Gli adolescenti e il brivido del rischio: i fattori neurologici e sociali alla base dei comportamenti impulsivi

Studi recenti hanno indagato quali siano i fattori che portano gli adolescenti ad adottare comportameni rischiosi, promiscui e impulsivi. Oltre ai fattori neurobiologici sono emersi anche fattori di carattere sociale.

ID Articolo: 152700 - Pubblicato il: 14 marzo 2018
Gli adolescenti e il brivido del rischio: i fattori neurologici e sociali alla base dei comportamenti impulsivi
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Alla luce degli studi recenti, sorge spontaneo chiedersi se davvero gli adolescenti siano delle inarrestabili e autolesive macchine in corsa o se invece ci siano altri fattori coinvolti nella propensione al rischio in adolescenza.

 

Messaggio pubblicitario L’adolescenza è un periodo estremamente delicato: solo nel 2015 si stimano circa un milione e mezzo di morti di età compresa tra i 10 e i 19 anni.

Più precisamente si calcola che la percentuale mondiale di decessi tra i 15 e i 19 anni sia del 35% più alta rispetto alla fascia di età che va dai 10 ai 14 anni, soprattutto per il genere maschile; le morti si verificano soprattutto a seguito di incidenti stradali, violenza interpersonale, autolesionismo e abuso di alcol o tabacco (Telzer et al., 2015).

Alcuni scienziati hanno teorizzato uno squilibrio nello sviluppo cerebrale degli adolescenti per spiegare i loro comportamenti impulsivi, promiscui e rischiosi. Il sunto centrale di tali teorie era che negli adolescenti le aree cerebrali legate all’impulsività e ad un’alta sensibilità alla ricompensa, specialmente in ambito sociale, fossero maggiormente attive rispetto a quelle prefrontali, più legate a processi cognitivi di controllo e inibizione dell’azione.

Da ciò l’idea che la mente adolescenziale fosse come una macchina in corsa folle con i freni bloccati.

Tuttavia a parere di Ted Satterthwaite, psichiatra e ricercatore in neuroscienze presso l’università della Pennsylvania, non tutti gli adolescenti mostrano questa propensione alla messa in atto di comportamenti autolesivi e rischiosi. In particolare una survey di Johnston e colleghi (2016) su un campione di 45 mila studenti statunitensi ha stimato come il 61% di questi tra i 17 e i 18 anni non abbia mai fatto uso di sigarette, e il 29% ha dichiarato di non aver mai bevuto alcol.

Sorge spontaneo chiedersi se davvero gli adolescenti siano delle inarrestabili e autolesive macchine in corsa o se invece ci siano altri fattori coinvolti nella propensione al rischio in adolescenza.

“L’adolescenza è un periodo delicato e vulnerabile ma non a causa del fatto che ci sia qualcosa di squilibrato nella mente dei ragazzi” (Ted Satterthwaite)

Studi recenti hanno iniziato a indagare e approfondire come i fattori sociali influenzino la propensione al rischio in adolescenza.

Steinberg, psicologo all’università di Temple, Philadelphia, tramite il compito “chicken game” in risonanza magnetica funzionale (2011), dimostrò come gli adolescenti fossero più propensi a mettere in atto comportamenti rischiosi e impulsivi quando veniva detto loro di essere osservati durante il compito, da un gruppo di pari.

Il “chicken game” è un videogioco che prevede che i ragazzi guidino nello scanner una macchina, attraversando 20 semafori in sei minuti. Nello studio di Steinberg, molti teenager decidevano di proseguire al primo semaforo rosso, altri aspettavano il verde. Un’interessante dinamica era rappresentata dal fatto che, quando ai teenager veniva detto di essere soli al momento di svolgere il compito, essi tendevano a rispettare i semafori con una frequenza simile ai giocatori adulti. Quando invece veniva detto loro, in modo menzognero, di essere osservati da un gruppo di pari, assumevano maggiormente comportamenti rischiosi che si accompagnavano ad una maggiore attivazione dello striato ventrale sensibile alla ricompensa.

Uno studio simile di Telzer e colleghi (2015) ha mostrato, al contrario, che l’informare i teenager di essere osservati dalle proprie madri, riduceva di molto la propensione a mettere in atto comportamenti rischiosi; tale riduzione si associava in risonanza magnetica funzionale all’attivazione dei circuiti prefrontali preposti all’inibizione dell’azione e al controllo cognitivo.

Messaggio pubblicitario Un’altra ricerca di Peake e colleghi (2013) ha evidenziato come nei teenager l’esperienza dell’esclusione sociale da parte del gruppo dei pari giochi anch’essa un ruolo cruciale nella propensione a comportamenti rischiosi. In particolare sembra che i teenager che hanno vissuti di vittimizzazione o esclusione sociale siano maggiormente vulnerabili al rischio (Telzer, 2018).

La comprensione profonda dei contesti e delle situazioni che aumentano negli adolescenti la vulnerabilità ad assumere alcol o sostanze, a prendere decisioni sbagliate, rischiose o autolesive, può contribuire alla strutturazione di interventi di prevenzione rendendo possibile la realizzazione di contesti più positivi e di supporto.

Il gruppo dei pari può costituire una risorsa positiva per l’individuo, così come un elemento di vulnerabilità.

Uno studio di Hoorn e colleghi (2016), tramite videogioco, ha mostrato come i teenager a cui veniva chiesto di donare o tenere per sé una somma di denaro, tendevano a fare una donazione qualora approvati dal gruppo di amici, mentre se disapprovati tendevano con più frequenza a tenere per sé la somma di denaro. In aggiunta, tale studio ha sottolineato come la messa in atto di comportamenti prosociali da parte dei teenager fosse correlata con una maggiore attività di quelle aree cerebrali implicate allo stesso modo nel risk-taking, come il ventrale striato.

Quei soggetti maggiormente prosociali e che mostravano un’attivazione maggiore della regione ventrale dello striato tendevano a mettere in atto comportamenti più prudenti a lungo termine e ad essere meno vulnerabili alla depressione da adulti (Telzer et al., 2014).

Inoltre recenti studi hanno evidenziato come anche i fattori emotivi potrebbero influenzare e peggiorare le prestazione degli adolescenti in compiti di autocontrollo. Infatti nelle situazioni emotivamente neutre, gli adolescenti hanno delle prestazioni nei compiti cognitivi molto simili agli adulti, ma quando le situazioni presentate sono emotivamente negative o avversive, le prestazioni dei giovani nell’autocontrollo peggiorano (Cohen et al., 2016).

Di conseguenza prendendo in considerazione questa rassegna di studi, sembrerebbe che il risk-taking in adolescenza potrebbe riguardare una piccola porzione di teenager e non essere invece un fenomeno generalizzato a tutti gli adolescenti come si tende ingenuamente a pensare. Infatti ci sono evidenze che lasciano supporre come i processi che portano alla messa in atto di comportamenti rischiosi siano influenzati in larga parte dal contesto sociale e dai fattori emotivi.

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