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Le emozioni nelle organizzazioni: un possibile sguardo psicodinamico

Quando nelle organizzazioni viene a mancare la capacità di mentalizzazione, si determina un’impossibilità di elaborare le emozioni, di attribuire senso all’esperienza e, probabilmente, la sua rappresentazione mentale del contesto organizzativo avrà come oggetto un luogo di frustrazione, incertezza, minaccia.

 

Nonostante il vecchio cliché sull’ambiente lavorativo come luogo privo di emozioni, la ricerca negli ultimi 30 anni ha dimostrato il ruolo fondamentale che esse rivestono in questo particolare contesto.

Inizialmente l’interesse si è focalizzato sul modo in cui si sentono le persone rispetto al proprio lavoro, in un’ottica dunque individuale; con il tempo, comprendendo la portata del contributo che le emozioni apportano all’efficacia organizzativa, la ricerca si è ampliata alle varie modalità di utilizzo esplicito delle emozioni (Pugh & Groth, 2020).

L’intelligenza emotiva avrebbe infatti un impatto positivo sull’engagement, sulla soddisfazione e sul benessere lavorativo e gli effetti sarebbero tangibili, come nel caso della diminuzione del turnover, problematica che spesso intacca le organizzazioni (Brunetto et al., 2012).

Riprendendo la definizione di Franco Avallone (2005, p.65), il concetto di benessere organizzativo è da intendersi come

l’insieme dei nuclei culturali, dei processi e delle pratiche organizzative che animano la dinamica della convivenza nei contesti di lavoro promuovendo, mantenendo e migliorando la qualità della vita e il grado di benessere fisico, psicologico e sociale delle comunità lavorative.

In tale concettualizzazione è dunque importante l’accento posto non solo sull’individuo, ma sull’aspetto di convivenza, che richiama la componente relazionale. È in questo connubio tra la dimensione individuale e collettiva, tra il mondo intrapsichico e quello intersoggettivo, che diviene possibile inserire il concetto di mentalizzazione. Esso è da intendersi come un processo mentale in cui le azioni proprie ed altrui vengono interpretate in maniera implicita ed esplicita; tale dinamica permette all’individuo di dotare di senso il comportamento, i desideri, i bisogni, i sentimenti, le emozioni altrui a partire dalla comprensione degli stati mentali (Fonagy, Bateman & Luyten, 2012).

Gli inglesi rendono questo complesso concetto in maniera molto semplice ed efficace con la frase “mind the mind”, ovvero tieni a mente la mente, restituendo l’idea di un processo attivo, non passivo, statico ed immutabile (Baldoni, 2014). Questo tassello va ad inserirsi nel complesso mosaico che costituisce la competenza relazionale di ciascuno, una competenza fondamentale per vivere una vita sociale “sana” e che viene sempre più richiesta all’interno delle organizzazioni. In altri termini, nel modo in cui creiamo, manteniamo ed alimentiamo le relazioni vi è un fondamentale passaggio legato alla comprensione del senso dei comportamenti altrui; durante la pratica del proprio lavoro l’individuo mette in atto continuamente attribuzioni di senso e di intenzionalità al comportamento dell’altro con l’obiettivo di comprendere e mantenere la relazione.

Per tale ragione è possibile pensare che, come ogni altra competenza che va a delineare un ruolo organizzativo, la mentalizzazione costituisca una capacità che è possibile apprendere, implementare ed allenare.

Nell’organizzazione “mentalizzante” coloro che vi partecipano hanno raggiunto la competenza di rappresentarsi mentalmente non solo l’intenzionalità propria ed altrui, ma anche le emozioni, le sensazioni, i significati elicitati dal luogo di lavoro e che guidano i comportamenti del lavoratore (Di Stefano, 2017).

Come sostenuto dalle teorie psicodinamiche, coloro i quali non hanno capacità di mentalizzazione non riescono ad utilizzare i propri stati interni per comunicare e collaborare con gli altri in vari ambiti di vita, che vanno dalla sfera intima a quella lavorativa (Fonagy & Target, 2001); una difficoltà temporanea di mentalizzazione è spesso correlata a difficoltà nella regolazione degli affetti e del controllo dei processi attentivi, oltre che all’aumento di distress (Fonagy & Allison, 2012; Fonagy, Bateman & Luyten, 2012).

Quando nell’organizzazione viene a mancare la capacità di mentalizzazione, si determina un’impossibilità per il professionista di elaborare le emozioni, di attribuire senso all’esperienza e, probabilmente, la sua rappresentazione mentale del contesto organizzativo avrà come oggetto un luogo, non più di crescita personale, ma di frustrazione, incertezza, minaccia. Sarebbe possibile, infatti, imputare all’incapacità o al difetto di mentalizzazione la moltiplicazione dei fattori di rischio che espongono il lavoratore – e di conseguenza l’organizzazione di cui fa parte – a patologie come distress, burnout, mobbing (Di Stefano, 2017).

Al contrario, se il soggetto è collocato all’interno di un contesto lavorativo che promuove la mentalizzazione, ponendosi come contenitore riflessivo, gli effetti positivi investono il campo della fiducia reciproca tra i membri che lo abitano, dell’empatia e della resilienza collettiva (Kahn, 2001).

In che modo possono le organizzazioni costruire un ambiente di lavoro siffatto?

Come spesso accade, coloro i quali possono realmente apportare un cambiamento nelle pratiche di lavoro sono i professionisti che hanno accesso alle posizioni manageriali: chi occupa un ruolo di potere e di responsabilità all’interno delle aziende può decidere di investire sulla promozione di “pratiche riflessive”, che si radichino nella routine quotidiana della realtà organizzativa e mirino alla condivisione delle esperienze di lavoro, nonché di spazi di pensiero. Bisognerebbe dunque partire dall’esperienza individuale, valorizzando lo scambio di prospettiva tra i lavoratori e promuovendo la messa in atto di comportamenti attivi all’interno del contesto lavorativo (Fonagy, 2012; Di Stefano, 2017).

L’acquisizione di una simile competenza avrebbe effetti profondamente positivi che, partendo dal singolo, si espandono all’intero sistema lavorativo. Esempi sono l’attivazione di legami di attaccamento e affiliazione tra i colleghi e tra i lavoratori e l’organizzazione stessa, incrementando i livelli di coinvolgimento e di impegno (Fonagy & Target, 2001; Ammaniti & Gallese, 2014; Scrima, Di Stefano, Guarnaccia & Lorito, 2015).

Le origini della creatività (2018) di Edward O. Wilson – Recensione del libro

The Origin of Creativity  pubblicato in Italia da Raffallo Cortina per la prima volta nel 2017, nella traduzione curata da Allegra Panini, è un saggio  di Edward O. Wilson, professore di biologia presso la Harvard University, fondatore della sociobiologia e vincitore di due premi Pulizer.

 

 Quest’opera di Wilson, che giunge dopo la pubblicazione di La conquista sociale della Terra (2013) e Lettere a un giovane scienziato (2013), si sviluppa intorno al concetto che

La creatività è il carattere distintivo della nostra specie ed ha come fine ultimo la comprensione di noi stessi.

Le definizioni di creatività si sono succedute nel tempo, nel 1929 il matematico francese Hanri Poincarè affermava che:

creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili

Un concetto assai simile a quello espresso da Steve Jobs che ha detto:

la creatività è mettere in connessione le cose.

Secondo Wilson:

la creatività è la ricerca innata dell’originalità. La sua forza trainante è l’amore istintivo che il genere umano prova per la novità.

Il saggio illustra l’importanza che la creatività ha avuto nell’evoluzione umana e l’interrelazione esistente tra il sapere umanistico e quello scientifico.

L’esposizione di Wilson non è, data la natura dell’opera, di tipo narrativo ma risulta chiara e di facile comprensione. L’autore, grande naturalista, partendo dalle origini dell’uomo ripercorre la sua evoluzione sia in senso biologico che culturale. Mostra come il sapere umanistico e il sapere scientifico trovano fondamento nell’istinto creativo dell’uomo. Wilson ritiene che l’uomo abbia potuto sviluppare il linguaggio grazie alla creatività e che quest’invenzione abbia determinato lo sviluppo delle discipline umanistiche. La creatività è, del resto, fondamentale anche per la nascita e la progressione della scienza. Non può esistere alcuna intuizione scientifica in assenza di creatività. Secondo Wilson le discipline scientifiche e quelle umanistiche condividono

l’origine e i processi cerebrali creativi. Possono dunque essere affiancate l’un l’altra e fuse in ampia misura.

Per l’autore:

i due grandi rami della conoscenza l’ambito scientifico e quello umanistico, sono complementari nel nostro esercizio della creatività. 

 Il saggista inglese illustra, portando in esempio come è possibile descrivere e studiare l’isola Sala y Gomez, una piccola isola del Pacifico, ciò che permette di fare l’unione della creatività scientifica con quella umanistica. Nello stesso capitolo Wilson sottolinea come ogni fatto creativo può essere tale solo grazie alla presenza dell’uomo: che cosa si potrebbe dire dell’isola di Sala y Gomez se nessun essere umano l’avesse mai trovata? Per chiarire meglio questo concetto, Wilson, riporta un passo di Così parlò Zaratustra di Nietzsche in cui Zaratustra si rivolge al Sole:

Oh grande astro, che cosa sarebbe la tua felicità se tu non avessi coloro a cui risplendi? 

Wilson esplora le numerose esperienze creative dell’uomo che si sono succedute durante la sua evoluzione ed hanno trovato massima espressione nei periodi “illuministici” conducendo l’umanità dalle origini fino all’era dell’intelligenza artificiale. Oggi l’uomo si trova a fare i conti con diversi problemi dalla cui soluzione dipende la sua stessa sopravvivenza: il cambiamento climatico, il depauperamento degli ecosistemi, le diseguaglianze e le migrazioni. Il saggio di Edward O. Wilson indica la strada per la risoluzione dei problemi che oggi l’umanità deve fronteggiare: è necessario che si realizzi un nuovo illuminismo che permetta di fondere le discipline umanistiche con quelle scientifiche attraverso la creatività:

I due grandi rami della conoscenza condividono le stesse radici dell’impresa innovativa. Le discipline scientifiche si occupano di tutto ciò che può accadere nell’universo; le discipline umanistiche di tutto ciò che è concepibile nella mente umana.

Attingendo alle conoscenze combinate della nostra specie, ognuno di noi può andare ovunque nell’universo, catturare qualsiasi forza, raggiungere qualsiasi meta, cercare l’infinito nello spazio e nel tempo.

 

Concerti che danno alla testa! Musica live e registrata fanno muovere il nostro corpo in modi differenti?

Un concerto di musica dal vivo è un piacevole evento sociale che si colloca tra le forme più memorabili e viscerali di rappresentazione musicale.

 

Ma cosa spinge gli ascoltatori ad assistere ai concerti, a volte con considerevoli spese, quando potrebbero ascoltare le registrazioni delle stesse canzoni direttamente da casa? Un aspetto iconico che caratterizza i live show è il coinvolgimento che lo spettatore ha con gli altri membri del pubblico. I componenti della platea, infatti, si possono spesso considerare tutt’altro che “spettatori”, in quanto in realtà sono essi stessi parte dello spettacolo, attraverso emozioni e relativi movimenti corporei suscitati dalla musica dal vivo. La musica ci spinge a muoverci, e questo è un probabile risultato delle connessioni tra le aree uditive e motorie del cervello, la cui comunicazione durante la previsione del ritmo e del battito può essere misurata in oscillazioni neurali (Sakai et al., 1999; Janata e Grafton, 2003; Grahn e Brett, 2007; Zatorre et al., 2007; Grahn e Rowe, 2009; Fujioka et al., 2012). I movimenti della testa, in particolare, riflettono le emozioni esperite in quel momento di coinvolgimento, e possono favorire il legame con le persone circostanti (Swarbrick et al., 2019). Recenti studi hanno esplorato il coinvolgimento sociale affiliativo sperimentato tra le persone che si muovono all’unisono al ritmo di musica, ma i concerti dal vivo hanno anche altre caratteristiche che potrebbero essere importanti, come il fatto che durante una performance live la musica prodotta sia unica e non prevedibile, né predeterminata. Ciò aumenta l’attesa e i sentimenti di coinvolgimento del pubblico che vi assiste. Sarà per questo motivo che la maggior parte del pubblico riferisce che il costo del biglietto non influenza la scelta di assistere o meno ai concerti (Brown e Knox, 2017)?

Nello studio di Swarbrick, gli sperimentatori hanno osservato l’esperienza del concerto live, testando l’ipotesi secondo cui il semplice fatto di far parte di un pubblico di un concerto dal vivo possa contribuire positivamente all’esperienza dell’ascoltare musica. Il team di scienziati ha utilizzato il motion capture, un sistema di più telecamere emittenti luce e di marcatori di materiale riflettente in grado di rilevare movimenti con estrema precisione. È stata utilizzata questa tecnologia al fine di confrontare le risposte del movimento della testa del pubblico in termini di vigore e di coinvolgimento durante un concerto live della rock star canadese Ian Fletcher Thornley, con quelle di un concerto registrato senza gli esecutori, in cui sono state riprodotte le stesse canzoni (Toiviainen et al., 2010; Burger et al., 2013). I ricercatori hanno anche preso nota di chi del pubblico fosse fan dell’artista e di chi invece fosse ascoltatore neutrale. L’essere fan avrebbe implicato una precedente conoscenza della band e della relativa musica, fattore più che rilevante nell’emotività espressa durante il live.

Con questa sperimentazione, è stato scoperto che sia nei fan, sia negli ascoltatori neutrali, i movimenti della testa erano più vigorosi nel concerto dal vivo che nella condizione di riproduzione dell’album registrato. D’altra parte, in entrambe le condizioni sperimentali, i fan hanno mosso la testa più vigorosamente e con maggiore coinvolgimento al ritmo rispetto agli ascoltatori neutrali. Il maggior grado di coinvolgimento generale nei fan rifletteva probabilmente la loro maggiore familiarità con lo stile musicale dell’artista. Il maggior vigore dei movimenti della testa tra i gruppi rappresentava probabilmente una maggiore eccitazione, un maggiore riscontro fisiologico dell’imprevedibilità del live, e una maggiore connessione con gli artisti e con la loro musica durante il concerto dal vivo (Mazzoni et al., 2007; Leow et al., 2014).

Tra i membri del pubblico, non c’erano differenze tra musicisti e non musicisti nel vigore del movimento o nella sincronizzazione al ritmo. Allo stesso modo, Bernardi e colleghi (2017) hanno riferito che la formazione musicale non influenza il grado di sincronizzazione delle risposte autonomiche al ritmo della musica sperimentata in un ambiente di gruppo. Entrambi questi risultati suggeriscono che le risposte di coinvolgimento del pubblico sono indipendenti dalla formazione musicale.

Lo studio di Swarbrick dimostra quindi che, oltre alle caratteristiche acustiche della musica, anche i fattori ambientali e personali influenzano il movimento in relazione ad essa. In particolare, la familiarità con l’esecutore e lo stile musicale ha portato a un aumento del movimento e del coinvolgimento, mentre la performance dal vivo in sé ha portato a un aumento significativo del vigore delle movenze del capo, generando il movimento sincrono tra il pubblico, e dunque la prosocialità.

In conclusione, questi risultati confermano che la musica dal vivo ha coinvolto gli ascoltatori in misura maggiore rispetto alla musica preregistrata. In aggiunta a ciò, una preesistente ammirazione per gli artisti può portare ad un maggiore coinvolgimento psicofisico.

 

L’essere e il vivere la coppia – Video dell’evento di Studi Cognitivi Modena

Il Centro Clinico Studi Cognitivi Modena ha organizzato un incontro informativo gratuito rivolto al pubblico sul tema delle relazioni di coppia. Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video dell’evento

 

  Si è trattato di un incontro partecipato in cui è stato definito che cosa significa essere coppia oggi. Sono state inoltre trattate quelle che possono considerarsi le più comuni conflittualità e che, con il tempo, possono andare a incidere con l’intesa di coppia.

Hanno condotto l’incontro la Dott.ssa Daniela Rebecchi e la Dott.ssa Arianna Ferretti.

Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video dell’evento.

 

GUARDA IL VIDEO DELL’EVENTO:

L’essere e il vivere la coppia

 

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Hikikomori: il ritiro sociale degli adolescenti e l’impatto pandemico

Hikikomori è un termine giapponese che significa letteralmente “ritirarsi” (Zielenziger, 2008) e che rimanda ad una particolare condizione riscontrata nei giovani adolescenti, i quali si ritirano letteralmente dalla vita sociale, passando gran parte del loro tempo nella propria stanza, guardando la tv o giocando ai videogiochi.

 

 Si riduce volontariamente lo spazio dedicato alle relazioni compensandolo con la partecipazione alla vita virtuale, tramite i social (Ohashi, 2008).

Viene invertito il ritmo sonno-veglia e si riscontra nel tempo una compromissione del percorso di studi o della ricerca di lavoro (Aguglia et al., 2010). Ci sono diversi dibattiti in merito, alcuni dei quali sottolineano come uno dei fattori che spinge al ritiro sociale sia dovuto ad una inadeguatezza rispetto agli standard troppo alti di apparenza e successo, propri della nostra società.

Periodi prolungati di solitudine contribuiscono alla perdita delle competenze sociali e abilità comunicative indispensabili per interagire con il mondo esterno (Aguglia et al., 2010).

Come ha contribuito la pandemia da COVID-19 al fenomeno hikikomori?

Questa pandemia ha messo tutti con le spalle al muro, ognuno dentro il proprio ruolo costretto a dover rivedere il modo di vivere, adattandolo alle svariate indicazioni da seguire atte a contenere i contagi. Se c’è una categoria che però ne sta risentendo particolarmente è quella adolescenziale.

L’adolescenza è un periodo della vita molto delicato, una fase di transizione, dallo stato infantile a quello adulto, che pone le basi per lo svincolo dalla famiglia di appartenenza.

L’adolescente rivendica la propria autonomia e individualità, rispecchiandosi nel gruppo dei pari, piuttosto che nella propria famiglia (Marcelli & Braconnier,1994). In questo periodo infatti sono prevalenti le relazioni di amicizia (Bonino,2018). Tuttavia questa situazione di restrizioni e distanziamento sociale sta trattenendo i giovani dentro le mura della propria casa, disabituandoli ai rapporti sociali. Per contro, cresce sempre più il bisogno di confrontarsi non con i genitori, ma con il proprio smartphone, dal quale è possibile ricevere tutte le risposte desiderate.

 Ciò che viene a mancare però, all’interno di questa cornice, è lo sviluppo dell’affettività, dei sentimenti, delle relazioni sociali vere. Per cui il mondo esterno viene sostituito con la propria stanza che diventa invece un mondo interno, nel quale i ragazzi mettono le fondamenta per la propria zona di comfort, rischiando così di perdere la completamente la voglia di uscirne, poiché metterebbero a nudo la propria vulnerabilità.

Come prevenire questo fenomeno?

Educare alla genitorialità resta sicuramente l’antidoto principe. Educare ai sentimenti, ai valori.

Bisognerebbe far prendere coscienza ai genitori delle risorse sulle quali costruire un lavoro insieme. Una risorsa riguarda proprio la vicinanza del figlio in casa, che pur sfuggendo al loro controllo resta sempre nella porta accanto, ed in punta di piedi i genitori potrebbero farsi accogliere e instaurare una forma nuova di dialogo, più costruttiva, che funga da esempio per le relazioni col mondo esterno. È bene non sottovalutare i bisogni fisiologici e gli stati emotivi della persona, aiutarlo nella ricerca della sua identità e progetto di vita, ma soprattutto far comprendere ai propri figli di essere un porto sicuro dal quale partire e tornare ogni qualvolta se ne abbia bisogno.

 

Troppo controllo fa perdere il controllo: una forma di disregolazione emotiva poco considerata – REPORT dall’evento

Il controllo, in particolare l’iper controllo, spesso viene considerato in termini positivi, un sinonimo di perfezione, funzionale al raggiungimento dei propri obiettivi; ma quando questo diventa eccessivo porta ad una estrema sofferenza e a perdere il controllo dei propri stati emotivi.

 

Il 24 Marzo si è svolto il webinar gratuito organizzato dal centro specialistico di Studi Cognitivi per il trattamento dei Disturbi della Personalità. Il Centro ha sede a Modena e propone un percorso innovativo per il trattamento delle problematiche della disregolazione emotiva. Il percorso di cura è strutturato quotidianamente, dal lunedì al venerdì, ed è rivolto a un numero massimo di 12 partecipanti e si struttura sulla base di modelli evidence base per il trattamento dei disturbi della personalità. I nostri modelli di riferimento sono: la Terapia Dialettica Comportamentale di M. M. Linehan (2015), il Multiple Family Program di J. G. Gunderson (2009), il modello LIBET (Life themes and plans Implications of biased Beliefs: Elicitation and Treatment) per la concettualizzazione del caso e il Modello Metacognitivo per gruppi di A. Wells (2018).

La Dr. Alessia Offredi psicologa psicoterapeuta lavora anche presso il Centro per i Disturbi della personalità e ha tenuto il webinar allo scopo di analizzare i vantaggi e gli svantaggi del controllo nella regolazione delle Emozioni.

Il controllo, in particolare l’iper controllo, spesso viene considerato in termini positivi, un sinonimo di perfezione, funzionale al raggiungimento dei propri obiettivi; ma quando questo diventa eccessivo porta ad una estrema sofferenza e a perdere il controllo dei propri stati emotivi.

Il controllo non è da considerare una caratteristica patologica dell’essere umano, tutti hanno un livello di controllo più o meno elevato che oscilla tra il polo del discontrollo e il polo dell’iper controllo, ciò che risulta importante è muoversi tra la mediana di questo continuum ed agire in modo più o meno controllato a seconda delle necessità.

A questo proposito esiste un continuum valido per tutti dove da un lato vi è la polarità del discontrollo ossia persone impulsive, tendenti alla drammatizzazione che corrono rischi e vivono emozioni soverchianti, mentre al polo opposto la polarità dell’iper-controllo è caratterizzata da persone timide, inibite, pianificatrici che controllano l’espressione delle proprie emozioni.

E’ importante considerare il controllo anche in termini positivi, in particolare uno dei principali vantaggi è la sua funzione prosociale: permette all’uomo di vivere in relazione con gli altri, di aggregarsi in clan e in tribù. Rilevare e controllare le proprie emozioni e intenzioni è stato essenziale per creare il legame sociale che è la chiave della sopravvivenza umana.

Inoltre il controllo consente all’uomo di inibire la propria spinta all’azione ovvero di non seguire ogni impulso e vivere in prossimità degli altri; gli permette di perseverare e pianificare per il futuro, piuttosto che rilassarsi e aspettare di ricevere risorse dalla natura, la perseveranza induce a procacciare risorse mentre la capacità di pianificazione permette di conservare risorse per quando non si potranno reperire assicurando la sopravvivenza del gruppo.

Infine il controllo consente di regolare i segnali comunicativi e le idee sul mondo, permette di segnalare le intenzioni da lontano attraverso le espressioni facciali. Questo consente di conservare energia, risolvere conflitti o iniziare collaborazioni senza un grande impegno iniziale in modo sicuro.

La teoria biosociale analizza l’ipercontrollo come l’esito di un’interazione tra tre componenti: la componente nurture riguardante le influenze socio-biografiche, una componente nature che riguarda il temperamento biosociale e le influenze genetiche ed infine la componente coping ossia le strategie di fronteggiamento visibile.

Per quanto riguarda la componente nature, ogni essere umano nasce con un cervello differente, e la risposta neuronale delle varie aree cerebrali a certi stimoli è rapida e differente per ognuno di noi.

Le persone con iper-controllo, a questo proposito, sono caratterizzate da: scarsa sensibilità alla gratificazione, alta sensibilità a possibili minacce, alto controllo inibitorio e alta attenzione ai dettagli; questa persona, inoltre, cresce in un ambiente che sostiene il bisogno di essere performante, controllato e serio.

Ogni individuo vive poi in ambienti diversi (culturale, famigliare, tra pari..) che possono influenzare eventi di iper controllo e sostenere alcuni punti come: l’autocontrollo imperativo, errori imperdonabili, essere sempre pronti, vincere è essenziale, mai mostrare debolezze.

Infine con il tessuto temperamentale innato e con gli apprendimenti dell’ambiente la persona impara a muoversi nel mondo con determinate strategie, apprende che se si muove nel mondo evitando rischi non pianificati, mascherando i propri sentimenti e rimanendo distaccata dagli altri può ridurre la possibilità di fare degli errori e apparire vulnerabile o fuori controllo.

Quando, però, l’iper controllo diventa maladattivo porta ad una serie di conseguenze negative per l’uomo; tra queste è possibile citare la scarsa ricettività e apertura alla novità ossia la persona ipercontrollata tenderà ad evitare una situazione di incertezza o rischi non pianificati e tenderà a non cogliere critiche. Porta poi a scarsa flessibilità nel controllo, il soggetto avrà bisogno di struttura e ordine, iperperfezionismo, pianificazione compulsiva, e alte regole morali.

Un ulteriore conseguenza è l’espressione emotiva pervasivamente inibita e scarsa consapevolezza emotiva, le emozioni infatti vengono espresse in modo non sincero o incongruente con il reale sentimento. Infine vi è scarsa connessione sociale e intimità con gli altri caratterizzata da relazioni distanti e distaccate, la sensazione di essere diversi dagli altri e ridotta capacità di provare empatia.

Tutti questi aspetti possono comportare dei pregiudizi nell’atteggiamento assunto verso persone con iper controllo, in particolare è facile presumere che il comportamento pubblico sia uguale a quello privato oppure che sia tutto come sembra.

Esiste un trattamento fondato e ritagliato su queste problematiche di iper controllo che prende il nome di Radically Open Dialectical Behaviour Therapy (RO-DBT).

Il suo ideatore fu Lynch secondo il quale il benessere psicologico comprendeva la ricettività e l’apertura a nuove esperienze e feedback disconfermanti per favorire l’apprendimento, il controllo flessibile per l’adattamento alle condizioni ambientali e l’intimità e la connessione con almeno una persona, sulla base del fatto che la nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di costruire legami duraturi e operare all’interno di un gruppo.

L’intervento dopo una prima fase di orientamento e impegno inizia ad essere svolto in parallelo in un setting individuale e di gruppo: gli obiettivi raggiunti nel trattamento individuale sono comportamenti a rischio per l’incolumità, le rotture dell’alleanza viste come momenti di apprendimenti e gli aspetti comportamentali che allontanano il paziente con iper controllo dagli altri; mentre gli obiettivi del trattamento gruppale invece includono l’apertura radicale per riuscire ad essere aperti agli apprendimenti di nuove informazioni, si lavora sui segnali sociali e maladattivi e infine sugli aspetti comportamentali

In conclusione è importante sottolineare come le persone con ipercontrollo non devono imparare a impegnarsi di piu o sforzarsi di più.. ma di meno.

 

TROPPO CONTROLLO FA PERDERE IL CONTROLLO – VIDEO:

 

Attaccamento e relazioni adulte: posso fidarmi di te?

Le relazioni sentimentali rappresentano uno dei legami sociali più complessi e significativi. Le interazioni ripetute con le nostre figure di attaccamento durante l’infanzia sembrano giocare un ruolo molto importante nella scelta e nella percezione di affidabilità del partner sentimentale.

 

Il termine attaccamento è stato proposto per la prima volta dallo psichiatra inglese John Bowlby, secondo cui ‘‘l’essere umano manifesta una predisposizione innata a sviluppare relazioni di attaccamento con figure genitoriali primarie’’. Bowlby descrive l’attaccamento come un “sistema” a due polarità opposte: da una parte l’esigenza di vicinanza con le figure di attaccamento primarie, dall’altra i bisogni di esplorare l’ambiente circostante. La funzione principale dell’attaccamento è quella di garantire il massimo livello di sicurezza all’interno di specifiche situazioni relazionali ed esistenziali soddisfacendo entrambe le polarità, proteggendo dai pericoli e favorendo l’esplorazione. La figura di attaccamento primaria (generalmente la madre) assume il ruolo di base sicura da cui tornare dopo aver esplorato, se la situazione si fa pericolosa o angosciante. Perché si parli di attaccamento devono essere presenti tre condizioni di base.

  • effetto base sicura: si fa riferimento a quell’atmosfera di fiducia creata dalla figura d’attaccamento, legata alle aspettative di comportamento.
  • comportamenti di ricerca della vicinanza: ricerca di contatto fisico nei bambini (come essere presi in braccio, vedere, ascoltare o essere toccato dalla madre) per mantenere la vicinanza e favorire il contatto con la figura di attaccamento.
  • proteste di separazione: per richiamare l’attenzione e la vicinanza della figura di attaccamento (piangere, strillare, colpevolizzare, accusare o mettersi in pericolo) quando la vicinanza è pregiudicata.

Con la teoria dell’attaccamento Bowlby suggerisce che le interazioni con le figure di attaccamento primarie durante l’infanzia modellano il modo in cui gli individui percepiscono se stessi, gli altri e le relazioni. Le ripetute prime interazioni con le figure di attaccamento primarie generano quelli che Bowlby chiama Modelli Operativi Interni (M.O.I.), cioè rappresentazioni interne di sé stessi, delle figure di attaccamento, delle relazioni e del mondo. I M.O.I. si formano nel corso delle prime esperienze di attaccamento e persistono in maniera relativamente stabile con l’avanzare dell’età. I M.O.I. influenzano infatti il rapporto fra l’individuo e l’ambiente anche in età adulta, determinando il tipo di percezione della realtà e il tipo di aspettative relazionali. Il concetto dei modelli operativi interni potrebbe spiegare come le nostre esperienze di vita influenzino i nostri comportamenti futuri, compresi quelli relativi alle relazioni di coppia.

Sono stati individuati tre principali stili di attaccamento:

  • sicuro o di Tipo B: la figura di attaccamento primaria viene percepita come base sicura, da cui potersi allontanare senza timore per esplorare l’ambiente e da cui ritornare quando il mondo risulta troppo pericoloso. È il risultato di una figura di attaccamento primaria responsiva e disponibile, che fa sperimentare al figlio un senso di sicurezza e fiducia.
  • insicuro evitante o di Tipo A (detto anche distanziante): nei momenti di pericolo si verifica nel bambino una disattivazione del sistema di attaccamento e iperattivazione dei comportamenti di esplorazione, come risultato di una figura di attaccamento primaria rifiutante verso le richieste di aiuto del figlio.
  • insicuro ambivalente o di Tipo C (detto anche resistente): il bambino manifesta vissuti ambivalenti nei confronti sia della figura di attaccamento primaria sia dell’esplorazione. Risultato di una figura di attaccamento primaria incoerente e imprevedibile, che oscilla tra gli estremi rifiutante-invadente rispetto ai bisogni del figlio. Si assiste a un’iper-attivazione del sistema di attaccamento del figlio al fine di vigilare costantemente sulla presenza della figura di attaccamento di cui non si ha fiducia e certezza.

Bowlby crede che il formarsi di una coppia amorosa non sia casuale, ma che la scelta del partner sia particolarmente influenzata dalle nostre esperienze di attaccamento con le figure di attaccamento primarie. Saremo dunque più inclini a scegliere un partner che possa confermare le rappresentazioni relazionali che ci hanno accompagnato fin dalla prima infanzia.

Quando in una relazione di coppia in età adulta il sistema di attaccamento è attivato da eventi stressanti reali o immaginari, gli individui con un attaccamento di tipo C tendono a usare strategie iperattivanti per cercare la vicinanza e ottenere attenzione dai loro partner, mentre gli individui con un attaccamento distanziante tipicamente si impegnano in strategie di de-attivazione che inibiscono la ricerca di supporto dei loro partner.

La fiducia, oltre ad essere una componente fondamentale del sistema di attaccamento, rappresenta una delle caratteristiche più importanti in una relazione romantica sana e stabile. In una relazione romantica la fiducia è relativa alle percezioni dell’affidabilità dei propri partner e le convinzioni riguardo al futuro della relazione:

  • livelli più elevati di fiducia tra partner indicano la certezza che un partner si comporterà in modo pro-relazionale in futuro;
  • livelli medi di fiducia riflettono una maggiore incertezza riguardo ai comportamenti futuri del loro partner;
  • livelli inferiori di fiducia indicano la certezza che un partner non si comporterà in un modo pro-relazione in futuro.

Lo sviluppo di orientamenti di attaccamento sul versante insicuro (ambivalente o evitante), derivanti dalle interazioni con i caregiver primari, rende gli individui poco sicuri della disponibilità e accettazione dei propri partner, andando a minare la percezione di fiducia di coppia.

La letteratura ad oggi sostiene che a maggiori livelli di attaccamento insicuro (ambivalente ed evitante), sono associati minori livelli di fiducia percepita di coppia.

Individui che riferiscono livelli più elevati di attaccamento insicuro (ansioso ed evitante) rispetto all’attaccamento sicuro mostrano anche una maggiore accessibilità ai ricordi negativi legati alla fiducia, minori episodi positivi di fiducia e una minore capacità di gestire efficacemente situazioni in cui la fiducia reciproca viene violata.

 

Le origini traumatiche della tossicodipendenza (2021) di Antimo Navarra – Recensione del libro

Le origini traumatiche della tossicodipendenza, dopo un’iniziale panoramica delle più diffuse sostanze d’abuso e dei meccanismi che favoriscono l’insorgenza ed il mantenimento dei comportamenti di dipendenza, si concentra sulle cause del Disturbo da Uso di Sostanze (SUD).

 

I Disturbi da Dipendenza da Sostanze, definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una “malattia ad andamento cronico e recidivante che spinge l’individuo […] ad assumere sostanze […], per avere temporanei effetti benefici […]”, espongono coloro che ne sono affetti ad un maggior rischio di stigmatizzazione, rispetto ai pazienti con differenti diagnosi psichiche: i soggetti dipendenti da sostanze, infatti, essendo percepiti dalla società come responsabili per la propria condizione, sono particolarmente esposti a fenomeni di discriminazione sociale (Schomerus et al., 2011).

Tale stigmatizzazione ha effetti estremamente dannosi sulla vita degli individui tossicodipendenti, che frequentemente arrivano ad interiorizzare il giudizio discriminante, con conseguente diminuzione dell’autoefficacia relativa ai tentativi di disintossicazione (Schomerus, Corrigan et al., 2011; Matthews et al., 2017). Ai fini dello sviluppo di misure di contrasto ai pregiudizi, potrebbe risultare utile il favorire una maggior comprensione dei meccanismi, biologici e psicologici, sottostanti i comportamenti di dipendenza (Sattler et al., 2017); una buona risposta a tale necessità è fornita dal saggio di Antimo Navarra, dal titolo Le origini traumatiche della tossicodipendenza (Navarra, 2021).

Il trattato, dopo un’iniziale panoramica delle più diffuse sostanze d’abuso e dei meccanismi che favoriscono l’insorgenza ed il mantenimento dei comportamenti di dipendenza, si concentra sulle cause del Disturbo da Uso di Sostanze (SUD). In tale sezione Navarra offre un ritratto della tossicodipendenza da un punto di vista insolito ed interessante, a livello sia clinico che umano: dalla trattazione dell’argomento, accompagnata ed avvalorata da teorie e dati scientifici, emerge alle spalle dei soggetti con SUD la frequente presenza di una storia di vissuti travagliati, implicabili nello sviluppo di caratteristiche individuali, quali deficit nella regolazione emotiva e difficoltà nella gestione dello stress, che costituiscono dei fattori di rischio per lo sviluppo dei comportamenti di dipendenza. La terza parte del saggio si concentra sull’evoluzione, in un’ottica sistemico-relazionale, del rapporto tra l’individuo e l’assunzione di stupefacenti: dalla trattazione emerge un quadro caratterizzato da una problematicità pervasiva, stratificata a livello individuale, relazionale e sociale, da affrontare con un intervento focalizzato su più aspetti; l’ultima parte dell’opera è perciò dedicata all’analisi di alcuni trattamenti clinici, la cui applicazione risulta particolarmente efficace nel caso di diagnosi di Disturbi da Dipendenza.

In conclusione l’opera di Navarra costituisce uno strumento capace di fornire non solo una conoscenza globale sulle dinamiche sottostanti il SUD, ma anche stimolanti spunti di riflessione sull’argomento, pur mantenendo uno stile scorrevole che ne rende la lettura piacevole, oltre che formativa.

 

L’aromaterapia e la musicoterapia possono alleviare lo stress tra gli studenti universitari? Uno studio clinico controllato randomizzato

L’indagine di Son et al. (2019) ha confrontato gli effetti di interventi ritenuti efficaci nella riduzione di ansia e stress in un campione di 98 studenti di infermieristica, randomizzati in tre gruppi. 

 

Gli studenti universitari sono una categoria della popolazione che deve affrontare circostanze impegnative e stressanti, soprattutto per le fatiche scolastiche richieste, da portare avanti insieme ad un progetto di vita lavorativo e sfide affettive.

La ricerca ha documentato questi aspetti soprattutto tra gli studenti di infermieristica, individuando come siano sottoposti a notevole pressione durante gli esami che mettono alla prova le loro abilità fondamentali.

In questi momenti, l’ansia e lo stress possono generare una risposta fisiologica e comportamentale che influisce negativamente sulla concentrazione, sull’esito dei test (Jimenez et al., 2010; Zeidner, 2007) e sul rendimento scolastico (Melincavage, 2011; Rana & Mahmood, 2010). Mentre un’adeguata dose di ansia può attivare risorse che consentono una migliore gestione della situazione problematica (Melincavage, 2011), un livello particolarmente elevato impatta sulla capacità di portare alla memoria le nozioni importanti immagazzinate nell’ippocampo (Lupien et al., 2009).

Scarso rendimento scolastico, favorito da ansia e stress, emerge anche nel caso diminuzione dell’interesse o dalla scarsa motivazione ad identificare e descrivere i sentimenti negativi (De Berardis et al., 2009). Come conseguenza, gli studenti di infermieristica sperimentano disadattamento e burnout già nel contesto universitario, che spesso comportano il ritiro dal percorso di studi (Foster et al., 2012).

Per alleviare questo stato emotivo negativo, sono stati sviluppati e validati interventi alternativi e complementari tradizionali.

L’aromaterapia, in particolare, agisce efficacemente nel ridurre ansia, depressione e stress. Il rilassamento e la concentrazione possono essere favoriti da oli essenziali estratti da fiori, steli, radici e foglie di piante (Kutlu et al., 2008; Wells & Hopkins, 2018). Le molecole degli odori relativamente piccole e volatili, vengono inalate rapidamente ed attraversano la barriera ematoencefalica, influenzando direttamente il sistema nervoso centrale (Kutlu et al., 2008; Lv et al., 2013).

Anche la musicoterapia è in grado di condizionare il sistema neuroendocrino ed il sistema nervoso autonomo. L’ascolto di una musica calma e a tempo lento riduce l’ansia e facilita il rilassamento, influenzando a livello cerebrale il sistema limbico, ovvero il principale responsabile del controllo delle emozioni (Lai et al., 2008).

Uno studio comparativo ha confrontato gli effetti della musicoterapia e aromaterapia, riscontrando quest’ultima più efficace nel lenire l’ansia, abbassando la pressione sanguigna diastolica e la frequenza respiratoria in pazienti sottoposti a interventi dentali (Anup, et al., 2017). Inoltre, la combinazione sinergica di musicoterapia, aromaterapia e meditazione, è in grado di alleviare efficacemente lo stress e favorire il rilassamento (Webb et al., 2018).

Su questo filone di ricerca, l’indagine di Son et al. (2019) ha confrontato gli effetti di interventi ritenuti efficaci nella riduzione di ansia e stress in un campione di 98 studenti di infermieristica, randomizzati in tre gruppi. Mentre al primo e secondo campione sono state somministrate esclusivamente l’aromaterapia o la musicoterapia, nel terzo è stata valutata l’efficacia dell’intervento combinato.

Dopo aver revisionato la letteratura e consultato un esperto in aromaterapia, sono stati selezionati gli oli essenziali di Origanum majorana (maggiorana dolce), efficace per alleviare lo stress, calmare e rilassare emotivamente, e di Citrus sinensis (arancio), ottimo nel ridurre nervosismo e stress. Poiché più oli combinati risultano particolarmente efficaci, (Lee et al., 2003) entrambi sono stati mescolati in proporzione 1:1, diffusi nell’aria ed inalati per 20 minuti.

Per l’intervento di musicoterapia, è stata selezionata della musica classica, sulla base delle preferenze musicali del campione. Infatti, un aumento delle emozioni positive, una diminuzione dell’ansia (Lesiuk, 2010) ed il miglioramento delle prestazioni, avvengono esclusivamente se si ascolta la propria musica preferita. La Moonlight Sonata (Lai et al., 2008) di Beethoven, riprodotta in uno spazio condiviso dotato di impianto audio, è emersa come efficace nell’alleviare l’ansia da prestazione, l’ansia di stato, i livelli di stress, la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca ed abbassare la temperatura corporea negli ascoltatori. Nello studio è stata riprodotta per 20 minuti (Lai et al., 2008), nonostante in genere bastino 5 minuti di musica soft prima di un test universitario, per alleviare la tensione e migliorare il rendimento (Lilley et al., 2014).

In seguito all’esposizione alla musica o all’aroma, sono state testate le abilità infermieristiche fondamentali.

I risultati confermano l’effetto dell’aromaterapia e della musicoterapia sia applicate separatamente che combinate. Soprattutto tra i soggetti che hanno ricevuto entrambi i trattamenti, è emersa una significativa diminuzione dell’ansia legata al test, dell’ansia di stato e dello stress in generale, che hanno incrementato le loro prestazioni nelle abilità infermieristiche fondamentali. Ciò indica che la combinazione di aromaterapia, e musicoterapia è un intervento efficace nel migliorare le prestazioni degli studenti di infermieristica, e più in generale la loro salute mentale. Infatti, mentre l’aromaterapia agisce riducendo la distrazione degli studenti che insorge per l’ansia da prestazione al test (Shapiro, 2014), la musicoterapia è efficace nell’alleviare l’ansia e favorire il rilassamento in circostanze che provocano nervosismo e stress estremi (Lai et al., 2008; Lesiuk, 2010; Lilley et al., 2014)

Coerentemente con indagini precedenti, nonostante l’aromaterapia combinata con la musicoterapia differisse significativamente dall’intervento singolo, i due interventi separati erano simili nella loro azione (Shapiro, 2014), in quanto andavano ad alleviare le emozioni negative derivate da ansia e stress, in soggetti che svolgono compiti cognitivi impegnativi.

Questi due metodi di intervento, data la loro durata irrisoria e la non invasività, possono potenzialmente essere applicati a tutti gli studenti sottoposti a stress, in particolare in quelli di infermieristica come confermato dall’indagine. L’unica condizione necessaria segnalata dagli autori è l’avere uno spazio fisico adeguato per la somministrazione, riducendo al minimo le influenze dell’ambiente circostante.

 

L’abuso di sostanze. Una strategia di regolazione emotiva – Report dal webinar

Il 25 Gennaio 2021 si è tenuto il primo webinar gratuito proposto dal Centro per i Disturbi di Personalità di Modena dal titolo L’abuso di sostanze. Una strategia di regolazione emotiva.

 

Il Centro, polo specialistico di Studi Cognitivi, che propone un percorso intensivo di tre mesi, è un progetto innovativo che si colloca all’interno delle linee guida della American Psychology Association, e mira a sviluppare e valorizzare l’area psicoterapica e riabilitativa. I modelli di riferimento sono: la Terapia Dialettico Comportamentale di M. M. Linehan (2015), il Multiple Family Program di J. G. Gunderson (2009), il modello LIBET (Life themes and plans Implications of biased Beliefs: Elicitation and Treatment) per la concettualizzazione del caso e il Modello Metacognitivo per gruppi di A. Wells (2018). Parallelamente sono offerti interventi psicoeducativi ai familiari.

Il centro propone mensilmente webinar gratuiti ed il primo di questi ha voluto puntare i riflettori sull’abuso di sostanze, come un esempio di strategia disfunzionale di regolazione emotiva. L’evento è stato tenuto dal Dr. Andrea Ferrari, psicologo- psicoterapeuta che lavora anche presso il Centro dei Disturbi di Personalità.

I disturbi da abuso di sostanze e addiction sono tra i problemi di salute mentale più diffusi. Si stima che nella popolazione statunitense la prevalenza nel corso della vita del disturbo da uso di alcol raggiunga l’8% della popolazione, mentre l’uso di altre sostanze si attesti al 2-3%. In Europa, il 18,4% della popolazione riporta un consumo di alcol elevato negli ultimi 30 giorni, e il 15,2% riferisce di fumare abitualmente tabacco (EMCDDA, 2017). L’impatto socioeconomico di questi disturbi è estremamente rilevante, tanto che l’American Board of Addiction Medicine afferma che essi sono “causa di costi incredibilmente elevati sia da un punto di vista finanziario, sia dal punto di vista della salute” per gli individui affetti e per l’intera società.

È necessario operare una distinzione terminologica tra l’inglese addiction e dipendenza. Il primo è solo parzialmente traducibile con la parola dipendenza, e può descriversi come “Il bisogno o un forte desiderio di fare od ottenere qualcosa, o una forte propensione per qualcosa di desiderato” (Cambridge Dictionary, 2021). Il termine dipendenza, invece, è definibile come “Uno stato di necessità verso qualcosa o qualcuno, al fine di poter continuare a esistere o a funzionare”. Nel primo caso, quindi, si definisce una condizione generale in cui la dipendenza psicologica da una sostanza o da un oggetto innesca comportamenti volti alla ricerca dell’oggetto stesso. Questo concetto dà pertanto enfasi ai fattori psicologici che supportano l’uso di sostanze. Nel secondo caso, quello di dipendenza, si intende la condizione in cui l’organismo necessita di una determinata sostanza dal punto di vista chimico e fisico e che permette all’organismo di funzionare. Il termine dipendenza è quindi maggiormente focalizzato sulla dimensione fisica e organica dell’uso di una sostanza o dell’attuazione di un comportamento.

Che cosa sono le droghe?

Per droga si intende ogni sostanza che causi una modificazione nella fisiologia e/o nella psicologia dell’individuo, a seguito del suo consumo (Pickard, Ahmed, Foddy, 2015). Questo perché esse agiscono a livello neurochimico nei meccanismi di ricompensa e apprendimento. Tra gli effetti psicoattivi si identificano, ad esempio, alterazioni nella percezione, nell’umore, nello stato di coscienza, nel pensiero e nei comportamenti (White, 2002). Le droghe possono essere impiegate con finalità molto diverse tra loro, ad esempio mediche, ricreative, sportive/prestazionali e religiose (Piccone Stella, 2002). I fattori che accomunano le sostanze psicoattive sono la possibilità di sviluppo di tolleranza, cioè la necessità di dover incrementare la dose per ottenere il medesimo effetto desiderato e di dipendenza. Infine, un fattore che differenzia le droghe è quello della loro legalità, che non è necessariamente determinata sulla base della loro pericolosità. Infatti, come evidenziato dall’immagine, alcol e tabacco, sostanze legali ed estremamente diffuse, risultano essere tra le più pericolose nel lungo termine (Imm. 1).

Abuso di sostanze una strategia di regolazione emotiva Report Imm 1

Imm. 1: La pericolosità delle sostanze

Come si classificano?

Le sostanze si possono suddividere in 3 categorie grossolane, con alcuni punti di sovrapposizione a seconda delle caratteristiche specifiche della sostanza:

  • Depressori del Sistema Nervoso Centrale (SNC) (es., alcol, barbiturici, benzodiazepine, oppioidi, cannabis, ketamina, solventi);
  • Stimolanti del SNC (es., nicotina, caffeina, cocaina, anfetamine, MDMA);
  • Allucinogeni (es., LSD, peyote, salvia divinorum, psilocibina).

Come già accennato, ciascuna di queste sostanze ha un impatto importante sullo stato d’animo e sul sistema percettivo dell’individuo. La scelta della droga può essere legata a fattori specificamente individuali, quali variabili di personalità e gli specifici scopi che la persona si prefigge, ad esempio, quale stato d’animo ottenere in quali situazioni. Il meccanismo disfunzionale che spesso si instaura a causa della natura autorinforzante delle sostanze (creando sensazioni piacevoli associate a situazioni specifiche), è quello di spingere la persona ad assumere regolarmente la sostanza in concomitanza con situazioni analoghe tra loro. Ad esempio, un individuo potrebbe assumere una droga eccitante quando si sente stanco: l’effetto stimolante così ottenuto rappresenterebbe un rinforzo positivo e ciò, secondo i principi del condizionamento operante (Skinner, 1938), aumenterà la probabilità che la persona ricerchi quella sostanza anche in futuro ogni volta che si sentirà stanco.

Nell’affrontare il tema delle addiction è opportuno analizzare i due approcci dominanti che si sono contrapposti sinora: l’approccio moralistico e quello medico (Pickard, Ahmed, Foddy, 2015). Nel primo caso, la persona che soffre di disturbo da addiction è moralmente “sbagliata”, e il percorso di cura (se ammesso) deve prevedere una rieducazione che passi anche attraverso metodologie coercitive. L’approccio medico, al contrario, ritiene che la persona con disturbo da addiction sia una persona “malata”, ovvero affetta da una “malattia del cervello” che può essere curata. Più di recente si è messo in discussione il fatto che le addiction siano esclusivamente una malattia cerebrale, propendendo per una prospettiva integrata, ovvero quella proposta dal modello bio-psico-sociale (Engel, 1977; George & Engel, 1980).

Secondo il modello bio-psico-sociale, le addiction possono essere considerate come un disturbo cronico, che è causato e mantenuto da fattori biologici, psicologici e sociali (Griffiths, 2005). Questo modello sostiene che circa metà del rischio di sviluppare una addiction sia dato dal patrimonio genetico, in quanto esso impatta significativamente sul grado in cui le persone percepiscono la gratificazione, sulle modalità con cui l’organismo reagisce all’assunzione di sostanze o all’emissione di comportamenti desiderati (Griffiths, 2005). In questa prospettiva, quindi, l’incremento del desiderio per riassumere una data sostanza è influenzato da fattori psicologici (personalità, traumi o esperienze avverse), sociali (contesto amicale, familiare) e ambientali (accessibilità della sostanza), che possono portare a un uso cronico, che può a sua volta indurre modificazioni a livello cerebrale.

Il trattamento delle problematiche di addiction

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è uno specifico orientamento della psicoterapia, ed è il modello più studiato e sottoposto ad analisi di efficacia. La teoria cognitivo-comportamentale parte dall’assunto che la sofferenza psicologica è prima di tutto sofferenza emotiva. Tale sofferenza è generata da una complessa relazione di pensieri, emozioni e comportamenti: gli eventi influenzano le nostre emozioni, ma pensieri e comportamenti determinano la loro intensità e la loro durata. Il processo terapeutico inizia da una concettualizzazione individualizzata della persona, per giungere a una definizione concreta di obiettivi da raggiungere. Ciò implica che il paziente, nel corso della terapia, assuma un ruolo attivo, ad esempio impegnandosi a identificare i propri pensieri le proprie emozioni, venendo stimolato a verbalizzare pensieri e credenze alternative, sperimentando modalità di coping e repertori di comportamenti differenti, praticando tecniche per facilitare la regolazione emotiva in seduta e a casa .

La CBT prevede la prescrizione di “compiti a casa”, allo scopo di promuovere e generalizzare modalità di riconoscimento e regolazione delle emozioni, di pensieri e dei comportamenti acquisiti in seduta.

Secondo l’approccio della CBT, l’uso di sostanze si configura come una strategia di coping maladattiva, che si è sviluppata nel tempo come esito dell’interazione tra scarse abilità di coping (regolazione degli stati emotivi) e da aspettative o credenze riguardanti il consumo di sostanze. Come detto in precedenza, l’effetto immediatamente autorinforzante delle sostanze interagisce con gli stili di coping e le credenze metacognitive maladattive, contribuendo a mantenere l’uso di sostanze. Ad esempio, gli effetti dell’alcol sull’ansia sono immediati (l’ansia viene significativamente ridotta), e possono portare una persona ad utilizzarlo più frequentemente nelle situazioni sociali. Tuttavia, possono trascorrere diversi anni prima che le conseguenze negative dell’uso di alcol siano evidenti alla persona stessa (es., sviluppo di problemi lavorativi, interpersonali, familiari o di salute, ecc…).

Illustriamo ora un esempio di Analisi funzionale del comportamento, una metodologia impiegata abitualmente in CBT:

Si verifica uno stimolo attivante, esterno o interno. Un esempio di stimolo interno potrebbe essere una sensazione spiacevole, un esempio di stimolo esterno potrebbe essere vedere un amico che beve un cocktail. Questo stimolo attiva una credenza, ad esempio: “Se berrò qualcosa la mia giornata migliorerà” che a sua volta attiverà un pensiero automatico, ad esempio: “Sarà divertente”. A questo punto, tale processo cognitivo attiverà l’urgenza di ricorrere alla sostanza, che porterà a strategie per procurarsela materialmente (ad es. recarsi al bar più vicino) accompagnate da pensieri facilitanti, del tipo “Da lunedì non berrò più”. Dunque, la sostanza verrà consumata e, venendo associata a sensazioni piacevoli in seguito al suo consumo, in futuro la persona sarà più propensa a ripercorrere il ciclo da capo non appena incorrerà in un nuovo stimolo attivante simile.

Principi e tecniche cognitive:

  • Affrontare l’ambivalenza e sostenere la motivazione;
  • Dialogo socratico (mettere in discussione le false credenze del paziente, gli errori di pensiero, attraverso un approccio dialogico tra paziente e terapeuta);
  • Automonitoraggio (es. ABC, diario del craving);
  • Tecniche di distrazione;
  • Bilancia decisionale, analisi di vantaggi e svantaggi;
  • Flashcards (piccole carte in formato tascabile sulle quali vengono scritte frasi di sostegno che possano essere d’aiuto nei momenti di difficoltà);
  • Tecnica della freccia discendente (metodo di conduzione del colloquio che consiste nel chiedere progressivamente al paziente il significato dei suoi pensieri, al fine di rilevare le convinzioni sottostanti);
  • Esposizioni in imagery (immaginative).

Tecniche comportamentali:

  • Monitoraggio delle attività / attivazione comportamentale;
  • Tecniche di rilassamento, esercizio fisico;
  • Tecniche di role-play;
  • Esperimenti comportamentali;
  • Gestione delle contingenze (rinforzo o ricompensa per l’evidenza di un cambiamento comportamentale nella direzione dell’obiettivo di cura, nel caso delle dipendenze l’astinenza);
  • Training di assertività;

Comorbilità con il disturbo Borderline di personalità

L’abuso di alcol o di sostanze risulta essere al secondo posto tra le comorbilità con il Disturbo Borderline di Personalità (DBP), preceduta solo dai disturbi dell’umore. Si stima che i pazienti affetti da DBP abusino di alcol e sostanze in percentuali che vanno dal 21% fino al 67%.

I pazienti affetti da disturbo Borderline di personalità potrebbero essere esposti ad un maggiore rischio di addiction rispetto ad altri a causa delle problematiche di disregolazione emotiva. Parallelamente, le persone con problemi di addiction presentano difficoltà nella regolazione delle emozioni: qualora percepiscano emozioni negative tenderanno a tentare di modificarle con l’assunzione di sostanze (Dimeff & Linehan, 2008).

Secondo il modello biosociale il funzionamento mentale è l’esito dell’interdipendenza tra:

  • Fattori temperamentali (aspetti biologici e innati), che possono determinare vulnerabilità emotiva;
  • Fattori ambientali (aspetti culturali), che risultano invalidanti rispetto all’esperienza emozionale soggettiva.

L’alterazione principale nel disturbo borderline è la compromissione dei sistemi di regolazione delle risposte emozionali, che genera la disregolazione emotiva. Ciò comporta, in particolare:

  • Elevata sensibilità emotiva;
  • Difficoltà a regolare stati emotivi intensi;
  • Lento ritorno alla base-line emotiva.

Una scarsa consapevolezza delle proprie emozioni potrebbe essere alla base del tratto di disregolazione emotiva, ritenuto a sua volta responsabile di condotte disadattive volte a moderare la sofferenza soggettiva, quali i gesti autolesivi.

Una regolazione emotiva efficace, al contrario, prevede:

  • Consapevolezza e comprensione delle emozioni;
  • Accettazione delle emozioni;
  • Capacità di controllare le emozioni negative e di agire in base ai propri obiettivi anche quando vengono provate emozioni negative;
  • Capacità di utilizzare strategie di regolazione emotiva flessibili e adatte al contesto.

La disregolazione e la vulnerabilità emotiva spiegano le principali caratteristiche del disturbo borderline: l’instabilità cognitiva, comportamentale, nell’immagine di sé, nelle relazioni con gli altri (Linehan, 2011).

La Terapia dialettico-comportamentale (DBT) (Linehan, 2011) è un trattamento cognitivo-comportamentale basato sul modello biosociale e ideato da Marsha Linehan specificatamente per il disturbo borderline di personalità. Esso lavora su quell’insieme di comportamenti disfunzionali che, a diversi livelli, impattano la vita della persona con disturbo borderline della personalità.

Ma l’obiettivo della DBT non si riduce a questo; attraverso il miglioramento nella gestione di tali comportamenti altamente disfunzionali, nella regolazione emotiva e attraverso la validazione della grande sofferenza che spesso accompagna gli individui con disturbo borderline lo scopo finale è il miglioramento della qualità della vita del paziente.

Il trattamento DBT prevede che il paziente sia seguito individualmente da un terapeuta e che partecipi ad uno skills training di gruppo, condotto da due terapeuti (Linehan, 2015). Il percorso include molte componenti che di fatto sono elementi di terapia cognitivo-comportamentale, come ad esempio la gestione delle contingenze, l’esposizione, l’analisi comportamentale, il problem-solving.

Sono presenti però aspetti distintivi come l’attenzione alle abilità di mindfulness, alla validazione degli stati emotivi, ai fattori che inficiano l’aderenza al trattamento e la qualità di vita. Viene poi posta enfasi agli aspetti dialettici: il cambiamento è l’esito di un difficile gioco di bilanciamento tra cambiamento e accettazione del proprio modo di percepire ed agire.

In conclusione, l’uso di sostanze ha un impatto immediato sullo stato emotivo corrente, costituendo una strategia di regolazione emotiva potenzialmente dannosa, qualora divenga rigida e inflessibile. Un incremento nelle capacità di riconoscere e padroneggiare gli stati emotivi, gestendo e tollerando i momenti di crisi, è fondamentale nel ridurre la tendenza all’assunzione di sostanze.

I problemi di addiction sono enormemente diffusi e causa di profondi costi sociali. Sebbene buona parte delle persone interrompa spontaneamente comportamenti disfunzionali, una minoranza significativa cronicizza. I disturbi da addiction sono trattabili rivolgendosi a professionisti della salute mentale e medici specializzati.

Il Centro Disturbi della Personalità del progetto Cliniche Italiane di Psicoterapia (CIP) di Modena e di Milano si occupa di fornire sostegno, in ambito clinico e riabilitativo, a chi ha difficoltà di regolazione emotiva o di dipendenza da sostanze ed ai loro familiari.

 

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Biologia della gentilezza (2020) di Immaculata de Vivo e Daniel Lumera – Recensione del libro

Il libro “Biologia della gentilezza” scritto da Immaculata de Vivo e Daniel Lumera è un libro particolarmente interessante per le molte evidenze presentate dalle scienze psicologiche e biomediche intrecciate con le conoscenze delle pratiche meditative.

 

Gli autori del libro sono Immaculata de Vivo, ricercatrice e docente di fama mondiale della Harvard Medical School, che con i suoi studi rappresenta l’avanguardia scientifica nel settore dei meccanismi molecolari del cancro oltre ad essere tra le più importanti studiose al mondo nello studio dei telomeri, e Daniel Lumera, un esperto di fama internazionale nella pratica della meditazione.

Il bagaglio culturale dei due autori si intreccia nel libro in modo originale e scorrevole per sottolineare come alcuni concetti quali la gentilezza, l’ottimismo e la felicità impattano sul funzionamento del nostro apparato biologico determinando cambiamenti che ormai la scienza riesce a misurare in termini, ad esempio, di processi antinfiammatori, di cambiamenti genetici, di longevità e qualità di vita.

Il libro presenta una sintesi costituita da cinque valori fondamentali (gentilezza, ottimismo, perdono, gratitudine e felicità) e sei strumenti e modalità operative preziose per generare un impatto positivo sul nostro corpo e la nostra salute (alimentazione, attività fisica, meditazione, relazioni sociali, musica ed il nostro rapporto con la natura).

Il grado di integrazione che l’attuale letteratura scientifica fornisce riguardo tematiche più strettamente psicologiche con tematiche che, fino a pochissimi anni fa, venivano considerate come esclusivamente biologiche, viene presentato dai due autori con un linguaggio fluido ed accessibile.

Ormai è la scienza stessa che ci indica con chiarezza che praticare la gentilezza, l’essere altruisti, il provare gratitudine ed essere ottimisti migliora la nostra vita non “solo” dal punto di vista del benessere psicologico o morale, ma anche per le notevoli implicazioni sulla nostra salute fisiologica e cellulare.

Grazie ai contenuti presentati dal libro Biologia della gentilezza si comprende in che modo ciascuno di noi ha il potere di controllare e quindi di influenzare direttamente il proprio stato di salute, a breve e lungo termine, attraverso scelte di vita guidate da un approccio psicologico altruistico e cooperativo oltre che riflessivo, proattivo, consapevole e connesso con la natura.

Diversamente da quanto affermato fino a pochi anni fa dal cosiddetto determinismo genetico caratterizzato dall’assunto che l’informazione del nostro DNA è la sede principale che, appunto, determina massicciamente la nostra qualità di vita anche a lungo termine, il libro adotta il più recente e scientificamente solido paradigma epigenetico contraddistinto da un ruolo molto più attivo e plastico delle informazioni extra-genetiche cioè che non fanno parte del nostro patrimonio genetico.

In questo contesto più scientificamente moderno e aggiornato trovano un rinnovato ruolo fondamentale le nostre quotidiane scelte personali che, determinando le nostre abitudini ed i nostri stili di vita, modellano continuamente l’espressione selettiva del nostro codice genetico.

Il libro, in maniera chiara quanto comprensibile, descrive sia la grande potenzialità positiva di queste scelte personali, raggiungibili attraverso una maggiore consapevolezza, che le grandi responsabilità individuali, sociali e politiche derivanti da questo potere.

Particolarmente interessanti per le molteplici ed originali implicazioni bio-psico-sociali sono, a mio parere, i capitoli dedicati all’ottimismo, ai telomeri (le strutture del cromosoma, influenzate dai nostri stili di vita, che determinano la nostra longevità) e quello rivolto alla connessione con la natura, ma anche gli altri capitoli (la meditazione, il perdono, l’alimentazione, l’attività motoria, la musica) sono comunque molto ricchi di stimoli preziosi per migliorare il benessere e la salute psicofisica.

Consiglio vivamente la lettura di questo libro che rappresenta attualmente uno dei pochi libri che, pur affrontando la complessità bio-psico-sociale in maniera integrata e scientifica, riesce comunque ad essere utile a coloro che desiderano trarne delle indicazioni concrete da adottare all’interno della propria quotidianità.

 

Lorenzo tra le nuvole. Educazione, scuola e adolescenza – Intervista con l’autore Marco Pontis

“Lorenzo tra le nuvole” è stato scritto con il desiderio di sensibilizzare i docenti, i genitori e tutta la comunità educante sul tema della conoscenza, del rispetto e della valorizzazione di tutte le differenze al fine di prevenire episodi di bullismo, cyberbullismo, violenza e discriminazione di ogni genere. 

 

 Intervistatrice (I): “Lorenzo tra le nuvole” offre una visione critica sulla società contemporanea che sembra essersi disimpegnata dal ruolo educativo nei confronti delle nuove generazioni. Chi è Lorenzo e perché è proprio lui ad accompagnarci in questa riflessione?

Marco Pontis (MP): Lorenzo è un adolescente intrappolato nel 2021 e, come tante altre ragazze e ragazzi della sua età, da inizio Pandemia ad oggi, sta vivendo la sua adolescenza rinchiuso in casa, o quasi, di fronte allo schermo di un computer, di uno smartphone o della tv, talvolta raggomitolato in posizioni improbabili durante la frequenza di interminabili ed estenuanti lezioni in Didattica a Distanza (DAD) o Didattica Digitale Integrata (DDI). Incontra ormai raramente solo alcuni fra i pochi amici che frequentava spesso in precedenza, generalmente la sera e non pratica più sport. Lorenzo ultimamente si sente profondamente solo, forse troppo solo, ma non ha il coraggio di dirlo a nessuno. Si è iscritto a diversi gruppi di discussione online e segue assiduamente diversi youtuber che si occupano di giochi per la Play, musica aborigena o fisica quantistica, ma tutto ciò non riesce a lenire nemmeno un poco la sua inaspettata sofferenza anzi, a volte, sembra addirittura accrescerla. Per buona parte del suo tempo ha spesso il capo chino su un quaderno o su un libro e, naturalmente, sul suo iPhone, da cui non si separa mai. Talvolta resta quasi ipnotizzato di fonte al suo piccolo schermo luminoso, sporadicamente sembra quasi inebriato dal grondare di like che rinforzano, apparentemente, la sua fragile autostima, e non smette di “scrollarlo” ossessivamente in attesa che arrivi qualche nuova notifica su Instagram, Whatsapp, TikTok, Telegram, Facebook, Messenger o in qualche altra App che, per rispetto o semplicemente per delicatezza, è meglio qui non rivelare. Non si sa mai, – anche i muri hanno orecchi in questa piccola città – dice lui stesso. Chi meglio di lui può accompagnarci in questa riflessione?

I: Per diversi giorni “Lorenzo tra le nuvole”, uscito appena un mese fa, è stato al primo posto tra i Bestseller Amazon in Racconti e in soli cinque giorni (Amazon consente di rendere l’e-book disponibile gratuitamente da uno a cinque giorni massimo) in cui lei ha deciso di rendere l’e-book gratuitamente scaricabile, è stato scaricato da oltre 700 lettori. 

Numerose le recensioni positive degli esperti in ambito pedagogico e psicologico, prof. D. Ianes ad esempio scrive:  «La Spoon River della Dichiarazione dei Diritti Umani e delle molte vittime dei pregiudizi e delle crudeltà sociali: con amore feroce Marco ce li fa trovare sulla collina, morti ma così vivi…». Si aspettava un successo del genere? 

MP: Assolutamente no, dopo aver reso disponibile l’e-book gratuitamente sono andato a dormire, la mattina successiva ho notato con vera sorpresa che in poche ore oltre 100 persone avevano già scaricato o letto il libro (che è e sarà sempre disponibile gratuitamente su Kindle Unlimited).

Sono davvero grato per i tanti e bellissimi pensieri che le ragazze e i ragazzi, i genitori, i docenti e gli amici mi stanno inviando via social e sulla pagina Amazon del testo. Il vero successo per me è avere la meravigliosa possibilità di comprendere le emozioni e le riflessioni che Lorenzo sta suscitando nei diversi lettori, alcune davvero toccanti e preziose . Questa è un’autentica meraviglia, così come lo è l’operato concreto di tanti giovani e meno giovani che si stanno unendo per difendere l’ambiente, i diritti degli animali e di tutte le donne e gli uomini del pianeta, superando pregiudizi e barriere di ogni tipo. Poter vedere con i miei occhi oggi così tante persone, anche giovanissime, che sono già in cammino o si stanno mettendo in moto per cercare di migliorare questa società attraverso piccole azioni quotidiane, forme di collaborazione in rete, unione fra individui, famiglie, popoli, culture, modalità di funzionamento neurodiverse, neurodivergenti, atipiche o laterali, mi riempiono il cuore di gioia e mi fanno credere ancor più che i nostri ragazzi possono farcela, nonostante le loro molteplici difficoltà e fragilità, poiché hanno delle risorse e delle potenzialità magnifiche e straordinarie, sta a noi educatori aiutarli a scoprirle, conoscerle, esplorarle e valorizzarle. E se non ora, quando?

I: “Lorenzo tra le nuvole” il 3 aprile scorso ha iniziato un viaggio in tutta la penisola e ha già raggiunto tante scuole, associazioni, famiglie, insegnanti, studenti universitari. Questo tour simbolico e gratuito è partito da Bologna e, ad oggi, oltre all’Emilia Romagna, ha raggiunto la Calabria, la Sicilia e a breve sarà in Veneto e in Sardegna, può dirci qualcosa di più su questo progetto? 

MP: Il viaggio di Lorenzo in tutte le regioni d’Italia ha proprio lo scopo di sensibilizzare i docenti, i genitori e tutta la comunità educante sul tema della conoscenza, del rispetto e della valorizzazione di tutte le differenze al fine di prevenire episodi di bullismo, cyberbullismo, violenza e discriminazione di ogni genere.

Siamo partiti con un primo webinar gratuito e aperto a tutti con Marco Francioni e gli amici dell’Associazione Bambini e Genitori di Bologna per poi essere il giorno successivo a Petrosino in Sicilia presso L’Istituto Comprensivo «Gesualdo Nosengo» Scuola Polo per l’Inclusione per la provincia di Trapani per discutere di bisogni educativi speciali, didattica inclusiva e prevenzione del bullismo-cyberbullismo.

Siamo poi tornati in Emilia, a Rimini, per discutere di questi temi con i genitori dell’associazione Linkaut e volati il giorno successivo a Crotone, in Calabria, per dialogare con Teresa Manes, un’autrice e una donna straordinaria (tra le sue più recenti pubblicazioni: Andrea oltre il pantalone rosa, Graus Editore, Punto e a capo. La vita dopo il suicidio di mio figlio, Erickson Edizioni e Un’alba nuova, Graus Edizioni) e presentare ufficialmente al pubblico «Lorenzo tra le nuvole». Qualche minuto dopo ho raggiunto gli studenti del Corso di Specializzazione per il Sostegno didattico dell’Università di Catania con la prof.ssa Paolina Mulé, direttrice del corso, e il prof. Giovanni Savia, docente di Pedagogia e Didattica Inclusiva e autore del bellissimo testo Universal Design for Learning. La Progettazione Universale per l’Apprendimento per una didattica inclusiva, Edizioni Erickson.

Mercoledì 21 aprile siamo volati invece in Sardegna per parlare di Bisogni Educativi Speciali in tempi di Pandemia, insieme a Monia Satta, pedagogista e presidente di Akròasis APS per dare il via a un interessante ciclo di seminari gratuiti e aperti a tutti, organizzati dall’Assessorato alle Politiche Sociali e dall’Ufficio Politiche Familiari del Comune di Alghero, per supportare la comunità educante in questo lungo periodo di crisi dovuta all’emergenza sanitaria ancora in corso.

Prossimamente saremo inoltre in diretta con Davide Ferraro, referente arte, spettacolo e cultura dell’Associazione Arcigay Vicenza sulla pagina Instagram WHY NOT che ha l’obiettivo di diffondere la cultura LGBT attraverso le parole, le emozioni e i racconti di tanti ragazzi e ragazze, scrittori, scienziati, registi, divulgatori scientifici, cantanti e non solo.

Se condividete i valori di Lorenzo (e ancor più se non li condividete ancora), di equità, giustizia, fratellanza universale, cooperazione internazionale, valorizzazione di tutte le differenze umane e rispetto dei diritti di tutti, unitevi alla nostra carovana! Più siamo «diversi» e più le nostre differenze arricchiranno l’intero gruppo!

I: Parlando di educazione non si può non guardare alla scuola con preoccupazioneLorenzo si chiede:

«perché la maggior parte dei docenti (non tutti per fortuna perché alcuni di loro sono dei veri supereroi che salvano quotidianamente tantissime vite) considera i suoi allievi degli automi che, varcata la soglia dell’aula, devono resettare tutto ciò che è successo sino a un attimo prima nelle loro case, nelle loro famiglie, nella vita reale, dissociandosi dal loro carico per dedicarsi ad apprendere diligentemente l’italiano, la storia o la fisica?»

Lei che è un educatore di grande esperienza e che conosce la realtà scolastica dall’interno può darci delle risposte a questa domanda?

MP: Problema chiaramente complesso e multisfaccettato che, come tutti i problemi complicati, merita una risposta articolata che non sarà certamente esaustiva: in primo luogo è un problema che ha a che fare con le modalità di reclutamento dei docenti. E’ oggi impensabile poter insegnare ai bambini/ragazzi in via di formazione conoscendo, pur approfonditamente, solo la propria disciplina di insegnamento, senza avere delle competenze specifiche e forti di Didattica, Didattica inclusiva, Pedagogia generale, Pedagogia speciale, Psicologia dell’Educazione, ecc. Attraverso il racconto di alcune intime esperienze personali, Lorenzo cercherà anche di farci comprendere il perché. Spesso, nessuno ha insegnato ai docenti nemmeno “come” insegnare agli alunni i principi, i contenuti e gli strumenti relativi alla propria disciplina e alcuni di loro semplicemente “improvvisano”, ignorano e talvolta si trincerano dietro fantomatiche necessità, come quella di portare avanti il famigerato “Programma Ministeriale” che chiaramente non esiste più da tempo. Vorrei però sottolineare che già oggi, nella scuola italiana, esistono tantissimi insegnanti umani, preparati, in continua formazione, competenti, professionali e preziosi che ogni giorno svolgono un lavoro meraviglioso per e con i loro alunni, salvando spesso anche tantissime vite nell’indifferenza totale di molti altri loro colleghi.

 La formazione (iniziale, continua e permanente) dei docenti curricolari e di quelli specializzati per il sostegno dovrebbe oggi essere comune e condivisa con tutte le altri importanti figure professionali (pedagogisti, psicologi, educatori, assistenti all’autonomia e alla comunicazione) che si prendono cura dell’alunno anche in contesti extrascolastici. Una formazione teorico-pratica, multidisciplinare, che sia in grado di fornire loro competenze specifiche, immediatamente spendibili nella didattica quotidiana, per riuscire a predisporre delle lezioni accessibili e inclusive per tutti (alunni con disabilità, con disturbi specifici di apprendimento o con altri bisogni educativi speciali anche soltanto temporanei) secondo i prIncipi dell’Universal Design for Learning (UDL), rappresentando dunque le diverse informazioni in svariati formati (che consentono la massima adattabilità allo studente), garantendo percorsi multipli e differenti possibilità di espressione, fornendo a ciascun alunno modalità diversificate e molteplici mezzi di coinvolgimento (interattività, collaborazione in gruppo, tutoring, auto-apprendimento) per innalzare la motivazione intrinseca ad apprendere e favorire il collegamento delle nuove conoscenze/abilità/competenze con quelle pregresse.

I: E sull’educazione sessuale oggi nelle scuole cosa possiamo dire? 

Purtroppo quasi non esiste ancora. È oggi davvero urgente predisporre e realizzare percorsi di educazione alle emozioni ed al lavoro cooperativo, di sensibilizzazione e formazione alla conoscenza, al rispetto ed alla valorizzazione di tutte le diversità individuali, dedicati non solo agli alunni ma anche ai loro genitori, familiari ed educatori in genere. Non possiamo più aspettare. Tanti ragazzi e ragazze come Lorenzo non possono più aspettare.

La prima volta che Lorenzo ha visto un video porno aveva circa 8 anni e mezzo, glielo mostrò Michele, il suo compagno di banco, tutto tronfio, che da allora non riesce più a farne a meno e ne divora almeno una decina/ventina al giorno. A volte, li sogna pure. Da marzo scorso in poi Michele si è chiuso sempre più, ha cominciato ad avere degli strani attacchi di panico e ora pare stia seguendo una sorta di “cura” a base di benzodiazepine, suggerita da un amico che si intende di queste cose e possibile soltanto grazie al furto periodico di piccole quantità di farmaco dalle tante boccette custodite ordinatamente dentro l’armadietto del bagno dai genitori ignari.

Tutto ciò non sembrerà affatto strano o inconsueto a coloro che si occupano di educazione sul campo, lavorano quotidianamente insieme ai ragazzi e lottano, da anni, ogni giorno affinché anche, e soprattutto, a scuola tutti gli alunni possano fruire di percorsi significativi di educazione al corpo, alla cura di sé, al benessere globale, all’affettività e alla sessualità, oggi ancora praticamente assenti! Questi indispensabili percorsi devono essere multidisciplinari e possono anche essere concordati e condivisi in gruppo (genitori, familiari, insegnanti, operatori sanitari) per favorire sia nei ragazzi che nei loro educatori una maggior conoscenza, rispetto e valorizzazione di tutte le differenze individuali (bio-psico-sociali), legate ad aspetti biologici, culturali, economici, religiosi o più semplicemente alle emozioni, agli stati d’animo e ai sentimenti umani. Solo investendo fortemente in simili percorsi educativi-formativi di qualità, sarà possibile realizzare, nel corso dei prossimi anni, una concreta ed efficace prevenzione del bullismo-cyberbullismo-revengeporn, razzismo violenze o discriminazioni di qualsiasi genere, fenomeni in spaventosa e continua crescita.

I: Il libro è anche un grande richiamo alla responsabilità individuale spesso soffocata dall’omologazione e dall’adesione critica che gli adulti pretendono dai giovani nei confronti di norme e valori che loro, per primi, spesso non comprendono fino in fondo o addirittura non rispettano.

In che modo noi “grandi” possiamo riappropriarci di un ruolo educativo efficace? 

MP: I nostri adolescenti oggi navigano a vista, catapultati inesorabilmente in una realtà digitale quotidiana che fornisce certo importanti opportunità ma presenta altrettanti limiti e alcuni pericolosi rischi. In un mare di difficoltà emotive, relazionali ed economiche impreviste e “mai sperimentate prima”  cercano disperatamente di trovare un loro spazio, una loro identità e una progressiva (e sempre maggiore) autonomia. Hanno dunque, oggi più che mai, estremo bisogno di punti di riferimento educativi onesti, leali, competenti e sensibili che siano per loro degli esempi e dei punti di riferimento significativi, in famiglia, a scuola e nelle comunità. Possiamo essere efficaci solo se siamo credibili, sinceri e forniamo loro degli esempi positivi e concreti, attraverso il nostro comportamento, non solo a parole.

I ragazzi hanno bisogno di genitori, familiari, docenti ed educatori realmente “interessati” alla loro crescita, appassionati, consapevoli dell’unicità di ciascuno di loro, della necessità di personalizzare i percorsi di apprendimento in base ai loro stili cognitivi, relazionali e di apprendimento, ai punti di forza ed alle difficoltà specifiche di ciascuno, capaci di favorire l’apprendimento cooperativo e non la competitività, il lavoro collaborativo, lo sviluppo di abilità meta-cognitive e cognitivo-emotive, indispensabili oggi per affrontare la vita quotidiana e imparare prima di tutti a prendersi cura di sé e a volersi bene. Educatori capaci anche di mettersi costantemente in discussione, di osservare attentamente ciò che sta dietro la maschera di ciascuno ragazzo e insegnare prima di tutto, sin dalla scuola dell’infanzia, che ogni persona ha un immenso potenziale dentro di sé poiché è unica e diversa da tutte le altre al mondo, a prescindere dal rendimento scolastico, dalla popolarità/successo con i pari o dall’aspetto fisico e che si può cambiare e migliorare ogni giorno, superando anche delle difficoltà apparentemente insormontabili, che possiamo darci tempo e imparare a perdonarci, ad amarci sempre di più e a rispettarci davvero, giorno dopo giorno.

Vorrei ringraziare tutti voi, sperando di rincontrarci presto online o dal vivo, con questa bellissima frase di Hannah Arendt:

“L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani”.

Grazie a te Ilaria e grazie a State of Mind per questa bella opportunità di lavoro in rete per costruire una scuola e una società più equa, giusta e inclusiva per tutti!

 

Credenze metacognitive e avversità infantili: una panoramica della letteratura – SURVEY ONLINE

La metacognizione può essere definita come la capacità di riflettere sui propri stati mentali.

 

Adrian Wells da anni si occupa di studiare la metacognizione e ha proposto un particolare modello, il Modello dell’Autoregolazione delle Funzioni Esecutive (Self-Regulatory Executive Function model, S-REF) attraverso il quale vengono delineati i fattori cognitivi e metacognitivi coinvolti nell’eziologia e nel mantenimento dei disturbi emotivi (Myers & Wells, 2015).

Il prolungamento dell’attivazione della S-REF darebbe origine alla sindrome cognitivo-attenzionale (CAS). Il CAS consiste in una particolare forma di pensiero ripetitivo e perseverante, caratterizzata da rimuginio, ruminazione, monitoraggio di stimoli minacciosi e strategie di coping controproducenti. Secondo il modello S-REF i disturbi psicologici dipenderebbero proprio dal CAS (Wells & Matthews, 1996). Generalmente, a tutte le persone capitano dei periodi caratterizzati da emozioni negative, tuttavia tali periodi sono saltuari e limitati nel tempo. Quando, invece, il CAS viene attivato, il soggetto si trova invischiato in una spirale in cui le emozioni negative si mantengono e le idee negative vengono rinforzate. Per il CAS risultano rilevanti due tipologie di credenze metacognitive: le metacredenze positive che si riferiscono all’utilità del preoccuparsi e del ruminare (rimuginio e ruminazione vengono utilizzate come strategie di coping); le metacredenze negative che riguardano, invece, l’incontrollabilità e la pericolosità dei pensieri e delle emozioni (Wells, p. 11, 2012).

La metacognizione si sviluppa durante l’infanzia o l’adolescenza (Schneider, 2008) e potrebbe essere influenzata da esperienze vissute nell’ambiente familiare come le esperienze di attaccamento (Malik, Wells e Wittkowski, 2015), lo stile genitoriale (Spada et al., 2012) e lo stile metacognitivo dei genitori (Esbjørn, Normann, Lønfeldt, Tolstrup e Reinholdt-Dunne, 2016).

Una overview della letteratura condotta dal gruppo di ricerca di Studi Cognitivi (Mansueto, Caselli, Ruggiero e Sassaroli, 2019) ha evidenziato che:

  • l’esposizione all’abuso o all’abbandono infantile sembra essere associata a convinzioni metacognitive disfunzionali in età adulta;
  • in soggetti adulti sia sani che clinici, le credenze metacognitive sembrano mediare l’associazione tra le avversità infantili e il pensiero ripetitivo ed emozioni negative.

Questi risultati sono in linea con il modello S-REF il quale ipotizza che l’angoscia, causata da avversità infantili, potrebbe generare convinzioni metacognitive disfunzionali e quindi attivare il CAS, predisponendo alla vulnerabilità emotiva. Di conseguenza, le credenze metacognitive potrebbero avere un ruolo nel mediare il legame tra avversità infantili e disturbi psicologici (Mansueto et al., 2019).

In particolare, si può ipotizzare che le avversità infantili potrebbero essere più frequentemente associate a credenze negative relative all’incontrollabilità e alla pericolosità dei pensieri. All’inizio il CAS è attivato da convinzioni metacognitive positive, che non sono di per sé problematiche e che sono esperienza comune a tutte le persone (Myers & Wells, 2015). Tuttavia, quando il CAS risulta attivato per un tempo prolungato senza una riduzione dell’angoscia, le persone si trovano in difficoltà nello sviluppare una strategia flessibile per la regolazione delle proprie emozioni e ciò potrebbe portare allo sviluppo di credenze metacognitive negative circa l’assenza di controllo sui propri pensieri (Wells, 2012).

La relazione tra avversità ambientali e vulnerabilità emotiva rappresenta un interessante tema di ricerca. Il presente studio si propone di esplorare la relazione tra avversità ambientali e disturbi emotivi.

 

Se ti va puoi fornire il tuo aiuto partecipando alla seguente survey:

COMPILA IL QUESTIONARIO – CLICCA QUI 9733

 

 

La relazione tra attività fisica ed aggressività

La letteratura riguardante la relazione tra l’esercizio fisico e l’aggressività è fortemente eterogenea (Williams & Gill, 2000) e ciò potrebbe essere dovuto all’interazione di una serie di fattori, ovvero variabili moderatrici, che hanno dato luogo a risultati differenti.

 

Esistono almeno due macro-categorie di moderatori che sembrano avere una rilevanza quando si analizza l’influenza dello sport sull’aggressività e sui sentimenti aggressivi, ovvero gli aspetti metodologici degli studi e le circostanze in cui l’esercizio fisico ha luogo come, ad esempio, le condizioni sociali o il tipo di movimento. Attraverso la considerazione di questi moderatori, è possibile chiarire i potenziali meccanismi attraverso i quali lo sport e l’esercizio fisico contribuiscono alla riduzione dell’aggressività.

Per quanto riguarda gli aspetti metodologici, la definizione della variabile dipendente è un moderatore chiave.

L’aggressione può essere definita come “qualsiasi comportamento diretto verso un altro individuo che viene messo in atto con l’intento di causare danno”, mentre, i sentimenti aggressivi possono influenzare l’aggressione in diversi modi, ad esempio aumentando i livelli di eccitazione (Anderson & Bushman, 2002, p. 28).

Per quanto riguarda le circostanze in cui l’esercizio ha luogo, le evidenze precedenti indicano che sia il tipo di movimento che le condizioni sociali possono agire come moderatori.

Rispetto al tipo di movimento, alcune attività sportive vengono tipicamente assunte come determinanti dell’aggressività, in particolare modo gli sport di combattimento (Jarvis, 2006). A sostegno di ciò, l’inizio di queste attività è stato associato ad un aumento di comportamenti antisociali, mentre l’interruzione determina una diminuzione dei suddetti (Endresen & Olweus, 2005). Tuttavia, esistono anche prove del contrario.

I risultati incoerenti in questo caso possono essere spiegati da ricerche successive che indicano che l’influenza degli sport da combattimento sull’aggressività dipende da come uno sport viene insegnato. Per esempio, l’allenamento moderno delle arti marziali porta a punteggi più alti di delinquenza (Trulson, 1986), mentre, le lezioni di taekwondo, che incorporano un’istruzione specializzata, promuovono più comportamenti prosociali rispetto alle lezioni standard di educazione fisica (Lakes & Hoyt, 2004).

Per quanto riguarda le condizioni del compito sociale, la ricerca suggerisce che la competizione potrebbe aumentare i sentimenti aggressivi. Alcuni autori concordano sul fatto che la competizione causi frustrazione, che, a sua volta, porta a punteggi più alti di aggressività, in quanto gli avversari interferiscono con il raggiungimento di obiettivi individuali (Tjosvold, 1998).

Al contrario, la cooperazione richiede uno scambio reciproco per raggiungere un obiettivo comune (Tjosvold, 1998), che determina la formazione di un’identità sociale positiva e, a sua volta, a una maggiore autostima (Luhtanen & Crocker, 1992), che riduce i sentimenti aggressivi. Di conseguenza, i giochi cooperativi si sono rivelati un’opzione di trattamento efficace per ridurre l’aggressività (Bay-Hinitz & Wilson, 2005).

Oltre al tipo di movimento e alle condizioni del compito sociale, devono essere prese in considerazione le condizioni quantitative, come l’eccitazione, per spiegare l’entità della riduzione dell’aggressività attraverso lo sport. Tuttavia, anche in questo caso la letteratura contiene una contraddizione: da un lato, l’ipotesi della catarsi afferma che un’elevata eccitazione durante un’attività comporti una riduzione della tensione psichica (Bushman, Stack, & Baumeister, 1999). D’altra parte, studi empirici hanno dimostrato che le attività eccitanti possono portare a un comportamento ancora più aggressivo (Lemieux, McKelvie, & Stout, 2002).

In sintesi, le ricerche e le considerazioni teoriche descritte in precedenza suggeriscono che i sentimenti aggressivi associati allo sport dipendono dal tipo di movimento e dalle condizioni in cui l’attività è condotta.

Dunque, sulla base di quanto appena esposto, alcuni autori hanno ipotizzato che gli individui presi in esame avrebbero riportato una riduzione dei sentimenti aggressivi a seguito di attività fisiche che non implicano movimenti aggressivi e, soprattutto, hanno supposto che vi sarebbero state delle differenze, rispetto ai sentimenti aggressivi, tra un’attività fisica condotta in modo cooperativo rispetto a un’attività condotta in presenza di un avversario.

Il campione preso in esame era composto da 60 studenti. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a sei diversi gruppi di trattamento. Difatti, i due sport presi in considerazione, il canottaggio e il combattimento, sono stati eseguiti in tre diverse condizioni: individualmente, in un ambiente competitivo e in un ambiente cooperativo.

All’inizio dello studio, al fine di indurre dei sentimenti aggressivi, tutti i partecipanti hanno ricevuto un feedback negativo da parte di un assistente.

In generale, si è assistito ad una significativa riduzione dei sentimenti aggressivi nel corso dei compiti sperimentali e, in particolar modo, si è assistito ad una riduzione significativa dei sentimenti aggressivi nei partecipanti che avevano preso parte al compito di canottaggio individualmente, rispetto alla condizione di combattimento.

Inoltre, nel corso delle attività da combattimento, non è stato rinvenuto nessun aumento dei sentimenti aggressivi, ciò significa che l’ipotesi che i movimenti assimilabili al combattimento inducano effetti negativi non può essere sostenuta.

Questi risultati supportano in parte l’ipotesi che i movimenti meno aggressivi determinino una riduzione dell’aggressività, rispetto ai movimenti altamente aggressivi.

Ulteriormente, va aggiunto che le due condizioni di cooperazione e competizione non differivano dalla condizione di esercizio individuale, in termini di cambiamenti nei sentimenti aggressivi.

Ciò può essere spiegato dal fatto che l’avversario della condizione competitiva non era un vero avversario e, al contempo, la relazione tra i due partner nel compito cooperativo non era abbastanza positiva.

Quanto appena detto mostra che se l’attività fisica di gruppo fosse messa in atto per ridurre l’aggressività all’interno del team, la qualità della relazione tra le persone coinvolte sarebbe più rilevante del contesto sociale stesso. Di conseguenza, sarebbe poco utile definire semplicemente un compito in cui i partecipanti devono cooperare o competere tra loro, bensì sarebbe importante formare e sviluppare le relazioni interpersonali nel corso del compito.

In altre parole, l’esercizio fisico è in grado di ridurre l’aggressività, in particolar modo nei casi in cui i partecipanti sperimentano i movimenti come soddisfacenti. Si può supporre che le attività fisiche, specialmente quelle che soddisfano i bisogni psicologici di base, sono in grado di ridurre i sentimenti di aggressività e frustrazione. Concludendo, i suddetti risultati suggeriscono che la riduzione dell’aggressività non sia tanto legata al tipo di movimento o al compito sociale, bensì che essa sia una questione di appagamento personale.

 

Apart of Me: la prima app che aiuta i giovani ad affrontare la morte – Psicologia Digitale

L’app Apart of Me è un gioco terapeutico che aiuta i più giovani ad affrontare il lutto fornendo supporto psicologico, strategie ed esercizi per elaborare la perdita.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 21) Apart of Me: la prima app che aiuta i giovani ad affrontare la morte

 

 Lo scorso Novembre è stata rilasciata la versione italiana di Apart of Me, un’app nata per offrire supporto psicologico a bambini ed adolescenti che affrontano un lutto. Attraverso giochi ed interazioni coi personaggi, l’utente viene aiutato a conoscere e riconoscere le emozioni, ascoltare storie di altre persone che hanno vissuto la perdita di una persona cara, fare meditazione ed avere uno spazio sicuro e sempre a disposizione (l’app è gratuita sia per Android che iOS).

Apart of Me nasce da un’idea di Louis Weinstock, psicoterapeuta infantile, che ha lavorato a lungo con famiglie e ragazzi che hanno affrontato un lutto. Assieme allo sviluppatore di software Ben Page, Weinstock ha fondato la Bounce Works, un’impresa sociale che crea prodotti e servizi digitali per il supporto dei più piccoli.

Il primo progetto della Bounce Works è proprio Apart of Me, un’app costruita a più mani grazie alla collaborazione con ragazzi, genitori, psicologi e game designers. Questo lavoro congiunto ha permesso di creare un’esperienza di gioco coinvolgente e basata sulle indicazioni e l’esperienza di professionisti qualificati.

Come funziona Apart of Me

Nella narrativa del gioco il protagonista arriva sull’isola dopo aver affrontato un evento tragico e, grazie all’aiuto della Guida e di altri personaggi, apprende abilità e informazioni che lo aiutano ad affrontare il dolore.

Progredendo nel gioco e attraverso alcune attività, l’utente viene aiutato ad esplorare l’esperienza del lutto: catturando le lucciole può conoscere cosa sono le emozioni (ogni lucciola corrisponde ad una emozione); nella grotta può ascoltare le storie di altri ragazzi che hanno subito una perdita; la cascata gli offre esperienze di meditazione; la guida gli dà delle missioni che lo incoraggiano a ricordare momenti piacevoli e significativi con la persona che è venuta a mancare. Non c’è un tempo determinato per ogni attività, ognuno può seguire il suo ritmo e fare le attività quando si sente di farlo.

Uno spazio virtuale sicuro

La perdita di una persona cara è un’esperienza che, se non affrontata adeguatamente e con gli strumenti giusti, può far sentire isolati e vulnerabili. In particolare quando non si ha accesso a servizi di supporto c’è il rischio che la sofferenza si tramuti in depressione, ansia, comportamenti antisociali e in casi estremi suicidio: per questo è fondamentale agire e dare supporto ai giovani che affrontano un lutto e aiutarli a sviluppare la propria resilienza emotiva.

L’esperienza di gioco è piacevole così come la grafica; le emozioni (cosa sono, come si manifestano) vengono spiegate in maniera semplice e chiara; gli esercizi di meditazione sono facili da eseguire; le storie esplorano diverse situazioni legate ad un lutto, esperienze in cui ci si può rispecchiare per sentirsi meno soli; grazie alle missioni della Guida si rievocano ricordi piacevoli da custodire nella ‘scatola dei ricordi’ digitale; nella capanna della Guida sono a disposizione anche contatti di associazioni impegnate nel sostegno professionale per bambini e adolescenti in lutto.

Nel complesso, Apart of Me ha tutte le qualità per essere uno strumento valido e utile per chi affronta un lutto. Per riuscire a catturare l’attenzione ed avere un impatto positivo sui nativi digitali un’app è sicuramente la via più immediata ed è proprio questo il grande pregio di Apart of Me: fornire supporto ai più giovani attraverso linguaggi e mezzi a loro più vicini.

 

Melatonina e depressione: fra false credenze e paradigmi scientifici

Negli ultimi anni si è diffusa la falsa credenza che la somministrazione della melatonina esogena possa essere un trattamento specifico ed efficace per il disturbo depressivo, considerando l’andamento ciclico giornaliero dei sintomi depressivi. Le numerose evidenze scientifiche suggeriscono, invece, un ruolo modesto di questa sostanza in tale disturbo.

 

La melatonina

 Negli ultimi anni la ricerca scientifica si sta occupando in maniera sempre più specifica di sondare gli effetti della melatonina, il suo ruolo in alcune psicopatologie e il suo razionale uso clinico.

La melatonina, come sostanza biochimica, è ascrivibile alla classe degli ormoni ed è prodotta principalmente dalla ghiandola pineale o epifisi ed esplicita la sua azione sull’ipotalamo. La produzione della melatonina non è costante nel ciclo di vita dell’individuo: infatti, essa raggiunge la maggiore quantità nella giovinezza per poi decrescere nel corso della maturità e della senescenza.

La sua sintesi nell’organismo umano è regolata dalla quantità di luce che giunge ai fotorecettori della retina. In altri termini, la sua produzione è esigua nel corso della giornata, mentre diviene massima nel corso della notte, raggiungendo il picco di produzione fra le due e le quattro del mattino. I recettori retinici, allorquando sono colpiti dai fasci luminosi, inviano un input inibitorio all’epifisi, che è responsabile della scarsa produzione dell’ormone. Al contrario, la mancanza di luce attiva la via neuronale che comincia dalla retina, si proietta sui nuclei soprachiasmatici dell’ipotalamo per arrivare all’epifisi, dove elicita la sintesi di melatonina.

Nell’ambito della produzione di questo ormone, un ruolo chiave lo svolgono i neurotrasmettitori: infatti, la sua secrezione viene stimolata dalla noradrenalina e richiede la serotina come precursore  (Simonneaux e al., 2003). In sintesi, la produzione di melatonina da parte della ghiandola pineale regola, quindi, le funzioni corporee e i comportamenti umani secondo il ritmo del giorno e della notte (ritmo circadiano).

Disturbi depressivi e melatonina

Considerando la natura ciclica dei disturbi depressivi, il loro andamento nel corso della giornata (i sintomi depressivi appaiono della massima intensità al mattino, mentre decrescono nel corso della giornata), la ricerca, nel corso degli anni, ha focalizzato la sua attenzione sulle connessioni che esistono tra melatonina e depressione.

La depressione può far parte del disturbo depressivo vero e proprio o essere una fase del disturbo bipolare. Essa si manifesta, secondo il DSM – 5 (2014), con umore depresso (sentimento di tristezza, vuoto esistenziale, disperazione), perdita di interesse per le attività quotidiane, diminuzione o aumento dell’appetito, con relativo dimagrimento o sovrappeso, insonnia o ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotorio, mancanza di energia, vissuti di autosvalutazione e senso di colpa, rallentamento ideatorio, con ridotta concentrazione, frequenti pensieri di morte.

Relativamente all’origine della depressione, in ambito biologico sono state proposte diverse ipotesi nel corso del tempo.

La prima ipotesi è stata quella neurochimica, che ha visto dapprima l’origine della depressione, secondo la teoria monoaminergica e la teoria recettoriale monaminergica, in una deplezione delle amine biogene (dopamina, serotonina e noradrenalina) o in una diminuzione della loro attività nell’ambito del Sistema Nervoso Centrale (Stahl, 2008), e successivamente, secondo l’ipotesi neurotrofica, come prodotto di un deficit nella produzione di BDNF (Brian Derived Neurotrophic Factor) nel SNC (Duman, 2006).

Ancora, in ambito biologico, è stata proposta l’ipotesi di una disfunzionalità del sistema ipotalamo – ipofisi – surrene, con livelli elevati di cortisolo plasmatico, come origine della depressione (Young, 2004).

Attualmente, nel contesto biologico, si sta facendo sempre più strada l’ipotesi della depressione come malattia infiammatoria cronica, nell’insorgenza della quale un ruolo chiave lo riveste l’attività delle citochinine proinfiammatorie (Dowlati e al., 2010).

 Le correlazioni fra produzione di melatonina e comportamenti legati ad un eventuale stato depressivo sono state studiate nei ratti. Infatti, a quanto si è detto, la diminuzione di melatonina sarebbe elicitata da una diminuzione delle ore di luce e proprio questa condizione è stata utilizzata a livello sperimentale per studiare tali collegamenti. I ratti, esposti per quattro settimane ad una luce di bassa intensità nel corso della giornata, hanno mostrato un incremento dell’immobilità, scarsa capacità di iniziativa, minore propensione ad alimentarsi e altre manifestazioni ascrivibili ai sintomi comportamentali depressivi (Ashkenazy-Frolinger e al., 2010; Deats e al., 2015). In aggiunta, in questi animali il trattamento con melatonina ha migliorato i sintomi depressivi summenzionati (Ali e al., 2020).

Nell’uomo non si è trovata questa corrispondenza: infatti, differenti ricerche hanno studiato l’utilizzo della melatonina esogena o di farmaci agonisti della melatonina nel trattamento della sindrome depressiva. Alcuni di questi studi hanno stabilito che la melatonina (ad un dosaggio che arriva fino a 10 mg al giorno) sembra incidere positivamente sull’insonnia che si manifesta nel disturbo depressivo, ma non sugli altri sintomi (Dolberg e al., 1998). Altre ricerche hanno sottolineato il benefico effetto della melatonina solo sul disturbo affettivo stagionale (SAD) (Lewy e al., 1998). Da qualche anno nell’ambito della cura della depressione si utilizza l’agomelatina, un antidepressivo di terza generazione, che ha un’azione agonista sui recettori melatoninergici M₁ ed M₂. In pratica, questa molecola simula l’azione regolatoria della melatonina (Mauri e Volonteri, 2017). Gli studi fin qui condotti, non hanno mostrato la superiorità di questo farmaco rispetto ad altri farmaci antidepressivi (paroxetina, fluoxetina, sertralina, escitalopram e venlafaxina) nel trattamento della depressione (De Berardis e al., 2013; Guaiana e al., 2013).

Attualmente, l’uso razionale della melatonina è indicato per il trattamento di alcune forme d’insonnia (difficoltà di addormentamento) (dosaggio fra 1 e 5 mg al giorno). Inoltre, essa è raccomandata nel trattamento aggiuntivo dell’insonnia dell’età evolutiva, che compare nel corso dell’ADHD e dell’autismo, nella cura dell’insonnia dei lavoratori che hanno frequenti turni di notte e in alcune sindromi da fuso orario (jet lag) (Tonon e al., 2021).

In conclusione, negli ultimi anni si è diffusa la falsa credenza che la somministrazione della melatonina esogena possa essere un trattamento specifico ed efficace per il disturbo depressivo, considerando l’andamento ciclico giornaliero dei sintomi depressivi. Le numerose evidenze scientifiche suggeriscono, invece, un ruolo modesto di questa sostanza in tale disturbo. Un uso razionale della melatonina è indicato per alcune forme d’insonnia dell’età adulta (difficoltà di addormentamento) e dell’età evolutiva (insonnia nel corso di ADHD e dei disturbi dello spettro autistico).

 

Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere (2019) di Michela Marzano – Recensione del libro

Volevo essere una farfalla, attraverso la storia di Michela, può insegnare che amarsi è una necessità e che, a volte, ascoltare quella vocina nell’orecchio che ci spinge a fare ciò che più desideriamo, non è sbagliato se ci fa stare bene.

 

Introduzione

Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei diventata forte, indipendente, libera. E non avrei mai più avuto bisogno di nessuno.

 Nel libro Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere, Michela Marzano, affermata filosofa e scrittrice, racconta la sua storia.

Michela è cresciuta in un ambiente familiare in cui «l’educazione consisteva nell’inculcare il dovere», quel forte senso di obbedienza, che da un lato le ha permesso di raggiungere i suoi obiettivi professionali, dall’altro l’ha fatta sprofondare nell’anoressia.

Michela, sempre obbediente e disciplinata, farebbe di tutto pur di sentirsi amata dal padre. Farebbe di tutto pur di sentirsi «piena» d’amore, quell’amore che probabilmente non ha sperimentato nella sua infanzia, perché sotterrato dalle troppe aspettative, dalle troppe attese. Solo che, quando si costruisce il proprio mondo sulla base delle aspettative altrui, non si vive mai appieno.

Michela racconta la tubercolosi che ha dovuto combattere, i tentati suicidi e i risvegli in ospedale, gli amori tossici e gli sguardi giudizievoli.

Descrive l’anoressia e le intense sedute di psicoanalisi a cui si è sottoposta, la paura di non farcela e il vuoto che l’ha attanagliata. Ed infine, come ha imparato piano piano a ricostruirsi e com’è riuscita a ripartire da

quella consapevolezza sottile e fragile di poter essere “altro” rispetto alle esigenze del “dover essere”.

La potenza del desiderio e l’arte dell’accettazione

Entrare nella logica per cui ci si ritiene degni d’amore solo se si compiace l’altro, solo se ci si uniforma a ciò che l’altro vorrebbe che noi fossimo, potrebbe scatenare conseguenze devastanti.

Ognuno di noi ha bisogni e desideri. Abbiamo bisogno di desiderare, perché il desiderio ci fa sentire vivi, anima il nostro corpo e ci spinge ad agire. Ogni desiderio deriva da una mancanza, e non sempre sappiamo esattamente cosa vogliamo; non sempre desideriamo veramente ciò che diciamo perché

i nostri desideri si trasformano, cambiano, si contraddicono. Soprattutto quando siamo combattuti tra un “Io ideale” che ci spinge a domandarci che tipo di vita condurre e un “Io reale” che ci interroga riguardo a ciò che vogliamo davvero. A volte siamo lacerati tra il desiderio di esporci, scegliere, costruire il nostro destino, e il bisogno di ritirarci in noi stessi, di non scegliere, di abbandonarci all’estro del momento. 

 Siamo esseri sociali: l’identità personale di ognuno di noi si origina dall’incontro con l’altro. L’empatia, l’accettazione, l’ascolto attivo dovrebbero essere alla base di ogni relazione tra individui, ma molte volte non è così. E quando le relazioni che viviamo non ci fanno sentire riconosciuti nella nostra soggettività, non ci fanno sentire accolti e accettati, iniziamo a vacillare, a perdere il controllo.

L’autrice, nella sua autobiografia, mette in risalto l’importanza dell’accettazione.

Accettare noi e l’altro diverso da noi, non è mai un’azione passiva: non significa rassegnarsi al cliché del “io sono fatto così” privandosi della possibilità di scoprire i motivi che ci spingono a mettere in atto determinati comportamenti, bensì imparare a rispettarsi nella totalità e unicità del proprio essere, comprese debolezze e fragilità, lasciandosi semplicemente il diritto di esistere.

Accettarsi è comprendere che ogni nostra emozione, non necessariamente piacevole, è espressione di noi stessi. È accettare che non possiamo scegliere quale emozione provare, ma possiamo cercare di capire il motivo per cui si è presentata e cosa vuole dirci, in quanto

ognuno di noi ha un percorso personale complesso. Nessuno può essere “programmato” come una macchina, per scegliere e agire solo dopo aver calcolato in modo esatto costi e benefici delle proprie azioni. Che piaccia o no, siamo tutti in balia delle nostre emozioni.

Siamo immersi in una cultura che esalta la verità, la bellezza, la positività, ma condanna il dubbio, le lacrime, la frustrazione. Tendiamo a nascondere le nostre sofferenze, «gettandoci nel vortice del “fare”» pur di evitare di vivere il dolore.

Come se le nostre fragilità fossero un virus da debellare. Come se potessimo scegliere come sentirci. Come se potessimo scegliere di vivere di sola luce.

Siamo contemporaneamente bene e male, luce e ombra perché

il pensiero […] è duttile, controverso, contraddittorio.

Ognuno di noi ha una propria rappresentazione della realtà che non è mai oggettiva, ma sempre filtrata dalle nostre credenze e dal nostro vissuto, da ciò che siamo e da ciò che ci è stato insegnato.

Consiglio vivamente la lettura di questo libro perché, attraverso la storia di Michela, possiamo imparare che amarsi è una necessità e che, a volte, ascoltare quella vocina nell’orecchio che ci spinge a fare ciò che più desideriamo, non è sbagliato se ci fa stare bene.

Piegarsi totalmente al dovere, annullando il proprio volere, è un pò come morire, lentamente.

Ciò che possiamo fare è smettere di scappare dalle nostre emozioni, ma fermarci ad ascoltarle per entrare davvero in contatto con noi stessi.

C’è sempre un modo per reinventarsi, c’è sempre un modo per “ricominciarsi”: ogni ferita e ogni «frattura» fanno parte di noi e del nostro vissuto, ed

è da lì che si deve ripartire. […] Senza passare il tempo a sperare che forse un giorno tutto sarà diverso. Perché tutto è già diverso, non appena si fa la pace con i propri ricordi.

 

La percezione del tempo nei pazienti a rischio suicidario

Nonostante decenni di ricerca, i tassi di suicidio al giorno d’oggi continuano ad aumentare.

 

Una prevenzione efficace del suicidio viene spesso ostacolata dalla limitata comprensione della neurobiologia e della storia del processo suicidario.

Difatti, la durata di quest’ultimo, e dunque del tempo disponibile per l’intervento, ha un grande impatto sulla prevenzione del suicidio ed è per tal motivo che la comprensione del processo suicidario, e dei fattori ad esso associati, appare fondamentale.

Rispetto alla fase pre-suicidaria è bene considerare due elementi: la contemplazione del suicidio e gli intervalli di azione suicidaria (Klonsky et al., 2017). Per intervallo di contemplazione suicida si intende il tempo che intercorre dall’inizio dell’ideazione suicida alla decisione di uccidersi, mentre, l’intervallo di azione suicida coincide con il tempo trascorso tra la decisione di uccidersi e il tentativo di suicidio.

Dunque, la durata del processo suicida potrebbe essere influenzata da come l’individuo elabora o giudica il tempo, dall’impulsività e da altri fattori cognitivi (Neeleman et al., 2004).

Il giudizio sul tempo coincide con la capacità oggettiva di un individuo di giudicare la lunghezza di un dato lasso di tempo, e può essere esaminato con compiti di stima del tempo, in cui si chiede al partecipante di valutare la lunghezza di un dato intervallo di tempo (Bschor et al., 2004).

Bschor e colleghi (2004) hanno constatato come i pazienti affetti da depressione percepiscono il tempo in maniera dilatata.

L’esperienza di un dolore psicologico travolgente, in combinazione con l’elaborazione distorta del tempo, potrebbe peggiorare i pensieri suicidi e portare all’autolesionismo impulsivo. Per esempio, la percezione anormale del tempo può influenzare il costo soggettivo dell’attesa, innescando l’impulsività (Cáceda et al., 2020).

Al fine di fornire una migliore comprensione del processo suicidario, alcuni autori hanno valutato la durata di quest’ultimo in relazione al giudizio sul tempo, alle variabili cognitive e alla gravità dell’ideazione suicidaria.

Allo studio hanno preso parte 287 soggetti, con un’età compresa tra i 18 e i 65 anni. I partecipanti sono stati divisi in quattro gruppi: tentati suicidi recenti, ideatori suicidari attuali, pazienti depressi non suicidi e controlli sani.

I risultati hanno mostrato come la dilatazione del tempo fosse correlata negativamente all’intervallo di azione suicidaria e, positivamente, con la gravità dell’ideazione e gli autori hanno suggerito che ciò potrebbe essere riconducibile a fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione. Difatti, i disturbi dissociativi sono associati a una storia di recenti tentativi di suicidio e di autolesionismo non suicida (Webermann et al., 2016) e a una storia di tentativi di suicidio multipli (Foote et al., 2008).

Dunque, si potrebbe concludere che l’esperienza del rallentamento o della dilatazione del tempo nei pazienti suicidi, probabilmente innescata da un dolore psicologico schiacciante, potrebbe a sua volta peggiorare la percezione di ineluttabilità del dolore psicologico. Si potrebbe ipotizzare che il culmine di una crisi suicidaria potrebbe coincidere con uno stato dissociativo, innescato da un dolore psicologico travolgente e caratterizzato da una percezione rallentata del tempo.

Al contempo, le correlazioni relativamente deboli tra la durata del processo suicidario e il rallentamento temporale suggeriscono la presenza di altri fattori rilevanti, oltre alle anomalie del giudizio temporale.

Difatti, almeno il 50% dei tentativi di suicidio sono considerati gesti impulsivi (Deisenhammer et al., 2009). L’impulsività è un costrutto che tende ad esplicitarsi in diverse modalità (Klonsky & May 2010). Così, non sorprende che la letteratura sull’impulsività, in relazione al comportamento suicida, sia estremamente eterogenea (Anestis et al., 2014; Jimenez et al., 2016).

Gli autori del presente studio hanno esaminato gli stati cognitivi che si verificano antecedentemente al comportamento suicida. L’aumento del delay discounting, ovvero la tendenza a preferire una ricompensa minore subito a discapito di una maggior ricompensa per la quale sarebbe necessario aspettare, è strettamente correlato all’impulsività (Anokhin et al., 2015).

In studi precedenti si è visto come in pazienti adulti a maggior rischio di suicidio il delay discounting sia estremamente elevato (Cáceda et al., 2014).

Ulteriormente, l’aumento dell’impulsività è stato correlato positivamente con la gravità dei tentativi di suicidio nel corso della vita nei pazienti bipolari (Swann et al., 2005).

Coerentemente con quanto appena esposto, anche i risultati dell’attuale studio hanno mostrato la presenza di specifiche anomalie nell’elaborazione dei guadagni o delle ricompense nei pazienti che recentemente avevano effettuato un tentativo di suicidio, mentre non vi erano differenze rispetto all’avversione alle perdite, tra i pazienti depressi suicidi e non suicidi. Ciò supporterebbe la nozione che coloro i quali avevano mostrato recenti tentativi di suicidio avrebbero agito più impulsivamente per ragioni legate all’edonismo, come la rimozione del dolore psicologico, pur agendo a discapito della loro vita futura.

Dunque, la depressione e gli stati suicidari potrebbero amplificare la valutazione dei guadagni e delle perdite (Alves et al., 2017).

Gli autori hanno dunque ipotizzato che gli individui impulsivi potrebbero essere così a causa di una percezione alterata del tempo. Gli individui impulsivi potrebbero scegliere ricompense più piccole e immediate perché il tempo viene percepito come troppo lungo, generando un costo troppo alto (Wittmann & Paulus, 2008).

I risultati dello studio appena presentato mostrano come il tempo per intervenire su questi pazienti sia molto limitato e ciò determina la necessità di prevedere un ampio spettro di strategie che mirino a fattori di rischio sovrapposti. Ad esempio, l’ampliamento dello screening e del trattamento delle malattie mentali potrebbe diminuire il numero di persone che presentano pensieri suicidi. Le strategie preventive specifiche per il suicidio includono la modifica dello stile di vita (Berardelli et al., 2018), la sensibilizzazione sulla gravità delle comunicazioni suicide (Pompili et al., 2016), la pianificazione della sicurezza (Stanley & Brown, 2012) e la restrizione dei mezzi di suicidio, come l’accesso alle armi da fuoco, ai pesticidi e alla recinzione dei ponti (Knipe et al., 2017).

Inoltre, le fasi che precedono il processo suicidario sono caratterizzate anche da un’incapacità di esprimere i propri turbamenti e da un’incapacità di chiedere aiuto (Wasserman et al., 2008) e ciò mette in luce la necessità di migliorare le capacità di comunicazione e la pianificazione della sicurezza (Stanley & Brown, 2012).

 

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