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Il moderno concetto di stress necessita di concettualizzare ed operazionalizzare anche lo stress positivo

La letteratura scientifica attualmente disponibile fa emergere l’esigenza di una migliore definizione concettuale ed operativa del cosiddetto eustress (stress positivo).

 

Se l’aspetto negativo dello stress (il cosiddetto distress) è un fenomeno ben studiato ed al quale corrisponde, nell’attuale paradigma, una enunciazione operativa apparentemente ben definita sia a livello biologico molecolare che psicologico, lo stesso non si può dire del suo opposto ossia dell’eustress.

Questo significa che l’attuale paradigma dello stress necessita di progredire ulteriormente per aumentare la sua capacità esplicativa soprattutto nei confronti dei fenomeni legati agli aspetti benefici e che promuovono la salute ed il benessere in particolare di quello umano.

L’esigenza di cambiare il paradigma generalmente accettato dello stress nasce anche dalla consapevolezza che, anche attualmente, non disponendo di un modello operativo che distingue lo stress positivo da quello negativo vi è una inevitabilmente ricaduta nelle pratiche poco efficaci se non controproducenti attualmente adottate dalla popolazione se non dagli stessi operatori e professionisti del settore.

Stress, eustress e distress

Così come per la psicologia, con la concettualizzazione della Psicologia Positiva (Seligman & Csikszentmihalyi, 2000), vi è stata una rivoluzione concettuale che ha modificato, e continua a modificare, sia la cultura che le pratiche adottate anche dai professionisti del settore psicologico, in maniera analoga il concetto di stress (storicamente ancorato agli studi biologici comparativi animali) deve progredire inglobando lo studio scientifico degli aspetti che promuovono e rinforzano la salute ed il benessere umano.

La transizione concettuale del vecchio paradigma in quello più aggiornato, prevede che l’orientamento teorico non sia più focalizzato in maniera esclusiva sul modello patologico di salute umana, né sbilanciato in maniera preponderante sul piano strettamente biologico (per la sua eredità culturale derivante dal modello biomedico del Novecento), né polarizzato in modo prioritario sullo studio delle invarianti comuni con altre specie animali.

Le conseguenze, sia concettuali che operative, di questo nuovo, moderno e scientificamente aggiornato paradigma relativo allo stress, dove anche l’eustress trova una sua collocazione logica altrettanto importante quanto lo stress negativo, comporta molteplici conseguenze anche applicative che riguardano le strategie pratiche da adottare al fine di ridurre i danni dello stress negativo e promuovere quello positivo per incrementare il nostro benessere e la nostra salute psicofisica.

Come già riportato in un altro scritto (Agnoletti 2021), dalla letteratura scientifica attualmente disponibile emerge la necessità concettuale di considerare anche la dimensione del significato nella comprensione dello stress, pena la mancata distinzione, soprattutto nella specie umana, tra stress positivo e negativo.

Soprattutto per il benessere e la salute umana vi è infatti l’esigenza di distinguere dal punto di vista operativo lo stress negativo (distress) da quello positivo (eustress) e questo significa superare concettualmente l’attuale paradigma generalmente accettato (quello che chiamo “paradigma classico dello stress”) dove tale distinzione è esclusivamente di natura quantitativa.

Considerando l’attuale letteratura scientifica sia biomedica che psicologica, sono sempre più convinto che oltre alla dimensione quantitativa, occorra aggiungere anche la dimensione del significato informazionale per aspirare a comprendere la complessità che caratterizza le dinamiche dello stress, soprattutto nel contesto umano.

A mio modo di vedere, unicamente considerando anche la dimensione informazionale relativa al significato all’interno del fenomeno stress è possibile comprendere i risultati di alcune recenti e preziose ricerche scientifiche così come capire la dimensione soggettiva, che può cambiare nel tempo, relativa la differenza tra eustress e distress nella specie umana.

Solo esaminando contemporaneamente le componenti oggettive con quelle soggettive dello stress vi è la possibilità di spiegare la notevole eterogeneità riscontrabile sia tra gli individui (diversi soggetti possono reagire in maniera molto diversa se esposti allo stesso stimolo/agente stressante) che all’interno dell’arco temporale di uno stesso individuo (la medesima persona può reagire molto diversamente se esposta allo stesso stimolo/agente stressante in due momenti diversi della propria vita).

Suppongo che l’unico modo di comprendere le dinamiche dello stress e le loro conseguenze psicofisiologiche che impattano sulla salute umana sia possedere un corretto concetto di stress che permetta di distinguere anche dal punto di vista operativo il distress dall’eustress, cosa che l’attuale paradigma non offre se non in termini assolutamente approssimativi.

Il paradigma classico dello stress

Attualmente in genere la definizione di stress consiste in un complesso processo messo in atto dall’organismo per ristabilire o garantire un equilibrio statico o dinamico (tecnicamente detto “omeostatico” o “allostatico”) perturbato da qualche fattore esterno all’organismo stesso (Bottaccioli & Bottaccioli, 2017; Charmandari, Tsigos, & Chrousos, 2005; Lazarus & Folkman, 1984; McEwen, 2007; Sapolsky, 2006; Selye, 1976).

Pur riconoscendo i progressi avvenuti soprattutto negli ultimi decenni, in particolare nei dettagli biologici e molecolari, questa visione fa fatica a definire con chiarezza ed in maniera operativa la differenza tra eustress e distress applicata alla specie umana.

Uno dei pochi esempi dove l’attuale paradigma dello stress considera operativamente anche lo stress positivo, distinguendolo da quello negativo, è il grafico che rappresenta la cosiddetta “legge di Yerkes e Dodson”.

In questo contesto si mette in relazione il livello di arousal psicofisico dell’organismo in funzione del tempo; la curva che descrive questa interazione rappresenta una generica prestazione (che può essere ad esempio una performance sportiva).

Come viene generalmente descritto in questo grafico, la distinzione tra eustress e distress è convenzionalmente quantitativa nel senso che l’unica cosa che distingue lo stress positivo da quello negativo è il grado di attivazione psicofisica dell’organismo (se troppo poca o troppa allora lo stress è negativo, diversamente è positivo).

Questa visione meccanicistica prevede quindi che non sia necessario un coinvolgimento degli aspetti psicologici o sociali per capire se si tratta di eustress o distress, l’unico aspetto veramente importante è quello quantitativo legato alle variabili fisico-chimiche presenti (produzione di sostanze bioattive come, per esempio, il cortisolo e/o l’attivazione fisiologica di un’area cerebrale come, per esempio, l’amigdala).

Ritengo importante notare che in questo ambito il criterio vero e proprio per distinguere l’eustress dal distress è definito in relazione alla performance ed implicitamente il contesto psicologico, sociale o anche strettamente biologico inteso come fitness non hanno alcun ruolo né uno spazio logico.

Paradossalmente una performance potrebbe essere ottimale anche se vissuta emotivamente come molto negativa dalla persona che la sta attuando e con il risultato della performance che mette in pericolo di vita il soggetto stesso (pensiamo a chi pratica sport estremi ad esempio).

In altri termini se la differenza tra distress e eustress rimane puramente quantitativa, allora l’unico modo di distinguere i due domini rimane la durata e l’intensità della reazione psicofisiologica prodotta dall’organismo, ma questo è palesemente in contrasto con l’evidenza scientifica di tutti quegli studi che dimostrano che a parità di attivazione psicofisiologica (livelli di cortisolo, attivazione di aree cerebrali, etc.) lo stress può essere positivo in una persona e negativo per un’altra.

La seducente quanto semplicistica visione rappresentata dal paradigma dello stress classico si traduce operativamente in uno schema dove: se la reazione psicofisica dell’organismo è breve ma intensa (si parla infatti di reazione “acuta” dello stress) allora viene considerato come positivo (eustress) per il valore positivo in termini di sopravvivenza biologica (il cosiddetto meccanismo “attacco o fuga”), mentre se la reazione ha una dimensione quantitativa più prolungata nel tempo (chiamato infatti stress “cronico”), anche nel caso in cui sia meno intensa, è sempre e comunque negativa (distress) per il valore disadattivo in termini di salute.

Ribadisco che questa visione non prevede né necessita assolutamente del coinvolgimento dei domini psicologici né di quelli sociali-culturali per decretare cosa viene considerato eustress e distress.

Nel paradigma classico dello stress, la complessità umana ormai riconosciuta come entità inestricabile bio-psico-sociale viene completamente ridimensionata esclusivamente nel suo piano biologico dove le dimensioni emotive/psicologiche, ed ancor meno quelle socio culturali, non vengono minimamente prese in considerazione.

Un po’ come quando si cerca di rappresentare bidimensionalmente una sfera disegnando un cerchio, il paradigma classico dello stress coglie degli aspetti della realtà ma non nella loro complessità.

In genere il paradigma dello stress normalmente inteso prevede, nella specie umana così come fondamentalmente tutti gli altri Vertebrati, l’attivazione psico-neuro-endocrina finalizzata a risolvere una situazione potenzialmente pericolosa per la sopravvivenza perché considerata all’interno della “categoria” potenzialmente perturbante l’omeostasi (o l’allostasi) dell’organismo stesso.

Dal fisiologo Walter Cannon che inizialmente definì lo stress nei termini di specifica reazione fisiologica dell’organismo di fronte ad una minaccia percepita (chiamata anche “fight or flight” response), agli autori molto più recenti quali Selye, Lazarus, McEwen, Chrousos, Sapolsky, che hanno effettivamente arricchito di dettagli lo stesso concetto di stress, la logica relativa la priorità conservativa biologica dello stress è sempre rimasta la stessa.

La soggettività all’interno della concezione dello stress

A mio avviso non c’è stato finora uno sforzo concettuale altrettanto importante per sintetizzarne il ruolo dello stress sia in contesti non omeostatici che all’interno della particolare complessità ed eterogeneità presente e caratterizzante la specie umana.

Questo probabilmente è uno dei motivi per cui è così difficile riuscire a definire lo stress, misurarlo (estrapolandone valori oggettivi) e valutarlo (positivo o negativo) nelle persone (Agnoletti, 2019; Agnoletti, 2020; Agnoletti & Formica, 2021a; Agnoletti, 2021b).

La lacuna concettuale oggetto del presente scritto nasce dal fatto che, almeno per quanto riguarda la specie umana, la definizione di stress non può prescindere dalle altre due teleonomie caratterizzanti le persone: la teleonomia psicologica relativa al significato attribuito all’evento stressante e quella socioculturale.

Se, all’interno dello studio dei comportamenti umani, non si considerano anche queste due teleonomie il potere esplicativo del concetto dello stress rimarrà unicamente limitato ai contesti dove vi è un vantaggio biologico/evoluzionistico.

Comprendere comportamenti tipicamente umani caratterizzati dalla rilevanza psico-sociale (per esempio dove i fattori psicologici come il Flow o dinamiche psicosociali come la scelta di praticare la castità di un prete non possono essere ascrivibili ad una teleonomia biologica) o dove la valenza dello stress è palesemente positiva, quindi dove siamo in presenza di eustress che migliora la nostra salute ed il nostro benessere, saranno virtualmente impossibili da interpretare nel contesto del paradigma classico dello stress perché non vi è uno spazio logico ad esse dedicate.

Anche alcuni importanti e solidi risultati scientifici non troveranno posto all’interno del classico paradigma dello stress perché tali risultati possono essere compresi solo considerando anche le teleonomie psicologiche e sociali oltre che quelle squisitamente biologiche.

Mi riferisco qui ad esempio a quanto è stato già dimostrato riguardo all’influenza del concetto medesimo di stress e di mindset (approccio mentale) sulla nostra fisiologia determinando sia la nostra longevità che la probabilità di sviluppare problematiche di varia natura (Crum, Salovey, & Achor, 2013; Epel et al. 2004; Jamieson, Nock, & Mendes, 2012; Keller et al., 2012).

Probabilmente uno degli studi più emblematici a questo riguardo è la ricerca di Keller e colleghi (Keller et al., 2012) condotta in otto anni su quasi trentamila persone dove si è visto che gli alti livelli quantitativi di stress (in termini di misurazioni biometriche) aumentano il rischio di morte del 43% unicamente in coloro che dichiaravano di possedere un concetto di stress esclusivamente negativo.

Sottolineo il risultato della ricerca che ha dimostrato che alti livelli quantitativi di stress rilevato misurando parametri biometrici erano associati ad un rischio di morte pari al 43% solo ed esclusivamente quando la valenza cognitiva/emotiva dello stress era unicamente negativa ed associata, come significato, al danneggiamento della salute ed il benessere.

Le persone che avevano riportato ugualmente elevati livelli di stress (quindi che dal punto di vista quantitativo erano identici al gruppo di persone precedentemente citate), ma che psicologicamente non consideravano lo stress unicamente come fattore dannoso, non avevano probabilità maggiori di morire, anzi, la loro condizione si associava ad un rischio di morte più basso rispetto qualunque altro individuo coinvolto nell’indagine, persino più basso rispetto coloro che avevano parametri quantitativi di stress molto meno intensi ma abbracciavano un concetto di stress esclusivamente negativo.

Chiaramente questi risultati sono paradossali se analizzati alla luce del modello classico di stress perché, essendo focalizzato nell’identificare ed enfatizzare solo i fattori quantitativi relativi l’attività fisiologica ed i fattori comuni a molte altre specie animali, non riesce a cogliere la ricchezza e l’eterogeneità umana.

Se ad esempio una persona si impegna per raggiungere la laurea, affronterà un lungo periodo stressante che richiederà tempo, energia ed una forte capacità di concentrare la propria attenzione focalizzandola su di uno scopo intenzionalmente definito, ma un aspetto fondamentale per capire come si tradurrà questo stress, se in senso negativo o positivo, è comprendere anche la sua teleonomia psicosociale ovvero, in questo caso, se sta perseguendo l’obiettivo della laurea (rispettivamente) per non deludere le aspettative dei genitori o se è una scelta nata da una propria motivazione intrinseca.

Come l’insieme della configurazione grafica necessaria per comporre la parola “APE” non ne determina il significato (infatti la stessa configurazione grafica è associata al significato di “grandi scimmie antropomorfe” nel caso della lingua inglese ed invece a quella di “insetti sociali” in quella italiana), similmente la descrizione dello stress solo in termini quantitativi non ne coglie la complessità né la sua valenza positiva o negativa (tranne che nel contesto ristretto della teleonomia squisitamente biologica).

Come nello studio della semiotica è solo l’effetto interattivo determinato dall’intreccio di segni e significati, componenti oggettive e soggettive e convenzionali a far emergere le caratteristiche linguistiche, similmente solo un concetto di stress che include l’interazione tra gli aspetti quantitativi e qualitativi, oggettivi e soggettivi può ambire a gettare luce sulla natura umana.

Questa sfida scientifica è un qualcosa di molto più complesso rispetto ciò che si è finora pensato relativamente lo stress ma rappresenta la direzione corretta per continuare a migliorare la comprensione di ciò che ci danneggia da ciò che invece promuove il nostro benessere psicofisico con tutte le implicazioni pratiche che essa comporta.

 

Nata due volte (2021) di Giorgia Bellini – Recensione del libro

Grazie al libro Nata due volte è possibile perlustrare “dal di dentro” il forte senso di smarrimento e di vuoto causato dalla Bulimia Nervosa.

 

Nell’ambito della salute mentale le informazioni raccolte in un linguaggio universale come nel DSM-5 o nell’ICD-10 sono essenziali per far sì che i diversi professionisti possano comunicare e collaborare tra di loro, ma questo non basta proprio per il principio di unicità che sta alla base dell’Identità. Erik Erikson utilizza il termine Ego-identity per definire il senso del proprio essere continuo come un’unità distinta e distinguibile dalle altre, stabile nel tempo, che in un soggetto sano permette di sentirsi integro nello spazio, di essere consapevole della continuità del tempo, di percepirsi autore delle proprie azioni e centro delle proprie emozioni. Lo studio della personalità ha la necessità di integrare un approccio nomotetico e uno ideografico, questa è la base essenziale per distinguere lo spiegare (Erklaeren) dal comprendere (Verstehen).

E allora chi meglio di una persona che ha sofferto può spiegare il proprio disagio riuscendo a raggiungere un pubblico più vasto, fatto non solo da esperti nel settore, ma anche di gente comune che prova un dolore similare?

Giorgia Bellini, 24 anni, ha deciso di condividere la sua storia e soprattutto di esplicare i suoi 8 anni di convivenza con quello che definisce «vento nero», ossia la Bulimia Nervosa, uno dei disturbi alimentari che colpisce soprattutto l’età adolescenziale o la prima età adulta. Si rivolge ad un pubblico ben definito di «persone ricche d’animo» in grado di comprendere senza giudicare o etichettare. L’autrice, infatti, sottolinea nella sua introduzione di essersi imbattuta in troppe persone povere di sentimenti e emozioni, capaci solo di giudicare e godere dei fallimenti altrui, oggi non considerate tra i destinatari del suo racconto.

Grazie a questo libro è possibile perlustrare “dal di dentro” il forte senso di smarrimento e di vuoto causato dal disturbo, un gesto di vero amore nei confronti di chi ha bisogno di ascoltare e di sentirsi meno solo, in quanto si abbandona qualsiasi barriera difensiva, qualsiasi scudo protettivo, porgendo in vista la propria esperienza più intima.

Il libro è diviso in XXXI parti che rappresentano dei microcosmi di esperienze vissute da Giorgia, talmente dense di significato da risultare magnetiche: è davvero difficile staccarsi dalla lettura, in quanto ogni singola parte di storia è talmente coinvolgente da essere letta tutta d’un fiato, quasi per paura di perderne dei frammenti.

È il racconto di una adolescente che ci collega indissolubilmente a quelli che vengono definiti sintomi dalle categorie diagnostiche e psichiatriche, ma che, in realtà, hanno un’importanza ed un significato più profondo, ossia tentativi disperati di riemergere da un buco nero intriso di dolore che fa tendere sempre più verso il basso e verso l’oscurità.

Con una delicatezza e una semplicità impossibili da replicare, l’autrice racconta di sé come una bimba bisognosa di affetto in una famiglia caratterizzata da innumerevoli liti genitoriali che la portano a credere di non meritare il loro amore e, dunque, la spingono alla ricerca spasmodica di colmare il vuoto e la distanza attraverso la fatica di raggiungere una perfezione che, in realtà, non esiste, una perfezione che costa sudore, controllo, punizioni e che con il tempo porta ad ammalarsi. Un grido nel tentativo di ottenere un briciolo di attenzione nella velocità e nello stress della quotidianità, un grido che però ai famigliari non arriva, quasi fosse senza voce o in una lingua incomprensibile. E allora ciò che rimane come unico baluardo di salvezza, perché ha una forma a cui aggrapparsi, è il proprio corpo, colmato fino all’orlo e poi svuotato fino alle viscere, colmato e poi di nuovo svuotato, in un meccanismo che si ripete senza mai fine, accompagnato da un senso di impotenza nel controllo di tali impulsi.

Tutto parte dalla percezione alterata di avere delle gambe grosse e di voler a tutti costi renderle sottili come quelle di una sua compagna di classe: ecco allora diete rigide, accompagnate da attività fisica sfrenata, alternate a momenti di abbuffate, in cui la disperazione e la sofferenza è tale da non riuscire più a smettere di mangiare e poi quei maledetti sensi di colpa che riportano al conteggio delle calorie e alle punizioni inferte con diete prive di carboidrati. Giorgia trova uno spiraglio di luce solo nel rapporto con i nonni a cui tra l’altro dedica il suo libro, in particolare con nonna Anna che si accorge della richiesta silente di aiuto della nipote e la convince a parlarne con i genitori. Ma i genitori vedono la figlia così bella, brava e perfetta che non danno il giusto peso al disagio e Giorgia, nonostante la confessione coraggiosa, si ritrova nuovamente in un turbine maledetto dove la disperazione prende il sopravvento, a tal punto da spingere la ragazza ad un tentativo di suicidio. In un articolo di analisi sul tema della suicidalità in pazienti anoressiche e bulimiche il Prof. Maurizio Pompili et al. mettono in evidenza come il suicidio sia tra le principali cause di morte nella Anoressia Nervosa, molto più dell’inedia o delle complicanze del dimagrimento: i tentativi di suicidio sono un alto e serio pericolo per la vita di queste pazienti. Purtroppo i dati, soprattutto rispetto alla Bulimia Nervosa, risultano ancora incompleti, nonostante si annoverino come numerosi i tentativi di suicidio. Tale problematica risulta ancora troppo sottostimata e a testimonianza di questo troviamo il racconto di Giorgia che lo valida.

Si rischia già di perdere la vita a causa di quei comportamenti auto mutilanti inferti al corpo con imperativi rigidi e categoriali, alla ricerca di un riconoscimento e un apprezzamento dal mondo sociale che sembra prediligere forme silenti, forme senza sostanza, una magrezza che diventa sinonimo di bellezza, a tal punto da generare una percezione deforme di sé che scatena una sofferenza ogni giorno sempre meno sopportabile. Dalla cosiddetta luna di miele, quella fase iniziale, quasi idilliaca, che scatena quel circolo tossico di comportamenti autoalimentanti che generano euforia e creano dipendenza, si passa presto ad una fase ossessiva dove conta solo il controllo del cibo e del peso. E inconsapevolmente si cerca quell’attenzione che magari non arriva e questo porta verso uno stato limite in cui sembra più facile abbandonarsi alla fine. Si oscilla tra attimi di felicità e momenti di completo sconforto, così pieni di solitudine da ritrovarsi soli con quel vento nero ormai fastidioso, ma l’unico in grado di non abbandonare. Si arriva a perdere il senso di sé, della propria identità, fino a non riuscire nemmeno a provare alcuna emozione, una sorta di apatia senza spazio, senza tempo e senza sogni, «un mondo che ti illude di proteggersi da quello che c’è al di fuori, mentre ti divora in una spirale senza fine». Non ci sono più obbiettivi, né perché, e allora l’ultimo gesto appare l’unica soluzione.

Ma Giorgia ce l’ha fatta, ha dovuto toccare il fondo per farcela, ma oggi è qui a trasmettere quanto le è successo per aiutare tutte le persone che vivono i suoi stessi drammi a comprendere, a farsi aiutare, ma non solo. Scrive anche per rendere più consapevoli le famiglie del bisogno sfrenato di amore che necessitano le persone con disturbi alimentari, dell’importanza della loro comprensione, del loro appoggio e della loro vicinanza. Giorgia parla a nome di una forza di volontà in grado di spronarti, della necessità di credere fermamente nella possibilità di riuscire a superare un disagio così soffocante e di lottare, non certo per vincere qualcosa, ma per vivere.

Giorgia decide di curarsi, entra in quella clinica di Todi il 23/10/2016 con l’intento di salvarsi. Conosce persone che parlano la sua stessa lingua, che non banalizzano la sofferenza e non giudicano. Scrive di quanto sia importante la professionalità dei medici che trova sicuramente in quella clinica per curare un disturbo come il suo, ma afferma anche che non basta. Il fulcro sta altrove, ossia sta nel cuore, e dunque la cura ha bisogno di «essere umani», di amore. Giorgia esce dalla clinica, non sarà semplice. Si ritrova allo scoperto, senza più quella campana di vetro della clinica, ma con una nuova consapevolezza acquisita nel suo percorso: non inseguire più quella vita che gli altri si aspettano che insegua, ma cercare la sua passione, il suo Ikigai, lo scopo della sua vita.

Qui sta il segreto. “Va’ dove ti porta il cuore”, questo è il punto di ripartenza.

Giorgia ce l’ha fatta, è arrivata al limite della vita, ha sfiorato la morte, ma poi è rinata, anzi è nata due volte.

 

I neuroni bussola ci aiutano ad orientarci tra i pensieri

Sono stati pubblicati, dalla rivista scientifica internazionale Communications Biology, i risultati di uno studio dell’Università di Trento che ha portato ad una nuova scoperta: gli stessi neuroni che indicano la direzione del movimento nello spazio fisico si attivano anche per orientarci tra i concetti nello spazio astratto delle idee.

 

Nei mammiferi esiste un sistema neuronale localizzato nel lobo temporale mediale che si attiva quando i soggetti si muovono in ambienti reali o virtuali o svolgono compiti spaziali (Epstein RA et al. 2017).

Grazie agli studi di neuroimaging magnetico funzionale si è potuto stabilire che nell’uomo i neuroni coinvolti nell’orientamento utilizzano due tipi di codici per la navigazione. A livello dell’ippocampo usano il codice a distanza mentre nella corteccia entorinale un codice a griglia (MorganLK et al. 2011; Nielson DM et al. 2015; Doeller CF, et al. 2010). I neuroni che utilizzano questi codici permettono di identificare la disposizione dell’ambiente e la posizione degli oggetti.

I ricercatori dell’Università di Trento, in passato, hanno già dimostrato che questi due codici vengono attivati anche in contesti non spaziali e precisamente quando un individuo “naviga” in uno spazio astratto come quello delle forme visive o degli odori o quando si fa riferimento a simboli come le parole (Constantinescu, AO et al. 2016; Viganò  S. et al. 2021).

Neuroni bussola: lo studio

Lo studio, recentemente condotto dai ricercatori dell’Università di Trento, i cui risultati sono stati pubblicati su  Communications Biology, ha indagato se durante la navigazione in un ambiente non fisico ma concettuale vi fossero delle popolazioni neuronali, complementari a quelle già conosciute, in grado di funzionare come una bussola che permette di trovare l’orientamento nello spazio delle idee.

Il team universitario ha utilizzato un campione di 9 soggetti, che sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale dopo aver effettuato un particolare addestramento. Ciascun soggetto ha imparato a nominare nove nuovi oggetti con nove nuove parole, differenti per suono e dimensioni. Il compito dei partecipanti allo studio era quello di abbinare correttamente parola ed oggetto senza essere informati sulla geometria bidimensionale dello spazio degli stimoli. La risonanza magnetica funzionale ha permesso di ricercare le aree cerebrali che rappresentano la direzione nello spazio astratto delle parole.

Conclusioni

I ricercatori sono così giunti alla conclusione che una rete di aree cerebrali localizzate nella corteccia fronto-parietale e occipitale rappresenta la direzione assoluta tra i significati delle parole durante un compito comparativo. In passato, studi dei ricercatori di Trento ed altri studi, avevano localizzato i neuroni deputati all’orientamento spaziale reale e virtuale nel lobo mediale-temporale (Baumann, O. & Mattingley, J. B. 2010  Shine J. P et al .2016;); l’attuale ricerca evidenzia che l’orientamento, in maniera complementare, può essere veicolato anche con un codice di direzione nelle cortecce parietale e occipitale. Queste conclusioni estendono le scoperte precedenti sul reclutamento di codici neurali e confermano l’evidenza empirica che mostra che il sistema di navigazione del cervello si estende al di fuori del lobo temporale mediale.

Mindful eating. Per scoprire una sana e gioiosa relazione con il cibo (2021) di J. C. Bays – Recensione

Nel libro Mindful eating, Jan Chozen Bays racconta in maniera semplice, ma estremamente efficace, cosa si intende per mindful eating e perché valga la pena svolgere questo tipo di pratica.

 

Attraverso la guida esperta dell’autrice, medico pediatra, insegnante di meditazione e superiora del Great Vow Zen Monastery in Oregon, il lettore comincia progressivamente ad interrogarsi sul proprio rapporto con il cibo e sulle sue abitudini alimentari. In questa riflessione si è guidati da una serie di esercizi che accompagnano la presentazione dei diversi contenuti, e che conferiscono a questo libro una dimensione molto più simile a quella di una guida pratica che a un manuale sul mindful eating.

Scopriamo così che esistono 9 tipi di fame, alcuni dei quali non trovano soddisfazione nel mangiare. Che il nostro agire spesso risulta condizionato da fattori che esulano dalla nostra coscienza e che possono avere radici anche molto profonde. Ma soprattutto nasce il desiderio di capire schemi e abitudini che regolano la nostra relazione con il cibo.

Mindful eating significa alimentazione consapevole

Ci ritroviamo così ad osservarci in maniera curiosa durante i pasti, a fare attenzione a cosa, quando e come lo mangiamo. Iniziamo dunque a portare consapevolezza sulla nostra alimentazione.

È questo il concetto fondamentale alla base del mindful eating, ma in generale della mindfulness, e si riferisce all’essere presenti alle proprie azioni mentre stanno accadendo. Tale consapevolezza passa innanzitutto dal corpo e dalle sue sensazioni che, se correttamente ascoltate, possono aiutarci a riprendere contatto con i nostri bisogni e a rispondervi in maniera coerente.

Jan Chozen Bays ci incoraggia a lasciare andare qualsiasi segnale esterno per tornare a concentrarci su ciò che proviamo internamente perché, parafrasando le sue parole, abbiamo a disposizione un corpo che sa perché sente e non perché pensa. A distrarci sono spesso abitudini e schemi riguardanti il cibo e il mangiare, appresi nel corso della crescita e delle diverse esperienze. Esercizio dopo esercizio arriviamo a prenderne coscienza fino al punto di riuscire a riconoscerli e a distaccarcene.

In questo viaggio verso l’acquisizione di consapevolezza e dunque verso la libertà che ne deriva, l’autrice non manca di ricordarci di vivere questo processo con gentilezza, in accordo con il principio di non giudizio della mindfulness. Ancora una volta l’invito è ad essere connessi semplicemente con le nostre sensazioni, con intenzione, e a lasciare fuori qualsiasi fonte di distrazione, tra cui anche la nostra parte più critica.

Perché leggere questo libro sul mindful eating e a chi è rivolto

Questo libro è adatto a chiunque desideri riscoprire il proprio rapporto con il cibo, a chi ha voglia di avvicinarsi alla pratica della mindfulness oppure a chi è semplicemente curioso.

La questione fondamentale che viene trattata è infatti l’importanza di essere consapevoli, di ciò che succede dentro di noi, dei nostri meccanismi e dei nostri bisogni, e di come da ciò derivi la possibilità di sentirsi liberi e autentici.

Il vantaggio di parlare di questo argomento in relazione all’alimentazione è ciò che lo rende concreto e facilmente sperimentabile. Spesso capita che le persone si lamentino di non poter praticare mindfulness nelle proprie giornate troppo impegnate, ma il mindful eating ci dimostra che è possibile farlo ad ogni pasto, ad ogni spuntino o persino ad ogni morso della fame.

Tanti gli esercizi tra cui scegliere, sempre ben spiegati e accompagnati da una cornice teorica e da una buona dose di ironia, che rendono la lettura piacevole e fanno venire voglia di mettersi alla prova.

L’augurio è che questo possa essere solo “il primo boccone” di un pasto così succulento da voler provare a praticare mindfulness anche negli altri aspetti della propria vita. Buon appetito!

 

Animali domestici e salute mentale: uno studio su una popolazione over 65

Vi sono prove evidenti che possedere un animale domestico può apportare una serie di benefici per la salute mentale, specialmente per quanto riguarda gli adulti più anziani.

 

Animali domestici e salute mentale

Le prove esistenti hanno indicato che la compagnia di un animale domestico può aiutare a ridurre lo stress, la solitudine e migliorare la qualità della vita. Facilita altresì l’interazione sociale e la partecipazione all’interno della comunità, aiutando lo sviluppo di abilità di coping per persone a cui è stata diagnosticata una malattia mentale come, ad esempio, la schizofrenia e il disturbo borderline di personalità. (Brooks et al., 2016).

Alcuni studi hanno trovato che esiste una correlazione positiva tra il possesso di un animale domestico e il benessere del proprietario dell’animale, e questa relazione è più forte quando gli animali domestici svolgono un ruolo nel soddisfare i bisogni degli adulti più anziani (McConnell et al., 2011). Altre ricerche hanno riportato, tuttavia, che l’animale domestico può addirittura comportare un declino della salute mentale. Gli animali domestici possono aumentare la suscettibilità dei proprietari nel contrarre certi tipi di malattie, e tali rischi per la salute possono causare un aumento dello stress (Herzog, 2011). È stato anche suggerito che gli animali domestici possono esacerbare i sintomi depressivi negli adulti più anziani, a causa delle varie responsabilità e dei legami emotivi che sono legati al loro possesso (Gilbey et al., 2007).

Animali domestici e salute mentale negli anziani

Lo studio di Hui Gan et al., (2019) ha esplorato in modo approfondito come gli animali domestici possono influenzare la salute mentale degli adulti anziani.

Nello studio sono stati coinvolti 14 soggetti (uomini e donne) di un’età compresa fra i 65 e gli 85 anni. La partecipazione allo studio era su base volontaria, in quanto sono stati distribuiti dei volantini in una struttura per anziani. Per indagare la relazione fra compagnia di un animale domestico e benessere mentale è stato scelto un approccio qualitativo fenomenologico descrittivo (Creswell, 2014). In questo modo sono stati esplorati i pensieri, le credenze e le esperienze legate alla vicinanza ad un animale domestico, senza giudizi a priori (Creswell, 2014). Per raccogliere i dati sono state proposte delle interviste semi strutturate, svolte a domicilio, composte da due parti: una raccolta di dati demografici ed una riguardante la percezione della salute mentale in relazione alla compagnia di un animale domestico. I dati raccolti sono stati analizzati facendo riferimento all’analisi a sette fasi di Colaizzi (1978). In un primo momento un ricercatore esterno ha trascritto ogni intervista e annotato su un diario le sue reazioni, entrando in contatto con la prospettiva di ciascun partecipante. Successivamente lo stesso ricercatore ha identificato le frasi più significative riguardo all’esperienza relativa al possedere un animale domestico. L’analisi è stata condivisa con altri due ricercatori che hanno formulato sette cluster (categorie) tematici, ridotti a quattro temi principali. In conclusione i ricercatori hanno condiviso con i partecipanti una trascrizione narrativa dei risultati delle loro analisi.

Conclusioni

Nel complesso, dai risultati di questo studio esplorativo è emerso che possedere un animale domestico ha un impatto positivo sulla salute mentale grazie all’instaurarsi di un legame unico animale-umano (HAB) che può essere paragonato ad una relazione genitore-figlio o marito-moglie (Brown, 2011). I partecipanti erano disposti a rinunciare alle loro comodità personali per il benessere dei loro animali, riflettendo in qualche modo il ruolo di genitore. Il concetto di ‘genitorialità’ e cura di un animale domestico è stato trovato socialmente prezioso e significativo (Blouin, 2013; Laurent-Simpson, 2017), poiché l’essere proprietari di un animale fornisce uno scopo nella routine di una persona anziana. Questo porta a una diminuzione della solitudine e dell’isolamento sociale, aumentando i livelli di autostima e il coinvolgimento in attività significative (McConnell et al., 2011).

Un animale domestico incrementa la percezione di sicurezza riducendo al minimo il livello di ansia soprattutto negli anziani che vivono da soli (Oliveira, 2018; Shaffer & Yates, 2010), oltre a fornire conforto attraverso la loro compagnia. Inoltre, i partecipanti hanno descritto come la presenza fisica del loro animale domestico fornisce una gratificazione tattile che soddisfa uno dei bisogni sensoriali essenziali per l’uomo. Da quanto emerso sembrerebbe che, nel caso degli anziani, gli animali domestici possono essere di aiuto nel permettere loro di ritrovare un ruolo sociale stabile in un momento in cui le circostanze della loro vita iniziano a cambiare.

 

Schizofrenia: basi biologiche e alterazioni

La schizofrenia si configura come una patologia mentale ereditaria, con loci cromosomici continuativamente associati al disturbo.

 

La schizofrenia è un grave disturbo mentale a carattere evolutivo che comporta disfunzioni cognitive, comportamentali, emotive e perdita del rapporto con la realtà, pregiudica tutti gli aspetti che qualificano la salute mentale dell’individuo, solitamente inizia in tarda adolescenza e colpisce circa l’1% della popolazione mondiale e, in pari numero, uomini e donne. Diversi studi psicometrici indicano che la schizofrenia presenta sintomi universali, descritti nel DSM-5, che si sviluppano in modo graduale e insidioso in un periodo di 3-5 anni e che possono essere raggruppati in cinque cluster:

  • Sintomi positivi, cioè quelli visibili (disturbo del pensiero, allucinazioni, deliri, agitazioni e catatonia)
  • Sintomi negativi, dovuti ad ipofrontalità, cioè ridotta attività dei lobi frontali (anedonia, apatia, alogia, assenza di iniziativa, appiattimento affettivo, ritiro sociale)
  • Sintomi cognitivi, dovuti ad anomalie cerebrali (bassa prontezza psicomotoria, deficit di apprendimento e memoria, scarsa capacità di problem solving, difficoltà a sostenere l’attenzione)
  • Sintomi di aggressività (autolesionismo, impulsività e ostilità verbale e fisica)
  • Sintomi ansioso-depressivi (preoccupazione, tensione, irritabilità, senso di colpa e umore depresso e ansioso)

La schizofrenia deriva soprattutto da cause genetiche e biologiche; fattori ambientali quali abuso di sostanze o un ambiente sociale problematico costituiscono, più che altro, elementi coadiuvanti piuttosto che motivazioni scatenanti. La schizofrenia si configura come una patologia mentale ereditaria, come hanno dimostrato importanti studi di natura psicobiologica quali gli studi sui gemelli e sull’adozione, che hanno identificato la presenza di loci cromosomici (geni omologhi) continuativamente associati al disturbo. Pare inoltre che i bambini con i padri più anziani siano più propensi a sviluppare il suddetto disturbo, a causa di mutazioni negli spermatozoi che possono provocare un errore di trascrizione durante la duplicazione del DNA: anche l’età del padre rientra tra le cause genetiche sottostanti la schizofrenia.

L’ipotesi dopaminergica della schizofrenia

Dal punto di vista biologico, l’ipotesi dopaminergica propone che i sintomi siano causati da una disfunzione della neurotrasmissione dopaminergica a livello cerebrale. L’ipotesi dopaminergica afferma che l’iperattività dopaminergica nei disturbi schizofrenici sia la condizione causa dei sintomi, mentre il blocco dopaminergico sui recettori D2 sia prodotto da antipsicotici tipici utilizzati nella terapia farmacologica, che elicitano importanti effetti prevalentemente sui sintomi positivi della schizofrenia, ma non su quelli negativi. Successivamente l’introduzione di antipsicotici atipici ha costituito una svolta nel trattamento farmacologico della schizofrenia: essi sono associati ad una comparsa sostanzialmente inferiore di effetti collaterali e ad un minor rischio di discinesie (alterazioni motorie) tardive rispetto agli antipsicotici tipici. La maggiore tollerabilità degli antipsicotici atipici è attribuita all’azione su vari tipi recettoriali: oltre all’azione sui recettori dopaminergici D2 viene inclusa l’azione sui recettori serotoninergici 5- HT.

Le alterazioni cerebrali nella schizofrenia

Oltre alla variazione nella neurochimica, un’altra possibile causa potrebbe essere data da un’alterazione della struttura morfologica cerebrale, dovuta ad una probabile lesione prenatale: il quadro lesionale interessa le strutture corticali del sistema limbico (il giro del cingolo, il giro ippocampale e la parte ventro mediale della corteccia temporale), un aumento del volume dei ventricoli cerebrali e atrofia corticale e sottocorticale su cervelletto e corpo calloso.

 

Analisi della psicologia di Sette Anime – La sindrome del sopravvissuto e il complesso del salvatore

Con questo articolo non voglio razionalizzare una delle pellicole più emozionanti dell’ultimo millennio ma semplicemente fornire un’analisi psicologica del film Sette Anime.

 

Attenzione! L’articolo può contenere spoiler

Sette anime è un film di Gabriele Muccino uscito nelle sale nel 2008. Il titolo sette anime è un riferimento a un’ opera di Shakespeare, ma concidenziale è il fatto che la parola psiche derivi dal greco, psykhe, ovvero anima, perciò Sette anime è un film che parla di sette anime così come di sette psichi. Il protagonista, Tim, è un ingegnere aerospaziale laureatosi al M.I.T. Il film si apre con Tim con il capo chinato di lato, in una mano una cornetta telefonica, nell’altra  poggia la fronte e ha il seguente dialogo con un Operatrice del 911:

Operatrice 911: «Nove uno uno emergenza»
Tim: «Mi serve un’ambulanza»
Operatrice 911: «Mi risulta che lei chiama da West word street 52 12 a Los Angeles!»
Tim: «Stanza numero 2»
Operatrice 911: «Qual è l’emergenza?»
Tim: «C’è stato un suicidio»
Operatrice 911: «Chi è la vittima?»
Tim: «Io!».

È necessario vedere l’intero film per capire ciò che ha spinto Tim a suicidarsi o meglio a sacrificarsi, la causa di tutto è un incidente causato da una sua distrazione. Nell’incidente muore sua moglie e altre sei persone, ma lui sopravvive. Da un punto di vista psicologico il protagonista ha la sindrome del sopravvissuto.

La sindrome del sopravvissuto è caratterizzata da un forte senso di colpa per essere appunto sopravvissuti a un evento traumatico come incidente, un cataclisma, un attacco terroristico ecc. La sindrome del sopravvissuto che oggi giorno viene considerata un sintomo del disturbo da stress post traumatico, ed è stata rimossa dal DSM.

Approfondimento: Uno dei libri che più indaga il disturbo da stress post traumatico è il Cognitive Behavioral Therapeutic for Trauma, in cui viene anche ripercorsa brevemente la storia del disturbo da stress post traumatico, che esiste da sempre ma solo con l’avvento dell’uso del metodo scientifico in psicologia, ossia nel diciannovesimo secolo, si è iniziato a studiarlo. Il libro fa iniziare la storia dei traumi psichici con la messa in guardia da parte del chirurgo John Erichsen (1882) dal confondere (quello che presumeva essere) i sintomi causati organicamente dalla colonna vertebrale con isteria, la diagnosi prevalente dei tempi; successivamente Herman Oppenheim coniò il termine ‘nevrosi traumatica’ asserendo che fosse causata da sottili cambiamenti molecolari nel sistema nervoso. Sigmund Freud si ribellò all’attenzione primaria sulle spiegazioni organiche per la psicopatologia in voga in quel periodo. A causa della sua influenza, le eziologie psicologiche iniziarono a essere proposte per la comprensione, trattando la psicopatologia, in generale, e le reazioni post-traumatiche. In particolare Freud teorizzò che, poiché gli eventi traumatici travolgono la psiche, gli individui traumatizzati devono impegnarsi in meccanismi di difesa estremamente primitivi come la dissociazione.

La sindrome del sopravvissuto è causata da un forte senso di colpa per essere appunto sopravvissuti a un evento traumatico come un incidente, un cataclisma, un attacco terroristico oppure a una pandemia. Di fatto Tim prova un dispiacere attribuendosi erroneamente la responsabilità dell’incidente, probabilmente per l’hindsight bias (un bias di giudizio che porta il soggetto a percepire le probabilità che un determinato evento accada maggiori di quanto siano realmente, dopo che è accaduto; i bias di giudizio e bias cognitivi sono indagati in: Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahemman). Per questo Tim si sente in debito di sette vite e avverte il bisogno di (ri)stabilire un senso di equità e giustizia cosmica che dovrebbe vigere sugli esseri umani, ed è per questo che Tim redimerà la vita di sette persone fino ad arrivare alla propria distruzione, fino al sacrificio estremo. Ciò ricorda molto la figura di Cristo, di fatto nel film sono presenti numerosi riferimenti biblici, il primo riferimento compare a inizio film quando la voce fuori campo di Tim dice: «Dio ci ha messo sette giorni a creare il mondo. Io ci ho messo sette secondi a distruggere il mio» un altro riferimento è: «Io ho il potere di cambiare drasticamente la sua condizione. Ma non vorrei fargli un regalo che lui non si merita. Ho bisogno che lei mi dica se lui è o non è una brava persona» queste citazioni sono collegabili alla sindrome del salvatore, Tim sente in sé il potere di un messia e avverte il bisogno di aiutare gli altri. Senza alcun dubbio aiutare gli altri è uno di quei comportamenti più premiati da punto di vista sociale. Tim probabilmente pensa che aiutare sia il miglior modo per espiare la propria colpa.

Tutto ciò non è anormale: molte persone hanno il complesso del salvatore, ciò che è desueto è che Tim, nel film, vive una relazione interdipendente e non codipendente, come la maggior parte delle persone che hanno il complesso del salvatore, con Emily, un’artigiana che stampa biglietti d’auguri e che ha una malformazione cardiaca e perciò necessità urgentemente di un trapianto di cuore. Entrambi si danno amore l’un l’altro, la loro relazione è ciò che gli psicologi positivi chiamano ‘relazioni fiorenti’ ossia i due, dalla loro relazione non ricavano solo felicità, ma anche intimità e resilienza. Tanto è vero che è proprio dal suo amore verso Emily che Tim trae la forza per poter portare a termine il suo piano. Ed Emily condivide con Tim speranze e sogni ma anche la sofferenza di un futuro incerto.

Lo scopo di Sette anime è celebrare l’amore fraterno e incondizionato anche se a volte, per fare bene a tuo fratello, devi fare male a te stesso.

 

SETTE ANIME – Guarda il trailer del film:

L’ossessione per la preoccupazione pandemica: il modello di credenza sulla salute (HBM) e COVID-19

La vaccinazione è un tema che crea preoccupazione durante la pandemia di COVID-19.

 

Dato che questo virus si diffonde molto velocemente in tutto il mondo (World Health Organization, 2020), i tassi crescenti di infezione e di mortalità, soprattutto nelle persone con malattie croniche, hanno portato all’ottimizzazione di un vaccino che potesse essere rilevante non solo per la salute fisica, bensì anche per il funzionamento psicologico, per le conseguenze psicosociali e per l’economia mondiale (Bashir et al., 2020; Norouzi et al., 2020; Iacob et al., 2021). Considerando il numero crescente di persone contrarie al vaccino, l’intenzionalità a vaccinarsi è stata studiata in modo approfondito (Greenberg et al., 2019), valutando i fattori che possono influenzare tale presa di decisione: si evidenziano la preoccupazione per la pandemia e la minaccia della malattia (Ashbaugh et al., 2013; Liao et al., 2013), l’abitudine di fare il vaccino antiinfluenzale (Schmid et al., 2017), la fiducia nei confronti delle informazioni fornite sulla sicurezza della somministrazione del vaccino, i confronti sociali con persone che vogliono vaccinarsi (Podlesek et al., 2011), l’età, il livello di istruzione (Bonfiglioli et al., 2013) e le categorie sociali esposte a rischio di infezione (Bish et al., 2011; Iacob et al., 2021).

Vaccino e modello di credenza sulla salute

I due quadri teorici prevalenti, su cui si basano la maggior parte degli studi sull’intenzione a vaccinarsi, e che spiegano il 60% della varianza di tali intenzioni contro il papillomavirus (HPV; Bennet et al., 2012), sono la teoria del comportamento pianificato (Gallagher e Povey, 2006) e il modello di credenza sulla salute (HBM; Cummings et al., 1979). Nello specifico, l’HBM è uno dei modelli più utilizzati nella ricerca sanitaria (Skinner et al., 2015), strutturato in quattro componenti: la suscettibilità della malattia, cioè la probabilità percepita di contrarla; la gravità percepita; i benefici riguardo le azioni preventive e il trattamento; infine le barriere percepite nell’attuare le raccomandazioni (Janz e Becker, 1984; Iacob et al., 2021). Le componenti aggiunte successivamente riguardano i dati demografici, l’autoefficacia e il controllo percepito (DiClemente e Peterson, 1994). Liao e colleghi (2013) evidenziarono come la componente HBM, collegata all’intenzione vaccinale, riguardasse principalmente la minaccia percepita della malattia per le sue conseguenze sulla salute. La preoccupazione pandemica è vista come una risposta emotiva alla malattia (Ro et al., 2017) e include la percezione del potenziale rischio di infezione, il rischio per la famiglia, la gravità e le conseguenze (Goulia et al., 2010). Dato che tale componente è correlata alla percezione del rischio e ai comportamenti preventivi messi in atto durante la pandemia, Iacob e colleghi (2021) hanno svolto uno studio, aderendo all’HBM, per spiegare l’intenzione della vaccinazione.

Modello di credenza sulla salute applicato al vaccino contro il Covid-19

Tale modello è stato utilizzato per spiegare la relazione tra preoccupazione pandemica e intenzione di vaccinarsi, evidenziando come i mediatori fossero la minaccia percepita delle malattie, i benefici e le barriere delle vaccinazioni (Scherr et al., 2016). Questo studio trasversale ha l’obiettivo di esplorare le differenze tra adulti, con o senza malattie croniche, l’intenzionalità a vaccinarsi e la preoccupazione per la pandemia (Iacob et al., 2021). Il campione è composto da 864 adulti della comunità rumena (66,6% femmine), con un’età compresa tra i 31 e i 65 anni: il 20,5% dei soggetti riportano malattie croniche, come diabete, malattie respiratorie e cardiovascolari, ed uno dei criteri di esclusione è la diagnosi precedente o attuale di COVID-19. Per misurare l’intenzionalità, è stata posta la domanda seguente “Hai intenzione di vaccinarti quando ti viene offerto un vaccino contro l’infezione da COVID-19?”, mentre le risposte sono state codificate con 1 (no), 2 (forse) e 3 (sì). La frequenza e la gravità delle preoccupazioni riguardo alla pandemia sono state misurate con la Dispositional Pandemic Worry (Scherr et al., 2016), inizialmente strutturata per la pandemia influenzale H1N1 del 2009 e del 2010. Le componenti HBM, cioè la minaccia percepita della malattia, i benefici, l’autoefficacia e le barriere sono state valutate attraverso un riadattamento degli strumenti Champion (1999). I cambiamenti comportamentali sono stati indagati attraverso tre domande poste sulla quantità del cibo, farmaci e articoli igienico-sanitari acquistati da parte dei partecipanti durante la pandemia, mentre i dati sociodemografici sono stati ottenuti mediante un questionario utile a raccogliere informazioni sul genere, sull’età, sul livello di istruzione e sulle malattie croniche (Iacob et al., 2021). I risultati mostrano come i soggetti con malattie croniche riportano un livello di preoccupazione pandemica più elevato, livelli maggiori di minaccia percepita, maggiori benefici dovuti alla vaccinazione, minore autoefficacia e un acquisto maggiore di prodotti sanitari. Per quanto riguarda l’intenzionalità a vaccinarsi, non sono state riscontrare differenze significative (Iacob et al., 2021). La minaccia percepita e i benefici tratti dal vaccino mediano parzialmente la relazione tra preoccupazione pandemica e intenzionalità. Questi risultati suggeriscono come presentare delle prove sull’efficacia del vaccino per il COVID-19 possa portare la popolazione a seguire le raccomandazioni suggerite, soprattutto da parte dei gruppi di soggetti vulnerabili o con malattie croniche (Iacob et al., 2021).

 

Mantenere la prestazione sotto pressione: gli stili di concentrazione di Nideffer

La relazione tra attenzione, concentrazione ed elaborazione delle informazioni è al centro della teoria nota come ‘Theory of Attentional and Interpersonal Style’ (Nideffer, 1976).

 

Nello studio, nel lavoro, nello sport e in genere in tutti gli ambiti in cui il fattore umano è determinante per la performance individuale o di gruppo, l’attenzione, la concentrazione e l’elaborazione delle informazioni rivestono un ruolo di fondamentale importanza.

Senza attenzione non cogliamo ciò che nell’ambiente esterno o interno è necessario – come mezzo o come fine – per raggiungere i nostri obiettivi; senza concentrazione sul compito non possiamo portare a termine le operazioni che iniziamo, perché distratti e interrotti continuamente da altro; senza un’adeguata elaborazione delle informazioni non saremmo in grado di portare a termine operazioni mentali o concrete anche molto semplici se prese singolarmente (come ad esempio guidare e messaggiare con lo smartphone).

La relazione tra attenzione, concentrazione ed elaborazione delle informazioni è al centro della teoria nota come ‘Theory of Attentional and Interpersonal Style’ (Nideffer, 1976). Considerata in psicologia dello sport come uno dei modelli maggiormente comprensivi per la spiegazione di questi fenomeni (Moran, 1996), la teoria cerca di fornire un quadro di riferimento per comprendere e predire le condizioni in base alle quali il potenziale fisico e mentale dell’atleta può essere pienamente espresso negli sport individuali o di squadra, senza comunque escludere altri ambiti di applicazione, come lo studio o il lavoro. Esiste inoltre un questionario, sviluppato dallo stesso autore, il ‘Test of Attentional and Interpersonal Style’ (TAIS; Nideffer, 1976) che è stato poi soggetto a revisioni successive.

Concentrazione e stili attentivi

La teoria afferma che il focus attentivo di una persona può variare entro uno spazio a due dimensioni definito dall’intersezione di due assi, che rispettivamente ne colgono l’ampiezza (focus ampio – ristretto: asse orizzontale) e la direzione (focus orientato all’esterno – all’interno: asse verticale). Vengono così definiti quattro stili di concentrazione, uno per ogni quadrante, che definiscono in termini globali le possibili interazioni tra attenzione, concentrazione e elaborazione delle informazioni, che possono essere messe in relazione all’attività in corso di svolgimento oppure oggetto di analisi:

  • Stile Consapevole: è caratterizzato da un focus attentivo ampio ed orientato all’esterno. L’individuo cerca di cogliere dall’ambiente informazioni da analizzare per reagire velocemente e anche istintivamente alle sollecitazioni ambientali. La persona deve prestare uguale attenzione sia a se stesso che a quanto accade intorno a lui; per esempio, il pilota di formula uno, concentrato nel mezzo di un sorpasso in curva;
  • Stile Strategico: è caratterizzato da un focus attentivo ampio ed orientato all’interno. L’individuo è teso all’analisi, alla pianificazione e alla creazione di strategie. Per attuare questi processi egli sfrutta le informazioni presenti nell’ambiente in relazione a quelle da lui già possedute per esperienza o apprendimento. L’esempio è il giocatore di scacchi, concentrato nella ricerca della prossima mossa da fare a partire dal proprio repertorio di mosse e da quelle che vede fare all’avversario, in relazione alle pedine presenti sulla scacchiera;
  • Stile Sistematico: è caratterizzato da un focus attentivo ristretto ed orientato internamente. L’individuo è impegnato nelle ripetizione sistematica delle informazioni necessarie a portare a termine il compito o per valutare e/o manipolare i propri stati interni (motivazione, respirazione, tensione muscolare etc.) in maniera sistematica. Un esempio è quello del tuffatore, concentrato prima di lanciarsi dal trampolino;
  • Stile Focalizzato: è caratterizzato da un focus attentivo ristretto ed orientato esternamente. L’individuo è teso a realizzare una procedura o un obiettivo di natura concreta oppure interpersonale (ad esempio fare una domanda). Ne sono un esempio il matematico che controlla le derivazioni successive di un’equazione o lo studente che si appresta a fare una domanda al professore.

Concentrazione stili di Nideffer e prestazione sotto pressione Psicologia Fig 1

Fig.1 Stili attentivi di Nideffer

Secondo la teoria (Nideffer,1976) gli individui in genere presentano uno stile di concentrazione preferenziale, nel quale si trovano nella maggior parte del tempo e, nel caso le circostanze lo richiedano, sono in grado di passare più o meno agevolmente da uno all’altro, per conformarsi alle richieste della situazione presente. Forse l’esempio più calzante è la distinzione tra l’atleta dello sport di squadra e lo studente o il manager. Nel primo caso, l’atleta sarà per lo più interessato a cosa accade attorno a lui (focus orientato all’esterno) e si muoverà perlopiù sulla dimensione dell’ampiezza. Per tirare un rigore, ad esempio, il calciatore sarà soprattutto focalizzato sul compito di calciare (focus ristretto); invece, per fare un passaggio decisivo potrebbe essere ugualmente importante considerare la posizione dei propri compagni di squadra e degli avversari sul campo da gioco (focus ampio). Lo studente e il manager, all’opposto, potrebbero perlopiù essere interessati all’autoregolazione emotiva e comportamentale (focus orientato all’interno) e muoversi anch’essi sulla dimensione dell’ampiezza, ma con scopi diversi, come accade ad esempio nella presa di decisione (focus ristretto) o nella pianificazione di un corso d’azione futuro (focus ampio) (cfr. Nideffer, Sagal, Lowry, & Bond, 2001). Lo studente potrebbe ad esempio essere interessato a rimanere calmo e concentrato sulla materia da studiare per l’esame (orientato all’interno) e oscillare tra lo studio del singolo argomento d’esame (focus ristretto) o la pianificazione della successione di argomenti da trattare (focus ampio).

D’altra parte è previsto che ci siano individui che invece si trovano prevalentemente su una posizione ampia o ristretta e che tendono a spostarsi sulla dimensione interno-esterno come anche, infine, trovare individui che di preferenza si trovano su un quadrante (stile consapevole- focalizzato- strategico- sistematico) e che in base alle richieste della situazione si muovono sugli altri.

Quest’ultima idea sembra essere supportata da resoconti esperienziali, studi osservazionali e rilevazioni empiriche (Nideffer, 2002). Ad esempio Landers Wang e Courtet (1995) mostrano che all’approssimarsi del compito l’ampiezza del focus attentivo diminuisce; Lacy (1967), invece, dimostra che la frequenza cardiaca tende ad accelerare (orientamento verso l’interno) o decelerare (orientamento verso l’esterno) in accordo con lo slittamento del focus attentivo sulla dimensione orientamento interno-esterno.

Pressione ambientale, performance e concentrazione

Ma cosa succede quando ci troviamo improvvisamente sotto pressione? Cosa accade, ad esempio, quando ci troviamo a competere con i nostri avversari di fronte a uno stadio gremito di spettatori? Cosa accade quando dobbiamo discutere la nostra tesi di laurea di fronte ad amici e parenti? Cosa accade quando il tempo stringe e dobbiamo consegnare un lavoro? Per esperienza diretta o resoconto riferito da altri, conosciamo bene la situazione di chi, nonostante una profonda, lunga e tenace preparazione, si è trovato improvvisamente senza parole di fronte ad una commissione, ha sbagliato un lancio decisivo, ha improvvisamente lasciato incompiuto un lavoro importante… Non esiste limite agli esempi che si possono fare, allora forse è meglio una domanda più generale: ‘Cosa accade quando aumentano le pressioni ambientali e, in conseguenza di ciò, anche il livello di attivazione (arousal)?’. La teoria afferma che sotto queste condizioni, lo slittamento da una stile attentivo all’altro diviene più difficile e la persona tenderà sempre più ad orientare la concentrazione verso l’interno e a sperimentare un restringimento del focus attentivo, determinando in questo modo un deterioramento significativo della performance, descritto dall’autore nei termini di una ‘spirale discendente’ di decisioni e azioni frettolose e una percezione del tempo velocizzata (Nideffer, 1986).

Concentrazione stili di Nideffer e prestazione sotto pressione Psicologia Fig 2

Fig. 2 Downward Spiral Degradazione performance

Come prevenire una situazione di questo tipo? Ma soprattutto, come mai gli atleti che gareggiano a livelli molto elevati, e che osserviamo tutti i giorni confrontarsi in competizioni serrate in stadi rumorosi e gremiti di folla, non soccombono alle pressioni ambientali?

In realtà la performance sportiva individuale sotto pressione, secondo l’autore (Nideffer, 2002), è determinata da quattro parametri:

  • Differenze genetiche: che determinano ad esempio l’ansia di tratto (Eysenck, 1988), il temperamento, la reattività allo stress;
  • Differenze individuali nella consapevolezza e nell’uso di strategie usate per ‘trattare’ i problemi, come l’evitamento di distrazioni e la focalizzazione volontaria dell’attenzione (Orlick, 1990), l’uso dei segnali che provengono dall’ambiente in relazione al compito in corso (Abernethy & Russell, 1987) etc.;
  • Grado con il quale la prestazione è stata appresa e automatizzata grazie alla sua ripetizione, fino al punto in cui la messa in atto sia eseguita ‘senza pensarci’, ovvero con un dispendio minimo di risorse cognitive (elaborazione ‘mindless’; Shiffrin & Schneider, 1977);
  • Grado di fiducia nelle proprie capacità di fronteggiare la situazione. Sono in gioco qui variabili come il senso di autoefficacia percepita (Bandura, 1997), la valutazione delle situazioni in termini sfida e opportunità (Lazarus & Folkman, 1984), l’ottimismo disposizionale (Carver, Scheier, & Segerstrom, 2010), tra le altre.

Così, una volta venuti a conoscenza di quali sono le situazioni in cui ci è richiesto -e soprattutto desideriamo- esercitare livelli elevati di performance, e una volta conosciuto in che modo i parametri di cui sopra si presentano in noi, dovremmo essere in grado sia di predire i comportamenti che metteremo in atto quando la pressione ambientale sarà per noi troppo elevata, sia quali situazioni potrebbero essere per noi fonte di stress eccessivo, in grado di erodere la nostra prestazione (cfr. Nideffer, 2002).

In conclusione, la teoria degli stili di concentrazione ci fornisce indicazioni preziose da seguire se vogliamo mantenere livelli elevati di performance anche sotto stress:

  • Conoscere la propria reattività alle situazioni: se si è troppo reattivi per qualsiasi motivo (mancanza di sonno, responsabilità eccessive, disagio psichico etc.) ricercare modalità per diminuirla: curare il sonno, l’alimentazione, impegnarsi in attività di qualità durante il tempo libero etc.;
  • Imparare a focalizzare l’attenzione e acquisire/implementare nuove strategie di risoluzione dei problemi, se quelle già in uso non funzionano;
  • Esercitarsi nel compito fin quando non viene automatizzato, eseguito ‘senza pensarci’, in modo rapido e preciso;
  • Costruire la fiducia nelle proprie capacità di fronteggiare il compito, coltivare l’ottimismo, vedere le situazioni problematiche in termini di sfida;
  • Imparare a riconoscere quando la pressione ambientale diviene per noi eccessiva: quando il respiro si fa corto, i muscoli si irrigidiscono e tendiamo a fare le cose ‘di corsa’, è probabile che la nostra concentrazione sia orientata internamente e ristretta a pochi elementi, e la prestazione stia subendo un calo. In questo caso è opportuno fare un passo indietro, allontanarsi dal compito e recuperare l’equilibrio, per ritornare a livelli di prestazione ottimali;
  • Conoscere il proprio stile di concentrazione preferenziale e imparare a riconoscere in quali dei quattro stili tendiamo a ‘slittare’ quando siamo sotto stress, per sfruttarlo a nostro vantaggio.

Il supporto di un professionista, consulente psicologico o psicoterapeuta, potrebbe rendere il conseguimento di questi obiettivi più rapido e meno dispendioso in termini di tempo e risorse impiegate.

Se lo scopo prossimale è eseguire meglio i compiti nei quali ci impegniamo, volenti o nolenti, lo scopo finale è sempre lo stesso: vivere meglio. E dare una prestazione ottimale nelle situazioni della vita che richiedono un impegno da parte nostra, è uno dei modi di cui disponiamo per ottenere, almeno in parte, questo risultato.

 

‘Siamo solo dei fili d’erba’: la psicologia di Strappare lungo i bordi

Strappare lungo i bordi è una serie animata, creata da Zerocalcare, uscita nel 2021 sulla piattaforma Netflix.

 

Accanto a me c’è il mio amico armadillo immaginario, che facilita la comprensione dei miei pensieri ed elucubrazioni

(Zerocalcare, La profezia dell’armadillo).

 Strappare lungo i bordi sta riscuotendo un notevole successo sia per gli aspetti grafici e tecnici, sia per gli aspetti psicologici che si rivolgono tendenzialmente alla popolazione adulta. Considerando lo stile fumettistico che contraddistingue la serie, lo stile grafico è il risultato di una sintesi di Zerocalcare, in quanto i modelli anatomici che aveva adottato inizialmente apparivano troppo disomogenei e non erano in grado di soddisfare le sue aspettative (Urbanova, 2018). Inizialmente, la sua carriera da fumettista è stata contraddistinta dall’atteggiamento politico: il G8 a Genova (2001) ha dato un impulso alla sua produzione, impulso che lo portò nel 2003 ad essere contattato dagli editori del nascente mensile ‘XL’ avviato sotto gli auspici de ‘la Repubblica’ (Urbanova, 2018). Inizialmente, il suo stile trae ispirazione da fumetti come ‘Topolino’, ‘Cattivik’, ‘Lupo Alberto’ e ‘Dragonball’, nonché da fumetti d’autore come ‘Blacksad’ e da autori come Alan Moore, Bill Watterson e Miguel Angel Martin con ‘Brian the Brain’ (Urbanova, 2018).

Il segno del fumettista romano è contraddistinto dall’utilizzo di pochi grigi e da forti linee nere, realizzato su carta A3 dal punto di vista tecnico. Rappresenta personaggi ‘fissi’ come Zerocalcare, Secco, Madre e Armadillo, ritratti in modo antropomorfo o zoomorfo (la madre rappresentata come Lady Cocca della Disney e il padre come Mr. Pink, il padre di Po in Kung Fu panda), e personaggi ‘derivati’ dalla cultura popolare degli anni ’80 quali film o videogiochi (Urbanova, 2018).

Sul piano psicologico, i derivati sono un elemento funzionale in quanto permettono agli spettatori o ai lettori di immedesimarsi in una generazione specifica. L’umorismo e l’ironia sono due elementi chiave utilizzati per produrre un effetto comico, solitamente accompagnati da esagerazione e iperbole. Usa questi elementi per descrivere ansiosamente, come opprimente o spropositata, ogni situazione che vive attraverso un ragionamento che ha fatto identificare il pubblico e che ha attribuito una grande riuscita delle sei puntate. In una scena, il protagonista ha la possibilità di scegliere tra la solita pizza e una pizza molto invitante mai assaggiata prima: rimugina contemplando due scenari negativi possibili per osservare come ne esista un terzo, più probabile e nettamente meno catastrofico, che sperimentano la maggior parte delle persone durante la quotidianità.

 Zerocalcare utilizza diverse strategie linguistiche per evidenziare le caratteristiche varietà giovanili, tra cui turpiloqui, forestierismo, neologismi e tratti dialettali: il romano, rapido e difficile da comprendere in alcuni punti della serie, si affianca al flusso di coscienza del personaggio che esternalizza in modo chiaro e dettagliato il vissuto di Zerocalcare. A differenza delle metafore e delle onomatopee, utilizzate frequentemente nella produzione del fumettista, gli ideofoni (ad esempio, la tristezza rappresentata con “sigh”) sono elementi sonori che veicolano un valore aggiuntivo, utile ad esprimere uno stato d’animo (Urbanova, 2018). Il testo, come affermato dall’autore stesso, è una parte cruciale del suo lavoro che prevale sul disegno, in quanto svolge un ruolo espressivo insieme al ritmo della narrazione. Il disegno ha lo scopo di alleggerire la storia, creando un equilibrio che permetta di rendere comprensibili anche gli argomenti trattati più seri e complessi (Urbanova, 2018).

Il messaggio che cerca di passare Strappare lungo i bordi è legato al disagio provato da parte di un’intera generazione, che si ritrova a sperimentare un senso di vuoto causato dalla perdita di certezze e di punti di riferimento, come maestri o persone care: viene suggerita una visione meno egocentrica che permettere di vivere, in modo più leggero, le proprie responsabilità e i propri pensieri. Evidenziare le disillusioni o le difficoltà delle persone adulte, utilizzando un formato ironico importante per stemperare la forte espressività emotiva, permette di cogliere la fragilità psicologica e gli stereotipi sociali, ricordando comunque che ‘siamo tutti dei fili d’erba’ che si muovono nel vento, giorno dopo giorno (Figini, 2021).

 

Strappare lungo i bordi – La teoria del filo d’erba – Guarda il video:

“Diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento scolastico” di Claudio Vio, Patrizio Tressoldi e Gianluca Lo Presti – Recensione

Diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento scolastico, edito da Erickson, rappresenta la nuova edizione del primo testo scritto nel 1996.

 

Il manuale vuole essere una guida che racchiude le direttive vigenti in termini di disturbi dell’apprendimento sia dal punto di vista scientifico che secondo le normative scolastiche.

I disturbi specifici dell’apprendimento (conosciuti anche con l’acronimo DSA) e le difficoltà scolastiche sono un’area d’intervento che negli ultimi anni ha riscontrato un interesse sempre maggiore, complici le diverse conferenze svolte sul tema e l’introduzione prima della legge 170 del 2010, riguardante propriamente i Disturbi specifici dell’Apprendimento, poi della successiva direttiva ministeriale del 2012 in materia di Bisogni Educativi Speciali. Sempre di più quindi si è percepita la necessità di condividere linee guida per la diagnosi e il trattamento di tali disturbi, nonché aggiornamenti continui sia in ambito scientifico e di ricerca sia nell’ambiente scolastico attraverso un dialogo sempre più stretto con il Ministero dell’Istruzione (MIUR).

Il libro Diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento scolastico scritto da Vio, Tressoldi e Lo Presti, tre tra le figure maggiormente competenti nell’area dei disturbi dell’apprendimento, fa parte delle Guide Neurosviluppo della casa editrice Erickson e rappresenta la versione aggiornata della prima scrittura del manuale.

La presentazione è a cura di Cesare Cornoldi – figura di spicco all’interno del panorama delle psicopatologie evolutive in riferimento alla scuola – che ricorda l’importanza del volume per chiarire modalità di valutazione e diagnosi basate sull’osservazione di linee guida scientificamente approvate e condivise. Cornoldi poi avanza una citazione, degna di nota, all’aggiunta tra gli autori di una figura clinica e non meramente legata al mondo universitario e della ricerca per sottolineare come sia importante e fondamentale anche il punto di vista della pratica clinica quotidiana, che si trova a relazionarsi con difficoltà proprie del mondo pubblico e privato e con la necessità di creare una rete di professionisti e di sviluppare capacità comunicative per meglio interagire con le famiglie.

Il libro si presenta diviso in 9 capitoli. Dopo un’introduzione sui DSA e sulle diverse consensus conference avvenute attorno al tema, il secondo capitolo è dedicato all’approccio metodologico da adottare nella rilevazione dei casi di DSA e alla stesura di quella che viene definita diagnosi funzionale. I capitoli successivi analizzano specificamente ogni disturbo evolutivo, in particolare: dilsessia, il disturbo specifico della lettura; disortografia, della scrittura; disgrafia; discalculia, del numero e/o del calcolo; della comprensione del testo e dell’apprendimento non verbale.

Per ogni disturbo viene analizzata la sua definizione specificando l’abilità compromessa e i criteri diagnostici scientificamente condivisi per confermarne la presenza. Parte del capitolo si interessa alla psicologia cognitiva sottostante la strumentalità presa in esame con le relative teorie circa il suo apprendimento e la sua disfunzionalità. La seconda parte invece punta i riflettori sul percorso diagnostico da mettere in atto partendo dalla richiesta di consulenza nei diversi momenti – scuola primaria, secondaria o universitaria – al colloquio clinico e anamnestico (con le diverse aree da indagare per meglio definire il quadro della situazione). I paragrafi conclusivi riguardano le prove strumentali da utilizzare e la stesura della diagnosi. In conclusione poi vengono presentati alcuni casi clinici per offrire esempi relativi alla relazione clinica e alla sintesi diagnostica (con i relativi test utilizzati per la valutazione).

Il nono capitolo è dedicato alla relazione di questi disturbi con l’ambiente scolastico, scritto da Claudia Zamperlin e Vio con l’aiuto di un dirigente scolastico che si occupa dell’ordinamento attuale dell’istituzione scolastica italiana in materia di DSA. La presenza e l’incidenza dei disturbi vengono presentate e analizzate per i diversi gradi scolastici e indirizzi (in riferimento alla scuola secondaria di secondo grado), successivamente il testo spiega nel dettaglio la legge 170/10 nei suoi diversi articoli, presentando le diverse implicazioni previste compresa la spiegazione di cosa e quali siano gli strumenti compensativi e le misure dispensative attualmente utilizzabili.

A conclusione del volume sono presenti due sezioni, utilissime dal punto di vista clinico. In particolare gli argomenti presenti in appendice riguardano i diversi strumenti diagnostici (test e questionari) presenti nel panorama scientifico attuale suddivisi a seconda delle abilità strumentali di interesse, un’indicazione circa la conduzione del colloquio anamenstico nel momento di richiesta di valutazione, le indicazioni principali per la stesura della relazione, le diverse risorse internet in tema di materiali, strumenti e spunti operativi per i disturbi specifici dell’apprendimento e una nuova proposta criteriale per la diagnosi di disgrafia del gruppo AIRIPA (Associazione Italiana per la Ricerca e l’Intervento nella Psicopatologia dell’Apprendimento).

La sezione dedicata agli allegati invece presenta una lista di questionari e scale riferiti a diverse tematiche (per ogni questionario sono presenti le istruzioni per le modalità di somministrazione, le procedure di scoring e l’interpretazione dei punteggi emersi).

In conclusione Diagnosi dei disturbi specifici dell’apprendimento scolastico rappresenta una guida estremamente utile per chi si occupa di diagnosi e di difficoltà scolastiche. Da un lato offre una panoramica aggiornata e completa sulle diverse evoluzioni in termini scientifici e di ricerca in riferimento al tema e mostra come queste continue condivisioni abbiano dato origine a linee guida per la diagnosi; dall’altro permette di essere aggiornati sul tema dei DSA e della scuola, per comprendere come questi disturbi siano tutelati nell’ambiente scolastico e quali implicazioni comporti. Dal punto di vista clinico poi offre la possibilità di accedere facilmente ad un panoramica riassuntiva dei diversi strumenti testistici da impiegare nella valutazione di questi disturbi e chiari esempi di casi clinici e di questionari da poter utilizzare nella pratica clinica quotidiana.

Consigliato per i clinici del settore, linguaggio adatto al tema trattato e agli argomenti proposti che appaiono molto settorializzati essendo il volume completamente dedicato al tema dei DSA. Gli autori sono figure di spicco del settore che riassumo nel testo, in modo chiaro e preciso, le loro competenza sul tema, aggiungendo osservazioni derivanti da anni di esperienza sul campo e di ricerca.

Obbligatoriamente da avere in libreria per tutte le figure professionali che in diverso modo si occupano di  Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

 

“Non essere in ansia!”- Ansia, disturbi d’ansia ed emergenze

Tutti possiamo provare ansia dinanzi a situazioni di pericolo, questa attiva in noi uno stato d’allerta che ci spinge in maniera adattiva o disadattiva a ricercare soluzioni rispetto alla situazione che stiamo vivendo o che percepiamo come potenzialmente pericolosa.

 

Quando l’ansia si struttura come disturbo, non è più un’esperienza contigente, ma delinea, secondo il DSM-5, una specifica classe di disturbi che comprende: il disturbo d’ansia da separazione, il mutismo selettivo, la fobia specifica, il disturbo d’ansia sociale, il disturbo di panico, l’agorafobia e il disturbo d’ansia genealizzata. In alcuni casi il disturbo può essere indotto da una condizione medica o dall’uso specifico di sostanze o farmaci.

Il disturbo d’ansia generalizzata

Il disturbo d’ansia generalizzata (GAD), in particolare, si caratterizza secondo il DSM-5, per la presenza di: ansia e preoccupazione che accompagnano la persona per un periodo di almeno sei mesi e per gran parte della giornata, coinvolgendo ogni evento della quotidianità. La preoccupazione è tale da interferire con un sano funzionamento psicologico in quanto pervasiva, durevole e capace di emergere in assenza di stimoli evidentemente allarmanti.

I sintomi del GAD sono:

  • sensazione di “nervi a fior di pelle”
  • facile affaticamento
  • difficoltà di concentrazione
  • irritabilità
  • tensione muscolare
  • alterazione del sonno.

Lo stato di tensione, come si evince dai sintomi, coinvolge aspetti “emotivi” e “fisici” tanto da compromettere il funzionamento di vita della persona in ambito sociale, lavorativo e interpersonale.

Secondo l’ICD-10 la sintomatologia è dunque sia somatica che psichica, evidenziando, negli effetti, un’ampia variabilità individuale, in cui la preoccupazione maggiore di fondo appare il timore che possa accadere qualcosa di negativo a sé stessi o alle persone care.

In un’ottica psicoanalitica, alla base delle manifestazioni del GAD compare l’angoscia, sia essa da separazione, di castrazione, morale, di annichilimento e di frammentazione del sé. Il PDM aggiunge l’angoscia derivante dalla perdita di controllo, intesa come incapacità di autoregalazione nei pensieri, nei sentimenti e nelle sensazioni.

I pattern alla base del disturbo riguardano aspetti:

  • cognitivi, che comprendono difficoltà di pensiero;
  • somatici, che comprendono vari stati di arousal fisico che possono indurre, a seconda del livello di attivazione, tensione, sudorazione, palpitazione o urgenza di minzionare e/o defecare;
  • relazionali, che comprendono conflitti relativi alla dipendenza, alla paura del rifiuto o al sentimento di colpa.

L’ansia in ottica cognitivo-comportamentale

Da un punto di vista cognitivo-comportamentale le persone con disturbi ansiosi tendono ad avere una percezione della realtà circostante costantemente influenzata da credenze disadattive che nascono da schemi mentali rigidi, ovvero modelli di lettura con cui tendiamo ad organizzare e valutare le informazioni provenienti dal mondo che ci circonda. Questi schemi, nello specifico nel GAD, si presentano come disadattivi in quanto rigidi, “semplicistici” e tendenzialmente negativi, capaci di attivare processi di pensiero:

  • dicotomici, per cui i pensieri tendono a collocarsi su estremi assoluti, Chissà come potrà andare questa cosa? Sicuramente male!
  • catastrofizzanti, ovvero tendenti a vedere in ogni problema qualcosa di irrisolvibile, Non c’è nulla che possa fare per risolvere questo problema!
  • etichettanti, ovvero tendenti a definire le situazioni in base a caratteristiche generalizzate e dunque aspecifiche, Perché dovrebbe succedermi qualcosa di bello se mi va sempre tutto male?
  • personalizzanti, ovvero tendenti a presumere in modo errato di essere causa di eventi o situazioni,
    Non riuscirò mai a fare questa cosa io!

Le distorsioni cognitive tendono dunque sia a far sovrastimare la pericolosità degli eventi, quando rivolte verso l’esterno, ma anche a dubitare delle proprie abilità di coping quando rivolte verso sé.

La cura della salute mentale è sempre indispensabile, ma soprattutto lo è nei casi di emergenza sanitaria come quello che stiamo vivendo, in cui il potenziamento delle abilità di coping, ovvero la capacità di trovare o seguire la giusta soluzione o indicazione, costituirebbe un fattore protettivo per sé e per l’intera comunità circostante.

Ansia nel periodo pandemico

Possiamo dunque chiederci e riflettere, in termini di salute mentale, cosa può essere utile per la nostra ansia e per chi soffre di disturbi d’ansia in relazione al delicato momento che stiamo vivendo?

  • È importante prendersi cura della propria salute mentale sempre, al fine di avere strumenti – risorse psicologiche per affrontare situazioni allarmanti;
  • Evita l’inondamento continuo di informazioni sia attivo che passivo. Non diffondere continuamente informazioni attraverso più canali di comunicazione (mail, social, Wa, messaggistica etc. etc,). Le persone hanno il diritto di alternare momenti di informazione autonoma a momenti in cui spostare il focus attentivo su altro. Puoi destinare dei momenti della tua giornata per informarti, che siano specifici e non continuativi, ma soprattutto finalizzati ad adottare strategie utili a fronteggiare il problema;
  • Evita di confondere “pareri” con giudizi scientifici selezionando le fonti che decidi di leggere o ascoltare. Il valore delle informazioni ha come unica attendibilità la fonte da cui queste provengono: pareri o “teorie” basate su credenze personali seppur diffuse non costituiscono un’alternativa alla competenza scientifica;
  • Non confondere l’ansia in risposta ad un evento allarmante con un disturbo d’ansia preesistente. In ogni caso è doveroso rispettare lo stato di preoccupazione della persona in ansia, senza “sminuire” la sensazione provata, ma tentando di non rendersi spaventanti. Ricordati che provare ansia non è una scelta della persona, ma un automatismo che fa soffrire per prima la persona che lo esperisce;
  • Sposta il tuo focus attentivo dedicandoti ad attività differenti nell’arco della giornata che non ti pongano solamente in ascolto passivo di tematiche allarmanti;
  • Individua la tua “fetta di responsabilità”, in linea con le indicazioni degli esperti, per capire ciò che puoi fare in maniera corretta. Queste strategie ti porteranno ad applicare “piccole soluzioni” utili per aumentare il tuo livello di sicurezza a dispetto dell’aumento della preoccupazione, che si traduce a livello psicologico come capacità di problem solving.

La salute mentale non è qualcosa di così astratto se pensiamo ai comportamenti che questa è in grado di generare. Preservare la capacità di tendere alla razionalizzazione in momenti altamente stressanti della nostra vita, col fine di incrementare le nostre risorse per produrre comportamenti adeguati e capaci di interrompere l’escalation della preoccupazione e della conseguente ansia, è un indispensabile fattore protettivo per il benessere dell’individuo e della società. Utilizziamo questi piccoli accorgimenti per gestire la nostra ansia e soprattutto per evitare che persone con disturbi d’ansia possano, in questo particolare momento, soffrire ancor di più.

N.B.: Le indicazioni presenti nell’articolo non sostituiscono né la valutazione né i trattamenti indispensabili alla cura dei disturbi d’ansia.

 

Coppie in mediazione (2019) di F. Canevelli e M. Lucardi – Recensione del libro

L’approccio di Canevelli e Lucardi in Coppie in mediazione ha come obiettivo quello di offrire una visione differente della crisi di coppia, considerandola un’opportunità di crescita.

 

Il numero delle separazioni negli ultimi quarant’anni è drammaticamente aumentato. I dati Istat mostrano che in Italia, rispetto al 2008, i divorzi sono cresciuti del 15,8 %. I conflitti che derivano dalla disgregazione familiare non sono esclusivamente individuali, ma riflettono profonde divisioni della società e tale groviglio di questioni pubbliche e private può rendere ancora più difficile, alla coppie che divorziano, gestire i reciproci sentimenti negativi rimanendo tuttavia genitori uniti.

Il focus di Canevelli e Lucardi in Coppie in mediazione è posto sui legami di coppia, sui conflitti e sulle gravi ripercussioni sui figli e gli altri familiari coinvolti nelle loro difficoltà. Nella prima parte del manuale gli autori forniscono una meticolosa analisi psicologica del passaggio dall’innamoramento alla rottura del rapporto di coppia, indagando i motivi alla base della decisione, ricercando “i fatti che hanno scavato un solco incolmabile tra i due partner”. Quelli che Canevelli e Lucardi definiscono “fattori esplicativi della crisi di coppia” sono assimilabili a significativi aspetti dei vissuti personali che non trovano più corrispondenza in un progetto condiviso. In altre parole, la fase di separazione o allontanamento è caratterizzata da percezioni soggettive di incompatibilità sperimentati da uno dei membri della coppia e che emergono più o meno all’improvviso. Allo stesso tempo, spiegano gli autori, i sentimenti di insoddisfazione nel rapporto, i rancori e le delusioni accumulate nel tempo, non giustificano né spiegano la decisione di porre fine al rapporto. Come per qualunque decisione, infatti, possono manifestarsi idee di separazione nel rapporto e tuttavia non concretizzarsi mai, oppure comparire all’improvviso in seguito a eventi critici e addirittura rientrare.

Se durante la fase d’innamoramento l’altro diviene lo specchio del sé desiderabile o, per meglio dire, della rappresentazione migliore di sé, è proprio durante la possibilità della crisi che questa fase dovrebbe sopraggiungere, poiché una percentuale funzionale della dimensione dell’innamoramento sopravvive alle fasi successive del rapporto di coppia, quelle negoziali, che segnano la costruzione di quel “noi” meno idealizzato. “Non crediamo si possa veramente amare senza avere sperimentato la delusione legata all’emergere della totalità dell’altro e di sé in relazione all’altro nella sua interezza”.

L’approccio di Canevelli e Lucardi ha come obiettivo quello di offrire una visione differente della crisi di coppia, considerandola un’opportunità di crescita, per dare significato al rapporto, guardando al conflitto come evoluzione e possibilità di negoziare piuttosto che come la fine. Risultano molto utili le indicazioni e gli interventi per gestire i conflitti che si presentano durante il percorso della coppia, finalizzati a ridurre il più possibile i traumi dei componenti della famiglia, soprattutto per i figli. La disgregazione della famiglia potrà essere sì dolorosa, ma non distruttiva. E questo vale in particolare per quei figli che vengono “triangolati” dai due genitori nei loro dissidi. É piuttosto frequente, infatti, che i genitori separandi, nelle loro “guerre”, non tengano conto dei bisogni (specifici e diversi per ogni età evolutiva) dei propri figli, i quali si ritrovano a subire il trauma della separazione, e per giunta in balìa delle loro ostilità. In questo passaggio, affermano gli autori, è fondamentale limitare i danni della separazione considerandola non come mero evento negativo e conclusivo di una relazione, ma come momento di riorganizzazione dell’assetto familiare. La mediazione familiare, quale intervento di prevenzione delle difficoltà, è il tema dominante della seconda parte del libro: essa si configura come valido strumento di fronte alla necessità di ristabilire una comunicazione funzionale ed equilibrata nella coppia, trasformando il rapporto coniugale in rapporto genitoriale a beneficio dei figli. Sempre e comunque.

 

Linee di supporto telefonico: una fonte di informazioni sulla salute mentale durante la pandemia di COVID-19

La pandemia da COVID-19 ha aggravato i fattori di rischio che sono generalmente associati ad una scarsa salute mentale, quali ad esempio la disoccupazione, la paura esperita, l’insicurezza finanziaria.

 

I fattori protettivi come l’occupazione, la connessione sociale, l’accesso ai servizi sanitari ed il possedere una routine quotidiana, invece, sono stati drasticamente limitati. La situazione che la popolazione mondiale si è trovata a vivere durante la pandemia ha portato ad un peggioramento significativo e senza precedenti della salute mentale della popolazione (OECD, 2021).

Per sopperire a questa situazione di crisi causata dal COVID-19, la maggior parte dei Paesi ha messo a disposizione dei cittadini delle linee di supporto telefonico e alcuni hanno aumentato/apportato finanziamenti per la salute mentale (OECD, 2021).

Supporto telefonico durante la pandemia di Covid-19

Le linee di supporto telefonico svolgono un ruolo significativo nel supporto per la salute mentale e, in alcuni casi, è anche l’unica forma di terapia ricevuta. Grazie all’immediatezza dell’aiuto, all’anonimato, al basso costo e alla facilità di accesso per le comunità remote, la consulenza telefonica ha assunto una grande popolarità (Leach & Christensen, 2006). Ad oggi esistono diverse linee di supporto che sono specializzate in questioni specifiche come il suicidio, il supporto per i minori o la violenza contro le donne, che dimostrano di avere un’efficacia in termini di prevenzione e supporto (De Leo et al., 2002)

Durante la pandemia di COVID-19, le linee di supporto telefonico assumono ancora più importanza dato che i contatti diretti comportano rischi di infezione e possono persino essere impossibili a causa delle restrizioni (Batchelor et al., 2021; Zalsman et al., 2021; Turkington et al., 2020; Brülhart & Lalive, 2020).

Utilizzare i dati provenienti dalle linee di supporto telefonico per monitorare la salute mentale degli individui può avere diversi vantaggi. In primo luogo, le chiamate effettuate possono essere considerate una vera e propria manifestazione di disagio psicologico, dato che i chiamanti sostengono il costo mentale e di tempo del mettersi in contatto senza essere stati invitati a farlo. Pertanto, le chiamate al servizio di assistenza assomigliano ai dati clinici offrendo una misura della salute mentale che non è influenzata dalla progettazione e dall’inquadratura dello studio dei ricercatori. In secondo luogo, le informazioni sulle chiamate di assistenza sono registrate digitalmente con frequenza giornaliera e coprono un’ampia gamma di argomenti di conversazione.

Un recente studio (Brülhart et al., 2021) ha utilizzato i dati provenienti da 23 linee di supporto telefonico in 14 paesi europei, Stati Uniti, Cina, Hong Kong, Israele e Libano, come fonti di informazioni riguardo i problemi di salute mentale e il disagio generale della popolazione, analizzando la crescita e la composizione delle chiamate al servizio di assistenza, nonché i loro determinanti legati alla pandemia.

Il dataset analizzato dallo studio in questione comprende un totale di 8 milioni di chiamate individuali effettuate tra il 2019 e l’inizio del 2021, che ha permesso di analizzare gli effetti della diffusione dei contagi e delle misure di restrizione sulle chiamate ricevute dalle linee di supporto.

Supporto telefonico durante la pandemia: argomenti delle telefonate

Gli argomenti discussi nelle chiamate ricevute dalle diverse linee di supporto sono stati categorizzati formando categorie comuni: solitudine (isolamento sociale, sensazione di essere in trappola), paura (paura generale, disturbo d’ansia, paura di infezione), suicidalità (ideazione suicidaria, pensieri o piani suicidari, tentativi di suicidio, suicidalità di altri), dipendenza (droghe, alcol, altre dipendenze), violenza (violenza fisica e abusi, molestie sessuali, stupro), salute (malattia, malattia di lunga durata, disabilità), sostentamento (situazione lavorativa, disoccupazione, problemi finanziari, alloggio) e relazioni (vita familiare, genitorialità, matrimonio e relazioni intime, separazione).

I risultati dimostrano che la maggior parte delle chiamate pre-COVID-19 sono state effettuate a causa di problemi di relazione (37%), solitudine (20%) o varie paure e ansie (13%). Durante la pandemia le chiamate sono aumentate fino a raggiungere un picco sei settimane dopo lo scoppio della pandemia, che supera il pre-livello di pandemia del 35%, e gli argomenti trattati sembrano aver subito delle modifiche. Le categorie di chiamate la cui quota è aumentata significativamente sono la categoria ‘paura’ (che include per lo più paura per l’infezione) e ‘solitudine’, aumentate soprattutto durante la prima ondata della pandemia. A seguito, durante le ondate successive, l’argomento ‘salute fisica’ si è aggiunto ai precedenti diventando anch’esso centrale.

La quota di tutti gli altri argomenti di conversazione sembra invece essere diminuita durante la prima ondata della pandemia. Un risultato degno di nota risiede nell’aumento di 0,9 punti percentuali della quota di chiamate legate alla violenza effettuate maggiormente da donne under 30, nonostante potrebbe essere stato più difficile date le restrizioni esistenti effettuare chiamate di assistenza in situazioni di violenza domestica.

Dati particolari vengono mostrati anche per quanto riguarda il fenomeno del suicidio. In alcuni Paesi, durante i primi mesi della pandemia, il numero di chiamate alla linea di assistenza per il suicidio sembrano essere diminuite. Un’interpretazione di questo risultato è che la pandemia stessa possa aver attenuato le ansie suicide, forse spostando l’attenzione delle persone verso il disagio degli altri o verso la propria paura della pandemia.

Conclusioni

In generale, analizzando i dati ottenuti per tutta la durata della pandemia fino ad ora, a seconda dei tassi di infezione, le chiamate relative al suicidio sono aumentate quando le politiche di contenimento sono diventate più rigorose e sono diminuite in concomitanza con le misure di sostegno al reddito.

Nel complesso, i risultati ottenuti dallo studio suggeriscono che l’aumento osservato delle chiamate di assistenza durante la pandemia di COVID-19 è stato guidato in larga misura dai timori del virus stesso e dalla solitudine. L’aumento delle chiamate risulta essere influenzato dall’andamento dei contagi e dalla severità delle misure restrittive nei paesi presi in considerazione.

Nonostante quindi misure più rigorose fossero associate ad un maggior numero di chiamate alle linee di supporto, è stato visto che un sostegno al reddito da parte del governo ha avuto l’effetto opposto. Ciò implica che i pagamenti compensativi ai lavoratori e alle imprese colpiti economicamente dalla pandemia, progettati per preservare la domanda e la capacità produttiva, non solo riducono le difficoltà economiche ma apportano una serie di benefici dal punto della salute mentale. Infatti, un sostegno al reddito più generoso riduce il numero di chiamate per la paura, per la solitudine, per salute fisica e per l’ansia da sostentamento.

In conclusione, le linee di assistenza telefonica offrono dei dati longitudinali molto utili che possono essere combinati agli approcci empirici esistenti basati su sondaggi, dati amministrativi e clinici (come statistiche sui suicidi e ricoveri nei centri di cura) e dati di ricerca su Internet per meglio comprendere la reale situazione di disagio esperito dalla popolazione.

 

Le polarità semantiche familiari nella terapia sistemico relazionale

La terapia sistemico-relazionale nasce dallo spostamento del focus dall’individuo all’individuo contestuale, ovvero inserito in un contesto familiare, sociale e culturale ben preciso.

 

La famiglia, riprendendo la teoria ecologica di Bronfenbrenner, è il primo nucleo dove inizia a svilupparsi la personalità dell’individuo, dalla diade madre-bambino studiata da Bowlby e Mary Ainsworth, fino a concepire la triangolazione, la teoria dell’intersoggettività primaria di Stern per cui il bambino già dai nove mesi riesce a concepire la conversazione oltre la diade, a rappresentarsi sino ad almeno due figure.

I principi della terapia sistemico-relazionale

Bateson della scuola di Palo-Alto, introduce i concetti di schismogenesi complementare e simmetrica; la schismogenesi complementare racchiude quella gamma di comportamenti adottati da alcuni gruppi indigeni osservati da Bateson, nei quali si possono sviluppare dei comportamenti opposti (ad esempio un indigeno è prepotente e testardo mentre l’altro è tranquillo e remissivo) che vanno mano a mano a diventare sempre più estremi, l’uno in un polo e l’altro in quello opposto (il rabbioso diventa sempre più rabbioso, il timido sempre più timido), invece la schismogenesi simmetrica include quei comportamenti speculari (all’interno di un gruppo il tratto emotivo tende a essere simile, non c’è opposizione tra un timido e un prepotente ma condivisione tra due soggetti tranquilli o due rabbiosi) nella semantica polare (posizione mediana, classico nei soggetti ossessivo-compulsivi).

Infine la Dott.ssa Ugazio introduce la teoria delle polarità semantiche familiari, ovvero quei frame conversazionali entro cui un individuo si ritrova all’interno di una famiglia; in una famiglia può esserci la polarità della rabbia, per cui i soggetti della famiglia si oppongono sulla base dei loro tratti caratteriali tra rabbiosi e remissivi, o ancora può dominare la polarità della timidezza, per cui invece i soggetti si differenziano specularmente tra chi è timido e chi è molto sicuro di sé (questa teoria parte dal presupposto che in ogni nucleo famigliare vi siano identità con tratti caratteriali opposti).

I disturbi psicologici nella terapia sistemico-relazionale

Le semantiche principali che vanno a caratterizzare quattro disturbi specifici sono le seguenti: semantica della bontà (che vede come poli opposti buono-cattivo), semantica della libertà (come poli opposti contempla libero-prigioniero), semantica della potenza (poli opposti: forte/debole) e dell’appartenenza (poli: dentro/fuori). La semantica della bontà è alla base del disturbo ossessivo-compulsivo, quella della libertà caratterizza i disturbi dello spettro fobico, la semantica della potenza struttura i disturbi alimentari e l’appartenenza è il substrato del disturbo depressivo (sentirsi al di fuori di un gruppo, sentirsi solo e quindi depresso).

Analizzando ciascuna famiglia, si è potuto osservare che ci sono sempre dei “positioning” differenti e molto spesso opposti tra loro all’interno di determinate semantiche che dominano la conversazione. Questo può verificarsi nel nucleo famigliare stretto (prima generazione) oppure può capitare che in alcuni casi i poli opposti di una semantica si trovino solamente andando ad analizzare le generazioni precedenti (seconda, terza generazione ecc.), tracciando il genogramma familiare.

Il lavoro terapeutico consiste nel rendere consapevole il cliente del suo positioning familiare all’interno della semantica conversazionale così da attivare la possibilità di cambiare alcuni atteggiamenti determinati sostanzialmente in maniera inconscia dalla situazione semantica particolare in cui il soggetto si trova, che gli preclude di vivere la sua storia narrativa in quella semantica. Secondo il paradigma delle polarità semantiche familiari la sintomatologia di uno o più membri della famiglia è quasi sempre un comportamento adattivo che il soggetto sviluppa in relazione al tipo di famiglia in cui vive, perciò ogni paziente è in qualche modo da considerarsi molto intelligente nel costruire meccanismi di difesa, che servono a farlo sopravvivere in quello specifico sistema familiare nel quale cresce e si sviluppa. Questi meccanismi, una volta contestualizzati alla luce dei costrutti sopra elencati e trattati con modalità terapeutiche sistemico-relazionali (tra le quali spicca come fondamentale il lavoro in equipe, come spiega Rodolfo de Bernart in un’intervista), vengono resi più flessibili, meno rigidi, per consentire una progressiva riduzione della sintomatologia.

 

Un convitato di pietra al pranzo di Natale

Le prove che le famiglie ricomposte devono affrontare prima di trovare un equilibrio soddisfacente sono innumerevoli, e la strada non è mai né breve né diritta e richiede, di norma, il ricorso a molte risorse, interne ed esterne alla famiglia.

 

Dalla cucina Roberto poteva guardare il figlio Mattia che, seduto sul divano in salotto e con lo sguardo perso nel vuoto, aveva ripreso a mangiarsi le unghie. ‘Onicofagia’, aveva sentenziato lo psicologo, ‘è spesso sintomo di ansia’. Roberto aveva pensato che non c’era bisogno dello psicologo da cui Marcella, la madre di Mattia, aveva voluto trascinarli a tutti i costi: lo sapeva anche lui che c’entrava l’ansia, e per la precisione sapeva anche perché Mattia, che solo un mese prima aveva fatto i 15 anni, aveva ripreso quella abitudine: era tutta colpa del Natale, che si avvicinava a passi da gigante…e lui non sapeva cosa consigliare al figlio…questa era la verità.

Dopo la separazione da Marcella, una rottura che Roberto aveva subito con rabbia e dolore, Mattia aveva voluto restare con lui, mentre la sorella più piccola, Eva, era andata con la mamma. Un capolavoro di fallimento, pensava Roberto: nel giro di qualche mese i brandelli di quella che era una famiglia erano sparsi di qua e di là nella città. Il tutto era successo due anni prima. Eva e Mattia ne avevano molto sofferto ma in qualche modo Eva sembrava aver superato la crisi, mentre invece Mattia, Roberto lo vedeva, ancora adesso ci stava male, e la situazione era peggiorata da qualche mese, da quando cioè Marcella era andata a convivere con Dario, costringendo anche Eva a quella convivenza. Roberto era convinto che la storia tra Marcella e Dario fosse all’origine della loro crisi, anche se non poteva provarlo, e questa novità lo amareggiava molto, anche se faceva di tutto per controllarsi e non far trapelare il suo stato d’animo con i figli…ma a volte proprio non ci riusciva e qualche parola rabbiosa gli scappava, pentendosene subito dopo. Del resto Mattia si rendeva conto del malessere del padre ed erano numerosi i fine settimana nei quali si rifiutava di andare a casa della madre, e Roberto era convinto che lo faceva per stare con lui, per fargli compagnia. Roberto sapeva che era una situazione sbagliata, lo aveva detto anche lo psicologo ma, nel proprio intimo, era contento quando Mattia decideva di stare con lui. E poi il lockdown per il Covid era stato un gradito pretesto per rinsaldare il legame tra lui e il figlio: erano stati mesi in cui erano sempre insieme, senza mai sfiorare l’argomento ‘mamma’, la quale mamma telefonava anche due volte al giorno per parlare con Mattia, che però le rispondeva con mugugni e monosillabi.

Eva invece aveva reagito meglio alla separazione dei genitori, probabilmente perché, così piccola, aveva ora 7 anni, era molto legata alla mamma. O magari perché Dario aveva una figlia della stessa età di Eva, che stava con la propria mamma e passava fine settimana alterni con il padre. Marcella e Dario avevano fatto in modo da far coincidere i fine settimana delle due bambine.

E tra poco sarà Natale, e toccava a Marcella tenere entrambi i figli, e anche la figlia di Dario. Proprio ieri Mattia gli aveva detto che non avrebbe voluto andare ma poi ‘la mamma si è messa a piangere al telefono…e io ho detto che va bene, sarei andato…Tanto tu, papà, andrai dalla zia, no? Ci siamo andati anche l’anno scorso…’, e mentre glielo diceva lo guardava di sottecchi. ‘Vai, vai, sarete contenti tutti insieme…’. A queste parole Mattia si era zittito ed era andato in camera sua. E adesso lui lo vedeva mangiarsi le unghie e, con qualche scusa, rifiutarsi di uscire con gli amici. La sensazione di stare sbagliando qualcosa cominciava a farsi strada in Roberto…

Le prove che le famiglie ricomposte devono affrontare prima di trovare un equilibrio soddisfacente sono innumerevoli, e la strada non è mai né breve né diritta e richiede, di norma, il ricorso a molte risorse, interne ed esterne alla famiglia.

Le caratteristiche delle famiglie ricomposte

Intanto è necessario ricordare che per ogni famiglia ri-composta, ne esiste almeno una de-composta: le cosiddette famiglie ricomposte sono infatti costituite sia da elementi che non provengono da precedenti nuclei familiari (es. i bambini nati in questa nuova famiglia, oppure partner che non avevano una precedente unione, oppure nuclei che erano monoparentali da lungo tempo), che da ‘frammenti’ di precedenti famiglie che si sono, per le ragioni più varie (separazioni e/o divorzi; morte di un partner), de-composte. Le famiglie ricomposte hanno dunque una storia di perdita e spesso, nell’immaginario di chi quella perdita non ha ancora elaborato, né tantomeno accettato la nuova realtà (che significa accettare il fallimento del precedente progetto), e in special modo nelle rappresentazioni fantastiche dei bambini, tutti i frammenti della vecchia famiglia si riuniscono, in uno scenario di straziante nostalgia, provocando un conflitto emotivo con l’attuale realtà e sollecitando speranze, rimpianti e sofferenza. Tutti questi sentimenti ed emozioni si acuiscono naturalmente in prossimità di quelle feste che tradizionalmente vedono riunirsi le famiglie in un clima di calda affettuosità. Il genitore ed il nuovo partner possono allora assistere ad un repentino cambio di umore dei bambini e non sanno darsene ragione.

Non tutti i ‘frammenti’ dei vecchi nuclei si ricompongono in nuove famiglie e rimangono quindi ‘frammenti’ orfani di famiglia, sia nella loro stessa rappresentazione (specialmente in quella del partner che ha subito la separazione e la perdita del progetto iniziale), che in quella dei ‘frammenti’ che invece si sono ricomposti in una nuova famiglia. Nel pensiero di questi ultimi, specie nei bambini o adolescenti, resta una zona dolorante che ha come oggetto proprio quel frammento che non si è ricomposto e verso il quale sviluppano sovente un importante senso di colpa, con conseguente atteggiamento protettivo, che può arrivare fino al rifiuto della nuova famiglia ri-composta.

Occorrono tempo (anni), pazienza e maturità educativa prima che il penoso alternarsi di emozioni e sentimenti attorno alle vecchie e alle nuove famiglie possa risolversi in modo equilibrato.

È sufficiente riflettere sul fatto che il bambino che cresce in una famiglia tradizionale deve con-frontarsi (cioè trarre conclusioni dalla esperienza maturata nel rapporto o dalla sua osservazione) con al massimo una decina di rapporti diadici, e che lo stesso bambino, inserito in una famiglia ricomposta, dovrà con-frontarsi con il triplo, se non il quadruplo, di rapporti diadici, per capire con quanta complessità devono fare i conti le famiglie ricomposte. E naturalmente la stessa cosa vale per gli adulti, i quali però hanno (si spera) più strumenti e più risorse per comprendere e governare tale complessità.

La complessità nelle famiglie ricomposte

Ed è infatti la complessità l’altra cifra della famiglia ricomposta.

E, a proposito di complessità e rapporti diadici, qual è il ruolo che devono ricoprire i nuovi partners dei genitori? È chiaro che, indipendentemente dalla loro volontà, ricopriranno una funzione educativa con il loro semplice atteggiamento, con il loro semplice esserci, e saranno a volte combattuti dal desiderio di non restare neutrali ma di inserirsi a gamba tesa dentro il rapporto tra i bambini/adolescenti e il loro genitore biologico: ho sempre vivamente sconsigliato tale genere di atteggiamento, che inevitabilmente genera rimproveri e rimostranze da parte del genitore biologico e rabbiose gelosie nell’altro genitore biologico, che vede minacciato il proprio ruolo di ‘vero’ genitore. E allora, come ci si deve comportare? Non c’è una risposta univoca e molto dipende dall’età del minore e dai rapporti che esistono tra i genitori biologici. Se i rapporti sono buoni, se non ci sono manipolazioni e/o strumentalizzazioni, allora forse porsi nei confronti dei figli del proprio partner come un adulto attento e che, rispettosamente e affettuosamente, risponde all’eventuale chiamata del minore, potrebbe essere l’atteggiamento più adeguato. Insomma, bisogna a tutti i costi evitare di essere patrigni e matrigne: un ruolo da sempre ingrato, senza tenere conto che di norma i figli del partner non riconoscono alcuna autorità al/alla nuovo/a compagno/a del genitore.

Ma le cose possono essere ancora più complicate: immaginiamo che nella famiglia ricomposta convivano, in modo più o meno stabile, i figli biologici di entrambi i partners, e che abbiano storie e stili educativi diversi, magari uno più permissivo e l’altro invece improntato ad una maggiore autorevolezza: due stili apparentemente antitetici che faranno molta fatica a trovare una sintesi soddisfacente e non esplosiva.

E poi ancora: non è affatto raro che nella famiglia ricomposta in cui ci sono figli di precedenti legami, nascano figli biologici dei nuovi partners. Questi ‘ultimi arrivati’ godranno di un privilegio che gli altri figli non potranno avere mai più: vivranno stabilmente insieme alla mamma e al papà sotto lo stesso tetto: la differenza esperienziale con gli altri figli è emotivamente abissale e quasi inevitabilmente ne scaturiranno gelosie, regressioni, fughe e rivendicazioni. Non dimenticherò mai il caso del piccolo Pietro, un bambino di 6 anni che mi era stato segnalato dai servizi sociali, su sollecitazione della scuola, per comportamenti aggressivi verso compagni e insegnanti: Pietro viveva con la madre, con il nuovo compagno di lei e con il loro figlio Luca, un vivace bambinetto di 4 anni. Il padre biologico di Pietro non pareva molto interessato alla sorte del figlio, anche se regolarmente andava a prenderlo per i fine-settimana assegnati a lui (in realtà affidandolo alla propria madre, nonna di Pietro, per poi sparire fino alla domenica sera). In uno dei colloqui di assessment, in cui cercavo di capire come Pietro si percepisse nelle dinamiche familiari, riferendomi a lui e a Luca avevo detto: ‘….dato che tu e Luca siete i figli veri della mamma…’. Lui per un attimo mi aveva guardato e poi aveva detto: ‘Sì, io sono il vero figlio, e lui è il figlio vero’, calcando molto il tono sull’ultimo ‘vero’.

Anche se non ho intenzione di compilare un catalogo delle difficoltà che deve affrontare la famiglia ricomposta, non posso fare a meno di ricordarne alcune che più frequentemente mi capita di incontrare nella pratica clinica:

La gelosia nelle famiglie ricomposte

La gelosia verso il vecchio partner del/della compagno/a, che può essere ‘arricchita’ dalla gelosia verso i figli biologici del/della compagno/a. Si tratta di un sentimento che nasce dalla paura della perdita e da quella di non essere amato/a a sufficienza. Spesso come forma di autoterapia si pretende di avere un figlio biologico insieme al nuovo compagno/a.

Il timore del genitore biologico di essere soppiantato nel ruolo di padre/madre, dal nuovo/a compagno/a dell’altro genitore. Da questo timore, più o meno motivato, nascono spesso estenuanti battaglie giudiziarie che durano anni e anni.

Molta attenzione bisogna porre al sentimento di lealtà che il bambino e l’adolescente nutrono verso il genitore che percepiscono come più debole, di norma quello che ha ‘subito’ la separazione e il fallimento del primitivo progetto familiare. Questa lealtà va riconosciuta e legittimata e, nello stesso tempo, va incoraggiato il genitore ‘debole’ (il Roberto della storia iniziale di questo articolo) a iniziare un percorso di elaborazione della perdita.

Conclusioni

Naturalmente ci sono situazioni in cui le cose non sono così difficili, per esempio nel caso in cui il nucleo originario era perennemente permeato di tensione e violenza, psicologica e fisica: nella famiglia ricomposta anche i minori potranno trovare rassicurazione e dare senso positivo ai legami familiari in tempi piuttosto brevi.

Anche le famiglie ricomposte dopo una vedovanza o dopo una lunga storia di mono-genitorialità rappresentano di norma una occasione importante per ritrovare figure di riferimento affettuose ed equilibrate.

In ogni caso, se si affrontano con maturità e consapevolezza le crisi e le difficoltà, nel giro di tre-quattro anni, le famiglie ricomposte troveranno il loro modo soddisfacente di stare insieme e di relazionarsi serenamente anche con quei ‘frammenti’ che un tempo facevano parte di un’altra famiglia.

In definitiva le famiglie ricomposte diventeranno funzionali quando avranno elaborato la perdita; quando il nuovo partner non pretenderà di fare il genitore, ma anzi valorizzerà le funzioni educative dei genitori biologici; quando si accetterà che a far parte della narrazione familiare ci siano anche le storie precedenti alla nuova unione e, per finire, quando queste storie precedenti non saranno motivo di conflitto tra i nuovi partner.

Per tornare al pranzo di Natale, ricordiamoci che attorno alla tavola, quel giorno, non ci saranno solo i presenti: nel loro immaginario ci saranno anche gli assenti, quelli che sono seduti ad un’altra tavola ricomposta, e quelli che cercano di sfuggire ad uno straziante senso di solitudine. Parlare e raccontare di loro, con rispetto e sensibilità, mentre si sta facendo festa, è un modo per affrontare positivamente la crisi del Natale (e di Capodanno, di Pasqua, etc.).

 

I danni dell’alcol sugli altri: l’importanza di un intervento sui figli di genitori che abusano di alcol

Il consumo di alcol è uno dei principali fattori di rischio per le malattie croniche a livello globale (Rehm et al., 2009) e, nei paesi ad alto reddito, rappresenta circa il 27% delle morti premature tra i giovani (Toumbourou et al., 2007).

 

La valutazione dei fattori di rischio per il consumo di alcol dei giovani e i danni correlati è quindi importante. Nel tempo l’abuso di alcol può provocare una serie di gravi sintomi fisici e psicologici oltre a danni nella sfera sociale: in molti soggetti si riscontrano cambiamenti cognitivi, neurofisiologici e scarso funzionamento del dominio attenzione/esecuzione (APA, 2013).

I danni dell’alcol agli altri

Negli ultimi anni è cresciuto in letteratura l’interesse scientifico e politico per i ‘danni dell’alcol agli altri’ (Greenfield at al., 2009), che valuta i possibili danni ai bambini derivanti dal consumo di alcol da parte dei genitori. Numerosi studi hanno esaminato sia gli effetti dell’esposizione prenatale all’alcol, sia i possibili effetti sui bambini che vivono con genitori con gravi e duraturi problemi di alcol (Johnson & Leff, 1999). Alcune precedenti revisioni si sono occupate di studiare le associazioni tra il comportamento alcolico dei genitori e quello conseguente dei figli (Ryan et al., 2010); Queste risultano spesso statisticamente significative. L’abuso di alcol da parte dei genitori può portare a molte altre conseguenze negative per i figli come problemi cognitivi, emotivi, comportamentali e problemi di salute mentale in età adulta (Bountress & Chassin, 2015). A causa dell’incapacità di fornire un ambiente sicuro per i loro figli e di rispondere adeguatamente ai loro bisogni fisici ed emotivi, i bambini nelle famiglie in cui l’uso di alcol domina la vita familiare sono particolarmente vulnerabili e spesso si verificano altre avversità come la povertà, la mancanza di istruzione e i problemi di salute mentale, che possono complicare ulteriormente la vita dei bambini (Raitasalo et al., 2019).

Diversi studi in letteratura hanno dimostrato che nei contesti di trattamento per l’abuso di alcol, i bisogni dei figli sono raramente considerati; in molti paesi non ci sono abbastanza servizi che si occupano dei bambini e i professionisti che seguono i genitori dipendenti non sono formati per lavorare anche con i figli. Un ulteriore problema riguarda il fatto che i bambini sono di rado incontrati di persona (Cleaver, 2007) se non da alcune figure come infermieri, assistenti sociali, medici generici, insegnanti e operatori sanitari. Alcuni dati dimostrano, tuttavia, l’importanza di un intervento precoce per fornire supporto e monitorare il benessere dei bambini al fine di evitare l’aggravarsi dei problemi (Barnard & Bain, 2015). È importante quindi capire come la gravità dell’abuso d’alcol genitoriale sia legata a problemi nei figli.

Effetti dell’abuso di alcol da parte dei genitori

Uno studio del 2019, di Raitasalo e colleghi, si è occupato di verificare se la gravità dell’abuso di alcol da parte dei genitori fosse correlata ad un maggior rischio di sviluppare sia disturbi mentali e comportamentali nei figli, che ulteriori danni nei genitori stessi come difficoltà finanziarie, basso livello di istruzione e problemi di salute mentale. Lo studio ha utilizzato dati provenienti da registri nazionali di assistenza sanitaria e sociale (Haukka, 2004; Sund, 2012). Il campione era costituito da 57.377 bambini, 57.074 madri e 56.714 padri; bambini e genitori sono stati seguiti dalla nascita del bambino (1997) fino alla fine del 2012. La gravità del problema di alcol dei genitori è stata classificata in due categorie: aventi un problema di alcol meno grave se avevano solo una diagnosi primaria o secondaria ICD-10 (WHO, 2004) relativa a ubriachezza acuta o uso dannoso alcol; aventi un grave problema di alcol con una diagnosi primaria o secondaria ICD-10 di dipendenza da alcol. Inoltre i genitori sono stati classificati come affetti da disturbi psichiatrici se avevano una diagnosi ICD-10 di schizofrenia, disturbi schizotipici e deliranti, disturbi dell’umore, disturbi nevrotici, legati allo stress e somatoformi e disturbi della personalità. Infine come indicatori dello status socio-demografico dei genitori, gli autori hanno preso in considerazione l’istruzione post-secondaria, la povertà di lunga data (definita come coloro che hanno ricevuto assistenza sociale per più di 3 mesi all’anno per almeno 3 anni) e gli anni di convivenza con un bambino. Per quanto riguarda i bambini sono stati inclusi quelli aventi disturbi dell’umore, disturbi nevrotici, legati allo stress e somatoformi, disturbi dello sviluppo psicologico e disturbi comportamentali ed emotivi. I risultati mostrano che l’abuso di alcol sia del padre che della madre è correlato a disturbi mentali e comportamentali nei bambini, indipendentemente dalla gravità del problema, da altri disturbi, dal livello d’istruzione, dalle difficoltà finanziarie o dalla sistemazione abitativa. Solitamente l’abuso di alcol della madre ha un effetto più dannoso di quello del padre, soprattutto durante la gravidanza: i bambini esposti all’uso materno di alcol in gravidanza hanno maggiori problemi nello sviluppo cognitivo, psicosociale e alla salute mentale. Le donne con disturbo da uso di sostanze hanno inoltre più probabilità degli uomini di sviluppare disturbi psichiatrici come depressione, ansia, disturbi alimentari e minore autostima, di avere una storia di vittimizzazione o di aver subito violenza (Alexander, 1996).

In conclusione gli interventi per genitori e figli diminuiscono il rischio di diagnosi di disturbi mentali o comportamentali nei bambini: gli interventi psicosociali rivolti alle madri producono esiti positivi anche sui bambini; in aggiunta alcuni interventi basati sulla scuola, comunità e famiglia, che includono una formazione sulle abilità dei bambini e dei genitori, hanno un effetto positivo sulle abilità di coping, sul comportamento sociale, sull’autostima e sul funzionamento della famiglia. Interventi tempestivi e ben realizzati possono quindi aiutare a trovare delle linee d’azione in cui le autorità, gli operatori sanitari e i genitori prendano insieme le migliori decisioni sulla vita del bambino (Raitasalo et al., 2019).

 

Dave Grossman e la “killologia”

Dave Allen Grossman è il padre della killologia, ovvero lo studio delle reazioni di persone sane in circostanze di uccisione (come polizia e militari in combattimento) e sui fattori che consentono e limitano l’uccisione in queste situazioni

 

Dave Allen Grossman tedesco di origine, ma americano nel cuore, ad oggi è considerato dai più un guru nel campo della psicologia della forza letale. Tenente Colonnello dei Ranger dell’esercito americano, dove ha prestato servizio per anni fino al suo pensionamento, partendo dalla sua esperienza sul campo sia come militare in prima linea che come formatore, ha fondato il ‘Killology Research Group’ in cui, riportando la definizione dell’autore stesso, si occupa di quanto segue:

Lo studio accademico dell’atto distruttivo, così come la sessuologia è lo studio accademico dell’atto procreativo. In particolare, la killologia si concentra sulle reazioni di persone sane in circostanze di uccisione (come polizia e militari in combattimento) e sui fattori che consentono e limitano l’uccisione in queste situazioni (Grossman, 2016).

Grossman scrittore di diversi libri e seminarista, nel tempo sviluppa un pensiero decisamente interessante, da approfondire, che porta a conclusioni con importanti risvolti pratici.

L’avversione a uccidere secondo Dave Grossman

In ‘On Killing’, forse il suo libro più famoso, affronta il delicato tema dell’avversione a uccidere insita in ogni essere umano. Attraverso una meticolosa analisi che parte da dati raccolti nella Seconda Guerra Mondiale, fino ad arrivare alla Guerra del Vietnam, l’autore dimostra come in condizioni reali, solo una piccola percentuale dei militari realmente spari contro i nemici e come, solo attraverso un adeguato addestramento, questo limite possa essere superato (Grossman, 1996).

‘On Combat’, il prosieguo del primo libro, è invece rivolto all’analisi psicologica e fisiologica dei meccanismi che avvengono durante momenti di stress intenso. L’alterazione del sistema simpatico e parasimpatico viene messa in relazione allo sviluppo di importanti distorsioni cognitive che comportano modifiche nella percezione del tempo, visione a tunnel, alterazioni della percezione uditiva ed altri meccanismi di difesa con importanti implicazioni sulla performance dei militari. La loro conoscenza, unita a tecniche di rilassamento quali la ‘respirazione tattica’ e ad un’adeguata formazione, sia in simulazione che sul campo, permette di vincere almeno in parte questi ostacoli imposti dalla nostra fisiologia.

Inevitabile è la trattazione del Disturbo da Stress Post Traumatico, che viene descritto a partire dagli aspetti nosografici presenti sul Manuale dei Disturbi Mentali fino ad una sua trattazione in chiave maggiormente riflessiva.

Quella che forse rimane come pietra miliare è la classificazione che Grossman propone delle persone: le pecore che guardano ai loro affari, il lupo che si nutre delle pecore e il cane pastore (sheepdog) che protegge il gregge.

Il comportamento violento tra i giovani secondo Dave Grossman

Nell’ultima parte del libro traspare l’autore nella sua veste di formatore prendendo in analisi come l’uso di videogiochi violenti e, più in generale, dei media, unito ad altri fattori concomitanti, possa incidere in maniera importante sul comportamento dei giovani talvolta con risvolti davvero imprevedibili come il fenomeno delle stragi nelle scuole diffuso negli Stati Uniti (Grossman, Christensen, De Becker, 2004).

Un vero e proprio specchio dell’anima degli studi di Grossman, in cui assume particolare rilievo l’addestramento, viene senza dubbi dal celebre film d’azione ‘American Sniper’ (2014), in cui un tiratore scelto dei Navy Seal, durante la guerra in Iraq, riesce ad uccidere un numero spropositato di nemici: non a caso era proprio lui che da bambino passava intere giornate in compagnia del babbo andando a caccia. Ad oggi è programmato per uccidere?

Molto probabile! Resta il fatto che la regia è di Clint Eastwood, un tempo attore in quello che fu uno dei film cult degli anni ’80, ‘Gunny’ (1986), in cui un veterano sergente dei marine era intento ad occuparsi della preparazione di un gruppo di reclute destinate ad andare in missione.

È inevitabile che la regia venga influenzata da attori e trame del passato, trovando nella rappresentazione attuale un prodotto di indiscussa originalità.

Personalmente, mi sono interessato a Grossman leggendo ‘On Combat’ e studiando alcuni suoi video come verifica della sua liceità: l’epilogo è quello di un militare che ha fatto della propria esperienza tesoro, diventando col tempo formatore lui stesso, e che, attraverso la riflessione critica, affronta il delicato tema della violenza nella società.

 

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