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Il Disturbo Bipolare – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 31

Il Disturbo Bipolare è un disturbo dall’alta componente biologica, ma gli aspetti psicologici sottostanti sono altrettanto importanti e giocano un ruolo importante nei viraggi della sintomatologia.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – Il Disturbo Bipolare (Nr. 31)

 

Il Disturbo Bipolare è senza dubbio la patologia in cui è più evidente l’aspetto biologico, come si evince dalla presenza di una forte familiarità e dall’efficacia dei farmaci.

Non credo tuttavia che la sua gestione vada lasciata completamente nelle mani di psichiatri e aziende farmaceutiche relegando la psicoterapia a mera psicoeducazione sulla malattia e sull’importanza dei farmaci e dell’igiene di vita. Credo al contrario che aspetti psicologici siano sottostanti al disturbo e attivi nei viraggi della sintomatologia.

Gli elementi di base sottostanti al disturbo sono due:

  • l’incertezza sul proprio valore personale
  • il fondare tale valore sulle performance

Disturbo Bipolare e Mania

La dinamica del loop della maniacalità prevede che in seguito ad un successo aumenti il valore percepito di sé ed esponenzialmente le aspettative di ulteriori più grandiosi successi con un incremento dell’impegno nel perseguirli.

Seppure i successi arrivino con progressione lineare (almeno all’inizio è possibile), le aspettative crescono con progressione geometrica. Fatalmente il gap tra risultato ottenuto e risultato atteso, da cui dipende il vissuto soggettivo di successo o fallimento, si amplia fino a che un certo risultato, per quanto positivo, è ritenuto insufficiente e dunque fallimentare. Il che blocca e inverte il loop attivato inizialmente da un successo.

Inoltre è evidente che un incremento percentualisticamente uguale è via via più difficile da ottenere al crescere del valore di partenza (basterà pensare alla diminuzione di peso durante una dieta più consistente all’inizio).

Disturbo Bipolare e Depressione

La dinamica del loop depressivo è esattamente opposta.

Il depresso peggiora le performance ma ancora di più abbassa le aspettative di successo per cui arriva un tempo in cui una performance è molto modesta (ad esempio durante un ricovero il semplice mangiare al tavolino invece che a letto viene registrata come un successo che inverte la spirale).

C’è un significato per questa “spirale” psicopatologica?

Il meccanismo sottostante ad entrambe le spirali psicopatologiche è, in realtà, evolutivamente adattivo. È infatti utile aumentare al massimo l’impegno quando un successo è considerato probabile e a portata di mano. Al contrario è altrettanto utile ridurre o sospendere completamente l’impegno, per non sprecare risorse, quando è previsto il fallimento.

Ndr: una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata su State of Mind il 4 aprile 2017, la trovi qui.

 

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Genitori positivi, figli forti. Come trasformare l’amore in educazione efficace (2018) – Recensione del libro

Il libro Genitori Positivi, Figli forti di Rosa Angela Fabio propone un modello di educazione che non è più un gioco di potere del più grande sul più piccolo o una sfida a ribaltare nevroticamente i ruoli, ma un valzer di reciproca comprensione, ascolto, comunicazione lineare, profezie che si autoavverano… un’ educazione al positivo.

 

“Sono abbastanza brava come madre?” Inizia così, il libro di Rosa Angela Fabio, psicologa e docente di psicolopatologia, inizia con una delle domande più complesse della storia genitoriale.

Una storia che, negli ultimi decenni, ha visto cambiare, stravolgere, modificarsi, evolversi i modelli di riferimento per le nuove generazioni di genitori, sempre più curiosi, attivi, intraprendenti, divisi tra ruoli “liquidi” e crisi socioculturali, alla ricerca di risposte che, in poco più di un centinaio di pagine, riescono a prendere forma in questo manuale del genitore positivo.

Sì, positivo, perché le nuove teorie dell’apprendimento e dell’ educazione hanno compiuto una rivoluzionaria virata verso i valori come l’ascolto attivo dei bambini, la felicità, l’idea che “sia possibile modificare il modo di pensare, le emozioni e i comportamenti”.

Genitori Positivi, Figli forti – Il messaggio del libro

Il libro Genitori Positivi, Figli forti ha diversi scopi. Il primo è quello di esaminare lo sviluppo intrapsichico (emozioni, cognizione, comportamento) e interpsichico (il rapporto tra il bambino e gli altri) dei bambini, il secondo è far conoscere le metodologie educative che li possano rendere forti e felici, senza troppi giri di parole, offrendo degli spunti educativi “prét-à-porter” non solo per i novelli genitori, ma anche per tutti quegli “adulti significativi”, come educatori, insegnanti, nonni, che gravitano attorno ai più piccoli.

Più in generale, invece, il messaggio che sottende tutti i nove capitoli è quello che “finché respiriamo e siamo in vita possiamo cambiare”.

Genitori Positivi, Figli forti è l’essenziale manifesto dell’ educazione positiva. Partendo dalla conoscenza del funzionamento cognitivo, emotivo e comportamentale dei più piccoli e passando per l’aspetto teorico delle metodologie educative, l’autrice approda a temi più delicati come trasmettere le regole in maniera positiva, il valore della punizione (democratica ed efficace) e la valorizzazione degli aspetti positivi del rapporto genitori-figli, proponendo di volta in volta dei questionari di autovalutazione, utili per imparare a riconoscere i propri gap educativi e trasformarli in comunicazione assertiva e ascolto attivo.

L’ educazione dei figli diventa così non un gioco di potere del più grande sul più piccolo o una sfida a ribaltare nevroticamente i ruoli, ma un valzer di reciproca comprensione, ascolto, comunicazione lineare, profezie che si autoavverano… al positivo.

“Essere dei bravi genitori significa stare bene” afferma Rosa Angela Fabio tra le pagine del suo libro Genitori Positivi, Figli forti e invita tutti i “grandi” ad ascoltarsi, a prendersi cura di sé, delle proprie emozioni, dei propri spazi prima di prendere decisioni affrettate o riversare sui più piccoli le frustrazioni di una giornata di lavoro o di una vita che offre poche certezze.

Un libro da leggere tutto d’un fiato, da tenere sempre sul comodino, da regalare e regalarsi, facendo propria ogni singola parola.

Abbattere il coping o mirare alle radici della sofferenza?

Ci sono di quelle questioni cliniche di cui discuti per tutta la vita e non fai mai pace coi colleghi. Ti appassioni, litighi, ne fai roba di principio, ti convinci da solo di quello che dici, ti ci arrabbi, te ne inorgoglisci, ti senti frustrato e sotto sotto temi di sbagliare.

 

Un problema che mi ha dato non pochi pensieri, e problemi relazionali, è cosa fare del coping disfunzionale. Mica un problema da poco. Se dico coping disfunzionale suona generico, se invece lo traduco in ciò che è in pratica il concetto arriva. Si parla di: aggressività auto-diretta, aggressività etero-diretta e insomma tanta rabbia, sintomi alimentari, evitamento, workaholism, sottomissione compiacente, pensiero ripetitivo sotto forma di rimuginio per esempio. Si capisce meglio ora, vero?

Se il coping disfunzionale diventa “urgenza”

Si tratta di sintomi, comportamenti problematici e forme di pensiero che fanno danni enormi ai pazienti, a chi li circonda. E, naturalmente, sono per il clinico attraenti come il miele per l’orso. Noi psicoterapeuti abbiamo fame di guarire, di risolvere i problemi, cerchiamo sofferenza già attrezzati come Manny Tuttofare – il piccolo aggiustatutto dei cartoni animati per bambini -. Se preferite personaggi più adulti: “Sono Mr. Wolf, risolvo problemi”.

Tutto diventa estremamente difficile da discutere se il clinico nomina la parola d’ordine: “È un’urgenza”. Il termine urgenza ha un suono di per sé minaccioso e evoca pensieri ed emozioni come: catastrofe, responsabilità, imperizia, colpa. Se non risolvo il problema “urgente” il paziente potrebbe farsi male o causare danno agli altri.

Si taglia. Fa esercizio fisico compulsivo, potrebbe infortunarsi. La moglie lo minaccia fisicamente, se non si separa subito rischia la vita. Picchia la compagna. Gioca d’azzardo. Si droga. Non ha il controllo sulla rabbia, rischia di perdere il lavoro.

Di fronte al problema “urgente”, coi clinici si ragiona meno facilmente. Vedono il problema sintomatico, regolatorio, comportamentale e ci si buttano su. Come uno che al secondo giorno di dieta viene portato a forza in una trattoria romana di fronte alla carbonara. Vallo a trattenere.

Potrebbe venire in mente a una persona sana di mente di non considerare il coping la vera priorità del trattamento?

Ehi, ci sono anche prove empiriche al riguardo. Voglio dire, tutte quelle pubblicazioni sull’efficacia della DBT. Target principali: sucidio, atti-autolesivi, rabbia. Coping, coping, coping. Mira il coping, funziona, Giancarlo, che vuoi di più?

E la CBT potenziata per i disturbi alimentari? Funziona pure quella no? Sintomo alimentare, cura del sintomo alimentare, riduzione del problema alimentare. Valla a contestare una logica del genere.

Eppure questa logica non mi ha mai convinto, attirandomi storicamente non poche critiche. Sì, ragioni pure raffinato, ma la priorità è nel sintomo perché bisogna proteggere il paziente.

Il coping disfunzionale nella formulazione del caso

Io la vedo diversamente, è una questione di finezza della formulazione del caso, e se il caso lo formuli bene il trattamento funziona. L’esercizio intellettuale fine a se stesso mi disturba, mi irrita: se ragiono sul funzionamento del paziente è perché voglio farlo stare bene prima, in modo più stabile e con più probabilità di successo.

E quindi il coping non è l’obiettivo del trattamento.

Ma come, significa che se il paziente si taglia, si abbuffa, aggredisce la partner, si droga, evita, si dà al sesso compulsivo, magari non protetto, lo lasci fare?

No. Specialmente se il coping è comportamentale ed è pericoloso per il paziente stesso e per gli altri. È necessario come primo passo formulare un contratto in cui il paziente capisca che quel comportamento non è benefico e sappia che in qualche modo la terapia tenderà a ridurlo. Al di là dei casi più estremi (potenziali sucidi o omicidi, anoressiche sottopeso a rischio vita o scompenso metabolico sono alcuni esempi) ragioniamo nel modo che segue.

Il coping disfunzionale è il punto del funzionamento del paziente da cui si imposta la terapia. Ma non per ridurre il coping.

Perché?

Il coping è una forma di gestione della sofferenza. Funziona da schifo, ma è una protezione, uno scudo, un’armatura, filo spinato elettrificato. Lo togliete e cosa ottenete: di mettere la sofferenza a nudo, solo che lo state facendo con persone che non hanno altri strumenti. In altre parole, se riduco la rabbia al paziente e quello è l’obiettivo primo della terapia, perché ho condiviso con il paziente che la rabbia è tossica, danneggia sé e gli altri, cosa sto dicendo? Che è causa del suo mal e pianga sé stesso.

Pensiamo agli autori di violenza domestica. Vogliamo che smettano di essere aggressivi con la partner? Ci mancherebbe! Ma per avere successo, e farlo in modo stabile, bisogna non considerare l’aggressione in sé come problema. L’aggressione è l’emersione del problema, che esiste a monte.

Coping disfunzionale: cosa possiamo fare come terapeuti

E la terapia deve andare a monte. Insomma, non vogliamo depurare l’acqua sporca, ma ridurre la fonte di inquinamento alla sorgente.

Come?

Cosa facciamo?

Partiamo dal coping. Questo sì, necessariamente. Validiamo, qualunque esso sia, il comportamento di coping. Capisco che lei si tagli per calmarsi. Capisco che se si sente ferito e umiliato provi una rabbia feroce per la sua compagna e abbia il desiderio di sottometterla, fargliela pagare. Capisco che voglia essere magrissima e bella ed essere accettata. Capisco che lavori come un dannato per avere successo o per evitare gli errori. Ci sta, lo farei anche io.

E poi l’esercizio: che succede se, in una circostanza precisa, solo per curiosità, la settimana prossima, prova a non farlo? Non mi interessa che ci riesca, voglio solo che ci provi e si annoti in qualche modo cosa le passa per la mente in quei momenti. E ne parliamo nella prossima seduta.

Il paziente deve avere chiarissimo che non vogliamo fare sparire il coping, non ci interessa. Vogliamo solo capire cosa la causa e lo rende automatico, potente, imperativo, indispensabile.

Vogliamo quindi migliorare il monitoraggio metacognitivo, la consapevolezza delle cause dell’azione.

Un mio paziente, Matteo, soffriva di dipendenza sessuale e affettiva. Stava impazzendo dietro una donna impossibile. E nel frattempo aveva la straordinaria capacità di rimorchiare una quantità di donne impressionante. Gli ho proposto un semplice esercizio. Nella settimana prossima, quando sta per prendere il telefonino per vedere se Veronica le ha scritto, provi a non farlo. E mi dica che le succede. Nelle settimane successive l’esercizio diventerà: quando torna a casa dal lavoro sappiamo che le viene lo stimolo a scrivere a qualche donna per uscirci la sera. Provi a non farlo, per 5 minuti, 10, mezz’ora. Solo per capire come si sente in quei momenti.

Dopo due mesi la relazione con la donna impossibile è finita. La dipendenza sessuale si è ridotta. Cosa è successo. Il paziente ha scoperto che prima di cercare relazioni era preda di un’idea di sé come: incapace, inferiore, solo. Era governato da emozioni di: ansia, vergogna, colpa. E ha capito che la strategia di dipendenza o rimorchio compulsivo servivano a: staccare la testa dalle emozioni dolorose, evitare di affrontare i problemi sul lavoro e restaurare in modo narcisistico l’immagine di sé che i genitori avevano sempre minato. A quel punto la terapia non era mirata sulla riduzione del coping. Ma: quando contattiamo le idee nucleari di sé incapace, inferiore e solo, come possiamo trattarle.

Ostacolando il coping si accede alle parti sane: scopri che in quei momenti in cui ti astieni dal comportamento problematico puoi entrare in contatto con altre idee di te, più benevole. O puoi farle emergere col terapeuta. O puoi regolare in modo più sano le emozioni dolorose che le accompagnano. A quel punto il coping diventa un problema secondario, la terapia mira a smontare gli antecedenti di meccanismi protettivi e i comportamenti protettivi non sono più necessari.

Ora se il paziente continua ad adottare il coping, succede di fatto, sotto forma per esempio di evitamento o pensiero ripetitivo, lo si può bersagliare: il paziente sa perché lo adotta, sa che è un meccanismo protettivo ma insieme al terapeuta è consapevole che è necessario un lavoro specifico per abbandonarlo.

In Terapia Metacognitiva Interpersonale abbiamo sempre lavorato per modificare gli schemi interpersonali maladattivi alla radice della sofferenza soggettiva (Dimaggio et al., 2013).

I primi studi di efficacia che abbiamo pubblicato, apparsi negli ultimi due anni (Dimaggio et al., 2017; Gordon-King et al., 2018; Popolo et al., 2018) ci hanno detto una cosa in più: eravamo capaci di ridurre i sintomi e migliorare le strategie regolatorie. In altre parole, lavorando sulle strutture di personalità andavamo a cambiare il coping e ridurre i suoi effetti nocivi. Puntando alla radice della sofferenza. La logica ha un senso.

Cocaina: scoperto il ruolo di un nuovo gene che favorisce la dipendenza

Sono ormai ben noti gli effetti della cocaina: stimola il sistema della ricompensa, provocando cambiamenti a lungo termine che sfociano poi in comportamenti patologici di dipendenza. E’ stato scoperto che un gene ha un ruolo importante in questo meccanismo.

 

Una nuova ricerca, condotta da Alban de Kerchove d’Exaerde e colleghi, ha esaminato a fondo proprio questi comportamenti, scoprendo un gene denominato Maged1, che svolge un ruolo cruciale nei meccanismi che portano alla dipendenza da cocaina.

Maged1: il sistema di ricompensa e la dipendenza

La famiglia di geni di cui fa parte Maged1 è già stata studiata in passato, perché ne è stato riconosciuto un ruolo attivo nei tumori. Sono state inoltre evidenziate altre funzioni cerebrali di Maged1, per esempio nei processi di risposta agli antidepressivi.

L’ abuso di cocaina altera l’attivazione di Maged1 ed è per questo motivo che gli autori hanno voluto indagare il ruolo di questo gene nello sviluppo della dipendenza da cocaina.

Il sistema di ricompensa, sia nel mondo animale che in quello umano, viene attivato quando mettiamo in atto una serie di comportamenti che suscitano piacere, come bere, mangiare o procreare. Il sistema si attiva tramite uno stimolo gratificante che provoca il rilascio di dopamina da parte dell’area tegmentale ventrale verso altre aree del cervello connesse ad essa, in particolare il nucleo accumbens, fulcro del sistema di ricompensa.

In questo sistema, la cocaina agisce bloccando la rimozione della dopamina dalle sinapsi, provocandone così un’ondata in tutti i circuiti. Questo eccesso di dopamina porta a modifiche a lungo termine nel cervello, che sfociano poi in dipendenza.

Maged1: dove agisce

La corteccia prefrontale è un’area condizionata dai cambiamenti indotti dalla cocaina. Quest’area è deputata al controllo dell’inibizione e della regolazione delle emozioni. Infatti, la dipendenza da cocaina porta ad assumere comportamenti come la ricerca della droga, la perdita di controllo e inadeguatezza nei processi decisionali.

In esperimenti effettuati su topi privi del gene Maged1, i ricercatori hanno potuto notare come gli animali fossero completamente insensibili alla cocaina, e che il rilascio di dopamina fosse assente nel nucleo accumbens. I topi non mostravano nessuna delle tipiche reazioni alla cocaina: sensibilizzazione alla droga, maggiori effetti in seguito ad un aumento della dose o comportamenti di dipendenza, come esplorare luoghi dove abitualmente avrebbero potuto trovare una ricompensa di cocaina.

In seguito ad una serie di esperimenti, dove è stato osservato il ruolo di Maged1 in diverse regioni cerebrali, i ricercatori hanno appurato che affinché ci sia lo sviluppo di un processo di sensibilizzazione alla cocaina e di rilascio di dopamina, il gene sia fondamentale nella corteccia prefrontale e non nei neuroni che producono dopamina nell’area tegmentale ventrale.

Nella letteratura scientifica, pochissime sono le mutazioni conosciute per produrre una totale assenza di risposte comportamentali alla cocaina.

Maged1 può essere un promettente punto di partenza per lo studio dei comportamenti da dipendenza da droga.

Il ruolo della supervisione in psicoterapia

Per gli psicoterapeuti in formazione, ma anche per i più esperti, la supervisione è uno strumento indispensabile per esercitare la propria professione. Accade infatti spesso, nel corso della terapia con i propri pazienti, di ritrovarsi in alcuni momenti di impasse dai quali proprio non si riesce a venirne fuori o capita, non di rado, che i vissuti di un paziente possono risuonare emotivamente nel terapeuta che non riesce più ad assumere uno sguardo esterno alla terapia che sta conducendo. Ecco allora che interviene il supervisore…

 

Umberta Telfener a proposito della supervisione scrive:

E’ stata chiamata supervisione la relazione tra una persona più esperta e un individuio in training. Si tratta di quella situazione in cui l’esperto costruisce con lo studente una serie di contesti educativi per connettere insieme gli aspetti comportamentali (il fare), quelli teorici (il saper fare), quelli emotivi (il saper essere), condividendo una cornice che contenga questi diversi livelli (la condivisione di una visione del mondo e di obiettivi condivisi). In un’ottica costruttiva la supervisione è considerata una coordinazione di pensieri e azioni all’interno di un contesto e di una definizione (di scopi e obiettivi) ugualmente condivisa.

Una definizione di supervisione in campo cognitivista è stata data da Nicola Butera e Roberta Zaratta (2002), i quali scrivono che la relazione di supervisione rappresenta un processo interattivo, caratterizzato da numerosi vissuti emotivi, le cui componenti sono: il terapeuta, il supervisore, la relazione.

Supervisore e terapeuta si trovano a co-costruire un contesto di reciprocità, all’interno del quale il terapeuta espone al supervisiore la storia e i disturbi del paziente, racconta della terapia che sta conducendo e dei problemi che sta riscontrando in corso d’opera. D’altro canto il supervisore allena il terapeuta all’autosservazione in modo da comprendere meglio quali sono i propri meccanismi di “funzionamento”. In questo modo il terapeuta può dare nuovo significato al proprio lavoro, ricostruendo la conoscenza che ha della terapia, del paziente e del proprio modo di essere all’interno della relazione terapeutica. Il supervisore può riorganizzare e ricostruire la conoscenza che ha della terapia, del terapeuta e del proprio modo di essere all’interno della relazione di supervisione.

Attraverso questa costruzione e ri-costruzione dell’esperienza e del suo significato, si raggiunge una maggiore conoscenza delle proprie competenze; un cambiamento emotivo, cognitivo e, di conseguenza, un cambiamento del modo di agire del terapeuta e del supervisore.

Le componenti di una supervisione efficace

Più rigorosa e pragmatica è la visione della supervisione proposta da Carol Falender, che vede la supervisione come:

Un’attività professionale distinta, in cui l’istruzione e la formazione sono volte a sviluppare una pratica psicoterapeutica scientificamente fondata, attraverso un processo interpersonale collaborativo. La supervisione comprende le fasi di osservazione, valutazione e feedback, e facilita l’autovalutazione del supervisionato, l’acquisizione di conoscenze e competenze attraverso la formazione, il modellamento (modeling), e il problem solving reciproco. La supervisione favorisce il riconoscimento dei punti di forza e dei talenti del supervisionato, incoraggiando l’autoefficacia. Deve essere condotta in modo competente nel quadro di uno standard etico e legislativo. La pratica professionale della supervisione deve essere utilizzata per promuovere e tutelare il benessere del cliente, la professione e la società in generale.

La rigorosità del pensiero della Falender (2008), le ha consentito di individuare le componenti necessarie affinché una supervisione possa dirsi efficace, tra queste importanti risultano la costruzione di una relazione; il rispetto per il supervisionato (soprattutto quando supervisore e terapeuta seguono approcci o orientamenti diversi); la valutazione collaborativa delle competenze del supervisionato (utilizzando l’autovalutazione del supervisionato e il feedback del supervisore), e la successiva definizione di obiettivi e compiti di sviluppo. La riflessione e la valutazione delle competenze del terapeuta da parte del supervisore devono sempre mirare a un miglioramento delle competenze e alla promozione, nel supervisionato, di capacità di gestione dei fattori personali e di controtransfert e i loro risvolti sul  processo clinico.

Dei criteri che rendono una supervisione efficace si è parlato anche in un recente congresso APA (2014), in un simposio a cura di Chun-I Li, Scott Fairhurst e Scott Liu. Nel corso dell’evento sono stati delineati i compiti del supervisore della psicoterapia e le aspettative del supervisionato, che sono dieci:

  1. aiutare l’introspezione (facilitating insight)
  2. riscontro e correzione (feedback and correction)
  3. incanalare l’eaborazione (allowing for debriefing)
  4. delineare le scelte (outlining options)
  5. impartire conoscenze generali (imparting general knowledge)
  6. spiegare che fare (explaining what to do)
  7. impostare differenze di valori (addressing differences in values)
  8. promuovere lo sviluppo professionale (promoting professional development)
  9. essere un modello (modeling)
  10. validare gli stati emotivi del supervisionato (validating supervisee’s feelings)

Queste variabili potrebbero essere a grandi linee raggruppabili in due aree principali: la validazione degli stati emotivi vissuti in seduta e la valutazione e correzione degli aspetti tecnici e strategici (Ruggiero, 2014).

Supervisione a diversi livelli e l’importanza di uno sguardo esterno

La realtà, ammesso che esista indipendentemente, si manifesta solo nell’interazione con un osservatore. La sua rappresentazione è dunque frutto parimenti della cosa in sé e degli schemi percettivi e cognitivi dell’osservatore. In supervisione, come già accennato, abbiamo un Terapeuta e un Supervisore (Dimaggio, 2016) e una parte della supervisione focalizzata sui contenuti e una orientata ai processi (Sassaroli, 2014).

La parte della supervisione focalizzata sul contenuto (come funziona questo paziente, che problemi ha?) attiene ad aderenza, competenza e osservanza delle regole di una certa teoria clinica, mentre la supervisione focalizzata al processo si occupa dei fattori aspecifici, della relazione tra terapeuta e suo paziente (come sto con lui, cosa sto facendo con lui di buono o problematico? Perché sto portando il caso e chiedendo aiuto? Qual è il disagio che ho avuto nelle ultime sedute?) e su come il supervisionato sa rapportarsi con il supervisore (quanto accetto di essere messo in discussione? Quanto accetto che il mio supervisore mi suggerisca che quell’atto clinico, quelle emozioni con un certo paziente, sono il risultato di una mia storia dolorosa, proprio nell’area che questo paziente va a toccare, come sto in una relazione in cui qualcuno che fa da educatore, fa le pulci al mio operato? Che emozioni ho?).

In una seduta di supervisione, il terapeuta descrive la sua relazione con il paziente (che a sua volta gli descrive il mondo in cui è immerso e che gli genera disagio) al supervisore. Quest’ultimo può fare un intervento sui contenuti, correggendo la costruzione che il terapeuta ha del paziente al fine di perseguire meglio lo scopo della guarigione. Interventi del tipo sono la modifica della diagnosi, il suggerimento di alcune tecniche utilizzabili, ecc (Dimaggio, 2016).

Capita però che il supervisore possa fare anche un intervento di livello superiore, sui processi, mostrando e relativizzando gli schemi percettivi costruttivi con cui il terapeuta vede il paziente, evidenziando cioè gli scopi che muovono il terapeuta. Questo secondo tipo di intervento anche se apparentemente meno utile nell’immediato per chi spesso, in supervisione, cerca soluzioni veloci per uscire dall’impasse della terapia con il paziente, è più efficace ed economico. Questo perché gli scopi e gli schemi attivi nel terapeuta nella relazione col paziente, sono presumibilmente attivi anche nelle relazioni con gli altri pazienti.

Ovviamente, sempre Dimaggio (2016) ricorda come il regresso può continuare all’infinito: nella costruzione che il supervisore fa del paziente e del terapeuta, nonché della loro loro relazione, entrano in gioco anche gli schemi del supervisore. Si può ovviare in parte a questo problema, avendo più supervisori ed è qui racchiuso il senso di un gruppo di supervisione e, più in generale, dell’intervisione. A volte, infatti, non serve che il supervisore sia necessariamente più esperto, serve soprattutto che sia esterno (ibidem).

Contratto in supervisione e modalità di lavoro

Come accade in terapia con i pazienti, anche in supervisione dovrebbe esserci un esplicito contratto tra supervisore e supervisionato. Nel contratto ci si accorda su cosa ci si aspetta uno dall’altro, le cose che si è disposti a fare insieme, si stabiliscono formalmente modi e regole degli incontri. Ad esempio è considerato non corretto fare supervisione senza registrazione audio delle sedute. In questo modo si ha la possibilità di ascoltare la seduta, vedendo quali emozioni e quali movimenti emotivi emergono durante quell’incontro.

La formalizzazione estrema del processo di supervisione psicoterapica è un bene che protegge il supervisore, il supervisionato e il paziente (Sassaroli, 2014).

Nella mente dello psicoterapeuta

Un breve video illustra in maniera semplice e accessibile ciò che avviene nella mente dello psicoterapeuta nel corso delle sedute di psicoterapia e all’interno della relazione terapeutica.

La seconda parte del video evidenzia l’importanza per lo stesso terapeuta di avvalersi dell’aiuto o della supervisione di colleghi professionisti.

 

La psicologia positiva e i suoi ambiti di applicazione: il ruolo dello psicologo del benessere

Si è soliti pensare che abbiamo bisogno di rivolgerci allo psicologo solo davanti a una situazione di disagio, patologia o malessere conclamato. Fatichiamo a prendere in considerazione l’idea che si possa potenziare il benessere mentale così come si potenzia il benessere fisico.

 

Ma se “usassimo” lo psicologo per migliorare il nostro benessere? Se lo considerassimo un supporto a situazioni stressanti potenziali e non già in essere?

La psicologia positiva e i suoi ambiti di applicazione

Per rispondere a queste domande dobbiamo interpellare una branca della psicologia che si è focalizzata non sul porre rimedio agli aspetti peggiori della vita bensì alla costruzione di qualità positive (Seligman & Csikszentmihalyi, 2000): la psicologia positiva. I contributi di questa nuova prospettiva che guarda all’individuo non più in termini di carenze, deficit e patologie ma come detentore di risorse e potenzialità, è da considerarsi rivoluzionaria.  Fino a questo momento, infatti, il focus della ricerca psicologica è stato sul “riparare” qualcosa di malfunzionante mentre ora, grazie all’interesse per il benessere soggettivo è possibile focalizzare l’attenzione sull’individuazione di comportamenti che possono migliorare la qualità della vita, costruendo e potenziando skills e risorse già presenti in ognuno di noi per fronteggiare al meglio le situazioni stressanti.

Benessere: una definizione soggettiva

Inizialmente si era soliti pensare che il benessere fosse determinato da elementi di natura oggettiva come ad esempio un’abitazione molto grande, uno stile di vita agiato, lo status sociale, buone condizioni di salute, ecc.. Diversi studi hanno invece dimostrato che il benessere ha un carattere troppo soggettivo per poter essere ridotto ai termini sopra indicati. Ognuno di noi, infatti, elabora a proprio modo la qualità della vita in base alle carattetistiche personali e alle modalità con cui si rapporta con l’ambiente. Ad esempio, una persona con una posizione sociale elevata può sentirsi meno appagata a livello relazionale, rispetto ad una persona di rango inferiore ma con una vita attiva e ricca di interazioni sociali. In un altro caso, due persone affette dalla medesima malattia possono approcciare ad essa in modo arrendevole temendo di non essere in grado di superarla o in modo combattivo sapendo di avere le risorse per farle fronte.

Non siamo di certo i primi ad esserci interrogati su cosa sia il benessere; filosofi e teologi sono già andati in cerca di questa risposta e hanno pensato di correlarlo alla felicità (Oishi & Diener , 2001; Diener, Lucas, & Oishi, 2002). In che modo? Le indagini di cui disponiamo in merito alla rappresentazione della felicità ci forniscono 3 punti specifici. La felicità viene percepita come:

  • soggettiva: quello che rende felice una persona può rattristarne un’altra
  • temporale: non è detto che ciò che ci rende felici adesso lo farà anche in futuro
  • transitoria: quello che ci rende felici non mantiene nel tempo lo stesso effetto

Alla luce di quanto detto, quindi, si può pensare di definire il benessere soggettivo come “una condizione di raggiungiungimento di un equilibro inter e intra individuale” (Amoretti & Ciceri, 2008) racchiudendo così gli aspetti soggettivi e quelli di relazione con l’ambiente.

Psicologia positiva e benessere

Possiamo affermare che la psicologia positiva, per consentirci di definire il benessere così come abbiamo fatto e di associarlo alla felicità, è un movimento partito da due prospettive di base: quella edonica e quella eudaimonica.

Queste due prospettive hanno una diversa visione della felicità: nel primo caso si fa riferimento a un benessere e a una felicità di tipo soggettivo (Subjective well-being) legato alla sfera affettiva individuale che consiste nel raggiungimento di piaceri fisici e mentali. La seconda prospettiva, invece, ci presenta il benessere psicologico (Psychological well-Being) come legato alla sfera dell’auto-realizzazione anche in termini collettivi. C’è una continua interazione tra benessere indivuduale e collettivo per cui la felicità personale si realizza nell’ambito dello spazio sociale (Delle Fave, 2006). Il benessere è quindi un orizzonte raggiungibile solo mediante la messa in campo delle risorse personali e le competenze sociali disponibili (Delle Fave, 2007).

Benessere come risultato del pensare positivo

“Io penso positivo” non sono solo le prime parole di una nota canzone, sono anche il risultato di numerose ricerche condotte nelle aree della psicologia positiva che vedono il pensiero positivo come protagonista della percezione del benessere. È stato dimostrato che sapersi concentrare su emozioni positive rivela una disposizione a reagire positivamente agli eventi della vita, disposizione che ha influenze sulla salute delle persone arrivando anche ad allungarne la vita (Danner, Snowdon, & Friesen, 2001). Queste hanno, infatti, effetti sia terapeutici sia preventivi supportando il sistema immunitario e motivando all’attuazione di comportamenti sani (Salovey, Rothman, Detweiler, & Steward, 2000). Non trascurabile è l’utilità delle emozioni positive di fronte a eventi di elevata gravità: ad esempio, nei giorni successivi all’attacco al World Trade Center più le persone erano in grado si sperimentare emozioni positive (gratitudine per i cari al sicuro) più erano capaci di riprendersi dall’attacco (Fredrickson, Tugade, & Waugh, 2003).

Così come le emozioni negative hanno un ruolo adattivo che muove all’azione (ad. es.: fuggire in caso di pericolo), le emozioni positive sono adattive nei termini in cui favoriscono il repertorio cognitivo e comportamentale grazie all’avvicinamento al prossimo, all’esplorazione dell’ambiente, all’applicazione di modalità di pensiero più efficaci e creative (Isen, 1990). Emozioni positive e negative sono dunque complementari: le prime sono necessarie all’aumento a lungo termine delle risorse della persona, le seconde sono indispensabili per la sopravvivenza dell’organismo nell’immediato. Inoltre, le emozioni positive sono essenziali per la regolazione di quelle negative: mentre queste ultime se provate per lungo tempo possono costituire un fattore di rischio per la salute, le prime possono funzionare da “antidoto” per le situazioni stressanti. Diversi studi hanno dimostrato come l’attivazione cardiovascolare prodotta da esperienze negative possa essere ridotta rapidamente da stati emotivi positivi (Fredrickson & Levenson, 1998; Fredrickson B. L., 2000). Questa ipotesi degli autori, denominata undoing hypothesis, suggerise quindi che le persone sono in grado di aumentare il loro benessere psicofisico coltivando esperienze di emozioni positive in momenti opportuni per affrontare situazioni negative future (Fredrickson B. L., 2000).

A favore di queste ipotesi quindi, la psicologia positiva ha condotto ricerche che possono essere considerate opposte rispetto ai tradizionali approcci psicopatologici di studio della mente. Anziché partire dall’indagare, ad esempio, gli effetti prodotti da un trauma per scoprirne le cause e proporne il trattamento, grazie a questa prospettiva si parte dallo studio della predisposizione personale in soggetti dall’approccio ottimistico e positivo alla vita che li porta ad avere un maggior livello di resilienza e quindi a  resistere maggiormente a esperienze traumatiche o negative.

Psicologo del benessere e psicologia positiva

Il ruolo dello psicologo del benessere è quindi quello di supportare le persone al miglioramento della qualità della vita in diversi ambiti (lavoro, scuola, fasi di vita come gravidanza o invecchiamento, ecc…) favorendo il potenziamento positivo delle proprie caratteristiche personali che portano all’attuazione di strategie comportamentali che nutrono il benessere. Certo, questa figura non si distoglie completamente dalla diagnosi di disturbi già esistenti, anzi, interviene affinchè non diventino più gravi, ma di base non si limita alla solo supporto per la risoluzione di un problema specifico. In tal senso lo psicologo che fa riferimento alla prospettiva della psicologia positiva ci aiuta, quindi, ad uscire da atteggiamenti che interferiscono con il nostro “sentirci bene” e ci porta a far emergere tutte le risorse già presenti in noi in cui è necessario credere.

Siamo tutti “programmati” al benessere, dobbiamo solo prenderci cura di lui.

Oltre. Scoprirsi fragili: confessioni sul (mio) disturbo alimentare (2018) di Sandra Zodiaco – Recensione del libro

Oltre, spingersi oltre le paure, i pensieri, il controllo.. oltre la malattia. In questo libro Sandra Zodiaco racconta la dura lotta contro i disturbi del comportamento alimentare a chi sta affrontando la sua stessa battaglia, alle famiglie e ai terapeuti, per far comprendere il più possibile la vastità di un mondo nascosto dietro il sintomo.

 

Oltre è un libro autobiografico che racconta il dramma dei disturbi alimentari e il difficile percorso terapeutico. Con grande potenza l’autrice, Sandra Zodiaco, trascina il lettore nel vortice di paure e pensieri che caratterizzano questi comportamenti; pagina dopo pagina si condivide l’angoscia dell’autrice che narra in prima persona cosa significa soffrire di anoressia.

Suddiviso in 4 grandi sezioni alla stregua di capitoli, il libro Oltre racconta il viaggio di Sandra a partire dal buio con la prima sezione “in trappola” e “in bilico” per poi camminare verso la luce infondo al tunnel con “in equilibrio” e “in viaggio”.

Ogni sezione si apre con un racconto, una poesia, dei versi che preannunciano, come un emblema, il tema centrale affrontato nelle pagine che seguiranno, come i versi di “Odi et Amo” di Catullo che precedono il capitolo “in bilico”.

Oltre, il dolore dietro i DCA

L’autrice racconta tutto ciò che il disturbo alimentare ha strappato alla sua vita. Lo fa raccontando quali forme assume la malattia e che emozioni nasconde per poi incidere nero su bianco una frase, talvolta provocatoria e molto stimolante come:

i DCA sono disturbi della comunicazione.

Dietro a queste parole risiede un modo diverso di vedere i disturbi alimentari: il disturbo è solo la parte visibile dell’iceberg ma immersa nell’acqua c’è la parte più ingombrate del dolore incomunicabile, ecco allora che attraverso un “corpo parlante” si esaspera questo dolore.

L’elegante e significativa scelta di Sandra Zodiaco di non nominare mai il disturbo specifico (se non un’unica volta) ma bensì di utilizzare sempre il termine “la malattia” denota una grande delicatezza nel raccontare che la malattia le ha rubato un pezzo di vita, lasciandole solo il silenzio, simbolo del dolore e del vuoto che predomina su tutto.

Oltre, l’oggi e il domani con l’anoressia

La riflessione sul domani è tanto forte quanto spiazzante perché è un pensiero comune a tutti, chi di noi non ha mai pensato “da domani inizio a..” “da domani smetto di..”?

Qui però i pensieri sono diversi, l’attesa per il domani è diversa, persino il domani stesso è diverso: ecco allora che il cambio di direzione verso l’oggi diventa il primo passo da compiere.

Cosa impedisce dunque di vivere l’oggi non aspettando domani? Forse, suggerisce l’autrice Sandra Zodiaco, la paura di perdere l’identità creata, che per quanto distruttiva rimane comunque la propria. In fondo è prepotente la paura di esistere e la difficoltà di accettarsi per come si è ed è allora che

ci si accontenta delle briciole, briciole di vita.

“In bilico” tra la vita e la non-vita è la sezione che descrive più di tutte la costante antitesi esistenziale dell’autrice. È il continuo oscillare tra quello che la malattia ti ha eroso e la ricerca di quello che sei, camminare nel mezzo di questi sentieri per formare una strada da percorrere alla ricerca di Sé come una barca che coraggiosamente deve navigare controvento.

La terapia dei DCA e un pensiero per chi non ce l’ha fatta

“Lettera al corpo” libera le emozioni più vere e profonde e conduce il lettore all’interno del labirinto di pensieri e di emozioni dell’autrice, che si rivolge al proprio corpo come ad un amante esprimendo i suoi sentimenti profondi: la gratitudine e l’odio, i desideri e l’augurio di un futuro diverso.

“Diario alimentare” descrivere il rituale composto da frecce, colori, punti esclamativi, scarabocchi, poche righe, pagine intere che simboleggiano il bisogno di controllo assoluto, che emerge dalle pagine e travolge il lettore.

E una volta tagliati i rami secchi, ricominciare, rinascere: nuovi abiti da cucire, nuove maschere più solide da plasmare, acqua, luce e sole per far rinascere quel fusto fiappo

L’ultima sezione del libro Oltre spalanca le porte alla narrazione del cammino terapeutico, un percorso difficile, pervaso di ostacoli e cadute ma che riserva alla fine la libertà. Il lettore è proiettato oltre il numero della bilancia per scoprire, come dice la scrittrice stessa, che lì c’è lei nella sua autenticità, lei stessa che diventa protagonista della sua vita trasformando gli ostacoli in opportunità. Il percorso per la libertà che passa attraverso la parola e l’aiuto della psicoterapeuta definita “compagna di viaggio”.

Sandra Zodiaco conclude il libro con lo scritto “A Giulia”, una lettera a cuore aperto a Giulia che ha concluso la sua battaglia contro la bulimia a soli 17 anni. Dal dolore per la sua scomparsa è stata istituita il 15 Marzo la Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla con lo scopo di sensibilizzare e diffondere la conoscenze sui Disturbi del Comportamento Alimentare.

Nota conclusiva che vale la pena sottolineare è che l’intero ricavato della pubblicazione è interamente devoluto all’Associazione Mi Nutro Di Vita per la lotta ai disturbi del comportamento alimentare fondata da Stefano Tavilla, padre di Giulia.

Il dialogo sessuologico: sessualità e benessere sessuale tra medicina e psicologia – Report dal convegno di Palermo

Nei disturbi sessuali molti sono i casi in cui la causa del disturbo è psicologica, per questo il lavoro con lo psicologo è molto importante al fine di analizzare le idee e convinzioni relative alla sessualità, alla storia di vita del paziente e al contesto socio-culturale in cui è cresciuto e prevenire reazioni quali depressione, ansia e ritiro sociale.

 

Traumi evolutivi, condizionamenti culturali, tabù sociali e familiari appresi fin dalla prima infanzia, fonti di vergogna e origine di malessere legato all’intimità, al proprio corpo e a quello del partner: queste tra le cause principali della richiesta, più o meno esplicita, che le coppie avanzano per ritrovare la salute sessuale e che è compito dei professionisti garantire, attraverso un dialogo empatico e professionale.

Quali sono le disfunzioni più comuni nella sfera sessuale e come la medicina e la psicologia si adoperano per restituire alla coppia quella salute sessuale che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce come “uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale in relazione alla sessualità?

Di sessualità si è parlato diffusamente al Convegno organizzato dalla Società Italiana di Andrologia lo scorso 7 Luglio, presso l’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Palermo, e che ha visto la fattiva collaborazione di medici e psicologi, all’interno della moderna concezione della multifattorialità della genesi delle disfunzioni sessuali, e della componente psicologica sempre presente, come causa diretta o come conseguenza di una disfunzione organica.

La sessualità, in quanto diritto a una vita appagante, trova un suo importante tassello nel concetto di fantasia – apre i lavori Cristiana Bonaffini, psicologa e sessuologa – Essa è, per così dire, il motore del desiderio e dunque dell’eccitazione, ed è molto importante avere l’opportunità di condividere le proprie fantasie con il partner, senza vergognarsene.

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Sessualità e salute sessuale - Report del convegno di Palermo, 7 luglio

Dal desiderio all’eccitazione, all’erezione, all’orgasmo: lungo questa linea di sviluppo del ciclo di risposta sessuale le coppie richiedono supporto, per riprendere un dialogo con se stessi, in quanto individui, e in quanto coppia complice e in grado di appagamento reciproco, di natura affettiva e sessuale.

Tra le disfunzioni sessuali più diffuse troviamo la disfunzione erettile, ovvero la persistente o occasionale incapacità di raggiungere o mantenere l’erezione per un tempo sufficiente al rapporto sessuale – spiega Emilio Italiano, urologo e sessuologo – Un problema invalidante che interessa i giovani, con una prevalenza del 27% di soggetti con età media di 34 anni, secondo una ricerca di Heruti pubblicata nel 2004. Varie le cause, tra cui deficit vascolari, o l’ansia da prestazione, legata al falso mito sulla prestazione ottimale dell’uomo per appagare la donna e le sue aspettative, senza la quale il rapporto di coppia sarebbe destinato al fallimento. Poiché la causalità psicologica è la più frequente, l’invio allo psicologo è molto importante, al fine di analizzare le idee e convinzioni relative alla sessualità, alla storia di vita del paziente e al contesto socio-culturale in cui è cresciuto e prevenire reazioni quali depressione e ritiro sociale. L’analisi della componente emotiva legata al disturbo è essenziale perché l’utilizzo dei farmaci, disponibili in commercio, risente di tale elevata componente, che può ostacolarne l’efficacia, sottolineando la gravità del problema, con un cortocircuito che esaspera ansia e paura.

Tale analisi tecnica è da perseguire attraverso opportune tecniche, come quelle di derivazione cognitivo-comportamentale, ad esempio la focalizzazione sensoriale, o la ristrutturazione cognitiva di alcune credenze disfunzionali come “È più importante la prestazione piuttosto che l’espressione di affetto e interesse”, o ancora analizzando il sintomo come modalità di acquisire potere, vendicandosi di torti subiti nella relazione, sempre all’interno di una relazione terapeutica incentrata sull’empatia e l’ascolto attivo da parte del terapeuta.

Esistono barriere nella comunicazione tra operatore e paziente; da parte dell’operatore, una formazione inadeguata, stereotipi, imbarazzi, da parte del paziente timore del giudizio, di avere risposte negative o un serio problema psicologico. Un ascolto aperto, privo di giudizi e competente è essenziale per aiutare i pazienti a muoversi verso una progettualità che implica conoscenza e accettazione del proprio corpo e il coinvolgimento del partner nelle proprie fantasie, da considerarsi come fattore prognostico positivo tanto in terapia che nella vita di coppia – conclude Tiziana Lo Nigro, psicologa.

Trauma infantile nei genitori: aumenta il rischio di problemi comportamentali nei figli

I genitori che hanno vissuto un grave trauma infantile o forti stress durante l’infanzia presentano una maggiore probabilità di avere figli con problemi comportamentali.

 

Uno studio svolto da Neal Halfon e Paul Chung dell’UCLA e Narayan Sastry dell’Università del Michigan, ha messo in evidenza l’associazione esistente tra gravi traumi e fonti di stress vissuti dai genitori durante la loro infanzia, con un maggiore rischio di esordio di disturbi della salute mentale nei figli di questi ultimi.

Trauma infantile: diversi tipi, conseguenze avverse

Diverse esperienze possono essere definite traumatiche per i bambini in età evolutiva, ad esempio: il divorzio o la separazione dei genitori, la morte di un genitore, l’abuso emotivo, fisico o sessuale, la violenza domestica, l’esposizione all’abuso di sostanze nel contesto familiare o la presenza di malattie mentali dei genitori.

Molte ricerche, finora, hanno studiato e considerato il trauma infantile come un fattore di rischio per l’esordio di problemi fisici e mentali nell’​​età adulta. Adam Schickedanz, pediatra e professore assistente nel dipartimento di pediatria presso la David Geffen School of Medicine dell’UCLA, a tal proposito, sostiene che questa è la prima ricerca che ha l’obiettivo di dimostrare che esperienze avverse, vissute durante l’infanzia, provocano dei danni comportamentali a lungo termine, che possono estendersi in termini di maggiore rischio psicopatologico, non solo fino all’età adulta, ma anche attraverso le generazioni da genitore a figlio.

Trauma del genitore, conseguenze anche nel figlio

I ricercatori hanno preso in esame una serie di dati da un’indagine nazionale, in riferimento a quattro generazioni di famiglie americane, che conteneva informazioni ricevute dai genitori sul fatto che essi fossero stati abusati, trascurati o esposti ad altri fattori di stress o maltrattamento infantile durante lo sviluppo; inoltre, sono state raccolte informazioni sui problemi comportamentali dei loro figli e sulle diagnosi mediche di disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

Con questi dati, gli studiosi sono stati in grado di evidenziare la presenza di forti associazioni tra le storie di avversità dei genitori e i problemi nella sfera comportamentale dei loro figli, controllando al contempo fattori quali la povertà familiare e il livello di istruzione.

In conclusione, la ricerca ha evidenziato che i figli di genitori che avevano vissuto numerose esperienze traumatiche durante l’infanzia, presentavano un rischio due volte maggiore di avere un disturbo da deficit di attenzione e iperattività e avevano una probabilità quattro volte maggiore di avere problemi di salute mentale. Lo studio ha anche rilevato che le esperienze infantili traumatiche di una madre avevano avuto un effetto negativo maggiore sulla salute fisica e mentale dei propri figli, rispetto alle esperienze avverse del padre.

Trauma infantile: trattare e prevenire le conseguenze

In particolare, i genitori che hanno vissuto esperienze avverse durante l’infanzia presentavano una maggiore probabilità di sviluppare dei problemi di salute mentale e, in generale, mostravano di avere più difficoltà nella crescita dei propri figli, rispetto agli altri genitori. Tuttavia, i ricercatori sostengono che questi fattori soprariportati spieghino circa un quarto dell’associazione tra trauma infantile dei genitori e la presenza di disturbi comportamentali nei figli. A tal proposito, per comprendere meglio come le esperienze avverse dell’infanzia del genitore sono trasmesse al comportamento del loro bambino, sono necessari ulteriori studi.

Schickedanz ha affermato

Se siamo in grado di identificare precocemente i bambini che sono a rischio più elevato, possiamo collegarli a servizi che potrebbero ridurre o prevenire l’esordio di disturbi della sfera comportamentale

e aggiunge che

Il passo successivo per i ricercatori è quello di studiare in che modo i fattori di resilienza, come il supporto di tutor o insegnanti, potrebbero compensare i danni dei traumi infantili.

La responsabilità di crescere un figlio maschio nell’era del #MeToo

Cosa dovremmo insegnare ai nostri figli? Innanzitutto che la donna non deve essere messa su di un piedistallo, trattata come fragile o bisognosa di cure in quanto donna. Piuttosto, insegnamo loro che deve essere protetto chiunque sia vulnerabile, indipendentemente dal sesso.

 

In Italia il 21% (4 milioni 520 mila) delle donne ha subito violenza sessuale e il 5,4% (1 milione 157 mila) ne ha subito le forme più gravi come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila). Questi dati sono riportati nell’ultimo rapporto pubblicato dall’ISTAT e non considerano le violenze non denunciate.

Se a ciò aggiungiamo anche tutti quegli episodi di molestie non fisiche, bensì verbali, subite per esempio a scuola, sul lavoro, per strada o sui social, abbiamo un’idea della portata del fenomeno e forse non ci stupiscono più così tanto la risonanza e la diffusione che ha avuto il movimento #MeToo a livello internazionale.

Molestie e violenza: come arginare i fenomeni

Alla luce di ciò, c’è qualcosa che possiamo fare per arginare questo preoccupante fenomeno che affonda plausibilmente le proprie radici in una cultura prevalentemente maschilista?

Risponde in merito lo psicologo Peter Glick, interpellato da David McGlynn in un articolo apparso sul NY Times il 01 giugno 2018: bisogna ripartire dall’ educazione dei figli maschi.

Cosa dovremmo insegnare, quindi, ai nostri figli?

Innanzitutto, che la donna non deve essere messa su di un piedistallo, trattata come fragile o bisognosa di cure in quanto donna; non deve essere protetta a prescindere. Piuttosto, insegnamo ai nostri figli che deve essere protetto chiunque sia vulnerabile, indipendentemente dal sesso.

Sproniamo i maschi sin da piccoli a mettersi nei panni degli altri, soprattutto delle femmine; promuoviamo in loro l’empatia, primo passo per imparare a non considerare l’altro, in particolare la donna, come un oggetto.

Mostriamo loro la parità di genere, che passa anche dal mettergli in mano uno straccio della polvere o un ferro da stiro.

Scardiniamo gli stereotipi di genere, incoraggiando attività e lavori che culturalmente sono assegnati all’altro sesso.

Accogliamo e incentiviamo tutte le manifestazioni emotive, non solo quelle considerate più maschili (come la rabbia o il mostrarsi forti); permettiamo loro di esprimere sentimenti di tristezza e vulnerabilità.

Tutti questi insegnamenti non devono essere trasmessi solo a parole, bensì, e soprattutto, tramite l’esempio, una delle armi educative più potenti che abbiamo a nostra disposizione assieme al dialogo. I papà, per esempio, con il loro comportamento nei confronti della propria partner, della propria madre, delle proprie figlie, giocano agli occhi dei propri figli un ruolo importantissimo nel veicolare l’immagine e l’opinione riguardo al genere femminile.

Crescere un figlio maschio nell’era del #MeToo è quindi una grande responsabilità; bisogna tenerlo bene in mente e rimboccarsi le maniche per far sì che i nostri bambini diventino in futuro dei bravi ragazzi e di conseguenza sempre meno ragazze debbano confessare “#MeToo”.

Calmo e attento come una ranocchia. Esercizi di Mindfulness per bambini e genitori (2015) di Eline Snel – Recensione del libro

Calmo e attento come una ranocchia è un libro pensato per aiutare genitori e bambini ad avvicinarsi alla mindfulness e agli enormi benefici che una pratica costante può garantire.

 

La rana rimane ferma e respira. Risparmia le energie e non si lascia trascinare da tutte le idee che le passano per la testa. La pancia si solleva e si abbassa, si gonfia un po’ e poi si sgonfia. Se può farlo una rana puoi farlo anche tu.

Questo è un messaggio contenuto all’interno di Calmo e attento come una ranocchia, un libro che consente a bambini e genitori di avvicinarsi alla mindfulness, intesa come pratica meditativa volta ad aumentare la nostra consapevolezza, momento dopo momento, di ciò che avviene dentro di noi, comprese emozioni, pensieri e sensazioni fisiche, e fuori di noi.

Il libro si apre con la prefazione di John Kabat Zinn, medico americano fondatore della meditazione mindfulness, che lo presenta come uno dei lavori più validi proposti sul mercato, che consente di allenarsi attraverso esercizi proposti al suo interno e all’interno del CD audio incluso, alla meditazione mindfulness, una pratica che va coltivata, allenata e sperimentata con costanza ed impegno per riuscire ad essere presente con la testa e con il cuore.

Calmo e attento come una ranocchia: gli esercizi di mindfulness per i più piccoli

Nell’ultimo decennio inoltre, studi nell’ambito della psicologia e delle neuroscienze hanno dimostrato che la mindfulness contribuisce ad un miglioramento dell’attenzione, potenziamento dell’autocontrollo, dell’apprendimento, dell’intelligenza emotiva ed il benessere psicofisico nel suo insieme, sia di adulti che di bambini.

L’autrice suddivide il libro Calmo e attento come una ranocchia in 10 capitoli, dove a seguito di un’introduzione alla mindfulness, parte con il proporre una serie di esercizi che si ritrovano anche all’interno del CD audio di cui libro è corredato. “Attenzione al respiro”, “Allenare l’attenzione”, “Dalla testa al corpo”, “Superare la tempesta interiore”, “Gestire le emozioni difficili”, “La fabbrica dei pensieri”, sono alcuni esempi di ciò. Eline Snel, in modo competente, semplice, chiaro e ludico avvicina e accompagna a tale pratica meditativa, grandi e piccini in modo spontaneo e sottoforma di gioco, mettendo in moto anche la fantasia, punto di forza dei bambini, approfondendo anche il tema dell’importanza di un rapporto gentile, equilibrato e consapevole nei confronti dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e soprattutto delle nostre paure.

Infine, l’invito che sia Kabat Zin che l’autrice propongono ai lettori ed interessati è quello di praticare la mindfulness con costanza per poterne beneficiare dei suoi effetti positivi. L’autrice sostiene che se si imparano a scoprire le nostre emozioni e i nostri pensieri e se si sperimenta la qualità dell’attenzione, della pazienza, della fiducia e dell’accettazione sin da piccoli, i nostri figli “saranno saldamente radicati nel qui ed ora, come giovani alberi, con molto spazio per crescere ed essere se stessi”.

Narcisismo a scuola: migliori performance per gli adolescenti con tratti narcisistici

Gli adolescenti con tratti narcisisti potrebbero migliorare le loro performance a scuola: lo sostiene il dott. Kostas Papageorgiou, ricercatore della Queen’s University Belfast e direttore del laboratorio InteRRaCt della stessa, in uno studio recente.

 

Lo studio è stato svolto in collaborazione internazionale con la professoressa Yulia Kovas, direttrice dell’InLab della Goldsmiths University di Londra e con altri ricercatori del King’s College di Londra, della Manchester University della Huddersfield University e dell’University of Texas di Austin (USA).

Narcisismo: lo studio su adolescenti milanesi

I ricercatori introducono l’argomento illustrando il crescente tasso di narcisismo nella nostra società, senza che ciò significhi che queste persone con manifeste qualità narcisistiche abbiano un disturbo della personalità. Tant’è che i ricercatori si sono soffermati su forme di narcisismo subcliniche, determinate da tratti caratteristici della forma clinica, ovvero grandiosità, dominio e superiorità.

Lo studio è stato condotto su 340 studenti adolescenti, partecipanti dello studio Multi-Cohort Investigation in Learning e Educational Success (MILES), reclutati in tre diverse scuole italiane (provincia di Milano). È stata esplorata longitudinalmente l’associazione tra forza mentale, narcisismo e successo scolastico adolescenziale.

Il ricercatore sostiene che coloro che ottengono alti punteggi a test che indagano il narcisismo possono essere più avvantaggiati scolasticamente rispetto a coloro che ottengono punteggi bassi, grazie ad una maggiore autostima, la quale può renderli più motivati, assertivi e di successo in determinati contesti.

Tratti narcisistici subclinici possono incrementare la forza mentale e questo determinerebbe una migliore esecuzione nelle situazioni caratterizzate da pressione. La forza mentale è associata positivamente a tratti narcisistici e a performance ottimali nei contesti accademici.

La forza mentale è stata definita come quel vantaggio psicologico che permette di affrontare meglio le sfide presenti in diversi contesti, tra cui quello accademico, rimanendo determinati, concentrati, fiduciosi in sé, resilienti anche sotto pressione. La letteratura ha diverse volte evidenziato come la forza mentale possa predire il successo (Connaughton, Hanton, Jones & Wadey, 2008) ed il presente studio ha mostrato un’associazione positiva tra forza mentale e tratti narcisistici.

Narcisismo e successo a scuola negli adolescenti

I risultati hanno suggerito come tratti narcisistici potrebbero effettivamente contribuire alla manifestazione di attribuiti considerabili positivi. Nel dettaglio la forza mentale correla positivamente con il narcisismo e predice una piccola percentuale di miglioramento nel successo scolastico, ma il narcisismo non correla significativamente con il successo. Mentre il narcisismo subclinico esercita un effetto indiretto sul successo scolastico, con la mediazione della forza mentale.

Tali risultati suggeriscono dunque che la relazione tra narcisismo e forza mentale potrebbe essere uno dei meccanismi che determinano l’individuale variazione nel successo scolastico.

Il dott. Papageorgiou commenta

se sei un narcisista credi fermamente di essere migliore di chiunque altro e di meritare una ricompensa. Essere fiducioso nelle proprie capacità è uno dei segni chiave del narcisismo grandioso ed è anche al centro della forza mentale, la quale determina una maggiore probabilità di abbracciare le sfide e di considerarle opportunità di crescita personale.

Nonostante la ricerca suggerisca una relazione tra narcisismo, forza mentale e meccanismi di personalità che portano alla variazione dei risultati scolastici, tali risultati hanno attualmente implicazioni teoriche, piuttosto che applicative.

È per questo importante continuare la ricerca ed esplorare se il narcisismo subclinico contribuisce ad un decremento dei sintomi tipici della psicopatologia attraverso la forza mentale del soggetto.

Alzheimer: obesità e invecchiamento in che modo contribuiscono all’insorgenza del morbo?

Un nuovo studio sostiene che seguire una dieta ricca di grassi e ad alto contenuto di zuccheri che aumenta il rischio di obesità aggrava gli effetti dell’ invecchiamento sulle funzioni cerebrali e l’ invecchiamento gioca un ruolo nella progressione del morbo di Alzheimer

 

Il morbo di Alzheimer, la forma più comune di demenza, è un disturbo cerebrale progressivo che porta alla perdita delle funzioni cognitive e della memoria e provoca cambiamenti significativi nel comportamento.

L’ invecchiamento è un fattore di rischio significativo per la malattia. Oltre a ciò, precedenti studi hanno suggerito che anche l’ obesità legata all’alimentazione è collegata al suo manifestarsi.

Lo studio sperimentale

I ricercatori della Brock University in Ontario (Canada) hanno esaminato gli effetti sulla segnalazione di insulina (il processo che dice al corpo come usare gli zuccheri) di una dieta che porta all’ obesità e sui i marcatori dell’infiammazione e dello stress cellulare.

Questi fattori sono coinvolti nella progressione della malattia durante il processo di invecchiamento dei topi.

Nella ricerca, pubblicata su Psysiological Reports, un gruppo di topi ha ricevuto una dieta ricca di grassi e zuccheri, mentre un gruppo di controllo ha eseguito una dieta normale. I ricercatori hanno misurato i livelli di infiammazione e di stress cellulare degli animali nell’ippocampo, regione vicino al centro del cervello responsabile della memoria a lungo termine, e nella corteccia prefrontale, parte anteriore del cervello che supervisiona le funzioni cognitive, emozionali e comportamentali, dopo 13 settimane di dieta assegnata confrontando poi i risultati dei due gruppi.

Rispetto al gruppo di controllo, il gruppo che è stato sottoposto alla dieta ricca di zuccheri e grassi presentava marcatori significativamente più elevati di infiammazione, resistenza all’insulina e stress cellulare in aree dell’ippocampo coinvolte nella progressione del morbo di Alzheimer. La regione della corteccia prefrontale mostrava più segni di resistenza all’insulina, ma marcatori dell’infiammazione e dello stress cellulare non sembravano aver subito cambiamenti.

Secondo quanto sostenuto dai ricercatori, le differenze specifiche della regione tra la corteccia prefrontale e l’ippocampo in risposta all’ invecchiamento con una dieta ricca di zuccheri e grassi indicano che la patologia della malattia non è uniforme in tutto il cervello.

Anche i livelli di infiammazione del gruppo di controllo erano aumentati dopo l’esperimento rispetto alle letture di base.

Conclusioni

Sulla base dei risultati ottenuti, secondo i ricercatori è possibile confermare l’ipotesi secondo cui l’ invecchiamento da solo gioca un ruolo nella progressione del morbo di Alzheimer mentre l’ obesità sembra determinare un aggravamento degli effetti dell’ invecchiamento sulle funzioni cerebrali.

I ricercatori sostengono:

Tali risultati si uniscono alla nostra conoscenza di base dei percorsi coinvolti nella progressione precoce della patogenesi dell’Alzheimer e dimostrano gli effetti negativi di una dieta ricca di zuccheri e grassi sulle regioni della corteccia prefrontale e dell’ippocampo.

La stimolazione cognitiva per soggetti con Mild Cognitive Impairment (MCI)

Lo stadio di deterioramento cognitivo lieve viene definito con il termine di Mild Cognitive Impairment (MCI). Rappresenta una sindrome neurologica che fa riferimento ad un declino cognitivo superiore a quanto previsto per età e livello di istruzione di un individuo ma che lascia preservate le principali attività della vita quotidiana, di conseguenza può essere inteso come una fase intermedia tra il normale invecchiamento e la demenza vera e propria.

Ilaria Biasion – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, Bolzano

 

Si deve incominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi,
per capire che in essa consiste la nostra vita…
La nostra memoria è la nostra coerenza,
la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire.
Senza di essa non siamo nulla.

Luis Bunuel

 

La Mild Cognitive Impairment (MCI) è una condizione clinica che è stata inquadrata negli anni dai vari studiosi in modi diversi e con classificazioni diverse al fine di giungere in modo sempre più dettagliato e preciso alla definizione di una condizione pre-demenza sulla quale poter intervenire.

Secondo alcuni studi, non tutti i pazienti affetti da Mild Cognitive Impairment convertono verso la demenza, il 60% di loro rimane infatti cognitivamente stabile in un arco temporale di 2-3 anni (De Jager, 2005; Johnson, 1998) e pare addirittura, secondo altri studi, che il 44% dei soggetti definiti MCI torni ad una condizione di normalità dopo un anno (Ganguli, 2004; Ritchie, 2004).

Il fatto che esistano in letteratura numerosi studi relativi alla stabilità cognitiva e alla reversibilità dei soggetti affetti da Mild Cognitive Impairment potrebbe essere dovuto al fatto che molti sono i fattori, oltre alla malattia neurodegenerativa, che possono influenzare le prestazioni cognitive nella popolazione anziana, come ad esempio la scolarità, i fattori di rischio vascolare, lo stato psichiatrico, l’assunzione di farmaci anticolinergici, il background genetico, i cambiamenti ormonali (Belleville, 2008).

Nonostante questi dati, il decadimento cognitivo lieve può essere considerato comunque un fattore di rischio per la demenza. Secondo alcuni studi infatti, circa la metà dei soggetti in questa condizione sviluppa diagnosi di demenza conclamata, con un tasso di passaggio del 10-15% per anno, per salire a percentuali variabili dal 20 al 50% in 2-3 anni (Jellinger, 2003), a differenza dei soggetti anziani normali che sviluppano la malattia dementigena con un tasso molto inferiore (1-2%) (Petersen, 2000).

È proprio in quest’ottica che si inquadra il grande interesse nei confronti del Mild Cognitive Impairment, inteso come entità clinica ad alto rischio per lo sviluppo di demenza.

Criteri diagnostici

La prevalenza del MCI nella popolazione anziana varia dal 3% al 6% a seconda dei criteri e dei metodi usati per la diagnosi (Kivipelto, 2001), arrivando fino al 15% nel Mayo Clinic Study of Aging (Petersen, 2009).

Come definito da Petersen e coll. (1996), esistono una serie di criteri operativi per definire il Mild Cognitive Impairment, in particolare:

  • presenza di un disturbo soggettivo di memoria, preferibilmente confermato da un familiare
  • deficit di memoria maggiore di quello che ci si aspetterebbe nei soggetti di pari età e scolarità, definito in termini di prestazioni inferiori al gruppo di controllo
  • normale funzionamento cognitivo generale
  • normali capacità di eseguire attività nella vita quotidiana
  • assenza di demenza
  • assenza di altre condizioni morbose che possano spiegare il disturbo di memoria (ad es. depressione, malattie endocrine ecc.)

Tali criteri selezionano un gruppo di pazienti le cui difficoltà di memoria sono molto simili a quelle dei pazienti affetti da Demenza di Alzheimer (AD), mentre il funzionamento cognitivo generale appare molto più simile a quello dei soggetti sani (Petersen, 1999; 2000).

Nel 2001 Peteresen e collaboratori hanno proposto un’estensione del concetto a causa dell’eterogeneità dei sintomi d’esordio nei pazienti con MCI, mentre nel 2004 hanno proposto una suddivisione dei pazienti MCI in singolo dominio o multi dominio a seconda della compromissione di una o più funzioni cognitive, e amnestico o non-amnestico, a seconda che la memoria fosse interessata o meno.

Poiché le varie forme di Mild Cognitive Impairment possono essere indicative di differenti tipi di demenza come la demenza di Alzheimer, la demenza vascolare, la demenza fronto-temporale, l’afasia progressiva primaria, la demenza a corpi di Lewy, è molto importante caratterizzarle accuratamente. La variante a-MCI sembra infatti evolvere più frequentemente verso una demenza di Alzheimer mentre gli altri tipi di MCI possono evolvere anche verso le altre forme di demenza (Perry, 2007).

Compromissione cognitiva e funzionale

Per quanto riguarda il deficit cognitivo dei pazienti affetti da Mild Cognitive Impairment, come detto in precedenza, possono essere coinvolti diversi domini cognitivi.

Le difficoltà mnestiche spesso rappresentano il sintomo principale. Il deficit di memoria descritto negli MCI è primariamente a carico della cosiddetta memoria a lungo termine dichiarativa, ovvero di quella memoria accessibile alla consapevolezza, riguardante fatti o eventi della propria vita e memorie relative al proprio bagaglio di informazioni generali. Il deficit di memoria a lungo termine può essere dovuto a difficoltà nella fase di codifica delle nuove informazioni, a un rapido oblio a carico delle nuove informazioni, oppure a una maggior sensibilità alle interferenze esterne.

I pazienti MCI con maggior probabilità di progredire verso la demenza di Alzheimer, tendono ad avere prestazioni peggiori ai test neuropsicologici di memoria in cui è richiesta la rievocazione libera del materiale, e pare traggono anche minor beneficio dalla disponibilità di indizi (Ivanoiu, 2005).

I soggetti affetti da Mild Cognitive Impairment, quindi, dimenticano più spesso informazioni acquisite, faticano a ricordare eventi socialmente importanti, perdono facilmente il filo dei propri pensieri o di una conversazione in corso e hanno, inoltre, difficoltà nel prendere decisioni, pianificare o compiere un dato compito e portare a termine istruzioni impartitegli.

Come già specificato, le persone affette da MCI, oltre a presentare difficoltà cognitive legate alla memoria o ad altre funzioni, possono presentare un grado di difficoltà funzionale che però non interferisce con le loro normali attività della vita quotidiana. Stimare il grado di compromissione funzionale del paziente appare difficile. Alcuni studi epidemiologici mostrano che negli individui con MCI è frequente una lieve difficoltà nello svolgere le attività quotidiane, ad esempio attività sociali o gestione delle proprie finanze, già due anni prima della diagnosi. La difficoltà in altre attività come ad esempio usare il telefono, assumere correttamente i farmaci prescritti e guidare l’automobile è più facile che si manifesti in una fase avanzata della malattia segnando il passaggio a una demenza (Barberger-Gateau & Fabrigoule, 1999).

Questi dati, tuttavia, rimangono variabili poiché, come già ricordato, non esistono criteri che definiscano in modo chiaro quale debba essere il grado di compromissione funzionale. Il consenso comune e prevalente in letteratura è che il soggetto con Mild Cognitive Impairment sia in grado di svolgere autonomamente le attività strumentali più complesse della vita quotidiana anche se eventualmente con qualche difficoltà. È possibile usare scale quali Instrumental Activities of Daily Living (IADL) e Activities of Daily Living (ADL) (Katz, 1970) per la determinazione dello stato funzionale nelle attività di base e strumentali della vita quotidiana. Rimane utile raccogliere informazioni relativamente alla quotidianità del soggetto tramite il colloquio con un famigliare il quale possa dare utili ragguagli sul livello di rendimento nella vita di tutti i giorni dal paziente.

Secondo alcuni studi longitudinali (Perry, Carlesimo, Serra et al., 2005), comunque il miglior fattore di predizione verso la AD può essere individuato grazie ai test neuropsicologici, nella presenza di prestazioni patologiche alle prove di memoria (esplicita verbale, esplicita visiva, semantica).

Il trattamento: stimolazione e training cognitivo

La possibilità di identificare precocemente i pazienti affetti da MCI risulta oggi particolarmente importante poiché l’intervento in questa fase permetterebbe di rallentare la progressione della malattia e mantenere una buona qualità della vita, prolungandone la durata.

La maggior parte degli sforzi in questo senso è stata rivolta all’a-MCI e alla sua evoluzione verso la demenza (AD).

Fattori di rischio modificabili quali istruzione, fumo, obesità, ipertensione, diabete, depressione e inattività fisica, contribuiscono in modo significativo al rischio di AD e solo una riduzione del 10-25% di questi fattori potrebbero evitare ben 3 milioni di casi di AD in tutto il mondo (Barnes & Yaffe, 2011).

A causa della difficoltà dei rimedi farmacologici nel prevenire o trattare la demenza, oggi molte ricerche si occupano di verificare l’efficacia di interventi come l’esercizio fisico e il trattamento cognitivo. Quest’ultimo, in particolare, pare essere un campo all’interno del quale negli ultimi anni la ricerca si sta muovendo al fine di trovare alternative valide e maggiormente efficaci alla cura farmacologica nella prevenzione della demenza. Tra le tecniche riabilitative per pazienti affetti da deterioramento cognitivo di vario grado si distinguono 3 categorie:

  • Training cognitivo: compiti specifici e guidati che riflettono determinate funzioni cognitive (memoria, attenzione, problem solving, funzioni esecutive) con lo scopo di migliorare o almeno mantenere la specifica funzione e con la possibilità di generalizzare i risultati alla vita quotidiana (Clare & Woods, 2003). Il training cognitivo può essere svolto sia singolarmente che in gruppo, a mano (con carta e matita) o al computer e può comprendere lo svolgimento di attività che ricordano quelle della vita quotidiana del soggetto
  • Stimolazione cognitiva: coinvolgimento dei pazienti in attività create per incrementare le funzioni cognitive e sociali senza utilizzare tecniche specifiche. Essa si basa su un’autovalutazione, in cui i soggetti indicano il loro grado di partecipazione ad una serie di attività voluttuarie o sociali
  • Riabilitazione cognitiva: programmi di esercizi individualizzati con lo scopo di insegnare al soggetto come superare le disabilità conseguenti al deficit cognitivo (Clare & Woods, 2003)

Sia il training cognitivo che la stimolazione cognitiva sono potenzialmente applicabili a soggetti normali o con deterioramento cognitivo lieve a scopo di aumentare le loro prestazioni e prevenire l’eventuale insorgenza o progressione verso il deterioramento cognitivo.

Il concetto di training cognitivo si basa sul presupposto che attraverso una serie di esercizi ripetuti gli individui possano migliorare le prestazioni mentali, così come avviene per il sistema motorio grazie all’esercizio sportivo (Sherry & Willis, 2006). Considerando il training cognitivo da un punto di vista riabilitativo, uno degli aspetti più interessanti è la possibilità non solo di migliorare abilità apprese ma anche di apprenderne di nuove, grazie alle quali la persona possa adattarsi meglio all’ambiente. Il training cognitivo determina anche un aumento della plasticità cerebrale, che è il principale presupposto di una più ampia possibilità di riabilitazione delle funzioni intellettive.

Assomensana: un nuovo programma di training cognitivo

Partendo proprio da questo presupposto e dall’importanza che riveste l’esercizio cognitivo sia nella prevenzione dell’invecchiamento mentale, sia come protezione durante le fasi di esordio della malattia degenerativa, negli ultimi anni una nuova realtà si è fatta strada in questo campo, una realtà ormai presente sul territorio nazionale da più di 10 anni che si occupa di ricerca anti-aging cerebrale e delle sue applicazioni, offrendo la possibilità a tutti di conoscere e mettere in pratica le tecniche per migliorare le capacità cognitive e per prevenire l’invecchiamento mentale.

Assomensana, Associazione per lo sviluppo e il potenziamento delle abilità mentali, propone dei veri e propri training cognitivi, una Ginnastica Mentale®, il cui scopo è quello di mantenere ad un livello costante e ottimale l’agilità, la flessibilità e le prestazioni del cervello. Il metodo Mensana propone una stimolazione efficace e strutturata, sottoposta continuamente a verifica di efficacia. Gli esercizi di training presentati sono utili e servono per attivare tutte le aree del cervello e le diverse funzioni mentali attraverso una serie di esercizi carta e matita da svolgersi in gruppo somministrati da un esperto neuropsicologo, utili proprio a creare un’attivazione cognitiva a 360 gradi. La Ginnastica Mentale Assomensana mira a sensibilizzare le persone sull’importanza della prevenzione e del mantenimento dell’efficacia delle funzioni cognitive a tutte le età e non di meno nelle fasi di Mild Cognitive Impairment.

L’intervento cognitivo con i pazienti affetti da MCI può essere quindi molto utile a queste persone, le quali presentano un notevole bisogno di cure, pur mantenendo le capacità di apprendere e applicare nuove strategie. Gli interventi devono quindi mirare a migliorare il funzionamento dei pazienti nella loro quotidianità e preservare la loro qualità di vita (Clare & Woods, 2003).

Gli esercizi utilizzati per la riabilitazione cognitiva comprendono numerose tecniche, in particolare troviamo quelle focalizzate sull’ottimizzare le capacità mnemoniche residue come ad esempio:

  • Spaced Retrieval, dove viene chiesto di ripetere continuamente un’informazione rinforzando così il suo immagazzinamento. Il beneficio dell’apprendimento si ha quando il ripasso è ripetuto aumentando la distanza temporale. Si sono riscontrati benefici nell’associazione viso-nome, nella denominazione di oggetti e nella programmazione di attività quotidiane
  • Vanishing Cue, dove tramite la riduzione graduale degli indizi forniti, l’apprendimento viene consolidato
  • Errorless Learning Tecnique, prevede che durante la fase di codifica il paziente memorizzi il materiale commettendo il minor numero di errori
  • Subject Performed Task, dove l’apprendimento viene consolidato attraverso azioni corrispondenti a quanto deve essere appreso
  • Memory Training, ovvero specifici interventi riabilitativi di addestramento della memoria, finalizzati a stimolare l’apprendimento procedurale motorio, sensoriale e cognitivo. Questo training di memoria stimola varie aree cognitive in quanto agisce sui meccanismi alla base dei processi di memorizzazione, fluenza verbale, orientamento spazio-temporale, coinvolgendo anche affettività ed emotività. Nella pratica le sessioni di training di memoria si articolano in gruppi di 10-12 persone in modo da favorire il confronto tra i pazienti sulle loro difficoltà quotidiane e sulle strategie che adottano per superarle. Inoltre durante le sessioni viene sempre favorita la presa di coscienza delle proprie specificità piuttosto che l’esatta risoluzione degli esercizi proposti

Altre tecniche diverse da quelle descritte fino ad ora, invece prendono in considerazione anche le implicazioni affettive dei deficit cognitivi del paziente, avendo esse un impatto notevole sulla memoria, su tutte le funzioni cognitive in generale e sulla qualità della vita. Tali tecniche sono ad esempio la 3R, che integra ROT, Reminescenza e Rimotivazione, e la Validation Therapy.

Anche strategie di compensazione come agende, diari, calendari, lavagne, registrazioni possono essere usati per sostenere le capacità di richiamare le informazioni.

Non solo è importante stimolare la funzione mnesica, ma a seconda della compromissione cognitiva iniziale, valutata attraverso una batteria di test neuropsicologici adeguati, saranno stimolate anche funzioni come il linguaggio, il riconoscimento, il ragionamento, l’orientamento e l’attenzione, ovvero quelle funzioni che tendono a decadere con il tempo.

La maggior parte delle ricerche sugli effetti del training cognitivo in MCI ha rilevato un aumento delle prestazioni dei pazienti dopo l’allenamento della memoria.

Altre tipoligie di intervento in pazienti affetti da Mild Cognitive Impairment

Alcuni studi di meta-analisi (Valenzuela, 2006) hanno dimostrato che mantenere un’attività mentale articolata nelle fasi medie e tardive della vita si associa ad una significativa riduzione dell’incidenza di demenza.

Negli ultimi anni inoltre studi sugli animali hanno mostrato come l’esercizio fisico associato ad un ambiente cognitivamente e socialmente stimolante, in grado di favorire l’interazione sociale, ovvero quello che viene definito “ambiente arricchito”, migliori le prestazioni cognitive, rallenti il declino cognitivo dell’anziano (Fratiglioni, Paillard-Borg & Winblad, 2004; Kramer & Erickson, 2007; Laurin, Verreault & Lindsay, 2001) eserciti azioni neuroprotettive e aumenti la plasticità sinaptica corticale (Knopma & Boland, 2001; Marx, 2005).

Secondo una revisione effettuata da Belleville e coll. (2007), il training cognitivo si è rivelato utile per ottimizzare le funzioni cognitive in pazienti anziani affetti da Mild Cognitive Impairment. Inoltre i risultati della sua revisione hanno dimostrato che il training negli anziani con MCI ha avuto un effetto migliore nei soggetti di mezz’età e cognitivamente più conservati.

In una ricerca condotta da Rozzini e coll. nel 2007, sono stati riportati gli effetti di tre diverse tipologie di trattamento sui pazienti MCI. In particolare in questo studio randomizzato 59 soggetti con diagnosi di Mild Cognitive Impairment venivano trattati in modi diversi, 15 ricevevano terapia farmacologica (ChEIs) e venivano sottoposti a un training cognitivo, 22 venivano trattati solo con la terapia farmacologica (ChEIs), mentre gli altri 22 non venivano sottoposti a nessun trattamento. La valutazione neuropsicologica prima e a 3 mesi dalla fine dell’intervento, ha evidenziato come i pazienti senza nessun trattamento abbiano mantenuto il loro stato cognitivo, funzionale e comportamentale a un anno, i pazienti trattati solo con il farmaco hanno migliorato solo i sintomi depressivi, mentre i pazienti trattati con farmaco e training cognitivo hanno evidenziato miglioramenti in aree cognitive come la memoria, nei compiti di problem solving, nei disturbi comportamentali e nei sintomi depressivi.

Infine Kurz e coll. nel 2009 hanno messo appunto un trattamento cognitivo multi-componente per i pazienti affetti da MCI. Il trattamento prevedeva attività di pianificazione, tecniche di rilassamento, gestione dello stress, training di memoria ed esercizi motori. I soggetti sottoposti a tale intervento mostravano un significativo miglioramento in tutte e 4 le variabili, la performance ADL aumentava, il punteggio sulla depressione era abbassato del 50% e si evidenziavano miglioramenti sulla performance di memoria episodica verbale e non. Il gruppo di controllo, non sottoposto al trattamento, mostrava un peggioramento riguardo i sintomi depressivi e i risultati cognitivi, e una stabilità delle ADL.

Per concludere tutti gli studi scientifici citati mostrano l’efficacia e l’importanza di un intervento di stimolazione e training cognitivo per pazienti a rischio di sviluppo demenza.

Il dolore negato (2018) di Pier Luigi Gallucci – Recensione del libro

Il dolore negato è il dolore per la perdita di un animale domestico che molti di noi negano o si negano di provare.

 

Il dolore negato nasce dall’esperienza professionale di uno psicologo psicoterapeuta che più volte ha raccolto e ascoltato il dolore per la perdita di un animale. Spesso le persone arrivavano da lui provando vergogna e non confessando a nessuno che il motivo era “solamente perché è morto il mio gatto”.

Il dolore negato: in realtà è un lutto

Nel primo capitolo Pier Luigi Gallucci ci offre semplici e illuminanti riflessioni sul lutto: così si può definire ogni perdita, compresa quella di un animale domestico, che a tutti gli effetti è stato nostro compagno di vita. Ogni perdita che affrontiamo necessita di un processo di accettazione ed elaborazione del lutto. Significa passare per fasi come la negazione, la rabbia, la paura, la depressione e la tristezza.

Il dolore negato: implica ammettere la nostra fragilità

Nella società odierna assistiamo, senza quasi accorgercene, alla negazione della morte e di tutte le emozioni dolorose che hanno a che fare con essa. Non ci vogliamo entrare in contatto. Non vogliamo integrarla nella nostra quotidianità, perciò è come se negassimo anche la nostra fragilità, sia fisica che emotiva. Di conseguenza molti di noi non si concedono (o concedono agli altri) di soffrire per la perdita del nostro amico a 4 zampe.

Nel libro Il dolore negato, Gallucci evidenzia che molti studi hanno ormai provato che gli animali, specialmente i mammiferi, provano emozioni e sono in grado di sintonizzarsi con gli stati emotivi degli esseri umani. Nella sua esperienza clinica ha raccolto storie di persone fortemente legate ai loro animali anche e proprio perché non si sentivano giudicate da loro, in grado di dare amore e affetto incondizionati come nessuna persona.

Il dolore negato: qualche consiglio

Il libro si conclude illustrando quali sentimenti e pensieri caratterizzano la perdita del nostro animale: tra di essi troviamo il senso di colpa. Può essere molto forte anche in ragione del fatto che un animale domestico dipende da noi per il sostentamento e le cure.

Seguono alcuni consigli pratici per affrontare il momento ed il periodo, come ad esempio spiegare la perdita ai bambini. Anche per loro è venuto meno un compagno di giochi e un componente della famiglia.

Il dolore negato si conclude con una commuovente leggenda dei nativi americani, che descrive bene il meraviglioso e speciale legame tra umani ed animali. È dedicata a tutti coloro che perdono un amico animale, come questo libro.

Apatia e anedonia: i contributi di neuroscienze e paradigmi comportamentali in soccorso alla clinica

Su una review di Nature Neuroscience apprendiamo un approccio trans-diagnostico per l’identificazione e la comprensione dei meccanismi sottostanti l’ anedonia e l’ apatia.

 

Se ne sono occupati Husain e Roiser del Nuffield Department of Clinical Neurosciences and Experimental Psychology dell’Università di Oxford. Identificare i meccanismi sottostanti la mancanza di motivazione, come l’apatia e l’anedonia, che condividono alcuni aspetti, potrebbe essere d’aiuto nel comprenderle in maniera più accurata e per poter fornire un adeguato trattamento farmacologico e psicologico.

Apatia e anedonia: cosa sono, di quali disturbi sono tipiche

Sia l’apatia che l’anedonia sono sintomi condivisi da diversi disturbi come il morbo di Alzheimer e di Parkinson, la schizofrenia e il disturbo depressivo maggiore (Pelizza & Ferrari, 2009); entrambe hanno specifici scale cliniche in grado di quantificarle (Kaiser, Lyne et al., 2017; Bischof, Obermann et al., 2016) come ad esempio la scala per l’anedonia fisica e sociale, la Snaith-Hamilton Pleasure scale (SHAPS; Nakonezny, Carmody et al., 2010)

  • Per apatia si intende la perdita o la riduzione della motivazione rispetto ad uno stato precedente, associato ad un decremento dei comportamenti goal-directed, dell’attività cognitiva ed emotiva; gli individui affetti da apatia hanno difficoltà nell’intraprendere nuovi comportamenti o iniziative
  • L’anedonia consiste in una marcata e consistente diminuzione dell’interesse o piacere per la maggior parte delle attività quotidiane; gli individui smettono di provare piacere per alcune attività o smettono di ricercare attività piacevoli come se mancassero di motivazione (Husain & Roiser, 2018).

Per cercare di far chiarezza, Husain & Roiser (2018) hanno proposto di considerare entrambe come deficit a seguito di interferenze nei meccanismi neurali che processano la ricompensa; in particolare il deficit risiederebbe nei processi che motivano l’individuo o l’animale a mettere in atto un’azione o un comportamento – come i potenziali benefici o ricompense per il comportamento vengono valutati dal sistema rispetto al costo dello sforzo richiesto per raggiungerli.

Apatia e anedonia: i meccanismi sottostanti

Nella nuova Review di Nature Neuroscience, gli autori hanno sottolineato l’importanza di comprendere i meccanismi sottostanti le manifestazioni cliniche “di superficie” dell’apatia e dell’anedonia e specificare il fenotipo in modo più attento e preciso per ogni singolo caso clinico, in modo tale da implementare trattamenti farmacologici e psicologici il più possibili personalizzati e ad hoc per il paziente demotivato, partendo dalla descrizione di modelli comportamentali idealmente da combinare con modelli computazionali oltre che con valutazioni soggettive tramite self-report.

Affinché sia possibile intraprendere un’azione è necessario:

  1. Generare opzioni per il comportamento che provengano da un’ iniziativa personale (generare tante più opzioni possibili per uno scenario di vita reale, con un test molto simile a quello neuropsicologico per la fluenza verbale) o che siano elicitate da stimoli ambientali.
  2. Valutare i costi-benefici dell’opzione in accordo con la ricompensa attesa, dello sforzo, del tempo richiesto e del probabile rischio per raggiungerla.

In questa fase, affermano gli autori, si potrebbe verificare una difficoltà nel selezionare una tra le opzioni possibili, specialmente se la decisione presa al momento potrebbe influire su una futura.

Nello specifico, la selezione dell’opzione potrebbe infatti essere influenzata dalla valutazione soggettiva dei potenziali outcome, dal rischio o dalla probabilità di ottenere una ricompensa, dal temporal discounting (la svalutazione di una ricompensa a causa dell’eccessiva attesa richiesta per ottenerla), dalla percezione dello sforzo e infine dal costo richiesto per ottenere la ricompensa. A seguito della valutazione e della selezione dell’opzione comportamentale, si verifica il fenomeno dell’anticipazione, che l’individuo solitamente esperisce tramite un’attivazione fisiologica – cambiamenti nella frequenza cardiaca, dilatazione delle pupille – dovuta al fatto che egli sta attendendo e prevedendo la comparsa della ricompensa.

Successivamente a ciò, l’animale o l’individuo intraprende un’azione che è determinata e fa parte di un comportamento cosiddetto “appettitivo” che è indice del “wanting”, cioè della mancanza di qualcosa che l’animale ha bisogno di soddisfare.

Negli studi animali questa componente del comportamento è misurata tramite la quantità di sforzo che l’animale fa spontaneamente e con propensione con il fine di ottenere una ricompensa, mentre negli umani questa tipologia di sforzo può essere misurata utilizzando il numero di volte che l’individuo preme un bottone, la velocità di risposta e la quantità di forza esercitata nel farlo (Chong, Apps et al., 2017).

La propensione a mettere in atto uno sforzo è misurata anche tramite compiti mentali utilizzando task che richiedono un’alta dose di concentrazione e memoria (Chong, Apps et al., 2017).

Apatia, anedonia e wanting

Un paradigma molto comune utilizzato per misurare il “wanting”, la mancanza, è il paradigma del trasferimento pavloviano strumentale (Pavlovian Instrumental transfer; PIT) che coinvolge tre stadi: il primo costituito da un condizionamento classico pavloviano in cui uno stimolo neutro, come un suono o una luce, viene associato ad un reward, il secondo basato su una scelta volontaria strumentale per ottenere una ricompensa tramite azione volontaria (come premere una leva) e l’ultimo che consiste nel PIT stesso, cioè la presentazione dello stimolo condizionato durante la fase strumentale.

La presentazione dello stimolo condizionato senza che si verifichi la ricompensa aumenta le risposte strumentali dell’individuo volte ad ottenerla, determinando il cosiddetto PIT effect interpretato come segnale di “wanting” (Berridge & Robinson, 1998)

Alcune evidenze sottolineano come nei pazienti affetti da depressione maggiore vi sia una consistente riduzione del PIT effect (Huys, Gölzer, Friedel et al., 2016). Infine, una volta raggiunta la ricompensa, si verifica da parte dell’animale o dell’individuo l’interazione con il reward che costituisce la capacità edonica, un comportamento consumatorio una volta raggiunta la ricompensa.

Nei modelli animali, come indice per i comportamenti consumatori, viene utilizzato il test della preferenza del saccarosio: ai topi viene data la possibilità di scegliere tra acqua e una soluzione diluita di acqua e saccarosio, sviluppando una preferenza per quest’ultima. I topi sottoposti a stress cronico, che determina livelli moderati di apatia, mostrano una preferenza ridotta per la soluzione con il saccarosio, riduzione che corrisponde ad un abbassamento della capacità edonica nella fase di consumazione della ricompensa (Willner, 2017).

Seguendo il modello per la presa di decisione basata sugli sforzi nell’ambito delle ricompense, la domanda è come gli individui imparino dalle conseguenze delle loro azioni per guidare le loro future decisioni, cioè come le risposte del soggetto cambiano in funzione dei feedback che riceve dopo la messa in atto delle sue azioni come evidenzia il ben noto Iowa Gambling task (Bechara, Damasio, Tranel, 1997).

Anedonia e apatia: un modello computazionale

Approcci alternativi che recentemente stanno guadagnando popolarità sono i modelli computazionali (Adams, Huys & Roiser 2015) che sfruttano la ricchezza dei dati osservati (ad esempio tramite modelli di comportamento che basano su prove per errori) per fornire informazioni su quei processi che sottostanno le differenze individuali.

Per esempio, un compito percettivo detto “responsività alla ricompensa” (rewar responsiveness; Henriques, Glowacki et al., 1994) che misura i bias verso la selezione di stimoli più frequentemente associati con le ricompense, somministrato sia ad un gruppo di controllo che ad un gruppo clinico di individui affetti da depressione, ha evidenziato delle differenze nelle risposte al test tra i due gruppi.

L’applicazione dei modelli computazionali ai dati raccolti ha evidenziato come i sintomi dell’ anedonia non siano associati alle differenze nella discriminazione percettiva o nell’apprendimento per errori ma siano al contrario associati con un brusco abbassamento del valore atteso della ricompensa al momento della decisione (Huys, Pizzagalli, Bogdan & Dayan, 2013).

In aggiunta, questi modelli, dal momento che aiutano a differenziare i processi cognitivi che sono coinvolti nei compiti legati alla ricompensa, mostrano che l’apprendimento apparentemente è risparmiato nell’ anedonia e che le differenze nei comportamenti legati alla motivazione e alla ricompensa sono associati ad altri processi di tipo neurotrasmettitoriale. Uno studio di Le Bouc e colleghi (2016) ha evidenziato come i miglioramenti nei sintomi dell’ apatia da parte dei pazienti affetti da morbo di Parkinson, in cura dopaminergica, fossero associati con un aumento della sensibilità alla ricompensa, mentre uno studio di Meyniel, Goodwin e colleghi (2017) ha mostrato come soggetti non patologici mostrassero un maggior sforzo a seguito della somministrazione di SSRI e quindi dell’aumento della serotonina, come se in loro si fossero ridotti i costi degli sforzi per raggiungere la ricompensa.

 

Quel che penso dei miei pensieri, cosa mi fa pensare? – Credenze metacognitive e psicopatologia

Capita spesso di restare intrappolati in meccanismi di ricorsività del pensiero, ciò è dovuto alle credenze metacognitive o metacredenze: esse possono avere sia natura positiva, quando si crede che rimuginio e ruminazione siano utili ad affrontare gli eventi disturbanti, che negativa, quando ci si sofferma sulla pericolosità e l’incontrollabilità di rimuginio e ruminazione.

 

Semerari (1999) definisce la metacognizione come la capacità di riconoscere i propri stati mentali, quelli degli altri, rifletterci su e regolarli.

Tra le definizioni più accreditate di metacognizione, tuttavia, troviamo quella di Wells and Purdon (1999), secondo cui la metacognizione rappresenta «the aspect of information process that monkors, interprets, evaluates and regulares the contents and processes of its own organizations». Occorre, però effettuare una importante distinzione tra contenuti metacognitivi e funzioni metacognitive (Procacci, M. et al, 2000).

Per contenuti metacognitivi si intendono le idee e le convinzioni con cui sono interpretati e valutati i contenuti e i processi mentali. Per funzioni metacognitive si intende le attività di monitoraggio e di regolazione costituite dall’insieme di abilità che ci consentono di comprendere i fenomeni mentali e di operare su di essi per la risoluzione di compiti e per padroneggiare gli stati mentali (Carcione et al., 1997; Carcione e Falcone, 1999).

Metacognizione e psicopatologia: il rimugino e la ruminazione

Nel campo della psicopatologia si è soliti prestare molta attenzione a una serie di processi mentali caratterizzati da ripetitività che, alla lunga, provocano ripercussioni sullo stato emotivo e comportamentale della persona. Il pensiero ripetitivo incastra, chi lo mette in atto, in un circolo vizioso in cui l’unico esito è continuare a pensare in modo ridondante. Questa modalità di pensiero passivo e/o relativamente incontrollabile sottende emozioni diverse tra loro, come l’ansia, la rabbia e la depressione (Genga, G. M. e Pediconi, M. G., 2016).

Le modalità di pensiero ripetitivo più frequentemente studiate sono il rimuginio, legato all’ansia; la ruminazione, legata alla depressione; la ruminazione rabbiosa, legata alla rabbia.

Il rimuginio è definito come una forma di pensiero ripetitivo strettamente legato all’ansia che, nel tempo, la mantiene e la aggrava poiché è caratterizzato dalla ripetitività di una serie di pensieri considerati incontrollabili e intrusivi, che si focalizzano su contenuti catastrofici di eventi che potrebbero manifestarsi in futuro. Il rimuginio è una strategia che l’individuo adotta in situazioni identificate come pericolose e incerte, ansiogene, per questo difficili da gestire.

La ruminazione è definita come un processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi interni e sulle loro conseguenze negative (Martino, Caselli, Ruggiero & Sassaroli, 2013). E’ una forma circolare di pensiero persistente, passivo, ripetitivo legato ai sintomi della depressione (Nolen-Hoeksema, 1991). Tale forma di pensiero è rivolto al passato ed è legato alla perdita di qualcosa di importante. I pensieri ruminativi diventano la causa della comparsa della depressione, del suo mantenimento e aggravamento (Broderick, & Korteland, 2004).

Nella ruminazione rabbiosa il pensiero ripetitivo è legato a un evento passato in cui si sperimenta una emozione di rabbia. Il pensiero sul passato amplifica l’intensità e la durata dell’emozione negativa, che sfocia conseguentemente nella vendetta e nell’aggressività (Sukhodolsky, 2001), quando è rivolta verso l’esterno. Se invece la ruminazione rabbiosa riguarda temi autosvalutativi, alla lunga potrebbe diventare depressione.

Le credenze metacognitive

Come accennato in precedenza con il termine metacognizione ci si riferisce alla conoscenza stabile del proprio sistema cognitivo; alla conoscenza dei fattori che influenzano il funzionamento di questo sistema; alla regolazione e alla consapevolezza dello stato attuale della cognizione e alla valutazione del significato dei pensieri e ricordi (Wells, 1995).

Ma cosa ci intrappola nei meccanismi di ricorsività del pensiero, quali rimuginio e ruminazione?

Il punto nodale nella comprensione del meccanismo di ricorsività del pensiero è costituito dalle credenze metacognitive o metacredenze: le metacredenze negative riguardano la pericolosità e l’incontrollabilità del rimuginio, quelle positive l’utilità dello stesso come strategia di regolazione delle intrusioni mentali negative (Marianelli S., 2017).

Ad esempio il rimuginio è tanto più grave e difficile da eliminare quanto più la persona attribuisce ad esso significati positivi (metacredenze positive), come pensare che rimuginare aiuti a risolvere i problemi, prepari al peggio, riduca la probabilità che accada l’evento temuto. Spesso chi rimugina lo fa per sentirsi più sicuro o per analizzare al meglio un problema, chiaramente queste credenze metacognitive disfunzionali legate all’utilità del rimuginio mantengono, in realtà, l’individuo in una condizione di ansia e in una falsa percezione di risoluzione del problema stesso (Sassaroli & Ruggiero, 2003). Coloro che rimuginano sono inclini al sentirsi poco capaci di poter controllare gli eventi incerti (Harvey, Watkins, Mansell, & Shafran, 2004), per questo utilizzano il rimuginio come strumento mentale per anticipare e controllare il possibile verificarsi di un evento futuro temuto. Il non riscontrare le conseguenze temute determina, quindi, il rinforzo di tale processo di pensiero (Borkovec et al., 1994).

Nel caso della ruminazione invece, inizialmente la persona rumina perché crede che possa servire a gestire di una serie di accadimenti negativi, quindi la considera un metodo efficace per controllare la propria tristezza. Tuttavia, questa strategia peggiora nel tempo l’intensità dello stato d’animo negativo, induce a un maggiore abbassamento dell’umore, fino al crearsi di una distorsione della percezione di se stessi, in termini negativi, ma anche dell’ambiente circostante (Wells, 2009).

Al contrario le metacredenze negative possono portarci a credere che alcuni pensieri siano dannosi per la nostra salute, oppure che ci accadrà qualcosa di brutto a causa di pensieri che abbiamo avuto nella mente.

Dunque le credenze metacognitive o metacredenze si possono definire come delle informazioni soggettive relative al proprio funzionamento cognitivo e alle strategie di coping generalmente utilizzate. Secondo Wells e Matthews (1994): i disturbi psicologici insorgono e vengono mantenuti a causa di modalità cognitive ed emotive che interessano il pensiero, il monitoraggio delle minacce, comportamenti di prevenzione ed evitamenti (CAS). Queste modalità dipendono strettamente dalle credenze metacognitive sottostanti.

A volte capita che queste metacredenze, sia che abbiano natura positiva che negativa, portano gli individui a mettere in atto strategie di coping disfunzionali. Ad esempio: se credo che rimuginare mi aiuti ad affrontare la situazione temuta o che ruminando posso affievolire la tristezza, allora tenderò sempre di più a rimuginare o ruminare. Al contrario, se penso che il rimuginio sia indice di quanto la mia ansia sia grave, farò il possibile per non pensarci, ma così aumenterò i pensieri che mi creano ansia.

Dunque, come accade in questi casi, le persone tendono a rimanere “incastrate” all’interno di disturbi psicologici a causa dell’attivazione di un particolare pattern di risposta alle esperienze interne, ciò che Wells definisce CAS (Cognitive Attentional Syndrome), ovvero processi di elaborazione dell’informazione cognitiva caratterizzate da preoccupazioni, ruminazioni eccessive, bias attentivi che incrementano il fenomeno di “monitoraggio della minaccia” e strategie di coping disfunzionali.

La CAS è costituita da:

  • Orientamento dell’attenzione verso stimoli minacciosi (pensiero negativo e elementi dell’ambiente che confermano quel pensiero)
  • Sensazione soggettiva di perdita di controllo e altre convinzioni positive e/o negative sul proprio funzionamento cognitivo
  • Strategie di coping cognitive e comportamentali in risposta al pensiero negativo (rimuginio, ruminazione, soppressione dei pensieri …)

La CAS deriva quindi direttamente dalle conoscenze di natura metacognitiva degli individui, che dipendono dai due domini di contenuto appena illustrati:

  • le credenze metacognitive positive riguardanti l’utilità di impegnarsi nei processi implicati nella CAS (es. “Se mi preoccupo sarò pronto”; “Focalizzarmi sulla minaccia mi permette di sentirmi al sicuro”; “Devo contrastare i miei pensieri o commetterò un errore”).
  • le credenze metacognitive negative inerenti l’incontrollabilità, la pericolosità, l’importanza ed il significato attribuito ai pensieri o alle emozioni (es. “Non ho il controllo sui miei pensieri”; “Se sono in ansia, allora sono davvero in pericolo”).

Intervenire sulle metacredenze: la psicoterapia metacognitiva

L’idea che la metacognizione valuti, monitori e controlli il funzionamento cognitivo presuppone la distinzione tra due livelli di funzionamento mentale, un livello oggetto e un livello metacognitivo (Nelson e Narens, 1990).

Nel livello oggetto i pensieri e le credenze sono viste come dati di realtà. Dal punto di vista clinico, questo modalità di vedere i pensieri è un fattore di rischio perché ostacola la possibilità di modificare le credenze metacognitive e tutte quelle strategie che mantengono il malessere, proprio in quanto vi è la percezione di credenze e strategie come dati di realtà e dunque non come scelte personali.

L’unico modo per smettere di rimuginare non è quello di affannarsi nel trovare soluzioni, ma raggiungere una posizione distaccata rispetto ai propri pensieri e ai propri eventi mentali. In questo caso, dunque, la soluzione consiste nel vedere il rimuginio o la ruminazione come atti volontari che riducono le possibilità nell’individuo di operare scelte diverse.

Affinché però questa consapevolezza si raggiunta bisogna intervenire sul secondo livello di funzionamento, quello metacognitivo appunto, che in quest’ottica non è altro che la capacità di raggiungere una posizione distaccata rispetto ai propri stati interni. La funzione metacognitiva si riduce così alla capacità di valutare i propri stati interni come eventi mentali, indipendentemente dal fatto che si riferiscano a idee su di sé, sugli altri o sul futuro (Caselli et al., 2017).

Secondo la Terapia MetaCognitiva (MCT), il passaggio dal livello oggetto al livello metacognitivo non è frutto di una capacità più o meno sviluppata, ma è una funzione che tutti hanno, ma spesso gli individui la utilizzano solo su certi pensieri e non su altri. Obiettivo della terapia metacognitiva non è quindi sviluppare specifiche funzioni metacognitive, ma mostrare ai pazienti che questa capacità già appartiene loro e che, usandola normalmente su alcuni pensieri, si può imparare a utilizzarla anche in risposta ai pensieri per loro particolarmente disturbanti.

Tra gli strumenti maggiormente utilizzati nella terapia metacognitiva troviamo l’ Analisi Meta Cognitiva o AMC. Con essa si identifica un pensiero iniziale, una valutazione o una sensazione corporea (A) e le conseguenze emotive (C), per passare all’identificazione delle metacognizioni o credenze metacognitive disfunzionali (M). Rispetto al modello ABC della terapia cognitiva standard, con l’analisi dell’AMC è possibile identificare le metacognizioni implicite o esplicite con cui il paziente risponde a uno stimolo attivante interno. Con l’ AMC si individuano le metacognizioni (M) che sostengono la CAS.

Nella Terapia Metacognitiva, la sofferenza, dunque non è data da valutazioni errate che si effettuano sulla realtà, come avviene nella terapia cognitiva, ma da una valutazione errata sul meccanismo che regola l’attività mentale. Quindi, l’errore principale si effettua nel ritenere indispensabile rimuginare sui problemi e non riuscire a smettere di farlo. Queste strategie disadattive creano sofferenza emotiva.

La Terapia Metacognitiva si è dimostrata particolarmente efficace nella cura dell’ansia e della depressione.

Binge Eating Disorder: non soltanto un problema di peso

Chi soffre di Binge Eating Disorder si trova all’interno di un circolo vizioso in cui ricorre a mangiare per sentirsi meglio, sentendosi peggio, e poi tornando indietro al cibo per risollevarsi.

 

I soggetti affetti da BED (Binge Eating Disorder) sono raramente riconosciuti come tali: vengono erroneamente confusi con le altre persone sovrappeso o obese, o peggio con quelle bulimiche.

La differenza sostanziale sta nel fatto che, mentre nella bulimia nervosa, le abbuffate sono precedute e seguite da comportamenti dietetici restrittivi, nel Binge Eating Disorder non si assiste a una riduzione dell’introito calorico al di fuori delle abbuffate. Infatti, se confrontati con obesi senza questo disturbo, quelli con BED mangiano di più sia durante che fuori pasto e presentano livelli inferiori di restrizione alimentare.

Questo dato va riconciliato al fatto che i soggetti con BED presentano una storia clinica caratterizzata da un elevato numero di diete: in questo disturbo possono alternarsi periodi di dieta e lunghi periodi in cui le abbuffate non sono associate a nessun tipo di restrizione alimentare.

Le fasi di dieta potrebbero rappresentare il tentativo di recuperare il controllo sull’alimentazione e sul peso, il quale di norma è completamente perduto durante i periodi di abbuffate. Studi di laboratorio hanno dimostrato che la tendenza ad abbuffarsi è una conseguenza abituale di periodi di restrizione dietetica prolungata (Garner e Wooley, 1991). Gli individui pretendono di controllare le abbuffate con la dieta, senza rendersi conto che queste possono essere causate in primo luogo proprio dalle restrizioni dietetiche stesse.

Nella bulimia nervosa la dieta è fortemente implicata nello sviluppo delle abbuffate; infatti, in questo disturbo, la restrizione alimentare precede quasi sempre le abbuffate. Nel Binge Eating Disorder, invece, sembra che più della metà dei soggetti abbia abbuffate prima di avere iniziato una qualsiasi dieta (Santonastaso et al., 1999).

Sembra che il disturbo possa essere, quindi, concettualizzato come una “sindrome di discontrollo” (Freeman e Gil, 2004) generale nei confronti dell’alimentazione con associata una psicopatologia specifica dei disturbi dell’alimentazione in individui che sono vulnerabili all’obesità e/o alla depressione.

La maggior parte dei soggetti con Binge Eating Disorder è sovrappeso o obeso ed esiste una forte associazione tra il disturbo e l’obesità. L’obesità, a sua volta, provoca numerose complicazioni mediche.

Il BMI (Body Mass Index) è una misura del grasso corporeo, sulla base del peso e dell’altezza: a un BMI compreso tra 25 e 28 il disturbo è presente nel 10% dei casi, a un BMI tra 28 e 31 nel 15% e tra 31 e 42 nel 40%.

Gli aspetti psicologici collegati al disturbo

Le persone con binge soffrono di una dipendenza alimentare psicologica. Spesso le loro abbuffate sono innescate da un umore depresso o ansioso, ma possono abbuffarsi anche quando sono tesi, annoiati o soli. Purtroppo, l’aumento di peso rafforza solamente l’alimentazione compulsiva. Peggio si sentono a proposito di loro stessi e della loro apparenza, tanto più impiegano il cibo per farvi fronte (Napolitano et al. 2001).

Diventa perciò un circolo vizioso: mangiare per sentirsi meglio, sentendosi peggio, e poi tornando indietro al cibo per risollevarsi.

Le persone con BED provano inoltre imbarazzo e vergogna per le proprie abitudini alimentari, allora spesso provano a nascondere i loro sintomi e a mangiare in segreto.

Tra i principali sintomi comportamentali troviamo:

  • Incapacità di smettere di mangiare o controllare cosa si sta mangiando
  • Mangiare rapidamente grandi quantità di cibo
  • Mangiare anche quando si è pieni
  • Nascondere il cibo per mangiarlo successivamente in segreto
  • Mangiare normalmente con gli altri, ma rimpinzarsi quando si è da soli
  • Mangiare continuamente durante il giorno, senza pasti programmati

Tra i principali sintomi emozionali:

  • Sensazione di tensione sostituita solamente dal mangiare
  • Imbarazzo su quanto si sta mangiando
  • Sensazione di intorpidimento durante l’abbuffata – come se non si esistesse o si fosse in “pilota automatico”
  • Non sentirsi mai soddisfatti, a prescindere da quanto si mangia
  • Sentirsi colpevoli, disgustati o depressi dopo l’abbuffata
  • Disperazione per il controllo del peso e le abitudini alimentari

È presente un vero e proprio blocco delle emozioni: le abbuffate allontanano da stati emotivi intollerabili come l’ansia o la rabbia. Il soggetto percepisce solo gli aspetti positivi del cibo introdotto a breve termine e non gli effetti negativi a lungo termine (si concentra sull’immediato e non sugli effetti successivi).

Durante le abbuffate è, inoltre, possibile rintracciare una sorta di evoluzione emozionale ciclica: l’iniziale condizione di disagio cede per poco tempo il posto a sensazioni gratificanti legate al gusto del cibo e al senso di pienezza, ben presto sostituite da spossatezza, fastidio fisico e peggioramento del tono dell’umore (Stein et al., 2007).

Organizzazione psicologica e caratteristiche emotive dei Bingers

L’organizzazione psicologica dei soggetti con Binge Eating Disorder è complessa:

  • Hanno una visione di sé che oscilla tra il massimo della stima nelle proprie capacità e la critica più feroce
  • Sono dominati dalla paura ossessiva di delusioni
  • Posseggono un’estrema vulnerabilità alla critica
  • Sono dominati dal terrore di deludere gli altri e di essere delusi
  • Presentano una personalità fragile, incapace di gestire le frustrazioni
  • Hanno la tendenza ad evitare la realtà e a rifugiarsi in fantasie irrealizzabili
  • L’aspetto fisico è inconsciamente una difesa e un luogo in cui rifugiarsi

Ingrassando, infatti, si limita il giudizio degli altri al solo corpo senza mostrare i propri sentimenti e valori più personali.

Presentano, inoltre, i caratteri comuni alle persone affette da disturbi alimentari

  • Paura di perdere il controllo
  • Paura di diventare grassi
  • Difficoltà nelle relazioni interpersonali
  • Bassi livelli di autostima
  • Bassa tolleranza alla frustrazione
  • Presenza di emozioni secondarie (quali senso di colpa e vergogna)
  • Preoccupazione per il cibo e per il proprio peso

Il disturbo inizia, in particolare, dopo eventi stressanti minaccianti l’autostima, come: fallimenti scolastici, problemi sentimentali o sessuali, commenti negativi sull’aspetto fisico, difficoltà interpersonali. Alcuni soggetti “pianificano” le loro abbuffate: acquistano il cibo, lo nascondono, poi lo consumano da soli, spesso senza neppure masticarlo, fino ad essere completamente pieni.

Le abbuffate, soprattutto nei primi momenti possono essere piacevoli, in quanto sono in grado di allentare momentaneamente la tensione del dover seguire rigorosamente una dieta ferrea. Questa sensazione inizialmente piacevole viene, però, spesso utilizzata per “bloccare” altre emozioni negative: tristezza, solitudine, frustrazioni, ecc.

Così come già visto in precedenza, tale comportamento dà origine a un circolo vizioso:

  • se la persona continua a bloccare le sue emozioni col cibo non risolve mai i suoi problemi di fondo
  • le emozioni negative si riprodurranno all’infinito e favoriranno nuove abbuffate
  • le abbuffate, passati i primi momenti piacevoli, determineranno altre emozioni negative quali senso di colpa, crollo dell’autostima, disgusto che a loro volta faciliteranno nuove abbuffate

La dieta in questi soggetti risulta totalmente inefficace, in quanto sono le variazioni emotive a dare il via alla crisi alimentare. La persona vorrebbe essere aiutata a cambiare ma ha una paura terribile del cambiamento. Teme che se abbandonerà il suo disturbo (diventato un “rituale”) si ritroverà ancor più indifesa.

Frequentemente le abbuffate sono la risposta al disagio provocato dal sentirsi soli o abbandonati, dal pensare di non avere valore per gli altri a causa del proprio senso di inadeguatezza e alla scarsa autostima (inutilità a condividere le proprie sofferenze con gli altri).

Questi individui tendono a sottovalutare gli effetti negativi a lungo termine dei loro comportamenti (convinzione dell’inevitabilità del proprio stato e incapacità di avere altre gioie se non quelle del cibo). Per alcuni bingers il cibo è effettivamente un equivalente affettivo, per altri è un’autopunizione per non essere riusciti a raggiungere i propri obiettivi.

Inoltre, gli abbuffatori soffrono di alti standard e di alte aspettative, in special modo hanno una sensibilità maggiore rispetto alle richieste degli altri. Quando falliscono alcuni di questi standard, essi sviluppano un elevato pattern avversivo di autoconsapevolezza, caratterizzato da una visione negativa di sé e preoccupazione per come sono percepiti dagli altri. Queste autopercezioni sono accompagnate da stress emotivo, che include spesso l’ansia e la depressione.

A volte l’obesità può fungere da capro espiatorio per le proprie difficoltà relazionali e spostare il focus del problema dalla bassa autostima e/o dalle problematiche sessuali al sovrappeso.

Se il controllo è il tema dominante nell’anoressia e nella bulimia, nei bingers prevale invece il senso di inadeguatezza: si percepiscono deboli, in balia della volontà altrui. In questi individui le convinzioni di non valere sono molto forti, sostenute da dati percettivi (quali la bilancia e lo specchio) e anche dalla gente stessa.

Il sé è profondamente “eterodefinito”: il soggetto si specchia nello sguardo degli altri per confermare il proprio valore e la disapprovazione genera un profondo disorientamento, ma il bisogno di approvazione si scontra col timore di essere invaso (Guidano, 1987). Le alternative che ha sono: adeguarsi per essere accettato, ma non potersi affermare, oppure opporsi, affermarsi, ma non essere accettato.

Il corpo è percepito in modo diverso: nell’anoressia è un nemico da combattere, nella bulimia uno strumento di seduzione, mentre nel Binge Eating Disorder è vissuto come sgradevole appendice al proprio Sé. Dal corpo provengono soltanto sensazioni negative e impellenti richieste di cibo. Anche lo stesso piacere del cibo (l’unico che si permettono) si trasforma molto presto in senso di colpa.

Il binge eating diventa una strategia, seppure disfunzionale, per modulare il versante emotivo tramite l’incapacità di autoregolarsi sul versante comportamentale. La problematica nasce dal fatto che gli eventi che il soggetto cerca di controllare mantengono inalterato il loro potere. Il rapporto col cibo perde la sua funzione di necessità per divenire metafora del rapporto con se stessi e con gli altri.

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