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Quoziente intellettivo ed effetto Flynn inverso: cosa dicono gli studi scientifici

In molti hanno cercato di dare una spiegazione all’effetto Flynn inverso, cioè la riduzione del QI nella popolazione; numerose sono state le ipotesi proposte e diversi studi scientifici se ne sono occupati.

 

L’effetto Flynn e l’effetto Flynn inverso

Il quoziente intellettivo (QI) è un numero che esprime il rapporto tra il livello intellettivo di una persona, misurato attraverso appositi test, e quello della media dei soggetti appartenenti alla sua stessa condizione socio-culturale e fascia di età. Il QI viene considerato come una misura dell’intelligenza o dello sviluppo cognitivo di un individuo .

Dal 1938 fino a circa il 1985, in tutto il mondo industrializzato, il QI della popolazione è stato in crescita (Flynn J. 1987). Il primo ad osservare questo fatto fu James Robet Flynn ed il fenomeno prese allora il nome di effetto Flynn. A partire dai primi anni duemila si è cominciata a rilevare una tendenza inversa, il quoziente intellettivo, con il passare degli anni, anziché aumentare nella popolazione, diminuisce. A questo avvenimento è stato dato il nome di effetto Flynn inverso (Teasdale T., Owen D. 2005).

In molti hanno cercato di dare una spiegazione delle cause di questo fatto, numerose sono state le ipotesi proposte e diversi studi scientifici si sono occupati dell’effetto Flynn inverso.

Le cause dell’effetto Flynn inverso

Nel 2004 in Norvegia fu pubblicato uno studio dal titolo The end of the Flynn effect?: A study of secular trends in mean intelligence test scores of Norwegian conscripts during half a century, che dimostrava il peggioramento del QI, nella popolazione norvegese, a partire dalla metà degli anni novanta (Sundet JM., Barlug D.,  Torjussen TM. 2004).

In Danimarca nel 2005 fu pubblicata la ricerca A long-term rise and recent decline in intelligence test performance: The Flynn Effect in reverse. Gli autori riferiscono un calo del QI della popolazione danese a partire dalla fine degli anni novanta. Ipotizzano che un fattore alla base di questo fenomeno possa essere un calo del numero dei ragazzi, tra i 16 ed i 18 anni, che accedono a programmi scolastici di livello avanzato (Teasdale T., Owen D. 2005).

Nel 2008 è stato pubblicato lo studio The decline of the world’s IQ secondo il quale il calo del QI nella popolazione è collegato a cause disgenetiche. Gli autori si rifanno a studi precedenti, condotti in quattro paesi economicamente sviluppati. In base alla analisi dei dati ritengono probabile che l’effetto Flynn inverso si diffonderà nei paesi in via di sviluppo e tutto il mondo  entrerà in un periodo di declino dell’intelligenza genotipica e fenotipica (Lynn R., Harvey J. 2008).

Nel 2009  Flynn realizzò la ricerca Requiem for nutrition as the cause of IQ gains: Raven’s gains in Britain 1938–2008 confermando il calo di QI nella popolazione britannica a partire dagli 2000. Secondo Flynn il calo del QI non è stato influenzato dall’alimentazione.

L’effetto Flynn inverso e i fattori ambientali

Nel 2018 Bratsberg B. e Roberger O. hanno pubblicato la ricerca Flynn effect and its reversal are both environmentally caused. Secondo i due autori del Ragnar Frisch Centre for Economic Research dell’Università di Oslo, le cause dell’effetto Flynn inverso sono da ricercare principalmente nei fattori ambientali. I ricercatori, infatti, hanno condotto un’analisi dei dati riguardanti i trend familiari e dall’osservazione dei dati non sono emersi fattori consistenti, all’interno delle famiglie, collegabili alla diminuzione del QI. Per questo è possibile escludere che il calo del quoziente intellettivo possa essere dovuto al numero di componenti del nucleo familiare, al tipo di educazione familiare ed all’aumento dell’immigrazione. Bratsberg e Roberger ritengono che l’effetto Flynn inverso sia collegato alla formazione scolastica, all’utilizzo eccessivo di videogiochi ed internet ed alla diminuzione del tempo dedicato alla lettura.

 

Fishbein e Ajzen: dalla Teoria dell’Azione Ragionata al modello dell’Autoregolazione Comportamentale nella scelta di un viaggio

Il Modello dell’Autoregolazione Comportamentale sembrerebbe aumentare la capacità di previsione di un comportamento, anche per quanto riguarda la decisione di intraprendere un viaggio.

 

Fishbein e Ajzen sono due psicologi sociali che si sono occupati di esaminare il rapporto tra atteggiamenti e comportamenti, studiando gli indici di predittività di un atteggiamento in base ai comportamenti riscontrati negli individui sottoposti alle analisi. Tale studio è stato pubblicato nel 2009 sulla rivista Psicologia e Turismo. Per poter procedere alla comprensione delle due teorie occorre appurare la differenza tra comportamento e atteggiamento in tale contesto di analisi: per comportamento si intende ‘il complesso coerente di atteggiamenti assunti in reazione a determinati stimoli, o l’attività di un soggetto nelle sue manifestazioni’ (Treccani, settembre 2017); l’atteggiamento, invece, è ‘una tendenza psicologica che viene espressa valutando una particolare entità con un determinato grado di favore o sfavore’ (Treccani, settembre 2017).

La scelta di un viaggio secondo la Teoria dell’Azione Ragionata

La Teoria dell’Azione Ragionata (TAR) ipotizza che ‘un comportamento specifico sia determinato direttamente dall’atteggiamento di eseguirlo e che l’intenzione, a sua volta, sia influenzata dall’atteggiamento e dalla norma soggettiva’ (Bellettini, 2009, 286), ovvero un soggetto che compie un’azione, la esegue tenendo conto del comportamento di tipo volitivo (sotto il controllo della volontà del soggetto) e volto alla produzione di un atteggiamento specifico, nel corrente caso riferito alla vacanza. Questa teoria, sviluppata negli anni ’70, è stata estrapolata a partire dall’analisi dei campioni di individui che hanno svolto un questionario relativo agli atteggiamenti nei confronti della vacanza o del viaggio. Il limite della TAR è di non tenere conto degli antecedenti, ossia del controllo comportamentale percepito da parte del soggetto: ciò ‘consiste nella credenza relativa alla facilità con la quale sia possibile o meno la messa in atto di un comportamento’ (ibidem, 286).

La scelta di un viaggio secondo la Teoria del Comportamento Pianificato

A motivo di ciò la precedente teoria è stata rivisitata ed espansa con la nuova Teoria del Comportamento Pianificato. In tale modo si è potuto tenere presente anche il background delle intenzioni e del comportamento per avere una visione più globale di come il soggetto tende a fare le scelte relative ai propri viaggi. È stato dimostrato però che ancora non bastano le variabili al fine di definire esaustivamente le intenzioni e i comportamenti umani rispetto alla scelta di un viaggio. A questo proposito è stato valutato un nuovo studio che ha portato al Modello dell’Autoregolazione Comportamentale il quale ‘attraverso il coinvolgimento di sotto-processi conativi, emotivi, sociali e volitivi, indaga le relazioni tra atteggiamenti, norme soggettive, intenzioni e comportamenti’ (ibidem, 2009). Tale modello risulta un punto chiave poiché si contraddistingue per l’inserimento dei processi sopracitati.

La scelta di un viaggio secondo il Modello dell’Autoregolazione Comportamentale

Il Modello dell’Autoregolazione Comportamentale sperimenterebbe il poter arrivare a una più globale comprensione dell’azione sociale e di aumentare la capacità di previsione di un comportamento. Infatti, attraverso il modello, che si applica effettuando osservazioni e batterie di test su soggetti che desiderano partire, è possibile comprendere meglio se la volontà di partire per un viaggio possa essere prevista attraverso lo studio degli atteggiamenti e i pensieri volitivi, conativi o emotivi legati al viaggio stesso.

Speculando, si potrebbe dire che questo modello, se applicato nelle agenzie turistiche, potrebbe fornire delle previsioni sulla possibile partenza o meno del cliente che richiede informazioni all’agenzia.

Implicazioni per il turismo

In conclusione, ciò che si riscontra è che soggetti con alto grado di monitoraggio tendono a prendere decisioni basandosi sulle proprie norme soggettive, mentre individui con basso grado di monitoraggio danno maggiore peso agli atteggiamenti piuttosto che alle norme soggettive al fine di prendere decisioni. Per una maggiore chiarezza concettuale, è bene fornire una definizione di monitoraggio: esso si definisce come la capacità di un soggetto di fare introspezione, di chiarirsi le idee rispetto a cosa vuole fare, di essere consapevole delle proprie scelte e comprendere quanto si sente motivato ad attuare un comportamento (in questo caso un viaggio). Per esempio, un soggetto che sembra essere molto interessato ai viaggi e che spesso si reca in agenzia per informarsi su dove potrebbe andare, si diversifica da una persona che ama viaggiare, ma non si interessa quasi mai di un viaggio che potrebbe fare, non recandosi in agenzia o non facendo ricerche su possibili mete da esplorare. Quindi questo significa che a livello di monitoraggio interno del soggetto, egli non fornisce molta importanza a ciò che desidera, o comunque predilige altre scelte comportamentali che esulano da quella del viaggio.

Riconducendo tale ricerca alla pratica turistica, si possono notare dei riscontri effettivi nel momento in cui si osserva il soggetto nell’atto di fare delle scelte rispetto al viaggio che sta per intraprendere. Il viaggio in sé produce dei cambiamenti in un essere umano ed anche nel suo background formato dalle decisioni da prendere relative a tutte le componenti della vacanza stessa, a partire da dove andare, fino ad arrivare a quali indumenti inserire nella valigia, modificano la psiche del vacanziero.

 

La mente che sente. A tu per tu: dialogando in vicinanza, nonostante tutto (2021) di Daniela Lucangeli – Recensione

Il libro La mente che sente datato 2021 ed edito da Edizioni Centro Studi Erickson è un prezioso contributo che la Lucangeli offre per condividere l’esperienza passata e ancora presente di come i singoli e la collettività abbiano vissuto e rispondano al Coronavirus.

 

Primavera 2020, in tutto il mondo inizia a diffondersi una pandemia globale che cambierà inevitabilmente il modo di vivere, di lavorare, di godere del tempo di ognuno di noi. La pandemia ha modificato la nostra visione del mondo, i nostri pensieri e le nostre emozioni. Con il passare del tempo la scuola, il lavoro, ogni cosa si è dovuta adattare in funzione del virus così come noi tutti, ognuno a proprio modo a seconda delle esperienze che il Covid in questi anni ha lasciato.

All’inizio della pandemia, sommersi dalla moltitudine di emozioni che la nuova e sconosciuta condizione portava con sé, hanno preso vita molte iniziative online per aiutare la popolazione a trovare giuste strategie di gestione della condizione di lockdown e il successivo ritorno alla socialità, ecco che tra queste iniziative si inseriscono le dirette social dal titolo A tu per tu di Daniela Lucangeli.

Da questa esperienza nasce questo volume che racchiude alcune tra le esperienze vissute in questi incontri a distanza. 152 pagine per descrivere attraverso il racconto il modo in cui la nostra mente si approccia alle emozioni, soprattutto quelle negative dello sconforto, della frustrazione, del dolore costante.

Come si fa a reagire posti di fronte a una situazione simile? Come si può essere resilienti? Cosa ci dicono le ricerche scientifiche e le esperienze comuni? Domande chiave che possono essere sorte in alcuni di noi durante questo periodo e che fungono da fili conduttori nella lettura di La mente che sente.

Il libro presenta la trascrizione di 15 dialoghi di A tu per tu organizzati in tre grandi aree tematiche: Sentire, Fare, Illuminare il futuro.

Capitoli brevi descritti con un linguaggio accogliente e informale come l’autrice stessa preannuncia nell’introduzione al volume. La Lucangeli, nota per l’importanza riservata alle emozioni all’interno delle sue ricerche, arriva con questo testo nel profondo di ognuno proprio perché le esperienze proposte e rielaborate all’interno dei diversi capitoli rappresentano situazioni che ognuno, individualmente e in comunità, può aver vissuto durante la pandemia. Ecco dunque che il tema narrato nelle pagine diventa personale, il lettore colora della propria valenza emotiva quel racconto sulla base di ciò che per lui è stato ed ha rappresentato.

Ogni capitolo è organizzato come fosse un diario, la pagina dedicata al titolo del A tu per tu riporta una didascalia che introduce il lettore al tema sul quale si farà luce; a pagina nuova la data scandisce temporalmente nella nostra mente il periodo della pandemia e ci catapulta nei ricordi personali. Nota di stile per la poesia riportata subito dopo la data. Il resto del capitolo entra nel vivo del tema narrando esperienze diverse, trasportate dalla voce narrante dell’autrice che racconta l’argomento principale del capitolo quasi come una scoperta intima, l’utilizzo della prima persona nello stile narrativo aumenta l’enfasi sulla prospettiva personale.

Sul finire di ogni capitolo un rettangolo che simula un foglio di quaderno offre una spiegazione psicologica basata sulle ricerche svolte circa il tema trattato nel capitolo: affianco all’elemento personale ed emotivo, un altro di carattere scientifico chiarisce al lettore le basi scientifiche del tema trattato o di argomenti analoghi.

Il percorso narrativo passa dal sentire – riconoscere le emozioni, le situazioni, le proprie risorse interne – al fare, in cui mettiamo in atto, agiamo, facciamo per arrivare infine a parlare del futuro con l’ultimo capitolo conclusivo datato giugno 2021.

Un libro intimo e sentito, che a livello personale e di collettività può toccare aspetti profondi di ognuno di noi. Una risposta alle molte emozioni che la situazione pandemica ha portato con sé per cercare modalità edificanti anche a distanza di anni. Linguaggio semplice e stile colloquiale rendono la lettura scorrevole e accessibile a tutto il pubblico.

Il capitolo finale apre la riflessione sul nostro essere dapprima singoli individui all’interno delle proprie vite e poi cittadini inseriti in una comunità che si deve preoccupare del domani vivendo al meglio il tempo donato oggi.

 

Depressione perinatale: l’influenza sulla relazione madre-figlio

Per depressione perinatale (DP) si intende un episodio depressivo che può insorgere nelle donne durante la gravidanza o successivamente in un periodo compreso tra le 4 settimane e i 3 mesi dopo il parto (Reck et al., 2004), che mostra una prevalenza del 10-20% nei paesi occidentali (Lee & Chung, 2007).

 

I fattori di rischio per lo sviluppo della depressione perinatale sono: depressione e/o ansia durante la gravidanza o precedenti storie di depressione, stress, mancanza di supporto sociale e una vita di coppia problematica (Ryan et al., 2005). Ai fattori di rischio elencati si aggiunge plausibilmente anche l’attaccamento, dato che questo, durante l’infanzia, influenza la modalità di relazionarsi con gli altri e i legami affettivi che si stabiliscono successivamente in età adulta (Brennan et al., 1998).

Effetti della depressione perinatale sul bambino

Nonostante spesso si pensi alla depressione perinatale come una patologia che interessa solo il versante materno, essa ha dimostrato di avere un’influenza anche sulla relazione madre-bambino.

Le madri depresse, infatti, presentano spesso un comportamento ritirato e inibito, uno scarso contatto fisico e visivo e difficoltà nell’interpretare i bisogni del bambino (Campbell et al., 1995).

Numerosi studi hanno dimostrato che i figli di madri con depressione post-partum hanno un rischio maggiore, rispetto ai controlli, di sviluppare disturbi e un minore riconoscimento delle emozioni, possibili deficit neuropsicologici o cognitivi, disturbi comportamentali internalizzanti ed esternalizzanti e disturbi del sonno (Martucci et al., 2021). Diversi risultati hanno suggerito che la depressione materna è legata al temperamento nei bambini piccoli; così, le difficoltà precoci nella relazione madre-bambino possono essere collegate ad un temperamento negativo nella fase infantile, con conseguenze a lungo termine sulla salute mentale del bambino e dell’adolescente (Prenoveau et al., 2017).

In letteratura sono presenti pochi studi che valutano i bambini nel periodo compreso tra i 3 e i 12 mesi dopo il parto. Era fondamentale colmare questa lacuna, proprio perché il primo anno dopo il parto è molto importante se si considera che un’adeguata interazione madre-figlio influenza lo sviluppo psicologico ed emotivo del bambino in un periodo caratterizzato dalla mielinizzazione del sistema limbico e dalla maturazione dell’emisfero destro, con impatto anche sulle aree corticali (Martucci et al., 2021).

Uno studio di Martucci e colleghi (2021) ha cercato quindi di colmare queste mancanze in letteratura, studiando le differenze nelle traiettorie di sviluppo dei figli di madri depresse, rispetto ai figli di madri non depresse, in un periodo compreso tra i 3 e i 12 mesi dopo il parto. Inoltre, sono state descritte le differenze nello stile di attaccamento romantico, del legame madre-figlio e dello stress genitoriale delle madri depresse, confrontate con un campione di controllo di madri non depresse.

Coerentemente con quanto riporta la letteratura, che indica fattori di rischio quali una storia pregressa di depressione, ansia o disturbi bipolari, conflitti con il partner, scarso sostegno sociale ed eventi di vita stressanti (O’Hara & Wisner, 2014), nel campione analizzato nello studio di Martucci e colleghi (2021) è stata riscontrata la presenza di disagio psicologico nell’anamnesi personale delle madri e di problemi psichiatrici nella storia clinica delle loro famiglie. In particolare, fattori che hanno assunto una grande importanza sono i problemi socio-economici e l’assenza di supporto sociale. Non casualmente, la maggior parte delle madri depresse ha descritto il periodo perinatale come un’esperienza traumatica caratterizzata da fatica e solitudine.

Depressione perinatale e stile di attaccamento

In aggiunta, dai risultati si evince una prevalenza di attaccamento di tipo insicuro nel gruppo delle madri con depressione perinatale. Il 63% di loro dimostrava pattern relazionali caratterizzati da alta ansia e/o evitamento. Nel campione di controllo, formato dalle madri non depresse, l’85% ha mostrato un attaccamento sicuro. Queste percentuali, messe a confronto, sembrano indicare una certa valenza dell’attaccamento in questo fenomeno, confermando gli studi precedenti (Meutti et al., 2015).

Inoltre, un aumento dei sintomi depressivi era associato ad uno stile di attaccamento insicuro e l’ansia, a sua volta, era associata a punteggi più bassi nelle dimensioni cognitive, linguistiche e motorie. Questi risultati sembrano suggerire una interazione madre-figlio disfunzionale con conseguenze sullo sviluppo dei bambini. Ciò evidenzia la vulnerabilità delle madri depresse e della relazione madre-bambino in un periodo di maggiore richiesta di sintonizzazione con i bisogni del bambino. Di conseguenza, in questi casi, per la madre che soffre di depressione perinatale, la cura del bambino sembra essere molto stressante. Questo è stato dimostrato dai risultati del Parental Stress Index, che, per il primo anno dopo la nascita del bambino, mostra punteggi di stress genitoriale molto più alti nelle donne con depressione perinatale rispetto alle madri del campione di controllo.

Depressione perinatale e sviluppo del bambino

Coerentemente con altri studi in letteratura (Urizar & Muñoz, 2021), quindi, i risultati dimostrano che i bambini di madri depresse presentano maggiori rischi per le aree di sviluppo motorio e cognitivo e, secondariamente, del linguaggio. In particolare, la maggior parte dei bambini del campione clinico aveva punteggi più bassi nella scala motoria (74%) rispetto al gruppo di controllo (14,3%).

Questo può essere plausibile se consideriamo che, in questa prima fase della vita, l’inter-soggettività guida l’area di sviluppo motorio. Questo, a sua volta, porta allo sviluppo del sé e della mente del bambino, soprattutto nei primi sette mesi, proprio perché è attraverso il movimento che, nel primo anno, il bambino sperimenta la sua dimensione cognitiva e relazionale.

Conclusioni

In conclusione, questi risultati si mostrano coerenti con la letteratura ma, allo stesso tempo, forniscono nuovi suggerimenti riguardo alle dinamiche della depressione perinatale e all’influenza che potrebbe avere sullo sviluppo dei bambini nel primo anno di vita. Riconoscere precocemente stili genitoriali disfunzionali e, di conseguenza, il rischio di un ritardo nello sviluppo socio-emotivo e psicomotorio del bambino, rende possibile pianificare un intervento immediato. La depressione perinatale, tenendo a mente le conseguenze che può comportare, dovrebbe essere considerata una patologia che colpisce le madri, ma allo stesso tempo e in egual modo influenza la relazione madre-figlio.

 

Il viagra rosa secondo Emily Nagoski: l’esplorazione libera e il non giudizio – Recensione del libro “Come as you are”

Emily Nagoski, attraverso il suo libro Come as you are: risveglia e trasforma la tua sessualità, ci conduce nel territorio arduo della sessualità e prova a parlare alle donne con sincerità e scientificità.

 

L’argomento sesso o sessualità, piacere sessuale, eccitazione, masturbazione, giocattoli o pratiche sessuali (purtroppo) non è mai facile da trattare. Nonostante le grandi rivoluzioni sociali e femminili che si sono susseguite nel tempo e il contributo di alcune serie televisive o film che hanno provato a sdoganarlo e normalizzarlo, il sesso e i suoi correlati rimangono ancora oggi argomento tabù.

La difficoltà nel parlare di quest’argomento si aggrava ulteriormente quando, oltre al silenzio, si aggiungono contesti che incoraggiano l’autocritica, l’inadeguatezza o l’insoddisfazione per il proprio corpo o la propria relazione affettiva e la diffusione di messaggi socio-culturali che ‘ingabbiano’ il sesso e il desiderio sessuale entro sbarre stereotipate e negative. Se a queste difficoltà si aggiungesse anche l’appartenenza al genere femminile, ecco che la sessualità potrebbe non essere più considerata un ambito di piacere ma qualcosa di sgradito, ‘anormale’, a volte persino doloroso.

Da esperta ricercatrice ed educatrice sessuale, Emily Nagoski, attraverso il suo libro Come as you are: risveglia e trasforma la tua sessualità, ci conduce in questo territorio arduo e prova a parlare alle donne con sincerità e scientificità.

A partire dalle domande più frequenti che si è sentita rivolgere dalle donne nel corso della sua lunga esperienza – ‘Non riesco mai a prendere l’iniziativa con il mio partner, non riesco ad accendermi come succede a lui, non riesco ad avere l’orgasmo con la penetrazione, cosa c’è che non funziona?’, l’autrice introduce ciascuno dei nove capitoli del libro e ne accompagna il contenuto adottando una prospettiva scientifica con dati ed evidenze, esempi pratici e piccoli suggerimenti da poter implementare nella propria quotidianità sessuale.

Convinta che le problematiche sessuali femminili siano dovute principalmente alla mancanza di accettazione e a frequenti vissuti di ‘anormalità’ da parte delle donne, il libro di Emily Nagoski si pone l’obiettivo di normalizzare tali esperienze fornendo informazioni medico-scientifiche, ma soprattutto facendo luce sui diversi fattori contestuali interni ed esterni che contribuirebbero a dare origine ai nostri atteggiamenti nei confronti del sesso.

I modelli scientifici precedenti che hanno provato a descrivere e comprendere la sessualità come quello di Masters e Johnson (Masters, 1966) o di Helen Kaplan (Kaplan, 1983) l’hanno considerata nei termini esclusivi di un comportamento con una sua frequenza, durata e con delle caratterizzazioni peculiari (con o senza il coito, con o senza partner, con o senza eccitamento o desiderio sessuale). Tuttavia, entrambi questi modelli, concentrandosi esclusivamente sulla descrizione di cosa accade tra i partner durante l’attività sessuale, hanno tralasciato il come e il perché si verificano certi comportamenti sessuali o si manifestino certi atteggiamenti nei confronti di questi ultimi.

Le problematiche legate alla sessualità femminile spesso infatti si accompagnano a vissuti di vergogna, colpa, ansia e le esperienze che se ne fanno vengono interpretate come qualcosa di ‘anormale’, ‘non giusto’, ‘strano’ soprattutto quando il comportamento sessuale femminile non rispecchia l’esperienza emotiva o mentale della donna.

Di conseguenza risulta fondamentale che il lavoro sulla sessualità e sui diversi comportamenti sessuali sia fatto a partire dalla comprensione delle loro ragioni d’essere sia biologiche che fisiologiche, ma includa anche il legame tra queste e i contesti interni (lo stress, l’umore, il rapporto con il proprio corpo) ed esterni (le caratteristiche del partner quali l’odore o l’aspetto fisico, la relazione, l’ambientazione) che favoriscono l’eccitamento o l’inibizione.

Aderendo al modello del duplice controllo di Janssen e Bancroft (Janssen, 2007), l’autrice mostra come le nostre risposte sessuali sarebbero costituite da stimoli e fattori in grado di ‘accelerare’ o ‘frenare’ il desiderio sessuale e come di conseguenza una donna, perfettamente in salute dal punto di vista fisico e all’interno di una relazione affettiva stabile e intima, possa non provare interesse sessuale per il proprio partner o avere difficoltà nell’eccitamento sessuale in presenza di specifici fattori che impattano negativamente sul suo desiderio sessuale. Questi fattori, a parere dell’autrice, oltre ad ostacolare il benessere sessuale della donna, acuirebbero la discrepanza tra ciò che essa esperisce fisicamente in ambito sessuale e quello che si trova a provare da un punto di vista emotivo.

La conoscenza e l’identificazione di questi fattori contestuali favorirebbe la normalizzazione delle esperienze sessuali nella donna in quanto essa sarebbe in grado di relazionarsi in modo positivo con le proprie sensazioni senza contrastarle, anche quando queste non corrispondono alle aspettative socio-culturali. La liberazione da credenze e messaggi stereotipati del proprio contesto di appartenenza e il cambio di prospettiva e approcci nei confronti dei propri stati interni consentirebbe la realizzazione di una vita sessuale soddisfacente e piacevole.

Da queste considerazioni generali deriva l’organizzazione del libro che inizia con una sintesi dei meccanismi cerebrali, fisiologici e delle diverse componenti anatomiche, sia maschili che femminili, che rendono possibile il desiderio, l’eccitamento e l’orgasmo, per poi passare al riconoscimento dei fattori contestuali o ‘messaggi’ interni ed esterni che impattano positivamente o negativamente su di essi.

Come as you are è piacevolmente scorrevole anche nel fornire le informazioni più tecniche e rappresenta una preziosa risorsa per normalizzare o liberarci da alcune nostre credenze non utili sulla sessualità.

 

Il pasto assistito nel trattamento dei disturbi alimentari in A.S.L. CN1

In questo articolo l’obiettivo è quello di evidenziare come nel territorio dell’Azienda Sanitaria Locale di Cuneo CN1, tra le pratiche riabilitative adottate per i disturbi alimentari rientri quella del pasto assistito, essendo presente in sede la figura della dietista.

Introduzione

I disturbi dell’alimentazione implicano un’alterazione persistente dell’alimentazione o del comportamento ad essa relativo che modifica il consumo o l’assorbimento del cibo ed ostacola significativamente la salute fisica e/o il funzionamento psicosociale.

Essi comprendono secondo il DSM 5, il Manuale Diagnostico e Statistico del Disturbi Mentali:

I disturbi alimentari di cui ci occupiamo in modo precipuo nel Centro dei Disturbi del Comportamento Alimentare dell’ASL di Cuneo (CN1) sono rappresentati dall’Anoressia, in cui vengono adottate o la restrizione degli alimenti o l’utilizzo di condotte compensatorie atte ad eliminare calorie; dalla Bulimia, con o senza condotte compensatorie; dal Disturbo da alimentazione incontrollata (o Binge Eating Disorder), in cui non vengono messe in atto metodiche compensatorie per cui, se il disturbo si protrae nel tempo, il destino al quale vanno incontro i pazienti che ne sono affetti è rappresentato quanto meno dal sovrappeso e, nei casi più gravi, dall’Obesità conclamata. Inoltre il nostro ambulatorio annovera tra le persone assistite quelle affette da Disturbo dell’Alimentazione non altrimenti specificato (NAS), cioè quei disturbi che non soddisfano i criteri diagnostici di nessuno dei disturbi precedentemente elencati.

Spesso i disturbi alimentari rappresentano solo la punta di un iceberg, sotto al quale c’è tutto un mondo sommerso, dietro l’apparenza fisica c’è la difficoltà di esprimere a voce ciò che sembra solo corporeo, ma che non è solo corporeo. È vero che i mass media hanno la loro parte di responsabilità nel presentare un modello di donna efebica, androgina, come donna oggetto di desiderio sessuale, ma questi non sono certo gli unici fattori responsabili del problema: le culture occidentali danno sempre meno spazio alla espressione delle emozioni tramite il contatto e sempre più spazio alla espressione delle stesse tramite ‘emoticons’ che troviamo sui nostri smarphone, le faccette che spesso non sono interpretabili in modo univoco, ma con uno scambio di emozioni espresse in modo dubbio. La contraddizione evidente è che, accanto alle pubblicità di donne che indossano la taglia trentasei/ trentotto, si assiste alla pubblicità di catene di fast food che propongono una alimentazione del tutto scorretta a base di cibi grassi, fritti ed ipercalorici.

L’esordio dei disturbi alimentari

Come intercettare il problema alimentare? Ci riferiamo soprattutto all’Anoressia che rimane, tra i disturbi alimentari quello più grave, perché mette in serio pericolo la vita delle/ dei nostri pazienti, o sotto forma di lento suicidio, o con tentativi di suicidio realmente agiti.

Per le famiglie, anche quelle più attente alle problematiche adolescenziali, non è facile accorgersi del disagio all’esordio, per cui capita che spesso giungano al nostro Centro di Cuneo pazienti già molto defedate, in cui il primo approccio non può essere quello ambulatoriale ma deve avvenire tramite un ricovero ospedaliero, diventando difficile, se non impossibile, una presa in carico solo di tipo ambulatoriale.

Qualche campanello di allarme può essere rappresentato dalla ortoressia, ossia l’attenzione esagerata alle calorie, più caratteristica del sesso femminile o dalla vigoressia, con considerevole sviluppo della massa muscolare a scapito delle altre componenti corporee, più caratteristica del sesso maschile e che, di fatto, maschera, almeno fisicamente, il disturbo reale. In quest’ultimo caso per andare ad individuare il problema anoressico non è sufficiente il peso del soggetto e neppure solo il BMI, ossia il calcolo dell’indice di massa corporea, ma è necessario servirsi di metodiche più accurate, come la plicometria, per valutare esattamente in che percentuale sono rappresentate la massa grassa, quella magra e quella muscolare. Nonostante le difficoltà fisiologicamente insite nel periodo adolescenziale e puberale, per lo più si cerca di stabilire un legame equilibrato tra quelli che sono i bisogni biologici di alimentazione e le ambizioni in fatto di immagine corporea.

Alcune persone però, non riescono a stabilire questo equilibrio, o forse esso per qualche ragione si è incrinato, spezzato, ed è in questi casi che è probabile riscontrare un disturbo del comportamento alimentare. Per tale motivo, da un punto di vista psicologico, sarebbe necessario individuare altri campanelli di allarme che non riguardano solo il cambiamento nelle abitudini alimentari, ma anche nello stile di vita, cambiamenti nelle relazioni sociali e disagi emotivi.

I disturbi alimentari possano insorgere anche in età adulta, ma l’incidenza maggiore è individuata tra i 10 e 19 anni di età, periodo in cui i cambiamenti corporei innescano negli adolescenti forti crisi di accettazione ed autostima.

Il pasto assistito nei disturbi alimentari

Il pasto assistito rientra in un programma di riabilitazione psico-nutrizionale e prevede che il paziente affetto da disturbi alimentari sia supportato durante i pasti da un operatore (il dietista, l’infermiere professionale o lo psicologo). In questo articolo il nostro obiettivo è quello di evidenziare come nel territorio dell’Azienda Sanitaria Locale di Cuneo CN1, del quale noi rappresentiamo l’équipe terapeutica, tra le pratiche riabilitative da noi adottate rientri quella del pasto assistito, essendo presente in sede la figura della dietista. La nostra struttura è l’unica in Piemonte che ha questo tipo di servizio territoriale. Il momento della condivisione del pasto riveste un ruolo centrale all’interno di percorsi terapeutici ospedalieri, residenziali e semiresidenziali dei DAN ( Disturbi dell’alimentazione e della nutrizione) e riscontra applicazione a livello ambulatoriale e di day-service. L’obiettivo del progetto da noi adottato, basato sulle Linee Guida Nazionali e sul modello del nostro Centro Pilota che è quello della Clinica Universitaria ‘Le Molinette’ di Torino, diretta dal Prof. Giovanni Abbate-Daga, consiste nel favorire un adeguato apporto nutrizionale, coadiuvando il paziente nel progressivo superamento della paura nei confronti del cibo e nell’abbandono dei rituali inappropriati che ne ostacolano l’assunzione. Il risultato di questo nostro lavoro quotidiano, che si svolge nell’ambito del Centro tutti i giorni dal Lunedì al Venerdì, ha evidenziato, grazie alle testimonianze da parte degli utenti del Servizio, l’importanza del pasto assistito e, seppure con differenze tra i diversi tipi di quadri psicopatologici, dopo un percorso di cura più o meno lungo che in media dura un anno, l’utilità ed i benefici non riguardano solo il pasto in sé, ma anche la possibilità di ampliare la rete di relazioni sociali. Il cibo, infatti, si sa, non è solo nutrimento per il corpo, ma anche per l’animo e momento di convivialità. Per la sua valenza terapeutico-riabilitativa, il momento del pasto assistito, al quale seguono altre attività terapeutico-riabilitative nel post-prandium, è stato mantenuto anche nella fase pandemica da Covid-19, seppur nel rigoroso rispetto del distanziamento interpersonale e dell’utilizzo dei DPI.
L’osservazione condotta finora ha dimostrato come l’attitudine generale degli intervistati rispetto al servizio sia decisamente positiva, con le difficoltà nella partecipazione al servizio da parte degli utenti lavoratori e la necessità di adottare nuove strategie organizzative.

 

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Pedofilia acquisita: una nuova prospettiva

Lopez e colleghi (2020) hanno revisionato la letteratura per esaminare casi di pedofilia acquisita, includendo articoli che riportavano casi di acquisizione della pedofilia a seguito di un danno cerebrale.

 

La diagnosi di disturbo pedofilico

La pedofilia è definita come la persistente attrazione nei confronti di bambini che si manifesta nelle fantasie erotiche e sessuali. Quando la persona mette in atto delle azioni concrete, viene diagnosticato un disturbo pedofilico. Nello specifico, il DSM 5 (APA, 2013) evidenzia come si possa diagnosticare un disturbo pedofilico se la persona predilige l’avere esperienze sessuali con i bambini a causa di difficoltà psicosociali. Se invece la persona mostra assenza di senso di colpa, vergogna o ansia per quanto riguarda tali impulsi, in quanto non ha avuto esperienze sessuali con minori, si parla di un orientamento sessuale pedofilico e non di un disturbo pedofilico. All’interno del DSM 5 (APA, 2013), i criteri richiedono delle fantasie sessuali, impulsi o comportamenti che includono attività sessuali con bambini (generalmente di 13 anni, o meno) per oltre un periodo di sei mesi. L’individuo, che ha almeno 16 anni e 5 anni in più del bambino per cui prova attrazione, agisce in funzione di questi impulsi sessuali oppure tali fantasie generano un disagio clinicamente significativo. Le specificazioni riguardano il ‘tipo esclusivo’, cioè l’attrazione esclusiva per i bambini, oppure il ‘tipo non esclusivo’ (APA, 2013): oltre il 90% dei pazienti con diagnosi di pedofilia è anche attratto sessualmente da persone adulte (Hall & Hall, 2007). Il disturbo parafilico è maggiormente frequente nella popolazione maschile (Fedoroff et al., 1999) e sembra essere intrinseco alla mascolinità biologica: per questo motivo, tale attrazione per persone con un’età prepuberale viene notata nei primi anni dell’adolescenza da parte del paziente, se non prima. Ha una prevalenza stimata del 3% nella popolazione generale (Hall & Hall, 2007) e, solitamente, esistono almeno altri due disturbi parafilici. Tale disturbo è particolarmente rilevante a causa del suo significato clinico e delle sue implicazioni morali e forensi (Finkelhor, 1979), in quanto sono evidenti delle interazioni tra personalità antisociale e disturbo pedofilico (APA, 2013).

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse verso l’indagare le basi neurali della pedofilia grazie allo sviluppo di tecniche di neuroimaging, utili a sondare in vivo l’anatomia cerebrale (Mohnke et al., 2014). La domanda di ricerca sulla neurologia di questo disturbo vuole indagare se sia possibile modificare delle strutture neurali critiche attraverso interventi chimici o chirurgici, anche se uno dei problemi principali consiste nella presenza di risultati discordanti e frammentati, ad esempio riguardo alle cause e ai substrati neurochimici (Lopez et al., 2020).

Cos’è la pedofilia acquisita

Lopez e colleghi (2020) hanno revisionato la letteratura per esaminare casi di pedofilia acquisita, riportando articoli presi da PubMed e PsycInfo. Gli articoli inclusi riportavano casi di acquisizione della pedofilia a seguito di un danno cerebrale circoscritto, degenerativo o irritativo: quest’ultima espressione fa riferimento all’area di tessuto corticale che produce dei picchi elettrografici interictali (Rosenow & Luders, 2001). I ricercatori hanno definito la pedofilia acquisita come l’espressione comportamentale di impulsi pedofilici in individui precedentemente ‘normali’, cioè definiti in passato come socialmente autonomi nell’instaurare e nel mantenere delle relazioni interpersonali produttive, dal punto di vista amicale e affettivo (Lopez et al., 2020). Sono stati inclusi dei soggetti i cui impulsi sono causati da una lesione cerebrale, indipendentemente dalla natura patologica della lesione, dalla causa, dalla modalità di esordio o dalla velocità di progressione degenerativa. Al contrario, sono stati esclusi tutti quei soggetti che erano incapaci di giudicare l’erroneità dei loro atti comportamentali (Casanova, Mannheim e Kruesi, 2002; Lopez et al., 2020).

I casi pubblicati che soddisfacevano i criteri di inclusione erano 22, registrati tra il 1972 e il 2018. L’ipersessualità, definita come un accrescimento del desiderio, dell’attività sessuale (Baumeister et al., 2001) e della messa in atto di comportamenti finalizzati alla loro attuazione, è risultata presente in 18 casi. La maggior parte dei soggetti (n=10) era sposata, mentre tre avevano divorziato in quanto la loro predisposizione aveva posto fine alle relazioni affettive costruite precedentemente. Undici soggetti erano attratti esclusivamente da bambini in età prepuberale, mentre quattro erano attratti da ragazzi in età puberale: cinque erano omosessuali e tre bisessuali (Lopez et al., 2020). Nonostante la posizione delle lesioni appaia troppo vaga per consentire un accurato diagramma anatomico, a livello neuronale si è visto come la localizzazione di queste ultime sembri essere determinante nella pedofilia acquisita. Nello specifico, sette lesioni erano presenti nel lato destro, una era circoscritta sull’emisfero sinistro, mentre le altre erano bilaterali (Lopez et al., 2020). La natura delle lesioni non differiva dalle cause ordinarie della malattie transcraniche: sono stati osservati diversi tipi di malattie intracraniche come tumori (n=7), malattie degenerative corticali (n=5), trauma cranico (n=3), sclerosi multipla (n=2), ischemia (n=2), lobotomia temporale (n=1), pallidotomia (n=1) e malattia di Huntington (n=1).

Danni cerebrali nella pedofilia acquisita

I ricercatori suggeriscono come l’emergere della pedofilia a seguito di un danno cerebrale derivi dalla lesione o dalla disfunzione di alcuni settori delle cortecce FTI o dalle loro connessioni subcorticali, in quanto le lesioni che rientrano nei confini di queste regioni sembrano comportare due conseguenze che costituiscono la presentazione clinica della pedofilia acquisita. Nello specifico, dopo aver determinato il modello degli interessi sessuali devianti e la possibile comorbidità di altre parafilie o di disturbi del controllo degli impulsi, si osserva come il rilascio delle fibre dopaminergiche che attraversano il fascio proencefalico mediale siano modulate dalle cortecce FTI lese (Lopez et al., 2020). La relativa iperfunzione del sistema mesocorticale così strutturato porta all’aumento delle pulsioni sessuali che costituiscono il fulcro delle manifestazioni patologiche legate all’ipersessualità (Lopez et al., 2020). La possibilità che delle lesioni cerebrali possano rendere un’idealizzazione un vero e proprio atto pedofilico supporta le distinzioni fenomenologiche e comportamentali esistenti nella nomenclatura (APA, 2013; Berlin, 2002). Allo stesso tempo, questa possibilità non può essere generalizzata perché è difficile indagare sulle fantasie nascoste dei pazienti nel corso degli anni, a volte con l’acquiescenza dei parenti più stretti. Di conseguenza, è un’ipotesi incompleta in quanto le informazioni su una possibile cattiva condotta sessuale pre-morbosa sono difficili da indagare (Lopez et al., 2020).

 

GDR (giochi di ruolo): quando la fantasia aiuta la realtà

Negli ultimi anni si è riscoperto un tipo di gioco che per molto tempo è rimasto sconosciuto ai più o, nel caso entrasse nella conversazione, è stato sempre visto come una sorta di perdita di tempo fino anche a divenire oggetto di vera e propria demonizzazione: il Gioco di Ruolo.

 

Probabilmente questo termine è maggiormente familiare alla comunità videoludica in varie declinazioni, ma è anche conosciuto da un’ampia fetta della popolazione che ne ha fatto esperienza attraverso film che solitamente rappresentavano un gruppo di ragazzi (identificati come nerd) che giocavano chiusi in una stanza, fomentando lo stereotipo di ragazzo socialmente impacciato ed escluso dal mondo che lo circonda, che si rifugia in questo mondo fantastico dove poter essere un valoroso cavaliere o un potente mago. Ma è davvero tutto così semplice? Davvero i giochi di ruolo sono da relegare ad un gruppo di nerd chiusi in una stanza a fantasticare su mondi irreali e fantastici? Non è possibile che ci sia altro di più profondo e complesso?

Perché proprio il GDR da tavolo?

Il termine GDR sta per Gioco Di Ruolo, ossia un gioco in cui i personaggi interpretano un ruolo fingendo di essere qualcun altro. Esistono vari tipi di Giochi Di Ruolo: i Giochi Di Ruolo cartacei prevedono che i giocatori si riuniscano intorno ad un tavolo utilizzando carta, matita e dadi, i Giochi Di Ruolo online sono giocati tramite chat o su forum, i Giochi Di Ruolo per console si giocano tramite console o PC e possono essere giocati da soli o in modalità multigiocatore online, i Giochi Di Ruolo dal vivo prevedono che i giocatori indossino costumi e interpretino realmente un ruolo prendendo la forma di una rappresentazione teatrale. Partendo dal presupposto che i Giochi Di Ruolo in generale richiedono una certa immedesimazione ed utilizzo dell’immaginazione, vorrei parlare dei Giochi Di Ruolo cartacei in quanto presentano delle caratteristiche peculiari rispetto agli altri. Primo, permettono una maggiore libertà rispetto ad esempio ai Giochi Di Ruolo per console o PC poiché questi sono essenzialmente dei giochi in cui, nonostante sia permessa una certa dose di libertà, questa è comunque vincolata al fatto che il gioco è programmato e definito da chi ha creato il gioco. Secondo, permettono l’interazione faccia a faccia con gli altri giocatori rispetto ai Giochi Di Ruolo giocati tramite chat o forum, anche se è comunque possibile che anche i Giochi Di Ruolo cartacei siano giocati a distanza tramite PC (ma quasi sicuramente il gioco si svolgerà con l’utilizzo di webcam comunicando faccia a faccia). Terzo, anche se i Giochi Di Ruolo cartacei condividono con i Giochi Di Ruolo dal vivo i primi due aspetti sottolineati, i Giochi Di Ruolo cartacei richiedono meno risorse per essere attuati non prevedendo la necessità di costumi, di oggetti o di un luogo adatto allo svolgimento del gioco, permettendo un maggiore livello di immaginazione poiché non c’è alcun appiglio al mondo reale da utilizzare per definire le caratteristiche fisiche dei personaggi, i luoghi o gli eventi che si stanno vivendo, lasciando la totale libertà ai giocatori di utilizzare il teatro della mente. Quindi i Giochi Di Ruolo cartacei permettono l’interazione faccia a faccia, sono più facili da mettere in atto e sono molto più adattabili alle risorse materiali dei giocatori (d’altronde bastano un tavolo, dei dadi, carta e matita e la voglia di giocare).

Sperimentarsi in ruoli differenti

Il gioco di ruolo permette di sperimentarsi in ruoli differenti, scelti dal giocatore all’interno del gruppo, che in qualche modo vengono convalidati dal gruppo stesso. Quindi non solo il giocatore ha la libertà di scegliere un ruolo che non viene imposto dall’esterno, come può accadere in contesti di vita reale, ma ha anche la certezza che questo ruolo sia riconosciuto, accettato e convalidato da tutto il gruppo. Questa libertà di scelta permette di sperimentarsi in ruoli differenti e che nella vita reale non potrebbero essere ricoperti o per ragioni legate alla persona o perché quel ruolo è già ricoperto da un’altra persona all’interno del gruppo. Naturalmente ricoprire un determinato ruolo porta a dover mettere in atto le skills e le competenze tipiche di quel ruolo, a ragionare secondo modalità concordanti con quel ruolo e comportarsi di conseguenza. E questa è una grande opportunità di apprendere, di conseguenza, le skills, le competenze e le modalità comportamentali e di ragionamento in linea con il ruolo ricoperto, con la possibilità di trasferire tutto questo al di fuori del tavolo da gioco. Questo può portare anche ad una scoperta per quanto riguarda ciò che si pensava di sapere su sé stessi, svelando aspetti nuovi di sé che altrimenti sarebbero rimasti celati.

Sviluppare un senso di autoefficacia e realizzazione

Riuscire a ricoprire il ruolo che si è scelto porta il giocatore a sperimentare un senso di autoefficacia che può aiutare la motivazione e l’autostima, stati probabilmente difficilmente o per nulla sperimentati nella vita quotidiana. I successi e le vittorie che si ottengono nel gioco possono aiutare a sperimentare un senso di autoefficacia, non solo per quando riguarda la ricompensa immediata che il personaggio ottiene attraverso le sue azioni, ma anche per la soddisfazione derivante dalla riuscita dei piani e dei progetti che il giocatore, con le sue scelte e il suo agire, è riuscito a compiere.

Imparare a procedere per obiettivi

Il procedere per obiettivi è un elemento che va di pari passo con la pianificazione. Infatti, per raggiungere i suoi obiettivi, il giocatore deve escogitare dei piani, deve pianificare le proprie azioni, da solo o insieme al gruppo, per raggiungere gli scopi prefissati. Ma se questi obiettivi fossero vaghi e poco verificabili non sarebbero molto utili. Sono necessari piani concreti e verificabili, efficaci per raggiungere gli obiettivi, con un piano d’azione ben strutturato, a volte con l’individuazione di sotto-obiettivi, più semplici e vicini nel tempo, che scompongono l’obiettivo principale, a volte complesso e a lungo termine. Ma anche la minuziosa pianificazione può non andare a buon fine. Questo non è fondamentale perché la questione principale è essere stati in grado di scomporre un problema, di analizzarlo e di aver cercato soluzioni e, nel caso di fallimento, la modalità di un tale procedere permetterà una analisi per comprendere ciò che non è andato bene (anche se vale la pena ricordare che è pur sempre un gioco con i dadi e, spesso, l’ultima parola spetta a loro!). Naturalmente questa modalità di approccio al problema potrà essere riportata nella vita reale, permettendo alla persona di applicare le modalità di analisi, di pianificazione e di azione, ed eventualmente di verifica nel caso di fallimento.

Apprendere strategie di problem solving

Quanto detto fino ad ora ci porta a prendere in considerazione anche i possibili effetti positivi che il Gioco Di Ruolo può avere sulle strategie di problem solving, ossia un approccio al problema che porta ad una serie di operazioni cognitive, affettive e comportamentali per poter fronteggiare richieste interne o esterne. Quindi, il Gioco Di Ruolo può promuovere l’apprendimento e la messa in pratica di strategie di problem solving che, una volta lasciato il tavolo di gioco, potranno essere riproposte nelle situazioni problematiche della vita reale.

Sperimentare strategie di risoluzione dei conflitti

Come in ogni gioco che si fa insieme altre persone, è normale che possano insorgere conflitti e contrasti, ma per la natura collaborativa (e non competitiva) dei Giochi Di Ruolo è necessario che si arrivi ad una risoluzione dei conflitti, sia nel caso in cui avvengano tra i giocatori sia nel caso in cui la storia, gli eventi passati, le caratteristiche psicologiche o l’indole del personaggio portino inevitabilmente a questi conflitti, con la necessità che si attuino delle mediazioni e delle contrattazioni tra i personaggi in gioco e tra i giocatori, affinché il gruppo possa procedere nell’avventura e raggiungere gli obiettivi comuni. Le modalità di risoluzione, di confronto e di dialogo possono essere ripetute anche in contesti di vita reale, trasformando delle skills apprese in gioco in competenze relazionali fuori dal gioco.

Allenare lo sviluppo di una capacità narrativa

La costruzione del personaggio da utilizzare nel gioco richiede vari livelli di ideazione. Bisogna scegliere un background, qual è la storia del personaggio, da dove viene, chi è e chi è stato, quali sono state eventuali persone per lui significative, cosa gli è accaduto in passato e quali sono stati gli eventi che lo hanno portato ad intraprendere il suo viaggio, quali obiettivi vuole raggiungere. Una volta definito il background si passa a definire quali sono i suoi tratti di personalità, quali valori lo guidano, quali desideri ha, quali paure, qual è la sua morale, quale visione del mondo ha abbracciato. Successivamente si passa a delineare quali sono le caratteristiche fisiche, il suo aspetto, se ha dei tic, dei modi di fare particolari (che possono anche derivare dalle esperienze passate), il suo portamento, qual è la sua razza (le più immediate che possono venire in mente sono umano, elfo, nano, orco, ma ve ne sono molte altre). In ultimo si passa alla definizione della classe (guerriero, mago, bardo, ecc…), delle sue abilità, delle sue competenze, in cosa è bravo, cosa non sa fare, se ha dei talenti che sono innati o sono stati frutto del duro allenamento o di intenso studio.

Tutti questi elementi devono in qualche modo essere riuniti per formare una narrativa coerente del personaggio, definendo la sua identità, i suoi tratti psicologici e le sue skills e competenze. Così il giocatore può fare esperienza di una costruzione narrativa coerente e coesa del sé, che può aiutare la persona a raccontare la propria storia, guardando come gli eventi passati possono averlo portato ad essere ciò che è ora, a divenire capace di riconoscere ciò in cui è bravo e ciò in cui non lo è, ma con un’ottica di apertura verso la possibilità che, con l’allenamento e l’impegno, ci sia sempre l’opportunità di migliorarsi.

Ma questa narrativa non resta isolata, relegata alla soggettività. Infatti, tutti i giocatori hanno attuato lo stesso processo di costruzione, facendo sì che le singole narrative vadano ad intrecciarsi con il procedere dell’avventura portando alla costruzione di una narrativa sovraordinata, che non viene dalla semplice somma delle parti ma dal loro intreccio, portando a qualcosa di più complesso. Ed è proprio questa narrativa condivisa che sarà l’aspetto principale del gioco. Infatti, nonostante ci sia una trama delineata dal conduttore del gruppo (definito Game Master o più semplicemente Master) che propone i vari scenari ai giocatori e rende ‘vivo’ il mondo di gioco attraverso la descrizione e l’introduzione di personaggi che non sono dei giocatori (detti PNG o Personaggi Non Giocati), ma che arricchiscono la narrazione e offrono ai giocatori degli spunti per tessere relazioni, tutto ciò che accade viene costruito dalle interazioni e dalle scelte dei giocatori, co-costruendo una narrazione unica e condivisa da tutti. Questa co-narrativa richiede a tutti i giocatori di riuscire a prendere il punto di vista degli altri, di comprendere ciò che accade nella mente degli altri, di attuare un continuo dentro e fuori dal gioco, immedesimandosi nel proprio personaggio ed osservando il suo agire dall’esterno, utilizzando quelle competenze metacognitive che potranno essere poi applicate una volta lasciato il tavolo da gioco.

Conclusioni

Questa breve apologia del gioco di ruolo vuole portare l’attenzione su alcuni interessanti aspetti che questo tipo di gioco può offrire, alle possibilità di confronto e di relazione che possono nascere da una tale attività di gruppo, soprattutto se si svolge in un gruppo di pari.

 

Il terapeuta sotto pressione (2021) di Muran e Eubanks – Recensione del libro

Il libro Il terapeuta sotto pressione è una testimonianza del lavoro svolto sul campo dagli autori, una panoramica degli aspetti più insidiosi del lavoro clinico.

 

Non è raro che il lavoro dello psicoterapeuta evochi, in chi non lo pratica e non lo conosce, commenti talvolta semplicistici ed ironici, quando non astiosi, sulla vita comoda di chi ha il vantaggio di poter guadagnare standosene semplicemente seduto ad ascoltare sornione i fatti altrui, limitandosi ad annuire o intervenire brevemente ad intervalli regolari, insomma ‘cavandosela a chiacchere’, per dirla con il caro Roberto Lorenzini.

Il recente volume di Muran e Eubanks, Il terapeuta sotto pressione, edito da Raffaello Cortina, appare quindi come una dichiarazione di empatia e solidarietà, una mano tesa verso chi il lavoro di psicoterapeuta invece lo svolge e ne conosce bene le indubbie gratificazioni, ma anche le notevoli fatiche, il logorio mentale e fisico, i rischi e le tensioni. La pressione, appunto.

Il libro è una testimonianza del lavoro svolto sul campo dagli autori, una panoramica degli aspetti più insidiosi del lavoro clinico, destinata idealmente soprattutto ad una formazione preventiva dei colleghi più giovani che magari non hanno ancora dovuto sperimentare in prima persona alcune delle trappole più frequenti nel processo di cura.

Gli autori si concentrano nello specifico sulla pressione connessa al rapporto particolarissimo che si crea tra terapeuta e paziente nel qui ed ora della singola terapia e che diventa possibile luogo di fratture, tensioni, crisi, rotture relazionali.

La sintonia tra paziente e terapeuta è una dimensione delicata e sfuggente, su cui difficilmente si riesce ad esercitare un pieno e totale controllo; una buona dose di autostima del clinico può per certi versi metterlo al riparo da derive depressive, senso di inefficacia e scoraggiamento (ingredienti spesso fatali al buon esito della terapia) connessi ai momenti di stallo e di crisi del trattamento.

Tuttavia il rischio è che una simile negazione grandiosa, al contempo sano meccanismo di difesa e rischio professionale a cui spesso i terapeuti si espongono, impedisca di riconoscere oggettive e reali rotture dell’alleanza terapeutica e quindi precluda la possibilità di esplorarle e ripararle.

Le crisi si possono verificare in qualunque fase del trattamento e possono consistere in sfide al contratto terapeutico, coincidere con il momento in cui la terapia mette in crisi gli abituali meccanismi di difesa del paziente o quando il sollievo dagli aspetti sintomatologici più invalidanti consente un’esperienza più consapevole delle proprie fragilità più profonde, identitarie ed esistenziali.

Spesso le rotture sono rappresentazioni dei sentimenti sollevati dalla relazione terapeutica ed è per questo che il messaggio implicito che percorre tutto il libro è un monito ai terapeuti affinché si ricordino di chiedersi sempre qualcosa del tipo: ‘Cosa sta succedendo, qui e ora, nel rapporto tra me e questo paziente che lo sta portando ad aggredirmi/trasgredire il contratto/minacciare di abbandonare la terapia/essere evasivo o deferente/ etc.’.

Proprio perché i momenti di implicita o esplicita rottura nell’alleanza tendono ad evocare forti emozioni nel terapeuta (ansia, frustrazione, colpa, preoccupazione, rabbia) essi richiedono un’attenta analisi ed un’accurata gestione, affinché il clinico non sia trascinato dal paziente nella direzione di un abbandono dello sforzo esplorativo e supportivo, se non della terapia stessa.

Difficile manualizzare in modo rigido e definitivo il processo di gestione delle crisi che può variare a seconda delle situazioni; può richiedere al terapeuta di diventare temporaneamente più proattivo oppure di rafforzare l’adesione alla cornice del trattamento o ancora di optare per opportune deviazioni dal contratto terapeutico.

Il concetto di base è che la gestione delle crisi pone una sfida all’adeguatezza della cornice stabilita nel contratto e all’abilità del clinico di muoversi con elasticità all’interno di questa cornice man mano che il trattamento procede. È indispensabile sforzarsi di capire il significato implicito e profondo delle sfide al setting piuttosto che lasciare che la rottura demolisca il contratto e distorca il trattamento.

Nel libro si trova una dettagliata disamina delle possibili rotture dell’alleanza terapeutica, riconducibili per gli autori a due categorie (di ritiro o di confrontazione) e corredata da esempi e vignette cliniche.

Possibili indicatori di rischio esaminati nel manuale sono risposte laconiche, comunicazioni astratte, narrazioni evitanti, deferenza e accondiscendenza, scissione degli affetti, autocritica e rassegnazione, lamentele sulla terapia e sul terapeuta, rifiuto degli interventi, atteggiamento difensivo o tentativi di mettere il terapeuta sotto pressione.

Il terapeuta potrebbe d’impulso reagire difensivamente a tali segnali di rottura dando risposte blandamente supportive che, per quanto possano salvare nell’immediato la terapia, precludono l’opportunità di ragionare su cosa stia accadendo alla diade, oppure potrebbe fornire un feedback neutrale e strutturato, essenzialmente corretto dal punto di vista tecnico ma rigido e rifiutante, che inconsciamente mira a far precipitare la fine della terapia per porre fine all’ansia crescente del terapeuta.

È per questo che gli autori propongono viceversa un modello di riparazione delle rotture che parta dal riconoscimento e dall’esplorazione dell’esperienza condivisa con rinegoziazione di compiti e obiettivi, in un clima di dilemma condiviso attento a ciò che accade nel qui ed ora, senza che il clinico abbia timore di esplorare e condividere il proprio contributo all’insorgere della rottura e riconoscendo che il rapporto è in continua evoluzione e che ad una riparazione possono seguire nuove rotture e così via.

La capacità individuale degli psicoterapeuti di gestire correttamente le loro reazioni controtrasferali è stata resa operativa nel manuale con la Countertransference Factors Inventory (CFI), una misura delle dimensioni di empatia, gestione dell’ansia e abilità di concentualizzazione.

Degno di nota l’approfondimento sull’importanza della cura di sé da parte dei clinici; è necessario sottolineare che accogliere messaggi emotivamente ed affettivamente carichi per molte ore al giorno può rapidamente condurre all’esaurimento proprio di quelle risorse emotive indispensabili ad un proficuo contatto empatico e alla buona riuscita del lavoro di uno psicoterapeuta.

Un clinico può lavorare bene solo quando dà ascolto ai propri legittimi bisogni personali, anche se ciò assorbe a sua volta tempo ed energia.

Riconoscere e appagare i propri bisogni di sonno, riposo, svago, attività fisica, soddisfazione economica e formazione e supervisione continua è un fattore indispensabile al lavoro e un ottimo antidoto alle tendenze masochistiche che generalmente presentano gli operatori impegnati nel campo delle relazioni di aiuto.

Alcune strategie di autocura descritte nel volume consistono nel praticare la mindfulness prima delle sedute, tenere un diario delle emozioni per ripercorrere le reazioni nei confronti dei pazienti, promuovere un atteggiamento di indagine critica rispetto ai propri bias cognitivi, fare pratica tramite role-play e ricorrere al supporto e alla supervisione di colleghi più esperti.

In sostanza ciò che gli autori cercano di trasmettere è che momenti di crisi o sentimenti negativi del clinico non sono inauditi, disdicevoli o segnali di errore, ma fanno parte di qualsiasi percorso terapeutico, pur con vari gradi di gravità e di intensità e che, benché possano comprensibilmente generare forti stati d’animo negativi, tali da rendere talvolta difficile proseguire con il trattamento, se ben gestiti, costituiscono preziose opportunità non solo per la salvaguardia, ma addirittura per l’avanzamento stesso del processo terapeutico.

Un suggestivo esempio di consapevolezza e gestione di una rottura (piuttosto mascherata, peraltro) che ha consentito uno scatto nella terapia ce lo dà Irving Yalom, nel suo illuminante Il dono della terapia:

Fornisco a tutti i pazienti le stesse indicazioni per il mio studio in occasione della loro prima visita: procedete lungo la strada X per mezzo miglio dopo la strada XX, voltate a destra al viale XXX dove c’è un’insegna per Fresca (un attraente ristorante locale) sull’angolo. Alcuni pazienti fanno commenti sulle indicazioni, altri no.

Un paziente in particolare (lo stesso che si era lamentato del sentiero fangoso) mi affrontò in una delle prime sedute: ‘Com’è che ha scelto Fresca come punto di riferimento piuttosto che Tio?’ (Taco Tio è un fast-food messicano, un pugno nell’occhio all’angolo di fronte) […]

Scelsi di rispondergli candidamente: ‘Be’, Bob, ha ragione! Invece di dire: volti a destra al Fresca, avrei potuto dire: volti a destra alla bancarella dei tacos. Perché ho fatto la scelta che ho fatto? Sono sicuro che è perché preferisco associare me stesso con il ristorante più raffinato. Non mi sarei sentito a mio agio dicendo: volti alla bancarella dei tacos’.

Di nuovo, qual è il rischio? Sto solo riconoscendo qualcosa che lui ovviamente sapeva. E solo dopo esserci tolti di mezzo il problema con la mia ammissione potemmo dedicarci all’importante questione di esplorare il suo desiderio di mettermi in imbarazzo.

 

I disturbi umorali agevolano l’espressione artistica?

La creatività, definita come la capacità di produrre qualcosa di nuovo, utile e prezioso per un dominio specifico (Csikszentmihalyi, 1996; Runco, 2014) viene spesso associata alla psicopatologia (Kaufmann & Kaufmann, 2014; Holm-Hadulla et al., 2021).

 

Il legame tra creatività e psicopatologia nell’antichità

Sin dalla filosofia antica, la creatività è associata a disturbi mentali, instabilità cognitiva ed emotiva: Esiodo, nel 500 a.C, descrive il Dio Kronos come l’incarnazione dell’aggressività malinconica e della creatività (Klibansky et al., 1964), mentre Teofrasto (371-287) si chiede perché tutti coloro che sono diventati eminenti in filosofia, in politica, nella poesia o nell’arte sono chiaramente malinconici, e alcuni di loro in misura tale da essere colpiti da malattie causate dalla bile nera (in passato, un eccesso di bile nera era visto come causa delle malattie depressive) (Akiskal & Akiskal, 2007). Akiskal e Akiskal (1988) hanno esaminato il concetto di creatività secondo gli antichi greci per comprendere se è associato a disturbi umorali, come depressione e bipolarismo, osservando come tale tendenza sia correlata ad una forma lieve di bipolarità, definita come ‘attenuata’ rispetto al disturbo bipolare in senso stretto.

Nel Rinascimento, il medico filosofo Marsilio Ficino ha elaborato un’idea simile a quella di Andreasen e Carter (1974), cioè che gli individui con una creatività predominante e dei tratti bipolari mostrerebbero una psicopatologia più contenuta rispetto alle persone che soffrono di bipolarismo. Goethe (1749-1832) ha dimostrato come l’estro creativo possa essere motivato da umore depresso, tratti ansiosi, disturbi di personalità o dell’adattamento, e come tali sintomatologie portino ad una produttività concreta solo quando incanalati in un’attività pratica (Holm-Hadulla, 2019). In linea con Nietzsche, che vede il caos mentale come sublimabile attraverso una ‘maggiore salute’, le teorie psicoanalitiche hanno coniato l’ipotesi che la creatività non sia il risultato di disturbi mentali, bensì di manifestazioni autorealizzative che promuovono il benessere e la salute delle persone.

Quale relazione tra psicopatologia e aumentata creatività

Holm-Hadulla e colleghi (2021) hanno offerto una panoramica sulla creatività e sulla psicopatologia, basandosi su studi empirico-statistici, fenomenologici e anche biografici per compensare le possibili lacune presenti in letteratura. Gli studi retrospettivi di Jaminson (1993) evidenziano come i poeti soffrono, con una maggiore frequenza, di disturbi affettivi e tendenze suicidarie rispetto alla media, mentre i gravi disturbi maniaco-depressivi sembrano più diffusi nella popolazione generale. Coerentemente con tali risultati, Ludwig (1997) evidenzia come le persone creative, come scienziati, attivisti sociali, saggisti e artisti soffrono meno di disturbi mentali rispetto alla popolazione generale. Al contrario, invece, i poeti soffrono tre volte di più di episodi depressivi, tendenze suicidarie e dipendenza da alcool (Holm-Hadulla et al., 2021).

Alcuni ricercatori hanno ipotizzato anche una correlazione tra un eccezionale successo creativo ed una propensione ad episodi psicotici (Carson et al., 2003). Mentre esistono condizioni che inibiscono la creatività, come la schizotipia e la schizofrenia – nello specifico, quest’ultima se cronica compromette e distrugge la creatività (Kuks & Snoek, 2018) – alcuni sostengono che esistano delle forme di psicoticismo ‘lievi’ e non specificatamente definite dalla schizofrenia che dovrebbero rafforzarla (Kuks & Snoek, 2018). Terman (1925) ha svolto degli studi per individuare una correlazione tra la creatività del genio e ‘follia’. Ha selezionato un campione composto da studenti dotati, fisicamente e psicologicamente, al di sopra della media (857 maschi e 671 femmine; QI medio di 151) e i risultati mostrano come i soggetti hanno maggiore costanza e perseveranza, un alto livello di fiducia nei propri confronti, umore equilibrato e sono meno impulsivi. Allo stesso tempo, i soggetti molto dotati cognitivamente hanno maggiori difficoltà di adattamento rispetto a quelli meno dotati (Eysenck, 1998).

Psicopatologia e creatività ridotta

Mentre Rothenberg (2006) sostiene che la creatività sia una forma di adattamento psicologico cruciale, alcuni ricercatori non trovano una relazione tra creatività e sintomatologia psicopatologica. Verhaeghen e colleghi (2005) sottolineano come la connessione tra depressione e comportamento creativo non dipenda dalla sintomatologia, come affettività negativa e anedonia, bensì dalla ruminazione autobiografica. Per quanto riguarda l’ansia, due studi sperimentali (Carlsson, 2002) sostengono come la paura e l’ansia non portino la persona che le sperimenta ad essere estrosa. Data la presenza di dati contrastanti in letteratura, Hoffman e colleghi (Hofmann, 2010) hanno ipotizzato che la depressione moderata e la depressione grave inibiscano la creatività e che portino ad una compromissione del ragionamento creativo. Il pensiero divergente è stato meno influenzato dalla depressione rispetto al pensiero convergente, orientato all’obiettivo e al concretizzare idee, e la gravità dei sintomi è correlata alla riduzione delle attività creative nella vita quotidiana (Hofmann, 2010; Holm-Hadulla et al., 2021). In accordo con i risultati di Hofmann (2010), anche Csikszentmihalyi (1996) e Runco (2014) sostengono che le forme lievi di disturbi mentali sono compatibili con il lavoro creativo, purché la persona abbia sufficiente energia, capacità cognitive e fattori di supporto.

La presenza di queste ricerche in letteratura suggerisce come il troppo disagio psicologico possa portare ad una mancanza di creatività, non dovuta esclusivamente ad un distacco dalla realtà osservabile in patologie psicotiche, bensì dovuta anche a sintomi gravi della flessione del tono timico o di stati ipomaniacali.

Creatività e personalità

Come si può tornare quindi ad essere creativi? Holm-Hadulla e i suoi colleghi (2021) riportano degli studi biografici che dimostrano come i cinque fattori della struttura della personalità (Big Five; Widiger & Crego, 2019) interagiscono dialetticamente nelle diverse fasi del processo creativo. Dato che possono essere attivate contemporaneamente o in diversi passaggi, come preparazione, incubazione, illuminazione, realizzazione e verifica, è molto importante sapere come e quando entrano in gioco i diversi aspetti dei tratti di personalità. In terapia, la creatività di per sé può essere un importante modulo autoterapeutico per far fronte al disagio emotivo, cognitivo e ai problemi relazionali che la persona sta vivendo.

 

Caffè Cognitivo: i tratti di personalità protagonisti della nuova stagione – Il quarto episodio è dedicato alla Distraibilità

State of Mind presenta la nuova stagione di Caffè Cognitivo in formato podcast: una raccolta di episodi, uno inedito ogni settimana, per conoscere ed esplorare il mondo della Psicologia e della Psicoterapia, accompagnati dalle voci dei nostri professionisti e dei più noti esperti in materia. Fil rouge di questa nuova stagione sarà l’argomento: “I tratti di personalità”.

 

Caffè Cognitivo: dalle webseries ai podcast

Dato il successo ottenuto dalle precendenti edizioni (create dapprima in formato webseries e successivamente diventate un podcast), il gruppo Studi Cognitivi ha realizzato una nuova stagione di “Caffè Cognitivo”, questa volta esclusivamente in formato podcast, una scelta fatta per rendere la fruizione dei contenuti più facile e accessibile per chi ci segue. Fil rouge della nuova edizione sarà l’argomento: “I tratti di personalità”.

Gli episodi della nuova stagione di Caffè Cognitivo

Ogni episodio del podcast prenderà avvio da una conversazione tra due o più clinici del gruppo Studi Cognitivi che discuteranno sul tema personalità, esaminando in ogni episodio uno specifico tratto personologico, attraverso un confronto leggero, fatto di pochi tecnicismi, pensato per tutti i nostri ascoltatori, esperti e non.

Durante la quarta puntata della nuova stagione, la Dott.ssa Sandra Sassaroli e il Dott. Gabriele Caselli  avranno come ospite la Dott.ssa Alessia Minniti. Si parlerà di Distraibilità, ovvero difficoltà di concentrazione e di focalizzazione sui compiti. Perché spesso la nostra attenzione è facilmente deviata da stimoli estranei? Scopritelo nel quarto episodio.

Dove ascoltare il quarto episodio

Gli episodi di Caffè Cognitivo sono disponibili su diverse piattaforme, ascolta il quarto episodio su:

 

La psicologia dell’esperienza ottimale

Secondo la prospettiva di Csìkszentmihàlyi la felicità è uno stato intrinseco all’individuo e non può essere ricercato all’esterno, attraverso gratificazioni o piaceri che soddisfano la nostra psiche solo temporaneamente.

 

Felicità e filosofia

Secondo il filosofo greco Aristotele il benessere o felicità può essere distinto in due diverse concettualizzazioni: quella edonica e quella eudaimonica.

La prospettiva edonica concentra la sua attenzione sull’affetto positivo, sulla felicità, sulla bassa affettività negativa e sulla soddisfazione per la vita, quest’ultima intesa come valutazione personale della propria condizione di vita. Il filosofo considera infatti l’edonia come la massimizzazione del piacere e la minimizzazione del dolore.

La seconda prospettiva, quella eudaimonica, si concentra prevalentemente sul funzionamento psicologico e sullo sviluppo umano. L’eudaimonia è per Aristotele quel processo di autorealizzazione che porta l’individuo a raggiungere il suo pieno potenziale (Disabato, Goodman, Kashdan, Short & Jarden, 2015).

Il benessere eudaimonico è la percezione personale rispetto al significato della propria vita. In base a questo concetto, avere determinate qualità e soddisfare certi bisogni sono un aspetto fondamentale per la crescita personale (Stone, A.A. & Mackie).

Felicità e psicologia

Lo psicologo Martin E.P. Seligman attraverso la Psicologia Positiva ha conciliato il piacere e la buona vita, ossia gli aspetti edonici ed eudaimonici, sottolineandone le correlazioni.

La disciplina psicologica sostiene che la felicità possa essere sperimentata in differenti modi, in base alle diversità soggettive.

Lo psicologo ungherese Mihàly Csìkszentmihàlyi introducendo il concetto di flusso o flow, lo ha definito come lo stato ‘in cui le persone sono così coinvolte in un’attività che non ha più importanza (lo scopo, ndr); l’esperienza è così piacevole che le persone continueranno a farlo anche a caro prezzo, per il puro gusto di farlo’ (Csìkszentmihàlyi, 1990).

La soddisfazione personale e i processi psicologici che regolano la felicità sono stati analizzati dall’autore a partire dalle storie dei reduci della Seconda guerra mondiale che, dopo aver perso il lavoro, la casa e la propria stabilità economica hanno perso anche la capacità di vivere una vita appagante.

In questo caso, come sostenne anche lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung in un suo studio, i soggetti protagonisti erano stati traumatizzati dalla guerra stessa.

I traumi possono essere alla base dell’incapacità del soggetto di raggiungere il benessere, ma allo stesso tempo possono rappresentare, se accolti precocemente, terreno fertile per una nuova rinascita.

Se seguiamo la prospettiva di Csìkszentmihàlyi la felicità è uno stato intrinseco all’individuo e non può essere ricercato all’esterno, attraverso gratificazioni o piaceri che soddisfano la nostra psiche solo temporaneamente.

Felicità e Teoria del Flow

Ciò che permette di modificare il livello di felicità è l’introduzione dello stato di flusso. L’autore spiega bene nel suo manuale Flow. Psicologia dell’esperienza ottimale, come la felicità non possa essere considerata come una sensazione statica ed immutabile. Infatti, per provare felicità è necessario uno sforzo volontario.

‘Una briciola di volontà pesa più di un quintale di giudizio e persuasione’. Con questa frase il filosofo Arthur Schopenhauer intende sostenere che la forza di volontà è quell’unico seme interno che può realmente cambiare le sorti di ogni individuo.

La volontà è forse uno degli aspetti principali dell’Io cosciente e, come tale, se si acquisisce la capacità di entrarvi in contatto, essa porta ad importanti cambiamenti, anche sul piano neurochimico e neuropsicologico, che incidono positivamente sulla condizione di salute e benessere degli individui.

Sempre in base alla teoria del flow, la volontà è la chiave che permette di avere un certo grado di controllo sul livello di felicità. Dopo aver condotto diversi studi e aver intervistato artisti e atleti, l’autore ha affermato che l’immersione all’interno di uno stato di flow permette non solo di massimizzare il livello di felicità, ma anche di essere più creativi e produttivi.

Potremmo dunque dedurre che lo stato di infelicità sia dovuto all’assenza di volontà, di concentrazione e di obiettivi rispetto all’attività che si sta svolgendo.

Come raggiungere il Flow State e la felicità

Csìkszentmihàlyi ha analizzato, in particolare, otto caratteristiche per poter raggiungere il Flow State:

  • Avere obiettivi chiari. Questo è ciò che permette di agire in modo consapevole utilizzando le strategie più adatte per raggiungere lo scopo desiderato;
  • Avere un riscontro immediato. Questo permette alla propria mente di comprendere, tramite dei feedback auto-referenziati che si sta procedendo sulla strada giusta;
  • La concentrazione. Questo è l’elemento che permette alla mente di focalizzarsi su una sola attività;
  • La possibilità di concludere il compito con successo. Essa è regolata dall’impegno che si mette nell’attività che si sta svolgendo;
  • Il coinvolgimento totale che riguarda il puro desiderio di svolgere qualcosa, al di là del denaro o del riconoscimento sociale;
  • Perdere la coscienza di sé che permette la fusione tra individuo-compito;
  • Sentire di avere il controllo sull’ambiente;
  • La distorsione temporale, ossia la percezione che il flusso del tempo si sia modificato, accelerandolo o facendolo scorrere più lentamente.

La felicità, come lo stesso stato di flusso, è portata da cambiamenti a livelli neurofisiologici. Secondo lo scrittore Arne Dietrich una ridotta attivazione della corteccia prefrontale è collegata al Flow State. Quest’area è responsabile dello stato d’animo cosciente, pertanto quando ci si trova in uno stato di massima concentrazione si attiva un processo definito come ipofrontalità transitoria che porta alla distorsione del tempo, alla perdita della coscienza di sé stessi e alla mancanza di critica interna oltreché ad un aumento di creatività.

Ostacoli alla felicità

Oggigiorno, ciò che rende difficile il raggiungimento del Flow e della stessa felicità sono i cosiddetti ‘rapinatori di attenzione’ come gli smartphone, i social media e i videogame. Questi portano ad una gratificazione immediata e ad uno stato di benessere illusorio. Riempiono un vuoto temporaneo e abituano la mente a questo stato di sospensione e di incertezza in modo simile a come altre sostanze come alcool e droghe operano.

In base alla psicologia dell’esperienza ottimale, è essenziale al fine del raggiungimento della felicità o del benessere, uno stato di equilibrio interno. Questo è un ingrediente fondamentale di autorealizzazione individuale.

Trovare la motivazione per svolgere una determinata attività porterà conseguentemente ad uno stato di gratificazione costante che alimenterà il proprio senso di autoefficacia e la propria autostima, incidendo positivamente sull’intero benessere psicofisico.

Il benessere, dunque, non è tanto una meta da raggiungere o uno stato finale, quanto piuttosto un seme da coltivare quotidianamente come processo di realizzazione personale.

In conclusione, la felicità è una questione puramente personale. Questa è infatti il risultato di percorsi diversi che rispecchiano le proprie caratteristiche soggettive.

Cercare di omologarsi alle richieste della società allontana i soggetti dalla gioia portata dall’autenticità e dal rispetto di sé stessi e delle proprie volontà che bisognerebbe difendere a denti stretti.

 

Io mi fido di te. Storia dei miei figli nati dal cuore (2021) di Luciana Littizzetto – Recensione

Luciana Littizzetto condivide nel suo libro Io mi fido di te. Storia dei miei figli nati dal cuore la sua esperienza di affido raccontando il percorso di genitorialità affidataria compiuto con Jordan e Vanessa.

 

Un progetto di maternità e paternità che lega genitori e figli con un filo che attraversa la vita e unisce storie familiari diverse chiamando in gioco il desiderio di accompagnare nella vita, di proteggere, di accogliere. Un percorso affascinante e complesso che inizia dalla disponibilità di diventare genitori e di confrontarsi ogni giorno con le sfide della crescita di un figlio che ha incontrato molte difficoltà sin dall’inizio della sua vita.

L’autrice racconta la nascita del desiderio di genitorialità che non passa attraverso il corpo come processo generativo, ma dal cuore come desiderio di accompagnare un figlio in un momento della vita in cui non può vivere con la famiglia di nascita: un figlio con una storia complessa, con due famiglie, con reti relazionali  complicate che grazie all’affido trova un sostegno, un punto di appoggio per proseguire il proprio percorso in una famiglia che si rende disponibile ad accoglierlo come figlio.

Caro te. Femmina o maschio, poco importa. Te che non sei nato dalla mia pancia ma dal mio cuore. Te che hai una faccia diversa dalla mia, anche se tutti dicono che mi somigli. Te che la vita è bastarda, perché ti ha fatto nascere in un posto e rinascere in un altro. E non hai potuto scegliere. Nessuna delle due volte. Te che una mamma ce l’avevi ma poi n’è arrivata un’altra e adesso ne hai due ed è un gran casino….

Luciana Littizzetto descrive in modo delicato che la genitorialità nell’affido è un’esperienza diversa da quella biologica: non si basa sulla somiglianza, ma sulla diversità che arriva dal mondo e da questo punto inizia e si interseca la storia di un’altra famiglia, il percorso di madre e padre. Si parte da zero, ci si sperimenta genitori e figli nella quotidianità imparando a conoscersi e a vivere il proprio ruolo.

Genitori di cuore e figli di cuore, un progetto complesso, affascinante e che presuppone un cammino di condivisione di minuti e giorni che nel tempo formano il legame famigliare, ovvero esserci per l’altro, un figlio/a che sta diventando uomo e donna.

Nel raccontare il percorso dell’affido l’autrice definisce il momento del progetto: la scelta e la consapevolezza di aprirsi al mondo di una genitorialità molto diversa da quella tradizionale perché con l’affido si accolgono, nella maggior parte dei casi figli già grandi, con esperienze di vita complesse e a volte drammatiche, con una famiglia di nascita che in quel momento non riesce a prendersi cura di loro. Diventare genitori affidatari e adottivi ha come caratteristica, quindi, quella di accogliere un figlio che la vita ha spezzato e di accompagnarlo nella crescita anche attraverso la comprensione degli eventi traumatici vissuti.

La loro storia di  famiglia affidataria è iniziata con la disponibilità e una richiesta di affido all’età di quarantuno anni e quarantatré del compagno e rispettivamente di nove anni di Jordan, e undici anni di Vanessa, insomma  un universo di mondi, di storie, di età, di bisogni e desideri.

Un percorso pieno di emozioni, pensieri, preoccupazioni che partono da un comune sentire Ancora non li ho visti e sono già miei. Ma lo stesso è per il desiderio dei bambini che desiderano una famiglia e immaginano la possibilità di vivere in una famiglia, esattamente come raccontato per Jordan che nella fase di pre-affido era impaziente e spingeva perché Luciana e il compagno lo portassero finalmente a casa…aggiungendo che  in caso contrario e se non si sbrigavano lui avrebbe cercato altri genitori.

L’affido è un percorso a due direzioni: si diventa genitori affidatari e quindi si sceglie di accompagnare un figlio nel suo percorso di vita nella consapevolezza che manterrà i legami con la famiglia di nascita che per lui rappresentano la sua storia; di conseguenza i figli imparano a vivere in due famiglie o comunque a mantenere i contatti con la famiglia di nascita. L’autrice sottolinea che per Jordan e Vanessa, così come per i ragazzi che vivono questa esperienza, non è semplice tutto questo, anzi spesso è un gran casino… su cui comunque bisogna lavorare con l’obiettivo di stare bene.

I bambini si destreggiano tra le diverse figure nella quotidianità ed è così che la madre di nascita è chiamata ‘mamma’ mentre lei, mamma affidataria, è ‘Lu’, ma l’aspetto rilevante è che i figli, quando si confrontano con i compagni e insegnanti, la presentano come mamma. Ecco che Lu è riconosciuta nel ruolo che ha per loro nella quotidianità: una mamma presente, che segue, ascolta, parla, consiglia, ama, sgrida dolcemente quando serve, ma soprattutto guida.

L’affido nel libro è presentato nella vita di tutti i giorni come un aggrovigliarsi di momenti, di tensioni, di progetti, insomma una storia d’affetti che tra le diverse emozioni fa crescere e diventare grandi i figli, cambiare e trasformare gli adulti in genitori capaci di accompagnare i più piccoli nella loro vita. Il racconto è ricco di aneddoti sulla vita in famiglia, sul rapporto con i figli, con le altre mamme, con le insegnanti, come l’idea di Jordan appena arrivato a scuola e deciso a vendere gli autografi di Luciana con un articolato progetto dove li ritagliava dal diario.

La genitorialità diventa accompagnare un figlio in un  gioco di equilibrio continuo tra umori, emozioni barcollanti e sensazioni di fragilità e anche di percezione di imperfezione e instabilità. Questo è un messaggio importante del libro: diventare e essere madri e padri è un lavoro complesso che si confronta con l’imperfezione e gli errori per ripartire e cercare l’equilibrio in ogni giornata.

Luciana Littizzetto a questo proposito presenta le sue fragilità e la percezione di madre che si confronta con la propria imperfezione confrontandosi con la ‘madre perfetta’ dichiarando

Dio come le ho odiate queste mamme perfette… genitrici naturali di figli perfetti. Pitonesse dagli occhi a mirtillo sempre pronte a farti sentire inadeguata e inutile come il mignolo per le arpiste. A spampanarti il cuore, a te che ti danni l’anima nel tentativo di trasformare quel mucchio di detriti in un bambino tranquillo e felice. Provaci tu, madre gaudiosa, a inventarti madre a quarant’anni di due bambini di nove e undici anni senza un minimo di tirocinio….

Questa riflessione affonda nella descrizione dell’essere madre  cogliendo l’essenza di questo ruolo che si compone di un confronto continuo ‘con mille variabili’.

La descrizione delle diverse anime della maternità, crocevia di modi diversi di rapportarsi con i figli per aiutarli a crescere. In questo modo l’autrice racconta aneddoti sulla maternità dell’alligatrice, della pinguina imperatrice, della casuaria, della koala, della blatta rinoceronte, della femmina del quokka…’l’animale più felice del mondo’ e, infine, della giraffa con quel collo lungo, una gravidanza di 450 giorni, un cuore grande di 11 kg per 60 cm e una calma serafica mentre è lì a masticare le foglie degli alberi.

La riflessione di base è intorno alla felicità di essere madre e di accompagnare nella vita i cuccioli: il focus non è sulla madre perfetta, ma su una mamma felice che ama e sa che l’amore è un gioco continuo di tensioni tra emozioni contrapposte, è un percorso attraverso incertezze, paure, equilibri precari, ma con la meta chiara e  definita di accompagnare un figlio ad essere autonomo, indipendente e felice di vivere.

Le mamme imparano a fare le madri e in particolare le mamme affidatarie e adottive che conoscono i loro figli quando sanno già parlare e camminare, che spesso camminano sulle sabbie mobili, trovano compromessi e  interpretano il proprio ruolo rispettando sé stesse e il proprio modo di essere:

Ciascuna è madre a modo suo. Uniformarsi e tentare di eguagliare dei modelli diversi temo non sia una scelta salutare. Il tuo essere madre dipende da mille variabili. Dal carattere, dall’attitudine, dal mestiere che fai, dalla tua storia di figlia e di sorella, dalla tua esperienza di moglie o di compagna. Non sta agli altri giudicare. L’unica cosa che conta è il coraggio di guardarsi allo specchio e chiedersi: sto facendo tutto quello che posso? Se la risposta è sì, non c’è proprio niente da aggiungere.

Io mi fido di te. Storia dei miei figli nati dal cuore è un libro sulla famiglia, sulla genitorialità sociale, sulla condivisione e l’aiuto sociale che ricorda il bisogno dei bambini di trovare una famiglia disponibile all’accoglienza quando la vita ‘bastarda’ li ha gettati a terra e che racconta la semplicità, la gioiosità, le difficoltà e le fatiche della vita famigliare, qualsiasi essa sia. Un libro che ricorda l’importanza dell’adozione e dell’affido in un periodo storico in cui è sempre più difficile essere e diventare genitori e accogliere e rendersi disponibile a crescere un figlio che la vita ha segnato sin dai primi momenti. Un libro pieno di passione, di speranza nella vita e di fiducia nelle relazioni.

Quando ti controllo ma so che non dovrei farlo. L’influenza della gelosia comportamentale e del rimuginio nella coppia secondo una prospettiva LIBET

L’estrema gelosia romantica è una delle principali cause di disagio nelle coppie (Pines, 1998). I comportamenti dettati dalla gelosia possono essere ulteriormente rinforzati da una componente metacognitiva, come il rimuginio (Lehay e Tirch, 2008).

 

L’estrema gelosia romantica è una delle principali cause di disagio nelle coppie (Pines, 1998). Le emozioni associate a essa possono includere la rabbia, la paura, la tristezza, l’invidia e l’umiliazione; tutte emozioni che tipicamente hanno un impatto fortemente negativo sulla soddisfazione relazionale e sul benessere della coppia. Oltre alla componente emotiva, la gelosia può causare una serie di sintomi fisiologici quali dolori allo stomaco, difficoltà nel dormire, sensazioni di affaticamento, tremore alle mani e battito cardiaco aumentato.

Osservando la gelosia romantica attraverso una prospettiva multidimensionale, essa si rivela essere composta da tre differenti dimensioni: una dimensione cognitiva, la quale fa riferimento alla frequenza di sospetti e preoccupazioni di un individuo riguardo la possibilità che il partner possa provare interesse verso un’altra persona; una dimensione emotiva, che fa riferimento al grado di attivazione emotiva che un individuo esperisce quando si trova ad affrontare una situazione di gelosia; una dimensione comportamentale, che comprende un insieme di azioni volte al controllo del proprio partner, al monitoraggio dei suoi spostamenti e all’invasione della sua privacy, con lo scopo di affrontare la minaccia di un rivale, sia esso reale o immaginario, che possa compromettere la stabilità della relazione (Pfeiffer e Wong, 1989; Elphinston et al., 2013).

Tali comportamenti possono essere ulteriormente rinforzati da una componente metacognitiva, come il rimuginio (Lehay e Tirch, 2008). Esso, infatti, riveste un ruolo chiave nei pensieri che elicitano i comportamenti gelosi. Lo stato di preoccupazione verso il rivale può causare una disfunzionale ipervigilanza costante, che ha lo scopo di prevenire ogni potenziale minaccia, o di preparare la persona a essere in grado di gestire al meglio tale minaccia, qualora si verificasse. Questo stato di continua ipervigilanza rende l’individuo molto suscettibile all’interpretazione errata di ogni tipo di stimolo, sia esso anche neutro, associando ogni informazione ottenuta a possibili minacce verso la stabilità della relazione.

La gelosia comportamentale

La gelosia comportamentale fa riferimento alla frequenza con la quale un individuo attua dei comportamenti di controllo (Elphinston et al., 2011). Può essere espressa in differenti modalità, per esempio si possono attuare comportamenti di sorveglianza volti a controllare il partner o comportamenti aggressivi e violenti (Elphinston et al., 2013). Il continuo porre domande di carattere inquisitorio, il parlare continuamente della propria gelosia e l’eccessiva richiesta di sicurezza dal proprio partner sono azioni che solitamente hanno un impatto altamente negativo sulla soddisfazione diadica (Yoshimura, 2004).

La caratteristica principale dell’individuo geloso, solitamente, è il bisogno di controllare e mantenere la supremazia sulla relazione, anche in condizioni di stabilità (Giusti e Frandina, 2017). Questa ricerca di controllo è caratterizzata da un’attenzione minuziosa ad ogni particolare, rendendo la relazione una continua forma di controllo sul partner, causando così uno spostamento dell’attenzione sulla ricerca di dettagli che confermino i propri timori, piuttosto che sul tentativo di controllare i propri comportamenti.

La gelosia e il rimuginio

Spesso, il rimuginio ansioso compromette diverse aree di vita di un individuo, causando problematiche lavorative, interpersonali e di coppia (Ruiz et al., 2019). Le preoccupazioni inerenti alla relazione di coppia sono frequentemente incentrate sui sentimenti del partner, la stabilità della relazione e il suo futuro, giustificando così la presenza di atti di gelosia spesso eccessivi, che possono risultare in disagi relazionali, fino ad arrivare, in alcuni casi, alla separazione della coppia. A livello metacognitivo, l’individuo geloso è sicuro del fatto che un’ipervigilanza perenne sia utile per prevenire ogni tipo di sorpresa, preparandolo al peggio e facendo in modo che non soffra eccessivamente nel momento in cui scoprirà la verità (Leahy e Tirch, 2008). Tipicamente, l’individuo geloso rimuginante ha paura di lasciare scoperta la guardia e di trovarsi impreparato ad affrontare la minaccia. È presente una forte attivazione cognitiva persistente, in quanto la persona gelosa continua a cercare nella sua mente pensieri o memorie riguardanti la gelosia, che possano giustificare i suoi pensieri.

Inoltre, il rimuginio elicita delle strategie di coping disfunzionali che possono compromettere negativamente la soddisfazione relazionale (Leahy e Tirch, 2008). Alcune di queste strategie disfunzionali possono comprendere l’attacco al partner, sotto forma sia di offese verbali che di aggressioni fisiche, oltre al continuo monitoraggio dei suoi spostamenti, con la possibilità di arrivare a minacce dirette al partner. In aggiunta, è possibile che l’individuo geloso rimuginante sviluppi bias attentivi, come la lettura della mente (e.g. ‘Lei è interessata a lui’), la personalizzazione (e.g. ‘Lui sta leggendo il giornale perché non è più interessato a me’), la previsione catastrofica del futuro (e.g. ‘Mi lascerà’) e la generalizzazione (e.g. ‘Lui fa sempre così’). Inoltre, anche gli schemi emotivi dell’individuo geloso hanno un ruolo importante, in quanto condizionano significativamente la visione della realtà della persona gelosa. L’intensità emotiva viene utilizzata come rinforzo della veridicità delle proprie idee di pericolo per la relazione, soprattutto se le emozioni esperite dall’individuo risultano incontrollabili.

La coppia e la gelosia da una prospettiva LIBET

Osservando questi comportamenti attraverso una prospettiva LIBET (Life themes and plans Implications of biased Beliefs: Elicitation and Treatment; Sassaroli et al., 2017), essi potrebbero essere letti come piani semi-adattivi, e possono essere percepiti come utili e/o incontrollabili.

Secondo il modello LIBET, l’interazione tra i partner avviene tramite l’utilizzo delle proprie convinzioni; in base a esse gli individui agiscono, pensano, vivono emozioni e pensano sui propri pensieri e sui pensieri del proprio partner, interagendo con le proprie convinzioni distorte, i propri pensieri, le proprie emozioni e i propri comportamenti (Rebecchi e Vinai, 2017). All’interno della coppia, l’individuo ha costruito, e costantemente costruisce, le sue credenze sulla coppia, ovvero assunti, standard, comportamenti relazionali e credenze metacognitive. L’interazione tra i piani dei singoli genera il piano di vita della coppia, che ne rappresenta l’unicità, ed è dato dall’insieme delle credenze relazionali di entrambi i partner (e.g. credenze definitorie su scopi e modalità di essere della coppia), dalle metacredenze (e.g. tolleranza nel fronteggiare le differenze e i cambiamenti) e dagli standard (e.g. convinzioni sulla relazione e il partner ideali).

Quando i piani semi-adattivi di entrambi i partner si incontrano, e interagiscono tra loro, può accadere che l’interazione che ne nasce diventi rigida e inflessibile, causando un’escalation di cicli interpersonali disfunzionali (Rebecchi e Vinai, 2017). Per esempio, può accadere che in una coppia l’individuo decida di non tollerare più gli atteggiamenti e i comportamenti di gelosia del partner, che ha sempre sopportato, poiché ritiene che siano diventati eccessivi. In questo caso, probabilmente l’individuo reagirà con comportamenti ed emozioni di distacco e rifiuto nei confronti del partner geloso. Quest’ultimo, di conseguenza, aumenterà il suo livello di ansia e i comportamenti di controllo causati da essa.

Se osservate singolarmente, la gelosia comportamentale e il rimuginio risultano quindi essere due variabili che hanno una forte influenza sulla soddisfazione diadica. Nel caso in cui ci dovesse esserci un’interazione tra le due, la soddisfazione relazionale risulterebbe ulteriormente compromessa. Fortunatamente, è possibile affrontare queste problematiche con un percorso di psicoterapia di tipo cognitivo-comportamentale, partendo da una concettualizzazione del caso condivisa, per poi indagare i pensieri irrazionali che sono alla base dei comportamenti di gelosia (Lehay e Tirch, 2008).

 

Slamsex: quando iniettare droga diventa pratica sessuale

Il termine slamsex indica un particolare modo di assumere droghe e un particolare tipo di sesso. Lo slamming si riferisce alla pratica di iniettare droghe – tipicamente la metanfetamina – per via endovenosa. Accostare il termine ‘slamming’ con ‘sesso’ significa fare della somministrazione endovenosa di droga l’elemento definitivo nella delineazione di una pratica sessuale.

Articolo tratto da “Injecting as a sexual practice: Cultural formations of ‘slamsex’ di Race e colleghi (2021)

 

Lo slamsex

Il termine slamsex trova la sua origine nel gergo gay degli ultimi anni per indicare un particolare modo di assumere droghe e un particolare tipo di sesso. Lo slamming si riferisce in questo contesto alla pratica di iniettare droghe – tipicamente la metanfetamina – per via endovenosa. Accostare il termine ‘slamming’ con ‘sesso’ significa fare di una via di somministrazione della droga l’elemento definitivo nella delineazione di una pratica sessuale.

Lo slamsex può essere considerato una sottocategoria del chemsex, un termine che i professionisti hanno trasposto dal gergo gay per nominare quello che ritenevano come un insieme problematico di comportamenti (Race, 2018). Ma laddove le definizioni del chemsex specificano l’uso di particolari sostanze – tipicamente metanfetamina, gamma idrossibutirrato/gamma butirrolattone (GHB/GBL) e mefedrone – e contesti (incontri mediati da app) come caratteristiche integranti della pratica, lo slamsex fa riferimento a uno specifico modo di somministrare le relative sostanze, ed è emerso come oggetto di interesse solo più recentemente. Inquadrare lo slamming come una preferenza sessuale implica dirigere l’attenzione agli attaccamenti erotici che alcuni praticanti sviluppano a vari aspetti dell’esperienza, tra cui: i rituali di preparazione e sistemazione delle droghe e delle attrezzature; le attività coinvolte nella somministrazione della droga e i vari ruoli che questo comporta;  le sensazioni caratteristiche e le intensità dello ‘sballo’ e le possibilità sessuali a cui queste danno luogo. In quest’ottica, l’attaccamento delle persone a questo metodo di somministrazione della droga è legato ai loro desideri per un determinato tipo di esperienza sessuale. Questa modalità di somministrazione della droga potrebbe dunque essere considerata parte dell’incontro sessuale, piuttosto che semplicemente un mezzo per un fine.

I significati dello slamsex

Mentre gli studi preliminari sono stati poco espliciti sui piaceri, i desideri e le motivazioni che animano la pratica, preoccupati principalmente dai rischi a essa associati – specialmente la trasmissione dell’HIV e dell’epatite C (Scheibein et al., 2020) – lo studio di Race et al. (2021) ha esplorato le dimensioni qualitative dello slamsex e i significati, gli attaccamenti e i ruoli che lo costituiscono come pratica sessuale.

Per indagare al meglio il fenomeno dello slamsex sono state inizialmente raccolte le interviste semi-strutturate approfondite di 42 persone coinvolte nel Chemical Practices Project, uno studio australiano che indaga il consumo di droghe legali ed illegali nella comunità LGBTQ+. L’analisi qualitativa dello studio di Race e colleghi (2021) si basa su 13 interviste fatte a chi avesse precedentemente dichiarato di fare uso di metanfetamina, somministrata per endovena, in un periodo di tempo che andava dall’anno precedente ad almeno dieci anni. Tutti i partecipanti erano uomini apertamente omosessuali di un’età compresa fra i 27 ed i 66 anni, provenienti da Sydney o Melbourne. Le interviste sono state audio registrate, trascritte, rese anonime tramite l’assegnazione di pseudonimi e codificate tramite il software NVivo.

Nelle interviste sono state indagate diverse aree legate al fenomeno quali la differenza fra assumere la metanfetamina endovena o per inalazione e il ruolo della sostanza e della ‘ritualità’ dello slamming all’interno delle relazioni erotiche.

Lo slamsex e l’iniezione di sostanze

Dalle interviste condotte è emerso che, sebbene esistano numerose tipologie di droghe che possano essere assunte per scopi differenti, la ricorrenza e la coerenza del collegamento tra slamming e sesso nei resoconti dei partecipanti potrebbe essere la prova di una cultura sessuale emergente che valorizza l’intensità delle sensazioni corporee. Alcuni praticanti dello slamsex rivestono di significati erotici la figura dell’’iniettore’, il quale si fa carico di iniettare la droga in modo responsabile, prendendosi cura del partner sessuale. La scelta di farsi iniettare la sostanza si configura come un’attenta negoziazione tra le fantasie sessuali interpersonali e i desideri relazionali, la visione erotica legata al sottomettersi alle competenze altrui e il grado di responsabilità che si è disposti ad assumere quando si inietta la metanfetamina. Il ruolo dell’iniettore molto spesso viene percepito a tutti gli effetti come un lavoro che comporta delle ricompense: status sociale, piacere vicario, persino retribuzione e qualsiasi altro beneficio che potrebbe derivare dall’essere considerato per la propria capacità di dare piacere agli altri. Dallo studio è emerso inoltre un uso consapevole delle siringhe utilizzate per le iniezioni, che offre il potenziale per creare relazioni di fiducia, sottomissione, vulnerabilità e cura tra partecipanti, contribuendo a delineare relazioni e ruoli slamsex come l’iniettore competente, il destinatario sottomesso e la loro dinamica erotica. Alcuni partecipanti hanno affermato di preferire l’iniezione all’inalazione poiché la prima consente loro di sperimentare un maggiore senso di connessione erotica. Il fenomeno dello slamsex porta con sé delle preoccupazioni legittime relative ai rischi correlati all’iniezione e, a tal proposito, Race (2021) suggerisce di pensare, insieme a chi pratica slamsex, a possibili strategie di riduzione dei rischi  che incontrino le esigenze relazionali, erotiche e semantiche di chi adotta questa pratica sessuale.

 

Perché si crede alle teorie del complotto

Le teorie del complotto resistono a qualunque prova di falsificazione, non sono quindi verificabili in quanto si basano su assunti e teorie non dimostrabili.

 

Secondo il vocabolario Treccani on line, un complotto è una Cospirazione, congiura, intrigo ai danni delle autorità costituite o di persone private.

I complotti esistono, fin dall’antichità. Fu un complotto quello ordito dai senatori a danno di Giulio Cesare, che fu assassinato il 15 marzo del 44 a.C., così come fu un complotto quello architettato dal presidente americano Richard Nixon – il famoso scandalo Watergate – contro gli avversari democratici, che portò alle sue dimissioni l’8 agosto 1974 (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019)

Definizione di teorie del complotto

Se quindi i complotti esistono cosa si intende quindi per teorie del complotto?

Tali teorie prevedono che un gruppo segreto di cospiratori, ordisca e manovri tutto quello che accade (Uscinski, 2017). Nelle teorie del complotto nulla è come sembra e niente accade per caso (COMPACT Education Group, 2020). L’idea di base delle teorie del complotto è che, cercando a fondo, si trovano connessioni tra persone, fatti ed organizzazioni che chiariscono cosa sta succedendo in realtà (COMPACT Education Group, 2020), perché in fondo, “sotto sotto qualcosa non va” (Stephan Lewandosky e John Cook, 2020)

Le teorie complottiste resistono a qualunque prova di falsificazione (Uscinski, 2017). Esse non sono quindi verificabili in quanto si basano su assunti e teorie non dimostrabili.

È comunque importante determinare quando una notizia risulta attendibile visto che talvolta scomode verità sono bollate a fini politici come fake o teorie cospirative (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019).

Bisogna poi tenere presente che vi è differenza tra fake news e teorie del complotto. Ciò in quanto, in linea generale, le fake news sono intenzionalmente diffuse, mentre i fautori delle teorie del complotto credono veramente nelle teorie medesime. Inoltre, sempre in linea generale, la narrativa retrostante le fake news non prevede l’intervento di sinistri gruppi di cospiratori, che sono invece sempre presenti nelle teorie del complotto (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019).

Le teorie del complotto ‘storiche’

Nella storia del complottismo possiamo individuare alcune teorie ‘storiche’, come quella sull’assassinio del Presidente Kennedy (Karen M. Douglas e altri, 2019). Infatti, in molti credono che Kennedy non sia stato ucciso da Lee Harvey Oswald, ma da un gruppo di cospiratori composto in varie maniere, a seconda della teoria a cui si decide di credere (Posner, 1993) (Adams, 2011). Il tema sull’assassinio Kennedy è molto sentito negli Stati Uniti, dove di tanto in tanto si fanno sondaggi sull’argomento, che danno risultati diversi a seconda del momento storico (AEI Public Opinion Studies, 2013).

Queste variabilità nei risultati sono confortate dagli studi che hanno evidenziato che in periodi di sfiducia nelle istituzioni, si tende a credere di più alle teorie del complotto (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019). Nello stesso senso anche nei periodi di incertezza (Karen M. Douglas e altri, 2019) (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019) e in quelli di instabilità economica (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019).

Altre teorie del complotto, che possiamo definire ‘consolidate’ sono quelle relative al presunto falso sbarco sulla Luna (AEI Public Opinion Studies, 2013) nonché quella relativa all’11 settembre 2001, che molti credono sia stato un ‘inside job’ del governo americano. Anche in quest’ultimo caso, a seconda della teoria, il governo ha lasciato che accadesse o ha partecipato attivamente a organizzare la demolizione delle Torri Gemelle (AEI Public Opinion Studies, 2013).

È stato inoltre visto (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019) che i democratici maggiormente credono a queste teorie sull’11 settembre, considerato che all’epoca il presidente statunitense era il repubblicano George Bush Jr.

Le ‘nuove’ teorie del complotto

In questi ultimi anni, ‘nuove’ teorie del complotto si aggiungono alle ‘vecchie’ (Signorelli, 2021) come la teoria di QAnon, che vede Trump come un eroe che combatte segretamente contro i Democratici che, secondo la teoria, sarebbero satanisti e pedofili.

Trovandoci in tempo di pandemia non potevano poi mancare le teorie sul vaccino contro il COVID 19 che si affiancano alle ‘tradizionali’ teorie antivacciniste (Zheng Yang e altri, 2021), regalo di Andrew Wakefield.

Chi crede alle teorie del complotto e perché

È stato visto che i complottisti in genere credono in più di una teoria (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019) (Robert Brotherton e altri, 2013). Inoltre è stato osservato che possono anche credere in più teorie che riguardano uno stesso argomento, anche se si contraddicono tra di loro.

Ad esempio, molti credono che la Principessa Diana sia morta per mano dell’MI6 – il servizio segreto britannico – ma che abbia anche simulato la sua morte (Karen M. Douglas e altri, 2019) (Karen M. Douglas e altri, 2012). In senso analogo c’è chi crede che Osama Bin Laden fosse già morto al momento del blitz degli americani ma che, nel contempo, non è vero che sia morto (Karen M. Douglas e altri, 2012).

In linea generale, i complottisti si collocano ai margini della società (Karen M. Douglas e altri, 2019) (Karen M. Douglas e altri, 2017) e sono insoddisfatti della loro situazione. Essi, quindi, cercano di attribuire la colpa della loro situazione ad altri, in genere alle istituzioni pubbliche (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019).

È stato però anche osservato che gli aderenti alle teorie cospiratorie, talvolta cercano di soddisfare bisogni di socializzazione (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019).

In ogni caso, credere in una teoria porta a far parte di gruppi nei quali prevale la logica del ‘noi’ contro ‘loro’ (Karen M. Douglas e altri, 2019). Alcuni studi, in particolare statunitensi, hanno poi evidenziato che gli afroamericani sono in genere più propensi a credere alle teorie complottiste (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019).

Ulteriori motivi per credere alle teorie del complotto sono il bisogno di sentirsi unici e ‘diversi’ dagli altri (Anthony Lantian e altri, 2015), nonché la convinzione di avere conoscenze ‘segrete’ che nemmeno gli esperti hanno (Karen M. Douglas e altri, 2019). È stato poi osservato che gli aderenti alle teorie del complotto hanno scarse capacità di pensiero logico (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019; Viten Swami e altri, 2014) e bassi livelli di istruzione. Talvolta l’adesione a teorie complottiste soddisfa dei bisogni narcisistici di gruppo (Karen M. Douglas e altri, 2019).

Le conseguenze delle teorie del complotto

L’adesione alle teorie del complotto può comportare molte conseguenze, in generale da evitare.

Può quindi aversi un minore impegno in politica o anche una mancata adesione alle azioni per la lotta contro il cambio climatico (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019).

È stato poi evidenziato che i soggetti che aderiscono alle teorie no-vax sono ovviamente contrari alla vaccinazione, sia in linea generale, sia per quella specifica contro il COVID 19 (Zheng Yang e altri, 2021). Il paradosso che risulta da alcune ricerche è che comunque l’anti vaccinista, pur non negando l’esistenza del COVID 19, rifiuta di mettere in atto le politiche di prevenzione, come l’uso della mascherina ed il distanziamento sociale (Kinga Bierwiaczonek e altri, 2020). Quanto detto comporta, ovviamente, grossi rischi sia per lo stesso no-vax, sia per la salute pubblica.

I complottisti, peraltro, lungi dall’essere un puro fenomeno di folclore, si sono resi spesso responsabili di azioni violente (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019). Ad esempio, in tempi recenti (6 gennaio 2021) gli aderenti alla teoria di QAnon, hanno invaso il Campidoglio a Washington causando cinque morti.

Ulteriori esempi sono poi dati dalle follie di Timoty Mc Veigh e Anders Breivik (Karen M. Douglas e altri, 2019). Il primo è responsabile per l’attentato di Oklahoma City del 19 aprile 1995, che causò la morte di 168 persone. Breivik, norvegese, è invece l’autore degli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia, che determinarono 77 vittime (Karen M. Douglas e altri, 2019) a causa dell’adesione alle teorie dell’islamizzazione (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019).

Tali azioni omicide sono coerenti con i risultati di alcune ricerche (Federico Vegetti e Levente Littvay, 2020) le quali hanno evidenziato che i complottisti ritengono accettabile l’uso della violenza. I ‘mezzi forti’ sono comunque ritenuti accettabili più dagli uomini che dalle donne (Federico Vegetti e Levente Littvay, 2020)

In alcuni casi è stato però evidenziato che la ‘spinta’ delle teorie del complotto può influenzare in senso positivo l’azione delle istituzioni pubbliche, inducendo ad una maggiore trasparenza delle stesse (CREST – Centre for Research and Evidence on Security Threats, 2019).

Come parlare ai complottisti

Non è facile parlare ai complottisti perché il loro modo di ragionare si basa sul sospetto e sul rifiuto delle prove (Stephan Lewandosky e John Cook, 2020). Considerato che i complottisti ritengono di essere liberi pensatori, è stato suggerito che ci si dovrebbe appellare all’utilizzo del pensiero critico, per poi ridirezionarlo al fine di valutare in maniera adeguata le evidenze ed i fatti accertati (Federico Vegetti e Levente Littvay, 2020).

Si ritiene comunque opportuno evitare di ridicolizzare i complottisti (Stephan Lewandosky e John Cook, 2020). Sempre molto elevati sono poi i rischi di ‘backfire effect’ cioè il rifiuto di qualsiasi evidenza e l’utilizzo della stessa come prova del complotto (Federico Vegetti e Levente Littvay, 2020).

 

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