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Schema Therapy e CBT tradizionale nel trattamento del Doc: spunti per una possibile integrazione

Un interessante lavoro di recente pubblicazione mostra le potenzialità dell’integrazione tra Schema therapy e CBT tradizionale nel trattamento di pazienti con Doc cronico o di grado severo.

Olga Ines Luppino

 

Gli schemi e i mode disfunzionali dei pazienti con Doc

Basile e colleghi (2017) in un recentissimo lavoro pubblicato su Clinical Neuropsychiatry si sono proposti di indagare schemi, mode e stili di coping in un campione clinico di 34 pazienti con Doc (età media 33 anni; ds: 8,38; 12 femmine).

Dopo una prima valutazione clinica volta all’accertamento del quadro diagnostico, ad ogni soggetto sono stati somministrati, individualmente e in ordine bilanciato, una serie di questionari volti ad indagare la severità della sintomatologia ossessiva, favorire l’approfondimento dei livelli di colpa e disgusto, rilevare la specificità e la pervasività di schemi, mode e stili di coping.

I pazienti, comparati con un campione omogeneo per età di soggetti tedeschi sani, hanno riportato punteggi significativamente più alti in tutti gli schemi e i Mode disfunzionali.

I risultati ottenuti da Basile e collaboratori si sono mostrati in linea con il modello già proposto da Gross e colleghi (2012) che, a partire dall’analisi di due casi singoli, aveva concettualizzato il Doc in termini di Schema therapy mettendo in luce la presenza dei Mode Bambino vulnerabile e arrabbiato, del Mode Genitore esigente, critico e punitivo e di due principali Mode di coping: il Perfezionista Ipercontrollante e il Protettore Distaccato.

In accordo con il modello appena descritto, il campione clinico di Basile e colleghi ha mostrato una elevata presenza dei Mode Bambino vulnerabile, indisciplinato e arrabbiato così come del Mode Genitore critico e punitivo, tipicamente frutto dell’introiezione di regole o esperienze passate di punizioni e rimproveri e capace di spiegare la severità della sintomatologia ossessiva.

Coerente con la pervasività del Mode Genitore la presenza del Mode bambino vulnerabile, con le sue emozioni negative di tristezza, solitudine, colpa e vergogna tipicamente sperimentate in risposta a sentimenti di fallimento, isolamento e neglect emotivo così come a vissuti di punizione o di critica subita per non aver corrisposto alle aspettative.

Dai dati è emerso infine l’utilizzo da parte dei pazienti Doc di strategie di distacco e di evitamento emotivo capaci di impedire il contatto con vissuti emotivi spiacevoli e bisogni frustrati ad essi associati; tali strategie, tradotte dal Mode Protettore Distaccato, sarebbero precocemente sviluppate dai pazienti nel tentativo di sopravvivere all’interno di un ambiente invalidante, esigente e punitivo. Meno significativo, il ricorso ad un coping di Ipercompensazione del tipo Perfezionista Ipercontrollante che crea distanza dalle vulnerabilità attraverso la tendenza a stare “in controllo”.

L’integrazione della Schema Therapy con la CBT tradizionale

Di notevole interesse la lettura che gli autori danno dei loro risultati alla luce della possibile integrazione con l’intervento mediante protocollo CBT tradizionale.

Il modello cognitivo del Doc proposto da Mancini (2016) vede un evento trigger, come il contatto con uno stimolo contaminato o un pensiero proibito, quale innesco per il soggetto di una valutazione di minaccia/errore rispetto alla quale si sente responsabile. Questa prima valutazione lo spinge a compiere rituali comportamentali, mentali o di evitamento, trigger a loro volta di valutazioni di autocritica e di vergogna. I pensieri e le emozioni coinvolte nel modello descritto possono naturalmente intensificarsi tanto più il soggetto mette in atto comportamenti disfunzionali quali l’evitamento, il controllo dei pensieri, la ruminazione.

All’interno di una cornice teorica come quella proposta da Mancini, una concettualizzazione secondo la Schema Therapy può offrire, secondo Basile e colleghi, un contributo importante nella comprensione e nella spiegazione di come il Doc si sviluppi e si mantenga nel tempo. La Schema Therapy dà ragione al fatto che esperienze negative precoci possano divenire sensibilizzanti rispetto agli specifici contenuti cognitivi ed emotivi del Doc, in linea con il ruolo di primo piano che nella storia dei pazienti Doc giocano le esperienze negative precoci con le figure di accudimento primarie, ricordate come particolarmente critiche, punitive, tendenti a mostrare disprezzo e rabbia (Tenore, 2016).

Tali esperienze potrebbero risultare dunque centrali nello sviluppo della particolare sensibilità riscontrata nei pazienti Doc a punizioni e standard severi associati alla possibilità di errore, a loro volta capaci di generare sentimenti di colpa, un senso di responsabilità esagerata (Salkovskis 1985, 1989; Mancini & Gangemi, 2016) e il timore del fallimento.

Basile e colleghi sottolineano quanto esperienze del genere possano contribuire allo sviluppo di specifici schemi maladattivi precoci (Punizione, Fallimento, Inadeguatezza, Standard severi, Pessimismo e Vulnerabilità al pericolo) a cui si associa un estremo timore di catastrofe possibile e, conseguentemente, un estremo bisogno di controllo al fine di evitare che l’evento temuto possa accadere.

Il lavoro, nonostante qualche limite, apre la strada ad una concreta possibilità di integrazione della Schema Therapy con la CBT tradizionale nel trattamento dei casi di Doc severo o cronico, con una storia traumatica alle spalle o che presentano comorbidità con disturbi di personalità. La Schema Therapy, integrata alla CBT tradizionale per il trattamento del Doc, può certamente permettere una più approfondita comprensione circa l’etiologia e lo sviluppo del disturbo.

Benzodiazepine: i farmaci per ridurre l’ansia – Introduzione alla psicologia

Le benzodiazepine (BZD) sono una classe di farmaci aventi proprietà ansiolitiche, sedativo-ipnotiche, anticonvulsivanti, miorilassanti e anestetiche, e, soprattutto, sono in grado di ridurre l’ansia e le sue manifestazioni fisiologiche, come palpitazioni, sudorazione, colon irritabile, etc.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

A partire dalla fine degli anni ’50, le benzodiazepine hanno totalmente sostituito i barbiturici grazie ai minori effetti collaterali prodotti da chi le ingeriva regolarmente.

Le BZD essendo farmaci possono essere prescritti solo dal medico e la scelta del tipo di benzodiazepine dipende dal disturbo che è stato diagnosticato e dagli obiettivi che si vogliono raggiungere.

Benzodiazepine: la storia

Le benzodiazepine sono farmaci derivati dal clordiazepossido, sostanza introdotta negli anni ‘60, avente proprietà sedative e ipnotiche che variano a seconda della molecola.

La struttura del clordiazepossido, fu sottoposta a delle modificazioni nel tentativo di ottenere farmaci con caratteristiche migliori. Nel 1959 fu sintetizzato il diazepam, una benzodiazepina fino a 3-10 volte più potente del clordiazepossido. Il diazepam fu commercializzato nel 1963 con il nome commerciale di Valium.

Successivamente, la ricerca nel campo delle benzodiazepine ha continuato a svilupparsi, ottenendo numerose nuove molecole utilizzate ancora oggi.

Il meccanismo d’azione delle benzodiazepine

Le benzodiazepine agiscono stimolando il sistema GABA-ergico, cioè il sistema dell’acido γ-amminobuttirico.
Il GABA è un γ-amminoacido ed è il principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello. Il GABA si lega ai suoi specifici recettori: il GABA-A, il GABA-B e il GABA-C.

Sul recettore GABA-A è presente un sito di legame specifico per le BZD, che legandosi a questo sito specifico, attivano il recettore e promuovono la cascata di segnali inibitori indotta dal GABA stesso. L’azione naturale del GABA è, dunque, potenziata dalle benzodiazepine, le quali esercitano un’influenza inibitoria sui neuroni. Quindi, le benzodiazepine sono attive solo in ​​presenza del GABA e, di conseguenza, l’azione sedativa è limitata alla quantità di GABA presente, a differenza dei barbiturici, che agiscono direttamente sul flusso di ioni cloro.

Tipi di benzodiazepine

Le benzodiazepine possono essere classificate in funzione della loro emivita plasmatica, ovvero la durata d’azione che mostra il farmaco.

Si hanno BZD a emivita breve o brevissima, 2-6 ore. A questa classe appartengono il triazolam e il midazolam; emivita intermedia, 6-24 ore, a questa categoria appartengono l’oxazepam, il lorazepam, il lormetazepam, l’alprazolam e il temazepam; emivita lunga, 1-4 giorni, tra cui il clordiazepossido, il clorazepato, il diazepam, il flurazepam, il nitrazepam, il flunitrazepam, il clonazepam, il prazepam e il bromazepam.

Non esiste una corrispondenza diretta tra emivita plasmatica e rapidità d’azione, in quanto, alcuni farmaci sono metabolizzati in altri composti attivi che ne prolungano la durata d’azione.

Effetti collaterali

Le benzodiazepine sono considerati farmaci sicuri e sono dotati di una bassa tossicità. Inoltre, possiedono un elevato indice terapeutico, ovvero si ottengono buoni risultati sui pazienti.

Raramente un sovradosaggio da BZD può avere esiti fatali, a meno che non siano stati contemporaneamente assunti altri farmaci o sostanze in grado di deprimere il sistema nervoso centrale, come barbiturici, oppioidi, alcool o droghe.

In ogni caso, si ricordano i seguenti effetti collaterali da esse prodotte: la sedazione eccessiva, la sonnolenza diurna, la confusione, la depressione, i disturbi della coordinazione, l’atassia e i disturbi della memoria, tra cui l’amnesia anterograda.

Le benzodiazepine possono presentare anche dei sintomi paradosso, come irritabilità, rabbia, collera, irrequietezza, etc.

La sedazione dell’ ansia comporta una certa riduzione della vigilanza, che a dosi elevate induce sonnolenza. Ciò comporta un maggior rischio di incidenti, automobilistici e sul lavoro.

L’alcol potenzia gli effetti collaterali appena elencati.

Chiaramente, anche le benzodiazepine, come altri psicofarmaci, provocano dipendenza fisica e psichica. Una volta che la dipendenza fisica si è instaurata una interruzione brusca del trattamento può portare all’insorgere di sintomi d’astinenza.

In ogni caso, la terapia deve essere sempre scalata gradualmente e non interrotta bruscamente. Infine, un uso prolungato di benzodiazepine porta a tolleranza verso la sostanza. Cioè si può andare incontro ad una riduzione degli effetti indotti dal farmaco, per cui è necessaria l’assunzione di dosi sempre maggiori per ottenere l’effetto desiderato.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Vincere denaro giocando d’azzardo: illusioni vs probabilità

Langer, psicologa dell’Università di Harvard, afferma che il gioco d’azzardo comporta nel giocatore la percezione illusoria di poter controllare il gioco; l’individuo finisce dunque per sovrastimare le sue probabilità oggettive di vincere.

 

Quando il gioco diventa d’azzardo

Il gioco d’azzardo ha da sempre occupato un posto importante in tutte le culture, società e classi sociali. Esiste da quando esiste l’umanità, non mancano infatti esempi di giocatori eccessivi nella storia: dagli imperatori romani Caligola e Nerone, fino, in tempi più recenti, a Fedor Dostojevskij. Da oriente a occidente, da nord a sud, in ogni cultura sono reperibili sia il gioco generico, sia il gioco denominato “d’azzardo”.

Da qualche anno assistiamo a una moltiplicazione dei tipi di gioco d’azzardo e il numero di giocatori cresce in rapporto all’aumento delle possibilità di partecipare a tali attività; questa accessibilità ha come corollario il fatto che i problemi connessi al gioco incrementino.
Attualmente un adulto su tre si dedica al gioco d’azzardo; per la maggior parte di essi è un’attività piacevole e divertente, ma alcuni sviluppano un atteggiamento patologico, ossia una vera e propria dipendenza.

Sono tre le condizioni necessarie affinché si possa parlare di gioco d’azzardo:

– il giocatore mette in palio una posta;

– una volta messa in palio non può più essere ritirata dal giocatore;

– il risultato del gioco si basa sul caso.

L’ultimo elemento è il punto cruciale del gioco d’azzardo: il caso implica l’impossibilità di controllare il risultato di un evento. Indica che il gioco non può prescindere dall’imprevedibilità, eppure non sempre il giocatore se ne rende conto.

Per il giocatore eccessivo, il gioco diviene fonte di eccitazione e rilassamento finendo con il comportare conseguenze nefaste per la propria vita. Chi non riesce a smettere di giocare, e quindi ha sviluppato una dipendenza, solitamente riporta di aver ottenuto una cospicua vincita nelle primissime volte in cui ha puntato una somma di denaro e questa informazione primaria ha influenzato la percezione delle successive possibilità di ricavo sovrastimandole. Anche le perdite vengono percepite in modo distorto, infatti è stato dimostrato che le persone riescono a quantificare correttamente quanto perdono nell’arco di pochi giorni, ma non in un intero mese, sottostimando quindi la quantità di soldi giocati.

L’illusione legata al gioco d’azzardo

Langer, psicologa dell’università di Harvard, afferma che chi gioca d’azzardo sviluppa la percezione illusoria di poter controllare il gioco; l’individuo finisce dunque per sovrastimare le sue probabilità oggettive di vincere. Un esempio d’illusione di controllo è stata studiata dallo psicologo Heslin nei casinò di Las Vegas: l’autore ha osservato che al gioco dei craps, quando i giocatori mirano a ottenere un punteggio elevato, lanciano i dadi con maggior forza rispetto a quando desiderano ottenere un punteggio più basso. L’illusione di controllo si traduce nell’energia trasmessa al dado quindi, in vari altri modi, l’individuo si convince che possano esserci delle strategie utili al fine di ottenere la vincita. Chi gioca vuole trarre vantaggio dalle puntate, ma il gioco ha un sistema di regole svantaggiose. A seconda dei giochi infatti, dal 2 al 50% della posta finisce nelle tasche dell’organizzatore. Eppure le persone tendono a perseverare nel gioco anche, e soprattutto, dopo continue perdite perché sentono il bisogno di dover compensare con una vincita, ma così facendo, statisticamente rischiano di dover rinunciare ad altre somme di denaro.

Il disturbo da gioco d’azzardo è un problema diffuso con importanti ripercussioni sulla società e sul singolo individuo. Quando s’instaura una dipendenza è difficile non emettere quel dato comportamento, per questo motivo una persona può arrivare a spendere tutti i suoi averi nella speranza di riprendere almeno una parte dei soldi persi, piuttosto che rivolgersi a uno specialista del settore.
“Data la rilevanza dei pensieri distorti nei giocatori d’azzardo problematici e la difficoltà a modificarli, può essere utile intervenire incrementando la consapevolezza in modo tale che queste persone possano fare i conti con le proprie distorsioni cognitive connesse al gioco d’azzardo ” (Toneatto).
La terapia con maggior efficacia terapeutica per il disturbo da gioco d’azzardo è la terapia cognitivo-comportamentale unita a specifiche tecniche quali la mindfulness.

L’eliminazione delle memorie per contrastare la dipendenza da cocaina

Un recente studio di Huang e colleghi, pubblicato sulla rivista Science, ha mostrato come l’attivazione del recettore β-adrenergico, che invia un segnale ai neuroni eccitatori della corteccia prefrontale infralimbica, promuova nei topi l’attenuazione dell’associazione tra droga e cue ambientale favorendo l’apprendimento per estinzione della ricerca della sostanza psicotropa, attenuando così il craving per la cocaina e la dipendenza da sostanze.

 

L’apprendimento per condizionamento alla base della dipendenza da sostanze

La dipendenza da sostanze è frutto di un processo di apprendimento associativo per il quale uno stimolo neutro acquisisce un valore motivazionale per il soggetto se ripetutamente associato all’uso di una sostanza (Hyman, Malenka, 2001) e va a consolidarsi così in memoria tale associazione; l’esposizione a stimoli condizionati dalla sostanza, che fungono da trigger per il soggetto dipendente, favorisce l’insorgenza e il mantenimento nel tempo del craving, cioè “un desiderio incontrollabile verso uno stimolo di rinforzo, inteso come elemento dell’ambiente in grado di attivare un comportamento di approccio verso l’elemento stesso” (Janiri et al., 2006).

Pertanto le memorie inerenti la sostanza, prodotte dall’associazione di uno stimolo ambientale con essa, giocano un ruolo cruciale nel mantenimento della dipendenza da sostanze e soprattutto aumentano il rischio di ricaduta nella sostanza, anche dopo un percorso di disintossicazione.

Le terapie basate sull’estinzione per ridurre il craving per la sostanza

Per tale ragione, le terapie cognitive basate sull’estinzione, cioè sull’esposizione ripetuta dello stimolo condizionato non seguito più dall’assunzione della sostanza, possono essere utilizzate per attenuare il craving per la sostanza psicotropa (Millan, Marchant, McNally, 2011).

Una notevole mole di letteratura neuro scientifica (Cosme, Gutman et al., 2016; Hafenbreidel, Twining, Todd & Mueller, 2015) ritiene che la corteccia prefrontale intralimbica (IL-PFC) sia l’area cerebrale fondamentale per l’apprendimento per estinzione e che giochi un ruolo nell’attenuazione della memoria originale, riducendo così il comportamento di ricerca della sostanza e prevenendo le ricadute quando si viene a contatto con cue ambientali associati alla sostanza.

Recentemente, a seguito della scoperta dell’importanza di questa specifica area cerebrale, la manipolazione farmacologica, favorente l’aumento delle funzioni cognitive di IL-PFC, viene considerata una buona strategia per incrementare l’efficacia della terapia cognitiva basata sull’estinzione (Huang, Li, Cheng et al., 2018).

In linea con la letteratura neuroscientifica sopra citata, lo studio di Huang e colleghi (2018) si propone di investigare più nel dettaglio, sui topi, il ruolo di IL-PFC nella formazione dell’apprendimento associativo di memorie legate alla sostanza tramite la manipolazione farmacologica dei recettori presenti in tale area, con lo scopo di attenuare l’associazione e promuovere l’estinzione del comportamento di ricerca e assunzione successiva della cocaina.

Lo studio prevedeva l’osservazione del comportamento dei topi a seguito della manipolazione farmacologica in IL-PFC in due compiti sperimentali basati su differenti paradigmi comportamentali: cocaine-conditioned place preference (CPP) e cocaine self administration (Huang, Li, Cheng et al., 2018).

Il paradigma cocaine-conditioned place preference (CPP) testa direttamente l’associazione tra l’ambiente e la sostanza psicotropa: dopo un training in cui i topi vengono condizionati alla ricerca della sostanza, si osserva una preferenza per l’ambiente (la gabbia) dove è avvenuta l’assunzione della sostanza.

Le esposizioni ripetute e successive dei topi ai luoghi che erano stati precedentemente associati con la cocaina senza però ricevere la sostanza innescavano il processo di estinzione e attivavano circuiti e aree cerebrali mediatori di questo processo, come la corteccia prefrontale infralimbica (IL-PFC).

Nello studio di  Huang e colleghi (2018), per dimostrare il coinvolgimento di  IL-PFC nell’apprendimento per estinzione, i ricercatori “allenarono” i topi tramite il paradigma CPP per la cocaina, cioè sostanzialmente andavano a generare una dipendenza da sostanze negli animali nei quali si creava un condizionamento tramite l’associazione mnestica gabbia-cocaina.

Dopo quattro giorni di training per innestare il condizionamento, il quinto prese avvio il processo di estinzione in cui ai topi venne somministrato, bilateralmente in IL-PFC, uno specifico farmaco (Huang, Li, Cheng et al., 2018).

È stato osservato che il farmaco esercitava un’azione di attivazione di specifici segnali preposti alla regolazione della plasticità sinaptica e mnestica, che a loro volta provocavano una cascata di reazioni chimiche che hanno condotto ad un significativo aumento di una sostanza in IL-PFC facilitante nei topi l’estinzione del condizionamento.

Tuttavia nella condizione sperimentale descritta poc’anzi, la manipolazione farmacologica avveniva per mano dello sperimentatore che dava ai topi la sostanza psicoattiva; utilizzando il paradigma cocaine self administration al contrario è stato possibile studiare i meccanismi cerebrali della dipendenza tramite un’auto-somministrazione della sostanza.

Quest’ultima poteva avvenire o tramite l’abbassamento di una leva da parte dell’animale o tramite l’esplorazione dell’ambiente tramite il naso (Huang, Li, Cheng et al., 2018), dopo la presentazione di un cue ambientale che poteva essere un suono o una luce.

Come nella precedente sessione, i topi venivano prima condizionati e successivamente si iniziavano i training per l’estinzione per diversi giorni, durante i quali avveniva la manipolazione farmacologica tramite l’iniezione di un farmaco.

Si è osservato che il farmaco provocava l’attivazione del recettore β-adrenergico in IL-PFC, che a sua volta induceva un’attivazione dei neuroni eccitatori, della medesima area cerebrale, che regolano l’apprendimento per estinzione di memorie legate alla ricompensa, cioè alla sostanza (cocaina).

Questi risultati, riportati da Huang e colleghi (2018) supportano la nozione che l’apprendimento per estinzione del comportamento di ricerca della sostanza è mediato da specifici recettori e segnali chimici; l’intervento di manipolazione farmacologica su tali reazioni ed eventi biochimici ha comportato l’impoverimento dell’associazione cocaina-gabbia (vedi CPP) e cocaina-cue ambientale (vedi cocaine self administration) favorendo così il processo di estinzione del comportamento di ricerca della sostanza (craving).

È bene sottolineare che tali studi sull’attenuazione delle associazioni mnestiche tramite il paradigma pavloviano del condizionamento classico, con manipolazione farmacologica sono ancora sperimentali e sono eseguiti sui topi; tuttavia in futuro, una volta indagati nel dettaglio i meccanismi neuronali che producono e mantengono la dipendenza da sostanze, sarà possibile intervenire non farmacologicamente sulle memorie consolidate per contrastarla.

Da Catania il Progetto “Mediterraneo: Aids e mediatori tra le terre”

La significativa presenza di stranieri in Italia e i continui flussi migratori mettono in primo piano l’esistenza di nuovi cittadini portatori di diritti, fra i più importanti quello alla salute; dal punto di vista sanitario, infatti, il profilo di salute degli immigrati si caratterizza per condizioni di disagio dovuto a fragilità sociale e persistenti problemi legati all’integrazione.

C. Desiderio, P. Uccellatore, S. Sapienza, M. Raspagliesi, S. Sofia 

 

 

Stranieri in Italia: il profilo di salute degli immigrati

Dal punto di vista sanitario, il profilo di salute degli immigrati si caratterizza per condizioni di disagio dovuto a fragilità sociale e persistenti problemi legati all’integrazione. Le condizioni di vita nei centri di accoglienza, dove si registra spesso sovraffollamento, rendono maggiormente vulnerabili questi gruppi di individui, spesso a rischio di malattie infettive.

Fattori aggravanti che rendono più esposte le popolazioni migranti sono il difficile accesso ai servizi sanitari e la non sempre adeguata accoglienza e fruibilità alle prestazioni, causate da barriere linguistiche e culturali e da una diversa rappresentazione del concetto stesso di malattia, salute e prevenzione. Gli stranieri in Italia, ma in generale tutti immigrati, pertanto, rappresentano una importante categoria di soggetti ai margini della prevenzione. Secondo gli ultimi studi condotti dalla SIMIT, un migrante su cinque si ammala di HIV solo dopo essere giunto in Italia. Per tale motivo è prioritario che il controllo e la prevenzione delle patologie infettive siano parte degli obiettivi fondamentali nella programmazione dei moderni sistemi sanitari, che devono avvalersi della cooperazione di gruppi di operatori in grado di mediare tra il sistema sanitario e lo straniero.

A tal proposito, il mediatore culturale con le sue competenze può fornire risposte efficaci ai bisogni dei soggetti stranieri in Italia promuovendo i servizi offerti dai diversi enti pubblici, e facilitando gli interventi messi in atto dalle istituzioni al fine di promuovere la presa in carico e la realizzazione di misure preventive destinate a tali gruppi. Fondamentale, quindi, formare nella popolazione immigrata una consapevolezza delle patologie infettive, in grado di tradursi in metodi più efficaci, che richiedono un’elevata adesione agli schemi terapeutici e un comportamento aderente per contenerne la diffusione.

Il progetto: Mediterraneo: Aids e mediatori tra le terre

Il Progetto “Mediterraneo: Aids e mediatori tra le terre” rientra nell’area dell’educazione dei mediatori culturali in sanità, con specifico riferimento alla relazione tra malattie infettive e immigrazione. Il progetto interprovinciale è stato realizzato a Catania, seguendo la metodologia tipica della ricerca-azione, caratterizzato da un iter formativo con l’intento di sviluppare una cultura di empowerment promossa da mediatori culturali e immigrati.

Il corso, rivolto a n. 20 mediatori culturali, ha avuto una durata complessiva di 60 ore, suddivise in attività didattica teorica e sessioni pomeridiane di tipo esperienziale dedicate alle dinamiche di gruppo. La formazione ha permesso di migliorare le conoscenze cliniche e psicologiche relative alle malattie infettive, con particolare interesse alla patologia dell’HIV/AIDS, e ha ottimizzato le competenze comunicative e relazionali dei mediatori culturali riguardo prevenzione, comportamenti a rischio, diagnosi precoce e cura di tale patologia nella popolazione migrante.

Obiettivo prioritario è stato quello di formare figure capaci di elaborare le discrasie connesse alla multiculturalità. È stata così delineate una figura di mediatore specializzato nell’ambito della sanità, capace di fornire aiuto qualificato nella lotta alle patologie infettive: il Cultural Assistant Counselor (CAC). Tale figura ha acquisito conoscenze e capacità specifiche, per consentire la sensibilizzazione degli immigrati, così da poter ottenere una maggiore diffusione delle conoscenze sull’HIV/AIDS sulle modalità di accesso ai servizi sociali e sanitari.

La comprensione della patologia dell’ HIV associata alle conoscenze e competenze del mediatore, può aiutare ad affrontare le problematiche sociali e sanitarie che derivano dal rapporto prevenzione HIV/immigrazione e dal rapporto HIV+/emarginazione, e contribuire alla loro risoluzione. I soggetti immigrati con diagnosi di HIV, infatti, devono far fronte non solo al problema della discriminazione sociale in quanto immigrati ma anche all’esclusione a causa della sieropositività.

La valutazione dell’impatto della formazione ha avuto luogo attraverso la sperimentazione di un modello, nel quale la liaison tra mediatori culturali e immigrati è stata di grande rilevanza e significatività. Questa fase del progetto è stata caratterizzata da incontri di gruppo, focus group tematici e momenti di discussione e confronto, gestiti dai CAC nel ruolo di testimone e moderatore tra le parti. Si è provveduto a formare dei gruppi composti da una massimo di dieci partecipanti, condotti dal CAC e supervisionati da uno psicologo, così da poter ottimizzare le possibili difficoltà individuate nella comunicazione intersoggettiva.

Riguardo la fase della sensibilizzazione, i CAC hanno somministrato un questionario (P.P.A) appositamente strutturato, corredato da colloquio, per indurre i migranti alla prevenzione e alla diagnosi precoce. Il questionario è costituito da items capaci di testare le conoscenze generiche che la popolazione migrante possiede al riguardo: le differenze tra Aids e HIV, le vie di trasmissione, le informazioni sulle precauzioni adeguate da attuare nei rapporti sessuali, i metodi di esecuzione del test ,la terapia antiretrovirale e l’importanza dell’aderenza terapeutica. il P.P.A. è una modalità semplice, capace di creare una significativa mappatura della problematica.

In 90 giorni, i C.A.C. hanno sensibilizzato oltre 350 soggetti stranieri. I risultati emersi mostrano che il 52% dei soggetti non conosce la differenza tra HIV e AIDS, il 48% non ha mai fatto il test HIV e circa il 31% non conosce le procedure essenziali per avviarsi alla gestione clinica. In riferimento alle vie di trasmissione del virus HIV, i soggetti non sono consapevoli che il contagio può avvenire anche attraverso il liquido amniotico (85%) e le secrezioni vaginali (44%). Inoltre, un dato significativo riguarda la presenza di soggetti che ignorano tra le vie di trasmissione più comuni: la via “spermatica” (n. 84 soggetti) e la via ematica (n. 63 soggetti). Solo il 29% dichiara di non essere disponibile a partecipare ad incontri di gruppo su HIV/AIDS, evidenziando resistenze psicologiche non ancora standardizzate.

I risultati estrapolati dai diversi strumenti utilizzati, sintetizzano non solo la complessità nell’affrontare la tematica in oggetto, ma di fatto sostanziano il bisogno di un approccio eclettico e multifattoriale nella gestione delle patologie infettive.

Il carattere innovativo del progetto si fonda su un lavoro di empowerment condotto dal team di progettazione/formazione e dai CAC. Il mediatore culturale ha interiorizzato competenze facilmente fruibili in ambito sanitario e ha sviluppato la capacità di promuovere un incremento notevole di interventi che possono essere effettuati anche in contesti in cui è possibile solo un approccio breve. Le spiccate finalità preventive del progetto hanno favorito l’accesso ai servizi e la fruibilità di prestazioni, che rappresentano elementi fondamentali per il miglioramento delle condizioni di salute degli immigrati, anche in riferimento a situazioni di particolare criticità sanitaria come l’HIV/AIDS. Le conoscenze e capacità acquisite durante il corso di formazione hanno permesso al CAC di sensibilizzare gruppi di immigrati e utilizzare le informazioni ricevute attivando una rete sociale più ampia.

Il gruppo di lavoro ha messo in luce le potenzialità del rapporto vis-à-vis come elemento caratterizzante per ottimizzare la relazione con i soggetti stranieri, i diversi stadi del progetto sono stati funzionali allo sviluppo dell’ultima fase conferendole spessore e significatività. Il noumeno progettuale si è rivelato valido, attendibile e significativo, in quanto ha messo in luce un modello di sensibilizzazione long acting all’interno della comunità migrante.

Il progetto prospetta l’urgente necessità di una medicina interculturale in grado di tradurre tra loro culture e malattie, luoghi e persone. L’irruzione del “Nuovo” esige nuove visioni, riflessioni critiche e, insieme ad esse, la disponibilità ad incrociare in modo inedito schemi conoscitivi e discipline quali la medicina, la psicologia e l’antropologia. Una buona formazione è quella che coinvolge i partecipanti nella definizione dei bisogni di ciascuno, fornendo loro gli strumenti per generare quella capacità autoriflessiva a produrre idee ed esperienze.

Il disegno narrativo condiviso. Disegnare e raccontare nella psicoterapia con i bambini (2017) – Recensione del libro

Il disegno narrativo condiviso. Disegnare e raccontare nella psicoterapia con i bambini è un libro di Gianluigi Passaro, in cui racconta come abbia fatto del Disegno Narrativo Condiviso (DNC) il suo principale strumento di terapia con i bambini.

 

Questa tecnica si concretizza nella creazione condivisa di “Puntastorie”, narrazioni simboliche di vere e proprie storie di vita riguardanti il piccolo paziente. Il raccontarsi è un concetto fondamentale nel panorama psicologico, un bisogno naturale dell’essere umano. La capacità auto-narrativa ha, infatti, la funzione di intessere le esperienze e gli episodi della propria vita in una trama che abbia continuità e coerenza, permettendo di attribuire un significato al proprio vissuto e garantendo un senso di identità personale integro e costante nel tempo.

Passaro spiega come il sintomo e il disagio psicologico in generale, emergano come una voce quando un evento non viene elaborato emotivamente e, di conseguenza, resta al di fuori della propria storia di vita. Prestare loro ascolto, continua l’autore, è una possibilità che abbiamo per riprendere le fila del nostro vivere. Raccontare in terapia è richiamare una traccia non ancora sperimentata a livello emotivo e investirla proprio di emozione, in modo che possa tramutarsi in ricordo e assumere la propria posizione in mezzo a tutti gli altri ricordi. Solo quando il sintomo torna nella trama della vita, abbandona il suo compito di messaggero e contribuisce a dare fluidità all’esperienza. La psicoterapia permetterebbe, in questo senso, di raccontare la propria storia, vestendola di nuovi significati ed equilibri.

Il disegno narrativo condiviso in terapia

Questo è, a grandi linee, ciò che si propone di fare il Disegno Narrativo Condiviso, un disegno creato a due mani da paziente e terapeuta, che si arricchisce man mano di contenuti simbolici, fino a diventare una vera storia.

Una componente sostanziale della tecnica del disegno narrativo condiviso è la coppia paziente-terapeuta. Il disegno condiviso è creato da una nuova identità che va ben oltre la somma delle due singole unità. Lo spazio della terapia diventa dunque quel luogo di cura in cui paziente e terapeuta sono essenziali l’un l’altro e sono legati da un rapporto di reciprocità e dalla condivisione di una storia terapeutica, i cui fili sono intrecciati da uno e dall’altro.

Nella psicoterapia, ogni soggetto porta in gioco la propria intimità personale e, dall’incontro delle due, nasce l’intimità della relazione. Proprio in questo spazio avviene la co-narrazione di storie e la co-attribuzione di significati concettuali ed emotivi.

Per introdurre la tecnica del disegno narrativo condiviso, Passaro spiega come ogni forma di comunicazione con i bambini sia riconducibile al gioco e come, circa dai due anni e mezzo di età, gli individui siano in grado di rappresentare graficamente vissuti e sensazioni. Fin da piccolissimi, infatti, mostriamo una naturale attitudine ludica alla narrazione e alle relazioni: giocare con un racconto e, attraverso questo, connettersi agli altri, garantisce una finestra che metta in comunicazione il mondo interno con quello esterno, i propri bisogni e desideri con un contesto sociale che può o non può soddisfarli. Vi è quindi una propensione spontanea a organizzare l’esperienza in forma narrativa, sia fantastica, sia ludica o autobiografica. In un disegno è possibile individuare diversi livelli di evidenze: il livello storico, che riporta i fatti; il livello fantasmatico, con tutto ciò che riguarda il mondo intrapsichico del bambino, come paure e desideri; il livello relazionale, che appartiene alla relazione terapeutica e che fa da contenitore agli altri due.

Il disegno narrativo condiviso è una tecnica grafico-narrativa in cui la coppia bambino-terapeuta racconta una storia e che si ispira alla tradizione psicologica e psicanalitica sul disegno infantile, soprattutto allo Scarabocchio di Winnicott. Il disegno, chiamato Puntastoria, comincia tracciando su un foglio punti casuali, per poi unirli con delle linee, creando figure geometriche chiuse. A questo punto, a turno, paziente e terapeuta disegnano negli spazi creati oggetti e personaggi inventati. Dopo aver colorato le immagini, il bambino crea un racconto in cui siano presenti tutti gli oggetti e i personaggi rappresentati, mentre il terapeuta lo trascrive su un altro foglio, per poi rileggerlo ad alta voce.

Il disegno narrativo condiviso è, per sua natura, simbolico e per questo ogni sua componente è fonte di informazione: le posizioni sul foglio, il tratto, la scelta dei soggetti disegnati, l’uso dei colori, tutto è rappresentativo e contribuisce a delineare un profilo del paziente.

Gli scopi nell’utilizzare questa tecnica possono essere molteplici: esplorare il livello grafico del bambino, le capacità intuitive e di problem solving, le competenze logiche, semantiche e narrative, l’emotività e l’intimità. Il racconto creato diventa una storia personale, con emozioni, desideri, paure, tutto ciò che ci rende vivi o che ci costringe a rinchiuderci. La Puntastoria permette al piccolo di avvicinare questi aspetti, di dare loro voce, di riconsiderarli ed elaborarli. Una Puntastoria, inoltre, fornisce considerazioni sul paziente in un determinato momento e, accostandola ad altre, è possibile valutare lo stesso percorso terapeutico. Una buona storia include già al suo interno la via del cambiamento e la terapia è lo spazio narrativo in cui questa storia può prendere forma. Mentre i fatti rimangono gli stessi, infatti, è il narratore stesso a mutare e a trovare, nella storia, una nuova via per accedere ai problemi e alle emozioni.

Il libro Il disegno narrativo condiviso. Disegnare e raccontare nella psicoterapia con i bambini, scritto in modo chiaro e fluido, senza l’eccessivo uso di tecnicismi, si articola in due parti principali. La prima descrive la tecnica del disegno narrativo condiviso, le modalità di realizzazione e il razionale teorico di riferimento; la seconda parte, invece, presenta casi clinici con Puntastorie costruite con il singolo bambino e insieme alla diade madre-bambino, unità importante per l’allargamento del setting terapeutico al nucleo famigliare. L’introduzione di estratti dei racconti e dei disegni stessi, inoltre, fornisce elementi che permettono al lettore di concretizzare i principi principali. Un testo interessante per chi sia incuriosito dagli aspetti ludici e simbolici del lavoro terapeutico, centrali nelle relazioni con i bambini.

Collateral beauty: la metafora nella rielaborazione del lutto

Collateral Beauty: Ma che cosa è la bellezza collaterale? Come si può parlare di bellezza quando la tematica principale del film è la perdita di una persona cara?
La messa in scena architettata dai colleghi del protagonista mette in evidenza che Morte, Tempo e Amore sono strettamente collegati fra di loro.

Sharon Vitarisi, OPEN SCHOOL PTCR Milano

Il dolore del lutto nel film Collateral Beauty

Un giovane dirigente di nome Howard (Will Smith), pieno di passione, capacità creative e interpersonali, arriva al massimo della sua carriera lavorativa nel settore della pubblicità. Le sue motivazioni, la sua voglia di vivere e mostrare al mondo i suoi talenti si stronca per colpa di una grave tragedia personale: un lutto.

Il film Collateral beauty ci catapulta immediatamente all’interno del dolore del protagonista. Un lutto così grave da far perdere al giovane dirigente qualsiasi tipo di iniziativa, voglia di fare e di relazionarsi con le altre persone, conseguenze tipiche di uno stato depressivo molto grave da cui il protagonista non vede via d’uscita.

Ogni persona ha un suo modo differente e unico di reagire ai lutti. L’essere umano ha la capacità di accettare e superare la morte di una persona cara: solitamente si entra all’interno di uno stato di accettazione entro 18 mesi, cioè, al ritorno a una situazione confrontabile alla fase pre-lutto con un miglioramento del tono dell’umore e con un abbassamento delle problematiche psicosociali (Bonanno et al., 2002). Ciò nonostante, il lutto può diventare patologico quando l’individuo non riesce ad accettare che la morte è per l’essere umano inevitabile. Inoltre, Parkes (1980; Parkes e Weiss, 1983) ha evidenziato che la qualità della relazione che viene interrotta dalla morte influenza il percorso di elaborazione (lutto conflittuale).

Il DSM-5 ha proposto, per la prima volta, la diagnosi di “disturbo da lutto persistente complicato”, caratterizzata da desiderio persistente e nostalgia pervasiva della persona deceduta, profondo dolore e pianto frequente o preoccupazione per essa. La persona può anche essere preoccupata per il modo in cui la persona è deceduta. Gli individui, inoltre, esprimono con una certa frequenza l’idea di seguire il destino del morto. Per la diagnosi, il DSM-5 richiede 6 sintomi aggiuntivi, riguardanti la sofferenza reattiva alla morte.

Il lutto di Howard è entrato nella sua vita sconvolgendola completamente; la sua difficoltà nel superarlo si è evidenziata fin da subito all’interno della pellicola. Infatti, dopo aver messo la propria azienda in una situazione quasi catastrofica, i colleghi di Howard non vedono altra soluzione che farlo interdire per ottenere le quote della società.

L’incontro del protagonista di Collateral beauty con i personaggi di fantasia di Amore, Morte e Tempo

Dopo averle tentate tutte, cercano di far risvegliare Howard tramite una vera e propria messa in scena, architettata con l’aiuto di tre attori non professionisti. Questo viene in mente a uno dei co-protagonisti che, parlando con la madre ormai affetta da Alzheimer, capisce che per scatenare qualcosa in persone che non riescono più a vedere la realtà così com’è si deve per forza entrare nella loro visione del mondo attuale. Per farlo, utilizzano delle lettere scritte da Howard a tre personaggi di fantasia: Amore, Morte e Tempo.

Secondo il dirigente queste tre entità sono le responsabili del grave lutto subito, questo è l’unico modo che trova per dare senso alla situazione che Howard sta vivendo.
I tre personaggi gli appaiono sottoforma di sembianze umane e cercano di spiegare a Howard il senso del loro operato: stare nei loro panni è molto difficile, Morte deve continuamente fare i conti con l’ineluttabilità della fine, Tempo deve sopportare che le persone non sfruttino al meglio quello che lui offre e Amore vive una contraddizione, tra felicità e tristezza.

L’efficacia del gruppo terapeutico per l’esperienza del lutto

Vedere le tre figure materializzarsi davanti a sé fa credere a Howard di essere completamente pazzo e lo spinge a partecipare a dei gruppi terapeutici.
Il gruppo è uno strumento molto efficace per chi vive l’esperienza dolorosa di un lutto. La cosa più importante che si sperimenta in un gruppo terapeutico è arrivare alla consapevolezza del fatto che non si è soli ad affrontare una perdita così grande. All’interno della stanza prescelta, le emozioni di rabbia, tristezza, collera che alla persona che le sperimenta sembrano essere insopportabili, diventano condivise e comuni a tutti. C’è finalmente un luogo dove condividere la propria esperienza: un luogo sicuro che permette all’individuo di raccontare la propria storia di vita o semplicemente di ascoltare l’esperienza di perdita dell’altro.

Ciò che il gruppo terapeutico mette a disposizione è la condivisione di vissuti dolorosi che spesso vengono trattenuti con familiari e amici più stretti. Inoltre, contrasta la tendenza delle persone che stanno vivendo un lutto a isolarsi.

Nell’ultimo decennio la ricerca si è impegnata nel trovare esiti valutabili, per l’individuazione di criteri di base del modello di intervento utilizzato e per l’analisi di efficacia dei gruppi di auto mutuo aiuto. Ad esempio alcune evidenze circa l’efficacia dei gruppi di auto mutuo aiuto sono pubblicate ne La Rivista di Psichiatria n.6 – 2004 nell’articolo intitolato “Gruppi di auto mutuo aiuto: la valutazione dei benefici dal punto di vista dei partecipanti” promossa dall’ISS, Istituto Superiore di Sanità. In questo studio sono state effettuate valutazioni su diverse tipologie di gruppi terapeutici, compresi quelli sul lutto, tramite un questionario denominato V.AMA (Valutazione AMA). Il V.AMA è costituito da 15 item sulla qualità di vita e sui benefici percepiti dai membri dei gruppi di auto mutuo aiuto. Ciò che è emerso sono i benefici oggettivi della partecipazione ai gruppi, e la riproducibilità soddisfacente di questa metodologia di valutazione.

Il protagonista di Collateral beauty riscopre all’interno di questo percorso una strada per elaborare ciò che gli è successo. Sicuramente si evidenzia da subito che questa via verso l’accettazione sarà molto lunga e difficile per lui. Più che accettazione bisognerebbe parlare di adattamento; adattarsi a tutto quello che viene dopo la perdita della persona cara. Tornare alla propria vita senza quella parte essenziale a cui ci si era abituati ormai da molto tempo: una chiacchierata, uno scambio di opinioni, un abbraccio o una carezza sul divano. Tutto questo andava indirettamente a costruire un pezzo della propria identità che ora è del tutto sconvolta. Come diceva Bowlby (1979), le emozioni più laceranti vengono sperimentate in situazioni di costruzione, mantenimento e soprattutto di rottura dei legami affettivi. Le separazioni (perdite relative) e i lutti (perdite assolute), sono eventi che evidenziano maggiormente, in termini di elaborazione cognitiva ed emotiva, le dimensioni di significato personale più tipiche della nostra struttura, il nostro più profondo, nucleare, sentimento di noi stessi e del mondo. E questi sono i momenti in cui gli individui fanno gli sforzi più evidenti e più intensi per conservare integro il senso di continuità e di coerenza interna, cioè, la propria struttura identitaria, nonostante la perdita di quell’elemento che andava inevitabilmente a definirla.

Collateral beauty: che cos’è la bellezza collaterale?

Ma che cosa è la bellezza collaterale? Come si può parlare di bellezza quando la tematica principale del film è la perdita di una persona cara?
La messa in scena architettata dai colleghi del protagonista mette in evidenza che Morte, Tempo e Amore sono strettamente collegati fra di loro.

Morte equivale a una fine, un’incertezza all’interno di una vita frenetica che vorrebbe avere a disposizione più Tempo e molte volte queste due entità entrano in conflitto con Amore; Amore che ha dentro di sé un paradosso: ci innamoriamo per essere felici, ma dobbiamo sapere che quella felicità è sfuggente, può tramutarsi in qualsiasi momento in dolore, ma se non ci fosse la possibilità di amare non potremmo definirci umani. Amore piange e si dispera, si ricorda che Tempo e Morte la possono fermare in qualsiasi momento. E quindi cosa fare? Amare o non amare? Continuare a vivere oppure fermarsi in quella condizione di non-esistenza che il lutto porta con sé?

Secondo il grande filosofo L. Binswanger l’uomo ha la possibilità di scegliere tra due tipi di esistenza: autentica e inautentica. Se rispetta la propria autenticità, l’individuo può vivere in modo creativo e sviluppare le proprie potenzialità. La persona autentica è attiva ed incide sul mondo e nelle relazioni interpersonali, sa stabilire l’intimità (modo duale). La persona che vive un’esistenza inautentica rimane su un piano formale e superficiale (modo plurale). Essa rimane statica e immobile in quanto si allontana dalla sua più autentica dimensione esistenziale e perde l’occasione di sviluppare le proprie potenzialità. Binswanger sottolinea che questa scelta è determinata dal modo in cui ciascun individuo si sviluppa; questo dipende da una molteplicità di fattori, tra cui l’ambiente umano e sociale in cui egli è vissuto. Tuttavia egli, al di là dei condizionamenti del suo passato, degli stimoli esterni e degli impulsi può, comunque, autodeterminarsi e diventare artefice del suo destino.

Prendendo d’esempio il discorso di Binswanger è ora possibile cercare di approfondire il concetto di “ collateral beauty ”. Tutto ciò di cui l’individuo fa esperienza, dalle sue relazioni ai suoi successi, dall’amore, al tempo perduto o guadagnato, dal dolore fino alla morte, è l’insieme di un’esistenza ben precisa e articolata. È la ricerca di senso che guida la vita di un essere umano ed è proprio nel lutto che quei significati fino a quel momento raggiunti, sembrano sfumarsi per poi perdere valore. Tutto ciò che il protagonista ha raggiunto nel corso degli anni perde improvvisamente importanza. Howard cerca disperatamente un perché di quella morte, non rendendosi conto che quella ricerca esasperata lo stava facendo entrare in uno stato di esistenza inautentica.

Il lutto è un evento che compromette o minaccia gli scopi e gli obiettivi personali (Perdighe e Mancini, 2010) che si sono fino a quel momento perseguiti; gli scopi minacciati o compromessi possono riguardare sia la perdita in sé sia tutto ciò che è connesso a questa perdita. Dopo la morte di una persona cara, per giungere alla fase di accettazione, l’individuo deve cercare di orientarsi verso il disinvestimento e l’abbandono degli scopi che sono stati compromessi e lo sviluppo di nuovi comportamenti direzionati al raggiungimento degli scopi ancora perseguibili (Perdighe e Mancini, 2010). Tornare, quindi, in una fase di esistenza autentica; cosa che ad Howard appare impossibile.
Un’esistenza è già di per sé fonte di estrema bellezza: le emozioni umane, le sensazioni e tutto ciò che riguarda la vita è un dono inestimabile. Ma quando il dolore della morte di una persona cara sopraggiunge, questa bellezza sembra perdersi, in una spirale di pensieri ed emozioni negative.

Concludendo, cosa significa bellezza collaterale è difficile da definire a priori poiché si dovrebbero prendere in considerazione molteplici punti di vista. Bisogna lasciarsi emozionare e guidare dalla pellicola di Collateral beauty, cercando una propria definizione di “bellezza nel dolore”.

Lo sviluppo del morbo di Alzheimer: il dibattito è ancora aperto

I recenti progressi nell’imaging cerebrale hanno permesso agli scienziati di mostrare per la prima volta il ruolo di una proteina chiave nella morbo di Alzheimer, la quale si diffonde in tutto il cervello e causa la morte delle cellule nervose. La possibilità di bloccare tale diffusione potrebbe impedire alla malattia di svilupparsi.

 

Gli studi sinora condotti sul morbo di Alzheimer

Si stima che 44 milioni di persone in tutto il mondo vivano con il morbo di Alzheimer, una malattia i cui sintomi includono problemi di memoria, cambiamenti nel comportamento e progressiva perdita di indipendenza. Questi sintomi sono causati dall’accumulo nel cervello di due proteine: beta-amiloide e tau. La prima è il principale peptide delle placche amiloidi, o senili e ha origine dalla proteina APP, Amyloid Precursor Protein. Si suppone che, con lo sviluppo della proteina beta-amiloide, si verifichi la diffusione della proteina tau, responsabile della diffusione delle cellule nervose e di conseguenza dell’eliminazione dei nostri ricordi e delle nostre funzioni cognitive.

Fino a pochi anni fa, era possibile esaminare l’accumulo di queste proteine esaminando il cervello solo nei malati del morbo di Alzheimer post mortem. Tuttavia, i recenti sviluppi nella tomografia a emissione di positroni (PET) hanno permesso agli scienziati di osservare il fenomeno dell’accumulo delle proteine nei pazienti ancora in vita. La procedura prevede l’iniezione di un ligando radioattivo, il quale si aggancia a una molecola tracciante che a sua volta si lega al bersaglio al fine di essere rilevato dallo scanner PET.

Le ipotesi sulla diffusione della proteina tau nel cervello

In uno studio pubblicato sulla rivista Brain, un team guidato da scienziati dell’Università di Cambridge descrive l’utilizzo di una combinazione di tecniche di imaging per osservare le correlazioni tra i modelli della proteina tau e il cablaggio del cervello di 17 pazienti con morbo di Alzheimer, rispetto al gruppo di controllo.

Su come la proteina tau si diffonda in tutto il cervello è stato per molto tempo oggetto di speculazioni tra gli scienziati e ciò ha portato alla formulazione di diverse ipotesi.

Una prima ipotesi nota come “diffusione transneuronale”, nasce da alcuni studi effettuati sui topi, ai quali veniva iniettata la proteina tau “umana” anormale e si osservava una rapida diffusione in tutto il cervello. Il limite era sottolineato dalla quantità superiore di proteina tau nel cervello del topo rispetto alla dimensione del cervello umano.

Una seconda ipotesi fa riferimento all’ipotesi della “vulnerabilità metabolica” e sostiene che la proteina tau venga prodotta localmente nelle cellule nervose, ma che alcune regioni abbiano una maggiore richiesta metabolica e quindi siano più vulnerabili alle proteine. In questi casi il tau è un indicatore di angoscia nelle cellule.

La terza ipotesi si riferisce al “supporto trofico” e suggerisce che alcune regioni del cervello siano più vulnerabili, non per una richiesta metabolica come avveniva nella seconda ma per una mancanza di nutrizione nella regione o di modelli di espressione genica.

Grazie agli sviluppi nella scansione PET, è ora possibile confrontare queste ipotesi.

Un nuovo studio sulle connessioni del cervello dei malati di Alzheimer

Cinque anni fa, questo tipo di studio non sarebbe stato possibile, ma grazie ai recenti progressi nell’imaging, possiamo verificare quale di queste ipotesi concorda meglio con ciò che osserviamo“, afferma il dott. Thomas Cope del Dipartimento di Neuroscienze Cliniche presso l’ Università di Cambridge, il primo autore dello studio.

Il Dott. Cope e colleghi hanno esaminato le connessioni funzionali all’interno del cervello dei malati di Alzheimer – in altre parole, come erano cablati i loro cervelli – e hanno confrontato questo con i livelli di proteina tau presenti. Le loro osservazioni li hanno portati a propendere per l’ipotesi della diffusione transneuronale, dove la tau prodotta in una determinata area si diffonde in altre regioni ma è in contrasto con le previsioni delle altre due ipotesi.

Se l’idea della diffusione transneuronale è corretta, allora le aree del cervello che sono maggiormente collegate dovrebbero avere il più grande accumulo di tau e lo trasmetteranno alle loro connessioni. È lo stesso che potremmo vedere in un’epidemia di influenza. Ad esempio, le persone con le reti più grandi hanno più probabilità di prendere l’influenza e poi di trasmetterle ad altri, e questo è esattamente ciò che abbiamo visto“, dice il professor James Rowe, autore senior dello studio e aggiunge inoltre: “Nel morbo di Alzheimer, la regione del cervello più comune dove compare la proteina tau è l’area della corteccia entorinale, situata vicino l’ippocampo, la “regione della memoria”.

La conferma dell’ipotesi di diffusione transneuronale è importante perché suggerisce che potremmo rallentare o arrestare la progressione del morbo di Alzheimer sviluppando farmaci per impedire alle proteine tau di muoversi lungo i neuroni.

Il confronto con la paralisi sopranucleare progressiva

Lo stesso team ha esaminato anche 17 pazienti affetti da un’altra forma di demenza, nota come paralisi sopranucleare progressiva (PSP), una rara condizione che influenza l’equilibrio, la visione e la parola ma non la memoria. Nei pazienti con PSP, la tau tende a proliferare alla base del cervello piuttosto che in ogni parte. I ricercatori hanno scoperto che il pattern di accumulo di tau in questi pazienti supportava le seconde due ipotesi, la vulnerabilità metabolica e il supporto trofico, ma non l’idea che il tau si diffondesse attraverso il cervello. I ricercatori hanno anche preso pazienti in diversi stadi della malattia e hanno osservato come l’accumulo di tau abbia influenzato le connessioni nel loro cervello. Nei malati di Alzheimer, hanno dimostrato che quando il tau si accumula e danneggia le reti, le connessioni diventano più casuali e probabilmente questo potrebbe spiegare i ricordi confusi tipici di tali pazienti.

Nei pazienti con paralisi sopranucleare progressiva (PSP), le “autostrade” che trasportano la maggior parte delle informazioni in individui sani ricevono il maggior danno, il che significa che le informazioni devono viaggiare intorno al cervello lungo un percorso più indiretto. Questo potrebbe spiegare perché, quando viene posta una domanda, i pazienti con PSP possono essere lenti a rispondere ma alla fine arrivano alla risposta corretta.

The Place (2017) di Paolo Genovese – Recensione del film

The Place è un film da non perdere per chiunque faccia il mestiere di terapeuta. Il format si ripete per ciascuno dei personaggi: al tavolo di uno squallido bar dove siede per tutto il film un imperturbabile Valerio Mastandrea che non rivelerà mai il suo nome né null’altro di sé, si alternano personaggi che hanno delle richieste da fargli. 

 

The Place – La trama

La trama di The Place è presto risolta, essendo un format che si ripete per ciascuno dei personaggi: al tavolo di uno squallido bar dove siede per tutto il film un imperturbabile Valerio Mastandrea che non rivelerà mai il suo nome ( lo chiameremo dunque X) né null’altro di sé, si alternano personaggi che hanno delle richieste da fargli. X prende appunti e propone agli interlocutori di fare una specifica missione per raggiungere con certezza quanto desiderano. Le richieste riguardano un po’ tutto il panorama dei desideri degli umani: essere ricchi, diventare bella, salvare un figlio morente, ritrovare la passione con il proprio partner, recuperare la vista perduta, passare una notte di passione con una top model, guarire e ritrovare il compagno di una vita colpito da demenza, ritrovare Dio.

X dopo aver consultato la sua agenda propone il compito per ottenere ciò che si desidera con certezza assoluta. Si tratta di compiti impegnativi ma non impossibili e a cui il soggetto è libero di aderire e a cui può sottrarsi in ogni momento: uccidere una bambina, violentare una donna, causare la rottura in una coppia felice, costruire una bomba e uccidere decine di persone, fare una rapina, rimanere incinta.

Le missioni in cerca di felicità dei singoli personaggi si intrecciano in modo avvincente che non rivelerò quantunque neppure una immagine riguardi l’esterno del setting e tutto lo si conosce attraverso le narrazioni che i protagonisti ne fanno di tanto in tanto ad X ( bell’esempio di film a basso costo e come il precedente “Perfetti sconosciuti” tutto giocato sulla recitazione di straordinari attori in un ambiente chiuso).

The Place (2017) – Trailer:

The Place – diverse chiavi di lettura

Non è qui interessante l’avvincente intrigarsi delle storie che mantiene fino all’ultimo la tensione seppure l’azione sia pari a zero, quanto piuttosto proporre alcune annotazioni che suggeriscono diverse chiavi di lettura. The Place è un film che appena finito lo si vorrebbe rivedere per assaporarlo meglio e seguire separatamente i diversi piani interpretativi.

Il più semplice è chiedersi quale sarebbe il proprio più profondo desiderio per scoprire quanto sia difficile definirlo e contemporaneamente se si sarebbe disposti a eseguire i compiti richiesti e dunque quanto la propria moralità sia a geometria variabile.

Via via poi si evidenzia che i desideri esplicitati rimandano ciascuno a qualcos’altro, sono per così dire strumentali per convergere poi tutti, se le proiezioni non mi offuscano, in un bisogno assoluto di amore e di riconoscimento.

Il secondo personaggio principale di The Placedopo Mastrandrea X, è la barista Angela, una Sabrina Ferilli davvero convincente, l’unica che non ha richieste da fare perché sta aspettando l’amore ed anche l’unica che vede realmente X e si interessa sinceramente a lui non per quello che può darle.

Ad un certo punto X che è schivo e distanziante seppure mai giudicante e rispettosissimo del libero arbitrio dei suoi postulanti le chiede “ma tu sei felice?” e lei risponde che non sono domande da farsi, è sconveniente come chiedere l’età ad una donna. Forse è davvero sconveniente nel nostro mondo rompere la cospirazione contro la razza umana di cui parla Ligotti e chiedersi se si è felici.

La migliore definizione del personaggio di X la dà lui stesso quando viene accusato, di fronte all’ennesima richiesta orribile, da uno dei postulanti di essere un mostro e lui risponde che piuttosto è “quello che dà da mangiare ai mostri”.

Se in un primo momento sembra che le richieste di X siano folli, troppo ardue e crudeli, a ben riflettere sono le richieste dei postulanti ad essere impossibili e a sfidare tutti i limiti mal tollerati della condizione umana.

The Place si conclude come il racconto della genesi: Dio stesso (X) è stanco di avere il carico di tutta questa infelicità umana generata dal continuo desiderare di “tutto essere e tutto possedere” e vuole dimettersi ed è Angela che sfogliando la sua fatidica agenda lo rassicura dicendo la frase che introduceva sempre l’assegnazione di un compito “Si può fare…..”.

Le analogie di setting e di stile con il ruolo di psicoterapeuta sono evidenti e c’è da imparare su come questi, nonostante si mostri emotivamente vicino ai suoi clienti, rimandi a loro ogni responsabilità di scelta, pur suggerendo di riflettere sui motivi che la inducono e mai essendo giudicante.

Mafia e psicopatologia. Crimini, vittime e storie di straordinaria follia (2017) a cura di G. Craparo, A. M. Ferraro, G. Lo Verso – Recensione del libro

La lettura di Mafia e psicopatologia. Crimini, vittime e storie di straordinaria follia, libro completo e sfaccettato, è raccomandata tanto agli specialisti, quanto alle persone interessate alla comprensione della psicologia della mafia, cioè, tutto sommato, alla comprensione tout court di ciò che questa drammatica realtà rappresenta nel nostro Paese.

 

La psicopatologia secondo Ian Hacking

Uno dei più importanti epistemologi delle scienze umane, Ian Hacking, sostiene da tempo che la psicopatologia deve essere considerata alla luce di quattro elementi: (1) la classificazione e i suoi criteri di applicazione; (2) le persone e i comportamenti che vengono classificati; (3) le istituzioni di riferimento; (4) la conoscenza, come punto di vista degli esperti e come punto di vista della comprensione popolare (Hacking, 2005).

Ciò significa in primo luogo che non esiste una classificazione psicopatologica e obiettiva, tantomeno atemporale (come è del resto noto anche dall’esistenza di storie dei sintomi mentali, quale Berrios, 1996). In secondo luogo, però, significa che la comprensione delle forme psicopatologiche è un processo dinamico che coinvolge l’esperto e lo deve portare a contatto con la realtà (familiare, sociale, istituzionale, geografica, storica) nella quale tali forme si esprimono. Lo stesso Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali ha da varie edizioni descritto una serie di sindromi culturalmente condizionate, salvo addirittura affermare nella sua ultima edizione (APA, 2013) che tutte le sindromi sono culturalmente condizionate, anche quelle comprese nella classificazione principale. Hacking ha però mostrato la grande fluidità della manifestazione psicopatologica, per esempio descrivendo il fenomeno dei Viaggiatori folli, sindrome diffusasi per un ventennio essenzialmente nella regione di Bordeaux. Chi ne era affetto sentiva il desiderio di raggiungere una meta lontana, entrava in una sorta di trance e ritrovava la coscienza di sé solo una volta raggiunta la meta desiderata, recuperando il ricordo di come l’aveva raggiunta solo sotto ipnosi. Esiste quindi una sorta di genius loci (e si potrebbe aggiungere di genius temporis) della psicopatologia.

Mafia e psicopatologia. Crimini, vittime e storie di straordinaria follia – Il profilo psicopatologico dei mafiosi

Si potrebbe affermare che una delle tesi di fondo del libro Mafia e psicopatologia. Crimini, vittime e storie di straordinaria follia curato da Craparo, Ferraro e Lo Verso costituisca una conferma evidente quanto inaspettata dell’impostazione di Hacking, in quanto il profilo psicopatologico dei mafiosi non corrisponde assolutamente a quello dei criminali comuni, ovvero alla psicopatia. Questo è infatti il risultato di un’importante ricerca condotta da Schimmenti, Caprì, La Barbera e Caretti (2014), che giustamente ebbe eco anche sulla stampa quotidiana e che viene ripresa in uno dei capitoli dello stesso libro. Gli autori, che si aspettavano di riscontrare punteggi particolarmente alti sulla scala di Hare che misura il livello di psicopatia (PCL-R) da parte di un gruppo di mafiosi in carcere, dovettero riscontrare risultati decisamente più bassi rispetto al gruppo di controllo, costituito da altri detenuti.

Nacque dunque l’esigenza di descrivere un profilo di personalità specifico per delle persone che potevano avere alle spalle azioni terribili, ma sembravano molto distanti dalle caratteristiche di individualismo, sfruttamento interpersonale e disinteresse per i rapporti stabili che caratterizza psicopatia e antisocialità. I mafiosi potevano persino provare senso di colpa come i semplici nevrotici, ma secondo modalità del tutto particolari:

Quello che pesava di più per questi individui non era aver commesso reati gravi, aver ucciso anche con metodi brutali (a volte, forse, senza neanche capire profondamente il senso del comando che avevano eseguito), ma il fatto di non esserci stato come padre per i propri figli e come compagno per la propria moglie, l’aver perso momenti fondamentali nella vita della propria famiglia perché reclusi lontani da casa o perché latitanti (Caprì et al., 2017, p. 23).

Gli autori propongono di usare per i mafiosi, dunque, la definizione (piuttosto idiosincratica) di “sociopatico”:

Il concetto di sociopatia rimanda infatti a una genesi sociale, piuttosto che personologica, della devianza, in cui è il contesto di sviluppo a generare matrici di significato basate su codici criminali (Caprì et al., 2017, p. 21).

In altre parole la patologia va attribuita all’ambiente caratterizzato dalla cultura mafiosa piuttosto che all’identità personale del singolo, che può perfino conservare una sua umanità, o almeno un’illusione di umanità. Il mafioso sarebbe dunque per certi versi simile al criminale nazista Adolf Eichmann descritto nell’evocato (anche se non citato) libro di Hannah Arendt La banalità del male. Eichmann, si ricorderà, era il responsabile del trasporto degli Ebrei verso i campi di concentramento nazista. Catturato in Argentina, fu processato e condannato a morte in Israele. Durante il processo, contrariamente alle attese, si presentò semplicemente come una persona che aveva compiuto il proprio dovere. Dopo tutto, con lui sì che i treni arrivavano in orario! Di fronte a un uditorio sconcertato, composto integralmente da parenti di persone che erano morte nei Lager anche a causa del suo lavoro, Eichmann arrivò persino a cercare comprensione per il suo più grande cruccio: malgrado la sua efficienza e coscienziosità non era neanche stato promosso al grado di colonnello.

Se un tale personaggio poteva essere immune dai sensi di colpa, perché del tutto in sintonia con la condotta richiesta dal contesto sociale di appartenenza, si comprende il monito che risuona dalle pagine della trasposizione romanzesca del caso Eichmann, cioè Le benevole di Jonathan Littell: «vi riguarda, vedrete che vi riguarda» (Littell, 2006, p. 6). E si comprende di riflesso anche cosa volevano dire le parole di Giovanni Falcone ricordate nell’Introduzione di Mafia e psicopatologia: la mafia sarà sconfitta quando sarà ridotta a un’organizzazione criminale, ovvero quando sarà abbattuto «il monolite etnico-antropologico-familiare» (Craparo, Ferraro e Lo Verso, 2017, p. 15) in cui è incastonata.

Le conclusioni della ricerca di Schimmenti (et al., 2014) ricevono una conferma in un altro capitolo del libro Mafia e psicopatologia (Craparo, David et al., 2017) che attesta l’impermeabilità di un gruppo di affiliati a Cosa nostra e camorra a categorie diagnostiche psichiatriche classiche. Lo stesso testo, peraltro, attira l’attenzione su un interessante cambiamento di paradigma rispetto al passato: i mafiosi, il cui “codice” impediva loro di fingersi pazzi fino a poco tempo fa, iniziano a provare a ottenere l’attestazione di infermità mentale, almeno per evitare l’insaprimento della condanna con il cosiddetto “41bis”.

La pazzia era piuttosto invocata dai mafiosi a carico di chi li accusava, in particolare dei pentiti. Pazzo doveva per loro essere ritenuto, per esempio, Leonardo Vitale, il primo pentito famoso, al quale, in Mafia e psicopatologia, dedica un capitolo specifico Girolamo Lo Verso (2017a), che degli studi psicologici sulla mafia è stato certamente l’antesignano (cfr., p. es., Lo Verso 1998; 2013; Lo Verso et al. 1999). La vicenda di Vitale costituisce un caso veramente singolare: l’uomo che per primo svelò la struttura e l’organizzazione della mafia venne fatto oggetto di diagnosi strampalate e di trattamenti assurdi. Vitale finì per capire che doveva fingersi pazzo per sopravvivere e venne in ultimo ucciso da un sicario allorché divenne chiaro (dalle conferme di Tommaso Buscetta) che le sue testimonianze erano in realtà attendibili.

Mafia e psicopatologia – La sofferenza delle vittime e dei loro parenti

La questione del rapporto tra mafia e psicopatologia può essere declinata anche in un senso diverso, dal punto di vista, cioè, della sofferenza causata alle vittime e ai parenti delle vittime. A questo argomento è dedicata una seconda parte, corposa, del libro Mafia e psicopatologia, dalla quale emerge «la necessità di predisporre interventi, servizi e politiche che possano aiutare i survivors a migliorare la qualità della vita, seriamente compromessa dall’esperienza traumatica» (Cannizzaro e Giordano, 2017, p. 105).

La terza parte di Mafia e psicopatologia ha per oggetto il difficilissimo rapporto tra mafia e clinica, ovvero alla possibilità di ottenere risultati significativi nella psicoterapia dei mafiosi. Qualcuno ricorderà certamente il paradossale rapporto tra Tony Soprano e la sua psicoanalista nella serie televisiva I Soprano, rapporto dal quale il boss trovava piuttosto la possibilità di un sostegno alla propria condotta criminale che lo spunto per rielaborare il significato della sua esistenza. Quel ricordo riecheggia singolarmente quando viene messa in evidenza «la capacità dell’organizzazione mafiosa di strumentalizzare qualunque elemento possa risultare per lei favorevole» (Lo Verso e Giunta, 2017, p. 132). In ogni caso, dalle diverse storie cliniche risulta con chiarezza «la necessità di una conoscenza-formazione specifica di queste peculiarità psico-antropologiche per gli psicoterapeuti ma forse per tutti coloro che hanno a che fare con il fenomeno [mafioso]» (Lo Verso, 2017b, p. 141).

Non si può che raccomandare la lettura di Mafia e psicopatologia. Crimini, vittime e storie di straordinaria follia, libro completo e sfaccettato, tanto agli specialisti, quanto alle persone interessate alla comprensione della psicologia della mafia, cioè, tutto sommato, alla comprensione tout court di ciò che questa drammatica realtà rappresenta nel nostro Paese.

L’area cerebrale dell’abenula e il comportamento sociale

Un nuovo studio condotto dai ricercatori della Roche di Basilea, in Svizzera, ha identificato una regione chiave nel cervello del circuito neurale che controlla il comportamento sociale. L’aumento dell’attività della regione chiamata abenula porta a problemi di carattere sociale nei roditori, mentre la diminuzione dell’attività della regione riduce questo tipo di problemi.

Lucia Marangia

 

L’alterazione del comportamento sociale nei disturbi dello spettro autistico e l’attività dell’abenula

Lo studio, pubblicato in Biological Psychiatry, suggerisce che le difficoltà sociali caratteristiche dei disturbi dello spettro autistico potrebbero essere correlate all’alterazione dell’attività in questo circuito.

Siamo entusiasti di questo studio in quanto identifica un circuito cerebrale che può svolgere un ruolo fondamentale nella ricompensa sociale” ha detto l’autore principale dello studio, Anirvan Ghosh. I risultati forniscono indizi su ciò che potrebbe essere alterato a livello cerebrale ed essere correlato a condizioni di sviluppo neurologico atipico come il disturbo dello spettro autistico.

Ricerche precedenti hanno collegato  la funzione sociale alla regione prefrontale del cervello. Il Dottor Madhurima Benekareddy e colleghi hanno indotto l’attivazione della regione prefrontale in esperimenti sui topi e hanno eseguito uno screening di tutto il cervello per scoprire quali regioni si attivavano contemporaneamente. I risultati mostravano cambiamenti dell’attività in regioni legate al comportamento emotivo, in particolare nell’abenula. L’aumentare l’attività dei neuroni nell’abenula riduceva il comportamento sociale dei topi. Il diminuire l’attività dell’abenula evitava i problemi sociali.

Le implicazioni dello studio

L’autore principale dello studio, il Dott Anirvan Gosh, ha dichiarato: “Comprendere come la funzione cerebrale alterata porti a carenze a livello sociale potrebbe aiutare a sviluppare nuove mirate terapie ad esempio per il disturbo dello spettro autistico”. I risultati hanno anche implicazioni per altri disturbi tra cui la schizofrenia e la depressione.  Il circuito incorpora regioni cerebrali coinvolte in ricompensa e piacere, portando gli autori a considerare che la disfunzione sociale potrebbe derivare da un ridotto appagamento derivante dall’interazione sociale.

John Krystal, direttore di Biological Psychiatry, ha affermato: “È interessante che il circuito coinvolto nel comportamento sociale in questo studio sia anche un circuito coinvolto nella depressione. Forse questo circuito rappresenta un percorso attraverso cui alcuni disturbi che presentano isolamento e riduzione delle relazioni sociali contribuiscono a depressione e stati d’animo negativi”.

Baby gang: quando la rabbiosa ricerca di autonomia e rassicurazioni sfocia nella violenza del branco

C’è poco da scavare nel fenomeno delle baby gang. Esaltazione in cui si fondono l’odio verso una vittima e la comunione nel gruppo con gli altri, finalmente non più estranei ma compagni, uniti nella vita e nella morte o forse solo in un pestaggio. 

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta il 20/01/2018

 

C’è poco da scavare nel fenomeno delle baby gang. Non c’è da scavare troppo per capire che siamo purtroppo in contatto con uno stato primigenio della socialità umana, quello della violenza di gruppo che consente –in una forma criminale, beninteso- di superare per un breve momento la sofferenza del vivere in cambio di un’illusoria condizione di esaltazione estatica. Esaltazione in cui si fondono l’odio verso una vittima e la comunione nel gruppo con gli altri, finalmente non più estranei ma compagni, uniti nella vita e nella morte o forse solo in un pestaggio. È la solita teoria del capro espiatorio, che abbiamo già esplorato ed è il solito monito a non tornare a una età antica che è bella solo nei libri di storia o al cinema (ricordate Il Gladiatore?) ma che a viverla davvero si rivela piena di violenza tribale. Le aristocrazie guerriere sono belle nelle fiabe lette al termine di una fiammeggiante cavalcata nelle foreste, mentre un incontro con loro nella vita reale somiglierebbe a un pestaggio o a un vandalismo in metropolitana nel buio delle sere d’inverno a danno degli sparuti viaggiatori delle ultime corse.

Queste baby gang sembrano una grottesca reincarnazione in un presente confuso di un passato che abbaiamo dimenticato. Non troppo diverse erano le bande di pastori/banditi che scorazzavano per il Lazio al tempo di Romolo e Remo e che vivevano in capanne sul colle Palatino. Quelle bande di reietti scacciati dagli altri villaggi alla lunga riuscirono a redimersi, non prima però di essersi procurati una compagnia femminile con metodi violenti che adombrano lo stupro -il ratto delle Sabine- poi fondendosi con le popolazioni circostanti latine e sabine e infine perfino procedendo a una fusione multietnica con gli stranieri oltre il Tevere, gli Etruschi. Un lieto fine, peraltro arrivato dopo secoli, alla fine del quale un’orda di maschi sbandati privi di ogni regola e legge si ritrovò a inventare il Diritto Romano dopo essere passati per tutte le fasi della civilizzazione: la legge della banda, poi il codice dell’onore e della reputazione di una élite guerriera raccolta intorno a un re e infine l’uguaglianza davanti alla legge di ogni cittadino. Nessuno più poté proclamarsi re e l’imperatore era solo un primo cittadino, il princeps.

Fu un percorso di secoli. Oggi invece i ragazzi delle baby gang ruzzolano al contrario nel fondo dell’inciviltà in pochi mesi. Si affacciano all’ adolescenza pieni di rabbia e di desiderio di affermazione e di autonomia e al tempo stesso bisognosi di rassicurazioni, di sentirsi accettati dai coetanei e trovano tutto questo in un gruppo a cui giurare fedeltà, in cui stabilire gerarchie basate sulla violenza e sulla predazione. Riproducono le dinamiche delle antiche società guerriere, non vedono una strada nel lavoro ma sperano di farsi largo percorrendo un destino di violenza. Vi sono perfino ragazze tra queste baby gang che si dedicano al vandalismo e all’aggressione di gruppo, così deludendo chi sperava nella funzione civilizzatrice del sesso femminile. Non era questa la parità che desideravamo.

Questo precipizio a ritroso non è una buona notizia. Non possiamo accontentarci dell’usuale lamentela della mancanza di prospettive e di speranze che le vecchie generazioni avrebbero riservato ai giovani, anche se molto di vero c’è in questo. Non bastano queste spiegazioni. Vi è una fascinazione propria della violenza che non dipende da nessuna mancanza e della quale dobbiamo essere consapevoli, ma in maniera diversa da quanto abbiamo fatto finora. Forse ci siamo troppo baloccati con Dioniso e con Nietzsche e con i vari pensatori che da un paio di secoli almeno hanno invocato da comode scrivanie una riscoperta delle radici animali dell’uomo, senza fare i conti che il Dioniso di Nietzsche non era un simpatico gaudente interessato al vino e all’amore ma un dio sanguinario attratto dalla strage e dal sangue. Il rito sacro a Dioniso era lo sparagmos, il sacrificio eseguito dilaniando a mani nude un animale o più raramente un essere umano, allo scopo di mangiarne le carni crude. Inebriandosi del fresco sangue della vittima, la Menade o l’iniziato ai misteri dionisiaci si riappropriava dello spirito primigenio della madre terra.

Questo desiderio di riappropriarsi della forza ferina è particolarmente intenso nell’adolescenza e in particolare in alcuni individui destinati a diventare i piccoli leader delle baby gang. Costoro nutrono un minore senso di colpa rispetto ai coetanei e questo gli consente di mettere in atto comportamenti antisociali o violenti, facendo da apripista per gli altri membri del gruppo. È la funzione iniziatoria e misterica dei capi. E la famiglia? Purtroppo quando la famiglia è debole, frammentata, con genitori poco autorevoli, allora maggiormente cresce la fuga dell’adolescente verso il gruppo. Sono dunque questi i due organi che devono reagire e arginare la forza destabilizzante dei gruppi di sbandati, la famiglia che deve tornare autorevole e la società che deve tornare a promettere un futuro ai giovani, affinché, come scriveva Cicerone, al termine di un lungo percorso di civilizzazione, “cedant arma togae, concedat laurea laudi”: “cedano le armi alla toga e alla fama ceda l’alloro [militare]”.

“RIPULITAMENTE”. Guida pratica per fare “pulizia” dei più comuni errori di pensiero (2017) – Recensione

L’autrice del libro Ripulitamente non fa altro che suggerirci e descriverci le modalità di pulizia dei pensieri, ossia come dare una spolverata a quelle reazioni soggettive provate di fronte agli eventi. Questo perché le nostre reazioni soggettive talvolta ci “bloccano”, impedendoci di proseguire in maniera funzionale qualora si verifichino delle situazioni da noi percepite come avverse.

Ripulitamente: Una guida per dare una ripulita ad alcuni pensieri

Un libro che consiglia di dare una “ripulita”. Ma una ripulita a cosa?

L’autrice del libro Ripulitamente non fa altro che suggerirci e descriverci le modalità di pulizia dei pensieri, ossia come dare una spolverata a quelle reazioni soggettive provate di fronte agli eventi.

Questo perché le nostre reazioni soggettive talvolta ci “bloccano”, impedendoci di proseguire in maniera funzionale qualora si verifichino delle situazioni da noi percepite come avverse.

Il modello ABC  e gli errori di pensiero

Il testo, ispirato alle teorie dei due autori capisaldi della Psicoterapia Cognitivo Comportamentale, ossia A. Beck e A. Ellis, segue un ordine ben lineare e preciso nella descrizione di alcuni aspetti che caratterizzano le loro teorie.

Inizialmente l’autrice si sofferma sulla descrizione del famoso ABC, esponendo accuratamente come un pensiero possa condizionare la conseguente emozione e il modo di agire, ponendo l’accento sulla facilità con cui si possa cadere in “errori di pensiero”, ossia convinzioni irrazionali che andrebbero in qualche modo poi smentite.

Segue un dettagliato elenco dei più comuni errori di pensiero. È da tener presente che non si tratta assolutamente di una semplice lista: ogni errore è accompagnato da un’esaustiva spiegazione, che enfatizza in particolar modo l’atteggiamento disfunzionale messo in atto dal soggetto che sperimenta il pensiero.

Il tutto mette alla luce una serie di comportamenti di fronte ai quali è impossibile non riconoscersi. Questo perché ognuno di noi almeno una volta nella propria vita ha sperimentato tali errori di pensiero.

Io devo assolutamente raggiungere quell’obiettivo!”, “So già come andrà a finire!”, “Non riuscirei mai a sopportare una situazione simile!”: tutte affermazioni che spesso saltano alla mente, peccato però che in qualche modo influenzano negativamente emozioni e azioni.

Sicuramente si tratta di pensieri alquanto comuni e frequenti, perciò spesso si potrebbe fare difficoltà nel riconoscerli.

Per tale motivo una parte del testo è dedicata proprio alle cosiddette “Idee Irrazionali” di Ellis, permettendo così al lettore di riuscire a identificarle.

Questo perché il libro non solo evidenzia i pensieri irrazionali, bensì anche i cosiddetti pensieri razionali che si contrappongono ad essi. Sarebbe infatti opportuno che ogni errore di pensiero riesca in qualche modo a trasformarsi secondo un’ottica più funzionale.

E se una parte del libro sembra essere più descrittiva, in seguito si parlerà di vera e propria clinica.

Infatti ogni errore di pensiero è riscontrabile in qualche disturbo psicologico.

Nocito si sofferma dettagliatamente su tutti i disturbi d’ansia esponendo in maniera schematica e lineare il circolo vizioso che li mantiene in vita.

E proprio grazie a tali schemi sarà possibile notare che ciascun disturbo è caratterizzato da una serie di errori di pensiero.

Compito del clinico sarà quello di intervenire su tali pensieri al fine di condurre il soggetto verso meccanismi più sani.

Segue lo stesso procedimento in merito al disturbo depressivo e al disturbo ossessivo compulsivo: l’autrice descrive disturbi e errori di pensiero associati, affiancandovi una serie di dettagliati esempi che indiscutibilmente aiutano il lettore a riconoscerli e attribuire loro la decisa importanza.

Ripulitamente: istruzioni per l’uso su come ripulire gli errori di pensiero

Infine l’ultima parte del testo è rivolta alle cosiddette “Istruzioni per l’uso”: dopo descrizione e collocazione dei comuni errori di pensiero è giusto anche in qualche modo provare a intervenire modificando, o per meglio dire “ripulendo”, gli eventuali pensieri irrazionali.

Nocito pone accento a tutti quegli interrogativi su cui sarebbe opportuno concentrarsi al fine di modificare le proprie convinzioni non funzionali. E non solo: l’autrice fornisce anche ottimi consigli per il terapeuta, il quale potrebbe trovarsi di fronte a quei soggetti con un modo di pensare disadattivo. Questo libro sarebbe per lui un’ottima guida.

Non mancano poi gli esempi relativi alla pratica terapeutica dell’autrice, esempi concreti che rendono il tutto di facile comprensione.

Le ultime pagine sono rivolte alle famose Emozioni, le quali inevitabilmente saranno influenzate dagli eventuali errori di pensiero. Anche su di esse sarà possibile intervenire qualora siano negative; l’autrice ci guida anche in questo, completando il tutto con delle utili schede operative che consentiranno al lettore o al terapeuta di sperimentarsi nelle pratiche di “Pulizia”.

Un libro schematico, lineare e scorrevole, che espone in maniera chiara e ordinata gli errori di pensiero rifacendosi alle famose teorie di Ellis e Beck.

Un’ottima guida alla pulizia dei pensieri negativi utile non sono a terapeuti che vogliano sperimentarsi con i propri pazienti, ma anche a soggetti che vogliano far luce sui propri modi di pensare non sempre funzionali.

Questo perché ogni tanto una rispolverata dai pensieri negativi è necessaria per tutti.

La mia ciclotimia ha la coda rossa (2017) – Recensione del libro

Lou Lubie racconta la sua storia in un fumetto dal titolo ” La mia cictotimia ha la coda rossa ” e ci conduce in un viaggio esplorativo, osservativo, commovente nella sua ciclotimia.

 

La metafora della volpe rossa nel libro La mia cictotimia ha la coda rossa

La ciclotimia è un disturbo bipolare di cui soffre circa il 6% della popolazione. Il più lieve tra i disturbi bipolari ma non per questo meno invasivo o destabilizzante.

Attraverso la Metafora della volpe rossa, l’autrice ci racconta la sua esperienza personale e ci “insegna” come si possa vivere con il proprio disturbo facendo anche cose meravigliose. In Questa graphic novel, pubblicata dalla casa editrice romana ComicOut, l’autrice racconta la sua esperienza, la travagliata ricerca di una diagnosi e di una cura, proponendo al lettore non solo numerose informazioni sul piano scientifico ma anche delle possibili soluzioni che vengono suggerite con ironia senza alcuna imposizione di verità assoluta.

Convivere con la ciclotimia

Il Testo offre uno spunto di riflessione e di analisi a clinici e pazienti (attraverso il percorso narrativo) diventando uno strumento che mostra come si possa convivere con la “volpe” che crea disordini nel cervello, come si possa addomesticarla, relazionarcisi o ignorarla a seconda delle situazioni che si vivono.

Alla continua ricerca di un equilibrio tra i suoi sbalzi d’umore , Lubie mette al centro la relazione con la volpe, i loro dialoghi, i compromessi e i numerosi tentativi di metterla a tacere e di non consentirle/consentirsi la distruzione di ogni suo progetto. In qualche modo ci indica una via relazionale e di confronto con la parte sofferente e spaventata che nega la gioia, nega la progettualità e a volte anche la stessa voglia di vivere.

Appassionante e illuminante come attraverso un fumetto, che per sua struttura linguistica e editoriale si mostra sintetico e immediato l’autrice con il suo tratto leggero e intenso sia riuscita a cogliere le sfumature di una patologia così delicata, spesso sottovalutata e di difficile diagnosi offrendo immagini spontanee di sofferenza, timore, preoccupazione ed euforia senza appesantire, colorando tuttavia la vita se pur difficile, con mille opzioni di resilienza.

Il trattamento EMDR nel disturbo da attacchi di panico

Le sensazioni riferite da ogni paziente dopo aver sperimentato attacchi di panico possono essere considerate di per sé un’esperienza traumatica (Faretta, 2001); è proprio questo ciò che ha portato a definire il trattamento EMDR come un approccio ben integrabile in diversi modelli teorici di intervento per il disturbo di panico.

Sharon Vitarisi – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano

 

Il panico come evento traumatico e utilizzo dell’EMDR

Le sensazioni riferite da ogni paziente dopo aver sperimentato almeno un attacco di panico possono essere considerate di per sé un’esperienza traumatica (Faretta, 2001); ciò che il soggetto percepisce durante una crisi di panico è “una forte paura, incontrollabile, che lascia la persona inerme”, questa sensazione viene seguita dalla percezione di perdere il controllo o di stare per morire. È proprio questo ciò che ha spinto Elisa Faretta a definire il trattamento EMDR come un approccio ben integrabile in diversi modelli teorici di intervento per il disturbo di panico. L’ EMDR nel disturbo di panico può essere utile per: elaborare il ricordo degli attacchi di panico (il primo,il peggiore, l’ultimo); elaborare le situazioni scatenanti legate al panico nel presente e sostenere e rafforzare una prospettiva futura adattiva per affrontare situazioni legate ai sintomi (Faretta, 2012). In un suo recente studio pilota ha comparato l’ approccio EMDR con la CBT con l’obiettivo di valutare l’efficacia di un trattamento per il disturbo di panico con/senza agorafobia.

Il beneficio dei trattamenti è stato valutato sull’efficacia in termini di:

  • tempo (valutazione di quando avvengono i primi miglioramenti in termini di numero di sedute)
  • sulla stabilità in termini quantitativi (assenza di attacchi di panico alla conclusione della terapia nonché un mantenimento di benefici nel tempo)
  • sulla stabilità in termini qualitativi (nel rafforzare le abilità e capacità acquisite, per la prevenzione delle ricadute).

Il campione prevedeva 20 soggetti, 10 dei quali sono stati trattati con la terapia EMDR. Il piano terapeutico EMDR è sviluppato seguendo le 8 fasi previste dal protocollo standard, ma integrando alcune modifiche per intervenire sulle caratteristiche peculiari del Disturbo da attacchi di Panico. Tale protocollo modificato comprende:

  • a) una psicoeducazione sul Panico e sulle modalità utilizzate con l’ EMDR, con successiva scelta della stimolazione bilaterale (movimenti oculari o altre forme di stimolazione) più adatta alla persona attraverso l’esercizio del Posto al Sicuro;
  • b) definizione dei target da utilizzare (primo attacco di panico, il peggiore per il paziente, ultimo attacco di panico);
  • c) scelta dell’immagine più disturbante per ogni target, associata alla cognizione negativa, individuazione della cognizione positiva, individuazione dell’emozione associata all’immagine peggiore del target e infine collocazione del disagio nel corpo;
  • d) individuazione ed elaborazione dei ricordi traumatici legati alla storia personale del paziente;
  • e) lavoro sul presente con relativa rielaborazione dei fattori scatenanti;
  • f) lavoro di rafforzamento di azioni positive nel futuro.

Nonostante la varietà del campione in quanto a provenienza, età e status sociale, dalla raccolta dei dati di ciascun soggetto nella fase di assessment sono emerse delle similitudini, in particolare per quanto riguarda l’esordio del disturbo: “La maggior parte dei soggetti ha indicato come eventi scatenanti un lutto, una separazione, o episodi in cui hanno creduto di morire (per es., per soffocamento)” (Faretta, 2007).

Tuttavia, rimangono alcuni punti interrogativi e critici legati a diversi fattori:

  • un campione troppo piccolo per la generalizzazione dei risultati;
  • un’ assegnazione non casuale dei soggetti alle condizioni di trattamento;
  • uno sbilanciamento tra i due campioni rispetto alla percentuale dei soggetti agorafobici (CBT 56% vs EMDR 20%) ;
  • l’ assenza di valutatori indipendenti;

Essendo uno studio pilota, alla luce di questi limiti, si dovrebbero mettere a punto trial clinici controllati, utilizzando specifici strumenti di valutazione e ampliando il campione di soggetti. Tuttavia nonostante i limiti metodologici sovra riportati, lo studio pilota ha indotto i ricercatori ad interrogarsi su una possibile nuova metodologia di trattamento del disturbo.

Protocollo EMDR per il Disturbo da Attacchi di Panico di Marcia Whisman: i tre livelli di paura

Marcia Whisman vede il panico come “un’esperienza terrificante costituita da intense sensazioni fisiche, un senso di terrore o di imminenti conseguenze nefaste e da un’incapacità di comprenderne il motivo o l’origine” (2005). L’ acuita sensibilità del sistema nervoso, lo sconvolgimento emotivo e pensieri spaventosi (anche se distorti) su quanto gli accade sono i principali fattori dello svilupparsi di un comportamento evitante come meccanismo di reazione (Whisman, 2005). Gli obiettivi della terapia secondo Whisman consistono nell’istruire il paziente sul panico e sulla sua incapacità di realizzare le sue peggiori paure. Ciò che il paziente deve essere in grado di acquisire sono le capacità di:

  • gestione dell’ansia;
  • acquisire gradatamente un controllo sui sintomi ansiogeni;
  • desensibilizzare le cognizioni di paura che ha sviluppato.

L’obiettivo finale è quello di riportare il paziente alla piena funzionalità in modo da permettergli di trovarsi a suo agio in situazioni precedentemente temute”.

L’ EMDR per Whisman è una terapia efficace per desensibilizzare e rielaborare cognizioni di paura, fino a farle rientrare all’interno di un sistema di convinzioni più preciso e gestibile. Il protocollo EMDR viene da lui integrato con l’ ipotesi per cui la maggior parte dei pazienti soffre di tre livelli di paura; in assenza della paura di primo livello, il terapeuta può procedere al secondo livello, e così via. Una delle raccomandazioni dell’autore è di non procedere mai con l’ EMDR se il paziente entra in panico durante il trattamento, in quanto potrebbe perdere la capacità di elaborare al meglio il suo vissuto di paura; in questi casi, il terapeuta deve aiutare il paziente a calmare l’ ansia, elaborarla e quindi continuare con l’ EMDR. Ecco di seguito riportato il trattamento EMDR integrato alla teoria dei tre livelli di paura.

Primo Livello di Paura:

Paure immaginarie: queste paure provengono da attribuzioni fatte dal paziente sull’origine stessa del panico, radicate in funzione dell’arco di tempo trascorso dal primo attacco di panico e della mancanza di informazioni relative all’esperienza vissuta.

Impostazione EMDR – Immagine: il paziente dovrà ricordare e immaginare in modo dettagliato il primo o peggior attacco di panico come se dovesse rivederlo in un video.

Desensibilizzazione delle convinzioni catastrofiche: qui il terapeuta dovrà integrare le istruzioni fornite nella parte psicoeducazionale e lavorare su pensieri e su attribuzioni più razionali che riguardano l’ attacco di panico.

Passaggio alla fase successiva: si passa al secondo livello di paura quando il paziente crede fortemente che le sensazioni che prova durante un attacco di panico siano dovute alle proprie emozioni e all’adrenalina e non a un attacco di cuore o a un esordio psicotico.

Secondo Livello di Paura:

Paura della paura: questo livello è relativo all’ incapacità del soggetto di gestire gli attacchi di panico in modo funzionale.

Impostazione EMDR – Immaginare: il terapeuta chiede al paziente di ricordare un attacco di panico memorabile/rappresentativo oppure immaginare un attacco di panico che potrebbe verificarsi nel futuro. Il soggetto dovrà utilizzare le strategie suggerite dal terapeuta per fronteggiarlo (stai respirando, non stai per morire).

Passaggio alla fase successiva: si passa alla fase successiva solo una volta che il paziente avrà raggiunto la padronanza adeguata rispetto all’ attacco di panico immaginato o ricordato.

Terzo Livello di Paura:

Paura della prestazione: questo livello riguarda l’esposizione del soggetto alla situazione temuta.

Impostazione EMDR – Immagine: ripercorrere con la mente l’esposizione da affrontare. La narrativa viene svolta dal paziente; viene chiesto al paziente di fermarsi in qualunque momento provi ansia: i movimenti oculari saranno diretti alla sensazione fisica e verranno ripetuti fino alla desensibilizzazione.

Passaggio all’ esposizione in vivo: l’esposizione in vivo dovrebbe avvenire al più presto possibile, seguita da due ulteriori esercitazioni in vivo prima della seduta successiva (possibile solo se il paziente è ora in grado di farcela da solo o se ha un partner di supporto).

Considerazioni conclusive

Dall’analisi dello studio effettuato da Faretta (2007) sono emerse quelle che possono essere considerate le principali modifiche e integrazioni apportate dall’autrice all’originale protocollo EMDR, elaborato da Shapiro. Queste possono essere ricondotte alla seconda e terza fase del trattamento. Durante la fase 2 è stata inclusa una psicoeducazione specifica sul panico, cioè, sulla sua natura e sugli aspetti fisiologici; la fase 3 (individuazione dei target) è mirata all’ individuazione degli eventi passati stressanti, oltre alla focalizzazione sul ricordo del primo attacco di panico, del peggior attacco di panico e infine dell’ attacco di panico più recente. Inoltre, vengono rintracciate le esperienze infantili che hanno fatto sperimentare al soggetto sensazioni come abbandono, umiliazione e paura. La ricerca ha rintracciato dei fattori predisponenti il disturbo di panico (Faretta, 2012), quali:

  • storie di separazione dalla famiglia
  • prolungata malattia di un genitore;
  • abusi da parte di un parente;
  • storie di abbandono.

L’insorgenza del Disturbo da Attacchi di Panico è quindi correlata alla riattivazione di esperienze traumatiche precedenti, comprese separazione, lutto, malattia o un periodo di stress prolungato.

A differenza di Faretta, Whisman sembrerebbe adottare un approccio che si basa su una priorità specifica: è essenziale trattare il panico prima del trauma poiché la persona non si sente al sicuro nel presente (Terrel, 2006). Infatti, il protocollo di Wishman predispone il soggetto all’attualizzazione delle esperienze del panico, e di quei pensieri che impediscono al sintomo di essere affrontato in modo razionale. Come Faretta, Whisman mette in evidenza come la psicoeducazione sul panico sia un elemento fondamentale per portare a termine il trattamento EMDR. Lo psicoterapeuta interviene a livello dei pensieri disfunzionali che portano il soggetto a adottare e automatizzare strategie di evitamento e a rafforzare la sintomatologia dovuta al panico.

Un’ altra importante variazione del protocollo sta nell’integrare l’esposizione dal vivo nel trattamento EMDR. Il terapeuta ha il compito di guidare il paziente seduta dopo seduta; l’autore precisa che l’esposizione in vivo dovrebbe avvenire al più presto, per facilitare l’integrazione dei comportamenti adattivi appresi. Ciò è possibile solo se il paziente è in grado di farcela da solo o se ha un partner di supporto (il terapeuta) che lo accompagna durante le esposizioni. I protocolli EMDR elaborati per gli attacchi di panico non prevedono l’utilizzo dell’ esposizione in vivo; solitamente questa tecnica viene impiegata nel trattamento delle fobie. Questo potrebbe diventare un buon punto di discussione: Whisman, infatti, sembra utilizzare un approccio al panico più comportamentale, tralasciando le componenti cognitive che Faretta inserisce all’interno del suo protocollo.

Faretta risulta essere in linea con il pensiero di Giannantonio (2009) che riporta l’importanza di raccogliere la storia di vita del paziente e inserirla all’interno del trattamento EMDR. Infatti, secondo l’autore, l’ EMDR fa da sfondo al tentativo del terapeuta di recuperare la storia di attaccamento e di riportarla in seduta attraverso il recupero di alcuni aspetti fondamentali che contraddistinguono il disturbo da attacchi di panico.

Il sesso inizia dall’attenzione verso il partner: ritrovare il desiderio sessuale nelle relazioni di lunga data

La messa in atto quotidiana di comportamenti sensibili e ricettivi nei confronti del partner di lunga data, sembrerebbe favorire l’intesa e il desiderio sessuale, soprattutto quando questi specifici atteggiamenti istillano nel partner la sensazione di essere di valore e parte di una relazione speciale.

 

Un recente studio di Birnbaum, professoressa di psicologia dell’Interdisciplinary Center in Herzliya, Israele, pubblicato sul Journal of personality and Social Psychology, ha dimostrato come la messa in atto quotidiana di comportamenti sensibili e ricettivi nei confronti del partner di lunga data, possa favorire l’intesa e il desiderio sessuale sia per gli uomini che per le donne, soprattutto quando questi specifici atteggiamenti istillano nel partner la sensazione di essere di valore e parte di una relazione speciale.

[…] L’amore. Certo, l’amore. Fuoco e fiamme per un anno, cenere per trenta.” (1958) Così Don Fabrizio, celebre personaggio del capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, descrive l’amore, sottolineando in modo molto chiaro come in una relazione affettiva, a parer suo, la passione e  il desiderio sessuale verso l’altro tenda a diminuire nel corso del tempo fino a spegnersi e a diventare cenere.

Dopo una lunga vita spesa insieme, caratterizzata da compleanni, discussioni, figli, problemi di lavoro ed economici, malattie, fastidiose faccende domestiche e quotidiane, suoceri, molte coppie spesso sono afflitte dal problema di come ritrovare e ricostituire quella passione, quel fuoco, quel desiderio sessuale, che ha caratterizzato i primi anni della loro relazione.

Come ritrovare il desiderio sessuale? Con la cura e la sensibilità verso il partner

Una possibile soluzione proviene da un recente studio di Birnbaum, professoressa di psicologia dell’Interdisciplinary Center e colleghi, pubblicato sul Journal of personality and Social Psychology, per il quale partner di lunga data possono riappropriarsi e far rifiorire la propria vita sessuale e la reciproca complicità di coppia imparando ad essere sensibili e ricettivi reciprocamente (Birnbaum et al., 2016).

In particolare Birnbaum e colleghi hanno indagato il legame tra comportamenti sensibili/ricettivi e desiderio sessuale con lo scopo di verificare se nelle relazioni romantiche-affettive di lungo termine alcuni specifici comportamenti del partner potessero influire sulla costruzione di un contesto di intimità per la coppia, caratterizzato da familiarità, connessione emotiva e comprensione, favorendo di conseguenza l’aumento del desiderio sessuale verso l’altro partner.

In tale studio, i ricercatori hanno condotto tre esperimenti per indagare se un partner sensibile e recettivo, cioè in grado di comprendere e riconoscere i bisogni, anche sessuali, dell’altro (che percepisce così di essere apprezzato, supportato genuinamente e investito di attenzioni), sia in grado di aumentare le esperienze quotidiane di intimità e di conseguenza incrementare il desiderio sessuale (Birnbaum et al., 2016).

Nel primo esperimento, sono stati reclutati dietro compenso 153 volontari, tra i 20 e i 40 anni, a cui è stato chiesto di discutere con i propri partner di un loro attuale problema. Va sottolineato che in realtà i partecipanti interagivano con i partner all’oscuro del fatto che questi fossero confederati, cioè collaboratori dei ricercatori, che mettevano in atto nei loro confronti differenti modalità di interazione e comportamenti, a seconda delle diverse condizioni sperimentali: comportamenti positivi, di validazione delle necessità del partner in quel momento (ad esempio “mi rendo conto che per te non debba essere stato facile e che hai dovuto passare un brutto momento”) oppure comportamenti negativi (“quello che hai passato non mi sembra poi così complicato”).

Successivamente è stato chiesto ai partecipanti, tramite self-report, di indicare se e quanto, durante l’interazione positiva o negativa con il “partner confederato”, avessero percepito comprensione e attenzione e come questo avesse influito positivamente o negativamente sul loro desiderio di volersi impegnare in preliminari o in rapporti sessuali con lui.

I risultati di questo primo esperimento hanno mostrato come le donne che avevano esperito un desiderio sessuale maggiore nei confronti del partner erano coloro che avevano avuto un’interazione positiva, sensibile/recettiva con il partner, rispetto a quelle che avevano avuto un dialogo negativo.

In aggiunta a ciò, diversamente da quanto osservato nelle donne, il desiderio sessuale maschile per la partner non è sembrato essere influenzato significativamente dall’ interazione positiva o negativa con lei.

Tali risultati hanno suggerito che il desiderio sessuale maschile, diversamente da quello femminile, potrebbe essere meno dipendente dagli atteggiamenti di intimità, sensibilità attuati delle loro partner e dall’interazione positiva avuta con loro (Birnbaum et al., 2016).

Nel secondo esperimento, i ricercatori hanno voluto in parte replicare le modalità del precedente esperimento inserendo però un’interazione faccia a faccia tra i partner con il fine di poter osservare online anche i comportamenti non verbali sia nella condizione di sensibilità/recettività che in quella negativa e collegarli eventualmente alle risposte sessuali dei partecipanti.

Sulla scia del primo esperimento, è stato chiesto ai partecipanti di discutere con il proprio partner di un recente episodio positivo e negativo accaduto loro e poi di stimare il desiderio sessuale per l’altro a seguito dell’interazione.

Sono stati replicati gli stessi risultati, con una caratterizzazione in più: oltre ad aumentare il desiderio sessuale per il partner maschile più sensibile/recettivo, le donne impegnante in un’interazione positiva hanno mostrato anche maggiori comportamenti non verbali di intimità verso il partner.

Infine nell’ultimo esperimento, i ricercatori hanno tentato di mostrare gli stessi risultati in un ambiente più naturale, quotidiano senza cioè la presenza di registrazioni o interazioni in laboratorio.

Per tale ragione, essi hanno chiesto a 100 coppie di documentare giorno per giorno, per sei settimane, il loro livello di desiderio sessuale nei confronti del partner e la qualità delle interazioni e del contesto di coppia, specificando se avessero la percezione di essere considerati di valore e degni di attenzione dal proprio partner.

Sia per le donne che gli uomini, percepire quotidianamente l’altro come comprensivo e sensibile nei confronti dei suoi bisogni era associato a livelli significativamente alti di desiderio sessuale; in aggiunta, questa percezione aumentava a sua volta la sensazione dei partner di sentirsi speciali e di valore, soprattutto nelle donne.

Lo studio di Birnbaum e colleghi (2016) ha sottolineato come la comprensione e il riconoscimento dei bisogni dell’altro sia tramite validazione emotiva che comportamenti di ascolto, vicinanza e affetto, aumentino il desiderio sessuale soprattutto quando questi atteggiamenti danno l’impressione che l’altro sia di valore e che una relazione sessuale con un partner così desiderabile e coinvolto nella relazione possa promuovere un legame speciale tra i due e quindi valga la pena coltivarlo, nonostante tutto.

Attaccamenti a scuola. Lo psicologo nel delicato rapporto tra i protagonisti del percorso educativo (2017) – Recensione del libro

Attaccamenti a scuola. Lo psicologo nel delicato rapporto tra i protagonisti del percorso educativo è un testo, nato dall’impegno corale delle psicoterapeute Mattioli, Di Marzo, Febbi e Martirani, capace di stimolare importanti riflessioni e diffondere buone pratiche nel contesto scolastico, ancora oggi, scarsamente vissuto come base sicura per le identità in divenire.

 

Attaccamenti a scuola. Lo psicologo nel delicato rapporto tra i protagonisti del percorso educativo è un lavoro che fiduciosamente riconosce alla scuola la possibilità di farsi prolungamento dell’attaccamento, inteso come “[…] l’esperienza su cui ogni essere umano fonda le proprie capacità conoscitive e predittive circa la natura umana, il senso delle relazioni e la propria identità” (Di Marzo, 2017, p. XXXI); un contributo che restituisce valore alla dimensione sociale dell’uomo, indispensabile poter costruire condizioni di benessere.

In questa direzione la professione psicologica assume una posizione importantissima e da potenziare, proprio alla luce delle testimonianze concrete di salute che va costruendo, dal nido alla scuola media superiore.

A questo scopo le autrici di Attaccamenti a scuola conducono gradualmente il lettore a cogliere, dapprima, le principali trasformazioni che caratterizzano l’individuo dalla prima infanzia all’adolescenza, in un secondo momento, il contributo dello psicologo nel sistema educativo.

Attaccamenti a scuola: il ruolo dello psicologo a partire dal nido

Con l’ingresso nel nido il bambino sperimenta la prima separazione dalle figure di riferimento, impara ad adattarsi al nuovo ambiente, conosce se stesso e il mondo attraverso il gioco e inizia a relazionarsi con i pari.

In questo ambiente, si ricorda nel libro Attaccamenti a scuola, l’attività dello psicologo è rivolta soprattutto agli adulti. I genitori ricevono aiuto nella fase d’inserimento, spesso contrassegnata da sentimenti ambivalenti suscitati proprio dalla prima separazione e piano piano diventano consapevoli e comprendono le reazioni dei bambini e quelle personali. Le educatrici, attraverso l’attività di supervisione, usufruiscono di uno spazio importantissimo per la conoscenza di sé, del proprio stile relazionale, delle proprie difficoltà e risorse, essenziale per svolgere al meglio un lavoro così delicato e carico di emozioni.

Dalla scuola d’infanzia l’ambiente familiare diventa meno esclusivo, il bambino si confronta con gli altri bambini e i loro bisogni, attraverso il linguaggio e il gioco impara a comprendere, comunicare e riconoscere le proprie e altrui emozioni. Queste ultime, ancora minimamente oggetto di interesse e integrazione con gli aspetti cognitivi, richiederebbero da parte della scuola, a partire da questa età, una maggiore considerazione. Questa visione assume ancora più valore di fronte alle crescenti sfumature di competenze e difficoltà che la scuola solleva e nei confronti delle quali si trova, talvolta, incredibilmente impotente. Si tratta di dare un’attenzione maggiore proprio ad attività in grado di favorire lo sviluppo delle emozioni, la loro conoscenza e la loro espressione, sin dalla più tenera età; un impegno comune a costruire relazioni positive per i bambini e gli degli adulti che si relazionano con loro.

Con il procedere della crescita il processo di identificazione del bambino con le figure genitoriali prosegue e nella scuola elementare è arricchito dalla presenza di altri adulti significativi, che congiuntamente alle interazioni con i pari, alleviano il dolore del distacco. Alla luce delle nuove competenze che si vanno costruendo, è più che mai auspicabile, da una parte, rinnovare l’interesse nei confronti dell’attività ludica libera per lo sviluppo emotivo e cognitivo del bambino, dall’altra, incrementarlo nei confronti dell’educazione alla sessualità, per arrestarne una conoscenza confusa e distorta.

Le esperienze raccontate nel testo Attaccamenti a scuola diventano, infatti, per il lettore, genitore, insegnante, clinico o curioso, un’utile occasione attraverso cui conoscere l’importanza di promuovere attività arricchenti per tutti i protagonisti coinvolti e che richiederebbero maggiori opportunità per essere replicati.

Costruire un contesto relazionale positivo in continuità con quello familiare richiede il riconoscimento di una responsabilità comune, che riguarda gli operatori della scuola e genitori e in cui lo psicologo assume spesso una posizione di intermediario. L’ambiente scolastico, infatti, fa emergere ferite identitarie, genitoriali e professionali, che inquinano la comprensione del profondo punto di vista dell’altro. Lo psicologo attribuisce significato e valore alle esperienze di ciascuno traducendone i vissuti e riporta l’attenzione verso una prospettiva di corresponsabilità nei confronti di un progetto educativo che dovrebbe condiviso.

In questo modo la scuola diventa, con tutte le sue proposte, luogo di prevenzione e corretta informazione, di formazione per adulti e ragazzi, in cui, attraverso il confronto e la conoscenza, si costruiscono soluzioni e proposte d’intervento. Si risponde così con attenzione a fenomeni di prevaricazione, come il cyberbullismo e l’uso incontrollato di videogiochi, la dispersione scolastica, sintomatici di disagi talvolta complessi e spesso taciuti che riguardano i ragazzi in più ambiti della loro vita.

L’introduzione dei centri d’ascolto, con la legge n° 162 del 1990, realtà limitata ancora a pochi istituti, ha portato a scuola uno spazio di consulenza e informazione riservato ad alunni, insegnanti e genitori. Attraverso il centro d’ascolto lo psicologo si impegna ad accogliere le richieste valutando la possibilità di affrontarle nel contesto scolastico o inviando ai servizi sul territorio. Le richieste che vi giungono raccontano di storie d’amore, di rifiuti, di insicurezze, di insuccessi scolastici, di difficoltà di integrazione. Il testo Attaccamenti a scuola ne propone diverse aprendo al lettore la possibilità di accedervi in modo vivo.

È importante aggiungere che:

“…] lavorare con gli adolescenti è una forte spinta alla revisione dei personali percorsi adolescenziali e, a seconda della fase di vita che attraversiamo e degli adolescenti che ci troviamo davanti, saremo più o meno in grado di prendere le distanze dai problemi che ci presentano (Mattioli, 2017, p.74).

In una scuola in cui si respira la necessità di rinnovamento, anche l’interesse verso lo studio e lo stesso rendimento, oggetto di attenzione, preoccupazioni e timori da parte di adulti e ragazzi andrebbe riletto. La prospettiva metacognitiva ci insegna a riconoscere che dietro le etichette che suonano, ai ragazzi e non solo, come sentenze definitive, spesso, si nascondono difficoltà emotive, relazionali, organizzative, previsionali, frutto di situazioni ripetutamente mortificanti.

[…] Alcune parole negative, anche dette senza malvagità, senza pensare che possano ferire, restano incise profondamente e condizionano i comportamenti e le scelte future. Lo stesso possono fare le parole positive. Basta poco per ferire, ma a volte altrettanto poco per incoraggiare e restituire fiducia (Di Giorgio, 2017, p.101).

Per concludere, lo psicologo, in tutti i casi in cui è chiamato a svolgere la sua funzione di salute, s’impegna nella direzione di facilitare dinamiche relazionali che possano fungere da base sicura nel percorso di crescita degli allievi di ogni ordine e grado, contribuendo alla realizzazione di un’idea di scuola che promuove, sostiene e rende possibile la socializzazione, un’idea opportuna e condivisibile per la scuola del futuro.

Le funzioni cognitive nel paziente con dolore cronico

Negli anni sono apparsi in letteratura un numero crescente di studi che indagano le funzioni cognitive in pazienti con dolore cronico. I pazienti con dolore cronico non oncologico segnalano spesso difficoltà nella memoria, nella concentrazione e in altre funzioni cognitive rispetto ai pazienti che cercano il trattamento per altri problemi medici.

Federica Aloisio, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI San Benedetto del Tronto

 

Il dolore cronico

Il dolore è un fenomeno individuale e soggettivo che le persone sperimentano durante la propria vita e, spesso, rappresenta la ragione principale per cui si richiede assistenza sanitaria.

Per “dolore”, secondo l’International Association for the Study of Pain (IASP), si intende un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tessutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di tale danno.

La maggior parte dei dolori si risolve prontamente una volta che lo stimolo doloroso viene rimosso e l’organismo è guarito ma, se la malattia si prolunga o non regredisce completamente, il dolore persiste diventando cronico.

Il dolore cronico è stato generalmente definito come il dolore che persiste per un periodo di tempo specifico già determinato arbitrariamente (per es. 3 o 6 mesi, oppure al di là del periodo normale di guarigione). “Il dolore cronico invalidante è uno dei maggiori problemi socio-sanitari di proporzioni epidemiche; è la causa più frequente di sofferenza e di invalidità (menomazione) capace di danneggiare seriamente la qualità di vita” (Loeser, 2002).

Secondo i principali e più accreditati studi epidemiologici internazionali la presenza delle sindromi dolorose croniche varia tra 10,1% e 55,2% della popolazione; mediamente, essa è più elevata tra le donne che fra gli uomini, rispettivamente 39% e 31%, e aumenta con l’età, soprattutto dopo i 65 anni (Breivik et al., 2006).

Nella maggior parte dei pazienti, il dolore influisce negativamente sulla percezione della salute generale, interferisce notevolmente con le attività quotidiane, è associato a sintomi depressivi e/o ansiosi ed influenza negativamente i rapporti e le interazioni con gli altri (Froud et al., 2014). Proprio per questi motivi è necessaria una valutazione globale e una presa in carico della persona nella sua complessità.

Le funzioni cognitive nei pazienti con dolore cronico

Negli anni sono apparsi in letteratura un numero crescente di studi che indagano le funzioni cognitive in pazienti con dolore cronico.

I pazienti con dolore cronico non oncologico segnalano spesso difficoltà nella memoria, nella concentrazione e in altre funzioni cognitive rispetto ai pazienti che cercano il trattamento per altri problemi medici.

Grigsby e colleghi nel 1995 hanno confrontato le prestazioni di pazienti con dolore cronico con pazienti senza dolore su una varietà di compiti informatici progettati per valutare la velocità di elaborazione delle informazioni e la memoria a breve termine. I ricercatori hanno scoperto che i pazienti con dolore cronico avevano scarse performance rispetto all’altro gruppo (Grigsby et al., 1995). In un altro studio, il 54% dei pazienti inviati ad un centro di dolore hanno riferito problemi in alcune funzioni cognitive, quali la memoria a breve termine, la concentrazione e l’attenzione (McCracken & Iverson, 2001).

Lo studio di Schiltenwolf conferma il calo nella prestazione in prove di attenzione nei pazienti con lombalgia cronica (Schiltenwolf et al., 2014); queste alterazioni sono risultate anche in pazienti con fibromialgia: oltre il 50% dei pazienti con fibromialgia lamentano disturbi mnestici, di concentrazione e confusione mentale (Dick et al., 2002; Katz et al., 2004).

Inoltre i pazienti con dolore cronico riportano difficoltà nelle funzioni cognitive, quali l’apprendimento percettivo e la memoria, evidenziando alterate capacità di esecuzione dei compiti, rispetto ai gruppi di controllo (Oosterman et al., 2010).

I pazienti con dolore cronico hanno riportato anche uno scarso rendimento rispetto ai controlli sulle misure di screening cognitivo generale, come l’esame al Mini Mental State Examination (MMSE) (Oosterman et al., 2010). Da diversi dati di letteratura emerge infatti che la prevalenza di deficit cognitivo clinicamente rilevante è più alta in pazienti con dolore cronico rispetto alla popolazione generale (Rodriguez-Andreu et al., 2009).

Anche le funzioni esecutive risentono del dolore cronico. La funzione esecutiva definisce quei processi neurologici che consentono compiti cognitivi più complessi, quali la pianificazione, l’organizzazione, il controllo dei pensieri contrastanti, il comportamento diretto ad uno scopo, l’inizio di un’azione e il saper valutare le conseguenze delle azioni. Le performance dei pazienti con dolore cronico sembrano dimostrare che il controllo delle funzioni esecutive risente di questa tipologia di dolore (Moriarty et al, 2011).

Lo studio di Simons ha evidenziato che, da studi di imaging cerebrale in pazienti con dolore e in modelli di roditori, il dolore cronico è associato ad alterazioni anatomiche e funzionali nel cervello.

I ricercatori hanno infatti riscontrato che, come il dolore può causare deficit nei processi cognitivi degli esseri umani, altrettanto avviene nei roditori. Quest’ultimi possono eseguire una serie di prove che coinvolgono le “funzioni esecutive”, come la funzione decisionale, la memoria, l’attività di attenzione e il riconoscimento di oggetti, proprio come gli esseri umani e, inoltre, queste attività si basano su analoghe aree corticali prefrontali. E’ stato dimostrato che nei roditori, allo stesso modo degli esseri umani, il dolore interrompe i compiti di memoria di lavoro (Cardoso-Cruz et al., 2013).

Ricerche algologiche hanno individuato l’esistenza di connessioni tra le aree che trasmettono il dolore nel sistema nervoso centrale e la neurobiologia del dolore. Recenti scoperte neurobiologiche hanno infatti riscontrato nel dolore cronico un alterato biochimismo cerebrale locale ed una riorganizzazione corticale funzionale come conseguenza di processi di neuroplasticità. Gli studi morfo-metrici nel dolore cronico effettuati con la morfometria voxel (VBM), una tecnica di risonanza magnetica, indicano l’importanza della neuroplasticità nel dolore cronico.

Immagini di risonanza magnetica in diversi tipi di pazienti con dolore cronico mostrano che il cervello di questi individui è diverso rispetto a quelli di soggetti sani di controllo (Simons et al., 2014). L’anomalia più marcata, osservata attraverso gli studi, è una riduzione della materia grigia soprattutto nella corteccia prefrontale, nell’insula e nelle cortecce anteriore e nella metà del cingolo (Davis & Moayedi, 2013). Questa perdita è correlata con la durata del dolore cronico e spesso si normalizza con il trattamento.

Kuchinad e colleghi hanno individuato che nei pazienti fibromialgici c’è una perdita di sostanza bianca molto più importante rispetto ai controlli; inoltre ogni anno di fibromialgia corrisponde a 9,5 volte la perdita di sostanza grigia del normale invecchiamento (Kuchinad et al., 2007).

Apkarian nel 2004 ha condotto uno studio in cui ha individuato che i pazienti con lombalgia cronica hanno mostrato una riduzione del 5-11% del volume della materia grigia neocorticale rispetto ai soggetti di controllo privi di dolore cronico. L’entità di questa diminuzione è equivalente al volume della materia grigia perso in 10-20 anni di invecchiamento normale (Apkarian et al., 2004). Il volume diminuito è legato alla durata del dolore, ed indica una perdita di 1,3 cm di materia grigia per ogni anno di dolore cronico. La densità della materia grigia è stata ridotta nella corteccia prefrontale dorsolaterale bilaterale e nel talamo destro. I risultati dello studio di Apkarian implicano che il dolore cronico alla schiena è accompagnato da atrofia cerebrale e suggeriscono che la fisiopatologia del dolore cronico comprende i processi talamocorticali (Apkarian et al., 2004).

L’immagine seguente, tratta dallo studio di Apkarian, mostra una perdita di densità della materia grigia nei soggetti con lombalgia cronica. Nella figura A si evidenzia che la densità della materia grigia è bilateralmente ridotta. La figura B mostra un significativo decremento della densità della materia grigia nel talamo anteriore destro (Apkarian et al., 2004).

Dolore cronico e funzioni cognitive

Sulla stessa scia, una metanalisi del 2008 ha evidenziato che il dolore cronico può cambiare la struttura del cervello (May, 2008). I pazienti affetti da mal di schiena cronico, sindrome dell’intestino irritabile, fibromialgia, dolore da arto fantasma e cefalea tensiva cronica presentano alterazioni morfologiche cerebrali di tipo atrofico in alcune specifiche aree deputate alla percezione, all’elaborazione e alla modulazione del dolore. Queste alterazioni, attribuibili a fenomeni di neuroplasticità, sono state riscontrate nel giro cingolato, nella corteccia orbito-frontale, nell’insula e nella regione dorsale del ponte. Poiché sembra che i pazienti affetti da dolore cronico abbiano questa comune “impronta cerebrale” in aree coinvolte nella regolazione del dolore, ci si chiede se questi cambiamenti siano la causa o la conseguenza del dolore cronico.

Secondo May queste modifiche strutturali possono rappresentare il substrato neuro-anatomico della memoria del dolore. L’autore suggerisce che i cambiamenti della materia grigia osservati siano la conseguenza dei frequenti input nocicettivi che sono transitori all’inizio della sindrome dolorosa e poi diventano permanenti con il persistere della malattia ma che potrebbero essere reversibili a seguito di un’idonea terapia antalgica (May, 2008).

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