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Aggressività proattiva e reattiva & bullismo

Cinzia Borrello OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

Quali sono gli obiettivi che muovono i ragazzi nell’interazione con i loro pari? Riscontrato quanto i comportamenti aggressivi siano una delle risposte più frequentemente utilizzate nelle interazioni sociali, ci si è chiesti quali siano i fini che inducono i pre-adolescenti a mettere in atto la condotta aggressiva.

La molteplicità di variabili interindividuali conduce inevitabilmente a prendere in considerazione l’idea che l’aggressività si può distinguere in due tipologie: una reattiva e l’altra proattiva. La tendenza a reagire con la forza nelle situazioni sociali definisce l’aggressività reattiva, mentre l’utilizzo dell’aggressività come strumento per raggiungere i propri obiettivi di affermazione e dominanza nel gruppo delimita l’aggressività proattiva.

Nella letteratura scientifica vi sono state molteplici difficoltà nel tentativo di spiegare e definire l’aggressività, nonostante il senso comune porti ad intendere intuitivamente ciò che è un comportamento aggressivo. Ciò è insito nel fatto che il concetto stesso di aggressività varia a seconda che venga considerato un istinto, una reazione emotiva ad un evento stressante, o una componente comportamentale appresa. La difficoltà nel definire l’aggressività riflette la complessità del fenomeno stesso. Nello sport e nel business il termine aggressività viene facilmente utilizzato anche quando termini quali assertività, entusiasmo, sicurezza, affermazione di se stessi nell’interazione con gli altri risulterebbero più appropriati al contesto (Bushman e Anderson, 2001). In ambito scientifico si definisce l’atto aggressivo come il comportamento che ha un impatto negativo sulle relazioni sociali e il benessere psicologico della persona (Krahé, 2005).

Attualmente tre sono gli aspetti che consentono di definire un atto come aggressivo: l’intento, che rappresenta la volontà di arrecare danno; l’azione, tesa a provocare un danno fisico con o senza aggressività verbale; lo stato emotivo. La complessità nel definire il concetto di aggressività ha spinto molti autori a considerarla come un costrutto multidimensionale (Coie e Dodge, 1998; Dodge, 1991; Dodge e Coige, 1987; Frick, 1998; Pulkkinen, 1996). Ricercatori come Little e al. hanno differenziato tale fenomeno a seconda delle diverse forme, il “what” dell’aggressività: diretta, palese, fisica e verbale, vs. indiretta, relazionale, sociale e materiale. Allo stesso modo l’aggressività è stata distinta per le funzioni, lo scopo, la motivazione che determina l’azione, ciò che viene definito il “why” dell’aggressività caratterizzandola in proattiva, offensiva, e strumentale vs. aggressività reattiva e difensiva (Little, 2003).

Recentemente è stata introdotta la scissione tra aggressività reattiva e aggressività proattiva (Dodge e Coie, 1987; Dodge, 1991; Pulkkined, 1996). Si pensa che l’aggressività reattiva e quella proattiva si differenzino per determinate variabili (Bushman e Anderson, 2001): la rabbia, la motivazione che spinge all’azione, l’intenzionalità, la pianificazione e l’impulsività.

L’aggressività proattiva non richiede alcuna provocazione o rabbia (Smithmyer, 2000). Essa è finalizzata al raggiungimento di un obiettivo diretto ad una persona, con lo scopo di dominarla o intimidirla. L’aggressività diviene la maniera appropriata per raggiungere un particolare obiettivo o fine (Dodge e Coie, 1987). Mossa da comportamenti agiti per ottenere ricompense materiali o psicologiche utili a sé (Dodge, Coie, Lynam 2006), nell’aggressività proattiva interviene la premeditazione, rivelandosi perciò pianificata e calcolata (Bushman e Anderson, 2001).

L’aggressività reattiva viene invece definita come la risposta messa in atto per difendersi da una minaccia, reale o erroneamente percepita (Dodge, Coie, Lynam 2006), come il risultato di una provocazione che comporta scatti d’ira (Dodge, 1991) e come aggressività mossa dallo scopo primario di nuocere l’altro (Bushman e Anderson, 2001). Inoltre, l’aggressività reattiva risulta essere impulsiva e, a differenza dell’altra, non è pianificata (Bushman e Anderson, 2001). Le due forme di aggressività possono concorrere nello stesso individuo, ma possono essere difficilmente individuabili (Dodge, 1991).

Alla base dell’aggressività reattiva e di quella proattiva vi sono differenti correnti teoriche. La radice teorica dell’aggressività reattiva può essere posta nel modello frustrazione-aggressività (Dollard, Doob, Miller, Mowrer e Sears, 1939). L’aggressività proattiva è descritta in termini di apprendimento sociale. Il comportamento aggressivo viene considerato come un comportamento socialmente acquisito e mantenuto (Bandura, 1973).

Prendendo in considerazione aspetti morali, social-cognitivi ed emotivi si riscontrano importanti differenze tra aggressività reattiva e proattiva. I ragazzi proattivamente aggressivi mostrano di prediligere il ricorso all’aggressività per raggiungere obiettivi materiali, non riflettendo sulle conseguenze che il proprio comportamento potrebbe avere sulla vittima: ciò sembrerebbe rimandare non solo ad un bias socio-cognitivo, ma anche ad un deficit nel ragionamento morale (Arsenio et al., 2009). Questi soggetti pur consapevoli delle conseguenze emozionali e materiali, non le prendono in considerazione sul piano morale. I ragazzi con aggressività reattiva, invece, mostrano un deficit di comprensione delle intenzioni altrui (Astor, 1994). Arsenio e at. (2009) dimostrano che l’aspettativa di un’emozione positiva è associata esclusivamente all’aggressività proattiva e non a quella reattiva. Il valore positivo delle conseguenze dei comportamenti aggressivi, associato alla dimensione di aggressività proattiva, è illustrato dalla sua associazione con la leadership e il senso dell’umorismo. Infatti tale comportamento risulta essere tollerato e accettato dal gruppo dei pari, non solo perché fornisce una sorta di regolazione sociale apprezzata dal gruppo, ma anche perché garantisce il potere dei ragazzi, dando loro la possibilità di accesso a risorse desiderabili (Boivin et al., 1995).

Soggetti con aggressività reattiva mostrano un deterioramento delle funzioni esecutive e di elaborazione delle informazioni sociali (Stanford, Greve e Gerstle, 1997), un’inadeguata abilità di problem solving (Dodge et al, 1997) ed un’elevata reattività agli eventi stressanti (Cima et al., 2007); è più frequente che abbiano inoltre genitori controllanti e punitivi (Vitaro et al, 2006), che presentino una storia di abusi (Connor et al, 2004) con episodi di delinquenza tra pari (Fite e Colder, 2007) e comportamenti violenti (Brendgen, Vitaro, Tremblay e Lavoie, 2001). Spesso sono dipendenti da sostanze e manifestano scarso adattamento sociale (Card e Little, 2006). Gli individui aggressivi proattivi, invece, non mostrano aree problematiche nella sfera cognitiva, hanno ricevuto un monitoraggio genitoriale scarso riguardo alle regole di comportamento (Poulin e Boivin, 2000), hanno una storia familiare di violenza e di dipendenza da sostanze (Fite e Colder, 2007), di condotte delinquenziali (Vitaro et al, 2006) spesso associate a violenza fisica (Brendegen et al, 2001).

Inoltre l’aggressività proattiva risulta essere correlata all’uso di strategie coercitive, umorismo, bullismo e bassi livelli di empatia e di comportamenti prosociali (Polman, De Castro, Thomaes, & Van Aken, 2009). Ancora, l’aggressività proattiva è associata a ridotti livelli di reattività emozionale, ad una minor percezione delle emozioni morali (Cima, 2007; Cornell, 1996) e a tratti di personalità callous and unemotional (CU), intesi come mancanza di emozioni prosociali quali rimorso e senso di colpa (Frick, Cornell, Barry, Bodin, e Dane, 2003).
L’aspettativa di ricompensa materiale ed emotiva si pone come base della credenza secondo cui il comportamento aggressivo viene utilizzato come strumento per ottenere risultati e il soddisfacimento dei propri bisogni. Il comportamento strumentale e i deficit morali potrebbero esser ricondotti ad un deficit della capacità empatica (Arsenio, 2006; Arsenio e Lemerise, 2001).

In aggiunta ai precedenti studi, Vitaro et al. (1998) hanno mostrato che l’aggressività proattiva durante la preadolescenza predice condotte delinquenziali nel periodo di metà adolescenza, mentre non risulta lo stesso per soggetti aggressivi reattivi. Pulkkinen (1996) ha affermato che l’aggressività proattiva predispone alla criminalità e all’abuso di sostanze in età adulta.

Riassumendo, l’aggressività reattiva è caratterizzata da impulsività, risposte difensive e ostili a provocazioni e mostra inoltre correlazione con la disregolazione emozionale ed il rifiuto sociale. Questa aggressività è accompagnata da rabbia intensa, che interferisce con vari meccanismi di autocontrollo e di elaborazione delle informazioni (Ripamonti, 2011). L’aggressività proattiva è invece pianificata, orientata all’obiettivo e non è connessa a una provocazione (Coie e Dodge, 1998). Al contrario dell’aggressività reattiva, essa è correlata a maggiore popolarità e abilità comunicative. E’ un’aggressività moderata e controllata dall’aspettativa di ricompense esterne e rinforzata dal comportamento altrui (Ripamonti, 2011).

Crick e Dodge (1996) hanno definito il bullismo come una forma di aggressività proattiva, nella quale sono impiegati degli atti aggressivi per il raggiungimento di scopi personali e orientati alla dominanza nei rapporti interpersonali.

Olweus ha proposto una definizione condivisa in letteratura descrivendo il bullismo in tali termini: “Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni” (Olweus,1996, pp 11-12). L’aggressività verso i coetanei viene quindi definita di comune accordo come tratto distintivo di questi soggetti.

Crick e Dodge (1999) hanno applicato il concetto di aggressività reattiva e proattiva al fenomeno del bullismo, ipotizzando che i bulli esibiscono aggressività proattiva e, in accordo con Kochenderfer e Ladd (1997), riportano che la vittima mostra le caratteristiche dell’aggressività di tipo reattivo.

Se da un lato Crick e Dodge (1999) e Price e Dodge (1989) hanno avanzato l’ipotesi secondo cui i bulli mostrano in particolare un’aggressività proattiva (diretta alla persona); dall’altro, Pellegrini, Bartini e Brooks (1999) e Pulkkinen (1996) hanno affermato che questi soggetti mostrerebbero entrambe le tipologie di aggressività. In accordo con Pulkkinen, recenti studi (Camodeca, Goossens, Meerum Terwogt, e Schuengel, 2002) hanno rinvenuto che i bulli mostrano entrambe le tipologie di aggressività mentre le vittime sono tendenzialmente inclini all’aggressività reattiva. Bulli e vittime presenterebbero un’aggressività reattiva rispondendo entrambi alle provocazioni ed utilizzando la forza per difendere se stessi; mentre soltanto i bulli sarebbero proattivamente aggressivi, usando l’aggressività per tormentare e provocare gli altri (Camodeca, 2005).

I ragazzi con aggressività proattiva sembrano rispondere al modello del bullo abile manipolatore (Sutton, Smith e Swettenham, 1999), ovvero un soggetto portato a considerare in modo machiavellico il comportamento aggressivo come un modo per ottenere benefici personali, quali l’affermazione sociale, la leadership e il controllo dei compagni. Sebbene il comportamento aggressivo del bullo sia socialmente disapprovato, esso non appare maladattivo; il bullo infatti raggiunge in modo efficace i propri obiettivi senza perdere il suo status dominante e la propria popolarità (Sutton et al., 1999). D’altra parte, un recente studio italiano (Caravita, Gini, Caprara, 2009) ha evidenziato come lo status modifica il funzionamento morale in adolescenza. Lo status sociale, inteso come popolarità percepita, sembrerebbe influenzare la relazione tra condotta prepotente e il disimpegno morale. I meccanismi di disimpegno risultano essere associati all’agire aggressivo in adolescenza in particolar modo tra i ragazzi percepiti popolari. Il bullo presenta una scorretta percezione delle regole morali, maggiore disimpegno e minori emozioni morali come il senso di colpa e la vergogna (Caravita e Gini, 2010).

Soggetti che utilizzano in maniera massiccia meccanismi di disimpegno morale, proverebbero minori sentimenti anticipatori di colpa, tenderebbero a ruminare sui danni subiti e sul modo in cui vendicarsi e manifestano minori comportamenti prosociali. Quanto maggiore è il disinvestimento morale, tanto maggiore è la probabilità che il soggetto sia coinvolto in comportamenti aggressivi devianti (Bandura, 1996, Olweus,1996), abuso di alcool e sostanze stupefacenti, e condotte criminali. Inoltre, come precedentemente sottolineato, bulli e soggetti con tratti psicopatici tendono ad avere deficit della componente affettiva dell’empatia. Tratti aggressivi in soggetti con ridotte, se non nulle, capacità empatiche aumenterebbero il rischio di sviluppare un disturbo antisociale di personalità di tipo psicopatico (Fagiani, Ramaglia, 2006).

 

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Disapprendere i bias impliciti durante il sonno è possibile?

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E’ possibile sbarazzarsi di “errori” cognitivi automatici di cui nemmeno siamo consapevoli? I cosiddetti “bias impliciti” consistono in una sorta di pregiudizi e stereotipi che riguardano spesso il genere e l’etnia e di cui potremmo essere affetti anche se non consapevoli.

Uno studio pubblicato su Science si è domandato se durante il sonno sia possibile rafforzare il “dis-apprendimento” di questi bias impliciti che spesso non solo rimangono nella mente ma si traducono in comportamenti stigmatizzanti. Tra questi errori cognitivi inconsapevoli ritroviamo in letteratura l’associazione mentale tra caratteristiche negative e il colore della pelle (scura) oppure tra il genere (femminile) e determinati orientamenti professionali (raramente a ingegnere viene associato il genere femminile).

Vi sarebbero persino training cognitivi finalizzati alla riduzione di questi bias impliciti. Un gruppo di ricercatori della Northwestern University ha voluto approfondire il meccanismo della riattivazione mnestica durante il sonno come motore per potenziare i training finalizzati al disapprendimento di stereotipi e pregiudizi impliciti (che altro non sono se non malsane abitudini cognitive spesso inconsapevoli).

Ecco come funziona il meccanismo della riattivazione mnestica durante il sonno: in una fase di veglia il soggetto impara, ad esempio, a distinguere un certo suono da altri stimoli; durante una successiva fase di sonno vengono presentati stimoli uditivi coerenti con quanto appreso; al risveglio è stato verificato un maggior grado di apprendimento nella distinzione degli stimoli acustici. In questa ricerca, i partecipanti sono stati sottoposti a training cognitivi per la riduzione dei bias razziali e di genere: sullo schermo di un computer venivano presentati volti (femminili o con la pelle scura) associati a parole che descrivevano caratteristiche opposte allo stereotipo implicito (ad esempio il volto femminile era associato alla parola “matematica”). E in concomitanza veniva presentato un suono associato agli stimoli contrastanti lo stereotipo implicito.

In seguito, durante una fase di sonno ai soggetti venivano ripresentati i suoni associati- durante la veglia – agli stimoli target del training.

La procedura di riattivazione della memoria attraverso il suono ha prodotto i risultati positivi attesi: è stata dimostrata una maggiore riduzione dei bias cognitivi impliciti legati al genere e all’etnia proprio nella condizione in cui al training durante la veglia è stato integrato il processo di ri-stimolazione mnestica durante il sonno. E i benefici si manterrebbero anche a una settimana di distanza. Gli studiosi però sottolineano che la verifica è stata effettuata utilizzando una sola breve sessione di training e che per produrre effetti a lungo termine nel cambiamento degli stereotipi sociali impliciti servirebbe un programma di apprendimento più esteso.

 

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L’intensità e il tempo della gelosia – Tracce del Tradimento nr. 13

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO – XIII: L’intensità e il tempo della gelosia

L’intensità della gelosia è direttamente proporzionale alle dimensioni immaginarie della catastrofe della perdita della relazione e dell’amato intollerabile.

Se al solo pensiero il soggetto si sente disperato e senza un futuro, se la sua perdita è segno di sconfitta e fallimento personale, se teme di non potersi mai più innamorare, tutto contribuisce a costruire il dramma della gelosia. Talvolta più che previsioni catastrofiche ben definite il soggetto sperimenta una sorta di buio totale, come se non avesse mai davvero pensato alla possibilità della perdita dell’amato: questo scenario non è rappresentato nella sua mente ed è proprio questa assenza di prospettive a renderlo massimamente minaccioso.

La definizione prima e il ridimensionamento poi del danno temuto sono operazioni fondamentali per uscire dalla sofferenza della gelosia ed è spesso ciò che le persone vicine fanno con chi soffre terribilmente per attenuare il suo dolore. In fondo si tratta di aiutarlo a immaginare in modo concreto la sua vita dopo la perdita dell’amato e di mostrargli come l’esistenza vada avanti e sia ricca di opportunità e come ciò che ha perduto non sia poi così grande.

Durante la malattia di suo marito e anche dopo la sua morte la signora si impediva volontariamente di immaginarsi ancora vitale in questa nuova condizione. Aveva una sorta di pudore a sopravvivere a suo marito, le sembrava sconveniente riprendere una esistenza normale, concedersi di vivere dopo di lui. Si erano sempre detti che loro avrebbero vissuto l’uno per l’altro, l’uno con l’altro ed ora bisognava onorare questo patto. Era ancora una donna in gamba e piena di risorse, interessi e potenzialità ma andare avanti le sembrava un orribile tradimento al suo amato. Essere senza di lui non era una possibilità contemplata, non era dato.

La gelosia non ha un tempo definito: si può essere gelosi nella fase iniziale del rapporto oppure dopo decenni di amabile convivenza. All’inizio della storia lo strappare l’amato al suo amore presente o al desiderio di altri veri e immaginati, aumenta il valore suo e del rapporto nascente. Successivamente parlare dei precedenti partner o dei fantasmi dei passati tradimenti tiene vivo il rapporto in momenti in cui potrebbe essere stanco o annoiato. Tiene viva l’immagine dell’altro come desiderabile. La possibilità della perdita rende nuovamente interessante l’altro che era considerato scontato e ravviva il desiderio. La gelosia può essere un sentimento segreto e non svelato ed essere considerata come una perversione personale, una propria debolezza ma spesso diviene ingrediente fondamentale del rapporto a due: va detta, raccontata, se ne deve parlare, si deve esorcizzare e richiamare continuamente. A volte la gelosia può essere addirittura postuma e forse è ancora peggiore perché non consente soluzioni.

Un’anziana signora richiese una terapia perché dopo una vita piena con la nascita di molti figli e una vita coniugale armonica, aveva avuto la perdita improvvisa del marito. Nel giornale era apparso l’annuncio di una persona a lei sconosciuta, che aveva scritto “ a … con amore”. Dopo il funerale qualche amico le aveva detto che verso la fine della cerimonia era apparsa una donna che era stata qualche attimo ed era andata via. Per la signora la vita era finita, aveva cominciato uno stato ossessivo, torturante, che non la lasciava dormire, e le impediva di vivere. Chiedendo agli amici e tormentando continuamente le persone più vicine al suo uomo, aveva ricostruito la storia. Il marito aveva avuto una storia d’amore segreta e tormentata con una delle donne più belle e conosciute della piccola città del sud in cui vivevano, ma al momento di decidere di rendere pubblica la storia aveva scelto di chiudere e di rimanere con la moglie. Nella ricostruzione del periodo in cui tutto ciò era avvenuto la signora ricordò che in quel tempo smisero per sempre di avere rapporti ( lui lo giustificò come un problema di prostata e di stanchezza) e il marito ebbe una depressione lunga dalla quale in realtà non uscì più. La conoscenza di questa storia la stava ossessionando e diceva: “ non posso fare il lutto di mio marito … perché rimase con me e quanto veramente mi voleva bene … quanto era migliore di me l’altra e quanto più felice starebbe stato con lei … che vita ho avuto a chi sono stata vicino … perché non mi ha mai detto nulla, perché non si è fidato di me … chi era veramente e chi siamo stati noi insieme … che recita è stata … ”

 

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Dipendenze. Innovazioni per dirigenti e operatori. Dove agisce la prevenzione (Parte IV)

 

La discussione finale si è rivelata molto coinvolgente e costruttiva in quanto ha visto contrapporsi i “sostenitori della scientificità e del rigore metodologico nelle prevenzione” ai “sostenitori della bontà della prevenzione a prescindere dalle evidenze (in quanto complesse e di difficile misurazione)” a testimonianza di come il tema sia ad oggi attuale, molto delicato e dibattuto.

L’inizio della seconda giornata del convegno: “Dipendenze. Innovazioni per dirigenti e operatori”, è impostato su due sessioni mattutine di workshop. La seconda sessione offriva ai partecipanti la scelta di uno dei tre workshop di seguito descritti:
“Dove agisce la prevenzione: luoghi e buone pratiche” (con Roberta Molinar, Peter Koler e Gabriella Zanone)
“Cosa significa aiutare i familiari? Testimonianze e pratiche” (con Maurizio Coletti, Roberto Cuni, Caterina e Roberto Dalla Chiara)
“Prassi innovative dal mondo delle comunità terapeutiche” (con Leopoldo Grosso, Egle Demaria, Alessandra Berto e Mario Dondi)

Ho scelto di partecipare al workshop “Dove agisce la prevenzione: luoghi e buone pratiche”, che si è rivelato molto costruttivo sia per i contenuti sia per il dibattito che si è sviluppato nella discussione finale tra pubblico e relatori.

La prima ad intervenire è stata Roberta Molinar (Università del Piemonte Orientale) che ha esposto la sua relazione incentrata sull’importanza di valutare attraverso ricerche scientifiche anche i programmi di prevenzione. La prevenzione infatti, può essere implementata da chiunque, senza restrizioni, e raramente viene valutata, non considerando la possibilità che essa possa anche rivelarsi inefficace oppure dannosa. Tutto ciò avviene in quanto la prevenzione è un fenomeno complesso e multifattoriale, vi sono scarse evidenze scientifiche sulla sua efficacia, vi è mancanza di regolamentazione e di rigore metodologico. Roberta Molinar sottolinea come il concetto di buona pratica non sia sinonimo di intervento efficace e auspica quindi per il futuro una prevenzione basata sulle evidenze scientifiche, da considerare come atto di responsabilità e non come limite all’esercizio della propria libertà professionale.

Di tutt’altro avviso è Peter Koler (Forum Prevenzione, Bolzano) che sostiene che una prevenzione sul territorio funzioni solo se è attivo un lavoro di rete e un centro che si occupi di prevenzione attorno ad esso, come succede in Alto Adige con il Forum Prevenzione di cui è direttore. Koler porta numerosi esempi di buone prassi e progetti in ogni ambito in cui il suo centro lavora (scuola, famiglia, lavoro, internet, strada, sport, comunità, media, aziende, politica, ecc.) e ribadisce che lo scopo della prevenzione non dev’essere l’uso oppure il non-uso della sostanza quanto l’abbassamento dei rischi e la maggior sensibilizzazione, soprattutto dei giovani.

Per ultima interviene Zanone Gabriella (SerT di Genova) che presenta una relazione incentrata e basata sul termine “luoghi”, con numerosi e interessanti riferimenti narrativi. La prevenzione secondo la relatrice dev’essere nella testa di ogni adulto, che deve educare e fornire un luogo sicuro ai ragazzi, dove questi si possano esprimere. La prevenzione è quindi un prerequisito alla relazione: “quando gli adulti rinunciano ad educare, consegnano la vita agli specialisti”. Essa dunque sta nel processo educativo, in quanto non sarà mai possibile implementare una prevenzione per tutto: è importante ricominciare a dare informazioni ai nostri ragazzi, anche semplici, e raccontargli sempre la verità su come stanno realmente le cose, senza mistificazioni.

Come anticipato, la discussione finale si è rivelata molto coinvolgente e costruttiva in quanto ha visto contrapporsi i “sostenitori della scientificità e del rigore metodologico nelle prevenzione” ai “sostenitori della bontà della prevenzione a prescindere dalle evidenze (in quanto complesse e di difficile misurazione)” a testimonianza di come il tema sia ad oggi attuale, molto delicato e dibattuto.

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14 Giugno: Giornata mondiale del donatore di sangue – I fattori che influenzano la motivazione a donare sangue

Dal 2004 il 14 giugno viene festeggiata la Giornata mondiale del donatore di sangue proclamata dalla Organizzazione mondiale della sanità. Questa data è stata scelta in quanto giorno di nascita di Karl Landsteiner, scopritore dei gruppi sanguigni e coscopritore del fattore Rhesus. 

Come ogni comportamento umano, la donazione mette in movimento e dinamizza pensieri, emozioni ed affetti: nel dono del sangue, rispetto al ciclo normale del dare-ricevere-ricambiare (che è l’esperienza di dono maggiormente sperimentata) il sangue non è ricevuto da una persona conosciuta, non è restituito (o lo è in piccola misura) e in ogni caso non lo si dona perché sia contraccambiato. Inoltre, l’atto della donazione del sangue, con le sue implicazioni di realtà (il prelievo), fisiologiche e simboliche (il sangue, cioè la vita che in parte esce da noi) e il contesto in cui avviene, può determinare una dinamica e una complessità di emozioni e pensieri che, in certi casi, travalicano e quasi neutralizzano l’intenzionalità razionale (“dono il sangue per il bene altrui”). Ciò può determinare stati di tensione e, a volte, di ansia o di paura.

Sono diversi gli studi che indagano i fattori che sembrano contribuire all’intenzione a donare sangue (cfr. Aturni, 2009).
Un fattore che potrebbe influire negativamente sulla motivazione è quello che in psicologia sociale viene definito l’effetto Ringelmann: in compiti comuni, dove il contributo del singolo non è identificabile, si alimenta una diffusione di responsabilità che porta ad un minore impegno del singolo nello sforzo collettivo. Questo potrebbe spiegare il pensiero comune del “tanto c’è chi ci pensa” in base al quale ciascun individuo, facendo affidamento sull’impegno degli altri, riduce il proprio sforzo manifestando quella che viene definita pigrizia sociale.

Pilavin e Callero (1991) hanno sottolineato come la conoscenza personale sulla necessità di raccogliere sangue sembra influire sulla scelta di donare: le persone che riferiscono di avere (esse stesse o loro consanguinei) ricevuto sangue sono più propense a diventare donatori rispetto a coloro che non lo hanno mai ricevuto. Ricevere qualcosa, infatti, ci pone all’interno di quella che è stata definita norma di reciprocità (Gouldner, 1960) che ci fa sentire in dovere di restituire, a nostra volta, ciò che abbiamo precedentemente ricevuto.

L’importanza attribuita dalla famiglia alla donazione e le aspettative percepite dagli altri significativi rispetto all’assunzione di quel comportamento, invece, possono essere ricondotte ad alcuni studi (ad esempio gli studi di Lee, Pilivian, e Call Vaughn, 1999) dove si evidenzia come i neo donatori abbiano spesso un famigliare donatore.

Un altro importante fattore individuato sono le norme personali, intese come valori personali che guidano il comportamento. In uno studio (Lee, Pilivian, e Call Vaughn, 1999) si mostra come le norme personali siano predette dalle aspettative percepite degli altri significativi e, a loro volta, siano predittive dell’intenzione a donare. Tuttavia, se questa variabile influenza l’intenzione a donare effettivamente, il continuum di questo impegno nel tempo sembrerebbe essere determinato dall’identità di ruolo e dalle esperienze precedenti (Lee, Piliavin e Call, 1999): con l’aumentare del numero di donazioni effettuate sembra emergere una identità di ruolo che guida i comportamenti, orientando le scelte future verso la volontà di continuare a donare; altre ricerche hanno sottolineato come l’intenzione ad agire un comportamento sia mediata dal ricordo positivo associato a quel comportamento, evidenziando come il ricordo delle emozioni sperimentate durante la donazione di sangue, insieme all’attitudine a donare, sia predittore dell’intenzione a donare ancora (Breckler, e Wiggings 1989; Piliavin, et al. 1982).

Godin e collaboratori (2005) mostrano come sentimenti di obbligo morale e il controllo percepito siano maggiormente predittivi dell’intenzione a donare nei donatori fidelizzati, mentre l’atteggiamento verso la donazione sembra essere il maggior predittore per coloro che non hanno mai donato. Il ricordo delle prime esperienze di donazione, infatti, influenza l’intenzione a donare, specialmente se esiste un contrasto emozionale tra il ricordo dell’ansia sperimentata prima della donazione e le emozioni positive sperimentate dopo la donazione.

Questo contrasto, secondo Piliavin e colleghi (1982), rinforzerebbe il comportamento di donazione incrementando l’intenzione a donare nuovamente.
In Italia, è il CIVIS (coordinamento interassociativo volontari italiani del sangue), fondato a Perugia nel 1995, che riunisce le quattro principali associazioni e federazioni di donatori di sangue volontari operanti sull’intero territorio nazionale: AVIS, FIDAS, Fratres e donatori di sangue della CRI.

Le strutture associative che si occupano di donazione di sangue rivestono un ruolo importante e peculiare che può incidere sull’effettivo mantenimento di questo gesto da parte sia dei neodonatori sia dei donatori fidelizzati. Tuttavia la donazione di sangue, pur essendo un atto personalmente scelto, deriva da una costellazione di variabili personali, familiari ed organizzative che necessitano di essere approfondite e studiate nella loro globalità al fine di arrivare alla creazione di strategie di reclutamento e di fidelizzazione che portino alla soddisfazione totale del bisogno di scorte di sangue.

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Trovarsi una moglie o un marito è una questione assai diffusa; controversi sono però i criteri che ci portano a scegliere per uno o un altro esemplare di uomo o donna. La psicologia si è occupata dei fattori desiderabili nella selezione del partner amoroso.

Scrive una ventenne di Shanghai per descrivere il suo partner ideale: “Un uomo che abbia un corpo sano, che possa sopportare il mio carattere, che abbia amore e pietà filiale verso gli anziani della mia famiglia; che ami i miei genitori. Che abbia senso di responsabilità e sappia come prendersi cura della famiglia. Che abbia un buon reddito e una casa di proprietà.”

Trovarsi una moglie o un marito è una questione assai diffusa; controversi sono però i criteri che ci portano a scegliere per uno o un altro esemplare di uomo o donna. La psicologia si è occupata dei fattori desiderabili nella selezione del partner amoroso.

Ad esempio le teorie delle strategie sessuali supportano l’ipotesi del vantaggio evolutivo per la prole tale per cui i maschi sarebbero valutati per l’accesso alle risorse, lo status sociale e la ricchezza, mentre le femmine per la loro buona salute, giovane età e buon aspetto fisico in quanto segnali di fertilità (Buss & Schmitt, 1993). Se però ci spostiamo dall’Occidente alla Cina i criteri di selezione del partner per maschi e femmine sono universali o si differenziano a seconda della cultura? Che cosa conta per gli uomini e le donne cinesi nel momento in cui scelgono con chi accasarsi?

Secondo diverse ricerche che si sono occupate del tema (Toro-Morn & Sprecher, 2003; Zhang & Kline, 2009) i soggetti delle culture individualistiche (ad esempio gli USA) porrebbero maggiore enfasi sul concetto di amore romantico e sui tratti individuali che promuovono nella coppia la vicinanza emotiva. D’altro canto, nelle culture collettivistiche (ad esempio la Cina), dove l’armonia interpersonale del gruppo famigliare allargato è fondamentale, si darebbe la priorità alla continuità dei valori della famiglia d’origine e dunque alla conformità alle aspettative sociali-familiari in termini di selezione del proprio compagno per la vita.

Rispetto a questi studi– che spesso hanno considerato generazioni precedenti – le cose oggi forse assumono nuovi significati in considerazione del cambiamento delle culture di per sé, in cui nonostante la radicazione del confucianesimo la Cina non è più solo la Cina tradizionale.

Uno studio recente (dati raccolti nell’anno 2013) (Chen, Austin, Miller, & Piercy, 2015) ha confrontato giovani adulti (età media 25 anni) cinesi e americani di orientamento eterosessuale, rispettivamente residenti in grandi aree metropolitane della Cina e degli USA.  In particolare è stato utilizzato un elenco di 21 aggettivi rispetto ai quali i soggetti dovevano esprimersi mediante scale Likert con l’aggiunta di una domanda aperta (“ Quali altri criteri sono importanti per scegliere il tuo partner ideale?”).

Dalle analisi sono emerse interessanti differenze culturali. I soggetti cinesi riferiscono i seguenti criteri preferibili nella scelta del partner in misura maggiore rispetto agli americani:
“con buone origini familiari”
“brava casalinga”
“ricco”
“con buono stipendio”
“di un elevato status sociale”
“potente”
“che goda di uno stato di buona salute”
“che dimostri elevata pietà filiale” (xiao shun) che consiste nell’obbedire e onorare i propri genitori e nel comportarsi in modo da non disonorare il nome della famiglia d’origine (Ho, 1994). Tale costrutto è totalmente assente negli americani.

Le differenze di genere riguardo questi criteri più scelti dai cinesi sono le seguenti. Sono le donne cinesi che rispetto agli uomini hanno aspettative più elevate riguardo la ricchezza e lo status sociale; mentre è il sottogruppo maschile che maggiormente riporta le doti casalinghe tra i criteri fondamentali.

Ecco invece le caratteristiche più scelte dagli americani rispetto ai cinesi:
“onesto e affidabile”
“con un buon senso dell’humor”
“intelligente”
“avvincente, emozionante”
“con un buon livello di istruzione”
“fisicamente affascinante”
“spirituale e religioso/a”
“buona compatibilità religiosa ed etnico-culturale”

Le differenze di genere tra gli americani seguono questo andamento: le donne più degli uomini valutano l’onestà e l’affidabilità e il senso dello humor; anche le donne americane considerano status sociale e ricchezza come criteri importanti rispetto agli uomini americani, ma in misura minore rispetto ai cinesi.

Dunque i giovani di cultura cinese- in particolare le donne- sarebbero più esigenti riguardo lo status sociale, il successo e la ricchezza. Questo risultato può essere spiegato facendo riferimento alle teorie delle strategie sessuali che vedono le donne preferire i fattori legati alle risorse materiali del partner. E’ interessante però notare che in letteratura il successo personale e l’autoaffermazione sono variabili associate alle culture individualiste (Anolli, 2004): e in questa ricerca sono proprio questi fattori dell’individualismo “occidentale” a essere molto considerati dai cinesi, pure in modo più ampio rispetto agli americani.

I giovani cinesi mantengono parimenti un saldo attaccamento ai propri valori culturali tradizionali considerando fondamentali le origini familiari del partner nonché l’inclinazione ad onorare, rispettare e prendersi cura dei propri genitori (pietà filiale). La dimostrazione naif e lampante è che frequentemente si incontrano in Cina giovani sposi che vivono insieme ai suoceri. In tal senso i valori della cultura collettivistica, tra cui il mantenimento dell’armonia sociale e la ricerca del consenso nel proprio gruppo allargato influenzano la scelta del partner e allo stesso tempo vengono preservati. In ultima analisi, emerge il concetto di sé interdipendente o “we-self”: il soggetto non si sente separato e distinto dal proprio gruppo ma parte integrante di esso.

Gli americani invece avrebbero aspettative maggiori riguardo diversi tratti della personalità individuale, il fascino e la spiritualità. Caratteristiche che rimandano al concetto del sé indipendente tipico delle culture individualiste: il sé come entità autonoma dotata di una serie di caratteristiche e attributi specifici e indipendenti dall’altro (Anolli, 2004). Ciò non significa che i cinesi non citino aggettivi relativi all’aspetto fisico, alla personalità (ad esempio risposte freuqnti sono “che abbia un buon carattere”), ma certamente lo fanno in modo non esclusivo, meno dettagliato e granulare, come se considerassero non solo l’individuo ma in eguale misura anche il suo contesto di riferimento.

La compatibilità etnico-culturale e religiosa nella scelta del partner – più significativa per gli americani – pesa in funzione dei differenti background storico-sociale dei due paesi: se gli USA sono famosi per la loro ampia varietà etnica, in Cina il 91,51% degli individui appartengono alla etnia Han [National Bureau of Statistics of China, 2011].

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BIBLIOGRAFIA:

Snoopy, la delusione amorosa e il cibo come auto-medicazione – Peanuts Nr. 6

PEANUTS, ALLEATI NELLA VITA E NELLA PSICOTERAPIA_RUBRICA Nr.6

Al termine di una relazione è spesso inevitabile sentirsi profondamente tristi. La perdita della persona che un tempo abbiamo amato, o che ancora amiamo ma con un sentimento non corrisposto, può portare con sé un profondo senso di smarrimento, sconforto e di incertezza nei confronti dell’immediato futuro.

Peanuts Nr. 6 - Delusione amorosa

Ritornare alla condizione di single determina la necessità di una riorganizzazione mentale, emotiva e spesso anche logistica, le certezze della vita quotidiana vengono a mancare per lasciare spazio alla novità, al rinnovo e al cambiamento. Per alcune persone questo passaggio può essere molto faticoso, soprattutto se è accompagnato da sentimenti di incertezza rispetto alle proprie capacità di ricostruirsi una vita indipendente.

E’ facile infatti, per alcune persone, cadere in trappole mentali come: “Non ce la farò mai da solo”, “Nessun altro mi amerà” “Non valgo nulla”.

Nella vignetta Snoopy esprime i suoi pensieri negativi attraverso la colpa e l’auto-commiserazione. In questo stato mentale, le abitudini alimentari possono risentirne, attraverso la privazione del cibo o l’ipercompensazione. In questo caso, per Snoopy il cibo assume una valenza di auto-medicazione.

La vignetta mostra, in modo ironico, le conseguenze a medio e a lungo termine di questo illusorio metodo auto-curativo. L’aumento della quantità di cibo e la scelta di alimenti ad alto contenuto calorico, può infatti comportare non solo rischi per la salute, ma anche un’ ulteriore diminuzione del tono dell’umore, innescando un circolo vizioso di tristezza – ricorso al cibo – aumento della tristezza – aumento del cibo.

L’influenza della condotta alimentare sul tono dell’umore è stata confermata da una recente ricerca dell’University College London e pubblicata sul British Journal of Psychiatry (Akbaraly et al., 2009).

 

Lo studio ha analizzato gli effetti dell’alimentazione nel suo insieme e non dei singoli nutrienti, mettendo in evidenza come il rischio dell’effetto depressivo non dipenda da alimenti particolari, ma dallo stile alimentare predominante. La ricerca ha concluso che le persone che prediligono un’alimentazione ricca di grassi e dessert hanno un rischio del 60% superiore di soffrire di depressione rispetto a chi privilegia frutta, pesce e verdura.

La striscia può quindi essere molto utile per affrontare questo tema delicato, perché mostra le conseguenze di una modalità illusoria di gestire la situazione di crisi e apre il dialogo verso la ricerca di modi più utili, costruttivi e innovativi per riappropriarsi del proprio tempo e per ricostruirsi una nuova immagine di sé, con una disposizione mentale positiva verso il cambiamento.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

PEANUTS, ALLEATI NELLA VITA E NELLA PSICOTERAPIA_- ARCHIVIO RUBRICA

Guardate l’alba, ballate senza vergogna, siate felici! I compiti per le vacanze

Cesare Catà, professore del liceo di Scienze Umane di Fermo (Marche), ha compiuto una piccola rivoluzione all’interno del contesto scolastico con l’assegnazione dei compiti per le vacanze estive 2015, tra i quali sono contemplati: fare una passeggiata sulla riva del mare in solitudine, guardare l’alba almeno una volta, ballare senza vergogna, cercare situazioni di arricchimento con nuovi amici…

Il professore è riuscito in poche righe a capovolgere il tradizionale sistema di insegnamento, per lasciare spazio allo sviluppo di un nuovo modo di guardare gli allievi e il ruolo educativo della scuola stessa.

 

Di seguito l’elenco dei 15 compiti per l’estate:

  1. Al mattino, qualche volta, andate a camminare sulla riva del mare in totale solitudine: guardate come vi si riflette il sole e, pensando alle cose che più amate nella vita, sentitevi felici.
  2. Cercate di usare tutti i nuovi termini imparati insieme quest’anno: più cose potete dire, più cose potete pensare; e più cose potete pensare, più siete liberi
  3. Leggete, quanto più potete. Ma non perché dovete. Leggete perché l’estate vi ispira avventure e sogni, e leggendo vi sentite simili a rondini in volo. Leggete perché è la migliore forma di rivolta che avete (per consigli di lettura, chiedere a me).
  4. Evitate tutte le cose, le situazioni e le persone che vi rendono negativi o vuoti: cercate situazioni stimolanti e la compagnia di amici che vi arricchiscono, vi comprendono e vi apprezzano per quello che siete.
  5. Se vi sentite tristi o spaventati, non vi preoccupate: l’estate, come tutte le cose meravigliose, mette in subbuglio l’anima. Provate a scrivere un diario per raccontare il vostro stato (a settembre, se vi va, ne leggeremo insieme)
  6. Ballate. Senza vergogna. In pista sotto cassa, o in camera vostra. L’estate è una danza, ed è sciocco non farne parte.
  7. Almeno una volta, andate a vedere l’alba. Restate in silenzio e respirate. Chiudete gli occhi, grati.
  8. Fate molto sport.
  9. Se trovate una persona che vi incanta, diteglielo con tutte la sincerità e la grazia di cui siete capaci. Non importa se lui/lei capirà o meno. Se non lo farà, lui/lei non era il vostro destino; altrimenti, l’estate 2015 sarà la volta dorata sotto cui camminare insieme (se questa va male, tornate al punto 8).
  10. Riguardate gli appunti delle nostre lezioni: per ogni autore e ogni concetto fatevi domande e rapportatele a quello che vi succede.
  11. Siate allegri come il sole, indomabili come il mare.
  12. Non dite parolacce, e siate sempre educatissimi e gentili.
  13. Guardate film dai dialoghi struggenti (possibilmente in lingua inglese) per migliorare la vostra competenza linguistica e la vostra capacità di sognare. Non lasciate che il film finisca con i titoli di coda. Rivivetelo mentre vivete la vostra estate.
  14. Nella luce sfavillante o nelle notti calde, sognate come dovrà e potrà essere la vostra vita: nell’estate cercate la forza per non arrendervi mai, e fate di tutto per perseguire quel sogno.
  15. Fate i bravi.

 

I compiti del professore mirano alla crescita di aspetti affettivi, relazionali e motivazionali che spesso vengono trascurati nell’impostazione didattica tradizionale, ma che sono fondamentali per uno sviluppo psicologico sano degli allievi e per vivere l’esperienza scolastica in modo costruttivo.

Inoltre, e’ ragionevole pensare al risvolto positivo sull’aggancio relazionale con gli studenti, i quali probabilmente affronteranno l’inizio del nuovo anno scolastico con il sorriso, accompagnati dal loro insegnante e maestro di vita.

 

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Immolarsi per la ricerca sì…ma fino a un certo punto!

Alcune ricerche in psicologia sono venute alla ribalta soprattutto per le prove e i compiti non proprio usuali e non affatto piacevoli ai quali i ricercatori hanno sottoposto i partecipanti. 

La maggior parte dei lettori, avendo studiato psicologia o psichiatria o, in caso contrario, mostrando comunque un certo interesse verso le scienze psicologiche e le neuroscienze, avrà avuto a che fare col mondo della ricerca scientifica.

Sia che i ricercatori siate voi (o per lo meno lo siete stati ai tempi della tesi sperimentale quando disperati cercavate di reclutare soggetti anche dal salumiere), sia che invece abbiate mai fatto parte di un campione di ricerca (magari eravate lì tranquilli dal salumiere a far la spesa!), avrete avuto modo di osservare, a grandi linee, cosa significa essere uno di quegli individui che prendono parte a una ricerca: per lo meno viene chiesto di compilare questionari, spesso a risposta chiusa, altre volte a risposta aperta o di svolgere compiti di concentrazione, memoria, calcolo, ecc. (a parte ovviamente gli studi che si avvalgono di risonanze magnetiche e altri strumenti di misurazione fisiologica e neuronale; con questo però non si vuole sminuire alcun tipo di ricerca, spero sia chiara l’impronta ironica dell’articolo). Dunque si tratta di essere sottoposti a compiti a volte semplici, alle volte un pò più difficili, ma comunque decisamente accettabili per i partecipanti.

Stessa lieta sorte non è però toccata ai soggetti di alcuni studi, venuti alla ribalta soprattutto per le prove e i compiti non proprio usuali e non affatto piacevoli ai quali i ricercatori hanno sottoposto i partecipanti.

Un esempio: quale sarebbe stata la vostra reazione se un ricercatore, con l’intento di studiare il disgusto, vi avesse chiesto di odorare il pannolino sporco di un bebè? D’accordo, numerose mamme penserebbero Sono abituata, che ci vorrà mai?!, ma cosa penserebbero invece se dei neuroscienziati, mossi dalla voglia di scoprire i circuiti cerebrali coinvolti nella paura, le sottoponessero a una PET mentre un bel serpente di 1, 5 metri si stringe attorno al loro corpo?

L’articolo che vi consigliamo di leggere elenca le dieci ricerche in psicologia che più hanno messo a dura prova i soggetti e ce n’è di tutti i tipi: dalle prove più dolorose alle prove più hot! Non vi anticipo altro, buona lettura!

 

It was all in the name of science, to better understand the darker, less pleasant aspects of being human. We salute the men and women who volunteered their minds and bodies to take part. Their pain is our gain. It’s important to note that in line with international ethical protocols, any psychology studies from the modern era would have required participant informed consent, with careful debriefing upon study completion (…) Now, let’s get this Digest tour underway

Immolarsi per la ricerca sì…ma fino a un certo punto!Consigliato dalla Redazione

Immolarsi per la ricerca sì...ma fino a un certo punto! - Immagine: 59313025
Alcune ricerche in psicologia sono venute alla ribalta soprattutto per le prove e i compiti non proprio usuali e non affatto piacevoli ai quali i ricercatori hanno sottoposto i partecipanti. (…)

 

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L’impulsività – Introduzione alla Psicologia nr. 18

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA Nr. 18

 

 

L’impulso, o l’impulsività, rappresenta la voglia irrefrenabile di eseguire un’azione incontrollabile, involontaria, incontenibile.

 

Si tratta di mettere in atto una risposta repentina in reazione a uno stimolo proveniente dall’ambiente esterno tramite un agito comportamentale.

Non sempre è un gesto negativo, infatti, le persone che manifestano un tratto impulsivo sono brillanti, veloci nelle decisioni, adottano comportamenti alternativi, sono dinamici e plastici, scattanti, originali e creativi, sono spontanei e molto spesso intuitivi, si adattano ai cambiamenti e sono flessibili alle situazioni della vita.

Vista in questi termine, vorremmo tutti essere impulsivi!

Ovviamente esiste il rovescio della medaglia: l’impulsività può causare numerosi inconvenienti non solo relazionali, ma anche personali. La cosa importante è non superare il limite, ovvero quel sottile confine che separa il patologico dal normale. L’impulsività è anche un comportamento funzionale se manifestato al momento giusto, ma se fosse l’unica modalità attuabile in tutte le situazioni quotidiane, allora sarebbe disadattiva.

Agire d’impulso, dunque, significa rispondere malamente senza pensare minimante alle possibili conseguenze, guidare ad alta velocità in città senza considerare i rischi, lanciare un oggetto senza valutare se fosse dannoso per qualcuno, etc.

Chiaramente, se agire d’impulso diventasse la norma, allora potrebbe essere auspicabile imparare a gestirlo. Gestire l’impulso significa valutare sempre le conseguenze di un proprio gesto impulsivo, modificando di conseguenza il proprio comportamento. Una possibile strategia potrebbe essere differire i propri scopi, ad esempio contando fino a 10 prima di parlare, oppure bere un bicchiere d’acqua o pensare a qualcosa di piacevole.

In sostanza, la cosa importante, prima di agire, è trovare qualcosa di utile che permetta di inserire una pausa o di spostare l’attenzione prima di agire. Inoltre, gerarchizzare gli scopi da raggiungere permette di perseguirli senza disperdere inutilmente energie. Infine, ma non meno importante, comunicare la propria emozione prima di agire aiuta a renderla meno carica e a questo punto è possibile scegliere di non agirla, ma di fare qualcosa che possa far star bene.

 

 

 RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Dipendenze. Innovazioni per dirigenti e operatori. Supereroi fragili: adolescenti e dipendenze – (Parte V)

 

La seconda giornata del convegno: “Dipendenze. Innovazioni per dirigenti e operatori”, inizia con due sessioni mattutine di workshop. Nella prima sessione i partecipanti avevano la possibilità di optare per uno dei tre seguenti workshop:
“Ho tutto sotto controllo: affrontare la dipendenza da cocaina” (con Antonia Cinquegrana, Claudia Passudetti e Mauro Cibin)
“Le dipendenze di fronte alla legge. Sanzioni amministrative, prevenzione della carcerazione, detenzione” (con Fabio Ferrari, Francesco Scopelliti, Felice Nava e Maria Alessandra Giribaldi)
“Supereroi fragili: adolescenti e dipendenze” (con Stefano Vicari, Maria Antonella Costantino e Emanuela Rivela)

Il workshop “Supereroi fragili: adolescenti e dipendenze”, al quale ho partecipato, è stato molto coinvolgente e caratterizzato da una nota di interattività tra relatori ed uditori.

Stefano Vicari (U.O. NPI, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma) ribadisce come l’adolescenza sia un’ età critica per l’abuso di sostanze. Esistono dei fattori di protezione e di rischio per le dipendenze in età adolescenziale. Tra i fattori di protezione ne troviamo di ambientali (famiglia stabile e accogliente, buon uso del tempo libero, buon rendimento scolastico, presenza di regole) e di psicologici (buon insight, strategie di coping adeguate, buon autocontrollo percepito, assenza di disturbi psichiatrici). Tra i fattori di rischio ambientali vi è in generale l’atteggiamento dei pari e dei fratelli e la mancanza di supervisione genitoriale; mentre tra i fattori di rischio psicologici spicca la presenza di disturbi psichiatrici. Vi è infatti un’alta comorbilità tra sostanze e disturbi psichiatrici: l’uso della sostanza può essere antecedente e quindi determinare la comparsa di un disturbo, oppure la sostanza può essere usata come automedicazione dal disturbo. Per questo motivo in questi casi è auspicabile e consigliabile una combinazione di interventi psicosociali e farmacologici, senza prescindere dal trattamento dell’uso di sostanze che dev’essere simultaneo e non sequenziale al trattamento del disturbo psichiatrico.

Successivamente interviene Maria Antonella Costantino (UONPIA, Policlinico di Milano) con una gran mole di dati e di numeri a favore dell’ipotesi che i destinatari degli interventi, soprattutto gli adolescenti, sono un’utenza in rapida trasformazione; i disturbi sono sempre più complessi e ad elevato impatto sociale e quindi richiedono nuove modalità di risposta ai loro bisogni, tanto più da ottimizzare in condizioni di crisi economica. La relatrice denuncia la necessità di nuove modalità di lavoro che siano multidimensionali, con modelli compatibili e cambiamenti di paradigma che riflettano la situazione attuale in continua evoluzione, e che siano conseguenza di un pensiero innovativo centrato sui moltiplicatori di salute piuttosto che sulla patologia in sè.

Per ultima Emanuela Rivela (Servizio Adolescenti, Dip. Dipendenze Torino 2) cerca di fare il punto sul motivo per il quale i ragazzi usano e sulla tipologia di consumo dei giovani. Il consumo può avere infatti svariate funzioni (sperimentale, sociale, ecc.) che vanno indagate a fondo assieme alla frequenza dello stesso. La gravità della dipendenza tuttavia non dipende strettamente dal tipo di sostanza usata, dalla modalità o dalla frequenza, quanto dal significato che il ragazzo dà all’assunzione. La relatrice si sofferma anche sul significato che il rischio ha in adolescenza: in questo caso non deve avere una valenza totalmente negativa ma può essere considerato in positivo come “ricerca di qualcosa” e nell’ottica dello sviluppo della propria identità. Anche Emanuela Rivela denuncia una difficoltà nel trattamento di ragazzi adolescenti in quanto sarebbero necessari dei servizi specialistici per questa fascia d’età, che si adattino ai bisogni dei giovani pazienti e variando le offerte.

Anche questo workshop si conclude con un’interessante discussione durante la quale si evince che il pubblico si trova fortemente in accordo con quanto esposto dai tre relatori.

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Resisto, dunque sono! (2007) Burnout & stress lavoro-correlato

Addolorata Carretta

Sta prendendo sempre più piede, in svariati ambiti di lavoro, il fenomeno del burnout, esaurire fino all’ultimo le nostre energie.

[blockquote style=”1″]Quando la vita rovescia la nostra barca; alcuni affogano, altri lottano strenuamente per risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di risalire sulle imbarcazioni rovesciate con il verbo “resalio”. Forse il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilenza, deriva da qui .[/blockquote]

Si apre così il primo capitolo del libro “Resisto, dunque sono” di Pietro Trabucchi. Un libro che, ad ogni singola riga mi ha parlato, che utilizza il mondo dello sport come metafora della vita, e mi ha motivato a scrivere ad una moltitudine di colleghi, che come me, praticano uno sport estremo: lavorare nell’ambito socio sanitario , in particolare in comunità alloggio di tipo riabilitativo.

Sta prendendo sempre più piede, in svariati ambiti di lavoro, il fenomeno del burnout , esaurire fino all’ultimo le nostre energie.

Essendo un tecnico della riabilitazione psichiatrica non ho la presunzione di dichiarare che solo il mio lavoro sia difficile ma in questi anni di lavoro ho potuto toccare con mano quanto questo campo ti svuoti e ti inondi di un mondo che la comunità con le sue dinamiche , inevitabilmente, ti riversa.

Allenare la nostra resilienza significa dunque porsi continuamente una domanda di fronte agli accadimenti della vita: “Cosa c’è di buono in quello che sta succedendo?“, ovvero “Qual è il miglior significato che posso attribuire a quanto sta accadendo?“

Le nostre reazioni di fronte ad eventi negativi, non dipendono direttamente dagli eventi, ma dalla nostra valutazione di essi : questo processo è alla base della nostra valutazione cognitiva e ristrutturazione del pensiero per fare in modo che il nostro comportamento sia più funzionale, più adattivo alla situazione che stiamo vivendo.

Riscontreremmo meno certificati di malattie o ferie impreviste, vivremmo la pausa dal lavoro come momento di distacco piacevole e non più stressante, senza vivere il giorno prima di ricominciare con l’angoscia di tornare dietro quella scrivania. Credo che stati mentali positivi possono produrre un aumento dell’efficienza della risposta immunitaria e diminuire la compresenza di patologie somatizzanti.

 

Il decalogo contro il burnout

Sarebbe auspicabile immaginare una sorta di tavola dei dieci comandamenti per accrescere la resilienza per l’operatore di comunità come ben ci illustra il libro di Pietro Trabucchi:

1. Abbassa le tue aspettative : una valutazione cognitiva più vicina al reale;
1. Dividi l’obiettivo da raggiungere in tanti altri piccoli step e non sovraccaricherai la mente;
1. Impegnati : accetta la fatica, non si può sempre vincere facile;
2. Permettiti di sbagliare: l’errore genera nuove opportunità, nuove strategie di intervento sul paziente;
3. Rispettate i vostri ruoli: lavoriamo in equipe e ci possiamo permettere di dividerci le responsabilità;
4. Rivestiti di “medaglie di ghiaccio”: ogni successo è temporaneo e non conta misurarsi con il collega ma l’impegno che ci hai messo;
5. Abbi senso dell’umorismo: ironizza su alcune dinamiche, l’humor ti consente di verbalizzare sentimenti che se repressi sono distruttivi;
6. Non vi sono situazioni disperate ma solo coloro che disperano di potercela fare;
7. Imparare ad ascoltare i segnali d’allarme del tuo corpo e prendi una pausa;
8. Ultimo ma non meno importante è mantenere vivo l’entusiasmo: ricorda che senza entusiasmo non si è mai compiuto nulla di grande.

Per concludere riporto le parole di Cristian Zorzi, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Torino nel 2006:[blockquote style=”1″] La capacità di resistere allo stress, superare gli ostacoli pur restando sempre motivati: questa è la resilienza. È interessante il fatto che si possa allenare e potenziare e insegnare alle nuove generazioni. È il mio augurio. Credo che oggi nel nostro mondo ci sia bisogno di molta resilienza.[/blockquote]

 

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BIBLIOGRAFIA:

Condividere le emozioni positive: per farsi nuove amicizie!

FLASH NEWS

L’espressione e la comunicazione di emozioni positive, ma non di quelle negative, predice in modo statisticamente significativo la successiva vicinanza relazionale tra due soggetti che non si conoscono ancora.

Se volete farvi una nuova amicizia, semplicemente sorridete. Questo mite e banale consiglio naif trova riscontro in un recente studio, pubblicato sulla rivista Motivation and Emotion, in cui si sottolinea che le persone avrebbero una maggiore inclinazione verso le emozioni positive (rispetto a quelle negative) nel momento della formazione di nuovi legami. D’altro canto in psicologia è risaputo che le emozioni svolgono anche la funzione di creare, mantenere o modificare le relazioni.

I ricercatori hanno condotto due studi per verificare il ruolo delle emozioni positive nelle relazioni interpersonali.
Oltre a un esperimento che ha esaminato la consapevolezza delle emozioni positive nel partner di coppia, è interessante lo studio in cui si è verificato il ruolo delle emozioni positive nella formazione di un nuovo legame con uno sconosciuto. 91 donne sono state assegnate a diverse condizioni sperimentali: guardare filmati elicitanti emozioni positive vs. negative e in compagnia di un amico vs. di uno sconosciuto. I risultati indicano che le persone tendono a percepirsi relazionalmente più vicine al loro partner “sconosciuto” nel momento in cui quest’ultimo esprime emozioni positive.

Quindi, l’espressione e la comunicazione di emozioni positive, ma non di quelle negative, predice in modo statisticamente significativo la successiva vicinanza relazionale tra due soggetti che non si conoscono ancora.

Inoltre, la ricerca riporta che in tali situazioni di nuove conoscenze le persone generalmente esprimono le emozioni positive attraverso il cosiddetto sorriso Duchenne: una particolare configurazione dell’espressione facciale che coinvolge non solo il movimento dei muscoli della bocca ma di quelli oculari e che viene anche definita sorriso sincero.

Allo stesso tempo gli esseri umani sarebbero ben allenati a riconoscere velocemente il sorriso sincero dal sorriso finto (sorriso non- Duchenne) nell’interazione con i propri consimili.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Attualità in tema di trattamento psicoterapico delle psicosi

Carmela Mento, Amelia Rizzo

Una pietra miliare su cui la comunità scientifica sembra aver raggiunto un pacifico accordo superando vecchie rivalità è l’importanza dell’approccio integrato, che prevede cioè il trattamento farmacologico, la terapia individuale e la terapia familiare.

La psicosi schizofrenica, come sappiamo, ha un tasso di incidenza nella popolazione di circa 1 – 1,5 casi su 1000 abitanti. Spesso, per la gravità dei sintomi con cui si manifesta, rappresenta per i clinici una vera e propria sfida.
In questo senso l’evidence based medicine e gli studi clinici, hanno contribuito ad incrementare una serie di conoscenze da tradurre nella pratica clinica. Ad esempio, negli ultimi decenni si è sottolineata abbondantemente l’importanza dell’identificazione precoce della fase pre-psicotica, in cui l’intervento tempestivo costituisce un fattore fondamentale nel decorso della patologia agendo efficacemente sulla riduzione dello sviluppo di sintomi positivi, sui sintomi negativi e sul funzionamento globale (Ruhrmann, Shultze Lutter e Klosterkotter, 2007).

Un’altra pietra miliare su cui la comunità scientifica sembra aver raggiunto un pacifico accordo superando vecchie rivalità è l’importanza dell’approccio integrato, che prevede cioè il trattamento farmacologico, la terapia individuale e la terapia familiare.

Nel 2008 sono stati pubblicati i primi risultati di un’indagine sul territorio nazionale (il progetto SIEP DIRECT’S) coordinata dal gruppo di ricerca di Lora, Semisa e Ruggeri, Università di Verona, e promosso dalla Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica allo scopo di verificare l’effettiva applicazione delle conoscenze scientifiche nei protocolli di cura dei pazienti schizofrenici.
Questo gruppo di ricercatori ha raccolto dati su 19 Dipartimenti di Salute Mentale rispetto a 41 parametri. Sarebbe interessante elencarli tutti, ma per rispondere al quesito in particolare sull’identificazione precoce e l’approccio integrato ci basta sapere che:
dei pazienti che si presentano ai Servizi di Salute Mentale ai primi segni di psicosi il 50% riceve cure inappropriate, il 28% riceve cure generiche, il 22% riceve le cure indicate dalle linee guida NICE (National Institute for Clinical Excellence), e solo il 16% viene preso in carico da personale ad hoc.

Le linee guida NICE prevedono infatti paramentri specifici quali:
(1) il monitoraggio dello stato di salute fisica del paziente (esami di medicina generale) – dal 26 al 50% sono monitorati per pressione arteriosa e glicemia, meno del 10% per colesterolo ed ECG;
(2) protocolli per pazienti multiproblematici (che hanno avuto più ricoveri, abbandonano il trattamento e vivono in condizioni di disagio sociale) – più del 50% riceve un piano specifico di assistenza sociale;
ma anche
(3) interventi psicologici individuali;
(4) attività rivolta alla famiglia;
(5) trattamenti farmacologici;
(6) schizofrenia resistente al cambiamento;
(7) il lavoro.

In particolare, come psicologi clinici, abbiamo voluto approfondire il peso degli interventi psicoterapici nel trattamento della psicosi osservando, grazie agli autori dell’indagine, che i pazienti che ricevono cure psicoterapiche nel nostro territorio sono ancora pochi. Il 60% dei centri infatti ha dichiarato che i pazienti non vengono trattati con psicoterapie individuali, mentre il restante 40% dei centri di Salute Mentale dichiara di trattare meno del 10% dei pazienti con psicoterapie individuali sia a breve termine, ovvero con almeno 3 sedute l’anno o a lungo termine cioè con 10 o più sedute l’anno.

Ci auguriamo che dal momento dell’indagine i dati siano cambiati, anche perchè negli ultimi cinque anni, gli strumenti a disposizione degli operatori di salute mentale come Psichiatri e Psicologi si sono moltiplicati, offrendo un più ampio ventaglio di possibilità di intervento.
Dagli studi più recenti infatti sono state dimostrate le evidenze di efficacia di trattamenti psicoterapici individuali di diversi orientamenti e che agiscono a differenti livelli, di cui faremo una breve carrellata, citandone i più rappresentativi.

Un primo cluster di studi riguarda la psicoterapia focalizzata sul benessere.
Uno study protocol pubblicato nel 2014 da Schrank, ad esempio, ha dimostrato sperimentalmente l’efficacia della WELLFOCUS – POSITIVE PSYCHOTHERAPY. La Psicoterapia positiva, già proposta da Seligman nel 2006, nasceva infatti come trattamento per la depressione e si è sviluppata dall’osservazione clinica sulla maggiore efficacia dell’incremento di emozioni positive, del coinvolgimento e dell’attribuzione di senso rispetto all’intervento sui sintomi depressivi.

Il tentativo di Schrank è stato quello di valutare se questo tipo di intervento potesse essere altrettanto valido per le psicosi ottenendo che, in un campione di 80 pazienti psicotici, il gruppo sperimentale otteneva alla valutazione finale maggiori livelli di benessere ma anche livelli più elevati di sollievo dai sintomi, emozionalità positiva, forza dell’Io, coerenza e significato.
Brownell (nel 2015) ha trovato inoltre che in un gruppo di 11 settimane, i pazienti psicotici apprendevano ad incrementare le esperienze piacevoli rafforzando i loro punti di forza, focalizzandosi su esperienze come il perdono e la gratitudine.

Un secondo cluster si è concentrata invece sugli aspetti cognitivi e metacognitivi.
Un recente studio (2015) di Mènon e colleghi ha affrontato quei casi di schizofrenia resistente al cambiamento in cui il trattamento farmacologico dimostra purtroppo una scarsa efficacia. L’autore ha sperimentato sia la Cognitive Behavioural Therapy for Psychosis sia il Meta-cognitive Training ottenendo un miglioramento nel funzionamento globale dovuto alla maggiore comprensione da parte del paziente dei meccanismi psicologici legati ai sintomi come deliri ed allucinazioni, attraverso l’incremento di strategie di esame di realtà e valutazione critica delle credenze. Anche Bargenquast (2015) in uno studio su caso singolo, con una psicoterapia individuale durata due anni, ha ottenuto che il miglioramento delle capacità di metacognizione hanno agito su una maggiore coerenza del senso del sé, diminuendo, fra le altre cose, la frequenza dei ricoveri.

Un terzo cluster si è concentrato invece sugli aspetti simbolici e di relazione.
Knafo (2015) sottolinea ad esempio su Psychoanalitic Psychology, come sia importante evitare che il trattamento sia medicalizzato. L’importanza data ai sintomi del paziente ed alla sua realtà di sofferenza sarebbe di per sé un atto terapeutico, nel riconoscimento dello stato emotivo e nella credibilità data alla realtà del soggetto.

Uno dei modelli psicoterapici contenuti in un volume pubblicato recentemente intitolato INNOVATION IN PSYCHOSOCIAL INTERVENTIONS FOR PSYCHOSIS, suggerisce infatti l’importanza di alcuni incontri preparatori alla psicoterapia, per facilitare il coinvolgimento e la motivazione del paziente al trattamento ed espone un modello di trattamento psicoterapico incentrato sulla Compassione. La Compassion Focused Therapy sarebbe infatti uno strumento elettivo nel ridurre i sentimenti di vergogna e la tendenza autocritica che caratterizzano l’esperienza psicotica.

In conclusione, il vantaggio di questi cluster di studi consiste indubbiamente nell’ampliamento delle possibilità terapeutiche del clinico, ma come tale non deve trasformarsi in un’ arma a doppio taglio. L’adesione rigida ad un protocollo o ad un’area esclusiva, sia essa affettiva, cognitiva o simbolica, rischia di incrementare proprio quella scissione su cui si cerca di intervenire.
Il clinico, come tale, è quindi il primo a dover compiere uno sforzo di integrazione, non solo come modello di lavoro (ovvero con l’intervento integrato) ma anche in quanto sano processo psichico.

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BIBLIOGRAFIA:

Più umani degli umani? Il senso della società negli scimpanzé

Tra i ricercatori biologi che hanno dedicato la loro carriera allo studio dei primati non umani vi è Frans de Waal. Leggere i risultati delle sue ricerche, che affrontano soprattutto il tema dei comportamenti sociali, vi lascerà a bocca aperta.

Sul fatto che gorilla e scimpanzé fossero molto simili a noi e avessero comportamenti spesso identici ai nostri, non avevamo dubbi! Eppure venire a conoscenza delle nuove scoperte in campo dell’etologia di questi primati è sempre sorprendente e affascinante.

Tra i ricercatori biologi che hanno dedicato la loro carriera allo studio dei primati non umani vi è Frans de Waal. Leggere i risultati delle sue ricerche, che affrontano soprattutto il tema dei comportamenti sociali, vi lascerà a bocca aperta.

Spesso, nel corso dei convegni, de Waal ama mostrare un vecchio video del 1936 in cui due scimpanzé, rinchiusi in una gabbia, devono tirare insieme una corda per portare una scatola con del cibo nella loro direzione. Ma cosa succede se uno dei due non ha fame o non è abbastanza motivato al compito? Viene subito riportato all’ordine dall’altro scimpanzè e si rimette a lavoro!

Seppur il video risalga a ricerche di quasi un secolo fa, i successivi studi, tra cui quelli di de Waal, non hanno fatto altro che confermare questo spiccato senso di cooperazione e organizzazione sociale tra i primati non umani.

Per esempio: sapevate che esistono delle somiglianze tra la nostra politica e la gerarchia dei primati? anche i maschi alfa hanno bisogno della loro coalizione, spesso formata dai due membri più anziani (e più saggi?) del gruppo. Ancora, si può parlare di conformismo non solo facendo riferimento al gruppo di pari giovani e ribelli in piena crisi adolescenziale, anche le scimmie sono esseri altamente conformisti: difronte a due modi diversi per risolvere lo stesso compito, i primati non umani tenderanno a optare per quello utilizzato dalla loro donna alpha e dal resto del loro gruppo.

E per quanto riguarda invece etica e moralità? de Waal mostra, attraverso un video, le reazioni delle scimmie cappuccino nel corso di uno studio sul senso di equità: come premio dopo aver svolto lo stesso compito, una scimmia cappuccino riceve un chicco d’uva (che le scimmie adorano) mentre l’altra riceve un pezzo di cetriolo (cibo che le scimmie mangiano ma senza esserne ghiotte). Come reagirà la seconda scimmia a tale inequità? Sarà chiaro anche per loro (al contrario di molti esseri umani) il concetto dell’importanza di essere trattati in modo equo e giusto?

Per conoscere i dati e avere maggiori informazioni sulle ricerche di de Waal vi consigliamo la lettura dell’articolo originale, nel frattempo divertitevi e meravigliatevi dinnanzi alla reazione della povera scimmia cappuccino che riceve il pezzo di cetriolo.

 

Now we’re getting very close to the human sense of fairness – he said – If you now ask me is the sense of fairness of a chimp different than the sense of fairness of humans, I really don’t know what the difference is.

Più umani degli umani? Il senso della società negli scimpanzé Consigliato dalla Redazione

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Numerosi studi, tra cui quelli di de Waal, confermano l’esistenza di uno spiccato senso di cooperazione e organizzazione sociale tra i primati non umani. (…)

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Dipendenze. Innovazioni per dirigenti e operatori. Gioco d’azzardo ma non solo – Report dal convegno (Parte III)

 

L’approccio sociale dei gruppi nasce con il metodo Hudolin e con l’applicazione nell’ambito dell’alcol, per poi essere trasposto a più situazioni di disagio: tabagismo, obesità, gioco d’azzardo, ecc.

Nella prima giornata del convegno: “Dipendenze. Innovazioni per dirigenti e operatori”, al pomeriggio, c’è stata la possibilità di scegliere tra tre diversi workshop:
“Gioco d’azzardo ma non solo: le dipendenze comportamentali” (con Mauro Croce, Valeria Zavan, Paolo Jarre e Miriam Vanzetta)
“Rendere possibile il cambiamento: il Colloquio motivazionale con i clienti difficili” (con Gian Paolo Guelfi e Valerio Quercia)
“Alcol e tabacco, droghe legali: esperienze e strategie” (con Giovanni Aquilino, Antonio Mosti, Giovanni Forza, Federica Tognazzo, Giuliana Dell’Agnolo e Fausto D.P.)

Io ho partecipato al workshop “Gioco d’azzardo ma non solo: le dipendenze comportamentali” ed è questo che vi racconterò.
L’introduzione al workshop è stata di Paolo Jarre (Dipartimento Dipendenze ASL3, Piemonte) che parla di diversi tipi di dipendenze comportamentali e non, elencando numerosi articoli scientifici e diversi spunti tratti dall’attualità, tra i quali uno molto recente, ossia la prima sentenza di non imputabilità per sex addiction che risale al 20/05/2015.

Valeria Zavan (SerT di Novi Ligure), la seconda ad intervenire, non porta questioni scientifiche, pone invece un’attenzione critica verso il concetto di “nuove dipendenze comportamentali”. Le suddette dipendenze attualmente non beneficiano né di letteratura, né di classificazione, tantomeno di diagnosi nosografica. Il rischio pertanto è quello di patologizzare qualcosa che patologico non è. La relatrice è anche critica verso l’idea di “love addiction“, considerata come una nuova dipendenza ma che in effetti si accomuna in tutti gli aspetti al vecchio (risalente al 1987) concetto di codipendenza o dipendenza relazionale. Le caratteristiche della codipendenza, definite nel 1992, sono ad oggi in tutto e per tutto applicabili all’idea di love addiction: prendersi cura dell’altro; escludere il sè, la propria identità e centrare la vita sull’altro; sacrificare le proprie opinioni nella relazione; ecc. In questo senso quindi si può affermare che non vi è definizione condivisa nè accettata di dipendenza affettiva. Per di più, la relatrice sottolinea, quello della codipendenza è un problema trasversale a tutte le dipendenze ed anche per questo motivo tutti i gruppi di auto-mutuo-aiuto la dovrebbero considerare e trattare.

Di gruppi di auto-mutuo-aiuto ne parla più a fondo Miriam Vanzetta (Associazione AMA, Trento). L’approccio sociale dei suddetti gruppi nasce con il metodo Hudolin e con l’applicazione nell’ambito dell’alcol, per poi essere trasposto a più situazioni di disagio: tabagismo, obesità, gioco d’azzardo, ecc. Si tratta di piccole strutture gruppali volontarie, formate da pari, che operano per mutua assistenza. All’interno di questi gruppi chi ha il problema è portatore di risorse e ciò che si auspica è il cambiamento dell’individuo e del suo contesto. Tra gli obiettivi dei gruppi AMA vi è la possibilità di trovare un luogo di ascolto e di condivisione (senza giudizio), di ristabilire le relazioni familiari spesso sgretolate, di accettare le perdite subite e di creare una nuova rete sociale e amicale.

Mauro Croce (ASL VCO, Verbania) pone invece l’accento su com’è cambiato il “giocare” e i suoi scenari negli ultimi anni: se una volta il gioco era lento, rituale, sociale, manuale, visibile, contestualizzato, ad alta soglia d’accesso, complesso, la riscossione era differita, e vi era un periodo di sospensione; oggi i giochi sono veloci, consumistici, di solitudine, tecnologici, invisibili, globali, a bassa soglia d’accesso, estremamente semplici, con riscossione immediata e attivi 24 ore su 24. I giochi di oggi sono quindi più attraenti, più accessibili e per tutti questi motivi hanno più potenzialità d’addiction. Croce ci invita a riflettere anche su come le nuove tecnologie abbiano influenzato l’accessibilità del giocare: pensate a Facebook con Farmville, agli smartphone, alle pubblicità di quiz televisivi semplicissimi, e ai videogiochi dei bambini che hanno le sembianze di scommesse camuffate… e gli esempi non sarebbero finiti qui.

Ultimo ad intervenire è Paolo Jarre (Dipartimento Dipendenze ASL3, Piemonte) che espone il progetto “MenoMApiù” attivo presso il suo Dipartimento. Si tratta di un programma ambulatoriale intensivo per il trattamento degli appetiti innati esagerati. I percorsi all’interno di questo progetto non sono strettamente terapeutici ma puntano a fornire all’individuo delle rotte di apprendimento, una borsa per gli attrezzi per navigare nella vita quotidiana. Gli incontri durano una giornata intera e sono settimanali per dieci settimane consecutive. Sono stati proposti tre moduli: “Dal peso alla misura” (per il Binge Eating Disorder), “Guadagnarsi l’amore” (Sex Addiction) e “Amare senza amore” (Love Addiction, attualmente interrotto). Gli strumenti utilizzati sono il lavoro di gruppo, la CBT breve con i suoi strumenti, le terapie espressive (musicoterapia e arteterapia), l’attività corporea e l’educazione sanitaria.

Il workshop si conclude con l’intervento degli uditori che porta ad un interessante e proficua discussione circa i contenuti e i materiali esposti dai relatori.

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Alcol, gioco d’azzardo e dipendenza

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Autostima e stile attributivo: in che modo ci autovalutiamo?

OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

Il processo mediante cui l’individuo si autovaluta è dovuto anche alle attribuzioni causali. Detto in termini più semplici le persone spesso cercano di spiegarsi un evento collegandolo ad una causa. Sovente si tende ad attribuire un successo raggiunto ad una causa esterna alla persona, quale potrebbe essere la fortuna, oppure ad una causa interna, come ad esempio la tenacia.

[blockquote style=”1″]Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo.[/blockquote]
(Albert Einstein)

Il celebre aforisma di Albert Einstein evidenzia il concetto, piuttosto noto, del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, visto da uno dei due punti di vista a seconda del nostro stato d’animo, del nostro umore, della nostra prospettiva personale di vedere le cose, del nostro carattere.
Ricordando anche che il modo personale di percepire gli eventi secondo un’ottica positiva o negativa è in parte influenzato dall’autostima.

Definire il costrutto di autostima non è semplice, in quanto si tratta di un concetto che ha un’ampia storia di elaborazioni teoriche. Una definizione concisa e condivisa in letteratura potrebbe essere la seguente: “Insieme dei giudizi valutativi che l’individuo dà di se stesso” (Battistelli, 1994).

Tre elementi fondamentali ricorrono costantemente in tutte le definizioni di autostima (Bascelli, 2008):
1. La presenza nell’individuo di un sistema che consente di auto – osservarsi e quindi di auto – conoscersi;
2. L’aspetto valutativo che permette un giudizio generale di se stessi;
3. L’aspetto affettivo che permette di valutare e considerare in modo positivo o negativo gli elementi descrittivi.

Una prima definizione del concetto di autostima si deve a William James (cit. in Bascelli e all, 2008), il quale la concepisce come il risultato scaturente dal confronto tra i successi che l’individuo ottiene realmente e le aspettative in merito ad essi (autostima = successo / aspettative).
Alcuni anni dopo Cooley e Mead espongono il concetto di autostima come un prodotto che scaturisce dalle interazioni con gli altri, che si crea durante il corso della vita come una valutazione riflessa di ciò che le altre persone pensano di noi.

Perché infatti l’autostima di una persona non scaturisce esclusivamente da fattori interiori individuali, ma hanno una certa influenza anche i cosiddetti confronti che l’individuo fa, consapevolmente o no, con l’ambiente in cui vive. A costituire il processo di formazione dell’autostima vi sono due componenti: il sé reale e il sé ideale.
Il sé reale non è altro che una visione oggettiva delle proprie abilità; detto in termini più semplici corrisponde a ciò che noi realmente siamo.
Il sé ideale altro non corrisponde che a come l’individuo spera e vorrebbe essere. L’autostima scaturisce per cui dai risultati delle nostre esperienze confrontati con le aspettative ideali. Maggiore sarà la discrepanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, minore sarà la stima di noi stessi.
Un esempio a riguardo potrebbe essere quello di una ragazza che vorrebbe essere alta e magra come una modella, quando invece in realtà è bassa e cicciottella. In questa caso la sua autostima sarà presumibilmente bassa.

La presenza di un sé ideale può essere uno stimolo alla crescita, in quanto induce a formulare degli obiettivi da raggiungere, ma può generare insoddisfazioni ed altre emozioni negative se lo si avverte molto distante da quello reale.
Per ridurre questa discrepanza l’individuo può ridimensionare le proprie aspirazioni, e in tal modo avvicinare il sé ideale a quello percepito, oppure potrebbe cercare di migliorare il sé reale (Berti, Bombi, 2005).

Possedere un’alta autostima è il risultato di una limitata differenza tra il sé reale e il sé ideale. Significa saper riconoscere in maniera realistica di avere sia pregi che difetti, impegnarsi per migliorare le proprie debolezze, apprezzando i propri punti di forza. Tutto ciò enfatizza una maggiore apertura all’ambiente, una maggiore autonomia e una maggiore fiducia nelle proprie capacità.
Le persone con un’alta autostima dimostrano una maggiore perseveranza nel riuscire in un’attività che le appassiona o nel raggiungere un obiettivo a cui tengono e sono invece meno determinate in un ambito in cui hanno investito poco. Si tratta di persone più propense a relativizzare un insuccesso e ad impegnasi in nuove imprese che le aiutano a dimenticare.

Quando la stima di sé è alta l’individuo passa molto frequentemente all’azione, rallegrandosi di fronte a un successo e relativizzando un eventuale fallimento.  Al contrario, una bassa autostima scaturisce da un’elevata differenza tra sé ideale e sé percepito. Questa discrepanza può condurre a una ridotta partecipazione e a uno scarso entusiasmo, che si concretizzano in situazioni di demotivazione in cui predominano disimpegno e disinteresse. Vengono riconosciute esclusivamente le proprie debolezze, mentre vengono trascurati i propri punti di forza. Spesso si tende a evadere anche dalle situazioni più banali per timore di un rifiuto da parte degli altri. Si è più vulnerabili e meno autonomi. Le persone con una bassa autostima si arrendono molto più facilmente quando si tratta di raggiungere un obiettivo, soprattutto se incontrano qualche difficoltà o sentono un parere contrario a ciò che pensano.

Si tratta di persone che faticano ad abbandonare i sentimenti di delusione e di amarezza connessi allo sperimentare un insuccesso. Inoltre, di fronte alle critiche, sono molto sensibili all’intensità e alla durata del disagio provocato. Quando la stima di sé è bassa, l’individuo passa raramente all’ azione, dubitando di fronte ad un proprio successo e sottovalutandosi di fronte ad un fallimento.

Ma quali sono le fonti dell’autostima? O meglio: cosa concorre a far sì che un individuo si valuti positivamente o negativamente?
Come già detto non sono semplici fattori individuali a costituire l’autostima di una persona, bensì ci si autovaluta in merito a tre processi fondamentali:

1. Assegnazione di giudizi da parte altrui, sia direttamente che indirettamente.
Si tratta del cosiddetto “specchio sociale”: mediante le opinioni comunicate da altri significativi noi ci autodefiniamo.
Pare che gli individui alimentino la propria autostima sulla base della fiducia nelle opinioni di chi li giudica favorevolmente.
Una rilevanza evidente le hanno in questo processo anche le valutazioni indirette, ossia la possibilità di imparare a valutare se stessi a seconda del comportamento degli altri nei propri confronti.

2. Confronto sociale: ovvero la persona si valuta confrontandosi con gli altri che la circondano e da questo confronto ne scaturisce una valutazione.
L’esponente principale in merito a ciò è stato Festinger (1954), il quale ha sostenuto che in ogni individuo c’è un’esigenza di valutare azioni e capacità personali e, nel momento in cui i criteri soggettivi di valutazione sono assenti, si tende a valutare se stessi confrontandosi con altri, solitamente soggetti ritenuti simili.

3. Processo di autosservazione: la persona può valutarsi anche autosservandosi e riconoscendo le differenze tra se stesso e gli altri. Kelly (1955) considera ogni persona uno “scienziato” che osserva, interpreta e predice ogni comportamento, costruendo così una teoria di sé per facilitare il mantenimento dell’autostima.

Il processo mediante cui l’individuo si autovaluta è dovuto anche alle attribuzioni causali. Detto in termini più semplici le persone spesso cercano di spiegarsi un evento collegandolo ad una causa.
Sovente si tende ad attribuire un successo raggiunto ad una causa esterna alla persona, quale potrebbe essere la fortuna, oppure ad una causa interna, come ad esempio la tenacia.

Weiner, nel 1994, ha affermato che le attribuzioni possono essere distinte in base a tre dimensioni:
Locus of control: ossia se la causa di un successo (o di un fallimento), sia interna o sterna alla persona;
Stabilità: per cui le cause possono essere stabili o instabili nel tempo (per esempio la facilità del compito è stabile, al contrario la fortuna è instabile);
Controllabilità: non tutte le cause possono essere controllate dal soggetto.

Pare che l’attribuzione a cause stabili, controllabili e interne all’individuo abbia, in caso di raggiungimento di un successo, un innalzamento dell’autostima nell’individuo.
Di contro l’attribuzione a cause esterne a sé, instabili e poco controllabili portano ad un calo dell’autostima e della fiducia in se stessi.

Naturalmente avere un’alta stima di sé è piacevole ed aiuta a vivere meglio.
Maslow percepisce l’autostima come uno dei cinque bisogni fondamentali dell’individuo. Per egli il bisogno di autostima deve essere appagato affinché non vengano ostacolati i bisogni più elevati di autorealizzazione.
Pertanto le percezioni di sé sono importanti fonti motivazionali.

Svariate ricerche hanno messo in luce che gli individui tendono a svolgere tutte quelle attività che consentono di avvicinare il più possibile il sé reale al sé ideale. Per esempio, un ragazzo che aspira a diventare un culturista palestrato, sarà motivato in tutta quell’attività fisica che gli consentirà di divenire ciò (Baumeister e all, 2003).
Una discrepanza fra le personali valutazioni del sé reale e del sé ideale si viene a creare quando la persona si valuta e si concepisce meno adeguato rispetto a ciò che vorrebbe essere. In questo caso l’autostima è bassa con conseguenti emozioni associate di tristezza e insoddisfazione. Ciò potrebbe condurre ad uno scarso entusiasmo, che si concretizza in demotivazione e disinteresse.

Beck (1967) mette in luce che proprio la bassa autostima è una caratteristica tipica dei depressi. Essi infatti sperimentano vissuti legati al timore di fallimento, hanno basse aspettative di riuscita che conducono scarsa tenacia e demoralizzazione. Si tratta della visione del cosiddetto “bicchiere mezzo vuoto”.

Alla luce di queste considerazioni si evince quindi che l’autostima è un concetto complesso che viene a formarsi sulla base di varie fonti, sulla base delle quali l’individuo si valuta e si attribuisce un voto. Senza dimenticare che si tratta di un costrutto multidimensionale, nel senso che il soggetto può valutarsi differentemente anche in merito alle situazioni in cui si trova a vivere; per esempio è possibile che un individuo abbia un’alta stima di sé sul luogo del lavoro, dove ciò che egli realmente è si avvicina notevolmente al sé ideale, di contro potrebbe valutarsi negativamente nell’ambito dei rapporti interpersonali, dove magari potrebbe aspirare a volere qualcosa di più rispetto a ciò che egli possiede realmente .

In conclusione appare chiaro che l’autostima si sviluppa tramite un processo individuale ma anche interattivo – relazionale e può essere concettualizzata come uno schema cognitivo – comportamentale che viene appreso man mano che gli individui interagiscono con gli altri e con l’ambiente (Bracken, 2003).

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BIBLIOGRAFIA:

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FLASH NEWS

Uno studio pubblicato su Cerebral Cortex dimostra che spot televisivi che pubblicizzano cibi non salutari (fritti e grassi) sono in grado di attivare esageratamente negli adolescenti in sovrappeso alcune aree cerebrali legate alla ricompensa, al gusto e addirittura parti della corteccia somatosensoriale deputate al controllo della bocca.

L’ipotesi supportata dallo studio dunque suggerisce che i soggetti – in sovrappeso- simulino mentalmente abitudini alimentari non sane.

Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno esaminato le attivazioni cerebrali alla vista di spot pubblicitari di cibo in un gruppo di adolescenti (dai 12-16 anni di età) sovrappeso e in un gruppo di adolescenti normopeso. I risultati hanno mostrato che vi sarebbero attivazioni comuni a entrambi i gruppi (normopeso vs. sovrappeso) alla visione di spot riguardanti il cibo rispetto a spot di altra natura (ad esempio, le regioni cerebrali coinvolte nella regolazione dell’attenzione e della ricompensa). Tuttavia il risultato degno di interesse è nel confronto tra gruppi di soggetti: gli adolescenti in sovrappeso presentano attivazioni maggiori nella corteccia orbito-frontale e nelle regioni associate alla percezione del gusto.

E inoltre, in questo gruppo gli spot pubblicitari di cibo attiverebbero anche la regione somatosensoriale deputata al controllo dei movimenti della bocca.

In altre parole, tali risultati supportano l’ipotesi simulativa secondo cui gli adolescenti in sovrappeso simulano mentalmente abitudini alimentari non salutari in risposta a determinati stimoli visivi. In tal senso se pensiamo che l’alimentazione non salutare comporta sia un desiderio iniziale che un piano motorio mentale per attuare poi effettivamente il comportamento disfunzionale (assumere alimenti dannosi), allora ha senso ipotizzare di lavorare non solo sul desiderio ma anche sulla seconda componente di questo complesso processo.

Studi futuri potrebbero considerare l’intervento su questi meccanismi simulativi disfunzionali in generale nella pianificazione delle diete e nel trattamento dell’obesità.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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