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La parafilia “Devotee” e l’attrazione sessuale per i disabili

Da anni esiste una particolare parafilia nota negli Stati Uniti e ancora poco conosciuta in Italia, chiamata “ devotee ” una delle attrazioni sessuali più particolari. Il “devotismo” è traduzione culturale della categoria diagnostica “acrotomofilia”, che J. Money, psicologo e sessuologo, esplora scientificamente negli anni Ottanta, ovvero la capacità di provare interesse o eccitazione sessuale solo al cospetto di persone che hanno deformazioni o amputazioni agli arti o come nell’ abasophilia per gli ausili come le carrozzine, i gessi, le protesi ect.

 

La parafilia del devotee: l’attrazione sessuale verso i disabili

Il concetto di bellezza femminile e maschile è stato trattato da innumerevoli autori, ma nonostante questo nella società odierna è difficile se non impossibile, stabilire cos’è definibile come “realmente bello”. Esistono dei canoni estetici sui quali appoggiarsi, che rispecchiano “gli ideali” comuni e ci consentono di distinguere l’armonia, la grazia e l’eleganza di un corpo, rispetto ad un altro, che possiamo percepire come sgradevole, se non addirittura mostruoso. Non sempre però, quanto diamo per scontato è la regola di tutti. A volte, quanto per noi di più imperfetto esiste, risulta essere seducente per un’altra persona, e viceversa.

Da anni esiste una particolare parafilia nota negli Stati Uniti e ancora poco conosciuta in Italia, chiamata “devotee” una delle attrazioni sessuali più particolari.
Il “devotismo” è traduzione culturale della categoria diagnostica “acrotomofilia”, che J. Money, psicologo e sessuologo, esplora scientificamente negli anni Ottanta, ovvero la capacità di provare interesse o eccitazione sessuale solo al cospetto di persone che hanno deformazioni o amputazioni agli arti o come nell’ abasophilia per gli ausili come le carrozzine, i gessi, le protesi ect.

La componente patologica di questo fenomeno risiede e prende consistenza nel fatto che l’interesse è indirizzato solo verso la parte amputata o l’handicap e raramente verso la persona e le sue qualità umane.

Nei devoti, spesso è compromessa l’area sociale, lavorativa e l’intimità emotiva e sessuale nei confronti del loro partner.
Questo tipo di parafilia si avvicina al feticismo, come pulsione sessuale diretta verso un oggetto inanimato. Come nel feticista, l’oggetto è indispensabile e imprescindibile per l’eccitamento e l’attività sessuale. I devoti tendono ad evitare la relazione intima col partner, e rendono erotico non uno stivale ma gli ausili di cui il disabile si serve o l’arto menomato.

Nel devotismo, le persone chiedono di poter toccare le gambe, di guardare mentre la persona mangia, chiedono di poter pettinare i capelli o poterla accompagnare in bagno, trattano la persona come un oggetto.

Le sue condotte sessuali sono egosintoniche, ossia il soggetto ha un assoluto bisogno delle pratiche o fantasie sessuali e le giustifica come normali.
La maggior parte dei devotee appartengono al gruppo degli “Amplovers” o amanti degli amputati.
L’attrazione sessuale può risiedere nel moncherino vero e proprio, nelle protesi, oppure nell’immaginario di quanto esiste sotto di essa.

Taluni si eccitano nel cogliere le difficoltà di deambulazione dovuta alla mancanza di uno o di entrambi gli arti inferiori; altri nel riscontrare durante lo svolgimento di normali azioni, la malagevolezza tipica di chi è privo di una o ambedue le braccia.
Altri ancora focalizzano l’interesse esclusivamente sulla “parte mancante” del portatore di handicap e nel tentativo d’immaginare le sue sembianze.

Altre tipologie sono:
CASTER: amante dei gessi;
AMPUTEE: amanti degli amputati/e;
LOVERWHEELCHAIR: amanti delle sedie a rotelle;
LOVERPOLIO: amanti dei poliomielitici.

Le categorie del fenomeno del devotee

Il fenomeno devotee si sfrangia in quattro categorie ben definite che sono le seguenti:

– Admirer (ammiratore): l’admirer ha un alto grado di ammirazione e rispetto per le persone disabili. Non presenta aspetti di tipo ossessivo, il suo comportamento è congruo, non bizzarro ed è conforme alle norme sociali. Generalmente l’admirer si può trovare in quelle persone che frequentano associazioni di disabili come volontari.
– Pretender (to pretend: fingere): persone che pur non essendo disabili fingono di esserlo. Il loro comportamento viene considerato bizzarro e, se pubblico, soggetto a riprovazione sociale.
– Wannabe (vorrei diventare): persone che non essendo disabili desiderano diventarlo e arrivano ad amputarsi. Tra le tipologie, questa è la più grave di rischio psicologico.
Devotee (devoto): persone che sono affascinate, attratte (anche in termini sessuali), verso persone disabili e i loro ausili. A volte si presentano aspetti di tipo ossessivo con una ricerca continua di immagini e/o di incontri. Può accadere che il grado di fascinazione sia al di fuori del controllo della persona.

I devoti manifestano più apertamente la deviazione del devotismo verso una “categoria” di disabili che è quella degli amputati. I gruppi devotee oltre alla ricerca di fotografie o filmati, si scambiano anche richieste relative alle loro preferenze sul tipo di amputazione (ad esempio singola amputazione sopra il ginocchio, oppure amputazione sotto il ginocchio ect.)

L’assenza di tre arti e la totale assenza di arti sono rispettivamente descritte come Triple e Quad. Nella Community Amputee-Devotee ci sono tracce di devozione per l’amputazione del dito alluce.
C’è poi un piccolo gruppo di nucleo di devotee che hanno attrazione ossessiva per amputazioni agli occhi: RE (occhio destro), LE (occhio sinistro).

I devoti utilizzano social media in una varietà di modi, ma la loro motivazione principale è quella di: incontrare e stringere relazioni con le donne o uomini con deficienza degli arti; accedere in modo non autorizzato alle immagini fotografiche di persone in cui gli arti colpiti sono visibili, fare rete con altri devoti per condividere immagini e mantenere un gruppo sociale; normalizzare i loro comportamenti sostenendo l’accettabilità sociale dei devoti.

In conclusione, è importante considerare che i devoti per sedare la loro ossessione, scelgono attività di volontariato o di lavoro in contatto con persone disabili.

È importante strutturare strategia di tutela da persone che possono approfittare della situazione di debolezza fisica e psicologica della persona con disabilità fisica e prevenire l’abuso dando informazioni di educazione sessuale sia ai disabili che alle loro famiglie.

Psicoanalisi attraverso lo schermo. I limiti delle terapie online – Recensione del libro

Psicoanalisi attraverso lo schermo (i limiti delle terapie online) è un libro di Gillian Isaacs Russell. Il libro è il risultato dell’esperienza personale della psicoterapeuta.

 

Trasferitasi dagli Stati Uniti in Gran Bretagna, continua la sua didattica, le sue collaborazioni scientifiche e l’assistenza di alcuni pazienti, attraverso l’uso di Skype.

Da questo nuovo assetto ed osservando l’era del digitale che avanza inesorabile, la Russell comincia ad interrogarsi cosi su tre questioni fondamentali:

1- Un trattamento terapeutico senza presenza fisica può avere un’efficacia ottimale?

2- Cosa succede in una terapia circoscritta allo schermo quando non c’è alcuna possibilità, come suggerito da una paziente, di scambiarsi “pugni o carezze?”

3- Quale effetto ha sull’intimità la radicale alterazione dell’equilibrio fra comunicazioni verbali esplicite e non verbali implicite?

Ricercando le risposte, ecco nascere il libro Psicoanalisi attraverso lo schermo, estendendo i quesiti oltre la psicoanalisi e la psicoterapia e attingendo ad altri campi quali le neuroscienze, l’osservazione infantile, gli studi sulla comunicazione verbale e non verbale e le scienze cognitive.

L’opera è divisa in quattro parti. La prima descrive cosa ha spinto appunto la psicoterapeuta ad interrogarsi sui sopracitati quesiti, le testimonianze di pazienti e terapeuti già invischiati nel trattamento informatizzato e alla riflessione su ciò che avviene attraverso schermo del computer.

La seconda parte è prettamente basata sulle teorie e ricerche nel campo clinico-terapeutico. La terza, si concentra sul concetto di “presenza”. La comunicazione infatti è composta non solo dalle parole ma moltissimo anche dal “non verbale”: gesti, movimenti, mimica, postura, meta-comunicazioni che si leggono “fra le righe” ed il processo terapeutico per essere efficace richiede azioni esplicite ed implicite e la comunicazione attraverso il computer sicuramente non trova problemi nell’esplicito ma lo stesso non si può dire dell’implicito e il ridotto senso di presenza e appunto la trasmissione limitata della comunicazione potrebbero influire sull’efficacia del trattamento attraverso lo schermo.

L’ultima parte pone la riflessione sulla professione, riprendendo il concetto di ‘presenza’ che come accennato è una parte fondamentale per l’analisi di questo nuovo approccio e ponendo attenzione sui rapporti che ormai da molto tempo ha l’uomo con i sistemi informatici nonché sulle motivazioni che spingono molti professionisti ad approcciare con la psicoterapia online tra cui la ricerca semplicistica di un lavoro.

Cambia il setting, cambia la diade paziente-analista, cambia la co-presenza.

E’ evidente che il ruolo dell’analista, accettando questa nuova pratica clinica, è in via di cambiamento. Dall’accettazione della validità di questo nuovo approccio, e non sono pochi i clinici favorevoli a tal nuova metodica, si modificheranno altresì diversi paradigmi della disciplina stessa, nonché in un futuro il decidere che tipo di terapeuta si vorrà essere.

 

Troppo stress? Rischiamo di prendere decisioni rischiose

Uno studio condotto sui ratti, pubblicato recentemente sulla rivista Cell, condotto dal professor Friedman e colleghi del Massachussets Institute of Technology, ha mostrato come lo stress cronico possa interferire in maniera significativa con il processo di decision-making e di conseguenza si può verificare che si scelgano opzioni più vantaggiose ma ad alto rischio e si mettano in atto comportamenti impulsivi.

 

Lo stress influenza il processo di decision-making

Prendere una decisione non è sempre facile, specialmente quando ci si trova a dover scegliere tra due opzioni che hanno implicazioni sia negative che positive come ad esempio la scelta tra un impiego molto remunerativo ma impegnativo in termini di ore di lavoro e un altro non remunerativo ma che consente al soggetto di spendere più tempo per sé e i suoi hobby.
L’equipe di neuroscienziati dell’MIT, guidati dal professor Friedman, ha recentemente dimostrato che, quando si è chiamati a prendere decisioni in queste situazioni in cui è necessario bilanciare e valutare i costi e i benefici, lo stress cronico ha un ruolo cruciale nel determinare le scelte (Friedman et al., 2017).
I ricercatori infatti hanno sottolineato come l’essere sottoposti a stress cronico possa influenzare il processo di decision-making dei ratti che tendevano più frequentemente a scegliere opzioni vantaggiose ma ad alto rischio.

Lo studio (Friedman et al., 2017) inoltre ha trovato che tali scelte sono conseguenti ad un’anomala attivazione del network cerebrale sottostante questo processo di decision-making e che tale alterazione dei circuiti può essere manipolata, tramite tecniche di optogenetica (Kim, Adhikari et al., 2017) al fine di ripristinare un normale funzionamento del sistema interessato.

La capacità di valutare i costi e i benefici di un’opzione è essenziale nel momento in cui gli individui si trovano a prendere una decisione che si riveli poi soddisfacente e “razionale”; tuttavia tale capacità risulta compromessa in alcuni disturbi tra i quali la depressione, l’ansia persistente e invasiva, l’abuso di sostanze in cui si riscontrano anche comportamenti impulsivi e disfunzionali a seguito di scelte non corrette (Friedman et al., 2017).

Uno studio precedente di Graybiel e Friedman (2015) aveva identificato il network cerebrale sottostante il processo di decision-making che coinvolge la valutazione dei costi-benefici: la corteccia mediale prefrontale (mPFC), responsabile della modulazione degli stati emotivi e i circuiti corticostriatali, contenenti un set di neuroni chiamati striosomi e associato ai processi motivazionali e di reward (Eblen & Graybiel, 1995).

I ricercatori erano stati in grado di addestrare i topi a muoversi all’interno di un labirinto nel quale dovevano scegliere tra due opzioni: una prevedeva una ricompensa in forma di cibo preferito dagli animali che però era difficilmente raggiungibile, al contrario dell’altra opzione di cibo, meno buona ma facilmente raggiungibile.

Inibendo i neuroni corticali e gli striosomi del circuito cerebrale sotto studio, usando tecniche di optogenetica, è stato possibile osservare nei ratti la messa in atto di comportamenti ad alto rischio pur di raggiungere il reward più alto (il cibo preferito).

Nel nuovo studio (Friedman et al., 2017), i ricercatori hanno messo in atto un esperimento simile senza la manipolazione del circuito ma tramite l’esposizione dei topi a periodi brevi di stress ma prolungati nel tempo, per circa due settimane.

Si è osservato che i topi esposti a episodi di stress cronico si comportano alla stessa maniera dei topi manipolati tramite tecniche di optogenetica, cioè tendevano a raggiungere sempre la ricompensa più alta muovendosi in un percorso pericoloso all’interno del labirinto, al contrario dei topi non sottoposti a stress che si “accontentavano” dalla ricompensa meno vantaggiosa ma facilmente raggiungibile.
In sostanza l’animale sceglieva il cibo preferito senza valutare l’alto costo della decisione, in quanto, per ottenerlo, doveva percorrere un percorso pericoloso.

Pertanto i ricercatori hanno concluso che i circuiti presi in esame fossero cruciali per integrare le informazioni circa i costi e i benefici di un’opzione di scelta al fine di implementare i comandi della corteccia prefrontale, responsabile dell’implementazione dell’azione goal-directed tramite l’attivazione di specifici interneuroni e l’inibizione degli striosomi (Friedman et al., 2017).
Quando l’animale è sottoposto a stress cronico, i circuiti si attivano in modo anomalo e impediscono alla corteccia prefrontale di inibire gli striosomi che si iperattivano.

Tuttavia gli autori dello studio (Friedman et al., 2017) precisano che la compromissione funzionale del network studiato è reversibile cioè è possibile ripristinale il “normale” processo di decision-making.
Ciò suggerisce che gli striosomi presenti nel circuito prefrontale non si compromettano in modo definitivo a seguito di un’esposizione cronica a eventi stressanti, ma che potenzialmente sia fattibile ripristinare il processo e quindi modificare il comportamento degli individui affetti da quei disturbi psicologici che sono caratterizzati da un anomalo decision-making.

Questo stato potrebbe essere reversibile, ed è possibile che in futuro si possa intervenire sugli interneuroni umani e ripristinare l’equilibrio tra inibizione ed eccitazione dei network del sistema” afferma il professor Friedman, autore dello studio.

Lo stato empirico delle terapie comportamentali di terza onda per il trattamento dei disturbi dell’alimentazione: una review sistematica

Le attuali linee guida internazionali per il trattamento dei disturbi dell’alimentazione raccomandano l’uso di trattamenti psicologici supportati empiricamente, ovvero terapie la cui efficacia sia stata dimostrata in trials randomizzati e controllati. Fra queste, la terapia cognitivo comportamentale (CBT) è indicata per la bulimia nervosa (BN) e per il disturbo da binge-eating (BED) da tutte le linee guida cliniche disponibili e in misura minore per l’anoressia nervosa (AN). Altre terapie raccomandate sono la terapia interpersonale (IPT), la terapia basata sulla famiglia (FBT) (soprattutto per gli adolescenti) e con minor evidenza la terapia psicodinamica e il modello Maudsley per il trattamento di adulti con anoressia nervosa (MANTRA).

Selvaggia Sermattei

 

Nonostante l’efficacia di queste terapie sia stata dimostrata in studi randomizzati e controllati, c’è consenso in letteratura rispetto alla necessità di ottenere ulteriori miglioramenti (in particolare per i tassi di drop-out, di ricaduta e di risposta parziale al trattamento) o di sviluppare nuove terapie efficaci. Recentemente le terapie comportamentali definite di “terza onda” sono state proposte da diversi autori come potenziali alternative per il trattamento dei disturbi dell’alimentazione. Queste terapie uniscono alle classiche componenti della CBT di “seconda onda” (come il monitoraggio, l’esposizione con prevenzione della risposta) nuovi metodi basati su diverse premesse, per ottenere cambiamenti nel funzionamento psicologico e clinico.

In generale le terapie di “terza onda” si focalizzano sulla funzione o sulla consapevolezza di pensieri ed emozioni (anziché sul contenuto o sulla validità dei processi cognitivi) e per questo enfatizzano strategie di accettazione, mindfulness, metacognizione e flessibilità psicologica. L’obiettivo è sviluppare strategie di regolazione emotiva focalizzate sulla risposta (ad esempio strategie che modulano l’espressione della risposta emotiva dopo che questa è attivata) a differenza della CBT classica che propone strategie di regolazione emotiva focalizzate sugli antecedenti (ovvero strategie che prevengono l’attivazione della risposta emotiva).

C’è abbastanza consenso in letteratura nel comprendere all’interno della categoria di terapie di “terza onda” la terapia dell’accettazione e dell’impegno (acceptance and commitment therapy, ACT), la terapia dialettico comportamentale (dialectical behaviour therapy, DBT), la terapia focalizzata sulla compassione (compassion mind training/compassion-focused therapy, FCT), interventi basati sulla mindfulness (mindfulness-based interventions, MBI), la terapia analitica funzionale (functional analytic therapy, FAP), la schema therapy (ST) e la terapia metacognitiva (metacognitive therapy, MT).

Numerose revisioni sistematiche e metanalisi hanno indagato l’efficacia di queste terapie per diverse condizioni cliniche, come sintomi depressivi e disturbi d’ansia, dimostrando una certa efficacia se confrontate con liste d’attesa o terapie “as usual”, e minori risultati quando comparate a interventi CBT standard.

Solo due metanalisi hanno indagato l’efficacia di terapie di “terza onda” nell’ambito dei disturbi dell’alimentazione dimostrando che DBT e MBI sono terapie potenzialmente efficaci nel trattamento della Bulimia Nervosa e del Binge Eating Disorder ma solo nel confronto con liste d’attesa o terapie “as usual”. Malgrado queste limitate evidenze, alcune ricerche sul trattamento dei disturbi dell’alimentazione, rivelano come i clinici tendano ad usare tecniche di “terza onda” (ad esempio la mindfulness) con una frequenza pari e talvolta superiore a quella con cui utilizzano tecniche derivate da terapie basate sull’evidenza come la CBT (ad esempio il monitoraggio dell’alimentazione o il controllo settimanale del peso).

Questo dato indica che coloro che ricercano un trattamento per un disturbo dell’alimentazione spesso possono non ricevere le terapie migliori disponibili.

Metanalisi: le terapie di terza onda per i disturbi dell’alimentazione

Sulla base di queste premesse, Linardon e colleghi (2017), hanno ritenuto necessario e pertinente condurre una metanalisi sui lavori ad oggi disponibili in letteratura sulle terapie di “terza onda” per i disturbi dell’alimentazione.

Lo scopo di questo studio è stato esaminare l’efficacia delle terapie di “terza onda” per i disturbi dell’alimentazione attraverso

1) un calcolo dell’effect size nel confronto pre- e post-trattamento e nel confronto pre-trattamento e follow-up;

2) un confronto delle terapie di “terza onda” con liste d’attesa, controlli attivi e trattamenti per disturbi dell’alimentazione supportati empiricamente (CBT e IPT).

Un ulteriore obiettivo è stato esaminare se le terapie di “terza onda” soddisfano i criteri richiesti per essere considerate trattamenti supportati empiricamente secondo la classificazione di Chambless e Hollon (1998) molto più selettiva e rigorosa di altre proposte più recentemente.

Sono stati inseriti nella metanalisi studi randomizzati e controllati ma, a causa del loro numero limitato, anche studi prospettici con disegno pre-post di trattamenti psicologici di “terza onda”, in soggetti con un’età superiore a 16 anni, con disturbo dell’alimentazione.

Gli esiti primari sono stati:

1) La psicopatologia del disturbo dell’alimentazione misurata con l’Eating Disorder Examination (EDE), l’EDE-Q, la sottoscala Bulimia dell’Eating Disorder Inventory (EDI), la Binge Eating Scale (BES), il punteggio totale dell’Eating Attitude Test (EAT) o la Scala di Assessment multifattoriale per i disturbi dell’alimentazione.

2) Il punteggio globale dell’EDE o dell’EDE-Q.

3) I tassi di remissione/guarigione definiti sia come la cessazione delle abbuffate e/o delle condotte di eliminazione negli ultimi 28 giorni, o il punteggio globale dell’EDE entro una deviazione standard dalla media comunitaria o il non soddisfacimento dei criteri diagnostici del DSM per un disturbo dell’alimentazione.

4) Le abbuffate definite come la frequenza auto-riferita del numero di episodi o del numero di giorni con abbuffate oggettive nell’ultimo mese.

Gli esiti secondari sono stati:

1) Le preoccupazioni per le forme del corpo, le preoccupazioni per il peso, le preoccupazioni per l’alimentazione o la restrizione dietetica, valutate dai punteggi delle relative sottoscale dell’EDE o dell’EDE-Q.

2) Punteggi relativi alla depressione valutati con la Beck Depression Inventory (BDI), la Montgomery-Asberg Depression Rating Scale (MADRS), la sottoscala della depressione del Symptom Checklist-90-Revised (SCL-90), la scala del Centre for Epidemiological Studies for Depression (CESD), o la Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS).

1) L’autostima valutata attraverso la Rosenberg Self-Esteem Scale (RSES).

L’Effect Size è stato calcolato per le analisi entro i gruppi per valutare cambiamenti pre- e post-trattamento e tra gruppi per il confronto tra le terapie di “terza onda” e altre condizioni.

Dei 27 studi inseriti (13 studi randomizzati e controllati, 1 studio controllato non randomizzato e 13 studi su un singolo trattamento con un disegno sperimentale pre-post) 15 trattavano un campione transdiagnostico, 9 un campione di individui con diagnosi di BED, 2 di BN e 1 di AN.

14 studi valutavano la DBT, 6 la MBI, 3 la CFT, 2 l’ACT e 2 la ST.

Fra gli studi randomizzati e controllati 4 usavano la CBT come confronto (2 in modalità di auto-aiuto e 2 guidata da un terapeuta), mentre altri confronti attivi erano fatti con trattamenti “as usual”, il trattamento di monitoraggio del diario giornaliero, la psico-educazione e una terapia supportiva non specifica.

Sebbene l’intenzione iniziale degli autori fosse di condurre analisi separatamente per ogni categoria diagnostica, ciò non è stato possibile a causa del limitato numero di studi inclusi. Così le analisi sono state condotte considerando da un lato gli studi che comprendevano campioni con soggetti con BED e dall’altro tutti gli altri studi con campioni transdiagnostici o con diagnosi di Bulimia nervosa o anoressia nervosa.

I risultati della metanalisi

I risultati sugli esiti primari indicano che le terapie di “terza onda” producono miglioramenti statisticamente significativi tra il pre- e post-trattamento e al follow-up, in tutti i campioni diagnostici. Le terapie di “terza onda” (in particolare la DBT) risultano essere più efficaci (con un moderato effect size) rispetto alle liste d’attesa ma non rispetto ai trattamenti attivi (in particolare la CBT) dove non si riscontrano differenze statisticamente significative (small effect size) al post-trattamento e al follow-up.

Sugli esiti secondari i risultati sono simili: le terapie di “terza onda” sembrano produrre miglioramenti significativi fra il pre- e il post-trattamento e al follow-up (senza differenze significative fra le varie terapie) e risultano più efficaci delle liste d’attesa ma non sono osservate differenze statisticamente significative se confrontate con i controlli attivi e la CBT.

Gli autori sottolineano che tali risultati sono principalmente basati sull’effect size pre-post ma, comprendendo studi non controllati, non è possibile capire in quale misura le differenze riscontrate siano da attribuire alla terapia o a variabili esterne come il passare del tempo, il recupero spontaneo o la regressione verso la media. Si rende quindi necessario condurre ulteriori studi randomizzati e controllati poiché questo è l’unico modo per stabilire l’efficacia di un trattamento e poter attribuire ad esso il merito di un miglioramento.

Per quanto riguarda i criteri (Chambless e Hollon, 1998) affinché le terapie di “terza onda” siano definite trattamenti supportati empiricamente i risultati indicano che la DBT, la ST, la CFT e la MBI si mostrano terapie potenzialmente efficaci per il BED e per la BN ma non per l’AN. L’ACT non incontra i criteri per essere considerata una terapia supportata empiricamente per nessuna categoria diagnostica, essendo stata valutata in un solo trial randomizzato e controllato in individui con AN e non si è mostrata superiore alla terapia “as usual” a fine trattamento e a 5 anni di follow-up.

La DBT risulta essere la terapia di “terza onda” maggiormente studiata (in 7 studi randomizzati e controllati) ma vi sono alcune limitazioni rispetto ai criteri suggeriti da Chambless e Hollon, infatti, gli studi sono stati condotti dallo stesso gruppo di ricerca e la numerosità dei campioni è bassa.

Mentre le altre terapie sono state studiate in soli 1 o 2 studi randomizzati e controllati.

Quindi ad oggi, sebbene alcune terapie di “terza onda” possano essere considerate potenzialmente efficaci per la BN e per il BED, nessuna di queste incontra i criteri per essere definita una terapia di efficacia basata sull’evidenza (come la CBT o la IPT).

Gli autori auspicano che, per il bene dei pazienti e per una buona pratica clinica, clinici e ricercatori lavorino insieme per continuare a testare l’efficacia di queste terapie, anche a partire da studi su singoli casi-controllo che possano fornire preliminari informazioni per valutare la necessità di condurre studi randomizzati e controllati più ampi.

Altra raccomandazione degli autori riguarda il proseguire studi che appartengono a recenti filoni di ricerca volti a cercare di superare le barriere che i clinici incontrano nell’implementare la CBT che rimane la miglior terapia ad oggi disponibile per i disturbi dell’alimentazione secondo i dati empirici.

Questi ostacoli tipicamente includono la credenza che i risultati della ricerca non siano applicabili a setting del “mondo reale”, la mancanza di formazione e supervisione clinica, la mancanza di conoscenza relativa ai meccanismi responsabili del cambiamento terapeutico e della dose minima di terapia richiesta.

Concludendo, quello di Linador e colleghi è il primo studio che ha indagato a livello qualitativo e quantitativo l’efficacia delle terapie comportamentali di “terza onda” per i disturbi dell’alimentazione, e i suoi risultati indicano che nonostante i dati promettenti sull’efficacia di alcune di queste terapie, ad oggi nessuna incontra i criteri formali per essere considerata un trattamento supportato empiricamente. Nel complesso la CBT mantiene il suo status di trattamento di prima scelta per BN, BED e adulti con AN, mentre l’IPT può essere considerata una valida alternativa per BN e BED.

Ipocondria, ansia per le malattie e disturbo da sintomi somatici. Guida per il clinico e manuale per chi soffre del disturbo – Recensione del libro

L’affidabilità degli autori Daniela Leveni, Marco Lussetti e Daniele Piacentini è stato ciò che mi ha convinto a iniziare la lettura di Ipocondria, ansia per le malattie e disturbo da sintomi somatici. Guida per il clinico e manuale per chi soffre del disturbo.

 

L’ ipocondria, o ansia per la salute, è certamente il disturbo emotivo più sottovalutato e trascurato; a fronte del grande numero di persone che ne soffrono, solo una piccola minoranza trova una risposta appropriata ed efficace alla propria sofferenza, che è reale e spesso anche grave, e al bisogno di star bene.

Quando quattro anni fa lessi la prima edizione del manuale (all’epoca intitolato Ipocondria, guida per il clinico e manuale per chi soffre del disturbo) rimasi stupito dalla chiarezza e dalla completezza dei contenuti. Di fronte a un numero sempre crescente di manuali accademici e di libri di auto-aiuto per i pazienti, temevo di incappare in un insieme di informazioni sconnesse o difficilmente utilizzabili in seduta con un paziente.

L’affidabilità degli autori Daniela Leveni, Marco Lussetti e Daniele Piacentini è stato ciò che mi ha convinto a iniziare la lettura di Ipocondria, ansia per le malattie e disturbo da sintomi somatici. Guida per il clinico e manuale per chi soffre del disturbo.

Ipocondria, ansia per le malattie e disturbo da sintomi somatici. – La struttura del manuale

Quello che poi ho trovato leggendolo è stata una suddivisione intelligente del manuale in due parti (come suggerito dal titolo): una per il clinico, inizialmente più concettuale e teorica e successivamente pratica e dettagliata, e una per il paziente, chiara, pratica ed esaustiva. Entrambe le parti sono ricche di casi clinici ed esempi che permettono sia al paziente che al clinico meno esperto di avvicinarsi ai concetti e alle strategie con semplicità.

Questa nuova edizione, arricchita dalla saggia presentazione di Paolo Michielin, riprende il sentiero di quella precedente mantenendo la separazione delle due parti, aggiornate alle nuove categorie diagnostiche del DSM 5 e con riferimenti alle nuove tecniche metacognitive sviluppate da Adrian Wells. L’intento degli autori è quello di fornire agli specialisti e ai pazienti indicazioni chiare ma flessibili per un disturbo psicologico più frequente di quanto spesso ritenuto e, soprattutto, più frequentemente ignorato sia dai pazienti che dai clinici. Mentre infatti crescono come funghi i manuali per il trattamento della depressione o del disturbo da attacchi di panico, l’ ipocondria, o meglio il disturbo d’ansia per la salute, viene ancora messo nel dimenticatoio, un po’ come se anche gli addetti ai lavori lo considerassero poco importante e quindi trascurabile. Questa lacuna viene prontamente colmata con un approccio a più livelli che si rifà, come descritto nella presentazione, alle linee guida NICE del programma IAPT inglese.

Il manuale per il paziente, dopo un importante capitolo introduttivo di motivazione al trattamento, permette di venire guidati passo passo nella comprensione del disturbo, nella valutazione della sua entità e nei processi di cambiamento attraverso l’identificazione e l’interruzione di sette circoli viziosi. A questo si aggiunge una parte dedicata al rimuginio e alla prevenzione delle ricadute. In modo pratico e lineare la semplice lettura del manuale può già essere sufficiente per alcuni pazienti, o può rappresentare la presa di consapevolezza per rivolgersi al giusto professionista.

La guida per il clinico mantiene lo stesso approccio lineare guidando il professionista verso una comprensione di livello sempre superiore (la sindrome, i possibili trattamenti, il modello cognitivo, il modello metacognitivo) fino ad una dettagliata presentazione dei passaggi del trattamento dell’ ipocondria: in questo modo il clinico viene guidato per tutte le diverse fasi, dalla presa in carico alla dimissione. La presenza di questa parte del manuale fornisce inoltre, ai pazienti che lo desiderano, una comprensione e un consenso informato maggiori di quello che possono aspettarsi da un trattamento cognitivo-comportamentale per il disturbo d’ansia per la salute.

Il risultato finale è un testo completo che può rivelarsi allo stesso tempo uno strumento formativo, di auto-aiuto e terapeutico. Gli autori, con la loro pluriennale esperienza in psichiatria, forniscono contributi importanti e li esprimono in modo da essere alla portata di tutti. Offrono così, sia per i clinici che per i pazienti, un bagaglio di conoscenze e strategie applicabile non solo in terapia ma generalizzabile alla vita, incrementando la cassetta degli attrezzi che favorisce un buon funzionamento e una migliore qualità di vita.

La propensione al rischio in adolescenti con disturbo della condotta

Alterazioni nella capacità di prendere decisioni sono state riscontrate in alcuni disturbi neuro-psicologici, uno di questi è il disturbo della condotta, disturbo generalmente identificato e diagnosticato durante l’infanzia e l’adolescenza.

 

La capacità di prendere decisioni è fondamentale nella vita di ognuno di noi. Anche nelle scelte che ci sembrano più semplici, la presa di decisione è un processo molto complesso, in quanto implica il coordinamento di diverse capacità: valutare le opzioni disponibili, immaginare le possibili conseguenze e stimare i costi e i benefici di ogni scelta. Quando il valore delle opzioni disponibili è chiaro, la scelta per l’opzione con maggiore valore dovrebbe rappresentare quella più immediata, ma non è sempre così.

La presa di decisione viene influenzata da diversi fattori, sia interni che esterni. Riguardo ai fattori interni, diversi studi mostrano come una scarsa qualità del sonno, uno stato emotivo alterato ed elevati livelli di stress possano influenzare la presa di decisione (e.g., Glass et al., 2011; Porcelli & Delgado, 2009). Riguardo ai fattori esterni, il contesto sociale assume un ruolo di assoluta importanza: le nostre decisioni possono essere influenzate anche dalla presenza o dall’assenza di altre persone intorno a noi durante il processo di scelta (e.g., Bault et al., 2008).

Decision making e disturbo della condotta

Alterazioni nella capacità di prendere decisioni sono state riscontrate in alcuni disturbi neuro-psicologici. Uno di questi è il disturbo della condotta che, in base alla definizione fornita dal DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), include comportamenti persistenti e ripetitivi in cui vengono messe in atto condotte antisociali che violano le principali regole sociali appropriate all’età (American Psychiatric Association, 2013). E’ un disturbo che viene generalmente identificato e diagnosticato durante l’infanzia e l’adolescenza.

Numerose evidenze empiriche mostrano come l’adolescenza, rispetto all’età adulta, rappresenti il periodo evolutivo in cui si verifica una maggiore propensione a fare scelte non sicure e a mettere in atto comportamenti rischiosi, come fare uso di alcol e droghe, fumare, praticare sesso non protetto, guidare in modo pericoloso e attuare comportamenti antisociali di lieve o severa entità (e.g., Reyna & Farley, 2006; Steinberg 2004). Nelle popolazioni non cliniche è stata riscontrata una maggiore propensione a fare scelte rischiose nel sesso maschile rispetto a quello femminile (e.g., Brooks et al., 2017; Cross et al., 2011). Tuttavia, ancora pochi studi hanno esaminato le differenze di genere nella presa di decisione in adolescenti con disturbo della condotta, essendosi incentrati finora sulla sola popolazione maschile.

In uno studio recente, condotto presso l’Università di Southampton, alcuni ricercatori (Sidlauskaite  et al., 2017) hanno voluto esaminare proprio le differenze di genere nella presa di decisione in un gruppo di 100 adolescenti del Regno Unito. Di questi 100 ragazzi, 49 presentavano una diagnosi di disturbo della condotta (23 femmine) e 51 erano a sviluppo tipico (27 femmine). A tutti i partecipanti dello studio veniva presentata una versione modificata del Risky Choice Task (“Prova della scelta rischiosa”; Rogers et al., 2003), una prova largamente utilizzata con altre popolazioni cliniche, che propone due diverse ricompense tra cui scegliere, associate rispettivamente alla vincita o alla perdita di quantità differenti di punti.

In tutti i confronti proposti, se si sceglieva l’opzione “di controllo”, la persona poteva vincere solo pochi punti con il 50% di probabilità (quindi, allo stesso tempo, aveva il 50% di probabilità di perderli). Se si sceglieva l’opzione “rischiosa”, invece, si potevano vincere o perdere diverse quantità di punti con probabilità differenti: a volte questa scelta era vantaggiosa e portava alla vincita di molti punti, altre volte invece non era vantaggiosa e portava alla perdita di molti punti.

Come atteso, gli adolescenti con disturbo della condotta facevano scelte rischiose con una percentuale significativamente più alta rispetto ai coetanei a sviluppo tipico. In particolare, tendevano a scegliere di più l’opzione maggiormente rischiosa quando il valore delle due ricompense era relativamente simile, ovvero quando non era netta la differenza tra le opzioni e quindi non era così chiaro il vantaggio di un’opzione sull’altra. Inoltre, come ipotizzato, è emersa un’interazione significativa tra il genere (maschi vs femmine) ed il gruppo di appartenenza (disturbo della condotta vs sviluppo tipico): i ragazzi con disturbo della condotta mostravano maggiore propensione per le scelte rischiose rispetto ai loro coetanei a sviluppo tipico. Le ragazze con disturbo della condotta, invece, mostravano maggiore cautela nelle loro scelte, non differenziandosi in maniera significativa dalle coetanee a sviluppo tipico.

Questo studio, nonostante sia da considerare come preliminare e abbia bisogno di essere replicato in future ricerche, ha il merito di aver indagato alcuni meccanismi specifici del disturbo della condotta, che possono portare ad individuare traiettorie di sviluppo e fattori causali differenti nel sesso maschile e in quello femminile.

Definire l’omosessualità e l’identità sessuale

Per definire il concetto di omosessualità bisogna necessariamente riferirsi, in un primo momento, a quello di identità sessuale, caratterizzato da componenti di ordine biologico, psicologico e sociale (Pietrantoni, Prati, 2011).

Identità di genere e disforia di genere

Da un punto di vista biologico il sesso corrisponde alla presenza di condizioni genetiche sessuali maschili piuttosto che femminili, specificatamente causate dalla presenza di cromosomi sessuali maschili o femminili che daranno alla persona caratteristiche anatomiche e fisiologiche specifiche. Se si considera la biologia, esistono degli individui definiti nei termini di “intersessuali” che possono presentare delle caratteristiche, quali ambiguità genitali, che li accomunano sia ai maschi che alle femmine.

Quando è presente, già durante l’infanzia, un discostamento tra le caratteristiche fisiche e la percezione di appartenenza sessuale, si può creare la cosiddetta disforia di genere (Chiari, Borghi, 2009), cioè un disagio riguardo le caratteristiche del proprio corpo che provoca un’identificazione con il sesso opposto e desiderio di appartenervi (è il cosiddetto “disturbo dell’identità di genere”). Al di là di queste caratteristiche biologiche, il ruolo di genere corrisponde anche a un insieme di comportamenti e modi d’essere codificati all’interno di ogni singola cultura, tra cui Pietrantoni e Prati (2011) elencano: l’attenzione e la cura delle caratteristiche sessuali secondarie (come i peli, il seno…); i manierismi, ovvero il modo in cui una persona cammina o si muove in generale; le condizioni fisiche, come il peso corporeo nelle donne; il modo di vestire e gli adornamenti; l’igiene personale; il modo di parlare; il vocabolario; il lavoro; gli interessi; le abitudini e gli hobbies che si hanno. Si potrebbe dire che il grado di adesione agli schemi socioculturali definiti determina una bassa o un’alta adesione al proprio ruolo di genere (Corbisiero, 2010).

L’orientamento sessuale e l’omosessualità

Nella formazione dello stesso interviene poi anche il sistema educativo e sociale caratteristico della scuola, ma anche della famiglia. Definita l’identità di genere e l’appartenenza a un determinato ruolo di genere, non è così scontato che si determini in maniera automatica un certo tipo di orientamento sessuale riguardante l’oggetto d’amore (Chiari, Borghi, 2009). L’orientamento sessuale, infatti, non coincide completamente con il comportamento fisico che viene messo in atto dalla persona, tant’è che si distingue attualmente tra “gay” e “uomini che fanno sesso con uomini” o tra “lesbiche” e “donne che fanno sesso con donne” (Pietrantoni, Prati, 2011).

Secondo Bertone (2009) esistono diversi tipi di relazioni omoerotiche, come quelle basate sull’inversione del ruolo di genere e quelle asimmetriche, oppure quelle strutturate in base all’età o specifici ruoli sociali che prevedono un rapporto omoerotico. L’omosessualità potrebbe essere quindi definita come la presenza d’interesse, affetto, attrazione ed eventuale attività sessuale, attuata con persone appartenenti allo stesso sesso (Pietrantoni, Prati, 2011). E’ difficile però ricondurre l’omosessualità ad una sola dimensione, tanto che alcuni autori suggeriscono la possibilità di intendere l’eterosessualità e l’omosessualità come estremi di uno stesso continuum, in cui la maggior parte delle persone vanno a collocarsi in una posizione di mezzo. Questo spiegherebbe anche l’esistenza di tendenze di tipo bisessuale o transessuale, ovvero aspetti sessuali comuni sia ai maschi che alle femmine impersonificati in un unico orientamento sessuale (Chiari, Borghi, 2009).

La definizione dei termini inerenti l’omosessualità, come gay o lesbica, ha origini molto lontane. Il termine lesbica, ad esempio, deriva dall’isola di Lesbo, dove visse il poeta Saffo in età precristiana, che enfatizzò i temi legati all’amore per la bellezza femminile ed all’amore tra donne. Nella stessa Grecia l’omosessualità non veniva repressa, tanto che si portò già allora alla diffusione dei termini di “lesbica” per indicare l’omosessualità femminile. Quanto avveniva per le femmine, era anche presente nei maschi, che molte volte erano attivamente coinvolti nei lavori di bottega con dei maestri che spesso davano vita ad attività sessuali di natura omosessuale durante le attività di apprendistato o di formazione lavorativa. La stessa pederastia, che spesso sfociava in atti di pedofilia, ha assunto poi, nel corso dei secoli, il significato congiunto di omosessualità che ha favorito l’indebita associazione tra omosessualità e pedofilia (Lingiardi, 2007).

Il termine gay, invece, deriva dal francese antico, dove significava allegro, gaio. Durante il Settecento assunse il significato di anticonformista, mentre successivamente, dopo aver avuto dei connotati nettamente negativi e dispregiativi durante l’Ottocento, assunse gradualmente il significato che attualmente gli si attribuisce.

In epoche successive a quella greca, l’omosessualità venne identificata con i termini di “sodomia” o “atti sessuali contro natura” caratteristici della religione cristiana; come detto nel precedente capitolo, il termine di “omosessualità” vero e proprio venne diramato soltanto a fine Ottocento, quando un letterato ungherese (Kertbeny) si scagliò contro il proprio governo prussiano che voleva punire tutti gli atti sessuali di tipo omosessuale (Pietrantoni, Prati, 2011).

Il termine omosessuale è stata a lungo inclusa nel Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali, per buona parte del secondo Novecento, ma ben presto si è giunti al documento dell’Associazione Psichiatrica Americana che, con le seguenti parole, modificava ed eliminava questa inclusione: “l’omosessualità in sé non implica un deterioramento nel giudizio, nell’adattamento, nel valore o nelle generali abilità sociali o motivazionali di un individuo”.

 

The Relationship Between Mood Disturbance and Eating Disorders

Mood disturbance appears to be present during the development of eating disorders. As we will see, depression symptoms may precede, follow and co-occur with the ED. What relationship may there be between eating -related psychopathology and depression?

Lucia Tecuta, Ph.D.

Eating Disorders

Eating disorders (EDs) are currently placed in the Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders fifth edition (American Psychiatric Association, 2013) within a diagnostic macro-area of mental disorders named “Feeding and Eating Disorders” characterized by a persistent disturbance of eating or eating-related behaviors.

Such alterations in the consumption of food significantly impair the affected individual’s physical health and/or psychosocial functioning. Eating disorders include: anorexia nervosa (AN), bulimia nervosa (BN), binge-eating disorder (BED) and other-specified feeding or eating disorder (OSFED). EDs are distinct disorders which differ in prognosis, outcomes, and treatment needs.

Patients suffering from EDs frequently exhibit comorbid psychiatric illnesses, mainly phobias, obsessive compulsive-related disorders and depression, exhibiting significant distress, limits in their functioning as well as medical complications (Nagl et al., 2016). However, major depressive disorder (MDD) appears to be the most common psychiatric diagnosis in threshold EDs with lifetime prevalence rates ranging from roughly 40% to 90% greatly surpassing general population rates (Godart et al., 2007). Generally, AN and BN patients also exhibit significantly higher depression and anxiety scores compared to healthy females (Holliday, Tchanturia, Landau, Collier, & Treasure, 2005; Daley, Jimerson, Heatherton, Metzger, Wolfe, 2008; Ashworth, Norbury, Harmer, Cowen, & Cooper, 2011; Buehren et al., 2011).

The Relationship Between Mood Disturbance and Eating Disorders

Mood disturbance appears to be present during the development of an eating disorder. As we will see, depression symptoms may precede, follow and co-occur with the ED. What relationship may there be between eating -related psychopathology and depression?

The general consensus considers both depression and anxiety as consequences of the eating disorder itself, specifically for AN through malnutrition (American Psychiatric Association, 2013) even though such theory has rarely been empirically investigated with appropriate methodology and measures (Mattar, Huas, Duclos, Apfel, & Godart 2010; Mattar, Huas, EVHAN group, & Godart, 2012). Such a position is maintained by researchers who derive from animal behavior models the hypothesis that psychiatric symptoms develop from restrictive eating (Ioakimidis, Zandian, Ulbl, Bergh, Leon, & Södersten, 2011; Bergh et al., 2013; Gutierrez, 2013). Indeed, data suggests that adolescents with AN develop a depressive state within the first year of AN onset (Gracevh, 2016). Psychological mechanisms may also be implicated as depressive symptoms increase in intensity in threshold AN, BN and BED, an increase attributed by some authors to feelings of shame and isolation promoted by the disordered eating (Harney, Fitzsimmons-Craft, Maldonado, & Bardone-Cone, 2013). Against the notion that malnutrition leads to emotional problems, a recent study (Mattar et al., 2012) suggests contrarly that depression and anxiety are not related to nutritional states. Unexpectedly no correlation between negative affect and any measure of current nutritional status was found, even when taking into account potential confounding factors such as age and current use of psychotropic medication (Mattar et al., 2010, 2012).

Many hypothesize instead the depression or anxiety precede or create vulnerability to the development of EDs (Deep, Nagy, Weltzin, Rao, & Kaye 1995; Stice, Presnell, & Spangler, 2002; Gardner et al., 2000; Measelle, Stice, & Hogansen, 2006). Indeed, in at least 25% of ED cases presented MDD precedes the eating disorder (Godart et al., 2007). Other studies have demonstrated how negative affect (Gardner Stark, Freidman, & Jackson, 2000; Stice et al., 2002; Measelle et al., 2006; Godart, Flament, Lecrubier, & Jeammet, 2000; Zerwas et al., 2013) and anxiety disorders (Godart et al., 2000; Zerwas et al., 2013) also precede and/or predict eating pathology and the development of eating disorders, possibly representing a pathway to EDs, particularly in AN.

Moreover, according to risk factor research, symptoms of depression are frequently present before the development of EDs. Depression symptomatology has been found to interact with dieting and low self-esteem, both considered risk factors for EDs, in predicting both onset and intensity of the eating disorder in general and binging in particular (Stice, Marti, & Durant, 2011; Goldschmidt, Wall, Loth, Le Grange & Neumark-Sztainer, 2012). In a longitudinal study on community pre-adolescents (Hilbert, Hartmann, Czaja, & Schoebi, 2013), depressive symptoms ultimately predicted higher BMI and loss of control over eating, both of which are important predictors of binge eating disorder. Negative mood increased the odds of breaking extreme restraint behaviors, leading to binge episodes in BED patients (Stein, Kenardy, Wiseman, Dounchis, Arnow, & Wilfley, 2007).

The above mentioned findings are consistent with theoretical cognitive models as well as physiological data present in the literature. The fear-conditioning model of AN sees core features of dietary restriction and excessive exercise as exerting an anxiolytic function against the fear of weight gain that is out of patient’s cognitive control (Zerwas et al., 2013). In BN, the vicious cycle of low mood and binging and purging may also arise through cognitive conditioning (Stice, Marti, Shaw, & Jaconis, 2009), generated and upheld by the expectation of symptomatic relief from such behaviors (Bohon, Stice, & Burton, 2009).

Physiologically, starvation may initially provide relief from pre-existing anxiety and depressive symptoms or emotional dysregulation due to complex biological and psychological mechanisms such as depletion in tryptophan resulting from a strict diet (Kaye et al., 2003), or changes in mesocorticolimbic pathways (Brockmeyer, Holtforth, Bents, Kämmerer, Herzog, & Friederich, 2012). In patients with AN a lower BMI correlated with decreased emotion regulation difficulties (Brockmeyer et al., 2012). However, such effects are short-lived as the strategy employed by AN patients with time exacerbates anxiety and depression symptomatology and the vicious cycle described by Garner (1993) ensues. It is important to note that depression in EDs may not have a single aetiology such as malnutrition, but be the consequence of various factors, such as a premorbid condition, exhaustion, positive reinforcement, and chronic illness (Godart et al., 2002, 2007).

Some research instead supports the notion that EDs and mood disturbance develop simultaneously: in subthreshold cases, mood symptoms are frequently correlated with disordered eating behaviors (Santos, Richards, & Bleckley, 2007; Courtney, Gamboz, & Johnson, 2008; Dennard & Richards, 2013). Evidence for a developmental trend of co-emergence of anxiety, depression and eating disorder symptomatology in adolescence has been reported in recent research (Holm-Denoma, Hankin & Young, 2014). Others suggest a common etiological pathway as eating disorders, depression and anxiety share common features such as cognitive styles, such as high perfectionist expectations of the self and low self-efficacy (Abramson, Bardone-Cone, Vohs, Joiner, & Heatherton, 2006), and personality traits, perfectionism once again, and a tendency towards harm avoidance (Kaye, Bulik, Thornton, Barbarich, & Masters, 2004).

Despite the seemingly contradictory findings discussed above, various trajectories may characterize different types of ED patients, perhaps representing different clinical profiles or even phenotypes. As Godart and colleagues (2007) have suggested, at least two clinical profiles may exist: ED patients in which MDD precedes the eating disorders and those in which MDD follows the onset of ED by way of malnutrition.

What Happens to Mood after Treatment in EDs?

Generally, after treatment, depression and self-esteem may improve in partially or fully remitted patients. However, improvements in such areas may not reach levels reported by healthy controls (Steiger et al., 2005; Daley et al., 2008; Byrne, Fursland, Allen, & Watson, 2011; Buehren et al., 2011). Emotion regulation difficulties are often still present in ED patients who are considered remitted from the disorder (Brockmeyer et al., 2012; Haynos, Roberto, Martinez, Attia, & Fruzzetti, 2014).

Chronic AN patients, most of which have undergone multiple treatments, commonly report feeling hopeless and stuck in the disorder, as well as a persistence of severe depressive symptoms, constituting important obstacles to patients’ recovery processes (Nordbø, Espeset, Gulliksen, Skårderud, Geller, & Holte, 2012). Demoralization, a psychological state characterized by feelings of helplessness, a sense of failure, and giving up, has been found to affect up to 50% of chronic AN patients (Abbate-Daga et al., 2013). Demoralization syndrome, common in the medical context, does not necessarily overlap with major depression and been found to be a marker of worsening psychological status and health-related outcomes across medical conditions (Tecuta, Tomba, Grandi & Fava, 2015). Moreover, depression may also contribute to the maintenance and chronicity of BN and BED binge episodes. The association between depression and binging is thought to be related to the attempts to improve mood through eating, leading to loss of control over eating itself and, ultimately, to binging (Stein et al., 2007).

Issues with Comorbidity Research

In a systematic review of the literature on mood disorder comorbidity with eating disorders, Godart et al. (2007) underscored several methodological limitations present in ED research that must be kept in mind when interpreting data on comorbidity, such as the data mentioned above. Results may be confounded by the following common methodological flaws: a wide age range in research samples; combining outpatients and inpatients; lack of control groups; combining ED diagnostic subcategories that may differ in depression comorbidity rates; small sample sizes; lack of diagnostic instruments; different definitions of “current” prevalence; loss of data at follow-up in longitudinal studies. Authors suggest that future studies on this important clinical issue minimize the above mentioned confounding variables, and be designed specifically to examine comorbidity of mood and eating disorders, as most studies report comorbidity data as a secondary finding rather than as a primary research hypothesis.

Clinical Implications

Given the complex relationship between mood and EDs and the possible role of depression in eating disorder maintenance and chronicity, it may be particularly important to thoroughly assess not only the presence of depression, but also its chronological relationship with the ED, and fluctuations in relation to ED symptomatology across various phases of treatment for optimal treatment response. It is noteworthy that antidepressant use, although widespread in EDs and FDA-approved in BN, has not shown much promise in alleviating depression in both AN and BN with comorbid MDD, nor does it predict MDD recovery or relapse in eating disorders (Mischoloun et al., 2011).

Nutrire il cervello con le noci

Una nuova ricerca ha scoperto che mangiare noci regolarmente rafforza le frequenze delle onde cerebrali associate alla cognizione, alla guarigione, all’apprendimento, alla memoria e ad altre funzioni chiave del cervello.

 

Gli effetti benefici delle noci sul cervello

I ricercatori della Loma Linda University in California hanno scoperto che alcune noci stimolavano alcune frequenze cerebrali più di altre.

I pistacchi, ad esempio, hanno prodotto la più grande risposta di onda gamma, che è fondamentale per migliorare l’elaborazione cognitiva, la conservazione delle informazioni, l’apprendimento, la percezione e il movimento rapido degli occhi durante il sonno.

Le arachidi, che in realtà sono legumi, ma facevano lo stesso parte dello studio, hanno prodotto la più alta risposta delta, che è associata ad una maggiore immunità dalle malattie, alla guarigione naturale e al sonno profondo.

Oltre ad avere trovato differenze tra le sei varietà di noci testate, i ricercatori hanno anche scoperto che tutte contengono un alto quantitativo di antiossidanti benefici; in particolare sarebbero le noci a contenere le più alte concentrazioni di antiossidanti.

Gli studiosi hanno trovato differenze tra le sei varietà di noci testate, inoltre hanno rilevato che tutte le varietà contengono un alto quantitativo di antiossidanti benefici. Le noci sono quelle che contengono più antiossidanti di tutti, secondo Lee Berk, associato dello studio per ricerca alla LLU School of Allied Health Professions.

Precedenti studi hanno dimostrato che le noci apportano benefici all’organismo in molti modi significativi: proteggere il cuore, combattere il cancro, ridurre l’infiammazione e rallentare il processo di invecchiamento.

Ma Berk crede che la ricerca si sia poco concentrata su come le noci possano influenzare il cervello.

Questo studio fornisce risultati significativi dimostrando che i noccioli sono buoni per il cervello come lo sono per il resto del corpo“, ha detto, aggiungendo che si aspetta che gli studi futuri rivelino che apportano altri contributi al cervello e magari anche al sistema nervoso.

Per questo studio, Berk ha riunito un team di 13 ricercatori per esplorare gli effetti del consumo regolare di nocciole sull’attività delle onde cerebrali.

Il gruppo di ricerca ha sviluppato uno studio pilota con soggetti che hanno consumato regolarmente mandorle, anacardi, arachidi, noci pecan, pistacchi e noci.

Per misurare le forze dei segnali delle onde celebrali dopo il consumo di noci è stato utilizzato l’Elettroencefalogramma (EEG) e l’attività della banda d’onda EEG è stata registrata da nove regioni del cuoio capelluto associate alle funzioni corticali, hanno spiegato i ricercatori.

Questo studio fornisce una prova oggettiva che le diverse bande d’onda EEG cerebrali sono modulate in modo differenziale da diversi tipi di noci. Lo scopo principale di questo studio era quello di concentrarsi specificamente sui benefici indotti dai noccioli e se questi fossero associati ad aumenti significativi di frequenze cerebrali specifiche. Questi dati sembrano sostenere i benefici per la salute dalle noci, soprattutto si è scoperto che le noci pecan sono quelle più ricche di antiossidanti, seguite dalle noci comuni e dagli anacardi. Ulteriori ricerche devono essere fatte per elaborare e comprendere il significato di rapporti di frequenza unici relativi al consumo di noci e alla salute del cervello.

Report dal seminario “La Palla Di Neve” – Milano, 25 Novembre 2017

Il 25 novembre, a Milano, David Vagni, dottore in Fisica e Psicologia e Vicepresidente di Spazio Asperger Onlus, ha tenuto un seminario sulla depressione nella popolazione autistica (Asperger o Autismo Lieve).

 

Il titolo scelto, “La palla di neve”, è una metafora della traiettoria di sviluppo che un bambino con autismo segue nel diventare adulto: così come una palla di neve in discesa libera si carica di altro materiale e accresce il suo volume, anche un autistico nel suo percorso di crescita trascina con sé non solo quanto dettato dal suo background genetico, ma anche gli influssi dell’ambiente che lo circonda e le risposte elicitate dal suo stesso comportamento. In tal senso lo sviluppo di sintomi ansiosi, o di veri e propri disturbi dell’umore o di personalità, può essere facilitato da un contesto di per sé poco accettante e facilitante quanto da comportamenti da parte della persona autistica che generano ulteriori feedback negativi da parte dell’ambiente.

Caratteristiche come l’ impulsività, la rigidità cognitiva e una marcata difficoltà di regolazione emotiva, molto diffuse nella popolazione autistica, rendono più complicato adattarsi ad un contesto sociale generatore spesso di feedback negativi con il conseguente rischio di sviluppo di patologie psicologiche secondarie.

Vagni porta tutti a riflettere sul delicato passaggio alla vita adulta, come momento critico nella vita di un autistico. Pur non escludendo la possibilità che in alcuni casi questo periodo della vita apra la porta ad un’evoluzione positiva in termini di benessere psicologico, il più delle volte costituisce la perdita di importanti fonti di rassicurazione: l’allontanamento da casa comporta il rinunciare a molte comodità e il doversi confrontare con molte persone sconosciute e la fine del percorso di studi impone di reinvestire le risorse prima destinate alle abilità accademiche in competenze sociali sempre più articolate. Non è difficile immaginare come tutto ciò costituisca una possibile fonte di stress.

Buona parte del seminario viene poi dedicata al tema del bullismo, dal momento che il 95% dei ragazzi autistici è vittima di prese in giro proprio per le caratteristiche tipiche della loro condizione, peculiarità che li rendono tra l’altro vittime ideali per la loro difficoltà di decifrare le intenzioni altrui, di riconoscere le responsabilità individuali in un contesto sociale complesso e di conseguenza saper riportare fedelmente un evento di bullismo.

Alta è anche la percentuale di autistici che hanno sofferto di depressione in adolescenza o in età adulta: circa ⅔ ha manifestato, attraverso modalità peculiari, tra cui per esempio il cambiamento nell’interesse assorbente o intense reazioni di rabbia, sintomi compatibili con una diagnosi di depressione.

Le ragioni di questa alta incidenza sono verosimilmente attribuibili al sentirsi socialmente rifiutati, svalutati o non rispettati, il ritrovarsi spesso mentalmente esausti a seguito degli sforzi che la vita sociale impone loro, l’interiorizzazione di maldicenze, la resistenza al cambiamento, la fatica nel tollerare esperienze sensoriali specifiche e una certa difficoltà nel proteggersi dal contagio emotivo. A tutto ciò può aggiungersi una difficoltà di riconoscimento dei propri stati emotivi se non quando particolarmente intensi e una scarsa padronanza dei meccanismi di riparazione emotiva.

Dopo questa panoramica sulle caratteristiche che assume la depressione negli autistici, Vagni introduce molto sommariamente le caratteristiche della psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) adattata a questa specifica popolazione, descrivendola nelle sue fasi principali, dalla valutazione della natura del problema, attraverso l’educazione affettiva, fino alla ristrutturazione cognitiva, raccomandata solo per i “più razionali”, e alla promozione di un cambiamento comportamentale che permetta di gestire costruttivamente la propria emotività. Viene ovviamente sottolineata l’importanza di adattare la terapia al profilo cognitivo specifico del paziente, con particolare attenzione al grado di alessitimia, al profilo linguistico e sensoriale.

Da psicoterapeuta cognitivo-comportamentale avrei desiderato un approfondimento maggiore riguardo alle tecniche e strumenti specifici per indagare e gestire i disturbi dell’umore quando associati a una condizione autistica ma per soddisfare questa curiosità pare dovrò attendere maggio 2018 per il prossimo evento formativo sul tema a Roma.

Otto Kernberg e la sua teoria psicoanalitica – Introduzione alla Psicologia

Otto Kernberg ha definito il suo approccio teorico come Psicologia dell’Io e delle Relazioni oggettuali, in cui confluiscono i tre modelli psicoanalitici di riferimento. Kernberg, partendo dai limiti riscontrati nella teoria pulsionale di Freud, ovvero l’incapacità di dare delle spiegazioni adeguate alla complessità della motivazione umana, riferendosi alla teoria di Margaret Mahler, focalizzata sul processo di separazione-individuazione, e a quella di Edith Jacobson, con la definizione di mondo rappresentazionale ovvero immagini o esperienze passate da cui si ricavano mappe cognitive del mondo esterno, formulò una nuova teoria sui disturbi di personalità.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

La vita di Otto Kernberg: da Vienna a New York passando dal Cile

Otto Kernberg è nato a Vienna nel 1928 ed è uno psichiatra e psicoanalista. Kernberg è originario dell’Austria, ma ha cittadinanza statunitense.
Nel 1939 la sua famiglia, di origine ebraica, si trasferì in Cile per sfuggire al regime nazista presente in Germania in quegli anni. Kernberg studiò dapprima Biologia e poi Medicina laureandosi nel 1953.

Successivamente, si specializzò in psichiatria e poi in Psicoanalisi presso la Società Cilena di Psicoanalisi. Nel 1959 si trasferì negli Stati Uniti, dove ha diretto il progetto di ricerca in psicoterapia della Menninger Foundation. È stato didatta e supervisore presso il Center for Psychoanalytic training and Research della Columbia University.

Dal 1997 al 2001 è stato presidente dell’International Psychoanalytical Association (IPA), ha diretto l’Istituto dei disordini della personalità presso il New York Presbyterian Hospital e ha insegnato e insegna ancora psichiatria al Weill Cornell Medical College della Cornell University.

Otto Kernberg è uno dei più importanti psicoanalisti contemporanei; ha integrato in un’unica teoria tre modelli psicoanalitici distinti: la teoria pulsionale di Freud, la teoria di Melanie Klein e di William R. D. Fairbairn e la psicologia dell’Io di Margaret Mahler e di Edith Jacobson.

La Teoria psicoanalitica di Otto Kernberg

Kernberg ha definito il suo approccio teorico come Psicologia dell’Io e delle Relazioni oggettuali, in cui confluiscono i tre modelli psicoanalitici di riferimento. Kernberg, partendo dai limiti riscontrati nella teoria pulsionale di Freud, ovvero l’incapacità di dare delle spiegazioni adeguate alla complessità della motivazione umana, riferendosi alla teoria di Margaret Mahler, focalizzata sul processo di separazione-individuazione, e a quella di Edith Jacobson, con la definizione di mondo rappresentazionale ovvero immagini o esperienze passate da cui si ricavano mappe cognitive del mondo esterno, formulò una nuova teoria sui disturbi di personalità. Tale modello secondo Kernberg costituisce il fondamento della psicoterapia focalizzata sul transfert (Transference-Focused Psychotherapy, TFP, Clarkin, Kernberg, & Yeomans, 2006), e rappresenta la base della teoria psicoanalitica contemporanea che parte dalle relazioni oggettuali (Kernberg, 1984), e utilizza le recenti ricerche in area evolutiva e neurobiologica (Clarkin & Posner, 2005) per relazionarsi al paziente.

Il lavoro di Kernberg si fonda sulla convinzione che la psicopatologia della personalità sia determinata dalle strutture psichiche derivanti da esperienze affettive con oggetti significativi primari. Le strutture mentali sono configurazioni relativamente stabili di processi psichici, derivanti da differenti relazioni oggettuali interiorizzate. L’organizzazione strutturale stabilizza l’apparato psichico, determinando una mediazione tra fattori eziologici e le dirette manifestazioni della malattia e del comportamento. I fattori che predispongono alla malattia interagiscono con le strutture psichiche e ne determinano i sintomi osservabili (Kernberg, 1984).

La psicopatologia, dunque, deriverebbe da una serie di strutture sottostanti la psiche che determinano e sostanziano i sintomi stessi provocando disagio.

Kernberg ha coniato il termine “diagnosi strutturale” per definire uno strumento di valutazione del funzionamento mentale basato sull’analisi di tre istanze: Io, Es e Super-Io, unitamente alla descrizione delle strutture mentali che si manifestano in seguito agli esiti delle relazioni oggettuali interiorizzate. La diagnosi strutturale è costituita sostanzialmente dal colloquio focalizzato all’individuazione dei sintomi, dei conflitti o delle difficoltà presentate dal paziente a partire dalla’interazione duale con il terapeuta.

L’obiettivo del clinico, per Kernberg, è evidenziare i principali conflitti individuabili attraverso il racconto del soggetto per far emergere l’organizzazione strutturale predominante che caratterizza il funzionamento psichico del paziente.

Organizzazioni di personalità secondo la teoria di Kernberg

Con organizzazioni di personalità non si intendono dei veri e propri quadri sintomatologici, ma differenze psico-strutturali che caratterizzano una modalità di funzionamento intrapsichico stabile del soggetto. Esse sono determinate da specifici parametri:

1. L’integrazione dell’identità, ovvero la continuità temporale e affettiva che il paziente ha di se stesso e degli altri. Se si hanno delle relazioni sane con delle persone significative si manifesta una stabilità mentale e rapporti profondi, caratterizzati da calore ed empatia. La dispersione dell’identità, al contrario, consiste in un concetto di Sé mal integrato in relazione agli altri significativi. Si manifesta, di conseguenza, con un comportamento contraddittorio, che non può essere integrato, o attraverso percezioni superficiali, piatte e impoverite degli altri. Un criterio estremamente importante per la valutazione dell’identità sono le manifestazioni non specifiche di debolezza dell’Io, ovvero lo scarso controllo dell’angoscia e degli impulsi e la mancanza di canali sublimatori maturi.

2. L’organizzazione difensiva, ovvero i meccanismi di difesa, sono operazioni mentali più o meno consapevoli volti a risolvere un conflitto emotivo intra o extra psichico. Questi modi di organizzarsi della mente sono più o meno stabili e determinano il modo del soggetto di trattare situazioni che lo coinvolgono emotivamente. I meccanismi di difesa immaturi detti anche primitivi si caratterizzano per una scarsa capacità di riflettere e accettare i propri conflitti psichici, tipici di modalità infantili di funzionamento mentale. Essi derivano dalla scissione delle rappresentazioni di sé e dell’altro in conflitto tra loro che non sono integrate dalla mente dell’individuo, ma parzialmente negate alla consapevolezza. Le difese mature, invece, sono le strategie psichiche più creative e funzionali per trattare i conflitti emotivi ed affettivi, denotano una capacità del soggetto di tollerare i propri sentimenti contradditori e ambivalenti e di trovare soluzioni di compromesso. Le difese mature consentono una visione della realtà adeguata e non ne comportano una massiccia distorsione. Le principali difese mature sono la rimozione, lo spostamento, la formazione reattiva, l’intellettualizzazione, l’isolamento, la razionalizzazione e l’annullamento retroattivo.

3. L’esame di realtà si definisce come la capacità di differenziare il Sé dal non Sé, in relazione alle norme sociali condivise. Dal punto di vista clinico, un adeguato esame di realtà è costituito da: assenza di sintomi psicotici, assenza di affetti, contenuti di pensiero e atteggiamenti inappropriati o bizzarri, capacità di provare empatia nei confronti di chi conduce il colloquio, interagendo in maniera collaborativa e adeguata. In caso ci fosse una compromissione dell’esame di realtà il soggetto perde la capacità di percepire adeguatamente il mondo esterno e ne altera il rapporto sulla base di una sua visione soggettiva. La manifestazione di diversi sintomi psichici sono la chiara evidenza della presenza della perdita dell’esame di realtà.
Di seguito, saranno presentate le tre organizzazioni di personalità in relazione ai rispettivi criteri sopra menzionati.

L’organizzazione psicotica di personalità

Secondo Kernberg l’organizzazione psicotica di personalità è caratterizzata dalla scarsa integrazione delle immagini di sé e dell’altro, da un uso massiccio di meccanismi di difesa centrati sulla scissione e dalla perdita dell’esame di realtà. Le difese immature utilizzate dall’organizzazione psicotica hanno come scopo quello di mantenere separate le rappresentazioni buone da quelle persecutorie poiché queste ultime potrebbero annientare e distruggere le immagini interne idealizzate. Le difese messe in atto consentono di proteggere la persona da una parte buona dei propri oggetti interni. La struttura psicotica è caratterizzata principalmente dalla presenza di deliri e di allucinazioni e la perdita dell’esame di realtà è la manifestazione della loro indifferenziazione interna, tra rappresentazioni di sé e rappresentazioni dell’altro, in presenza di affetti ed emozioni particolarmente intensi. L’organizzazione strutturale psicotica è tipica dei pazienti che presentano una schizofrenia o altra forma psicotica.  L’angoscia interna, in questo caso, è talmente pervasiva da inondare l’Io, le difese, allora, servono a proteggere il paziente dalla disintegrazione totale e dalla fusione tra il Sé e l’oggetto.

L’organizzazione borderline di personalità

Il soggetto è caratterizzato da un’identità diffusa, rappresentata dal fatto che gli aspetti contraddittori del Sé e degli altri significativi sono tenuti separati; inoltre l’immagine e la percezione di Sé appaiono instabili e soggetti a frequenti fluttuazioni, e si presenta un esame di realtà compromesso in alcune situazioni emotivamente intense, stressanti o conflittuali. Il funzionamento dell’Io è intermittente, discontinuo e caratterizzato da una notevole debolezza che si evince dall’incapacità di controllare l’angoscia e gli impulsi. I meccanismi di difesa sono prevalentemente arcaici e sono: scissione, proiezione, idealizzazione e svalutazione, negazione, acting-out, identificazione proiettiva. Secondo Kernberg, il meccanismo di difesa, maggiormente agito dalle persone con questa organizzazione di personalità, è l’identificazione proiettiva, una difesa complessa caratterizzata da tre momenti e basata sul fatto che aspetti propri sono disconosciuti e attribuiti a qualcun altro, ma in maniera differente rispetto alla semplice proiezione.

Nella relazione terapeutica le tre fasi si succedono in questo modo:
1. Il paziente proietta sul terapeuta una rappresentazione del Sé o dell’oggetto.
2. Il terapeuta si identifica, inconsciamente, con quanto proiettato, e si comporta in maniera conformemente alla rappresentazione proiettata.
3. Il terapeuta elaborato il materiale proiettato, lo interpreta e, in seguito, lo restituisce al paziente che lo reintroietta. Alla base del processo di identificazione proiettiva è presente il desiderio inconscio di sbarazzarsi di una parte di sé e di metterla dentro a qualcun altro, proiettando fuori di sé parti definite “cattive”, che teme possano distruggere le altre parti “buone” del sé. Kernberg sostiene che la presenza di conflitti d’origine pulsionale, causati da una relazione oggettuale caotica tra il caregiver e il bambino, porterebbero alla messa in atto del meccanismo di scissione.

Kernberg, inoltre, sottolinea che il principale problema difensivo di questa organizzazione è l’assenza di integrazione tra le immagini primitive scisse del Sé e dell’oggetto, ovvero una separazione delle relazioni oggettuali interiorizzate in buone e cattive. Il meccanismo di scissione utilizzato dai pazienti con disturbo borderline, permette di tener separati stati contraddittori dell’Io, legati alle originarie relazioni d’oggetto. L’immagine di Sé e dell’oggetto nel paziente borderline, sono sufficientemente differenziate, contrariamente a quanto avviene nelle psicosi, il che consente di mantenere l’integrità dei confini dell’Io in quasi tutte le aree esistenziali. Tali confini diventano, però, più sfumati o assenti, nel momento in cui il soggetto mette in atto l’identificazione proiettiva e la fusione con oggetti idealizzati. Le immagini dell’oggetto dicotomiche e l’incapacità dei pazienti borderline di integrarle, non permettono all’individuo di portare funzionalmente a termine il processo di strutturazione del Super-Io.

L’organizzazione nevrotica di personalità

L’organizzazione nevrotica della personalità è caratterizzata da un’identità non diffusa, dall’uso di meccanismi di difesa maturi centrati sulla rimozione e presentano un saldo rapporto con la realtà. Sono individui capaci di relazioni profonde, che hanno una certa forza dell’Io che gli permette di tollerare l’angoscia e di sublimare i propri impulsi. Sono persone spesso efficaci e creative sul lavoro e hanno la capacità di integrare amore e sessualità. La loro vita è a volte disturbata da sensi di colpa inconsci che possono essere connessi all’intimità sessuale. Questo tipo di struttura spesso si ritrova in manifestazioni cliniche quali: le personalità isteriche, depressivo-masochistiche, ossessive, evitanti e fobiche. A volte, si incontrano casi che presentano inibizioni o fobie specifiche e problemi relazionali di varia gravità che si evincono attraverso i cosiddetti sintomi negativi, ovvero ritiro affettivo, apatia, abulia, autismo.

Il colloquio strutturale

Kernberg ha illustrato puntualmente le fasi di conduzione del colloquio diagnostico strutturale, la cui utilità risiede principalmente nella possibilità di ottenere una precisa diagnosi in relazione alle organizzazioni di personalità fornendo, nel contempo, indicazioni importanti ai fini della prognosi e della terapia stessa. Inoltre, il colloquio diagnostico strutturale è indice del grado di motivazione del paziente, della sua capacità di introspezione e collaborazione al trattamento psicoterapico.

Fasi della terapia

1. Indagine iniziale, consiste nel riassumere in breve i motivi per cui il paziente intende intraprendere il trattamento, le sue aspettative al riguardo e la natura dei suoi sintomi, problemi o difficoltà predominanti.

2. I sintomi chiave, il terapeuta si concentra sui sintomi significativi che emergono durante il colloquio, esplorandoli quando appaiono, e può operare interventi di chiarificazione, messa a confronto e interpretazioni. Lo scopo è far emergere le modalità relazionali del paziente, così come si manifestano in seduta, e nel metterle progressivamente in evidenza con continue interpretazioni del transfert, cioè mostrando il meccanismo intrapsichico che sottende il comportamento e le emozioni del soggetto.

3. Indagine dei tratti patologici del carattere, il terapeuta indaga la vita e le relazioni significative del paziente.

4. Fase conclusiva, finita l’indagine è possibile giungere a una diagnosi strutturale dell’organizzazione di personalità che, successivamente, deve essere restituita al paziente.

Quindi, il colloquio diagnostico strutturale proposto da Kernberg per la comprensione dell’organizzazione della personalità consente di arricchire la classica diagnosi differenziale psichiatrica evidenziando, ai fini diagnostici e di trattamento successivo, l’importanza di considerare il paziente in relazione alla qualità delle relazioni oggettuali interiorizzate e alla modalità con cui descrive se stesso e le persone a lui significative.

La terapia focalizzata sul transfert

La psicoterapia focalizzata sul transfert (TFP) è stata sviluppata da Kernberg e dai sui collaboratori per il trattamento di pazienti con gravi disturbi di personalità. Essa ha una cadenza bisettimanale ed è stata principalmente usata con i pazienti affetti da disturbo Borderline di personalità.
La terapia inizia con la formulazione del contratto terapeutico, risultato dei colloqui introduttivi strutturali in cui il paziente risulta inquadrato secondo un’organizzazione di personalità. Le percezioni distorte di sé, degli altri e degli affetti sono al centro del trattamento nel momento in cui emergono nella relazione con il terapeuta, ovvero si manifesta il transfert.

Lo scopo è integrare le parti scisse di rappresentazioni di sé e di oggetti e l’interpretazione coerente di queste percezioni distorte è considerata il meccanismo del cambiamento.

Il trattamento si focalizza sul transfert, perché si ritiene che i pazienti manifestino le loro percezioni diadiche non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche nelle interazioni che hanno con il terapeuta. La TFP si concentra sull’uso delle comunicazioni paziente-terapeuta per aiutare il paziente ad integrare queste diverse rappresentazioni di sé, sviluppando metodi migliori di autocontrollo.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

L’incidenza del fenomeno dello Stalking tra gli Health Care Professional

I motivi dell’alta incidenza di vittimizzazione si possono rintracciare nella natura stessa della professione d’aiuto (Pathè, Mullen e Purcell, 2002); professione che prevede l’instaurarsi della relazione con soggetti spesso inseriti in un quadro di sofferenza e disagio. In alcuni di loro l’intervento di cura dell’ HCP può essere frainteso nei termini di interesse romantico, suscitando reazioni aggressive e comportamenti insistenti e molesti o di stalking vero e proprio, quando l’approccio romantico non è ricambiato (Laskowsky, 2003).

 

Percentuali delle molestie subite dagli HCP

L’acronimo HCP (Health Care Professional) identifica le professioni dedite alla cura di altre persone: gli psicologi, psicoterapeuti, medici, psichiatri, infermieri, paramedici, operatori sociali, ecc.

In ambito di sicurezza sul posto di lavoro, la tematica della violenza ed il rischio di molestie per gli HCP è ormai nota. In letteratura emergono una serie di ricerche che coinvolgono professionisti della cura; i dati sottolineano l’estensione e gravità del fenomeno. Miller (1985), ad esempio, in uno studio a cui hanno partecipato 480 psichiatri forensi ha evidenziato come il 42.08% era stato vittima di una qualche forma di molestia: il 17.1% era stato minacciato di lesioni fisiche, il 12.9% di azioni legali e il 2.9% ha subito aggressioni. In una successiva ricerca è emerso che il 41.1% degli psichiatri coinvolti aveva subito molestie, mentre il 28.9% si riteneva vittima di stalking (Brown, Dubin, Lion e Garry, 1996). In Australia e Nuova Zelanda la percentuale di vittime tra 103 chirurghi plastici è del 20.4% (Allnutt, Samuels e Taylor, 2009).

In Gran Bretagna, dalla ricerca di Hudson-Allez (2002) è emerso che circa il 25% degli psicoterapeuti ha subito una campagna di stalking. Tra gli psichiatri, il 20.7% dichiarava di essere interessato dal fenomeno (McIvor, Potter e Davies, 2008). Negli USA Gentile (2001), in una prima ricerca, ha studiato le molestie coinvolgendo 238 psicologi; emerge che il 10.1% era stato vittima di stalking. Nella ricerca successiva, su psicologi operanti nei servizi di salute mentale, il 10.2% si è dichiarato vittima. Una ricerca di Galeazzi, Elkins e Curci svolta in Italia nel 2005, prima che entrasse in vigore il reato di stalking, ha coinvolto 361 HCP psichiatrici; il 33.2% si è dichiarato vittima di almeno un episodio di molestie mentre l’11.1% di stalking.

Motivazioni dello stalking

I motivi dell’alta incidenza di vittimizzazione si possono rintracciare nella natura stessa della professione d’aiuto (Pathè, Mullen e Purcell, 2002); professione che prevede l’instaurarsi della relazione con soggetti spesso inseriti in un quadro di sofferenza e disagio. In alcuni di loro l’intervento di cura dell’ HCP può essere frainteso nei termini di interesse romantico, suscitando reazioni aggressive e comportamenti insistenti e molesti o di stalking vero e proprio quando l’approccio romantico non è ricambiato (Laskowsky, 2003): gli psichiatri e psicoterapeuti risultano essere soggetti più a rischio di vittimizzazione in quanto hanno accesso alle emozioni di persone che sovente presentano disturbi della sfera emotiva.
Dal punto di vista psicopatologico, nella ricerca di Galeazzi (2005) condotta in Provincia di Modena su 475 HCP operanti nel servizio pubblico ed in regime privato, il 45% degli stalker (38 con diagnosi primaria) aveva un disturbo psicotico, il 14% un disturbo di personalità, di cui il 13% rientrava nel cluster B.

Conseguenze della vittimizzazione e strategie di difesa degli HCP

Le più importanti conseguenze emotive e fisiche della campagna di stalking sugli HCP risultano essere la paura, la rabbia, il sentimento di impotenza, l’ansia, il nervosismo, la depressione, i disturbi del sonno, lo stress, l’irritabilità e gli incubi.

Dalle ricerche emergono due strategie di difesa messe in atto quando gli HCP sono oggetto di attenzioni moleste e aggressive da parte dei pazienti: la negazione e la minimizzazione.

Le aggressioni ed i comportamenti intrusivi indesiderati sono considerati un correlato della professione, la naturale aspettativa verso il curante da parte di soggetti con problemi emotivi, relazionali e psichici; la negazione è la reazione di difesa che pone gli HCP nella condizione di ignorare una situazione di pericolo allo scopo di riuscire a continuare il proprio lavoro. Come si evince dalla letteratura citata precedentemente, gli HCP coinvolti nelle ricerche hanno infatti cercato maggiormente aiuto tra i colleghi che condividono le stesse difficoltà con gli utenti.

Nonostante le conseguenze della vittimizzazione, indicate da Littel (1999) in termini di soul-destroying, spesso i professionisti della cura non denunciano i perpetratori alle forze dell’ordine o agli organi di vigilanza interni alle strutture dove esercitano; la motivazione è stata cercata ed individuata proprio nell’ambito appena descritto del rapporto tra professionista e paziente (cfr. Sandberg, McNiel e Binder,1998), Smoyak, 2003), Brown, Dubin, Lion e Garry, 1996).

Un ulteriore elemento utile nell’approccio al professionista con evidenti segni di stress causati dalla vittimizzazione è il timore che la denuncia si ripercuota contro di sé, suscitando nei superiori e colleghi scetticismo rispetto le capacità di intervento e relazionali. Gli autori che seguono la teoria dell’attaccamento sostengono che la motivazione che spinge il perpetratore a mettere in atto la campagna di stalking possa essere rintracciata nello sviluppo di un attaccamento insicuro, il quale genera incapacità di leggere la relazione terapeutica per quello che è, alimentando aspettative con polarità diverse da quelle prettamente professionali. In altri casi lo stalker potrebbe ritenere di essere stato oggetto di una ingiustizia o torto da parte dell’HCP. In entrambi i casi, se il meccanismo non è ben chiaro ai colleghi di lavoro oppure ai responsabili diretti, si tende ad attribuire la colpa alla vittima (professionista), supponendo che non sia stato in grado di leggere la relazione. Si avrà in questo modo una duplice attribuzione ingiusta di colpa, da una parte il paziente distorce le intenzioni, dall’altra i colleghi o superiori scambiano il transfert con il controtransfert.

In letteratura, dalla ricerca sul campione italiano, il 42.5% delle vittime del fenomeno ritiene che il fraintendimento sia il motore della campagna di stalking, per il 12.5% sia la vendetta e nel 7.5% dei casi è stata la conclusione della relazione terapeutica (fine presa in cura).
Le interazioni relazionali della diade terapeuta/paziente si inseriscono nella complessa attività di generare senso e significato rispetto se stessi e la realtà esterna, attività che, inserita nello scambio verbale e non verbale, implementa processi emotivi; il terapeuta potrebbe esperire spavento, inquietudine eccitazione, collera, avvilimento (Secchi, 2003) a seguito delle molestie.

A sostegno, viene specificato che l’obiettivo degli agiti dello stalker sia proprio quello di suscitare una intensa reazione emotiva nel terapeuta, col fine di determinare una incapacità di contenimento e interpretazione.

Quando il setting e la relazione terapeutica sono oggetto di attacchi, il terapeuta può arrivare a provare angoscia persecutoria. In genere il confine terapeutico viene travalicato dal paziente tramite lettere, telefonate, regali, pedinamenti e appostamenti sempre più frequenti.

L’errore frequente dello psicologo/psicoterapeuta può essere quello di leggere gli agiti del paziente non come riflesso della campagna di stalking, ma assumendosi lui stesso la responsabilità di quanto accade, pensando erroneamente di aver commesso degli errori di tecnica o spiegando le molestie come segno della sofferenza del paziente.

Una ricerca in Italia sullo stalking tra gli HCP

Nel 2009 il gruppo di ricerca sullo stalking, guidato dalla Dott.ssa Daniela Acquadro Maran (Dipartimento di Psicologia, Università degli studi di Torino) e composto dal Dott. Massimo Zedda (Dipartimento di Psicologia, Università degli studi di Torino), dalla Dott.ssa Valentina Pristerà e dalla dott.ssa Antonella Varetto (Città della Salute e della Scienza di Torino), ha attivato un progetto di ricerca per valutare l’impatto del fenomeno sugli HCP in alcune realtà ospedaliere italiane.

Il campione del progetto era composto da 1072 professionisti della cura, 73.04% di genere femminile. La percentuale di HCP che si sono dichiarati vittime di stalking è il 14.9% (160 casi), di cui l’85% di genere femminile. Gli stalker di genere maschile sono il 70.6% mentre le donne stalker sono il 18.1%.

Per quanto riguarda le conseguenze fisiche, il 28.1% delle vittime esprime di non aver avuto conseguenze, mentre i disturbi del sonno, la stanchezza e gli attacchi di panico sono i principali disturbi fisici emersi. Tra i sintomi emotivi maggiormente dichiarati ci sono ansia, rabbia e paura.

La prevenzione

In ambito preventivo si consiglia ai professionisti della cura di porre maggior attenzione al mantenimento dei confini con i pazienti, evitare confusione tra il coinvolgimento personale e professionale, di fornire informazioni personali e segnalarne i casi nelle riunioni d’equipe o in supervisione di gruppo.
Per quanto concerne le strategie di coping, la più comune risulta essere la ricerca di supporto tra i colleghi più che tra amici e famigliari. Una ulteriore strategia adottata è l’adozione di maggiori precauzioni sul lavoro, che si riflette nel porre ulteriore attenzione all’accettazione di nuovi casi fissando un numero massimo di pazienti da poter prendere in carico.

Elenco delle strategie preventive (Kaplan, 2006):
Quando si ha un nuovo paziente, delimitare subito i limiti. Definire cosa è una relazione terapeutica e i suoi confini.
Fornire l’indirizzo di lavoro e non di casa alle associazioni di cui si è membri e all’ordine, sui motori di ricerca devono apparire solo le informazioni di base con gli indirizzi e i recapiti di lavoro; non fornire informazioni su social network; evitare foto di famiglia e altri dettagli personali sul luogo di lavoro.
Valutare il rischio rappresentato dal paziente (fattori di rischio, storia…).

È importante ricordare che le conseguenze della campagna di stalking sugli HCP non si manifestano solo sul professionista, ma anche sui famigliari, sullo staff e sugli altri pazienti; quest’ultimo punto è di particolare interesse in quanto il cambiamento del comportamento professionale incide sullo sviluppo di maggior distacco emotivo a svantaggio della relazione stessa di aiuto. Di conseguenza, è necessario che l’intervento verso gli HCP vittime sia tempestivo per permettere al professionista di prendersi cura dei malati e scongiurare l’incapacità di essere in grado di operare nel lungo periodo.

Elenco delle strategie di intervento (Kaplan, 2006):
In caso di comportamenti molesti terminare il caso o passarlo ad un altro collega.
Fare attenzione a come il proprio comportamento può inavvertitamente rinforzare il comportamento dello stalker.
Far sapere ai colleghi/associazioni che si è vittime di stalking e avvisare i collaboratori e le persone che lavorano nello stesso posto.
Documentare tutti gli incidenti, trattenendo le prove.
Prendere contatti con esperti in stalking.
Contattare la polizia, assicurandosi la massima discrezionalità.
Cercare aiuto per intervenire sulle conseguenze psicologiche della vittimizzazione: rabbia, sentimento di impotenza, frustrazione e delusione rispetto alla professione.

In letteratura sono presenti diversi approcci utili per sostenere gli HCP vittime di stalking.
Il primo è l’aspetto psicoeducativo; può essere utile per diminuire i dubbi su di sè, i sentimenti di colpa associati con la situazione, la condizione di essere vittima e la necessità di proteggere se stessi. Gli obiettivi di questo tipo di intervento non sarebbero tanto quelli di focalizzarsi sulle scelte “sbagliate” delle vittime, bensì fornire una spiegazione sul funzionamento dello stalker, gli aspetti patologici associati alla campagna di stalking e sviluppare la consapevolezza che non si è l’unica vittima, chiarimenti che altre persone stanno vivendo le stesse esperienze.

Un altro approccio è il sostegno psicologico, indipendentemente dal tipo di paradigma di riferimento (psicodinamico, comportamentale, cognitivo ecc.). La campagna di stalking ha un peso non indifferente sulla resilienza e l’equilibrio psicofisico del soggetto molestato; frequentemente si esperisce un senso di estrema vulnerabilità, legato a uno stato di disagio in previsione di un possibile assalto. Tecniche quali la desensibilizzazione, l’EMDR, il rilassamento e la terapia per il trauma sono particolarmente efficaci.

Ultimo approccio sono i gruppi di auto-aiuto; riducono la sensazione di essere le sole vittime, sviluppando tra i partecipanti un senso di comprensione reciproca, si condividono consigli, esperienze e strategie incrementando la capacità di fronteggiamento del distress.

In ultima analisi:

come professionista della cura ritengo che il HCP non debba difendersi dal paziente, non rappresenta un pericolo; il suo compito è comprendere in modo preciso le dinamiche interpersonali per evitare di entrare nel circolo disfunzionale dello stalking. Aspetto che, oltre a salvaguardare la salute del professionista, potrebbe essere un punto di partenza per aprire un nuovo frangente di lavoro col paziente (spesso inconsapevole del comportamento potenzialmente molesto).

Pregiudizi e differenze di genere nella gestione del paziente TGNC

Dato il complesso panorama relativo all’ identità di genere, l’APA ha pubblicato delle specifiche linee guida con lo scopo di fornire agli specialisti un supporto nella pratica clinica con pazienti TGNC (Transgender and Gender Nonconforming People), termine che raccoglie tutte le identità di genere che non si riconoscono col sesso assegnato alla nascita.

 

I terapeuti nella loro attività clinica si trovano di fronte una vasta gamma di condizioni e situazioni in cui sono chiamati a confrontarsi col mondo interiore e il vissuto del paziente, la maggior parte delle volte su temi delicati e complicati. La sfera dell’ identità di genere è fra questi.

Dal complesso panorama dell’ identità di genere ai pazienti TGNC

L’ identità di genere può non corrispondere al sesso assegnato alla nascita o alle caratteristiche primarie e secondarie e si riferisce al senso coerente e profondo del riconoscersi come maschio o femmina (APA, 2015). Ma non solo. L’APA allarga il ventaglio delle definizioni aggiungendo un termine cappello che raggruppa gli individui la cui identità di genere non rientra nella tradizionale idea binaria: il genderqueer. Chi si identifica come tale può non identificarsi in alcun genere o definirsi diversamente. Per esempio, un genderqueer può identificarsi contemporaneamente come maschio e femmina con diverse sfumature (bigender, pangender, androgino); in nessuno dei due (genderless, gender neutral, neutrois, a-gender); essere genderfluid, quindi un mix dinamico tra i due generi tradizionali, in cui il sentirsi maschio o femmina può variare in circostanze/fasi diverse; infine, identificarsi in un terzo genere che va oltre le definizioni e i mix di maschio/femmina. Cisgender viene invece definito chi si identifica col genere attribuito alla nascita.

Dato questo complesso panorama identitario, l’APA ha pubblicato nel 2015 delle specifiche linee guida con lo scopo di fornire agli specialisti un supporto nella pratica clinica con pazienti TGNC (Transgender and Gender Nonconforming People, termine che raccoglie tutte le identità di genere che non si riconoscono col sesso assegnato alla nascita) affinché sia rispettosa, consapevole e di supporto per l’identità, i bisogni e le esperienze di pazienti TGNC. Lo psicologo infatti è chiamato a gestire trattamenti terapeutici in cui possono sollevarsi delle problematicità.

La letteratura evidenzia come spesso pazienti TGNC riferiscano di esperienze negative che possono influenzare la severità dei sintomi e la soddisfazione generale del servizio ricevuto. Mizock e Lundquist (2016) passano in rassegna i principali errori di giudizio o azioni che i terapeuti compiono nei confronti di questi pazienti e che finiscono per allontanarli e creare attitudini negative nei confronti della psicoterapia.

In alcuni casi viene percepita mancanza di competenze e conoscenze specifiche per cui il paziente sente di non essere nel suo ruolo e di dover ‘educare ed istruire’ il terapeuta. A volte la mancanza di formazione induce il terapeuta a prendere in scarsa considerazione altri aspetti della vita dei pazienti TGNC e a focalizzarsi eccessivamente sulla tematica di genere, col risultato che il paziente sente che, da un lato, vengono sottovalutati e messi da parte altri vissuti ritenuti importanti, dall’altro questo focus può portare all’assunzione implicita che qualsiasi sia il problema portato all’attenzione, esso scaturisca dall’ essere TGNC. D’altra parte, viene esperita anche una mancanza di conoscenza e consapevolezza da parte del terapeuta nei casi in cui l’ identità di genere sia data per consolidata ed esclusa dal trattamento, andando così a sminuire ed ignorare tutto quello che comporta e l’impatto che può avere sulla salute mentale.

In altri casi ancora, il terapeuta può essere visto come focalizzato solo sull’ espletare le sue funzioni richieste per l’accesso ad altre procedure, come quelle mediche, piuttosto che attento al percorso terapeutico in sé.

Sebbene l’APA sia stata molto chiara su linee guida e pratiche da adottare, può ancora accadere che essere TGNC sia visto come una patologia o disordine da curare, rinforzando il senso di incomprensione, inadeguatezza, vergogna e stigma. Infine, Mizock e Lundquist parlano di generalizzazione e attitudini implicite che alcuni terapeuti adottano, avendo una visione tradizionale dei generi e riducendo di fatto la possibilità di esplorazione identitaria e di comunicazione da parte del paziente.

Gli atteggiamenti dei terapeuti verso i pazienti TGNC: differenze di genere

Nel 2016 Riggs e Sion hanno approfondito il tema degli atteggiamenti dei terapeuti verso pazienti TGNC evidenziando una differenza di genere nelle attitudini negative. Infatti sarebbero i terapeuti maschi a mostrare un grado più alto di propensione negativa rispetto alle colleghe femmine. Le attitudini negative verso pazienti TGNC servirebbero a legittimare e rivendicare la mascolinità normativa: ciò sarebbe dovuto alle norme culturali di egemonia maschile che inducono gli uomini a considerare come ai poli opposti della mascolinità altri come donne in generale e ancora di più omosessuali e TGNC. Gli Autori sottolineano che al di là delle possibili spiegazioni, il fatto che le ideologie di genere possano influenzare il lavoro degli psicoterapeuti deve porci di fronte alla consapevolezza che ciò possa ripercuotersi sul rapporto e sull’evolversi del processo terapeutico.

Che cosa si può fare allora? Mettere in pratica le indicazioni dell’APA non è facile, le difficoltà sono soprattutto fuori dal setting terapeutico. Persone TGNC sono soggette a rischio di suicidio, depressione, ansia, abuso di sostanze. Genitori TGNC affrontano diverse problematiche nella costruzione e nel mantenimento di una famiglia e con l’età affrontano problemi di accesso alle strutture dedicate. Ancora, i più giovani si trovano a fronteggiare già a scuola atti di bullismo e violenza che spesso portano all’ abbandono degli studi. Oltre a ciò, sono soggette continuamente ad atti di microviolenza e negazione della loro identità, basti pensare a quante cose sono divise per genere (per esempio, le toilette in edifici pubblici) o la difficoltà anche solo a espletare funzioni burocratiche quando perfino la modulistica segue il sistema binario di genere. Come Singh e Dickey (2016) sottolineano, tanto va fatto non solo nel lavoro di formazione e supervisione dei professionisti del settore, ma anche sul terapeuta. La formazione deve tener conto delle difficoltà già presenti nella vita quotidiana e della specificità della loro condizione identitaria che non deve essere disconfermata né patologizzata, mentre il terapeuta deve assicurarsi che, anche a partire dal setting terapeutico, il paziente possa sentirsi al sicuro e libero di esprimersi.

L’efficacia a lungo termine della terapia cognitivo comportamentale per il disturbo ossessivo compulsivo in età infantile

Una nuova ricerca dimostra che l’effetto della terapia cognitivo comportamentale per il disturbo ossessivo compulsivo in infanzia perdura anche un anno dopo la fine del trattamento.

 

Alcuni bambini pensano che avranno un incidente se non contano tutti i lampioni sulla strada di scuola, altri non riescono ad uscire di casa se non prima di essersi lavati le mani esattamente venticinque volte: questi bambini soffrono di disturbo ossessivo compulsivo (DOC). Il disturbo ossessivo compulsivo in infanzia colpisce tra lo 0,25% e il 4% dei bambini e il metodo di trattamento più efficace e documentato è, ad oggi, la terapia cognitivo comportamentale.

Disturbo ossessivo compulsivo in infanzia e terapia cognitivo comportamentale: lo studio dell’ Università di Aarhus

La ricerca condotta dai ricercatori dell’Università di Aarhus rappresenta il più grande studio riguardante il trattamento del disturbo ossessivo compulsivo in infanzia e adolescenza, su soggetti tra i 7 e i 17 anni e dimostra come la terapia cognitivo comportamentale abbia un effetto a lungo termine.

Lo studio fa parte del progetto The Nordic Long Term OCD Treatment Study (NordLOTS) e ha previsto la partecipazione di bambini e adolescenti con disturbo ossessivo compulsivo provenienti da Danimarca, Norvegia e Svezia. La collaborazione tra le cliniche di psichiatria infantile norvegese e svedese ha permesso di ottenere evidenze importanti per quanto riguarda l’organizzazione del trattamento del disturbo ossessivo compulsivo in infanzia.

La terapia cognitiva comportamentale intrapresa dai partecipanti avevo lo scopo di inibire i pensieri ossessivi alla base dell’agito compulsivo introducendo nuovi modelli di pensiero. Trattamenti psicologici di questo tipo richiedono la collaborazione dell’intera famiglia in quanto l’efficacia della terapia è incrementata dal sostegno genitoriale.

David Højgaard, autore principale dello studio e dottore di ricerca afferma:

I risultati dello studio indicano che per mantenere un effetto duraturo della terapia è necessario aver consapevolezza dei sintomi in modo da poterli riconoscere e interrompere sul nascere prima che si sviluppino e peggiorino. Tutto ciò è realizzabile offrendo incontri terapeuta-bambino–famiglia al fine di analizzare le strategie e i principi di trattamento.

I risultati della ricerca nordica hanno dimostrato che il 92% dei 177 bambini e adolescenti, che hanno beneficiato immediatamente del trattamento, non presentava alcun sintomo clinico riferibile al disturbo ad un anno di distanza dalla fine del trattamento.

Lo studio dimostra che gli effetti della terapia cognitivo comportamentale permangono oltre il periodo di trattamento. Il risultato è interessante per i professionisti ma non meno importante per i bambini e le loro famiglie – dice Per Hove Thomsen, professore all’Università di Aarhus e consulente presso il Centro psichiatrico infantile e dell’adolescenza di Risskov, che continua – Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo molto complesso, è impossibile vivere una vita normale per il bambino o l’adolescente che deve lavarsi le mani cento volte al giorno in un modo particolare. Appare quindi necessario un intervento precoce prima che il disturbo abbia conseguenze invalidanti nell’età adulta

 

IX Conferenza Internazionale dell’ Association for Behavior Analysis International – Report dal convegno

Si è tenuta nei giorni scorsi a Parigi la IX Conferenza Internazionale dell’ABAI, Association for Behavior Analysis International. L’ ABAI nasce nel 1974 negli Stati Uniti come associazione nazionale americana, e negli anni a venire si apre a una dimensione sempre più internazionale, diventando poi ABA International.

 

La Conferenza Internazionale, che si svolge ogni due anni in una città al di fuori degli Stati Uniti, rappresenta concretamente questa progressiva apertura. La prima conferenza internazionale si è tenuta significativamente nel primo anno del nuovo millennio, nel 2001, a Venezia, sull’Isola di S. Giorgio, in collaborazione con il nostro gruppo italiano di analisti comportamentali. In quell’occasione, tra l’altro, si sono poste le basi per la fondazione dell’European Association for Behavior Analysis che si sarebbe formalmente costituita nel 2003 a Parma. (Arntzen, Hughes, Pellón, Moderato, 2009).

Quest’anno la Conferenza si è aperta e chiusa con due relazioni particolarmente rappresentative della ricerca europea: la relazione di apertura è stata tenuta da Dermot Barnes-Holmes, quella di chiusura da chi scrive. Entrambi possono essere considerati scienziati comportamentali piuttosto sui generis rispetto all’analisi del comportamento mainstream, soprattutto americana.

Dermot Barnes-Holmes e il tributo ai padri del comportamentismo

Dermot Barnes-Holmes, irlandese ma ora in servizio presso l’Università di Ghent, è noto per il suo contributo fondamentale allo sviluppo della Relational Frame Theory (RFT), la teoria post-skinneriana sullo sviluppo del linguaggio e della cognizione che vede come co-autori Steven Hayes e Brian Roche. La RFT sta alla base dell’Acceptance and Committmnet Therapy, il modello terapeutico di terza generazione sviluppato da Hayes, Wilson e Strohsal, di cui ci siamo occupati più volte su State of Mind.

La relazione di Dermot Barnes-Holmes è stata un percorso intellettuale e un tributo ai personaggi che hanno fatto la storia della ricerca nel campo del linguaggio in ambito comportamentista. Tutto comincia naturalmente con B. F. Skinner, che dopo la pubblicazione di Verbal Behavior (1957) pubblica, nel 1966, An operant analysis of problem solving, in cui traccia la distinzione fra comportamento modellato dalle contingenze e comportamento governato da regole. Ma il vero cambio di paradigma si ha con Morris Sidman, che negli anni Ottanta introduce il concetto di classi di equivalenza, grazie al quale anche i comportamentisti affrontano con successo due problemi fino ad allora trattati in modo insoddisfacente: l’origine del comportamento nuovo, cioè non frutto di training precedenti, e l’origine del significato.

Dermot Barnes-Holmes ricorda con emozione e devozione il contributo di Sidman, leggendo passi tratti da alcuni dei suoi libri. Avendo avuto il privilegio di conoscere personalmente Morris Sidman ho potuto condividere questa emozione e questa devozione: Sidman è un grande maestro di metodologia della ricerca nella scienza.

La relazione di Dermot Barnes-Holmes prosegue con il passo successivo, il primo abbozzo ante litteram di Relational Frame Theory, nel volume curato da S. Hayes nel 1989: Rule Governed Behavior, in cui scrivono i più illustri esponenti della scienza del comportamento. Per la prima volta si parla di track and ply, e di frames relazionali, termini che poi costituiranno l’ossatura della RFT.

Dermot Barnes-Holmes ammette che la Relational Frame Theory è una teoria ancora controversa e complessa, è un’interpretazione, che però è sostenuta da una quantità di evidenze sperimentali davvero impressionanti, in molteplici campi. E non dimentichiamo che è alla base dell’ACT, il modello psicoterapeutico che sta sfidando, con successo, la CBT tradizionale.

Tony Biglan: come la scienza del comportamento migliora la nostra vita

Dopo la relazione di Dermot Barnes-Holmes è salito sul palco Tony Biglan, dell’Oregon Research Institute, autore dello splendido volume: The Nurture Effect: how the science of human behavior can improve our lives and our world. La sua relazione è stata un’appassionata, puntuale e convincente analisi di come la scienza del comportamento possa migliorare la nostra vita e il nostro mondo: il mondo naturale, agendo ad esempio per migliorare il clima e aumentare le risorse alimentari, e il mondo sociale, agendo per la prevenzione e il contrasto a povertà, comportamenti antisociali, comportamenti ad alto rischio (droghe, alcool, tabacco, sesso non protetto).

Il lavoro di ricerca di Biglan si è focalizzato sulla possibilità di fare prevenzione: contesti ambientali che definisce “nutrienti” (nurturing environments) possono promuovere la pro-socialità e al tempo stesso diminuire la probabilità di attivazione di manifestazioni aggressive e disadattive. Biglan parla anche di “ambienti tossici”, che sono l’opposto dei  “contesti nutrienti”. Gli ambienti tossici sono contesti in cui i giovani sono lasciati a se stessi, in cui viene loro negata la possibilità di provare emozioni, in cui viene prevalentemente incoraggiato un modello di evitamento dei sentimenti. La nostra cultura ci indirizza verso un atteggiamento di chiusura rispetto ai pensieri e ai sentimenti definiti “negativi”; questo assunto potrebbe acquistare un significato se inserito in un’ottica di “cura” verso il soggetto, allo scopo di proteggere quest’ultimo dalla sofferenza, ma spiega Biglan, in realtà è un atteggiamento punitivo, che sottende il pensiero “ti darò qualcosa per cui piangere”. L’ambiente tossico è un ambiente che non rinforza, che promuove scarsamente le abilità “prosociali”, in quanto è un contesto in cui emerge la rigidità e la scarsa flessibilità del comportamento, dove la punizione diventa il mezzo privilegiato per controllare il comportamento. i contesti nutrienti offrono la possibilità di insegnare promuovere, rafforzare tutti quei comportamenti che costituiscono la prosocialità.

Biglan non parla solo del coinvolgimento della famiglia nella creazione di questi contesti nutrienti, ma anche di quello degli insegnanti e della comunità più in generale, sottolineando l’importante compito delle istituzioni che dovrebbero insegnare ai ragazzi ad essere rispettosi, responsabili e gentili. Questo può realizzarsi, secondo Biglan, dando importanza e valore al rinforzo tramite un uso più frequente dell’approvazione, del “contatto affettuoso”, del riconoscimento pubblico di coloro che agiscono con modalità prosociali.

La letteratura scientifica mostra l’efficacia di programmi d’intervento per la prevenzione dei comportamenti antisociali basati sul ribaltamento radicale di prospettiva nella gestione genitoriale di questi comportamenti: dall’atteggiamento coercitivo, caratterizzato dall’uso di punizioni e penalizzazioni come strumento di controllo e cambiamento, bisogna passare a un saggio, coerente e contingente uso di pratiche positive. Il rinforzamento positivo di condotte desiderabili rappresenta la migliore strategia per promuovere comportamenti adeguati e adattivi, non solo nel sistema famiglia ma anche nel contesto scolastico e nel contesto sociale. Biglan ne ha presentato molti esempi.

Costruire servizi che siano in grado di prendersi cura delle persone con disturbi del neurosviluppo e gravi e gravissimi disturbi del comportamento rimane una delle sfide più importanti nell’applicazione della moderna scienza del comportamento. A Parigi un intero simposio coordinato da Cynthia M. Anderson del May Institute di Boston ha visto eccellenze internazionali presentare modelli di servizio per la scuola (Todd Harris del Devereaux Advanced Behavioral Health) per l’ambulatorio intensivo (Patricia Kurtz del Kennedy Krieger Institute), per il trattamento ospedaliero (Louis Hagopian del Kennedy Krieger Institute) e per i servizi residenziali (Mauro Leoni e Giovanni Miselli di Fondazione Istituto Ospedaliero di Sospiro Onlus). I colleghi italiani hanno presentato i dati ottenuti, in termini di riduzione nei comportamenti problematici, nell’uso delle contenzioni, negli infortuni e nello stress e burnout degli operatori, in dieci anni di applicazione dei modelli contestualistici di analisi del comportamento, integrati con i modelli di qualità di vita per i servizi residenziali per gli adulti, sotto la direzione di Serafino Corti.

Queste expertise e le collaborazioni internazionali sono il fondamento per riuscire a costruire servizi a supporto della famiglie che possano rispondere in maniera tempestiva e preventiva ai gravi disturbi del comportamento anche in fascia evolutiva, esigenza sempre più forte anche nel nostro Paese.

Altre importanti relazioni si sono ascoltate a Parigi, ma diventa lungo darne conto in dettaglio.

Paolo Moderato: Le sfide dell’analisi comportamentale moderna

Il congresso si è concluso con la relazione a invito di chi scrive, presentato da Michael Dougher, attuale presidente di ABA International. Il titolo della relazione era Behavior analysis in a complex world. Ho colto quest’occasione per presentare la nostra visione dell’Applied Behavior Analysis, una visione contestualista, funzionalista, individualizzata, e umanizzata, e per mettere sul tavolo tre sfide fondamentali per l’analisi comportamentale moderna. In primo luogo, il tema della disabilità intellettiva e dell’autismo, che non può limitarsi a interventi intensivi e precoci, certamente essenziali, ma deve estendersi a interventi per adolescenti e giovani adulti, una popolazione che richiede interventi non semplicistici, scientificamente basati, sensibili al contesto, che abbraccino anche la dimensione clinica, considerato che questa popolazione presenta un alto rischio per lo sviluppo di disturbi psicopatologici quali ansia, compulsioni, depressione.

In secondo luogo, il tema della Clinical behavior analysis. L’analisi comportamentale degli inizi non si è occupata molto di temi che costituiscono invece il campo di lavoro principale dei clinici: ansia, depressione, traumi. In tal modo ha lasciato una prateria allo sviluppo della psicoterapia cognitiva. Fortunatamente negli ultimi vent’anni si sono elaborati modelli terapeutici come l’ACT, la FAP, la DBT, la Behavior Activation, che affondano le loro radici nella moderna scienza del comportamento e hanno dimostrato la loro efficacia anche nella “terapia della parola”.

Infine il tema della behavioral economics, di cui abbiamo trattato su queste pagine in occasione del premio Nobel per l’Economia assegnato a Richard Thaler. Si tratta di una nuova rivoluzione comportamentista, che ha già dimostrato la sua efficacia nelle applicazioni finalizzate a migliorare e semplificare la vita dei cittadini, grazie alla costituzione di Behavior Insight Units in vari paesi (tranne che in Italia….).

La moderna analisi del comportamento ha ancora sfide importanti da affrontare. Oltre a quelle menzionate da Tony Biglan, ne ho ricordate altre due: l’atteggiamento antiscientifico incarnato dai movimenti antivax o a favore di cure prive di fondamento scientifico, che mettono a rischio la salute dell’umanità, conquistata faticosamente nei secoli, e le agenzie che disseminano scientemente falsità, le cosiddette fake news, che mettono a rischio il futuro della democrazia. Non sono sfide facili, ma abbiamo metodo, tattiche strategie e strumenti per affrontarli.

L’intera relazione è disponibile sullo Youtube IESCUM Channel:

Terzo millennio: l’era delle dipendenze (per esempio dai TV Series)

Si ha un problema nella dipendenza da serie TV quando si usa il pensiero desiderante per oggetti o attività dannosi e/o pericolosi non accessibili o non raggiungibili, in quanto in contrasto con la nostra realtà (per esempio, cercare di trasformarsi in “Buffy”, l’ammazza vampiri). In queste condizioni siamo in pericolo e abbiamo bisogno di avere consapevolezza di ciò che siamo, per essere in grado di modificare il nostro stile di pensiero, in quanto rimanere vincolati al pensiero desiderante ci esporrebbe solo a pericoli e/o frustrazioni.

Federica Liso, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI SAN BENEDETTO DEL TRONTO

 

La dipendenza da serie tv: chi sono i protagonisti?

Non si tratta solo di fumo, droghe e cibo spazzatura, ma una new entry ha percorso il red carpet accompagnata dalla dipendenza da internet e dalla nascita dello streaming online. E’ oramai, universalmente, riconosciuta come una patologia: la dipendenza da serie TV.

Per quanto si possa tentare di negarlo, tutti siamo ossessionati da almeno una serie che ha divorato la nostra anima per mesi e mesi, trasformandoci in bradipi da materasso, in almeno cinque fasi: fatale curiosità (il soggetto viene a conoscenza, per caso, di una imperdibile serie TV e la cerca su google); discesa negli inferi (senza che il soggetto, in questione, possa rendersene conto, la trasformazione in una talpa da pirata streaming ha già avuto inizio); ossessione (il soggetto non ha più vita sociale, i suoi pensieri sono rivolti ad un mondo immaginario, dove potrebbe rischiare la vita in ogni momento; il soggetto crede di essere un eroe, un cavaliere o una ricca e bella ragazza in giro per New York, tutto ciò mentre affonda il cucchiaino nell’ennesimo barattolo di Nutella; si avvicina ad una condizione di non ritorno); trasformazione completa (l’umanità del soggetto è solo un vago ricordo) e, infine, l’incapacità di intendere e di volere (quando le risorse nella propria lingua scarseggiano o non sono disponibili online, il soggetto è disposto a seguire gli episodi della sua serie TV preferita in qualunque altro tipo di lingua e/o proveniente da qualunque sito internet, anche a pagamento).

Ma per quale assurdo motivo avviene questo tipo di messa in atto di determinati comportamenti? Innanzitutto, il soggetto cerca emozioni diverse da quelle che vive nel contesto di vita quotidiana, come un adolescente che desidera diventare bella e popolare come Kelly di “Beverly Hills” o Jen di “Dawson’s Creek”; una donna di oltre 30 anni che immagina di indossare i bei vestiti di Carrie di “Sex and the City” o avere le sue stesse amiche con le quali condividere tutto ciò che le accade di piacevole o di spiacevole nella vita. Non si aspetta di guardare la puntata la settimana successiva, ma è possibile vederne 15 di fila. Perché no? Questo crea dipendenza da un mondo immaginario, un mondo che non esiste nella vita reale dello spettatore ed è bene che la persona si prenda cura di questo aspetto.

Gli effetti della dipendenza da serie tv

Nel dettaglio, esistono alcune serie TV che appagano i bisogni di ciascuno di noi.

In primo luogo, la fiction “Don Matteo”, da parecchi anni, oramai, sui nostri schermi, con delle trame centrate sui buoni sentimenti e, soprattutto, sul lieto fine, permette a Don Matteo di rappresentare il buon padre, la persona che può dare sicurezza, la persona che può aiutarci in qualunque circostanza, così come “Un Medico in Famiglia”, fiction caratterizzata da un nucleo familiare molto unito e affiatato, in certi momenti, allargato, che ricorda la famiglia Cunningham di “Happy Days”, una tipica famiglia degli anni ’50, dove si creano le dinamiche di identificazione di quello che ciascuno di noi potrebbe e/o vorrebbe vivere. Questo identifica il bisogno di appartenenza e di sicurezza.

Poi, si distinguono i bisogni di stima e di autorealizzazione, piuttosto importanti nel contesto di vita quotidiana, ben trattati nelle seguenti serie TV: “Friends”, dove un gruppo di amici comincia a esplorare il mondo degli adulti, ad avere rapporti di coppia più seri, che sfociano nel matrimonio o nella nascita dei figli. D’altronde, si ricorre, anche, ad altre serie TV, come “Er” oppure “Dottor House”, dove si diventa adulti, anche, da un punto di vista professionale. In entrambi i casi, si va ad illustrare la vita che si ha all’interno di una struttura ospedaliera, una delle professioni che ha più fascino ed autorevolezza.

Esiste, anche, una categoria che permette, a ciascuno di noi, di avvicinarci a qualcosa di morboso o di proibito che, nella vita reale, non potremo mai vivere, ma identificandoci con i personaggi di quel telefilm, potremo provare ad essere qualcun altro in un altro contesto. A tal proposito, si ricorda la serie TV “Twin Peaks”, dove si racconta la storia morbosa, in bilico tra il surreale e la lentezza, con cui scorreva una giornata in un paesino sperduto. Attualmente, si guarda “Gomorra” o “Romanzo Criminale”, che ci portano ad identificarci, indistintamente, sia con i personaggi appartenenti alla categoria “bravi”, sia, al contrario, alla categoria “cattivi”, che presentano una complessità caratteriale ed una dinamicità di relazioni e di motivazioni, che, talvolta, ce li fa sentire vicini, nonostante, non si condivida la medesima scala valoriale.

Alla fine, i personaggi principali della serie TV preferita diventano i nostri migliori amici, quindi, quando se ne vanno, si diventa tristi. Si ricorda il caso recente del Dottor Shepperd in “Grey’s Anatomy” o Ridge Forrester in “Beautiful”. Secondo uno studio della Ohio State University, la fine della propria serie TV preferita può scatenare sintomi depressivi e un senso di angoscia e di smarrimento simile a quella generata dalla fine di un amore importante.

Quindi, quando diventa un problema?

Quando diventa un problema la dipendenza da serie TV: il pensiero desiderante

Si ha un problema quando si usa il pensiero desiderante per oggetti o attività dannosi e/o pericolosi non accessibili o non raggiungibili, in quanto in contrasto con la nostra realtà (per esempio, cercare di trasformarsi in “Buffy”, l’ammazza vampiri).

In queste condizioni siamo in pericolo e abbiamo bisogno di avere consapevolezza di ciò che siamo, per essere in grado di modificare il nostro stile di pensiero, in quanto rimanere vincolati al pensiero desiderante ci esporrebbe solo a pericoli e/o frustrazioni.

Il desiderio può diventare, anche, uno strumento, grazie al quale si induce un immediato piacere virtuale o ci si distrae da altre preoccupazioni o pensieri non funzionali alla nostra realtà. Il soggetto è costretto a rimanere all’interno dei suoi pensieri disfunzionali o negativi, desiderando di avere qualcosa che esiste solo in video e con il tempo, il piacere dell’ipotesi di avere qualcosa di bello diventa il dolore di non averlo davvero. Ciò potrebbe portare il soggetto a pensare, quasi in maniera ossessiva ad un determinato personaggio televisivo e prendere questo come un esempio da imitare, sostituendo, così, le figure autorevoli che, nell’arco degli anni, hanno gestito i suoi comportamenti ed azioni.

Immaginare di essere qualcun altro, diverso da sé, genera una sorta di gratificazione simile, anche fisiologicamente, a quella ottenuta dal reale raggiungimento dell’oggetto o, in questo caso, soggetto desiderato.

L’individuo potrebbe rimanere bloccato in un limbo, in cui non riesce a distinguere quale sia la propria realtà o quella di Meredith Grey di “Grey’s Anatomy”.

Nasce, così, il bisogno di farsi accompagnare in un percorso di psicoterapia con indirizzo cognitivo – comportamentale, in grado di occuparsi dei processi cognitivi, coinvolti nell’ esperienza del desiderio in modo chiaro ed esaustivo.

La psicoterapia cognitivo – comportamentale è un approccio terapeutico finalizzato a promuovere un cambiamento positivo nelle persone, per alleviare alcune forme di sofferenza emotiva e per affrontare numerosi problemi di carattere psicologico, sociale o comportamentale. Gli psicoterapeuti ad indirizzo cognitivo identificano e trattano le difficoltà personali che emergono dai pensieri disfunzionali degli individui.

Dipendenza da serie tv o da sostanze? Tutta colpa della dopamina

In particolare, il “binge watching” appartiene al cluster delle dipendenze comportamentali e consiste in una dipendenza da serie tv.

La parola “binge”, letteralmente “baldoria”, indica che la persona si abbandona ad un consumo smodato dell’oggetto, sostanza o comportamento.

Questa classe di disturbi non è ancora stata inserita nei manuali ufficiali delle psicopatologie, nonostante rappresenti una realtà tangibile nell’attività clinica e con conseguenze negative.

La persona, passando molto tempo davanti ad uno schermo, toglie tempo ad altre attività e subisce gli effetti psicofisiologici, deficit attentivi, insonnia, aumento di peso.

La quantità di tempo consumato a guardare serie tv ostacola la produttività in altre aree importanti dell’attività lavorativa e relazionale.

La sintomatologia risulta essere molto simile a quella della tossicodipendenza.

La terapia efficace

Si conclude suggerendo una terapia focalizzata sul craving, ovvero sulla ricerca di occasioni, in cui poter abbuffarsi di puntate. Al tempo stesso, si lavora sulle credenze disfunzionali, irrazionali all’origine dell’uso acritico del mezzo televisivo (“mi consola” o “mi fa compagnia” o “mi aiuta a riflettere su di me”).

A livello comportamentale, la persona dovrebbe essere motivata a dirigere i suoi interessi anche ad altre attività. Impiegare il tempo in maniera più produttiva.

Netflix è, sicuramente, la sostanza più a portata di mano e più comune del nostro millennio, ma il punto di ogni terapia dovrebbe essere quello di far capire al paziente che la propria vita può essere interessante, anche fuori dallo schermo, basta concentrarsi sulla propria e non su quella dei personaggi delle serie tv.

Il potere dopo l’ininfluenza: predittore di molestie sessuali?

Chi ricopre per la prima volta una posizione autoritaria, continuando a percepirsi ininfluente è più propenso a molestare sessualmente: quando il potere può predire la tendenza di una persona a perpetrare molestie sessuali.

 

A proposito delle recenti denunce rivolte a uomini di potere che hanno abusato del proprio ruolo e della propria influenza per ottenere vantaggi sessuali, un recente studio condotto da Williams, Gruenfeld e Guillory (2017) indaga il rapporto esistente tra potere e tendenza all’abuso sessuale.

Da un’analisi condotta sui precedenti studi sull’argomento è emerso che in uomini e donne di prestigio, interessati al sesso occasionale, aumenta la convinzione che i propri subordinati (ad esempio dei lavoratori dipendenti) siano sessualmente interessati a loro. Al contrario, coloro che godono di un certo prestigio, ma che non sono interessati al sesso occasionale sono soliti ritenere i propri subordinati non interessati.

Inoltre è emerso che coloro che coprono posizioni di potere sono più predisposti a vedere le altre persone come oggetti, anziché come esseri umani alla pari.

Il potere dopo l’ininfluenza: predittore di molestie sessuali?

Nel presente studio è invece emerso che la tendenza a commettere molestie sessuali è messa in atto soprattutto da persone che ricoprono posizioni di potere, in seguito a lunghi periodi di assenza di autorevolezza. Così, in egual misura, sia uomini sia donne che, in seguito ad un periodo prolungato di impotenza e ininfluenza, sperimentano un senso di autorità sono più propensi ad agire molestie sessuali nei confronti delle altre persone, rispetto a quanto non lo siano gli altri.

In particolare, gli uomini non fiduciosi di sé, i quali improvvisamente sperimentano un rinnovato o nuovo potere, tendono ad assumere atteggiamenti marcatamente sessisti nei confronti di donne che li rifiutavano sessualmente. Al contrario, l’incremento di potere in uomini che confidano nel proprio potere autentico conduce ad una diminuzione di sessismo ostile nei confronti delle donne, in generale.

In questo studio, quando si parla di potere si fa riferimento più ad un senso soggettivo di potere, il quale non è necessariamente corrispondente ad un potere concreto. Infatti, è stato notato che anche coloro che ricoprono posizioni di grande autorità possono ancora sperimentare sentimenti di inadeguatezza o insicurezza.

Tant’è che in passato è emerso che i genitori che si percepiscono impotenti innanzi al proprio bambino mostrano maggiori probabilità di abusare fisicamente di esso. L’ abuso viene così vissuto come l’opportunità (a prescindere dall’effettiva posizione gerarchica di genitori) di esercitare un potere reale di controllo sugli altri, a fronte di una propria insicurezza personale.

Dietro ad una persona potente che compie molestie sessuali si potrebbe dunque nascondere un essere umano con un armamentario psicologico rozzo e al contrario di quanto sembra, impotente, o per lo meno poco fiducioso della propria autorità. È proprio chi utilizza la propria posizione di potere per compensare un proprio senso di inadeguatezza ad esser più propenso all’utilizzo della propria influenza per cogliere un qualche vantaggio sessuale.

Greta Riboli


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

Padre depresso? Quanto incide sulla salute dei figli

Secondo uno studio condotto dai ricercatori dello University College London, la depressione paterna aumenta il rischio per i figli adolescenti di sviluppare sintomi depressivi.

 

Gli effetti della depressione paterna sui figli adolescenti

Se il legame tra la depressione delle madri e la depressione dei loro figli, sostenuto fino ad oggi dalle teorie più accreditate è ben chiara agli studiosi, il nuovo studio “Lancet Psychiatry” è il primo che ha trovato un’associazione tra la depressione dei Padri e quella dei loro giovani figli, fenomeno che risulta indipendente dalla relazione che intercorre con le madri. Gli effetti della depressione di madri e padri sui propri figli risultano essere molto similari.

C’è un malinteso comune che vedrebbe le madri più responsabili della salute mentale dei loro figli e i padri meno influenti; abbiamo scoperto che il legame tra genitori e depressione adolescenziale non dipende dal genere”, ha dichiarato l’autrice a capo dello studio Gemma Lewis, sottolineando l’importanza di interventi preventivi che coinvolgano tutta la famiglia.

Per determinare questa responsabilità paterna, i ricercatori hanno condotto una complessa analisi statistica su due studi distinti, che comprendevano i dati di 13.838 famiglie d’Inghilterra, Galles e Irlanda.

Tenendo conto di fattori noti che influiscono sulla depressione adolescenziale come la salute mentale della madre, l’abuso di alcol e le condizioni socioeconomiche della famiglia, dai calcoli è emerso che all’aumento della depressione del padre aumenta anche il “punteggio” di quella dei figli. I dati sono stati raccolti con questionari multipli quando i ragazzi avevano tra i 7 e i 9 anni, con una successiva valutazione fatta tra i 13 e i 14 anni.

L’incidenza della depressione cresce in maniera marcata all’inizio dell’età adolescenziale; questo aspetto, secondo i ricercatori, è cruciale al fine di comprendere i fattori di rischio associati e prevenire situazioni di depressione sui soggetti in tarda età.

I ricercatori si augurano che i risultati emersi dallo studio possano spingere i papà a curare i propri sintomi depressivi, dato che sono meno disposti rispetto alle donne a consultarsi con psicologi e psichiatri.

Studi precedentemente condotti hanno mostrato collegamenti diretti tra la depressione paterna e le difficoltà comportamentali ed emotive nei loro figli, ma nessuno studio precedente aveva esaminato il legame che intercorre tra la depressione adolescenziale e disturbi paterni, considerando anche potenziali disturbi depressivi materni.

La salute mentale di entrambi i genitori dovrebbe essere di importanza prioritaria al fine di prevenire disturbi depressivi nei figli. C’è troppa enfasi sul legame tra figlio e madre, ma anche la figura paterna è altrettanto importante, come lo studio ha evidenziato.

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