expand_lessAPRI WIDGET

Umorismo e psicoterapia: la funzione e i benefici dell’umorismo

L’ umorismo in psicoterapia è un fenomeno complesso in quanto coinvolge diversi aspetti: una risposta cognitiva, data dalla comprensione e dall’apprezzamento dell’intento umoristico, una reazione psicologica (la risata) e una risposta emotiva data dal vissuto di divertimento e allegria (Sultanoff, 2003). Affinchè l’utilizzo dello humour abbia esiti positivi, i terapeuti dovrebbero essere consapevoli delle diverse funzioni che svolge e individuare il momento più opportuno per ricorrervi.

Marika Di Egidio, Federica Di Francesco, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI SAN BENEDETTO DEL TRONTO

Cos’è l’ umorismo e qual è la sua funzione?

Etimologicamente, la parola “umorismo” deriva dal latino ‘humorert-em’ o ‘umorert-rem’ (umidità, liquido), che si avvicina anche al greco ‘yg-ròs’ (bagnato, umido). L’origine del termine sembrerebbe dunque rimandare alla medicina ippocratica che riteneva la personalità e la salute legata ai fluidi corporei, detti “umori”. L’umorismo, peculiarità dell’essere umano, rappresenta la capacità intelligente e sottile di individuare e ritrarre gli aspetti comici della realtà.

L’aspetto della condivisione è fondamentale quando si parla di comicità, infatti si tende a ridere perlopiù insieme agli altri – amici, parenti, familiari, o colleghi che siano –  di eventi e situazioni che spesso non hanno una connotazione umoristica in sé, ma la assumono per le circostanze stesse di condivisione in cui si verificano. Dunque tali eventi e situazioni diventano divertenti per i membri del gruppo in questione, diminuendo le distanze.

Ma cosa è considerato divertente e qual è la funzione dell’umorismo? A partire dall’inizio del scorso secolo, questi interrogativi hanno iniziato a suscitare interesse all’interno della comunità scientifica. Le teorie esplicative al riguardo sono state numerose. Tra le principali è possibile citare la teoria del Sollievo, che attribuisce all’umorismo una funzione liberatoria. Questa teoria, descritta per la prima volta da Freud, afferma che l’umorismo funziona quando uno scherzo o un’osservazione spiritosa serve ad allentare le nostre tensioni sessuali e aggressive represse. L’umorismo fornisce uno sbocco socialmente accettabile per quelle fondamentali pulsioni biologiche che sono presenti in tutti noi.

Un’altra teoria degna di nota è quella della Superiorità, essa sostiene che le situazioni e le osservazioni diventano umoristiche per noi perché finiamo col sentirci migliori quando qualche umiliazione o sfortuna capita ad altri. Questo è il motivo per cui ci sembra divertente vedere una persona che si da arie, scivolare e cadere. Noi non siamo coinvolti in modo negativo perché siamo in una posizione di superiorità. Naturalmente non sarebbe divertente se a cadere fosse un fragile signore anziano.

La teoria dell’Assurdo afferma invece che l’umorismo si verifica quando ci sono conseguenze impreviste in circostanze che sono familiari. Una persona può all’improvviso apparire o comportarsi in un modo inaspettato o diverso dalla norma. Per esempio, se un’automobile va in pezzi all’improvviso la cosa risulta buffa ai bimbi piccoli perché in contrasto con le loro aspettative (Franzini, 2011)

Altri modelli teorici hanno identificato l’umorismo come una strategia di coping o un meccanismo di difesa, intesi come la propensione a mantenere una prospettiva umoristica in circostanze avverse (Lefcourt e Martin, 1986); un’abilità cognitiva, volta a generare, comprendere, riprodurre e ricordare una situazione umoristica (Feingold e Mazzella, 1993); un pattern comportamentale abituale, quale tendenza a ridere frequentemente, a raccontare barzellette, a divertire gli altri e a ridere per gli scherzi altrui (Martin e Lefcourt, 1984); un atteggiamento positivo o divertito nei riguardi dell’umorismo o del mondo (Svebak, 1996); una risposta estetica, quale apprezzamento dell’umorismo e di particolari tipi di materiale umoristico (Ruch e Hehl, 1998); un tratto temperamentale connesso alle emozioni di cui l’allegria abituale costituisce una dimostrazione (Ruch e Kohler, 1998).

Spesso identificato come un costrutto benevolo legato a emozioni e vissuti piacevoli, nell’umorismo è in realtà possibile riscontrare anche una nota di sarcasmo e di ridicolo che attribuiscono a esso un’accezione negativa.

Gli stili umoristici e lo strumento di valutazione dell’umorismo

A tal proposito Martin et al. (2003) distinguono quattro stili umoristici: affiliativo, autorinforzativo, autodenigratorio e aggressivo.
Lo stile affiliativo viene utilizzato per migliorare e facilitare le relazioni con gli altri attraverso l’utilizzo di commenti divertenti, battute spiritose, barzellette e scherzi. Questa dimensione si identifica nel ridere con e non nel ridere di qualcuno.
L’umorismo autorinforzativo è legato alla tendenza ad avere un atteggiamento benevolo verso la vita, mettendo il soggetto nella condizione di riuscire a ridere di se stesso e delle circostanze, cogliendo gli aspetti divertenti della realtà e mantenendo una prospettiva umoristica di fronte a eventi avversi.
Lo stile umoristico autodenigratorio si riferisce all’utilizzo di un umorismo potenzialmente dannoso verso se stessi al fine di ottenere l’approvazione altrui attraverso commenti volti a mettersi in ridicolo per compiacere l’altro.
L’umorismo aggressivo può risultare particolarmente dannoso per le relazioni interpersonali, in quanto legato alla derisione e alla manipolazione dell’altro. L’intento di fondo è quello di danneggiare e sminuire l’altro.

Questi quattro stili umoristici possono essere facilmente valutati mediante lo Humor Styles Questionnaire (HSQ) messo a punto da Martin e colleghi (2003), realizzato sulla base di studi teorici e clinici volti ad indagare la relazione tra l’ umorismo e il benessere. Lo HSQ è stato tradotto e validato in contesti socio-culturali diversi, confermando complessivamente le buone qualità psicometriche e i fattori originari (Chen e Martin, 2007).

L’ umorismo in psicoterapia

I benefici dell’ umorismo sulla salute fisica e mentale sono stati ampiamente confermati, tuttavia vi è una carenza di interesse per lo studio dell’ umorismo in psicoterapia il cui utilizzo è, a tutt’oggi, un argomento controverso. Si ipotizza che lo studio in tale ambito sia rimasto inesplorato perchè i terapeuti sono poco inclini a inserire volontariamente lo humour durante i loro colloqui presupponendo che la psicoterapia sia “questione seria” e non possa includere contenuti frivoli, almeno in modo volontario.

Di contro, recenti ricerche hanno dimostrato l’efficacia dell’ umorismo in psicoterapia e la sua utilità quale elemento facilitatore nella costruzione dell’alleanza terapeutica e in alcune aree specifiche come la valutazione di personalità. Inoltre, diversi studi hanno rilevato come l’ umorismo possa essere inserito nel trattamento di un ampio numero di disturbi, quali, ad esempio, l’ansia, le fobie specifiche, il disturbo ossessivo-compulsivo e la depressione.

L’ umorismo in psicoterapia è un fenomeno complesso in quanto coinvolge diversi aspetti: una risposta cognitiva, data dalla comprensione e dall’apprezzamento dell’intento umoristico, una reazione psicologica (la risata) e una risposta emotiva data dal vissuto di divertimento e allegria (Sultanoff, 2003).
Affinchè l’utilizzo dello humour abbia esiti positivi, i terapeuti dovrebbero essere consapevoli delle diverse funzioni che svolge e individuare il momento più opportuno per ricorrervi.

Louis Franzini (2001) ha individuato diverse funzioni che può assolvere l’ umorismo  in psicoterapia, suggerendo inoltre di inserire lo humour fra le componenti informali del curriculum di ogni psicologo e psicoterapeuta.

In fase di assessment è opportuno che i terapeuti prestino attenzione a ciò che le persone trovano divertente: riuscendo a cogliere quale tipo di umorismo il paziente apprezza sarà possibile farsi un’idea della persona che si ha davanti ed evitare di incorrere in battute infelici. Inoltre, richiamare l’attenzione sull’atteggiamento umoristico (ad esempio, chiedendo perchè ride quando si parla di certi argomenti) rappresenta un metodo per aiutare il paziente ad aumentare la consapevolezza di sè .

L’ umorismo in psicoterapia può essere uno strumento di grande aiuto anche nella costruzione dell’alleanza terapeutica, esso ha un compito importante nella costituzione di una buona empatia, vista la sua funzione di facilitatore sociale che porta ad una maggiore soddisfazione del rapporto, a una maggiore vicinanza e a una risoluzione efficace dei conflitti (Cann et al., 2008). Va sottolineato che la direzione della relazione fra umorismo e alleanza terapeutica è bidirezionale: una maggiore empatia porta ad una maggiore alleanza terapeutica ed un’accresciuta alleanza terapeutica favorisce l’utilizzo dell’umorismo. Inoltre, l’umorismo può essere una strategia utile per favorire una comprensione empatica da parte del terapeuta nei riguardi del paziente (Meyer, 2007).

In fase di intervento l’ umorismo in psicoterapia può facilitare l’apprendimento di prospettive alternative e la riduzione dello stress. L’ umorismo è infatti un’efficace strategia di coping che aiuta a diminuire l’impatto emotivo causato dall’aver vissuto eventi stressanti. Il terapeuta può incoraggiare il paziente a modificare il proprio punto di vista portandolo a “vedere il lato divertente” delle cose, in modo da aiutarlo a regolare le emozioni negative trasformandole in positive.

Va ricordato che l’ umorismo di per sè non è terapeutico: è necessario che venga usato in modo terapeutico. I risultati migliori si ottengono quando i clinici trasmettono empatia e quando gli interventi umoristici vengono impiegati in maniera genuina, comunicando attenzione e sincerità per le preoccupazioni del paziente. D’ altra parte, l’umorismo può non sortire effetti terapeutici, ma arrivare a essere addirittura pericoloso, se non impiegato con criterio.

Uno dei rischi più frequenti nell’utilizzo dell’ umorismo in psicoterapia è che i pazienti non si sentano presi sul serio. Un altro rischio si verifica quando il terapeuta tocca temi importanti in modo divertente, conducendo il paziente all’errata interpretazione che certi argomenti non debbano essere discussi seriamente. Inoltre, secondo Robert Pierce (1994), il terapeuta può mettere in atto tre tipi di umorismo negativo, il cui utilizzo andrebbe, ovviamente, evitato.
1. Commenti umoristici non pertinenti per lo scopo terapeutico. In questo caso il terapeuta cambia totalmente argomento e ne introduce uno non attinente.
2. Uso dell’umorismo in modo difensivo. Viene utilizzato per spostare l’attenzione da temi particolarmente toccanti o personali, sia per se stesso che per il paziente, che il terapeuta non è in grado di affrontare, su altri che ritiene più sicuri.
3. Umorismo utilizzato dal terapeuta per attaccare il paziente. Rientrano in questa categoria i commenti usati per sminuire, prendersi gioco e ridere del paziente. Questo tipo di umorismo può essere vincolato da sentimenti di frustrazione e rabbia, sia consapevole sia inconsapevole.

In conclusione è possibile affermare che l’ umorismo rappresenta un valido aiuto per il terapeuta, uno strumento che, se usato con consapevolezza, consente al clinico di intensificare gli effetti positivi della terapia. Potrebbe essere utile a tal proposito, stimolare nei terapeuti un’attenta riflessione sul tema e esortarli a impiegare l’ umorismo all’interno della relazione terapeutica.

 

Lo stadio operatorio concreto: imparare giocando

Fino ad ora abbiamo esplorato due degli stadi della teoria Piagetiana. Siamo partiti dallo stadio senso motorio che copre l’arco di vita da 0 a 2 anni, passando poi per lo stadio pre-operatorio che va dai 2 ai 6 anni e giungiamo insieme al nostro bambino nella scuola primaria. Siamo nel pieno dello stadio operatorio concreto che va dai 6 ai 12 anni. Tante le novità e tante le abilità acquisite dal bambino in questa fase soprattutto attraverso il gioco. Una fase piena di creatività, di energia di voglia di fare e soprattutto di imparare.

 

La scuola è il momento dell’impegno costante nello studio e delle prime importanti responsabilità per i bambini. Le prime ansie iniziano a manifestarsi e pian piano iniziano le prime domande “ ma sono bravo tanto quanto?”, “ se la maestra mi mette un brutto voto ti arrabbi ?” . I bambini maturano e anche tra di loro inizia ad instaurarsi una relazione diversa.

Lo stadio operatorio concreto: cosa accade nello sviluppo cognitivo del bambino?

Vediamo nello specifico cosa accade nello stadio operatorio concreto e se… si può imparare giocando!
Piaget scrive : “Un’operazione è ciò che trasforma uno stato A in uno stato B, lasciando nel corso della trasformazione almeno una proprietà invariante, e con possibilità di ritornare da B ad A, annullando la trasformazione. Ora si riscontra – e questa volta la diagnosi è facile – che ai livelli preoperatorio la trasformazione è concepita come una modificazione simultanea di tutti i dati, senza nessuna conservazione, il che rende del tutto impossibile il ritorno al punto di partenza senza nuova azione che trasformi nuovamente il tutto (ricreando ciò che è stato distrutto, etc.)…” (Piaget, Inhekder, 1967, pp.137-138).

Nello stadio operatorio concreto, il bambino ammette ora l’esistenza della reversibilità, cioè concepisce l’azione di trasformazione come reversibile.
In questo momento le operazioni mentali si concretizzano e c’e un incontro tra i vari punti di vista. Fondamentale infatti è che le operazioni svolte dai bambini siano concrete cioè visibili a loro. Per esempio compiti di seriazione o classificazioni di oggetti secondo caratteristica vengono svolti con oggetti come gessetti, pennarelli, animali.

Oppure inoltrandoci nel contesto scolastico e nelle prime operazioni logico matematiche di addizione e sottrazione i bambini utilizzano oggetti concreti per poi passare a disegnarli essi stessi ma pur sempre avendo visivamente gli oggetti delle operazioni da compiere.
Nello stadio operatorio concreto, spiega Piaget concetti quali la reversibilità e la conservazione sono tra le acquisizioni logiche più importanti.

Per reversibilità si intende la capacità del bambino di svolgere mentalmente un’ azione inversa, cioè il bambino concepisce che in azione può tornare allo stadio iniziale, mentre per conservazione, intende la capacità del bambino di comprendere ad esempio che due contenitori con uguale capacità ma diversa forma contengano lo stessa quantità di liquido. Questo è uno degli esempi più celebri e più esplicativi di Piaget per descrivere il concetto di conservazione.

L’importanza del gioco nello stadio operatorio concreto

Gli esempi possono esseri diversi e i giochi da poter fare a casa anche. Giocare a classificare gli animali della foresta e quelli domestici, spostare liquidi da un contenitore ad un altro, a rischio di allagare la cucina di quest’ ultimo. Ci si può improvvisare pasticceri e giocare a dolcetti di più e di meno.
Si può giocare con puzzle, memory, giocare con le ombre, riporre oggetti dello stesso colore e della stessa forma.
Addizionare, sottrarre, saltare e contare. Importante è assecondare il momento del bambino e ciò che desidera senza forzarlo nell’imporgli concetti a lui non del tutto chiari.

Oltre a ciò nello stadio operatorio concreto iniziano anche i primi incontri tra bambini a casa, al parco. Come cambia il loro modo di giocare? A scuola si può imparare giocando?
I bambini di oltre 6 anni sono soliti giocare con giochi regolamentati. Questi giochi presuppongono una capacità di socializzazione, ovvero un certo grado di adattamento alla realtà e di tolleranza alle frustrazioni (in questi giochi infatti si deve accettare la sconfitta e non infierire sull’avversario in caso di vittoria). Le regole possono essere tradizionali (quelle tramandate) o frutto di accordi momentanei: l’importanza del loro rispetto è fondamentale per la riuscita di questi giochi.

I giochi di squadra, quali nascondino, ruba bandiera, etc., consentono ai ragazzi di rapportarsi gli uni con gli altri e di stringere amicizie. Nella società moderna, che tende ad organizzare i vari momenti della giornata ed a sacrificare ogni cosa nella competizione per ottenere il massimo dai ragazzi, occorre riconoscere il valore del gioco e assegnare allo stesso gli spazi che necessitano, accanto a quelli dedicati all’istruzione.

Altri tipi di attività ludiche che possono essere presenti sin dai 6 anni e che quindi caratterizzano lo stadio operatorio concreto sono gli hobby. Si tratta di attività intraprese per puro piacere ma che tendono alla realizzazione consapevole di uno scopo. Queste attività possono perseguire la realizzazione dello scopo anche tutta la vita, se le gratificazioni che forniscono crescono col passare del tempo (ad es. gli scacchi o la raccolta dei francobolli). Gli hobby si pongono quindi in una via di mezzo fra il gioco e il lavoro.

Verso i sette – otto anni il bambino acquisisce la facoltà di assumere i punti di vista altrui, di mettersi in qualche modo nei panni degli altri, di svolgere giochi con regole vincolati al rispetto delle stesse.

Quando si trova da solo senza compagni, ad esempio a casa non avendo sorelle o fratelli, mette in atto strategie di gioco diverse per sopperire alla solitudine, alla paura, alla noia. Una di queste strategie è il ricorso all’immaginazione per inventarsi un compagno di giochi, o un aiutante magico. Alcuni di loro investono questa figura di qualità che ad essi mancano, altri lo mettono al loro pari o come subordinati. Via via che il bambino acquisisce fiducia in se stesso, la capacità di star solo senza aver paura e con la crescita, il compagno immaginario tende a lasciare il posto ad amici reali.

Ci possono essere situazioni nelle quali la linea sottile tra “gioco buono” e “gioco cattivo” è molto labile. Per “gioco buono” si intende il gioco libero del bambino, durante il quale egli può esprimersi liberamente e al meglio, dando così modo all’educatore o all’adulto di essere osservatore partecipe e carpire eventuali richieste di aiuto o situazioni problematiche. Per “cattivo” invece s’intende quel gioco, dove si rischia una strumentalizzazione educativa volta a individuare contenuti validi, raccomandati, incentivati dagli adulti, che si tramutano in una sorta di addestramento al gioco centrato sul profitto e sulla prestazione. Queste tecniche sono al loro interno contraddittorie in quanto volte ad una liberazione del corpo nell’atto ludico ma costellate di regole per il raggiungimento di questo obbiettivo e per il suo mantenimento.

Nel momento in cui l’adulto, insegnante o genitore si accosta al bambino per giocare questi diventa incapace di giocare in modo creativo in quanto durante il gioco i bambini non tollerano intrusioni altrui. Spesso educatore e insegnanti si sentono obbligati a far giocare i bambini vivendo anche loro in maniera sbagliata questo compito.

Nel gioco il bambino diventa padrone unico e assoluto della realtà svolgendo un ruolo attivo che consente l’affermazione del proprio sé e delle proprie esigenze di controllo sul mondo.

L’insegnante o l’educatore che scelgono di utilizzare il gioco per il raggiungimento di obbiettivi didattici, educativi e/o terapeutici può avere due tipi di approcci diversi: il primo è quello del fornire regole, tecniche e mettersi a diventare egli stesso un giocatore tra gli altri. Presupposto fondamentale è che per far giocare egli debba saper giocare usando liberamente il proprio sé nell’ambito della relazione comunicativa con l’altro.

Il gioco riveste un ruolo importante nell’apprendimento, in quanto la scuola si configura come luogo di stimolazione dell’atteggiamento ludico e della drammatizzazione.

A scuola l’insegnante si trova di fronte a un interrogativo importante: come inserire il gioco nelle ore dell’attività didattica. Ci sono occasioni in cui egli vuole far giocare  gli alunni ed essi rifiutano ed altre in cui durante lo svolgimento di qualche attività essi trovano il modo ed il tempo di giocare. Il gioco si auto-crea e l’insegnante in classe  può vedere e far finta di nulla o vedere e punire essendo consapevole che comunque l’azione ludica si ripeta. Con esso si libera la propria affettività nei confronti degli altri, delle cose, è un momento di comunicazione. I bambini giocano tra di loro per sperimentare, stabilire relazioni, per provare piacere con gli altri.

A scuola si adopera una distinzione tra  “jocus” e “ludus”: il primo ad indicare un passatempo, il secondo un piacere sfrenato con regole ridotte al minimo. Gli joci sono regolati da regole, tempi, obbiettivi da raggiungere mentre i ludi sono più liberi e meno vincolati.

I modelli pedagogici del gioco

Ci sono vari modelli pedagogici di gioco cui i pedagogisti si rifanno consapevoli che « non potrà mai essere elaborata una teoria generale pedagogica sul gioco».

I tre modelli sono denominati funzionale, occasionale e delegato. Il primo ha come obbiettivo l’imparare più e meglio. Il bambino è gioco con gli insegnanti, gli altri alunni. È ritenuto funzionale perché  si impara giocando. Il secondo modello ovvero quello occasionale, ritiene che il gioco sia importante ma nello stesso tempo “speciale” . è  separato dall’attività didattica ed è regolato in momenti e tempi stabiliti. L’ultimo modello infine sostiene che la scuola non sia il luogo ove giocare in quanto richiede questa attività spazi adeguati  e il bambino deve poter utilizzare la sua fantasia al meglio.

Una delle finalità pedagogiche della scuola resta quella di ridurre al minimo lo sforzo del bambino nell’apprendere. L’insegnante deve rendere affascinante e meravigliose le varie forme di conoscenza, invogliare il bambino alla curiosità: «creatività e apprendimento dovrebbero compenetrarsi».
In questo periodo così lungo e impegnativo i bambini crescono e con loro i pensieri e si accingono pian piano a diventare degli adolescenti in piena tempesta!

Questo lo vedremo più avanti, nello specifico nell’ultima fase dello sviluppo secondo Piaget, ossia lo stadio operatorio formale dai 12 anni in poi.
Per ora giochiamo e divertiamoci con loro. Non esiste miglior apprendimento per i bambini e per gli adulti.

I bambini nel loro chiedere, hanno il potere molto raro di rendere felici due persone in modo opposto : chi si compiace di esaudire il loro ingenuo desiderio ed essi stessi che l’hanno quindi esaudito.

Alzheimer, scoperta rivoluzionaria: origine del morbo legata a depressione e disturbi dell’umore

Lo studio italiano, pubblicato sulla rivista Nature Communications, rivoluziona l’approccio alla demenza di Alzheimer imputandone l’origine all’area tegmentale ventrale, dove viene prodotta la dopamina, neurotrasmettitore coinvolto anche nei disturbi dell’umore.

 

La demenza di Alzheimer

La malattia di Alzheimer (Alzheimer disease – AD) è un disturbo neurologico caratterizzato da sintomi cognitivi e non cognitivi che sono associati ad atrofia cerebrale.

Nel mondo, secondo il World Alzheimer Report 2016 della Federazione Alzheimer’s Disease International (ADI), oltre 47 milioni di persone soffrono di demenza, un numero destinato a salire, a causa dell’invecchiamento della popolazione, a 131 milioni entro il 2050. L’età media dei malati di demenza di Alzheimer è di 78,8 anni, i caregiver impegnati nella loro assistenza ne hanno in media 59. Il morbo di Alzheimer, la forma più diffusa di demenza senile, oggi in Italia colpisce, 500-600 mila persone, pari al 5% delle persone con più di 60 anni.

Secondo una ricerca Censis-AIMA, il 18% vive da solo con la badante e i costi diretti per l’assistenza superano gli 11 miliardi di euro in Italia di cui il 73% è a carico delle famiglie. Oggi l’unico modo di fare una diagnosi certa di demenza di Alzheimer, ricorda il portale dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), è attraverso l’identificazione delle placche amiloidi nel tessuto cerebrale, possibile solo con l’autopsia post-mortem. Nonostante i tanti investimenti in ricerca nel settore, non esistono ancora farmaci in grado di fermare e far regredire la malattia e tutti i trattamenti disponibili puntano a contenerne i sintomi.

Morbo di Alzheimer: la causa nell’area che governa i disturbi dell’umore?

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications, la causa della demenza di Alzheimer non va cercata, come svolto finora, nell’area del cervello responsabile della memoria, ma sarebbe dovuta alla morte dei neuroni presenti in una delle zone che governa anche i disturbi dell’umore. La scoperta, tutta italiana, che promette di rivoluzionare l’approccio alla ‘malattia del secolo’, è il risultato di una ricerca coordinata da Marcello D’Amelio, professore di Fisiologia Umana e Neurofisiologia presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Lo studio, condotto in collaborazione con la Fondazione IRCCS Santa Lucia e il CNR di Roma, getta una luce nuova su questa patologia che, solo in Italia, colpisce circa 500-600 mila persone. Finora si riteneva che, a causare la demenza di Alzheimer, fosse una degenerazione delle cellule dell’ippocampo, area cerebrale da cui dipendono i meccanismi del ricordo. La nuova ricerca invece, punta l’attenzione sull’area tegmentale ventrale, dove viene prodotta la dopamina, neurotrasmettitore coinvolto anche nei disturbi dell’umore. Come in un effetto domino, la morte di neuroni deputati alla produzione di dopamina provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell’ippocampo, con la conseguente perdita dei ricordi.

L’ipotesi è stata confermata in laboratorio, somministrando su modelli animali con Alzheimer, due diverse terapie: una con un amminoacido precursore della dopamina (L-DOPA), l’altra a base di un farmaco che ne inibisce la degradazione. In entrambi i casi, si è registrato il recupero della memoria insieme a un pieno ripristino della motivazione. L’area tegmentale ventrale rilascia dopamina anche nell’area che controlla la gratificazione. Per cui, con la degenerazione dei neuroni dopaminergici, aumenta anche il rischio di andare incontro a una progressiva perdita di iniziativa. Questo spiega perchè la demenza di Alzheimer è accompagnata da un calo nell’interesse per le varie attività della vita, fino alla depressione.

Perdita di memoria e depressione possono essere definite due facce della stessa medaglia. Tuttavia, diversamente da quanto finora ritenuto, i cambiamenti dell’umore non sarebbero conseguenza dell’Alzheimer, ma un segnale del suo inizio. Pur essendo ancora lontana una cura, i risultati suggeriscono che terapie future, tanto per la demenza di Alzheimer che per il morbo di Parkinson, anch’esso causato dalla diminuzione dei neuroni che producono dopamina, potrebbero concentrarsi partendo da questa nuova scoperta.

Manipolazione psicologica: conoscerla per difendersi da essa

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo (Zimbardo, 2008): un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile.

Andrea Ferrari, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

[blockquote style=”1″]Non è necessario credere in una fonte sovrannaturale del male: gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità[/blockquote] (Joseph Conrad).

In cosa consiste la manipolazione psicologica

Nel realizzare questa breve guida abbiamo tentato di ampliare i canoni della letteratura psicologica divulgativa, solitamente dominata da articoli che descrivono come possiamo ottenere un maggior benessere personale, cosa influenza le relazioni sentimentali o su come andare d’amore d’accordo con il nostro partner, figli, colleghi di lavoro ecc. Altri articoli, di stampo più specialistico, forniscono informazioni utili ad una platea di professionisti delle discipline psicologiche, aggiornandoli su nuove procedure diagnostiche, tecniche di intervento, studi di efficacia ecc.

D’altra parte, chi ha mai detto che la psicologia è solo una disciplina di aiuto? È probabile che il lettore profano, dinanzi alla parola psicologia, si immagini di calarsi all’interno di uno studio finemente arredato, con il pavimento in legno e le pareti dominate da acquerelli, attestati e un’immensa libreria di noce. La sua immaginazione lo porterà, quindi, su un divano comodo su cui stare seduto, o anche sdraiato, raccontando ciò che gli passa per la testa ad un signore barbuto, intento a prendere appunti.

Oggi vorremmo offrirvi un’immagine molto meno rassicurante, conducendovi all’interno di una stanza polverosa e chiusa a chiave, senza finestre, con la luce spettrale di un neon che illumina il volto del vostro interlocutore, intento a fumarsi una sigaretta mentre il suo sguardo, torvo, non abbandona neanche per un istante i vostri occhi; sa che, presto o tardi, gli direte ciò che vuole sentirsi dire.

Lo studio dei processi di manipolazione, suggestione e influenzamento è un tema caro alla psicologia sociale, che se ne occupa da decenni. La fine della II guerra mondiale costrinse il mondo occidentale a riflettere sui regimi totalitari, sollevando interrogativi inquietanti sul contributo di ciascun individuo nella genesi e nel mantenimento di sistemi politico-sociali basati sulla restrizione delle libertà, sulla violenza e sulla giustificazione dei crimini più atroci.

Milgram (1974) dimostrò in modo magistrale ciò che Hannah Arendt, quasi contemporaneamente, scriveva mentre assisteva al processo di Adolf Eichmann a Gerusalemme: un uomo qualunque, inserito in un contesto socioculturale favorente, potrebbe diventare uno spietato gerarca nazista.

Milgram individuava nell’obbedienza, e nel timore di contraddire una fonte di autorità i fattori in grado di far compiere un’azione brutale, come somministrare una scarica elettrica ad alto voltaggio ad una persona indifesa. Tuttavia, la descrizione che la Arendt fa di Eichmann evidenzia fattori ancora più inquietanti nella loro meschinità, come il carrierismo e il bisogno di conformarsi ad un sistema gerarchico, oltre ad una incapacità di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Da una parte il timore di contraddire un’autorità, dall’altra il desiderio di esserne complici, indipendentemente dalle implicazioni morali.

Ma fermiamoci qui. Mentre questi esempi riguardano processi di influenzamento, in cui una persona si adegua in modo più o meno cosciente a decisioni imposte, nei processi più francamente manipolativi, la vittima viene soggiogata nel modo di pensare e percepire la realtà, convincendosi di quanto gli viene inculcato.

La manipolazione psicologica in ambito forense

La comprensione dei fenomeni di manipolazione psicologica è particolarmente importante per la psicologia forense, che tra le varie cose si occupa di come le testimonianze giuridiche possano essere influenzate dalle condizioni psicologiche del testimone. Il fenomeno delle false confessioni ne è forse l’esempio più significativo. Pare inoltre che le forze investigative negli USA (ma non solo negli USA) siano facili a confondere la conduzione di un interrogatorio con l’estorsione di una confessione. Va detto che nel sistema giudiziario degli Stati Uniti, la confessione di un imputato assume un valore probatorio decisivo per le sorti di un processo, anche nei casi in cui vi siano scarse evidenze fattuali. Nel 25% dei casi in cui una persona è stata scagionata grazie all’esame del DNA, l’imputazione era avvenuta tramite una falsa confessione (Kassin et al, 2009).

Anche se starete pensando di non essere i tipi da confessare uno stupro o un omicidio che non avete commesso, le ricerche indicano che le persone innocenti sono particolarmente vulnerabili durante gli interrogatori. Secondo Redlich e Meissner (2009) negli Stati Uniti vi sono diverse modalità per condurre un interrogatorio allo scopo di produrre (o estorcere) una confessione, tutte accomunate da tre fasi:
– Isolamento: il sospettato viene detenuto in una piccola stanza e lasciato solo, non gli è permesso di contattare un avvocato di fiducia. Il soggetto trattenuto è così incoraggiato a vivere una condizione psicologica di precarietà, con sentimenti di ansia e insicurezza.
– Confronto: Gli investigatori assumono per principio che la persona che si trovano davanti sia IL colpevole. Quindi, glielo comunicano in modo esplicito, affermano di avere delle prove in mano che consentono di incriminarlo (è utile ricordare che alla polizia è legalmente permesso di mentire), che non gli conviene negare le sue colpe, e che queste comportano gravi conseguenze.
– Minimizzazione: in questa fase chi conduce l’interrogatorio assume un atteggiamento empatico con il sospettato, allo scopo di guadagnare la sua fiducia, gli offre delle giustificazioni per il crimine che (non) ha commesso.

Gli amanti delle serie TV potranno osservare un interrogatorio così descritto nella prima stagione di True Detective, operato da un convincente Matthew McConaughey. E se state pensando che, almeno in Italia, certe cose non accadano, vi invitiamo a leggere questo articolo di Kassin (2012) che dedica particolare attenzione al caso di Amanda Knox, e del delitto di Perugia. Possiamo quindi concludere che gli interrogatori sono un setting ideale per esercitare una manipolazione psicologica.

È interessante osservare come queste modalità di conduzione degli interrogatori sembrano adattarsi al modello circolare dell’abuso di Walker (1979): secondo l’Autrice, la genesi delle violenze domestiche seguirebbe quattro fasi, indicate come
1) Incremento della tensione: la comunicazione tra partner abusante e vittima si interrompe, quest’ultima si sente spaventata e avverte il bisogno di placare la rabbia dell’abusante.
2) Incidente: Il partner abusante manifesta rabbia nei confronti della vittima ed esercita minacce e intimidazioni, si verifica un abuso, a livello verbale, fisico o comportamentale.
3) Riconciliazione: il partner abusante si scusa e si giustifica incolpando la vittima, nega il comportamento di abuso o ne minimizza la gravità;
4) Calma: l’incidente viene “dimenticato”, e non si verificano altri abusi. I partner vivono una “luna di miele” fittizia.

Alla luce delle somiglianze tra i due modelli, non appare azzardato affermare che le false confessioni sono ben più di una tecnica di manipolazione, bensì appaiono come una forma sottile e raffinata di tortura: anche se questo termine non compare mai nei modelli descritti, è evidente che la vittima di questi processi si ritrovi a vivere in uno stato di paura e di sottomissione, con l’impossibilità di chiedere aiuto o uscire dalla relazione. Ne consegue che l’unico modo per cavarsela è acconsentire alle richieste di chi detiene il potere nella relazione.

Un altro fattore che può contribuire ad assoggettare chi subisce un interrogatorio è la mancanza di riposo. Un recente studio di Frenda coll. (2016) ha indagato il ruolo della deprivazione dal sonno impiegando un metodo sperimentale. La variabile dipendente consisteva nell’ammissione di aver compiuto un fatto che non si era commesso, ovvero la produzione di una falsa confessione. II 50% dei soggetti assegnati al gruppo sperimentale, che avevano trascorso una notte in bianco al laboratorio universitario, producevano una falsa confessione, contro il 18% dei soggetti di controllo.

La manipolazione psicologica avviene attraverso una buona comunicazione

La manipolazione psicologica non è solo un processo psicologico, ma è un processo comunicativo (Zimbardo, 2008): un bravo comunicatore è colui che riesce a veicolare messaggi semplici, anche se profondi e sorprendenti, concreti e credibili, facendo leva sui fattori emotivi e con una modalità narrativa facilmente riproducibile. A questo proposito può essere molto utile conoscere i sei principi della persuasione sociale illustrati da Robert Cialdini (2009):

1) Reciprocità: o principio del “ti offro un dito per prenderti il braccio”, indica la nostra tendenza a ricambiare un favore che ci viene offerto. Una tecnica di persuasione che sfrutta questo principio è quella dei campioni gratuiti, si fornisce ai clienti una piccola quantità di prodotto con l’ “innocente” intenzione di informare il pubblico, mentre ciò mette in moto l’obbligo di ricambiare il dono.
2) Impegno e coerenza: il bisogno di apparire coerenti con ciò che abbiamo fatto ci induce un cambiamento mentale che supera le pressioni personali e interpersonali nello sforzo di essere coerenti con quell’impegno. Una tattica persuasiva che sfrutta questo principio è la tecnica del “piede nella porta” che consiste nell’ottenere grossi acquisti cominciando con uno piccolo.
3) Riprova sociale: talvolta, nel decidere che cos’è giusto per noi, ci è di aiuto cercare di scoprire cosa gli altri considerano giusto. Ad esempio, tendiamo a considerare più adeguata un’azione quando la fanno anche gli altri. L’impiego dei testimonial nella pubblicità è una delle trasposizioni pratiche di questo principio, un altro esempio sono le risate finte nelle sitcom.
4) Simpatia: di regola preferiamo acconsentire alle richieste delle persone che conosciamo e che ci piacciono, o che percepiamo come simili a noi. I mariti rimasti vittime dei Tupperware party riconosceranno gli effetti drammatici che questo principio, apparentemente così innocuo, ha sulla nostra pazienza.
5) Autorità: o principio del Megadirettore galattico, indica il senso di deferenza verso l’autorità per cui tendiamo a seguire fino all’estremo l’ordine di una persona autorevole (o presunta tale) in un determinato campo. È il motivo per cui si usano i dentisti negli spot sui dentifrici.
6) Scarsità: un prodotto diviene più attraente quando la sua disponibilità è limitata. Questo principio rappresenta inoltre un ottimo deterrente alla procrastinazione: avete mai sentito parlare della “corsa all’ultimo acquisto”? Sulla base di questo principio i venditori usano frequentemente le tattiche del numero limitato, o dell’offerta valida per pochi giorni.

Le caratteristiche di chi compie la manipolazione psicologica

Passiamo infine alla descrizione delle caratteristiche psicologiche del manipolatore: se questa è la carriera che desiderate intraprendere, potrebbe esservi di aiuto possedere di tratti di personalità afferenti alla triade oscura (Furnham et al., 2012; Paulhus & Williams, 2002), ovvero un costrutto impiegato per descrivere una costellazione di tre tratti di personalità:
narcisismo: tratto di personalità che descrive individui che tendono ad apparire ambiziosi, determinati e dominanti nelle relazioni interpersonali, fino ad esibire un senso di superiorità;
– machiavellismo: tratto di personalità che descrive individui con una forte tendenza al cinismo, alla scarsa considerazione per i principi etici e morali, con la tendenza a manipolare gli altri per raggiungere i propri scopi;
psicopatia: è considerato il tratto più maligno della triade oscura, descrive persone caratterizzate da scarsi livelli di empatia, in combinazione ad alti livelli di impulsività e ricerca di eccitazione. Molti di questi individui manifestano condotte francamente antisociali.

Ora che, in questa breve guida, abbiamo illustrato le principali conoscenze teoriche sulla manipolazione psicologica, siamo certi che la vostra fiducia nel genere umano non sia di certo aumentata. Riteniamo però che conoscere questi processi sia il necessario presupposto per potersi difendere, ricordando al lettore di stare in guardia quando il nostro interlocutore ci evoca sensazioni di insicurezza o di franca minaccia, o quando ad un comportamento seduttivo fanno seguito richieste di impegno (economico, affettivo, lavorativo…), alle quali sente di faticare a sottrarsi. Le domande da farsi in questi casi sono “cosa sta tentando di ottenere rivolgendosi a me in questo modo?”, “mi riesce davvero impossibile sottrarmi?”, “ci sono argomentazioni contrarie da opporre?”. Riconoscere il comportamento manipolativo è il primo passo per potersi sottrarre ad esso, con la necessaria fermezza che deriva dalla consapevolezza dei propri diritti che mai, debbono essere calpestati, sia tra le mura di casa, sia nelle aule della giustizia.

Tuttavia, la manipolazione psicologica fa parte della vita, e non vogliamo invitare il lettore a diventare paranoide nel tentativo di difendersi da minacce sconosciute. Tralasciando casi estremi come gli interrogatori di polizia, essere persuasi, ma anche lasciarsi infinocchiare, sono esperienze comuni; per chi ha un’impresa non è raro subire una truffa da un cliente o un fornitore, così come per chi è in cerca dell’amore della vita, non è raro subire il fascino di persone con intenzioni meno nobili. Ma queste esperienze, per quanto spiacevoli, non sono la prova di una sconfitta: possiamo incassare colpi sporadici senza perdere fiducia e positività nell’affrontare la vita, consapevoli che il mondo non è sempre un luogo rassicurante in cui vivere.

 

La neuroinfiammazione: ruolo e funzione nei disturbi psichiatrici

La neuroinfiammazione consiste in una complessa cascata di eventi biologici attraverso la quale, a partire dall’attivazione della microglia, si produce uno stato infiammatorio che persiste oltre la normale durata fisiologica, provocando uno condizione patologica progressiva.

Veronica Aggio, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

 

La neuroinfiammazione e le encefaliti

Storicamente, la neuroinfiammazione è stata inizialmente affrontata come argomento di ricerca solo relativamente allo studio delle encefaliti. L’encefalite è definibile come un processo infiammatorio sviluppatosi a livello cerebrale, e può essere classificata in: encefalite primaria, quando l’infezione origina direttamente a livello encefalico, encefalite secondaria, quando invece è una conseguenza di uno stato infiammatorio organico esterno al cervello, ed una encefalite autoimmune, provocata da una risposta anomala del sistema immunitario dell’individuo.

Tra il 1916 e il 1927, subito dopo la prima guerra mondiale, venne riportata una devastante epidemia di “encefalite letargica”, così denominata dal medico von Economo: i sintomi principali che colpivano i soggetti comprendevano i disturbi del sonno, letargia, sindromi extrapiramidali, e disturbi neuropsichiatrici quali il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), disturbi della condotta, catatonia, mutismo e apatia; ancora oggi, seppur molto raramente, vengono riportati dei casi di encefalite letargica che, se non completamente curata, può provocare un parkinsonismo postencefalico permanente. Tali processi infiammatori localizzati a livello cerebrale sono riscontrabili anche nelle patologie neurodegenerative: nel disturbo di Alzheimer, studi clinico-patologici mostrano come l’attivazione della microglia rappresenti un evento patogenico precedente all’estesa perdita neuronale caratteristica del disturbo, rappresentandone quindi un possibile biomarker. Inoltre, l’utilizzo di alcuni farmaci anti-infiammatori sembra possa prevenire e ritardare il rischio per lo sviluppo dell’Alzheimer.

La neuroinfiammazione e le patologie psichiatriche

Risulta quindi intuitiva l’importanza del ruolo svolto dalla neuroinfiammazione nelle varie patologie inerenti il cervello; anche per questo, negli ultimi decenni, lo studio delle molecole legate alle risposte infiammatorie è stato esteso anche all’ambito psichiatrico. Uno dei primi inisght per lo studio dei fattori infiammatori anche in ambito psichiatrico deriva dalla pubblicazione nel 1988 di un lavoro di Mednick e colleghi, che riporta un aumento del rischio di sviluppo della schizofrenia nei figli delle madri affette dall’influenza epidemica del 1957 in Finlandia. Nel lavoro veniva proposta l’idea che un’infezione virale durante gli ultimi due trimestri di gravidanza potesse aumentare il rischio di sviluppare la schizofrenia in età adulta.

L’analisi retrospettiva di pazienti ricoverati ad Helsinki con diagnosi di schizofrenia, mostrò come molte delle madri dei pazienti, all’epoca in gestazione, avevano contratto o erano state esposte all’influenza epidemica di tipo A2. Successivamente, nel 2007, uno studio danese confermò i dati precedentemente riportati da Mednick, mostrando nuovamente un aumento del rischio per la schizofrenia associato all’influenza della madre durante la gestazione. Oltre agli stati influenzali, è stata riportata un’associazione fra un’ampia varietà di infezioni virali e batteriche contratte dalle madri durante la gestazione (morbillo, varicella-zoster, rosolia etc) ed un aumento del rischio di sviluppo di schizofrenia dei figli.

Partendo quindi dall’analisi del rischio di sviluppare la schizofrenia in età adulta, molti ricercatori hanno spostato l’attenzione all’analisi dei fattori infiammatori nella patogenesi e mantenimento delle patologie psichiatriche.

Da un punto di vista fisiologico, il corpo è dotato di un duplice sistema immunitario, uno innato ed uno adattivo, mentre il cervello non possiede un proprio sistema immunitario specifico. Il primo elemento che protegge meccanicamente (fisicamente, con la propria presenza) ed enzimaticamente il cervello è la barriera ematoencefalica (BBB – brain blood barrier). La BBB lascia passare selettivamente e bidirezionalmente diverse citochine: l’interleuchina 1-α (IL-1 α), IL-1β, IL-1ra, IL-6, fattore di necrosi tumorale (TNF), fattore inibitorio di leucemia (LIF) e diverse adipochine (citochine secrete dal tessuto adiposo). Queste citochine, che fungono da segnalatori di comunicazione fra le cellule del sistema immunitario e i diversi organi, rivestono un ruolo importante sia nella risposta fisiologica ad uno stato infiammatorio che nei processi neurodegenerativi. Per esempio, il TNF-α può causare uno stato infiammatorio, la morte cellulare inducendone l’apoptosi, e fungere da mediatore per la produzione/rilascio di altre citochine come IL-6, IL-1β e IL-8.

Una seconda forma di protezione del CNS viene fornita dalla microglia, ovvero le cellule immunitarie residenti nel sistema nervoso centrale (CNS), in condizioni normali si presenta in uno stato definito “silente”, caratteristico per la presenza di un piccolo soma e ramificazioni. In questa condizione, lo scopo della microglia è quello di controllare e sorvegliare costantemente l’ambiente circostante per verificare eventuali alterazioni dell’omeostasi cerebrale in seguito a traumi, infezioni, o alterazioni dell’attività neuronale stessa. Se rileva una di queste condizioni, la microglia cambia conformazione e passa ad uno stato “attivo”, assumendo una forma tondeggiante e acquisendo maggior motilità per raggiungere il sito dove è stata riscontrata tale anomalia. Una delle funzioni principali della microglia attivata è quella di regolare la risposta immunitaria del CNS e promuovere delle risposte idonee alla situazione, come il rilascio di citochine pro ed anti infiammatorie. E’ proprio questa risposta infiammatoria a livello cerebrale che viene definita neuroinfiammazione e rappresenta una risposta fisiologica fondamentale atta a difendere e proteggere il CNS. Se, però, tale stato fisiologico si protrae nel tempo in modo incontrollato, può risultare potenzialmente dannoso; ciò è particolarmente evidente nelle patologie neurodegenerative, dove è riscontrabile una condizione di neuroinfiammazione e la microglia risulta essere attivata.

Lo studio della neuroinfiammazione ha fornito risultati interessati in ambito psichiatrico, in particolare rispetto alla schizofrenia, al disturbo bipolare (BD – bipolar disorder) e alla depressione maggiore (MDD – major depressive disorder). Questi tre disturbi rappresentano ad oggi le patologie che comportano una maggiore compromissione e gravità in ambito psichiatrico. La schizofrenia, fra queste, è forse la più conosciuta in assoluto, a causa della sua caratteristica sintomatologia positiva (deliri e allucinazioni), insieme ad un marcato deficit cognitivo e sociale.

Il disturbo bipolare, invece, si caratterizza per un’ alternanza di episodi ipomaniacali (disturbo bipolare I), maniacali o misti (disturbo bipolare II) e depressivi con fasi “depressive”. Infine, la depressione maggiore, ed in particolare la depressione maggiore ricorrente, è definita da un umore deflesso solitamente accompagnato da sentimenti di svalutazione, perdita degli interessi, apatia e anedonia. Partendo da quest’ultimo, gli studi che hanno valutato il ruolo esercitato dalle molecole inerenti l’infiammazione nella MDD hanno più volte riscontrato le due cose come associate: i pazienti affetti da MDD che non hanno mai assunto degli psicofarmaci (drug-naive), mostrano un’alterazione dell’equilibrio fra fattori pro-infiammatori, come IL-1β, IL-2, IL-6, interferone-γ (IFN- γ), TNF ed i fattori anti-infiammatori (IL-4, IL-10). In particolare, in una recentissima review di Ke e collaboratori [2] sul ruolo svolto dalle citochine, ed in particolare dal TNF-α nella MDD, viene riportato come gli elevati livelli dei fattori pro-infiammatori riscontrati nei pazienti possano contribuire alla patogenesi del disturbo; anche gli studi pre-clinici su modelli animali mostrano come, iniettando elevati livelli di citochine pro-infiammatorie, l’animale inizi a mostrare dei sintomi e comportamenti simil-depressivi, dando ancora maggior appoggio alla teoria “macrofagica della depressione”, così come inizialmente definita da Smith, ed oggi riconosciuta come “teoria della depressione basata sulle citochine”.

Altri studi hanno dimostrato come le molecole pro-infiammatorie correlino positivamente con la gravità della sintomatologia depressiva (all’aumentare del numero di molecole pro-infiammatorie, aumenta la gravità dei sintomi). Invece, gli studi inerenti le terapie farmacologiche hanno dimostrato che l’utilizzo di antidepressivi riduce il rilascio di fattori infiammatori circolanti, incrementando anzi il rilascio di antagonisti endogeni delle citochine pro-infiammatorie come IL-10. Di converso, sia le molecole pro-infiammatorie che i fattori di crescita neuronale sono in grado di influenzare la risposta agli psicofarmaci. I pazienti affetti da MDD presentano bassi livelli della neurotrofina BDNF (brain-derived neurotrophic factor): studi recenti mostrano come i pazienti che presentano, alla baseline, livelli maggiori di BDNF rispetto al decremento generale riportato, hanno anche una risposta migliore agli antidepressivi, in particolare agli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina); infine, sembra che gli antidepressivi stessi, siano in grado di aumentare la produzione di BDNF circolante.

I fattori neuroinfiammatori risultano essere correlati anche con il rischio di suicidio, presente in tutte e tre le patologie psichiatriche sopra citate (MDD, BD e schizofrenia). Se comparati con pazienti depressi senza ideazione suicidaria, i pazienti con MDD che nella sintomatologia presentano anche un’ideazione sucidaria hanno dei livelli maggiori di molecole infiammatorie circolanti a livello periferico. Sembra sia oltretutto possibile identificare un profilo distinto di citochine periferiche caratteristico dei pazienti con MDD suicidi rispetto ai pazienti depressi.

Infine, gli stessi fattori che potrebbero essere implicati nella patogenesi e nel mantenimento di queste patologie psichiatriche sembrano avere anche un effetto sulla struttura cerebrale dei pazienti: tra gli studi recenti, uno degli ultimi lavori del gruppo di Benedetti e colleghi ha riportato una relazione fra alcune citochine pro-infiammatorie e gli indici di integrità della sostanza bianca (basati sulla diffusione delle molecole d’acqua nel cervello). In particolare, queste molecole erano associate significativamente con una diminuzione degli indici di integrità della sostanza bianca (anisotropia frazionaria) e con un aumento degli indici di permeabilità della guaina mielinica che riveste l’assone (diffusività radiale e media) in differenti fasci globalmente localizzati.

In conclusione, gli studi che hanno investigato il ruolo svolto dalla neuroinfiammazione hanno dimostrato che esiste un’alterazione generale dei parametri infiammatori nei pazienti affetti dalle principali patologie psichiatriche (MDD, BD e schizofrenia), sia in relazione alla patologia in quanto tale, sia rispetto alla sintomatologia e alle caratteristiche cerebrali strutturali (sostanza bianca e sostanza grigia). Risulta quindi essere di fondamentale importanza l’integrazione fra i dati provenienti dal mondo clinico con quelli più di carattere neuro scientifico e biologico per approfondire ulteriormente il ruolo e gli effetti della neuroinfiammazione in ambito psichiatrico.

 

Life Skills: l’importanza di apprendere empatia e abilità socio-emotive tra i banchi di scuola

Le Life Skills assumono particolare importanza all’interno della psicologia della salute e della prevenzione, in questo contesto, all’interno delle scuole, vengono applicati programmi per i giovani studenti per accrescere autonomia e specifiche capacità individuali e sociali.

 

Le Life Skills diventano un tema di discussione rilevante intorno agli anni 70 e assumono particolare importanza all’interno di una più grande area, rappresentata dalla psicologia della salute e della prevenzione. In questo contesto, all’interno delle scuole, iniziano ad essere applicati dei programmi finalizzati a incrementare nei giovani studenti un maggiore senso di autonomia e ad accrescere anche specifiche capacità individuali e sociali.

A fornire maggiore sostegno, nel 1993, è l’Organizzazione Mondiale della Sanità che pubblica un documento che invita all’insegnamento delle Life skills all’interno del contesto scolastico.

Le Life skills sono state definite dall’ OMS come l’insieme di specifiche abilità personali e sociali che permettono agli individui di far fronte alle sfide, richieste e difficoltà che si presentano nei diversi contesti della vita quotidiana. L’assenza di tali abilità personali e sociali può indurre nelle persone, soprattutto nei giovani, l’instaurarsi di comportamenti a rischio e l’incapacità di fronteggiare efficacemente situazioni di stress quotidiane.

Effetti a lungo termine dei programmi di apprendimento di Life skills

In particolare, nuove ricerche della UBC dell’Università dell’Illinois di Chicago e Loyola University dimostrano come i programmi di apprendimento di Life skills per i giovani non solo migliorano immediatamente la salute mentale, le abilità sociali e gli obiettivi di apprendimento, ma i bambini continuano a mantenere i benefici anche dopo molti anni.

Eva Oberle, assistente di professione presso l’UBC Human Early Learning Partnership nella scuola della popolazione e della sanità pubblica, ha dichiarato:

I programmi di apprendimento socio-emotivo insegnano le abilità di cui i bambini hanno bisogno per avere successo e prosperare nella vita.

L’apprendimento socio-emotivo insegna ai bambini a riconoscere e comprendere le loro emozioni, provare l’empatia, prendere decisioni, costruire e mantenere relazioni sane. Precedenti ricerche hanno dimostrato che l’applicazione di questi programmi di apprendimento di Life skills nelle scuole, non solo migliora i risultati relativi all’apprendimento didattico, ma in più riduce l’ansia e i problemi comportamentali tra gli studenti. Tra i programmi di apprendimento socio-emotivo che vengono spesso applicati troviamo ad esempio il MindUP e Roots of Empathy.

E’ stata condotta una ricerca al fine di valutare se, l’applicazione tali programmi di apprendimento delle Life skills, avesse effettivamente degli effetti positivi sugli individui a distanza di tempo, in quanto gli effetti positivi immediati sono facilmente rilevabili. Questo studio ha analizzato i risultati di 82 diversi programmi che hanno coinvolto più di 97.000 studenti, provenienti dalla scuola materna alla scuola media negli Stati Uniti, in Europa e nel Regno Unito, dove gli effetti sono stati valutati almeno sei mesi dopo la conclusione dei programmi. I ricercatori hanno scoperto che l’apprendimento socio-emotivo ha continuato ad apportare effetti positivi a lungo termine sugli studenti.

In particolare, i risultati evidenziano come gli studenti che hanno partecipato a programmi di apprendimento di Life skills si sono laureati all’università con un tasso superiore dell’11% a quelli che invece non hanno partecipato allo studio. Il tasso di diplomi delle scuole superiori è stato superiore del 6% e i problemi legati all’utilizzo dei farmaci sono stati inferiori del 6% per i partecipanti al programma. Infine, i tassi di arresto sono inferiori del 19% e le diagnosi di disturbi della salute mentale sono inferiori del 13,5% per coloro che hanno preso parte ai programmi.

Oberle ei suoi colleghi hanno anche scoperto che tutti i bambini, indipendentemente da etnia, background socioeconomico o dalla scuola, hanno beneficiato dei programmi.

Oberle afferma che:

L’insegnamento relativo all’apprendimento di abilità socio-emotive nelle scuole è un modo per sostenere i singoli bambini nei loro percorsi di crescita, ed è anche un modo per promuovere migliori risultati della salute pubblica più tardi nella vita.

Oberle e i suoi colleghi sostengono che le scuole siano il luogo ideale per attuare questi interventi di apprendimento di Life skills, perché favoriscono l’inclusione di quasi tutti i bambini, anche quelli considerati a rischio. Infine, Oberle mette in evidenza come, soprattutto durante gli anni della scuola media e prima adolescenza, i giovani si allontanino dalle loro famiglie divenendo sempre più sensibili alle influenze dei gruppi e degli insegnanti. I bambini spendono circa 923 ore in classe ogni anno, e ciò che accade nelle scuole è molto influente sul loro sviluppo.

Adulti con ADHD: come superare le sfide e le difficoltà legate al disturbo

Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD, è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e dei livelli di attivazione. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità da parte degli adulti con ADHD di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente.

 

Le difficoltà che incontrano gli adulti con ADHD

Gli adulti con ADHD spesso si considerano persone improduttive, o ancor peggio, pigre e incompetenti.
Ottenere risultati, soprattutto se legati a compiti noiosi, può sembrare impossibile e chi ci prova spesso ne esce demoralizzato.

Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, o ADHD, è un disturbo evolutivo dell’autocontrollo. Esso include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e dei livelli di attivazione. Questi problemi derivano sostanzialmente dall’incapacità di regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente.

Ma il vero problema del sentirsi incompetenti non è perchè chi ne è affetto è una persona inefficace o inutile; il problema risiede, in realtà, nel non possedere le strategie efficaci.

Questo quanto afferma Roberto Olivardia, psicologo clinico specializzato in individui con ADHD e lui stesso affetto da questo disturbo.
Egli ha suggerito agli adulti con ADHD di pensare a se stessi come “produttori in corso”.

Le strategie che possono essere utili per gli adulti con ADHD

Se dovessimo fare un tour nell’universo dell’ADHD cosa troveremmo? Vediamo quali sono le sfide più ardue per alcuni soggetti intervistati.

Per Roberto Olivardia la sfida più grande nel fare compiti più complessi del normale è la mancanza di motivazione per cose che non sono urgenti o emozionanti.

Ecco perché secondo lui, una strategia utile sarebbe quella di creare un senso di urgenza con dei timer.
Per esempio: egli non ama la falciatura del prato, quindi quando deve farlo imposta un timer di 34 minuti e 32 secondi e cerca di battere quel tempo; questo fornisce una certa stimolazione al compito, come se stesse intraprendendo una gara.

Risulta inoltre utile separare un compito in piccoli passi in modo che questi sembrino gestibili e richiedano poca energia.
Per esempio, quando Olivardia scrive un documento di ricerca, lo scompone in questi passaggi:
1) Carta 2) Assicurarsi che l’inchiostro e la carta siano pronti e la scrivania sia pulita 3) Scrittura della bibliografia 4) Scrivere l’introduzione 5) Scrivere il metodo 6) Scrivere la sezione dei risultati 7) Scrivere la conclusione 8) Leggere la bozza e fare qualsiasi modifica.
Infine, Olivardia ricorda che compiti noiosi o impegnativi sono semplicemente noiosi o impegnativi, “non esiste un modo magico per renderli piacevoli” ricorda inoltre.

Abbiamo visto dunque come la motivazione possa essere una strategia efficace, vediamo ora invece la sfida più grande per Bonnie Mincu, con diagnosi di ADHD e fondatrice della pratica di coaching “Thrive with ADD”.

La strategia più efficace per lei è quella di crearsi degli imprevisti.
Come imprenditrice, ha un’agenda con un programma scandito da scadenze: ciò che aiuta Mincu è infatti creare una scadenza, oltre che stabilire un’ora di partenza del compito che si propone di svolgere; se avvengono poi imprevisti l’importante è stare negli orari stabiliti.
Per esempio, quando deve lavorare ad una pagina web, Mincu si crea una schema nel quale mette a che ora lavorerà ad una determinata pagina, quanto tempo impiegherà e quando finirà.
Altra sfida da affrontare per chi soffre di questa patologia, sono le distrazioni e quanto queste possano deconcentrare.

Per Dana Rayburn, anch’essa affetta da ADHD, la sfida più grande sono appunto le distrazioni quali “Facebook, email, telefonate, messaggi di testo, spettacoli televisivi, libri, familiari e amici”, ha detto Rayburn, che conduce programmi di coaching privati e di gruppo per persone con ADHD.
Per questo ha sviluppato un processo a tre fasi per affrontare le distrazioni. Naturalmente, per prima cosa è importante che ci si accorga che l’attenzione si è defocalizzata. In secondo luogo bisogna controllare le distrazioni ed infine, reindirizzare l’attenzione al compito.

Per le persone con ADHD quindi cosa impedisce di essere produttivi?
Non conoscere il “colpevole” specifico, quindi non riconoscere effettivamente quello che ci sta distraendo, è in realtà il blocco più grande per ottenere dei risultati, ha detto Mincu.
Frequentando le persone con ADHD sente spesso dire : “Per qualunque motivo non ho fatto [il compito]”.
Tuttavia, c’è sempre una ragione, e identificare che ragione o che motivi specifici si sono intromessi nella riuscita del compito possono aiutare a trovare la strategia giusta per superare la sfida.

Per esempio, se ci si sente stressati perché sembra che si abbiano troppe cose da fare, la soluzione è quella di preparare un piano e creare un calendario che aiuta a visualizzare che c’è tempo per tutto ciò che è nell’elenco.

 

Ovviamente, identificare le trappole della produttività potrebbe non essere così semplice. Questo è il momento in cui entra in gioco l’aiuto di un allenatore o di un terapeuta.
È anche importante osservare se stessi. Ogni volta che si tenta di eseguire un’attività, cosa succede? Come ci si sente? Quali pensieri si hanno? Quando si è in grado di completare un’attività, che tipo di compito è? Qual è l’ambiente idoneo per farlo? In altre parole, cosa sembra che possa aiutare a compiere quel compito?

Ottenere le cose quando soffri di ADHD può essere difficile, poiché l’ADHD colpisce tutto, dalla capacità di sostenere l’attenzione alla capacità di priorità.
Ma, come dimostrano alcuni adulti con ADHD, è assolutamente possibile superare i propri ostacoli.
La chiave è identificare le insidie personali e trovare soluzioni ADHD-friendly che funzionino.

Il cliente (2016) di Aristide Tronconi – Recensione del libro

Il romanzo Il cliente affronta il tema dell’ omosessualità che, contemplato attraverso grandi figure storiche, eroi e poeti, evidenzia le grandi contraddizioni e paradossi della società contemporanea che, impaurita dalla diversità, rigetta ciò che non riconosce per tutelarsi.

 

Protagonista de Il cliente è Marco, un uomo sposato di mezz’età. Affetto da dolori alla schiena che pregiudicano attività lavorativa e famigliare. Si affida alle cure di Alessandro, giovane fisioterapista. Il rapporto tra i due è dapprima convenzionale, professionista-cliente, ma a mano a mano che le sedute vanno avanti, dall’ iniziale dialogo formale prendono una piega introspettiva, quasi mimando un percorso di analisi reciproca che porterà ad una intimità maggiore e ad uno scambio di ruoli.

Attraverso una scrittura scorrevole, il romanzo Il cliente con una chiave del tutto realistica affronta il tema dell’ omosessualità che, contemplato attraverso grandi figure storiche, eroi e poeti, evidenzia le grandi contraddizioni e paradossi della società contemporanea, le diverse difficoltà sulla presa di coscienza e accettazione del proprio “io” rapportate all’impreparato mondo che impaurito dalla diversità, rigetta ciò che non riconosce per tutelarsi.

Si rimanda molto ne Il cliente, come detto, al mito greco ma, l’ omosessualità è una tematica per la nostra società del tutto estranea alla naturalezza con cui si descrive nel De Rerum Naturae, citato da Marco. Dalla grecia ai giorni nostri, dalla naturale attrazione, l’ omosessualità è diventata prima “ devianza sessuale” e quindi inserita nel DSM (Diagnostic   and   statistical   manual   of   mental   disorders,   dall’American   Psychiatric  Associatio) e solo nel 1993 viene definito dalla psichiatria come un “orientamento sessuale” non patologico.

Il cliente: omosessualità e omofobia

Il problema principale per le persone omosessuali è l’ omofobia. Il termine omofobia compare nel 1972, nel libro di G. Weinberg “Society and the Healthy Homosexual”. La definizione di omofobia è:

paura irrazionale, l’intolleranza e l’odio perpetrati nei confronti delle persone omosessuali, gay e lesbiche, dalle società “eterosessiste”, che si rifanno a uno schema ideologico che nega, denigra e stigmatizza ogni forma di comportamento, identità, relazione o comunità di persone non eterosessuali.

La definizione attuale di omofobia è:

un insieme di emozioni e sentimenti quali ansia, disgusto, avversione, rabbia, paura e disagio che gli eterosessuali provano, consapevolmente o inconsapevolmente, nei confronti di gay e lesbiche (Hudson e Rickets, 1980).

Tutto questo si traduce in una grande difficoltà per le persone omosessuali che si ritrovano ad affrontare quotidianamente problematiche sociali e personali dovute all’ omofobia; a volte ciò può comportare difficoltà emotive quali aumento degli evitamenti, ansia, depressione, e difficoltà nel vivere una vita serena.

Come la relazione fra allenatore e giocatore influisce sulle performance sportive dei giovani calciatori

Tutte le squadre di calcio, che gareggiano nella prima divisione inglese, hanno una scuola/accademia, il cui obiettivo è quello di coltivare nuovi talenti da avviare alla carriera calcistica. Queste istituzioni sono aperte a ragazzi di età compresa fra 9 e 21 anni. La qualità della relazione che si crea fra giocatore ed allenatore è estremamente importante in quanto ha dei riverberi di notevole portata sul giovane giocatore. Infatti, essa influisce sul suo benessere, sulle strategie di fronteggiamento degli ostacoli e sulle performance sportive.

 

La percezione del rapporto fra giocatore e allenatore rimane stabile nel tempo ed è correlata al raggiungimento degli obiettivi finali della scuola/accademia. Inoltre, un legame emotivamente forte fra allenatore e giocatore diviene il paradigma fondante di ottime performance sportive del futuro calciatore.

L’importanza della relazione tra allenatore e giocatore

Tutte le squadre di calcio, che gareggiano nella prima divisione inglese, hanno una scuola/accademia, il cui obiettivo è quello di coltivare nuovi talenti da avviare alla carriera calcistica. Queste istituzioni sono aperte a ragazzi di età compresa fra 9 e 21 anni. All’interno di tali scuole, i minori sono suddivisi in tre gruppi, ovvero i principianti, con un’età compresa fra 9 e 11 anni; le giovani promesse, la cui età varia fra 12 e 16 anni; i giovani in procinto di diventare giocatori professionisti, la cui età è fra 17 e 21 anni. I ragazzi delle prime due fasce frequentano contemporaneamente la scuola pubblica, che compete loro per età (primaria – secondaria). I giocatori dell’ultima fascia, dai 18 anni in su, una volta terminato l’obbligo scolastico, si dedicano completamente agli impegni connessi con la frequentazione dell’accademia. Essere un giocatore che proviene dall’accademia di una squadra di prima divisione è considerato il viatico per diventare giocatore professionista di élite (Nicholls e al., 2017).

La qualità della relazione che si crea fra giocatore ed allenatore è estremamente importante in quanto ha dei riverberi di notevole portata sul giovane giocatore. Infatti, essa influisce sul suo benessere (Lafreniere e al., 2011), sulle strategie di fronteggiamento degli ostacoli (Nicholls, 2016) e sulle performance sportive (Jowett e Cockerill, 2003). Esiste un legame diretto fra relazione allenatore – giocatore e qualità delle prestazioni dell’atleta (Mata e Da Silva Gomes, 2013; Vieria e al., 2015).

La relazione tra allenatore e giocatore favorisce il raggiungimento degli obiettivi

Una ricerca inglese (Nicholls e al., 2017) si è posta l’obiettivo di capire se la percezione da parte del giovane giocatore della relazione con l’allenatore cambia nell’arco di un semestre di frequentazione della scuola calcio e se tale relazione influenza il raggiungimento degli obiettivi formativi dell’accademia calcistica.

Alla ricerca hanno partecipato 104 giocatori delle scuole – calcio della premier league inglese. I ragazzi avevano un’età compresa fra 9 e 20 anni, con un’età media di 14 anni, appartenenti a più etnie.
Per valutare il rapporto fra allenatore e giocatore si è utilizzato il Questionario sulla relazione fra atleta e coach (CART – Q) di Jowett e Ntoumanis del 2004. Il questionario è composto da 11 item che misurano la vicinanza, l’impegno reciproco e la complementarità che si crea fra giocatore ed allenatore.

Il raggiungimento degli obiettivi formativi è stato sondato attraverso i 12 item della scala che stima il grado di padronanza nell’ambito delle competenze sportive (A – SAGS), messo a punto da Amiot e al. nel 2004. In questo test il giocatore deve valutare le sue abilità nello sport praticato.
I partecipanti hanno compilato i due questionari per due volte, a distanza di sei mesi una dall’altra.

La ricerca ha stabilito che la qualità della relazione fra giocatore e allenatore rimane stabile nel tempo ed è correlata al raggiungimento degli obiettivi finali della scuola. In altre parole, più la relazione è positiva e più il giocatore ha la percezione di essere in grado di raggiungere gli obiettivi accademici. Il fatto che la relazione fra allenatore e giocatore rimanga stabile nel tempo dimostra che, affinché essa sia foriera di un buon apprendimento, deve essere impostata in maniera efficace e positiva fin dalle prime fasi. Inoltre, una relazione emotivamente forte fra allenatore e giocatore diviene il paradigma fondante di ottime performance sportive del futuro calciatore (Nicholls e al., 2017).

Keywords: scuola calcio, giovane sportivo, allenatore, relazione, performance sportive.

Psiconcologia in adolescenza: il doppio dramma dell’accettazione della malattia e dei cambiamenti corporei

Psiconcologia in adolescenza: La neoplasia o tumore, rappresenta in patologia la formazione di un nuovo tessuto che sostituisce il precedente e che cresce in modo diverso da quello fisiologico. Quando tale malattia, di per sé debilitante ed estenuante per il corpo e la mente, si manifesta o viene scoperta durante la fase adolescenziale, molteplici sono le difficoltà e gli scompensi che possono verificarsi negli adolescenti.

Laura Allamprese

 

I cambiamenti che caratterizzano l’ adolescenza

L’ adolescenza rappresenta di per sé un periodo di vita caratterizzato da profondi cambiamenti. Sia per quanto riguarda l’aspetto corporeo che quello psichico. Il corpo maschile e femminile in questa fase vanno incontro a rapide modifiche, come il cambiamento della voce, la maturazione dell’apparato riproduttivo, la comparsa dei caratteri sessuali secondari, seguito a volte dall’incremento ponderale. In questa fase inoltre si stabilizza l’identità sessuale.

Il periodo di transizione dall’infanzia all’età adulta, comporta anche degli sconvolgimenti nella vita psichica. I cambiamenti corporei spesso vengono vissuti con disagio e sofferenza, infatti l’immagine corporea non è più quella dell’infanzia ma non ha raggiunto la maturità sufficiente per essere considerata adulta. Secondo Mastrangelo gli adolescenti devono affrontare tre lutti: la perdita del corpo infantile, la perdita del ruolo infantile e la perdita dei genitori dell’infanzia. Il più sofferto di questi lutti è costituito dalla perdita del corpo infantile, in quanto nella società contemporanea non viene data nessuna connotazione sociale agli individui che si trovano in questa fase, che vengono dunque condannati ad una marginalità sociale.

Psiconcologia: quando il tumore genera ulteriori cambiamenti nel corpo

La neoplasia o tumore, rappresenta in patologia la formazione di un nuovo tessuto che sostituisce il precedente e che cresce in modo diverso da quello fisiologico. Quando tale malattia, di per sé debilitante ed estenuante per il corpo e la mente, si manifesta o viene scoperta durante la fase adolescenziale, molteplici sono le difficoltà e gli scompensi che possono verificarsi. Infatti tutti gli stravolgimenti che questa delicata fase della vita comporta, nel caso di patologia organica vanno a sommarsi alle difficoltà di accettazione e adattamento alla malattia e alle cure, a difficoltà relazionali, a problemi di compliance alle terapie, al disagio emotivo dei pazienti lungosopravviventi, al dolore delle malattie in fase terminale e a cure particolari come le chemioterapie ad alte dosi e gli interventi chirurgici mutilanti, rendendo la transizione alla fase adolescenziale ulteriormente più complessa e sofferta.

Gli adolescenti malati quindi devono affrontare i difficili cambiamenti dovuti alla pubertà, osteggiati e resi più complessi dall’insorgenza della malattia.
Per quanto riguarda i cambiamenti fisici e corporei, essi, in caso di malattia sono alterati o interrotti; può infatti verificarsi la perdita dei capelli, la variazione del peso corporeo, la comparsa di cicatrici in seguito agli interventi chirurgici, o la costante presenza del catetere.

Anche il suddetto processo di separazione dalle figure genitoriali è ostacolato dalla tendenza dei genitori di pazienti neoplasici all’ iper-coinvolgimento e all’iperprotettività, che spesso comportano una perdita di autonomia degli adolescenti con tumore, essi non sono indipendenti né dal punto di vista economico né da quello decisionale; essi a volte regrediscono ad una dipendenza totale dalle figure genitoriali.

Invece di andare incontro ad una progressiva maturazione della personalità, ed al conseguimento degli obiettivi di sviluppo, quello che si verifica in tali pazienti è una regressione, con paura della malattia e delle conseguenze dei trattamenti. Inoltre la tipica crisi d’identità adolescenziale si intreccia con il problema di integrare una condizione mentale tipica della giovinezza, ricca di speranze, entusiasmi, desideri e una condizione fisica che necessita di cure come accade nell’età senile. L’adolescente con tumore si trova inoltre costretto a sperimentare anche una serie di problemi sociali, come la mancata frequenza scolastica, le carenti o nulle relazioni con i compagni e amici, la sospensione di attività sportive o ludiche e la ridotta frequenza delle relazioni con eventuali fratelli o sorelle. Insomma , il vissuto di isolamento è alle porte.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che, come ha rilevato Ferrari ( 2010) spesso gli adolescenti stanno in una “ terra di nessuno “ tra il mondo dell’oncologia pediatrica e quella dell’oncologia dell’adulto, dunque si trovano sospesi tra questi due ambiti, dunque, il risultato è che il trend di miglioramento in termini di sopravvivenza documentato negli ultimi anni per i bambini e per i pazienti adulti non si è osservato nei pazienti in questa fascia di età, infatti a parità di condizione clinica, di fatto un adolescente ha minori probabilità di guarigione di un bambino, spesso semplicemente in relazione alla rapidità con cui arriva alla diagnosi, alla qualità della cura, all’arruolamento nei protocolli clinici.

Pertanto il rischio che si determini l’insorgenza di una psicopatologia è piuttosto elevato, e sarebbe dunque fondamentale un’integrazione degli interventi per la salute mentale nell’oncologia dell’adolescente.

Un altro dato interessante e corroborante l’idea di un’integrazione della cura psicologica a quella organica è dato da alcune ricerche di Spiegel e Giese-Davis ( 2002) secondo cui lo stress emotivo della malattia, il modo in cui esso viene gestito, e soprattutto la sua estremizzazione e cronicizzazione potrebbe essere in relazione all’incidenza del cancro e influenzare gli aspetti fisiologici e le capacità di coping. Spiegel infatti pratica la psicoterapia di gruppo con pazienti oncologici, favorendo in tal modo il supporto reciproco tra questi pazienti.

Psiconcologia: l’importanza della compliance e dell’accettazione della malattia e delle cure

La compliance indica l’accettazione delle cure e del trattamento medico consigliato. Nei giovani pazienti spesso le angosce dovute alla malattia si intrecciano con le difficoltà di far fronte alle trasformazioni adolescenziali, ed è frequente che emergano comportamenti di negazione della malattia e di rifiuto delle cure. Il rifiuto delle cure e del trattamento in pazienti neoplasici, non va solitamente interpretato come un sintomo di patologia psichica, ma può rendere necessario il trattamento psicologico qualora dovesse rappresentare un impedimento alle cure mediche.

Nell’ambito della psiconcologia lo psicologo viene interpellato di solito quando il comportamento del paziente interferisce con il piano terapeutico. Tra i problemi più gravi si riscontrano la negazione di malattia, il fatalismo paralizzante, la rabbia incontrollabile e l’ideazione persecutoria. Il trattamento può richiedere un intervento di sostegno per le paure di dolore legate all’intervento o la perdita di controllo e di aumento di vulnerabilità, le perdite riguardano la privazione di un seno o un arto, dei capelli, oppure del lavoro e dei contatti sessuali, o della funzionalità sessuale. I meccanismi difensivi che il paziente adotta a questo punto sono finalizzati all’elaborazione dei vissuti e delle emozioni suscitati dalla malattia. Spesso, come ricorda Ferrari, un limite che si riscontra nel personale sanitario, è considerare che il comportamento dei pazienti sia regolato completamente da meccanismi logico- razionali, ed alcune situazioni vengono considerate inspiegabili. Esistono invece delle specifiche raccomandazioni cliniche quando un paziente adolescente rifiuta un trattamento salvavita che prevedono la valutazione della capacità decisionale, la valutazione delle ragioni del rifiuto e il fondamento di tale rifiuto.

Bisogna tener conto del fatto che spesso gli adolescenti sono più interessati agli effetti collaterali acuti che non alla guarigione a distanza, sebbene con grossi sacrifici.

Spesso in psiconcologia la collaborazione nei pazienti in età evolutiva è compromessa in maniera evidente dall’angoscia; il mondo ospedaliero può apparire inquietante agli occhi dei giovani pazienti e dunque il rifiuto al trattamento può essere causato dalla paura. È perciò fondamentale che l’organizzazione di un reparto di cura di adolescenti malati di tumore sia organizzato con finalità di diminuire lo stress e l’ansia. È dunque necessario che gli adolescenti malati siano curati in luoghi costruiti appositamente per loro. In casi invece estremi di opposizione al trattamento o di insorgenza di malattia psicopatologica è raccomandabile un trattamento psicoterapeutico individuale o di gruppo.

Un altro aspetto importante da considerare nell’ambito della psiconcologia, per quanto riguarda l’adattamento alle vicende difficili come le malattie gravi, riguarda i meccanismi di difesa intesi come strumenti utilizzati dagli individui non solo per fronteggiare l’angoscia derivante da conflitti psichici interni, ma anche come meccanismi per far fronte all’angoscia legata ad aspetti reali, come situazioni che mettono a rischio la vita. Tali difese vanno valutate in base alla loro intensità, flessibilità e al livello di maturità del soggetto e alla possibilità di modificarsi in base alle situazioni. L’impiego elastico delle difese permette infatti di fronteggiare efficacemente l’angoscia. Nello specifico nel caso della malattia l’obbiettivo fondamentale dei meccanismi di difesa è quello di attenuare l’angoscia di morte. Spesso nei pazienti oncologici in età evolutiva si assiste a fasi di regressione a comportamenti tipici di fasi precedenti dello sviluppo. In particolare, durante le tappe più importanti del processo di separazione individuazione è possibile che si verifichi una regressione più intensa e un conflitto tra esigenze di autonomia e bisogni di accudimento. Una regressione eccessiva che si protrae troppo a lungo per effetto di una malattia grave durante la crescita, può rappresentare un problema.

Un aspetto importante su cui negli ultimi anni si è concentrata l’attenzione dei clinici riguarda quelle reazioni del paziente che non consentono l’espressione della sofferenza. Il rischio è che le paure più profonde vengano negate e compaiano come sintomi psicopatologici in momenti successivi.

Trattamento di psiconcologia per gli adolescenti

Le modalità di intervento in psiconcologia e di supporto psicologico nell’adolescente affetto da neoplasia sono differenti rispetto a quelle dei pazienti adulti o dei bambini. Infatti mentre è generalmente l’ammalato a chiedere una cura perché consapevole del suo disagio o perché ritiene che un intervento psicologico potrebbe essere di giovamento, nell’assistenza alle malattie gravi questo accade molto raramente, perché il soggetto di solito non presenta una psicopatologia conclamata, ma adotta modalità di adattamento fisiologico inadeguate o insufficienti che quindi richiedono un intervento di supporto. È in questa fase fondamentale che la proposta di intervento di supporto psicologico venga svolta in modo appropriato ai fini di una buona riuscita dell’alleanza terapeutica, ed è consigliabile che siano i medici a prospettare al giovane paziente oncologico la possibilità di un intervento psicologico. È infatti importante che l’attenzione ai bisogni psicologici sia inserita in un progetto integrato di presa in carico globale del paziente, dove il personale medico collabori attivamente con psicologi e psicoterapeuti, altrimenti c’è il rischio che ad un possibile rifiuto delle cure del corpo si aggiunga il rifiuto per le cure della psiche.

La sensazione di confusione è presente in molti pazienti in seguito all’esordio della malattia e alla diagnosi; l’ascolto e il colloquio con gli operatori può contribuire a ristabilire negli adolescenti in crisi emotiva un concetto di sé stabile e realistico sostenendo un senso di competenza rispetto al funzionamento personale e alle relazioni sociali, affettive e lavorative. Il colloquio può offrire un supporto in un momento di temporanea difficoltà ad integrare un evento o una situazione nei suoi processi di elaborazione di significato. In ospedale la modalità di intervento maggiormente utilizzata è quella supportiva. Tali tipi di intervento hanno l’obiettivo di migliorare l’autostima, la fiducia in se stessi, l’adattamento alla malattia e alle cure, oltre a lavorare per permettere un miglior funzionamento mentale di altre capacità come l’esame di realtà, le relazioni oggettuali, i meccanismi di difesa.

Clerici e colleghi ( 2014) identificano tre aree critiche nell’adattamento psicologico ad una malattia grave, costituite da processi emozionali, risposte cognitive e rappresentazione di sé. Per quanto riguarda le risposte emotive esse possono comportare sensazioni di torpore e ottundimento emotivo e cognitivamente la gamma di pensieri può essere limitata. I pazienti possono sperimentare l’assenza di emozioni positive a causa dell’improvviso irrompere della malattia nella vita, con i suoi effetti limitanti le prospettive del futuro, può riattivarsi una relazione ambivalente con le figure di attaccamento.

Se il corpo è sofferente e mal funzionante a causa della neoplasia o di aspetti derivanti dalle cure, l’adolescente può sperimentare un conflitto tra se stesso e la nuova realtà, avvertendo sensazioni caotiche, di depersonalizzazione e derealizzazione e sensazioni di isolamento.

Si può dunque affermare che l’obiettivo generale della psiconcologia è quello di guidare l’adolescente all’accettazione della patologia organica, sostenendo e promuovendo al contempo il suo sviluppo identitario e la sua maturazione psichica e facilitando il transito ad un’identificazione con la nuova immagine corporea, caratterizzata dai cambiamenti legati alla fase puberale e post puberale e dai cambiamenti imposti dalla malattia. Per fare ciò lo psicoterapeuta che segue un malato oncologico farebbe bene dunque a liberarsi dai suoi vissuti di onnipotenza e ricordarsi che egli può fare molto per il malato, ridimensionando e lenendo la sua angoscia di morte, ma che – chiaramente- la patologia organica non ricade sotto la sua area di competenza. L’intervento psicologico dovrà essere orientato innanzitutto ad affrontare e cercare di risolvere quanto prima l’opposizione del malato al riconoscimento del suo stato ed il rifiuto delle cure.

All’interno della psiconcologia, l’approccio psicoanalitico consiste nella chiarificazione dell’informazione all’interno dell’unità somato-psichica: eliminando le informazioni aberranti originate da misconoscimenti dovuti all’immaturità dell’apparato psichico in formazione, liberando gli accumuli energetici che non hanno trovato modalità fisiologiche di scarica, ridimensionando i vissuti di onnipotenza narcisistici. La scomposizione delle componenti psichiche si completa con una sintesi superiore dei contenuti rappresentazionali-affettivi ( Zangrilli, 2006).

Al di là della paura: la psicologia del terrorismo

Dopo gli avvenimenti del Settembre del 2001 il terrorismo è diventato una minaccia incombente e quotidiana che ha turbato la serenità collettiva. Negli ultimi anni le paure ad esso connesse hanno raggiunto l’apice storico.

Giulia Grigi, Carmine Rescigno – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

 

Dopo gli attentati recenti in Francia, in Belgio e in Inghilterra, l’Europa e il Mondo sono ripiombati nuovamente in un clima di sgomento e di terrore. Il terrorismo è divenuto uno di quei temi con i quali ci ritroviamo a fare i conti quotidianamente, quasi costretti a confrontarci con questa nuova realtà sempre più incalzante.

Terrorismo, adolescenti e internet

Sempre più giovani adolescenti, vengono reclutati tra le fila degli aspiranti attentatori. Dounia Bouzar, antropologa impegnata in Francia in un lavoro di decondizionamento delle menti dei giovani, sedotte da questo ideale, fa notare che soltanto uno stimolo emozionale, e non cognitivo, legato alla ragione può liberare questi giovani dalla chiamata alle armi. La Bouzar avverte i genitori riguardo la necessità di avvertire i propri figli riguardo i pericoli nascosti in Internet, piattaforma per il reclutamento delle nuove giovani leve al servizio della Jihad contro il mondo occidentale.

Il web rappresenta un vero e proprio nodo cruciale nella strategia di ISIS che è fondata principalmente sulla diffusione virale dei propri contenuti online. I social network come Facebook, Youtube, Twitter diventano parte integrante di un marketing del terrore che assume sempre più i toni di una propaganda mondiale, forte soprattutto dell’abile utilizzo da parte degli estremisti della lingua inglese.

Psicologia del terrorismo: cosa accade nella mente di un attentatore

A questo punto nasce spontaneo interrogarsi sulla psicologia del terrorismo, in particolare sulla psicologia della mente di un attentatore.

Innanzitutto quali meccanismi rendono qualcuno un fanatico? Una ipotesi è stata avanzata dagli psicologi sociali Stephen D. Reicher e S. Alexander Haslam (2016), i quali suppongono che in molti casi i terroristi non siano personalità sadiche o psicopatiche come saremmo portati a pensare, bensì persone ordinarie che vengono condizionate da dinamiche di gruppo nel commettere degli atti di efferata atrocità in nome di una percepita giusta causa.

Reicher e Haslam ci spiegano che queste dinamiche tendono ad influenzare anche noi, in quanto le nostre paure e le nostre reazioni esagerate possono produrre dei livelli più elevati di estremismo, dando vita ad un ciclo che è stato denominato “co-radicalizzazione”. Un’altra importante questione ci porta a riflettere e a porci degli interrogativi riguardo al come possono dei terroristi, esseri umani, trattare con tanta crudeltà altri esseri umani, e soprattutto come questo possa risultare fascinoso sui giovani e cosa hanno in mente questi, quando scelgono come obiettivo dei civili innocenti?

Molti potrebbero saltare a conclusioni affrettate, solamente dei sadici o degli psicopatici – individui del tutto diversi da noi – potrebbero indossare un giubbotto imbottito di esplosivo o imbracciare un fucile e fare fuoco all’impazzata. Ma purtroppo questa prospettiva pare errata. Grazie agli esperimenti fatti tra il 60 e il 70 in psicologia sociale siamo venuti a conoscenza che individui sani e senza nessuna particolare psicopatologia erano in grado di poter infliggere senza provare alcuna forma di rimorso danni molto gravi ad altre persone. Questo viene dimostrato nel celeberrimo esperimento tratto dallo studio di Millgram (1978) sull’obbedienza all’autorità che dimostra che il suo campione di soggetti dei test era pronto a infliggere quelle che ritenevano essere delle scariche elettriche letali semplicemente perché questo veniva espressamente chiesto da ricercatori in camice bianco.

Successivamente un altro esperimento di Zimbardo (1972) ha dimostrato che gli studenti a cui veniva assegnato il ruolo di guardie carcerarie erano disposti a infliggere qualsiasi sorta di umiliazione e a commettere ogni genere di abuso sugli studenti che impersonavano i prigionieri. Questi studi appena citati hanno dimostrato che la maggior parte degli esseri umani può commettere atti di violenza se si trova in una determinata condizione. E vale lo stesso discorso per i terroristi. Da un punto di vista della psicologia del terrorismo, tutti coloro che aderiscono a gruppi estremisti non sono dei mostri, ma come afferma l’antropologo Scott Atran studioso di questa tipologia di assassini,  ma gente ordinaria. Quello che trasforma una persona in un fanatico, spiega Atran “non è qualche inerente difetto di personalità, ma piuttosto la dinamica trasformatrice della personalità che si stabilisce nel gruppo” a cui appartiene.

Secondo Millgram e Zimbardo lo sviluppo di queste dinamiche di gruppo è correlato con il conformismo, ovvero l’obbedienza ad un leader oppure il sottostare al punto di vista della maggioranza. Numerosi studi che hanno abbracciato la gran parte dell’ultimo mezzo secolo hanno aumentato la nostra comprensione circa il comportamento delle persone all’interno dei gruppi. In particolare, stiamo imparando che la radicalizzazione non avviene dal nulla ma è portata in essere, almeno in parte, da tensioni tra i gruppi che gli estremisti pianificano di creare, sfruttare e provocare. Se si riesce a convincere un numero sufficiente di non-Musulmani a guardare i Musulmani con timore e ostilità, allora i Musulmani che fino a quel momento si erano mantenuti su posizioni moderate potrebbero sentirsi ignorati e prestare orecchio alla chiamata delle voci fondamentaliste.

Allo stesso modo, se si può convincere un numero sufficiente di Musulmani a manifestare ostilità verso gli Occidentali, allora la maggioranza in Occidente potrebbe iniziare a sostenere una leadership più disposta al conflitto. Sebbene spesso pensiamo ai fondamentalisti islamici e agli islamofobi come poli opposti, in realtà le due posizioni sono inestricabilmente interconnesse. E questa consapevolezza comporta che le soluzioni alla piaga del terrore devono riguardare entrambe le parti. Le scoperte di Milgram e Zimbardo hanno dimostrato che la maggior parte degli esseri umani potrebbe abusare degli altri. Se si guarda attentamente ai risultati, però, la maggior parte dei soggetti non lo ha fatto (per i risultati dei singoli esperimenti vedi bibliografia).

Identificazione e disidentificazione

Quali sono gli elementi peculiari di coloro che lo hanno fatto? Henry Tajfel e John Turner, sostenevano che il comportamento di un gruppo e l’influenza del suo leader dipendessero da due fattori collegati tra di loro: l’identificazione e la disidentificazione, cioè affinché qualcuno si lasci influenzare dal gruppo ci si deve identificare con i membri del gruppo e al tempo stesso distaccare dagli esterni al gruppo, ritenendo che questi ultimi non abbiano niente a che spartire con sé.

Hanno trovato conferma di queste dinamiche nel loro lavoro gli studiosi di psicologia sociale S.D. Reicher e A. Haslam (2016), che ha rivisitato i paradigmi di Milgram e Zimbardo. Attraverso un buon numero di studi diversi, abbiamo scoperto consistentemente che, proprio come avevano sostenuto Tajfel e Turner, i soggetti sono disposti ad agire in maniera oppressiva solo a patto di aderire alla causa a cui gli è stato in precedenza chiesto di aderire – e disidentificarsi con coloro a cui devono fare del male. Più ritengono giusta la causa, più giustificano i loro atti come sgradevoli ma necessari.

Questa comprensione – cioè che è l’identità sociale e non la spinta a conformarsi che determina il punto fin cui si è disposti a spingersi – ben si accorda con le scoperte sulle motivazioni dei terroristi. Nel suo libro del 2004 Comprendere i Network del Terrore, lo psichiatra forense Mark Sageman, un ex ufficiale della CIA, sottolinea che i terroristi sono in genere autentici credenti che capiscono esattamente quello che stanno facendo. “I Mujaddin erano killer entusiasti“, fa notare, “non robot che rispondevano semplicemente alle pressioni sociali o alle dinamiche di gruppo“. Sageman non sminuisce l’importanza di leader carismatici come Osama Bin Laden e Abu Bakr Al-\Baghdadi dell’ ISIS, ma ha suggerito che provvedono più a fornire ispirazione che a dirigere le operazioni, impartire ordini o tirare i fili.

In realtà, vi è una scarsa evidenza documentata di marionettisti che orchestrino gli atti terroristici, per quanto il linguaggio dei media spesso lasci intendere il contrario. Il che ci porta al secondo recente sviluppo per quanto riguarda il nostro pensiero sulle dinamiche di gruppo: abbiamo osservato che quando le persone si pongono sotto l’influenza di autorità, malevole o meno, solitamente non assumono atteggiamenti servilistici, ma piuttosto trovano strade uniche e individuali per portare avanti gli obiettivi del gruppo. Dopo che l’esperimento della prigione di Stanford si era concluso, per esempio, una delle guardie più zelanti ha chiesto al prigioniero di cui aveva abusato che cosa avrebbe fatto al suo posto. Il prigioniero replicò: “Non credo che avrei avuto tanta inventiva quanta ne hai avuta tu. Non credo che sarei riuscito ad essere così creativo in quello che facevo. Non sarei riuscito a realizzare un capolavoro come il tuo“. Anche i singoli terroristi tendono ad essere sia autonomi sia creativi, e l’assenza di una struttura gerarchica di comando è ciò che rende il terrorismo così difficile da combattere.

Il ruolo dei leader

Sorge spontanea la domanda sulla strategia impiegata da parte dei leader di queste cellule sul come facciano ad attrarre nuovi seguaci senza impartire ordini diretti. La risposta potrebbe arrivare da scoperte passate che sottolineano il ruolo che i leader giocano nel costruire un senso di identità e scopo condivisi per un gruppo, aiutando i membri a trovare una cornice di riferimento per interpretare le loro esperienze. Rafforzano i loro seguaci stabilendo una causa comune e rafforzano sé stessi nel formarla. In realtà, gli esperimenti di Milgram e Zimbardo sono lezioni autorevoli sul come creare una identità condivisa e poi impiegarla per mobilitare le persone verso fini distruttivi.

Proprio come i due hanno convinto i soggetti dei loro studi a infliggere dolore nel nome del progresso scientifico, così i leader di successo hanno bisogno di far passare l’impresa che hanno in programma per il loro gruppo come onorevole e nobile.

Sia al Qaeda sia l’ISIS sfruttano questa strategia. Una larga parte del fascino che esercitano sui simpatizzanti è dovuta al fatto che promuovono il terrore nel nome di una società migliore, una che si richiama alla comunità pacifica che circondava il profeta Maometto. È cruciale, tuttavia, che la credibilità e influenza dei leader – specialmente quelli che promuovono il conflitto e la violenza – dipenda non solo da ciò che dicono e fanno ma anche dal comportamento dei loro oppositori. Prove di ciò sono emerse dopo una serie di esperimenti condotti da uno studio di Haslam e Ilka Gleibs (2016) che hanno studiato come la gente scelga i propri leader. Una delle scoperte chiave è stata che le persone sono più bendisposte a supportare un leader bellicoso se il loro gruppo si trova in contrasto con un altro gruppo che ha una attitudine belligerante.

Proprio come l’ISIS fomenta i politici radicali in Occidente, così quei politici indirettamente e forse inconsapevolmente fomentano l’ ISIS per ottenere sostegno. Questo scambio è parte di quello che lo studioso delle religioni Douglas Pratt dell’Università di Waikato in Nuova Zelanda ha denominato co-radicalizzazione. E in essa si può individuare il vero potere del terrorismo: può essere utilizzato per provocare altri gruppi affinché considerino il proprio stesso gruppo come pericoloso – il che consolida i seguaci di quei leader che predicano l’inimicizia. Il terrorismo non riguarda tanto il diffondere la paura nello stato di cose vigente, ma nel modificare quello stato di cose seminando sfiducia e ulteriore conflitto.

Nel febbraio 2015 la rivista dell’ISIS Dabiq ha pubblicato un editoriale intitolato “L’ estinzione della zona grigia“. I suoi autori si lamentavano del fatto che molti Musulmani non vedessero l’Occidente come il loro nemico e che molti rifugiati fuggiti da Siria e Afghanistan in realtà vedessero i paesi occidentali come luoghi di opportunità. Invocavano la fine della ‘zona grigia’ di coesistenza costruttiva e la creazione di un mondo nettamente diviso tra Musulmani e non Musulmani, nel quale ciascuno o sta dalla parte dell’ISIS o dalla parte dei kuffar (miscredenti). Inoltre spiegava l’attacco alla sede del magazine francese Charlie Hebdo esattamente in questi termini: “Il tempo era giunto per un nuovo evento – magnificato dalla presenza del Califfato sul palcoscenico globale – per portare nuova divisione nel mondo”.

Sintetizzando, il terrorismo si basa tutto sulla polarizzazione. Si tratta di riconfigurare le relazioni intergruppali in modo che le leadership radicali sembrino offrire la soluzione più sensata per affrontare un mondo di sfide radicali. Da questo punto di vista, il terrorismo è il completo opposto della distruzione insensata. E’ piuttosto una strategia conscia – ed efficace – per attirare seguaci nell’ambito dei leader disposti al conflitto. In questo modo, quando si tratta di capire perché i leader radicali continuino a fomentare il terrorismo, abbiamo bisogno di porre in esame sia le loro azioni sia le nostre reazioni.

La lotta al terrorismo: attenzione alle azioni e alle reazioni

Attualmente le energie adoperate da molti paesi per contrastare il terrorismo, prestano poca attenzione al modo in cui le nostre reazioni vadano a costituire l’antefatto delle loro azioni. Queste iniziative si concentrano esclusivamente sugli individui e si aspettano che qualcosa mini il senso di sé e la determinazione di qualcuno: discriminazione, la perdita di un genitore, il bullismo, un trasferimento, o qualsiasi cosa che lasci la persona confusa, incerta e sola.

Lo psicologo Erik Erikson (1968) ha notato che i giovani con una identità ancora in costruzione sono particolarmente vulnerabili a questo tipo di deragliamento. Di conseguenza diventano facili vittime di gruppi che affermano di offrire una comunità di supporto nel perseguimento di un nobile obiettivo. Questa potrebbe essere una parte importante del processo con il quale le persone vengono attirate all’interno di organizzazioni terroristiche. Una grande quantità di prove indica l’importanza dei legami dei piccoli gruppi e, secondo Atran e Sageman (2010; 2016), i terroristi islamici sono caratteristicamente fondati su piccole associazioni di parenti e amici intimi. Molti gruppi creano legami affettivi centrati su una causa comune: gruppi sportivi, gruppi culturali, gruppi di difesa dell’ambiente. Anche tra le fazioni religiose – inclusi i gruppi islamici – la grande maggioranza offre un senso di comunanza e di significanza senza con ciò promuovere la violenza. Allora perché, nello specifico, alcune persone sono attratte dai pochi gruppi islamici che predicano il confronto violento?

È ipotizzabile che questi gruppi offrano molto di più che la semplice consolazione e supporto. Offrono anche delle narrative adatte alle loro reclute e li aiutano a trarre senso dalle loro esperienze. E in quel caso, bisogna esaminare seriamente le idee che i gruppi islamici militanti promuovono – inclusa la nozione che l’Occidente sia un nemico di sempre che odia tutti i Musulmani. Forse che le nostre reazioni maggioritarie in qualche modo finiscano per supportare le tendenze radicalizzanti nelle comunità islamiche minoritarie? Forse che la polizia, gli insegnanti e altre figure di rilievo facciano sentire i giovani islamici in Occidente esclusi e rigettati – in maniera tale che arrivano a vedere lo stato meno come un protettore e più come il loro avversario? Se è così, in che modo ciò cambia il loro comportamento?

In uno studio attualmente in corso, Reicher in collaborazione con Blackwood e Hopkins hanno condotto una serie di sondaggi individuali e di gruppo all’interno degli aeroporti scozzesi nel 2013. Abbiamo scoperto che la maggior parte degli Scozzesi – islamici e non islamici – hanno un chiaro senso di ‘tornare a casa’ dopo i loro viaggi all’estero. Eppure molti musulmani scozzesi provavano l’esperienza di essere trattati con sospetto ai controlli aeroportuali. Chiedendosi il perché di essere stati perquisiti, il perché di aver risposto a tutte quelle domande e il perché vengano portati in una stanza separata.

Questa esperienza di “misriconoscimento” ovvero di trovarsi in una situazione in cui gli altri dubitano o negano una data identità, ha provocato ira e cinismo verso le autorità. Ha condotto queste persone a prendere le distanze dalla gente dal chiaro aspetto britannico. Per essere chiari, il misriconoscimento non trasforma istantaneamente gente altrimenti moderata in terroristi o estremisti. Nonostante questo, ha iniziato a spostare la bilancia del potere dai leader che dicono: “Collaborate con le autorità; sono vostre amiche”, verso quelli che insistono: “Le autorità sono vostre nemiche.”

I leader delle minoranze radicali usano la violenza e l’odio per provocare le autorità maggioritarie a istituire una cultura di sorveglianza contro i membri dei gruppi minoritari. Questa cultura provoca misriconoscimento, che porta al disimpegno e alla disidentificazione dalla cultura maggioritaria. E questa presa di distanze può rendere gli argomenti dei radicali più difficili da ignorare. In conclusione si potrebbe affermare che da sole le voci delle minoranze radicali non bastano a radicalizzare qualcuno né bastano le esperienze individuali di questo qualcuno. Ciò che è efficace, invece, è il mix delle due cose e la loro caratteristica di rinforzarsi e amplificarsi a vicenda.

I servizi psichiatrici di diagnosi e cura tra criticità e innovazione – Report dal corso di Palermo, 13 luglio 2017

Diagnosi, intervento precoce, in particolare per il contrasto dei comportamenti aggressivi, integrazione di farmacologia e psicoterapia, criticità e strategie di miglioramento dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC), reparti psichiatrici attivi negli ospedali generali, affermatisi come la più durevole struttura dei Dipartimenti di Salute Mentale. Questi i temi centrali del corso di aggiornamento tenutosi a Palermo il 13 luglio scorso presso la sezione di psichiatria del Dipartimento di Biomedicina sperimentale e neuroscienze cliniche dell’Università di Palermo, diretto dal professor Daniele La Barbera.

 

I limiti e le innovazioni delle strutture psichiatriche di SPDC

L’idea da cui origina il presente corso è quella di chiarire funzioni proprie, limiti e possibilità di miglioramento dei SPDC, in virtù della presenza di protocolli nazionali comuni, di una vera e propria rete nazionale, soprattutto in relazione ad alcune emergenze riscontrabili nelle acuzie, come i comportamenti aggressivi e suicidari, con risvolti di tipo giuridico-forensi” commenta Antonio Francomano, cultore di materia e docente presso l’Università di Palermo.

Lungo il corso, che si è snodato tra sessioni mattutine e pomeridiane, argomenti cardine sono stati la diagnosi e la cura dell’esordio psicotico, l’individuazione di fattori di rischio, delle terapie farmacologiche e psicoterapeutiche più efficaci, in particolare sul versante della riabilitazione cognitiva, il tutto calibrato all’interno della struttura specifica dell’SPDC.

Riguardo ai fattori di rischio genetico è bene precisare che non esiste un gene della psicosi, piuttosto numerosi geni, ognuno dei quali conferisce un rischio aggiuntivo – spiega Emi Biondi, Responsabile SPDC Ospedali Riuniti di Bergamo e Presidente Coordinamento Nazionale SPDC. Esistono fattori di rischio perinatali come l’ipossia alla nascita, e altresì fattori legati all’uso di stupefacenti (per esempio la cannabis aumenta di tre volte il rischio di sviluppare disturbi psicotici, l’anfetamina è in grado di produrre sintomi positivi come i deliri, mentre l’LSD induce sia sintomatologia positiva che negativa, come l’apatia). Bisogna considerare altresì l’esperienza migratoria, possibile fattore scatenante di episodi psicotici dovuti allo stress”.

Report - I servizi psichiatrici di diagnosi e cura tra criticità e innovazione, Palermo

Si tratta di problematiche di natura cognitiva, affettiva e sociale, patologie invalidanti poiché investono l’ambito cognitivo, emotivo e relazionale da cui l’urgenza di interventi precoci centrati sulla combinazione di terapie psicologiche e di tipo farmacologico.

Ogni episodio di malattia è una sorta di infarto neurologico, ecco perché riuscire a seguire fin da subito gli episodi psicotici è importante per attutirne il decorso. I farmaci sono raccomandati fin dai primi esordi psicotici, soprattutto gli antipsicotici a rilascio prolungato, utili nei casi di scarsa compliance nei pazienti affetti da schizofrenia, in combinazione con interventi di carattere riabilitativo e psicosociale” – continua Biondi.
Interventi di routine, la cui efficacia, anzi la cui stessa praticabilità, si scontra con criticità di carattere organizzativo dei SPDC relative ai cosiddetti ricoveri impropri.

La filosofia dei SPDC è l’accoglienza, garantita dalla presenza di spazi per le attività psico-socio-educative e da un clima di reparto che promuove la riduzione degli agiti violenti. Noi intendiamo i SPDC non solo come spazi di contenimento farmacologico d’urgenza, ma come spazi di ricostruzione, di crescita e di riacquisizione di Sé e delle sue parti, nonché della capacità di stabilire sane relazioni sociali. E’ importante ricordare che la destinazione d’uso di un SPDC è quella di occuparsi dell’emergenza su pazienti bipolari e psicotici. Questa naturale funzione subisce però dei rallentamenti per la presenza in circa il 30% dei casi (almeno cinque su quindici posti letto) di altre tipologie di pazienti come minori o autori di reato – chiarisce Francesco Chimenz, Responsabile SPDC Ospedale di Taormina ASP Messina – Occuparsi di pazienti psicotici e bipolari significa lavorare su due aspetti specifici: da un lato la frequenza dei comportamenti violenti, più elevata nei pazienti bipolari, dall’altra la gestione del rischio suicidario. Sotto il primo aspetto una strategia relazionale molto utile adoperata dall’équipe di un SPDC è il talk down, strategia volta ad abbassare i toni del soggetto che esprime aggressività; nel secondo caso è importante tenere in osservazione il paziente, in seguito a un tentato suicidio, a un mancato suicidio o alla sola ideazione suicidaria, e dopo le dimissioni orientarlo e seguirlo attraverso i presidi territoriali”.

Le strategie più adeguate per la riabilitazione cognitiva nelle strutture di SPDC

Sulla riabilitazione cognitiva presenta infine la sua dettagliata relazione il professor Francomano, argomentando le strategie più idonee, sia sul versante cognitivo che socio-relazionale.

Solo il 27% dei pazienti schizofrenici non presenta problemi di cognitività. In quest’ambito dobbiamo considerare tre domini, ovvero la metacognizione, la consapevolezza delle proprie abilità cognitive, la neurocognitività, l’abilità di percepire e processare le informazioni, e la cognizione sociale, la capacità di percepire e interpretare il comportamento altrui, che implica la percezione delle emozioni altrui e il mettersi nei panni degli altri”.

Ecco che la riabilitazione cognitiva mira alla precocità degli interventi che riducono il deterioramento delle funzioni psichiche di memoria e attenzione e migliorano il funzionamento sociale, aspetto influenzato dalla cognizione, al fine di garantire al paziente con schizofrenia il mantenimento delle relazioni interpersonali e una vita autonoma. “E’ fondamentale una buona diagnosi e un tempestivo intervento. Infatti ciò che si perde nei primi cinque anni di malattia non si recupera più. La diagnosi di una compromissione cognitiva beneficia del Brief assessment of Cognition in Schizofrenia, una batteria di test per lo studio delle principali funzioni cognitive come attenzione, memoria di lavoro, velocità di processamento e funzioni esecutive così come del Global Assessment of Functioning (GAF) per la valutazione generale del funzionamento sociale, occupazionale e psicologico. Riguardo le tecniche di riabilitazione cognitiva da citare è la Cognitive Remediation Therapy (CRT) consistente in un programma di training cognitivo strutturato e costituito da tre moduli elaborati per lo sviluppo di funzioni quali flessibilità cognitiva, memoria di lavoro e pianificazione. L’obiettivo è di indurre la persona a sviluppare strategie proprie per risolvere i problemi, con il supporto di personale addestrato a guidare il soggetto nella formulazione di una risposta adeguata alle richieste dell’ambiente. Importanza assumono poi gli interventi psicoeducazionali, che guidano il soggetto alla miglior comprensione della malattia, al riconoscimento dei segnali precoci di crisi e al contenimento dell’emotività espressa intrafamiliare. Per incidere positivamente sul funzionamento sociale si utilizza infine il Social Skills Training, programma che aiuta a incrementare le abilità nelle relazioni interpersonali al fine di ritardare, o addirittura ridurre, la probabilità di ricaduta nei pazienti schizofrenici”.

Ricordo di Franco Giberti

Riceviamo notizia della scomparsa del prof. Franco Giberti, figura storica della psichiatria italiana. Fondatore della cattedra di Clinica Psichiatrica dell’Università di Genova, assieme a De Martis a Pavia e a Cazzullo a Milano è stato uno dei tre padri della psichiatria in Italia al momento della sua separazione dalla neurologia alla fine degli anni sessanta. Sul suo Manuale di Psichiatria -scritto insieme a Romolo Rossi- si sono formate intere generazioni di psichiatri italiani.

Un ricordo più dettagliato del nostro è quello del suo allievo Francesco Bollorino e lo possiamo trovare qui. L’impostazione di Giberti, oltre che basata sulla fenomenologia, la psicopatologia e la neurobiologia, era psicodinamica, il che a quei tempi denotava un interesse per gli aspetti psicologici della psichiatria, interesse non sempre garantito tra gli psichiatri. Cazzullo, ad esempio, aveva una impostazione più  medica e meno propensa a esplorare l’aspetto psicologico.

Franco Giberti inoltre è stato tra i precursori della cosiddetta legge Basaglia, ovvero la legge 180 del 13 maggio 1978 che permise la riforma della psichiatria e la chiusura dei manicomi. Infatti Giberti nel 1973 aveva fatto parte di una commissione nominata dall’amministrazione provinciale di Genova e composta da lui stesso e da Franco Basaglia in persona, oltre che da Elio Casetta, Pier Andrea Mazzoni e Pier Luigi Spadolini. Questa commissione aveva redatto un documento -approvato dal Consiglio provinciale nel gennaio 1974- in cui era vietato ogni nuovo ampiamento o edificazione di ospedali psichiatrici e si raccomandava la preferenza per forme alternative al manicomio di assistenza ai malati come l’inserimento in piccole comunità. Il documento del 1974 fu un importante passo verso la legge 180 ed è uno dei tanti meriti di Giberti da ricordare.

Giberti fu meno entusiasta del passo successivo, quello della legge Basaglia del 1978. Probabilmente egli temette che le limitate risorse della psichiatria non avrebbero consentito di far fronte alle esigenze del territorio, per il quale occorrevano nuove strutture. Ci fu dunque una divergenza strategica tra la scatto in avanti di Basaglia e la linea più prudente di Giberti. Come scrive Bollorino, Giberti preferì concentrarsi sulla creazione della clinica psichiatrica, forse ritenendo che questa opera dovesse precedere la chiusura dei manicomi. In termini pratici è vero che l’attuazione piena della legge Basaglia è avvenuta solo alla fine degli anni ’90, con l’iniziativa dell’allora ministro Bindi che stabilì che le Regioni che avessero avuto ancora dei manicomi aperti avrebbero avuto una decurtazione del 3% sul fondo sanitario nazionale. Il bastone della Bindi fu indubbiamente efficace. Come ricorda lo psichiatra Bruno Orsini –l’estensore materiale della legge Basaglia essendo nel 1978 sottosegretario alla sanità- in una intervista disponibile online: “Ci fu una corsa, un’improvvisa sensibilizzazione della vergogna che erano stati i manicomi”.

Ci lascia una figura importante che ha agito su vari nodi di sviluppo della psichiatria Italiana. Non dimenticarlo è doveroso.

 

Intervista a BRUNO ORSINI – La difficile attuazione della 180

 

Realtà virtuale: nuove frontiere per le patologiche psichiatriche

Realtà Virtuale: nuove frontiere per le patologie psichiatriche

Caterina Fusco (Psichiatra psicoterapeuta cognitivo-comportamentale AslNa2nord), Maddalena Pizziferro (Psicologa psicoterapeuta cognitivo-comportamentale), Antonietta Moccia (Tecnico della riabilitazione psichiatrica), Marianna Di Nunzio (Tecnico della riabilitazione psichiatrica)

 

Abstract

Gli Autori ripercorrono la storia della realtà virtuale partendo dai primi suggestivi esperimenti, risalenti alla prima metà del secolo scorso, fino ai nostri giorni. Vengono messi in evidenza i numerosi e stimolanti campi applicativi che questa nuova scienza oggi offre a chi vuole esperire nuove frontiere di applicazione allargando le possibilità terapeutiche in diversi campi della medicina. Fantascienza o reali possibilità? La cybertherapy appare ora una reale e nuova opportunità in grado di favorire l’apprendimento di tecniche complesse in maniera rapida ed efficace. In questa review gli Autori riportano anche le differenze tra i tipi di realtà virtuale ed infine si soffermano in campo psichiatrico mettendo in evidenza l’opportunità che la realtà virtuale offre ai pazienti:nuovi ed efficaci modelli di terapia per la cura di fobie, ossessioni, disturbi del comportamento alimentare e possibilità di trattamento di sintomi produttivi di pazienti più gravi. In particolare esaminano la possibilità di “sfruttare” la realtà virtuale per velocizzare percorsi riabilitativi per pazienti cronici come l’apprendimento di abilità sociali, messa in discussione dei vissuti deliranti. Il lavoro svolto finora dagli A.A. citati induce a pensare che la realtà virtuale potrebbe essere indubbiamente inserita nei protocolli di trattamento di diversi disturbi psichiatrici e allo stesso tempo suggerisce studi per aprire nuove strade e nuove frontiere a favore delle patologie psichiatriche più complesse.

Definizione di realtà virtuale

Si può definire la realtà virtuale come la simulazione di un ambiente tridimensionale costruito al computer, che può essere esplorato in tempo reale mentre con l’aiuto di particolari dispositivi,è possibile interagire con oggetti contenuti al suo interno e con situazioni come se fossero presenti realmente (Riva, 2005).

La realtà virtuale è definita da Riva (2007) come uno strumento che permette una forma specifica di comunicazione e di presenza. Il soggetto vive l’esperienza di essere presente fisicamente in uno scenario virtuale ed interagisce con esso con sensazioni, emozioni e valutazioni proprie dell’interazione quotidiana col mondo.

Realtà virtuale (virtual reality o VR) vs realtà aumentata (augmented reality o AR)

Per realtà aumentata (AR) si intende la rappresentazione di una realtà alterata in cui, alla normale realtà percepita attraverso i nostri sensi, vengono sovrapposte informazioni sensoriali artificiali/virtuali. Si tratta di un potenziamento percettivo, basato fondamentalmente sulla generazione di contenuti virtuali da parte di un computer e dalla loro sovrapposizione con la realtà.

La realtà virtuale nasce dall’idea di “replicare” la realtà, quanto più accuratamente possibile dal punto di vista visivo, uditivo, tattile e anche olfattivo, per compiere azioni nello spazio virtuale superando limiti fisici, economici e di sicurezza. Il soggetto viene proiettato all’interno di mondi alternativi, catapultato in ogni angolo del mondo vivendo avventure in prima persona.

In sintesi, possiamo dire che la realtà aumentata è basata sul potenziamento dei sensi, mentre quella virtuale sull’alterazione.

La realtà virtuale permette di conoscere il mondo mediante un apprendimento di tipo percettivo-motorio più naturale per l’essere umano, rispetto all’apprendimento di tipo simbolico-ricostruttivo mediato dalla scrittura o dalla tastiera di un computer (Galeazzi, Di Milo, 2011). L’apprendimento motorio prevede una ripetizione ciclica tra percezione e azione: il soggetto osserva i fenomeni, interviene con la propria azione, osserva gli effetti di tale azione in un ciclo basato sull’apprendimento per prove ed errori. In un ambiente di realtà virtuale è possibile conoscere gli oggetti e imparare ad utilizzarli attraverso l’esperienza diretta e in tempo reale delle reazioni alle proprie azioni. Tali aspetti dell’apprendimento esperienziale sono stati studiati in ambito della riabilitazione psichiatrica, dove è necessario che il paziente si riappropri di modalità di esecuzione e controllo di sequenze comportamentali complesse (Wann&Mon-Williams, 1996).

Tipi di realtà virtuale

Un sistema di realtà virtuale è costituito da una serie di strumenti in grado di ottenere informazioni sulle azioni del soggetto (strumenti di input), che vengono integrate e aggiornate in tempo reale dal computer in modo da costruire un mondo tridimensionale dinamico, per essere restituite al soggetto attraverso sofisticati strumenti di fruizione dell’informazione (strumenti di output). In base agli strumenti di output utilizzati è possibile distinguere tre tipi di realtà virtuale:

  • Immersiva: concernente dispositivi sonori, di visualizzazione, di movimento e tattili (casco 3D, guanti e tracciatori sensoriali) che isolano i canali percettivi del soggetto immergendolo in toto, a livello sensoriale, nell’esperienza virtuale che si accinge a compiere. (Melacca, 2016). L’interazione è data da uno o più sensori di posizione (tracker) che rilevano i movimenti del soggetto e li trasmettono al computer, così che questo possa modificare l’immagine tridimensionale in base alla posizione e al punto di vista assunto dal soggetto (Morganti, Riva, 2006).
  • Semi-Immersiva: determinata da stanze fornite di dispositivi e schermi di retro-proiezione surround che riproducono le immagini stereoscopiche del computer e le proiettano sulle pareti, con differenti forme e gradi di convessità, adeguati indici di profondità dell’immagine, dando il cosiddetto effetto tridimensionale (Melacca, 2016).
  • Non Immersiva: determinata da monitor che funge da “finestra” attraverso cui l’utente vede il mondo in 3D; l’interazione con il mondo virtuale può essere effettuata attraverso il mouse, il joystick o altre periferiche come i guanti (Melacca, 2016).

Cenni storici

Sebbene la letteratura tra Ottocento e Novecento sia ricca di riferimenti a mondi “altri” da quello in cui viviamo (Eva Futura di Villiers de l’Isle-Adam 1886),si inizia a parlare di realtà virtuale tra gli anni ’30 e gli anni ’40 del 1900, quando lo scrittore Stanley Weinbaum pubblica il racconto breve The Pygmalion’s Spectacles, in cui fa riferimento a visori per la realtà virtuale basati su registrazioni olografiche di esperienze in grado di stimolare il senso della vista e dell’udito ed anche il senso del tatto e dell’olfatto.

Il fermento intellettuale nei confronti dei nuovi mondi virtuali troverà negli anni Cinquanta una prima applicazione della realtà virtuale.

Il pioniere della realtà virtuale è stato Morton Heilig, il quale, nel 1957, progetta il Sensorama, una macchina che permetteva di guardare film coinvolgendo tutti i sensi. Non solo erano presenti stimoli visivi e uditivi, ma alla pellicola erano integrati movimenti del sedile, soffi d’aria, profumi e vibrazioni, rendendo l’esperienza di intrattenimento più coinvolgente. La visione futuristica di Heilig non trovò fondi sufficienti per essere sviluppata ed applicata al cinema, così il Sensorama rimase solo un prototipo. Successivamente Heilig lavorò ad una versione portatile, costruendo un visore chiamato Head Mounted Display (HMD), molto simile a quelli in commercio oggi, e nonostante fosse stato brevettato, il progetto restò solo sulla carta.

Nel 1968, Ivan Sutherland crea un visore in grado di far vedere immagini 3D che si sovrappongono a oggetti reali, rendendolo sostanzialmente il primo esempio di realtà aumentata della storia, ma il visore risultò essere pesante per cui doveva essere montato su un braccio collegato al soffitto, e per questo soprannominato “spada di Damocle”.

Nel 1987, Jaron Lanier conia il termine “virtual reality” (VR) e la serie televisiva Star Trek lancia l’Holodeck, dando a milioni di persone un’idea più concreta di come questa tecnologia possa funzionare.

All’inizio degli anni 2000, Palmer Luckey, giovane americano con la passione per la tecnologia, assembla un prototipo di visore e, da quel momento, il settore della realtà virtuale esce dalla nicchia di appassionati. Negli stessi anni continua a svilupparsi la realtà virtuale, che annulla sempre più la percezione dell’ambiente reale, ingannando i sensi e immergendo chi la utilizza in un contesto reale ed irreale contemporaneamente.

Il 2016 è stato definito l’anno della realtà virtuale e il fondatore di facebook, Mark Zuckerberg, afferma che la realtà virtuale sarà la piattaforma del futuro.

Campi applicativi

L’utilizzo delle nuove tecnologie digitali spazia in vasti settori produttivi: dal designer per la progettazione di oggetti, al prototipo di veicoli per le aziende automobilistiche, alle tecniche aeronautiche per la simulazione dei voli, all’ingegneria edile per la resa visiva e l’impatto ambientale delle opere finite, al cinema e intrattenimento in cui i visori a realtà virtuale permetteranno di “entrare” all’interno delle scene e di vedere tutto da una prospettiva differente.

Di recente anche le discipline umanistiche stanno traendo grande beneficio da queste nuove tecniche, basti pensare alle molteplici ricostruzioni virtuali nel campo del patrimonio artistico e culturale o, ad esempio, all’archeologia computazionale per la ricostruzione di monumenti, siti archeologici o città del passato. Le potenzialità della realtà virtuale si rivelano sempre più evidenti ed efficaci, soprattutto in alcune aree avanzate della ricerca scientifica e tecnologica.

Uno degli utilizzi più stimolanti della realtà virtuale è sicuramente l’ambito medico. In medicina la realtà virtuale è utilizzata per l’addestramento del chirurgo, per preparare l’intervento in 3D, eseguire più volte la procedura ed infine utilizzare il modello virtuale come guida durante l’operazione. Il giovane chirurgo potrà così esercitarsi in una tecnica operatoria “operando” virtualmente un paziente, correggere i propri errori e affinare la manualità. I simulatori, dunque, permettono di effettuare un addestramento ripetibile, graduabile alle difficoltà e adattabile alle esigenze dell’allievo.

In campo medico esistono diverse applicazioni della realtà virtuale:

  • nel contesto riabilitativo e di trattamento sia a livello fisico-organico (es. mobilità articolare) che cognitivo-psicologico, con programmi e sessioni volte a recuperare o migliorare i deficit acquisiti e le aree di funzionalità compromesse;
  • in ambito formativo ed educativo: la realtà virtuale potrebbe essere utilizzata nel campo della salute pubblica per simulare il mondo così come viene vissuto da una persona con specifici problemi di salute; ad esempio, mettendo le persone nelle condizioni di esperire come vivono i non vedenti o le persone con invalidità fisica, così da sensibilizzare l’opinione pubblica sulle loro necessità di assistenza.

Uso della realtà virtuale in Psichiatria e riabilitazione psichiatrica

In ambito psichiatrico, la realtà virtuale, sebbene sia uno strumento utilizzato da decenni, non ha ancora avuta la giusta diffusione. Il dott. Albert Rizzo, dell’Institute for Creative Technology della University of Southern California lavora sulla realtà virtuale in ambito psichiatrico da circa vent’anni. Il suo focus è stato finora il disturbo post traumatico da stress molto comune nei soldati veterani. Ricreando situazioni stressanti anche in modo graduale ha evidenziato notevoli potenziali terapeutici della realtà virtuale (Rizzo et al, 2005).

In Italia, l’Istituto Auxologico di Milano, è il primo ospedale al mondo che ha realizzato “Cave”, un sistema integrato che permette di ricostruire la realtà, considerando le sollecitazioni cognitive, uditive e visive. Grazie alla visione 3D stereostopica, legata a un sistema di tracciamento della posizione, è possibile una corretta lettura degli spazi, dei volumi e delle distanze, dando così la netta sensazione di essere immersi all’interno della scena virtuale proiettata sugli schermi. Il “Cave” è costituito da due stanze di 3 metri per 3 metri e mezzo dove ai pazienti vengono fatti indossare, oltre ai visori, anche dei biosensori che rilevano il battito cardiaco e la tensione muscolare. Si va ad intervenire su diverse situazioni della quotidianità, per migliorarle tra cui: dimensione sociale, assertività, gestione del tempo e capacità di chiedere aiuto. In base al tipo di patologia, dipenderà anche il professionista (psicologo, nutrizionista, neurologo) con il quale il paziente dovrà relazionarsi. In base al livello di patologia che si presenta si scelgono gli esercizi più opportuni per il paziente. Così ad esempio, chi soffre di stress, ansia o attacchi di panico, viene proiettato in un ambiente mindfulness (deserto, lago di montagna, cascata) in modo tale che possa rilassarsi (Istituto Auxologico di Milano, 2016).

Nell’ambito della riabilitazione cognitiva, invece, l’Istituto ha sviluppato una soluzione per rallentare il deterioramento cognitivo lieve (chiamato anche mild cognitive impairment) che ha come obiettivo quello di potenziare la memoria con esercizi specifici (Istituto Auxologico di Milano, 2016).

Numerose meta-analisi (Parsons & Rizzo, 2008; Powers & Emmelkamp, 2008) hanno mostrato come:

  • gli ambienti di realtà virtuale sono in grado di evocare le medesime reazioni ed emozioni della situazione vissuta nel mondo reale;
  • il senso di presenza può essere esperito anche in ambienti caratterizzati da un realismo grafico non particolarmente curato;
  • il senso di presenza è fortemente correlato con la possibilità di interagire con le componenti dell’ambiente virtuale, favorendo la concentrazione e il coinvolgimento del paziente;
  • vi è una generalizzazione di attribuzioni e credenze di un paziente dalle esperienze guidate negli ambienti virtuali verso le situazioni dell’ambiente reale.

Considerazioni applicative della realtà virtuale in Psicosi e Riabilitazione Psichiatrica

Sebbene l’utilizzo della realtà virtuale con pazienti schizofrenici sia una pratica piuttosto recente, numerosi studi dimostrano che la realtà virtuale consente, in una situazione controllata, interessanti applicazioni sia per la valutazione che per il trattamento. Essa permette, infatti, di riprodurre situazioni ambientali e sociali che stimolano il soggetto in modo simile al contesto reale; per di più, è possibile modulare l’intensità e la durata dell’esperienza virtuale in base alle esigenze del soggetto (La Barbera et al., 2010). L’utilizzo di questo strumento permette di riprodurre situazioni emotive e sociali, tipiche delle relazioni interpersonali (Kim e et al., 2010).

Così come nel trattamento delle fobie, gli ambienti virtuali consentono di esporre il paziente alle proprie paure persecutorie e di testare le proprie credenze su ciò che viene percepito come minaccioso.

È possibile far apprendere al paziente strategie di coping da adottare in situazioni sociali variegate, qualora si verifichino sintomi psicotici.

È possibile applicare la realtà virtuale nei giochi di ruolo, per stimolare e incrementare le abilità interpersonali dei pazienti, migliorandone le capacità di conversazione e la fiducia in sé stessi (Park et al., 2011). In ambito riabilitativo è possibile ipotizzare l’uso della realtà virtuale per sviluppare la gestione dello stress. La somministrazione guidata dal terapista in realtà virtuale di scene che favoriscono l’induzione della risposta di rilassamento, ha dimostrato effetti positivi (Riva, 1997). Ciò è dovuto prevalentemente agli effetti intrinseci dello strumento di realtà virtuale. La sensazione di presenza reale offerta dalla riproduzione realistica degli ambienti cibernetici e dal coinvolgimento di tutti i canali senso-motori, consente al soggetto in trattamento di vivere l’esperienza virtuale in modo più vivida e realistica di quanto potrebbe fare attraverso la propria immaginazione (Vincelli, Molinari, 1998).

Gli ambienti ricreati mediante le tecnologie di realtà virtuale possono rappresentare un ulteriore contesto di interazione sociale, attraverso il quale è possibile far rivivere ai pazienti le proprie paure, le proprie difficoltà e far emergere il materiale cognitivo ed emozionale che ne sta alla base.

Tuttavia, in particolare, il principale limite delle applicazioni di realtà virtuale con gli schizofrenici sembra essere la stabilità dell’esame di realtà, che caratterizza la fase acuta della malattia.

Considerazioni e Conclusioni

Se posti a confronto con i tradizionali protocolli, gli ambienti di realtà virtuale mostrano numerosi vantaggi. In primis, sono un ambiente protetto per il paziente, dove è possibile riprodurre ripetutamente la situazione temuta sotto il diretto controllo del terapeuta, che può in qualunque momento modificare o sospendere le caratteristiche dell’ambiente.

La realtà virtuale è un buon strumento, che permette di superare alcuni degli ostacoli diffusi della terapia cognitivo e comportamentale standard, come nel caso dei disturbi fobici, il cui trattamento è soprattutto basato sull’esposizione, permettendo esperienze altrimenti quasi impossibili, se non in modo immaginifico, come recarsi ad un aeroporto e salire su di un aereo, trovare una platea che ascolta. Un aracnofobico, ad esempio, potrà essere gradualmente o meno, immerso in un ambiente pieno di ragni (Deppermann et al., 2016). Nell’agorafobia gli ambienti di realtà virtuale consentono di esporsi gradualmente a situazioni fobiche con un’ottimizzazione del tempo e del costo dell’intervento (Botella, Villa et al., 2006; Vincelli, Riva & Molinari, 2007).

La realtà virtuale risulta efficace anche nel trattamento del disturbo post traumatico da stress (Wiederhold & Wiederhold, 2006; Norrholm et al., 2016; Maples-Keller et al., 2017); nel disturbo ossessivo-compulsivo (Kim et al., 2010); nei disturbi del comportamento alimentare (Riva, Bacchetta et al., 2004); nei disturbi sessuali (Optale et al., 2006); e nel trattamento del dolore (Askay et al., 2009; Hoffman  et  al.  2011).

Gli ambienti virtuali permettono allo psicoterapeuta di controllare attivamente molteplici aspetti degli stimoli presentati, identificare i parametri correlati alla risposta disfunzionale. Tali ambienti garantiscono inoltre la riservatezza e la sicurezza dei pazienti, rappresentando uno stimolo ad intraprendere la terapia stessa (Vincelli & Riva,2007).

Alla luce di quanto riportato, si può concludere affermando che sebbene nel caso delle fobie la realtà virtuale sia stata ampiamente sperimentata, si necessitano ulteriori studi che possano confermare ipotesi e dati già acquisiti. In questo modo si consentirà di creare con la realtà virtuale nuovi, più rapidi ed efficaci protocolli di cura per i casi già ampiamente trattati. In caso di disturbi più gravi come la schizofrenia, sarebbero necessari più studi sperimentali in grado di valutare l’efficacia di un trattamento specifico in realtà virtuale. Partendo da tali dati sarà possibile in futuro integrare alle tecniche riabilitative standard il trattamento in realtà virtuale in modo da ottimizzare tempi, risorse ed efficacia allargando confini e prospettive alla riabilitazione psichiatrica.

Il futuro della medicina è sempre più hi-tech: ad oggi la realtà virtuale viene per lo più sperimentata, ma ci si può aspettare che rientrerà nella prassi medica e diverrà una pratica corrente grazie ai benefici che può apportare ed alla sua accessibilità. Di fatto, se finora uno dei principali ostacoli per la diffusione della cybertherapy erano i costi, oggi è possibile avere un sistema di realtà virtuale immersiva a prezzi molto competitivi.

MindFoodNess: un audiobook che aiuta ad affrontare le difficoltà con il cibo – Recensione

Corpo, cibo ed emozioni. Tre parole che per chi non si piace o ha problemi con il cibo possono rappresentare un vero e proprio incubo. Lo sa bene Emanuel Mian, psicologo psicoterapeuta che da oltre 10 anni si occupa di disturbi alimentari e dell’immagine corporea, autore di MindFoodNessMindFoodNess è un audiobook in tre volumi rivolto a chi ha un rapporto complicato con la propria immagine o con il cibo e che ha difficoltà a gestire la fame nervosa.

 

MindFoodNess: una guida per ritrovare l’equilibrio con il proprio corpo e le proprie emozioni

MindFoodNess non è un audiobook per addetti ai lavori né di auto aiuto per i disturbi alimentari, bensì un insieme di esercizi esperienziali e aforismi che vengono commentati riguardo al loro significato e al loro possibile utilizzo nella vita di tutti i giorni; una guida pratica da ascoltare tutta d’un fiato o per trovare lo strumento più adatto per affrontare e sbloccare un momento difficile con il cibo, le emozioni, il corpo o gli obiettivi che ci si è posti.

MindFoodNess – afferma il dott. Mian – racchiude la filosofia mindfulness e il mindful eating, cioè la consapevolezza del momento presente, della nutrizione, il fitness mentale, la psicologia positiva e tante altre strategie, ma con tre marce in più.

Il volume 1, MIND, affronta le trappole mentali che ci impediscono di raggiungere gli obiettivi o di accorgerci che li abbiamo già superati e offre strumenti per lavorare sulla motivazione nel perseguire uno scopo, sul senso di efficacia e sulla sensazione di sentirsi adeguati.

Il volume 2, FOOD, distingue tra loro le tematiche del cibo, della nutrizione e dell’alimentazione e affronta le cattive abitudini che sono causa del pessimo rapporto con il cibo, il corpo e se stessi. Ampio spazio è dedicato alla gestione della fame nervosa e dei momenti in cui si ha a che fare con il cibo quando ci si trova in compagnia di altre persone.

Il volume 3, NESS, richiama il concetto di stare bene (happiness, fitness, wellness, ma soprattutto skillness) e propone esercizi e aforismi per migliorare la gestione delle emozioni e per imparare ad affrontare al meglio sia la fame nervosa sia eventuali ricadute che potrebbero verificarsi.

MindFoodNess ha il pregio di essere uno strumento semplice e soprattutto pratico e veloce. Gli esercizi proposti prendono spunto dalla pratica mindfulness e dall’Acceptance Commitment Therapy (ACT); si spazia da esercizi di respirazione a esercizi per assaporare e gustare il cibo nel momento presente a esercizi per gestire le emozioni e gli eventi. Gli esercizi si possono praticare comodamente fuori casa, aspetto vantaggioso che permette anche a chi ha una vita frenetica di ritagliarsi un piccolo spazio per allenarsi.

L’audiobook contiene inoltre diversi aforismi, commentati dal Dott. Mian, che possono diventare un mantra con cui affrontare particolari difficoltà o che possono rappresentare importanti spunti di riflessione su se stessi. Ecco alcuni esempi:
– Se ti dici che ce la puoi fare, anche se poi non ci riesci, avrai fatto la cosa giusta: allearti con te stesso.
– O ti ribelli a chi dice che non vali nulla o soccombi pensando che questa sia la realtà delle cose.
– Più controllo cerchi nella tua vita, meno certezze ti sembrerà di aver trovato.
– Da cosa stai scappando oggi?

Con MindFoodNess il dott. Mian, che con la sua voce calma e chiara si lascia piacevolmente ascoltare, ci accompagna a piccoli passi in un percorso progressivo volto a raggiungere una nuova consapevolezza di noi stessi non solo con il corpo, il cibo e le emozioni, ma – afferma – con tutto ciò che ci circonda, con lo scopo di trovare un nuovo equilibrio come esseri umani.

 

Adrian Wells e la Terapia Metacognitiva – Introduzione alla Psicologia

Adrian Wells, è uno psicologo e clinico britannico e autore di diversi articoli scientifici in cui evidenzia i meccanismi sottostanti i disturbi psicologici, in particolare ansia e depressione; la sua ricerca ha portato alla teorizzazione di modelli e di trattamenti per la cura di questi disturbi e prende il nome di Terapia Metacognitiva (MCT). 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

Adrian Wells, è uno psicologo e clinico britannico; è docente di psicologia clinica alla University of Manchester e professore presso la Norwegian University of Science and Technology di Trondheim.

Adrian Wells è autore di diversi articoli scientifici in cui evidenzia i meccanismi sottostanti i disturbi psicologici, in particolar modo relativi alla sfera dell’ansia e della depressione. La sua ricerca ha portato alla teorizzazione di modelli e di trattamenti per la cura di questi disturbi e prende il nome di Terapia Metacognitiva (MCT).

La Terapia Metacognitiva è ascrivibile alla terza ondata di cognitivismo clinico e consiste in un nuovo trattamento psicologico, che pone le sue basi nella terapia cognitiva standard. Adrian Wells ha sottoposto a valutazione il trattamento MCT grazie alla realizzazione di studi scientifici controllati e randomizzati. Attualmente, esistono protocolli di intervento empiricamente riscontrabili su diversi disturbi psicologici.

La Terapia Metacognitiva di Adrian Wells

Secondo Adrian Wells, la Terapia Metacognitiva o MCT verte sull’individuazione di due componenti psicopatologiche: la Sindrome Cognitivo-Affettiva (Cognitive-Attentional Syndrome, CAS) e le metacognizioni.

La Cognitive-Attentional Syndrome o CAS rappresenta una modalità disfunzionale di elaborare le informazioni in ingresso. La CAS comprende sia gli stili di pensiero ripetitivi come il rimuginio e la ruminazione, sia l’ipermonitoraggio attentivo, ovvero focalizzazione dell’attenzione sulle proprie sensazioni corporee o sul giudizio degli altri, sia i comportamenti di rassicurazione o evitamento e tecniche di controllo dei pensieri. La CAS è determinata da credenze riguardanti il pensiero che possono essere inglobate in due categorie: positive, a esempio: “devo preoccuparmi altrimenti non considero abbastanza importante l’accaduto”, e negative, a esempio: “alcuni pensieri sono pericolosi”. In questo modo, l’attenzione si concentra totalmente sulle possibili minacce, non si è capaci di risolvere i problemi e si è immersi in un circolo vizioso da cui scaturisce una emozione negativa. La CAS si attiva, ed è mantenuta, dalle metacognizioni. Le metacognizioni consistono, in soldoni, in pensieri che si effettuano su altri pensieri, ovvero le conoscenze che ognuno possiede sulla propria mente e sui suoi prodotti e funzioni, come emozioni, attenzione, memoria, etc.

L’analisi MetaCognitiva

L’analisi MetaCognitiva o AMC rappresenta la mappa concettuale che permette l’accertamento delle metacognizioni e delle componenti della CAS, in cui si esplora un episodio emozionale specifico. L’asse concettuale prevede l’identificazione di un pensiero iniziale, valutazione o sensazione corporea (A), l’identificazione delle metacognizioni e delle caratteristiche della CAS (M), e le conseguenze emotive (C). Rispetto al modello ABC della terapia cognitiva standard, con l’analisi dell’AMC è possibile identificare le matacognizioni implicite o esplicite con cui il paziente risponde a uno stimolo attivante interno.

Accertamento delle componenti dell’AMC

L’accertamento delle conseguenze o “C” emotive rappresenta un punto fondamentale. Le conseguenze comprendono stati mentali complessi diversi dai semplici stati emotivi. Per questo per agevolare il paziente è possibile attribuire un’etichetta ad ogni stato dopo averlo descritto nel dettaglio.

Nell’ Accertamento degli eventi attivanti interni (A), il terapeuta mira a cercare di identificare, con dovizia di particolare, il primo pensiero o sensazione scatenante l’episodio descritto, che, nell’esperienza individuale, è solitamente percepito come spontaneo. L’accertamento dell’evento attivante interno costituisce l’elemento da cui il terapeuta parte per indagare la CAS e le metacognizioni.

La CAS descrive un peculiare piano di elaborazione delle informazioni, vale a dire un modo di usare il pensiero, l’attenzione e le altre facoltà cognitive. Il terapeuta deve comprendere come il paziente usa tali facoltà cognitive in risposta allo stimolo attivante interno.

Il passaggio successivo è l’accertamento delle metacognizioni (M) che sostengono la CAS. Le metacognizioni possono riguardare: (1) convinzioni esplicite sul significato di A, (2) conoscenze esplicite su utilità e controllabilità delle componenti di CAS, (3) conoscenze implicite che possono essere inferite, ipotizzate e condivise con il paziente.

Secondo la Terapia Metacognitiva o MCT di Adrian Wells, esistono due diverse modalità per elaborare le informazioni:

  • Oggetto: caratterizzato da una fusione dei nostri pensieri con la realtà. In questo caso, i pensieri sono considerati veri, generali e concreti, per questo non sottoponibili a discussione o giudizio;
  • Metacognitivo: i pensieri e le sensazioni sono percepiti come eventi interni separati da sé e dal mondo. Di conseguenza, la relazione con i propri pensieri risulta essere soggettiva, cioè quella di una persona che li osserva come se fossero una componente esterna.

Il trattamento attraverso la Terapia Metacognitiva (MCT)

Nella MCT la sofferenza, dunque non, è data da valutazioni errate che si effettuano sulla realtà, come avviene nella terapia cognitiva, ma da una valutazione errata sul meccanismo che regola l’attività mentale. Quindi, l’errore principale si effettua nel ritenere indispensabile rimuginare sui problemi e non riuscire a smettere di farlo. Queste strategie disadattive creano sofferenza emotiva.

La Terapia Metacognitiva consiste nella rimozione della CAS in relazione ai pensieri e alle metacognizioni che la mantengono. In questo modo, si mettono in discussione le credenze metacognitive rendendole più flessibili e meno correlate alle esperienze emozionali negative.

Rispetto alla terapia cognitiva standard, il modello di Wells pone al centro della teoria non i contenuti dei pensieri, anzi i pensieri non sono considerati molto importanti, ma ciò che conta è la reazione delle persone a quei pensieri. Quindi, per la Terapia Metacognitiva (MCT) non sono gli schemi mentali a determinare un disturbo psicologico, ma le risposte cognitive derivanti da questi schemi, ovvero lo stile di pensiero ripetitivo, astratto e negativo, le strategie di controllo mentale, e le metacognizioni che le mantengono gli schemi.

In sostanza, la MCT agisce sulle modalità che si utilizzano per gestire i pensieri.

Quindi, il principale intervento terapeutico consiste nell’addestramento alla gestione dei pensieri negativi attraverso ad esempio alla cosiddetta detached mindfulness (DM). La DM, si riferisce alla presa di consapevolezza dei pensieri e al riuscire a distinguere un pensiero negativo dalla preoccupazione o rimuginio o ruminaizone che ne consegue. Lo scopo, dunque, è eliminare ogni relazione con il pensiero e percepire se stessi come osservatori esterni del pensiero stesso.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Report dal 18° Congresso Europeo EMDR 30 Giugno – 02 Luglio 2017, Barcellona

Francisca García Guerrero, presidente EMDR Spagna e Isabel Fernandez, presidente EMDR Italia e EMDR Europa aprono il 18° congresso europeo EMDR. La conferenza si intitola “La psicoterapia del ventunesimo secolo” e i temi centrali dei lavori sono i nuovi sviluppi teorici ed applicativi della terapia con EMDR, sempre più diffusa in numerosi Paesi. Più di 900 i partecipanti e 17 Paesi europei e presenti 4 continenti.

 

Il contributo di Dolores Mosquera al Congresso EMDR

Isabel Fernandez conferisce il Premio DAVID SERVAN-SCHREIBER alla personalità che più si è distinta per lavoro clinico e ricerca: Dolores Mosquera, Psicologa, psicoterapeuta, dirige l’Istituto per lo studio del Trauma e disturbi di personalità (INTRA-TP) a La Coruña, Spagna. Terapeuta practitioner e facilitator EMDR Europe.
Viene premiata in virtù della sua esperienza clinica e di insegnamento. Ha pubblicato molti libri e articoli sul trattamento Emdr dei disturbi di personalità, trauma complesso e dissociazione ed è esperta riconosciuta in questo campo. Inoltre collabora in programmi di sostegno alle donne vittime di violenza domestica ed è psicologa della rete nazionale per l’assistenza delle vittime del terrorismo.

Nell’ambito del congresso ha tenuto un workshop sul tema del trattamento del PTSD complesso mediante EMDR.
Mosquera introduce il suo intervento citando uno studio olandese sull’applicazione dell’Emdr standard con soggetti affetti da psicosi secondo il quale ciò è possibile ed efficace senza particolari accorgimenti di stabilizzazione del paziente.
Commentando lo studio Mosquera ritiene che per i casi complessi sia necessaria una stabilizzazione prima di iniziare il trattamento Emdr o comunque occorre prevedere una forma di supporto prima di procedere.

Un’ elevata percentuale di pazienti con PTSD-C presentano anche dissociazione e molti, come indica Mosquera citando la sua vasta esperienza clinica, hanno bisogno di una lunga fase di preparazione per essere pronti a tollerare quello che emergerà durante la fase di desensibilizzazione.
Diverse testimonianze di pazienti indicano che hanno paura della terapia Emdr:
volevano farmi elidere il cervello!
sono stata sopraffatta dei ricordi!

Se la persona non ha un’informazione adattiva alla quale aggrapparsi, spiega la dottoressa Mosquera, continueranno ad emergere solo informazioni negative e dolorose e ciò renderà il lavoro terapeutico molto frustrante sia per il paziente sia per il terapeuta: “non potevano andare da nessuna parte!”

Questo può accadere se il terapeuta non effettua un accurato assessment prima di procedere al trattamento, includendo anche una dettagliata raccolta della storia di vita, che può avvenire ad esempio mediante la linea del tempo.

Mosquera ci rammenta la teoria del Cigno Nero, la metafora esprime il concetto per cui un evento con un forte impatto è una sorpresa per l’osservatore e quindi, una volta accaduto, l’evento viene razionalizzato a posteriori. La teoria è stata sviluppata per spiegare il ruolo sproporzionato di eventi a forte impatto, rari e difficili da prevedere rispetto alle aspettative nell’ambito di storia, scienza, finanza e tecnologia. E’ sufficiente anche un solo paziente con PTSD complesso che necessiti di una preventiva stabilizzazione per dare indicazione a tutti i terapeuti di dedicarsi ad una fase di preparazione del paziente prima di trattarlo con EMDR.

Mosquera conclude dicendo:
Se vogliamo dimostrare che ci sono cigni neri ne basta uno, se vogliamo dimostrare che occorre una fase di preparazione specifica con i pazienti affetti da PTSD complesso, ci basta aver avuto un paziente che ne abbia avuto bisogno”.

Le fasi del trattamento EMDR

Il primo elemento di preparazione al trattamento è la fase di psicoeducazione circa il funzionamento dell’Emdr e del modello dell’informazione adattiva, è bene illustrare quale atteggiamento è più opportuno che il paziente abbia: “non sforzarti di ricordare; al momento giusto saprai cosa ti serve; più ti sforzi più la tua mente lotterà per non farli emergere e tu ti sentirai stanca”.
La psicoeducazione riguarderà anche le manifestazioni della risposta traumatica, in modo da fornire al paziente stesso una chiave di comprensione dei propri sintomi.

Il terapeuta deve iniziare a lavorare sul materiale che ha a disposizione, infatti alcune parti del puzzle sono nascoste e così dobbiamo iniziare a lavorare sui pezzi di cui siamo a conoscenza.

La preparazione procede con alcune tecniche di stabilizzazione (A. Gonzales e D. Mosquera 2012).

Le tecniche suggerite nel presente intervento sono:

  • Uso del protocollo EMDR
  • Installazione del luogo sicuro
  • Esercizi di “grounding” o radicamento corporeo
  • Installazione delle risorse
  • CIPOS – Metodo dell’Installazione Costante dell’Orientamento e della Sicurezza (J.Knipe)
    Dove sei? Nel passato o nel presente”. Ci riferiamo qui alle parti dissociative come indicato dalla teoria della dissociazione strutturale della personalità .(J. Knipe)
  • PAT – Tolleranza dell’emozione positiva (Leeds).

Gli effetti positivi della stabilizzazione permettono di lavorare in sicurezza con questi pazienti.
Essi imparano a prendersi maggiormente cura di sè, a prendere contatto con le sensazioni del corpo, ad ottenere un minimo controllo degli impulsi, a sviluppare la capacità di notare e rimanere in contatto con tutto quello che appare e soprattutto con tutte le emozioni. Fondamentale è guidarli ad imparare a rimanere in una situazione “confortevole” con tutte le emozioni, altrimenti si permettono di stare solo su un’ emozione (ad es. nella rabbia o nella tristezza).

Infine la dottoressa sottolinea un cambiamento importante nel DSM-5, che ha inserito nel disturbo PTSD il sottotipo dissociativo. Ritiene sia fondamentale considerarlo come categoria a sè; con questi pazienti il trattamento richiede molta stabilizzazione rispetto ad altri poichè sono più a rischio di ulteriori esperienze traumatiche e tendono facilmente alla dissociazione come difesa.

L’elaborazione del trauma si colloca in una fase avanzata del trattamento; il terapeuta può accordarsi col sistema psichico del paziente che non lavorerà sui ricordi traumatici fino a quando tutte le parti non saranno pronte.
In accordo con la teoria della dissociazione strutturale della personalità, la psicoterapia si dovrebbe concludere quando è avvenuta l’integrazione tra le parti dissociative e l’ elaborazione adattiva dei ricordi traumatici.

L’intervento della Mosquera è stato arricchito da numerosi esempi clinici e da video di sedute terapeutiche; questo ha permesso all’uditorio di comprendere a pieno le manifestazioni della dissociazione in pazienti con disturbo da stress post traumatico complesso e di capire come intervenire per riportare la persona nel qui ed ora, mediante le tecniche di stabilizzazione.

Il tratto dipendente nel Disturbo di Personalità Borderline e nel Disturbo di Personalità Dipendente

Molteplici e vari sono gli aspetti e gli argomenti legati alla dipendenza: quello di seguito descritto è un tentativo di differenziale del tratto dipendente in due disturbi di personalità, il disturbo dipendente di personalità (DDP) e il disturbo borderline di personalità (DBP).

Nicoletta Carta – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

Il tratto dipendente nel disturbo borderline di personalità

Nel guardare il disturbo borderline di personalità, considereremo come “tratto dipendente” il primo criterio del DSM-V il quale definisce che gli individui con questa diagnosi compiono sforzi disperati per evitare un reale o immaginario abbandono (DSM-V). E continua:

La percezione del rifiuto e della separazione imminenti, o la perdita di qualche strutturazione esterna, possono portare ad alterazioni profonde dell’immagine di sé, dell’umore, della cognitività e del comportamento. Questi individui sono molto sensibili alle circostanze ambientali. Provano intensi timori di abbandono e rabbia inappropriata anche quando si trovano ad affrontare separazioni reali limitate nel tempo o quando intervengono cambiamenti inevitabili di progetti. Possono credere che questo abbandono implichi che essi sono “cattivi”. Questi timori abbandonici sono associati all’intolleranza a restare soli e alla necessità di avere persone con loro (DSM-V).

Il valore clinico di questo primo criterio, trova le sue radici nella concezione di Masterson e Rinsley (1975), di Gunderson e Singer (1975) e di Adler e Buie (1979), ed è in linea con il pensiero e la ricerca di coloro che ritengono che la problematica dell’attaccamento sia centrale nella costruzione del disturbo borderline di personalità (Bateman, Fonagy, 2004). Come si evince dalle voci bibliografiche riportate, questo criterio si rifà a quella corrente di pensiero psicoanalitico, che ha privilegiato il ruolo della relazione problematica del soggetto borderline con l’oggetto, nell’ottica di un intrinseco valore della relazione e del tentativo di una sua salvaguardia dall’aggressività, suscitata dalla frustrazione o da qualsiasi altra causa.

Inoltre Masterson nell’evidenziare le paure abbandoniche dei pazienti con disturbo borderline di personalità ha individuato le origini di esse in esperienze traumatiche di separazione nell’infanzia. Secondo Young è all’interno del modulo del bambino abbandonato che si ritroverebbe il nucleo di un sé vulnerabile: l’attivazione di schemi di deprivazione emozionale, abbandono e difettività, propri del sé indegno, determinano sentimenti sproporzionati di vulnerabilità (G. Dimaggio, A. Semerari, 2003).

I cicli interpersonali che caratterizzano il disturbo borderline di personalità sono quello invalidante, quello di allarme ed il protettivo-validante; sono cicli molto complessi, che entrano nella relazione col terapeuta e spesso l’obiettivo terapeutico con un paziente borderline, è quello di riuscire a tenerlo per il maggior tempo possibile nel ciclo protettivo-validante (G. Dimaggio, A. Semerari, 2003).

Il tratto dipendente nel disturbo dipendente di personalità

Passando ad uno sguardo sul disturbo dipendente di personalità, praticamente tutti i criteri richiamano un’idea di dipendenza. In particolare, per la differenziale col disturbo borderline di personalità, prenderemo in considerazione il quinto, il settimo e l’ottavo criterio. Secondo il criterio 5 del DSM: “il soggetto con disturbo dipendente di personalità può giungere a qualsiasi cosa pur di ottenere accudimento e supporto da altri, fino al punto di offrirsi per compiti spiacevoli”.

La necessità pervasiva ed eccessiva, delle persone con disturbo dipendente di personalità, di essere accuditi, determina un comportamento sottomesso e dipendente, con timore della separazione. Inoltre la percezione di sé come incapace di funzionare adeguatamente senza l’aiuto degli altri, porta ad un comportamento dipendente e sottomesso che è finalizzato a suscitare protezione. La necessità di queste persone di conservare un legame importante spesso le trattiene in relazioni sbilanciate o distorte, in cui pur di ottenere accudimento sono pronte a sottomettersi a ciò che gli altri vogliono. Inoltre, il soggetto dipendentequando termina una relazione intima, cerca con urgenza un’altra relazione come fonte di accudimento e di supporto” (criterio 7 del DSM V): il rapporto interrotto può essere ad esempio una rottura con un amante o la morte di un caregiver.

Inoltre, la loro convinzione di essere incapaci di funzionare in assenza di una relazione intima li motiva ad attaccarsi rapidamente e indiscriminatamente a un’altra persona. Infine “si preoccupa in modo irrealistico di essere lasciato/a a prendersi cura di sé” (criterio 8 del DSM V). Gli individui con questo disturbo sono spesso preoccupati di essere lasciati soli e si vedono così totalmente dipendenti dal consiglio e dall’aiuto di un’altra persona importante che temono che questa li abbandoni anche quando non ci sono motivi per giustificare tale paura.

Sembrerebbe, secondo alcuni studi condotti sulle interazioni parentali tra madre/padre e bambino, che comportamenti di dipendenza in età adulta sono associati ad uno stile genitoriale che determina e mantiene le rappresentazioni di sé come vulnerabile e inefficace. Costruendo ed interiorizzando tali rappresentazioni di sé, i bambini sperimentano relazioni genitoriali ambivalenti ed intermittenti nella capacità di fornire aiuto e accudimento. Questo atteggiamento induce il bambino a mettere in atto strategie per assicurarsi la vicinanza della figura di riferimento, sviluppando dinamiche di dipendenza, e a temere l’abbandono in qualsiasi momento.

Rispetto ai cicli disfunzionali dei pazienti con disturbo dipendente di personalità, allo scopo di mantenere la presenza e la vicinanza della figura di riferimento, aderiscono costantemente alle aspettative e ai desideri dell’altro. In questa situazione, l’altro si sentirà spinto verso modalità controllanti la relazione, godrà del piacere legato al potere di decidere e di accentrare l’attenzione sui propri bisogni e desideri. Questo atteggiamento mantiene e favorisce nel disturbo dipendente di personalità il comportamento oblativo, almeno finché non percepisce il senso di coercizione.

Il tratto dipendente nei disturbi borderline e dipendente di personalità: somiglianze e differenze

Volendo quindi definire le caratteristiche del tratto dipendente nei due disturbi, è evidente che sia il disturbo dipendente di personalità sia il disturbo borderline sono caratterizzati dal timore di essere abbandonati; tuttavia, l’individuo con disturbo borderline di personalità reagisce all’abbandono con sentimenti di vuoto emotivo, rabbia e richieste, mentre l’individuo con disturbo dipendente di personalità reagisce aumentando le concessioni e la sottomissione, e ricerca urgentemente una relazione sostitutiva per ottenere accudimento e supporto.

Per quanto riguarda i cicli interpersonali (G. Dimaggio, A. Semerari, 2003) e il funzionamento mentale sotteso, i due disturbi di personalità presentano molte similitudini. E’ possibile osservare alcune caratteristiche per fare una buona diagnosi differenziale, anche se bisogna premettere che è frequente osservare una comorbilità tra i due disturbi. Una rassegna di Morey (1988) riporta una sovrapposizione del 50,8% dei casi. Tali differenze consistono in una serie di singole caratteristiche del funzionamento mentale del modo in cui si compongono nel determinare un “equilibrio disfunzionale”: uno dei problemi concerne la rappresentazione del sé. La connotazione di inadeguato e debole assume tinte molto forti rispetto al sé indegno e vulnerabile del disturbo borderline di personalità, esprimendo il bisogno della relazione per sentire la propria competenza ed autoefficacia, piuttosto che il bisogno di potere e di invulnerabilità.

Una differenza importante tra i due quadri psicopatologici è la maggiore stabilità delle relazioni interpersonali riscontrabili nei soggetti con disturbo dipendente di personalità, laddove le rapide, frequenti ed intense oscillazioni dell’umore e le altrettanto rapide oscillazioni delle rappresentazioni di sé e dell’altro rendono molto più caotiche ed instabili le relazioni interpersonali nel disturbo borderline di personalità. La socievolezza del disturbo dipendente di personalità appare molto più congrua ed aderente al contesto rispetto alla disregolata ricerca delle relazioni propria del borderline.

Un altro elemento di differenziale riguarda il sistema di regolazione delle scelte caratterizzato da ipertrofia nell’uso del contesto interpersonale nel disturbo dipendente di personalità e caoticità nelle regolazioni del disturbo borderline di personalità, che oscilla da espressioni antisociali ad altre narcisistiche ed altre ancora dipendenti.

Per quanto riguarda lo stato interno del terapeuta che lavora con questo tipo di pazienti, non è difficile notare come tali entità nosografiche evochino stati specifici, dipendenti più dalla patologia che dalle caratteristiche personali del terapeuta. I pazienti dipendenti quasi mai evocano le ferite e le reazioni irritate dei cicli invalidanti o di stati di allarmata urgenza così frequenti nel trattamento dei pazienti Bordeline (G. Dimaggio, A. Semerari, 2003).

cancel