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Luigi e Antonio Di Maio: tra i non detti e le illusioni perdute

La confessione del padre di Di Maio su youtube non è solo una malinconica riproposizione “social” dei riti di pubblica proclamazione dei peccati già avvenuti nella storia in varie religioni e sette politiche. Vi è anche un tratto più arcaico ed edipico: un padre che si condanna pubblicamente dopo essere stato giudicato dal figlio, un parricidio fondato non sul sangue ma sulla colpa e sulla confessione

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta il 07 dicembre 2018

 

La confessione del padre di Di Maio su youtube non è solo una malinconica riproposizione “social” dei riti di pubblica proclamazione dei peccati già avvenuti nella storia in varie religioni e sette politiche, dagli autodafé dell’Inquisizione cattolica alle autocritiche pubbliche della Rivoluzione culturale, dalle autoflagellazioni rituali dei musulmani sciiti ai processi protestanti alle streghe di Salem fino alle purghe staliniane.Vi è anche un tratto più arcaico ed edipico: un padre che si condanna pubblicamente dopo essere stato giudicato dal figlio, un parricidio fondato non sul sangue come avvenne al crocicchio di Mega sulla strada tra Tebe, Dauli e Delfi ma sulla colpa e sulla confessione. Stramba o forse inevitabile conversione dell’antica e sanguinaria rivalità pagana tra padri e figli in un rituale moderno, in parte cristiano ma non solo: le guardie rosse erano cinesi e atee. Anch’esse spesso e volentieri costrinsero a pubbliche confessioni i propri padri, talvolta biologici oppure culturali, i professori delle università o altri della precedente generazione, quelli che avevano effettuato la lunga marcia insieme a Mao. Mao usò quei figli per abbattere i suoi antichi compagni di viaggio, un altro vecchio vate più comico ma in fondo altrettanto tragico sta usando il giovane Di Maio per far cadere il vecchio Di Maio.

Non è solo un problema di colpa che ottunde la politica italiana. Nella psicologia della rivalità entrano anche altre emozioni, come l’odio e l’invidia. Così la pensava Melanie Klein. Si tratta sempre di difficoltà di relazione con l’altro, di accettarne i limiti e di comprenderne le motivazioni. Tra il padre Antonio e il figlio Luigi sembrano correre molti non detti che si sono svelati durante questa cerimonia pubblica. Antonio che scagiona il figlio Luigi e teme di averne perso la stima: “i miei figli non c’entrano nulla con tutto questo. Ho nascosto i miei errori per un motivo banale (…): avevo paura di perdere la loro stima”. La voce è stretta e incrinata da un inizio di pianto e la chiusa è malinconica: “Cosa che forse è accaduta comunque”.

La risposta del figlio non è spietata. È a sua volta intristita e piena d’illusioni perdute: “ho conosciuto cose di mio padre che non conoscevo e mi aiuterà nel rapporto con lui.” Povero figlio di un povero padre. Forse entrambi sono oppressi da un contrappasso pieno di pena e vergogna, forse entrambi si sono offerti in passato al quotidiano passatempo del dubitare dell’onestà dei politici, condimento di ogni conversazione oziosa tra amici al bar e, purtroppo, anche di troppe conversazioni tra padri e figli. Conversazioni che vorrebbero essere educative ma non sempre riescono. Il padre forse vuole insegnare al figlio alcuni valori, trasmettergli una visione del mondo, un’integrità. Non sempre ci si riesce. Talvolta ci si lascia andare a una complicità un po’ misera, un banale lamento condiviso sulle solite cose, le mezze stagioni che più non ci sono, la politica che è sempre purtroppo corrotta e il buon tempo passato quando si viveva meglio. Si può essere nostalgici di Mao o di qualche altro dittatore che inizia per M, si finisce sempre per farla troppo facile, per illudere i figli che basti poco per essere “onesti”. Onestà, onestà, onestà. Bastasse la parola per purgarsi il mondo sarebbe più facile, come nella cara vecchia pubblicità in bianco e nero del Carosello, altro buon tempo perduto. Chi la ricorda?

Eppure lo stesso Antonio lo dice: “essere un piccolo imprenditore non è facile, soprattutto quando le commesse non vengono pagate”. Eh, vecchio problema. Il padre aveva qualche lavoratore in nero e se ne vergognava col figlio. E non gli diceva nulla. E il figlio presumibilmente stimava questo padre irreprensibile. Però forse in tal modo questo padre nulla diceva a questo figlio delle difficoltà di gestione dell’azienda, nulla dei compromessi morali ma anche degli ostacoli più o meno oggettivi che egli, il padre, doveva affrontare da piccolo imprenditore qual era. E così il figlio cresceva in una bolla protetta, effimera protezione dai torsoli e dal sangue della realtà disonesta. Meglio forse sarebbe stato essere più cauti e più audaci, gettare questi figli nelle onde ammutinate del fiume della vita?

Non si sa, lasciamo da parte la famiglia Di Maio della cui intimità nulla sappiamo. Riflettiamo semmai su di noi e sui nostri figli, quei pochi che abbiamo al giorno d’oggi. Eh, una volta si facevano più figli, caro amico. I figli. Siamo sinceri con loro? Diciamo le cose come stanno? Ci asteniamo dal cercare con loro futili consolazioni lamentandoci su come va male il mondo? Queste conversazioni banali riserviamole agli amici del bar, con i quali in fondo intratteniamo rapporti abbastanza superficiali. Con i figli e con le figlie (ci sono anche loro!) parliamo semmai in maniera mai troppo complice, più attenti a mostrare il volto difficile della realtà e non quello consolatorio nel quale noi genitori siamo i buoni e gli onesti. Altrimenti un brutto giorno saremo forse costretti a una pubblica confessione delle nostre vergogne, al termine della quale sentiremo il triste commento della progenie afflitta e delusa: “ho conosciuto cose di mio padre che non conoscevo e mi aiuterà nel rapporto con lui”. Abituale mezzo anacoluto colloquiale di Luigi Di Maio che però stavolta non suona goffo e di incerte concordanze come al solito, ma stringe il cuore.

 

LE CONFESSIONI DI ANTONIO DI MAIO – IL VIDEO:

La correlazione tra infezioni contratte durante l’infanzia e il rischio di insorgenza di disturbi psicopatologici

Corpo e mente sono in stretta connessione tra loro. È ciò che suggerisce anche un recente studio che ha indagato la relazione esistente tra infezioni durante l’infanzia e insorgenza di disturbi mentali nel corso dello sviluppo.

 

Diversi studi hanno mostrato l’esistenza di un’associazione tra le infezioni contratte dalle madri durante la gravidanza e un aumento dei rischi di schizofrenia e disturbo dello spettro autistico nella prole. Sulla base di queste premesse, un recente studio, condotto da iPSYCH e pubblicato su JAMA Psychiatry, mostra come anche le infezioni contratte dai bambini durante la loro infanzia potrebbero essere collegate ad un aumento del rischio di sviluppare disturbi mentali durante l’infanzia e l’adolescenza. Lo studio in particolare ha evidenziato l’importante ruolo giocato dal sistema immunitario nello sviluppo dei disturbi mentali e questo conferma, ulteriormente, quanto la salute mentale e quella fisica siano profondamente collegate.

Lo studio, condotto in Danimarca, si è basato sull’analisi dei dati raccolti in riferimento a bambini nati tra gennaio 1995 e giugno 2012, per un campione di oltre 1.098.930 individui, di cui il 51,3% maschi.

I ricercatori hanno esaminato tutte le infezioni contratte dalla nascita e il rischio successivo di sviluppare un disturbo mentale durante l’infanzia e l’adolescenza.

Lo studio

Secondo Ole Köhler-Forsberg, autore dello studio e ricercatore presso la Aarhus University e l’ospedale universitario di Aarhus, i soggetti che hanno avuto esperienze di ricoveri ospedalieri a seguito di infezioni avrebbero una più alta probabilità e un rischio maggiore di sviluppare un disturbo mentale durante l’infanzia e l’adolescenza, anche nel caso di infezioni meno gravi.

Dallo studio è emerso che i bambini che erano stati ospedalizzati a causa di gravi infezioni mostravano negli anni successivi una probabilità dell’84% di poter soffrire di un disturbo mentale e del 42% di poter assumere farmaci per il trattamento di disturbi mentali.

Le correlazioni temporali tra infezioni e diagnosi di disturbo mentale sono risultate statisticamente significative, dando solidità all’ipotesi che il rischio d’insorgenza di un disturbo mentale sia più alto se, nel corso dell’infanzia, sono state vissute esperienze di ospedalizzazioni a causa di un’infenzione; il rischio associato era di 5.66 volte maggiore nei primi 3 mesi dopo essere stati ospedalizzati a causa di un’infezione, ed era di 2 volte maggiore entro il primo anno dopo l’ospedalizzazione.

Per concludere

Secondo gli autori, sembra quindi che le infezioni e la reazione infiammatoria conseguente possano contribuire ad aumentare il rischio di sviluppare disturbi mentali.

Tuttavia è fondamentale ricordare la multifattorialità nell’eziopatogenesi dei disturbi mentali: sono molteplici, infatti, i fattori di rischio e di protezione che entrano in gioco nell’insorgenza dei disturbi psicopatologici. È lecito quindi considerare anche il peso che tali fattori abbiano in termini di variabili confondenti in tale correlazione.

In ogni caso, grazie a questo studio, si è posta maggiore attenzione al ruolo delle infezioni e al sistema immunitario nei disturbi mentali dell’infanzia e dell’adolescenza.

Attenzione allo stress serale – La risposta del cortisolo alle situazioni stressanti che viviamo a fine giornata

Condizioni di stress cronico possono causare un’alterazione del ciclo cortisolo-melatonina impedendo una corretta diminuzione dei livelli di cortisolo nel sangue, l’ormone prodotto dal nostro organismo per far fronte allo stress, e rendendo quindi meno efficaci le nostre risposte alle situazioni stressanti.

 

Ognuno di noi è sottoposto più o meno quotidianamente a qualche situazione che può essere considerata causa di stress ed è proprio in risposta a questo tipo di situazioni che il nostro organismo reagisce mettendo in circolo un ormone chiamato cortisolo, che ci aiuta a reagire in maniera più efficace e veloce agli stimoli stressanti. Tale ormone ha un ciclo opposto rispetto alla melatonina, un ormone implicato nella regolazione del ciclo sonno-veglia, che viene rilasciato nel momento in cui il livello di cortisolo si abbassa; dunque, quando il cortisolo si alza la melatonina si abbassa e viceversa. È importante sottolineare, inoltre, come i livelli di cortisolo inizino naturalmente ad abbassarsi al calare della luce solare.

Essere costantemente esposti a stimoli stressanti (e trovarsi quindi in una situazione di stress cronico) va pertanto ad inficiare il ciclo cortisolo-melatonina, impedendo una corretta diminuzione dei livelli di cortisolo nel sangue e portando numerosi problemi di salute o aggravando quelli già esistenti.

La reazione dell’organismo allo stress cambia nei diversi momenti del giorno: lo studio dell’Università di Hokkaido

Livelli di cortisolo normali aiutano a rispondere a stimoli stressanti aumentando, ad esempio, la frequenza del battito cardiaco. Ma cosa succede se il nostro corpo ha già cominciato a produrre melatonina e quindi a diminuire i livelli di cortisolo presenti nel nostro organismo? Secondo un recente studio dell’Università di Hokkaido in Giappone (Yamanaka, Motoshima & Uchida, 2018) bisogna fare attenzione agli stimoli causa di stress a cui siamo sottoposti nelle ore serali in quanto il nostro corpo sembrerebbe essere meno predisposto a produrre cortisolo per prepararci ad affrontare lo stimolo stressante.

Per misurare come varia la risposta del nostro corpo allo stress rispetto alla produzione interna di cortisolo, gli studiosi giapponesi hanno reclutato un campione costituito da 27 soggetti, selezionati sulla base dell’attività lavorativa svolta (che prevedeva un orario lavorativo tradizionale) e che non presentavano disturbi del sonno. I soggetti sono stati poi suddivisi in due gruppi: un gruppo ha partecipato all’esperimento ideato dagli studiosi al mattino (Gruppo 1), mentre l’altro gruppo alla sera (Gruppo 2).

La condizione sperimentale ideata dagli studiosi dell’Università di Hokkaido, prevedeva di ricreare una condizione causa di stress richiedendo a ciascun partecipante di fare una presentazione di fronte a tre persone esperte e a una videocamera. Una volta finita la presentazione ai partecipanti sono stati prelevati dei campioni di saliva per misurare il livello di cortisolo. I partecipanti del Gruppo 1, ovvero quelli che avevano partecipato all’esperimento al mattino, mostravano livelli di cortisolo più alti, che li avrebbero aiutati a rispondere meglio alla sfida. Al contrario quelli del Gruppo 2, avendo svolto il test alla sera quando i livelli di cortisolo hanno già cominciato ad abbassarsi, hanno mostrato un tasso di cortisolo minore e una risposta alla situazione stressante meno efficace rispetto ai soggetti del Gruppo 1.

Secondo gli autori, sulla base dei risultati ottenuti è possibile affermare che è necessario fare molta attenzione agli stimoli stressanti ai quali potremmo essere sottoposti nelle ore serali in quanto il nostro organismo sarebbe meno preparato e reattivo per far fronte al meglio a condizioni causa di stress.

Feeding disorders o Eating disorders? I disturbi alimentari durante l’infanzia

I disturbi alimentari sono una classe diagnostica che, forse più di ogni altra classe presente nei manuali diagnostici (DSM e ICD), comprende una serie di disordini caratterizzati da un’eziologia multifattoriale. 

Martina Tramontano e Veronica Aggio – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

In tali disturbi, i comportamenti alimentari sono caratterizzati da un alterato consumo od assorbimento di cibo, tale da compromettere la salute fisica e/o il funzionamento psicosociale della persona.

Tra i più noti e documentati, l’anoressia nervosa e la bulimia riguardano rispettivamente lo 0.2-0.8% e l’1-5% della popolazione italiana.

I disturbi alimentari hanno un forte impatto non solo sulla persona che ne soffre, ma anche sula famiglia nella quale la persona vive. Inoltre, difficilmente si arriva ad un completo recupero della persona (generalmente, permane una sintomatologia di stampo ansioso-ossessivo) ed i tempi di recupero sono comunque molto lunghi, attestati fra i 57 e i 79 mesi.

I disturbi alimentari durante l’infanzia

I disturbi alimentari hanno generalmente un esordio in età adolescenziale, ma negli ultimi anni si è data sempre più importanza agli esordi precoci, durante l’infanzia e la prima adolescenza, sia rispetto ai disturbi alimentari poi diagnosticati in età adulta, sia rispetto ai disturbi della nutrizione specifici di quell’età.

L’attenzione per i disturbi alimentari infantili come sottogruppo specifico d’interesse si è concretamente affermata solo negli ultimi due decenni, quando le manifestazioni infantili dei disturbi dell’alimentazione cominciarono ad essere considerate come categoria a sé stante rispetto a quelle adulte.

La diagnosi di disturbi alimentari infantili, i cui sintomi possono manifestarsi in diversi stadi dell’infanzia e della prima infanzia, dovrebbe essere presa in considerazione quando un bambino mostra difficoltà significative a seguire regimi di alimentazione regolari, cioè quando la sua alimentazione non è regolata in accordo con le sensazioni fisiologiche di fame o sazietà. Poiché un infante non è in grado da solo di provvedere al suo fabbisogno alimentare, ma un normale consumo nutrizionale dipende dall’integrazione riuscita tra una serie di funzioni fisiche e relazioni interpersonali con il caregiver durante lo sviluppo iniziale, l’interruzione in una o più di queste aree può portare ad un problema di alimentazione.

Feeding disorders oppure Eating disorders?

A questo proposito Bryant-Waugh e Piepenstock (2008) propongono di riferirsi ai disturbi alimentari nell’infanzia come a “feeding disorders”, ossia disturbi della nutrizione, piuttosto che “eating disorders”, cioè disordini dell’alimentazione, laddove la prima definizione inserisce i termini del disturbo in una cornice relazionale, mentre la seconda denoterebbe una dimensione individuale.

Secondo gli autori, infatti, la denominazione di “eating disorders” andrebbe riservata unicamente a soggetti che, per il loro livello evolutivo, dovrebbero essere in grado di autoregolare le proprie scelte alimentari.

Disturbi dell’alimentazione durante l’infanzia e successive problematiche

Studi epidemiologici registrano un’incidenza piuttosto elevata di questa tipologia di problematiche durante l’infanzia: approssimativamente il 25-45% dei bambini adeguatamente sviluppati e fino all’80% dei bambini con ritardo mentale o psicomotorio riportano difficoltà nella sfera alimentare.

Molti autori hanno evidenziato una correlazione tra l’insorgenza infantile dei disturbi dell’alimentazione e successive difficoltà in età più avanzata. A tale proposito, Marchi e Cohen (1990) sottolineano la correlazione tra alimentazione selettiva nella prima infanzia e anoressia nervosa in adolescenza, mentre pica e difficoltà connesse ai pasti costituirebbero significativi fattori di rischio per lo sviluppo della bulimia nervosa. Sulla stessa linea Kloter et al. (2001) associano comportamenti di rifiuto o avversione verso il cibo con lo sviluppo di disordini alimentari in età adulta. Inoltre, secondo Chatoor (2009) i disturbi alimentari con insorgenza infantile sono connessi anche a deficit nello sviluppo cognitivo, a problemi comportamentali e di ansia, oltre che a disturbi alimentari di varia natura in età più avanzate. Infine Whelan e Coopers, hanno dimostrato che le madri di bambini con problemi di alimentazione avevano un tasso marcatamente aumentato di disturbi alimentari attuali e pregressi.

Sulla base di tali evidenze risulta fondamentale, per prevenire i disturbi dell’alimentazione nelle prime fasi della vita, che operatori pediatrici e medici in generale divengano consapevoli dei bambini a rischio e prestino attenzione non solo a quei bambini che “cadono dalla curva di crescita” ma anche a quelli con genitori affetti da disturbi alimentari o quelli i cui genitori mostrano una persistente difficoltà a dar loro da mangiare.

Problemi diagnostici e di classificazione

Attualmente il panorama relativo alla classificazione dei disturbi alimentari nell’infanzia appare piuttosto confuso e in uno stato di continua ridefinizione. L’affidabilità dell’incidenza e dei tassi di prevalenza risulta compromessa dalla variabilità delle definizioni utilizzate per configurare tale disturbo; infatti vi sono poche indicazioni basate sull’evidenza che consentono di definire ciò che costituisce una difficoltà alimentare clinicamente significativa e che permettono di distinguerla dai problemi di alimentazione transitori che si risolvono senza nessun aiuto clinico e psicologico.

Ad oggi, esiste un corpus molto limitato di ricerche basate sui dati che tenta di esaminare la prognosi, il decorso, l’esito e la risposta al trattamento nei disturbi dell’alimentazione usando un sistema diagnostico o di classificazione formale e ampiamente accettato. Le origini di tale assetto possono essere rintracciate in una serie di fattori. Innanzitutto, siccome il bambino è un soggetto in continua evoluzione è difficile distinguere tra una difficoltà evolutiva transitoria ed un vero e proprio disturbo che richieda un intervento specifico. In secondo luogo, la varietà e la complessità dei problemi alimentari nei bambini ha indubbiamente contribuito alla continua mancanza di un sistema di classificazione ampiamente accettato e utilizzato da medici di diverse discipline che lavorano in questo campo.

Infine mancano strumenti standardizzati adeguati per la valutazione dei disordini alimentari nell’infanzia, nonché la descrizione dettagliata e la valutazione di interventi specifici per tipologie chiaramente identificate.

I principali disturbi alimentari nell’infanzia

Fra i disturbi maggiormente diagnosticati durante l’infanzia, troviamo la pica, inerente l’ingestione continuativa di sostanze non nutritive, e il disturbo da ruminazione, caratterizzato dal rigurgito del cibo.

Per quanto riguarda invece gli altri disturbi alimentari, caratteristici dell’età adolescenziale e adulta, vediamo che l’anoressia nervosa è riscontrabile fin dai 7 anni di età. Le caratteristiche cliniche e diagnostiche sono simili a quelle mostrate dai pazienti adulti, ma con delle differenze sostanziali relative all’impatto che hanno sullo sviluppo della persona. Infatti, le complicanze a livello organico possono essere disastrose, con degli effetti irreversibili sullo sviluppo fisico. A livello psicologico, invece, le differenze possono riguardare la difficoltà proprio dei bambini di esprimere, in parole, i propri pensieri e le proprie emozioni: un bambino che mostra dei comportamenti alimentari propri di una persona anoressica, come l’esercizio fisico dopo i pasti, l’evitamento di determinati cibi ad alto contenuto calorico, ma anche condotte espulsive come il vomito auto-indotto.

È difficile stimare la prevalenza di tali disturbi nella popolazione generale perché la maggior parte degli studi e delle osservazioni cliniche si è concentrata nel periodo di esordio maggiormente frequente (circa 15 anni), ma dai dati rilevati dai medici di base, è possibile stimare un’incidenza dell’anoressia nervosa fra i bambini di 0.3 ogni 100.000 casi in bambini fra 0 e 9 anni, e di 17.5 su 100.000 in bambini fra i 10 e i 19 anni. La proporzione fra maschi con esordio di anoressia nervosa durante l’infanzia è maggiore rispetto a quella negli adolescenti, probabilmente per via degli effetti genere-specifici caratteristici della pubertà.

La classificazione proposta dal DSM 5

All’interno del marasma appena descritto, per orientarci nell’universo nosografico, ai fini di questo articolo facciamo riferimento alla classificazione presente nel DSM 5.

A causa dell’eliminazione del capitolo “Disturbi solitamente diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza” le categorie diagnostiche che riguardano soprattutto i disturbi della nutrizione dell’infanzia vengono inserite all’interno del capitolo generale sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Esse sono: pica, disturbo da ruminazione e disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Di seguito li descriviamo sinteticamente:

  • La caratteristica essenziale della pica è l’ingestione di una o più sostanze non nutritive e non alimentari per un periodo di almeno un mese. Le sostanze tipicamente ingerite variano in base all’età e alla disponibilità e possono includere carta, sapone, capelli. Tipicamente non c’è avversione nei confronti del cibo in generale.
  • Il disturbo di ruminazione richiede il rigurgito di cibo, che può essere rimasticato, deglutito nuovamente o sputato, per almeno un mese; il rigurgito non deve essere attribuibile a una condizione gastrointestinale associata o ad altra condizione medica, e non deve manifestarsi durante il decorso di altri disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.
  • Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo sostituisce ed estende la diagnosi DSM-IV di disturbo della nutrizione dell’infanzia. La maggiore categoria diagnostica di questo disturbo è l’evitamento o la restrizione dell’assunzione di cibo per tre motivi principali: 1) apparente mancanza d’interesse per il mangiare o il cibo; 2) evitamento basato sulle caratteristiche sensoriali del cibo; 3) preoccupazioni per le conseguenze avversive del mangiare. Non è presente la preoccupazione per il peso e la forma del corpo e non deve manifestarsi durante il decorso dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa. Infine, il disturbo non deve dipendere da una mancanza nella disponibilità di cibo o a un’altra malattia medica o mentale.

Molti autori hanno criticato tale sistema di classificazione perchè non riesce a comprendere l’intera gamma delle difficoltà di alimentazione e pone un’enfasi eccessiva sul fatto che il problema sia solo del bambino, non riuscendo a cogliere gli importanti elementi contestuali in cui egli vive.

Secondo Davies e colleghi, infatti, anche se fattori infantili come il temperamento, le condizioni organiche, le anomalie strutturali e i problemi e le sindromi dello sviluppo sono stati collegati alla patogenesi dei disturbi alimentari infantili, l’ambiente e i fattori genitoriali possono anche interagire per influenzare e mantenere tali problematiche. La ricerca che si è concentrata sulle influenze materne e del caregiver ha riscontrato che le madri di bambini con disturbi alimentari tendono ad essere più imprevedibili, coercitive, controllanti, insensibili, intrusive e eccessivamente stimolanti; tendono ad essere meno flessibili e affettuose; hanno maggiori probabilità di usare punizioni fisiche o l’alimentazione forzata; presentano difficoltà nel cogliere i segnali del bambino; infine mostrano più rabbia e ostilità durante l’interazione con i loro figli. Gli studi clinici condotti su bambini con disturbi alimentari hanno mostrato alti livelli di depressione materna, ansia, disturbi alimentari, umore e disturbi della personalità. Quindi, piuttosto che concentrarsi sul bambino o sulla figura genitoriale, Davies e colleghi suggeriscono di definire il disturbo alimentare come un disturbo relazionale.

A sostegno di questo concetto, è stato dimostrato che le caratteristiche del bambino e del suo caregiver interagiscono in molti modi sullo sviluppo e sul mantenimento del disturbo: il comportamento eccessivamente rigido dei genitori in relazione alla crescita e al tipo di alimentazione del bambino, il mancato riconoscimento degli indizi di fame e sazietà, il comportamento caotico dei genitori, l’incapacità di esporre il bambino a una gamma di alimenti, l’incapacità di fornirgli un contesto alimentare appropriato, sono tutti fattori che influenzano lo sviluppo di non adeguati modelli di alimentazione.

Per concludere

In sintesi, i disturbi alimentari infantili dovrebbero essere compresi all’interno di un contesto più ampio che tiene conto delle caratteristiche sia dei bambini che dei genitori, piuttosto che concentrarsi esclusivamente sui fattori caratteristici dell’infante. Questo perché lo sviluppo e il mantenimento delle difficoltà sono associati all’interazione complessa di fattori che si innescano nella relazione tra bambino e caregiver.

Tali considerazioni hanno ovvie implicazioni circa la valutazione e il trattamento: essi per avere migliori risultati, oltre alla messa in campo di un team multidisciplinare di professionisti, devono riguardare il contesto familiare.

L’ansia e le neuroscienze – Introduzione alla Psicologia

L’amigdala rappresenta l’epicentro degli eventi coinvolti nella modulazione degli stati d’ ansia, ed è implicata nella risposta emozionale, cognitiva, autonomica ed endocrina allo stress.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

 

L’ ansia e la paura sono due emozioni molto simili, per questo sono codificate a livello cerebrale dalle stesse aree e le informazioni da esse derivanti sono trasmesse attraverso gli stessi fascicoli. Ricordiamo, però, che l’ ansia è una emozione soggettiva, che si manifesta quando si ha una percezione di pericolo rispetto a qualcosa che non è oggettivamente pericoloso; mentre la paura è una emozione primaria verificatasi come reazione a una minaccia specifica o a un oggetto realmente pericoloso. L’ ansia, inoltre, può essere fisiologica, se si manifesta in seguito al verificarsi di situazioni negative e consente la messa in atto di comportamenti adattativi, o patologica se sbilanciata rispetto allo stimolo esterno considerato pericoloso.

L’ ansia, dunque, è codificata attraverso complessi meccanismi e diversi circuiti cerebrali. Quindi, quando si percepisce un pericolo esterno, gli organi di senso registrano uno stato di allerta che si traduce in un input nervoso volto ad attivare un’area della corteccia, da cui scaturiscono una serie di reazioni fisiologiche e comportamentali.

Sono state identificate diverse zone implicate nella modulazione dell’ ansia, tra cui le più importanti sono: il talamo, l’amigdala, una via afferente, che implica la processazione dello stimolo da parte della corteccia e le vie efferenti del circuito ansia-paura, che innescano una risposta autonomica, che coinvolge il sistema simpatico e parasimpatico, che portano al minifestarsi di sintomi somatici quali l’aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, sudorazione, piloerezione, dilatazione pupillare, minzione frequente e sintomi gastrointestinali.

Le aree cerebrali

Il talamo, in primis, svolge una funzione di collegamento primaria tra i sistemi sensoriali e le aree sensoriali primarie della corteccia cerebrale, che proiettano lo stimolo alle aree adiacenti associative, per l’elaborazione integrata dello stimolo.

Le aree associative, dunque, inviano proiezioni a varie strutture cerebrali, come amigdala, corteccia entorinale, corteccia orbito-frontale e il giro del cingolo. Le afferenze viscerali non inviano input direttamente al talamo, ma attivano il locus coeruleus e l’amigdala attraverso diverse connessioni dirette o mediate dal nucleo para-gigantocellulare e dal nucleo del tratto solitario. Dunque, la maggior parte delle informazioni relative agli stimoli ansiogeni sono elaborate nella corteccia sensoriale e nelle aree associative, per essere trasferita alle strutture sottocorticali coinvolte nelle risposte affettive, comportamentali e somatiche.

L’amigdala, che riceve questo tipo di informazione sensoriale, è una sorta di archivio della memoria emotiva del cervello, ovvero raccolta di tutti i momenti di trionfo e di sconfitta, di speranza, di paura, di indignazione e frustrazione.

Nel momento in cui si sperimenta il pericolo, questa piccola ghiandola riesce a mettere il cervello in modalità auto protettiva, riducendo le risorse alla memoria e dirottandole in altre zone al fine di mantenere i sensi in uno stato di allerta, specificamente mirato alla sopravvivenza.

L’amigdala, quindi, acquisisce l’informazione di ansia che a sua volta è processata dal nucleo centrale, nucleo amigdaloideo laterale e da quello basale. Sono noti due circuiti: quello breve che riceve gli stimoli dal talamo sensoriale e li trasmette al nucleo amigdaloideo laterale che, a sua volta, li invia al nucleo centrale; Il circuito lungo, invece, invia i segnai da parte della corteccia sensoriale all’insula e alla corteccia prefrontale. Da tali aree, dunque, partono segnali che afferiscono al tronco cerebrale e all’ipotalamo, a cui consegue la risposta autonomica e comportamentale dell’ ansia.

L’amigdala rappresenta l’epicentro degli eventi coinvolti nella modulazione degli stati d’ ansia, ed è implicata nella risposta emozionale, cognitiva, autonomica ed endocrina allo stress.

Le interazioni tra l’amigdala e le altre regioni corticali e sottocorticali permettono la messa in atto di comportamenti come risposta di reazione al pericolo, dipendenti, inoltre, anche da variabili soggettive, quali il temperamento, le esperienze pregresse, il carattere, le emozioni, etc.

A questo punto, lo stimolo ansioso attiverà il lobo limbico e, di conseguenza, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene grazie al quale si attiva una cascata di eventi finalizzati all’incremento della risposta neurovegetativa, come l’aumento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca, della dilatazione bronchiale, sintomi viscerali, disturbi gastrointestinali e genito-urinari.

Infine, il sistema nervoso centrale influenza direttamente e indirettamente, attraverso complesse interazioni neuroendocrine e neurotrasmettitoriali, il sistema immunitario. Infatti, la modulazione della immunosorveglianza, in determinate condizioni di esposizione a ansia intensa e protratta nel tempo, potrebbe portare a una meiopragia d’organo o di sistema, fino alla comparsa di una malattia organica vera e propria.

Neurotrasmettitori e ansia

I neurotrasmettitori associati alla modulazione dell’ ansia sono diversi e di diversa natura. Iniziamo con il GABA, il cui rilascio nello spazio sinaptico impedisce all’impulso nervoso di propagarsi e giungere al neurone postsinaptico generando uno stato di insonnia, ipereccitazione e forti cefalee, sintomi tipici dell’ ansia. L’azione del GABA, dunque, è esattamente opposta all’azione dell’acido glutammico, che svolge la funzione di neurotrasmettitore eccitatorio. Quindi, è stato ipotizzato il coinvolgimento del glutammato nel controllo dell’ ansia poiché appare in una forte concentrazione nelle strutture cortico-limbiche implicate nell’elaborazione dei processi cognitivi sottesi dall’ ansia.

Inoltre, l’ ansia determina l’aumento della noradrenalina a livello del locus coeruleus (area di principale sintesi della stessa), dell’ipotalamo, dell’ippocampo, dell’amigdala e della corteccia cerebrale. La noradrenalina possiede proiezioni provenienti da ogni parte del cervello e arrivano fino al midollo spinale, e permettono di integrare informazioni provenienti da diverse aree cerebrali e da diverse parti del corpo, restituendo la migliore rielaborazione possibile. L’aumento di noradrenalina induce l’attivazione dall’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, determinando un aumento del battito cardiaco e di energia sotto forma di glucosio, che porta a un aumento del tono muscolare. In sostanza, il corpo è in uno stato di allerta ed è pronto alla fuga. Inoltre, un aumento della noradrenalina induce a uno scompenso del ciclo sonno-veglia e dei livelli di melatonina che in una persona ansiosa si traducono con perdite di ore di sonno.

Inoltre, il sistema serotoninergico e quello noradrenergico sono intimamente connessi tra loro e implicati in molti processi tra cui esercitare un controllo tonico inibitorio sui neuroni del locus coeruleus, meccanismo che potrebbe essere alla base del controllo dei sintomi ansiosi.

Le citochine, molecole note per la loro azione immunitaria, sembrano esercitare un effetto nella modulazione dell’attività neuronale in particolari aree cerebrali come l’amigdala, l’ippocampo, l’ipotalamo e la corteccia, potenziando l’attività delle vie monoaminergiche e del cortisolo, oltre ad interagire con i neuroni GABAergici. Le citochine sono reattive alle situazioni ansiose e per questo hanno un effetto eccitatorio sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, stimolando e facilitando lo sviluppo di una serie di vissuti fisiologici tipici dell’ ansia.

Fascicoli cerebrali

Nella fisiopatologia dei disturbi d’ ansia è stata da tempo ipotizzata l’esistenza di un circuito della paura, avente come centro l’amigdala, area centrale della regolazione delle risposte autonomiche e comportamentali legate alla paura. Questa via cerebrale svolge la funzione di attribuzione di significato emotivo a uno stimolo esterno e di sviluppo della memoria correlata ad una emozione.

La corteccia prefrontale mediale invia importanti informazioni all’amigdala, in grado di attenuare le risposte di ansia e paura e di estinguere le risposte emotigene derivate da uno stimolo, e avvisa l’amigdala quando la minaccia o il rischio sono terminati.
Inoltre, ricerche recenti hanno individuato un circuito neuronale che collega il setto laterale ad altre strutture cerebrali che influenzano in maniera diretta gli episodi ansiosi. Pare che anche un’attivazione breve e transitoria di questi neuroni è in grado di produrre uno stato di ansia per almeno mezz’ora.

Asse ipotalamo ipofisi surrene

L’asse ipotalamo-ipofi-surrene riveste un ruolo fondamentale nella risposta a gli stimoli ansiogeni. L’attività dell’asse ipotalamo-ipofi-surrene consiste nella secrezione dell’ormone corticotropina da parte nel nucleo paraventricolare dell’ipotalamo. La corticotropina, trasportata nell’ipofisi anteriore, induce il rilascio di ormone adrenocorticotropo, il quale stimola la corteccia surrenalica a rilasciare i glucocorticoidi. Nell’uomo il principale glucocorticoide è il cortisolo, che si lega ai recettori intracellulari per i glucocorticoidi inducendo al manifestarsi di diverse reazioni fisiologiche. Il cortisolo è implicato nella modulazione della funzioni cardiovascolari, la ritenzione dei liquidi, il metabolismo, il sistema immunitario e le funzioni cerebrali.

Il cortisolo svolge la funzione di sostegno dell’omeostasi dell’organismo di fronte alla minaccia, in quanto stimola la vie cataboliche, agendo sul metabolismo di proteine, di lipidi e di glucidi. Esso facilita la glicogenesi, attraverso la sintesi di enzimi epatici e regola, in parte, l’escrezione e la distribuzione dell’acqua corporea, aumentando, così, la disponibilità di energia, che a sua volta incrementa la pressione arteriosa per sostenere un eventuale sforzo fisico o una corsa. Quindi, per concludere, il cortisolo è responsabile di tutte le manifestazioni più tipiche dell’ ansia che portano a cambiamenti anche negli stati emotivi e cognitivi; infatti, la concentrazione e l’apprendimento sono rivolte unicamente alla situazione ansiogena tralasciando il resto e considerando quello che si sta vivendo come una situazione unica e sconvolgente.

 

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Vincere le ossessioni (2018) di G. Melli: una guida per le persone che soffrono di DOC e per i loro familiari – Recensione del libro

Il testo Vincere le ossessioni di Gabriele Melli, è organizzato in tre parti: nella prima troviamo una spiegazione chiara delle caratteristiche del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), nella seconda viene presentato un programma di trattamento secondo i principi della terapia cognitivo-comportamentale e nell’ultima parte, infine, si offrono consigli pratici per familiari e amici, più un’appendice conclusiva per eventuali approfondimenti sul tema.

 

Vincere le ossessioni è un libro che spiega i meccanismi e le caratteristiche del Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) fornendo un programma di auto-aiuto, o aiuto guidato da un terapeuta, secondo la teoria cognitivo-comportamentale ed è indirizzato a chi soffre di questo disturbo, ma anche ai loro familiari e ai professionisti della salute. L’obiettivo è infatti duplice: da una parte si vuole proporre un percorso di cura senza un sostegno professionale, soprattutto per i casi meno complessi, dall’altra si offre ai professionisti della salute delle efficaci strategie di trattamento.

Il volume è organizzato in tre parti: nella prima troviamo una spiegazione chiara delle caratteristiche del disturbo, nella seconda viene presentato un programma di trattamento secondo i principi della terapia cognitivo-comportamentale e nell’ultima parte, infine, si offrono consigli pratici per familiari e amici e un’appendice conclusiva per eventuali approfondimenti sul tema. Tutto ciò è opera di Gabriele Melli, psicologo psicoterapeuta, docente presso numerose scuole di specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale nonché Presidente dell’Associazione Italiana Disturbo Ossessivo-Compulsivo (AIDOC): un nome una garanzia, insomma.

Conoscere il DOC

Nella prima parte del libro Vincere le ossessioni, l’autore ci spinge all’interno dei meccanismi del Disturbo Ossessivo-Compulsivo, dove scopriamo quali sono le diverse tipologie di DOC, la frequenza e le cause d’insorgenza. Una parte interessante riguarda quei disturbi che spesso sono confusi con il DOC, come la depressione o l’ipocondria, che spinge l’autore a fare una riflessione sull’importanza di distinguere il significato clinico del termine ossessione da quello meramente colloquiale, per evitare di sovrastimare le normali preoccupazioni che tutte le persone hanno e che nulla hanno a che fare con un disturbo così invasivo. Conoscere per saper riconoscere, insomma. La semplicità del linguaggio aiuta le persone a capire veramente la tematica, nonostante l’ampiezza dell’argomento; i concetti esposti sono precisi ed accessibili a chiunque sia interessato al tema o affronti il problema in prima persona.

In merito all’eziologia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo è bene sottolineare che non esiste una causa singola e scientificamente dimostrata alla base del DOC, ma che invece si tratta di una costellazione di cause di carattere psicologico e neurobiologico. Segue quindi una rassegna dei principali studi in quest’ambito: si parte dal ricordare le scoperte di Freud, che vede il disturbo come conseguenza del crollo delle difese ed espressione degli impulsi libidici di natura anale, fino ad arrivare alle prime teorie cognitiviste degli inizi del ‘900 (Salkovskis e Steketee) che interpretano il DOC in termini di particolari meccanismi di pensiero disfunzionali. Da ricordare anche il contributo delle teorie neuro-biologiche che tentano di spiegare l’insorgere del Disturbo Ossessivo-Compulsivo in termini di alterazioni funzionali di specifiche aree cerebrali, ma che non risultano utili ai fini di un efficace trattamento psicoterapeutico.

L’ultimo capitolo della prima parte del volume inizia ad entrare nel merito del trattamento che prevede spesso l’utilizzo combinato di psicofarmaci ed un percorso psicoterapeutico di stampo cognitivo-comportamentale, talvolta necessari per un miglioramento psicofisico nel lungo tempo. L’autore passa in rassegna i principali contributi farmacologici che risultano efficaci nel trattamento del DOC, dove spesso troviamo vincente l’associazione tra antidepressivi SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) e neurolettici, soprattutto con pazienti con scarsa consapevolezza della malattia.

Psicoterapia cognitivo-comportamentale: di cosa si tratta?

Per chi ancora non la conoscesse, la psicoterapia cognitivo-comportamentale rappresenta una forma di trattamento psicologico molto diffuso e scientificamente fondato, che si basa su alcuni assunti fondamentali:

  • è orientata alla scopo: il paziente concorda con lo psicoterapeuta obiettivi specifici, che possono mutare con il proseguo della terapia;
  • è pratica: lo scopo del trattamento si basa sulla risoluzione di obiettivi concreti;
  • è centrata sul “qui ed ora”: la terapia cerca di attivare tutte le risorse della persona al fine di imparare nuove strategie di gestione dei problemi attuali, per aiutarlo a uscire dalle sue “trappole mentali”;
  • è attiva: paziente e terapeuta sono entrambi parte attiva nel processo terapeutico. Non mancano homework per il paziente al fine di mettere in pratica, fuori dal setting terapeutico, le strategie apprese;
  • è collaborativa: paziente e terapeuta lavorano insieme, perseguendo i medesimi scopi condivisi e discussi;
  • è a breve termine: la durata è variabile ma perlopiù breve. Spesso il trattamento risulta concluso nell’arco di sei-dodici mesi. Per disturbi più gravi, che richiedono una presa in carico più estesa, risulta vantaggioso l’uso di psicofarmaci e altre forme di trattamento.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è costituita da due approcci: quello cognitivo e quello comportamentale. La psicoterapia comportamentale è basata sui principi dell’apprendimento, per cui si vanno a modificare i pensieri e le emozioni partendo dai comportamenti della persona. Nello specifico caso del DOC, una tra le tecniche più incisive è quella dell’esposizione e prevenzione della risposta. L’esposizione allo stimolo ansiogeno si basa sul principio che l’ansia comincia a diminuire dopo un lungo contatto con lo stimolo stesso ma, affinché la tecnica sia efficace, è necessario combinarla con la prevenzione della risposta che prevede che il paziente sospenda, o riduca, i comportamentali ritualistici, ovvero le compulsioni.

Cosa fare in concreto?

La seconda parte di Vincere le ossessioni fornisce indicazioni, passo dopo passo, per portare a termine un percorso di auto-aiuto efficace. Le fasi da seguire sono quattro. Il tutto è molto schematico ma sempre mantenendo una certa delicatezza nell’affrontare il problema.

Per prima cosa si consiglia di fare un’autovalutazione rispetto allo stato del proprio disturbo a cui segue, in secondo step, un’attenta educazione al DOC per comprendere come si sviluppa e come si presenta. La terza fase comprende un programma di trattamento del DOC con compulsioni e uno per il DOC caratterizzato da ossessioni pure. L’ultima parte, infine, insiste sull’importanza di prevenire le ricadute.

Prima fase: autovalutarsi

Per prima cosa il paziente deve capire quali sono i suoi sintomi e quanto grave sia il suo DOC. Schede e questionari auto-somministrati aiutano a individuare il sottotipo di DOC di cui si soffre e il livello di problematicità (Y-BOCS, la Yale-Brown Obsessive-Compulsive Scale, costruita da W. Goodman, S. Rasmussen e colleghi nel 1989 e modificata nel 1992).

Seconda fase: conoscere a fondo il disturbo

Questa sezione permette di chiarire un punto fondamentale: ciò che differenzia un paziente ossessivo da una persona senza disturbo è la frequenza con cui alcuni pensieri “bizzarri” si presentano alla mente delle persone e non la qualità di essi, cioè il fatto che siano appunto strani. Ad ognuno di noi capita di avere in testa pensieri bizzarri, ma questo non significa soffrire di ossessioni. Le persone “normali” riescono a tollerare l’ansia connessa a certi pensieri, a differenze di un paziente DOC, che ritiene, invece, quel pensiero fastidioso e considera intollerabile il disagio che tale pensiero gli suscita.

Terza fase: il trattamento vero e proprio

Il fulcro del trattamento è sicuramente l’utilizzo di principi comportamentali che prevedono l’uso di tecniche di esposizione graduata e prevenzione della risposta. Ma di cosa si tratta? Come già accennato, l’esposizione consiste nel porsi ripetutamente ed intenzionalmente nelle situazioni temute e che provocano disagio, mentre la prevenzione della risposta consiste nell’astenersi, in modo graduale, dal mettere in atto le consuete azioni che permettono di alleviare il disagio dovuto dalle ossessioni.

Queste tecniche rappresentano le procedure più efficaci nel trattamento del DOC ma non sono sempre facili da portare a termine. Come sottolinea più volte l’autore di Vincere le ossessioni, infatti, la fatica di portare avanti questo programma potrebbe essere tanta e i progressi potrebbero essere non sempre costanti, anzi. Usando le sue parole:

Ogni guerra è composta da tante battaglie. Potete vincere la vostra guerra anche perdendo alcune battaglie.

Un messaggio forte e realistico, che evidenzia le difficoltà insite nel trattamento del Disturbo Ossessivo-Compulsivo ma allo stesso tempo le sue potenzialità.

Quarta fase: prevenire le ricadute

Premessa essenziale è considerare il DOC come un disturbo ad alto tasso di ricadute. Questa parte del volume espone tutte le procedure e i consigli affinché le persone possano mantenere nel tempo gli effetti positivi del trattamento che hanno appena concluso. Questa sezione è fondamentale all’interno del trattamento stesso, nonostante spesso si sottovaluti l’importanza di proteggersi da eventuali ricadute.

Ciò che conta in questa fase è continuare ad esporsi alle situazioni temute, anche dopo la fine del trattamento; perseverare nell’astenersi dal mettere in atto i rituali; comprendere che un momento di stress potrebbe facilitare l’insorgere di preoccupazioni ossessive, ma che ciò non significa rischiare una vera ricaduta.

Suggerimenti per familiari e amici

La terza ed ultima parte di Vincere le ossessioni offre un’appendice molto utile per familiari ed amici di persone con Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Una famiglia collaborativa è un elemento essenziale per una buona riuscita del trattamento, nonostante spesso la famiglia sia incapace di fornire aiuto nel modo corretto. Per ovviare a questo, l’autore ha ritenuto necessario fornire dei consigli e delle indicazioni pratiche su come un familiare o un amico possa prendere parte nel migliore dei modi al trattamento.

Conclusioni

Semplicità ed accuratezza rappresentano le caratteristiche fondamentali di Vincere le ossessioni, un volume che è in grado di spiegare il funzionamento del DOC attraverso un linguaggio altamente comprensibile. Ciò che abbiamo apprezzato di questo testo è la capacità di parlare di un argomento profondamente complesso in maniera essenziale ma al tempo stesso esaustivo, che porta il lettore a trattare il problema con un atteggiamento razionale e distaccato al punto giusto.

La drammatizzazione del problema viene superata grazie ad un stile conciso ma rigoroso, che permette al lettore di acquisire consapevolezza della sua problematica e di stimolare un atteggiamento attivo orientato alla cura di sé.

Combattere la solitudine sentendoci meno disgustati da noi stessi

La solitudine è un sentimento molto diffuso all’interno della società attuale e sempre di più a tale condizione si accompagna un senso di disgusto verso di sé. Proprio per questo motivo per affrontare in maniera efficace i sentimenti di solitudine che ci riferiscono i nostri pazienti potrebbe essere necessario andare oltre gli interventi focalizzati sulla riduzione dell’isolamento sociale.

 

Un commento di Antonia Ypsilanti, professoressa di psicologia cognitiva alla Sheffield Hallam University, UK, recentemente apparso su Palgrave Communication, un open-journal affiliato a Nature, offre una riflessione sulla relazione tra solitudine e sensazione di disgusto verso se stessi, uno stato affettivo di tipo avversivo che riflette disgusto verso la propria persona. L’autrice sottolinea l’importanza di prendere in considerazione tale stato nei trattamenti focalizzati sulla riduzione dell’isolamento sociale e della solitudine, in quanto il mero apprendimento di abilità e la ricerca di opportunità di contatto sociale risulterebbero inefficaci nei soggetti con un’alta percezione di self-disgust, più inibiti e recalcitranti al contatto sociale.

Un report della World Health Organization suggerisce che la solitudine, o più in generale, il sentirsi soli, socialmente isolati o esclusi è tra i fattori di rischio più significativi per l’insorgenza di problematiche relative alla salute mentale fra gli adulti (WHO, 2017). In particolare la solitudine, cioè la discrepanza percepita tra i propri bisogni sociali soggettivi e la misura in cui questi vengono soddisfatti attraverso interazioni sociali significative, rappresenta un sintomo transdiagnostico, che correla con altri disturbi quali ansia, stress cronico, depressione, rischio suicidario, problematiche del sonno (Cacioppo et al., 2015), spesso in modo persistente aggravando il quadro clinico.

Gli effetti della solitudine sul benessere psicofisico sarebbero paragonabili a quelli determinati dai maggiori fattori di rischio per la salute come l’obesità e il fumo di sigaretta, effetti che nelle persone “sole” aumenterebbero del 26% la probabilità di mortalità (Ypsilanti, 2018).

Partendo da questi dati, numerose organizzazioni che si occupano di salute mentale si stanno attivando per lo sviluppo di programmi e interventi sociali volti ad aumentare la consapevolezza circa questo fenomeno e ridurne così la prevalenza nella popolazione, attraverso l’apprendimento di skills sociali e l’offerta di nuove opportunità per incrementare la propria rete amicale favorendo relazioni interpersonali.

Solitudine e disgusto verso se stessi: come è possibile aiutare chi vive questa condizione?

Tuttavia l’autrice del commento preso in considerazione sottolinea che in molti casi il miglioramento delle abilità sociali o l’aumento dei contatti nella propria rete sociale non sarebbero sufficienti o pienamente appropriati per le persone che esperiscono solitudine, in quanto in esse i prevalenti sentimenti negativi verso se stessi, costituiti dal self-disgust, ostacolerebbero seriamente la nascita di relazioni e che, di conseguenza, per poter intervenire efficacemente sulla solitudine occorrerebbero trattamenti specifici e mirati al self-disgust (Ypsilanti, 2018).

Il disgusto verso se stessi o self-disgust è propriamente uno stato affettivo negativo il cui contenuto è determinato da una predisposizione all’esperienza di disgusto autoriferito appresa nel corso di numerose e precoci esperienze di vita, in cui la persona gradualmente ha imparato a far propri giudizi negativi su di sé a seguito di processi di confronto sociale. Tali giudizi nel corso del tempo sono andati a costituire un repertorio di credenze disfunzionali sul sé che si sono associate a emozioni negative come colpa e vergogna (Overton, Markland, Taggart et al., 2008), emozioni che la persona esperisce nel momento in cui si riattiva questa catena di pensieri disfunzionali.

La percezione di solitudine indurrebbe così stati negativi legati all’avversione, l’odio e la disapprovazione verso se stessi, mantenuti da processi di ruminazione autocritica in cui la persona è intrappolata in un circolo vizioso di auto denigrazione, insicurezza, bassa autostima e mancanza di attrattività che alimentano il self-disgust e inibiscono la persona dall’intraprendere attività sociali (Ypsilanti, 2018).

La percezione di isolamento sociale associata al self-disgust è maggiormente presente nei giovani adulti rispetto agli anziani ed è significativamente connessa all’inibizione sociale, un tratto di personalità che predispone i soggetti a tensioni e insicurezze in contesti relazionali (Lazarus, Ypsilanti, Powell & Overton, 2018).

Attualmente non esistono piani specifici per la riduzione del disgusto verso se stessi, tuttavia diversi interventi come quelli basati sulla self-affirmation (l’autoriflessione sui propri punti di forza e tratti positivi), la mindfulness e la self-compassion sembrerebbero avere buone prove di efficacia su tale stato negativo, in quanto hanno come target sia la modifica dei contenuti autodenigratori sia l’interruzione dei processi ruminativi che intensificano e aggravano il self-disgust. A parere dell’autrice, data questa relazione tra disgusto verso se stessi e solitudine, in particolare gli interventi che utilizzano la self-compassion risulterebbero più idonei per la riduzione della solitudine, dal momento che mirano alla modifica delle autovalutazioni estremamente negative, quindi anche quelle relative al disgusto di sé, per alleviare le emozioni spiacevoli ad esse associate (Ypsilanti, 2018).

Ben is back (2018): il doloroso intreccio tra tossicodipendenza, amore e paura – Recensione del film

Nel salotto ci sono i pacchetti regalo, l’albero è illuminato, Babbo Natale atteso. Ma Ben is Back, anche se si svolge nella giornata della vigilia, non è un film strenna. Al contrario è un dramma, quello di una famiglia che si appresta a festeggiare il Natale quando nel salotto di casa si presenta il figlio tossico.

 

Ben is back appunto. È tornato, e nessuno lo aspettava perché era in un centro di disintossicazione e recupero, perché in quelle comunità ci devi restare a lungo prima di potere riaffrontare il terreno dove hai sviluppato la dipendenza. Ma Ben non ha retto all’isolamento, è tornato a casa. Solo un giorno, promette, per festeggiare tutti insieme. Saranno 24 ore di inferno. Per tutti.

Il film è del regista Peter Hedges, che è anche drammaturgo, romanziere e sceneggiatore. Un autore che ha sempre voluto raccontare storie di nuclei familiari non proprio da mulino bianco. Anche per esperienze personali.

Vengo da una famiglia che è stata profondamente colpita dalla dipendenza, alcool e droga – ha raccontato presentando il film ai giornalisti – Alcuni membri si sono ripresi, altri non ce l’hanno fatta e alcuni stanno ancora lottando. Per questo ho voluto fare un film per esplorare come una persona ferita può avere un impatto su tutti gli altri membri della famiglia.

L’”impatto” raccontato nel film è doloroso. Da una parte la madre di Ben, Holly, interpretata da una bravissima Julia Roberts: abbraccia felice il figlio, e forse per l’ennesima volta si illude di poterlo aiutare con la forza del suo affetto. Dall’altra la sorella e il patrigno del ragazzo: più scettici, temono che il ragazzo devasti le loro vite tranquille come è successo altre volte. E già nelle prime scene si assiste a un classico scambio di accuse, il rimpallo delle colpe: “voi lo avete abbandonato”, “il tuo amore incondizionato non può bastare”, “è un tossico, tu sei viva, lui non più”.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI DEL FILM:

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza, amore e paura - Recensione 1

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza amore e paura Recensione 2

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza amore e paura Recensione 3

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza amore e paura Recensione 4

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza amore e paura Recensione 5

Ben is back: tra speranze e dolore

Sono ventiquattro ore disperate quelle che ci racconta il film Ben is back. Ventiquattro ore in cui si snocciolano paure, speranze e l’immenso dolore di chi vuole bene a un tossico. Al rientro da una festa di Natale in chiesa la famigliola trova la casa saccheggiata, e ancora peggio, è sparito l’amato cagnolino dei fratellini.

È evidente che qualcuno della banda di pusher che teneva legato Ben vuole regolare i conti in sospeso. Inizia a quel punto una lunga notte di ricerca del cane. Il ragazzo ripercorre i luoghi dove si era perso fino a diventare tossicodipendente, rivede le persone che lo hanno spinto e accompagnato in questa sua discesa nell’inferno della droga. La madre scopre fino a che punto sia riuscito a farsi del male Ben, e quanto la sua dipendenza sia stata sfruttata, persino da un professore che in cambio di sesso gli forniva le pillole antidolorifiche della moglie malata terminale.

È emozionante l’incontro di Holly con la mamma di Maggie, una ragazzina coetanea di Ben che a differenza dell’amico non ce l’ha fatta, è morta di overdose. Holly ha perso di vista il figlio, l’altra la sprona a cercarlo: “Non possiamo salvarli, ma se non ci provi ti odierai”.

Ben is back è un classico esempio di buon cinema drammatico americano, aiutato in questo caso da una grande cast. Il ragazzo è interpretato da Lucas Hedges, il figlio del regista, oggi considerato uno dei giovani attori più talentuosi nel panorama internazionale. Lavora da quando aveva dieci anni e forse lo ricordate perché ha recitato in Manchester by the sea, che gli è valso una candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista, e più recentemente in Tre manifesti a Erbing, Missouri.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI DEL FILM:

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza amore e paura Recensione 6

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza amore e paura Recensione 7

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza amore e paura Recensione 8

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza amore e paura Recensione 9

Ben is back 2018 tra tossicodipendenza amore e paura Recensione 10

Avevo giurato a me stesso di non lavorare mai in un film di mio padre, ma…” Ma poi pare sia stata la stessa Julia Roberts a chiedere di recitare con lui. E il duetto messo in scena dai due è vincente, il rapporto madre e figlio che sono riusciti a portare sullo schermo ricco di sfumature, emotivamente coinvolgente. Per Julia Roberts il ruolo di questa madre coraggio che rifiuta di arrendersi è la naturale evoluzione di una carriera che aveva costruito sulla favola di Pretty Woman. Ora che ha svoltato i cinquant’anni dimostra di essere un’attrice che sa scegliere con intelligenza i ruoli da interpretare.

Il film era stato presentato con successo al Festival di Toronto e poi alla Festa del cinema di Roma, dove aveva vinto il Premio speciale della giuria ad Alice nella città. Arriva nelle sale il 19 dicembre. Una buona alternativa ai cosiddetti panettoni natalizi.

 

BEN IS BACK – IL TRAILER DEL FILM:

https://www.youtube.com/watch?v=EbtNWSbtZD8

Perché resti se sei infelice? Quando si rimane in una relazione sentimentale anche se non si sta più bene

I motivi che ci spingono a restare in una relazione sentimentale insoddisfacente sembra che non siano legati soltanto al proprio interesse personale, ma in alcuni casi c’è una componente altruistica.

 

“Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai” cantava De André nel 1973, con l’album “storia di un impiegato”, e oggi le persone come vivono le proprie relazioni? Come scelgono con chi stare e soprattutto come scelgono con chi smettere di stare?

Un gruppo di ricercatori canadesi ha cercato di trovare risposta al quesito “Come mai le persone non lasciano i propri partner quando la loro relazione sentimentale inizia a non essere più soddisfacente?”.

In prima linea a occuparsi dell’argomento troviamo Samantha Joel, attualmente professore presso la Western University (Ontario), insieme ai colleghi Emily Impett della Toronto University, Stephanie Spielmann della Wayne State University e Geoff MacDonald, della Toronto University.

Studi precedenti avevano dimostrato che i fattori che incidono sulla decisione di interrompere una relazione sentimentale sono: il tempo, le risorse personali e le emozioni investite nella relazione; sempre questi stessi fattori guidano anche la scelta di rimanere in una relazione sentimentale nonostante l’insoddisfazione, se l’alternativa è meno attraente. Ad esempio, molte persone preferiscono rimanere in una relazione insoddisfacente piuttosto che star sole o se valutano che i partner alternativi e disponibili al momento siano meno attraenti di quello attuale (Sung & Choi, 2010). In questi casi, decidere di rimanere in una relazione romantica o di rompere il patto coniugale, ha a che fare unicamente con l’interesse personale.

Eppure, lo studio sopra citato di Joel, fa emergere una nuova prospettiva: le decisioni prese dinnanzi ad una relazione sentimentale insoddisfacente in alcuni casi coinvolgono una componente altruistica.

Lo studio

Dallo studio, condotto su un campione di 500 partecipanti monitorati per due settimane, è emerso che quando le persone percepivano il proprio partner come fortemente impegnato nel rapporto erano meno propense a interrompere la relazione.

Questo atteggiamento è stato riscontrato anche nelle persone che non erano realmente impegnate nella relazione sentimentale o che erano personalmente insoddisfatte. Emerge, inoltre, un atteggiamento per cui non si vuole danneggiare i propri partner e ci si preoccupa per ciò che questi realmente vogliono – afferma Samantha Joel.

Il partner infelice e insoddisfatto, di fronte all’impegno dell’altro, spera che la relazione sentimentale possa migliorare.

Una cosa che non sappiamo è quanto siano accurate le percezioni dei partner insoddisfatti. Potrebbe essere che la persona sopravvaluti l’impegno affettivo dell’altro partner e il dolore che proverebbe a causa della rottura. – continua l’autrice.

Basare la propria scelta di restare nella relazione sulla dipendenza percepita da parte del partner nei propri confronti e sul suo impegno, potrebbe tuttavia nascondere numerose insidie qualora la relazione sentimentale non dovesse realmente migliorare: il tempo di una relazione non soddisfacente è stato prolungato e di conseguenza le emozioni negative si sono accumulate nel tempo.

Per gli autori rimane ancora aperta la questione se rimanere in una relazione per l’amore nutrito nei confronti di un partner che non ricambia possa essere un fenomeno diffuso, ma concludono con il retorico interrogativo “chi vuole continuare a investire in una relazione con un partner che non vuole realmente starci?”.

 


 

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La rubrica fluIDsex è un progetto della Sigmund Freud University Milano.

Sigmund Freud University Milano

Oh oh oh.. anche quest’anno sono in ritardo coi regali di Natale. Perché procrastiniamo anche a Natale?

La procrastinazione “natalizia” è stata oggetto di diverse ricerche psicologiche che hanno messo in evidenza le caratteristiche e i fattori che influenzano tale fenomeno.

 

Natale è alle porte, per le strade ormai si respira un’aria di festa che va mescolandosi allo scoppientante odore di caldarroste, le vetrine con neve finta accompagnano le passeggiate in centro e in testa tornano prontamente, a turno, “Let it snow, let it snow, let it snow”, “Last Christmas I gave you my heart..”. E così, tra un ritornello e l’altro, la mente va ai vicini pasti abbondanti con parenti e amici. Bello pensare a quando, tutti insieme vicino all’albero, ci scambieremo i rega…oh caspita…i regali!! Devo assolutamente comprare i regali!!!

Alzi la mano chi, a pochi giorni da Natale, non ha ancora pensato a tutti i regali. Ci sarà qualcuno che ne alzerà due perché forse non ha pensato neanche al primo regalo della lista… eppure rimandiamo, nonostante siamo consapevoli di doverci dedicare prima o poi agli acquisti, onde evitare lo sguardo furente del negoziante che il 24 Dicembre alle 21.07 non può chiudere il negozio perché siamo ancora indecisi su cosa regalare alla cara vecchia zia. Rimandiamo l’acquisto dei regali… anche la nostra procrastinazione cede al fascino del Natale!

Il fenomeno della procrastinazione “natalizia” è stato analizzato anche dai ricercatori, già diversi anni fa. In una ricerca di Joseph R. Ferrari (1993), condotta su 240 clienti di un centro commerciale, sono stati analizzati i punteggi di procrastinazione dei partecipanti, la vicinanza al giorno di Natale e le motivazioni degli acquirenti a comprare proprio in quel particolare giorno. Dalle analisi è emerso che gli acquisti raggiungevano il picco massimo alla vigilia di Natale e correlavano con la scadenza dei buoni sconto messi in palio dal centro commerciale come ricompensa per partecipare allo studio. Le persone con punteggi di procrastinazione più alti hanno riportato diverse motivazioni alla base del loro rimandare: si sono così distinti i procrastinatori oberati di lavoro (che rimandano l’acquisto dei regali perché sommersi da impegni lavorativi) e i procrastinatori dalla debole autostima (che tardano l’acquisto per non auto-confermarsi la credenza di essere incapaci anche nel comprare regali). Dunque alcuni procrastinatori si lasciano condizionare da aspetti più situazionali, mentre altri si lasciano bloccare dalla percezione delle proprie carenze.

Sarebbe interessante replicare lo studio ai giorni nostri, magari esaminando i cambiamenti tra i procrastinatori anche alla luce dell’avvento dell’e-commerce.

Un successivo studio (Spangenberga et al. 2005) ha preso in esame quali tipi di stimoli ambientali possono favorire gli acquisti. Utilizzando gli stimoli associati alle festività natalizie, la ricerca di Spangenberga e colleghi ha esplorato gli effetti congiunti del profumo ambientale e della musica sulle valutazioni dei consumatori di un negozio. I risultati hanno indicato che gli effetti di un profumo tipicamente natalizio sono moderati dalla natura della musica di sottofondo. In particolare, la propensione dei consumatori all’acquisto è più elevata quando, nel negozio, insieme al profumo natalizio viene fatta ascoltare anche musica natalizia. Quando in presenza di profumi natalizi, invece, viene diffusa musica di diverso tipo (non natalizia) tale propensione si riduce notevolmente. Insomma… ai negozianti è consigliato di munirsi di aroma alla cannella e cd di Michael Bublé.

Se comunque la vostra procrastinazione non cede nemmeno ad aromi e musichette, ci pensano i risultati di un ulteriore studio (Kasser & Sheldon, 2002) a consolarci e, forse, a ricordarci quale dovrebbe essere il vero spirito del Natale.

È stato chiesto a 117 individui, di età compresa tra 18 e 80 anni, di rispondere ad alcune domande sul loro grado di soddisfazione, stress e stato emotivo durante il periodo natalizio. Sono state inoltre poste domande sulle esperienze personali vissute durante le festività, sull’uso di denaro e sui comportamenti di consumo. Il grado di soddisfazione e i livelli di felicità più alti vengono riportati quando gli individui vivono esperienze di condivisione in famiglia o esperienze di tipo religioso. Il benessere diminuirebbe invece quando le persone risultano essere più coinvolte nelle attività legate allo spendere denaro e al ricevere regali. In breve, gli aspetti materialistici delle moderne celebrazioni natalizie potrebbero minare il benessere individuale, mentre le attività familiari e spirituali possono aiutare le persone a sentirsi più felici e soddisfatte.

Se non avete ancora comprato tutti i regali, quindi, non preoccupatevi, ora sapete che anche regalare il vostro tempo agli altri può renderli felici.

Io, per non sbagliare però, corro a comprare un piccolo regalo di Natale anche per me: l’ultimo manuale di auto-aiuto per procrastinatori cronici.

Perché notiamo più rapidamente una voce aggressiva rispetto ad una normale o felice?

Cosa succede al nostro cervello di fronte a un segnale minaccioso, come per esempio un’espressione di rabbia o una voce aggressiva? L’Università di Ginevra ha pubblicato una ricerca riguardante l’attività cerebrale durante il processamento di diversi stimoli vocali emotivi.

 

I risultati di tale studio evidenziano un meccanismo che ci permette di notare più rapidamente una voce che percepiamo minacciosa rispetto ad una voce considerata normale o felice. La nostra attenzione è, pertanto, più focalizzata su voci minacciose in modo da permetterci di riconoscere chiaramente la provenienza della minaccia potenziale.

Vista e udito sono due dei principali sensi che ci permettono di interagire con l’ambiente. Ma cosa succede nel cervello quando si percepisce uno stimolo minaccioso, come distinguiamo una voce aggressiva dal resto del rumore che ci circonda? Come viene processata l’informazione nel cervello?

Per rispondere a queste domande, i ricercatori dell’Università di Ginevra hanno analizzato l’attività cerebrale durante il processamento delle diverse voci.

Cosa hanno scoperto i ricercatori dell’Università di Ginevra?

Secondo quanto emerso dal presente studio, il nostro cervello sfrutterebbe le sue risorse quando percepisce un pericolo per attivare un comportamento adeguato per la sopravvivenza. Vista e udito sono, quindi, i sensi che permettono agli esseri umani di individuare situazioni minacciose.

Nonostante la vista sia fondamentale, non ci permette tuttavia una copertura a 360 gradi dello spazio circostante, a differenza dell’udito. È questo il motivo per cui i ricercatori si sono interessati a capire quanto velocemente la nostra attenzione risponde alle diverse intonazioni delle voci intorno a noi e come il nostro cervello affronta le diverse situazioni potenzialmente pericolose.

Per esaminare le risposte cerebrali alle minacce relative all’ambiente uditivo, i ricercatori hanno presentato 22 brevi suoni (600 millisecondi) consistenti in voci umane neutrali, arrabbiate o gioiose. Utilizzando due altoparlanti, questi suoni sono stati presentati a 35 partecipanti mentre un elettroencefalogramma misurava l’attività elettrica del cervello. Più nello specifico, i ricercatori si sono focalizzati sulle componenti elettrofisiologiche correlate al processamento uditivo-attentivo. Ogni partecipante ha ascoltato due suoni simultaneamente: due voci neutrali, una neutrale e una arrabbiata, infine una neutrale e una felice. Quando i partecipanti percepivano rabbia o gioia, dovevano rispondere premendo una chiave su una tastiera il più accuratamente e rapidamente possibile. I ricercatori hanno poi misurato l’intensità dell’attività cerebrale quando l’attenzione era focalizzata sui diversi suoni, come anche la durata di tale attenzione prima di un ritorno allo stato di base.

Attraverso i dati ottenuti dall’encefalogramma, è stato poi esaminato uno specifico marker cerebrale dell’attenzione uditiva chiamato N2ac. Ciò che è emerso è che, quando il cervello percepisce un suono con intonazione emotiva, l’attività N2ac viene attivata dopo 200 millisecondi. Ma, quando il cervello percepisce rabbia, l’attività N2ac è amplificata e dura più a lungo. Questo non succede nel caso dei suoni con intonazione vocale felice. Di conseguenza, dopo 400 millisecondi, la nostra attenzione deve disimpegnarsi dallo stimolo vocale emotivo. A questo punto, interviene un altro marker cerebrale dell’attenzione uditiva, chiamato LPCpc. Anche in questo caso, l’attività del LPCpc è più forte per le voci aggressive rispetto a quelle felici.

Ma perché? La rabbia può essere un segnale per una minaccia potenziale, per questo motivo il cervello analizza questa tipologia di stimoli per un tempo più lungo. Nell’ambiente uditivo, questo meccanismo ci permette di non allarmaci al più piccolo segnale potenzialmente minaccioso o, al contrario, di adottare il comportamento più appropriato in caso di pericolo. Quei millisecondi extra di attenzione sono, pertanto, cruciali per un’interpretazione accurata di una minaccia in un ambiente uditivo complesso.

In conclusione, questo studio ha dimostrato per la prima volta che in poche centinaia di millisecondi, il nostro cervello diventa sensibile alla presenza di voci aggressive. Questa rapida individuazione della fonte della minaccia potenziale in un ambiente complesso è essenziale nelle situazioni critiche e, soprattutto, gioca un ruolo fondamentale per la nostra sopravvivenza.

Correlazione tra i traumi vissuti nell’infanzia e le esperienze psicotiche

I ricercatori dell’Università di Bristol hanno stabilito l’esistenza di un nesso causale tra i traumi infantili e le esperienze psicotiche a 18 anni.

 

Il Professore Stanley Zammit di Psichiatria dell’Università di Bristol e dell’Università di Cardiff sostiene che l’importanza di questo studio risiede nella possibilità che offre di indagare l’importanza del trauma infantile nell’eziologia delle esperienze psicotiche, fornendo così un utile supporto all’approccio clinico volto a ridurre l’impatto dei sintomi psicotici nei giovani adulti, che spesso vivono questi sintomi in modo molto angosciante.

I risultati dello studio, pubblicati su JAMA Psichiatry, mostrano l’associazione tra i diversi tipi di traumi infantili e le esperienze psicotiche successive su un campione molto ampio di popolazione.

Lo studio

I ricercatori hanno utilizzato i dati dell’Avon Longitudinal Study (ALSPAC), che raccoglie informazioni su un campione di bambini e genitori molto numeroso; in particolare i dati analizzati si riferivano a bambini le cui madri, durante la gravidanza, risiedevano nella zona sud-ovest dell’Inghilterra, e avevano il termine del parto tra l’aprile 1991 e il dicembre 1922. Il campione in totale ha coinvolto 4.433 partecipanti, con un’età media pari a 17.8 anni; per il 56,5% erano femmine.

Sono stati inclusi nello studio sia i dati sulle esperienze psicotiche, sia le variabili dei traumi infantili derivate dalle valutazioni completate dai genitori o auto-riferite dai partecipanti.

Le variabili prese in esame rispetto ai traumi infantili includevano l’esposizione a qualsiasi tipo di trauma dall’età 0-17 anni, suddivisi in: esposizione a traumi nella prima infanzia (0-4.9 anni), nell’infanzia media (5-10.9 anni), nell’adolescenza (11-17 anni). Rispetto a precedenti ricerche si è inoltre preso in esame con particolare attenzione le informazioni riguardanti il periodo in cui era avvenuto il trauma e il tipo di trauma.

Per esperienze psicotiche sono state considerate tutte quelle esperienze anomale, come ad esempio sentire le voci o sentimenti di paranoia.

Dai risultati è emerso che l’esposizione a qualsiasi tipologia di trauma fino all’età di 17 anni è associata a maggiori probabilità di avere esperienze psicotiche all’età di 18 anni. Secondo i ricercatori, tra il 25 e il 60% dei giovani che hanno riportato sintomi psicotici (cioè il 5% del campione) non li avrebbero sviluppati se non fossero stati esposti a traumi infantili come esperienze di bullismo, violenza domestica o abbandono emotivo nell’infanzia.

Attraverso un’analisi finalizzata a ridurre al minimo la causalità inversa, il trauma adolescenziale è stato anche associato a esperienze psicotiche incidenti avvenute nell’ultimo anno all’età di 18 anni. I risultati si sono distribuiti in maniera uniforme indipendentemente dallo stato socioeconomico o dal rischio genetico e dai problemi di salute mentale.

Conclusioni

Dal momento che circa il 5% della popolazione riferisce di aver vissuto esperienze psicotiche in un certo momento della propria vita, e a queste esperienze spesso conseguono ulteriori problemi di salute mentale, è importante indagare ulteriormente il ruolo del trauma nell’aumentare questo rischio.

I risultati di questo studio sostengono che lo screening di routine per le esperienze psicotiche nei bambini o nei giovani esposti ad un trauma dovrebbe essere considerato un valido strumento per la prevenzione di successivi problemi di origine mentale.

Di fatto comprendere come i traumi infantili possano condurre ad esperienze psicotiche potrebbe portare allo sviluppo di nuovi trattamenti per la psicosi.

 

Tra moglie e marito non mettere il dito? – Report dalla Conferenza del 1 dicembre a Pordenone

Il primo dicembre si è tenuta a Pordenone un’interessante conferenza dal titolo Tra moglie e marito non mettere il dito? organizzata dall’Ordine degli Psicologi della Regione Friuli Venezia Giulia che ha avuto come tema centrale la coppia nei suoi sempre più rapidi cambiamenti strutturali e culturali.

 

Crisi, conflitti, sessualità, diversità, genitorialità, separazioni e tradimenti, questi sono alcuni dei temi affrontati nella conferenza Tra moglie e marito non mettere il dito?, che diventano poi oggetto di lavoro per lo psicologo e psicoterapeuta che accoglie una richiesta di terapia di coppia.

I relatori che hanno preso parte alla conferenza sono stati: la Dott.ssa Umberta Telfener, Psicologa e Psicoterapeuta, Didatta del Centro milanese di Terapia della Famiglia e autrice di diversi libri di successo sia tecnici che divulgativi attinenti al tema della coppia; la Dott.ssa Gabriella Rifelli, Psicologa e Psicoterapeuta Psicanalitica, Segretario Generale del Centro Italiano di Sessuologia e Direttore Didattico della Scuola di Sessuologia Clinica del Centro Italiano di Sessuologia; la Dott.ssa Roberta Marchiori, Psicologa e Psicoterapeuta, Mediatore Familiare, Didatta CMTF, Vice-direttore della sede di Padova e docente le sedi di Padova e Trieste del CPTF; il Dott. Fabrizio Quattrini, Psicologo e Psicoterapeuta, Socio fondatore Presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica (IISS) di Roma, docente dell’insegnamento di Clinica delle Parafilie della Devianza presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi dell’Aquila ed infine il Dott. Giandomenico Bagatin, Psicologo e Psicoterapeuta, Didatta di Psicoterapia in Italia e Spagna, Consigliere dell’Ordine Psicologi del Friuli Venezia Giulia.

Il ciclo di vita della coppia e gli interventi possibili: quando la coppia va dallo psicologo?

Ad aprire la conferenza è stato l’intervento della Dott.ssa Umberta Telfener, che ha iniziato spiegando come la coppia sia sempre più esposta a rapidi cambiamenti coi quali non riesce a tenere il passo. In tali cambiamenti, cambia anche il concetto e l’idea stessa dell’amore. Si è passati, secondo la Dott.ssa Telfener, dall’amore patriarcale, a quello neoromantico, emancipato, post-moderno fino al periodo iper-moderno dove le coppie, rispetto agli anni passati, non possiedono più una struttura sociale ben precisa, ma hanno la capacità di auto-definirsi e dunque spetta al terapeuta abbandonare i propri principi etici e morali, i propri vissuti e rigidità, per andare oltre alla visione di coppia formata da un uomo e una donna che vivono in maniera stabile, per guardare alla coppia che si presenta da noi, capace di auto-definirsi e scoprire come e perché si sia definita in quel modo.

La coppia possiede un suo ciclo vitale che parte dal momento dell’incontro, dell’illusione circa le caratteristiche di lui/lei che sottendono i nostri desideri, bisogni e aspettative, fino al momento della delusione e disillusione, momenti questi ultimi molto delicati nel determinare un proseguo più maturo della coppia, la rinegoziazione di nuove regole e l’apertura ad una nuova fase di vita della coppia, o come più spesso si assiste nell’ultimo periodo, alla fine e alla rottura della coppia stessa. In quest’ultima opzione molte coppie preferiscono che ognuno continui ad “andare per la propria strada, vedendo l’altro come nemico”.

Tra le persone che maggiormente richiedono di cominciare una terapia di coppia troviamo, secondo l’esperienza clinica della Dott.ssa Telfener:

Donne stufe, coppie che stanno cambiando valori, donne sole, coppie in difficoltà, coppie che non si sono formate o coppie con amori virtuali.

Una coppia che chiede aiuto, spiega la Dott.ssa Telfener, si mostra bloccata nelle dinamiche della coppia stessa, di ciascuno dei partecipanti, usualmente ripete soluzioni che si sono dimostrate fallimentari, reificando il circolo vizioso in cui ciascuno dei due membri della coppia è sempre molto impegnato a cambiare l’altro, a incolpare l’altro e non considera la propria partecipazione e responsabilità al gioco in atto.

Obiettivi di una terapia di coppia è dunque la riflessione sulla trama rigida portata in studio, l’identificazione di un doppio livello sia comportamentale che mitico della coppia stessa, l’identificazione del circuito paradossale, verso una ri-narrazione congiunta che integri passato e presente, individuo e relazione e l’auto-ridefinizione del contratto condiviso.

Le disfunzioni sessuali nella coppia: diagnosi e terapia sessuale

Nell’ambito delle disfunzioni sessuali nella coppia è intervenuta la Dott.ssa Gabriella Rifelli. Le disfunzioni sessuali, considerate dalla Dott.ssa “non una malattia ma sintomi di una patologia dell’essere”, sono state distinte in patologie maschili come il deficit erettile, eiaculazione precoce, eiaculazione ritardata; femminili come l’anorgasmia e vaginismo; e di entrambi, come la dispareunia, disturbo da desiderio sessuale ipoattivo e l’impotenza che può colpire l’uno, l’altro o la coppia.

Ciò che la Dott.ssa Rifelli sottolinea essere un importante punto di partenza durante la diagnosi, è riuscire ad individuare la causa dell’insorgere del problema, ossia se è di natura organica o psicogena (e non escludere l’eventuale collaborazione con la figura del medico di riferimento) in quanto, sottolinea la stessa, “ci occupiamo di persone che portano il problema” e non del problema in senso stretto.

Rispetto all’intervento, la Dott.ssa Rifelli ha presentato la Psicoterapia Mansionale Integrata (PMI), che utilizza la prescrizione di comportamenti, “mansioni”, che sembrerebbe rispondere in maniera funzionale alle problematiche sopracitate. Tra i suoi obiettivi tale approccio prevede risolvere l’eventuale ostilità di coppia, eliminare fattori ansiogeni, contrastare ed eliminare le resistenze, assumere un rapporto positivo con il proprio corpo ed il corpo dell’altro/altra, assumere conoscenza rispetto alla fisiologia delle risposte sessuali, elaborare strategie e tattiche seduttive, apprendere comportamenti nuovi e abbandonare quelli disfunzionali. Nel suo insieme il processo terapeutico fornirebbe al paziente la capacità di auto-osservarsi, riscoprendo se stesso e il partner sotto una nuova luce.

Quando la coppia finisce: vincoli e svincoli della separazione

Nonostante una coppia possa chiedere aiuto, ci sono amori che finiscono, che non riescono a superare, risolvere, rinegoziare ruoli e regole, dove il conflitto si esaspera bloccando l’evoluzione familiare e individuale, sia che la coppia si separi o che minacci la separazione ma resti insieme.

La Dott.ssa Roberta Marchiori ha approfondito il tema del conflitto di coppia, che viene definito dalla stessa come un conflitto che “crea un tempo fermo, di chi si trova coinvolto nel silenzio assordante”. Ma il conflitto, come spiega sempre la Dott.ssa Marchiori, indica in maniera malsana a presenza di una relazione ancora viva. Ciò che invece diventa indicativo di una separazione è l’indifferenza.

Ed ecco che il professionista che lavora in tale settore, dovrebbe mantenere e riattivare le risorse costruttive del sistema familiare. Dunque, soprattutto in presenza di figli, le regole implicite ed esplicite che guidano il modello organizzativo devono essere riesaminate, rinegoziate rispetto al mantenimento del ruolo delle funzioni genitoriali, perché anche se una coppia finisce, in presenza di figli, la coppia genitoriale resta!

Le coppie Arcobaleno

Il Dott. Fabrizio Quattrini ha affrontato il tema delle coppie omosessuali e del bisogno di quest’ultime di uscire dall’invisibilità e dal pregiudizio, che può diventare pericoloso e fonte di estremo disagio per gli stessi. Studi in merito a coppie omosessuali, hanno messo in luce una non così significativa differenza rispetto alle coppie eterosessuali, sia in merito a dinamiche di coppia, che in riferimento alla genitorialità.

Ovviamente il vivere ed il praticare la sessualità e l’intimatà sessuale è diversa, ma attenzione che Diverso non diventi sinonimo di sbagliato! sottolinea il Dott. Quattrini.

Traditori e traditi

La conferenza si è conclusa trattando il tema del tradimento all’interno della coppia che, come spiegava il Dott. Giandomenico Bagatin, non è da considerarsi solo sessuale, ma anche e soprattutto psicologico. Il tradito vive una profonda ferita su più livelli. Da un primo vissuto traumatico, di vero e proprio shock, in cui la nostra mente si trova a vivere uno scollamento di quanto si rappresentava fino a poco prima, ad una fase di lutto, in cui la persona deve elaborare ed abbandonare l’idea dell’altro/a avuta fino a quel momento e capire se si è in grado e/o vale la pena perdonare per andare avanti.

Le ricerche in merito dimostrano che l’Italia è una nazione con un alto tasso di tradimenti rispetto alle altre nazioni europee e che tra le principali motivazioni troviamo: il tradimento per non restare soli, per noia, per irresponsabilità, per desiderio di aprirsi a nuove esperienze. Dunque non sempre il tradimento esprime una crisi di coppia, ma un vissuto individuale che non esonera però dal ferire chi si ha vicino/a.

Alcuni autori parlano della fedeltà non come di un dovere verso l’altro, ma come una scelta di rispetto verso se stessi. In questo caso, il terapista che lavora su tale dimensione, suggeriva il Dott. Bagatin, dovrebbe riuscire a lavorare sul non cadere nella trappola di dare giudizi o dare consigli, aiutare a sfogare il dolore, accompagnare nell’accettazione e riflettere sulla possibilità e capacità di perdonare.

Gerard Leleu afferma:

L’amore e la fedeltà in coppia sono come una delle strade possibili dell’evoluzione personale; la fedeltà non si può pretendere; Cosa non è l’amore: non è il bisogno di essere amati; non è sacrificio di sé; non è solo un sentimento; fedeltà soprattutto come essere fedeli a se stessi.

 

Aggressività e mentalizzazione: possiamo curare il disturbo antisociale?

Capire gli antecedenti del comportamento aggressivo è fondamentale per pianificare il trattamento e individuare chi ne può beneficiare. Un fattore candidato a spiegare, in parte, le tendenze aggressive, è la scarsa capacità di mentalizzazione.

Giancarlo Dimaggio e Patrizia Velotti

 

L’idea è che persone con ridotte abilità di comprendere i propri stati interni, di capire e risuonare con pensieri ed emozioni degli altri, e di avere un atteggiamento mindful sui propri pensieri ed emozioni dolorosi, sarebbero maggiormente prone a reagire aggressivamente a frustrazioni e fallimenti nei loro scopi.

Nello studio “Mindfulness, alexithymia, and empathy moderate relations between trait aggression and antisocial personality disorder traits” apparso sulla rivista Mindfulness, gli autori riportano risultati interessanti. In un campione di 403 uomini, detenuti per reati violenti, sono state misurati i tratti antisociali, l’ aggressività come disposizione di base e le capacità di comprendere e dare nome alle proprie emozioni (alessitimia), l’empatia e la mindfulness.

Sono emersi due profili nettamente differenti. Da una parte vi sono individui con buoni livelli di capacità mentalistiche, ma anche con alti tratti di aggressività e questi presentavano anche tendenze antisociali. In parole semplici: ci sono soggetti che hanno capacità di comprendere gli stati mentali, propri e degli altri, e in qualche modo di regolarli in modo consapevole. Se queste persone agiscono comportamenti antisociali lo fanno a causa di loro tendenze di base. È probabile che ci stiamo riferendo al tipo di comportamento aggressivo di tipo predatorio, premeditato, “a sangue freddo”.

Invece in persone con scarsi livelli di capacità mentalistiche, ovvero con difficoltà a nominare e comunicare le proprie emozioni, ad assumere empaticamente il punto di vista dell’altro e a regolare lo stato interno in modo mindful, l’ aggressività come tendenza di base non prediceva il comportamento antisociale, cosa che invece faceva la scarsa mentalizzazione.

Anche qui, in parole semplici, persone con bassa mentalizzazione in risposta a eventi frustranti e stressanti possono reagire con comportamenti antisociali. È probabile che ci riferiamo qui a comportamenti di tipo reattivo, impulsivo, “a sangue caldo”. Le implicazioni del trattamento sono rilevanti, perché questo secondo tipo potrebbe beneficiare molto di più della psicoterapia e in particolare di terapie volte al miglioramento della capacità di riconoscere e regolare gli stati mentali, come la Mentalization Based Therapy, la Terapia Metacognitiva Interpersonale, la Metacognitive Reflection and Insight Therapy.

L’Anoressia Nervosa Atipica, oltre il basso peso corporeo

Sempre più spesso pazienti adolescenti ricoverati per Anoressia Nervosa presentano gran parte delle complicazioni fisiche e cognitive del disturbo alimentare senza però essere sottopeso (condizione fondamentale per la diagnosi).

Adriano Mauro Ellena

 

I Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione stanno cambiando volto, in un contesto dove la prevalenza di sovrappeso e obesità è sempre più evidente.

Immersi in una società performante e con canoni estetici molto esigenti, sono sempre più i giovani che sviluppano un’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme del corpo. Questa preoccupazione può dunque sfociare in un disturbo dell’alimentazione, che molte volte è evidente ai più, mentre altre volte si insidia in maniera atipica e poco evidente.

Un recente studio realizzato presso l’Università di Melbourne in Australia, ha riscontrato che il 31% dei pazienti adolescenti ricoverati per Anoressia Nervosa (AN) presentano gran parte delle complicazioni fisiche e cognitive del disturbo alimentare senza però essere sottopeso (condizione fondamentale per la diagnosi di AN). Gli esperti richiedono perciò una modifica dei criteri diagnostici, cercando di considerare “critica” la perdita di peso e non il fatto di essere o meno sottopeso.

Quello a cui stiamo sempre più assistendo è che molti pazienti hanno un peso corporeo nella norma, ma presentano complicazioni caratteristiche di chi soffre di anoressia nervosa tipica, tra cui gli stessi pensieri su alimentazione e cibo. Abbiamo bisogno di ridefinire l’ anoressia perché vi è una percentuale crescente di pazienti con anoressia nervosa atipica, più difficile da riconoscere. La definizione dovrebbe riferirsi alla perdita di peso, non solo al sottopeso – afferma la dottoressa Whitelaw, autrice dello studio.

Lo studio

Nello studio sopra citato, Whitelaw ha esaminato 171 pazienti affetti da anoressia nervosa, di età compresa tra 12 e 19 anni, che sono stati ammessi al programma sui disordini alimentari del Royal Children’s Hospital a Melbourne, in Australia, tra il 2005 e il 2013.

È emerso che 51 pazienti del campione presentavano il disturbo in una forma “atipica” ovvero con psicopatologia del disturbo alimentare di significativa intensità, ma non sottopeso. In questi pazienti si riscontrava comunque una significativa perdita di peso (piuttosto che l’essere sottopeso), associata a una frequenza cardiaca pericolosamente bassa, una complicazione che richiede necessariamente il ricovero. Inoltre questi pazienti con anoressia nervosa atipica soffrivano di bassa pressione sanguigna e mostravano uno squilibrio degli elettroliti nel sangue.

Nessuna complicazione è stata associata indipendentemente al sottopeso, il sintomo tipico, nonché distintivo, dell’anoressia.

Nessuno dei pazienti inclusi nello studio è stato tuttavia monitorato da uno specialista per verificare il loro rapporto con il cibo o i metodi utilizzati per perdere peso.

In conclusione

I pazienti con anoressia nervosa atipica potrebbero aver perso circa un quarto del loro peso corporeo, ma il corpo può andare in “starvation mode” (modalità fame) anche solo perdendo il 10% del proprio peso (se ciò avviene in marniera rapida e brusca), causando il rallentamento della frequenza cardiaca al fine di preservare l’energia.

Mentre l’ anoressia nervosa atipica è spesso considerata meno grave dell’ anoressia nervosa tipica, le nuove scoperte mostrano che le conseguenze sulla salute possono essere altrettanto pericolose.

Perdere peso molto velocemente e senza un corretto supporto professionale può essere molto pericoloso, e i giovani sono sempre più inclini a prendere misure estreme pur di raggiungere la tanto ambita soddisfazione corporea.

Gli specialisti dovrebbero impegnarsi per monitorare questo tipo di comportamento e cercare di prevenire ed eventualmente trattare questo tipo di manifestazione clinica.

Sulla base di questi risultati e di queste ultime riflessioni, appare chiara l’affermazione della Whitelaw, secondo cui:

È momento di cambiare gli attuali criteri diagnostici secondo i quali chi soffre di anoressia nervosa deve essere sottopeso.

Le bugie hanno le gambe corte? Gli effetti del contatto visivo sul nostro interlocutore

A chi non è mai successo di trovarsi di fronte a un bugiardo? È piuttosto comune che le persone con le quali ci relazioniamo ci raccontino delle bugie. Spesso si tratta di “bugie bianche”, ovvero di menzogne innocue, dette per evitare che l’altra persona si senta ferito o dispiaciuto.

 

Quando ci troviamo di fronte ad un collega che racconta scuse su scuse per giustificare il suo ritardo, o ad un bambino che dice di non sapere dove è finita la fetta di torta che stava in cucina, di solito guardiamo negli occhi il nostro interlocutore.

Uno studio condotto presso l’Università di Tampere (Hietanen, Syrjämäki, Zilliacus & Hietanen, 2018) dimostra in effetti che mantenere un contatto visivo con una persona che sta mentendo potrebbe essere molto utile.

Per verificare questa ipotesi, i ricercatori finlandesi hanno messo a punto un esperimento volto a testare quale fosse l’effetto di avere lo sguardo di un’altra persona puntato addosso su una persona che sta raccontando una bugia. Come reagiscono i bugiardi quando qualcuno li guarda fissi negli occhi? Questa la domanda a cui i ricercatori hanno cercato di dare una risposta.

La ricerca: il contatto visivo aiuta a smascherare i bugiardi?

Nell’esperimento i soggetti del campione si trovavano davanti a uno degli sperimentatori, di fronte al quale dovevano mentire mentre erano impegnati in un gioco. Nella metà dei casi, lo sperimentatore guardava il soggetto bugiardo dritto negli occhi, nell’altra metà invece teneva lo sguardo basso. Obiettivo degli autori era quello di capire se il comportamento di chi stava mentendo poteva essere influenzato dal cambio di direzione dello sguardo dello sperimentatore.

I risultati dello studio hanno dimostrato che guardare direttamente chi mente, proprio mentre lo sta facendo, è efficace nel ridurre il numero e la magnitudo delle bugie che si accinge a raccontare. Ovviamente i ricercatori sostengono che è sbagliato pensare che in questo modo si eviti totalmente ed in ogni circostanza che le persone mentano, semplicemente diventa meno probabile che lo facciano se hanno lo sguardo di un’altra persona diretto sul loro viso.

In conclusione

Le implicazioni pratiche dello studio che stiamo trattando sono enormi sia per quanto concerne situazioni un po’ più ufficiali (basti pensare, ad esempio, ad un interrogatorio condotto dalle forze di polizia) sia, invece, in contesti più informali come nel caso delle bugie raccontate da un collega o dal nostro partner.

Purtroppo, un grande limite di questo studio che lo rende, de facto, inapplicabile, almeno a un livello puramente teorico, a contesti di vita reale, è il fatto che tutto l’esperimento si sia svolto in laboratorio. Pertanto non è possibile generalizzare le conclusioni alle situazioni reali, esterne a un contesto controllato come quello di uno studio sperimentale. Sarebbe interessante che altri ricercatori ampliassero e tentassero di riprodurre i risultati di Hietanen e collaboratori in situazioni esterne ad un laboratorio.

Nulla ci vieta però di testare personalmente la veridicità di quanto emerso dallo studio. Riusciremo a smascherare i bugiardi intorno a noi?

L’effetto del trauma sulla crescita dei bambini 

Nel panorama della psicologia scientifica è possibile distinguere diverse tipologie di trauma, in particolare si parla di traumi con la “T” e traumi con la “t”. I loro effetti possono essere differenti sull’individuo.

 

La parola “trauma” deriva dal greco e vuol dire “ferita”. Con questo termine ci si riferisce a un evento ad alto impatto emotivo e difficile da elaborare, che comporta delle conseguenze negative sul funzionamento dell’individuo, ad esempio la comparsa di sintomi ansiosi e depressivi.

È possibile distinguere traumi con la “T” e traumi con la “t”. Questi ultimi fanno riferimento a quelle esperienze disturbanti che sono caratterizzate da una percezione di pericolo non particolarmente intensa, hanno generalmente un’origine relazionale. Al contrario, i traumi con la “T”, fanno riferimento a quegli eventi che minacciano l’integrità fisica di sé o delle persone care, come disastri naturali.

La ricerca: gli effetti del trauma sullo sviluppo

Un recente studio, svolto presso l’Università di Washington, si è posto l’obiettivo di indagare l’effetto che diversi tipi di trauma hanno sulla crescita dei bambini. La ricerca ha coinvolto 247 bambini e adolescenti di età compresa tra gli otto e i sedici anni. Questi bambini sono stati seguiti nel tempo al fine di comprendere le conseguenze del trauma.

In particolare, la ricerca ha messo in evidenza che differenti tipologie di trauma influenzano la crescita dei bambini in diversi modi. I bambini esposti a forme di avversità nelle prime fasi della vita, come negligenza e trascuratezza, hanno mostrato un ritardo nello sviluppo puberale, rispetto ai loro coetanei. Al contrario, i bambini che avevano subito violenze nelle prime fasi della vita, come l’abuso fisico, emotivo o sessuale, mostravano un invecchiamento biologico più veloce, rispetto ai loro coetanei.

McLaughlin, PhD presso l’Università di Washington, ha affermato:

I risultati dello studio hanno dimostrato che diversi tipi di avversità/ trauma, avvenuti nelle prime fasi della vita, possono avere conseguenze diverse sullo sviluppo dei bambini.

McLaughlin ha continuato, dicendo:

Questi risultati indicano che l’invecchiamento accelerato, in seguito all’esposizione ad episodi di violenza nelle prime fasi della vita, può essere già rilevato in bambini di otto anni.  

Conclusioni

In altre parole, la ricerca ha messo in evidenza che gli eventi traumatici e le avversità legate alla violenza e alla privazione, hanno effetti diversi sullo sviluppo dei bambini. A tal proposito, i ricercatori sottolineano l’importanza di indagare il tipo specifico di trauma subito in quanto questo permetterà di comprendere gli effetti che quest’ultimo ha avuto sulla crescita dei bambini.

Infine, nei bambini che hanno subito violenze nelle prime fasi della vita, l’invecchiamento epigenetico accelerato è stato associato ad un aumento dei sintomi depressivi. Secondo gli autori, questo significa che un invecchiamento biologico più veloce può essere un modo in cui le avversità e le esperienze traumatiche vissute durante le prime fasi di vita possono contribuire all’esordio di problemi di salute successivi.

Quando la musica aiuta ad elaborare il dolore

La musica è entrata talmente tanto a far parte della nostra vita quotidiana che la sua presenza oramai è data per scontata. Fa da cornice agli eventi più importanti, così come nei gesti più semplici della vita di tutti i giorni. Ma che cosa ci spinge a scegliere quel brano specifico, in quel preciso momento?

Francesca Bianco e Alba Miragliuolo – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

 

Il dolore non è un errore dell’evoluzione umana. Nella vita tutto ciò che conta si conquista superando l’esperienza negativa a essa correlata. Ogni tentativo di evitarlo, soffocarlo o silenziarlo ci si ritorce contro.
(dalla serie tv Perception)

Musica nella quotidianità

La musica è entrata talmente tanto a far parte della nostra vita quotidiana che la sua presenza oramai è data per scontata. Fa da cornice agli eventi più importanti, così come nei gesti più semplici della vita di tutti i giorni. Basti pensare alla marcia nuziale di un matrimonio, alla canzoncina di buon compleanno, alla messa della domenica mattina, alla ninna nanna. E ancora, la si ascolta per radio mentre si va al lavoro, con gli auricolari mentre si va a correre o in palestra, mentre si attende di parlare con un operatore telefonico, dal parrucchiere. Se poi ricollegassimo alcune canzoni a momenti della vita di ognuno di noi, gli esempi sarebbero infiniti.

A chi non è mai capitato di piangere sulle note di “Nessun rimpianto” degli 883 dopo una relazione finita? Chi non ha mai dedicato una canzone romantica al proprio partner? Quanti si ricordano delle vacanze estive ripensando alle hit più in voga quell’anno? Chi non ha mai ballato YMCA o la macarena in riva al mare?

Verrebbe naturale pensare che nei momenti tristi, quando ci si sente giù di morale, la cosa più semplice sarebbe alzare la musica a tutto volume, magari con canzoni allegre e spensierate. Eppure non è sempre così. Quando viviamo un brutto momento, spesso viene l’istinto di chiuderci in camera e crogiolarci nel nostro dolore, ascoltando quella canzone che ci ricorda tanto quella persona che ci ha ferito, o per la quale soffriamo. Ma che cosa ci spinge a scegliere quel brano specifico, in quel preciso momento, piuttosto che un altro? Scegliamo una canzone per il testo, o per la melodia? Cosa ci aspettiamo dall’ascoltare musica quando siamo tristi?

Lo scopo di questo articolo è comprendere il motivo per cui preferiamo ascoltare un certo tipo di musica quando sperimentiamo situazioni avverse, focalizzando l’attenzione sulle differenti funzioni e sugli effetti che l’ascolto della musica triste produce. L’analisi di questi fattori può essere importante al fine di comprendere in che modo la musicoterapia può essere di supporto alla pratica clinica, e in che modo può essere un valido strumento all’interno di un approccio multidisciplinare per migliorare gli effetti della psicoterapia nel trattamento di differenti disturbi.

Musica e psicoterapia: musicoterapia

La World Federation of Music Therapy (Federazione Mondiale di Musicoterapia) ha dato nel 1996 la seguente definizione:

La musicoterapia è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive. La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione intra- e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.

Nonostante la musicoterapia si sia fatta largo nel panorama clinico-psicologico solo nel secolo scorso, le origini della musica sono ben più lontane. Già nell’antica Grecia la musica aveva un ruolo preponderante, tanto da attirare l’attenzione di studiosi come Platone e Pitagora. Da allora sono stati sempre più numerosi gli studi intorno alla natura del linguaggio musicale. Per Wackenroder la musica esprime il mondo delle emozioni (Wackenroder, 1814) per Meyer la musica susciterebbe aspettative da appagare (Meyer, 1956), mentre secondo Fonagy il linguaggio verbale e quello musicale avrebbero la stessa origine (Fonagy, 1983).

Le origini della musicoterapia possono essere fatte risalire agli anni ’50, quando medici e psichiatri di varie parti del mondo (tra i quali Benenzon in Argentina, Wigram in Gran Bretagna e Lecourt in Francia) hanno iniziato ad interessarsi al possibile coinvolgimento del ruolo clinico della musica nel processo terapeutico (Scarso et al., 1998). Iniziava dunque a farsi largo l’idea che la musica potesse inserirsi in una pluralità di interventi multidisciplinari (Parenti, 1983), al fine di raggiungere diversi obiettivi, tra cui:

  • acquisire abilità psicomotorie (o intellettive);
  • facilitare le relazioni interpersonali incoraggiando l’uso di un linguaggio non verbale;
  • migliorare le capacità di insight;
  • contenere i propri vissuti emotivi;
  • migliorare l’espressività del Sé corporeo.

Quest’ultimo punto si riferisce in particolar modo all’associazione di musica e danza, che favorirebbe la comunicazione non verbale, modulando la distanza interpersonale (Scarso et al., 1998).

Musica e strategie di ascolto

L’ascolto della musica può assolvere molteplici funzioni, tra le quali assume particolare importanza quella contenitiva. Non a caso, capita spesso di ascoltare brani già conosciuti, probabilmente per ricercare vissuti già provati. Altre volte l’ascolto di determinati brani ci permette di “rievocare” momenti nostalgici, altre ancora la musica rappresenta una sorta di “evasione”, e consente un distacco dalla realtà, seppur momentaneo.

Ed ecco che allora si possono instaurare molteplici relazioni nei confronti della musica, come quella di dipendenza, di compensazione, di difesa, comunicazione o collaborazione. Ne è un esempio l’avvento della musica rock, che ha permesso ai giovani di identificarsi in una cultura diversa rispetto a quella degli adulti, riconoscendosi come gruppo.

Per queste ragioni l’ascolto della musica, unitamente alla scelta dei brani da ascoltare, ha suscitato l’interesse degli studiosi, che negli ultimi anni si sono occupati degli effetti causati dalla scelta di specifici brani, e del motivo per il quale si scelgono alcuni brani piuttosto che altri. Le persone infatti, usano strategie differenti per la scelta musicale e tale scelta dipenderebbe in primo luogo dagli obiettivi che ogni individuo ha per affrontare una specifica situazione (Chen et al., 2007, DeNora, 1999; Lonsdale & North, 2011; Saarikallio & Erkkilä, 2007; Thoma, Ryf, Mohiyeddini, Ehlert, & Nater, 2012).

Musica triste quando siamo tristi

Secondo Miranda e Claes (2009):

Ascoltare la musica può essere utilizzata intenzionalmente per far fronte allo stress quotidiano.

Analogamente, sempre più ricerche hanno dimostrato che in seguito a esperienze negative, le persone siano motivate ad ascoltare musica triste, al fine di distrarsi dall’evento o per incanalare le proprie emozioni.

Molti studiosi hanno evidenziato le seguenti strategie di selezione musicale quando si provano stati d’umore negativi:

  • Connessione: selezionare uno specifico pezzo musicale perché la musica ritrae un’emozione o ha un testo in cui l’ascoltatore si identifica in quel momento;
  • Trigger (innesco) della memoria: selezione della musica perché essa ha associazioni con eventi o persone passate;
  • Valore estetico alto: selezione della musica perché essa viene considerata come “bella”;
  • Messaggio musicale: viene scelta la musica che esprime un messaggio, in cui l’ascoltatore si identifica.

Musica e auto-regolazione delle emozioni

Un consistente numero di recenti studi sottolinea come l’ascolto della musica funga da auto-regolatore delle proprie emozioni. In questa accezione, l’ascolto musicale potrebbe essere usato per cambiare, mantenere o rinforzare emozioni e stati d’animo, o per rilassarsi.

Da quanto emerge da uno studio recente condotto su 65 adulti l’ascolto di brani tristi avrebbe una funzione auto-regolatoria (Van den Tol & Edwards, 2011), che consiste nel: riproporre l’esperienza emotiva, per rimanere in contatto ed intensificare i propri stati emotivi; rievocare ricordi passati, spesso associati al brano scelto; ricercare la “vicinanza di un amico” simbolico; distrarsi, per concentrarsi su un altro stato d’animo che non sia quello attuale (Van den Tol & Edwards, 2015). Inoltre, la scelta di un brano triste in momenti tristi, potrebbe essere una valida strategia di coping per fronteggiare un evento spiacevole o stressante.

L’ascolto di una canzone triste può agevolare l’accettazione, può significare ricevere supporto, o avere una funzione empatizzante, in particolare per gli adolescenti, i quali utilizzano spesso la musica come riparo al proprio umore (Saarikallio, 2008).

Musica e tristezza

Diverse ricerche hanno messo in luce una correlazione positiva tra l’ascolto di musica triste e l’aumento del tono dell’umore.

Molti studi hanno indicato che le strategie di selezione musicale maggiormente utilizzate per aumentare il tono dell’umore sono la rivalutazione cognitiva o un diversivo comportamentale, come la distrazione (Haye et al., 2010; Kross, Ayduk, & Mischel, 2005; Totterdell & Parkinson, 1999).

Inoltre, in diverse ricerche sull’ascolto di musica triste, è stato riscontrato che molte persone tendono a richiamare in memora ricordi riguardanti amori perduti, o mancati (Van den Tol & Edwards, 2011) e che sembrano richiamare alcuni elementi della nostalgia, descritta da Wildschut, Sedikides, Arndt and Routledge (2006) come “un’emozione agrodolce”, cioè la felicità legata all’esperienza ma che contiene anche elementi emotivi negativi. In modo interessante, gli autori hanno dimostrato che le persone spesso diventano nostalgiche al fine di migliorare il proprio umore (Wildschut et al., 2006). In aggiunta a questi risultati, Barrett e coll. (2010) hanno messo in evidenza come l’umore triste può motivare le persone ad ascoltare musica, che diviene a sua volta uno strumento per recuperare i ricordi nostalgici e aumentare l’umore positivo.

Uno studio condotto su 220 partecipanti (Van de Tol e coll., 2015) ha dimostrato che le persone tendono a selezionare una musica con valore estetico elevato come forma di distrazione e di rivalutazione cognitiva per migliorare il proprio umore. Più nello specifico, questi risultati porterebbero a ipotizzare che le persone, dopo aver sperimentato un evento negativo, selezionino consapevolmente la musica con alto valore estetico con lo scopo di migliorare il proprio stato emotivo(Van den Tol & Edwards, 2015).

Questi risultati forniscono ulteriori informazioni alla letteratura esistente. Ad esempio Chen e coll. (2007) hanno riscontrato che la preferenza verso l’ascolto di musica triste si verifica durante l’esperienza di un umore negativo, mentre la scelta di ascoltare una musica più felice si manifesta poco dopo aver vissuto un’esperienza avversa, al fine di migliorare il proprio stato d’animo. Questi risultati spiegherebbero perché le persone ascoltano una musica triste quando sono tristi, appunto per “risolvere” il loro stato emotivo e, come ulteriore prova a favore di tale teoria, le persone riferiscono di sentirsi meglio dopo l’ascolto.

È interessante notare che, sebbene ascoltare una musica triste come strategia di distrazione sia correlato con un aumento dell’umore, l’ascolto continuo di questo tipo di musica per distogliere l’attenzione dalle esperienze negative può rappresentare una strategia di coping (Miranda & Claes, 2009; Garrido & Schubert, 2011) o una strategia psicologica disfunzionale (Hutchinson, Baldwin & Oh, 2006).

Musica e musicoterapia: le prospettive

Dai risultati emergenti dalle ultime ricerche sull’ascolto della musica triste in situazioni avverse, emerge come l’ascolto di musica triste intensifichi i sentimenti di tristezza per la maggior parte della persone, ma anche come siano le persone stesse a ricercare questo tipo di sensazione, con il fine di sentirsi in contatto con le proprie emozioni. La musica assolverebbe in questo caso una funzione “catartica”, come se le persone volessero vivere in maniera ancora più profonda la loro tristezza, per poi sentirsi sollevati e poter “riemergere” dal proprio stato d’animo negativo.

Sarebbe interessante prendere in considerazione, nelle future ricerche, quali e in che modo le caratteristiche individuali (ad esempio tratti della personalità vs aspetti culturali) possano portare le persone a preferire l’ascolto di un certo tipo di musica. Ad esempio, come dimostrato da Garrido e coll. 2013), alcune persone provano emozioni positive quando ascoltano brani tristi rispetto ad altre persone, e questo potrebbe enfatizzare la variabilità individuale che si esplica nel provare emozioni diverse di fronte ad uno stesso stimolo.

Dai risultati riportati si potrebbe pensare, quindi, che la musicoterapia potrebbe essere un valido strumento di sostegno e supporto per coloro che vivono esperienze emotivamente negative, seppur transitorie.

Viene da chiederci se questi risultati possono essere estesi a persone che presentano una sintomatologia più severa: la musica, sia essa triste o felice, può fungere come uno strumento da integrare nel trattamento psicoterapeutico di diversi disturbi di entità più severa?

Alcune recenti ricerche sulla combinazione di musicoterapia e psicoterapia forniscono risultati promettenti. Ad esempio, risultati emersi da una meta analisi, che includeva studi su pazienti affetti da depressione, hanno evidenziato come la associazione tra musica e psicoterapia ha prodotto un aumento del tono dell’umore maggiore a quello prodotto dalla terapia standard (Maratos e coll., 2009). Aspetto molto interessante è che la musicoterapia nel trattamento dei sintomi depressivi si sia rivelata efficace non solo negli adulti, ma anche nei bambini e negli adolescenti (Sam Porter e coll., 2016).

Ulteriori ricerche hanno messo in luce il ruolo della musicoterapia nell’ambito delle cure palliative: in uno studio condotto su malati terminali (Nakayama H. et al., 2009), si è registrata una diminuzione dei punteggi dell’ansia e della depressione già dopo la prima sessione di musicoterapia, mentre i punteggi per l’eccitazione tendevano ad aumentare, a favore di un miglioramento della qualità della vita dei pazienti.

Nonostante l’interesse crescente verso gli effetti che la musica può avere sul migliorare lo stato di salute psicologica, sarebbe opportuno ampliare la letteratura scientifica a riguardo, nel tentativo di comprendere se tali effetti positivi, in particolare l’aumento del tono dell’umore, siano riscontrabili anche a lungo termine. Sarebbe inoltre interessante identificare ulteriori ambiti applicativi in cui la musicoterapia, in associazione con la psicoterapia, possa mostrare effetti positivi per il trattamento di altri disturbi, e poter differenziare, a sua volta, le differenti forme di musicoterapia a favore di un approccio personalizzato e basato sulle esigenze del singolo individuo.

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