelle situazioni di estremo dolore accompagnato dall’abuso alcolico.

Una dose piuttosto elevata di cocaina potrebbe innescare un atteggiamento particolarmente violento e sintomi psicotici rilevanti: non è insolito, infatti, riscontrare anche convinzioni deliranti e allucinazioni dopo un’intossicazione, ed è infatti quello che capita a Vittorio, il quale, sconvolto dalle immagini fatate e demoniache, esprime tutta la vergogna e il disprezzo sputandosi in faccia, dopodiché decide di cambiare vita, lasciando la fidanzata, il giro, trovando altri spazi: il cantiere, una donna seria e riservata con un figlio adolescente a cui badare per evitare che ripeta gli stessi errori, una realtà ben lontana dalle serate “discoteca, coca e prostitute” che da quel momento in poi gli sembrano gli accessori di uno sbaglio clamoroso.

Per evitare il rischio di ricadute, taglia così i ponti con tutti, compreso l’amico del cuore dal quale, però, non riesce a stare molto lontano: “i soliti giri” fatti di soggetti che maneggiano la droga e i reati con estrema facilità costituiscono una fortissima tentazione per chi sta provando a lasciarsi alle spalle una vita dolorosa e contemporaneamente piacevole; tuttavia, in questa storia, non si tratta semplicemente di cattive conoscenze, bensì di un legame solido tra due persone profondamente sole, incomprese e poco supportate, che trovano l’uno nell’altra una base sicura, un porto a cui attraccare nel bene e nel male.

In Non essere cattivo Cesare, in casa, ha ancora una madre stanca e addolorata per la morte della figlia vittima dell’Aids contratta dal partner da cui ha partorito una bambina destinata a morire inesorabilmente nella stessa maniera sotto i loro occhi impotenti, di conseguenza è costretto ad esercitare il ruolo di capofamiglia obbligato “senza se e senza ma”, a badare economicamente ed empaticamente ai componenti: non c’è quindi tempo per piangere, né alternativa ai giri rapidi, fruttuosi e malavitosi, per fare il muratore infatti ci vuole una competenza che non ha sviluppato e agli occhi del capo è un totale inadeguato che ha trascorso l’esistenza a drogarsi e commettere crimini, un perditempo che toglie spazio a chi del mestiere se ne intende e ha dato il corpo e mischiato il sangue per una costruzione.

Vittorio è quindi il solo amico, il fratello con il suo stesso problema, a cui confidare le paure, abbandonarsi e permettersi di soffrire, che può comprenderlo e accoglierlo, senza il quale si sente totalmente spaesato. Pur di non perderlo, accetta anche di reinventarsi, seppur con scarsi risultati: il modo di gestire la dipendenza è diverso e ben presto conduce ai momenti di rottura, così mentre uno cerca di evadere, riprendendo il lavoro, continuando a mantenere una certa costanza e avviando una progettualità che sembra funzionare seppur con qualche discrepanza, l’altro si abbandona a sé, prova a costruirsi una famiglia, poi demolisce il tutto per procurarsi la droga, avviando dinamiche pericolose per sé e per gli altri.

Nel film Non essere cattivo mentre per Vittorio l’idea di avere una famiglia stabile sembra avviarsi sul piano della concretezza, per Cesare, al contrario, sfuma piano piano nell’aria, e una sostanza segue l’altra a ruota libera. Se nel primo si parla di ricadute, appunto perché l’uso di sostanze viene interrotto per un periodo significativo, per il secondo non sembra esserci un lasso di tempo molto ampio dal poliabuso di cocaina e alcol che appare connesso al disagio familiare. Subito dopo la notizia della morte di Deborah, infatti, i due amici consumano di nuovo la cocaina insieme aggiungendo l’alcol che provoca in entrambi un atteggiamento similmente apatico: la modalità ricorda una condivisione di una sofferenza inesprimibile, in cui la sostanza riveste lo strumento per sopperire le emozioni intense conseguenti al lutto di una persona cara, un evento che getta gli amici nello sconforto, i quali non avendo altre risorse per tollerare il dolore lancinante, ricorrono ad un “aiuto” rapido e soddisfacente. Tra i due è Vittorio a rivestire, in prevalenza, il ruolo di protettore che sostiene e aiuta l’amico, anche se ad un certo punto smette di essere il più forte, il fratello maggiore, e ricomincia così il vecchio giro.

Senza una famiglia alle spalle, solo, con un amico da controllare, in casa di una donna che ha già un figlio e nonostante le apparenze, si rivela estremamente fragile, il giovane avverte una sensazione di solitudine che si riflette nel modo in cui usa, un momento in cui nessuno è intorno e che probabilmente non ritornerà più, visto che è destinato a fare immediatamente i conti con il senso di responsabilità e il ruolo di protettore nei confronti delle figure significative che rischiano di soccombere alla medesima condizione senza il suo intervento. Ed è così che nel film Non essere cattivo Vittorio esce dalla dipendenza, sopportando in silenzio, lavorando sodo senza pretendere altri soldi, sistemandosi, come recita nel film, abbandonando le tentazioni alle spalle. Se prima apre e gestisce un locale di videopoker, dopo torna alle mansioni umilissime, rifiutando persino le offerte di lavoro sporco. Poco prima della svolta definitiva, accadono due eventi significativi: la prima assunzione di cocaina da parte di Linda e la morte di Cesare, ucciso dall’uomo che tentava di rapinare. La prima avviene la mattina dopo la ricaduta, quando la compagna sorprende la droga sul tavolo e decide di provarla in un gesto di disperata condivisione: questo episodio sembra innescare un forte senso di colpa in Vittorio che attraverso Linda e il figlio trova una famiglia e una nuova occasione per recuperare l’esistenza partendo da zero. E infine la morte di Cesare, l’ultima goccia che fa traboccare il vaso: l’amico più caro muore appunto per mano di un evento che egli stesso ha ricercato per la droga e la vita da criminale, che l’ha condotto lentamente alla distruzione di sé e dei progetti futuri.

Non è raro riuscire a superare la dipendenza o l’abuso occasionale, specialmente da giovani, dopo una serie di eventi di vita traumatici per il soggetto che coinvolgono le figure significative: assistere ad un suicidio per overdose o ad un omicidio correlato al problema, ad esempio, o ancora all’esordio del disturbo in un parente sono occasioni per riflettere su di sé e sulla vita che si sta conducendo, prendendo in considerazione l’eventualità di abbandonare l’assunzione e certe frequentazioni per sostituirle con altre più gratificanti. Ne dà l’esempio Vittorio in Non essere cattivo che dopo ripetuti tentativi si crea finalmente una stabilità in famiglia e sul lavoro, accontentandosi di poco pur di aver una vita tranquilla che magari in altri frangenti avrebbe salvato anche Cesare. Gli eventi drammatici e le difficoltà interpersonali sono “molle” da monitorare, come si vede dagli episodi successivi alla morte di Deborah e ai problemi di coppia tra Linda e Vittorio; di conseguenza non vanno mai sottovalutate nemmeno quando l’uso è terminato ormai da anni.

Smettere da tempo, non significa non ricominciare mai più, ed è per questo che chi ha attraversato un problema con le sostanze, insieme ai famigliari, non dovrebbe trascurare l’eventualità che il disturbo si ripresenti soprattutto in circostanze difficili da sostenere emotivamente o che la sostanza usata in precedenza venga sostituita da un’altra o da una dipendenza comportamentale (gioco d’azzardo patologico o dipendenza da internet, ad esempio).

Attraverso la condivisione della sofferenza con le persone significative è possibile raggiungere un apprendimento dall’esperienza e stabilire un impegno al cambiamento che merita una valorizzazione e un affiancamento ad un percorso psicoterapico in cui il paziente e la famiglia possano riconoscere i campanelli d’allarme delle potenziali ricadute. La psicoterapia si rivela utile, così, anche nei periodi lunghi di astinenza con l’obiettivo di riconoscere e nominare le emozioni e i pensieri connessi all’uso e quindi i momenti in cui la vulnerabilità alle ricadute è tendenzialmente elevata: “addestrare” il soggetto a riconoscere i segnali corporei, a dare un nome alle sensazioni sperimentate collegandole ai pensieri e alle immagini potrebbe diventare un primo passo per la consapevolezza di sé e dei motivi che riconducono ad usufruire di una particolare sostanza.

 

Le controindicazioni attuali e future all’utilizzo della realtà virtuale

Alcuni presupposti medici presentano controindicazioni significative all’utilizzo della realtà virtuale. Le avvertenze attuali nell’utilizzare la realtà virtuale fanno normalmente riferimento a malesseri fisici e sensoriali, come ad esempio la Cybersickness. Nel lungo periodo invece, quali incognite potrebbe comportare tale espediente tecnologico? 

 

Alcuni presupposti medici presentano controindicazioni significative all’utilizzo della realtà virtuale. Tali “avvertimenti” suggeriscono grande cautela quando questi strumenti sono usati in pazienti con ipertensione, malattie cardiovascolari e circolatorie. Inoltre, dato che la realtà virtuale può interferire con i normali processi psicologici, un’attenta osservazione è necessaria quando si usa tale espediente tecnologico con pazienti schizofrenici, psicotici e altri disturbi psicopatologici, giacché la confusione del reale versus il virtuale potrebbe accentuare la loro patologia.

Le avvertenze attuali nell’utilizzare la realtà virtuale fanno normalmente riferimento a malesseri fisici e sensoriali, come ad esempio la Cybersickness, nonché a problematiche quali la Disforia dell’Identità Personale o il Disturbo da Dissociazione delle Realtà. Nel lungo periodo invece, quali incognite potrebbe comportare tale espediente tecnologico? Tra le tante ipotizzabili, l’Internet Addiction Disorder e la Nomofobia sarebbero quelle più probabili.

 

Realtà virtuale: le problematiche attuali

La Cybersickness

La cinetosi (motion sickness) è un complesso fenomeno sia fisiologico sia psicologico che pur essendo legato alla percezione del movimento non presenta un’evidente relazione tra moto e grado di malessere.

Numerosi sono i fattori che possono essere collegati alla cinetosi, ma i principali sono le accelerazioni con contenuto a bassa frequenza che sono percepite dal sistema vestibolare (otolite e canale semicircolare), visivo e propriocettivo.

Quello che è interessante notare è che non solo il moto “reale” è provocativo; con il sempre maggiore utilizzo della realtà virtuale si è constatato come anche condizioni di moto simulato (ad esempio all’interno di simulatori o in ambienti virtuali) provochino tale malessere (cybersickness) dimostrando quanto sia importante la sensazione visiva nella genesi della sintomatologia. I sintomi correlati alla cybersickness riguardano differenti aree target:

  1. visiva (visione sfuocata, diplopia, lacrimazione, arrossamento irritativo);
  2. uditive (acufene e ipoacusia);
  3. vestibolare (instabilità, nausea, vomito e sudorazione);
  4. sistema nervoso centrale (cefalea, convulsioni, flashback e instabilità);
  5. Muscolo – scheletrica (dolori al collo, polso e schiena).

 

Disforia dell’Identità Personale

Chi sono io veramente? La domanda che turba cuori e menti dell’umanità da tempo immemorabile si caricherà di ulteriori perturbanti significati nella società del futuro.

Le nostre identità verranno ulteriormente frammentate e suddivise tra le diverse elaborazioni artificiali a cui affideremo sempre compiti via via più sofisticati di svariate sfere della nostra esistenza, anche intima e personale. Multipli pezzi di noi vivranno e interagiranno in multiple realtà più o meno reali; perdita d’individualità e confusione patologica sulla nostra vera identità e natura saranno in agguato. Gergen scrive:

Questa frammentazione della percezione di sé corrisponde a una molteplicità di relazioni incoerenti e fra loro sconnesse. Queste relazioni ci spingono in una miriade di direzioni, invitandoci a interpretare una varietà di ruoli tale da far sfumare il concetto stesso di sé autentico, dotato di caratteristiche conoscibili. Il sé completamente saturato diventa un non sé. D’altro canto la mancanza di una reale presenza fisica e l’impossibilità di poter accedere a tutta una serie di messaggi non verbali ai quali siamo abituati nelle relazioni interpersonali diminuisce la possibilità di accesso a tutta una serie d’informazioni fondamentali nell’interazione tra due individui

 

Disturbo da Dissociazione della Realtà

È una malattia correlata a quella precedente, dato che sempre riguarda la gestione del proprio rapporto con la realtà virtuale. Questa diventerà infatti così realistica, credibile e pervasiva che sarà quasi impossibile per una persona distinguere le esperienze virtuali da quelle reali. Come in sogno, dove a volte si fa molta fatica, o non si riesce proprio, a riconoscere ciò che è successo sul piano onirico o sul livello di realtà da veglia, lo stesso dubbio riguarderà il confine con la sofisticata copia della realtà che sarà quella virtuale. Questo disorientamento colpirà i rapporti intrapersonali ma anche i rapporti interpersonali, dato che sarà sempre più difficile capire se stiamo interagendo con una persona reale o no.

 

Realtà Virtuale: le problematiche future

L’Internet Addiction Disorder

Sebbene l’uso dei sistemi di Realtà Virtuale nella cura delle patologie psichiche sia un notevole passo avanti, c’è da chiedersi quali incognite future comporterà l’uso di tale tecnologie. Una di queste potrebbe essere l’Internet Addiction Disorder.

Pur con una certa diffidenza negli ambienti scientifici, diffidenza che si è tradotta in un mancato riconoscimento della paternità di tale “disturbo”, la sindrome da “dipendenza” da Internet, è una patologia “annunciata” che, come nota Grohl, è nata prima nei luoghi comuni e nelle convinzioni delle persone esterne all’ambito scientifico. In ambito scientifico il lavoro che viene citato come esempio di ricerca e prova sull’esistenza dell’ Internet Addiction Disorder è quello di K. Young che nel 1997 intervenne al congresso dell’American Psychological Association proponendo una indagine dalla quale risulterebbe che esistono peculiarità specifiche di comportamenti dipendenti in Internet. Nel suo lavoro di ricerca sull’esistenza dell’ Internet Addiction Disorder, Young ha cercato inoltre di classificare le persone come internet-dipendenti solo se mostravano quattro o più dei sintomi elencati qui sotto:

  1. Vi agitate o irritate quando qualcuno tenta di ridurre o arrestare il vostro uso della Rete?
  2. Quando vi collegate in rete sentite di stare bene, provate una sensazione di benessere?
  3. Rimanete in linea più a lungo di quanto avete inizialmente progettato?
  4. Preferite rimanere on line rischiando di perdere un rapporto significativo, o un’occasione di carriera?

Elemento fondamentale per comprendere le dinamiche legate alla dipendenza da Internet è il fenomeno della “distorsione del tempo”, l’alterazione spazio temporale prodotta nel soggetto che rimane collegato per molte ore, talvolta per giorni, in internet senza che se ne renda conto. Alcuni pazienti vanno incontro ad un’ inversione del ritmo sonno veglia e a veri e propri stati deliranti in rapporto al costante utilizzo della rete.

 

La Nomofobia

Una domanda sorge spontanea: e se con il tempo la tecnologia della Realtà Virtuale fosse, al pari degli smartphone, accessibile a tutti? Cosa accadrebbe? In un intervista condotta ad aprile 2015 da ‘Il Fatto Quotidiano’ è stato chiesto ad un gruppo di persone, di diverse età, se riuscirebbero a stare senza il loro smartphone: la risposta è stata quasi del tutto unanime: “senza smartphone non riuscirei a vivere, mi verrebbe l’ansia”. Si scrive nomofobia, si legge ‘stato ansioso che si manifesta quando non è possibile usare il telefono cellulare”.

L’ossessione per il cellulare è oggi una patologia: cos’è la “Nomofobia“? Le tecnologie informatiche e digitali sono in grado di acutizzare diverse fobie umane, tra cui questa che viene descritta esattamente come un’ansia da separazione, inesistente fino a pochi anni fa.

La paura di essere separati da uno smartphone o di non poterlo utilizzare, genera nel nomofobico una vera e propria interruzione dei contatti sociali e quindi un’ansia da separazione nel vero senso psicologico del termine.

Negli adolescenti – spiega il dottor Federico Tonioni, psichiatra dell’Ospedale Gemelli di Roma.– che sono nativi digitali e non hanno mai conosciuto un vita prima del computer, quella online è davvero un nuovo modo di comunicare e pensare. Negli adulti, invece, che un prima del computer lo hanno conosciuto, ci sono più i caratteri della dipendenza patologica e, quindi, è ipotizzabile che un adulto senza il suo telefonino si senta un po’ mutilato, come se perdesse il controllo della realtà

Il nomofobico – continua Tonioni – è un soggetto ansioso, può anche avere degli spunti paranoidei, difficoltà nel perdere il controllo sugli altri, ma potrebbe essere anche una persona con dei tratti narcisistici molto spiccati, che ha sempre bisogno di avere una conferma da parte degli altri, di sapere che ha un seguito

Questa però – specifica lo psichiatra – non è considerabile come una vera e propria patologia. Per questo si parla di fobia: è una paura non giustificata dalla realtà

Talento sprecato? Una nuova prospettiva della psicologia dello sport: consulenza per una scelta più ponderata

Lo sport fornisce in continuazione esempi di “talento sprecato” che sono sotto gli occhi di tutti, la psicologia dello sport potrebbe esserci d’aiuto nel capire se vale la pena o meno investire sul proprio talento.

Luca Innocenzi – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Talento sprecato. È qualcosa che accade da sempre e in diversi ambiti ma spesso le ragioni sono simili. Lo sport, in cui il talento è una delle sue prerogative, fornisce in continuazione esempi che sono sotto gli occhi di tutti.  La figlia della vicina che sognava di salire come prima ballerina sul palco della Scala, il compagno di banco delle superiori che poteva esordire in serie A o il tennista adolescente che batte il futuro n°2 del mondo senza poi lasciare tracce nella storia di quello sport.

Tutte queste situazioni portano naturalmente a fare delle valutazioni e a domandarsi se vale la pena o no investire sul proprio talento o nel maggiore dei casi sul talento del proprio figlio a scapito di una normale vita da adolescente perché queste scelte vanno fatte quando ci si trova nel pieno dell’adolescenza, e non abbiamo certamente bisogno di spiegare quanto sia importante per un ragazzo godersela. Il risultato peggiore che possa verificarsi è quello di investire tempo e denaro, oltre ad una probabile separazione precoce dalla famiglia, per poi ottenere risultati mediocri ritrovandosi senza una valida alternativa; ma anche sprecare l’occasione di sfondare è qualcosa che si vorrebbe evitare.

La psicologia dello sport potrebbe essere la risposta per evitare entrambe le situazioni. Quando pensiamo allo psicologo dello sport viene spontaneo immaginare quella figura che con i suoi strumenti riesce a incrementare le prestazioni degli sportivi; l’ipotesi è se per caso con gli stessi strumenti che ha a disposizione possa diventare all’occorrenza un consulente per indirizzare nel migliore dei modi i giovani atleti e le loro famiglie. Si tratterebbe di un lavoro di valutazione sulle risorse del giovane tentando di ottenere dei risultati che possano avere una buona attendibilità di previsione sui risultati futuri. Vediamo quali dovrebbero essere le principali aree d’indagine.

 

Psicologia dello sport e talento: il ruolo della motivazione e dell’ autodeterminazione

L’autodeterminazione è legata alla percezione che un individuo ha dell’origine del proprio comportamento in termini di locus of causality. Il locus of causality interno sta ad indicare che la ragione primaria nella messa in atto di un dato comportamento sia da ricercare nelle proprie scelte autonome. Al contrario, un locus causality esterno attribuisce il motivo primario di un proprio comportamento a cause esterne a se stessi. Le persone sono spinte a internalizzare la regolazione di attività inizialmente non determinate da un locus causality interno.

L’internalizzazione  è il processo attraverso il quale una persona passa da una regolazione dei propri comportamenti basata sulle contingenze o sulle pressioni esterne a una regolazione basata su spinte interne. Idealmente, il processo di internalizzazione di un comportamento si conclude quando esso viene messo in atto esclusivamente perché ritenuto piacevole o interessante, personalmente importante e prossimo ai sistemi di valori dell’individuo agente.

Questo processo di internalizzazione,  che vede come fine ultimo l’autodeterminazione, si può considerare come un continuum in cui si identificano sei distinti punti. Il punto di partenza del continuum è l’assenza di regolazione, in cui non c’è la volontà di mettere in atto un dato comportamento: l’azione viene subita e la persona agisce senza alcuna specifica intenzione di ottenere un risultato. Le motivazioni per le quali il comportamento viene espresso non sono chiare alla persona che le mette in atto. Ciò rende maggiormente probabile che le attività amotivate si interrompano a breve.

I successivi quattro step del processo sono caratterizzati da differenti forme di motivazione estrinseca. Sono tutte accomunate dal fatto che le azioni sono agite con la finalità di raggiungere degli obiettivi strumentali e non per il piacere ad esse connesso. La regolazione intrinseca viene raggiunta nel momento in cui un’attività viene intrapresa per il piacere e la soddisfazione derivanti da essa stessa. Quando sono intrinsecamente regolate, le persone fanno le cose perché le ritengono interessanti o piacevoli, senza ricercare alcuna altra conseguenza strumentale dall’attività. La regolazione intrinseca viene definita come una tendenza innata a cercare novità e sfide, a esercitare e ampliare le proprie capacità di esplorare e di apprendere. In psicologia dello sport sono stati creati appositi strumenti per poter valutare il livello di autodeterminazione nello sport come l’Exercise Self-Regulation Questionnaire (SRQ-E) e la Sport Motivation Scale (SMS).

 

 

Convinzioni di autoefficacia

L’ autoefficacia percepita si è dimostrata, all’interno dell’ambito sportivo e della psicologia dello sport, come una delle componenti psicologiche più importanti nella promozione del successo, in virtù dell’influenza positiva che essa esercita sul buon funzionamento dell’atleta sia in fase di gara che in fase preparatoria e di allenamento.

Numerosi studi di psicologia dello sport testimoniano il ruolo centrale delle convinzioni di autoefficacia nella scelta delle attività sportive, nell’applicazione delle strategie più appropriate per l’ottimizzazione della prestazione, nella resistenza, nella pressione competitiva e nelle modalità da adottare per fronteggiare lo stress e calcolare la durata dell’impegno e della perseveranza di fronte ai fallimenti o quando i miglioramenti risultano irregolari o lenti ad arrivare.

Sono stati individuati diversi tipi di autoefficacia in ambito sportivo che spaziano da aspetti propriamente tecnico-tattici, caratteristici dello sport praticato, alla gestione delle relazioni interpersonali e delle emozioni.

Numerose ricerche nella psicologia dello sport concordano nell’evidenziare che atleti con un elevato senso di efficacia personale s’impegnano a fondo nelle attività che intraprendono, sicuri di poter esprimere al meglio il proprio talento e le proprie potenzialità. Essi percepiscono le difficoltà e gli errori come occasioni per mettersi alla prova e attribuiscono i fallimenti ad un impegno insufficiente o a fattori episodici. L’autoefficacia percepita favorisce la scelta autonoma di obiettivi realistici anche se ambiziosi, rispetto ai quali le capacità dell’atleta sono effettivamente messe alla prova, e l’autoefficacia viene rafforzata dal successo e dal talento mostrato nel perseguimento dell’obiettivo. In caso di insuccessi, di passi falsi e di lunghi periodi di stasi, è indispensabile percepirsi in grado di riuscire per poter mantenere un  impegno elevato e non cedere allo sconforto.

Le convinzioni di autoefficacia, inoltre, favoriscono un’appropriata gestione degli stressor da competizione. Gli atleti che nutrono più solide convinzioni mostrano una capacità superiore di concentrarsi sui modi e sui mezzi più adeguati per andare oltre i propri limiti, per affrontare al meglio le difficoltà, individuare strategie per affrontare lo stress e i rischi connessi alla continua competizione. Coloro che hanno un’equilibrata percezione della personale autoefficacia dispongono di essere più abili nella gestione delle distrazioni, sono in grado di controllare i pensieri intrusivi negativi determinati da insuccessi passati e riescono meglio nel controllo dell’ansia che comunemente precede l’attività agonistica.

Gli atleti che, al contrario, dubitano delle proprie capacità e delle personali energie sono inclini a sopravvalutare, talvolta in maniera irrealistica, il talento e le doti atletiche degli avversari e a preoccuparsi esageratamente dei rischi e delle conseguenze di un eventuale fallimento, sia sul piano personale che su quello dello status sociale che può essere compromesso.

Un ultimo ambito in cui l’autoefficacia è particolarmente importante è quello relativo al controllo del dolore e della fatica e la capacità di accelerare il recupero psico-fisico in caso di infortuni. La ripresa funzionale a seguito d’infortuni, infatti, richiede allo sportivo generalmente lunghe ore di lavoro, di esercizi, una dura lotta non solo per non soggiacere al dolore ma anche di contrastare con abilità la noia e lo scoraggiamento quando il recupero delle funzionalità fisiologiche è particolarmente lento. Se ne può facilmente dedurre che le consolidate convinzioni di autoefficacia rendono più accettabili i programmi di riabilitazione, promuovono un’efficace autoregolazione emotiva e comportamentale e favoriscono la scelta di obiettivi a breve e lungo termine adeguati alle concrete possibilità di recupero.

 

Lo stress nella psicologia dello sport

Con il termine stress ci si riferisce solitamente ai fattori che scatenano risposte d’ansia. L’ansia conseguente agli stimoli stressanti spesso si manifesta attraverso risposte disadattive a livello fisiologico, comportamentale e cognitivo che ostacolano la prestazione.

L’intensità della risposta soggettiva dipende soprattutto da fattori personali che portano a un’interpretazione cognitiva della situazione; infatti, ciò che può essere eccessivamente stressante per una persona può non esserlo per un’altra. Sin dalle prime esperienze impariamo a reagire alle stimolazioni psicofisiche, che possono essere positive o negative, realizzando inconsapevolmente comportamenti i più adeguati possibili all’adattamento all’ambiente.

Quando non riusciamo a reagire in maniera appropriata, il rischio è di sviluppare una sindrome generale di adattamento descritta dal Dr. Hans Selye in cui il nostro corpo viene impegnato in una lotta contro uno stress cronico, nel quale la fase di resistenza può durare da qualche ora a molti anni. Questo disturbo si articola in tre fasi. La prima fase è di allarme, caratterizzata dalla comparsa di alterazioni del sistema nervoso simpatico e dall’abbassamento delle difese generali dell’organismo, rappresentate dal sistema immunitario. Ciò ha una ripercussione a livello muscolare, al sistema cardiocircolatorio, gastrointestinale e ormonale, predisponendo il corpo all’azione. La principale reazione interna è la produzione di adrenalina e noradrenalina. Superata la criticità della prima fase, subentra quella della resistenza nella quale l’organismo si adatta alla nuova situazione. Continua la carenza delle difese immunitarie dovuta alla sovrapproduzione del cortisolo; inizialmente non costituisce un problema, ma nel lungo periodo con uno stress cronico rende molto più probabile l’attecchimento di molte malattie virali e batteriche e si ipotizza anche lo sviluppo di malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide o la sclerosi multipla. La sua durata dipende dalla natura e dall’intensità dello stressor e da altre variabili riguardanti le condizioni psicofisiche generali. La terza è la fase conclusiva che assicura al corpo il riposo necessario per rimettersi completamente; in genere comincia quando l’organismo percepisce il pericolo come finito o quando le energie cominciano a venir meno. Quando la fase di resistenza termina, si possono presentare due casi:

  • Le energie non sono esaurite del tutto e la persona avverte la fase di esaurimento come un torpore benefico rilassante, con una sensibile sensazione di debolezza e lassità;
  • La fase di resistenza è durata troppo e l’esaurimento è dovuto alla completa mancanza di energie, con periodi di recupero lunghi e debilitanti (anche depressivi).

Biochimicamente parlando abbiamo un calo repentino degli ormoni surrenali (adrenalina, noradrenalina e cortisolo) e la rapida diminuzione delle riserve energetiche. In sostanza ci troviamo davanti a un’azione depressiva contraria a quella da resistenza che tenderà a riportare il corpo nella condizione precedente allo stress e quindi in equilibrio (il sistema parasimpatico calmante prende il posto di quello simpatico). Importante è ricordare che molte volte quando il soggetto diventa stress-dipendente, arrivando a vivere fasi di resistenza prolungatissime, può sentire la necessità impellente di utilizzare sedativi, alcool, fumo e altri mezzi per passare artificialmente alla fase di esaurimento e permettere al proprio corpo di riposarsi. Questo disturbo si ripercuote nel mondo sportivo con il fenomeno del drop-out (sgocciolare) che sta a indicare il fenomeno dell’abbandono precoce, che, stando alle statistiche, coinvolge il 30% degli adolescenti praticanti attività sportiva, nonostante il loro talento.

Ottenere la certezza del successo è chiaramente improbabile ma avere un quadro più chiaro sulle risorse dei giovani atleti non può che facilitare una scelta cosi difficile. Oltretutto nel caso in cui si optasse per il proseguo dell’attività agonistica, da semplice consulente, lo psicologo esperto in psicologia dello sport può sempre riprendere le più classiche funzioni di sostegno allo sportivo. L’obiettivo finale rimane quello di non aver rimpianti per aver gettato il proprio talento e la possibilità di emergere nel mondo dello sport o più semplicemente per aver perso una parte della vita cosi importante.

Show me yours and I’ll tell you mine – Questionario sulle abitudini sessuali

Cliccando sul pulsante potrà rispondere al questionario sulle sue abitudini sessuali. Le risposte saranno anonime e la sua privacy sarà rispettata e garantita.

 

 VAI AL QUESTIONARIO 9733

 

L’abitudine è il processo mediante il quale un comportamento diventa consueto e molto spesso, tale comportamento è legato al contesto.

Oggi più di ieri, sappiamo come il contesto, in cui le nostre vite sono costantemente immerse, cambia repentinamente. Come le nostre preferenze sessuali variano e fluttuano nel corso della nostra vita, anche gli atteggiamenti sociali nei confronti della sfera sessuale sono cambiati e con essi anche la definizione di norma e normalità.

Ci siamo quindi chiesti: come sono cambiate, e continuano a mutare, le abitudini sessuali nella società odierna, che fa dell’innovazione tecnologica e del dinamismo i suoi capisaldi principali? Facciamo davvero parte della “sharing generation” essendo più aperti nel parlare delle nostre abitudini sessuali e dei nostri desideri, oppure veniamo solo travolti dalla velocità dei legami interpersonali nel mondo delle delle “dating app” e delle relazioni via Skype?

La ringraziamo per la partecipazione al nostro questionario sulle abitudini sessuali e affettive. La invitiamo a condividere il link del questionario, in modo da raggiungere più persone ed avere gruppo ampio e diversificato da cui poter raccogliere dati.

 

fluIDsex

 


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

Il ruolo della speranza e dell’ottimismo nelle malattie croniche

Psicologia positiva e malattie croniche: La psicologia positiva, movimento creato alla fine degli anni ’90 da Seligman, ha fra i costrutti principali del suo statuto epistemologico lo spiegare come una condizione di positività mentale possa influire sullo stato di salute di un individuo, concorrendo a determinare il suo benessere. Archetipi importanti della psicologia positiva sono la speranza, la saggezza, la creatività, il coraggio, la spiritualità, la responsabilità e l’ottimismo (Seligman e Csikszentmihalyi, 2000).

 

La psicologia positiva, movimento creato alla fine degli anni Novanta da Seligman, ha fra i costrutti principali del suo statuto epistemologico lo spiegare come una condizione di positività mentale possa influire sullo stato di salute di un individuo, concorrendo a determinare il suo benessere.

Archetipi importanti della psicologia positiva sono la speranza, la saggezza, la creatività, il coraggio, la spiritualità, la responsabilità e l’ottimismo. La speranza può essere definita come uno stato di motivazione positiva, basato su tre componenti, ovvero obiettivi da raggiungere, strategie per il raggiungimento degli obiettivi e motivazione a raggiungerli. Essa può essere misurata con la Hope Scale. L’ottimismo può essere indicato come la tendenza a credere che si possano raggiungere dei risultati positivi, piuttosto che negativi. Perché ci possa essere l’ottimismo, è necessario avere un’aspettativa positiva nei confronti del futuro. L’ottimismo può essere misurato con il Life Orientation Test (LOT). Da tempo, diversi studi hanno messo in evidenza l’impatto positivo che la speranza e l’ottimismo, fra i costrutti fondamentali della psicologia positiva, hanno sulla salute fisica dell’individuo.

Keywords: psicologia positiva, speranza, ottimismo, benessere, malattie croniche.

 

I costrutti della psicologia positiva

La psicologia positiva, movimento creato alla fine degli anni ’90 da Seligman, ha fra i costrutti principali del suo statuto epistemologico lo spiegare come una condizione di positività mentale possa influire sullo stato di salute di un individuo, concorrendo a determinare il suo benessere. Archetipi importanti della psicologia positiva sono la speranza, la saggezza, la creatività, il coraggio, la spiritualità, la responsabilità e l’ottimismo (Seligman e Csikszentmihalyi, 2000).

Attraverso questi parametri, si determina quella che Seligman (2008) definisce la salute positiva, che ha come paradigma fondante la salute mentale dell’individuo, da intendersi non come assenza di malattia, ma come una condizione caratterizzata dal provare emozioni positive, dall’avere degli impegni finalizzati al raggiungimento di obiettivi positivi, dall’essere in grado di relazionarsi positivamente con l’alterità. Il benessere provato, frutto della salute mentale sopra delineata, incrementa la longevità degli individui e migliora il loro invecchiamento; migliora la prognosi delle malattie; riduce l’entità delle spese sanitarie affrontate dagli Stati (Seligman, 2008).

Da tempo, diversi studi hanno messo in evidenza l’impatto positivo che la speranza e l’ottimismo, fra i costrutti fondamentali della psicologia positiva, hanno sulla salute fisica dell’individuo (Schiavon, Marchetti, Gurgel, Busnello e Reppold, 2017). La speranza può essere definita come uno stato di motivazione positiva, basato su tre componenti, ovvero obiettivi da raggiungere, strategie per il raggiungimento degli obiettivi e motivazione a raggiungerli (Snyder e al., 1991).

La speranza può essere misurata con la Hope Scale, messa a punto da Snyder e al. (1996). Questa scala è composta da 12 items, costituiti da affermazioni, a cui l’intervistato deve rispondere con dei numeri che vanno da 1 (completamente falso) ad 8 (completamente vero). Alti punteggi indicano che la persona ha un alto livello di speranza.

L’ottimismo può essere indicato come la tendenza a credere che si possano raggiungere dei risultati positivi, piuttosto che negativi (Scheier e Carver, 1985). Perché ci possa essere l’ottimismo, è necessario avere un’aspettativa positiva nei confronti del futuro (Carver e al., 2010). L’ottimismo determina nell’individuo degli atteggiamenti proattivi finalizzati alla protezione della sua salute, cosa che non si verifica nel soggetto pessimista (Carver e al., 2010).

Nell’ambito dell’ottimismo, un ruolo chiave lo rivestono gli eventi stressanti e la loro durata. A questo proposito le ricerche di Cohen e al. (1999) e Segerstrom (2005) hanno dimostrato che quando gli eventi stressanti sono di breve durata (meno di una settimana) l’ottimismo funge da barriera protettiva nei loro confronti. Cosa che non si verifica quando i fattori stressanti sono di lunga durata: in questo caso, anche le persone ottimiste diventano immunologicamente più vulnerabili. In generale, chi è pessimista ha una salute fisica più scadente, una tendenza maggiore a soffrire di depressione, un incremento dei fattori di rischio relativi alla mortalità, condizioni che non accadono per l’ottimista, che vive più a lungo e ha una migliore qualità della vita (Urcuyo e al., 2005).

L’ottimismo può essere misurato con il Life Orientation Test (LOT), messo a punto da Scheier e Carver nel 1985. Esso è un questionario composto da 12 items, che misurano l’orientamento di vita, ovvero se le persone percepiscono la loro vita in termini positivi o negativi.

Il ruolo dell’ottimismo nelle malattie croniche

L’ottimismo svolge un ruolo positivo in molte malattie croniche. DuBois e al. (2012) sottolineano che esistono delle evidenze relative all’associazione fra ottimismo e prognosi migliore nelle malattie cardiache. In questo ambito, l’ottimismo è associato ad un miglioramento delle condizioni cardiache (Shepperd e al., 1996), ad una minore probabilità di ricovero per patologie cardiache (Scheier e al., 1999), ad una riduzione del rischio di malattia coronarica nella popolazione anziana (Kubzansky e al., 2001) e ad una diminuzione della mortalità per cause cardiovascolari negli anziani (Giltay e al., 2004).

Relativamente al cancro, l’ottimismo aumenta l’aspettativa di vita nei pazienti con tumore cerebrale e con neoplasie localizzate nel distretto del collo (Allison e al, 2003).
L’ottimismo, inoltre, svolge un ruolo positivo nei malati di sclerosi multipla, determinando una variazione positiva nel vissuto psicologico e un miglioramento delle condizioni fisiche (Hart e al., 2008). Importante è anche l’impatto positivo che l’ottimismo ha nella colite ulcerosa (Flett, 2011).

Nel controllo del peso, le persone ottimiste sono più propense ad adottare i cambiamenti salutari che servono a riportare l’Indice di Massa Corporea (BMI) nella norma (Boehm e al., 2013).

In rapporto alla speranza, le persone che nutrono speranza hanno una minore probabilità che possa essere loro diagnosticata un’infezione dell’apparato respiratorio (Richman e al., 2005). Negli individui che sono sottoposti a trattamenti riabilitativi a lungo termine, la speranza permette una buona adesione alla riabilitazione e l’abbandono di abitudini nocive nel campo della salute (Halding e Heggdal, 2012). Altri benefici effetti della speranza sono stati trovati nelle malattie croniche di natura mentale: infatti, Waynor e al. (2012) hanno dimostrato che la speranza è inversamente proporzionale alla ricomparsa di sintomi.

Psicoanalisi: intervista con Anne Marie Sandler

Pubblichiamo una interessante intervista alla collega psicoanalista Anne Marie Sandler, con pareri molto istruttivi. Tuttavia desideriamo prendere le distanze da alcune affermazioni finali: State of Mind non appoggia l’opinione che alcune psicoterapie approfittino di uno scorretto vantaggio economico e temporale per il paziente che andrebbe a danno della sua vera e completa guarigione mentre altre psicoterapie manterrebbero una supposta purezza. La valutazione di efficacia è frutto di studi empirici e non di giudizi di valore. Detto questo, auguriamo buona lettura.

 

 

Intervista a cura di Antonio Cusaniello & Gabriele Cassullo

Anne Marie Sandler is a child and adult training psychoanalyst of the British Psychoanalytical Society. From 1982 to 1984 she has been a Visiting Professor at the Department of Psychology of the Hebrew University, Jerusalem, and from 1993 to 1996 Director of the Anna Freud Centre, London. In 1998 Anne Marie Sandler received the Sigourney Award in ‘Recognition of her Distinguished Contribution to the Field of Psychoanalysis.’

Anne Marie Sandler is the widow of Prof. Joseph Sandler, a psychoanalyst himself, who in 1984 founded the Psychoanalytic Unity the at the University College London, now directed by his pupil Peter Fonagy. Since the 1960s Prof. Sandler started to introduce a research culture into psychoanalysis and, when President of the International Psychoanalytical Association, launched the Open Door Review of Outcome Studies in Psychoanalysis, which now reached its third edition (Leuzinger-Bohleber, Kächele, 2015).

At the end of the interview A.S. Sandler makes an argument, touching on the delicate and largely debated point of the empirical validation of psychotherapy. For an in-depth discussion of the subject the interviewers encourage reading: Westen D., Novotny C.M., Thompson-Brenner H., 2004.

 

Interview with Anne Marie Sandler

– First of all we would like to introduce your psychoanalytic contribution. And we think that the most striking feature of your husband’s Joseph and yours psychoanalytical work is the idea of background of security (Anne Marie Sandler, 1959), which was developed way before Bowlby‘s most-known secure base. One could say that since then psychoanalysis had only dealt with the human need for freedom, and any search for security was seen as defensive or regressive, eventually alienating the person from oneself. On the contrary, you highlighted how any child or any person needs a background of safety (a physical as well as psychological safety) in order to develop as a healthy, integrated human being.

Anne Marie Sandler: I think that in order to understand our work you have to understand the situation of British Psychoanalytic Society (BPS) where, before the war, Melanie Klein had been invited to the Society and the Society was very psychoanalytic but had gone away in many ways from the classical sexual-centred psychoanalysis of Freud and had developed in two ways. One trying to answer what was going on in the baby much more than in the older child as the adult, to understand the baby’s functions, while on the other side a much more important role was given to the relationship of the child to the parent, as the mother, but also as the father, and so the two theories really clashed on most of those topics. On the one hand, the more classical Freudians saw the idea of phantasies in the baby from birth as pure imagination: there was no proof to it, they said. And then they saw the first (mainly Kleinian) group as no longer giving a central role as to the child emotional development and of thinking to the basic discovery of sexuality, in the sense of Freud’s use of the term.

When my husband Joseph and I became students in the Institute there was a very important split because of the conflict about the different techniques to work with patients, according to the different viewpoints on theory. Those theoretical and technical differences were enormous, and so both my husband and I, through our work with patients, felt that we could not ignore the importance of object-relationship; but that did not mean that you have to accept all the ideas of Melanie Klein about the very early development of fantasies and the idea of very primitive psychotic life, projection, and so on.

Therefore, we thought that the idea for example of the safety principle was one way of showing how, for anybody who develops, you get a feeling of safety if you feel a certain satisfaction with what you have achieved, and this achievement which you spell out was partly due to the relationship. There was a feeling that we have done well or that we can be satisfied with ourselves for what we have achieved, but this basic feeling is much more important than what was untill now seemed that if you cannot create or keep a minimal feeling of safety you will use a message or you will defend in a way which will very soon be quite psychological, because if you don’t have a basic kind of sense of security.

– However, the safety principle, as you call it, seem to contradict a certain degree of uncertainty which is inherent to the human condition, and also the push towards the unknown which characterizes the development of the child as well as of any human being.

Anne Marie Sandler: Yes the unknown is always present to a certain degree because this is a part of a push towards learning, towards new experiences. But it’s a question of degree and if you don’t have a feeling of safety to a certain extent you will also refuse what is unexpected. This is important if you have a very depressed mother or a very harsh father; and you come home with the expectation that your mother becomes totally loving and your father goes like: “Oh! You can do what you like my darling”. The child would get very anxious because of all his expectations, and so he may be very pleased to get a present or be cuddled, or whatever. Yet there would always be a part of himself which says: “What’s happening? This is strange, dangerous”.

That’s what we mean by background of safety. A basic need for continuity, even in a not-satisfying environment. However, it’s a very interesting question that you raised because of course if it were always exactly the same and there was nothing new, first of all we would be very bored or it would be very boring but also it would not encourage the development but here we really speak about a degree of basic safety needs, a degree of giving a child a feeling that he can live expecting what’s going to happen. If I can put in that way.

 

– So, that is why you and your husband revisited the concept of internal objects.

Anne Marie Sandler: Yes. We wanted to show that we have readdressed the concept of Freud and changed it in a sense of bringing constantly the role of the object-relation. You probably remember the clinical case, for example, in our book Internal Object Revisited (J. Sandler, Anne Marie Sandler, 1998, pp. 116-122), where it is clear that we understood the role of sexuality and the problem of fear about sexual understanding; but it was also for us very important to show this woman that she was repeating, even though it had been very unpleasant, something which she was used to, especially because she had been suddenly deprived of the use. She had been traumatized. But that’s one reason why we wanted to revisit it, in order to include psychological trauma by discontinuity in the object-relations, which also shows that you can have a reason why you feel traumatized, even without any massive traumatic event.

At the time Joseph and I worked very much with Anna Freud, to talk about internal-objects was… “no-no”. You couldn’t talk about it because the Freudians did not believe in internal objects: that was Melanie Klein’s domain; but we wanted to show that we can speak of an internal-objects in a way that is not the same as the internal-object of Melanie Klein, it’s not the internal-object of the baby, and the breast, and so on. So we wanted to revisit it to show very clearly where we have different views from the classical Freudians but we believe we are still Freudians, we are not Klenians! But we do believe that there is something lacking in the classical Freudian theory.

– One of the most cogent and controversial issues in psychology and psychiatry today is the issue of narcissistic disregulation of the Self, with the connected compulsion to repeat an idealization-disillusionment interpersonal pattern. You addressed this issue many times by highlighting the pain that results from a discrepancy between an actual state of the Self and an ideal / wished-for state of the Self. How do you make use of this concept in clinical practice?

Anne Marie Sandler: I can take an example. Just this morning I had a patient whose father died when he was four and half years old and he remained with his mother who was quite young when his father died very tragically, and became very depressed. Her depression took a course, but she remained very dissatisfied. She was very angry with life and she kept saying: “Who is looking after me now in my life, I have nobody, my life is destroyed, I have two children and I’ve to be there for them and my life is finished”. Now this little boy who was just four and half (eye on Oedipus) had a touching but absolutely unrealistic belief (because it was more than a fantasy) that in order to help his mother he must look after her, and not only in terms of sexuality, but he must find the way to make her happy; and it’s interesting because this man came to analysis late in his life, but you can see that thread throughout his life. For example, that his main aim in starting to work very early and earning quite a lot of money was in order to give money to his mother, in order to give her a house, in order to make sure and so on. It’s in everything he did… you always have the feeling it was to make the mother satisfied, but it was never any good, because the mother was never satisfied. Now this would be an example where I’ve shown that his wishes left him also very depressed because he could never do this in a successful way. And you can see it was also a way to mourn his father, to try to replace his father on his mother’s side: Yet, since he was a little boy, he couldn’t do so; while on the other hand he was constantly sinful for wishing to replace his father. This is a very good example of what we meant by that concept.

Part of the treatment in analysis is to help the patient realize that the wished-for object is unattainable because it’s a mixture of idealization and a search, or projection, in the object of all the things that one hasn’t managed to get oneself, and that this image can cause pain and disappointment. If you are too dissatisfied with what you have, or if you are too much wanting “always the very best”, then you idealize, and you will surely feel terribly frustrated because you can’t reach what you want: in other words, you haven’t really accepted the limitation of life.

– You are a world-famous psychoanalyst. What do you recommend to the younger generation of psychologists who face the world of psychoanalysis?

Anne Marie Sandler: I would recommend a number of things. First of all, to understand that psychoanalysis is a very specialized part of psychology. Both its theory and clinical practice are dependent on the possibility of the understanding of people about their own psychic needs, and I would say that nowadays the situation is very different than what it was at the time of Freud. For example, the development of pharmacology has brought a lot of medications, too much in my view. When people are just a little bit sad, they take a pill and they feel good again, or when they have a problem to fall asleep they go to get something to fall asleep. When they have anxiety they take a pill for not to feel anxious. Yet I am aware that there is always a number of people who are not satisfied with this, they want more, they want to understand; and these are the people that psychoanalysis can help, not the others.

And this brings me to disclose my thought. I think that in itself psychoanalysis is not for the masses. Psychoanalysts will never be popular. They will never reach hundreds of people. In fact, what is happening in Italy, as I’m sure everywhere, is that there is a lot of psychotherapy. Techniques that use a little bit of psychoanalysis (e.g. the background of safety which became Bowlby’s secure base) mixed with many many many other things. And they do that because it is much cheaper. They see the patients a few weeks, or a few months, and it is finished.

I don’t think this is neither good or bad in itself. If that helps the people why not? But I think it’s very important to face a very unpleasant reality. The reality is that I don’t think that you can want to become a psychoanalyst and then hope that you will become rich. I mean that you will have a lot of patients and you’ll be, you know, really able to work deeper than with any other psychotherapy, as deep as you yourself arrived with your own analysis. But as to the people who will look for that…, I think there are very few, fewer and fewer. There are some… people who often have an important job for whom it is very important to understand themselves and this will help the work that they do, but they are a minority group in society. Lucky enough, it is also usually a group which can afford analysis, because analysts also needs to live! They need to live, to be paid, and government usually don’t pay for analysis because it costs too much. It’s as simple as that. And so I tend to regard psychoanalysis myself as more a scientific enterprise. If you can do research in a lab and you don’t need to get rich, it’s very interesting. But people don’t. They want to get rich. And in England many many people often work half-day as psychiatrists, or psychologists, or do other things, and then they see patients as psychoanalysts. Those analysts are very very happy because they don’t depend for their living on the analysis. It is a sad situation, because one would like to imagine that psychoanalysis would be more accepted as a way to understand people, but it is way too complex, to profound in a way, to be appealing I think. That would be my understanding.

– Is there anything that you would like to add?

Anne Marie Sandler: What I would like to add is about the changes in the governments’ desire to make use of psychoanalysis, especially in Europe, and how it has changed since the end of the Second World War. I mean Germany and Scandinavia would be the two best examples. These governments have really understood that after such a terrible war many people were in need of psychological support for a long time and in depth, and they paid the support of psychoanalysis: they paid people to come to analysis four or five times. Real analysis! Not therapy! Psychoanalysis! And I think they did a great deal. Helped a great deal of people in the countries where it was allowed, and it was possible because people did not have to pay. But at the moment when the economy became very very tight the government could not afford it any more. So they started to cut, they said: “Not psychologists, they can’t get money, only the doctors”; or “You cannot do it five times a week, but for times”. And now for example in Germany it’s three times, but then there is a group that says that twice is enough… you know… and so on… . And then they used to pay it for as long as you needed it, while now they say: “It’s only two years”. One understands that the governments don’t have money. But still that’s no good for the poor psychoanalysts that also need to eat and to have a life…, so that’s where you have the problems now. And then of course people rationalise and say “you know, the other methods are just as good”. That’s the situation right now.

Maybe what I also should say is that in many countries, and in England very much, there is a complaint that the result the psychoanalytic method claims to achieve is an improvement that should be demonstrated scientifically. That is a way of demonstrating results most psychoanalysts do not believe in at all, and that’s why psychoanalysts don’t do proper research. Yet, now we do more and more research on psychoanalysis in England. We do a lot of good research with a good outcome about psychoanalytic therapies, but of course the difficulty is that psychoanalysis as such does not aim to achieve a healing but aims to improve the quality of life, or the general understanding of how people function. So people may feel much happier, or better adapted, or able to marry, or able to be comprehended, but you know if you ask them: “Do you sleep better?”, “Do you eat better?”. Yes, maybe, but it’s not all about that. So it’s very very difficult as you know as psychologists to make really the kind of research that would please the government, and there we are, always in competition with brand new therapists which go only for symptoms and promise to offer better results in six months. You know, if you go just for symptoms, it is ok, but it is very difficult to know how to measure contentment or satisfaction, or a better life, particularly in the long run of life, not just after a year. That is our problem as psychoanalysts. How can you find ways to scientifically measure a life worth living?

 

Per salvare l’aereo servirebbe il trolley giusto: i dilemmi morali secondo la psicologia

Cosa sanno gli psicologi di questi dilemmi morali? Il paradigma è il dilemma del trolley. Un carrello corre lungo i binari, lasciato a se stesso ucciderà cinque persone. Vi si offre la possibilità di attivare lo scambio. Li salvate, ma condannate a morte un uomo che si trovava sull’altra corsia. Cosa fate?

Un articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato su LA LETTURA del Corriere della Sera del 26 marzo 2017

Terror: la pièce teatrale con un dilemma morale da risolvere

“Terror” è una pièce teatrale di Ferdinand von Schirach. È la storia del maggiore Lars Koch, al quale è dato l’ordine di fare da scorta a un aereo con 164 passeggeri dirottato da terroristi. L’aereo, all’improvviso si dirige verso uno stadio pieno di 70000 tifosi. Che fare? Abbattere l’aereo? Non intervenire? Koch decide che l’aereo si può sacrificare per un bene maggiore in termini di vite umane salvate. Inizia il processo. L’invenzione teatrale di von Schirach è che sarà il pubblico in sala a decidere il verdetto.

Lo spettacolo è andato in giro in tutto il mondo e, con l’eccezione del Giappone, il pubblico tende ad assolvere il maggiore Koch. In media lo salva il 60,8% degli spettatori.

Come leggere questa pièce alla luce della psicologia cognitiva?

Viviamo tra dilemmi morali. Ogni santo giorno. Devo fare studiare mio figlio o accompagnarlo a casa dell’amico che ha avuto un lutto e necessita compagnia? Cosa è più nobile e benefico: organizzare un weekend in montagna perché ai ragazzi l’idea fa brillare gli occhi, o farli andare a visitare la nonna che si sente sola?

Nel caso del dilemma dell’aereo dirottato dai terroristi la scelta è: abbatterlo – e garantire morte sicura a, quante? 200 persone – oppure lasciare che raggiunga lo stadio zeppo verso cui è diretto e portare la morte a, quante? 2000? 5000 persone? A me la scelta pare semplice: i passeggeri sarebbero, con probabilità altissima, destinati a morire, i terroristi non sono tipi che cambiano idea molto facilmente. Parere personale. Cambierebbe molto se in questo aereo ci fosse un figlio, o una compagna di vita. La prossimità – genetica o affettiva – cambia le carte in tavola. Salviamo chi ci è più prossimo, chi condivide con noi molti geni e chi ci aiuterebbe a replicarli. Significa: fare figli.

I dilemmi morali secondo la psicologia cognitiva

Cosa sanno gli psicologi di questi dilemmi morali? Il paradigma è il dilemma del trolley. Un carrello corre lungo i binari, lasciato a se stesso ucciderà cinque persone. Vi si offre la possibilità di attivare lo scambio. Li salvate, ma condannate a morte un uomo che si trovava sull’altra corsia. Cosa fate? Chi sceglie di non agire, dice Francesco Mancini (2016), segue il principio morale: “non giocare a fare Dio”. Chi agisce, e salva cinque vite al costo di una, segue invece un imperativo altruistico.

È di grande importanza sapere che il modo in cui si presenta il problema cambia le decisioni delle persone (si veda il lavoro di Petko Kusev e colleghi, 2016). Se si dà informazione più limitata, aumenta la tendenza a non agire (e quindi a lasciare morire cinque persone per salvarne una). Se si dà informazione più ampia, del tipo: “Se premi l’interruttore salverai cinque persone e ne morirà una, se non lo premi salverai una persona e ne moriranno cinque” aumenta la tendenza a compiere scelte cosiddette ‘razionali’ ovvero salvare cinque vite al prezzo di una.

Ogni giorno prendiamo scelte così, salviamo qualcuno o qualcosa a un certo prezzo. Scelte del genere le compiono chirurghi, politici, magistrati. Come già si chiedeva Piattelli Palmarini: sono informati dei processi psicologici con cui essi stessi scelgono? Temo di no. Se fossero formati in tal senso, avremmo, nella metafora, stadi più sicuri.

 

45 Anni (2015) Il tempo, la passione e il corpo nella coppia – Recensione del film

Il film 45 Anni, diretto da Andrew Haigh, costituisce una meravigliosa ed intima esplorazione dei significati del tempo, del corpo e della passione amorosa nel privato di una coppia che si accinge a celebrare i traguardi conseguiti in quarantacinque anni di vita insieme.

 

Siamo lontani dall’anzianità rappresentata in “Amour” di Haneke, non c’è accudimento ed assistenza, non vi è la caducità dei corpi ma al contrario predomina la vitalità della passione amorosa, con i suoi turbamenti e le sue angherie, e trova spazio sullo schermo il tema, fin troppo poco affrontato, della sessualità nella tarda età adulta.

Un’interpretazione da brividi, nel film 45 anni, quella di Charlotte Rampling che si confronta con uno spettro del passato del marito Geoff, interpretato da Tom Courtenay, durante la preparazione dei festeggiamenti per il quarantacinquesimo anniversario di nozze, con tanto di pubblico ricevimento. A perturbare l’apparente placida serenità domestica sarà l’arrivo di una lettera all’attenzione di Geoff che annuncia il ritrovamento, dopo 50 anni, del corpo della fidanzata del tempo, l’amata Katya, rimasto intatto nel suo candore e donato all’eternità attraverso il ghiaccio che l’ha custodito e protetto nelle sue sembianze originarie.

 

45 anni – Il corpo

Lo scioglimento delle nevi ha lasciato emergere il cadavere con un cuore che continua a pulsare nel corpo di Geoff, il marito di Kate.

Il corpo, vero protagonista della narrazione, è l’elemento perturbante nel film 45 anni che riattiva e muove passioni ritenute sopite; il cadavere ritrovato non viene mai visto, aleggia senza essere tangibile, costituisce una presenza vagheggiata e nell’indefinito si amplificano i tormenti e le minacce per gli equilibri di Kate e Geoff, si ispessiscono le crepe che questa nuova presenza solo evocata, e mai osservata, crea. È interessante notare il potere d’azione nell’immaginario umano di un corpo senza vita, come la sua presenza pronunciata sia sufficiente a scardinare l’equilibrio della quotidianità apparentemente imperturbabile; il racconto della ricomparsa di quel corpo ancora immobile nel ghiaccio riattiva antichi desideri mai sopiti, difficili da accettare per Kate.

 

La gelosia

La gelosia, un’emozione complessa che come l’invidia prevede un coinvolgimento di ben tre attori, diventa per Kate, la protagonista del film 45 anni, una condizione logorante che la isola nel dolore e nel timore di perdere suo marito. Silvia Vegetti Finzi, in “Romanzo familiare”, scrive (p. 284):

Ma l’adulterio non può esporsi alla verità senza produrre immediatamente il triangolo della gelosia. La gelosia è una passione particolarmente complessa, fatta di paura, di amore, di odio, di ammirazione, di disprezzo. Innanzitutto di panico per l’invasione del cerchio di intimità condivisa, la parte più fragile e preziosa del matrimonio. Ma anche paura, già sperimentata nell’infanzia, di perdere il proprio oggetto d’amore, di rimanere soli in balia di un mondo fattosi improvvisamente estraneo e ostile.

Non solo dunque Kate, in 45 anni, si confronta con un oggetto d’amore idealizzato e reso perfetto dalla morte, quindi inattaccabile, ma con un corpo che possiede ancora lo splendore della giovinezza. Una sfida dunque impari e frustrante poiché non è lecito competere con chi è oramai privo delle ombre di un oggetto d’amore reale. Soltanto dopo il pubblico discorso di Geoff, che è al contempo una tacita ed implicita richiesta di perdono, dopo averlo sentito presente, Kate può lasciare finalmente spazio al suo dolore, allo smarrimento dinanzi alle verità emerse che ridefiniscono nuovi equilibri nella coppia, segnando uno spartiacque che giunge dopo 45 anni di vita condivisa.

 

La dimensione del tempo in 45 anni

Geoff sembra cadere in una ruminazione senza meta che lo distanzia dal presente e, dunque, da Kate. Il tempo che in cui si ritrova immerso è quello dell’inconscio, in cui non c’è confine che separi e contenga il passato ed il presente, in una commistione sconosciuta a quello stratagemma dell’Io che scandisce lo scorrere temporale per ordinare l’esperienza ed il mondo.

Con la ricomparsa del cadavere dell’amata di un tempo, per Geoff sembra illusoriamente ricomparsa anche la giovinezza, così il fumo non appare più una minaccia per il suo debole cuore, di colpo gli amici coetanei appaiono invecchiati incredibilmente male ed il tempo trascorso in loro compagnia terribilmente noioso. Il tempo della notte, dell’intimità, è invece dedicato a venerare il simulacro del suo passato: le diapositive che ritraggono il viaggio in cui il percorso di Geoff e Katya si è interrotto.

Si potrebbe ipotizzare che l’insieme dei comportamenti di Geoff raccontati nel film 45 anni sia funzionale a spingere Kate ad invadere quel suo mondo privato per far emergere un segreto che, probabilmente, il marito non è in grado di confessare. Il segreto è lì, presente nell’assenza di Geoff intento a fantasticare i vari percorsi possibili giocando con i “se” della propria esistenza personale.

Ma spetta a Kate la scalata verso la soffitta per scovare quei nuovi significati della narrazione privata del marito che le consentiranno di ri-leggere, in modo nuovo, la loro vita vissuta sino a quel momento. Kate comunica a Geoff il suo essere a conoscenza servendosi dell’implicito della relazione; nascoste dalle parole, l’espressività corporea di Kate urla ciò che deve essere taciuto. L’interdizione della parola diventa marchio del sapere e al contempo difesa della coppia.

Nello sguardo memorabile di Charlotte Rampling su cui si chiude il film 45 anni è possibile intravedere la Disperazione di cui scrive Erickson proprio nel dar forma alla crisi nella tarda età adulta, quel polo contrapposto all’integrità dell’Io che sembrava aver prevalso in Kate sino all’arrivo della notizia del ritrovamento del cadavere.

L’intera vita condivisa con Geoff si colora di nuovi significati che fanno decadere le certezze di Kate, sola nella lotta contro il rimpianto per quanto si è fatto o per quanto non si è fatto, con il ticchettio inesorabile del tempo che sta per concludersi. Il tempo scandito è il sottofondo evocato attraverso l’immagine ricorrente delle vetrine con gli orologi esposti, quel regalo pensato per Geoff che non ama, però, ricordare che ora sia.

Addio a Jaak Panksepp, neuroscienziato di fama mondiale

È deceduto pochi giorni fa, il 17 aprile, Jaak Panksepp, importante psicologo, neuroscienziato e psicobiologico statunitense di origine estone. È stato una figura di spicco delle cosiddette “neuroscienze affettive” – quella che negli ultimi anni si sono affermate come approccio di riferimento nello studio delle emozioni e dei loro meccanismi neurali.

 

Nel testo “Archeologia delle mente”, recentemente tradotto in italiano da Cortina, Jaak Panksepp riporta una sorprendente quantità di dati sulla localizzazione, sulla funzione e sulle conseguenze di sette circuiti emozionali di base, situati nelle zone filogeneticamente più antiche del cervello, che si sono evolute e selezionate nel corso di milioni di anni permettendo la sopravvivenza dell’uomo e di altre specie animali. Queste emozioni di base sono indicate con lettere maiuscole per sottolineare il fatto che se ne conosce l’esatta localizzazione nel cervello: SEEKING (sistema della ricerca / entusiasmo / curiosità verso il mondo esterno, RAGE (sistema della rabbia), FEAR (sistema della paura), LUST (sistema del desiderio di accoppiamento), CARE (sistema di cura e accudimento), PANIC (sistema del panico) e PLAY (sistema del gioco). Secondo il modello di Panksepp, questi sette sistemi affettivi di base definiscono sette bisogni di base che “sentiamo” in maniera irriflessiva e sui quali poi costruiamo la nostra vita mentale consapevole.

Sicuramente, tutti i bisogni emotivi individuati da Panksepp erano stati già descritti in vari modelli clinici, da Freud a Erikson, da Jung a Beck. Tutti questi modelli, però avevano il torto di privilegiare un solo sistema emotivo, in genere a scapito degli altri che erano fatti derivare da quello preferito. Ad esempio la psicoanalisi freudiana che tentava di derivare tutto dal desiderio sessuale. Il lavoro di Panksepp ha fornito una base biologica consente di validare definitivamente varie intuizioni cliniche, e per questo verrà sicuramente ricordato.

Diego Sarracino e Giovanni Maria Ruggiero

 

E’ mancato Jaak Panksepp, famoso neuroscienziato e psicobiologo originario dell’Estonia.

Jaak Pankseep, che viveva e insegnava da anni negli Stati Uniti, è diventato famoso per le sue ricerche sulle emozioni dal punto di vista neuroscientifico (è lui ad aver coniato il termine affective neuroscience, neuroscienze affettive) e per le estese ricerche sulla risata negli animali non umani.

 

Gli articoli di State of Mind in cui è citato:  Jaak Panksepp

 

The Science of emotions, TED Conference di Jaak Panksepp:

Il rischio internet-correlato alle scuole medie: uno strumento di indagine per l’intervento nelle classi

La diffusione di tecnologie che permettono l’accesso a Internet o l’utilizzo di videogiochi sembra diventare sempre più pervasiva e precoce, l’utilizzo dei pc e degli smartphone da parte di giovani e giovanissimi porta con sé numerose dimensioni di rischio internet-correlato.

Matteo Kettmaier – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, Bolzano

 

La diffusione di tecnologie che permettono l’accesso a Internet o l’utilizzo di videogiochi sembra diventare sempre più pervasiva e precoce. Questo fenomeno ha portato a reazioni di preoccupato interesse da parte della comunità scientifica e, talvolta, a manifestazioni di panico morale sui mass-media.

 

Diversi tipi di rischio internet-correlato: quali sono e perché è facile incontrarli?

L’utilizzo dei personal computer, dei tablet e degli smartphone da parte di giovani e giovanissimi porta con sé numerose dimensioni di rischio internet-correlato:

  • Il rischio di sviluppare una dipendenza tecnologica
  • Il rischio di adescamento da parte di pedofili o organizzazioni terroristiche
  • Il rischio della messa in atto di comportamenti aggressivi nei confronti dei pari (cyberbullismo)

Ad esacerbare questi tipi di rischio internet-correlato possono concorrere tanto una situazione di disagio pregressa, quanto il gap generazionale tra genitori e figli, con questi ultimi nati in un contesto in cui tali strumenti tecnologici sono una realtà scontata, nonché un “ambiente” virtuale nel quale vengono agite parte delle tappe di crescita e formazione della personalità.

Un genitore nato trenta o quaranta anni fa può non avere la consapevolezza di che cosa effettivamente è possibile fare con le varie applicazioni, né essere aggiornato sui contenuti degli ultimi videogiochi in circolazione, considerato anche come, questi ultimi, non godono ancora del riconoscimento sociale del proprio valore culturale e artistico come invece è successo, ad esempio, con il cinema e pertanto non vengono considerati dai quotidiani e dai telegiornali, se non, occasionalmente, in maniera allarmistica.

Un atteggiamento di condanna e svalutazione del potenziale positivo di Internet, difficilmente può avere effetti positivi. Alimentare le paure dei genitori promuovendo un atteggiamento censorio non fa che incrementare l’incomunicabilità e l’incomprensione tra i cosiddetti “nativi digitali” e gli adulti. Va anche preso atto di una realtà in cui lo smartphone è, a torto o a ragione, considerato uno strumento di controllo parentale e in cui i computer sono una realtà presente in quasi qualsiasi contesto lavorativo. Inoltre, se già attualmente i divieti ai minori vigenti in materia di social network e videogiochi vengono puntualmente disattesi, pensare ad una legislazione che restringa l’accesso a Internet ai soli maggiorenni non è realistica.

 

Il rischio internet-correlato nei ragazzi: la Scala del Rischio Internet-Correlato in Adolescenza (RICA)

Insieme ai colleghi dott. Daniele Maramaldo e dottt.ssa Giulia Tomasi stiamo portando avanti un progetto di prevenzione del rischio internet-correlato, formazione e ricerca nelle scuole medie in cui ci proponiamo di ridurre il gap generazionale facendo da cerniera tra genitori, figli e insegnanti. Per poter fare questo, non partiamo da una posizione preconcetta ma andiamo ad indagare l’effettivo utilizzo dei mezzi tecnologici da parte dei ragazzi nelle scuole secondarie di primo grado. Per poterlo fare, abbiamo approntato uno strumento di screening specifico, grazie al quale possiamo avere una fotografia dell’attuale livello di rischio di ciascuna classe esaminata sulla quale calibrare gli interventi formativi nelle classi: la Scala del Rischio Internet-Correlato in Adolescenza (RICA)

La Scala del Rischio Internet-Correlato in Adolescenza non si propone di essere uno strumento diagnostico, bensì di rilevazione dei rischi connessi al comportamento on-line del ragazzo. Tale strumento è stato perfezionato in itinere e sicuramente verrà modificato per adattarsi alla mutevolezza del fenomeno indagato. Riguardo al costrutto della “dipendenza da Internet”, ad esempio, non ha più molto senso parlare delle conseguenze economiche del tempo trascorso in rete, considerato come le tariffe per la connessione sono precipitate nel corso degli ultimi anni e un accesso illimitato a Internet, attualmente, può costare meno di quaranta euro al mese.

Mediante tale strumento si può ottenere un indice generale di quanto il comportamento del ragazzo sia un potenziale pericolo per la sua salute mentale e la sua sicurezza. Tale indice è composto di quattro dimensioni, ciascuna rappresentata da cluster specifici, e da un cluster specifico relativo ai fattori protettivi.

 

Tempo trascorso in rete e sui videogiochi

Prima delle dimensioni relative specificatamente all’utilizzo “a rischio”, chiediamo ai ragazzi quanto tempo trascorrano utilizzando videogiochi, social network e altri servizi (ad esempio i quotidiani on-line). Particolare attenzione è data ai videogiochi, con una lunga checklist che include diversi generi di videogiochi tra i quali indicare i propri preferiti e una voce libera in qui indicare i videogiochi maggiormente utilizzati. Un’altra checklist è relativa ai social network, una voce di approfondimento importante, considerato come ciascuno presenti peculiarità e problematiche potenziali specifiche.

 

Rischio esterno

Tale indice si riferisce direttamente al rischio internet-correlato che corre il ragazzo di essere adescato online ed è dato dalla misura auto-riportata di alcuni suoi comportamenti (fare amicizie direttamente on-line, cercare in rete risposte a domande personali), del controllo parentale e dall’utilizzo prevalente di social network, è documentato infatti come l’adescamento avvenga tipicamente mediante un processo di seduzione operato mediante le tecnologie di comunicazione tramite il quale l’aggressore guadagna la fiducia del ragazzo (Cohen-Almagor 2013, Katz 2013). Un altro indice della disinibizione del ragazzo è dato dal suo imbattersi involontariamente in contenuti che ritiene spaventosi o lo mettono a disagio (Dobrowski et al. 2007, Webb et al. 2007)

 

Comportamento dipendente

Le domande che indagano modalità di comportamento dipendente sono in parte mutuate dai criteri proposti da Young (1996), tradotti ed adattati per la popolazione di riferimento. Nello specifico indaghiamo: la preoccupazione riguardo a Internet (intesa come pensiero anticipatorio del tempo passato on-line), la perdita del senso del tempo durante la navigazione, la riduzione di altre attività (ricreative, sportive o sociali) per trascorrere più tempo in rete, l’uso di Internet come fuga dai propri problemi.

Per la popolazione di riferimento abbiamo deciso di non includere item relativi all’escalation nell’uso e i tentativi di riduzione perché riteniamo che siano fenomeni che si verifichino almeno intorno ai sedici anni mentre l’età delle scuole medie può coincidere con una fase di esordio del comportamento dipendente nella quale non c’è ancora consapevolezza dell’escalation o tentativi di mantenimento dell’astinenza. Abbiamo invece aggiunto una voce specifica relativa alla perdita di ore di sonno, che può avere conseguenze dirette sul rendimento scolastico. Giova qui sottolineare ancora una volta come si sia preferito evitare parlare di “dipendenza” o “sintomi” preferendo il termine “funzionamento”: la massima prudenza e delicatezza viene infatti da noi applicata nella restituzione dei risultati per evitare che dei ragazzi si trovino ad essere etichettati come “dipendenti” il che potrebbe avere conseguenze negative in tale fase dello sviluppo.

 

Problemi relazionali

Una serie di domande relative ad episodi di conflitto famigliare in cui l’uso di Internet è stato centrale. Tale dimensione va a sommarsi alla precedente nel costituire l’indice di “rischio interno” ma va considerata separatamente in quanto non è possibile stabilire un nesso di causazione tra le due in nessuna direzione. Non possiamo dare per scontato che i problemi relazionali in famiglia focalizzati sull’uso delle tecnologie Internet rifletta effettivamente un comportamento preoccupante del ragazzo, può darsi infatti il caso che sia una conseguenza di altri problemi pregressi nel nucleo famigliare o semplicemente del gap generazionale, per cui, magari, un ragazzo sta trovando la propria strada professionale nella programmazione o nel web design senza che i genitori se ne rendano conto. In tali situazioni, la reazione parentale negativa può diventare causa (e non effetto) di un comportamento aberrante, in quanto alimenta il senso di incomunicabilità in famiglia e può rinforzare l’idea che i computer siano solo degli strumenti di intrattenimento: degli “iper-giocattoli”.

 

Videogiochi

Meritevoli di una voce a sé stante: i videogiochi, una realtà quotidiana e ineludibile di praticamente tutti i giovani occidentali contemporanei.

Nonostante il dibattito sulla loro nocività generale sullo sviluppo sia ancora aperto, l’uso prolungato di videogiochi è stato associato a fenomeni dissociativi e pseudo-allucinatori (Caretti et al. 2010, De Gortari & Griffiths, 2013) e la dipendenza da videogiochi è stata indagata come fenomeno a sé Stante, ad esempio, in uno studio su ragazzi olandesi dai 13 ai 16 anni (vanRooij et al. 2010). Nella prima versione della scala, l’unica domanda era relativa all’uso specifico di videogiochi come modo di sfogare la rabbia, indicata come fonte di rischio da Tonioni (2014), nella versione più recente è stato incluso l’Item “Ti capita di sentirti “strano” o “confuso” dopo aver giocato molto tempo con i videogiochi?” relativo al fenomeno della “Trance dissociativa da videoterminale” (Caretti et al. 2010) ricercata attivamente come spia di una forte tendenza alla fuga dalla realtà, associato all’item “Ti capita mai di giocare ai videogiochi per distrarti e non pensare ai problemi?”.

 

Fattori protettivi

Considerato come il dialogo famigliare sia un fondamentale fattore protettivo nei confronti dello sviluppo di una “dipendenza da Internet” (Wąsiński & Tomczyc, 2015), nonché del rischio internet-correlato di adescamento, quattro dei cinque item che compongono questo cluster possono essere letti come l’opposto degli item del cluster “Problemi relazionali”. In essi si indaga se viene trascorso del tempo famigliare collettivo usando Internet e quanto i ragazzi parlino di cosa fanno in rete (soprattutto nel caso si imbattano in contenuti non adatti) con i loro genitori e viceversa. La bi-direzionalità è infatti fondamentale per evitare pericolose ambivalenze che possono ingenerare confusione o rifiuto da parte del ragazzo. L’ultimo item indaga se il ragazzo pratica altre attività oltre a passare tempo on-line.

 

Modalità di somministrazione

Dopo una prima somministrazione in forma cartacea (circa 500 soggetti), il test è stato digitalizzato mediante il servizio Google Forms. Gli item relativi al rischio internet-correlato e al tempo trascorso on-line sono in forma di scala semi-likert. Per rendere più potente lo strumento in sé, può essere somministrato insieme a questionari relativi al funzionamento sociale e famigliare dei ragazzi, oltre a questionari specifici sulla resilienza e la gestione delle emozioni negative. Il tempo medio di compilazione dell’intera batteria è intorno ai 35-40 minuti,  pertanto viene dedicata un’ora scolastica allo screening di ciascuna classe.

 

Applicazione e possibili sviluppi della Scala del Rischio Internet-Correlato in Adolescenza

Attualmente la scala R.I.C.A. viene utilizzata per inquadrare la classe in un livello di rischio internet-correlato da uno a cinque. Questo risultato, insieme a quelli degli altri test somministrati e ai resoconti degli insegnanti riguardo ad episodi specifici, viene usato per calibrare degli interventi sul rischio internet-correlato nelle scuole medie. Tali incontri consistono in tre formazioni dal taglio pratico-maieutico da due ore ciascuna. Il primo incontro è focalizzato sul concetto di rete, sulla comunicazione e la relazionalità, il secondo incontro consiste in un training sul lessico emotivo e il terzo incontro è un’attività pratica di lavoro sulle chiavi di ricerca in forma di gioco a squadre.

L’obiettivo della formazione è quello di far parlare i ragazzi del loro vissuto relativo all’uso di Internet, a seconda dei risultati dei test il discorso verte su tematiche specifiche (ad esempio l’aggressività nei videogiochi o il pericolo nel fare amicizie on-line) cercando di essere il meno prescrittivi possibile ma cercando di condurre i ragazzi a dei ragionamenti condivisi.

Evitare la demonizzazione del mezzo ed enfatizzarne le potenzialità positive è una linea guida costante di tutto il percorso che si chiude infatti con un’esercitazione pratica sull’utilità di Internet come fonte di informazione che è anche un’importante occasione formativa per correggere i ragazzi su comportamenti superficiali e potenzialmente dannosi come il copiare acriticamente i contenuti trovati in rete o il fermarsi ai primi risultati di una ricerca.

Ulteriori analisi condotte sull’intero campione daranno un’immagine complessiva del territorio in esame (la Provincia Autonoma di Trento) e delle specificità dei singoli istituti (ad esempio tra scuole in città e scuole in montagna).

Un altro tema di indagine è quello relativo alle esigenze emotive a cui i diversi tipi di videogiochi possono rispondere: se videogiochi violenti come GTA V possono prevedibilmente essere preferiti da ragazzi con un alto livello di aggressività oppure che hanno difficoltà ad esprimere l’aggressività positiva nei contesti quotidiani, sarebbe interessante indagare il potenziale “dissociativo” di videogiochi arcade molto semplici come “Geometry Dash” o “Candy Crush” per verificarne anche il potenziale additivo. Se queste due categorie di videogiochi sono quelle potenzialmente più pericolose, videogiochi di costruzione e gestione come “Minecraft” o “Age of Empires” potrebbero rispondere ad un’esigenza di percezione di controllo in un’età particolarmente soggetta a cambiamenti destabilizzanti e imprevedibili mentre i giochi sportivi potrebbero rappresentare un’importante momento di aggregazione tra pari.

Infine, incrociando la scala R.I.C.A. con altri test si possono identificare dei profili di rischio internet-correlato per programmare interventi individuali. Ad esempio un ragazzo che riporta valori alti di rischio esterno, valori bassi relativi alla sua percezione dell’ambiente famigliare e valori bassi in un test che ne misura l’integrazione sociale tra i pari.

Ipnosi in oncologia: migliorare lo stato di salute psicofisica in caso di diagnosi oncologiche

Recenti studi indicano con sempre maggior chiarezza come l’ ipnosi in oncologia possa essere uno strumento utile per sostenere il paziente inserito in percorsi di cura.

 

L’ ansia nei pazienti oncologici

Pur essendo l’ansia una reazione normale a situazioni, notizie ed eventi spiacevoli, il suo permanere per lunghi periodi di tempo può generare sintomi fisici e psicologici. In fasce sensibili,come quella dei pazienti oncologici, tali stati d’animo possono generare ricadute rilevanti sui processi di guarigione e sullo stato di salute generale (Potié, Roelants, Pospiech, Momeni, & Watremez, 2016).

Non sorprende quindi che parte degli sforzi scientifici si sia focalizzata sulla gestione di tali aspetti emotivi.

Nonostante l’esistenza di farmaci efficaci nel ridurre l’ ansia, questi spesso portano ad effetti collaterali come capogiri, sonnolenza, confusione e più in generale interferenze sui processi di pensiero (Glass, Lanctôt, Herrmann, Sproule, & Busto, 2005). Nell’ottica di trovare soluzioni alternative o complementari (anche in modo da poter ridurre i dosaggi dei sedativi), i ricercatori si sono dedicati ad indagare l’efficacia di strumenti psicologici e relazionali per permettere a tale gruppo di pazienti di raggiungere il massimo grado di benessere possible (Fischer & Wedel, 2012).

 

L’ ipnosi in oncologia: quali effetti sullo stato emotivo dei pazienti?

Gli autori di un articolo pubblicato proprio quest’anno (Chen, Liu, & Chen, 2017), partendo da evidenze della letteratura scientifica che indicano che l’ ipnosi è in grado di migliorare lo stato emotivo e la qualità della vita di pazienti che dovranno sottoporsi a procedure mediche o interventi chirurgici (Schnur, Kafer, Marcus, & Montgomery, 2008; Tefikow et al., 2013), hanno indagato gli effetti dell’ ipnosi in oncologia e le potenzialità di questa metodica per campioni di pazienti oncologici. Nella loro metanalisi (un tipo di studio nel quale vengono raccolti i risultati delle ricerche disponibili per avere un riscontro globale dell’efficacia di un trattamento) si sono chiesti quanto fosse efficace l’ ipnosi in oncologia, quali fossero i pazienti che possono trarre più beneficio dalla metodica e quali fossero le modalità di induzione migliori più indicate.

Dopo aver selezionato gli studi metodologicamente più rigorosi, i ricercatori hanno tratto le loro conclusioni a partire da 20 ricerche sul tema.

I risultati hanno mostrato che, anche per questa particolare popolazione clinica, l’ ipnosi ha portato ad un significativo miglioramento dell’equilibrio emotivo dei partecipanti agli studi. I pazienti hanno infatti riportato livelli maggiori di benessere sia nelle loro vite quotidiane, sia durante i trattamenti e le procedure mediche indispensabili per il loro percorso di cura.

I risultati più eclatanti in tema di ipnosi in oncologia sono stati ottenuti con fasce particolarmente sensibili come bambini, individui affetti da tumori ematologici e/o che dovevano sostenere numerose procedure mediche.

Rispetto alle modalità di induzione più efficaci, i ricercatori hanno osservato che i risultati ottenuti dall’ ipnosi eteroindotta (in cui un conduttore esperto accompagna il soggetto nell’esperienza della trance) sono migliori di quelli derivanti dal solo addestramento all’ autoipnosi, soprattutto quando quest’ultimo veniva implementato in forma di audioregistrazioni.

Altro dato interessante dal punto di vista dell’efficienza dell’ ipnosi in oncologia è che la durata dell’induzione influiva solo marginalmente sugli effetti. Una induzione breve (entro i 30 minuti), aveva un effetto paragonabile ad induzioni più lunghe.

Infine, gli interventi di ipnosi in oncologia, oltre ad avere una efficacia immediata sul paziente, tendevano ad ottenere miglioramenti dello stato emotivo a lungo termine, misurati in follow-up che negli studi più estesi raggiungevano i 6 mesi dal primo incontro.

Prima di concludere è bene ricordare che un miglioramento dell’equilibrio emotivo del paziente oncologico non corrisponde solo ad un miglioramento della sua esperienza soggettiva. Lo stato emotivo, infatti, ha effetti su variabili cruciali per la guarigione fisica. Tali aspetti, raccolti in una rassegna della letteratura pubblicata nel 2016 (Potié et al., 2016), includono miglioramenti rispetto alle funzioni immunitarie ed ormonali, al tempo di guarigione delle ferite chirurgiche,all’aspettativa di vita, ai livelli di dolore percepito nel post-operatorio, alla probabilità che questo si cronicizzi, ed alla probabilità di recidiva del tumore.

Alla luce di queste evidenze gli autori della metanalisi raccomandano l’utilizzo dell’ ipnosi in oncologia, condotta da un operatore esperto, per migliorare lo stato di salute psicofisica dei pazienti che hanno ricevuto diagnosi oncologiche e sottolineano la sua utilità per popolazioni particolarmente sensibili, come bambini e pazienti affetti da tumori ematologici.

L’importanza di raccontarsi: la narrazione nella pratica clinica

Nella pratica clinica, psicologo e paziente hanno congiuntamente accesso ai ricordi autobiografici grazie al linguaggio e alla narrazione. La capacità di narrare, intesa come funzione mentale, è fondamentale per dare un’organizzazione al proprio mondo interiore e per attribuire significati all’esperienza umana.

 

È difficile capire tutto questo. Se avessi una vita davanti a me, forse la passerei a raccontare questa storia, senza smettere mai, mille volte, fino a quando, un giorno la capirei.

Baricco, 2007

 

Memoria autobiografica e senso di Sé

La memoria autobiografica è la funzione umana che permette di organizzare le informazioni, derivanti dalle esperienze di vita personali, in relazioni a schemi e strutture di significato, consentendo l’integrazione di pensieri, rappresentazioni, affetti, bisogni, desideri dell’individuo (Rubin, 2003).

Nell’ambito della psicologia, si è posta molta attenzione all’utilità dei ricordi autobiografici nei percorsi di psicoterapia (Angus e Hardtke, 2007). Come affermava Bauer (Bauer, Hertsgaard e Dow, 1994), infatti, le caratteristiche di autoconoscenza di tali ricordi contribuirebbero alla percezione di coerenza personale e di un senso di sé nel tempo.

Grazie alla memoria autobiografica, infatti, una particolare esperienza viene inserita all’interno di una trama più ampia (Smorti, 2007), il che permette il continuamento di quel “fil rouge” che consente all’individuo di percepirsi come unico e costante, come integrato nelle diverse parti di sé e nei diversi episodi di vita. Il senso di coerenza, infatti, riguarda i rapporti sia tra diversi eventi di vita, sia tra varie dimensioni costituenti gli eventi (emozioni, rappresentazioni, comportamenti…) (Conway, 2005).

 

La narrazione nella pratica clinica

Nella pratica clinica, psicologo e paziente hanno congiuntamente accesso ai ricordi autobiografici grazie al linguaggio e alla narrazione.

La capacità di narrare, intesa come funzione mentale, è fondamentale per dare un’organizzazione al proprio mondo interiore e per attribuire significati all’esperienza umana. Possiamo intendere la narrazione come racconto del Sé (Mittino e Maggiolini, 2013), che si sviluppa nel ripercorrere eventi ed esperienze, attribuendo emozioni e idee, contribuendo così alla formazione dell’identità (Bruner, 2002). A tal proposito Stern (1987), infatti, identifica il Sé narrativo come ultima tappa dello sviluppo del sé.

Secondo Dimaggio (Dimaggio, Montano, Popolo e Salvatore, 2013), l’accesso a episodi narrativi specifici è fondamentale per l’identificazione degli schemi che strutturano il sistema di attribuzione di significato dell’individuo e che, proprio per questo, contribuiscono al maggiore o minore benessere psicologico. La narrazione di un’esperienza consentirebbe, inoltre, l’attivazione di collegamenti con altre esperienze simili per qualche aspetto, mostrando ricorsività più o meno adattive nel proprio modo di pensare, esperire e comportarsi, materiale prezioso per il lavoro terapeutico.

La narrazione è uno strumento potente sotto diversi punti di vista.

Secondo Bergner (2007), una delle principali potenzialità della narrazione in ambito terapeutico è quella di permettere al paziente di “impacchettare cognitivamente” il proprio problema. Raccontare è mettere a fuoco una determinata questione all’interno di un contesto, collegarla a ciò che la precede (antecedenti) e a ciò che la segue (conseguenze), trovare importanti relazioni con altri fattori, notare le proprie tendenze nell’interpretazione degli eventi e nel comportarsi. Tutto questo sfocia in un miglioramento dell’autocomprensione.

Oltre a questo, la narrazione permette di uscire dal ruolo del protagonista assumendo la posizione di spettatore dei fatti. In questo modo avviene un distacco emotivo che facilita da un lato l’attenuazione delle resistenze verso i contenuti del tema trattato (De La Torre, 1972) e, dall’altro, una visione più oggettiva degli eventi, dovuta all’esternalizzazione del focus attentivo.

La narrazione permette quindi di ricostruire e di dare significato ad alcune esperienze della propria vita (Smorti, 2007). L’individuo, nel narrarsi, aumenta la consapevolezza e la conoscenza di sé, elabora gli eventi e li colloca sulla sua linea evolutiva, riformula il senso del sé evitando fratture e incongruenze.

Raccontarsi è, possiamo dire, già un processo terapeutico.

Critica all’articolo ‘Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile’

This work means to provide a logical and methodological critic to the article by Macrì P.G. et. al. (2012), “Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile”, published in “Rivista di Crimino­logia, Vittimologia e Sicurezza”, Vol. VI, N. 3, September-Dicember 2012, 30, which attempts to investigate women’s violence against men.

Francesco Iovine

 

The authors, starting from ideological premises according to which the Italian culture would “normalize” public violence against men, report the results of an – in many aspects – invalid questionnaire, yet claiming to fulfill projections of results on a national scale.

From these premises, this paper aims to analyze all problematic aspects through a deconstruction on different levels – epistemological, theoretical, methodological, and bibliographic. The starting point will be an analysis of language employed by the authors, which appears strikingly ideological and far from the properness of form a scientific publication would require.

The absence of any theory supporting the authors and authoresses’ petitio principii is furtherly made worse by the missing references to the topic’s literature or any study or data gathering in the field. The substantial scientific unreliability of such questionnaire, the items of which investigate the single act in a generic way and rule out all variables linked to the episode’s context, to the author’s own characteristics, to the consequences of violence and of the victim’s behaviour, to relations with the forces of law and to the history of violence, will be discussed in detail.

Further object of discussion will be the participation in such a questionnaire of male subjects reached through the subscription to a newsletter of a network of websites revolving around a distinguishably misogynous blog (Centro Documentazione Violenza Donne) and unknown associations. The discussion on the point of non-representativeness of such a sample selection and the limits of such a bibliography will be further elements supporting the thesis of the poor validity of the whole Indagine.

 

Keywords: gender symmetry, gender violence, misogyny.

Rimuginio. Teoria e terapia del pensiero ripetitivo (Caselli, Ruggiero, Sassaroli, 2017) – Recensione del libro

Nel momento in cui diventa patologico il rimuginio ostacola ogni nostra possibilità di movimento. Tutte le scelte danno adito al pensiero ripetitivo, che logora, toglie il sonno e ci fa tenere l’ombrello aperto anche se il cielo è sereno. Tutto ciò è descritto in modo tecnico e dettagliato nel volume di Caselli, Ruggiero e Sassaroli.

 

In fin dei conti il pensiero, lo hanno già detto altri, o forse anch’io, è come un grosso gomitolo di filo arrotolato su se stesso, lento in alcuni punti, in altri stretto fino alla soffocazione e allo strangolamento, è qui, dentro la testa, ma è impossibile conoscerne tutta l’estensione, bisognerebbe srotolarlo, tenderlo e infine misurarlo, ma questo, per quanto lo si tenti, o si finga di tentarlo, non si può fare da soli, senza aiuto, dev’esserci qualcuno che un giorno venga a dirti dove tagliare il cordone che lega l’uomo al suo ombelico, dove legare il pensiero alla sua causa.

(José Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo, 1991)

 

Rimuginare è l’arte di soffocare la razionalità costruendo diagrammi di flusso con un numero di opzioni che tende a infinito. È l’illusione di poter riuscire a affermare che tutti i cigni del pianeta sono bianchi perché realmente li abbiamo contati tutti. È la percezione che, pensandoci bene, saremo in grado di prevedere il futuro. O per lo meno evitare di essere sorpresi.

Chi rimugina? Tutti. Siamo tutti matti? Forse. Ma qualcosa che ci ha fatto rimuginare c’è stato e ci sarà ancora. Dalla scelta del percorso di studi, al dubbio ossessivo che ti assale quando tua moglie chiede: “Non senti un desiderio di paternità?”, fino a decidere come suddividere la tua eredità senza offendere nessuno. Questi e molti altri sono ottimi motivi per infilarsi a capofitto nel vortice del rimuginio.

Nel momento in cui diventa patologico il rimuginio ostacola ogni nostra possibilità di movimento. Tutte le scelte, anche le più banali, danno adito al pensiero ripetitivo, che logora, toglie il sonno e ci fa tenere l’ombrello aperto anche se il cielo è sereno. Tutto ciò è descritto in modo tecnico e dettagliato nel volume di Caselli, Ruggiero e Sassaroli, che hanno dedicato parte della loro attività di ricerca nel comprendere il rimuginio e parte della loro attività clinica nel cercare di aiutare i pazienti a chiudere i loro ombrelli.

 

Rimuginio. Teoria e terapia del pensiero ripetitivo: struttura del manuale

Gli autori, ripercorrendo le più importanti tappe del cognitivismo, analizzano il passaggio dal focus sui contenuti all’attenzione sui processi del pensiero. La storia del rimuginio è narrata nel dettaglio, così come vengono definite le sue implicazioni in diversi costrutti, fino a descrivere un modello integrativo articolato, che unisce strategie di regolazione cognitiva, vulnerabilità emozionale automatica e contenuto-specifica e conoscenze metacognitive (Life themes and plans Implications of Biased Beliefs: Elicitation and Treatment – LIBET, Ruggiero e Sassaroli, 2013; Sassaroli, Caselli, Ruggiero, 2016).

La seconda parte del volume è dedicata ai risvolti psicopatologici del rimuginio e alle credenze che ne sostengono l’utilizzo. Uno dei motivi principali per cui rimuginiamo è perché siamo spinti dalla convinzione che sia il modo giusto di risolvere il problema. In effetti, a tutti noi hanno insegnato di pensare bene prima di prendere una decisione. Mossi da questo principio, possiamo dedicare ore e ore nel tentativo di sviscerare un problema, fino a credere di non poter fare altro, di non avere mezzi diversi dal rimuginio per trovare una soluzione. L’opzione di considerare una scelta come valida, seppur non perfetta, non è contemplabile. Per ogni stile di pensiero ripetitivo (rimuginio ansioso, ruminazione depressiva, ruminazione rabbiosa e pensiero desiderante) gli autori analizzano il costrutto, le emozioni negative a essi correlate, le credenze che ne sostengono l’utilizzo e le implicazioni all’interno della terapia.

L’ultima parte del manuale è dedicata all’esposizione di strumenti e tecniche per lavorare in terapia sul pensiero ripetitivo. La concettualizzazione dell’episodio di rimuginio è spiegata passo per passo e illustrata tramite numerosi esempi tratti dalla pratica clinica. Allo stesso modo viene descritto come sia possibile incrementare la consapevolezza e il controllo sul rimuginio e quali homework possano essere utili a tale scopo.

Dopo questi primi passaggi, in terapia è chiara la discrepanza tra l’obiettivo che il paziente intende raggiungere (decidere come dividere l’eredità) e i mezzi che sta utilizzando per farlo (cercare di prevedere tutte le possibili reazioni, emotive e cognitive, dei beneficiari e dei relativi parenti).

Tuttavia emerge spesso nel paziente la sensazione di paura all’idea di dover abbandonare una strategia così famigliare. È il terrore di essere disarmati davanti al nemico, di non avere strumenti per dirigere la propria vita. Anche su questo punto gli autori si soffermano, suggerendo step by step gli interventi necessari a focalizzare nuovamente l’obiettivo della terapia e rafforzare i nuovi apprendimenti. Chi conosce il modello metacognitivo potrebbe pensare a tecniche mirate sul processo, che danno poco spazio ai contenuti personali. In questo volume non si tratta solo di questo: lo stile cognitivo non è descritto in sé e per sé, né nella sua concettualizzazione, né nel trattamento. Gli autori tessono una mappatura del funzionamento personale che permette al terapeuta di muoversi dalla superficie sintomatologica ai temi dolorosi nucleari, propri dell’individuo che incontriamo nel nostro studio. Chiude il libro una precisa rassegna degli strumenti utilizzati per misurare il pensiero ripetitivo e i costrutti a esso correlati. Autrice di quest’ultima parte è Chiara Manfredi, clinica e ricercatrice, che ha curato diverse pubblicazioni in questo ambito.

L’accurato lavoro di raccordo svolto dagli autori ha permesso di realizzare un manuale che scandaglia il costrutto analizzato senza lasciare incertezze al lettore (verosimilmente ci hanno rimuginato, almeno un po’). Ma risulta chiaro che l’impianto teorico alla base va oltre la concettualizzazione e il trattamento del rimuginio: muove nuovi passi la condivisione di un modello profondamente integrato, le cui caratteristiche comprendono il funzionamento dell’individuo e indicano la direzione del trattamento. Le sue orme sono tra queste pagine.

Amore e aggressività nella stanza di analisi: come gestire il transfert

Transfert: Ferenczi (1932) per primo si rese conto che odio, sadismo e aggressività sono forze sempre presenti nei rapporti di amore. Nel suo Diario Clinico riconosce con grande lucidità che i propri sentimenti infantili di aggressività e odio nei confronti della madre erano spesso spostati sui pazienti. Questa idea è stata ampiamente accolta e vagliata sia in ambito clinico che al di fuori della stanza di analisi; di fatto oggi le forze dell’aggressività sono considerate strumentali al legame che si crea nelle relazioni amorose.

 

I sentimenti di odio e aggressività nel transfert analitico

Kernberg (1991) ha osservato in proposito che: “un uomo e una donna che scoprono la loro attrazione e il loro desiderio reciproco […] esprimono non soltanto la loro capacità di unire inconsciamente erotismo e tenerezza, sessualità e ideale dell’Io, ma anche di reclutare l’aggressività al servizio dell’amore” (p. 46-47).

Come afferma efficacemente Brenner (1982) il fatto che l’amore sia regolarmente mescolato all’odio e viceversa è frutto di osservazione empirica, non di logica o di definizione. Si tratta quindi di una questione pratica con conseguenze parimente pratiche per il lavoro analitico.

In linea generale viene riconosciuta valida la distinzione per cui la forma “benigna” di odio di transfert, come la sua controparte erotica, si manifesta in modo caratteristico nei pazienti con organizzazione nevrotica, mentre la variante “maligna”, come il transfert erotizzato, è più frequente nei pazienti con organizzazione psicotica o borderline (Kernberg 1984). Questa distinzione non ha valore assoluto ma è clinicamente utile per concettualizzare la forma prevalente di erotismo (o di odio) nel transfert in relazione al livello di organizzazione dell’Io riscontrato nel paziente.

Tuttavia è bene tenere a mente l’avvertimento della Little (1966) per la quale è possibile osservare transfert normali, nevrotici e psicotici nello stesso paziente all’interno della stessa seduta secondo un’oscillazione che potrebbe essere difficilmente afferrabile all’istante da parte dell’analista.
Mi pare comunque evidente in letteratura la tendenza a considerare e trattare le forme estreme di erotizzazione transferale alla stregua di quel fenomeno che Guidi (1994) puntualizza come “transfert negativo irreprensibile” o come specifiche narrazioni del problema relazionale ed emotivo quale si sta realizzando in quel momento nella stanza di analisi. Infatti, Ferro (1996) considera la sessualità e l’aggressività nel processo analitico come possibili linguaggi o comunicazioni: “di quanto il paziente non ha ancora consapevolezza di poter esprimere in modo meno mediato, rispetto all’analisi, e in maggior contatto con le proprie verità emotive […] e non è l’esplicitare questo il fattore terapeutico, quanto piuttosto il poter trasformare tutto l’ ”a monte” di questo” (Ferro 1996, p. 116).

Le azioni terapeutiche in casi di eccessiva erotizzazione o aggressività nel transfert

Secondo Gabbard (1996) le azioni terapeutiche indispensabili per creare lo spazio analitico in situazioni di intensa erotizzazione o aggressività sono: il contenimento, l’interpretazione differita e l’integrazione. Vediamoli in dettaglio.

Il contenimento si riferisce alla capacità dell’analista di pensare, metabolizzare e disintossicare i contenuti mentali che il paziente proietta in lui (Bion 1962). Esso implica una tacita elaborazione ma anche chiarificazioni verbali di ciò che accade nella diade paziente-analista. Inoltre presuppone numerosi altri processi tra cui l’identificazione di stati affettivi nell’analista e la diagnosi delle relazioni oggettuali interne del paziente in virtù della loro manifestazione nella coppia analitica attraverso l’identificazione proiettiva. Ma presuppone anche un costante processo di autoanalisi nel tentativo di individuare i contributi dell’analista stesso alle difficoltà con il paziente e di chiarire le manovre difensive messe in atto.

Anche Winnicott (1968) valorizza quell’aspetto del contenimento che comunica al paziente la durevolezza dell’analista in quanto oggetto, resistente, che non viene distrutto dai suoi attacchi. Come la madre sopravvive agli attacchi primitivi del bambino perché questo possa procedere sulla via dello sviluppo, anche l’analista deve servire al paziente come figura esterna reale che sfugge al suo controllo onnipotente. Per Winnicott (1968) sopravvivere significa mancanza di ritorsioni e avverte specificamente di non usare l’interpretazione nel bel mezzo degli attacchi del paziente per poi discutere di ciò che è accaduto quando la fase distruttiva si è conclusa.

Venendo ora al tema del differimento e dilazione dell’interpretazione, seguiamo ancora Gabbard (1996) quando afferma che per arrivare ai problemi transferali primitivi l’analista deve sospendere la propria attività interpretativa per tutta dal durata della dinamica distruttiva. Dopo di ché le funzioni profonde svolte dall’erotizzazione e dall’odio, mentalmente annotate durante il processo di contenimento, possono essere interpretate.

Questo differimento dell’interpretazione è necessario per diverse ragioni. In primo luogo perché è improbabile che il paziente sia in grado di fruire delle determinanti inconsce comunicate dall’interpretazione se è in atto un attacco diffuso ai legami con gli oggetti buoni (Bion 1959). In secondo luogo è imperativo che l’analista abbia prima sviluppato una sufficiente comprensione del proprio controtransfert e abbia elaborato le proiezioni del paziente abbastanza da aver ristabilito il proprio spazio analitico interno. Bollas (1990) al riguardo ha opportunamente notato: “E quando certi pazienti psicotici incoraggiano le regressioni nell’analista, più che in se stessi, gli analisti devono tollerare gli episodi regressivi, da cui usciranno con il tempo, la pazienza e il lavoro riflessivo. Quando ciò accade, la comprensione analitica e l’interpretazione sono in primo luogo curative per l’analista, che sta meglio di prima” (Bollas 1990, p.352). Anche secondo Carpy (1989), sostenitore del differimento dell’interpretazione, il paziente inizierà a utilizzare gli interventi interpretativi in modo costruttivo solo quando riconoscerà aspetti di se stesso nell’analista.
Quando finalmente emergeranno in superficie gli aspetti scissi e isolati della personalità del paziente potrà essere usata efficacemente l’interpretazione.

A questo punto insorge un nuovo compito per l’analista che consiste nel procedere all’integrazione di questi aspetti del sé (Gabbard 1996). Ricollegare le isole di amore con i nuclei dell’odio restituisce al paziente il senso della propria soggettività e mette a sua disposizione una diversa modalità di lavoro analitico in conseguenza del suo essere entrato in uno spazio appunto analitico. Può ora pensare simbolicamente a ciò che accade nella relazione analista-paziente ed essere osservatore di pensieri e sentimenti in quanto creazioni intrapsichiche piuttosto che come percezioni fattuali incontrovertibili (Ogden 1989).

Con questo processo, che può comportare anche tempi lunghi, si normalizza in un certo senso il rapporto analitico secondo una dinamica che smussando le asperità provocate dalle implicazioni sessuali avviano paziente e terapeuta verso quella meta ambita chiamata risoluzione che non è detto che sia raggiungibile. E qui ecco il tema dell’analisi finita o infinita su cui siamo ancora debitori a Freud.

Searching for Sugar man (2012) – Recensione del film documentario

Il film Searching for Sugar man racconta la storia di Rodriguez, un talentuoso musicista americano degli anni ’60, che ha avuto la casualità di vivere in una terra che non aveva la capacità di comprenderlo. Così, rassegnato, ha mollato la chitarra e ha “ripreso a lavorare”, mettendosi a fare il muratore.

 

La parola talento è spesso abusata, a volte fraintesa, fino a svuotarsi di significato o innalzarsi a qualcosa di irraggiungibile.

Il film Searching for Sugar man racconta la storia di Rodriguez, un talentuoso musicista americano degli anni ’60, che ha avuto la casualità di vivere in una terra che non aveva la capacità di comprenderlo. Così, rassegnato, ha mollato la chitarra e ha “ripreso a lavorare”, come ha raccontato in un’intervista rilasciata molti anni dopo, mettendosi a fare il muratore.

 

Searching for Sugar man : Rodriguez eroe inconsapevole dell’apartheid

Nel frattempo, in un mondo parallelo era diventato famoso, letteralmente più famoso di Elvis Presley, ma a sua insaputa. Anzi, più che famoso era considerato un eroe: in Sud Africa Rodriguez era diventato la colonna sonora della lotta contro l’apartheid; centinaia di cittadini cantavano le sue canzoni durante le manifestazioni di rivolta e le sue parole venivano riprese dagli striscioni dei cortei.

E mentre lui alzava muri e si spaccava la schiena nei cantieri edili, il suo pubblico lo aveva creduto morto, al contrario di ciò che qualche fan ha creduto di Elvis dopo la sua morte. Nessun mezzo di comunicazione di massa parlava di lui, poiché l’establishment lo ha sempre ignorato. In Sud Africa si pensò ad un suicidio, ma non in una modalità qualunque, e iniziarono a girare le storie più incredibili su come Rodriguez avesse deciso di togliersi la vita. Solo così le persone potevano digerire quel lutto immenso: costruire una leggenda nella quale collocare l’eroe per continuare a idealizzarlo.

Un giorno un detective musicale sudafricano volle far luce su come realmente Rodriguez si fosse suicidato. L’investigatore fece la scoperta clamorosa. Sugar man (anche così chiamato per una tra le canzoni più amate) viveva a Detroit nella sua casa di sempre, la stessa da quasi 50 anni nella più semplice normalità. Rodriguez non poteva credere alla fama che si era conquistato al di là dell’oceano Atlantico. Inizialmente era incredulo e stordito, assolutamente non preparato ad accogliere tanto riconoscimento. Poi si è lasciato convincere dall’uomo che lo stava cercando da anni e lo ha seguito nell’altro mondo per suonare davanti al pubblico che lo aspettava da sempre. Suonò guardando la folla delirante, con lo stupore di un bambino e la calma di un eroe. Finalmente al posto giusto.

 

Searching for Sugar man e le parti del Sé non validate

Questa storia di un eroe inconsapevole, raccontata nel film documentario Searching for Sugar man, mi ha fatto chiedere “cosa siamo quando parti di noi non vengono riconosciute?”.

Rodriguez rispetto al lavoro come manovale dichiarò “è stato bellissimo, è un lavoro che ti fa sentire vivo“, nel frattempo la parte più talentuosa e grandiosa del proprio Sé restava comatosa e sospesa tra vita e morte. Quanto avrà potuto soffrire per non essersi sentito validato come musicista? Era bravo a costruire case e qualcosa di “visibile” lo aveva dotato di senso e riscontro sociale.

Rodriguez era dentro due vite parallele, in una era muratore e in un’altra artista ispiratore e leader “spirituale” di un movimento di lotta civile. Mentre viveva l’una era totalmente all’oscuro dell’esistenza della seconda, in termini psicodinamici a Detroit conduceva la vita consapevole e in Sud Africa quella incoscia. Immagino il lavoro svolto dal detective come quello di uno psicoanalista che aiuta il paziente a mettere in comunicazione parti del Sé dissociate tra loro.

Coming from reality” è il titolo di un suo album. Ma venire dalla realtà per andare dove, Sugar man ? Forse ti riferisci al sogno di te stesso, quello che hai fatto ad occhi aperti davanti alla folla oceanica che ti riconciliava col tuo destino.

L’origine del complottismo: dalla landa delle ipotesi ragionevoli alle terre selvagge dei deliri

Ancora una volta si parla e si paventa di complotti, si dubita di tutto e si immaginano burattinai, dalle scie chimiche alle torri gemelle, dai cassonetti che spariscono fino ai responsabili dell’attacco chimico in Siria. Perché lo facciamo? Forse perché la realtà ci sgomenta superando ogni giorno le più sfrenate fantasie dei complottisti. Non ci credete?

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta il 08/04/2017

 

Prendiamo un altro complottismo di questi giorni, il caso degli hameriani, quelli che rinunciano alle cure mediche per il cancro e che aderiscono alle teorie di Ryke Geerd Hamer, il medico tedesco inventore della Nuova Medicina Germanica, la NMG. Si chiama proprio così: NMG; grottesco acronimo che è la controfigura degradata dei tanti acronimi che popolano il mondo della scienza moderna.

E questo non è ancora niente. La NMG è un incrocio di varie degradazioni. Degradazione della psicologia, poiché la NMG sostiene che le malattie, tutte, sono originate da esperienze traumatiche. Questi traumi determinerebbero conflitti psicologici che poi si trasmetterebbero nel corpo. Le cure mediche, in particolare la chemioterapia, sarebbero inutili se non dannose. Su questa teoria Hamer costruisce uno stravagante metodo terapeutico che pretende di curare i tumori con farmaci omeopatici e risolvendo i conflitti psicologici. Non basta. Egli fonda una vera setta di seguaci. E questi seguaci spesso sono medici che convincono molti sciagurati a non curarsi, condannandoli a morte. Di pochi giorni fa è la condanna della dottoressa Germana Durando che aveva convinto una paziente a curare un melanoma maligno con la NMG, risolvendo i suoi problemi affettivi con il suo ex fidanzato. Prima ancora c’erano stati i casi di Emanuela Bottaro e prima ancora di Cristian Trevisan e Anna Maria Tosin, tutti morti per le non cure della NMG.

E anche questo non è ancora nulla. La NMG aggiunge a queste bislacche teorie la componente del complotto. Hamer sostiene che le sue scoperte per la cura dei tumori sarebbero state messe sotto silenzio dal solito complotto mondiale ebraico. E anche questo non basta. Secondo Hamer, gli ebrei non solo gli avrebbero impedito di regalare la sua NMG all’umanità, ma si curerebbero –i furbi- di nascosto con la sua NMG. È  stupefacente come tutta questa storia sia così risaputa e al tempo stesso così imprevedibile. Alla caricatura della psicoanalisi e del naturismo, Hamer aggiunge una forma grottesca e balzana di razzismo, così bislacca da essere straniante, per poi concludersi nell’arcinoto complotto ebraico. Il finale rischia di essere comico, ma rimane solo disorientante.

Il complotto è il rimedio che oppone la nostra mente all’inspiegabilità degli avvenimenti, all’irrimediabile dominio del caso che cozza contro ogni ragionamento e contro ogni deduzione. Meglio sarebbe tacere, non pensare di fronte a tutto questo. Ma per noi umani questo è troppo duro. Spegnere la mente è difficile, tacitarla impossibile. Come un gruppo di vecchi zii indementiti e incapaci di stare zitti, così sono la nostra mente, la nostra ragione e il nostro intelletto, questa triade sopravvalutata e troppo spesso così inutilmente intelligente.

La capacità della nostra mente di immaginare scenari alternativi, di analizzare la realtà in concatenazioni logiche o con sfrenate fantasie è nata per darci un’altra possibilità che ci liberasse dalla schiavitù degli istinti. Però questa libertà ci ha illusi e viziati, ci ha illusi che potessimo esercitare questa libertà non solo verso gli istinti, ma anche verso la realtà esterna. Ma la realtà è un osso più duro degli istinti profondi. Non si lascia domare, la sua complessità è irraggiungibile. E davanti a questo fallimento come reagiamo? Male, invece di smettere e di tacere, invece di staccarci dal bancone alcolico dell’inutile moltiplicazione dei pensieri, pensiamo ancora di più, sconfinando dalla landa delle ipotesi ragionevoli per passare alle terre selvagge dei deliri. E immaginiamo complotti.

Poveri illusi che siamo, e povera illusa con noi la nostra povera mente. Non possiamo competere con la realtà, che supererà sempre le nostre immaginazioni più folli, i nostri complotti più stupefacenti. Non ci credete? La prova è proprio lo stesso Ryke Geerd Hamer, che per noi italiani è un vecchio amico che riemerge da un passato dimenticato. Lo abbiamo già incontrato in un altro mondo, e non lo ricordiamo. Egli non è solo l’inquietante inventore della NMG, ricercato e latitante in Norvegia perché incolpato nel suo paese e altrove della morte di tanti sciagurati  che gli hanno creduto. Lui è anche un altro. Sapete chi è costui?

Ryke Geerd Hamer è il padre di quel Dirk Hamer che alcuni o molti di noi ricordano, il giovane tedesco che nel 1978 morì in seguito alle ferite determinate dai colpi di fucile sparati dal principe Vittorio Emanuele di Savoia dal suo yacht verso la barca dell’imprenditore Nicky Pende. Il principe era ubriaco e furente perché gli ospiti di Pende sarebbero stati rei di avergli sottratto un gommone. Uno dei colpi di fucile penetrò nella stiva della barca di Pende e andò a colpire il giovane Hamer, che stava dormendo, alla gamba. Il ritardo dei soccorsi e l’elevata perdita di sangue mandarono la gamba in gangrena e uccisero il giovane dopo un’atroce agonia di quattro mesi, durante la quale aveva anche subito l’amputazione della gamba colpita.

C’era anche il padre su quella maledetta barca, c’era anche Ryke Geerd Hamer, anche lui ospite di Nicky Pende. Egli assistette all’agonia del figlio. In seguito Hamer padre si ammalò di tumore a un testicolo ma si salvò dopo che fu asportato chirurgicamente. Si salvò lui, ma non si salvò la sua mente, a quanto pare. Fu dopo quella operazione chirurgica che Hamer padre iniziò a elaborare la sua teoria, la sua NMG. La prima vittima fu sua moglie, la madre di Dirk. Ammalatasi di tumore, fu convinta dal marito a curarsi con la nascente NMG. Il resto lo sappiamo.

È evidente, o forse è solo plausibile, che Hamer padre sia impazzito di dolore dopo la tragedia del figlio e per dimenticare tutto si sia tuffato in questa vita matta di fondatore di una setta medica e sacerdotale, sorta di versione europea di Scientology. Inquietante che da quella morte non sia seguita nessuna redenzione, ma una scia di altri morti, sciagurati che si lasciano mangiare dal tumore invece che curarsi e salvarsi. Una storia di anti-salvazione, una inversione grottesca del cristianesimo. O forse anche questa è l’ennesima spiegazione che non sappiamo trattenerci dall’elaborare di fronte all’abisso dell’assurdità degli eventi.

Che questi hameriani siano legati a quel lontano fatto di cronaca degli anni ’70, che questi due eventi così strani e inspiegabili, la setta pseudo-medica dei nostri giorni e la morte accidentale, assurda e atroce di Dirk Hamer negli anni ’70, siano non solo due fatti già così eccentrici e macabri in sé ma siano anche legati tra loro in questa maniera così balzana e stravagante, è qualcosa che ci fa girare la testa e lascia la mente dispersa in un terrificante teatro dell’assurdo. Quale assurda e gratuita scia di morti è fiottata dal colpo di fucile del principe di Savoia? Se questa è la realtà, forse è meglio delirare, forse è meglio immaginare complotti. Magari qualcosa di risaputo, di già noto. E cosa c’è di più noto di un complotto ebraico?

Il comportamento alimentare negli atleti: tra normalità e patologia

Nel mondo degli sportivi talvolta lo schema alimentare viene applicato in modo disfunzionale e inflessibile per ottenere, in ottica perfezionistica, un’ottima performance oppure per mantenere un’immagine corporea perfetta. I disturbi alimentari negli sportivi (in particolare si intende anoressia e bulimia) sono problematiche che spesso vengono confuse con atteggiamenti di coerenza con la tipologia di attività sportiva svolta dall’atleta e spesso sfuggono all’occhio “non esperto”, salvo presentarsi con evidenti sintomatologie legate al peso o alla forma del corpo.

Martina Croci, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

L’alimentazione degli sportivi: assumere il giusto apporto calorico

Inseguire un modello alimentare ad hoc o cercare di alimentarsi in modo sano ed equilibrato? Sono ormai note l’attenzione e la cura che gli sportivi dedicano alla loro alimentazione, ma quando uno stile di vita alimentare diventa problematico?

Una corretta alimentazione nella vita di ogni sportivo, e non solo, è di fondamentale importanza siccome permette, attraverso l’assunzione di alimenti in modo sano e bilanciato, di ottenere un benessere fisico ottimale adatto ad ogni prestazione fisica svolta. Tutto ciò che noi introduciamo nel nostro organismo serve, nello stesso momento, come carburante (le calorie sono la quantità di energia contenuta in ogni alimento), come protezione (le vitamine, le fibre, i minerali e gli antiossidanti giocano un ruolo difensivo), come regolazione termica (l’acqua contenuta nei cibi e nelle bevande aiuta il nostro corpo a mantenere la temperatura nel suo stato ottimale) ed infine le proteine con i loro amminoacidi essenziali permettono il continuo rinnovamento dei tessuti. Il nostro organismo ha bisogno di una miscela di macronutrienti (carboidrati, proteine e grassi) con dei rapporti percentuali precisi per funzionare al meglio in ogni circostanza. L’apporto calorico, derivante dalla miscela dei diversi macronutrienti, più opportuno per qualsiasi essere umano, è composto, all’incirca, dal 50% di carboidrati, dal 30% di grassi ed infine dal 20% di proteine.

Nel caso particolare delle diete seguite dagli sportivi non ritroviamo un pattern specifico di alimentazione creata ad hoc per raggiungere un’ottima performance, tuttavia sarebbe auspicabile conoscere i principi alla base di una corretta alimentazione, sana e bilanciata, da adottare in relazione agli sforzi fisici da sostenere; la percentuale di macronutrienti assunta dagli sportivi può variare in base alla disciplina svolta, alla durata e all’intensità dello sforzo fisico (ad esempio se si tratta di giorni di allenamento oppure di competizione), tuttavia non esiste una “ricetta” universale per raggiungere un buon risultato, ma questo è dato da un equilibrio dei nutrienti assunti che varia in base all’obiettivo specifico da raggiungere di volta in volta, senza perdere di vista la corretta alimentazione che ognuno di noi, sportivi e non, dovrebbe mantenere.

I muscoli degli atleti consumano una combinazione di carboidrati e lipidi che variano in base alla durata e all’intensità dell’allenamento effettuato. I carboidrati solitamente, nelle diete adottate dagli atleti, sono utilizzati per mantenere un equilibrio dei livelli di glicogeno, ossia dei depositi composti da molecole di glucosio collocate prevalentemente nei muscoli e nel fegato. In particolare durante l’esercizio fisico si utilizzano alimenti ricchi di fruttosio o maltodestrine, contenuti prevalentemente nei cereali, allo scopo di prevenire l’esaurimento del glicogeno muscolare; infine, dopo lo sforzo, i carboidrati ad alto indice glicemico, come le bevande zuccherate e i dolci, servono per ricostruire il glicogeno muscolare che è stato esaurito dall’organismo durante l’allenamento. Assumere carboidrati dopo aver effettuato un allenamento intenso è fondamentale per ristabilire una sorta di omeostasi dei livelli di glucosio dato che vi è periodo di tempo post – allenamento (circa mezz’ora dopo lo sforzo fisico) chiamato finestra anabolica in cui i muscoli dell’atleta sono più ricettivi, quindi assumendo carboidrati in questo intervallo di tempo si velocizza il recupero del proprio stato ottimale (Aragon & Schoenfeld, 2013; Maughan & Shirreffs, 2012).

Il mondo degli esperti nella nutrizione sportiva raccomanda di consumare almeno cinque pasti durante l’arco della giornata (colazione, spuntino, pranzo, merenda e cena). Questo schema alimentare, tuttavia, non è possibile applicarlo in modo rigido a tutti gli sportivi ma è necessario modificarlo ed adattarlo alla specifica disciplina che ogni atleta svolge, in quanto il modello dell’assunzione dei pasti e dei macronutrienti nell’arco della giornata dipende fortemente dalla durata, dall’intensità e dall’orario dello svolgimento dell’attività sportiva, questo, come precedentemente accennato, proprio perché non esiste un paradigma alimentare ad hoc per l’atleta ma è necessario modulare l’apporto calorico e la percentuale dei macronutrienti in relazione agli sforzi fisici da sostenere in ogni peculiare circostanza e agli obiettivi che l’atleta si pone di raggiungere.

I disturbi alimentari negli sportivi

Nel mondo degli sportivi talvolta lo schema alimentare viene applicato in modo disfunzionale e inflessibile per ottenere, in ottica perfezionistica, un’ottima performance oppure per mantenere un’immagine corporea perfetta. I disturbi alimentari negli sportivi (in particolare si intende anoressia e bulimia) sono problematiche che spesso vengono confuse con atteggiamenti di coerenza con la tipologia di attività sportiva svolta dall’atleta e spesso sfuggono all’occhio “non esperto”, salvo presentarsi con evidenti sintomatologie legate al peso o alla forma del corpo.

Ci sono diverse ragioni per le quali si possa pensare che gli atleti siano più a rischio di sviluppare una problematica alimentare: in primo luogo gli atleti sono esposti a una pressione socioculturale maggiore rispetto alla popolazione, sull’essere conformi ad un ideale di forma corporea ben precisa; questo accade soprattutto negli sport in cui è richiesta la magrezza per ragioni di performance o apparenza, come ad esempio la danza, la ginnastica artistica. In secondo luogo molto spesso gli atleti vengono descritti come perfezionisti, orientati all’obiettivo, competitivi e preoccupati dalla buona riuscita della performance: queste caratteristiche sono altresì caratteristiche personologiche peculiari frequentemente associate ad individui che soffrono di disturbi alimentari. In terzo luogo l’esordio dei disturbi alimentari risale all’adolescenza o alla prima età adulta, periodo in cui inizia anche la partecipazione a competizioni degli sportivi.

Dai diversi studi condotti emerge una vulnerabilità maggiore degli atleti ad incorrere in problematiche legate all’alimentazione, soprattutto nella popolazione femminile, tuttavia pare non emergere un’assoluta prevalenza di disturbi alimentari (classificati nel DSM IV-TR) negli sportivi ma solo una maggiore esposizione ai fattori di rischio, i quali spesso vengono considerati come funzionali alla performance sportiva oppure alla forma corporea richiesta ma possono portare con più facilità all’inflessibilità e alla disfunzionalità degli atteggiamenti alimentari che possono configurarsi come vero e proprio disturbo alimentare (Byrne & McLean, 2001; El Ghoch, Soave, Calugi, & Dalle Grave, 2013).

Vi sono diverse tipologie di sport che sono maggiormente esposte al rischio di esordire con un disturbo alimentare, ad esempio, sport cosiddetti estetici (ad esempio la danza, il nuoto sincronizzato e la ginnastica artistica), sport che prevedono una categoria relativa al peso (come il pugilato e le arti marziali, in questo caso è stata individuato come disturbo del comportamento alimentare più frequente la bulimia, più soggetta alle oscillazioni, ma tra tutte quella meno riconoscibile), sport che necessitano di strutture minute e peso corporeo basso (come ad esempio nel ciclismo e nell’equitazione), sport che mettono in evidenza la massa muscolare (più frequente la dismorfofobia nel body building) ed infine gli sport che prevedono un abbigliamento che mette in evidenza la forma fisica (nuoto, pallavolo). Gli studi condotti sui disturbi alimentari nello sport non sono privi di criticità a livello metodologico, in quanto vi è molta variabilità tra le diverse discipline sportive e alle diagnosi effettuate (Byrne & McLean, 2001; El Ghoch et al., 2013; Kong & Harris, 2015).

Tra gli sportivi possono emergere solo disturbi del comportamento alimentare categorizzati dalla comunità scientifica oppure esistono diverse sfaccettature degli stessi, che possono portare ugualmente ad una sofferenza psicologica o possono rappresentarne “l’anticamera”?

Nel mondo degli sportivi vi può essere una maggiore diffusione dei disturbi alimentari (DCA) clinicamente diagnosticati, probabilmente proprio per una sovrapposizione di peculiari caratteristiche tipiche di pazienti affetti da Disturbi  del Comportamento Alimentare e peculiarità personologiche proprie degli sportivi. I disturbi alimentari non si limitano, in senso stretto, alle categorie descritte dell’attuale Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, ma esistono diverse sfumature degli stessi che rispecchiano, nondimeno, una sofferenza della persona; tra queste sfaccettature, non ancora categorizzate nel DSM 5, troviamo, ad esempio, l’ortoressia, l’anoressia atletica e la vigoressia, più tipicamente maschile.

Ortoressia, anoressia atletica e vigoressia sono comportamenti alimentari molto frequenti tra gli atleti che, tuttavia, possono portare lo sportivo ad una sofferenza psicologica considerevole. Nella sfera degli sportivi è possibile incorrere in casi più evidenti di Disturbi del Comportamento Alimentare oppure possiamo ritrovare dei comportamenti degni di attenzione clinica, seppure non diagnosticabili principalmente come anoressia e/o bulimia nervosa; tuttavia queste sfumature possono rappresentare i prodromi dell’esordio di un Disturbo del Comportamento Alimentare oppure un comportamento alimentare problematico a sè stante.

Gli sportivi prestano molta attenzione e cura al proprio stile di vita alimentare, proprio perché è il loro carburante necessario per un’ottima performance, è la chiave di lettura per ottenere una perfetta forma fisica e gioca un ruolo fondamentale per assicurarsi un buon recupero fisico dopo l’allenamento per ricostruire le fibre muscolari e mantenere in equilibrio i nutrienti presenti nel proprio organismo. Spesso gli atleti, così attenti alla propria alimentazione, possono esasperare la ricerca dell’alimentazione perfetta e farla diventare una vera e propria ossessione ed in questo caso si può parlare di ortoressia: l’atleta che soffre di ortoressia sviluppa una vera e propria fobia per i cibi considerati “pericolosi”, la preoccupazione di assumere cibi sbagliati e/o dannosi prevale sulle altre aree della propria vita (affettiva, relazionale e lavorativa) al punto che si assiste ad un vero irrigidimento del pensiero legato unicamente alla sfera alimentare. L’ortoressia, in particolare, tra gli sportivi, può sfociare in un’eccessiva selezione dei cibi assunti, senza tener presente che una buona alimentazione, funzionale anche alla propria performance, è caratterizzata dalla varietà degli alimenti assunti (Dunn & Bratman, 2016).

Se l’ortoressia è considerata come un’eccessiva attenzione ad un’alimentazione sana, l’anoressia atletica è stata definita per distinguerla dall’anoressia nervosa; l’anoressia atletica è caratterizzata da una restrizione alimentare più tipicamente associata all’allenamento, alla performance sportiva e alla propria forma corporea, invece, l’anoressia nervosa è contraddistinta da un timore di incrementare il proprio peso corporeo e da una marcata alterazione della percezione della propria immagine corporea; in alcuni casi, pazienti affetti da anoressia nervosa possono utilizzare l’esercizio fisico per compensare l’apporto calorico assunto, da loro considerato eccessivo (Dalle Grave, 2009).

L’anoressia atletica

Il concetto di anoressia atletica è stato introdotto per la prima volta, negli anni ’90 da Jorunn Sundgot – Borgen, medico sportivo specializzata in problematiche legate all’alimentazione (J Sundgot-Borgen, 1994). In molti sport, vi è la tendenza a raggiungere un peso corporeo eccessivamente basso, dato l’errato convincimento che questo sia un fattore fondamentale per il miglioramento delle performance. Ne consegue che molte atlete possono andare incontro a disturbi alimentari, pur non soddisfacendo i criteri specifici e diagnostici dell’anoressia nervosa, al fine di riuscire a mantenere un basso peso corporeo e una prestazione ottimale (Sudi et al., 2004).

L’anoressia atletica, negli studi condotti da Sundgot – Borgen e Torstveit, viene inclusa tra i disturbi del comportamento alimentare, poiché si tratta di un pattern di alimentazione anomalo che può portare a seri disturbi alimentari clinici, pur mantenendo una propria singolarità (J. Sundgot-Borgen & Torstveit, 2010; Jorunn Sundgot-Borgen & Torstveit, 2004). L’anoressia atletica presenta la riduzione della massa corporea (comprendente sia la massa grassa che quella magra) e ciò avviene per migliorare la prestazione e non per un’eccessiva preoccupazione come tipicamente accade nelle pazienti che soffrono di anoressia nervosa. Nell’anoressia atletica l’attuazione di diete o di allenamenti eccessivi è spesso raccomandata dagli allenatori al fine di raggiungere un equilibrio dei macronutrienti consono alla durata temporale e all’intensità dell’esercizio fisico richiesto da ogni disciplina sportiva. Nell’anoressia nervosa la perdita di peso è legata esclusivamente ad una dispercezione della propria immagine corporea ed ad una volontà di ridurre il proprio peso corporeo, nell’anoressia atletica, invece, la perdita di peso è sia legata alla diminuzione degli apporti calorici assunti, ma anche al volume e all’intensità dell’allenamento; nei casi in cui le atlete dovessero mantenere un peso molto basso per tutto l’anno (tipicamente il loro peso corporeo subisce delle oscillazioni) aumenterebbe il rischio di sviluppare disturbi alimentari degni di attenzione clinica. Infine l’anoressia atletica spesso non è più rilevabile dopo la cessazione della carriera sportiva, in quanto la poca energia introdotta per compensare quella spesa durante l’esercizio fisico è solitamente temporanea (Sudi et al., 2004).

Ortoressia e anoressia atletica sono condizioni alimentari tipiche del genere femminile, come, d’altro canto, anche la prevalenza dei disturbi alimentari è maggiore nelle donne con valori intorno allo 0,4% per l’anoressia nervosa e intorno al 2% per la bulimia nervosa ed in entrambe le condizioni la prevalenza nel sesso maschile è di circa un decimo rispetto al sesso femminile (Association, 2013; Bratland-Sanda & Sundgot-Borgen, 2013).

I disturbi del comportamento alimentare negli uomini

Negli ultimi anni, anche la percentuale di Disturbi alimentari negli uomini è in aumento, ma in che modo le problematiche alimentari interessano maggiormente il genere maschile?

Per quanto riguarda ragazzi e giovani uomini, è stato descritto un disturbo, dalla sintomatologia apparentemente opposta all’anoressia nervosa, che è la vigoressia. L’uomo che soffre di vigoressia è ossessionato dall’idea di essere esile e poco sviluppato fisicamente e, nonostante abbia spesso una muscolatura ipertrofica, non è soddisfatto a causa della distorsione dell’immagine corporea. L’autostima si basa quasi esclusivamente sul peso corporeo e sulle forme fisiche, che in quanto riferiti a dei modelli irraggiungibili, richiedono un livello estremo di perfezionismo. Come si evince i meccanismi sottostanti al sintomo esplicito si possono considerare i medesimi tra vigoressia ed anoressia nervosa.

Più nel dettaglio, la vigoressia, non è semplicemente il trascorrere ore ed ore in palestra, avere cura del proprio fisico, ma è la continua e ossessiva preoccupazione per quanto riguarda la propria massa muscolare anche a discapito della propria salute fisica. Tra le principali caratteristiche della vigoressia vi è un iperinvestimento sul proprio corpo, la ricerca della perfezione fisica, l’eccessiva focalizzazione visiva sul corpo, sui singoli muscoli o sul peso corporeo, tutto ciò accompagnato da una marcata insoddisfazione per il proprio fisico nonostante l’enorme sforzo che è stato fatto per raggiungere l’obiettivo prefissato con il timore di regredire rispetto ai progressi fatti riguardo alle proprie dimensioni fisiche.

Nelle persone che soffrono di vigoressia spesso vi è la tendenza a consumare cibi ipocalorici e/o abusare di integratori alimentari; i vigoressici sono più inclini all’utilizzo di sostanze illecite, come ad esempio il doping, proprio per una spasmodica ricerca della perfezione del proprio fisico ed il doping ha proprio la funzione di stimolare l’ipertrofia e velocizzare il recupero muscolare che permette al soggetto di allenarsi più spesso e aumentare l’intensità dello sforzo (questo fenomeno si riscontra soprattutto nel body building) (Mosley, 2009).

In conclusione non esiste un regime alimentare che può attuare indistintamente ogni atleta al fine di raggiungere una perfetta prestazione o un’ottimale forma corporea, tuttavia, è sempre consigliabile mantenere un’alimentazione equilibrata, sana e bilanciata composta da tutti i macronutrienti necessari per il nostro organismo, i quali possono variare in base alla durata e all’intensità dell’esercizio fisico peculiare per ogni disciplina sportiva svolta dall’atleta. Tra gli sportivi vi potrebbe essere una maggior prevalenza di disturbi del comportamento alimentare, tuttavia possono essere presenti anche delle sfumature degli stessi che possono rappresentare un fattore di rischio rispetto all’esordio di un Disturbo del Comportamento Alimentare, oppure una sofferenza psicologica a sè stante. Infine sarebbe importante non confondere una sintomatologia clinica da una coerenza alimentare dell’atleta finalizzata al raggiungimento di una forma fisica perfetta oppure di una prestazione ottimale nella propria disciplina sportiva (Bar, Cassin, & Dionne, 2015).

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