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Il tema della fiducia interpersonale in psicologia: una breve introduzione

La psicologia ha colto la rilevanza del concetto di fiducia già da molto tempo e molte sono le teorie dello sviluppo psicologico che la considerano centrale nella strutturazione e nel funzionamento della personalità.

 

Introduzione

Pensare a un episodio nel quale la nostra fiducia è stata tradita non è molto difficile, anzi. Tutti conoscono quella sensazione bruciante derivante dall’idea di essere stati ingannati. Tutti conoscono la delusione di aver riposto la propria fiducia nella persona sbagliata o la spietata autocritica che siamo in grado di fare a noi stessi per non aver visto i difetti o le mancanze dell’altro, assieme a tutta la gamma dei sentimenti e dei pensieri connessi a queste circostanze. Non daremmo la nostra fiducia all’altro se non pensassimo di avere buone ragioni per farlo.

Questo articolo si pone come obiettivo quello di offrire, a chi fosse interessato, un panoramica necessariamente non esaustiva delle prospettive psicologiche sulla fiducia interpersonale, fornendo alcuni riferimenti bibliografici. Il lettore a digiuno di psicologia potrà invece farsi un’idea, non dico avvincente, ma almeno stimolante, su quello che la psicologia ha da dire su questo tema.

Fiducia e rapporti interpersonali

Sulla fiducia si reggono la gran parte delle relazioni sociali improntate alla cooperazione e alla collaborazione, andando dai rapporti di mera colleganza, all’amicizia, fino all’amore: insomma, tutte le situazioni in cui è presente quel sottile equilibrio di scambi grazie al quale manteniamo rapporti cordiali con gli altri, forniamo e riceviamo supporto di qualche tipo, condividiamo con l’altro parti superficiali e/o profonde di noi stessi e ci sentiamo relativamente al sicuro da iniziative ostili nei nostri confronti.

A livello intimo la fiducia interpersonale coinvolge le paure, le preoccupazioni e i desideri più profondi della persona. Non a caso le situazioni nelle quali essa è fondamentale (pensiamo a un progetto di lavoro o alla vita di coppia) spesso producono in noi reazioni emotive e comportamenti anche molto intensi, soprattutto se nella relazione è presente un’asimmetria di potere tra le parti, e di conseguenza uno dei partner deve contare sulla benevolenza dell’altro per realizzare i propri desideri (Simpson, 2007).

La psicologia ha colto la rilevanza del concetto di fiducia già da molto tempo e molte sono le teorie dello sviluppo psicologico che considerano questa dimensione dell’esistenza umana come centrale nella strutturazione e nel funzionamento della personalità. Essa viene considerata a fondamento degli schemi espressivi, cognitivi e relazionali che la persona usa quando è in relazione con gli altri e, in questo senso, le esperienze evolutive nelle quali la fiducia è stata rilevante avrebbero un’influenza duratura sull’identità e sulle relazioni lungo tutto l’arco della vita. Viene subito da pensare alla teoria dello sviluppo psicosociale di Erikson (1963), per la quale nel primo anno e mezzo il conflitto determinante il percorso evolutivo del futuro adulto (le direzioni di sviluppo delle vulnerabilità e delle potenzialità psicologiche e sociali del bambino) è proprio quello di costruire una posizione fondamentale di fiducia nel futuro. La teoria dell’attaccamento fornisce poi ulteriori specifiche. Per essa la fiducia circa la disponibilità, la sensibilità e la responsività della figura di riferimento (la persona o le persone a cui ci rivolgiamo quando siamo affaticati, tristi, impauriti, bisognosi di cura e sostegno) è il perno attorno al quale la mente costruisce modelli operativi interni equilibrati (schemi cognitivi e affettivi di sé, degli altri e delle relazioni), e l’aspettativa di ricevere da essa sostegno, rassicurazione e supporto (sia realmente che in forma simbolica, se non disponibile concretamente) è considerata centrale per lo sviluppo di una personalità resiliente, proattiva, aperta e in grado di mantenere l’equilibrio sotto stress (cfr. Mikulincer & Shaver, 2009). Dal punto di vista clinico, infine, si può pensare a quanto la fiducia tra paziente e psicoterapeuta sia fondamentale per la costruzione dell’alleanza terapeutica, elemento fondamentale per il buon esito della terapia, con tutta la fatica che ciò a volte comporta (cfr Colli & Lingiardi, 2014).

Fiducia e prospettive a confronto

La fiducia è centrale per determinare il modo in cui iniziamo, manteniamo e sosteniamo la maggior parte delle nostre relazioni. Inoltre essa promuove la cooperazione, permettendo benefici a lungo termine che altrimenti non sarebbero ottenibili in altro modo. Ed è proprio a partire da quest’ultima osservazione che le prospettive evoluzionistiche cercano di spiegarne l’origine. Per questo gruppo di teorie (ad esempio Hamilton, 1964; Trivers, 1971; Tooby & Cosmides, 1990) la ragione fondamentale dell’esistenza della fiducia risiede nel fatto che sia la cooperazione che le capacità cognitive dedicate alla valutazione dell’affidabilità dell’altro promuovono la riproduzione dell’individuo e la sopravvivenza della specie, garantiscono l’allevamento della prole da parte dei membri del gruppo sociale di riferimento e promuovono il bene comune, massimizzando i benefici di attività come la caccia, l’allevamento del bestiame e lo scambio di risorse (Axelrod & Hamilton, 1981).

Queste idee possono spiegare in che modo nel corso dell’evoluzione il meccanismo sociale del dare e ottenere fiducia si sia evoluto e perfezionato. Tuttavia anche la storia personale, l’ambiente sociale e la cultura di riferimento, per quanto transitori, contingenti e situati storicamente, sono importanti nella determinazione di una posizione di fiducia verso l’altro, ed ecco che le teorie viste poco sopra, la teoria di Erikson e la teoria dell’attaccamento, ci forniscono elementi di una prospettiva parziale sull’impatto delle determinanti sociali. Ad esse può essere affiancata la teoria dei sistemi familiari (Bowen, 1976) per la quale la storia delle interazioni con i membri della propria famiglia, che include anche episodi nei quali la fiducia è stata ben riposta o tradita, è un elemento fondamentale per la differenziazione del proprio concetto di sé (un Sé differenziato connota stabilità emotiva, capacità di gestione dell’ansia, autonomia, indipendenza) e determina la capacità futura della persona di mantenere legami emotivi con gli altri, cogliendo i benefici dell’intimità e dell’interdipendenza, evitando allo stesso tempo l’invischiamento (definire sé stessi, sentire, pensare e comportarsi in base alle emozioni, alle scelte, alle azioni dell’altro), situazione quest’ultima che sancisce la perdita di quote di identità personale, di capacità autoregolatorie e di autonomia. Se non riesco a fidarmi dell’altro (e se l’altro non mi sembra degno della mia fiducia) come confidare in una relazione duratura? Come dedicarmi completamente ai miei progetti con flessibilità e impegno costante se manca la sicurezza di ricevere sostegno o comunque di non essere ostacolati in qualche modo dalla persona che mi è vicina? Come esprimere pienamente sé stessi e crescere se una relazione autentica non è presente, e ci sentiamo continuamente costretti ad adattarci a ciò che l’altro fa, dice e mostra di provare?

Per quanto penetranti, il limite che appare evidente dalle teorie accennate fino a questo momento è che esse non sono ancora in grado di spiegare in base a quali parametri le situazioni immediate e concrete vissute dalle persone, come anche le caratteristiche specifiche degli attori che vi partecipano, possano spiegare la nascita, il mantenimento e la trasformazione della fiducia interpersonale nel tempo. Insomma, restano ancora troppo sulle generali e non colgono né l’impatto dell’interazione tra le caratteristiche della situazione specifica in cui le persone si trovano, né le differenze individuali. Entrambi gli elementi sono importanti, al punto tale che a chiunque studi psicologia è noto il mantra ‘individuo X ambiente’. Cambia qualcosa se di base sono molto diffidente oppure fiducioso, estroverso oppure introverso? Cambia qualcosa se la fiducia nell’altro viene messa alla prova sul lavoro o in un contesto informale e ludico, oppure in una situazione in cui un partner abbia tutto da perdere e l’altro tutto da guadagnare? E che peso hanno le motivazioni di fondo a stare nella relazione?

Fattori determinanti la fiducia

Riguardo a quest’ultimo aspetto, McClintock (1972) identifica cinque motivi personali per i quali le persone scelgono di dare fiducia all’altro, e si focalizza sulla relazione tra i margini di profitto (materiale o simbolico) che i partecipanti alla relazione ottengono cooperando tra loro: massimizzazione dei propri guadagni (orientamento egoistico/individualistico); massimizzazione dei propri guadagni in relazione a quelli dell’altro (orientamento competitivo); massimizzazione dei guadagni comuni, in modo che entrambi ottengano di più di quanto otterrebbero agendo come singoli (orientamento cooperativo); massimizzazione dei guadagni altrui (orientamento altruistico); minimizzazione dei guadagni altrui (orientamento aggressivo/maligno). Per quanto semplice e intuitiva, questa prospettiva tuttavia fornisce poco spazio per cogliere gli aspetti ‘caldi’, emotivi, delle motivazioni personali sottostanti il dare e il ricevere fiducia, come anche non sembra considerare la diversità delle possibili ragioni individuali alla base di essa, adottando invece una prospettiva esclusivamente utilitaristica.

Questi limiti sono superati dalla teoria di Deutsch (1973) che costruisce una tassonomia di ‘ragioni motivazionali’ alla base della fiducia nell’altro, considerando differenze individuali come le aspettative sui pensieri o le condotte altrui, la conoscenza posseduta, la propensione a seguire le norme sociali, i propri desideri, e altre caratteristiche della persona.

Ci si potrebbe fidare dell’altro, ad esempio, per la disperazione connessa alle conseguenze che il non fidarsi comporta (si pensi a quando si va a fare una visita medica per un malessere che non riusciamo a spiegarci); ci si può fidare per ragioni di conformità sociale, evitando la violazione di norme sociali esplicite o tacite (si pensi ad esempio alla norma tacita espressa che impone, quando si sta male, che si chiami il medico, e come il non farlo sia considerato al minimo poco intelligente, se non insensato); si può dare fiducia all’altro per innocenza, derivante dalla mancanza di conoscenza, informazione oppure esperienza (tutta la gamma di situazioni possibili relative a ‘non accettare caramelle dagli sconosciuti’); per impulsività (ad esempio la decisione di fidarsi ‘perché non mi va di pensarci su più di tanto’). Si può investire l’altro di fiducia, inoltre, nella speranza di essere traditi (masochismo), per la speranza che le conseguenze temute non si presentino (fede), nell’aspettativa che si otterrà ciò che si desidera; o per il puro desiderio di prendersi dei rischi. Altri motivi, infine, riguardano le ragioni e gli scopi personali dell’altro (ad esempio sapere che l’altro ci ama e vuole il nostro bene), motivi di ordine morale (ad esempio il rispetto degli impegni presi) o, finalmente, motivi di ordine strutturale (ad esempio sapere che le amicizie e/o i possessi dell’altro sarebbero messi a rischio se non venisse rispettata la fiducia riposta).

Le informazioni di questo autore sulle motivazioni personali hanno sicuramente un buon valore euristico, poiché ci forniscono una spiegazione del perché ci fidiamo dell’altro sulla base di ragioni ampie e che considerano timori, desideri e speranze, anche inconsapevoli, nelle quali ognuno può rispecchiarsi nella vita di tutti i giorni.

Sempre prestando attenzione ai contenuti mentali individuali, infine, alcuni autori identificano come maggiormente pertinenti la costruzione della fiducia le aspettative sociali, le credenze e le attribuzioni routinarie delle persone, come anche la percezione di quanto l’altro valorizzi il proprio interesse personale in contrapposizione al nostro (ad esempio Barber, 1983; Pruitt & Rubin, 1986; Tyler, 2001).

Purtroppo il problema principale di ogni prospettiva focalizzata solo sull’individuo è che non coglie l’interdipendenza tra i partner. Non considera, infatti, l’impatto che azioni, pensieri ed emozioni di ciascuno di essi ha sull’altro partner e neppure l’impatto che le caratteristiche della situazione (reali o anche solo percepite) hanno sulla relazione che si viene a costruire tra di loro. Una panoramica sulle teorie psicologiche sulla fiducia, quindi, rende obbligatorio considerare anche solo brevemente quelle prospettive, decisamente più complesse, che considerano le caratteristiche individuali (proprie e altrui) in relazione alle caratteristiche dell’altra persona coinvolta e quelle della situazione.

La fiducia può essere così considerata come una particolare situazione interpersonale che implica elevata interdipendenza tra partner (cfr. Kelley & Thibaut, 1978) in relazione ai loro scopi, che possono essere condivisi o esclusivamente personali, e nella quale possono essere di volta in volta determinanti l’impegno profuso nella relazione, le intenzioni (benevole o meno) degli attori, la volontà di questi di mettere in discussione le proprie motivazioni. La fiducia da parte dell’altro si alimenterebbe, soprattutto, dalla trasformazione delle motivazioni individualistiche in motivazioni altruistiche (orientate all’altro o alla relazione) in modo che ne derivino comportamenti che ai suoi occhi attestino la volontà di sacrificarsi per il bene congiunto e/o per il suo bene esclusivo, anche solo sotto forma di comportamenti accomodanti. Altri autori, si focalizzano poi su aspetti come la prevedibilità dei partner (affidabili, interessati al benessere e ai desideri dell’altro), la lealtà verso l’altro e verso la relazione (dependability) e la fiducia nella forza e nella stabilità di entrambi (Holmes & Rempel, 1989).

La ricerca sulla fiducia dal punto di vista della relazione ‘persone X situazione’ è vasta e ha prodotto una mole altissima di dati. Le teorie presentate in questa breve rassegna sono quelle maggiormente citate. Altre teorie sono disponibili, con ricerche che tendono a prestare attenzione anche ad aspetti molto specifici della situazione interpersonale, come l’odore o la distanza interpersonale (ad esempio van Nieuwenburg, de Groot & Smeets, 2019).

Per queste ragioni anche una pur rapida escursione sui risultati disponibili è al di fuori degli scopi di questo articolo. Il lettore interessato che volesse confrontarsi con una panoramica esaustiva sulle teorie che indagano la fiducia interpersonale può rivolgersi a due compendi sintetici, agevoli da consultare e di taglio critico, come il libro di Rotenberg (2020) e la rassegna di Simpson (2007), cui si rimanda per ulteriori riferimenti.

 

Una scuola per tutti, una scuola per ognuno (2021) di Daniele Nappo e Naomi Aceto – Recensione

Una scuola per tutti, il nuovo libro edito da Giunti Editore, descrive un modello scolastico pienamente inclusivo.

 

Gli autori, attraverso la loro quotidiana esperienza, raccontano al lettore come l’importanza di mettere lo studente al centro della missione scolastica possa realmente contribuire alla crescita personale di ognuno.

Una scuola per tutti, scritto dal sociologo Daniele Nappo, direttore della scuola dalla Scuola Paritaria S. Freud e dalla psicologa e psicoterapeuta Naomi Aceto, presenta un modello scolastico in cui vengono prese in considerazione le esigenze e le necessità di ogni studente, nel tentativo di predisporre ambienti di apprendimento e attività scolastiche che possano incentivare la partecipazione attiva e autonoma di ogni ragazzo.

Con il termine inclusione, gli autori si riferiscono a una serie di strategie e osservazioni, finalizzate al coinvolgimento di ogni singolo studente, per valorizzare di conseguenza il potenziale di apprendimento dell’intero gruppo classe.

Il libro, rivolto a psicologi dell’età evolutiva, a insegnanti, educatori e a tutti coloro che vogliano approfondire il delicato rapporto tra gli adolescenti e la scuola, passa in rassegna il concetto di adolescenza e quella che può essere l’influenza del contesto familiare e scolastico nella vita di ogni ragazzo, illustrando, secondo gli autori, alcuni elementi meritevoli di attenzione e approfondimento in ambito scolastico.

Evidenzia poi l’importanza dello sportello psicologico scolastico, volto ad accogliere e a rispondere ai bisogni degli studenti, delle famiglie e della scuola stessa, facilitando l’alleanza educativa tra i diversi protagonisti.

In appendice è presente, inoltre, un piccolo manuale di autoaiuto a orientamento cognitivo-comportamentale, mirato all’individuazione e alla gestione di pensieri di natura depressiva in chiave evolutiva. Una guida utile a chi lavora con ragazzi adolescenti, capace di accompagnare questi ultimi, in modo chiaro ed esemplificativo, a riconoscere e comprendere la natura di alcune loro emozioni e trovare strategie più utili e funzionali per gestirle. Senza dubbio un intervento adatto a fornire suggerimenti e spiegazioni utili a modificare comportamenti di chiusura e pensieri negativi.

Nel modello proposto dagli autori, attraverso l’osservazione dei bisogni di ognuno, non si mira all’omologazione degli studenti, bensì alla valorizzazione di ogni ragazzo, ognuno con le proprie peculiarità, con i propri ritmi e con i propri tempi. Una scuola per tutti evidenzia a tal proposito, come sia poco funzionale al benessere degli studenti, una didattica standardizzata. Gli autori sottolineano l’importanza di una didattica persuasiva e di una educazione volta alla partecipazione e all’inclusività, definendoli elementi fondamentali per una didattica efficace, volta a valorizzare le differenze soggettive di ognuno e a garantire, di conseguenza, pari opportunità e diritti a tutti.

Una scuola per tutti pensa alla scuola come uno strumento condiviso per consentire ad ogni alunno, attraverso il dialogo e la cooperazione, di crescere, maturare e affacciarsi nel migliore dei modi alla prima età adulta; volge, infine, uno sguardo al futuro, in cui prende in considerazione alcuni aspetti che ancora oggi rappresentano sfide e opportunità da realizzare.

 

Esiste una relazione fra Endometriosi e rischio di insorgenza del Disturbo Bipolare?

L’Endometriosi è una malattia ginecologica cronica e progressiva caratterizzata dalla crescita di tessuto endometriale al di fuori della cavità uterina. Le donne affette da tale disturbo presenterebbero una maggiore vulnerabilità a patologie psichiatriche quali depressione, ansia e Disturbo Bipolare.

 

Cos’è l’Endometriosi?

 L’Endometriosi è una malattia ginecologica cronica e progressiva caratterizzata dalla crescita di tessuto endometriale al di fuori della cavità uterina, principalmente sul miometrio uterino, sulle ovaie, sul peritoneo pelvico e sul setto rettovaginale. L’Endometriosi può causare infiammazione pelvica, infertilità e dolore cronico, con conseguente disabilità e ridotta qualità della vita per le donne in età riproduttiva (Zondervan et al., 2018). L’onere dell’Endometriosi non si limita ai sintomi e alle disfunzioni della malattia. Le donne affette da tale disturbo presentano una maggiore vulnerabilità a patologie psichiatriche quali depressione, ansia e Disturbo Bipolare (Pope et al., 2015).

Il disturbo bipolare

Il Disturbo Bipolare è un grave disturbo cronico dell’umore caratterizzato da episodi di mania, ipomania, ed episodi di depressione. Gli episodi di mania e di depressione influenzano notevolmente la vita dell’individuo e sono fortemente debilitanti sul piano lavorativo, sociale, affettivo e familiare. L’episodio maniacale è caratterizzato da un periodo definito di umore estremamente elevato, espanso o irritabile e di un aumento anomalo e persistente dell’attività finalizzata o dell’energia. Un episodio maniacale meno grave è chiamato episodio ipomaniacale. L’episodio depressivo maggiore prevede un umore distinto da sentimenti di tristezza, vuoto e disperazione, ma anche da una marcata diminuzione di interesse o piacere per le attività (Grande et al., 2015). Il Disturbo Bipolare può presentarsi in vesti diverse a seconda del tipo di episodi dell’umore, per giunta la gravità dei sintomi può variare in modo considerevole (Vieta et al., 2018).

Il rischio di Disturbo Bipolare in donne con Endometriosi

Recentemente, molteplici dati provenienti dalla ricerca sulla personalità, dall’endocrinologia, dalla psichiatria e dalla medicina convergono nel sospettare un legame tra Endometriosi e Disturbo Bipolare (Dinsdale & Crespi, 2017). La conoscenza attuale dell’associazione tra suddetti disturbi è rimasta limitata a causa delle differenze metodologiche tra le ricerche e il numero ridotto di studi. Oltre a ciò, alcuni trattamenti ormonali o chirurgici per l’Endometriosi sono stati associati a effetti collaterali indesiderati, compresi i sintomi psichiatrici. I contraccettivi ormonali e gli agonisti dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH), per esempio, sono stati associati a maggiore instabilità emotiva e depressione (Pope et al., 2015). Allo stesso modo, è stato trovato che l’isterectomia può aumentare il rischio di sviluppo del Disturbo Bipolare (Shen et al., 2019).

Lo studio di Chen et al. (2020) ha indagato il rischio di sviluppare il Disturbo Bipolare nelle pazienti con Endometriosi, prendendo in considerazione anche gli effetti del trattamento ormonale o chirurgico.

Il campione è stato selezionato dalla banca dati del programma nazionale di assicurazione per la salute di Taiwan, contenente informazioni mediche di circa il 99% della popolazione.

Le informazioni raccolte fornivano dati demografici, diagnosi sanitarie basate sul manuale diagnostico ICD-9-CM ed interventi medici. Partendo da questa popolazione, sono stati creati sottogruppi di dati tra cui il “Longitudinal Health Insurance Database 2000” (LHID2000), utilizzato da Chen e colleghi (2020) per il loro studio. Nel LHID2000 sono state incluse tutte le informazioni sanitarie di 1.000.000 di individui, selezionati casualmente tra i dati raccolti fra il 1995 ed il 2013.

Sono state incluse le pazienti a cui è stata diagnosticata l’Endometriosi (EM), fra il 2000 ed il 2012, mentre sono state escluse le donne che, nell’arco di tempo precedente a quello selezionato, hanno avuto l’insorgenza ed il decorso del Disturbo Bipolare (BD). Ad ogni paziente selezionata è stata associata, per età, diagnosi di Endometriosi e punteggio del Charlson Comorbidity Index (CCI)* (Charlson et al., 1987), una paziente che potesse appartenere al gruppo di controllo. Il CCI è un indice che serve a valutare quanto la comorbidità tra due condizioni mediche possa incidere sul rischio di mortalità di un individuo. L’indice è stato testato per la sua capacità di prevedere il rischio di morte dato dallo sviluppo e decorso simultaneo di due patologie (Charlson et al., 1987)

Coloro a cui è stato diagnosticato il Disturbo Bipolare a seguito della diagnosi di Endometriosi, sono state considerate come “indice di incidenza”. Sono stati raccolti dati demografici di base che potrebbero influenzare il rischio di sviluppare Disturbo Bipolare, tra cui l’età (<25, 25-35,> 35) e la comorbilità fisica data dal punteggio del CCI (0, 1–2, ≥3)  (Rowland & Marwaha, 2018). Il punteggio CCI è stato calcolato sommando l’incidenza di 19 condizioni mediche, basandosi sul potenziale che esse potessero esercitare sull’indice di mortalità. È stato utilizzato per quantificare le relazioni di comorbidità complessive presenti fra le malattie fisiche delle pazienti (Charlson et al., 1987). Successivamente è stata presa in considerazione la possibile influenza delle cure ormonali quali, ad esempio, contraccettivi o farmaci per la cura progestinica rispetto all’esordio del Disturbo Bipolare. Coloro che si erano sottoposte ad una terapia ormonale sono state suddivise in due sottogruppi: terapia a breve termine e terapia a lungo termine. Infine sono state indagate le possibili relazioni fra trattamento chirurgico per l’Endometriosi ed incidenza di diagnosi di Disturbo Bipolare.

Dal campione rappresentativo preso in esame è emerso che le donne affette da Endometriosi hanno più probabilità di sviluppare un Disturbo Bipolare rispetto al gruppo di controllo non affetto da Endometriosi. Inoltre, un punteggio CCI basale più alto potrebbe rappresentare un potenziale fattore di rischio per lo sviluppo di un Disturbo Bipolare.

Possibili spiegazioni del legame tra Endometriosi e Disturbo Bipolare

Il legame tra Endometriosi e Disturbo Bipolare potrebbe avere diverse spiegazioni: in primo luogo le risposte immunologiche e infiammatorie causate dall’Endometriosi portano alla formazione delle citochine (Zondervan et al., 2018), le quali possono causare disturbi dell’umore o del comportamento contribuendo così allo sviluppo di un Disturbo Bipolare (Brietzke et al., 2009; Rege & Hodgkinson, 2013). In secondo luogo, l’Endometriosi può esacerbare gli sbalzi d’umore in pazienti con una vulnerabilità subclinica al Disturbo Bipolare in presenza di dolore o di altre conseguenze correlate all’Endometriosi, come l’infertilità e la disfunzione sessuale (Pope et al., 2015). Infine, l’Endometriosi e il Disturbo Bipolare possono condividere un’eziologia comune attraverso l’ossitocina (Dinsdale e Crespi, 2017). Quest’ultima rappresenta un messaggero chimico presente nel corpo e nel cervello che contribuisce alla contrazione della muscolatura liscia, specialmente dell’utero durante il parto, (Bethlehem et al., 2013; Gimpl e Fahrenholz, 2001) ed ha un impatto positivo sui comportamenti prosociali caratterizzati da empatia, fiducia e sensibilità materna (Striepens et al., 2011). Nelle donne affette da Endometriosi, l’aumento del livello di ossitocina sembra contribuire all’aumento del movimento uterino causando la migrazione del tessuto endometriale oltre l’utero, mentre nel caso del Disturbo Bipolare un alto livello di ossitocina può aumentare l’attività sociale causando un episodio maniacale (Dinsdale e Crespi, 2017). Bisogna tenere presente che più comorbilità mediche possono aumentare ulteriormente il rischio di sviluppare un Disturbo Bipolare e che il succitato studio suggerisce che il trattamento ormonale o chirurgico dell’Endometriosi sembra avere un impatto limitato sul rischio di sviluppare un Disturbo Bipolare. In conclusione, sebbene sia emerso un legame tra Endometriosi e Disturbo Bipolare sarebbero necessari studi aggiuntivi per chiarire il meccanismo che collega le due condizioni.

La scrittura autobiografica nella condizione di malattia come ricerca e ricostruzione di un’identità perduta

Davanti alla malattia i pazienti si trovano a dover costruire una nuova narrazione che presuppone una revisione di convinzioni e aspettative, un cambio del punto di vista sugli eventi e talvolta un faticoso processo di reinterpretazione di sé stessi. Con il termine patografia si intende una pratica letteraria che consiste in una narrazione biografica scritta che ha per oggetto un’esperienza di malattia.

 

L’esperienza di malattia e il confronto con il pensiero e la paura della morte portano spesso il paziente a porsi degli interrogativi sul senso della propria esistenza, ma soprattutto lo conducono verso una rielaborazione della vita vissuta, delle esperienze passate, che possono essere riviste e re-interpretate da un’ottica completamente diversa, attribuendo significati nuovi e facendo spazio, nella propria narrazione, all’evento malattia. Proprio questa ricerca di significato è ciò che può caratterizzare i racconti dei pazienti che vivono una condizione patologica. Questo perché la malattia rappresenta una frattura nella trama narrativa dell’esistenza che interrompe il flusso lineare degli eventi e sconvolge le rappresentazioni mentali, i ruoli e le dinamiche sociali e relazionali del paziente (Bert, 2007); è necessario che venga integrata nella propria narrazione affinché non rimanga un evento sospeso, privo di significato, sconnesso dagli altri elementi caratterizzanti la storia dell’individuo, sottraendosi così a qualsiasi possibilità di elaborazione e accettazione. La perdita di senso è quindi insita nell’esperienza di malattia soprattutto nei casi di malattie croniche o terminali, in cui si stravolgono i consueti sistemi di significati, così come le aspettative, i progetti futuri, le possibilità di realizzazione; viene meno la sensazione di esercitare un controllo sulla propria vita mentre si apre il pensiero alla precarietà e della perdita di speranza. Tutto questo può spingere l’individuo malato ad una ancora più affannosa ricerca di senso, che può diventare però anche uno stimolo e una risorsa per affrontare le situazioni più difficili. I pazienti si trovano quindi a dover costruire una nuova narrazione che presuppone una revisione di convinzioni e aspettative, ma soprattutto un cambio del punto di vista sugli eventi e talvolta un faticoso processo di reinterpretazione di sé stessi (Bruzzone, 2018). Ciò che il paziente racconterà di sé attraverso le sue narrazioni, definirà la sua identità che spesso, in condizioni di malattia, viene aggredita e compromessa. La narrazione permette di costruire nuove storie capaci di curare le ferite dell’anima, quelle che persistono anche quando la malattia come processo patologico appare superata. In questo senso guarire significa guarire dalla malattia intesa come “problema” appartenente al malato, come il suo personale discorso e non solo come processo biologico, significa raccontare una nuova storia di vita (Bert, 2007). Possiamo dire che la narrazione rappresenta quindi una via attraverso cui dare nuova forma alla propria identità.

La patografia

Con il termine patografia si intende una pratica letteraria, particolarmente diffusa a partire dal Novecento, che consiste in una narrazione biografica scritta che ha per oggetto un’esperienza di malattia. Il narratore, che corrisponde poi all’autore, può essere il paziente stesso o una persona a lui vicina. Nelle patografie, il racconto può limitarsi all’evento malattia nelle sue diverse fasi, o trasformarsi in una rilettura dell’intera biografia alla luce della nuova condizione patologica. I motivi invece, che sottendono il bisogno di raccontare la malattia sono molteplici: ad esempio la denuncia di un determinato stato di cose, il racconto di una rinascita dopo la malattia, il ripercorrere la vicenda medica e, forse il motivo più importante, la ricerca di nuovi significati che favoriscano un’elaborazione dell’esperienza attraverso la costruzione di una storia dotata di nessi cronologici e causali (Loddo, 2015). Oggi è possibile ritrovare un’ampia varietà di patografie, scritte da pazienti comuni o personaggi noti; sebbene non si tratti quindi sempre di scrittori professionisti, questi scritti hanno indubbiamente un impareggiabile valore come testimonianze e stimolo per i lettori che possono trovarsi ad affrontare situazioni simili a quelle raccontante.

Il caso di Riccardo

Riccardo è un paziente di 65 anni affetto da una malattia neurodegenerativa progressiva che produrrà, in un tempo relativamente breve, una graduale perdita della motricità degli arti superiori e inferiori.

La presa in carico del paziente avviene in un momento particolarmente difficile del percorso di malattia ovvero quando egli inizia ad esperire i primi significativi peggioramenti e quindi le prime perdite funzionali. Riccardo non si muove più autonomamente, cammina solo con l’aiuto di un deambulatore, è compromesso l’utilizzo degli arti superiori e sta andando incontro ad una disfunzione diaframmatica sempre più importante. Nel momento del nostro primo colloquio Riccardo è molto diffidente sebbene si mostri aperto al dialogo; la rabbia è l’emozione predominante nel suo atteggiamento verbale e non verbale. È possibile pensare che la rabbia fosse in quel momento l’unica strategia, sebbene difensiva, che Riccardo era riuscito a trovare per mantenersi in equilibrio. Ho compreso quindi fin da subito che era necessario trovare un chiave giusta per entrare nel mondo di quel paziente, un qualcosa che mi consentisse di “agganciarlo” per poi offrirgli un appiglio. Fin dal primo colloquio Riccardo mi racconta di sua spontanea volontà il suo percorso di malattia, il momento della diagnosi, il decorso e, infine, la sua vita prima dell’esordio. Riccardo accoglie difficilmente i miei interventi, per lui è difficile sentirsi compreso, la rabbia prevale su qualsiasi altro vissuto e diventa lo sfondo di ogni sua conversazione. Nonostante ciò, è evidente la sua voglia di vivere, la sua tendenza a ricercare ancora uno stimolo per andare avanti, nonostante sia pienamente consapevole della prognosi di malattia. A distanza di circa tre colloqui, Riccardo inizia ad acquisire fiducia soprattutto perché inizia a comprendere che la mia presenza è funzionale a contenere i suoi vissuti, compresa la rabbia, e che può sentirsi libero di esprimersi. Nel corso di un colloquio mi spiega quindi che gli piacerebbe raccontare come la sua vita è cambiata in seguito alla diagnosi, raccontare di quelli che erano i suoi progetti e di come sta cercando di far fronte a questo momento drammatico, rivolgendosi in particolare ai pazienti che si trovano nella sua medesima condizione. È così che nasce l’idea di trasformare i suoi racconti in un libro. Un libro che parlasse della sua vita prima della diagnosi, delle sue esperienze, e poi delle sue trasformazioni, delle sue scelte, delle debolezze ma anche dei punti di forza.

Di seguito riporto un frammento di un dialogo con il paziente che racconta in particolare i suoi vissuti e stati d’animo e che consente di evidenziare la forza vitale che la narrazione è riuscita a sprigionare pur nella condizione di malattia.

L’obiettivo è il domani, quello che farò domani. La malattia ti mette in continuazione in difficoltà, ma il vero dramma per me è desiderare ancora di fare le cose normali, come tutti, come prima. Perché questa malattia ti dice di stare fermo, di rinunciare a tutto e ti pone in una condizione di dipendenza continua dagli altri, dagli altri che non sempre possono capire, anche se ti amano… e tu sei sempre più impotente e sempre più vulnerabile. E non riesco a spiegarmi perchè la mia mente lavora ancora in positivo pensando che prima o poi guarirò! Eppure, lo sento che ogni giorno peggioro… ma non voglio pensare al peggio… voglio pensare che io sia sempre lo stesso, nonostante tutto. Nei fatti, la malattia, non ti fa più camminare, non ti fa più fare le cose, ma la persona rimane uguale, io sono lo stesso, la mia mente funziona sempre bene anche se è spaccata in due: una parte gode di quello che ho e una parte si dispera per quello che un posso più avere. Ma io sono un illuso e penso che un giorno tornerò alla mia vita di prima!! Ma quella, forse, è solo speranza, non illusione.

 

Paternità. Nuovi padri in bilico tra alleanza e complicità (2021) a cura di Marina D’Amato – Recensione

Il tema di Paternità. Nuovi padri in bilico tra alleanza e complicità è certamente d’attualità. Il modo di interpretare il ruolo paterno, infatti, si è sostanzialmente modificato negli ultimi decenni.

 

Si è concordi nell’affermare che il sempre più massiccio ingresso delle donne nel mondo del lavoro sia stato il fattore più importante nel provocare una modifica dei ruoli genitoriali. Nel nostro paese si considera la metà degli anni sessanta come data d’inizio di questo fenomeno di massa. Il paterno non è più il nome dell’autorità e sempre più padri sono impegnati, anche con entusiasmo, nello svolgere funzioni di accudimento, in passato di esclusivo appannaggio delle madri. Non a caso, in una ricerca citata nella prefazione, svolta con studenti di un corso universitario di Scienze della Formazione a cui era stato chiesto di indicare con una sola parola quale fosse il tratto saliente del proprio padre, la risposta più frequente è stata “dolcezza”. Abbiamo dunque dei padri che sono mammi? Ma è davvero così? Ed i ruoli genitoriali sono davvero interscambiabili?

La curatrice del volume, Marina D’Amato, è una sociologa che è stata docente presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, attualmente professore emerito, che negli anni ha collaborato con molte istituzioni accademiche straniere ed ha ricevuto importanti incarichi dirigendo istituzioni pubbliche e commissioni dedicate all’infanzia. Numerose le sue precedenti pubblicazioni, molte delle quali dedicate al mondo dei bambini e al loro rapporto con le tecnologie.

Il testo, nelle pagine successive alla ricca introduzione della curatrice, è suddiviso in due parti per un totale di 13 contributi, di lunghezza assai diversa tra loro. La prima osservazione riguarda il dato che, mentre i capitoli scritti da autrici affrontano il tema della paternità in modo più ampio, quelli degli autori maschili sono invece quasi sempre dedicati esclusivamente al tema del padre separato. Anche il capitolo della Ardone in effetti si occupa dell’evento separativo, facendo riferimento alla mediazione familiare e soprattutto al modello adottato da lei e alle attività del suo gruppo di lavoro. Di fatto nel suo contributo il tema del paterno è tutto sommato secondario e non affrontato. Fa eccezione, tra gli articoli “maschili” il capitolo di Spallacci, che commenta uno studio statistico quali-quantitativo sui mutamenti della paternità nel nostro paese e fornisce utili informazioni in merito. In effetti, tutti i contributi della prima parte sono più estesi, mentre nella seconda parte si tratta di contributi prevalentemente di poche pagine, che sembrano più un’appendice che descrive la posizione dei papà separati.

Tra i vari contributi, quello che mi è parso maggiormente fuori contesto mi è sembrato il capitolo di Covato dedicato all’esperienza dell’accudimento paterno nell’Ottocento (ma, beninteso, si tratta esclusivamente di un parere personale). Il tema è troppo vasto per poter essere trattato con pochi esempi tratti da storie reali. Interessante il contributo della Argentieri, dedicato al rapporto tra padri e figlie femmine ed in particolare a quelle situazioni familiari in cui sono i padri a fornire le prime cure in età precoce.

Il tema della paternità è sicuramente molto ampio e forse è un limite aver dato nel libro troppo spazio al padre separato, che sicuramente è un tema importante, ma non è l’unica declinazione della paternità. Ad esempio, sarebbe stato interessante un contributo concernente la paternità nelle coppie omosessuali, questione oggi al centro del dibattito pubblico. Anche l’argomento dell’età anagrafica in cui si diventa padri, oggi ci sono persone che diventano genitori a sessant’anni, è interessante.

Certamente una materia così ampia non può essere affrontata in modo esaustivo in un volumetto di circa 120 pagine, ma in ogni caso il testo può essere considerato un utile strumento per chi vuole iniziare ad approcciare tale argomento. Probabilmente il volume è pensato come un libro di testo che, insieme ad altri, serve per preparare un esame universitario.

Per chi invece volesse approfondire dal punto di vista psicologico il ruolo e la funzione del padre consiglio il libro di Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, tradotto in molte lingue e divenuto punto di riferimento per gli studi sull’evoluzione della paternità. Lo psicoanalista junghiano, che ha lavorato anche in Svizzera e negli Stati Uniti, ha dedicato al tema anche numerose interviste reperibili in rete.

 

Il nostro cervello: autonomo, potente e dinamico definisce chi siamo durante tutto il corso della nostra vita

Il nostro cervello è una macchina fantastica, complessa e ancora per certi versi misteriosa. Ci consente di essere ciò che siamo e fare ciò che facciamo senza richiedere il nostro diretto intervento.

 

Autonomo, potente e dinamico è infatti la cosa più importante che abbiamo perché ci rende ciò che siamo stati, chi siamo ora e ci consentirà di essere ciò che diventeremo.

Noi stessi infatti siamo il nostro meraviglioso cervello, per questo siamo unici: cosa possiamo fare per preservarlo? Come tutto il nostro corpo, infatti, anche il cervello beneficia di una sana e consapevole attività.

Se noi siamo il nostro cervello siamo in grado di fare tutto ciò che è in nostro potere per mantenerlo attivo. Se lui è attivo, lo saremo anche noi e viceversa.

Il nostro cervello: un lavoro ininterrotto

Il nostro cervello lavora ininterrottamente senza la nostra diretta consapevolezza. Svolge i compiti per cui è stato programmato con naturalezza: calibrato in ogni suo aspetto, gestisce, smista, organizza e indirizza un numero innumerevole di flussi informativi senza che ce ne rendiamo conto.

Compie in tempo reale una serie complessa di calcoli per decodificare le informazioni che provengono dalle diverse strutture periferiche a cui è connesso e, simultaneamente, produce informazioni che invia in tempo reale ai centri preposti a compiere ad esempio un’azione di cui abbiamo coscienza (alzarsi da una sedia) o di cui non abbiamo diretta coscienza (la respirazione).

Se pensiamo al nostro encefalo come ad un hardware e alla mente come ad ad un software, le informazioni che vengono processate funzionano come algoritmi che producono soluzioni specifiche in seguito a richieste precise.

Nel processare le informazioni, il cervello cambia costantemente: apprende a rimanere efficiente in modo del tutto funzionale e proprio per questo è da considerarsi un sistema unico e per certi versi imprevedibile.

Ciò che lo rendere speciale, infatti, è il principio stesso che lo guida, ovvero il cambiamento: il nostro encefalo non è mai statico, non è mai passivo, è un sistema completamente adattivo, in continuo divenire nel tempo dal momento in cui nasciamo fino alla fine della sua vita.

Nel suo modificarsi, spesso il nostro cervello deve fare fronte a situazioni difficili che lo obbligano a trovare modalità alternative di funzionare per consentire a tutto il sistema di continuare a ricoprire il suo ruolo in modo ottimale. Un cervello che avanza con l’età, si rimodella sempre, anche di fronte a danni più o meno gravi che possono colpirlo.

Le cellule neuronali si connettono tra loro per motivi precisi e nel farlo creano nuovi legami che si traducono in nuove funzionalità. I nuovi legami spesso servono anche ad affrontare, risolvere o gestire malfunzionamenti che possono insorgere durante il corso della sua esistenza.

Per quanto possa essere considerata una macchina perfetta, tuttavia, il nostro cervello non è una macchina. È la fonte di ciò che siamo noi, ovvero esseri umani imperfetti che cambiano ininterrottamente, in ogni nostro ambito di vita, dal momento in cui veniamo concepiti.

Il nostro cervello: prendersi cura della nostra mente

Tutto quanto descritto fino ad ora accade senza che ce ne rendiamo conto: ora che leggiamo queste parole – per quanto ci riteniamo specializzati in materia – stiamo fornendo alla nostra mente nutrimento per nuovi pensieri o idee e questo crea nuova linfa al nostro hardware.

Siamo quindi tutti molto ricchi, in quanto abbiamo con noi uno strumento unico nella sua specie. Divenire consapevoli di questo prezioso strumento ci rende responsabili del fatto che averne cura significa avere cura di noi stessi e del nostro futuro.

Per quanto in nostro potere, la nostra mente – intesa come software – va nutrita ed esercitata per poter mantenere attivo l’hardware che la rende efficiente. Con infatti l’esercizio potremo rafforzare e fortificare le sue funzionalità intrinseche.

Se stimoliamo la nostra mente con uno stato di apprendimento continuo, questo a sua volta influirà su tutte le strutture che, per loro natura, sono strettamente connesse alla funzionalità che andremo a stimolare.

Imparare a fare qualcosa di nuovo, apprendere un concetto nuovo, fare nuovi movimenti, nuove esperienze, socializzare, parlare con le persone, sono tutte fonti inesauribili di potenziamento del nostro cervello e di noi stessi. Averne coscienza ci farà senz’altro apprezzare maggiormente il valore di ogni nostro pensiero e di ogni nostra azione.

 

Il ruolo dell’olfatto nei veterani di guerra con PTSD

È importante studiare il funzionamento del sistema olfattivo per comprendere i processi cerebrali coinvolti nel Disturbo da Stress Post Traumatico. Poiché l’anatomia del sistema olfattivo coinvolge le stesse strutture del cervello che supportano la memoria dichiarativa e l’elaborazione delle emozioni, gli odori possono innescare ricordi di esperienze traumatiche

 

L’olfatto svolge diverse funzioni per gli esseri umani tra le quali la comunicazione sociale, il legame, la regolazione del comportamento alimentare (Beauchamp & Mennella, 2009) e la rilevazione di minacce: ci mette in allarme da un incendio, una fuga di gas, un cibo potenzialmente nocivo, è dunque fondamentale per la sopravvivenza.

Sistema olfattivo e PTSD

Alcuni studi della letteratura hanno dimostrato un aumento di rilevamento degli odori e dell’eccitazione simpatica tra cui la frequenza cardiaca (HR) e la conduttanza cutanea (SCL) in corrispondenza di odori legati alla paura, odori sgradevoli, ansia di tratto o disturbi d’ansia (Pacharra et al, 2016). Per quanto riguarda il disturbo da stress post traumatico (PTSD) non è chiaro se un odore possa provocare disfunzioni autonomiche e di attenzione legate ad una minaccia, in quanto spesso gli studi utilizzano stimoli uditivi o visivi. Negli ultimi 40 anni, c’è stato un interesse sporadico in quello che è comunemente noto come fenomeno Proust, in cui le memorie autobiografiche vengono recuperate e vissute in modo diverso se evocate da odori rispetto ad altri tipi di segnali, come le parole, le immagini o i suoni. Il fenomeno Proust, si riferisce a un passaggio del libro di Marcel Proust, “Swann’s Way” (1913). In questo passaggio, l’autore descrive in modo molto dettagliato come l’odore, tra gli altri segnali, di un biscotto gli faccia riemergere un ricordo a lungo dimenticato della sua infanzia. La ricerca sulla memoria per gli odori ha dimostrato infatti che questi ultimi possono essere dimenticati a un ritmo più lento rispetto ad altri tipi di stimoli (Engen & Ross, 1973). Inoltre, gli odori sembrano essere efficaci segnali contestuali della memoria (Hackländer e Bermeitinger, 2017) e la memoria autobiografica sembra funzionare in maniera differente quando i ricordi personali sono associati a odori rispetto ad altri tipi di segnali.

È importante, quindi, studiare il funzionamento del sistema olfattivo per comprendere i processi cerebrali coinvolti nel PTSD. Poiché l’anatomia del sistema olfattivo coinvolge le stesse strutture del cervello che supportano la memoria dichiarativa e l’elaborazione delle emozioni (cervello limbico e circuiti del lobo temporale mediale), gli odori possono innescare ricordi antichi ed emotivi tra cui ricordi di esperienze traumatiche (Willander & Larsson, 2006). Diversi studi in letteratura hanno studiato l’effetto di alcuni odori di bruciato legati a esperienze di combattimento, sui veterani di guerra in Iraq e in Afghanistan, trovando un significativo aumento dell’angoscia provocata dagli odori in soldati con PTSD. Sembra quindi che esista una relazione tra trauma, sensibilità agli odori e disturbo da stress post traumatico: alcuni risultati hanno dimostrato che l’HR suscitato dagli odori aumenta in funzione della valenza edonica negativa (sgradevolezza) e che i veterani di combattimento con PTSD considerano l’odore di bruciato come sgradevole e che provoca forte angoscia legata al trauma (Cortese et al., 2015).

Un studio su olfatto e PTSD

Inoltre, uno studio di Croy e colleghi del 2010 ha misurato i potenziali chemiosensoriali correlati agli odori in adulti che avevano subito maltrattamenti infantili, riportando un aumento della gravità dei sintomi del disturbo da stress post traumatico e un’elaborazione più rapida degli odori spiacevoli. Wilkerson e colleghi, nel 2018, hanno condotto uno studio per comprendere la reattività autonoma suscitata da alcuni odori nei veterani di guerra (con o senza PTSD), determinandone la relazione con la sensibilità agli odori, le valutazioni degli odori di ciascun soggetto e infine la sintomatologia del PTSD provocata da un odore. Gli autori ipotizzavano che ci fossero dei cambiamenti maggiori in SCL e HR provocati da un odore nei veterani con PTSD rispetto ai soldati sani. Inoltre si aspettavano che l’odore di bruciato provocasse dei cambiamenti fisiologici correlati positivamente alle valutazioni dell’intensità e della sgradevolezza dell’odore e ai sintomi del disturbo da stress post traumatico. Per lo studio sono stati reclutati veterani della guerra in Iraq o in Afghanistan con diagnosi di PTSD (CV+DPTS) e senza (CV-PTSD), valutata tramite la Clinician Administered PTSD Scale (CAPS; Blake et al., 1995). Ai soldati sono state somministrate la Combat Exposure Scale (CES; Keane et al., 1989), per determinare il grado in cui sono stati sperimentati fattori di stress da guerra; la Smell Threshold Test TM (STTTM; Doty, 2009): una serie di bottiglie da annusare contenenti alcol etilico fenile (PEA), un odore neutro “simile alla rosa” per valutare la sensibilità generale degli odori. Inoltre ai veterani sono stati presentati stimoli odorosi (Cortese et al., 2015) alcuni relativi a possibili ricordi traumatici (es.: gomma che brucia), altri invece piacevoli (es.: lavanda). Tramite scale analogiche (VAS) sono state valutate l’intensità dell’odore, la sgradevolezza e i sintomi del PTSD provocati dall’odore (rivivere ricordi legati all’odore, evitamento/stordimento, iperarousal). Infine sono state rilevate diverse misure fisiologiche tramite il sistema di acquisizione dati MP150 e il software AcqKnowledge 4.1 per Windows e i valori di SCL e HR in serie da 90 secondi (LaRowe et al., 2007).

I risultati, coerentemente con le ipotesi, mostrano che l’intensità dell’odore e le valutazioni di sgradevolezza per gli odori “di bruciato” sono aumentati significativamente nei CV + PTSD rispetto ai CV – PTSD. Inoltre, tali odori erano significativamente più efficaci di quelli piacevoli nel suscitare i sintomi del PTSD nei veterani (CV+DPTS). In aggiunta, la sensibilità per gli odori di bruciato sembrerebbe correlare con il tempo trascorso dal trauma nei (CV+DPTS): contrariamente ai sintomi generali del PTSD che di solito diventano meno gravi, la sintomatologia innescata dall’odore può intensificarsi con il tempo (Perkonigg et al., 2005). Le variazioni di HR e di SCL correlate a maggiore intensità e valenza negativa degli stimoli odorosi sono state invece variabili; la diminuzione della frequenza cardiaca e della conduttanza cutanea provocata da stimoli minacciosi può essere, però, una strategia di sopravvivenza per evitare l’individuazione dei predatori, caratterizzata da immobilità/congelamento comportamentale e decelerazione della frequenza cardiaca (Lang et al., 2011).

Infine, i risultati mostrano una maggiore sensibilità per gli odori di bruciato dopo un trauma da combattimento, che provoca evitamento e risposte fisiologiche alterate per far fronte all’intensificazione di tale sensibilità. In conclusione i risultati ottenuti e ulteriori indagini approfondite potrebbero dimostrare i benefici per alcuni individui dell’integrazione di stimoli odorosi nei trattamenti comportamentali del disturbo da stress post traumatico (Wilkerson et al., 2018).

Gli effetti della distrazione sull’assunzione di cibo: come può aiutare a diminuire un comportamento alimentare restrittivo

Diversi studi hanno messo a confronto l’intervento di mindful eating con l’intervento di distrazione e hanno osservato come possono influire sull’ansia delle persone con disturbi alimentari durante i pasti.

 

Spesso si può pensare che l’assunzione di cibo sia correlata solo a fattori biologici come la sensazione di fame o di pienezza, tuttavia sono numerosi i fattori che entrano in gioco. In particolar modo si è osservato che sia gli aspetti psicologici che fattori esterni rivestono un ruolo importante.

Difatti, per le persone che soffrono di Disturbi Alimentari, l’atto del mangiare cela un mondo, ove risiedono tutte le preoccupazioni relative al peso e alle forme del corpo.

Per loro la circostanza del pasto è il momento più difficile e delicato, si manifestano i pensieri ostili e le emozioni negative. Questi sono aspetti critici e possono rappresentare degli ostacoli non indifferenti alla riabilitazione psiconutrizionale, pertanto alla rottura del ciclo di mantenimento del disturbo alimentare.

Disturbi alimentari e atteggiamento mindful o mindless: cosa potrebbe alleviare quei momenti?

Numerosi studi si sono concentrati sul ruolo che l’attenzione e la distrazione possono avere sulla regolazione dell’assunzione di cibo.

L’atteggiamento mindful rispecchia l’alimentazione consapevole ove ogni sensazione legata al mangiare viene monitorata (Wansink & Sobal, 2007). Si favorisce sia la percezione degli stati interni legati alla fame che agli stati esterni legati alla piacevolezza del cibo, al contesto sociale e ambientale. Difatti, la mindfulness è una strategia terapeutica che insegna a rimanere nel momento presente usando un atteggiamento non giudicante. Essa è utilizzata per ridurre comportamenti di evitamento derivati dall’ansia, che nei disturbi alimentari possono equivale ad esempio al tagliare il cibo in piccoli pezzi o al mangiare velocemente.

L’atteggiamento mindless, invece, è rappresentato da un comportamento opposto, ovvero dal mangiare in modalità automatica, senza un’elaborazione cosciente ed è favorito dalla distrazione.

Diversi studi scientifici hanno messo a confronto l’intervento di mindful eating con l’intervento di distrazione e hanno osservato come possono influire sull’ansia delle persone con disturbi alimentari durante il momento del pasto. È stato dimostrato che l’alimentazione consapevole non produce benefici e provoca un aumento di ansia e un maggior senso di pienezza rispetto alla condizione di distrazione (Warren et al., 2013). Inoltre, si è osservato che l’attenzione focalizzata può causare la sovrastima della quantità di cibo assunta (Long et al., 2011). Quindi, il mindful eating potrebbe essere iatrogeno (Warren et al., 2013).

Il ruolo della distrazione nei disturbi alimentari

La distrazione può avere un impatto incisivo nella regolazione dell’assunzione di cibo e dei cambiamenti dello stato di fame e del desiderio di mangiare. Essa attiva una modalità in cui i fattori esterni non permettono una elaborazione cosciente del mangiare e di rilevare tutti i cambiamenti di stato interni.

La distrazione ha una natura multidimensionale e la ricerca scientifica ha individuato due forme legate all’alimentazione: la distrazione dalla sensazione fisica di fame e la distrazione dal compito del mangiare. Uno studio del 2012 ha valutato l’effetto che diverse attività distraenti, come guardare la TV o guidare, possono avere sull’assunzione di cibo e sul desiderio di mangiare, rispetto a una condizione in cui si mangia da soli senza distrazioni. La ricerca ha constatato che le persone davanti alla tv tendono a mangiare di più, perché l’attenzione è distolta dalla fame e non dal compito. Mentre la guida distrae da entrambe le modalità comportando un consumo minore di cibo. Infine, mangiare da soli permetteva un’attenzione più consapevole comportando una riduzione delle quantità e del desiderio di mangiare (Ogden et al., 2012).

Quindi attività distraenti, che non richiedono sforzi cognitivi, permettono di distogliere il focus attentivo dalla fame e di mantenerlo nell’attività del mangiare. Di conseguenza, viene promosso un aumento della quantità di cibo assunto.

Dati questi risultati, nelle cliniche specialistiche dei disturbi dell’alimentazione, gli operatori che offrono assistenza ai pasti possono considerare l’intervento di distrazione come ausilio alla riabilitazione nutrizionale.

 


 

Plasticità neuronale: memoria e apprendimento

Memoria e apprendimento sono manifestazioni della plasticità neuronale, cioè della capacità del sistema nervoso di adattarsi a cambiamenti dell’ambiente interno o esterno.

 

L’apprendimento è il processo mediante il quale le nostre esperienze modulano e cambiano il sistema nervoso e il comportamento: esso, pertanto, implica cambiamenti, che si verificano a livello delle connessioni sinaptiche. Il processo di apprendimento ha inizio con la trascrizione del segnale a livello della corteccia cerebrale: se il segnale inviato dalla corteccia cerebrale all’ippocampo è forte e ripetuto a lungo si formano nuovi ricordi a lungo termine che vengono trasmessi alla corteccia cerebrale, dove vengono immagazzinati. Alterazioni nell’ippocampo interferiscono con la formazione di nuovi ricordi, senza però influenzare quelli già preesistenti.

Le connessioni sinaptiche – alla base della memoria e dell’apprendimento – possono modificarsi nel tempo secondo un fenomeno noto come plasticità neuronale: tendiamo a ricordare o, in alternativa, dimenticare informazioni proprio perché l’uso frequente di una sinapsi la rafforza mentre il suo mancato utilizzo porta alla sua eliminazione. La sinapsi è una giunzione tra il bottone terminale di un assone e la membrana del neurone post sinaptico: la principale via di comunicazione tra i neuroni è per l’appunto la trasmissione sinaptica, in quanto l’assone veicola, in forma di potenziale d’azione, il messaggio neurale. Una stimolazione elettrica prolungata e ad alta frequenza del neurone pre sinaptico rafforza la sinapsi con quello post sinaptico: tale fenomeno prende il nome di potenziamento a lungo termine.

Le connessioni sinaptiche meglio caratterizzate sul fronte della memoria e dell’apprendimento sono le connessioni sinaptiche presenti nell’ippocampo – regione limbica deputata al consolidamento della memoria – che utilizzano come neurotrasmettitore il glutammato. Il glutammato, a seguito di una stimolazione elettrica, viene liberato nella fessura sinaptica, cioè la fessura frapposta tra la membrana pre sinaptica e quella post sinaptica; dopodiché raggiunge la membrana del neurone post sinaptico, dove lega i suoi recettori specifici, ossia i recettori NMDA e AMPA.

Il potenziamento a lungo termine avviene in due fasi.

Nella fase precoce gli ioni calcio avviano un processo di trasduzione del segnale attivando le proteine che facilitano la comunicazione sinaptica attraverso la fosforilazione dei recettori AMPA già presenti o reclutando ulteriori recettori AMPA ed esponendoli sulla membrana post sinaptica; questa prima fase è considerata la fase biologica della memoria a breve termine, che perdura per poche ore. Le informazioni per essere ricordate necessitano di essere consolidate, ma la consolidazione è labile ed altamente suscettibile a cancellazione (oblio).

Nella seconda fase, cruciale per la formazione di ricordi a lungo termine, subentra l’intervento di specifici neurotrasmettitori capaci di modificare il funzionamento da un processo transitorio ad un processo stabile di conservazione delle informazioni che si accompagna alla crescita di nuove connessioni sinaptiche. I neurotrasmettitori coinvolti sono:

  • noradrenalina, utilizzata dal locus coeruleus, uno dei nuclei della formazione reticolare che apporta un effetto eccitatorio sulle funzioni cerebrali; il sistema noradrenergico è collegato allo stato di vigilanza (arousal), fondamentale nei processi di apprendimento e memorizzazione;
  • acetilcolina, implicata nell’elaborazione delle informazioni a livello delle funzioni cerebrali superiori;
  • dopamina, la stessa sostanza implicata negli effetti di rinforzo delle droghe e nelle dipendenze. Viene rilasciata da stimoli di rinforzo in regioni cerebrali quali i gangli della base e l’ippocampo dorsale ed è fondamentale nei processi di apprendimento e memorizzazione;
  • neuropeptidi.

Dal punto di vista cerebrale, le strutture neuroanatomiche coinvolte nei processi della memoria sono principalmente le cortecce associative temporali, il complesso ippocampale, le aree corticali e sottocorticali e la corteccia prefrontale.

 

Un disturbo alimentare invisibile

La persona con ortoressia non ricerca un programma alimentare dietetico con lo scopo di perdere peso o migliorare la propria salute, bensì sperimenta un’ossessione patologica per il consumo di cibi sani e biologici.

 

L’ortoressia nervosa (ON) è un termine introdotto da Steven Bratman nel 1997, in un articolo sulla rivista Yoga Journal (Atzeni, Converso e Loera, 2021), con criteri che descrivono una preoccupazione ossessiva per il consumo di cibo ‘sano’ e focalizzata sulla qualità e sulla composizione degli alimenti (Moroze et al., 2015). Nello specifico, i soggetti che ne soffrono tendono a seguire una dieta sbilanciata, che porta nel tempo all’esclusione di determinate classi di alimenti, in funzione della purezza alimentare: si sentono in colpa se ‘trasgrediscono’ mangiando cibo impuro (Moroze et al., 2015). I soggetti che ne soffrono temono di assumere cibo considerato ‘malsano’, evitando cibi composti da derivati, additivi o sostanze considerate nocive, spendendo molte ore (almeno più di due al giorno) e soldi per cercare un tipo di alimentazione salutare.

Tale preoccupazione eccessiva, che compromette la salute fisica e fa sperimentare ai soggetti un notevole stress a causa delle credenze sul cibo (Moroze et al., 2015), può essersi sviluppata come un’estremizzazione dell’attenzione dedicata alla qualità degli alimenti: come riportò Pollan (2006) nel Paradosso dell’onnivoro, tale focalizzazione attentiva può essere vista come una strategia di coping nei confronti del ‘cibo spazzatura’ occidentale, ipernutriente e contaminato da molti conservanti chimici, che porta al suo evitamento con la preferenza di prodotti orientali come zenzero, papaya o bacche di gogji (Pollan, 2006; Atzeni, Converso e Loera, 2021). La persona ortoressica non ricerca un programma alimentare dietetico con lo scopo di perdere peso o migliorare la propria salute, bensì sperimenta un’ossessione patologica per il consumo di cibi sani e biologici (Atzeni, Converso e Loera, 2021).

Teorie sull’ortoressia nervosa

Secondo la teoria di Bratman, l’ortoressia percorre due tappe specifiche: la prima, definita come ‘innocente’ e ‘meritevole’, consiste sostanzialmente nel cambiamento delle proprie abitudini alimentari in funzione di un miglioramento, sia in termini fisici che salutistici. Nella seconda tappa, con l’incremento del rigore alimentare rispettato e con il conseguente aumento di autostima, si sviluppa una vera e propria ossessione patologica nei confronti degli alimenti, ossessione che porta i soggetti alla ‘spiritualità della cucina’, cioè a spendere la maggior parte del tempo nella pianificazione, nell’acquisto, nella preparazione e nel consumo dei pasti (Atzeni, Converso e Loera, 2021).

Dopo la teoria di Bratman (1997), altri autori cercarono di dare una definizione all’ortoressia nervosa: Donini (2004) la definì come un ‘comportamento salutare fanatico’ che nasce dalla comorbilità tra un disturbo alimentare ed un disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, mentre Bagci Bosi (2007) si focalizzarono sul desiderio alimentare e su ‘atteggiamenti altamente sensibili nel comportamento alimentare’ (Atzeni, Converso e Loera, 2021, p. 207). Nicolosi (2006) definisce questa società come ‘ortoressica’, in quanto si è sviluppata progressivamente non solo la preoccupazione per il cibo, bensì anche la relazione triadica tra corpo, ideologie simboliche-identitarie (si pensi ai canoni di bellezza femminili odierni) ed etico-ideologiche (ad esempio, il veganismo). Dato che Bratman (2017) precisò che i criteri per l’ortoressia nervosa devono discriminare lo stile alimentare sano dalle fissazioni ossessive e dai comportamenti compulsivi, sono stati coniati differenti strumenti utili a misurare i sintomi correlati a questo disturbo.

Strumenti per rilevare l’ortoressia nervosa

Il primo strumento, coniato da Bratman e Knight (2000), è il Bratman Orthorexia Test (BOT) per indagare il tempo dedicato alla pianificazione alimentare, la quantità del cibo, la compromissione della qualità di vita correlata ad una rigida alimentazione sana, l’autostima, il perfezionismo e l’isolamento sociale (Atzeni, Converso e Loera, 2021). È composto da dieci domande a cui si può rispondere in modo affermativo o negativo. La scala più diffusa è la ORTO-15 (Domini et al., 2004; 2005), utile per rilevare la presenza di un’abitudine ossessiva nella scelta, nell’acquisto, nella preparazione o nel consumo di specifici alimenti: tale batteria, composta da 15 item, può essere utilizzata come screening (Atzeni, Converso e Loera, 2021). Gli strumenti messi a punto negli ultimi anni sono l’Eating Habits Questionnaire (EHQ; Gleaves et al., 2013) che è composto da 21 item utili a indagare i comportamenti alimentari salutari, le sensazioni positive ed eventuali problemi correlati ad uno stile alimentare disequilibrato. La Duesseldorf Orthorexia Scale (DOS; Barthels et al., 2015; Depa et al., 2017), suddivisa in tre sottoscale indaganti il comportamento alimentare ortoressico, l’evitamento degli additivi e la fornitura di minerali. La Teruel Orthorexia Scale (TOS; Barrada e Roncero, 2018) è comporta da 17 item per identificare i fattori correlati all’ortoressia sana e nervosa, infine la Barcelona Orthorexia Scale (BOS; Bauer et al., 2019) è stata sviluppata per identificare sei sottocategorie dell’ortoressia nervosa: dominio cognitivo, emotivo, comportamentale, conseguenze negative per la salute, negative per l’ordine sociale e la diagnosi differenziale (Atzeni, Converso e Loera, 2021).

Controversie sulla diagnosi di ortoressia nervosa

Nonostante la consistente attività teorica e gli strumenti sviluppati che evidenziano l’esistenza di un disagio psicologico correlato alla dimensione alimentare, l’impegno dei ricercatori non ha ancora portato all’inserimento della diagnosi di ortoressia nel DSM 5, in quanto non rientra tra i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione a causa della non identificazione di criteri diagnostici validati (Valente e Galimberti, 2018; Atzeni, Converso e Loera, 2021). Un altro motivo per cui non è stata inserita all’interno del DSM 5 riguarda i dubbi nel considerarla un disturbo a sé stante: condivide delle caratteristiche peculiari con l’anoressia (AN) e la bulimia nervosa (BN) circa i tratti perfezionistici e l’ansia elevata nei confronti della propria immagine corporea, nonché con il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) per i pensieri intrusivi e ricorrenti circa l’alimentazione e la salute, la preoccupazione legata al rischio di essere contaminati e al consumo dei pasti in modo ritualistico (Valente e Galimberti, 2018). Probabilmente, ciò che distingue l’ortoressia nervosa dal DOC è la natura egosintonica dei pensieri ossessivi sul cibo, consapevoli e coerenti con il proprio sistema di valori, bisogni e credenze (Valente e Galimberti, 2018).

La mente autistica. Le risposte della ricerca scientifica all’enigma dell’autismo (2021) di Giacomo Vivanti – Recensione

Nel volume La mente autistica l’autore delinea un quadro molto ampio su una delle condizioni più studiate al mondo: l’autismo.

 

La realtà è una massa confusa di eventi, persone, luoghi, suoni e cose, non ci sono confini tra le cose, non c’è un ordine, non c’è un significato. Consumo la maggior parte delle mie energie per cercare di capire il senso dietro questo caos (Jolliffe, Lansdown e Robinson, 1992)

Introduzione

Esiste un effetto corrosivo sulla placida meditazione del senso comune così come in chi, dall’altro lato del continuum, osanna le capacità non comuni di soggetti che appaiono diversi. È il caso dell’autismo. Si tratta di un discostamento dalla normalità vissuta nella pelle di chi deve fare i conti con un mondo ‘non a propria immagine e somiglianza’ e, per questo, un mondo che non rispecchia i propri stati mentali.

Se nello sviluppo tipico si guadagna l’interazione sociale con una certa facilità, nei soggetti autistici è l’uso del verbo al futuro (‘guadagnerai’). Lontana è la capacità della interazione come molti la conoscono, lontano è l’Eden sociale. L’autismo viene concepito come conflittualità di fondo, trattenuto ‘al di qua’ di una certa soglia stabilita per criterio statistico.

Autismo tra pregiudizi e nuovi modelli di intervento

In questo volume l’autore delinea un quadro molto ampio su una delle condizioni più studiate al mondo: l’autismo, esistito in tutte le epoche e in tutte le parti del mondo, anche se solo nel ventesimo secolo viene avanzato il concetto di autismo come categoria diagnostica. Questo interesse, di progressivo approfondimento, consolidatosi negli ultimi due decenni, ha portato i suoi frutti: sono stati spazzati via i pregiudizi degli anni cinquanta e sessanta, sono nati modelli di intervento di documentata efficacia e si sono raccolti dati in grado di illuminare molti aspetti della sindrome. Ciononostante, l’incremento della qualità e quantità nella ricerca scientifica sull’autismo sembra generare più domande che risposte.

In questo libro ampio di contenuti si tenta – da un lato mediante una ‘collezione’ di ricerche di largo rilievo, dall’altro con fine logica investigativa – di fornire al lettore una visione d’insieme sull’universo autistico.

Il suo punto di forza è certamente la capacità descrittiva in un susseguirsi ordinato di eventi che fanno comprendere il sistema chiuso dell’autismo antistante al sistema aperto del mondo sociale caratterizzato da un flusso continuo di novità e variazioni, ‘tipiche’.

Comportamenti come ‘giocare con i coetanei in cortile’ o ‘fare una conversazione con la persona seduta di fronte a me in mensa’ non si manifestano mai allo stesso modo, e le circostanze particolari in cui ci veniamo a trovare modellano infinite ‘eccezioni alla regola’ nelle norme del comportamento sociale. Invece, la meccanica dei movimenti di un treno sulle rotaie o la fisica dello spostamento di liquidi in un sistema idraulico obbediscono a regole immutabili e infallibili – costituendo un mondo più prevedibile e concreto in cui le persone con autismo riescono a destreggiarsi meglio.

Tuttavia, non è solo la questione sociale ad essere differente nei soggetti con autismo: anomalie nell’orientamento sociale e nella sintonizzazione verso l’input verbale fornito dai caregiver, ridotta partecipazione ad episodi di attenzione congiunta e, di conseguenza, ad episodi di apprendimento che facilitano l’acquisizione del linguaggio, difficoltà nell’elaborazione parallela e nell’integrazione di informazioni, difficoltà nell’utilizzo di simboli astratti, reclutamento di modalità di elaborazione visiva nella comprensione verbale e anomalie nella connettività tra diverse aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione di stimoli linguistici e sociali. Questi processi interagiscono tra loro secondo complesse dinamiche non lineari nel cervello in via di sviluppo, dando luogo a un’espressione sintomatologica eterogenea.

Lo ‘spettro’ autistico e la prospettiva storica

Si afferma l’idea che l’autismo sia uno spettro di manifestazioni dai confini sfumati che si collocano lungo un continuum di gravità. Agli estremi del continuum ci sono da un lato bambini che non parlano, non manifestano alcun interesse per il mondo sociale e la cui unica occupazione sono comportamenti ripetitivi e stereotipati (come far roteare oggetti agitando le braccia), e dall’altro bambini quasi indistinguibili dai coetanei senza autismo.

Tra i due estremi vi sono mille sfumature, sia nella dimensione della comunicazione sociale che in quella della rigidità e ripetitività comportamentale nonché di interessi ristretti.

Particolarmente apprezzata è la descrizione storica in cui, di contro, L. Kanner considerava l’autismo come una condizione rara e ‘monolitica’ (ovvero presente o assente, senza vie di mezzo), mentre Asperger vede nell’autismo un continuum che confina con la ‘normalità’. Inoltre, la relazione di Kanner è incentrata su deficit e difficoltà, mentre Asperger nota che alcuni sintomi di questa condizione, come la tendenza a focalizzarsi su interessi ristretti senza farsi ‘distrarre’ dal mondo sociale, possono costituire un punto di forza (oggi diremmo un ‘asset’). E questa enfasi può riflettere una rappresentazione sociale dell’autismo focalizzata sui punti di forza anziché sui deficit, in modo che le persone con autismo non introiettino un senso di inferiorità, ma si identifichino con orgoglio nel concetto di autismo come minoranza culturale caratterizzata da connotazioni positive.

Una possibile ipotesi del caso del piccolo Victor

Un caso storico che mi ha colpito maggiormente è l’interpretazione sul – rarissimo – caso del piccolo Victor dell’Aveyron, vissuto nei boschi della Francia in solitudine – e privo della capacità di linguaggio – che, preso in carico dal pedagogista G. Itard, venne rieducato (o almeno si tentò) con scarsi risultati. Per chi non lo sapesse, sussiste la realistica possibilità (come riferito nel libro citando Frith, 1989) che egli fosse autistico, anche se i suoi contemporanei credevano che non parlasse e non socializzasse perché cresciuto nella foresta come un lupo, lontano dalla società e, quindi, non si fosse evoluto a causa della condizione vissuta. Questo aspetto cambia molto la valenza psicologica che si può dare a questo caso. Prendendo per vera questa ipotesi, la domanda che emerge di primo acchito è: «E se non fosse stato autistico?».

Il libro continua con un’analisi interessante basata su molteplici aspetti: intersoggettività, cognizione e percezione, apprendimento, comunicazione, linguaggio, etc. al fine di comprendere meglio la ‘mente autistica‘ e capire il come, quando e perché mettere o non mettere in atto determinate strategie di intervento e come facilitare, nelle persone con autismo, l’accesso alle stesse opportunità di autorealizzazione che hanno le persone senza autismo.

 

L’importanza delle relazioni nei modelli terapeutici: l’approccio teorico e clinico di Gilliéron

La teorizzazione originalissima di Edmond Gilliéron si fonda su un approccio di tipo bio-psico-sociale, ossia sul fatto che lo sviluppo individuale è determinato da diversi fattori: biologico, psicologico e sociale.

 

Per parte nostra siamo partiti dal postulato che la realtà psichica è inconoscibile. Se ne conoscono tutt’al più certi derivati che si manifestano nella relazione interpersonale.

L’aggettivo relazionale ha avuto varie precisazioni nel corso della evoluzione del pensiero psicoanalitico, dopo Freud. Inizialmente designava il legame tra le relazioni interpersonali e le relazioni oggettuali interne. Le relazioni umane, caratterizzate da specificità ed unicità, giocano una funzione fondamentale sia nella genesi del carattere e della psicopatologia sia nella pratica clinica psicoanalitica. Con l’approfondirsi della riflessione teorica e clinica dopo Freud si è allargato il campo di interesse, dall’intrapsichico all’interpersonale.

Non soltanto dal punto di vista professionale, ma anche da quello esistenziale è di un certo interesse per la persona sapere che esiste una circolarità di influenze tra il mondo interno dei vissuti e il mondo esterno, fatto di luoghi – non solo fisici – dove questi vissuti vengono esperiti; tra la vita reale e quella fantasmatica, tra l’intrapsichico e l’interpersonale.

Le relazioni che viviamo tutti, soprattutto quelle più significative e dei primi mesi di vita, incidono – insieme con i fattori biologici – sulle nostre caratteristiche, ossia il nostro temperamento, la nostra costituzione somatica, la responsività fisiologica del nostro corpo. La stessa idea del conflitto (che in Freud avviene tra pulsioni e difese) in senso relazionale ha come attori principali le differenti e opposte configurazioni relazionali.

Non siamo il risultato di un riduzionismo biologico, in senso freudiano, ma nello svolgimento evolutivo delle nostre configurazioni caratteriologiche sono molto importanti i concetti di motivazione e attribuzione di significato, elementi essenzialmente relazionali, che nascono cioè perché veniamo in contatto con rapporti umani.

La teoria di Edmond Gilliéron

Il termine relazionale, quindi, implica non solo, come accennato prima, il legame tra le relazioni interpersonali e le relazioni oggettuali interne; esso si riferisce anche alle relazioni oggettuali esterne, ossia all’oggetto esterno reale. Oggetto, come si dice in psicoanalisi, indica la persona. Tale assunto è il punto di partenza della teoria dell’appoggio oggettuale, secondo la teorizzazione originalissima di Edmond Gilliéron. Essa si fonda su un approccio di tipo bio-psico-sociale, ossia sul fatto che lo sviluppo individuale è determinato da diversi fattori: biologico, psicologico e sociale. Questi fattori sono tutti complementari, perché insieme concorrono a formare la personalità. Secondo la teoria dell’appoggio oggettuale, pertanto, l’individuo si appoggia sull’ambiente esterno allo scopo di mantenere il suo equilibrio psichico. La strutturazione dello psichismo del bambino sembra quindi discendere da fattori complessi, da un equilibrio dinamico e circolare, che implica il contesto culturale, il comportamento dei genitori e le tensioni intrapsichiche individuali.

L’organizzazione di personalità secondo tale modello è l’insieme dei fattori che costituiscono l’individuo, ossia il corpo, lo psichismo e la relazione con l’ambiente. La descrizione della sua struttura – come cioè è fatta la personalità – si basa su una teoria, dunque non è visibile la personalità, ciò che invece è visibile di una persona, ciò che appare manifesto, è il suo carattere, perché esso si mostra nelle sue relazioni con l’ambiente. La struttura perciò si potrebbe dedurre dalle formazioni caratteriali dell’individuo. Questo si riallaccia alla questione della relazione oggettuale. In psicoanalisi, parlare di relazioni oggettuali ha sempre significato far riferimento alla relazione con gli oggetti interni (cioè le rappresentazioni) e non alla relazione con gli oggetti esterni. E’ invece molto realistico ciò su cui pone l’accento la teoria di cui stiamo parlando: considerare l’appoggio oggettuale come uno degli indici più sicuri dell’organizzazione permanente della personalità e della sua struttura.

Il modello di Edmond Gilliéron è innovativo e interessante, infatti, perché il carattere rappresenterebbe in questa visione quell’elemento che può essere osservato, in quanto emergente grazie alle reazioni che l’ambiente mette in atto nei confronti dell’individuo. L’ambiente reagisce alla modalità di relazione del soggetto il quale inconsciamente anticipa quelle reazioni, sentendosi così confermato nei propri fantasmi. L’equilibrio psichico di una persona, infatti, dipende anche dall’ambiente. Se, ad esempio, una persona con tendenze paranoiche si aspetta delle ingiustizie, attraverso il suo atteggiamento inconscio provoca delle risposte di rifiuto dall’ambiente, inconsciamente. In una sorta di circolo vizioso, essa, in questo modo, è confermata nella sua certezza che il mondo è ingiusto. Quando si considera la persona non si può non pensare che il suo funzionamento psichico si appoggia da un lato sulla biologia (la sua integrità biologica) e, dall’altro, sull’ambiente (il suo carattere).

Si attua con questa impostazione il superamento di un modello di funzionamento psichico basato su un meccanicismo pulsionale di matrice esclusivamente intrapsichica, dove prevale la natura biologica del desiderio e si tende a considerare la persona nella sua unicità e totalità di fattori. Si intuisce quanto questa teoria abbia una grande funzionalità dal punto di vista psicoterapeutico, perché si può guardare alla persona in tutti i suoi aspetti, tentativamente.

I bisogni nell’approccio di Edmond Gilliéron

Nel modello di derivazione biologica di Freud, invece, lo sviluppo individuale procede da interessi corporei, che sono orientati da dimensioni differenti (quella orale, anale, fallica) così come predominanti nelle varie fasi evolutive; per arrivare alla dimensione adulta (quella genitale), seguendo in questo modo le disposizioni naturali della persona. Ma c’è una dimensione essenziale dell’uomo: il desiderio. Se questa dimensione è reale, occorre trovare una dimensione teorica che ne spieghi la genesi. Il desiderio può avere un abbrivio biologico, aver a che fare con i bisogni, innanzitutto corporei, ma emerge nella sua natura sostanziale a livello superiore.

Un primo bisogno è la fame, legato alla sopravvivenza, e sta all’origine di una tensione. La madre che procura il cibo al bambino (il seno) placa questa tensione. In questa dinamica materna, il seno – che rappresenta l’immagine della madre soddisfacente – ha un posto privilegiato nella formazione dei desideri del bambino. Quando avrà di nuovo fame, in assenza della madre, egli cercherà di ripetere questa esperienza di soddisfazione in modo allucinatorio: l’esito sarà un abbassamento di tensione, almeno temporaneo.

Ma la soddisfazione allucinatoria non è minimamente comparabile con l’esperienza reale di soddisfazione avuta con la madre, perciò il bambino, secondo Edmond Gilliéron, vive una dinamica in cui è costretto al desiderio: l’eccitazione non si riduce tanto semplicemente e allo stesso tempo la madre non arriva per placarla, così non arrivando il sollievo, il bambino scopre il desiderio.

In tal modo, il desiderio, che nasce da un bisogno biologico non soddisfatto, si fissa su una rappresentazione che non è quella del bisogno medesimo, bensì attiene alla dimensione del piacere che normalmente accompagna la soddisfazione del bisogno. Il bambino esprime così una ricerca di piacere a scapito della realtà.

In questo processo, il desiderio si distaccherebbe dalla realtà biologica per costituire progressivamente l’apparato psichico del soggetto.

La prospettiva davvero innovativa di questa impostazione, all’interno della concezione psicoanalitica, risiede nella sottolineatura della natura relazionale del desiderio: il modo di soddisfazione allucinatoria della pulsione non può essere equiparato alla soddisfazione reale, quella che si ha nel momento dell’apparizione della madre che risponde adeguatamente al bisogno del bambino, estinguendo il suo bisogno della fame.

L’appoggio oggettuale pertanto descrive il tipo di interazione che si crea tra il bambino e l’ambiente in cui è immerso, e si basa sulla concezione freudiana della coazione a ripetere.

L’interazione è al di là della coscienza del soggetto, non si tratta di comportamento dal valore simbolico, ma semplicemente di un sistema ripetitivo di azioni che suscita reazioni specifiche nell’ambiente. Si tratta dunque di un sistema di atti e non di un sistema di pensiero. Secondo questa concezione, tutte le cosiddette psicopatologie sono alla ricerca di complici; uno psicotico ha bisogno di essere rifiutato dagli altri per rinchiudersi nel suo mondo autistico.

Nell’ottica di Gilliéron, dunque, l’assenza dell’oggetto (la madre in questo caso) non dà come risultato l’allucinazione, bensì rende possibile il realizzarsi di una potenzialità umana, ossia la capacità di provare piacere sulla base di un ricordo e non soltanto con un oggetto reale.

Implicazioni dell’approccio di Edmond Gilliéron in psicoterapia

Perché è importante tutto questo in psicoterapia? Per la questione del metodo.

Se la persona può subire un attacco biologico, una difficoltà relazionale o un disturbo dell’organizzazione dell’apparato psichico, questi fattori possono provocare una crisi, quella combinazione di fattori, cioè, è responsabile dell’incrinatura dell’equilibrio della personalità.

Alla luce di quanto descritto, il campo di osservazione per l’analisi terapeutica è un insieme oggettivo di elementi osservabili anche dall’esterno, insieme che rappresenta un aggregato di indizi con cui esplorare le dinamiche relazionali che usualmente la persona mette in atto, ripetendole –  circostanza molto importante – anche nella relazione terapeutica. Il carattere è dunque una manifestazione visibile della struttura di personalità che si esprime in segni concreti.

Dal punto di vista metodologico, nel setting terapeutico, il momento di crisi rappresenta un punto focale, poiché rimette in discussione l’equilibrio della personalità.

Poiché l’adulto ripropone la sua organizzazione – ormai cristallizzata – di sentimenti, reazioni affettive, pensieri, atteggiamenti difensivi, investendo il mondo esterno con l’immaginario interno e riproponendo pertanto le esperienze infantili nella visione attuale del mondo, l’interazione che avviene all’interno del setting terapeutico è osservabile e permette di inferire l’organizzazione di personalità del soggetto, riproponendo nella dinamica terapeutica le medesime dinamiche relazionali che vive nella vita ordinaria.

Metodologicamente, viene dato molto rilievo al primo colloquio, alla relazione che si instaura tra terapeuta e paziente, la quale è in grado di fornire nel suo dipanarsi la chiave della diagnosi, attraverso cui si possono rilevare i meccanismi di difesa, il tipo di angoscia e la natura dei conflitti vissuti dal soggetto.

 

Demenza con Corpi di Lewy: diagnosi e segni prodromici

Scopo dell’articolo è fornire delle indicazioni utili per l’assessment neuropsicologico nell’oggettivazione dei segni prodromici di una Demenza con Corpi di Lewy (DLB).

 

Nel panorama delle demenze, quella con corpi di Lewy è la seconda in ordine di frequenza. L’età media di insorgenza del disturbo è compresa tra i 58 e i 78 anni, con un picco di incidenza nella sesta decade di vita.

DLB, Morbo di Parkinson, Demenza in malattia di Parkinson e Atrofia Multisistemica sono definite sinucleinopatie e, oltre a condividere molti aspetti clinici e genetici, sono accomunate dalla medesima caratteristica fisiopatologica: l’accumulo di ammassi proteici sferici (corpi di Lewy) nel citoplasma neuronale. Composti da aggregati della proteina alfa-sinucleina, alterano progressivamente l’equilibrio dei neurotrasmettitori e delle vie neuronali corticali e striato-corticali.

In particolare la Demenza con Corpi di Lewy e la Demenza in malattia di Parkinson (PDD) possiedono caratteristiche sovrapponibili. Entrambe sono infatti caratterizzate da parkinsonismo, da un progressivo deterioramento cognitivo, e da disturbi comportamentali e neuropsichiatrici. La caratteristica che può aiutare a differenziarle riguarda la sequenza di esordio dei sintomi: solitamente nella DLB il deficit cognitivo precede o è concomitante alla sindrome motoria parkinsoniana, mentre nella PDD la sindrome motoria precede il declino cognitivo (Erkkinen et al., 2018).

La diagnosi di Demenza con Corpi di Lewy

Secondo i criteri attualmente accettati (McKeith, et al., 2017) i sintomi della Demenza con Corpi di Lewy includono:

  • fluttuazione della cognizione;
  • allucinazioni visive;
  • disturbo comportamentale del sonno REM;
  • parkinsonismo.

Se le condizioni utili a diagnosticare una demenza sono soddisfatte, è sufficiente la presenza di due dei precedenti sintomi per considerare probabile il disturbo. Le caratteristiche di supporto alla diagnosi includono: grave sensibilità agli antipsicotici, instabilità posturale, cadute ripetute, sincope, disfunzioni autonomiche (costipazione, ipotensione ortostatica, incontinenza urinaria), ipersonnia, iposmia, allucinazioni non visive, deliri strutturati, apatia, ansia e depressione.

I biomarcatori indicativi comprendono la riduzione dell’assorbimento di dopamina nei gangli della base rilevabile attraverso SPECT o PET, riduzione della captazione cardiaca di metaiodobenzilguanidina rilevabile attraverso la scintigrafia miocardica e la conferma di assenza di atonia muscolare durante il sonno REM attraverso l’indagine polisonnografica (Outeiro, et al., 2019).

Come accade per altri disturbi neurodegenerativi la diagnosi definitiva richiede campioni autoptici di tessuto cerebrale.

Prodromi della Demenza con Corpi di Lewy

La ricerca sui segni prodromici di DLB è relativamente recente e non ha ancora prodotto risultati consistenti e generalizzabili. Tuttavia diversi studi stanno contribuendo ad una loro accurata disamina, concentrando la loro attenzione soprattutto sulle alterazioni neuropsichiatriche e cognitive che possono manifestarsi anni prima rispetto all’insorgenza dei sintomi.

Per comprendere quali segni poter osservare in fase prodromica è utile ricordare che le basi neuropatologiche di una Demenza con Corpi di Lewy sono rappresentate da una perdita neuronale e dalla presenza di corpi di Lewy nei nuclei sottocorticali e nei lobi frontali e parietali, soprattutto a carico dell’insula destra (Park, et al., 2011). Tali alterazioni, a partire dalla fase sintomatologica, producono disordini via via ingravescenti (disturbi visuopercettivi, disprassia, deficit di attenzione, difficoltà di denominazione, deficit di recupero dalla memoria episodica, deficit di fluenza verbale), che non sono osservabili in una fase prodromica.

Nel periodo che precede il disturbo si osservano principalmente disturbi neuropsichiatrici, quali apatia o sintomi depressivi, uniti a difficoltà esecutive e visuocostruttive. Solitamente non si evidenziano evidenti disturbi a carico della memoria (van de Beek, et al., 2020), che invece risulta coinvolta con il progredire del disturbo.

Il quadro clinico nella fase prodromica di una DLB può comprendere:

  • un MCI solitamente non-amnesico, con difficoltà visuopercettive e/o esecutive e assenza di deficit nelle attività di vita quotidiana (Kemp, et al., 2017)
  • disturbi neuropsichiatrici
  • assenza di parkinsonismi, che poi interesseranno l’85% dei pazienti affetti da DLB (Smirnov, et al., 2020);
  • la presenza di un disturbo comportamentale del sonno REM (RBD) (Jellinger, et al., 2018), al quale deve essere posta particolare attenzione. Esso infatti precede di molti anni la comparsa dei deficit cognitivi caratteristici (Donaghy, et al., 2015) e possiede una forte correlazione con l’esordio di una sinucleinopatia in generale. Diversi studi longitudinali evidenziano come i pazienti con RDB possiedano un indice percentuale di rischio molto elevato per lo sviluppo di una sindrome neurodegenerativa: 35% a 5 anni dalla comparsa di RDB, 73% a 10 anni, fino a raggiungere una percentuale compresa tra l’81% e il 92% a 16 anni (Barone, et al., 2018).

A riguardo, un altro studio (Génier Marchand, et al., 2017) suggerisce di includere sempre una misurazione delle funzioni visuospaziali nell’assessment neuropsicologico di un paziente che presenti RBD, per cogliere l’opportunità di rilevare precocemente una Demenza con Corpi di Lewy.

Ulteriori indicazioni utili al clinico possono derivare dalla valutazione qualitativa dei test neuropsicologici:

Uno studio in particolare (Mitolo, et al., 2014) suggerisce che un ridotto numero di angoli nella prova della copia del pentagono del MMSE potrebbe essere un buon marcatore della DLB prodromica e possiede inoltre una specificità del 91% nella discriminazione dall’Alzheimer.

Allo Stroop Test può essere evidenziata precocemente una difficoltà nella discriminazione dei colori a causa dell’interruzione del circuito dedicato alla funzione nella corteccia prefrontale dorsolaterale (Park, et al., 2011)

L’Attenzione sostenuta è spesso la funzione inizialmente più compromessa.

La performance al RCFT (Test della figura Complessa di Rey) è precocemente deficitaria, tuttavia l’interpretazione del risultato può essere fuorviante se il paziente presenta un basso livello di scolarizzazione e un basso punteggio al MMSE  (Kemp, et al., 2017).

Il TMT può mostrare un deficit in entrambe le prove (A e B) per una compromissione della funzione di ricerca visiva piuttosto che per un problema di shifting (Kemp, et al., 2017). A questo riguardo i test non grafomotori potrebbero essere più sensibili nell’identificare deficit esecutivi puri.

La performance nei test di memoria verbale è migliore rispetto a quella dei test di memoria visiva (Noe, et al., 2004).

Può essere osservata una flessione nei compiti di memoria semantica su stimolo figura piuttosto che su stimolo vocabolo, in accordo con l’ipotesi del deficit primario a carico della visuopercezione nella DLB (Kemp, et al., 2017).

La cognizione sociale non risulta generalmente compromessa in fase prodromica. Può essere osservata una difficoltà nell’attribuzione dei sentimenti al RME test, che deve essere interpretata con cautela soprattutto nel caso sia presente un deficit visuopercettivo o esecutivo, in quanto il riconoscimento dell’espressività e l’inferenza circa sentimenti e intenzioni presuppongono l’integrità delle capacità visuospaziali e frontali (Heitz, et al., 2016).

 

L’influenza delle esperienze avverse infantili sull’adozione di comportamenti devianti e la mancanza di comportamenti altruistici

Uno studio recente (Gomis Pomares & Villanueva, 2020) ha esplorato l’effetto delle esperienze avverse avvenute nell’infanzia sull’adozione di strategie di rischio (comportamenti devianti), e sulla mancanza di strategie positive (comportamenti altruistici), tra giovani adulti.

 

Per esperienze avverse dell’infanzia (Adverse Childhood Experiences – ACE) si intendono tutte quelle esperienze traumatiche come abusi sessuali, fisici o emotivi o negligenza emotiva e fisica, nonché circostanze familiari avverse che si sono verificate durante l’infanzia o l’adolescenza.

La letteratura sottolinea che le esperienze avverse sono più comuni tra i bambini di età inferiore ai 6 anni (Thompson et al., 2015) e che, una volta verificatosi un evento avverso nella vita di un bambino, la probabilità che egli ne viva altri aumenta in modo significativo, motivo per cui si apre una catena di rischi precoci. Per questo motivo, vari studi hanno sottolineato sempre più l’importanza delle prime esperienze in età infantile per la salute delle persone lungo tutto il corso della vita (Hughes et al., 2017).

Esperienze traumatiche e comportamenti devianti

L’aver vissuto una o più esperienze traumatiche sembra comportare risultati negativi in ​​età avanzata come ad esempio comportamenti a rischio (Felitti & Anda, 2010), inoltre, la tipologia dell’esperienza avversa vissuta sembra essere un elemento importante dato che potrebbe comportare differenti esiti (Agnew, 2001; Sharp et al., 2012). Ad esempio, Agnew (2001) sostiene che alcune esperienze possono avere un forte impatto sui comportamenti devianti, mentre altri hanno un impatto minimo o nullo.

Per comportamento deviante si intende un comportamento che viola le norme e i valori sociali, inclusa una vasta gamma di atti come furto, menzogna e aggressione. La definizione include comportamenti antisociali che sono violazioni del diritto penale, solitamente indicati come reati o crimini, nonché atti che non sono soggetti a sanzioni da parte del sistema di giustizia penale, come comportamenti esternalizzanti o distruttivi (Braga et al., 2017).

Riassumendo, quindi, i risultati ottenuti in questo campo portano al presupposto teorico che le avversità infantili siano fortemente legate al deterioramento sociale, emotivo e cognitivo e all’adozione di comportamenti a rischio per la salute che promuovono un’ampia gamma di esiti negativi: malattia precoce, disabilità, problemi sociali fino ad arrivare alla morte prematura (Felitti et al., 1998; Hughes et al., 2017).

Alla luce dei dati riportati, un’identificazione precoce delle esperienze infantili avverse è fondamentale per prevenire comportamenti devianti e favorire comportamenti altruistici, prevenendo così esiti negativi a lungo termine.

Esperienze avverse e comportamenti devianti: uno studio

Uno studio recente (Gomis Pomares & Villanueva, 2020) ha avuto come scopo quello di esplorare l’effetto complessivo e differenziale delle esperienze avverse avvenute nell’infanzia sull’adozione di strategie di rischio (comportamenti devianti), e sulla possibile mancanza di strategie positive (comportamenti altruistici), in una popolazione di giovani adulti spagnoli.

Come ci si aspettava, i risultati ci mostrano che l’aver sperimentato un’esperienza avversa durante l’infanzia sembra essere un predittore di comportamenti devianti, supportando così studi precedenti (ad es. Craig, 2019), e che l’aver vissuto quattro o più esperienze avverse in età infantile ha aumentato in modo considerevole la probabilità di presentare comportamenti devianti nella giovane età adulta.

Analizzando nello specifico il contributo dei diversi sottotipi di esperienze avverse, coerentemente con studi precedenti (ad es. Braga et al., 2018), si è scoperto che l’abuso fisico era il principale predittore dei comportamenti devianti. Ciò non sorprende, dato che i bambini che hanno subito abusi fisici hanno più problemi di esternalizzazione nell’infanzia rispetto ai bambini trascurati, inclusa una maggiore inadempienza e aggressività nei confronti degli adulti e degli altri bambini (Hildyard & Wolfe, 2002). Ciò potrebbe essere dovuto a meccanismi di apprendimento che spingono bambini vittime di violenza ad imitare questo comportamento, soprattutto quando percepiscono che tale violenza si traduce in ricompense (Braga et al., 2017). Oltre all’abuso fisico, anche l’abuso di sostanze nell’ambiente domestico si è mostrato un predittore significativo di comportamenti devianti nella giovane età adulta.

Per quanto concerne le strategie positive, l’abbandono emotivo era l’unico evento avverso che prevedeva la mancanza di altruismo. Questo risultato può essere dovuto al fatto che i bambini che non sono mai stati amati dalle figure significative durante l’infanzia, che non si sono mai sentiti speciali o importanti nell’ambiente familiare, non sono riusciti ad apprendere la capacità di amare o preoccuparsi degli altri. Ciò sembra essere in linea con la Teoria cognitiva integrata del potenziale antisociale, che prevede che l’esposizione a situazioni avverse durante l’infanzia o l’adolescenza può indebolire il legame sociale che dovrebbe essere stabilito in condizioni normali (Farrington, 2017). Allo stesso modo, alcuni autori considerano anche queste esperienze di abbandono come una minaccia allo sviluppo complessivo del sé dei bambini, in quanto, non ricevendo alcuna attenzione o cura, non ricevono nessun contributo prezioso al processo di auto-costruzione. Ciò sembra coerente con altri risultati della letteratura che indicano che i bambini trascurati presentano più ritiro sociale e interazioni limitate con i coetanei e più problemi di interiorizzazione rispetto ai bambini abusati fisicamente (Hildyard & Wolfe, 2002).

Tenendo in considerazione il genere, i risultati mostrano che le esperienze avverse infantili sono più predominanti nelle donne che negli uomini, supportando studi precedenti (Basto-Pereira et al., 2016). Inoltre, l’essere maschio ed aver subito esperienze avverse era predittivo di comportamenti devianti, mentre il solo essere di sesso femminile era un predittore di comportamenti altruistici. Questi risultati sono coerenti con ricerche precedenti che mostrano la più alta associazione del genere maschile a comportamenti esternalizzanti o distruttivi, nonché a violazioni del diritto penale (Godinet et al., 2014).

Conclusioni

In sintesi, possiamo presumere che diversi disturbi socio-emotivi e cognitivi abbiano luogo a causa di queste esperienze avverse. L’effetto cumulativo e alcune dimensioni specifiche di esperienze avverse avevano una relazione con il rischio di presentare comportamenti devianti e di inibire l’espressione di comportamenti altruistici. Nell’abuso fisico, la costruzione di uno schema mentale ostile (comportamento deviante) sembra essere il fattore chiave, mentre, nei bambini i cui bisogni sono stati sistematicamente ignorati, l’assenza di uno schema mentale dei bisogni degli altri è il punto centrale.

Si sottolinea l’importanza dell’implementare strategie affinché i bambini trascurati siano in grado di sviluppare abilità come l’empatia o la comprensione delle emozioni degli altri con il fine di promuovere comportamenti altruistici tra i bambini che non hanno imparato a farlo prima nella vita.

 

Tutta colpa del cervello: un’introduzione alla neuroetica (2013) di G. Corbellini e E. Sirgiovanni – Recensione

Tutta colpa del cervello ha come oggetto l’analisi dei fondamenti della neuroetica, disciplina che si occupa di stabilire le limitazioni etiche delle ricerche neuroscientifiche.

 

Il libro dei professori Corbellini e Sirgiovanni ha come oggetto l’analisi dei fondamenti epistemici della neuroetica, intendendo con essa una disciplina che si occupa di stabilire le limitazioni che dal punto di vista etico devono avere le ricerche che attualmente sono svolte nell’ambito delle neuroscienze, grazie ai moderni ausili utilizzati nell’ambito delle tecniche di neuroimaging. Questo pone un’altra problematica, ovvero può essere l’uomo inteso nei suoi comportamenti e nelle sue peculiarità come frutto delle scoperte delle neuroscienze? Questa prospettiva appare fortemente limitante, togliendo per esempio ad altre scienze umane la possibilità di poter intervenire sul dibattito sui comportamenti umani e sugli agenti motivanti che li determinano.

La neuroetica si occupa anche di capire quali siano le basi che in ambito neurobiologico determinano la formazione del giudizio morale nell’uomo. Da questo punto di vista assumono un significato differente, alla luce delle teorizzazioni delle neuroscienze, i concetti di io, di libertà di volere e di responsabilità individuale. In altre parole, anche alcuni costrutti dell’etica, attraverso questa rivisitazione neuroetica, si sostanziano in una significazione differente, che conduce ad una diversificazione semantica, certamente più adeguata alla contestualità epistemologica attuale, alcuni costrutti classici della filosofia morale.

La neuroetica, quindi, si pone l’obiettivo di coniugare i concetti filosofici legati alla natura dell’uomo, al suo essere nel mondo, al significato da dare alla sua esistenza e al senso del suo esserci nel mondo con la nuova epistemologia neuroscientifica, che deve divenire la prospettiva teorica ed empirica delle ricerche in ambito filosofico – morale e bioetico.

Cosa può nascondersi dietro ad intimità, condivisione emotiva e vicinanza: la Schadenfreude nell’amicizia tra donne

Talvolta le persone sperimentano schadenfreude, ovvero il piacere provato per la sfortuna di qualcun altro. Uno studio di Abell e Brewer del 2018 si è occupato di indagare l’esperienza di schadenfreude nelle amicizie tra donne.

 

Solitamente proviamo empatia nei confronti delle persone che soffrono (Wispé, 1991). L’empatia è la principale emozione sperimentata quando sono coinvolti amici e familiari ma non è ancora chiaro, tra gli studi in letteratura, se l’empatia sia ugualmente sentita verso altre persone che non siano parenti e affini. Talvolta infatti le persone sperimentano schadenfreude, ovvero ‘soddisfazione o piacere provato per la sfortuna di qualcun altro’. Schadenfreude è un termine tedesco e può essere tradotto con ‘gioia maligna’; la parola deriva da Schaden (danno) e Freude (gioia). La Schadenfreude descrive infatti l’esperienza di provare piacere nella sfortuna di un’altra persona (Takahashi et al., 2009).

Quando si sperimenta la schadenfreude

Alcuni studi di Norman Feather (2006) hanno analizzato diverse circostanze in cui si sperimenta la schadenfreude, individuando tre spiegazioni. La prima afferma che le persone talvolta possono effettivamente guadagnare dalla sfortuna altrui e il piacere è una reazione naturale al guadagno personale. La seconda circostanza deriva dalla percezione di quanto un risultato sia meritato: una disgrazia altrui è percepita come meritata poiché ritenuta giusta. L’ultima spiegazione deriva da sentimenti di invidia; questa è fortemente connessa alle prime due ragioni: una disgrazia che colpisce una persona invidiata porta, tra le altre cose, a un piacevole guadagno personale e un senso soggettivo ma soddisfacente di meritocrazia. Le differenze individuali che predicono la schadenfreude, includono quindi il risentimento, il merito, l’invidia e la competizione che determinano il provare piacere per la sfortuna di qualcuno (Smith et al., 2009).

Schadenfreude e personalità

Alcuni studi si sono occupati inoltre di determinare come la schadenfreude sia influenzata da fattori di personalità malevola come la cosiddetta Triade Oscura: una caratterizzazione personologica contraddistinta da alcuni tratti di personalità che hanno in comune sentimenti di aggressività e freddezza emotiva. La triade Oscura include il narcisismo, la psicopatia e il machiavellismo; quest’ultimo è definito come un tratto di personalità caratterizzato da uno stile interpersonale manipolativo, dalla volontà di sfruttare gli altri e da una preferenza per relazioni emotivamente distaccate (Christie & Geis, 2013). Il termine deriva da un’ interpretazione della dottrina politica di Niccolò Machiavelli al quale viene attribuita erroneamente la frase ‘il fine giustifica i mezzi’, che indica il servirsi di ogni espediente, indipendentemente da ogni considerazione di carattere morale, per raggiungere il proprio fine.

La psicopatia, caratterizzata da insensibilità, impulsività e livelli di ansia molto bassi per le conseguenze delle proprie azioni, è stata associata alla schadenfreude negli scenari di calamità, competizione e fallimento degli altri, mentre il machiavellismo, caratterizzato da manipolazione per obiettivi a lungo termine, è stato associato alla schadenfreude in relazione alla competizione e al fallimento (Jones & Paulhus, 2011). Gli studi presenti in letteratura non hanno tuttavia studiato la possibile relazione tra machiavellismo e schadenfreude nelle relazioni personali strette; è noto, infatti, che soprattutto le amicizie femminili siano influenzate dal machiavellismo (Abell et al., 2016).

Schadenfreude nelle amicizie femminili

Spesso le amicizie tra donne, sebbene presentino intimità, condivisione emotiva e vicinanza (Vigil, 2007), sono caratterizzate da manipolazioni come l’aggressione relazionale, la reputazione sprezzante, l’ostracismo e la ridicolizzazione (McAndrew, 2014). Le relazioni amicali tra donne possono quindi essere un contesto in cui la schadenfreude è sperimentata con livelli più elevati di machiavellismo, invidia e competizione. Poiché la ricerca precedente ha dimostrato che il machiavellismo, l’invidia e la competizione predicono sentimenti di schadenfreude nelle relazioni generali e che il machiavellismo è legato all’invidia e alla competizione (Jonason et al., 2015), uno studio di Abell e Brewer del 2018 si è occupato di indagare il machiavellismo, l’invidia, la competizione e l’esperienza di schadenfreude nelle amicizie tra donne. Le ipotesi iniziali prevedevano che i soggetti con livelli più alti di machiavellismo, invidia e competizione avrebbero riportato livelli più alti di schadenfreude in differenti contesti, tra i quali la capacità accademica, l’aspetto fisico e le relazioni romantiche. 4133 donne di età compresa tra i 18 e i 30 anni, con un’amicizia di durata media di 7,5 anni, sono state reclutate tramite social network e sottoposte a differenti misurazioni. Inizialmente hanno valutato tre vignette per misurare la schadenfreude (James et al., 2014), successivamente è stato misurato il machiavellismo tramite la scala Il Mach IV (Christie & Geis, 2013); infine sono state sottoposte alla scala dell’invidia dispositiva (Smith et al., 1999) e all’indice di competizione interpersonale (Singleton & Vacca, 2007).

I risultati mostrano correlazioni tra machiavellismo, invidia, competizione e, relativamente alla schadenfreude, mostrano che questa correla positivamente e significativamente con l’invidia e la competizione nelle abilità accademiche. Inoltre il machiavellismo, l’invidia e la competizione correlano positivamente nelle relazioni romantiche e nell’aspetto fisico. Sembrerebbe dunque che le donne con un livello più alto di machiavellismo possono provare sentimenti di piacere quando un’amica sperimenta una sfortuna nella relazione con un/una partner e nell’aspetto fisico. Lo studio sottolinea anche il ruolo dell’invidia e della competizione nel provare schadenfreude: l’invidia ha predetto l’esperienza di schadenfreude in relazione alla capacità accademica/lavorativa e alle relazioni romantiche, mentre la competizione ha predetto l’esperienza di schadenfreude in tutti e tre gli scenari. Il machiavellismo non ha tuttavia predetto l’invidia o la competizione; questo suggerisce che le donne non hanno visto le amiche come avvantaggiate o non provavano invidia per i vantaggi altrui. Una possibile spiegazione a questo fenomeno è data dal fatto che le partecipanti non abbiano provato invidia in quanto tenderebbero a selezionare attentamente le amiche della cerchia sociale da frequentare, le quali sono quasi sempre vulnerabili ad essere manipolate o sfruttate. Anche per quanto riguarda la competizione accade un fenomeno simile: le donne con punteggi alti di machiavellismo selezionano amici che non vedono competitivi poiché competere con loro richiederebbe troppe energie (Abell & Brewer, 2018). La ricerca ha dimostrato, infatti, che coloro che hanno un alto livello di machiavellismo selezionano amici che sono gentili e danno poca importanza alla qualità dell’amicizia, alla compagnia e all’intimità (Abell et al., 2016). In conclusione i risultati sono coerenti con le ricerche precedenti, in particolare quelle che documentano il piacere in risposta alla sfortuna di un collega. Tuttavia, il machiavellismo non ha predetto l’invidia o la competizione, anche se questi ultimi hanno predetto la schadenfreude.

 

I meccanismi di mantenimento dei disturbi dell’alimentazione

I disturbi dell’alimentazione sono caratterizzati da un anomalo rapporto con il cibo e contribuiscono alla comparsa di problematiche significative per la salute fisica e per il funzionamento psicosociale.

 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i disturbi dell’alimentazione rappresentano una delle più frequenti cause di disabilità per gli adolescenti e i giovani adulti nei paesi occidentali e sono in costante aumento.

Negli ultimi anni molte sono state le ricerche in questo campo con l’obiettivo di comprendere a fondo le caratteristiche delle problematiche alimentari e le modalità migliori con cui trattarle e prevenirle. Tra i vari aspetti studiati, ci si è chiesti quali siano i fattori implicati nel loro mantenimento. Una risposta a questa domanda è stata sviluppata all’interno della cornice teorica cognitivo comportamentale transdiagnostica dei disturbi dell’alimentazione su cui si basa la CBT-E (enhanced cognitive behaviour therapy), trattamento d’elezione per questa psicopatologia.

Meccanismi di mantenimento specifici dei disturbi dell’alimentazione

Secondo questo approccio teorico, il nucleo psicopatologico centrale dei disturbi dell’alimentazione sembra essere uno schema di valutazione di sé disfunzionale (Fairburn et al., 2003), ossia la tendenza delle persone affette da questa problematica a giudicare il proprio valore secondo canoni poco realistici ed equilibrati.

Il sistema di autovalutazione solitamente si basa sulla percezione soggettiva delle proprie prestazioni in vari ambiti della vita, come il lavoro, le amicizie, la scuola, la famiglia o lo sport. Nel contesto del disturbo alimentare, invece, questo sistema si stravolge e il giudizio sul proprio valore dipende quasi esclusivamente dal controllo che si esercita sul peso o la forma del corpo o l’alimentazione.

Stabilire il proprio valore basandosi prevalentemente su variabili legate al controllo alimentare o corporeo è rischioso e poco funzionale perché:

  • una dimensione (e.g., peso, alimentazione, forma del corpo) molto sproporzionata rispetto alle altre (e.g., lavoro, famiglia, amicizie, …) è in grado di compromettere l’intero sistema in caso di fallimento;
  • spesso gli obiettivi legati al peso o alla forma del corpo non vengono raggiunti (si potrebbe essere sempre più magri e con una forma più gradevole);
  • il focus attentivo è orientato selettivamente verso questi aspetti, marginalizzando e trascurando molte aree di vita (Dalle Grave e Calugi, 2015).

Le altre caratteristiche cliniche peculiari del disturbo, come il sentirsi grassi, i comportamenti estremi di controllo del peso o l’evitare di esporre il corpo, derivano in modo diretto o indiretto dal nucleo psicopatologico centrale. Questi aspetti, infatti, sono spiegabili solamente alla luce della sproporzionata importanza che il controllo di corpo, peso o alimentazione ha sull’autovalutazione (Dalle Grave, 2012).

In persone che soffrono di disturbi dell’alimentazione il sistema di autovalutazione disfunzionale viene mantenuto attivo dalle diverse manifestazioni cliniche del disturbo (e.g., la marginalizzazione di altre aree di vita). Questi elementi costituiscono l’insieme dei fattori di mantenimento interni o specifici (Dalle Grave et al., 2018), chiamati in questo modo perché peculiari del disturbo dell’alimentazione.

Meccanismi di mantenimento esterni dei disturbi dell’alimentazione

Esiste un sottogruppo di persone che soffrono di un disturbo dell’alimentazione in cui si possono riscontrare dei fattori di mantenimento aggiuntivi (esterni o non specifici) legati ad altre problematiche: perfezionismo clinico, bassa autostima nucleare, difficoltà interpersonali marcate o intolleranza alle emozioni. I meccanismi esterni interagiscono con quelli specifici e contribuiscono al mantenimento della psicopatologia, ostacolando ulteriormente il processo di cambiamento.

In particolare, siamo in presenza di perfezionismo clinico quando le attitudini e i comportamenti perfezionistici sono così estremi da danneggiare significativamente la vita della persona. Quando un disturbo dell’alimentazione coesiste con il perfezionismo clinico le due psicopatologie interagiscono tra loro e le persone che ne soffrono sono sia impegnate a raggiungere un “perfetto” controllo del peso, della forma del corpo o alimentare, sia a soddisfare standard molto esigenti negli altri ambiti di vita (Dalle Grave et al., 2018). Il perfezionismo clinico intensifica alcuni aspetti della psicopatologia, rendendoli difficili da trattare e favorendo il mantenimento della problematica (Shafran et al., 2002).

La bassa autostima nucleare, invece, è caratterizzata da un incondizionato e pervasivo giudizio negativo su di sé, non dipendente da condizioni attuali, di lunga durata e non conseguente a uno stato depressivo. Questo aspetto, combinato con il disturbo dell’alimentazione, favorisce un senso di impotenza, una visione negativa del futuro e la convinzione di non avere le capacità necessarie per affrontare un cambiamento; favorisce, inoltre, la focalizzazione su aspetti importanti (legati al disturbo) per migliorare la propria autostima (e.g., il controllo dell’alimentazione), rendendo difficile l’adesione e ostacolando il trattamento (Dalle Grave et al., 2018).

Spesso le persone con un disturbo dell’alimentazione hanno difficoltà interpersonali che migliorano con l’andamento della terapia. Tuttavia, ci sono alcuni pazienti per cui è necessario affrontarle in modo specifico. Alcune difficoltà interpersonali che favoriscono il mantenimento delle problematiche alimentari sono l’isolamento sociale e la mancanza di esperienze (questo favorisce la concentrazione sulla psicopatologia) o i conflitti, le liti e le emozioni negative associate che accentuano alcuni comportamenti del disturbo (e.g., cibo per modulare le emozioni).

Alcune persone con disturbi dell’alimentazione presentano una specifica difficoltà nel tollerare stati d’animo intensi o un’eccessiva sensibilità a tali stati (Fairburn et al., 2003). Il fatto di gestire in modo poco adeguato le emozioni porta spesso alla messa in atto di comportamenti disfunzionali, come gesti autolesivi o l’uso di sostanze psicoattive. I pazienti con disturbi dell’alimentazione possono usare alcuni comportamenti tipici del disturbo (e.g., vomito, esercizio, abbuffate, …) come comportamenti di modulazione emotiva.

I meccanismi esterni, quindi, possono diventare un importante ostacolo al cambiamento. In questi casi, infatti, il trattamento prevede dei moduli aggiuntivi per lavorare sugli aspetti extra-patologia che non permettono una risoluzione del disturbo dell’alimentazione.

 


 

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