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Tristezze di Natale

Tutti noi ci siamo un po’ abituati alla ricorrenza festiva, e quelli che stanno lì a farci sapere che a loro il Natale mette tristezza e che odiano sentirsi obbligati a festeggiare si diradano: Il cinismo facile di chi non ci tiene a festeggiare è diventato altrettanto risaputo quanto il consumismo di chi si precipita a festeggiare.

Un articolo di Giovanni M. Ruggiero pubblicato su Linkiesta il 24 dicembre 2016

 

A Natale c’è più depressione, ma forse siamo oltre il Christmas Blues, la depressione natalizia. Indifferenti a tutto, abituati alle disregole di un mondo caotico, ormai anche il rifiuto triste e stizzoso dell’obbligo della gioia  programmata delle feste è diventato un anti-conformismo risaputo come le feste stesse. Intendiamoci: è sempre vero che a Natale, e durante le feste in generale, ci sia una depressione dell’umore. Però il fenomeno colpisce soprattutto chi è davvero clinicamente depresso.

Quindi tranquillizziamoci: è soprattutto un problema dei pazienti della mente. Il tempo libero lascia la testa libera di concentrarsi purtroppo sui propri guai. La scienza ci dice che ogni giorno circa tremila pensieri negativi circolano nel nostro cervello, e la lontananza dal lavoro rende più difficile non farci caso a questo nugolo di malinconie che ci tormenta l’anima. C’entra anche il clima invernale, lo scomparire del sole dietro il cielo di marmo della stagione fredda. Eppure, ripetiamolo, si tratta soprattutto di un problema psichiatrico, non di psicologia di massa.

Tutti noi, invece, ci siamo un po’ abituati alla ricorrenza festiva, e quelli che stanno lì a farci sapere che a loro il Natale mette tristezza e che odiano sentirsi obbligati a festeggiare diradano anch’essi. Il cinismo facile di chi non ci tiene a festeggiare è diventato altrettanto risaputo quanto il consumismo di chi si precipita a festeggiare. Ci siamo lasciati alle spalle le polemiche contro il tradizionalismo delle feste e il consumismo della loro mutazione capitalista. Viviamo il Natale così come viene, senza pensarci troppo, forse stanchi ed esausti. Abbiamo perfino iniziato a dire di nuovo “Buon Natale” invece dell’anodino “Buone Feste” e non per un rigurgito cristiano, ma forse perché davvero il cristianesimo ce lo siamo messi alle spalle, e solo i  terroristi ancora non l’hanno capito, e forse è questo secolarismo ormai così naturale che li fa impazzire, anche se ci chiamano “crociati”.

 

Christmas Blues e Disturbo Affettivo Stagionale

Invece chi soffre davvero di depressione si intristisce davvero di più a Natale. Gli americani lo chiamano Christmas Blues e anche noi ci chiediamo come mai la festa natalizia faccia così male all’umore. Gli psichiatri parlano di un vero e proprio disturbo affettivo stagionale. La sintomatologia depressiva ha inizio durante l’autunno, raggiunge il massimo dell’intensità durante il gelido inverno e si risolve, più o meno o anche del tutto, all’inizio della primavera. È una depressione un po’ strana. I depressi natalizi sono un po’ diversi da quelli che lo sono tutto l’anno. Questi ultimi dormono poco e mangiano ancor meno. I depressi del Natale invece dormono tanto e mangiano ancor di più. Insomma ingrassano.  Sono anche irritabili e possono piangere frequentemente. Dormono tanto eppure sono sempre stanchi e assonnati, hanno difficoltà di concentrazione, mancano di energia.

Gli scienziati non si sono mai bene raccapezzati con questa forma particolare di depressione. Alcuni dicono che dipende dalla chimica. Accanto alla serotonina tipicamente sballata del depresso, al depresso natalizio sballa pure la melotonina, sostanza associata al sole, come sappiamo. Il doppio sballo, ridotta serotonina e aumentata melatonina, influenzerebbe i ritmi biologici del sonno e della fame, rendendo tutto più caotico. C’è anche una cura specifica per le tristezze natalizie: è la Light Therapy, o fototerapia, e non poteva essere altrimenti. Contro il buio dell’inverno, ci vuole la terapia della luce. Essa prevede l’esposizione quotidiana, durante i mesi della depressione invernale, ad una fonte luminosa artificiale d’intensità pari a 10.000 lux, prodotta con apposite lampade dotate di filtri per i raggi ultravioletti. Si tratta di un’intensità di luce circa 20 volte superiore all’intensità media della luce in una stanza. Basta una settimana. Una settimana di luce artificiale in cui si riceve un quantitativo uguale e quello di un’intera estate. E forse anche questo è un po’ triste, ma va bene così.

A Natale si può diventare troppo consapevoli della propria solitudine, o al contrario della schiavitù dei legami familiari. Alcuni si deprimono perché il Natale è uno stimolo a rimuginare sull’inadeguatezza della propria vita, soprattutto in chi tende al vittimismo e all’autocommiserazione. Altri ancora diventano ansiosi e preoccupati a Natale a causa della pressione, sia commerciale che auto-indotta, verso gli acquisti con il rischio di spendere troppo per i regali e incorrere in debiti crescenti. E poi ci sono quelli che dicono di temere il Natale a causa dell’obbligo implicito di dover incontrare familiari, amici e conoscenti. Preferirebbero evitare e non frequentarli. Questi anti-conformisti dell’obbligo natalizio  paiono in diminuzione, però.

Infine, e questi sono tanti invece e aumentano sempre di più, molte persone si sentono sole a Natale perché hanno subito la perdita di persone care o dei loro posti di lavoro. E hanno ragione. Forse è soprattutto a questi ultimi che dovremmo essere più vicini. Buon Natale a tutti.

Terapia di gruppo online per combattere la bulimia

I ricercatori della University of North Carolina hanno lanciato un nuovo tipo di sperimentazione clinica per confrontare l’efficacia della terapia di gruppo online con la classica terapia di gruppo per il trattamento della bulimia nervosa.

Mariagrazia Zaccaria

 

Circa otto anni fa i ricercatori della University of North Carolina a Chapel Hill hanno lanciato un nuovo tipo di sperimentazione clinica per confrontare l’efficacia della terapia di gruppo online (distribuita attraverso sessioni di chat di gruppo), con la classica terapia di gruppo “vis à vis” per il trattamento della bulimia nervosadisturbo alimentare caratterizzato da episodi ricorrenti di abbuffate, associato ad atti compensatori come il vomito autoindotto, abuso di lassativi o eccessivo esercizio fisico.

I risultati dello studio mostrano che questa terapia di gruppo online può essere efficace esattamente quanto la terapia di gruppo “vis à vis”, anche se la ripresa potrebbe essere più lenta, ma non per questo meno significativa.

La Dottoressa Stephanie Zerwas, professore associato presso di psichiatria presso la facoltà di medicina (UNC), ha affermato che la bulimia nervosa è una malattia devastante e, a volte, anche mortale, e le numerose ricerche hanno dimostrato che da anni la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è il trattamento più efficace. Ed inoltre, afferma anche, che molte persone affette da questo disturbo vagano per anni alla ricerca del trattamento giusto, e quindi la terapia online potrebbe aiutare a colmare questa lacuna.

 

Gli effetti della terapia di gruppo online in casi di bulimia: i risultati dello studio

Nello studio, 179 adulti hanno iniziato ben 16 terapie di gruppo con un terapista in uno dei due siti dello studio: UNC-Chapel Hill e Psychiatric Institute e Clinica della University of Pittsburg Medical Center. L’assegnazione del terapeuta per la terapia di gruppo vis à vis era del tutto casuale.

I ricercatori hanno confrontato i risultati dei due gruppi alla fine del trattamento, e poi dopo ulteriori 12 mesi dalla fine del trattamento. Subito dopo il trattamento, il gruppo che frequentava la terapia vis à vis aveva prodotto dei risultati migliori rispetto alla terapia di gruppo online. Ma 12 mesi dopo, il divario che prima c’era tra i due gruppi si era ridotto drasticamente.

La Prof.ssa Cynthia M. Bulik della UNC, ha affermato che alcuni trattamenti evidence-based sono efficaci, ma molte persone non possono accedere a queste cure specialistiche. Questo studio sulla terapia di gruppo online incoraggia ad utilizzare la tecnologia per portare il trattamento nelle case dei pazienti che non possono recarsi in struttura.

 

Criticismo genitoriale: che cos’è e quali effetti produce

Criticismo genitoriale: Dal punto di vista emotivo, le emozioni riscontrate in chi viene rimproverato dipendono dalla personalità e dalle interpretazioni che vengono date alle critiche. Una prima differenza può essere vista nell’accettazione o meno delle critiche subite. Nel primo caso i sentimenti più frequenti sono senso di colpa con la tendenza ad attribuirsi cattive intenzioni e la tristezza per la convinzione di una propria incapacità. Diverso è il caso in cui il rimprovero venga vissuto come ingiusto per cui l’emozione più frequente è la rabbia con più probabili comportamenti di ribellione.

Elisabetta Strina, OPEN SCHOOL PSICOTERAPIA COGNITIVA E RICERCA DI MILANO

Criticismo genitoriale: in cosa consiste

Il criticismo genitoriale è caratterizzato da un ricorso ripetitivo e pervasivo al rimprovero.
Si manifesta con frequenti commenti critici sostenuti anche da tono severo o perentorio; si esprime per mezzo di espressioni di disapprovazione, di sentimento, rifiuto e svalutazione del rimproverato (ad esempio, “possibile che sbagli sempre?”, “Vergognati per quel che hai fatto!”). L’amore manifestato dai genitori è condizionato alla performance del bambino e le approvazioni sono inconsistenti; il bambino non si sente mai soddisfatto perché il suo comportamento non è mai abbastanza corretto per guadagnare l’approvazione dei genitori e attua uno sforzo continuo per ottenerla.

Il bambino sviluppa così credenze di base su se stesso che possono riguardare la convinzione di incapacità personale, bassa autostima, propensione ad attribuzioni di colpa e disorientamento personale con attitudine a costruirsi un’identità e stima di sé sulla base dell’opinione altrui (Apparigliato, Ruggiero e Sassaroli, 2004). Il soggetto si adegua ad un criterio di valutazione esterno, normativo, favorendo così la formazione della tendenza sistematica all’autocritica tipica delle persone timide e degli ansiosi sociali.

Nei colloqui con i pazienti spesso emerge nella descrizione dei propri genitori una modalità relazionale disfunzionale basata su critiche ripetute nei confronti dei propri figli.

Nel rimproveratore si possono distinguere diversi scopi: spesso cerca di cambiare il comportamento che ritiene sbagliato; può avere il fine di ottenere un risarcimento per un danno subito; può voler rivelare una sofferenza patita a causa del rimproverato; può avere lo scopo di dare sfogo ad una rabbia incontrollabile.

Questo tipo di comunicazione “ inferiorizzante” è un potente strumento di controllo del comportamento dell’altro facendolo sentire dipendente e quindi bisognoso di approvazione. Questo atteggiamento aumenta dunque l’autostima del rimproveratore che recupera potere nella relazione.
Alla base si può riconoscere un deficit metacognitivo nella comprensione della mente altrui, che non è riconosciuta dotata di scopi personali validi, oppure una difficoltà di decentramento, riconoscendo come legittimo solo il proprio punto di vista.

Sembra esserci una trasmissione intergenerazionale del criticismo: nella pratica clinica si è potuto osservare che coloro che sono stati fortemente rimproverati fin da piccoli dai genitori, o da chi si è preso cura di loro, tendono a loro volta a diventare “grandi rimproveratori” (Sassaroli e Ruggiero, 2002); il criticismo messo in atto da chi è stato ripetutamente rimproverato potrebbe essere una forma di apprendimento, in quanto queste persone non hanno avuto la possibilità di apprendere delle modalità relazionali più funzionali con i propri familiari.

Gli effetti che produce il criticismo genitoriale

Dal punto di vista emotivo, le emozioni riscontrate in chi viene rimproverato dipendono dalla personalità e dalle interpretazioni che vengono date alle critiche. Una prima differenza può essere vista nell’accettazione o meno delle critiche subite. Nel primo caso i sentimenti più frequenti sono senso di colpa con la tendenza ad attribuirsi cattive intenzioni e la tristezza per la convinzione di una propria incapacità. Diverso è il caso in cui il rimprovero venga vissuto come ingiusto per cui l’emozione più frequente è la rabbia con più probabili comportamenti di ribellione.

Livelli elevati di criticismo genitoriale (disapprovazione o irritabilità diretti verso il bambino con conseguenti negative reazioni allo stress ) sono collegati a maggiori sintomi somatici negli adolescenti e ai conseguenti problemi psicologici ( ansia e depressione ) che sono fortemente correlati con questi sintomi ( Campo 2012). Cioè gli adolescenti che subiscono un parenting controllante hanno più probabilità di sviluppare un orientamento al perfezionismo maladattivo (caratterizzato da autovalutazioni negative), che a sua volta li rende più vulnerabili ai sintomi depressivi.

Uno stile genitoriale caratterizzato da una bassa cura, alti standard e critiche frequenti è stato associato ad ansia, sintomi depressivi e schemi di sé negativi (Gibb , 2002).
Esiste una relazione tra il livello di critica percepita durante l’infanzia e lo sviluppo di autocriticismo in età adulta . L’autocriticismo è collegato ad una serie di disturbi psicologici primo fra i quali la depressione, comportamenti maladattivi, come la tendenza a reagire negativamente a errori, interpretandoli come equivalenti al fallimento, e la credenza disfunzionale che in seguito al fallimento si perderà il rispetto degli altri.

Una critica pervasiva dei genitori può portare a una vulnerabilità cognitiva per critiche fatte da altri. Inoltre i bambini possono imparare direttamente a relazionarsi con se stessi nella stesso modo critico che i genitori hanno utilizzato per riferirsi a loro ( Brewin et al .1996) . L’autocritica può quindi risultare come strategia impiegata per correggere continuamente se stessi e quindi evitare la possibilità di ricevere critiche da altri e dover far fronte al relativo dolore emotivo. L’autocritica sembra essere una delle più considerevoli componenti patologiche del perfezionismo.

Avere avuto genitori criticisti determina una maggiore intolleranza all’errore che porta ad essere perfezionisti; criticismo genitoriale e perfezionismo sono due concetti fortemente collegati. Criticismo genitoriale e aspettative sono state indicate da Frost (1990) come dimensioni del perfezionismo inteso come concetto multidimensionale. In particolare vengono viste come collegate alla tendenza di concepire l’affetto dei genitori subordinato alla propria capacità di soddisfare le loro aspettative ed evitarne le critiche. Altri autori (Shafran et altri 2002) parlano di perfezionismo clinico come dipendenza eccessiva dalla valutazione di sé. Dunkley et altri (2006) riconoscono la dimensione delle preoccupazioni valutative consistente in valutazioni critiche del proprio comportamento, preoccupazioni e rimuginii rispetto al criticismo degli altri che impediscono di trarre soddisfazione dal proprio successo. Questi fattori contribuiscono a differenziare il perfezionismo sano da quello clinico, il quale evidenzia un eccessivo timore degli errori che porta a insoddisfazione cronica e senso di inefficacia.

La dipendenza dai criteri normativi con la continua preoccupazione che il proprio comportamento sia giusto o sbagliato è riscontrabile nel disturbo ossessivo-compulsivo. In queste persone il senso di responsabilità e timore della colpa è talmente forte da non poter essere immaginato, affrontabile.

Altre persone sviluppano una dipendenza dal contesto relazionale come nei soggetti con disturbo alimentare. Perfezionismo e bassa autostima sono considerate fra le maggiori credenze cognitive disfunzionali dei disturbi alimentari. I soggetti rimuginano sul non essere abbastanza competenti e adatti alle richieste della vita. La valutazione del sé tende ad essere basata sulla forma corporea e sul peso, temendo conseguenze negative nei rapporti interpersonali, come il biasimo o il disprezzo di genitori e coetanei (Sassaroli e al.2007).

Da queste evidenze possiamo comprendere come le critiche continue non consentono di sperimentare, mettersi in gioco, esplorare il mondo alla ricerca di soluzioni personali che incrementino l’autostima e il senso di autoefficacia. Qualsiasi cosa che generalmente viene detta criticamente può essere detta in modo supportivo, ottenendo lo stesso, se non un maggiore effetto. La creazione di un sistema educazionale positivo favorisce negli individui la formazione di un positivo concetto di sé come persona.

Tutto su mia madre (e su mio padre): lo sviluppo dentro di noi – Report dal seminario del professor Massimo Ammaniti

Il seminario di Massimo Ammaniti, psicoanalista e professore all’Università La Sapienza di Roma, organizzato dall’Associazione Centro studi di Psicoterapia Psicoanalitica, è iniziato con una provocazione: siamo poi così sicuri che le famiglie felici siano davvero tutte uguali? E, soprattutto, che esistano? 

 

Scriveva Tolstoj, in un suo famosissimo incipit: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

La domanda è: siamo poi così sicuri che le famiglie felici siano davvero tutte uguali? E, soprattutto, che esistano?

È iniziato con questa provocazione il seminario di Massimo Ammaniti, psicoanalista e professore all’Università La Sapienza di Roma, organizzato dall’Associazione Centro studi di Psicoterapia Psicoanalitica, nella splendida cornice di Casa Ghirardini a Mantova.

 

Il Prof. Massimo Ammaniti sui cambiamenti della famiglia negli ultimi anni

Nel seminario tenuto da Massimo Ammaniti si è parlato di famiglia, di come questo nucleo sociale abbia risentito dei profondissimi mutamenti collettivi degli ultimi anni, e di come le teorie finora acquisite sui cicli vitali e sulla genitorialità rischino di rivelarsi precipitosamente invecchiate, senza che ce ne siano a disposizione di nuove e più adeguate alla comprensione dei fenomeni attuali, sempre più complessi.

Partiamo dal presupposto che il concetto di famiglia tradizionale (madre e padre entro gli enta, entrambi sotto lo stesso tetto, un paio almeno di bei bambini) è obsoleto come il telefono con la rotella: oggi le famiglie sono spesso monoparentali, ricomposte e ricostituite, omogenitoriali, segnate a volte da lunghi e dolorosi itinerari di fecondazione assistita o di adozione.

In generale l’età media dei genitori si è drasticamente alzata rispetto al passato (una donna ha il primo figlio intorno  ai 32 anni) e questo è un aspetto che cambia radicalmente l’approccio alla genitorialità; si è genitori più ansiosi e insicuri, a volte troppo consapevoli e quindi rigidi, preoccupati, meno spontanei, affaticati fisicamente e psicologicamente. Ma soprattutto, se in passato si poteva distribuire il proprio investimento genitoriale su più figli, oggi il primo figlio rappresenta spesso l’unica occasione di averne (la media in Italia è di 1,37 nati per donna) e diventa così anche l’unico catalizzatore dell’intero investimento narcisistico genitoriale, con tutte le criticità del caso.

 

Le aspettative narcisistiche dei genitori

Kohut sceglie in realtà di non demonizzare questa dimensione (secondo la sua teoria il bambino ha bisogno di sentirsi rispecchiato nell’idealizzazione del propri genitori, per poter creare un sé coeso e coerente) ma non bisogna sottovalutare che, accanto ai naturali aspetti di accudimento e protezione, emerge prepotentemente il rischio che il figlio diventi un prolungamento dei genitori e delle loro ambizioni mancate.

Si tratta dei casi in cui l’iperinvestimento di aspettative narcisistiche fa sì ad esempio che l’erede maschio sia chiamato a diventare quantomeno esploratore o giocatore di serie A, e che la figlia femmina debba diventare prima ballerina della Scala o moglie del rampollo di qualche casa reale.

Il rischio che la genitorialità moderna risenta dell’impatto patologico del narcisismo è concreto, soprattutto nei casi in cui i genitori rientrano in quella nuova categoria sociale nota come degli adultescenti, costituita non solo dai giovani adulti fermi (spesso per difficoltà economiche) nella casa dei genitori, bensì anche da tutte quelle persone che, pur avendo pieno status di adulti, non ne accettano le componenti legate all’invecchiamento e al dover lasciare spazio alle nuove generazioni.

 

Adolescenti e genitori oggi

Erikson diceva che “fino a che il genitore non accetta la propria morte il figlio non potrà entrare nella vita”; se però una donna ha un figlio a trent’anni compiuti si rischia che ci si ritrovi ad affrontare contemporaneamente due importanti crisi esistenziali: quella di mezza età degli adulti (con le difficoltà di coppia, i bilanci, i problemi di salute) e quella adolescenziale dei figli. Massimo Ammaniti ha sottolineato come oggi si vedano sempre più spesso genitori molto in difficoltà con la gestione della propria crisi e che si rivelino quindi di scarso supporto rispetto alla crisi adolescenziale dei figli. Nei casi più gravi i genitori possono arrivare a mettersi addirittura in competizione con i propri figli adolescenti, oppure a tentare di “reincarnarsi” nelle loro fasi di vita, ad esempio intromettendosi attivamente nelle loro vicende sentimentali.

Winnicott definiva l’adolescenzauna malattia normale”, ma perché sia così ancora oggi occorre che i genitori siano abbastanza equilibrati e solidi da affrontarla in modo adeguato, senza arretrare e senza reincarnarsi.

Diversamente l’adolescenza rischia di non essere più una fase evolutiva di distacco e di opposizione orientata all’autonomia, bensì una fase permanente, al cui mantenimento contribuiscono in ugual misura (seppur con motivazioni molto diverse) sia genitori che figli.

In tutto questo i confini generazionali sbiadiscono e gli apparati normativi consueti perdono credibilità, le relazioni tra genitori e figli si organizzano in forma orizzontale e non più verticale, e anche la famiglia finisce per diventare liquida, come la società teorizzata da Bauman.

Nel complesso, esaminato alla perfezione nel seminario di Massimo Ammaniti, la genitorialità è quindi sempre di più una sfida, e il mestiere più difficile del mondo lo è oggi più che in passato; rispetto a questa sfida è chiamata a dare il proprio contributo anche la scuola, anch’essa in difficoltà nello stare al passo coi mutamenti sociali, organizzata com’è su metodi educativi non più sintonizzati con le nuove generazioni e  guidata da un rapporto con le famiglie che oscilla spesso tra rivalità e collusione.

Insomma, uno scenario complesso e non certo incoraggiante, rispetto al quale Massimo Ammaniti non propone né facili soluzioni né risposte consolatorie.

Ma un monito deciso per i genitori, questo sì: quello di cercare di essere sempre giardinieri dei propri figli, e mai falegnami.

Alla ricerca della buddità: il rapporto tra Psicologia Positiva e Buddismo

La pratica del buddismo come pratica di consapevolezza e ricerca dell’identità si ritrova anche nella Psicologia Positiva e la continua necessità di innovazione e cambiamento ha portato allo sviluppo di nuove correnti.

Sofia Nasuf – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

 

I legami tra il buddismo e psicologia hanno radici molto profonde e antiche, Mark Epstein in una sua opera riporta un episodio in cui lo psicologo William James durante una lezione a Harvard, agli inizi del Novecento scorgendo un monaco buddista tra l’uditorio si interruppe chiedendogli di prendere il suo posto affermando “Lei è più preparato di me a insegnare psicologia. La vostra è la psicologia che tutti studieranno di qui a un quarto di secolo” (Mark Epstein, Pensieri senza un pensatore, 1996).

James ha il merito di aver intuito quella che è la dimensione psicologica dell’esperienza buddista.

Mark Epstein, in un’ottica psicoanalitica, da psicoterapeuta buddista racconta come il buddismo da agli psicoterapeuti contemporanei un essenziale insegnamento, già in passato ha infatti messo a punto tecniche volte allo sradicamento del narcisismo umano, secondo il buddismo lo scopo della vita è essere felici, al di là degli attaccamenti e quindi della visione narcisistica della vita.

 

L’incontro tra buddismo e psicologia

Dalla fine degli anni Sessana e l’inizio degli anni Settanta il pensiero orientale, alimentato dall’adesione allo Zen degli intellettuali beat degli anni Cinquanta dalla controcultura e dal misticismo degli anni Sessanta, si fa strada nella coscienza psicologica occidentale (M. Epstein 1996).

La ruota del samsara, la rappresentazione buddista della ruota della vita, è un’immagine molto conosciuta della tradizione orientale. Si tratta di un mandala che rappresenta i sei regni a cui sono soggetti gli esseri senzienti: il regno umano, il regno animale, il regno infernale, il regno dei preta (spiriti affamati), il regno degli asura (titani o dèi gelosi). Sei sono quelli principali, a loro volta suddivisi in centinaia di regni. Il sentiero che porta alla buddità inizia nel regno umano e porta fuori dalla ruota, solo gli esseri umani possono raggiungere tale illuminazione, tale consapevolezza. Molti movimenti psicoterapeutici hanno studiato e approfondito le sofferenze dei regni, Freud il regno animale e le sue pulsioni; Melanie Klein l’ansia e l’aggressività del regno d’inferno; D. W. Winnicott e Heinz Kohut  con la psicologia del sé  il regno umano del narcisismo; Carl Rogers e Abraham Maslow i regno degli dèi delle esperienze di vetta (M. Epstein 1996).

A proposito del rapporto tra buddismo e psicologia, nell’opera di Abraham Maslow e nella psicologia moderna si riscontra una grande influenza del pensiero buddista. Il buddismo promuove la meditazione come mezzo per la trasformazione della sofferenza umana, il superamento dell’infelicità nevrotica e la lotta interiore per il superamento di quello che viene definito “piccolo io” e la conquista del vero sé.

 

Il buddismo e la psicologia positiva

La pratica buddista come pratica di consapevolezza e ricerca dell’identità si ritrova in correnti più recenti come la Psicologia Positiva e la continua necessità di innovazione e cambiamento ha portato allo sviluppo di nuove correnti.

I fondatori della Psicologia Positiva sono Seligman e Csikszentmihalyi, secondo Seligman i tre fondamenti sono: lo studio delle emozioni positive, lo studio delle caratteristiche positive (virtù personali e punti di forza),  lo studio di istituzioni positive (democrazia, famiglie forti, libera inchiesta pubblica), (Seligman, 2002).

Lo studio dei punti di forza e delle virtù umane consente di comprendere ciò che rende la vita degna di essere vissuta e i processi che fanno muovere nella miglior direzione la società e le istituzioni (Gable e Haidt, 2005).

Per quanto riguarda gli individui  promuove lo sviluppo delle caratteristiche positive connesse con la capacità di provare felicità e gioia (coraggio, ottimismo, speranza, perseveranza, saggezza, perdono).

La Psicologia Positiva oltre che dedicarsi alla malattia integra il raggio d’azione, preoccupandosi di altri aspetti della vita umana, lo sviluppo delle risorse e dei talenti individuali volte al miglioramento della qualità di vita e alla felicità.

La consapevolezza e lo sviluppo dei talenti individuali volti alla costruzione della felicità sono alla base del buddismo di Nichiren Daishonin,  il filosofo buddista Daisaku Ikeda guida della Soka Gakkai  spiega che la filosofia buddista ha implicazioni molto pratiche nella vita quotidiana, consiste nel fare tesoro della vita rendendola degna il più possibile, si tratta di realizzare la propria rivoluzione umana (Daisaku  Ikeda, 2002)

Consiste nell’attivare la buddità innata e migliorando di conseguenza ogni aspetto della vita entrando in armonia con l’energia universale, “la vita assomiglia al vibrare delle note. E l’individuo a uno strumento a corde” scriveva Beethoven nel suo diario.

Se l’individuo non ha la corretta intonazione non può risuonare con ciò che lo circonda.

Applicando nel quotidiano ciò che insegna il buddismo non conta quanto sappiamo di noi stessi ma il modo in cui ci rapportiamo a ciò di cui siamo consapevoli.

 

La felicità ovvero la buddità

Il buddismo insegna a rapportarsi alla vita in maniera positiva, usando come occasione di crescita ogni evento che ci accade. Sviluppare questo atteggiamento consapevole porta ad una solida felicità, che in termini buddisti viene detta buddità.

Felicità deriva dal verbo fèo, fecondo; questo implica che la felicità non è soltanto l’emozione relativa a ciò che di bello ci accade ma bensì il risultato delle nostre azioni migliori, tramite cui produciamo, creiamo. La felicità è  l’effetto di ciò che facciamo nell’ambiente in cui viviamo, (Laudadio, Mancuso, 2015).

A partire dal Novecento, fino a pochi anni fa la psicologia raramente ha preso in considerazione il tema della felicità e si è perlopiù concentrata sulla psicopatologia, sulle emozioni, sui processi cognitivi e i fattori ambientali capaci di compromettere un buon funzionamento psicologico, in definitiva sull’infelicità. Dopo la Seconda Guerra Mondiale le scelte professionali degli psicologi si sono orientate sul trattamento dei disturbi mentali.

Le prime teorie che hanno parlato di felicità risalgono ad Aristippo e ad Aristotele; il primo parla di felicità edonica, principio secondo cui la felicità è data dal piacere, scopo della vita massimizzare il piacere e minimizzare il dolore; Aristotele nell’Etica Nicomachea, elabora il concetto felicità eudaimonica, frutto dell’attuazione piena delle potenzialità individuali: l’uomo deve esprimere le proprie virtù e realizzare la sua natura (Laudadio, Mancuso, 2015).

Maslow nel 1943 ha elaborato la Piramide dei bisogni, secondo cui l’uomo cerca di conquistare la felicità scalando la piramide, partendo dal gradino più basso dei bisogni primari, salendo verso il vertice della piramide attraverso i bisogni di sicurezza, bisogno di appartenenza, bisogno di stima e all’apice l’autorealizzazione.

Bradburn (1969) la felicità consiste in un giudizio globale che formulano le persone comprando i loro affetti positivi e quelli negativi.

La Psicologia Positiva nasce nel 1998 con Martin Seligman, Mihalyi Cskszentmihalyi e Raymond Fowler. Nasce ponendo come presupposti che la psicologia debba occuparsi delle potenzialità e delle debolezze umane; impegnarsi a sostenere tali potenzialità e riparare i danni al fine di migliorare la qualità di vita; tale sforzo deve essere volto a rendere migliore la vita dell’uomo e degna dei essere vissuta.

Scopo della Psicologia Positiva è approfondire lo studio delle emozioni positive, lo studio scientifico delle funzioni umane ottimali, la scoperta e la promozione delle potenzialità umane al fine di migliorare la vita degli individui e della società.

Inoltre lo studio dei tratti positivi e delle virtù volto all’elaborazione di una classificazione delle potenzialità, come il DSM.

Inoltre Seligman si propone lo studio delle istituzioni positive con l’obiettivo di individuare “le grandi strutture che trascendendo il singolo individuo, erano in grado di supportare il carattere positivo” (Seligman, 1995).

Principio basilare del buddismo è il concetto di Karma,  afferma infatti “se vuoi conoscere le cause create nel passato, guarda gli effetti che si manifestano nel presente. Se vuoi conoscere gli effetti che si manifesteranno nel futuro, guarda le cause che stai mettendo nel presente”. Karma è una parola sanscrita che significa azione, qualsiasi azione compiuta (causa), che si tratti di un pensiero un’azione o una parola detta, questa avrà un effetto sull’ambiente.

Di conseguenza è l’individuo, che decidendo se mettere nella propria vita cause positive è artefice della propria felicità.

Abuso di alcol e minor volume della materia grigia: uno studio sugli adolescenti

Un gruppo di ricercatori della University of Eastern Finland, ha condotto una ricerca per indagare l’effetto dell’ abuso di alcol sugli adolescenti. E’ stato scoperto che gli adolescenti che abusano di alcol risulterebbero avere, rispetto ai loro pari, una minore quantità di materia grigia, un’ importante struttura cerebrale che regolerebbe i processi mnemonici, decisionali e di autocontrollo.

 

Gli effetti dell’ abuso di alcol

Secondo Noora Heikkinen, della University of Eastern Finland, [blockquote style=”1″]é stato scoperto che l’ abuso di alcol sarebbe connesso ad isolamento sociale, problemi di salute mentale e al raggiungimento di un grado di educazione inferiore.[/blockquote]

Avere meno materia grigia potrebbe causare problemi simili, poiché questa parte del sistema nervoso contiene la maggior parte dei neuroni e gioca un ruolo importante in funzioni come la memoria, le emozioni, il decision-making e l’autocontrollo.

[blockquote style=”1″]Un mutamento all’interno delle strutture cerebrali potrebbe essere un fattore che contribuisce ai problemi sociali e mentali tra i soggetti che abusano di sostanze[/blockquote] sostiene la Hakkinen.

Per osservare l’effetto dell’ abuso di alcol sullo sviluppo cerebrale dei teenagers, i ricercatori hanno studiato 62 giovani adulti, partecipanti al “Finnish Youth Wellbeing Study”.

Tra il 2013 e il 2015, i partecipanti hanno compilato questionari e risposto a domande riguardanti quanto spesso bevessero e quanti drink consumassero.
Essi avevano inoltre completato questionari simili cinque e dieci anni prima, a partire dall’età di 13 anni.

Tra gli adolescenti, 35 soggetti rientravano nella categoria di “abusatori”. La categoria comprendeva soggetti che bevevano quattro o più volte a settimana, oppure bevevano diversi drink in ogni occasione. Gli altri 27 giovani adulti erano considerati bevitori nella norma.

Nessuno, in entrambi i gruppi, mostrava sintomi depressivi o altri disturbi mentali debilitanti. Entrambe le categorie di bevitori presentavano livelli simili di ansia, disordini di personalità e abuso di droghe. Tuttavia gli abusatori avevano una maggiore propensione al fumo di sigarette.

Le aree cerebrali compromesse dall’ abuso di alcol

Quando i soggetti erano sottoposti a scansioni cerebrali per esaminare la materia grigia ed altre strutture che avrebbero potuto essere danneggiate dall’ abuso di alcol, gli abusatori presentavano una materia grigia di volume significativamente minore in numerose aree cerebrali, comparati agli altri soggetti.

In particolare, ad essere sottosviluppate erano, in media, la corteccia cingolata anteriore bilaterale, la corteccia orbitofrontale destra e prefrontale, il giro temporale superiore destro e la corteccia insulare destra.
Poiché lo studio si è basato sull’osservazione del confronto tra esami strumentali, è stato impossibile stabilire se l’ abuso di alcol abbia effettivamente causato il sottosviluppo cerebrale. Secondo i ricercatori, infatti, i soggetti potrebbero avere uno sviluppo minore della materia grigia a causa di fattori genetici, e questa anormalità potrebbe favorire un maggiore abuso di alcol.

La sezione frontale del cervello, che aiuta le persone a pianificare e prendere decisioni, continua il suo sviluppo, fino a circa i 20 anni di età.
Durante questo periodo di sviluppo, i teenagers sarebbero in una “finestra di vulnerabilità”, in cui sarebbero più predisposti allo sviluppo di problemi legati all’ abuso di sostanze. In aggiunta, se i giovani sviluppano una tendenza a bere molto durante questo periodo sensibile, questo potrebbe causare dei danni alle strutture cerebrali comportando un inasprimento del comportamento di abuso e causando altri problemi di comportamento, come abbandono scolastico o la messa in atto di comportamenti sessuali rischiosi.

Hekkinen sostiene che fermare l’ abuso di alcol in tempo, può comportare l’incremento del volume della materia grigia. [blockquote style=”1″]Tuttavia, quando l’abuso di alcol è prolungato per un lungo periodo di tempo, alcuni cambiamenti nelle strutture cerebrali diventano irreversibili. Gli anni dell’adolescenza sono molto importanti per lo sviluppo cerebrale, e l’ alcol può interferire con questo processo.[/blockquote]

 

Coppie assassine: il caso dei coniugi Bernardo

Non sempre un serial killer si può identificare in un personaggio solitario che dà sfogo ai suoi impulsi aggressivi e mortali; infatti esistono casi di coppie assassine, la cui efferatezza non può considerarsi di certo inferiore.

Le caratteristiche delle coppie assassine

Secondo le ricerche del criminologo Ruben De Luca, incentrate sull’analisi di oltre 2200 casi di omicidi seriali nazionali e internazionali, quelli commessi in coppia ammonterebbero a poco più del 9% (in Italia il valore scende al 5%) (citato in Massaro, 2010).

Circa una vittima su dieci ha quindi incontrato delle coppie assassine, intendendo quella formata da due individui (non necessariamente assassini, se presi singolarmente), che insieme pianificano la cattura di una preda per torturarla e ucciderla.

Nel sottogruppo delle coppie uomo-donna tipicamente la parte femminile mostra una personalità sottomessa e dipendente, e viene soggiogata sessualmente da un compagno sadico sessuale e manipolatore, che pian piano la trasforma in spietata assassina (Massaro, 2010).
In “Team Killers. A comparative study of collaborative criminals”, Jennifer Furio riassume le caratteristiche peculiari della coppie assassine composte da un uomo e una donna, cui attribuisce caratteristiche ben precise (citato in Massaro, 2010).

1. Nella maggioranza dei casi delle coppie assassine uomo e donna sono partner sessuali e la natura dei loro delitti è prevalentemente di tipo sessuale;
2. Di solito la donna è più giovane dell’uomo (è più giovane della donna serial killer che agisce da sola);
3. In genere, la donna è vulnerabile dal punto di vista emotivo;
4. La donna funge da esca per attirare le vittime;
5. L’uomo controlla le azioni della sua partner, come se questa fosse una sorta di bambola da manovrare;
6. La donna accetta il coinvolgimento nei delitti perché teme di sentirsi esclusa dalle fantasie sessuali del partner e, per non perderlo, cerca di assecondare le sue perversioni;
7. Con l’avanzare degli omicidi, la donna cova sempre più risentimento nei confronti dell’uomo: sovente decide di confessare e di patteggiare la pena collaborando con gli inquirenti.

Secondo Roy Hazelwood e collaboratori (2008) la tattica collaudata del sadico consiste nel degradare la vittima da “brava ragazza” a “puttana”, alternando rinforzi positivi (attraverso complimenti per quanto è stata brava) a rinforzi negativi (rifiuti causati dall’insoddisfazione), con lo scopo di isolarla socialmente e sottoporla a punizioni fisiche e psicologiche, tra cui partecipare agli omicidi.

Coppie assassine: il caso dei coniugi Bernardo

Un caso esemplificativo tra le coppie assassine che destò scandalo mediatico, in particolare per i risvolti giudiziari, e che, almeno all’apparenza, contiene molti degli elementi del profilo classico manipolatore-sottomessa, è il caso dei coniugi Bernardo.

Seguendo l’evoluzione della loro storia personale e le modalità del loro incontro, si nota immediatamente l’elevata presenza della componente sessuale quale collante del rapporto e il rapporto di dominanza dell’uomo sulla donna. Un rapporto asimmetrico dichiarato a gran voce, nel processo, quale giustificatorio rispetto alla sequela di atti omicidiari, rientrando nella comune logica del binomio manipolatore-vittima, sebbene non in maniera scontata.

Denominata la coppia “Barbie e Ken”, la coppia Bernaldo-Homolka si incontra quando Karla aveva appena 17 anni e quasi subito il rapporto si caratterizza per una chiara impronta sessuale: infatti normalmente la donna fingeva di essere la vittima di uno stupratore, mentre Paul l’ammanettava e violentava.

Un rapporto violento, così come violenta e insoddisfacente era la vita di entrambi: per esempio, il padre di Karla era dedito all’alcol e i tradimenti alla moglie erano di dominio pubblico, al punto che la ragazza sognava di incontrare il principe azzurro che la portasse via da quella vita.
Un incontro “perfetto” che dava l’opportunità a entrambi di seguire un progetto preciso.
Paul quello di seguire le proprie perversioni sessuali e il suo dominio di potere (considerava le donne solo oggetti sessuali da sottomettere, dominare e manipolare), incoraggiato dall’atteggiamento compiacente e adulatorio della ragazza; per Karla veder concretizzarsi il sogno di una famiglia “perfetta”.

In fatto di obbedienza Paul Bernardo aveva le idee chiare: la sua più grande fantasia sessuale era avere una fattoria piena di vergini pronte a tutto per soddisfarlo. E di obbedienza cieca era composta la vita di Karla: Paul la “istruiva” a scrivere e incollare dietro la porta di camera sua frasi del tipo “ricordati che sei una stupida”, la sua vita girava intorno a lui, la sua obbedienza era totale al punto da condurla all’isolamento sociale, fino ad abbandono degli studi.

Sempre più isolata socialmente e spinta dall’unico desiderio di una famiglia felice, Karla diveniva in tal modo la meccanica esecutrice dei desideri perversi del suo amato. Per lui avrebbe sopportato di tutto, anche il desiderio del suo Ken di prendere la verginità della sorellina quattordicenne, Tammy. Un atto giustificato da un’insoddisfazione sessuale causata anche dalla sua scarsa bravura perché “se fosse stata brava non ne avrebbe sentito il bisogno” (Stunell, 2008).

Il primo omicidio si consumò in modo accidentale: nelle intenzioni dei coniugi l’unico fine era di imbottire Tammy di sedativi per poi permettere a Paul di abusarne, mentre una dose eccessiva di farmaco guastò il loro piano, benchè la morte della ragazzina sarebbe stata archiviata come morte accidentale. Un incidente che, invece che fermare Bernardo, lo incitò a chiedere sempre di più, anche sotto la minaccia di denunciare Karla per la morte della sorellina. A causa della sua negligenza, aveva perso il suo “giocattolo sessuale”: ecco che Karla veniva obbligata a trovare una sostituta, anche spinta dalla promessa di un matrimonio imminente. Un matrimonio che effettivamente avvenne, perché “una moglie non può testimoniare contro suo marito” (Stunell, 2008), ma condito da violenze fisiche e psicologiche, come costringere la neosposa a dormire sul pavimento.

I coniugi Bernardo passeranno alla storia per tre omicidi, al termine di efferate violenze (come nel caso della terza vittima, Kristen, costretta alle peggiori umiliazioni, filmate con dovizia di particolari).
Omicidi ben occultati e che forse non sarebbero mai venuti a galla, se non per una serie di fortunate coincidenze.

Paul Bernardo non era infatti solo l’autore di quei tre macabri crimini, e il suo nome balzò alla cronaca per una serie di stupri (e dopo vari anni di indagini e astuti depistamenti) che lo condannarono alle sbarre come lo stupratore di Scarborough. Un’accusa a cui si affiancò solo secondariamente la stessa denuncia di Karla, spinta da alcuni parenti, ad accusare l’uomo per violenza fisica e l’omicidio delle tre ragazzine, spingendo così gli inquirenti a indagare. Paul Bernardo viene arrestato il 17 Febbraio 1993 con l’accusa di aver ucciso Leslie e Kristen e per altre 53 aggressioni a partire dal 1983.

La giustizia sul caso di “Barbie e Ken” si è conclusa con l’individuazione dell’unico colpevole in Paul Bernardo, condannato all’ergastolo nel carcere di massima sicurezza di Kingston, mentre Karla Homolka ha scontato dodici anni da “complice suo malgrado” ed è oggi in libertà.

Una storia che se sembra risolta, ricalcando la classica coppia uomo-sadico e donna-sottomessa, proprio a questo punto vacilla, mostrando tutte le sue crepe.

Se l’accordo con l’accusa trasformava Karla nella testimone numero uno contro l’ex-marito, in quanto “vittima della coercizione di Paul Bernardo” (di cui assecondava le fantasie per timore di perderlo), concedendole perciò una pena attenuata, molti aspetti della vicenda restavano quantomeno dubbi, fornendo visioni del tutto difformi dall’immagine di innocente e povera vittima.
Alcuni dati infatti contrastavano con l’immagine della donna sottomessa, come le videocassette dei crimini compiuti dalla coppia con una Karla che partecipava volontariamente e con convinzione (da segnalare che il procuratore aveva accettato di stipulare l’accordo senza aver prima visionato le videocassette).

Uno stravolgimento di prospettiva alla frequente combinazione sadico-sottomessa viene fornito dall’analisi della Stunell (2008) dove la natura aggressiva della donna è considerata realtà a sè stante, dove anche la donna è capace di pura crudeltà, smontando un pregiudizio sociale che la vorrebbe fragile e sottomessa, in definitiva innocua. In questo nuovo scenario sarebbe stata Karla a controllare il marito (e non viceversa), fornendogli le vergini da cui era dipendente. Che Karla avesse avuto una parte attiva nei delitti, per la Stunell, appare fatto evidente e inappellabile: prima dell’incontro con Karla, l’uomo aveva infatti sempre liberato le donne che aveva violentato, così come aveva bendato Kristen per poi consentirle di scappare. Nel caso di Tammy, Paul aveva cercato disperatamente di rianimarla, mentre era stata Karla a somministrarle la dose letale di sedativo.
Dimostrando quanto la violenza non conosca differenze di genere e quanto sia pericoloso aderire a norme sociali che attribuiscono al maschio, in quanto tale, il monopolio dell’aggressività e della brutalità.

Insegnare l’ipnosi ai bambini? Nuovi strumenti per i genitori

L’ ipnosi è una disciplina attraverso la quale è possibile accedere a risorse che normalmente rimangono inconsce ed inespresse. Imparare a governare il proprio stato di coscienza si è dimostrato utile in numerosi campi compresi quello medico, sportivo, psicologico e professionale.

Nicoletta Gava 

In quali casi può essere utile l’ ipnosi con i bambini

La maggior parte degli studi in materia si è concentrata su soggetti adulti, ma se l’ipnosi può essere così utile perché non insegnarla anche ai bambini? Ecco 4 ragioni per farlo.

1. Disturbi da somatizzazione
Quando i bambini attraversano periodi di stress emotivo possono manifestare il loro disagio attraverso il corpo piuttosto che con le parole. L’ipnosi si è dimostrata molto utile nel trattamento di questi quadri psicosomatici. Una review del 2013 (Adinolfi & Gava, 2013) ha passato in rassegna gli studi sul tema che hanno coinvolto campioni pediatrici.
Ad esempio gli autori citano uno studio (Anbar & Slothower, 2006) che si è concentrato sulle cosiddette lamentele somatiche infantili, ovvero mal di pancia, mal di testa, dispnea che sembrano non avere cause mediche definite. In tale studio, i bambini trattati con l’ipnosi hanno avuto una risoluzione dei sintomi nell’87% dei casi.
Viene citato inoltre un contributo (Vlieger et al., 2012) che riguarda la sindrome dell’intestino irritabile, una condizione considerata a base psicosomatica. Bambini trattati attraverso metodiche ipnotiche ed addestrati all’autoipnosi mostrano un quadro clinico migliore rispetto ad un campione di controllo e due terzi di essi, a 5 anni dall’intervento, si sono mantenuti asintomatici.
Gli autori concludono riportando dati tratti da studi su caso singolo che supportano l’efficacia di questa metodica anche per il trattamento di quadri dermatologici come dermatite atopica ed eczema cronico. Pur non essendo conclusivi, questi dati incoraggiano l’esplorazione più strutturata della metodica.

2. Se non riposa bene
Circa il 25% dei bambini soffre a causa di una qualche difficoltà legata al sonno (Vriend & Corkum, 2011). Questa può essere causata da vari fattori (es., emotivi, fisici, familiari) e la sonnolenza che ne deriva può interferire con la loro vita quotidiana, nello studio e nei rapporti coi pari e coi familiari. L’ipnosi ha ricevuto conferme di efficacia dalla letteratura. Un esempio è rappresentato da uno studio (Anbar & Slothower, 2006) nel quale i ricercatori hanno esaminato i dati clinici di 84 bambini che erano stati trattati per disturbi del sonno che non avessero cause mediche identificabili. Il risultato delle analisi ha mostrato che oltre il 68% del campione studiato è andato incontro a remissione dopo un massimo di 2 sedute di ipnosi.

3. Dal dentista
Alcune stime dicono che circa una persona su 5 soffre della cosiddetta ansia dentale, ovvero la paura di sottoporsi a cure odontoiatriche (Boari, Breccia & Lajolo, 2007). Nei bambini (ed in circa un adulto su 10) questa può diventare talmente intensa da rendere impossibile rimanere seduti sulla poltrona. L’ipnosi può essere uno strumento utile per la gestione di questo tipo specifico di ansia come dimostrato da uno studio che ha visto ridursi i livelli di dolore e di ansia provati dai bambini che dovevano sottoporsi a questo tipo di trattamenti (Huet et al., 2011). Più specificamente, gli autori hanno reclutato 30 bambini di età compresa tra i 5 ed i 12 anni e li hanno assegnati casualmente a due gruppi. In uno dei due avrebbero partecipato ad una seduta ipnotica mirata a ridurre la percezione di dolore ed ad abbassare i livelli di ansia. I risultati hanno mostrato che una porzione maggiore, statisticamente significativa, di bambini nel gruppo di ipnosi ha riportato di non aver provato dolore o di averne provato solo in misura minima. I due gruppi differivano inoltre in termini di media di intensità di dolore ed ansia percepiti, più bassa nel gruppo sperimentale.

4. Gestione del dolore.
Sono molti gli esempi della letteratura medica che ci dicono che attraverso l’ipnosi è possible gestire vari livelli di dolore, a volte riducendo la quantità di farmaci antidolorifici necessari, a volte permettendo la loro sospensione. Per quanto riguarda i bambini, una analisi degli studi recenti in materia (Kuttner, 2012) ha mostrato che bambini supportati con l’ipnosi che dovevano sottoporsi ad interventi chirurgici provavano meno dolore ed ansia rispetto ai soggetti di controllo. I bambini dei campioni descritti hanno beneficiato di una riduzione dei livelli di ansia e di dolore percepito, prima, durante e dopo le operazioni. Un altro effetto interessante riguardava la durata dei ricoveri, più breve per i soggetti preparati con l’ipnosi. Risultati analoghi sono stati ottenuti in studi in cui sono stati reclutati bambini affetti da dolore cronico. Più specificamente gli autori citano uno studio (Kohen & Zajac, 2007) condotto con 144 soggetti tra bambini ed adolescenti affetti da emicranie ricorrenti. In seguito ad un training in autoipnosi, i partecipanti non soltanto hanno visto abbassarsi la frequenza e l’intensità dei mal di testa, ma hanno anche riportato una maggiore fiducia in se stessi nell’affrontare certe situazioni stressanti. Questi effetti portano inoltre ad un miglioramento del loro umore generale. Dati come questi hanno portato la American Pain Society a raccomandare l’ipnosi come strumento per il trattamento del dolore (American Pain Society, 2001).

Il ruolo della terapia cognitivo-comportamentale nel trattamento dell’ acufene

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) si è rivelata efficace in coloro che soffrono di acufene, in quanto agirebbe sulla percezione e assuefazione piuttosto che sull’ acufene in sé.

Sara Palmieri – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

L’ acufene, o tinnito, è una condizione di salute cronica definita come una percezione uditiva di suoni nell’orecchio e/o nella testa in assenza di uno stimolo esterno (Andersson, Baguley, McKenna & McFerran, 2012). Queste sensazioni uditive sono spesso descritte come fischi, sibili o ronzii.

Studi epidemiologici indicano come la prevalenza dell’ acufene negli adulti sia circa del 10 % -15 % (Axelsson & Ringdahl, 1989; Davis & El Refaie, 2000).

L’ acufene (altrimenti noto come tinnito), è più comune negli adulti e negli anziani piuttosto che nei bambini (Davies & El Rafie, 2000); in merito al genere non sono state osservate particolari differenze sebbene alcuni studi mostrino come le donne riportino suoni più complessi (Dineen, Doyle, & Bench, 1997; Meikle & Greist, 1989).

Da un punto di vista eziologico, la principale origine dell’ acufene sarebbe di tipo cocleare, in particolare lesioni delle cellule ciliate dell’orecchio interno dopo un trauma acustico (Londero et al., 2006).

È ben stabilito che una parte sostanziale di individui con acufene riferiscono disagio significativo come conseguenza del loro tinnito (Tyler & Baker, 1983).

Per circa il 3-5 % della popolazione adulta generale l’ acufene è percepito come estremamente fastidioso influendo sul sonno, l’umore, la concentrazione e le emozioni a tal punto che in alcuni soggetti diventa difficile svolgere le attività quotidiane (Davis & El Refaie, 2000).

La comorbidità dell’ acufene con ansia e depressione non è ben studiata in campioni rappresentativi, ma studi su campioni clinici suggeriscono che i pazienti con acufene avrebbero livelli più elevati di depressione e ansia rispetto alla popolazione sana (Andersson, 2002). Tali stati, per di più, aggraverebbero il disagio causato dall’ acufene (Londero et al., 2006).

 

Il trattamento dell’ acufene

L’ acufene, sebbene sia una condizione tipicamente temporanea, in alcuni casi può evolvere in una condizione cronica e difficile da trattare.

Diversi protocolli di trattamento per la gestione dell’ acufene sono stati proposti, come ad esempio l’uso di suoni di mascheramento, farmaci, apparecchi acustici e l’agopuntura (Andersson, Strömgren, Ström, & Lyttkens, 2002). Ciò nonostante, tali trattamenti non rappresenterebbero né una cura per il disturbo né per i disagi associati ad esso.

Tuttavia, vi sarebbero evidenze che suggeriscono come l’associazione del trattamento medico a quello psicologico rappresenterebbe una strada adeguata per poter diminuire i disagi causati dall’ acufene.

 

La psicoterapia cognitivo comportamentale in casi di acufene

In particolare, la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) si è rivelata efficace in coloro che soffrono di acufene, in quanto agirebbe sulla percezione e assuefazione piuttosto che sull’ acufene in sé. Il trattamento CBT è solitamente caratterizzato da 6-10 sedute a cadenza settimanale, ma vengono considerate anche le esigenze di ogni singolo paziente (Andersson, 2002).

Un tipico intervento CBT per l’ acufene inizia con informazioni relative ad esso e un adeguato esame medico di potenziali cause e fattori di moderazione. Successivamente, si passa ad un’analisi funzionale per individuare possibili elementi, di natura medica e psicologica, che possono influire sui fastidi associati al tinnito.

Lo step successivo riguarda indicazioni riguardo la perdita dell’udito e il trattamento di questa per quanto possibile. Nello specifico, si invita il paziente all’uso di apparecchi acustici e gli si forniscono consigli comportamentali sotto forma di ”tattiche di udito”. Tali strategie non sono rivolte solo al paziente ma anche alle persone a lui vicine.

Sempre in questa fase vengono proposte al paziente strategie di arricchimento del suono ambientale per facilitare l’assuefazione all’ acufene. Tra queste strategie è possibile includere CD con musiche e suoni, ma soprattutto analisi delle fluttuazioni nel tinnito e i rischi associati al tentativo di mascherarlo (ossia coprirlo).

Lo step seguente, è caratterizzato dall’insegnare al paziente a rilassarsi rapidamente e ad utilizzare l’auto-controllo sul corpo e sulle sensazioni mentali. Lo scopo non è quello di ridurre l’ acufene, bensì di controllare gli effetti di esso ottenendo uno stato di equilibrio psico-fisico. In associazione al training di rilassamento, vengono introdotte tecniche di immaginazione (ad esempio, immaginare una spiaggia).

Successivamente si ricorre alla ristrutturazione cognitiva di pensieri e credenze associati all’ acufene. Il paziente viene aiutato ad identificare il contenuto dei suoi pensieri e impara modalità per contrastare o controllare quei pensieri di solito descritti come poco utili o errati. Possono essere incluse anche tecniche di deviazione dell’attenzione o tecniche di immaginazione.

Nel contesto delle mutevoli convinzioni e pensieri, è importante lavorare verso l’accettazione dell’ acufene e promuovere l’idea che esso non merita tutta l’attenzione che riceve in quel momento da parte del paziente. Durante le fasi successive del trattamento può essere utile lavorare per reinterpretare l’ acufene come qualcosa di più piacevole.

 

La gestione degli stati emotivi e della concentrazione

Uno step complementare ai precedenti riguarda la gestione degli stati emotivi. La paura e l’evitamento, spesso sperimentati da persone che presentato tinniti, possono portare ad una visione negativa degli acufeni come anche a forti reazioni emotive che in alcuni casi possono evolvere in veri e propri attacchi di panico. Oltre a consigli sull’arricchimento del suono, può essere importante affrontare le reazioni avverse al silenzio (quando questo rappresenta un problema). Inoltre, alcuni pazienti sviluppano paura verso i suoni quotidiani (iperacusia) e, in questi casi, è importante esporre gradualmente tali pazienti a suoni ambientali.

Un’altra componente del trattamento è mirata ai problemi di concentrazione, i quali sono spesso una fonte di grande angoscia per il malato di acufene.

Dato l’influenza che gli acufeni possono esercitare sul sonno, una parte integrate del trattamento include le regole di igiene del sonno, il rilassamento, la ristrutturazione cognitiva e regole sulla gestione del worry. Questi metodi possono essere personalizzati in base alle specifiche esigenze del paziente con acufene.

 

La prevenzione della ricaduta

Infine, l’ultima parte dell’intervento è dedicata alla prevenzione della ricaduta (in termini di effetti intrusivi dei tinniti e recidive). Insieme al paziente vengono discussi i fattori di rischio per lo sviluppo di un acufene più grave e la possibile perdita dell’udito; inoltre viene elaborato un piano su cosa fare in caso di peggioramento dell’ acufene, che può includere il riutilizzo di tecniche di rilassamento o delle strategie di arricchimento sonoro.

Dalla letteratura emerge come la CBT potrebbe essere proficuamente applicata nel trattamento dell’ acufene e, in particolare, per il disagio che esso provoca.

Le tecniche di rilassamento possono essere utilizzate per ridurre l’arousal e la ristrutturazione cognitiva per superare credenze disadattive e paure legate al tinnito. Inoltre, la graduale esposizione a situazioni temute (ad esempio, il silenzio o confrontare suoni) potrebbe contribuire a promuovere l’assuefazione all’ acufene.

Nel complesso, l’applicazione della CBT per l’ acufene segue metodi standard sviluppati per altri problemi come l’ansia e il dolore (Hawton, Salkovskis, Kirk, & Clark, 1989; Philips & Rachman, 1996). Sono quindi previsti compiti a casa tra le sessioni di terapia e una spiegazione del razionale è presentata per ogni componente del trattamento. Inoltre, la relazione terapeutica tra terapeuta e paziente è collaborativa, nel senso che ogni sessione e il trattamento nel suo complesso viene negoziato. La motivazione a cambiare le abitudini e il comportamento è fondamentale ed è chiaro al paziente che, per avere effetto il trattamento, è necessaria una partecipazione attiva da parte sua.

 

L’efficacia della CBT in casi di acufene

In merito ai trattamenti per la gestione dell’ acufene, sono stati condotti alcuni studi sull’efficacia del trattamento psicologico in generale e della CBT.

Andersson e Lyttkens (1999), hanno prodotto una meta-analisi sul trattamento psicologico del tinnito, includendo studi su CBT, rilassamento, ipnosi, biofeedback, sessioni educative e di problem solving.

I risultati hanno mostrato effetti da forti a moderati sul fastidio legato all’ acufene, in studi controllati, in disegni pre-post e al follow-up. I risultati sulla sonorità del tinnito sono stati invece più deboli, scomparendo nel follow-up. La stessa meta-analisi (Andersson & Lyttkens, 1999), ha messo in luce come il trattamento cognitivo-comportamentale sia più efficace di altri trattamenti psicologici sul fastidio legato all’ acufene e sulla sua tolleranza, mantenendo un effetto per circa un anno dopo la conclusione del trattamento; vi sarebbe invece una minore efficacia nel lungo termine sul volume percepito del tinnito.

Andersson e Lyttkens (1999), inoltre, sottolineano come vi siano dimensioni dell’effetto più basse per le misure dell’affettività negativa, dell’ansia e per i problemi di sonno.

In sintesi, la CBT sembrerebbe efficace nel trattamento della sofferenza legata all’ acufene, ma i meccanismi attraverso i quali funziona il trattamento rimangono poco chiari. Una varietà di differenti tecniche e procedure sono incluse nel trattamento CBT per l’acufene (Andersson, 2002); proprio tale caratteristica rende difficile verificare quale o quali tecniche siano più efficaci, e quindi da includere o omettere nel trattamento. Al momento non sono stati ancora condotti sufficienti studi che valutano gli effetti dei singoli componenti del trattamento, ma i dati disponibili mostrano come le tecniche di rilassamento da sole non siano efficaci. Inoltre, poco si sa della possibile relazione tra il numero di ore di trattamento e gli outcome.

Alla luce di quanto detto, sono necessarie ulteriori ricerche che si concentrino sui processi o meccanismi di trattamento efficaci per l’ acufene al fine di delineare approcci terapeutici proficui. Inoltre, aspetti che dovrebbero essere ulteriormente indagati in studi futuri riguarderebbero le difficoltà psicosociali, la comorbidità psichiatrica e i livelli subclinici di ansia e depressione, che spesso i pazienti con acufene presentano.

In conclusione, è chiaro che la CBT abbia un ruolo nella gestione del tinnito, e il ricorso a team multidisciplinari che coinvolgano psicologi ad orientamento cognitivo-comportamentale potrebbe rappresentare una strada proficua da percorrere.

Natura vs Contro natura

Come rispondere alla provocazione: “Sì, va bene… ma è contro natura. Voi non potete fare figli senza ricorrere a metodi alternativi”.

Giorgia

 

Cara Giorgia,

quanto per lei il “non poter fare figli senza ricorrere a metodi alternativi” è connesso al concetto di “natura”? Cos’è per lei naturale?

Tutti noi ci costruiamo una verità personale, così come anche ogni filosofo che si è approcciato al tema della natura ne ha dato una sua interpretazione a seconda del tempo, del luogo e del suo pensiero.

Se l’aspettativa che risiede dietro alla sua voglia di dare una bella risposta a queste persone è anche quella di far loro cambiare idea o smuovere in loro qualcosa, forse il suo tentativo l’avvicinerà solo ad un gran bruciore di stomaco. In ogni caso, la miglior risposta che potrà dare sarà la sua risposta personale, con la sua verità e la sua idea di ciò che è naturale o meno.

E se questa provocazione le fa provare rabbia e/o tristezza, tenga a mente che essa racchiude forse la loro visione. Se invece il suo concetto di natura è tutt’altro, non lasci che la prospettiva altrui la metta in dubbio personalmente.

Greta Riboli

 


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

Paura di morire? Basta aumentare la propria creatività

I risultati di un recente studio suggeriscono che coloro che perseguono la creatività e producono contributi creativi significativi potrebbero beneficiare di una sorta di sicurezza esistenziale, che li allontana dalla paura della morte.

 

Creatività e immortalità (simbolica)

La relazione tra creatività e immortalità simbolica era stata da tempo riconosciuta da accademici e ricercatori.

Le persone creative, come il neo-annunciato premio Nobel per la Letteratura Bob Dylan, sono state spesso considerate come persone profondamente motivate  dal desiderio di lasciare un patrimonio culturale duraturo. Ed effettivamente è così: attraverso il loro lavoro di creatività, personaggi come Leonard Cohen e David Bowie continuano a vivere nella nostra cultura, anche dopo averci lasciato. Al contrario, la distruzione di antichi monumenti e manufatti, come è avvenuto in Iraq nel 2015 da parte dello Stato islamico, potrebbe essere interpretato come un atto simbolico volto impattare negativamente sulla società attraverso la distruzione di un patrimonio culturale.

 

Creatività e paura della morte: lo studio di R. Perach

La nuova ricerca condotta da Rotem Perach, dottorando presso la Scuola di Psicologia, supervisionato dal Dr. Arnaud Wisman dell’Università di  Kent (Regno Unito), ha dimostrato che le persone con alti livelli di creatività sono più resistenti alle preoccupazioni che derivano dai pensieri esistenziali, come ad esempio il pensiero della morte. Si pensa che questo sia il primo studio empirico a valutare la funzione della creatività come fattore protettivo dall’ansia tra persone per le quali la creatività costituisce un elemento centrale della propria cultura.

La ricerca ha analizzato i risultati di un gruppo di 108 studenti. Gli studenti hanno completato due questionari per valutare il livello di realizzazione creativa e il livello di ambizione creativa, dopodiché i ricercatori hanno valutato i pensieri elaborati da tutti i partecipanti dopo che era stato chiesto loro esplicitamente di pensare alla propria morte.

Gli studenti con un punteggio molto alto di realizzazione creativa, unito ad alti livelli di ambizione creativa, facevano meno pensieri collegati alla morte, rispetto ai soggetti nella condizione di controllo.

In confronto, tra gli studenti con bassi livelli di ambizione creativa – qualunque fosse il punteggio di realizzazione creativa – pensare alla propria mortalità e alla propria morte non influenzava in alcun modo i livelli di accessibilità al pensiero di morte rispetto ai controlli.

I risultati suggeriscono che coloro che perseguono la creatività e producono contributi creativi significativi potrebbero beneficiare di una sorta di sicurezza esistenziale, ovvero la sensazione che la sopravvivenza è una cosa certa, di fronte al pensiero della morte. La realizzazione creativa potrebbe essere quella via che conduce ad un’immortalità simbolica, consentendo alle persone di “continuare a vivere” anche dopo essere morte.

 

Le parole per dirlo: esprimere il dolore con le parole e non con l’agito – Ciottoli di Psicopatologia Generale

Tutta la psicoterapia potrebbe essere sintetizzata nell’invito “parliamone” che significa sostituire agli agiti dei sistemi primitivi, le loro rappresentazioni corticali manipolando quest’ultime auspicandosi che poi esse retroagiscano su quegli stessi sistemi.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – Le parole per dirlo: esprimere il dolore con con le parole e non con l’agito (Nr. 16)

L’alto tasso di suicidio a Tahiti

Leggendo l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio sono rimasto colpito da un capitoletto in cui riporta uno studio degli anni ’50 di Robert I. Levy che voleva capire perché a Tahiti ci fosse un’ incidenza di suicidi enormemente superiore a quella mondiale ed anche a quella di paesi con analoghe situazioni economiche e climatiche. Insomma la domanda lecita era “ ma perché questi si ammazzano come Lemmi pur vivendo in un posto niente male?”

Levy si accorse che nella lingua tahitiana non esistevano parole per indicare il dolore morale o psichico, mentre ce ne erano molte e con diverse sfumature per il dolore fisico. Certamente è improprio stabilire una relazione causale tra i due fatti ma certo il sospetto che ciò che non è esprimibile a parole finisca per essere agito è legittimo.

 

Psicoterapia: un’occasione per esprimere il dolore con le parole

Riporto questo fatto perché mi sembra restituisca dignità ad un lavoro spesso considerato banale, di scarso valore, delegabile ad un testo scritto o addirittura dato per scontato che va sotto il nome di “psicoeducazione emotiva”. Proseguendo su questa linea mi viene da pensare che tutta la psicoterapia potrebbe essere sintetizzata nell’invito “parliamone” che significa sostituire agli agiti dei sistemi primitivi, le loro rappresentazioni corticali manipolando quest’ultime auspicandosi che poi esse retroagiscano su quegli stessi sistemi.

Contemporaneamente fa parte della tradizione comportamentale-cognitivista, ora prepotentemente rinforzata con le strategie della terza ondata ( per usare questo odioso linguaggio da bollettino dei naviganti) la consapevolezza che possenti cambiamenti nelle rappresentazioni corticali si generino proprio a partire dagli agiti, ed anzi talvolta questa è l’unica via percorribile.

Insomma quando facciamo l’assessment e la restituzione invitando il paziente ad essere insieme a noi psicologo di se stesso e gli diamo le parole per completare quell’operazione di mentalizzazione iniziata con le figure di attaccamento, non stiamo semplicemente preparandoci all’intervento terapeutico importante vero e proprio, non gli stiamo rubando tempo e soldi, ma stiamo salvando la vita ad un sacco di tahitiani. Per i lemmi invece non c’è riparo ci vogliono l’EMDR o gli SSRI.

 

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Atleti uomini e donne a confronto: gli uomini falliscono di più sotto pressione

E’ stato rilevato che tutti gli atleti hanno in media la tendenza a fallire sotto la pressione della gara, ma nonostante le donne mostrino in media un calo di performance nelle fasi cruciali, esso rimane inferiore a quello degli uomini del 50%.

 

Gli esiti delle prestazioni sportive “sotto pressione”

Le prestazioni sportive rappresentano delle vere e proprie “sfide” in cui i soggetti mettono in atto una serie di risorse volte al raggiungimento di alcuni obiettivi legati al compito che siano essi personali o riguardanti l’esito del match. Più il livello sportivo è alto, più gli obiettivi si arricchiscono e sale la “pressione” per una buona prestazione e per una vittoria.

I ricercatori della “Ben-Gurion University of Negev” (BGU), hanno condotto uno studio allo scopo di verificare in che modo atleti uomini o donne reagiscano di fronte a questa pressione e usare i risultati per capire il funzionamento del mercato del lavoro maschile e femminile.

In altri termini, si è cercato di capire se in alcuni lavori, come quelli consistenti in una prestazione sportiva, gli uomini guadagnassero di più delle donne a causa della capacità superiore di riuscire a portare a termine le proprie mansioni sotto pressione.
In particolare, sono state analizzate le prestazioni di giocatori di tennis, uomini e donne, che partecipavano ai tornei del Grande Slam.

 

Lo studio

Lo studio ha esaminato le competizioni riguardanti questi atleti di alto livello considerando il match come “un unico scenario in cui due professionisti competono in un contesto di vita reale che prevede un compenso monetario molto alto”.
I ricercatori hanno analizzato i dati dei primi set di tutti e quattro i tornei del Grande Slam del 2010, comparandoli con i dati di 4.127 partite femminili e 4.153 partite maschili di minore importanza rispetto ai 4 tornei del Grande Slam.

E’ stato rilevato che tutti gli atleti hanno in media la tendenza a fallire sotto la pressione di una partita più importante delle altre, ma nonostante le donne mostrino in media un calo di performance nelle fasi cruciali, esso rimane inferiore a quello degli uomini del 50%.
[blockquote style=”1″]I nostri risultati non supportano l’ipotesi che gli uomini guadagnino più delle donne in lavori ad alto livello di stress e pressione per il fatto di rispondere meglio delle donne alla pressione lavorativa [/blockquote]sostiene il Dr. Danny Cohen Zada del Dipartimento di Economia della BGU.

 

Discussione e conclusioni

I ricercatori sostengono che bisognerebbe prestare attenzione a generalizzare i risultati direttamente al mercato del lavoro, per diverse motivazioni: in primo luogo è stato analizzato il modo in cui le tenniste rispondono alla pressione in un contesto omogeneo riguardo al genere, mentre nel mercato del lavoro alle donne è richiesto di rispondere alla pressione della competizione in setting differenti, in cui, ad esempio, esse sarebbero chiamate a competere con uomini; in secondo luogo il campione di tennisti non è rappresentativo del modo in cui i soggetti rispondono generalmente alle pressioni lavorative, poiché esso potrebbe essere caratterizzato da persone aventi differenti caratteristiche rispetto alla popolazione generale.

Tuttavia, l’aver evidenziato che le donne possano rispondere meglio degli uomini alle pressioni di una gara, potrebbe fungere da spunto per ulteriori investigazioni in altri contesti di vita.

In accordo con i ricercatori, lo stress influenzato da un iniziale aumento di livelli di cortisolo, potrebbe essere uno dei possibili colpevoli del calo della prestazione sportiva, come sottolineato da altri studi che hanno dimostrato che livelli elevati di cortisolo correlano con secondi servizi deboli nel tennis e performance peggiori nel golf.

[blockquote style=”1″]Le ricerche indicano che in risposta alle sfide per il risultato, aumentano i livelli di cortisolo e questo avviene più rapidamente negli uomini che nelle donne; gli alti livelli di cortisolo possono inficiare le abilità mentali rilevanti al momento [/blockquote]afferma il co-autore Offer Moshe Shapir (Centre for Business Education and Research alla NYU di Shanghai).

Disclosure: il racconto del trauma nell’abuso sessuale infantile

Dal momento che l’ abuso sessuale infantile è un fenomeno largamente nascosto, la sua identificazione risulta molto complicata. È, dunque, importante che bambini e adolescenti riescano a raccontare a qualcuno l’abuso subìto, attraverso un processo di disclosure.

Elena Parise – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

l bambino ha paura di parlare e, quando lo fa, l’adulto ha paura di ascoltare.

(Gabel, 1992)

 

Negli ultimi anni, la letteratura ha mostrato un sempre maggiore interesse nello studiare il fenomeno dell’ abuso sessuale infantile e della violenza all’infanzia. Oggi, infatti, si sente parlare di infanzia violata molto più di frequente rispetto a quanto avvenisse anni fa.

Nella maggior parte dei casi, le giovani vittime sono le uniche in grado di denunciare il loro abusante e gli abusi subìti: infatti l’abuso sessuale infantile è uno dei reati maggiormente tenuti nascosti. È in questa cornice contestuale, quindi, che si va a inserire l’importanza della disclosure, la quale rappresenta l’aspetto critico e cruciale del processo di denuncia. Rappresenta il primo passo per provare a contrastare e a interrompere il ciclo di abusi, rendendo noti i fatti ad persone, oltre a perpetratore e vittima (Alaggia, 2004; Jensen et al., 2005; Allnock, 2010; D’Ambrosio, 2010).

Proprio a causa del fatto che, nel corso degli ultimi anni, il fenomeno dell’ abuso sessuale infantile è stato ampliamente trattato, approfondito e studiato, le sue definizioni sono molteplici. In particolare, però, L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nel 1999, lo definisce:

Il coinvolgimento di un minore in atti sessuali, con o senza contatto fisico, a cui non può liberamente consentire in ragione dell’età e della preminenza dell’abusante, lo sfruttamento sessuale di un bambino o adolescente, la prostituzione infantile e la pedopornografia.

Più in generale, l’abuso è una violazione dei diritti del minore, che viene a verificarsi quando il comportamento inadeguato di un adulto, volontario o involontario, impedisce e, anzi, interrompe la crescita armonica del bambino, non tenendo in alcun conto i suoi bisogni primari (Caffo et al. 2004).

 

La rivelazione dell’abuso sessuale infantile: la disclosure

Dal momento che l’ abuso sessuale infantile è, come già detto, un fenomeno largamente nascosto, la sua identificazione risulta molto complicata non priva di criticità, rendendo così fondamentali e centrali per l’intera durata dell’iter le vittime stesse. È, dunque, importante che bambini e adolescenti riescano a raccontare a qualcuno l’abuso subìto, così da poter intervenire e interrompere il ciclo di abusi, oltre che ricevere il dovuto aiuto e supporto. La disclosure consiste proprio in questo: è la rivelazione del bambino circa l’abuso o gli abusi subìti (Allnock, 2010).

La rivelazione di un abuso sessuale da parte di un bambino è un processo tutt’altro che semplice e lineare, ma bensì un percorso tortuoso e accidentato. Il bambino, infatti, può, in una certa fase, presentarsi confuso, inaccurato e incerto, passando dall’ammissione al diniego per poi fornire una parte del racconto, magari anche in maniera dettagliata. D’Ambrosio (2010) ritiene che, di frequente, il percorso comporti vari passaggi: la liberazione del segreto, il ritorno della paura con la conseguente negazione e, infine, la ri-affermazione.

Relativamente a ciò, una delle autrici che si è maggiormente occupata di disclosure è Ramona Alaggia (2004), la quale inizialmente individua tre tipologie di disclosure:

  1. Accidental Disclosure: situazioni in cui l’abuso sessuale infantile è stato scoperto da qualcun altro (ad esempio attraverso l’osservazione o attraverso esami di tipo medico);
  2. Purposeful Disclosure: situazioni in cui il minore racconta intenzionalmente a qualcuno l’abuso subìto, forse con l’intento di fermarlo;
  3. Prompted/Elicited Disclosure: situazioni in cui le autorità, i professionisti, i genitori o altri adulti incoraggiano un bambino, restio, a raccontare quanto accaduto.

Tuttavia, l’autrice sostiene che le tre categorie di disclosure da lei stessa considerate non esaurivano la complessità delle esperienze possibili e per questo modifica e amplia la sua concettualizzazione sul tema, aggiungendone altre tre:

  • Behavioural Manifestations: tentativi, sia intenzionali che non, di rivelare l’abuso a livello comportamentale o tramite sintomi comportamentali (ad es. disturbi del sonno, dell’alimentazione, anedonia, ritiro sociale, ipervigilanza);
  • Disclosures Intentionally Withheld: nascondere intenzionalmente l’abuso, negare l’accaduto, scoperte accidentali e disclosure suggerite o elicitate;
  • Triggered Disclosures of Delayed Memories: disclosure seguite, poi, da recupero della memoria che fino a quel momento era risultata inaccessibile a causa, ad esempio, di fattori di sviluppo.

Jensen et al. (2005) suggeriscono che la disclosure è, fondamentalmente, un processo nel quale i bambini hanno bisogno di percepire la possibilità di parlare tranquillamente di quello che gli è capitato. La rivelazione, infatti, è il primo passo di un processo che ha inizio con l’assicurazione che ciò che è stato vissuto è davvero anomalo: ciò che hanno subìto non è stato un gioco, né uno scherzo, non è stato piacevole e agli altri bambini non accade. Chi raccoglie la rivelazione deve funzionare come uno specchio e deve rinviare un dato preciso: subire un abuso non è normale. Pertanto è evidente che il bambino sarà portato a rivelare solo se pensa e crede di poter essere aiutato e se capisce che verrà creduto.

 

A chi rivelare l’abuso? Come i bambini scelgono la figura a cui raccontare il trauma

A tal proposito, numerose sono le ricerche che indagano quale sia la persona a cui il bambino sceglie di rivolgersi. Il bambino appare selettivo nella scelta della figura alla quale svelare l’abuso e, in genere, prima della rivelazione vera e propria, “sonda il terreno”, partendo da affermazioni vaghe o periferiche per arrivare, solo in un secondo momento, alla narrazione centrale, la quale avviene solo dopo aver verificato che la persona prescelta sia effettivamente interessata, disponibile ad ascoltare, a credere e aiutare (D’Ambrosio, 2010).

Da alcune ricerche, nello specifico, emerge che quando i bambini decidono di rivelare l’esperienza di abuso sessuale infantile, frequentemente accade con un amico o con un fratello o sorella. Invece, tra tutti gli altri membri della famiglia, le madri sono quelle scelte maggiormente. Invece, poche rivelazioni spontanee vengono fatte alle autorità o ai professionisti durante l’infanzia, ma tra tutti i professionisti, le maestre sono le più probabili (Allnock, 2010).

Studi sulla memoria infantile hanno confermato che, in generale, in situazioni di benessere psicologico e prive di qualsivoglia trauma, i bambini possiedono buone capacità di ricordare e riferire eventi passati, soprattutto per ciò che concerne gli aspetti più centrali e più salienti delle esperienze vissute (Ceci e Friedman, 2000). Al contrario, nei casi di bambini vittime d’abusi, intervengono fattori sociali ed emotivi che possono inibire le capacità di riferire gli eventi subìti e, pertanto, compromettere la memoria autobiografica (Meesters et al., 2000).

La natura stessa delle conseguenze della violenza può condizionare la capacità di narrare gli abusi: le reazioni acquisiscono una sequenza in cui da una fase acuta, caratterizzata da disorganizzazione, disorientamento, sentimenti di vulnerabilità e incredulità, bisogno di isolarsi e senso di annichilimento, si passa a reazioni a breve termine caratterizzate da emozioni ambivalenti di paura e rabbia, percezione di sé come inadeguato, senso di colpa, vergogna e umiliazione (Di Blasio, 2000).

 

Perché l’abuso sessuale infantile viene taciuto?

Tuttavia, da alcune ricerche, è emerso che rivelare gli abusi contribuisce al benessere del minore; ma allora perché i bambini non sempre decidono di rivelare l’abuso? Di fatto, esistono molte ragioni che spiegano il motivo per cui l’abuso viene taciuto e molte altre che spiegano, invece, il motivo per cui viene rivelato.

In particolare, secondo gli studi di Alaggia (2004) e Alaggia e Kirshenbaum (2005), i fattori-chiave, che possono spiegare il motivo per cui un bambino possa decidere di mantenere taciuto l’abuso, sono:

  • L’essere o il non essere creduto;
  • La vergogna, l’imbarazzo e il senso di colpa;
  • La preoccupazione per gli altri, oltre che per se stesso;
  • La paura.

Oltre a queste, esiste un altro fattore di fondamentale rilevanza nella scelta di non rivelare l’abuso subìto: la minaccia e il tema del segreto. Alcuni bambini hanno paura di confidarsi perché l’abusante, ad esempio, li ha convinti che farà del male ai loro genitori o che la madre morirebbe di dolore se lo venisse a sapere, e così via.

Quindi, mantenere il segreto costituisce, di per sé, un evento traumatico, la cui comparsa e le cui conseguenze emotive rimangono, la maggior parte delle volte, sepolte: il segreto pesa sulla persona, pesa su ogni atto, sulla parola e sulle relazioni con l’altro.

 

Il lavoro col terapeuta in casi di abuso sessuale infantile

È facile quindi intuire come questi bambini abbiano bisogno di ricostruire legami di fiducia che li aiutino a “ripulire” la mente da tutte le bugie e le falsità che sono state fatto loro credere. Per questo motivo, spesso la relazione e il lavoro con il terapeuta hanno l’obiettivo di stabilire quel tipo di legame di fiducia, in modo che il giovane paziente possa finalmente liberare la mente e l’immagine di sé dalla colpa di cui pensa di essere responsabile, grazie a quanto fattogli credere dall’abusante.

Pertanto, recuperare i ricordi e integrarli nell’immagine di sé, senza danneggiarla, significa imparare a contrastare le sensazioni di impotenza e di totale perdita di controllo, vissute durante l’esperienza traumatica dell’ abuso sessuale infantile. Alla luce di ciò, diventa ancora più chiaro come la rivelazione, il pensiero e le emozioni a essa legati contribuiscano a migliorare la salute (Hemenover, 2003, D’Ambrosio, 2010).

E dal momento che la rivelazione può risultare indispensabile per interrompere il ciclo di abusi, diviene allora fondamentale per gli operatori che, a vario titolo, entrano in contatto con questi bambini, conoscere e comprendere le caratteristiche del loro racconto che rimane un valido strumento di lettura dell’esperienza e del livello di elaborazione e metabolizzazione della stessa.

Lo yoga: un valido aiuto per la cura della depressione

E’ stata dimostrata l’efficacia della respirazione yoga come terapia aggiuntiva per pazienti che soffrono di disturbo depressivo maggiore e che non rispondono alle classiche cure farmacologiche.

 

Lo yoga come trattamento aggiuntivo per la depressione maggiore

La cura farmacologica tramite antidepressivi viene attualmente considerata come uno dei trattamenti d’elezione per quanto riguarda il disturbo depressivo maggiore (DDM), ma questo tipo di farmaci non sortisce alcun effetto in circa la metà dei pazienti trattati. A tal proposito, recentemente diversi autori hanno proposto di utilizzare la respirazione yoga come terapia aggiuntiva per incrementare l’efficacia dei trattamenti tradizionalmente usati.

In un recente studio pilota, Sharma e collaboratori dell’università della Pennsylvania hanno dimostrato come anche solo 8 settimane di Sudarshan Kriya yoga (SKY), un tipo di pratica yoga che pone particolare attenzione al controllo ritmico dell’atto respiratorio, riescano a portare ad un significativo miglioramento a livello di sintomi depressivi e ansiosi in pazienti con diagnosi di Disturbo depressivo maggiore non responsivi alle classiche cure farmacologiche.

Quanto rilevato dagli autori risulta essere estremamente rilevante, considerando che la depressione risulta essere, da dati Istat di Luglio 2014, il problema di salute mentale più diffuso; infatti si stima che all’interno della popolazione italiana siano circa 2,6 milioni (4,4%) le persone affette da disturbi depressivi, con tassi di prevalenza maggiore all’interno della popolazione femminile e di quella anziana.

Il DSM-5 (APA, 2013) definisce il Disturbo depressivo maggiore come caratterizzato da sintomi quali umore depresso in modo persistente, marcata diminuzione di interesse per svariate attività, perdita o aumento di peso, insonnia o ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotorio, mancanza di energia, sentimenti di autosvalutazione, ridotta capacità di concentrazione e ricorrenti pensieri di morte. Per ricevere una diagnosi di Disturbo depressivo maggiore è necessario che 5 o più di questi sintomi siano stati contemporaneamente presenti per un periodo di almeno 2 settimane.

I farmaci antidepressivi, come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), rappresentano, insieme alla psicoterapia, una delle scelte preferenziali fatte per il trattamento del Disturbo depressivo maggiore, ma, sfortunatamente, non tutte le persone che soffrono di questo disturbo rispondono a questo tipo di terapia, con la conseguente mancanza di benefici a livello sintomatologico. Inoltre, spesso questo tipo di cure farmacologiche, così come le terapie aggiuntive prescritte nel tentativo di aumentarne l’efficacia, comportano una serie di effetti collaterali che vanno ad incidere negativamente sul livello di compliance del paziente, aumentando il rischio di drop out e di ricadute. Risulta quindi molto importante trovare nuove frontiere di trattamento che possano aiutare al meglio le persone a sconfiggere una patologia come il Disturbo depressivo maggiore.

 

Gli studi sull’efficacia dello yoga per il disturbo depressivo maggiore

Proprio a tal proposito, il Dr. Sharma e collaboratori hanno recentemente suggerito che la respirazione yoga possa rappresentare un tipo di approccio efficace, a basso costo e senza l’utilizzo di farmaci aggiuntivi, nel trattamento di pazienti con disturbo depressivo maggiore che non rispondono ai trattamenti tradizionali. Infatti, lo SKY è una tecnica di meditazione focalizzata prevalentemente su esercizi di controllo ritmico dell’atto respiratorio, con lo scopo, alternando respirazioni più lente ad altre più veloci, di armonizzare il ritmo di corpo, mente ed emozioni, consentendo così di eliminare stress, stanchezza ed emozioni negative. In altre parole, il respiro viene utilizzato come tecnica di rilascio dello stress, consentendo alla mente di rilassarsi, di entrare in un profondo stato meditativo e al tempo stesso di ricaricarsi di energia.

Studi precedenti (Mehta & Sharma, 2010; Brown & Gerberg, 2005; Sharma et al., 2005) avevano dimostrato come la pratica yoga risultasse efficace in pazienti con forme lievi di depressione, con depressione dovuta ad abuso di alcool e anche in pazienti con Disturbo depressivo maggiore. A partire da questi studi era emersa la possibilità di utilizzare lo yoga e altre tecniche di respirazione controllata per poter influire in qualche modo sul sistema nervoso, riducendo in particolar modo i livelli di cortisolo, ormone implicato nella percezione di stress. Nonostante questo, però, Sharma et al. (2016) hanno messo in luce una mancanza in letteratura di studi rigorosi e ben progettati che indagassero i possibili benefici dello yoga per il Disturbo depressivo maggiore o se la pratica yoga fosse effettivamente efficace anche in setting ambulatoriali e non solo con campioni ospedalizzati.

All’interno del loro disegno sperimentale, gli autori hanno coinvolto un campione di 25 soggetti adulti con diagnosi di Disturbo depressivo maggiore e con persistenza di sintomi nonostante l’assunzione di terapie farmacologiche antidepressive da almeno 8 settimane. In seguito, seguendo la logica dei Randomized controlled trial, i pazienti sono stati casualmente divisi in due diversi gruppi: un gruppo di SKY per 8 settimane e un secondo gruppo in lista d’attesa.

Ai soggetti all’interno del gruppo di yoga veniva richiesto di partecipare la prima settimana ad un programma di 6 incontri, comprendente esercizi SKY, posture yoga, meditazione e interventi psicoeducativi sullo stress. Per le rimanenti 7 settimane, invece, a questi soggetti veniva chiesto di partecipare ad una sola sessione settimanale di SKY e di continuare a svolgere gli esercizi a casa. Al contrario, al secondo gruppo in lista d’attesa veniva offerta la possibilità di svolgere il medesimo programma yoga al termine delle 8 settimane, fungendo così da gruppo di controllo. Inoltre, entrambi i gruppi hanno portato avanti la cura farmacologica già in atto per tutta la durata dello studio.

Per poter valutare il miglioramento o meno dei sintomi depressivi ed ansiosi, tutti i soggetti sono stati valutati con la Hamilton Depression Rating Scale (HDRS-17), una scala largamente utilizzata a livello clinico per la valutazione di una vasta gamma di sintomi depressivi, sia all’inizio dello studio sia alla conclusione delle 8 settimane di training. Gli autori hanno così potuto evidenziare come all’inizio dello studio i soggetti presentassero un punteggio medio di 22, indicante livelli gravi di depressione. Dopo 8 settimane, invece, il punteggio medio del gruppo SKY risultava essere di 10, a fronte di un mancato miglioramento nel gruppo di controllo. Un risultato analogo è stato riscontrato dagli autori anche con altre scale di misurazione, come ad esempio il Beck Depression Inventory (BDI). Riassumendo, quindi, il gruppo sottoposto a pratiche SKY dopo sole 8 settimane ha mostrato una significativa diminuzione della sintomatologia depressiva, al contrario del gruppo in lista d’attesa.

A parte da questi risultati, quindi, Sharma e collaboratori hanno potuto affermare che lo SKY sembrerebbe essere una promettente terapia aggiuntiva per pazienti con diagnosi di Disturbo depressivo maggiore, ma refrattari alle cure farmacologiche.

Gli autori, in linea anche con studi precedenti (ad es. Sharma et al., 2006) inoltre stanno attualmente pensando di svolgere ulteriori ricerche con lo scopo di indagare l’efficacia dello SKY su un numero più ampio di pazienti, ponendo particolare attenzione a come questa pratica sia in grado di modificare il cervello, sia a livello funzionale che anatomico.

Aspetti cognitivi, emotivo-motivazionali e adattivi dei Disturbi Specifici di Apprendimento: uno studio di ricerca

Aspetti cognitivi, emotivo-motivazionali e adattivi dei Disturbi Specifici di Apprendimento: studio di casi con diagnosi tardiva di dislessia e disortografia nella scuola secondaria di 2°grado

R. Carnevale, P. Cappa

La letteratura e la pratica clinica evidenziano come i disturbi specifici dell’apprendimento siano caratterizzati non solo da difficoltà di lettura, scrittura e calcolo ma spesso anche da difficoltà sul piano emotivo-motivazionale e da più o meno severe conseguenze adattive, con ricadute a livello di prestazione e l’attivazione di un circolo vizioso dannoso (Viola, Duca e Cornoldi, 2016). Le abilità scolastiche colpite interferiscono spesso con le attività della vita quotidiana, il rendimento scolastico e lavorativo. La riluttanza o l’evitamento ad impegnarsi in attività che richiedono abilità scolastiche sono comuni nei bambini, negli adolescenti e negli adulti.

Nel DSM-5 (APA, 2013) si sottolineano inoltre le possibili “conseguenze funzionali negative lungo l’arco di vita che includono […] alti livelli di distress psicologico e inferiore salute mentale generale […] l’abbandono scolastico e i co-occorrenti sintomi depressivi aumentano il rischio di esiti negativi in termini di salute mentale generale, tra cui il suicidio mentre alti livelli di supporto emotivo e sociale predicono migliori risultati a livello di salute mentale. Appare quindi importante la valutazione dell’impatto che le difficoltà di apprendimento hanno nella vita di tutti i giorni, con particolare attenzione non solo ai problemi di riuscita scolastica ma anche alle possibili ripercussioni sul piano adattivo ed emotivo-motivazionale. Nel presente lavoro sono descritti e discussi alcuni di questi aspetti attraverso l’esemplificazione di percorsi clinici con tre studenti della scuola secondaria di 2° grado in difficoltà.

 

Presenza di comportamenti aggressivi e prosociali in bambini con diverso status sociale: popolarità e aggressività

Negli studi che indagano la relazione tra popolarità e aggressività, vengono misurate aggressività diretta (la quale include assalti fisici e verbali) e aggressività relazionale (include azioni quali ignorare, escludere, sparlare di qualcuno) in modo separato. Lo studio di LaFontana e Cillessen (2002) mostra un’associazione positiva della popolarità con entrambe le forme.

Pastore Valentina, OPEN SCHOOL SCUOLA DI PSICOTERAPIA COGNITIVA E RICERCA DI MILANO

 

L’importanza delle relazioni con i pari

L’osservazione di un gruppo di bambini in un parco giochi o all’interno di una scuola, evidenzia con chiarezza la presenza di comportamenti molto diversi rispetto alle modalità con cui i bambini interagiscono e si rapportano agli altri, le quali a loro volta riflettono specifiche condizioni sociali all’interno del gruppo dei pari.

Le relazioni con i pari sono in grado di rivelare i meccanismi messi in atto per affrontare il mondo sociale; tali meccanismi sembrano essere stabili negli anni e possono contribuire a prevedere lo sviluppo di futuri problemi di adattamento.
Le relazioni sviluppate con i coetanei, essendo di tipo orizzontale, sono caratterizzate da simmetria, sono di tipo reciproco e finalizzate ad offrire al bambino l’opportunità di apprendere le abilità di cooperazione, competizione, condivisione e assunzione di ruoli (Hartup, 1983).

All’interno delle interazioni tra bambini è possibile osservare comportamenti socialmente disfunzionali tra cui comportamenti aggressivi, ma anche comportamenti di aiuto e cooperazione, meglio conosciuti come comportamenti prosociali.

 

La posizione sociale nel gruppo dei pari

All’interno del gruppo dei pari si creano delle strutture ben precise legate agli scopi comuni, alle norme e alle caratteristiche individuali dei singoli membri e alle preferenze o antipatie che vengono a crearsi (Bombi & Cannoni, 2000).

Già a partire della scuola dell’infanzia si formano gerarchie sulla base delle preferenze e dei rifiuti che ciascun bambino esprime nei confronti dei compagni, su tale base, ogni bambino occupa un posto preciso all’interno del gruppo. Questa posizione, definita “status sociometrico”, rappresenta la posizione che un bambino occupa all’interno del gruppo dei coetanei. Esso viene definito in base al grado in cui ogni soggetto piace oppure non piace ai suoi pari ed è l’indicatore più usato per valutare l’adattamento sociale (Di Norcia, 2009).
All’interno del gruppo dei pari i bambini possono assumere posizioni diverse, che vanno dall’essere popolari, all’essere rifiutati.

Generalmente i bambini popolari sono ammirati poiché capaci di prendere in considerazione i bisogni dell’altro, di offrire aiuto nel caso in cui un loro coetaneo sia in difficoltà, di mantenere il proprio punto di vista senza imporsi con forza. Questi soggetti sono inoltre considerati dei buoni leader e sono disposti a condividere le proprie cose, sono poco aggressivi e predisposti alla messa in atto di comportamenti prosociali (Coie, Dodge, Coppotelli, 1982; Hayvren & Hymel, 1984; Newcomb & Bukowski, 1983).

I bambini rifiutati si collocano all’estremo opposto del continuum, in quanto vengono esclusi dal gruppo da parte dei coetanei. I soggetti che rientrano in questo gruppo generalmente presentano elevati livelli di aggressività mettendo in atto numerose condotte antisociali, sono poco rispettosi delle regole e poco disponibili a condividere le proprie cose con gli altri; questi soggetti manifestano raramente empatia e mettono in atto comportamenti inadeguati nel corso delle interazioni sociali.

Una terza tipologia di status sociale è costituita dall’essere ignorati. Questi bambini all’interno del gruppo dei pari non vengono né scelti né rifiutati dai compagni, come se fossero invisibili. I bambini ignorati presentano comportamenti di isolamento. Alcuni di essi presentano comportamenti solitari di tipo passivo, apparendo quieti, sedentari e impegnati in attività esplorative; altri presentano comportamenti solitari di tipo reticente, mostrando timidezza e ansia nel caso in cui debbano agire in una situazione sociale, sono poco desiderosi di entrare a far parte di un gruppo (Coplan et al., 1994).

Una quarta tipologia di status sociale è costituita dai bambini controversi, cioè coloro che ottengono diverse scelte dai compagni, ma che a differenza dei bambini popolari, ricevono sia scelte positive che negative. Ciò è dovuto al fatto che questi soggetti mettono in atto sia condotte prosociali, mostrando empatia nei confronti degli altri, che condotte aggressive, per questo motivo vengono ammirati da alcuni compagni e rifiutati da altri (Coie & Dodge, 1998; Newcomb, Bukowsky, Pattee, 1993).

L’ultima categoria è rappresentata dai bambini medi: questi soggetti non possiedono né le abilità necessarie per diventare popolari, né condotte aggressive che possono indurre i compagni a rifiutarli o ignorarli. Nonostante in questa categoria rientrino il 60-70% dei soggetti appartenenti ad un gruppo, ha suscitato scarso interesse nei ricercatori (Di Norcia, 2005).

L’assegnazione di uno status sociale piuttosto che un altro avviene in seguito alla somministrazione di strumenti che prendono il nome di “tecniche sociometriche”; con tale termine si intende un insieme di metodi messi a punto da Jacob Moreno (1934), utili a misurare le relazioni positive e negative che si vengono a creare all’interno di un gruppo di persone; per fare ciò è necessario che ogni individuo interno al gruppo, sia in grado di valutare gli altri membri in relazione alle loro caratteristiche o competenze (Cillessen, 2009). Tra le tecniche sociometriche, lo strumento più conosciuto ed utilizzato, è la nomina dei pari (McCandless & Marshall, 1957), intesa come “il processo attraverso il quale i membri di un gruppo valutano in quale misura gli altri membri presentano determinate caratteristiche e condotte” (Pastorelli, 1994). Utilizzando questo strumento è possibile vedere le attrazioni-repulsioni che i soggetti appartenenti ad un gruppo manifestano nei confronti degli altri (Cassibba & Elia, 2009).
Numerosi sono stati gli studi che hanno indagato la presenza di comportamenti aggressivi e prosociali all’interno dei diversi status sociali con particolare interesse ai comportamenti predominanti, il loro sviluppo, l’andamento e le eventuali differenze di genere.

Le ricerche condotte evidenziano con chiarezza come alla base dell’accettazione da parte dei compagni vi sia prevalentemente la competenza sociale precedentemente acquisita: i bambini popolari mettono in atto un numero maggiore di comportamenti altruistici, di aiuto nei confronti dei coetanei, sono più cooperativi, più capaci di negoziare e risolvere i conflitti senza ricorrere all’aggressività, hanno quindi una maggiore capacità di regolare le emozioni; inoltre sembrano maggiormente abili nella gestione della comunicazione e dello scambio sociale. Tali competenze non sono invece presenti nei bambini rifiutati, che appaiono poco graditi perché non sono capaci di interagire efficacemente con gli altri e mostrano un comportamento intrusivo, chiassoso, a volte prepotente e aggressivo (Corsano, 2008).
Quest’ultimo aspetto appare controverso: se inizialmente si tendeva ad affermare l’esistenza di alta correlazione fra l’essere rifiutati dai pari e l’essere aggressivi (Coie & Keane, 1981; Newcomb, Bukowski, Patee, 1993), oggi questa correlazione non è più chiara (Molinari, 2007).

 

Popolarità e aggressività

Per diversi anni il termine “popolare” è stato usato per raggruppare una serie di caratteristiche generalmente positive, che andavano dall’essere bene accetto dal gruppo dei pari, all’avere comportamenti prosociali, bassi livelli di aggressività, elevati livelli di regolazione emotiva, buone abilità sociali e cognitive. La popolarità era desiderata da molti, in quanto indice di buon adattamento e di lodevoli abilità sociali, e non riportava traccia di caratteristiche negative (Mayeux, Houser, Dyches, 2011).

I soggetti percepiti come popolari da parte dei loro coetanei, sono ben voluti, attraenti, possiedono beni desiderabili, sono accettati da altri individui popolari e desiderati dai giovani di sesso opposto (Butcher, 1986; Eder, 1985; Lease et al., 2002), ma oltre a dimostrare caratteristiche a cui viene attribuito valore all’interno della società contemporanea, manifestano anche una certa frequenza di comportamenti aggressivi (Luthar & McMahon, 1996; Parkhurst & Hopmeyer, 1998; Rodkin et al., 2000). Anche le ricerche di La Fontana e Cillessen (1998) giunsero a simili scoperte.

Recentemente, l’immagine del bambino popolare è leggermente cambiata, o meglio sono emersi nuovi pattern comportamentali che prima, si pensava fossero del tutto assenti in questo status sociale. Di conseguenza i ricercatori hanno focalizzato la loro attenzione sull’eterogeneità dei comportamenti presenti all’interno del gruppo di bambini e adolescenti classificati come popolari (Antonius, Cillisen, Rose, 2005).

A questo proposito è opportuno distinguere la popolarità sociometrica (sociometric popularity) dalla popolarità percepita (dominance-based popularity). Nonostante gli autori affermino che esista una correlazione ed una parziale sovrapposizione tra i due costrutti (Hawley, 2003; Cillissen & Mayeux, 2004; La Fontana & Cillisen, 2002), popolarità sociometrica e popolarità percepita non possono essere considerati costrutti identici.

Andando ad esaminare i profili comportamentali, la popolarità sociometrica è associata a caratteristiche prettamente positive come alti livelli di prosocialità, comportamenti di cooperazione e bassi livelli di aggressività (Rubin, Bukowski, Parker, 1998), invece la popolarità percepita è associata sia a caratteristiche positive, che a caratteristiche negative.

La propensione all’aggressività nella vita di bambini e adolescenti è stata spesso concettualizzata dalla psicologia dell’età evolutiva, come un fattore di rischio, per lo sviluppo del disadattamento. La prospettiva evoluzionistica ha modificato tale assunto ribadendo che la presenza di comportamenti aggressivi sia tra i vertebrati che tra gli invertebrati suggerisce che questi siano il prodotto della selezione naturale e possono essere visti come funzionali alla sopravvivenza e al successo riproduttivo.

Le ricerche successive, influenzate da questo orientamento, hanno messo in evidenza le dimensioni funzionali dell’aggressività in termini di dominanza sociale. In accodo con questo lavoro, una combinazione di comportamenti aggressivi e strategie affiliative potrebbero predire centralità nel gruppo dei pari e controllo delle risorse sociali.

Negli studi che indagano la relazione tra popolarità e aggressività, vengono misurate aggressività diretta (la quale include assalti fisici e verbali) e aggressività relazionale (include azioni quali ignorare, escludere, sparlare di qualcuno) in modo separato. Lo studio di LaFontana e Cillessen (2002) mostra un’associazione positiva della popolarità con entrambe le forme.

A conferma di ciò, vi è lo studio di Cillessen e Mayeux (2004), in cui fu seguito longitudinalmente un campione di bambini dalla quinta elementare alla prima superiore e venne valutata la relazione tra popolarità percepita, popolarità sociometrica e aggressività (manifesta e relazionale). Gli autori scoprirono che se da un lato la correlazione negativa tra popolarità percepita e aggressività manifesta tende a diminuire nel tempo fino ad invertire il segno, dall’altro lato l’associazione positiva tra popolarità percepita e aggressività relazionale diventa più forte nel tempo, soprattutto per le femmine.
Gli autori giunsero alla conclusione che la correlazione positiva tra popolarità percepita ed entrambe le forme di aggressività aumenta con l’aumentare degli anni, e affermarono che i soggetti che guadagnano in popolarità, presentano un aumento delle condotte aggressive.

 

La funzione dell’aggressività

Nel tentativo da parte dei vari autori di comprendere la funzione dell’aggressività in soggetti percepiti come popolari, è stata formulata l’ipotesi secondo cui le condotte aggressive vengano messe in atto dai soggetti in modo strategico per aumentare o mantenere il loro status sociale all’interno del gruppo. A conferma di questa ipotesi, vi sono diversi studi longitudinali (Cillessen & Mayeux, 2004; Rose et al., 2004), i quali oltre a confermare la funzione dell’aggressività per i soggetti percepiti come popolari, sottolineano una forte correlazione tra popolarità percepita e aggressività relazionale. Infatti, escludere e ignorare gli altri possono essere mezzi efficaci per manipolare le relazioni (Antonius, Cillessen, Rose, 2005).

Sebbene numerosi studi abbiano esaminato gli antecedenti comportamentali dello status sociometrico (Bukowsky & Newcomb, 1984; Rubin et al., 1998), nessuno studio quantitativo si è dedicato a verificare gli antecedenti comportamentali della popolarità percepita. Tuttavia i ricercatori hanno suggerito che i soggetti potrebbero manifestare aggressività con lo scopo di aumentare la loro popolarità percepita (Adler & Adler, 1998; Lease et al., 2002; Rodkin et al., 2000).

Lo studio di Rose et al. (2004), ha esaminato l’ipotesi opposta, ossia il fatto che essere considerati come popolari porti ad un aumento dell’aggressività. I bambini che hanno raggiunto la popolarità all’interno del gruppo dei pari, si sentono in diritto di soddisfare totalmente i propri bisogni. Questi soggetti si sentono giustificati nell’uso dell’aggressività di fronte a frustrazioni o competizioni, si potrebbe quindi dedurre che la loro abilità nell’aggredire aumenti a causa del loro status sociale (Merten, 1997).

Tali relazioni possono essere anche bidirezionali: l’iniziale aggressività manifestata da un individuo può portare ad un aumento della popolarità, la quale, può ulteriormente accrescere l’aggressività. Aggressività e popolarità risultano implicate in un processo di influenza reciproca (Rose, Sweason, Waller, 2004).

Demenza frontotemporale pre-senile: l’importanza della distinzione precoce dalla psicosi e dal bipolarismo

Diversamente dalle ultime tre che tendono ad esordire dopo i 65 anni, la demenza frontotemporale pre-senile tende ad esordire attorno ai 40 anni e a progredire molto più velocemente degli altri quadri di demenza.

Barbara Magnani – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena 

 

Esordio e caratteristiche della demenza frontotemporale pre-senile

Negli ultimi 15 anni si è assistito ad un aumento dei casi di demenza frontotemporale pre-senile (FTD). Si tratta della quarta forma più frequente di demenza dopo il morbo di Alzheimer, la demenza vascolare e la demenza a corpi di Lewy.

Diversamente dalle ultime tre che tendono ad esordire dopo i 65 anni, la demenza frontotemporale pre-senile tende ad esordire attorno ai 40 anni e a progredire molto più velocemente degli altri quadri. L’aumento dei casi di demenza frontotemporale pre-senile rappresenta un dato di allarme visto l’esordio in un’età in cui il paziente è nella piena attività della sua vita famigliare, relazionale e lavorativa.

La comunicazione di una diagnosi di demenza provoca sempre profondi disagi nella vita famigliare poiché si tratta di una diagnosi infausta, molto dolorosa da accettare, che implica una progressiva riorganizzazione delle dinamiche per poi culminare con la perdita della persona cara. Se poi questo avviene in una famiglia che si trova ancora nelle fasi iniziali del proprio progetto di vita, magari con figli piccoli, impegni economici importanti o progetti di crescita professionale, il risultato è ancora più drammatico e complesso da affrontare. È su queste premesse che le neuroscienze stanno volgendo particolare attenzione a questo disturbo con l’obiettivo di formulare diagnosi sempre più precoci e delineare piani di intervento che tengano conto dei molteplici livelli che il disturbo coinvolge ovvero personale, professionale, relazionale di coppia, famigliare e sociale.

Storicamente, le caratteristiche cliniche del quadro di demenza frontotemporale pre-senile furono delineate dallo psichiatra Tedesco Arold Pick (Pick, 1982). Il disturbo si può manifestare in tre diverse varianti a seconda delle aree cerebrali inizialmente coinvolte dal deterioramento: afasia non-fluente progressiva, dove degenera inizialmente l’area della produzione del linguaggio ovvero la corteccia frontale dorsolaterale; demenza semantica, dove degenera inizialmente l’area della conoscenza semantica ovvero la corteccia temporale; demenza frontotemporale a variante comportamentale. Quest’ultima forma esordisce con il degenero delle aree responsabili del comportamento sociale, dell’inibizione degli impulsi e del comportamento strategico ovvero le cortecce orbito-frontali e frontali ventro-mediali (vedi Fig. 1).

 

Demenza frontotemporale pre-senile l’importanza della distinzione precoce dalla psicosi e dal bipolarismo - FIG. 1

FIG 1 .La figura rappresenta la sezione sagittale di una risonanza magnetica strutturale (sinistra) e una risonanza magnetica funzionale (destra) di un paziente con demenza frontotemporale a variante comportamentale.

 

Demenza frontotemporale pre-senile e difficoltà nella diagnosi differenziale

Data la riduzione del funzionamento in queste aree, i sintomi visibili assomigliano molto ai quadri psicotici come nel caso di ottundimento emotivo, mancanza di empatia, irritabilità, aggressività, antisocialità, comportamento di accumulo, stereotipie verbali e motorie, o ai quadri bipolari come nel caso di apatia, ipomania e disinibizione (Bathgate et al., 2001).

Vista la somiglianza delle manifestazioni sintomatologiche, la demenza frontotemporale a variante comportamentale viene spesso diagnosticata all’esordio come un disturbo psichiatrico e il paziente viene solitamente inviato ad un medico psichiatra o ad una struttura psichiatrica. A seguito di questo invio, spesso il paziente intraprende un periodo di ricovero o di consulto periodico con lo psichiatra in cui assume una terapia farmacologica indicata per le psicosi, nel caso prevalgano i sintomi simil-psicotici, o per il disturbo bipolare, nel caso prevalga l’ipomania o la disinibizione.

È facile pensare che il trattamento psico-famacologico per altre patologie diverse da quella in atto possa complicare il quadro e contribuire a mascherare per lungo tempo la sindrome primaria, ritardando la diagnosi e i possibili interventi. Trattandosi di un processo di degenerazione delle cortecce cerebrali, il disturbo continuerà a peggiorare coinvolgendo sempre di più aree di funzionamento cognitivo, emotivo e motorio per i quali la terapia psicofarmacologica non è indicata e nemmeno sufficiente per gestire la complessità delle conseguenze del disturbo.

Questo articolo ha lo scopo di descrivere le caratteristiche principali della demenza frontotemporale a variante frontale che la distinguono dalla psicosi e dal bipolarismo e di fornire suggerimenti di carattere pratico per più professionisti della salute mentale, al fine di incentivare il riconoscimento precoce del disturbo e l’immediata attivazione di una rete di servizi adatti alla gestione della patologia nelle diverse aree che compromette.

 

L’importanza della precocità della diagnosi differenziale – il caso di Luigi

Immaginiamoci Luigi, 45 anni, operaio sposato da circa 9 anni con Rosa (42 anni), parrucchiera. Hanno tre bambini di 3, 6 e 8 anni, un cane e un mutuo che estingueranno tra 10 anni. Da qualche tempo Luigi è strano, più irritabile e aggressivo del solito, capita che offenda la moglie e a volte i bambini in modo immotivato. A volte l’umore di Luigi è inspiegabilmente euforico, ride senza apparente motivazione oppure si arrabbia eccessivamente per una battuta ironica. Inoltre al lavoro fatica a portare a termine le proprie mansioni perché non riesce più ad organizzare la linea di produzione come prima, pertanto si irrita e aggredisce i colleghi. Le sue reazioni sul lavoro vengono mal digerite, il capo lo declassa dall’incarico e tutti gli suggeriscono di consultare uno psichiatra. Intanto lo stipendio che arriva a casa è diminuito ma il mutuo no.

Lo psichiatra consiglierà un ricovero di un mese in una clinica psichiatrica dove si cercherà di impostare una terapia farmacologica per una diagnosi di bipolarismo, che prevede stabilizzatori dell’umore. Il paziente risponde bene, i sintomi sembrano rientrare e viene dimesso. Al lavoro lo riaccolgono ma l’atmosfera famigliare è tesa, dato il timore dei bambini di essere aggrediti anche verbalmente dal papà che si allontanano leggermente da lui e non lo cercano per giocare. Rosa teme per sé e per i bambini e non comprende i comportamenti di Luigi, dato che la terapia sembrava aver fatto effetto. Comincia quasi a credere che Luigi ci giochi un po’ su, che lo faccia apposta e che sia responsabile di quelle offese. Reagisce con ritiro e rabbia e la coppia dà segni di sgretolamento.

Luigi peggiora di settimana in settimana. Ha cominciato ad avere un’attrazione particolare per le slot machines e ora passa diverse ore al bar spendendo molti soldi al giorno per giocare. Rosa si accorge che i soldi mancano sempre di più in modo strano. Chiede spiegazioni a Luigi che pare non comprendere per quale motivo Rosa sia preoccupata. Ne nasce un litigio che spinge Rosa ad andare a controllare la situazione del conto in banca. I banchieri raccontano a Rosa che il marito ha prelevato tutti i soldi disponibili sul conto e ora non hanno più alcuna disponibilità. Rosa chiede ai banchieri la cortesia di impedire al marito di prelevare ma i banchieri rispondono che per loro non è legalmente possibile impedire al marito, intestatario del conto, di prelevare.

Rosa litiga col marito e lo obbliga a fare un nuovo consulto psichiatrico. Luigi accetta senza comprendere la motivazione. A questo punto, dopo due anni dall’esordio, oltre all’irritabilità, l’aggressività, l’ipomania e il gioco d’azzardo patologico, Luigi ha sviluppato anche difficoltà cognitive e linguistiche che hanno compromesso il lavoro fino al licenziamento. Gli psichiatri a questo nuovo invio non sono più conviti che si tratti di bipolarismo e inviano il paziente per un approfondimento neuropsicologico.

La diagnosi è chiara: demenza frontotemporale a variante frontale. Rosa è distrutta. Si trova a dover assistere il marito nelle autonomie quotidiane, come gli spostamenti in auto (visto che Luigi non può più guidare), tollerare l’aggressività del marito che a volte oltrepassa il verbale, gestire i debiti lasciati dal gioco e si vede costretta a sospendere il mutuo per un po’, tutto questo oltre all’accudimento dei bambini. È costretta a lasciare il negozio di parrucchiera, troppo impegnativo e si arrangia facendo prestazioni in nero a casa delle clienti.

La diagnosi di demenza tuttavia ben presto dà i suoi frutti. Luigi viene preso in carico da un equipe costituita da uno psichiatra, un neurologo e un geriatra che riescono ad individuare i farmaci adeguati al caso e i sintomi di aggressività si riducono. Il medico di base riesce ad attivare il processo di attribuzione dell’invalidità totale in modo che Luigi possa percepire un sostentamento e Rosa un accompagnamento, e possano così ricominciare a pagare il mutuo. Rosa e i bambini hanno accesso ad un servizio di supporto psicologico che li aiuta a gestire alcune situazioni di emergenza e la famiglia ora funziona un po’ meglio. Ora si attende che le pratiche legali abbiano il loro corso e che Luigi venga affidato ad un tutore legale che lo aiuti ad amministrare i propri averi. Tutto questo richiederà molto tempo. Forse più tempo di quanto servirà alla demenza per raggiungere le fasi finali.

In questo breve racconto si è voluto sottolineare la complessità del disturbo, la quantità di persone coinvolte, le implicazioni mediche ma anche socio-economiche e legali. La demenza frontotemporale pre-senile riduce sempre di più la possibilità del paziente di adattarsi all’ambiente sociale in una situazione di completa incosapevolezza di malattia. Il paziente con demenza frontotemporale pre-senile perde progressivamente le facoltà di intendere e di volere e le stesse risorse per contrastare tale perdita. I sintomi di ipomania o aggressività e antisocialità si aggravano e le capacità inibitorie perdono la loro funzione esponendo il paziente e la sua rete sociale a incombenti rischi. La diagnosi precoce ha la funzione di attivare immediatamente tutti i servizi necessari per limitare danni fisici, economici, emotivi e/o di sviluppo emotivo patologico se sono presenti dei minori, e accompagnare il paziente e la sua famiglia nella gestione del disturbo nel modo più efficace possibile.

 

Elementi per una diagnosi differenziale precoce

Il primo indice utile è senz’altro l’età e l’andamento dei sintomi all’esordio (Woolley et al., 2007). Nel caso di demenza frontotemporale pre-senile abbiamo visto che l’età dei primi sintomi si colloca tra i 40 e i 65 circa. I sintomi che si manifestano hanno un carattere di stabilità e non sembrano oscillare ma solo peggiorare progressivamente. Al contrario, nei quadri psicotici o bipolari i pazienti hanno una storia psichiatrica molto lunga alle spalle, hanno già probabilmente effettuato altri ricoveri, consultato altri psichiatri e intrapreso altre terapie. A volte hanno avuto successo e i sintomi sono rientrati, mentre altre volte, a seguito magari di un evento di vita, si sono acutizzati.

Il secondo indice è la consapevolezza del paziente dei propri sintomi comportamentali. Se chiediamo ad un paziente psicotico o bipolare di raccontarci il suo stato d’animo probabilmente lui saprà raccontarcelo. I pazienti psicotici sanno di non riuscire a gestire la rabbia e il paziente bipolare riconosce la differenza tra il suo stato di depressione e il suo stato di ipomania. Il paziente con demenza frontotemporale pre-senile non riconosce le sue bizzarrie comportamentali perché vengono messe in atto in modo automatico, ovvero non mediato dall’attenzione volontaria. Il piano automatico non può essere inibito, non esiste mediazione cognitiva. Il piano non viene selezionato in base al contesto sociale o in base al raggiungimento di uno scopo. Viene messo in atto e basta. Non può quindi nemmeno essere discusso nell’ambito di un colloquio clinico o di una relazione di coppia. Da parte dei famigliari e dei clinici può solo essere accettato e supportato nella sua gestione.

Il terzo indice sono sintomi comportamentali che solo il paziente con demenza frontotemporale pre-senile mette in atto mentre il paziente psicotico o bipolare non mette in atto in nessuna condizione di intensità sintomatologica. Questi sono i comportamenti di imitazione, dipendenza e utilizzazione ambientale. Questi pazienti tendono a imitare senza richiesta o motivazione le espressioni facciali o i movimenti dell’interlocutore anche quando i movimenti non hanno significato nel contesto. Posti davanti ad oggetti che si utilizzano quotidianamente possono mettere in atto la procedura di utilizzo che l’oggetto evoca. Ad esempio posti davanti ad una caffettiera nel nostro studio durante il colloquio possono avviare il programma motorio necessario per fare il caffè. Oppure berranno dal bicchiere d’acqua che gli sarà posto davanti o taglieranno un foglio di carta se gli verrà fornita una forbice. Tali sintomi sono spiegabili con la riduzione delle funzioni di controllo e di inibizione.

Questi indici sono sufficienti per suggerire l’approfondimento neuropsicologico necessario per indagare il funzionamento cognitivo del paziente che rileva elementi fondamentali per la diagnosi differenziale. Infatti il paziente con demenza frontotemporale pre-senile risulterà compromesso a livello cognitivo mentre il paziente psicotico o bipolare molto probabilmente non lo sarà o lo sarà secondo caratteristiche proprie ai due quadri. In particolare nella demenza frontotemporale pre-senile saranno evidenti deficit di attenzione e di memoria dovuti alla perdita di controllo di queste funzioni da parte dei sistemi cognitivi centrali. Sarà evidente una difficoltà nel selezionare, organizzare il materiale che deve essere immagazzinato o rievocato. Sarà evidente una rigidità cognitiva con difficoltà nella produzione verbale. Deficit nell’astrazione, concettualizzazione, categorizzazione, giudizio e critica e di progettazione e lungimiranza saranno presenti. Questi deficit esecutivi all’esame neuropsicologico escludono la diagnosi di psicosi o bipolarismo e avvallano la diagnosi di demenza frontotemporale a variante comportamentale.

 

Conclusioni

Col presente articolo si è voluto porre l’attenzione sull’emergenza dell’aumento delle demenze frontotemporali ad esordio pre-senile, sulla complessità del quadro e sull’importanza della diagnosi precoce che attivi il prima possibile i servizi adeguati al caso. I clinici possono sospettare della presenza del disturbo quando esordisce tra i 40 e i 60 anni, con una sintomatologia anche a carattere prevalentemente psichiatrico ma stabile o peggiorativa e non fluttuante.

La completa incosapevolezza del paziente dei propri sintomi e comportamenti di imitazione e dipendenza ambientale sono aspetti caratteristici della demenza frontotemporale pre-senile che non si riscontrano nella psicosi e nel bipolarismo. L’esame neuropsicologico è necessario per individuare il funzionamento delle capacità esecutive e confermare o escludere la diagnosi. Una volta posta la diagnosi l’intervento preferibile è la presa in carico del paziente da parte di una equipe formata da uno psichiatra, un neurologo e un geriatra, l’attivazione di supporto psicologico, sociale e legale alla famiglia.

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