expand_lessAPRI WIDGET

Autoefficacia del terapeuta – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 32

Obiettivo di questo articolo è quello di proporre un possibile punto di vista sulla questione di come ciascun terapeuta possa valutare il proprio senso di autoefficacia rispetto al proprio lavoro in terapia, portando l’attenzione su alcuni criteri di valutazione che forse è bene non dimenticare.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – Autoefficacia del terapeuta (Nr. 32)

 

Se devo costruire una sedia, la risposta alla domanda “Quanto sono stato bravo?” è facile e dipende dal collaudo: se regge ho fatto un buon lavoro, altrettanto se devo montare un mobile di Ikea e alla fine non avanzano pezzi.

Fin qui, almeno in apparenza, il compito di valutare la propria autoefficacia, che sia più o meno connessa nella mente del soggetto al valore personale, sembra piuttosto facile e sposta immediatamente il problema sulla valutazione del risultato, per cui si tratta di stabilire i criteri molteplici per definire una buona sedia o una buona scrivania. Più complesso è fare la stessa valutazione rispetto ad una psicoterapia, per due motivi.

Il primo motivo è che il risultato (riduzione dei sintomi e/o benessere del paziente) è decisamente più impalpabile di una sedia e difficile la messa a punto di strumenti di misura.

Il secondo è che trattandosi di un lavoro tra due persone il risultato dipende da entrambi.

Questa seconda constatazione può portare, all’estremo, a due posizioni opposte. Da un lato in terapeuti affetti da sicumera perniciosa ad attribuire la responsabilità delle difficoltà e degli insuccessi al paziente grazie a quel costrutto salva stima, non a caso condiviso da quasi tutti gli approcci, che è “la resistenza”, il cui utilizzo può diventare iatrogeno scaricando colpe sul paziente. Dall’altro in terapeuti iperresponsabili a ritenere che aver attivato una resistenza nel paziente è comunque segno di non averne previsto adeguatamente il funzionamento il che è compito precipuo del terapeuta. Questi terapeuti pensano di essere o, peggio, che si potrebbe e dovrebbe essere onnipotenti trascurando il fatto che l’ora di terapia è soltanto uno dei fatti che capitano al paziente durante la settimana e infinite sono le altre perturbazioni che possono attivare o impedire un cambiamento.

La valutazione della propria autoefficacia come terapeuta

Fin qui ci siamo mossi nel dominio della valutazione reale di efficacia che è ormai da anni oggetto di studio e dibattito nel mondo della psicoterapia dopo l’avvento della EBM (Evidence-Based Medicine). Talmente vasto l’argomento che ce ne distanziamo immediatamente per rifugiarci in un molto più ristretto e “intimistico” argomentino che riguarda “la sensazione soggettiva di efficacia”.

Ci chiediamo cosa ci faccia a volte dire “oggi ho fatto proprio un buon lavoro” e ci accompagni fino a casa soddisfatti e desiderosi di ampliare la nostra attività ed altre volte ci faccia sentire “di essere un disastro, di aver danneggiato il paziente” impegnandoci nottetempo in defaticanti rimuginii sul senso della nostra professione e sulla necessità di rilevare il negozio di frutta e verdura sottocasa per occuparsi più di broccoli e rape che di cristiani.

Credo che questo vissuto, positivo o negativo che sia, abbia ben poco a che fare con l’ autoefficacia reale e quindi possa essere studiato distintamente da essa.

È esperienza comune avere netta l’impressione di aver risolto brillantemente un importante nodo problematico del paziente e di ritrovarselo di fronte tale e quale senza neppure una scalfittura mentre eravamo ancora impegnati nel complimentarci con noi stessi per la genialata. Di contro talvolta i pazienti ci ringraziano per un nostro intervento che reputano decisivo nel loro cambiamento e che ricordano minuziosamente tanto lo ritengono significativo mentre noi ne abbiamo alcuna memoria.

Dunque, in primo luogo dobbiamo tenere distinto il campo della valutazione di autoefficacia da quello della sensazione di efficacia che riguarda queste poche righe. Se il primo è molto studiato anche perché coinvolge importanti aspetti economici (ad es. assicurativi) e si cerca di andare verso una sempre maggiore oggettività, il secondo merita più attenzione, soprattutto come acquisizione di consapevolezza del terapeuta sui propri criteri interni che necessariamente finiscono per influenzare il suo operato. Una ricerca descrittiva avrebbe, a mio avviso, lo scopo di sollecitare questo tema all’attenzione del formatore e del supervisore.

Un esempio: alcuni criteri di valutazione della propria autoefficacia come terapeuta

Per dare il buon esempio cerco di elencare cosa mi fa sperimentare la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro in seduta o meno, consapevole che ciò, nei contenuti specifici, vale solo per me mentre il metodo può essere utile per tutti. Da qui in avanti dunque mi riferisco a me stesso e mi rendo conto di quanto questi criteri siano perniciosi. Comunque meglio saperlo che lasciarli agire indisturbati.

In primo luogo è importante l’impressione di aver capito, di aver risolto un rompicapo. Lo stesso piacere lo provo nel trovare la soluzione ad un problema di matematica, un indovinello complicato o nell’individuare l’assassino in un giallo. Per me è una vera goduria quando si fa luce, quando tutto torna, quando finalmente ho capito. Mi rendo conto che tale vissuto è molto simile all’eureka dell’esordio delirante e che per non rinunciare a questo piacere epistemico rischio di trascurare i dati incongruenti che rovinerebbero la festa. Per non imbrattare la limpidezza della soluzione metto sotto al tappeto quanto mi costringerebbe ad una spiegazione meno semplice ed elegante ma più complessa e vera.

In secondo luogo mi sembra importante che il paziente stia bene, o meglio, non soffra nel tempo che sta con me. Quanto questa attenzione a non provocargli disagio immediato sia dannosa mi sembra inutile argomentare, basterà pensare ai disastri che causerebbe un chirurgo mosso dalla stessa preoccupazione. Forse per dare dignità teorica a questo atteggiamento sono anche vistosamente contrario all’idea di molti terapeuti e anche pazienti che una terapia per essere efficace e profonda debba comportare lacrime e sangue. In proposito ricordo come la stessa convinzione in campo medico porti spesso a preferire la terapia iniettiva rispetto a quella orale anche quando ciò non ha alcun razionale e addirittura le aziende farmaceutiche tendono ad aggiungere sostanze urticanti nelle fiale secondo la regola della fata turchina a Pinocchio che “la medicina se è cattiva e fa male vuol dire che è efficace”.

In terzo luogo, attenzione perché questo è gravissimo e pericolosissimo, mi sembra importante e credo di darmi da fare perché si realizzi che il paziente mi trovi simpatico, in gamba e, in estrema sintesi, mi voglia bene. È facile spacciare ciò come l’attenzione alla creazione di una positiva relazione terapeutica e avere il consenso in quanto ciò compare sempre tra gli obiettivi terapeutici ma se devo essere sincero credo che la mia motivazione sia prevalentemente autoreferenziale. Voglio intendere che lo farei anche se fossi alla cassa del negozio di frutta e verdura che prima o poi mi deciderò a rilevare dai pakistani sotto casa. È interessante notare quanto poco conti nella mia sensazione di essere stato bravo la riduzione sintomatologica a meno che il paziente non me la riferisca con gratitudine. Sembra infatti che basta che capisco, loro non soffrono e ci stiamo simpatici che tutto va bene.

Sulla riduzione sintomatologica, il primo motivo per cui viene in terapia, devo mettere consapevolmente l’attenzione perché spesso il paziente continua a portare ciò che non va, poco importa se comunque è ridotto rispetto ad un tempo.

Attendere con interesse la  prossima seduta e magari lavorarci mentalmente per prepararla al meglio è indicatore del fatto che con quel paziente mi sento bravo perché se vogliamo, come topini da esperimento, premere spesso la leva di quel paziente vuol dire che esso ci dà una gratificazione validando la nostra identità professionale. Se al contrario facciamo novene perché non venga e alla notizia di una buca esultiamo scompostamente con lingue di Menelik e nacchere evidentemente quel paziente ci rimanda che non siamo un bravo terapeuta.

Se poi, piuttosto che liquidare la faccenda dicendoci che “è uno stronzo, non collaborativo, traboccante di resistenze”, ci dicessimo che lui fa solo la sua parte da matto potremmo prendere in considerazione l’ipotesi che magari davvero non siamo stati bravi con lui e potremmo vedere perché.

Se si volesse fare una ricerchina in proposito chiederei ad un gruppo di colleghi:

Ogni settimana prova a compilare questa scheda

Autoefficacia del terapeuta quali criteri utilizzare per l'autovalutazione1

 

E poi una volta ogni sei mesi

 

Ndr: una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata su State of Mind il 7 febbraio 2017, la trovi qui.

 

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Psicologia e ambiente: affrontare il problema del cambiamento climatico

Un recente studio, pubblicato su Current Directions in Psychological Science, indaga l’apporto che le scienze psicologiche possono offrire al fine di trovare soluzioni efficaci al problema ambientale dei cambiamenti climatici.

 

Il cambiamento climatico è ormai un problema reale che comporta conseguenze irreversibili ed esponenziali e che appare causato, almeno in parte, dal comportamento umano. La domanda fondamentale diventa dunque: in che modo la psicologia può contribuire suggerendo soluzioni che migliorino la situazione del nostro ambiente?

Psicologia per l’ ambiente: cosa può fare contro i cambiamenti climatici?

Un team interdisciplinare composto da ricercatori provenienti da Paesi Bassi, USA e Germania ha cercato di rispondere alla domanda. Il problema dei cambiamenti climatici viene definito in termini di dilemma sociale, ovvero una questione riguardante l’interesse collettivo con una prospettiva di miglioramento a lungo termine.

Le parole dell’autore dell’articolo Paul van Lange, professore di psicologia all’Università di Amsterdam chiariscono meglio il concetto

Per ridurre efficacemente gli effetti dei cambiamenti climatici è necessario promuovere una prospettiva più a lungo termine indirizzata alla collettività rispetto a soluzioni immediate e personali oltre, ovviamente, a una buona campagna di sensibilizzazione affinché ci si renda conto che i mutamenti climatici sono reali.

Un modo per convincere la collettività della realtà dei cambiamenti climatici potrebbe essere affidata ai governi dei vari stati che potrebbero personalizzare le informazioni sulle circostanze ambientali locali in modo da renderle più concrete e di conseguenza più significative per i cittadini; lo afferma Jeff Joireman, professore di marketing e business internazionale alla Washington State University:

L’inondazione è un esempio chiave che potrebbe essere di interesse per le persone che vivono in paesi a bassa quota; al contrario l’aumento di temperatura potrebbe essere maggiormente rilevante per le persone che vivono in climi più caldi.

Psicologia e ambiente: il coinvolgimento dei bambini

Tuttavia il dilemma è complicato poiché l’astrattezza della questione, il coinvolgimento della collettività e l’estensione nel tempo di risultati osservabili tendono a scoraggiare azioni che aiutino a ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici. In che modo dunque si promuove una prospettiva di cambiamento a lungo termine? La risposta chiama in causa le nuove generazione o meglio l’importanza di lasciare un mondo migliore per i propri figli che vivranno nel futuro prossimo. La raccomandazione suggerita è quella di includere i bambini nelle campagne di educazione pubblica per aumentare la consapevolezza sui rischi dei mutamenti climatici che potrebbero compromettere il futuro di questa generazione attivando il senso di protezione e assistenza della popolazione adulta verso l’ ambiente.

Sempre sulla promozione di un cambiamento orientato al futuro, il professore van Lange aggiunge

Alcune decisioni sui cambiamenti climatici devono includere il giudizio di consulenti esperti in materia di pianificazione urbana e infrastrutture, questo perché la ricerca ha dimostrato che gli esperti sono più attenti alle conseguenze a lungo termine, il che comporta un beneficio futuro maggiore.

In conclusione, gli autori sottolineano il ruolo fondamentale rivestito dai rappresentati nazionali per quanto riguarda gli accordi ambientali. Ad esempio suggeriscono l’istituzione di un “premio per la città sostenibile” che potrebbe aiutare i leader a sviluppare una politica locale che riduca l’uso delle automobili nelle città e promuova uno sviluppo maggiore della rete dei trasporti pubblici.

Disprassia e disgrafia: quale correlazione?

La disprassia ha un’incidenza del 5-6% nei bambini tra i 5 e gli 11 anni di età; nei bambini di 7 anni l’1,8% ha la diagnosi di disturbo dello sviluppo della coordinazione grave e il 3% di disturbo dello sviluppo della coordinazione probabile.

Luisana D’Alessandro – OPEN SCHOOL San Benedetto del Tronto

 

Secondo il DSM- 5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) il
 termine disprassia può essere utilizzato per descrivere il quadro del disturbo 
dello sviluppo della coordinazione motoria, il cosiddetto DCD (Developmental coordination disorder).

I criteri diagnostici sono:

  • L’acquisizione e delle abilità motorie coordinate risultano notevolmente inferiori rispetto a quanto atteso considerando l’età cronologica dell’individuo e l’opportunità che ha avuto di apprendere ed utilizzare tali abilità. Le difficoltà si manifestano in goffaggine (per es. cadere o battere contro oggetti) così come imprecisione nello svolgimento delle attività motorie (ad es. afferrare un oggetto, usare forbici o posate, scrivere a mano, guidare la bicicletta o partecipare attività sportive)
  • Il deficit delle abilità motorie indicate nel criterio A interferisce in modo significativo e persistente con le attività della vita quotidiana adeguate all’età cronologica (per es. nella cura e nel mantenimento di sé) e ha un impatto sulla produttività scolastica, sulle attività pre-professionali e professionali, sul tempo libero e sul gioco)
  • L’esordio dei sintomi avviene nel primo periodo dello sviluppo (non viene di solito diagnosticato prima dei 5 anni di età)
  • I deficit delle abilità motorie non sono meglio spiegati da disabilità intellettiva (disturbo dello sviluppo intellettivo) o da deficit visivo e non sono attribuibili ad una condizione neurologica che influenza il movimento (per es. paralisi cerebrale, distrofia muscolare, disturbo degenerativo)

Alcuni bambini mostrano un’attività aggiuntiva, di solito repressa, come movimenti coreiformi del bacino o movimenti speculari. Questi movimenti “parassitari” vengono considerati come immaturità del neurosviluppo o segni neurologici lievi piuttosto che anomalie neurologiche.

Disprassia: caratteristiche e fattori di rischio

La disprassia ha un’incidenza del 5-6% nei bambini tra i 5 e gli 11 anni di età (nei bambini di 7 anni l’1,8% ha la diagnosi di disturbo dello sviluppo della coordinazione grave e il 3% di disturbo dello sviluppo della coordinazione probabile).

I maschi sono più colpiti rispetto alle femmine con un rapporto maschio/ femmina tra 2:1 e 7:1.

Il decorso è variabile ma stabile fino ad 1 anno di follow up; in adolescenza possono presentarsi miglioramenti, ma i sintomi permangono nel 50-60% dei soggetti.

I fattori di rischio della disprassia sono classificati in ambientali, genetici e modificatori del decorso. Tra i fattori ambientali sono annoverati l’esposizione prenatale all’alcol e il parto prematuro, con basso peso dei bambini alla nascita. Per i fattori genetici sono state ipotizzate disfunzioni cerebellari, ma le basi neuronali del disturbo rimangono poco chiare. Inoltre, gli individui con Disturbo da deficit di attenzione/ iperattività (ADHD/ DDAI) e disturbo della coordinazione motoria mostrano una maggior compromissione rispetto agli individui con DDAI senza disturbo dello sviluppo della coordinazione motoria (modificatori del decorso). Infine, spesso vengono riscontrati problemi durante la gravidanza o al parto ed un’alta incidenza della disprassia, come già accennato, nei bambini prematuri e/o a basso peso alla nascita.

Conseguenze funzionali

Le conseguenze funzionali associate alla disprassia possono essere:

  • Ridotta partecipazione a giochi di squadra e attività sportive
  • Scarsa autostima e valutazione di sé
  • Problemi emotivi e del comportamento
  • Rendimento scolastico compromesso
  • Scarsa forma fisica
  • Ridotta attività fisica e obesità

A tal proposito va fatta un’attenta diagnosi differenziale escludendo una compromissione dovuta ad un’altra condizione medica generale, oppure a disabilità intellettiva, DDAI, disturbo dello spettro dell’autistico o sindrome da ipermobilità articolare.

È bene ricordare inoltre che la disprassia si presenta spesso in comorbilità con disturbi del linguaggio e dell’eloquio, disturbi specifici dell’apprendimento, disturbo dello spettro autistico e con ipermobilità

La disprassia secondo la classificazione dell’ICD-10

L’ ICD-10 (International Classification of Diseas) inserisce la disprassia fra i Disturbi Evolutivi Specifici della Funzione Motoria (DESFM).

La prassia viene definita come “un movimento intenzionale compiuto con
 destrezza” (Sabbadini, 2005), la disprassia si presenta dunque come un “disturbo dell’esecuzione di un’azione intenzionale” e più in particolare come la “difficoltà a rappresentarsi, programmare, ed eseguire movimenti intenzionali in serie o in sequenza, finalizzati al raggiungimento di un preciso scopo ed obiettivo”.

I soggetti disprattici non riescono ad acquisire e quindi ad automatizzare movimenti intenzionali finalizzati al raggiungimento di specifici obiettivi predefiniti e necessitano di pensare alla pianificazione dei movimenti (Sabbadini, 2005).

Nello stesso bambino è possibile riscontrare una o più tipologie di disprassia, di cui una tipologia è preminente rispetto ad altre. Si può avere: disprassia verbale, orale, dell’abbigliamento, degli arti superiori, della scrittura, di
sguardo, della marcia, del disegno, costruttiva.

Ne derivano le varie difficoltà nelle attività della vita quotidiana, (vestirsi, svestirsi, allacciarsi e slacciarsi le scarpe), l’usare gesti espressivi per comunicare particolari stati d’animo o veri e propri deficit durante le attività scolastiche.

Tra le varie problematiche che si possono incontrare in ambito scolastico, analizzeremo le difficoltà di scrittura, mettendo in evidenza la correlazione esistente tra disprassia e disgrafia.

Perchè la disprassia viene definita anche come disturbo dell’integrazione neurosensoriale?

Interessante, è il fatto che la disprassia è stata definita già molti anni fa come disturbo dell’integrazione neurosensoriale, in particolare negli aspetti visivi e tattili, interpretabile in tal senso come possibile componente eziologica (Ayres, 1972; Dewey & Kaplan, 1994; Dunn et al, 1986).

I bambini disprattici, sin dal primo anno di vita, risultano molto sensibili al tatto, alla luce, a rumori intensi e spesso presentano difficoltà alimentari in quanto sono molto selettivi nel tipo di alimentazione.

Disprassia e Disgrafia

La scrittura è una prassi complessa, ovvero un atto motorio finalizzato all’uso di un oggetto (penna, matita, etc.). Scrivere, richiede un input, ossia una rappresentazione mentale dell’attività, una processazione e una programmazione dell’azione con successiva esecuzione e verifica; il tutto è regolato dal sistema attentivo esecutivo.

La disprassia si trova spesso in comorbidità con la disgrafia, ma le disgrafie non derivano necessariamente da una disprassia (Mazeau, 2005).

La disgrafia, definita nel DSM-5 come “perdita di espressione scritta”, 
è un disturbo specifico dell’apprendimento, correlato alla difficoltà di riprodurre graficamente segni numerici ed alfabetici. La scrittura risulta deficitaria per velocità, leggibilità e qualità della grafia.

Di seguito analizzeremo alcune caratteristiche che contraddistinguono la disgrafia su base disprattica: la lentezza, la fluttuazione della performance e la scarsa strutturazione delle lettere (Mazeau, 2016).

  • La lentezza nella scrittura, con impossibilità a velocizzare, è sintomo della mancata automatizzazione della scrittura
  • Nella fluttuazione della performance, il bambino realizza la stessa lettera in modi diversi a seconda del contesto grafico e dei momenti e mette in pratica modi diversi di indovinare e sbagliare
  • Ultima caratteristica è la scarsa strutturazione delle lettere, le quali vengono realizzate per tratti con un aggravamento del disturbo nel corsivo

Nessuno di questi segni, preso in maniera isolata, è sufficiente a fare una diagnosi; la presenza di un disturbo o di un ritardo delle competenze grafiche significativo, va attestato con test standardizzati e con una diagnosi differenziale (Mazeau, 2008). Accertata la disprassia il bambino verrà preso in carico per eventuale trattamento della disgrafia.

Ora, invece, ci concentreremo sulle difficoltà prassico motorie che si ripercuotono sulla disgrafia. Un bambino con disprassia, incontra delle difficoltà nell’equilibrio, nell’oculomozione, nell’organizzazione degli arti superiori, delle mani e delle dita. A tali difficoltà si associano deficit nelle abilità sequenziali, grafico-motorie e manuali.

  • Le difficoltà nell’equilibrio e nei movimenti delle mani e delle dita, si ripercuotono sulla scrittura, in quanto determinano una postura non ergonomica con eccessiva vicinanza al foglio, poca fluidità e rigidità del polso, accompagnati dalla errata impugnatura dello strumento grafico e dalla difficoltà di separazione delle dita
  • L’oculomozione è importante nel momento in cui il bambino deve copiare dalla lavagna, gestire lo spazio e l’andare a capo sulle righe del foglio
  • Le abilità sequenziali, grafico-motorie e manuali, determinano difficoltà nell’orientamento sinistra-destra, inversione dei grafemi e continue interruzioni del tratto grafico con una scrittura dismetrica, poco o troppo marcata. Il bambino disprattico incontra notevoli difficoltà nel tagliare a causa dell’impugnatura sbagliata delle forbici (Pratelli, 1995)

Tale correlazione tra disprassia e disgrafia è riconosciuta da tempo in lavori di ricerca a livello internazionale e nazionale, ma le difficoltà su base prassico motorie sono correlate anche ad altri disturbi dell’apprendimento (Sabbadini, 2016).

Lettera aperta al mio corpo. Finalmente ti voglio bene.

Si dice che la psicoterapia è il percorso dei coraggiosi, di chi ha voglia di guardarsi dentro, di guardare in faccia le proprie paure ed insicurezze più profonde.. è un percorso faticoso, lungo e tortuoso ma che porta poi ad una vera e propria rinascita che con gratitudine e felicità condivisa è bello ascoltare quando ci viene raccontata dai nostri pazienti.

 

Oggi E. I. è una donna di quasi 40 anni ma ha iniziato a controllare ossessivamente il suo corpo prima ancora di compierne 20, quando ha deciso di liberarsi di quei chili di troppo che immaginava fossero alla base della sua percezione di inadeguatezza.
 Solo recentemente, dopo 3 anni di psicoterapia resi possibili dal giusto mix di curiosità e forza di volontà, E. I. ha capito che il suo corpo di bambina e poi di ragazza mangiava in eccesso per proteggerla da pericoli e dolori più grandi. E. I. sta quindi gradualmente imparando a volergli bene, liberandolo dal controllo e concedendogli quel diritto di parola necessario per comprendere chi è lei e cosa le piace fare.
 Oggi E. I. è un’appassionata  escursionista e un’esploratrice che sta restituendo al suo corpo la funzione di bussola che gli ha negato per la maggior parte della sua vita.

Siccome ha riscoperto anche la passione per la scrittura, lo racconta in questa lettera scritta proprio al suo corpo. 

Ilaria Cosimetti

 

Caro Corpo,

innanzitutto voglio dirti che ti voglio bene. Che ti sento mio e che non voglio essere in nessun altro corpo se non in te. Una dichiarazione d’amore in grande stile in poche parole. Non sei perfetto, ma abbiamo lasciato per troppo tempo il permesso che altri sottolineassero la tua imperfezione; è ora che riprendiamo la consapevolezza del tuo valore.

È una bugia dirti che ti ho sempre voluto bene. Ti ho odiato. Ti ho disprezzato. Ho tentato di distruggerti in ogni modo. Con la mia rabbia, con il cibo, con l’allenamento, con la mia disperazione, con la mia malattia.

E tu, caro Corpo, sei sempre risorto e mi hai sempre urlato in faccia che tu volevi vivere, che tu esistevi. Ti ho fatto ammalare eppure tu, anziché ribellarti, mi hai perdonato e mi consenti una seconda possibilità. La possibilità di vivere le mie passioni e di fare tutto ciò che amo.

Oso dire che, a dispetto di tutto quanto ti è stato detto quando eri piccino e di quanto ti ho detto io una volta cresciuta, sei davvero forte, più forte di quanto avessi mai immaginato. Dopo tutto quello che ti ho fatto passare ti sottopongo ad altre fatiche: camminate, peso dello zaino, alzate all’alba ecc… 
E tu mi segui, ti spingi oltre i tuoi limiti, oltre a quanto ti ho fatto ammalare.

Ti voglio ringraziare. Sappi che tutte queste fatiche vengono dall’amore, dalla gioia, dalla felicità, dalla pace. Non aver più paura, lasciati andare. Nessuno ti farà più del male. Nemmeno io. Desidero che tu sia libero di essere quello che sei. Sai che ti controllo un po’ ancora ma ti voglio bene e sono pronta ad ascoltarti e a mollare il colpo se ti sento borbottare. Mi raccomando tu borbotta se faccio qualcosa che non ti piace. Io sono qui e ci sono per te, come mai prima d’ora.

Ti voglio bene corpo mio, grazie per tutta la tua forza, determinazione, energia. Grazie per tutte le camminate ed avventure, per le uova con speck e patate ed i grappini che hai ingurgitato senza fiatare… eh lo so che erano proprio buoni. Grazie di aver resistito con convinzione al freddo dei 3000 metri, di aver folleggiato sull’altalena in mezzo ai monti, di aver sopportato bene il poco sonno e le poche comodità.

Ti svelo anche un segreto: ti ricordi che le gambe non mi piacevano per nulla perché erano belle “strutturate”. Persino quando sono stata anoressica le vedevo grasse. Ora io le amo perché grazie alla loro struttura sono forti e fanno di me una camminatrice di tutto rispetto. Vanno bene così. Andiamo bene così. Dobbiamo imparare a non continuare a valutarci. Ci hanno e ci siamo valutati e misurati abbastanza. Viviamo e lasciamo che sia.

Un miracolo di alta nutrizione – La dipendenza dal gusto del cibo: quando sale, zucchero e grassi sono troppi

La genetica dell’uomo può rivelarsi spietata con coloro che tentano di stravolgerne la logica: per migliaia di anni l’uomo è stato attivo, dinamico (una circostanza che odiernamente può essere mimata con l’attività fisica) e nutrizionalmente focalizzato solo su determinati alimenti, quelli disponibili in natura. Cosa succede se mangiamo cibi alterati?

 

Attualmente, siamo di fronte a nuovo paradigma alimentare: consumare un buon cibo (e spesso lo si intende come “artefatto”) è un’esperienza emblematica dell’uomo odierno. Nulla di male, se non fosse per il fatto che i cibi di oggi hanno più presa sui centri di ricompensa del cervello portandoci spesso a sviluppare una dipendenza dal gusto del cibo.

Questo potrebbe significare aver bisogno di mangiare di più per trovare maggiore soddisfazione, portando quindi a maggior rischio di obesità.

Gusto per i cibi: si influenza nei primi 18 mesi di vita

L’esperienza nutrizionale che inizia con lo svezzamento porta l’individuo a consolidare, e in qualche modo “congelare”, scelte alimentari abbastanza rigide, rafforzate dall’esperienza (Greco, Morini, 2010). Successivamente, quando il bambino inizia a camminare sviluppa gradualmente una resistenza a nuovi alimenti, denominata neofobia: egli non vuole modificare le sue certezze, la sicurezza degli alimenti. Questo meccanismo innato ha permesso ai bambini che iniziavano a camminare in un ambiente pieno di pericoli alimentari (erbe pericolose, alimenti deteriorati ecc) di limitare l’esposizione ad alimenti che non erano già stati registrati durante i primi 18 mesi di vita, sotto la tutela materna (Cooke et al., 2007). Di conseguenza chi non ha conosciuto vegetali fin dallo svezzamento – con la loro componente moderatamente amara legata a polifenoli, flavonoidi, terpeni glucosinolate e altre molecole benefiche – tenderà a respingerli con forza nel secondo anno di vita. Se non si cambia comportamento, la divisione tra gli alimenti diventa con il tempo sempre più netta e sarà sempre più difficile far sperimentare al bambino nuovi piatti poco invitanti o prodotti salutari che “bisogna mangiare”, come, tipicamente, le verdure (Hendy et al., 2009) e la frutta.

Dipendenza dal gusto: perché cerchiamo alcuni cibi

L’industria alimentare investe molte risorse per produrre cibi che sollecitino il piacere fino ad una vera e propria dipendenza. Gli ingredienti che maggiormente legano il consumatore a determinati cibi sono il contenuto di sale, grassi e zuccheri. Questo fenomeno viene definito bliss point. Alla base di quest’ultimo ci sarebbe un mix di ingredienti – come quelli citati – in grado di alterare i nostri sistemi percettivi. In natura, infatti, tendiamo a preferire quegli alimenti dolci o salati, ricchi di grassi, con un’alta densità energetica. Da alcuni studi è risultato che, nelle cavie, i neuroni del globo pallido ventrale vengono attivati quando si sottopongono rapide sequenze di impulsi in presenza della presentazione ed assunzione di stimoli alimentari piacevoli come lo zucchero (Tindell et al. 2006). Ne deriva, altresì, una maggior produzione di dopamina e di endorfine, le quali vengono considerate oppioidi endogeni, che ci conducono verso la preferenza di cibi con un’alta palatabilità. Ad essere coinvolto in questo meccanismo, dunque, vi è il nostro sistema dopaminergico e il sistema limbico.

Secondo alcune ricerche si è ipotizzata l’esistenza di un meccanismo attraverso cui alcune ricompense, come il cibo in questo caso, rinforzano particolari comportamenti: questo è dovuto da neuroni dopaminergici dell’area ventrale tegmentale che si attivano inizialmente all’arrivo del cibo. In altri termini lo scopo è suscitare una vera e propria dipendenza dal gusto di determinati alimenti.

Dipendenza dal gusto: si guarisce

La scelta dei cibi è in riferimento principalmente al nostro passato (educazione gustativa) e all’intervento di terzi nella produzione di artefatti alimentari (Bliss point).

La buona notizia è che nel giro di poche settimane, mangiando in maniera più sana, le nostre sensazioni gustative si assoggetterebbero ad un cambiamento, così che gli alimenti con quantità minore di sale, zucchero e grassi apporterebbero al nostro palato un sapore migliore (Greger 2014). Le sperimentazioni hanno fornito le prove che dimostrano che se evitiamo per qualche settimana il cibo “spazzatura” e i prodotti di origine animale dalla nostra dieta, i nostri gusti cominciano a cambiare.

Inserire, ad esempio, gradualmente frutta e verdura, oltre a depurare il nostro organismo, permetterà di eliminare la dipendenza dal gusto di cibo dai sapori forti.

Quanto più a lungo si consumano cibi più sani, migliore sarà il sapore che verrà percepito dai nostri sensi successivamente (Greger 2014).

 

Sesso e felicità: è il sesso a renderci più felici? O sono le persone felici a fare più sesso?

Il sesso, secondo questo recente studio, fa parte a tutti gli effetti dei fattori che ci rendono più felici. Non conterebbe se all’interno o meno di una relazione stabile.

 

In seguito alle numerose ricerche condotte nell’ambito del benessere, ad oggi le teorie psicologiche affermano che per condurre una vita felice siano necessarie tre caratteristiche:

  • Avere relazioni (non solo sentimentali)
  • Avere un senso di appartenenza
  • Avere degli obiettivi.

Sesso e felicità: quale relazione

A queste tre caratteristiche fondamentali, alcuni studiosi aggiungono il perdono, la gratitudine, la generosità e la compassione. Secondo un team di psicologi della Georg Mason University, in tutte queste ricerche è sempre stato tralasciato il sesso. Spesso è trattato come un argomento tabù, viene preso in esame raramente e in molti articoli viene ignorato.

I ricercatori, con uno studio di tre settimane (Kashdan et al., 2018), hanno cercato di ridare importanza al sesso e di correggere questa visione.

Nello studio sono state osservate le associazioni tra frequenza e qualità del sesso, umore e significato della vita. I partecipanti, 152 studenti universitari (116 donne, età media 24,63% in una relazione monogama), per tre settimane hanno dovuto annotare su un diario ogni giorno i propri stati d’animo, quanto sentivano importante la loro vita e qualsiasi tipo di attività sessuale avuta (dal bacio al rapporto completo), incluso il piacere e l’intimità provata.

Nelle precedenti ricerche sono state trovate correlazioni tra sesso e felicità, ma nessuno è riuscito ad individuare il rapporto di causalità; ovvero non è chiaro se è il sesso a rendere felici, o l’essere felici che porta ad avere più rapporti sessuali.

Sesso e felicità: i risultati dello studio

Gli autori di questo studio invece hanno individuato causa ed effetto. Dalla ricerca è emerso che chi ha rapporti sessuali riporta stati d’animo positivi il giorno dopo il rapporto ed un senso d’importanza della propria vita maggiore.

Non risulta vero il contrario: un maggiore senso della propria vita e sentimenti positivi non portano ad avere più rapporti sessuali. I risultati non cambiano da maschi a femmine.

In termini di natura dell’esperienza sessuale, un maggiore piacere, ma non intimità, è associato ad un umore positivo il giorno dopo.

Per quanto riguarda l’essere in una relazione o meno, non ci sono state grandi differenze. Secondo gli autori essere semplicemente in una relazione non è sufficiente per trarre benefici da attività piacevoli.

L’unica eccezione tra i benefici derivanti dal sesso, riguarda i ragazzi che avevano una relazione da poco tempo. Per loro infatti, il giorno dopo il sesso non era migliore in termini di stati d’animo, anzi questi erano più negativi. Gli autori giustificano questo risultato suggerendo che chi è in una nuova relazione, nel giorno in cui si hanno rapporti sessuali, i sentimenti negativi sono minori e quindi nel passaggio al giorno dopo la differenza è maggiore.

Lo studio presenta alcuni limiti:

  • i partecipanti erano tutti ragazzi universitari, le cui vite sessuali tendono ad essere diverse rispetto alle persone adulte
  • uno studio di tre settimane rappresenta solo una piccola parte della vita di una persona.

Gli autori ritengono comunque che il loro studio sia di grande importanza per la ricerca sul benessere ed è necessario effettuare ulteriori ricerche sul comportamento sessuale.

Dal verdetto del dodo alla strategia del cuculo: l’efficacia della terapia è dovuta a fattori specifici o alla relazione? – Un commento di Giovanni Maria Ruggiero

Parte bene la risposta di Giuseppe Magistrale all’articolo di Valentina Davi, in cui erano commentati i risultati di uno studio di Poulsen e collaboratori (Poulsen et al., 2014) in cui sembrerebbe esserci un netto vantaggio a favore della terapia cognitivo comportamentale rispetto a un trattamento psicoanalitico a lungo termine per la bulimia. Parte bene ma finisce male, almeno dal mio punto di vista. Finisce male per le prospettive della psicoterapia…

 

Parte bene la risposta di Giuseppe Magistrale all’articolo di Valentina Davi del 16 luglio su State of Mind in cui erano commentati i risultati di uno studio di Poulsen e collaboratori (Poulsen et al., 2014) in cui sembrerebbe esserci un netto vantaggio a favore della terapia cognitivo comportamentale rispetto a un trattamento psicoanalitico a lungo termine per la bulimia.

Parte bene perché accetta la sfida empirica e risponde in maniera non ideologica, ma riportando dati significativi. Parte bene ma finisce male, almeno dal mio punto di vista. Finisce male per le prospettive della psicoterapia: in questo mio breve commento a Magistrale mi limito a sottolineare alcuni aspetti del tipo di analisi empirica di solito utilizzata dai fautori della relazione, aspetti che –lo ribadisco: a mio parere- rischiano di attribuire al paradigma relazionale una vittoria di Pirro, un tipo di vittoria in cui i costi sono superiori ai benefici e che a loro volta rischiano di danneggiare l’intero movimento psicoterapeutico.

La risposta di Magistrale utilizza una serie di obiezioni più o meno forti e interessanti contro il dato riportato da Poulsen et al. (2014) a favore della superiorità tecnica della terapia cognitivo comportamentale (da questo momento: la TCC) per la bulimia non per additare una incoraggiante direzione alternativa alla TCC, ovvero una terapia relazionale separata e distinta dalle altre psicoterapie e in grado di promettere nel tempo un significativo incremento di efficacia che dipenda da specifiche abilità professionali –relazionali appunto- che una volta imparate e migliorate nel tempo ci facciano diventare tutti terapisti migliori, ovvero più efficaci.

Efficacia della psicoterapia: il rischio insito nel relazionalismo

Purtroppo non è così. La conclusione di Magistrale è invece, come spesso accade con i relazionalisti, conservativa, difensiva e non promettente di nuovi sviluppi. Il relazionalismo predicato da Magistrale è quello solito: non un nuovo paradigma distinto dagli altri e onestamente in competizione con le altre psicoterapie, ma una qualità aspecifica, già presente in tutte le altre psicoterapie e in grado di spiegare indistintamente l’efficacia di tutte le psicoterapie, efficacia che sarebbe sempre e costantemente uguale per tutte le psicoterapie. Quindi non un fattore che promette sviluppi ma che spiega l’esistente e lo spiega in una maniera deprimente e in ultima analisi estremamente squalificante per un secolo di modelli e teorie psicoterapeutiche: tutti gli sforzi teorici e clinici fatti finora per migliorare la psicoterapia, dalla psicoanalisi freudiana ai suoi mille e più superamenti, dal cognitivismo beckiano ai suoi superamenti (avviati anch’essi a diventare mille e più) sono stati equivoci teorici che non spiegavano nulla, fantasie non più scientifiche di tante mitologie, teologie e filosofie del passato –da Zeus a Hegel- mentre il vero fattore era lì: la relazione. Primo motore immobile e già in sé perfettissimo, funzionante già prima di ogni procedura o protocollo, addirittura funzionante prima che fosse descritto, insegnato o raccomandato, e in grado di far funzionare qualunque psicoterapia anche nel caso che in essa non si faccia mai menzione di relazione e non ci si sogni di trattarla, o anzi la si concepisca come un ostacolo, come in certe forme primigenie di psicoanalisi.

Verdetto del dodo o strategia del cuculo?

Più che verdetto di Dodo, io parlerei di strategia del cuculo. Come il cuculo deposita le sue uova nei nidi degli altri uccelli e fa allevare i suoi pulcini a spese altrui, così la relazione si insedia negli altri paradigmi e lascia crescere la sua reputazione di unico e vero fattore di cambiamento a spese degli altri modelli, trasformandoli in fantasie metafisiche. Questo modo di concepire la relazione, che è poi quello dei fattori comuni di Lambert (Lambert e Barley, 2001), conferisce a chi lo adotta una vittoria di Pirro, in cui pur di impedire all’avversario di invocare un successo ci si accontenta di descrivere la psicoterapia come un processo che funziona fondamentalmente da solo, in base ad abilità intuitive, sofisticate nella costituzione ma immediate nell’applicazione. Una deriva che rischia di andare incontro ai peggiori istinti dei terapisti, in quanto trasforma la nostra professione in una facoltà intuitiva che va eseguita senza troppi controlli empirici e senza troppa disciplina tecnica. Una deriva dilettantesca che spesso è tamponata con un rimedio che è peggiore del male: celandosi dietro la solita raccomandazione di tipo sapienziale e non scientifico, la raccomandazione della necessità di una generica e fumosa crescita personale difficile da definire se non nei termini della solita analisi personale didattica. Perdonate la cattiveria: è l’analista didatta relazionalista esperto in fattori comuni in ultima analisi il beneficiario finale, il cuculo che ha depositato le sue uova nei nidi degli altri.

Beninteso, i dati di Magistrale sono reali, anche se a loro volta non conclusivi come quelli di Poulsen et colleghi, del resto. Sarà una lunga lotta alla fine della quale se e quando dovessero essere definitivamente confermati, essi ridurranno la psicoterapia a un placebo leggermente più efficace dell’assenza di cure, come ha già dimostrato Cuijpers (Cuijpers, van Straten, Andersson, e van Oppen, 2008; Cuijpers, Driessen, Hollon, van Oppen, Barth e Andersson, 2012). Se fosse confermato che questa è la realtà ne prenderemo atto, come è giusto che si faccia con ogni dato concreto.

Nel frattempo continuiamo a sperare in un più onesto avversario al posto della relazione intesa come fattore comune alla Lambert: non un fattore già presente che rende tutto uguale e rende ognuno vincitore di una gara strampalata e inquietante, ovvero il croquet di Alice nel Paese delle Meraviglie giocato con fenicotteri per mazze e porcospini come palle alla fine della quale chi perde rischia di essere decapitato per decisione della Regina di Cuori. A proposito: ci siamo mai chiesti, psicoanaliticamente, il significato simbolico della scelta del verdetto del dodo? Ovvero la psicoterapia come gioco surreale, inquietante e assurdo in cui vincono tutti e si rischia la morte? Per decapitazione?

Speriamo in una paradigma relazionale diverso, ovvero distinto e in competizione per la palma di vincitore onesto e non parassitario, fattore non comune ma specifico e in grado di promettere risultati migliori e quindi un maggiore benessere per i nostri pazienti. Basta con le metafore ornitologiche, basta con i dodo, i fenicotteri e il cuculo.

 


Per saperne di più, leggi gli altri articoli pubblicati da State of Mind:

  1. Una psicoterapia vale l’altra? Non chiedetelo al dodo – Di Valentina Davi
  2. Una psicoterapia vale l’altra? Hanno ammazzato dodo, dodo è vivo! – Di Giuseppe Magistrale
  3. Dal verdetto del dodo alla strategia del cuculo: l’efficacia della terapia è dovuta a fattori specifici o alla relazione? – La risposta di Giovanni Maria Ruggiero
  4.  Il verdetto del Dodo: perché il Dodo deve o non deve morire – Antefatto e Primo quadro – Di Angelo Maria Inverso
  5. Il verdetto del Dodo: perché il Dodo deve o non deve morire – Secondo quadro – Di Angelo Maria Inverso
  6. Il verdetto del Dodo: perché il Dodo deve o non deve morire – Terzo quadro, Epilogo e penultimo verdetto – Di Angelo Maria Inverso
  7. Il verdetto del Dodo ha un adeguato fondamento empirico? Non sembra – Di di Francesco Mancini e Guyonne Rogier
  8. L’alleanza terapeutica è il fattore aspecifico che renderebbe efficace qualunque psicoterapia? Non ci sono ragioni per supporlo – di Francesco Mancini e Guyonne Rogier

 

 

Una psicoterapia vale l’altra? Hanno ammazzato dodo, dodo è vivo!

Partendo da un articolo pubblicato su The Guardian nel 2014, vengono messe a confronto la terapia cognitivo comportamentale (CBT) e la terapia dinamica nel trattamento dei disturbi alimentari. I risultati non sono così facili da interpretare ed è bene fare attenzione nel definire una terapia più efficace dell’altra.

 

In un articolo pubblicato il 16 luglio su State of Mind vengono riportati i risultati di uno studio di Poulsen e collaboratori (Poulsen et al., 2014) in cui sembrerebbe esserci un netto vantaggio a favore della Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT) rispetto a un trattamento psicoanalitico a lungo termine per la bulimia messo a punto dai primi autori dello studio, due psicoterapeuti a orientamento analitico.

Risultato ancor più sorprendente, il vantaggio della CBT sarebbe straordinario, dato che secondo l’articolo a praticarla sarebbero due psicoanalisti, e non terapeuti cognitivo comportamentali. Se fosse così questo risultato sarebbe sicuramente degno di nota, dato che in molti studi che comparano diversi trattamenti per un singolo disturbo è presente il cosiddetto “allegiance effect”: in altre parole, se gli autori dello studio sono di orientamento psicoanalitico, è più probabile che la spunti una terapia analitica, se invece gli autori dello studio sono sbilanciati per la CBT, il risultato dello studio sarà probabilmente altrettanto sbilanciato in favore della CBT. In questo caso lo studio sarebbe stato condotto da due terapeuti analitici che avrebbero anche somministrato di persona la CBT, a seguito di un training condotto con Christopher Fairburn, l’ideatore della CBT-E, la variante della CBT per i disturbi del comportamento alimentare.

Peccato che in questo caso le cose non stiano affatto come descritto nell’articolo, tratto da un pezzo di Freeman & Freeman pubblicato nel 2014 sul The Guardian.

Prima di farci prendere dall’entusiasmo nella rincorsa al sacro graal della psicoterapia, è bene leggere con attenzione lo studio, che è ben lontano dal dimostrare che il dodo è morto o che c’è un trattamento migliore di un altro per la bulimia, per quanto i risultati dello stesso, all’epoca, sembrassero promettenti. Ecco una lista di diverse inesattezze riportate nell’articolo e di buone ragioni per prendere con le pinze questo risultato, e qualche ragione pratica per prenderlo in considerazione a prescindere dal proprio orientamento teorico.

  1. In nessuna parte dello studio è scritto che a somministrare la CBT sono stati degli psicoanalisti, né che Poulsen e Lunn (i primi due autori, terapeuti di orientamento analitico) si siano fatti addestrare da Christopher Fairburn, l’ideatore del trattamento transdiagnostico CBT-E per la cura dei disturbi alimentari. Traduco parola per parola ciò che è invece scritto nello studio di Poulsen et al. per correggere questa inesattezza (abbastanza grave) presente nell’articolo apparso sul The Guardian:

    Sono stati usati due gruppi di terapeuti, uno per trattamento. Il trattamento psicoanalitico è stato somministrato da sei psicologhe cliniche e due psicologi clinici. In media, i terapeuti avevano 17 anni di esperienza psicoterapeutica. I terapeuti avevano almeno 2 anni di training in varie modalità di trattamento psicoanalitico o psicodinamico, e tutti erano supervisionati bisettimanalmente dal primo e dal secondo autore, che hanno elaborato il trattamento. La CBT è stata somministrata da uno psicologo uomo, due psicologhe donne e una psichiatra. In media, i terapeuti avevano 8 anni di esperienza terapeutica. Tutti i terapeuti avevano completato un training generico di 1 anno in CBT e tutti hanno partecipato in un workshop iniziale di 2 giorni fornito dall’ultimo autore (Christopher Fairburn). I terapeuti erano supervisionati bisettimanalmente via videoconferenza dall’ultimo autore, che ha elaborato il trattamento.

  2. La presenza di Christopher Fairburn come ultimo autore dello studio dovrebbe bastare per mettere a tacere qualsiasi presunzione di “allegiance effect”. Tra gli autori è infatti presente l’ideatore del principale trattamento in voga in ambito CBT per i disturbi alimentari, mentre i primi due autori sono gli ideatori del trattamento psicodinamico somministrato nel trial. Questo non rende l’articolo sbilanciato per una delle due terapie.
  3. Rimane il fatto che, in effetti, le proporzioni di sintomi in remissione nei due gruppi siano diverse. La CBT ottiene risultati migliori in questo studio. Questo è un risultato reale ed è importante. Tuttavia, non basta uno studio per asserire che una terapia è migliore di un’altra e pensarlo significa avere poca esperienza nella ricerca clinica, o forse essere vittime in prima persona del famigerato “allegiance effect”. La ricerca empirica sulla validità della terapia dinamica nella bulimia nervosa è agli albori e all’epoca della sua pubblicazione questo era l’unico studio in cui la CBT-E veniva comparata con una psicoterapia analitica. In un altro studio recente (Stefini et al., 2017) pubblicato sul Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry viene comparata con la CBT una versione della terapia dinamica più focalizzata sui sintomi. I risultati hanno mostrato una sostanziale equivalenza tra le due forme di terapia, con piccole differenze a vantaggio dell’una o dell’altra nella cura della bulimia. Un risultato molto diverso dal precedente, nonostante gli autori sottolineino come i due trattamenti siano radicalmente diversi, e che l’unica cosa ad accomunarli sia una maggiore strutturazione.
  4. Una importantissima meta-analisi condotta nel 2013 pubblicata su Clinical Psychology Review che esamina le comparazioni dirette tra CBT e altri trattamenti attivi in 53 studi non ha trovato alcun supporto all’idea che ci sia specificità del trattamento per Bulimia Nervosa e Binge Eating Disorder (Spielmans et al., 2013). Questa meta analisi era presente al tempo in cui Freeman & Freeman hanno scritto l’articolo per il Guardian, ma curiosamente non riportata.
  5. Un altro studio recente che compara CBT-E (anche qui, i terapeuti hanno ricevuto il training da Fairburn in persona) e terapia dinamica focale nel trattamento dell’anoressia nervosa, mostra che le proporzioni di pazienti in remissione sono a favore della terapia dinamica (Zipfel et al., 2013). Questo basta per dire che la terapia dinamica è meglio della CBT nel trattamento dell’anoressia nervosa e dire addio all’effetto dodo? Ovviamente no. Nessun ricercatore sognerebbe di dire una cosa del genere. Il dodo sarà pure qualunquista, ma ad oggi rimane uno degli effetti più replicati in psicologia. Probabilmente verrà smantellato, ma non possiamo ucciderlo solo perché ci sta antipatico.

Terapia dinamica o CBT? Conclusioni

Allora in che direzione ci porta la letteratura corrente? Quello che forse un clinico può dedurne, è che quando il paziente è d’accordo e la relazione terapeutica lo permette, focalizzarsi attivamente sulla sintomatologia secondo la propria formazione di riferimento è preferibile, come lo psicoanalista relazionale Philip Bromberg ci spiega in un bellissimo articolo sulla bulimia nervosa e la dissociazione (Bromberg, 2001). Bisogna stare però molto attenti: gli studi sulla relazione terapeutica, sia di matrice dinamica che di matrice cognitivo comportamentale, dicono che è da preferire la relazione terapeutica al focus sui sintomi, qualora l’interesse dei pazienti non sia basato sul sintomo.

Nel recente libro a cura di Liotti, Fassone e Monticelli “L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali”, basato sul paradigma teorico della terapia cognitivo evoluzionista, viene presentato un caso curioso: una paziente anoressica continuava a lasciare i percorsi in cui i terapeuti tentavano di farle notare un vistoso sottopeso. La paziente riesce a completare finalmente una terapia solo grazie a un terapeuta che non parla mai del suo stato fisico rispettando i tempi della paziente, che dopo molto tempo tira fuori l’argomento peso di sua iniziativa.

Per concludere, mentre dire che la CBT ha più studi di efficacia alle spalle è corretto, dire che la CBT è superiore alla psicoterapia dinamica è precoce e un po’ di parte ed è proprio la materia di cui è fatto l’allegiance effect: un ragionamento di parte. L’assenza di evidenza non è evidenza di assenza.

A proposito di Allegiance Effect, l’articolo del The Guardian è scritto da Jason Freeman, un giornalista, e suo fratello Daniel Freeman, un forte sostenitore della terapia cognitivo comportamentale. Non esattamente un articolo privo di allegiance, insomma.

 


Per saperne di più, leggi gli altri articoli pubblicati da State of Mind:

  1. Una psicoterapia vale l’altra? Non chiedetelo al dodo – Di Valentina Davi
  2. Una psicoterapia vale l’altra? Hanno ammazzato dodo, dodo è vivo! – Di Giuseppe Magistrale
  3. Dal verdetto del dodo alla strategia del cuculo: l’efficacia della terapia è dovuta a fattori specifici o alla relazione? – La risposta di Giovanni Maria Ruggiero
  4.  Il verdetto del Dodo: perché il Dodo deve o non deve morire – Antefatto e Primo quadro – Di Angelo Maria Inverso
  5. Il verdetto del Dodo: perché il Dodo deve o non deve morire – Secondo quadro – Di Angelo Maria Inverso
  6. Il verdetto del Dodo: perché il Dodo deve o non deve morire – Terzo quadro, Epilogo e penultimo verdetto – Di Angelo Maria Inverso
  7. Il verdetto del Dodo ha un adeguato fondamento empirico? Non sembra – Di di Francesco Mancini e Guyonne Rogier
  8. L’alleanza terapeutica è il fattore aspecifico che renderebbe efficace qualunque psicoterapia? Non ci sono ragioni per supporlo – di Francesco Mancini e Guyonne Rogier

 

 

Dissociazione e trauma: gli ultimi contributi teorici

Avere a che fare con disturbi post-traumatici significa fare i conti con la dissociazione. L’idea generale è che ciò che non riesce a essere elaborato e mentalizzato, inerente un trauma o più traumi, venga dissociato dalla coscienza e sospinto in un luogo protetto non facilmente raggiungibile in modo conscio.

 

Il materiale staccato dalla dissociazione tuttavia risulta fortemente influente sulla vita della persona e in grado di procurargli grandi problematiche a livello di sintomi psicopatologici.

Il DSM elenca molteplici sintomi di natura dissociativa, dalla fuga dissociativa all’amnesia dissociativa, fino ai disturbi di depersonalizzazione e derealizzazione. Esiste inoltre il Disturbo Dissociativo dell’Identità, la ri-formulazione attuale del passato “Disturbo da Personalità Multipla”, di cui mantiene -rivisti- i criteri diagnostici. Parlare di dissociazione vuol dire considerare scisse e non integrate alcune “parti costituenti” normali della psicologia dell’individuo: per esempio è tipico osservare una dissociazione tra razionalità ed emotività in pazienti fortemente traumatizzati. Capiterà cioè di osservare alcuni pazienti che raccontano episodi potentemente drammatici senza mostrare dolore psichico, e senza averlo mai sperimentato a livello somatico.

Dissociazione: ci consente di adattarci al presente

Un meccanismo di difesa simile, “verticale”, aiuta la mente a mantenersi adattata all’ambiente circostante, al prezzo però della sensazione di un senso di incoerenza del Sé e della compromissione di quelle funzioni mentali superiori che consentono di percepirsi integrati e “realizzati” in senso psichico.

Per portare la questione su un esempio concreto, immaginiamo un paziente che abbia da poco superato un grosso incidente d’auto in cui ha visto morire alcuni cari amici: le immagini immagazzinate relative all’incidente, i percetti più “indigesti” dal punto di vista psichico, potranno venire dissociati e riposti in una zona nascosta della coscienza. Come succede spesso nel disturbo da stress post-traumatico, gli stessi percetti torneranno a farsi “vedere” dall’individuo sottoforma di flashback intrusivi, molto disturbanti e ossessionanti, ponendo la persona di fronte alla necessità di attivare strategie di controllo e risoluzione del sintomo.

Genericamente possiamo considerare i sintomi dissociativi dei fallimenti nel tentativo fatto dalla mente di tenere separati -scissi, appunto- contenuti e aree psichiche che per ragioni di funzionamento dell’intero sistema è meglio non si tocchino. Usando una metafora grossolana, è come se nel momento del rischio di allagamento e di affondare, la stiva di una grande nave fosse suddivisa in compartimenti stagni per impedire all’acqua di penetrare ovunque. La mente dissocia contenuti troppo potenti e attivanti in senso emotivo, per poter continuare ad adattarsi al mondo circostante.

Come illustra il lavoro clinico di Van Der Hart (2011), a seguito di dinamiche di questo tipo, si produce una rottura della coerenza del Sé e una suddivisione della personalità in due o più parti, attive in parallelo e osservanti modalità e regole di funzionamento diverse. Persone con questo tipo di problematiche e la cui psicologia utilizzi meccanismi di difesa verticali, possono andare incontro a sintomi dissociativi di varia natura.

Dissociazione: i punti di vista degli studiosi

Esistono due linee di pensiero a riguardo della natura dei sintomi dissociativi:

  • I teorici del continuum (Bernstein, Putnam 1986) sostengono esista un gradiente di gravità dei sintomi stessi, partendo da un senso di straniamento nei confronti della realtà, fino al vissuto di depersonalizzazione (visione di sé dall’esterno) e derealizzazione (incredulità sulla realtà) e alla creazione di un disturbo dissociativo dell’identità. I sintomi dissociativi sono quindi gli stessi, sempre, ma posseggono livelli di gravità diversi.
  • I teorici invece della dissociazione strutturale (e Van Der Hart fa parte di quest’ultimo gruppo), sostengono esistano diverse forme di disturbo dissociativo con impatti diversi sulla psiche della persona (i sintomi dissociativi cambiano e hanno impatti diversi perché hanno natura diversa).

Al di là della diversa posizione tenuta dai due gruppi, si pensa che i sintomi dissociativi rappresentino un fallimento della funzione meta-cognitiva dell’integrazione: esistono elementi diversi dell’esperienza i cui effetti sulla psiche non riescono a essere integrati.

Dissociazione: gli ultimi studi

Nel recente lavoro di Lanius e Frewen “La cura del sé traumatizzato” sono descritte diverse tipologie di sintomo dissociativo, a partire da un modello quadruplo che contempla 4 dimensioni:

  • tempo
  • pensieri
  • corpo
  • emozioni

Prendendo ognuno di questi domini della psicologia e della soggettività dell’uomo, gli autori, ponendosi come prima si diceva entro una posizione che prevede un continuum dei sintomi dissociativi, spiegano come per ognuno appunto di questi domini possano manifestarsi sintomi di natura post traumatica con un diverso gradiente e livello di dissociazione, come si osserva nella seguente figura:

Dissociazione e trauma gli ultimi contributi teorici e la pratica clinica immagine

 

A seconda di come sia stato vissuto e rappresentato il trauma, o in che età questo sia stato vissuto o con quale frequenza o intensità, gli autori procedono ad analizzare come la percezione del tempo, il pensiero, il corpo e l’emotività possano subire distorsioni a seconda del livello di gravità del disturbo post traumatico. Per fare esempi concreti, prendono in analisi molteplici casi clinici in cui osservano come per esempio il senso del tempo subisca profonde trasformazioni quando si è immersi in un flashback post traumatico.

L’assunto generale che sta alla base del lavoro di Lanius e Frewen è che, al massimo grado della loro potenza, i sintomi post-traumatici riescano a produrre un’alterazione della coscienza che conduce a una sorta di aggravamento del sintomo stesso, che si tramuta in qualcosa di più complesso, con una fenomenologia diversa, che a volte viene scambiato per sintomo “psicotico” ma che, di fatto, non lo è.

All’interno del dominio per esempio del tempo, si osservano casi di distorsione e rallentamento del tempo soggettivo: si può rimanere immersi dentro un flashback vivido per mezz’ora, immaginando che siano passati cinque minuti. Oppure, entro il dominio dei pensieri, gli autori descrivono come a partire da una gravità più o meno alta dei sintomi post-traumatici, si possano osservare sintomi diversificati, dai semplici pensieri negativi rivolti a sé, per finire a sentire voci che provengono da dentro la mente (differenti da quelle attribuite a disturbi di natura psicotica, a provenienza esterna a sé).

Procedendo con la disamina della fenomenologia del post-trauma, gli autori osservano quindi come nel dominio del corpo possano osservarsi gradienti diversi di sintomi, anche qui dal semplice stato di iper-arousal fino al senso di “derealizzazione”, cioè di distacco dal proprio corpo, oppure arrivando e a quelli che venivano in passato chiamati sintomi conversivi (parti del corpo anestetizzate senza apparenti motivi medici, etc.).

Infine, per quanto riguarda il dominio emotivo, nel libro viene spiegato come sopravvivere a un trauma possa rendere estremamente difficoltoso accedere alla dimensione dell’emotività, specialmente quando si tratti di maneggiare emozioni di segno positivo come la gioia o la serenità, vissute come aliene o estranee.

Nell’appendice del volume vengono riportate le trascrizioni di molti casi clinici in cui ognuno di questi aspetti viene presentato e approfondito in base a esperienze reali di pazienti sopravvissuti a traumi gravi in età infantile (la durata e l’epoca del trauma è prognosticamente rilevante e da tenere in grande considerazione). Consigliamo il volume a chi voglia approfondire in senso teorico la letteratura relativa al trauma e alle strategie di cura, vista la profondità con cui è analizzata la questione e i numerosissimi riferimenti scientifici usati a supporto della trattazione stessa.

Tricotillomania: un quadro clinico del disturbo, tra DOC e dipendenza

La Tricotillomania è un disturbo caratterizzato dallo strappo dei capelli a fini non cosmetici, che comporta una significativa perdita degli stessi. Il nome deriva dai termini thrix (capello), tillo (tirare) e mania (impulso nervoso) e fu coniato da Hallopeau alla fine del diciannovesimo secolo (VanScoy, 2001).

Federica Bonazzi e Gianfranco Marchesi

 

La Tricotillomania ricorre più frequentemente nelle donne ed è comunemente associata ad umore depresso. Secondo le stime attuali, circa l’1,5% degli uomini e il 3,5% delle donne negli USA durante la loro vita si dedicano a uno strappo non cosmetico dei capelli clinicamente significativo (Ninan et al., 1998). Molti individui che si strappano i capelli soffrono anche di altri disordini, i più comuni dei quali sono l’ansia e la depressione; una terapia per gli individui affetti da tricotillomania dovrebbe quindi includere una valutazione diagnostica che consideri l’impatto globale del disordine sull’individuo (Ninan et al., 1998).

Tricotillomania: un disturbo in comorbilità con ansia e depressione

La Tricotillomania è una forma di alopecia da trazione non cicatriziale ed è un disturbo caratterizzato dallo strappo dei capelli non a fini cosmetici, che comporta una significativa perdita degli stessi. Il nome deriva dai termini thrix (capello), tillo (tirare) e mania (impulso nervoso) e fu coniato da Hallopeau alla fine del diciannovesimo secolo (VanScoy, 2001).

La Tricotillomania ricorre più frequentemente nelle donne ed è comunemente associata ad umore depresso. Secondo le stime attuali, circa l’1,5% degli uomini e il 3,5% delle donne negli USA durante la loro vita si dedicano a uno strappo non cosmetico dei capelli clinicamente significativo (Ninan et al., 1998).

Possono essere strappati peli da ogni parte del corpo e non solo quelli “più comuni” come i capelli del cuoio capelluto, ma anche i peli della barba, delle ciglia, delle sopracciglia, e il pelo pubico (Gaffney, 2005). La maggioranza degli individui comincia a strapparsi i capelli durante l’infanzia o l’adolescenza, sebbene il disturbo possa iniziare ad ogni età.

Gli individui affetti da Tricotillomania provano spesso imbarazzo e vergogna del loro comportamento e dell’aspetto che ne risulta. Sovente elaborano pettinature e trucchi particolari per camuffare le aree pelate o indossano parrucche. (Ninan et al., 1998)

Molti individui che si strappano i capelli soffrono anche di altri disordini, i più comuni dei quali sono l’ansia e la depressione; una terapia per gli individui affetti da Tricotillomania dovrebbe quindi includere una valutazione diagnostica che consideri l’impatto globale del disordine sull’individuo (Ninan et al., 1998).

Ci sono molte esperienze specifiche che possono portare a episodi individuali di strappo dei capelli. Emozioni disturbanti come ansia, tensione, rabbia e tristezza possono aumentare la tendenza a strapparsi i capelli (VanScoy, 2001).

L’atto dello strapparsi i capelli avviene durante attività sia sedentarie sia contemplative, che lasciano le mani libere e la mente occupata diversamente. I capelli sono sovente strappati distrattamente (Gaffney, 2005), mentre il soggetto è coinvolto in un’altra attività, come per esempio mentre legge, parla al telefono, guida o guarda la televisione.

Ci possono anche essere momenti della giornata in cui il rischio dello strappo è maggiore. Molta gente se li strappa di sera, o tardi la notte, quando sono soli, stanchi o mentre stanno cercando di addormentarsi.

Mentre molti individui si strappano i capelli senza essere completamente consapevoli, altri se li strappano con un altissimo grado di attenzione. Costoro possono arrivare a sforzarsi di ottenere una simmetria nella crescita dei capelli, per cambiare o pareggiare la scriminatura, o per tondeggiare un punto pelato , per esempio.

Anche la qualità fisica dei capelli destinati allo strappo può essere importante. Molti individui strappano o la ricrescita dura, o solo i capelli più lunghi, o i capelli di una certa consistenza o colore, come i capelli più spessi o quelli bianchi. Alcuni individui dimostrano un interesse per i capelli che si sono strappati, o per le radici e possono giocarci, mordicchiarli o ingerire le radici o addirittura i capelli interi (Ninan et al., 1998).

Tricotillomania: aspetti psicopatologici ed ipotesi eziologiche

Una delle questioni più dibattute negli ultimi tempi, in campo psichiatrico, riguarda l’individuazione di uno spettro di disturbi collegati ai DOC (O’Sullivan et al., 1998; Swerdlow et al., 1999).

Stein e Hollander (1993) hanno dato una definizione di spettro piuttosto convincente: lo spettro racchiuderebbe quei disturbi che hanno in comune un determinante eziopatogenetico, indicato da studi sulla comorbilità familiare, dall’individuazione di markers biologici comuni e dalla risposta a farmaci della stessa classe. I pazienti con tricotillomania possono avere sia sintomi impulsivi che compulsivi, in quanto il loro comportamento può sia soggiacere all’impulso di ridurre una tensione sottostante sia indurre il soddisfacimento di un piacere (Calvosa et al., 2003).

Recentemente è stata dimostrata la presenza di anomalie strutturali e funzionali nel SNC dei pazienti con disturbi dello spettro impulsivo-compulsivo attraverso la tomografia ad emissione di positroni (PET), tomografia computerizzata ad emissione di singoli fotoni (SPECT) e tomografia computerizzata (CT) (Calvosa et al., 2003). In particolare è stata ampiamente documentata un’iperfrontalità nei pazienti con DOC (Insel, 1992); al contrario in pazienti impulsivi è stata evidenziata una riduzione del consumo metabolico del glucosio a livello dei lobi frontali (Goyer, 1991).

La comune efficacia degli inibitori della ricaptazione della serotonina in entrambe le condizioni costituisce, oltre alle caratteristiche sintomatologiche, la base per l’introduzione anche della tricotillomania (TM) fra i disturbi dello spettro DOC (Stein et. al.,1995).

Nondimeno vi possono essere rilevanti differenze fra i due disturbi, in primo luogo il fatto che la TM presenta maggiori caratteristiche proprie dei disturbi impulsivi (Dèttore, 2003); inoltre, come hanno evidenziato Tukel et al. (2001), i pazienti con TM mostrano punteggi inferiori alla Y-BOCS rispetto ai soggetti DOC e questi sono caratterizzati da una incidenza significativamente più elevata di disturbi d’ansia e depressivi e di disturbi di personalità dell’asse II.

Tricotillomania: spettro DOC o dipendenza?

Cicogni (2002) include il Disturbo del Controllo degli Impulsi (tra cui la tricotillomania) all’interno delle Dipendenze Patologiche.

Una dipendenza patologica (addiction) si instaura quando un individuo impara che uno specifico comportamento può farlo star bene in tempi rapidi, secondo il suo desiderio e/o lo aiuta a superare sentimenti spiacevoli e sintomi disforici di ansia, colpa o altri sintomi depressivi .

Secondo una teoria (Janiri et al., 2003) il craving potrebbe essere indotto da fenomeni di condizionamento con meccanismi di rinforzo sia positivi che negativi. Quando un individuo ha ricevuto ripetutamente ed in situazioni ambientali simili la sensazione di gratificazione che si associa al comportamento impulsivo (rilassamento), per un meccanismo di condizionamento classico, si può predire che il soggetto tenderà a ripetere l’esperienza connessa a tali sensazioni positive in risposta a stimoli condizionanti.

Costituiscono comportamenti potenzialmente addictive tutti gli atti ripetitivi la cui sospensione provoca l’accumulo di una tensione crescente e la cui esecuzione produce piacere e sollievo (Marlatt, 1988; Marks, 1990). Il craving sarebbe pertanto un segnale associato al raggiungimento di una soglia di tensione e alla memoria delle precedenti esperienze di gratificazione. I comportamenti addictive tendono quindi ad automantenersi nonostante gli sforzi di interromperli o moderarli.

E’ stato evidenziato un rapporto tra disturbi impulsivi e compulsivi e sistema serotoninergico ed è stato ipotizzato che possa esservi una base psicobiologica comune allo spettro degli addictive behaviors (Janiri et al., 2003). Per il suo ruolo strategico nella regolazione a più livelli del comportamento e dell’emotività, e più specificatamente nell’equilibrio tra reward e punishment, l’attenzione degli studiosi si è rivolta alla serotonina (Coccaro, 1990). Tali disturbi sembrerebbero rispondere al trattamento con gli inibitori selettivi del reuptake della serotonina, probabilmente attraverso la stimolazione presinaptica dei neuroni serotoninergici nei disturbi impulsivi e la riduzione della sensibilità dei recettori postsinaptici serotoninergici nei disturbi compulsivi.

La causa della Tricotillomania è sconosciuta. I capelli hanno un’importanza simbolica preminente nella maggior parte delle culture, e sono stati associati con la bellezza nelle donne e la potenza negli uomini, non sorprende che siano state proposte varie interpretazioni psicologiche dello strappo dei capelli (Ninan et al., 1998).

Alcuni autori (Persons, 1998) enfatizzano i principi dell’apprendimento e del condizionamento come meccanismi fondamentali nell’origine e nello sviluppo della Tricotillomania.

La Tricotillomania è stata considerata un’abitudine, come il mangiarsi le unghie, che può avere una funzione di sollievo e conseguenze potenzialmente “infelicitanti” (Ninan et al., 1998).

Tricotillomania: l’influenza di serotonina e dopamina

Penzel (2003) ipotizza che la Tricotillomania sia il risultato di una disfunzione del meccanismo che regola i livelli di stimolazione all’interno del sistema nervoso centrale.

Gli esseri umani ricevono in continuazione degli stimoli; se essi sono troppo elevati subentra uno stato di eccitazione, ansia o stress (overstimulation), se sono troppo bassi vi è noia e inattività (understimulation).

Per funzionare ad un livello ottimale è necessario che il livello di stimolazione non sia né troppo alto, né basso; chi soffre di tricotillomania avrebbe difficoltà con i meccanismi interni che regolano l’omeostasi. Lo strappo dei capelli/peli avverrebbe o in uno stato di overstimulation (a causa di stress o eccitamente positivo o negativo) o understimulation (noia o inattività); è probabile che lo strappare i peli sia un tentativo esterno di ristabilire l’omeostasi da parte dell’individuo che soffre di Tricotillomania.

Nella TM i meccanismi nervosi che dovrebbero bilanciare lo stress sembrano non funzionare in modo corretto; probabilmente ciò è dovuto ad una predisposizione genetica che influenza la produzione di serotonina e dopamina nel cervello.

Tricotillomania: i comportamenti di chi ne soffre

Penzel (2000) osservò che per cercare una stimolazione sensoriale tali persone tendono a focalizzarsi sui “luoghi” dove vi sono le terminazioni nervose e che lo strappare, tirare e lisciare i peli/capelli sono solamente alcuni comportamenti di un repertorio più vasto ed antico presente in tutti gli esseri umani (Grooming: comportamento di tolettatura e cura della persona). La differenza va ricercata nel fatto che le persone “normali” li utilizzano ad un livello basso, cioè poco frequentemente, mentre coloro che hanno difficoltà con i propri meccanismi interni di regolazione dello stress, li estremizzavano e li snaturano del proprio significato biologico.

I comportamenti rilevati nella Tricotillomania sembrano offrire tipologie di stimolazione riferite ad aree diverse del cervello (tattile, visiva, orale); i tipi di attività sono raggruppabili in:

  • Stimolazione Tattile (toccare o lisciare i capelli/peli; estrarre i capelli; maneggiare e manipolare il capello/pelo una volta che è stato strappato; disgiungere il bulbo dall’asta del capello/pelo; giocare con il bulbo dopo che è stato separato dal capello/pelo; lisciare i capelli con la guancia o con le labbra);
  • Stimolazione Visiva ( guardare direttamente oppure utilizzando lo specchio, come un capello/pelo è stato estratto; esaminare i capelli/peli strappati; esaminare il bulbo dopo essere stato separato dal capello/pelo e cioè controllare la grandezza, il colore, la presenza di sangue, ecc.).
  • Stimolazione Orale ( tirare i capelli e masticarli; tirare i capelli tra i denti; ingoiare i capelli/peli).

Il disturbo coinvolgerebbe prevalentemente i capelli perché sono “facilmente accessibili” e, almeno all’inizio, sono tanti.

Le aree dove avvengono maggiormente gli strappi sembrerebbero essere ricche di terminazioni sensoriali e sarebbero una fonte naturale di stimolazione.

A causa di una possibile base genetica, questi comportamenti forse sono già presenti nel cervello come parte di vecchi programmi di Grooming e per questo motivo possono essere compiuti quasi automaticamente senza la necessità di prestarvi attenzione.

Gaffney (1995) sottolinea che graffi, morsi ed escoriazioni possono essere associati alla TM. Chi soffre di Tricotillomania sperimenta, prima di emettere il comportamento, un senso di tensione in aumento, quindi, dopo aver compiuto lo strappo, prova sollievo. Alcune persone percepiscono anche un certo grado di piacere dopo aver compiuto l’atto.

Tricotillomania: trattamento farmacologico

Mentre la ricerca è stata limitata, diversi farmaci sono stati sperimentati in studi controllati e sono stati trovati utili per la Tricotillomania (Gaffney, 2005).

Il primo farmaco dimostratosi efficace è la clomipramina (Rovetto, 1992), che ha la capacità di bloccare il riassorbimento di serotonina e noripinefrina, due neurotrasmettitori. Tuttavia, problemi legati ad effetti collaterali hanno limitato l’uso clinico della clomipramina.

La venlafaxina ha proprietà chimiche simili alla clomipramina, produce benefici (documentati) nella tricotillomania ed è generalmente ben tollerata.

Sono stati condotti diversi studi (Penzel, 2001) sui farmaci antidepressivi che bloccano il riassorbimento della sola serotonina (SSRI), con vari risultati. Tali risultati suggeriscono che tra questi SSRI, la fluoxetina, la fluvoxamina, la sertralina, dovrebbero essere considerati farmaci potenzialmente utili.

Sebbene in certi individui si sia sovente notata una riduzione nello strapparsi i capelli, come risposta alla somministrazione dei suddetti farmaci, il miglioramento è sovente modesto e raramente completo. Alcuni individui hanno miglioramenti iniziali, che svaniscono con il tempo. Con i farmaci molti individui che non hanno avuto un gran miglioramento nello strapparsi i capelli, osservano un miglioramento in altre aree, come una riduzione dell’ansia e un innalzamento d’umore.

Tra i farmaci attualmente sotto osservazione ci sono i neurolettici, che bloccano la dopamina. La ragione fondamentale per usarli è un potenziale collegamento tra la TM e i disordini conosciuti come “tic”, come il morbo di Tourette. Sono state notate somiglianze tra le sensazioni che, per alcuni individui, scatenano l’apparentemente irresistibile spinta a strapparsi i capelli e l’impulso che spesso precede un tic motorio (Ninan et al., 1998).

Tricotillomania: trattamento psicoterapico

Per quanto concerne il trattamento psicoterapeutico della Tricotillomania, lo strapparsi i capelli spesso si verifica congiuntamente allo stress, per questo motivo le tecniche di terapia comportamentale all’inizio si focalizzano sull’insegnare modi efficaci per combattere lo stress.

Le tecniche per la gestione dello stress utilizzate includono: il controllo della respirazione, il rilassamento muscolare e tecniche cognitive come lo Stress Inoculation Training (Meichenbaum, 1985), Problem Solving (Meazzini, 1995) e i metodi di autocontrollo (Kanfer, 1975) per aiutare a regolare il malessere.

Un approccio usuale della terapia comportamentale nei confronti della tricotillomania consiste nel cosiddetto “rovesciamento di abitudini” (Habit Reversal Training-HRT; Ninan et al, 1998; Penzel, 2003).

L’HRT consiste nell’aumentare la consapevolezza della persona per ogni singolo episodio di strappo dei capelli e nell’interromperlo per mezzo di una risposta alternativa. Le tecniche per aumentare la consapevolezza dello strappo dei capelli includono l’identificazione dei fattori scatenanti e delle sequenze di eventi associabili allo strappo.

Un elemento cruciale nell’addestramento al rovesciamento d’abitudini consiste, come già detto, nell’utilizzo di una risposta concorrente alla spinta a strappare. La risposta concorrente deve essere necessariamente qualcosa di incompatibile con lo strappo.

Altre strategie di terapia comportamentale impiegano procedimenti di “controllo dello stimolo” (Stimulus Control-SC; Penzel, 2003); tecniche di controllo dello stimolo vengono usate in situazioni a rischio e sono mirate ad interferire con il gesto di strapparsi i capelli.

Altre tecniche comportamentali che si possono utilizzare con la Tricotillomania sono: indossare impedimenti allo strappo, come cappelli, sciarpe, guanti, protezioni in gomma per le punta delle dita, il mantenere le mani occupate e il mantenere le dita lontane dai capelli, a meno che se ne stia avendo cura.

 

 

Autocontrollo e rischio obesità nei bambini: quale differenza tra maschi e femmine

Un nuovo studio della Ohio State University, pubblicato sulla rivista Jama Pediatrics, ha rilevato che un maggiore autocontrollo nelle bambine non necessariamente riduce il rischio di obesità.

 

L’autoregolazione è un importante processo di sviluppo per i bambini; inoltre può essere legata ad un rischio minore di obesità nei maschi più che nelle femmine.

Lo studio sull’obesità nei bambini

Lo studio ha analizzato i dati di un campione rappresentativo a livello nazionale di 6.400 bambini statunitensi nati nel 2001, per vedere se la capacità di auto-regolarsi quando avevano 2 anni era associata al rischio di obesità qualche anno dopo. I dati provengono dal National Center Education Statistics.

L’autoregolazione è stata misurata utilizzando una valutazione di quattro fasi, che ha esaminato nei bambini

  • l’adattabilità
  • la persistenza
  • l’attenzione
  • la tolleranza alla frustrazione.

Obesità e autocontrollo: le differenze tra maschi e femmine

Quando i ricercatori hanno analizzato i dati, dove dividevano i bambini in gruppi che andavano da “meno regolamentati” a “più regolamentati”, hanno scoperto che le bambine a 5 anni, sia che avessero un maggiore o minore autocontrollo, avevano maggiori probabilità di essere obese all’età della scuola materna, rispetto alle coetanee “posizionatesi” nelle categorie intermedie di autocontrollo. Nei maschi invece quelli con più autocontrollo avevano effettivamente meno probabilità di avere dei chili di troppo.

Come ha sostenuto Anderson

questo studio porta a pensare a come i bambini possano reagire in modo diverso ai messaggi e alle aspettative a seconda che siano maschi o femmine, bisognerebbe iniziare ad essere cauti nell’assumere che gli aumenti nell’autoregolamentazione siano ottimali per tutti

I ricercatori dello studio hanno sostenuto che serve molto impegno per promuovere l’autoregolazione nei bambini, come la prevenzione dell’obesità e una migliore preparazione scolastica.

Come cambiare la percezione di sé e della propria vita attraverso le strategie della psicologia positiva

Tra le innumerevoli strade che ognuno di noi cerca ogni giorno per ritrovare un proprio stato di benessere psicofisico, la psicologia positiva fornisce alcuni utili strumenti e nuove chiavi di lettura per leggere se stessi e la propria realtà quotidiana.

 

La psicologia positiva si può esplicitare come un paradigma che, all’interno delle scienze psicologiche, promuove il raggiungimento del benessere individuale attraverso l’implementazione dei costrutti cognitivi positivi, delle emozioni positive e dei comportamenti sintonici con tali aspetti cognitivo-emotivi. Differenti ricerche hanno dimostrato la validità dei costrutti della psicologia positiva nella popolazione generale. In pratica, il coltivare giornalmente i pensieri legati alla riconoscenza verso l’alterità, l’utilizzare delle chiavi di lettura positive per leggere se stessi e la propria realtà quotidiana e il non prendersi troppo sul serio aiutano gli individui a sviluppare l’ottimismo e il benessere psicofisico.

Keywords: psicologia positiva, strategie psicologiche, benessere psicofisico, ottimismo.

Il valore della Psicologia positiva

La psicologia positiva si può esplicitare come un paradigma che, all’interno delle scienze psicologiche, promuove il raggiungimento del benessere individuale, attraverso l’implementazione dei costrutti cognitivi positivi, delle emozioni positive e dei comportamenti sintonici con tali aspetti cognitivo-emotivi (Seligman e Csikszentmihalyi, 2000; Sin e Lyubomirsky, 2009).

La psicologia positiva, in ambito clinico, interviene in maniera efficace nella modificazione delle cognizioni che accompagnano il vissuto depressivo e che si palesano nell’ideologia negativa della quotidianità (Sin e Lyubomirsky, 2009; Bolier e al., 2013). In pratica, essa si pone lo scopo terapeutico di far innalzare il tono dell’umore nelle sindromi depressive, aiutando il paziente a cambiare le idee più negative e disfunzionali (Wellenzohn, Proyer e Ruch, 2018).

Differenti ricerche hanno dimostrato la validità dei costrutti della psicologia positiva anche nella popolazione generale, ovvero in soggetti che non presentano quadri clinici delineati (Proyer e al., 2014; Wellenzohn e al., 2016). Nello specifico, il coltivare mentalmente gli archetipi concettuali della psicologia positiva produce un incremento del senso di benessere. In altri termini, il privilegiare i pensieri positivi conduce ad un benessere psicofisico, eleva il tono dell’umore, incrementa l’ottimismo, cambia la connotazione cognitiva che si dà allo stress legato alla quotidianità, facendolo mutare da dis-stress in eu-stress (Ruch e al., 2018; Tagalidou e al., 2018).

Inoltre, secondo i parametri della psicologia positiva, si rivela importante aiutare gli individui a sviluppare il senso dell’umorismo, che come Sin e Lyubomirsky (2009) suggeriscono, elicita la nascita di emozioni positive. Il senso dell’umorismo può essere definito, in accordo con McGhee (2010a), come la capacità di reagire positivamente alle situazioni stressanti della vita quotidiana. Esso è frutto dell’istinto ludico dell’essere umano, che, in questo caso, si palesa come un giocare con le proprie idee, finalizzato al non prendersi troppo sul serio (McGhee, 2010b).

Strategie specifiche

Esistono delle strategie ben specifiche della psicologia positiva che, applicate alla propria vita, possono modificare gli schemi cognitivi di percezione della realtà e, quindi, incrementare il senso di benessere, come differenti ricerche dimostrano (Seligman e al., 2005; Gander e al., 2013; Proyer e al., 2014).

Fra le tecniche individuate da Seligman e al. (2005) si possono citare:

  • lo scrivere e inviare frequentemente una lettera di gratitudine per ringraziare una persona dalla quale si è ricevuto un qualche beneficio
  • l’abituarsi a scrivere quotidianamente almeno tre cose positive accadute nella giornata
  • il percepire se stessi in maniera differente, focalizzandosi sui propri punti di forza

Gander e al. (2013) a queste strategie proposte da Seligman hanno aggiunto un quarto archetipo procedurale, ovvero trovare e scrivere, quotidianamente, le cose più divertenti accadute nel corso della giornata.

In conclusione, il coltivare giornalmente i pensieri legati alla riconoscenza verso l’alterità, l’utilizzare delle chiavi di lettura positive per leggere se stessi e la propria realtà quotidiana e il non prendersi troppo sul serio aiutano gli individui a sviluppare l’ottimismo e il benessere psicofisico.

Pitch anything. La presentazione perfetta (2017) di Oren Klaff – Recensione del libro

Tenere delle presentazioni, generalmente col supporto di materiale in power point, è diventata una prassi in diversi ambienti. Dall’università ai master, ma soprattutto là dove è nata questa prassi: nel contesto aziendale. Che sia per studio o per lavoro, lo scopo rimane attirare l’attenzione e indurre l’interlocutore ad una valutazione positiva della nostra proposta o della nostra bravura; il libro Patch Anything si propone di spiegarci proprio questo: come riuscire a persuadere e convincere.

 

In Pitch Anything, l’autore Oren Klaff parla al lettore in prima persona, descrivendo con esempi ed esperienze personali un metodo che lui stesso ha creato e che sarebbe in grado di far ottenere il vero scopo, conquistare il potenziale cliente/investitore attraverso una presentazione. Ma anche ottenere un aumento di stipendio. Qualsiasi sia la situazione, quando l’obiettivo è catturare l’attenzione, convincere, farsi dire di sì, secondo Oren Klaff sta tutto nel come posizioniamo la nostra idea. E, niente paura, l’autore ribadisce che non si tratta di doti innate ma di tecniche che noi tutti possiamo apprendere ed applicare con successo.

Pitch anything: presentazione perfetta con il metodo “strong”

Nella sua carriera ultradecennale Oren Klaff, ora a capo di Intersection Capital, società di investimenti che ha fondato nel 2005, è riuscito a raccogliere milioni di dollari grazie al suo metodo chiamato “strong”. Strong è basato sulla sua esperienza diretta e su principi di neurofinanza, scienza che si propone di applicare le neuroscienze al mondo delle discipline economiche. Il metodo, assolutamente unico nel suo genere (one-of-a-kind method) ribalta la prospettiva tradizionale in cui si ‘rincorre’ il potenziale acquirente o in generale chi vogliamo convincere per arrivare addirittura a far sì che sia lui spontaneamente ad accettare la nostra proposta. Questo attraverso l’utilizzo di schemi e con tempistiche che vanno a parlare direttamente al cervello primitivo bypassando la parte più cognitiva e riflessiva del prendere le decisioni. E’ durante il fatidico incontro – in cui di solito si ha un lasso di tempo molto breve per esporre il proprio progetto e definirne le condizioni – che si mette in luce l’aspetto più interessante facendo arrivare il messaggio a destinazione.

Solo che, a differenza di quello che crediamo, la destinazione è immediata e subconscia: è infatti il croc brain, la parte più primitiva ed istintiva del cervello. Quando prepariamo un meeting crediamo, erroneamente, che ci rivolgeremo alla parte più evoluta e razionale, la neocorteccia, per questo elaboriamo complesse strategie, analisi, report per supportare la nostra idea. Invece quello che ci dice Oren Klaff in Pitch Anything è che tutto questo conta poco quando non facciamo i conti col croc brain: l’uomo economizzatore di risorse cognitive processa le informazioni prima con la parte più primitiva e solo dopo si passa al vaglio di quella più evoluta. In caso diverso, le informazioni vengono cestinate. Quando una informazione è nuova, fuori dall’ordinario, facilmente comprensibile e non costituisce una minaccia, allora solleciterà l’attenzione del nostro interlocutore.

Presentazione perfetta e controllo degli schemi mentali

Secondo Oren Klaff, in una riunione il contesto si definisce quasi immediatamente, prima ancora di scambiare le prime battute formali per rompere il ghiaccio e ovviamente prima della nostra presentazione. Nel momento in cui ci presentiamo all’appuntamento stiamo già definendo gli schemi mentali e gli schemi di risposta. In una sorta di tacito duello si vanno a scontrare questi schemi e solo chi riuscirà a tenere il controllo della situazione e dell’altro riuscirà ad avere la meglio. Qui entrano in gioco le teorie e il metodo di Oren Klaff. Gli schemi mentali sarebbero quattro, rispettivamente centrati su

  • potere
  • tempo
  • ricompensa
  • analista

possiamo ribattere con lo schema di contenimento del potere, di limitazione del tempo e dell’intrigo. Bisogna conoscerli bene tutti e adattarsi all’evoluzione dell’incontro per esser capaci di cambiare schema e utilizzare quello più idoneo. Al di là delle specificità di ogni singolo schema, ad ognuno di essi corrisponde una ‘personalità tipo’ che fonda l’interazione su un aspetto più che sugli altri, che sia lo status, il tempo a disposizione o all’analisi di ogni singolo dettaglio (anche in maniera futile e dispersiva) e ognuno di essi equivale a rimarcare la posizione di dominanza nell’interazione. Per arginarli ci si può avvalere degli schemi di risposta che ribaltano la prospettiva e ripristinano il focus su di noi e su ciò che stiamo dicendo.

Si tratta di agire sui meccanismi che controllano le reazioni primordiali invece di rivolgersi a quelli superiori, per questo si tratta di modalità totalmente differenti rispetto alle tecniche di vendita tradizionali. Umorismo, leggerezza, padronanza di sé e anche capacità di tirarsi indietro se necessario sono fondamentali per non rischiare di far brutta figura o peggio mandare in fumo il rapporto. Ma si tratta anche di gestire dinamiche sociali coinvolgendo l’altra parte in quello che l’Autore di Pitch Anything definisce ‘un gioco’ in cui tutti hanno un ruolo attivo ma sei tu ad averne il controllo.

Presentazione perfetta: bisogna considerare contesto, cultura, ruoli

Anche se Oren Klaff in Pitch anything propone il suo metodo come applicabile a qualsiasi situazione e presentazione, pagina dopo pagina ci sembra che sia adatto solo a contesti di business di matrice spiccatamente americana.

Chi lavora a stretto contatto con clienti e fornitori si ritroverà difficilmente a poter applicare le sue tecniche o a ritrovare i suoi esempi nel mondo reale. L’impressione generale è che l’autore dipinga uno scenario da film americano alla ‘The Wolf of Wall Street’ con lui come protagonista carismatico che spiazza i suoi interlocutori con battute imprevedibili, attirando l’attenzione e finendo inevitabilmente per volgere l’incontro a suo favore e concludere l’affare.

Per quanto accattivante rimane poco realistico e, soprattutto, poco spendibile nel nostro quotidiano dove l’etichetta, il rispetto delle gerarchie e dello status, lo script situazionale rimangono più tradizionali.

Invecchiamento cerebrale: sentirsi giovani rende il cervello più sano, più a lungo

Esiste una relazione tra età soggettiva ed età biologica? Le persone anziane che si sentono più giovani sarebbero meno soggette all’ invecchiamento cerebrale.

 

Lo studio pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience è il primo a rivelare un legame tra l’età e l’invecchiamento cognitivo mostrando come le persone che si percepiscono più giovani di quanto in realtà siano, hanno un’età cerebrale stimata effettivamente minore rispetto alla loro età biologica.

Invecchiamento: non avviene per tutti nello stesso modo

Quando parliamo di invecchiamento tendiamo a pensare ad esso come un processo fisso in cui il corpo e la mente perdono la loro funzionalità, ma non è del tutto vero che si invecchia in modo uguale. La percezione del tempo che avanza varia tra le diverse persone andando a definire quella che viene chiamata “età soggettiva” ovvero sia la percezione personale del proprio stato che può non corrispondere all’effettiva età cronologica.

L’autore dello studio, Jeanyung Chey, ha posto il quesito

Perché alcune persone si sentono più giovani o più vecchie di quanto realmente siano? Una possibile spiegazione potrebbe essere ricercata nei processi di invecchiamento cerebrale

e ha aggiunto

Lo studio dimostra che le persone che si sentono più giovani presentano le caratteristiche strutturali di un cervello più giovane.

È normale che durante l’ invecchiamento si verifichino problemi cognitivi causati dal declino neurale legato alla varietà di cambiamenti che sopraggiungono con l’avanzare degli anni.  Gli strumenti tecnologici di ultima generazione permettono di identificare le caratteristiche cerebrali associate all’ invecchiamento e forniscono una stima approssimativa dell’età del cervello.

Invecchiamento cerebrale: lo studio

Il team di ricerca ha eseguito scansioni cerebrali con risonanza magnetica (MRI) esaminando i volumi di materia grigia cerebrale in 68 soggetti sani con un’età compresa tra i 59 e gli 84 anni; in aggiunta i partecipanti hanno compilato un questionario in cui venivano poste domande circa la percezione della propria età, le loro capacità cognitive e il loro stato di salute generale.

I dati raccolti mostrano che le persone che si percepiscono più giovani ottengono punteggi migliori nei test di memoria, ritengono la loro salute fisica migliore e presentano una minor probabilità di riportare sintomi depressivi. Inoltre le immagini cerebrali mostrano che questi stessi soggetti presentano un aumento del volume della materia grigia in alcune regioni del cervello, in particolare nel sistema dopaminergico fronto-striatale che svolge un ruolo nel processo di invecchiamento cerebrale sano e nel declino cognitivo.

Le evidenze hanno mostrato una correlazione tra l’esperienza soggettiva dell’invecchiamento e il processo di invecchiamento cerebrale; tuttavia i ricercatori non conoscono con assoluta certezza il rapporto causale che intercorre tra i due fattori per cui sono necessari studi a lungo termine per comprendere ulteriormente questo legame.

E’ interessante notare che il sentirsi più giovani e il condurre una vita fisicamente e mentalmente più attiva sembrerebbero comportare benefici non solo sul cervello ma anche sullo stato di salute generale. Coloro i quali si percepiscono più anziani potrebbero invece modificare le loro abitudini quotidiane in favore di atteggiamenti che possano favorire un invecchiamento più sano sotto tutti i punti di vista.

Metacognizione: saper leggere se stessi e gli altri… una chiave per favorire il benessere

In Italia il concetto di metacognizione nasce tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000, grazie a un gruppo di clinici e ricercatori che hanno integrato i concetti di lettura e identificazione degli stati emotivi appartenenti alla ToM con le capacità di regolazione emotiva e di risoluzione di problematiche interpersonali, non solo all’interno dei legami di attaccamento, ma in un più ampio contesto di sistemi motivazionali interpersonali.

 

È venerdì, tardo pomeriggio. Siamo nel nostro locale preferito. Dopo una dura settimana di lavoro possiamo finalmente rilassarci, in compagnia dei nostri amici, allietati dal suono del duo chitarra e voce che accompagna l’aperitivo che ci ricorda che l’atteso weekend è proprio iniziato.

All’improvviso, fa capolino nel locale un vecchio amico… o meglio un “ex amico”, che non frequentiamo ormai da anni, a seguito di una divergenza che aveva sancito il distacco e la fine dell’amicizia, seguita da un senso di delusione e rancore mai del tutto sopiti.

Ci sale un indefinito senso di disagio, proviamo repentinamente ad evitare il suo sguardo, ma prima di riuscirci ci accorgiamo che ci ha notati e accenna un sorriso alzando il suo bicchiere nella nostra direzione.

In quel momento nella nostra mentre irrompe come un fiume in piena un solo pensiero “mi ha sorriso in maniera beffarda perché vuole prendersi nuovamente gioco di me, dopo tanti anni!”.

Subito ci accorgiamo che qualcosa in noi cambia, aumenta la sudorazione e la sensazione di tensione muscolare. La avvertiamo nelle nostre braccia, nel modo in cui serriamo le mandibole e in cui corrughiamo la fronte. Il pensiero del suo sorriso beffardo e provocatorio non ci lascia… anzi si fa ripetuto e incessante, scavando nella nostra mente come la celebre tortura della goccia cinese. La tensione aumenta e giunge fino alle nostre mani. Il modo in cui reggiamo il bicchiere con il nostro aperitivo, è molto più simile a come terremmo in mano qualcosa che vogliamo scagliare, piuttosto che qualcosa che stiamo assaporando. Lasciamo la compagnia e il bicchiere a metà e decidiamo di recarci a casa a “decomprimere”. 
La serata è rovinata. Forse anche il weekend.

Torniamo un attimo indietro, e come in un classico meccanismo alla “Sliding Doors” proviamo a offrire uno scenario alternativo a questa vicenda.

Immaginiamo che dopo l’iniziale percezione di scherno provocatorio alla vista del sorriso del vecchio amico, nella nostra mente comincino a farsi strada anche altri pensieri: “ok… manteniamo la calma… la prima impressione è che mi stia deridendo… ma non posso escludere che mi abbia sorriso e salutato in nome dei bei tempi passati. In fondo, prima dell’allontanamento, siamo stati grandi amici per molti anni…” oppure “sorride per mascherare l’imbarazzo. Anche a me la situazione mette un po’ a disagio. Dopo quella litigata non ci siamo più chiariti e rivederci dopo molti anni fa uno strano effetto…”

Cosa succede in questo momento?

Dopo aver percepito l’iniziale attivazione rabbiosa, le differenti chiavi di lettura con cui interpretiamo il sorriso del vecchio amico, ci aiutano a rivalutare la situazione e a calmare le acque che nella nostra mente si stanno iniziando ad agitare. Anche il nostro corpo sembra rispondere coerentemente. Il battito decelera, i nostri muscoli si distendono e la nostra mente recupera lucidità.
Siamo riusciti a regolare la nostra emotività e a riportare la nostra attenzione alle delicate note del sottofondo musicale e alla freschezza del bicchiere che teniamo in mano. 
Rilassiamoci, facciamo un respiro profondo gustandocelo appiano, come quando si riemerge dopo un’apnea. Il weekend è appena iniziato.

A chi non è mai capitato di interpretare l’espressione di una persona in maniera univoca, senza considerare alcun tipo di alternativa, seppur plausibile?

Ciò avviene quando alcune delle nostre funzioni metacognitive, che ci permettono di osservare e valutare i nostri stessi pensieri, non entrano in funzione, lasciandoci in balia di punti di vista rigidi ed emozioni difficili da regolare, come nella prima situazione descritta, in cui il rimuginio rabbioso ci costringe a lasciare il locale e ci rovina la serata.

Ma vediamo meglio cosa sono queste capacità “meta” così importanti per il nostro funzionamento, immergendoci in un breve excursus storico.

Funzioni metacognitive: le principali teorie

L’indagine sulla capacità di “ragionare” sui nostri pensieri nasce nell’ambito degli studi sulla metarappresentazione in ambito evolutivo, per poi abbracciare il concetto di Teoria della Mente (TOM) grazie agli studi di Premack e Woodruff (1978) sul comportamento degli scimpanzè e alle ricerche delle scienze cognitive.

Gli studi di Baron Cohen – non l’attore inglese di Borat… ma bensì il cugino, psicologo e rinomato ricercatore nel campo dell’autismo – Leslie e Frith (1985) condotti negli anni ‘80 sulle difficoltà di TOM nello spettro autistico hanno indirizzato verso l’approfondimento della metacognizione, non solo il campo della ricerca sperimentale, ma anche delle neuroscienze cliniche, sociali e della psicopatologia.

Per quanto riguarda l’ambito psicoterapeutico, l’importanza di “pensare ai propri pensieri” è stata evidenziata in particolare da Peter Fonagy (1991) all’inizio degli anni ’90, con il termine di “mentalizzazione”, in relazione alle difficoltà riscontrate dalle persone con disturbo di personalità borderline.

In Italia il concetto di riflessione consapevole sui propri pensieri è stato adottato e concettualizzato nell’ambito della psicoterapia cognitiva, con il nome di metacognizione, tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000, grazie a un gruppo di clinici e ricercatori (Dimaggio, Semerari, 2003; Semerari, 1999; Dimaggio, Semerari, Carcione,nicolò, Procacci, 2007) che hanno integrato i concetti di lettura e identificazione degli stati emotivi appartenenti alla ToM, con le capacità di regolazione emotiva e di risoluzione di problematiche interpersonali, non solo all’interno dei legami di attaccamento, ma in un più ampio contesto di sistemi motivazionali interpersonali.

Metacognizione: sottocomponenti

Le difficoltà di metacognizione, ovvero di accedere consapevolmente e districare ciò che abbiamo in mente oppure di leggere e fare inferenze plausibili e flessibili su quanto le altre persone provano e pensano, caratterizzano in particolar modo le persone che soffrono di disturbi di personalità, ovvero gli individui che spesso ci possono apparire come persone dal “carattere difficile”.

La metacognizione, a sua volta, può essere scomposta in differenti sottocomponenti, ognuna delle quali può avere un grado di funzionamento diverso. Le andiamo brevemente ad elencare:

  • Monitoraggio: capacità di identificare i propri pensieri, le proprie emozioni e a metterli in relazione tra loro
  • Differenziazione: capacità di riconoscere che il nostro modo di leggere gli eventi è soggettivo ed ipotetico e non sempre corrispondente alla realtà
  • Integrazione: capacità di gestire i nostri stati emotivi interni, anche quando risultano contrastanti, mettendoli in un ordine di rilevanza e mantenendo una visione stabile di sé
  • Decentramento: considerare che le altre persone possono agire in base a idee, credenze e scopi differenti dai nostri. Ovvero la capacità di metterci nei panni altrui, abbandonando la nostra prospettiva autocentrata
  • Mastery (Regolazione): strategie comportamentali e cognitive con cui possiamo padroneggiare gli stati mentali di sofferenza

Possono essere più immediate e semplici, legate ad azioni che coinvolgono il nostro corpo o che richiedono un intervento di persone esterne, oppure più complesse e organizzate, basate su distrazione, inibizione o controllo cognitivo o legate a operazioni di conoscenza metacognitiva.

Lavorare sulle nostre capacità metacognitive è fondamentale per ottenere una rappresentazione chiara dei nostri stati emotivi, per poterli regolare senza andare eccessivamente in confusione o reagire in maniera impulsiva e dannosa per noi stessi e per gli altri. Ci può aiutare a creare e mantenere delle relazioni interpersonali piacevoli e gratificanti, mantenendoci in armonia con noi stessi e con le persone che ci circondano.

Locus of control: artefici del nostro futuro o vittime del nostro destino?

Con l’espressione locus of control, si intende letteralmente il luogo attraverso cui si esercita il controllo. Esso si potrebbe definire come una disposizione mentale o un atteggiamento attraverso cui si possono influenzare le proprie azioni e i risultati che ne derivano.

 

In psicologia e in psicopatologia, uno dei costrutti più studiati è il controllo. Esistono persone che pensano di controllare qualsiasi cosa, altre, invece, credono di essere controllati da situazioni che si verificano all’esterno. Ma cosa si intende per controllo? Controllare significa dirigere le proprie azioni in modo da influenzare gli esiti di un determinato accadimento. In psicologia, spesso, alla parola controllo, ne è associata un’altra: luogo o locus. Con l’espressione locus of control, si intende letteramente il luogo attraverso cui si esercita il controllo.

Locus of control interno ed esterno

Dunque si potrebbe definire il locus of control come una disposizione mentale o un atteggiamento attraverso cui si possono influenzare le proprie azioni e i risultati che ne derivano.

Il concetto di locus of control si deve a Rotter che, nel 1954, lo definì un costrutto unidimensionale caratterizzato da due poli, interiorità ed esteriorità, posti lungo un continuum su cui si disponevano, rispettivamente, coloro che attribuiscono i risultati ottenuti alle proprie capacità e coloro che attribuiscono le conseguenze di alcune azioni a circostanze esterne e incontrollabili.

E’ così che il locus of control, sulla base della teoria di Rotter, si distingue in interno ed esterno. Chi crede di avere avere pieno controllo della propria vita, sostenendo che sono le proprie azioni a modificare il corso degli eventi, ha un locus of control interno. Al contrario, le persone che attribuiscono il loro successo o il fallimento a cause esterne, poco controllabili e imprevedibili, hanno un locus of control esterno.

Gli effetti del tipo di locus of control sulla vita degli individui sembrano dunque prevedibili: coloro che presentano un locus of control interno sono certi di possedere competenze altamente specifiche che li rende in grado di raggiungere standard molto elevati, credono che ogni azione abbia delle conseguenze e che per questo, per modificare gli esiti, è necessario esercitare un controllo rigoroso. Chi ha un locus of control interno mostra conoscenze e skills che consentono di affrontare al meglio le situazioni e i problemi; pensa di poter raggiungere gli obiettivi prefissati, non teme la fatica ma crede che per ottenere i risultati desiderati, si deve puntare su sforzo e sacrificio.

Chi presenta un locus of control esterno, invece, ritiene che le conseguenze di alcune azioni siano dovute a circostanze esterne, per questo pensa che le cose che accadono nella vita siano fuori dal proprio controllo e che le azioni messe in atto siano solo il risultato di fattori non gestibili, come il destino e la fortuna. Persone con un locus of control esterno tendono a dare la colpa al destino o agli altri, piuttosto che a loro stessi, per i risultati ottenuti.

Locus of control: stabilità e controllabilità e gli individui bi-loci

Successivamente Levenson (1973) ha contestato l’unidimensionalità del costrutto di Locus of Control così come teorizzato da Rotter, sostenendo invece che vi siano dimensioni separate tra loro e non dei poli opposti di un continuum. Quindi, non più un costrutto categoriale, ma dimensionale. Partendo da questo presupposto teorico Bernand Weiner ha aggiunto alla teoria dell’attribuzione di Rotter, i seguenti due criteri:

  1. la stabilità, ovvero quanto risultano durature nel tempo le cose ottenute;
  2. la controllabilità, che può essere alta se dovuta alle proprie competenze, o bassa se dipende da fattori come la fortuna, le azioni degli altri, il destino, etc.

L’interazione tra i due criteri porterebbe a considerare le situazioni esterne come stabili e controllabili, ottenendo in questo modo un controllo anche su situazioni apparentemente non gestibili.

D’altra parte, non bisogna dimenticare che non ci sono persone che possiedono soltanto locus interno o esclusivamente quello esterno, ma esistono individui che mostrano una combinazione dei due tipi di locus of control. Queste persone, indicate col termine bi-loci, si mostrano più capaci di gestire lo stress, fanno fronte alle difficoltà in maniera più efficiente ed efficace, sono in grado di assumersi maggiori responsabilità e raggiungono gli obiettivi con minori disagi emotivi.

Locus of control, benessere psicologico e relazioni

Quali conseguenze ha il locus of control sul benessere psicologico?

E’ stato osservato che individui con locus of control interno tendono ad assumere uno stile di pensiero che influenza l’attuazione di comportamenti orientati al raggiungimento degli obiettivi. La risposta emotiva derivante da questo stile di pensiero è funzionale al conseguimento dello scopo e di conseguenza, chi possiede un locus of control interno, è in grado di fronteggiare lo stress in modo più adeguato.

Tuttavia anche un locus of control esterno aiuta gli individui a preservare il benessere: minimizzare il proprio ruolo e la propria responsabilità nel verificarsi di eventi negativi, dando invece una spiegazione esterna e/o fatalistica di quanto accaduto, riduce il senso di colpa, allontana il rimuginio e permette di canalizzare le energie mentali per affrontare meglio le conseguenze.

In generale, l’idea che gli individui hanno di poter controllare gli eventi li porta in ogni modo a mettere in atto strategie (più o meno) funzionali al benessere personale. Chi ha locus of control interno tenderà ad essere attivo nella risoluzione dei problemi, investirà di più sulle sue capacità e avrà più possibilità di successo. Le persone con locus of control esterno, invece, sebbene più passive rispetto agli eventi e poco in grado di intervenire, saranno più orientate all’accettazione delle esperienze negative.

Tuttavia, quando il locus del controllo (esterno vs interno) è rigido e poco flessibile, si riscontrano effetti negativi sulla motivazione degli individui e sul loro modo di regolare e gestire le emozioni: chi presenta un locus of control interno sembrerebbe più incline all’ansia, mentre chi possiede un locus of control esterno sembra essere più incline alla depressione. Chi mostra locus of control esterno, inoltre, dipende dagli altri, ha bassa autostima e una scarsa autoefficacia.

Da un punto di vista relazionale, è più adattivo possedere un locus of control interno, in quanto si è più portati a collaborare con gli altri, ci si mostra più ottimisti, fiduciosi e pronti a prestare aiuto quando necessario. Chi, invece, possiede un locus of control esterno, si relaziona in modo più passivo, subisce l’altro che sente come più forte e al quale si sottomette, manifestando così un tono dell’umore basso e scarsa fiducia in sé stesso.

Come si struttura e si sviluppa il locus of control?

Il tipo di locus of control di ciascuno di noi risulta essere influenzato dalla personalità, dalla cultura e dalla famiglia di origine, oltre che da una serie di rinforzi positivi o negativi che si ricevono durante la vita.

Sviluppo del locus of control: il ruolo della famiglia di origine

La famiglia è il primo ambiente in cui il bambino apprende a dare significato agli eventi, alle sue azione e alle conseguenze di queste. Lo sviluppo del locus of control è dunque notevolmente influenzato dallo stile familiare: molte persone che presentano un locus of control interno sono cresciute in famiglie che pongono particolare attenzione all’impegno, alla responsabilità e alla costanza nel raggiungere un obiettivo (spesso il raggiungimento degli obiettivi è positivamente ricompensato in queste famiglie); chi ha un locus of control esterno proviene da famiglie che esercitano un basso controllo e non considerano centrale l’assunzione di responsabilità. Chiaramente col passare del tempo, e coll’avvicendarsi di situazioni di vita, è possibile che il locus si possa modificare.

Lo stile genitoriale, influenzando il locus of control dei più piccoli, impatta anche sulla loro autostima. Infatti il grado di autostima è influenzato notevolmente dalla credenza o meno di poter raggiungere un risultato desiderato e dalla consapevolezza o meno di poter efficacemente rimediare a un insuccesso.

Quando nel bambino si sviluppa un locus of control esterno, egli tende ad attribuire la causa dei suoi successi o insuccessi a fattori esterni da lui (es: Ho preso un bel voto perché il compito era facile/sono stato fortunato – Ho preso un brutto voto perché il compito era difficile/la maestra ce l’ha con me). Mentre quando un bambino ha uno stile di attribuzione interno attribuisce a se stesso gli esiti (ad es. Ho preso un bel voto perché ho studiato e mi sono impegnato – Ho preso un brutto voto perché stavolta non ho studiato bene). Quando non avviene una commistione dei due stili, l’autostima ne risente: dallo strutturarsi del senso di colpa quando il locus of control è sempre interno (portando, in casi estremi ma non rari, al formarsi dell’idea “non sono degno d’amore”), alla deresponsabilizzazione quando è esterno.

Locus of control e cultura d’appartenenza

Una meta-analisi del 2013 ha preso in considerazione più di 40 anni di studi sul Locus of Control con la finalità di verificare se l’associazione tra questo e sintomi psicopatologici (ad esempio sintomi ansiosi e depressivi) si mantiene uguale o se presenta differenze tra culture individualiste (occidentali) e collettiviste (orientali).

Analizzando 152 campioni indipendenti (in totale più di 30.000 adulti) in circa 18 culture differenti, gli esiti dello studio sembrano confermare differenze cross-culturali nella magnitudine della relazione tra locus of control e sintomatologia psicopatologica. In generale, dalle analisi emerge una forte associazione tra locus of control e sintomi depressivi e ansiosi; l’associazione positiva tra locus of control esterno e sintomi ansiosi è risultata tuttavia più debole nelle culture collettiviste rispetto alle culture individualiste.

Nelle culture individualiste è maggiore il focus sulla tendenza a credere nelle proprie capacità di influenzare le situazioni e gli eventi della propria vita, in qualche modo sentendosi in potere di modificare l’ambiente.

Diversamente, nelle culture collettiviste, i valori dell’interdipendenza e dell’armonia con l’ambiente sono centrali: adeguarsi all’ambiente più che cercare di modificarlo è alla base delle strategie di coping di tali culture. Tutto questo senza che gli individui percepiscano di non avere controllo sulle proprie vite, viceversa la sensazione di controllo sembra derivare dalla percezione di sapersi adattare e adeguare al contesto.

Avere un locus of control rigidamente interno o rigidamente esterno ha importanti risvolti negativi sulla salute psicologica delle persone: come in tutti gli aspetti della vita è necessaria una certa flessibilità cognitiva che consenta di spiegare e dare senso a quello che accade e ci accade.

 

Mindfoodness (2018) di Emanuel Mian – Recensione del libro

Se volete migliorare il vostro rapporto con voi stessi, passando attraverso un rapporto sereno con il cibo, il libro Mindfoodness rappresenta uno strumento utile. L’autore, lo psicologo Emanuele Mian, forte di una lunga esperienza nel settore dei disturbi del comportamento alimentare e dell’immagine corporea, ha creato un agile vademecum in cui prende per mano il lettore guidandolo passo per passo in un percorso di consapevolezza mentale, emotiva e corporea.

 

I presupposti teorici sono la Mindfulness, l’alimentazione consapevole (Mindful Eating) e l’Acceptance and Commitment Theory (ACT); sulla base di queste premesse vengono proposti degli esercizi finalizzati a migliorare, in modo graduale, il proprio rapporto con sé stessi, rispetto all’alimentazione.

Mindfoodness si presenta come un manuale di autoaiuto che si rivolge direttamente al lettore, il quale viene invitato a prendere coscienza delle proprie emozioni e delle difficoltà che condizionano il modo di rapportarsi al cibo e di nutrirsi.

Mindfoodness: l’alimentazione parte dalla mente

Sono presenti tre sezioni. La prima sezione, Mind, si concentra sulle dinamiche della mente; viene messo l’accento su come intraprendere un cambiamento delle proprie abitudini sia, spesso, molto difficile, anche quando siamo coscienti del fatto che sarebbe necessario cambiare per stare meglio. Questo ci ostacola, inducendoci, senza rendercene conto, a mettere in atto dei comportamenti autosabotanti.

Come fare per ovviare alla difficoltà? L’autore sottolinea l’importanza della motivazione, di fare il primo passo, adottando un atteggiamento nuovo: affrontare i problemi facendoli diventare delle sfide con cui misurarsi. Per fare ciò bisogna modificare i pensieri negativi che ci tengono ancorati alle abitudini dannose, inducendoci a credere che non vale la pena fare uno sforzo, perché non siamo in grado di modificare realmente le cose.

Vengono proposti degli esercizi per aiutarci a cambiare il modo in cui parliamo a noi stessi, per metterci maggiormente in contatto con i nostri bisogni e con le nostre emozioni, sia positive che negative. In questo quadro diventa importante riuscire a creare un’alleanza con noi stessi, coltivando la motivazione a creare delle nuove abitudini di vita.

Mindfoodness: l’alimentazione è rapporto col cibo

La seconda sezione di Mindfoodness, denominata Food, prende in esame il rapporto col cibo. Viene sottolineata la differenza tra alimentarsi, ossia introdurre cibo nel nostro organismo, e nutrirsi, inteso come fornire all’organismo tutte le sostanze necessarie di cui ha bisogno per stare in salute. Per citare le parole dell’autore,

L’alimentazione coincide con la nutrizione solo quando i cibi che ingeriamo sono equilibrati nella qualità e nella quantità delle sostanze che contengono e che garantiscono al nostro corpo energia e salute.

Questo non vuol dire demonizzare i “cibi cattivi”, ma essere consapevoli del fatto che è importante, per stare bene, avere delle abitudini alimentari più salutari; al giorno d’oggi la diffusione di cibi preconfezionati determina un paradosso: mangiamo troppo, ma ci nutriamo troppo poco.

La consapevolezza dei nostri bisogni alimentari passa attraverso la consapevolezza del nostro corpo. Per questa ragione viene messo l’accento sull’importanza della respirazione, e viene proposto un esercizio che ci aiuti a respirare meglio, prendendo contatto con noi stessi.

Il metterci in ascolto del nostro corpo ci aiuta a distinguere la fame, intesa come necessità di nutrirsi, dall’appetito, il desiderio di un determinato cibo e dalla compulsione a mangiare per compensare bisogni diversi da quelli legati alla nutrizione.

Mindfoodness: il benessere attraverso l’alimentazione

La terza e ultima sezione di Mindfoodness, Ness, si concentra sulle abilità necessarie per pensare e agire in modo funzionale al nostro benessere, strutturando delle abitudini alimentari salutari. Qui entra in gioco la consapevolezza delle proprie emozioni; non si tratta solo di “addestrarci” a mettere in atto dei comportamenti “corretti”, ma di essere maggiormente in contatto con noi stessi, in modo da evitare che il cibo si trasformi da nutrimento a una valvola di sfogo, e che l’atto di mangiare si carichi di significati che vanno ben al di là del bisogno di nutrirsi.

La parte conclusiva offre spunti teorici, risorse per approfondire e le “Wild cards”, ossia dei cartoncini che riportano delle frasi di supporto utili per fronteggiare i momenti di difficoltà.

Felicità e chiacchiere: parlare con gli altri ci fa bene

Le persone che si intrattengono in conversazioni significative tendono ad essere più felici. Questo significa che non basterebbero le consuete “chiacchiere da bar”, secondo i ricercatori..

 

Un precedente studio (Mehl, Vazire, Holleran, & Clark, 2010), replicato dagli autori, suggeriva come le conversazioni più significative erano legate ad una maggiore felicità, mentre le chiacchiere erano legate all’infelicità.

Chiacchiere e conversazioni più impegnate

Mehl, co-autore del presente studio, definisce le chiacchiere come “una conversazione in cui i due compagni di conversazione si allontanano pur sapendo altrettanto – o poco – l’uno dell’altro e nient’altro”, mentre in una conversazione significativa e sostanziale “vi è uno scambio di informazioni reali e significative, ma potrebbe essere importante qualsiasi argomento – politica, relazioni, condizioni meteorologiche – deve solo essere a un livello maggiore di profondità”.

Con il presente studio i ricercatori hanno voluto indagare cosa tra la qualità o la quantità degli scambi sociali può influire sul benessere delle persone.

Felicità e chiacchiere: lo studio

Il team di ricerca ha replicato lo studio del 2010, ampliando il campione da 79 soggetti (studenti universitari) a 486 soggetti, tra cui studenti universitari sopravvissuti al cancro al seno e i loro partner, adulti divorziati di recente e adulti sani che partecipano ad un intervento di meditazione.

Le scoperte dei ricercatori si basano su frammenti audio raccolti dalle interazioni quotidiane dei partecipanti, i quali hanno indossato un EAR, o dispositivo di registrazione attivata elettronicamente, impostato per accendersi in modo intermittente per brevi periodi di tempo durante il giorno, in modo da catturare momenti spontanei di interazioni quotidiane. Lo strumento EAR è stato sviluppato da Mehl, presso l’University of Arizona con lo scopo di aiutare gli psicologi a raccogliere dati comportamentali quotidiani.

Dopo la raccolta dati il team di ricerca ha codificato le conversazioni registrate per determinare se fossero o meno “significative”. I partecipanti allo studio hanno inoltre completato questionari progettati ad hoc per misurare la soddisfazione di vita e il benessere.

Felicità e chiacchiere: qual è la relazione?

Il nuovo studio conferma che le conversazioni di qualità sono in effetti legate a una maggiore felicità, ma si è scoperto anche che le chiacchiere non significative sembrano non avere alcun rapporto con lessere felici.

I ricercatori si aspettavano che la personalità potesse fare la differenza, ad esempio che gli estroversi potessero beneficiare più delle interazioni sociali rispetto agli introversi.

Nel complesso, i partecipanti allo studio che hanno partecipato a un maggior numero di conversazioni sostanziali e significative erano più felici, indipendentemente dal fatto che avessero personalità più introverse o estroverse.

È inoltre emerso, come afferma Mehl, che

Le persone che trascorrono molto tempo da sole sono meno soddisfatte delle loro vite e hanno un minore benessere. Le persone che trascorrono più tempo interagendo e conducendo conversazioni più significative e sostanziali sono più soddisfatte. La vita felice è sociale, piuttosto che solitaria.

Le chiacchiere quindi non avrebbero alcun legame diretto con il benessere dei partecipanti (né positivo né negativo), ma potrebbero essere comunque importanti per instaurare un rapporto che permetta l’instaurarsi di conversazioni più sostanziali. Come esemplifica l’autore:

A causa delle norme sociali, di solito non puoi camminare verso uno sconosciuto e saltare a una conversazione profonda ed esistenziale, senza passare dalle chiacchiere.

Lo studio stabilisce un legame tra conversazioni sostanziali e felicità, ma gli autori non sanno indicare la direzione della relazione: conversazioni sostanziali rendono le persone più felici? O le persone più felici intraprendo conversazioni più sostanziali? Questo è indubbiamente un possibile punto di sviluppo per futuri studi.

Mi piacerebbe sperimentalmente ‘prescrivere’ alla gente alcune conversazioni più sostanziali e vedere se questo fa qualcosa per la loro felicità – afferma Mehl.

 

cancel