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Il secretive eating e il binge eating disorder

Il Binge Eating Disorder (BED) è il disturbo alimentare che si riscontra più frequentemente (Hudson, Hiripi, Pope, & Kessler, 2007) ed è associato a gravi conseguenze sulla salute di chi ne è affetto e ad una compromissione della qualità di vita (Grilo, White, & Masheb, 2009).

Elisa Petetta – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Il secretive eating, che possiamo tradurre in italiano come ‘mangiare di nascosto’, è uno specifico pattern alimentare nel quale l’individuo consuma i pasti furtivamente, nascondendo o cancellando le prove o i resti di ciò che ha mangiato. Il fenomeno del secretive eating ha ricevuto poca attenzione in letteratura nonostante venga riconosciuto come un aspetto molto problematico dai familiari dei pazienti (Tester, Lang, & Laraia, 2016) e dai clinici (Fairburn, Cooper, Doll, & Davies, 2005).

Mangiare di nascosto o in solitudine, a causa dell’imbarazzo per quanto si sta mangiando, è uno tra i criteri richiesti per fare diagnosi di disturbo da binge eating (DSM-5, APA, 2013), insieme a:

Ricorrenti episodi di abbuffata, dove quest’ultima prevede il mangiare in un determinato periodo di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore rispetto a quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in simili circostanze, con la sensazione di perdita di controllo durante l’episodio;

Gli episodi di abbuffate si possono associare, oltre al mangiare da soli, ad almeno altri 2 o più aspetti

  • estrema rapidità,
  • mangiare fino a sentirsi sgradevolmente pieni,
  • mangiare grandi quantità di cibo anche senza sentirsi affamati,
  • provare disgusto verso se stessi, sentirsi depressi o in colpa dopo l’episodio.

Deve inoltre essere presente marcato disagio riguardo alle abbuffate, le quali devono verificarsi almeno una volta alla settimana per 3 mesi e non devono essere seguita da condotte compensatorie inappropriate come ad esempio accade nella bulimia nervosa (DSM-5, APA, 2013).

E’ stato sottolineato in letteratura che il binge eating è correlato e concettualmente distinto dal secretive eating. Mangiare di nascosto non è necessariamente un pattern comportamentale sperimentato da tutti gli individui con BED, ma ha un forte valore predittivo nell’identificare casi di binge eating rispetto ai controlli (White & Grilo, 2010).

Inoltre, i pasti, possono essere consumati di nascosto anche quando non si denotano come abbuffate. Pertanto, nella ricerca e nella pratica clinica, è utile valutare la presenza del secretive eating ed è importante chiarire se gli episodi di abbuffata sono preclusi quando si quantifica la frequenza di pattern alimentari connessi al fenomeno (Fairburn & Beglin, 1994).

Diversi studi hanno evidenziato come nella popolazione giovanile, il secretive eating sia relativamente comune con tassi che variano tra il 18.1% al 27.2% nei bambini (Sonneville et al., 2013; Stice, Agras, & Hammer, 1999) e del 34% negli adolescenti (Knatz, Maginot, Story, Neumark-Sztainer & Boutelle, 2011) e come questo si associ spesso alla presenza di disturbi alimentari (Fairburn et al., 2005; Kass et al., 2017) e alla depressione (Kass et al., 2017) in questa fascia di popolazione. Il secretive eating può presentarsi in risposta ad emozioni di vergogna collegate all’alimentazione o alle forme del proprio corpo, ed è stato trovato in associazione alla depressione anche negli adolescenti sovrappeso o obesi in particolare (Knatz et al., 2011).

Il fenomeno è stato inoltre concettualizzato in modalità differenti, come una manifestazione clinica collegata al binge eating (Marcus & Kalarchian, 2003) e all’emotional eating (Ganley, 1989), ed è stato associato all’espressione di emozioni di vergogna e messo in relazione ad episodi di abbuffate e comportamenti compensatori nella bulimia nervosa (Kass et al., 2017).

Molte evidenze empiriche quindi, suggeriscono che il secretive eating potrebbe essere un fattore di rischio e/o un indicatore precoce di sviluppo di un disturbo del comportamento alimentare conclamato (Fairburn et al., 2005; Kass et al., 2017; Marcus & Kalarchian, 2003).

Nonostante la rilevanza clinica di questo fenomeno, riscontrata nei bambini e negli adolescenti, questo particolare pattern ha ricevuto ancora pochissima attenzione, da parte della ricerca, presso la popolazione adulta, inclusa quella affetta da un disturbo del comportamento alimentare.

In uno studio di stampo qualitativo del 2016 Tester e colleghi hanno indagato alcuni pattern alimentari presso famiglie con problemi di sicurezza alimentare. Molti genitori riportavano che i loro bambini mangiavano in segreto e nascondevano o accumulavano cibo, rivelando poi che essi stessi erano coinvolti nei medesimi pattern alimentari.

In uno studio prospettico di due anni di Fairburn e colleghi (2005) su individui a dieta considerati a maggior rischio di sviluppare un DCA, il secretive eating è stato trovato essere un segnale di futura psicopatologia in ambito alimentare.

Una ricerca di Wilfley e colleghi (2000), che ha impiegato un campione aggregato di soggetti affetti da DCA alla ricerca di trattamento, aveva come obiettivo identificare le caratteristiche cliniche di pazienti adulti affetti da binge eating (includendo tra le variabili indagate anche il secretive eating). I risultati hanno messo in luce come gli episodi di alimentazione nascosta erano più frequenti presso gli adulti con BED piuttosto che in quelli affetti da anoressia nervosa o bulimia, che a loro volta avevano un maggior numero di  episodi caratterizzati da tale pattern rispetto ai soggetti di controllo sani.

Rilevando questa carenza di evidenze empiriche sul secretive eating presso la popolazione adulta e la potenziale sovrapposizione tra tale fenomeno e il binge eating, un recente studio (Lydecker & Grilo, 2019) ha voluto esaminare le differenze esistenti tra adulti che presentavano o meno il secretive eating, in un ampio campione di pazienti affetti da BED in cerca di trattamento.

Gli autori, basandosi sui risultati emersi nelle precedenti ricerche sulla popolazione giovanile e su quelle che avevano comparato adulti con diagnosi di BED con soggetti sani, avevano ipotizzato che quei soggetti che dichiaravano di attuare il secretive eating potessero essere caratterizzati da quadri psicopatologici più severi (maggiori restrizioni dietetiche, maggiori preoccupazioni riguardo l’alimentazione, il peso, le forme del corpo, depressione e episodi di abbuffate più frequenti) rispetto a quei soggetti affetti da BED che non lo presentavano.

I partecipanti allo studio erano 755 soggetti tra i 18 e i 65 anni con diagnosi di BED in base ai criteri del DSM-IV per tale disturbo. Il 74,2% era costituito da donne e il 76,8% da bianchi, appartenenti a varie classi sociali. Gli autori hanno impiegato, oltre ai criteri richiesti dal DSM per fare diagnosi, anche altri strumenti di valutazione: il Beck Depression Inventory (BDI, Beck & Steer, 1987), l’indice di massa corporea (BMI) e l’Eating Disorder Examination interview (EDE, Fairburn & Cooper, 1993) per confermare la diagnosi e caratterizzare in maniera più dettagliata il quadro alimentare psicopatologico. Quest’ultima è un’intervista semistrutturata che indaga in maniera approfondita anche la frequenza di tre tipologie di pattern alimentari disfunzionali: gli episodi di abbuffate oggettivi (OBEs, ossia mangiare inusuali grandi quantità di cibo sperimentando perdita di controllo), gli episodi di abbuffata soggettivi (SBEs, descritti come mangiare piccole o normali quantità di cibo percependo la perdita di controllo) e gli episodi di oggettivi eccessi alimentari (OOEs, che corrispondono al mangiare grandi quantità di cibo senza percepire la perdita di controllo su quanto si sta mangiando). L’EDE viene impiegata anche per discriminare gli OBEs e gli OOEs dagli episodi di secretive eating concettualizzati come episodi in cui l’atto del mangiare è svolto in maniera furtiva e che i pazienti tentano di celare perché non vogliono essere visti mangiare.

I risultati dello studio hanno evidenziato innanzitutto come il secretive eating sia un pattern molto comune nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, sperimentato da più della metà dei soggetti adulti affetti da BED (411 vs. 341) in cerca di trattamento .

Lo studio provvede inoltre a fornire nuove informazioni circa il fenomeno.

I soggetti con BED  e secretive eating ad esempio risultano avere in generale un quadro psicopatologico più grave (misurato attraverso il punteggio di gravità globale (Global severity score) dell’EDE e presentano maggiori preoccupazioni relative alla forma fisica, al peso e alla dieta (corrispondenti  alle 3 sottoscale dell’EDE che indagano questi ultimi fattori), mentre non differiscono dai soggetti che non presentano secretive eating  per la sottoscala della “restrizione”. Presentano inoltre livelli più elevati di depressione rispetto ai  pazienti che non si ingaggiano nel fenomeno.

Anche se i pazienti che manifestano secretive eating mostrano quadri più gravi del disturbo alimentare, è importante sottolineare che non si sono riscontrate differenze statisticamente significative per quanto riguarda il BMI tra i soggetti che manifestano e non manifestano secretive eating, né nella frequenza degli OBEs  e degli OOEs. I soggetti con secretive eating riportano più SBEs invece rispetto ai secondi. Da notare che non tutti i pazienti che dichiarano SBEs riportano anche episodi di secretive eating (24,2% del campione), mentre il 31,4 % riporta entrambi.

In conclusione, i dati preliminari di questa ricerca, suggeriscono quindi che il secretive eating sia un pattern distinto dal BED dal momento che non è sempre presente. Tuttavia, laddove lo sia, conduce a quadri psicopatologici più severi per quanto concerne alcune caratteristiche del disturbo come le preoccupazioni per il cibo, il peso e  per la forma fisica.

Prendere in considerazione, in fase di assessment, anche la presenza di questo particolare pattern alimentare, potrebbe essere un fattore utile per i clinici, per determinare la severità del disturbo e per impostare poi il piano per il trattamento.

 

Tecniche di stabilizzazione con pazienti sopravvissuti al trauma

La stabilizzazione è il primo passo da farsi con un individuo che abbia una sindrome post traumatica.

 

Infatti nel modello trifasico utilizzato nella cura dei pazienti sopravvissuti al trauma è essenziale trovare dei metodi e degli strumenti per abbassare l’arousal nel setting terapeutico e fuori e di conseguenza le condotte impulsive e autodistruttive strettamente connesse ai sintomi. Sarà necessaria questa prima fase tenendo conto anche delle risorse dell’individuo per poi passare alle seconda fase, quella della rielaborazione delle memorie traumatiche. Ovviamente le tre fasi non seguono un andamento lineare ma è fondamentale che sia il paziente a dettare i tempi e che il modello tenga conto delle peculiarità della persona che abbiamo difronte.

Addentrandosi nei diversi strumenti di stabilizzazione, esistono:

  • l’approccio farmacologico, utile sopratutto nei casi più complessi;
  • l’approccio relazionale/interpersonale, espedienti di natura interpersonale per esempio contatto fisico e compagnia ma anche il riuscire a stabili confini chiari e appropriati entro i quali l’individuo rispetta se stesso e l’altro;
  • l’approccio autonomo/regolativo, quello sul quale ci soffermeremo su questo articolo, è utile per la persona per riuscire a gestire in autonomia i propri sintomi e le emozioni soverchianti. In questo approccio vi sono diversi tipi di strumenti che si possono utilizzare come la psicoeducazione, la mindfulness, esercizi di riorientamento, il grounding, il respiro.

La psicoeducazione è utile per normalizzare i sintomi e le reazioni del paziente spiegando all’individuo i meccanismi neurobiologici ed evoluzionistici che vi sono alla base. Mentre gli esercizi di riorientamento e grounding sono utili per riportare il paziente nel qui ed ora qualora fosse uscito dalla finestra di tolleranza e stia manifestando sintomi dissociativi. Gli esercizi di centratura servono al paziente per recuperare il contatto con il corpo e recuperare l’equilibrio. Bisogna dunque aiutare il paziente a percepire il centro di gravità del corpo che è posto a circa a 10 cm al di sotto dell’ombelico. Infatti un esercizio che si può proporre è quello di riporre le mani sul basso ventre e notare le sensazioni che si sentono nel corpo. Un’altra zona efficace per la centratura è il petto e uno degli esercizi utili da proporre al paziente consiste nel fargli porre una mano vicino al cuore l’altra sulla pancia e osservare le sensazioni sperimentate. Un altro esercizio sempre nella zona del petto consiste nel fare una leggera pressione con le mani sul petto osservando anche in questo caso gli effetti sul corpo. Alcuni degli individui sopravvissuti al trauma possono provare disagio nel toccare il proprio corpo e quindi può essere utilizzato uno strumento che medi tra le mani e le parti del corpo sopracitate, come una pallina di gomma o un cuscino.

Le tecniche di grounding risultano invece molto efficaci per rendere la persona consapevole di essere nel momento presente e quindi presente nel qui ed ora. Puo essere utile far poggiare al paziente i piedi bene a terra per stabilire un senso di stabilità e sicurezza per poi notare che effetto ha sul corpo; può essere efficace anche toccare le pareti per ristabilire un senso di radicamento. Il terapeuta può anche consigliare al paziente di massaggiare piedi e gambe, meglio se seduti a terra, e di abbandonare qualsiasi tipo di pensiero giudicante ma restare con la mente sul proprio corpo. Le tecniche basate sul respiro sono funzionali per aiutare la persona a tornare nel momento presente e regolano l’attivazione neurofisiologica. Questa è una brevissima sintesi dei diversi strumenti di cui il clinico dispone per la stabilizzazione ma è fondamentale ricordare che esse corrispondono solo a una parte dell’intervento per i sopravvissuti all’abuso e che un approccio integrato di più tecniche è quello più utile per prendersi cura di essi. Sarebbe molto utile e arricchente per la pratica clinica, così come per la ricerca, che ogni terapeuta prenda spunto da queste tecniche evidence-based e dalle ricerche empiriche per arricchirle con spunti creativi e personalizzati, ricordandoci che il paziente è al centro dell’intervento terapeutico. Nei prossimi articoli mi soffermerò su alcune delle tecniche di stabilizzazione proposte dall’ESTD (European Society of Trauma and Dissociation) soffermandomi su aspetti maggiormente pratici.

 

Aspetti metodologici nella pratica clinica con l’anziano

A causa del progressivo invecchiamento della popolazione e del conseguente aumento dei tassi di prevalenza dei disturbi neurocognitivi, la figura dello psicologo e le sue competenze sono sempre più richieste, in termini di prevenzione, diagnosi, percorsi di abilitazione-riabilitazione e di sostegno ai caregivers.

 

Il professionista che lavora con la terza età è tenuto, secondo le linee guida pubblicate dall’Ordine degli Psicologi del Veneto (Copes et al., 2013), a riconoscere i propri atteggiamenti e le proprie credenze, spesso stereotipate, sull’invecchiamento e ad avere consapevolezza delle dinamiche sociali e psicologiche, oltre che dei cambiamenti fisiologici, che caratterizzano questa fase di vita.

Dal punto di vista cognitivo, l’anziano presenta un declino di memoria di lavoro, intelligenza fluida, velocità di elaborazione e attenzione, mentre l’intelligenza cristallizzata rimane costante (De Beni & Borella, 2015). Questi cambiamenti dipendono da normali mutamenti cerebrali di tipo strutturale e funzionale.

Dal punto di vista emotivo, con l’aumentare dell’età si manifesta una migliore regolazione emotiva, come dimostrato dalla teoria della selettività socio-emotiva (Carstensen, 1999), mentre dal punto di vista motivazionale l’individuo deve spesso fare i conti con un ambiente demotivante e controllante, permeato di ageismo e che tende a sostituirsi all’anziano invece che incentivarne l’autonomia.

Infine, da un punto di vista fisico, si possono manifestare cambiamenti sensoriali e di efficienza dei sistemi muscolo-scheletrico, cardiovascolare, respiratorio e digestivo, influendo negativamente sulla qualità di vita della persona anziana (De Beni & Borella, 2015).

Essendo il paziente geriatrico tendenzialmente polipatologico è imprescindibile l’utilizzo di un approccio multidimensionale, sia nella valutazione che nell’intervento, che tenga conto dei fattori sopracitati.

Date queste premesse, è necessario che il professionista presti attenzione a una serie di aspetti metodologici fondamentali per la buona riuscita della propria pratica clinica.

Il colloquio

Il colloquio clinico è l’asse portante dell’esame psicodiagnostico, strumento di indagine finalizzato a raccogliere informazioni. Prendendo come punto di riferimento la teoria sulle tecniche del colloquio di Semi (1985), nella pratica clinica con l’anziano risultano determinanti la ridefinizione del setting e la regola del linguaggio.

Che si tratti di un contesto di istituzionalizzazione o meno, è importante prima di tutto assicurarsi che vi sia una buona illuminazione e, nel caso di ipoacusia, attrezzarsi di un amplificatore. Se l’individuo presenta limitazioni fisiche o è allettato, il colloquio può essere condotto a domicilio o nella stanza del paziente in caso di istituzionalizzazione. In quest’ultima circostanza è assai frequente la conduzione di colloqui e valutazioni psicodiagnostiche in corridoi o stanze comuni, ostacolati da numerose interferenze e interruzioni. Il consiglio è, dunque, quello di individuare una situazione il più libera possibile da distrattori, essendo l’anziano caratterizzato da una minore attenzione.

Per quanto riguarda il linguaggio, come suggerito da Semi, è necessario adeguare il proprio lessico a quello del paziente. Il più delle volte l’anziano può presentare una bassa scolarità per cui è fondamentale adeguarsi al suo registro e livello socioculturale.

In presenza di disturbi neurocognitivi è bene tenere a mente che con la progressione della patologia si assiste a una maggiore difficoltà di comprensione e produzione del linguaggio, per cui è da preferire la comunicazione non verbale.

I test

La scelta dei test nella valutazione dell’anziano è piuttosto limitata sia per aspetti psicometrici che per le condizioni fisiche del paziente. Spesso, infatti, a causa di deficit sensoriali (ipovisus, ipoacusia ecc.) o motori (artrite reumatoide, parkinsonismi, paralisi ecc.) la maggior parte del materiale testistico deve essere escluso.

Inoltre, le condizioni cliniche del paziente geriatrico presentano il più delle volte repentini cambiamenti che riducono l’affidabilità della valutazione.

L’aspetto sicuramente più limitante è la scarsa validità della maggior parte dei test: essi, infatti, vengono standardizzati prevalentemente su campioni normativi che non includono gli ultranovantenni. Ad esempio, uno dei test di screening più utilizzati per lo stato cognitivo, il MMSE (Folstein et al., 1975), presenta nelle tarature italiane norme statistiche fino a solo 89 anni (Magni et al., 1996).

Visto il progressivo invecchiamento della popolazione e la maggior presenza di grandi vecchi (85-99 anni), risulta necessario aggiornare le norme statistiche e condurre un lavoro di taratura dei test più diffusi che tenga conto di questa fascia di età.

 

Aspetti neuropsicologici e dinamiche familiari in genitori di bambini con disturbo dello spettro autistico

Ricerche che hanno indagato le difficoltà legate alla gestione di un figlio con disturbo dello spettro autistico (ASD), riportavano tra i parenti di primo grado, in particolare le madri, elevati livelli di stress e minore senso di benessere che si ripercuotevano negativamente sulla qualità della vita dei loro figli.

 

L’impatto della disabilità di un individuo nel contesto familiare, varia a seconda delle caratteristiche specifiche e della condizione sindromica esaminata.

Ricerche che hanno indagato le difficoltà legate alla gestione di un figlio con disturbo dello spettro autistico (ASD), riportavano tra i parenti di primo grado, in particolare le madri, elevati livelli di stress e minore senso di benessere che si ripercuotevano negativamente sulla qualità della vita dei loro figli (Benjak et al., 2009; Phetrasuwan & Shandor Miles, 2009; Schieve et al., 2007).

Secondo la letteratura, i genitori di bambini con ASD hanno spesso difficoltà emotive; mostrando tratti alessitimici, ridotta consapevolezza emotiva, difficoltà nel mentalizzare, percepire, riconoscere e descrivere verbalmente i propri ed altrui sentimenti (Szatmari et al., 2008). Inoltre, riportando un tasso più elevato di ansia sociale e depressione, necessitano anch’essi un supporto psicologico da parte dei servizi di cura (V. Goussé et al., 2011).

Nei genitori sono state riscontrate anche problematiche neuropsicologiche, ricondotte all’ipotetica presenza di un “fenotipo allargato” (broad phenotype; Véronique Goussé et al., 2002; Klusek et al., 2014; Shi et al., 2015), implicato nell’origine dell’autismo. In virtù della ancora oscura eziologia che determinerebbe la patologia nel figlio; questo fenotipo spiegherebbe la presenza in forma lieve nei familiari del soggetto affetto, di tratti sintomatologici del disturbo (S. Folstein & Rutter, 1977; Le Couteur et al., 1995), dando la possibilità di individuare i meccanismi genetici alla base ed effettuare una buona diagnosi differenziale.

Alcune problematiche riportate dalla letteratura rimandano a deficit cognitivi, del linguaggio, delle funzioni esecutive, della working memory (Gokcen et al., 2009), degli aspetti pragmatici della comunicazione (Pickles et al., 2000), problematiche nell’articolazione, nella lettura e nell’ortografia; con punteggi significativamente più bassi nei test di intelligenza verbale (S. E. Folstein et al., 1999).

Esplorando ulteriori aspetti, come le dinamiche riscontrate nel nucleo familiare di soggetti con ASD, sono stati individuati fattori potenzialmente interferenti nella relazione genitore-figlio, che possono compromettere il percorso riabilitativo di quest’ultimo.

In particolare, in la letteratura, le madri di bambini autistici venivano descritte con tratti maggiori di rigidità; mentre i padri venivano delineati come più distaccati (Seidman et al., 2012).

Lo studio di Zingale et al. (2017), ha indagato le caratteristiche cognitive, emotive e relazionali peculiari in 30 genitori di bambini affetti da autismo e associata disabilità intellettiva (DI); confrontandole con quelle emerse da 22 genitori di bambini affetti dalla sindrome di Prader-Willi  (PWS) e DI associata. La PWS, ad eziologia nota, si caratterizza per iperfagia, comportamenti ossessivi, impulsività, instabilità emotiva, disabilità intellettiva (Angulo et al., 2015) e, similmente all’ASD, comporta un elevato carico emotivo da parte della famiglia. Anche la DI si ripercuote sui genitori; provocando restrizione nelle attività del nucleo, oltre che problemi di stress e sintomi depressivi (Mulroy et al., 2008).

Dall’indagine, non sono emerse differenze tra i genitori con figli affetti da ASD e quelli con Prader-Willi rispetto al quoziente intellettivo misurato con la WAIS-R (Wechsler Adult Intelligence Scale-Revised; Wechsler, 1981) nelle sue componenti verbali ed esecutivo-pratiche.

Tuttavia, andando a verificare le risposte date in alcuni subtest, questi avevano riportato migliori abilità di ragionamento verbale, di giudizio sociale e orientamento nella realtà.

Nel complesso, queste prime valutazioni del funzionamento cognitivo, non confermano il profilo dei genitori di soggetti con ASD riportato dalla letteratura in termini di presenza di un fenotipo allargato; in quanto oltre a maggiori deficit nelle componenti verbali dell’intelligenza (Piven & Palmer, 1999), avrebbero dovuto mostrare compromissione delle funzioni esecutive e delle abilità di memoria (Gokcen et al., 2009), anch’esse non riscontrati nella presente indagine.

I genitori di bambini affetti da ASD hanno riportato caratteristiche peculiari nel test CBA (Cognitive Behavioural Assessment; Zotti et al., 1995), che indaga alcuni costrutti psicologici. Tra questi è emersa maggiore ansia, paura per il sangue/medici, pensieri intrusivi e ruminazione; mentre non sono emersi sintomi depressivi riscontrati in letteratura (V. Goussé et al., 2011; PIVEN et al., 1991).

Per quanto concerne le dinamiche familiari, valutate con il FACES IV (Olson, 2008); famiglie con bambini affetti da ASD sperimentavano minore soddisfazione; essendo meno coese, più disimpegnate e caotiche nella distribuzione dei ruoli, rispetto a quelle aventi un membro affetto da sindrome di Prader-Willi.

Nonostante lo studio presenti alcuni limiti riguardanti la ridotta numerosità dei campioni e l’impossibilità di fare un confronto con la letteratura sulle varabili neuropsicologiche di genitori di bambini con ASD e PWS, poco indagate, sono stati esplorati aspetti rilevanti. Tra questi, il ruolo delle dinamiche familiari, che potendo interferire con le abilità di coping adattive messe in campo per fronteggiare la patologia, andrebbero esplorate ulteriormente in campioni più grandi e con diversi quadri sindromici.

In tutti i casi, la disabilità di un membro della famiglia impatta notevolmente sui processi transazionali della stessa; sulle dinamiche e gli aspetti della sfera emotiva espressi dagli individui che ne sono coinvolti. Con lo scopo di porre al servizio della crescita evolutiva le strategie di coping e incrementare i fattori di resilienza della famiglia, si rendono necessari programmi di intervento che non coinvolgano solo il membro affetto da disabilità, ma che prevedono la presa in carico di tutto il sistema familiare.

 

Cognitivismo clinico: l’utilizzo della Schema Therapy – Editoriale

Questo numero monografico di Cognitivismo Clinico nasce con l’intento di raccogliere diversi contributi collocati all’interno della cornice teorica della Schema Therapy (ST; Young, Klosko & Weishaar, 2007).

Barbara Basile, Olga Ines Luppino

 

La Schema Therapy consiste in un approccio di terapia integrato che negli ultimi 20 anni ha ricevuto molta attenzione e consenso sia negli USA, dove si è sviluppato, che in Europa, in particolare nei Paesi Bassi e in Germania. Pur essendo nata come modello terapeutico con l’intento di curare i disturbi di personalità, la Schema Therapy ha sempre più negli ultimi anni trovato applicazione nel trattamento dei disturbi di Asse I, in particolare nei casi di cronicità e di resistenza agli interventi standard di terapia cognitivo-comportamentale, con prove di efficacia ad oggi piuttosto promettenti.

Il contributo di Alessandra Mancini apre questo numero speciale offrendo una breve rassegna della letteratura relativa alle principali aree di intervento clinico della ST: la modifica degli Schemi Maladattivi Precoci, l’intervento sugli Schema Mode, la relazione terapeutica (il limited reparenting e il confronto empatico) e il cambiamento del significato delle esperienze traumatiche operato tramite la tecnica dell’Imagery with Rescripting. In particolare l’autrice intende soffermarsi su quest’ultima tecnica emotivo-esperienziale che rappresenta la principale promotrice di cambiamento, avanzando l’ipotesi che alla base della sua efficacia vi sia la risoluzione del problema meta-emotivo, comunemente noto in terapia cognitiva come problema secondario. Un contributo molto interessante dunque che intende avanzare ipotesi volte a comprendere meglio i meccanismi che regolano il funzionamento e gettano luce sull’efficacia di questa tecnica.

Il secondo contributo di De Sanctis e Basile, si concentra sull’applicazione della Schema Therapy a pazienti in età geriatrica, focalizzandosi sui possibili accorgimenti e ri-adattamenti delle tecniche utilizzate all’interno del modello con questa tipologia di pazienti. Gli autori offrono una breve panoramica sullo stato dell’arte e, tramite alcune esemplificazioni cliniche, indicano come sia possibile mutuare la formulazione del caso e adattare gli interventi clinici a pazienti geriatrici, in particolar modo quando presentano residui di tratti di personalità disfunzionali. Il terzo e il quarto contributo, rispettivamente di Tenore et al., e di Luppino et al., presentano una proposta di concettualizzazione del funzionamento del Disturbo Ossessivo Compulsivo nata da un lavoro di traduzione del modello cognitivo-comportamentale, come proposto da Mancini (2018), nel lessico della Schema Therapy, più in particolare nei termini del modello dei Mode. Oltre ad approfondire il ruolo svolto da specifiche tipologie di esperienze precoci nel contribuire allo strutturarsi della vulnerabilità del paziente con DOC, le autrici si sono proposte di offrire, nell’ordine, una sintesi della prospettiva teorica nata dalla loro opera di integrazione e una proposta di rationale terapeutico inerente il lavoro con i singoli Mode coinvolti nell’esperienza ossessiva. A ciò fa poi seguito un approfondimento inerente la specificità dell’utilizzo della tecnica di Imagery with Rescripting con il paziente ossessivo e una sua declinazione a partire dall’integrazione con il lavoro di Esposizione con Prevenzione della Risposta.

Il quinto contributo, di Basile et al., nasce dalla collaborazione con i colleghi Simona Calugi e Riccardo dalle Grave dell’Unità di Riabilitazione Nutrizionale della Casa di Cura di Villa Garda (VR). Lo studio presentato ha l’obiettivo di valutare gli schemi maladattivi individuali e gli schemi genitoriali disfunzionali in pazienti con anoressia e bulimia nervosa ricoverate presso un reparto specializzato nel trattamento dei Disturbi Alimentari. I risultati della ricerca evidenziano che i pazienti presentano schemi precoci individuali più disfunzionali rispetto a quelli rilevati in un campione non clinico, appaiato per sesso ed età. Inoltre, esaminando gli schemi genitoriali dei pazienti, si distingue il ruolo della figura paterna, descritta come maggiormente invalidante e carente sul piano emotivo. Effettuando ulteriori confronti tra i due sottogruppi di pazienti, gli autori rilevano ulteriori differenze interessanti che vengono coerentemente discusse nella parte conclusiva del lavoro.

A chiudere questo numero dedicato alla ST, il contributo di Giulia Signorini, volto all’analisi degli schemi maladattivi precoci e degli stili di coping in un campione di psicoterapeuti in formazione. In linea con la limitata letteratura sul tema, gli schemi di Standard Severi, Autosacrificio e Ricerca di Approvazione risultano essere i più diffusi nel campione esaminato, con delle strategie di fronteggiamento volte alla iper-compensazione degli stessi. In altri termini, i giovani terapeuti sembrano essere particolarmente sensibili alla prestazione (valutata tramite standard interiori e riconoscimenti esterni) e maggiormente orientati all’appagamento dei bisogni altrui, a discapito dei propri. Secondo l’autrice, questi dati suggeriscono la rilevanza nell’affrontare questi temi all’interno dei percorsi di supervisione.

 

Sul bordo del caos (2020) di Maurizio Frisina – Recensione del libro

L’autore del libro Sul bordo del caos è il Dr. Maurizio Frisina, psicologo e psicoterapeuta, che dirige il servizio U1 della Clinique La Ramée a Bruxelles, centro d’eccellenza per la terapia delle dipendenze. 

 

Il libro è strutturato in tre parti:

Nella prima parte sono esaminate le forme di dipendenza attraverso un sistema che è improntato sul modello delle 3 colline rappresentate dalla dimensione auto-organizzativa, narrativa e temporale.

Nella seconda delinea un modello di classificazione delle dipendenze attraverso la teoria del caos per evidenziare le correlazioni tra lettura del sintomo e del rapporto tra tempo e terapia.

Nella terza descrive le relazioni che si instaurano tra regole e trasgressioni.

Le tre parti del libro sono strutturate attraverso una parte introduttiva che illustra lo stato dell’arte della ricerca relativa alle dipendenze e agli approcci terapeutici per affrontarli e spiega attraverso la descrizione di casi clinici di cui si è occupato l’approccio terapeutico che utilizza per aiutare i suoi pazienti a liberarsi delle proprie dipendenze.

Il linguaggio è molto chiaro e lineare nella prima parte del libro e la presenza di numerosi casi clinici contribuisce ad avere un quadro completo di una serie di dipendenze, di quali siano le implicazioni sulle relazioni sociali del paziente e di quali siano le possibili soluzioni terapeutiche. Nella seconda parte il libro si arricchisce di concetti più tecnici e scientifici allo scopo di illustrare dal punto di vista matematico-fisico la teoria del caos fornendo una chiave di lettura per spiegare la complessità clinica delle dipendenze, approdando nella terza parte ad una visione sistemico-costruzionista della trasgressione. Come detto, anche in queste due parti del libro la parte teorica è supportata ed esplicitata illustrando casi clinici.

Il libro del Dr. Frisina può rappresentare un ottimo supporto non solo per avere un’ampia e innovativa visione delle tipologie e implicazioni delle dipendenze, ma anche perché fornisce una serie di schemi in grado di aiutare il terapeuta ad intervenire con pertinenza, appropriatezza fase-specifica e predittività sullo stato clinico del paziente.

 

Lockdown, cosa abbiamo imparato? – il primo episodio di Caffè Cognitivo

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Caffé Cognitivo”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale.

 

Ai tempi degli aperitivi su Zoom e dei brindisi su Skype, non potevano mancare i caffé virtuali. Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Caffé Cognitivo”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche e argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Ogni incontro ha preso avvio da una conversazione tra due o più clinici di Studi Cognitivi per poi aprirsi alle riflessioni e alle domande del pubblico. Nel primo episodio, dal titolo “Lockdown: cosa abbiamo imparato?”, Sandra Sassaroli e Gabriele Caselli si sono confrontati sulla salute mentale durante la pandemia, in particolar modo sulla paura e sugli aspetti depressivi e ansiosi legati a ciò che abbiamo vissuto, senza tralasciare il dopo: cosa abbiamo imparato e cosa ancora impareremo da questa inaspettata parentesi di vita?

Ma allo stesso modo di un buon caffé, ogni singolo incontro della serie va assaporato e, senza anticipare altro, vi lasciamo alla visione del video sperando che, accompagnati da questo aroma di scambio e confronto, vi gustiate il primo episodio di “Caffé cognitivi” tutto in un sorso!

 

IL LOCKDOWN: COSA ABBIAMO IMPARATO?

Insonnia e Perfezionismo: quanto influiscono le cognizioni disfunzionali relative al sonno nel mediare tra questi due fenomeni?

L’insonnia è un disturbo del sonno che colpisce fino al 10% degli adulti a livello di disturbo e fino al 30% a livello di sintomi (Espie, Kyle, Hame, Cyhlarova, & Benzeval, 2012).

Elisa Petetta – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

I sintomi dell’insonnia (DSM-5, APA, 2013) possono includere difficoltà a iniziare il sonno, a mantenerlo (con frequenti risvegli o problemi a riaddormentarsi dopo essersi svegliati), o risvegli precoci al mattino con incapacità di riaddormentarsi. Le alterazioni del sonno causano disagio clinicamente significativo portando spesso ad una compromissione della qualità della vita di chi ne è affetto (Kyle, Espie, & Morgan, 2010).

Sono stati individuati vari fattori, predisponenti, precipitanti e perpetuanti, che possono influenzare l’insorgenza e l’instaurarsi del disturbo, i quali possono essere di natura ambientale, comportamentale, biologica o psicologica (Spielman, Caruso & Glovinsky, 1987). Fattori ambientali come il rumore, la luce, la temperatura eccessivamente calda o fredda o l’alta quota possono aumentare la vulnerabilità all’insonnia, così come fattori biologici come il genere femminile e l’invecchiamento. Fattori perpetuanti di natura comportamentale quali cattive abitudini come eccessivo uso di caffeina, irregolarità nell’orario del sonno insieme alla paura di non dormire possono favorire l’instaurarsi di circoli viziosi che possono indurre insonnia persistente.

Alcuni fattori temperamentali inoltre, quali profili di personalità, stili cognitivi ansiosi o la tendenza a reprimere le emozioni, possono altresì incrementare la vulnerabilità all’insorgenza del disturbo.

Considerando questi ultimi fattori quindi, si può affermare che la personalità di un individuo può agire intrinsecamente come fattore predisponente in relazione all’insorgenza dell’insonnia.

Il perfezionismo ad esempio è uno tra i numerosi tratti della personalità associati all’insonnia.

Questo costrutto, definito come la tendenza a stabilire standards personali eccessivamente elevati e ad effettuare valutazioni esageratamente critiche di se stessi (Frost, Marten, Lahart.,&  Rosenblate, 1990), è stato frequentemente associato a carenza di sonno e all’insonnia (Akram, Ellis, & Barclay, 2015).

E’ emerso in particolare, in uno studio di Akram e colleghi (2017) che, rispetto agli individui che non riferivano disturbi del sonno, quelli con insonnia riportavano punteggi significativamente più elevati nelle dimensioni del perfezionismo ‘preoccupazione per gli errori’, ‘dubbi sulle azioni’, e ‘critiche genitoriali’ misurate attraverso la Multisimensional perfectionism scale (F-MPS, Frost et al.,1990) e sintomi più gravi di ansia e depressione.

Anche altri studi hanno sottolineato le relazioni esistenti tra insonnia e alcune sottodimensioni del perfezionismo quali ‘dubbi sulle azioni’, ‘critiche genitoriali’, ‘preoccupazione per gli errori’, ‘standards personali elevati’ e ‘perfezionismo prescritto socialmente’ (Azevedo et al. 2010;  Johann et al. 2017; Spiegelhalder et al. 2012).

Inoltre, alcune ricerche hanno dimostrato anche che la già evidenziata relazione tra il perfezionismo e l’insonnia può essere mediata da alcuni fattori quali lo stress emotivo (Jansson-Fröjmark & Linton, 2007), la percezione dello stress e la regolazione emotiva (Brand  et al., 2015) e il pensiero controfattuale (Schmidt, Courvoisier, Cullati, Kraehenmann & Van der Linden, 2018).

E’ anche stato ipotizzato che gli individui perfezionisti mostrerebbero la tendenza ad essere eccessivamente preoccupati delle conseguenze negative che un disturbo del sonno acuto potrebbe avere sulle loro attività quotidiane (Lundh & Broman, 2000). Conseguentemente, di notte, queste preoccupazioni potrebbero assumere la forma di un circolo di pensiero negativo costituito da rimuginio, ruminazione e da convinzioni disfunzionali relative al sonno. A sua volta questo circolo, una volta instauratosi, potrebbe condurre a difficoltà ad iniziare il sonno e a mantenerlo, facilitando il passaggio da un disturbo del sonno acuto a un disturbo cronico (Frost et al. 1990).

Le cognizioni disfunzionali relative al sonno includono aspettative errate sul fabbisogno di sonno, convinzioni esagerate sulle conseguenze diurne di un sonno disturbato, rimuginio e sensazione di impotenza relativi al sonno, credenze errate riguardanti i farmaci per dormire e l’attribuzione biologica dei disturbi del sonno (Morin, Vallières, & Ivers, 2007). Tali credenze possono essere pericolose per lo sviluppo di un disturbo del sonno cronico come l’insonnia. Questo può avvenire attraverso l’interazione tra un’attività cognitiva orientata negativamente (rimuginio e ruminazione ad esempio) e l’iperarousal autonomico che è mediato dalla disregolazione emotiva in termini di emozioni intense ed attivanti (Baglioni, Spiegelhalder, Lombardo, &  Riemann, 2010).

La ricerca si è concentrata sull’esaminare in maniera approfondita la relazione esistente tra perfezionismo ed insonnia mentre il ruolo di mediatore delle cognizioni negative correlate al sonno (ad esempio le preoccupazioni per quest’ultimo e le credenze disfunzionali sulle conseguenze di un sonno insoddisfacente) sono state poco esaminate.

Lo studio di Akram e colleghi (2020) è il primo studio che esamina il ruolo delle convinzioni e degli atteggiamenti disfunzionali riguardo al sonno in relazione al perfezionismo.

La ricerca, in particolare, ha avuto come obiettivo quello di :

  • determinare quali aspetti specifici del perfezionismo siano correlati all’aumento dei sintomi di insonnia segnalati dai soggetti e
  • indagare il ruolo di potenziali mediatori delle cognizioni disfunzionali collegate al sonno e dell’ansia sulla relazione tra dimensioni del perfezionismo e sintomi dell’insonnia.

Nello studio sono stati reclutati 624 soggetti ai quali è stata somministrata la seguente batteria testistica:

  • la Dyfunctional Beliefs and Attitudes About Sleep Scale (DBAS) (Morin et al., 2007) per indagare le convinzioni relative al sonno;
  • l’Insomnia Severity Index (ISI) (Bastien, Vallières, & Morin, 2001), che indaga la gravità dei sintomi dell’insonnia nelle due settimane precedenti, includendo la difficoltà a iniziare o a mantenere il sonno e i risvegli precoci;
  • l’Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS-A) (Zigmond & Snaith, 1983), per indagare la sintomatologia ansiosa;
  • la Frost Multidimensional Perfectionism Scale (F-MPS) (Frost et al., 1990) per valutare le sei dimensioni del perfezionismo (‘preoccupazione per gli errori’, ‘dubbi sulle azioni’, ‘aspettative genitoriali elevate’, ‘critiche genitoriali’, ‘tendenza all’organizzazione e all’ordine’, e ‘standards personali elevati’.

I risultati dello studio mostrano che gli individui che presentano sintomi di insonnia tendono anche a riportare livelli più elevati nella dimensione ‘dubbi sulle azioni’ (Doubting of actions, D), ‘critiche genitoriali’ (Parental Criticism, PC), e ‘aspettative genitoriali elevate’ (Parental Expectations, PE), e punteggi più bassi nella ‘tendenza all’organizzazione e all’ordine’ (Organization, O); risultati in linea con la già citata letteratura esistente che aveva precedentemente sottolineato una relazione significativa tra il perfezionismo multidimensionale e i sintomi dell’insonnia.

Inoltre, le analisi di mediazione basate sulla regressione, hanno ulteriormente mostrato che, ad eccezione della ‘tendenza all’organizzazione e all’ordine’, sia le cognizioni disfunzionali collegate al sonno sia la sintomatologia ansiosa, hanno mediato significativamente l’associazione tra i sintomi dell’insonnia e le altre tre dimensioni del perfezionismo.

E’ stato evidenziato che gli individui che dubitano eccessivamente delle loro azioni e si preoccupano molto delle critiche genitoriali sperimentano livelli più elevati di arousal nella fase prima di addormentarsi, fattori che contribuiscono all’insorgenza ritardata del sonno (Vincent, & Walker, 2000). Queste preoccupazioni possono assumere la forma di rimuginii e ruminazioni, strategie cognitive che sono state associate ad alti livelli di perfezionismo (Randles, Flett, Nash, McGregor & Hewitt, 2010).

Inoltre, nel caso di un episodio di sonno disturbato, gli individui che presentano elevati livelli di alcune dimensioni del perfezionismo possono spendere una sproporzionata quantità di tempo valutando criticamente il loro sonno e le loro performance quotidiane (Akram et al., 2015).

In questo caso, preoccupazioni eccessive e rimuginii sulle conseguenze di una perdita occasionale di sonno, sui risvolti negativi sulle attività diurne e sull’attribuzione biologica di questi problemi, potrebbero probabilmente influenzare la valutazione del sonno in modo negativo. A sua volta, la percezione che un sonno scarso ostacoli il funzionamento diurno, potrebbe portare a sperimentare dubbi sulle azioni che devono essere eseguite durante il giorno. I sintomi ansiosi poi possono servire ad esacerbare il rimuginio e la ruminazione preesistenti nei soggetti con insonnia.

Alla fine viene ipotizzato che si instauri un circolo di pensiero negativo, in cui i dubbi sulle azioni e le preoccupazioni sulle performances quotidiane, si sposti durante la notte alimentando di conseguenza l’arousal sperimentato prima di dormire e ritardando l’insorgenza del sonno (Schmidt et al., 2018).

Di conseguenza, quei soggetti che presentano alti livelli sia nello sperimentare tendenze perfezionistiche, sia cognizioni disfunzionali collegate al sonno, possono arrivare ad alterare il loro comportamento (ad esempio aumentando il tempo trascorso a letto facendo dei pisolini o tentando di recarsi a letto più presto rispetto all’orario normale), tutte strategie messe in atto per compensare il loro deficit di sonno e conseguentemente mirare ad avere un ‘sonno perfetto’.

Questi tentativi da parte dei soggetti di ‘forzare’ l’avvio del sonno, si sono dimostrati essere invece controproducenti, favorendo il passaggio da un disturbo del sonno transitorio all’insonnia (Baglioni et al., 2010).

In relazione al trattamento questi dati possono essere utili per formulare alcune riflessioni. Considerando che il perfezionismo può aumentare il rischio di dropout dalla terapia cognitiva-comportamentale per l’insonnia (CBT-I) (Johann et al., 2018), Akram (2018)  ha evidenziato come possa essere utile per questi individui, beneficiare di una terapia modificata della CBT-I che ponga maggior enfasi anche alla correzione dei pensieri disfunzionali e di quelli perfezionistici connessi al sonno e ai sintomi di ansia.

Fornendo questi individui di corrette informazioni sul sonno e sul funzionamento, mettendo in discussione anche quelle convinzioni disfunzionali che favoriscono l’incremento di sforzi comportamentali per dormire, si potrebbe prevenire il passaggio da difficoltà relative al sonno acute o transitorie in problemi a lungo termine o condizioni croniche come l’insonnia.

 

Il fenomeno dei centenari e ultracentenari nel mondo: gli aspetti presi in considerazione

Se ci si concentra all’interno dell’Unione Europea, l’invecchiamento della popolazione è particolarmente rapido, ciò sembrerebbe dovuto alla bassa fertilità e alla riduzione della mortalità per vecchiaia. I paesi europei che hanno il maggior numero di centenari sono Spagna, Francia, Grecia e Italia.

Fontanel Giulia – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Insieme al progressivo invecchiamento demografico degli over 80, anche il numero di centenari nel mondo sta aumentando sempre più rapidamente (Teixeira et al., 2017). Nel 2015, la Population Division of the United Nations (UNDP) stima che nel 1990 si contavano all’incirca 96000 centenari; mentre, nel corso del 21° secolo ci sarà una crescita importante, tanto da stimare oltre 20 milioni di centenari nel mondo nel 2100 (Robine et al., 2017).

Se ci si concentra all’interno dell’Unione Europea, l’invecchiamento della popolazione è particolarmente rapido, ciò sembrerebbe dovuto alla bassa fertilità e alla riduzione della mortalità per vecchiaia (Teixeira et al., 2017). Basti pensare che nel 2006 la popolazione europea costituita da persone centenarie si aggirava a circa 57306 individui e, negli ultimi decenni, ogni dieci anni il numero dei centenari è raddoppiato. I paesi europei che hanno il maggior numero di centenari sono Spagna, Francia, Grecia e Italia, con oltre 20 centenari per 100000 abitanti (Teixeira et al., 2017).

L’Istat nell’ultimo rapporto Cent’anni e non sentirli (2019) mostra come l’Italia sia il paese più longevo d’Europa e con il numero di ultracentenari maggiore: 14456 e la maggior parte di loro, corrispondente all’ 84%, è composto da donne. La maggior parte dei centenari italiani risiede nelle regioni del Nord Italia; in primis, la regione con il più alto rapporto tra semi-supercentenari, ovvero anziani che raggiungono e superano i 105 anni, e popolazione è la Liguria con 3,3 centenari ogni 100 mila abitanti, seguita dal Friuli-Venezia Giulia (3 centenari per ogni 100 mila abitanti). Sempre secondo l’Istat, se si prende in considerazione il rapporto tra semi-supercentenari e la popolazione residente over 80 il Friuli-Venezia Giulia si posiziona al primo posto. Non a caso, nel 2014, a Trieste è stato istituito il progetto CaT: Centenari a Trieste, il cui obbiettivo è quello di raccogliere più dati possibili di tutti i centenari residenti a Trieste e provincia, sulle malattie presenti, passate, sulle loro capacità cognitive e sulla relazione tra caratteristiche biologiche e genetiche (Tettamanti et al., 2018).

Questa veloce crescita da un lato richiede riflessioni urgenti da parte del welfare, dall’altro corrisponde a una sfida, e un interesse, per la psicologia dell’invecchiamento (De Beni et al., 2015).

Ma perché la psicologia è così interessata a questo nuovo fenomeno? Per prima cosa, sarebbe utile comprendere meglio le peculiarità e gli aspetti psicologici, come fattori di personalità, processi cognitivi, aspetti emotivo-motivazionali, che contraddistinguono questa popolazione; in secondo luogo, ci si chiede se è possibile generalizzare e quindi attribuire ai centenari le conoscenze dell’invecchiamento psicologico che si associano alla fascia 65-85 anni (De Beni et al., 2015).

Ci sono diversi modi per classificare gli anziani centenari, uno di questi è quello che prevede l’assenza o presenza di patologie legate all’età di Everts e colleghi (2003). Secondo questa classificazione è possibile distinguere centenari:

  • Survivors – sopravvissuti, anziani ai quali è stata diagnosticata una demenza, o in generale deficit cognitivi, prima degli 80 anni;
  • Delayers – ritardatari, centenari ai quali i deficit sopracitati sono stati diagnosticati all’età di 80 anni o successivamente;
  • Escapers – fuggitivi, ovvero quelle persone che hanno raggiunto i 100 anni “sfuggendo” alle trappole dell’invecchiamento, quindi senza alcuna diagnosi di demenza o deficit cognitivo.

Come sottolineato dal rapporto dell’Istat Cent’anni e non sentirli (2019), vi sono molte più donne che arrivano e superano la soglia dei 100 anni rispetto gli uomini. Però, sebbene le donne abbiano un’aspettativa di vita più lunga rispetto al genere maschile, gli uomini che riescono a raggiungere il secolo mostrano una salute e una performance cognitiva migliore rispetto a quella delle donne.

Infatti, sembra emergere che la prevalenza di differenza di genere nei centenari sia dovuta alla morbilità, ovvero alla presenza in contemporanea di più disturbi, e alla disabilità, ovvero una perdita specifica di funzioni mentali e fisiche. A tal proposito, si osserva una maggiore frequenza di morbilità nelle donne, mentre una maggiore frequenza di disabilità negli uomini (Terry et al., 2008). In altre parole, gli uomini per poter arrivare a quest’età devono essere quasi del tutto indipendenti e in un’ottimale stato di salute rientrando, il più delle volte, nella categoria dei fuggitivi.

Andare ad indagare i profili cognitivi degli anziani centenari non è cosa facile in quanto ci sono diverse difficoltà che i ricercatori devono affrontare, come somministrare test specifici che permettono di valutare le singole funzioni cognitive che solitamente si utilizzano negli anziani più giovani. Un altro problema nel quale si incorre è che molti centenari presentano deficit sensoriali, soprattutto inerenti all’udito e alla vista; anche per questi motivi, in letteratura non ci sono molti studi che indagano ciò.

Luczywek e colleghi (2007) hanno comparato un gruppi di 10 centenari fuggitivi a un gruppo di controllo di 65 anni su una serie di test che vengono utilizzati spesso, con particolare interesse per quelli verbali e visuo-lessicali. Lo scopo era di capire se ci fossero delle differenze nella manipolazione e nel mantenimento dell’informazione tra i due gruppi a confronto.

I risultati hanno mostrato una differenza significativa per i test verbali, mentre nei test visuo-spaziali la performance tra i due gruppi è similare; è importante però sottolineare che l’esecuzione delle prove dei centenari è stata più lenta rispetto al gruppo di controllo.

La longevità è il risultato di un insieme di fattori, come quelli ambientali e genetici, che contribuiscono all’aumento dell’aspettativa di vita. Con il progredire dell’invecchiamento però si può incorrere in diverse malattie e disturbi come infarto, diabete, ictus ecc. Se si vanno ad analizzare gli stili di vita dei centenari si noterà che, all’interno della loro dieta, la verdura ha un grande peso considerando anche il fatto che ai tempi della guerra era difficile o costoso procurarsi carne e/o pesce; l’alcool viene assunto in piccole quantità, solitamente durante i pasti; il fumo è quasi del tutto assente; amano stare in compagnia della propria famiglia e fanno lunghe passeggiate (De Beni et al., 2015). Quello che invece è ancora poco chiaro è cosa determini il mantenimento dei processi cognitivi e perché alcuni centenari, i cosiddetti fuggitivi, mostrino funzioni cognitive intatte, mentre altri incorrano in un deterioramento cognitivo precoce.

E’ stato osservato (Kliegel et al., 2004) che mantenere attivi i processi cognitivi è d’aiuto ai centenari per proteggersi dai deficit tipici della longevità. In particolare, i centenari che non hanno smesso di dedicarsi ad attività intellettive (viaggiare, fare parole crociate, occuparsi dei propri soldi in banca ecc.) sembrano avere un vantaggio importante per il loro stato cognitivo.

Gli obiettivi che i diversi studi dovranno porsi in futuro, molto probabilmente, dovranno concentrarsi sullo studio approfondito delle abilità cognitive, magari ideando e utilizzando test ad hoc per l’età del campione, analizzare più adeguatamente le variabili emotive, di personalità e motivazionali anche tenendo in considerazione il diverso atteggiamento nell’affrontare la vita quotidiana da parte del centenario.

 

A mente accesa. Crescere e far crescere (2020) di Daniela Lucangeli – Recensione del libro

L’autrice di A mente accesa utilizza la tecnica dell’immedesimazione per cercare di aiutare un bambino. Non le basta infatti interfacciarsi con lui, ma trova la soluzione del problema indossando le vesti del ragazzo per poterne carpire il punto di vista e i retroscena.

 

Solo un pesce rosso può capire come si sente un pesce rosso. L’autrice del romanzo Daniela Lucangeli utilizza la tecnica dell’immedesimazione per cercare di aiutare un bambino. Non le basta infatti interfacciarsi con lui, ma trova la soluzione del problema indossando le vesti del ragazzo per poterne carpire il punto di vista e i retroscena. Vesti che la stessa scienziata e docente di psicologia ha indossato in fanciullezza, definendosi lei una persona ‘ipersensibile’. Una spiccata sensibilità, per alcuni più unica che rara, a tal punto da definirla “intelligenza emotiva“, che la Lucangeli ha avuto la fortuna di avere tra i tesori della sua esistenza e che l’hanno aiutata nell’interpretazione di dettagli e percorsi di vita. Il suo studio, rivela, non ha mai seguito un solo filone e una stessa traiettoria, come un tuffatore che saprà già lo svolgimento della sua acrobazia.

È proprio con continue correzioni che è riuscita ad aggiustare il tiro fino ad un metodo quasi ‘scientifico’. Paziente dopo paziente, errore dopo errore, ogni bambino che non era in grado di aiutare era per lei motivo di studio e lavoro incessante volto alla risoluzione di quell’enigma chiamato psiche. L’enigma si ripete, con diverse incognite e diverse declinazioni in ogni giovane paziente, e lascia strada ogni volta ad aspetti sorprendenti ed inaspettati.

L’autrice non procede prendendo una via strettamente scientifica ma la intreccia ad un’altra emozionale dalla quale è impossibile scollarla. E quando non riesce nell’interpretazione meramente emozionale e allora eccola rituffarsi in spiegazioni scientifiche che fanno dei suoi studi tesoro. Tutto ciò non resta un’aulica dimostranza di nozioni o conoscenze, ma una vera e propria traduzione in un italiano intelligibile ai meno competenti nel campo.

I modi e la voce della Bambina che è stata in prima persona e che avrebbe parlato in questi termini se si fosse trovata a parlarne ormai decine di anni prima. Solo se “ci vediamo” siamo in grado di capire di cosa abbiamo bisogno. In queste parole l’autrice riassume il suo modus operandi, evidenziandoci fin da subito, il filo conduttore del suo romanzo.

 

Quando le ‘delusioni rimangono, l’amore muore’: l’erotomania e la sua relazione con vergogna e narcisismo

L’erotomania è una rara condizione psichiatrica in cui un soggetto sviluppa la convinzione – una credenza persistente e fissa – di essere amato da un’altra persona a distanza (Kelly, 2018).

 

Questo disturbo ha una lunga storia psichiatrica: inizialmente conosciuto come sindrome di de Clérambault e della ‘vecchia follia della cameriera’, il disturbo erotomanico è stato rinominato e classificato come una forma di disturbo delirante nell’ICD-10 (WHO, 1992; Kelly, 2018). Alla fine del ‘900, il disturbo delirante non era comunemente descritto in psichiatria, nonostante tutto era presente un interesse per alcuni sottotipi come l’erotomania primaria e la gelosia patologica (Munro, 1999). Questo disturbo è stato trattato con dei farmaci antipsicotici per la prima volta negli anni ’50 e ’60, oggi si riconosce che l’erotomania è una condizione relativamente rara che ha una relazione con comportamenti di stalking e altri comportamenti offensivi (Kelly, 2018).

La teoria triangolare di Sternberg (2007) sostiene che l’amore può essere compreso in termini di componenti: 1) ‘l’intimità’ comprende sentimenti di condivisione, vicinanza, legame e connessione, 2) la ‘passione’ comprende forme di eccitazione, attrazione fisica e sessualità, infine 3) ‘l’impegno’ comprende, nel breve termine, la scelta di una persona per cui si prova amore, a lungo termine invece riguarda l’impegno nel mantenimento della relazione amorosa attraverso scelte di tipo istituzionale (ad esempio i figli, il matrimonio). I due aspetti dell’impegno non necessariamente si susseguono, in quanto è possibile impegnarsi anche senza una relazione a lungo termine (Sternberg, 1986).

Kelly (2018) propone una revisione della letteratura per comprendere meglio il delirio erotomanico e i possibili tratti associati: da numerosi studi emerge come il concetto odierno di amore è dipendente non solo da fattori culturali, ma soprattutto sociali e politici (Kelly, 2018). Tali fattori darebbero forma anche all’erotomania che spesso si verifica lungo un gradiente sociale reale o percepito, dove le identità sociali e le dinamiche di potere svolgono un ruolo chiave nel generare questa forma di delirio.

Bortolotti (2015) spiegò come alcuni deliri servano a disinnescare le emozioni negative e a proteggere una persona con un’autostima bassa. Lloyd (2017) evidenziò come molte persone si vergognino, si sentano sole e difettose dopo una relazione romantica insoddisfacente: in tali circostanze, l’illusione di essere amati da qualcuno e/o da lontano può compensare i sentimenti di vergogna (Kelly, 2018). Quando si parla di erotomania, questa compensazione viene vista come un’illusione, non come una semplice fantasia o un desiderio: Kraepelin definì l’erotomania come un compenso per le delusioni della vita (Kelly, 2018). Il delirio erotomanico è prevalente nella popolazione femminile e solitamente è diretto verso uomini con posizioni sociali maggiormente elevate, al contempo gli uomini con tale disturbo predominano nei campioni forensi (Kelly, 2018). Dalla revisione della letteratura emerge come costrutti psicologici – vergogna, bassa autostima, fallimento – siano rilevanti anche per i casi di erotomania e non solo per caratteristiche di personalità individuali come il narcisismo. In termini psicologici, alcuni casi di erotomania sono sostenuti da una combinazione tra desiderio, delusione, vergogna e narcisismo in contesti sociali specifici: si ipotizza che esistano differenti gradi di erotomania, più o meno evidenti (Kelly, 2018). Forme minori di delirante esagerazione esistono anche in alcune relazioni stabili, con il fine di mantenere intatto il rapporto affettivo o per conferire vantaggi sociali specifici alle parti coinvolte.

In conclusione, i casi di erotomania diagnosticati necessitano di un trattamento attivo per ridurre i rischi psicopatologici e la sofferenza del soggetto, in quanto si ipotizzano manifestazioni erotomaniche all’interno delle relazioni più di quanto non si sia immaginato.

 

Stare a tavola, come affrontare i pasti condivisi – Report e video del webinar tenuto da CIP Milano

Report del webinar mensile dal titolo Stare a tavola, come affrontare i pasti condivisi tenuto dall’équipe multidisciplinare del Centro Disturbi dell’Alimentazione di Milano (CIPda).

 

Un ciclo d’incontri finalizzato alla gestione delle problematiche alimentari, indirizzato alla popolazione generale e nato per garantire supporto a chi si interfaccia con individui con Disturbi Alimentari, o più in generale con chi mostra criticità verso l’alimentazione e la forma fisica.

L’impostazione dell’incontro si è articolata in 2 momenti: il primo dando voce ai quattro differenti specialisti dell’équipe multidisciplinare del CIPda; il secondo dando spazio al pubblico, tramite domande libere scritte in chat.

Il primo momento è iniziato con una breve introduzione della Dott.ssa Rosaria Nocita (direttrice operativa), che ha introdotto i quattro specialisti e stimolato il loro intervento sui seguenti temi.

Come gestire il momento pre-pasto

Prende la parola la Dott.ssa Ranzini (psicologa-psicoterapeuta) che ha offerto indicazioni pratiche sulla gestione di un momento critico come quello che precede il pasto. La specialista ha illustrato i seguenti punti:

  • Creare un’atmosfera di supporto/incoraggiamento; non lasciando spazio alla critica
  • Garantire al paziente il minor grado di preoccupazione possibile
  • Attuare la procedura dell’alimentazione pianificata e meccanica, ovvero decidere aprioristicamente quali alimenti mangiare; secondo il razionale 3+2 (3 pasti + 2 spuntini)
  • Ridurre la presenza di stimoli alimentari che non richiedono una preparazione
  • Attribuire un’importanza cruciale al luogo del pasto

Il momento del pasto

L’incontro è proseguito con l’intervento della Dott.ssa Tramontano (psicologa-psicoterapeuta), la quale ha sottolineato ulteriormente l’importanza di creare un’atmosfera supportiva, evitando conversazioni concernenti cibo e forma fisica.

Anche la Dott.ssa Tramontano ha offerto un breve vademecum su come comportarsi con il paziente, durante questo momento di ansia acuta:

  • Rimandare il fatto di mangiare senza farsi influenzare da segnali interni erronei quali: pienezza, gonfiore e illusoria sazietà
  • Invitare a focalizzarsi sul momento presente, decentrandosi dal turbinio di preoccupazioni nel qui ed ora
  • Non lasciare che la persona in questione mangi in solitudine
  • Evitare di offrire/far assaggiare cibo alla persona con DA

Come gestire il momento post-pasto

Al termine dell’intervento di due psicoterapeute, segue quello del Dott. Schiena (psichiatra). Quest’ultimo ribadisce l’importanza di essere empatici nei confronti del paziente, specialmente nella fase che segue il pasto; l’empatia viene, infatti, da lui stesso definita come la bussola per orientare il proprio comportamento. La spiegazione di questa raccomandazione si fonda sul nucleo psicopatologico cardine del disturbo alimentare: questi pazienti hanno un sistema valutativo unicamente focalizzato sulle dimensioni del peso, della forma fisica e del controllo alimentare. A tal proposito, questo sistema si attiva notevolmente nel momento del post-pasto, in quanto i pazienti tendenzialmente avvertono una sensazione di gonfiore (causata da un tipico rallentamento dello svuotamento gastrico nei DA); questa sensazione non fa altro che acuire il senso d’angoscia pervasivo che accompagna il pasto.

Lo psichiatra conclude il suo intervento raccomandando di evitare commenti sterili su quanto e come il paziente abbia mangiato che indurrebbero un clima di ostilità. Lo specialista fornisce, infine, una parentesi psicoeducativa inerente alla curva emozionale transitoria: consiglia di rimandare alle pazienti che la sensazione d’angoscia che stanno provando non è infinita, anzi che il lasso di tempo normotipico entro cui l’acuzie emotiva si esaurisce è di circa un’ora.

Affrontare pasti al di fuori del contesto casalingo

L’incontro è proseguito con un contributo della dietista della clinica Dott.ssa Ramponi, la quale ha fornito suggerimenti pratici per gestire specificamente i pasti fuori casa. Tra questi:

  • Organizzare in anticipo il pasto: lasciando libera scelta al paziente in merito al ristorante in cui andare, in modo tale da poter scegliere aprioristicamente la portata del menù stesso
  • Provare a individuare dei criteri di scelta oggettivi (es: criterio economico)
  • Invitare il paziente a non lasciarsi condizionare dal proprio senso di fame e/o di pienezza anche fuori casa
  • Concentrarsi sulla conversazione (rimando sempre valido di evitare i temi ‘cibo’ e ‘forma fisica’)

Il webinar si è concluso con l’invito della Dott.ssa Nocita al successivo incontro sul tema: Il rapporto con il cibo durante le festività: come regolare abbuffate e restrizioni.  Infine il pubblico è stato informato per seguire le video-risposte sulla pagina Facebook del CIPda: spazio in cui i curanti risponderanno a tutte le domande restanti emerse dalla chat dell’incontro odierno.

 

STARE A TAVOLA, COME AFFRONTARE I PASTI CONDIVISI – Guarda il video integrale del webinar:

 

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Intersoggettività e prime impressioni di affidabilità in età evolutiva

Il volto rappresenta una finestra sull’altro: è universale la tendenza a effettuare inferenze sull’affidabilità, l’aggressività, l’attrattività altrui basandosi sui tratti fisionomici e, inevitabilmente, ne consegue che vi sia una sola possibilità di fare una buona prima impressione.

 

Adolphs e Birmingham (2012) proposero una tassonomia dei segnali socialmente rilevanti, distinguendoli in statici (cues) e dinamici (signals). Ai cues appartengono, ad esempio, il colore della pelle, la forma degli occhi, la larghezza della mandibola, ma anche l’attrattività e l’affidabilità: tali caratteristiche sono infatti immodificabili, poiché l’individuo non possiede alcun controllo su una loro attivazione/disattivazione a seconda delle circostanze e il nostro cervello ha sviluppato meccanismi per l’elaborazione delle informazioni da esse veicolate. Il volto di ogni individuo si caratterizza dunque per una particolare configurazione, la quale viene usualmente processata dal nostro sistema cognitivo in modo olistico (piuttosto che analitico). L’elaborazione dei singoli dettagli avviene quindi tendenzialmente in modo simultaneo (e non caratteristica-per-caratteristica), giungendo a un’integrazione in un unico percetto globale in tempi assai ristretti, motivo per cui tale giudizio non risulta esente da bias.

La percezione di affidabilità sembra assolvere a un bisogno evoluzionistico adattivo, legandosi strettamente alla possibilità di inferire le intenzioni minacciose dell’altro in modo rapido, per attuare tempestivamente un comportamento di attacco o fuga. Tale giudizio riflette la presenza nel volto di caratteristiche facciali assimilabili anche alle espressioni emozionali: un individuo viene ritenuto maggiormente inaffidabile se la sua espressione facciale è di rabbia, mentre è giudicato affidabile se la sua espressione è simile a quella relativa all’emozione di felicità (Todorov, Baron & Oosterhof, 2008). Nonostante vi sia, generalmente, un buon accordo tra osservatori nella formulazione di giudizi relativi alle prime impressioni, le caratteristiche di personalità e le esperienze passate degli stessi incidono inevitabilmente sulla valutazione e la salienza delle caratteristiche facciali.

L’influenza delle prime impressioni legate all’apparenza del volto sull’attuazione di un comportamento di fiducia è perciò preponderante negli individui adulti, ma ciò è valido anche per l’età evolutiva? Ewing e colleghi (Ewing, Caufield, Read & Rhodes, 2015), tramite il ricorso al Token Quest, compito sperimentale riconducibile al paradigma del comportamento di fiducia in ambito di investimento economico, rilevarono come già a partire dai 5 anni di età le prime impressioni influenzino l’attuazione o meno di condotte di fiducia, per giungere però solo attorno ai 10 anni di età a osservare un chiaro allineamento al pattern di risposta comportamentale adulto. Sembra inoltre che, nella formazione di prime impressioni di affidabilità, un ruolo centrale sia rivestito dall’attrattività del volto: uno studio di Ma e Xu (2015) dimostra infatti come tale caratteristica sia utilizzata da bambini di età compresa tra 8 e 12 anni come scorciatoia per la formulazione di giudizi sociali. La piacevolezza del volto, in età evolutiva così come in età adulta, risulta quindi un discrimine fondamentale per il soggetto che si trova a scegliere se attuare o meno un comportamento di fiducia verso l’altro.

Il complesso periodo storico che attualmente stiamo vivendo, caratterizzato da inevitabili modificazioni dei codici che usualmente regolano gli scambi intersoggettivi, può condurre potenzialmente allo sviluppo di un generale clima di sfiducia. L’epigenetica spiega come gli esiti evolutivi derivino dalla commistione di fattori genetici e ambientali e infatti, anche per quanto concerne l’affidabilità percepita, risulta centrale il ruolo giocato dalle figure di riferimento del bambino nel sostenere un orientamento alla fiducia/sfiducia nei confronti di individui sconosciuti.

Stolle e Nishikawa (2011) dimostrarono come la trasmissione di un clima di sfiducia avvenga a opera di genitori che non necessariamente giudicano l’altro in modo negativo e non sono sempre orientati da un costante atteggiamento di sfiducia nei confronti del mondo. L’educazione all’inaffidabilità, supportata da un’accurata selezione di fatti di cronaca che contribuiscano a sostenere la creazione del worst-case scenario, legittima però il genitore a compiere nei confronti del figlio una campagna di presa di consapevolezza di tutti i potenziali pericoli, alimentando in lui la percezione di essere una potenziale vittima, specie in virtù della sua vulnerabilità evolutiva e della sua inesperienza nel mondo. Conseguentemente però, tale stile educativo può comportare una diminuzione di comportamenti pro-sociali e di atteggiamenti di cooperazione tra individui anche sconosciuti, aspetti che risulterebbero protettivi per la comunità in periodi storici particolarmente critici.

Sul piano psicologico è essenziale sottolineare che in una ‘società della sfiducia’ dilagano ansia, paura, ricerca di protezione, ossia emozioni biologicamente adattive di fronte a uno scenario realmente pericoloso, ma disfunzionali se esito di pensieri catastrofici e irrazionali, scaturiti dall’inaffidabilità percepita appresa e ostacolanti il comportamento pro-sociale.

 

Storia dell’ipnosi: Franz Anton Mesmer e le origini dell’ipnosi moderna

Franz Anton Mesmer si può considereare uno dei padri dell’ipnosi moderna. Ad oggi è cosiderato, da molti studiosi, il fondatore dell’ipnosi

 

Franz Anton Mesmer è stato un medico tedesco nato nella prima metà del ‘700 ed è oggi considerato da molti il fondatore dell’ipnosi moderna (Crabtree, 1988). Fu, infatti, il primo a cercare di dare una spiegazione ‘scientifica’ dell’ipnosi ed ipotizzò l’esistenza di un ‘fluido magnetico’ che, manipolato dal magnetizzatore, fosse in grado favorire la guarigione di quadri clinici che oggi chiameremmo psicosomatici (Thuillier & Meriggi, 1996).

Il lavoro di Mesmer suscitò clamore in numerose corti europee (Thuillier & Meriggi, 1996) e aprì la strada ad uno studio sistematico delle tecniche ipnotiche da parte di ricercatori che saranno celebri in epoche successive (Mesmer & Grandchamp, 1826).

Di particolare interesse è il fatto che questa tensione tra idee, superstizione e indagine scientifica della materia sarà un leitmotiv che accompagnerà l’ipnosi ancora per molti anni. In un certo senso, si tratta di un dibattito che persino al giorno d’oggi, nonostante la crescita notevole di pubblicazioni scientifiche sull’argomento, non si è ancora esaurito. Anche per questo colpisce la disponibilità del medico tedesco a mostrare il suo lavoro ad un’équipe internazionale di prominenti scienziati dell’epoca (tra cui il noto chimico Antoine-Laurent de Lavoisier e Benjamin Franklin, allora ambasciatore a Parigi) formata specificamente per investigare i suoi metodi (Thuillier & Meriggi, 1996).

La commissione scientifica determinerà che i fenomeni osservati non erano da attribuirsi ad alcun fluido magnetico, bensì a fenomeni che oggi chiameremmo psicologici.

È così che da Mesmer in poi vedremo affermarsi personaggi, magnetizzatori prima ed ipnoterapeuti poi, che dovettero spendere una parte considerevole delle proprie energie a sfatare una molteplicità di miti nati sui palcoscenici dell’Europa del diciottesimo secolo. Facendo un salto in avanti di circa 200 anni infatti, lo stesso Milton H. Erickson si occuperà di istruire colleghi e pubblico su queste tematiche, conscio che solo legittimando questa pratica sarebbe stato possibile diffonderla in ambito sanitario (Haley, 1967).

 

STORIA DELL’IPNOSI: FRANZ ANTON MESMER – GUARDA IL VIDEO:

 

 

Maddalena bipolare (2020) di Ornella Spagnulo – Recensione

Nelle pagine di Maddalena bipolare troviamo la storia di Sabrina, ne ricostruiamo il percorso clinico e di vita, giriamo con lei nei corridoi della clinica psichiatrica e ci immergiamo nella sofferenza umana.

 

Maddalena bipolare è la storia, narrata in prima persona in un misto di prosa e di epistolario, di Sabrina/Maddalena, una giovane trentenne che viene ricoverata ‘nella clinica dei matti’ a seguito di un ennesimo episodio di euforia maniacale che, quando le capita, la porta ad identificarsi con personaggi vari, come per esempio Maria Maddalena, che dà il titolo al romanzo.

‘Mi chiamo Sabrina, ho trent’anni e soffro di un disturbo dell’umore che a volte di aggrava in un disturbo di conversione. E sono anche istrionica, che è un disturbo della personalità‘ (p. 57). Così si descrive la protagonista e appare come un’eterna bambina, seduttiva e drammatica, che nel disperato tentativo di piacere a tutti e di sentirsi amata (‘Mica puoi piacere a tutti. Eh già, ditelo a un’istrionica!’, p. 59), si ritrova sopraffatta da un turbine di emozioni e bloccata nel corpo. In clinica, oltre ad una serie di altri personaggi, appare lo psichiatra Guido, che entrerà nella relazione con la paziente in maniera incauta, innescando un sentimento di innamoramento e attrazione, che si svilupperà nel corso delle pagine. Attraverso la narrazione diretta vediamo esplodere questo moto emotivo e costruirsi nella mente della paziente, trovare forma e giustificazione, coerenza e nutrimento. Sabrina viene dimessa e comincia una corrispondenza epistolare unidirezionale, fino a che uno giorno Guido risponde. Si affida alla lettura il seguito e l’epilogo.

Nelle pagine che scorrono troviamo la storia di Sabrina, ne ricostruiamo il percorso clinico e di vita, la vediamo incontrare Guido, il primario, la sentiamo emozionarsi e perdersi nei suoi pensieri, giriamo con lei nei corridoi della clinica psichiatrica e ci immergiamo nella sofferenza umana; leggiamo poesie. E tra citazioni di Alda Merini – grande esempio di poesia e follia – e riferimenti alla storia tra Jung e Sabina Spielrein ci muoviamo nella franca esperienza della paziente che oscilla tra dramma e tenerezza.

È una storia che con semplicità, ma con accurata precisione, ci ricorda quanto è fragile l’animo che soffre e quanto è importante il tocco di chi cura, che ci racconta della relazione tra chi dà cura e chi la riceve, quella relazione medico-paziente, tanto preziosa quanto delicata e scivolosa, a volte. È un libro che ci fa tornare nelle corsie delle cliniche psichiatriche, tra luci e ombre del trattamento della malattia mentale; che ci fa vedere e sentire la sofferenza dei pazienti e la fragilità che può avvolgerli, tanto da rendere ogni movimento da parte di chi si offre di aiutare necessariamente attento e consapevole.

 

Alzheimer: scoperti i meccanismi delle difese antiossidanti contro la neurodegenerazione – Comunicato stampa

Comunicato Stampa

Un nuovo studio sull’Alzheimer, oltre a far progredire le conoscenze sulla malattia e sul ruolo della prevenzione dello stress ossidativo, come forma di resistenza alla neurodegenerazione provocata dalla patologia, può gettare le basi per nuovi approcci terapeutici alla malattia.

 

Roma, 11 dicembre

I soggetti Non-Demented with Alzheimer Neuropathology (NDAN) hanno la capacità di attivare una risposta cerebrale antiossidante efficace al punto da far fronte alla neurodegenerazione causata dall’Alzheimer.

A dimostrarlo è un nuovo studio pubblicato su The Journal of Neuroscience, dal titolo Oxidative damage and antioxidant response in frontal cortex of demented and non-demented individuals with Alzheimer’s neuropathology, frutto della collaborazione tra la University of Texas Medical Branch, l’Oregon Health & Science University e l’Università degli Studi di Roma Tre.

La demenza è in crescente aumento nella popolazione generale ed è stata definita dal Rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e di Alzheimer’s Disease International una priorità mondiale di salute pubblica: circa 35,6 milioni di persone nel mondo ne risultano affette, con 7,7 milioni di nuovi casi ogni anno e un nuovo caso diagnosticato ogni 4 secondi. In Italia, secondo l’Istat, circa 1 milione di persone sono colpite da demenza e circa 3 milioni sono direttamente o indirettamente coinvolte nell’assistenza dei loro cari. Tra le forme di demenza, la più comune e devastante è la malattia di Alzheimer, i cui casi potrebbero triplicare nei prossimi 40 anni, in relazione al progressivo invecchiamento della popolazione, con costi sociali ed economici elevatissimi.

Lo studio contribuisce a chiarire gli eventi molecolari alla base della malattia di Alzheimer (Alzheimer’s Disease, AD), sottolineando il ruolo delle difese antiossidanti contro la neurodegenerazione in soggetti che invece presentano placche amiloidi e grovigli neurofibrillari nel cervello, tratti istopatologici caratteristici della malattia di Alzheimer. Si sono affrontati i meccanismi per cui un particolare gruppo di individui, indicato come Non-Demented with Alzheimer Neuropathology (NDAN), resiste alla demenza, nonostante i depositi amiloidei e della proteina Tau siano invece indicativi di una sintomatologia di Alzheimer.

Lo studio si basa sull’analisi di 34 campioni post-mortem di corteccia cerebrale di soggetti controllo, alzheimeriani e NDAN sia maschili sia femminili ai quali la University of Texas Medical Branch (UTMB) ha accesso grazie alla collaborazione con la Brain Bank dell’Oregon Health & Science University

afferma il prof. Giulio Taglialatela, vice Chairman del Dipartimento di Neurologia e Direttore del Mitchell Center for Neurodegenerative Diseases della UTMB insieme alla sua equipe composta dalle dott.sse Anna Fracassi (formatasi a Roma Tre conseguendo sia la Laurea Magistrale che il PhD e attualmente post-doc presso la UTMB), Michela Marcatti, Olga Zolochevska, Natalie Tabor.

Nei tessuti dei soggetti NDAN abbiamo scoperto una differente espressione dei fattori che modulano la risposta antiossidante: in particolare, molecole di microRNA regolatrici negative di fattori di trascrizione della risposta antiossidante, sono presenti a basse concentrazioni negli individui NDAN e altamente espresse nei pazienti alzheimeriani. (prof. Giulio Taglialatela)

Da anni il nostro gruppo di ricerca a Roma Tre si occupa del ruolo dei radicali liberi nella fase di innesco e di progressione della malattia di Alzheimer. Oggi abbiamo un’ulteriore conferma del nostro lavoro: lo studio, infatti, rivela la capacità dei soggetti NDAN di attivare una risposta cerebrale antiossidante efficace, per far fronte allo stress ossidativo, che rappresenta uno dei meccanismi primari di danno. Tale resilienza innata sembra così giustificare le abilità cognitive intatte degli NDAN, che in effetti mostrano livelli di danno ossidativo ai neuroni e alla glia più bassi rispetto agli AD, simili invece alla condizione normale di controllo

spiega la prof.ssa Sandra Moreno, docente di Neurobiologia dello Sviluppo presso il Dipartimento di Scienze dell’Ateneo romano e Direttore di un Master in Embriologia Umana Applicata.

Il lavoro, oltre a far progredire le conoscenze sulla malattia dell’Alzheimer e sul ruolo della prevenzione dello stress ossidativo, come forma di resistenza alla neurodegenerazione provocata dalla patologia, può gettare le basi per nuovi approcci terapeutici alla malattia, possibilmente basati sull’attivazione delle difese antiossidanti attraverso un intervento mirato alla modulazione di specifiche molecole di microRNA.

 

 

La gesione dei conflitti in famiglie costituite da genitori omosessuali e bambini adottati

I bambini adottati, compresi quelli che hanno genitori omosessuali, devono affrontare diverse sfide di sviluppo specifiche per comprendere e contestualizzare il loro stato adottivo: questi bambini spendono una certa quantità di tempo e di energia nel pensare alla loro adozione e mostrano anche diversi livelli di curiosità sulle loro origini biologiche, sul loro patrimonio e sui membri della famiglia.

 

Un numero sempre crescente di famiglie negli USA sono costituite da genitori omosessuali e bambini adottati (Goldberg & Conron, 2018). Ricerche volte ad indagare se, ed eventualmente come, l’omosessualità dei genitori influenzi lo sviluppo del bambino hanno rivelato un buon adattamento di quest’ultimo (Farr, 2017; Fedewa, Black, & Ahn, 2015). Tuttavia, meno studi su famiglie composte da genitori adottivi e coppie gay/lesbiche (LG) si sono focalizzati sul funzionamento generale della famiglia e le possibili associazioni con l’adattamento dei bambini. Ciò nonostante, sono emersi tre filoni di ricerca: (a) i genitori LG con figli piccoli si impegnano in pratiche di co-parenting diverse rispetto ai genitori eterosessuali (Farr, 2017), (b) i bambini adottati sono esposti a più fattori di rischio rispetto ai bambini non adottati relativamente ai problemi di esternalizzazione (Grotevant, McRoy, Wrobel, & Ayers-Lopez, 2013) e (c) il conflitto familiare è legato a disadattamento infantile, almeno tra genitori eterosessuali (Davies, Martin, & Cummings, 2018). La teoria dei sistemi familiari afferma che il funzionamento complessivo della famiglia influenza i singoli membri, pertanto gli individui non possono essere esclusi dal contesto familiare (Minuchin, 1988). Ricerche condotte sulle famiglie di genitori eterosessuali suggeriscono che un basso conflitto familiare è legato a un adattamento positivo del bambino nell’infanzia e nell’adolescenza (Cummings, Koss, & Davies, 2015; Demby, Riggs, & Kaminski, 2017), al contrario l’ostilità dei genitori si associa ad esiti negativi circa la regolazione delle emozioni, oltre che una prevalente emotività negativa, nei bambini in tutte le fasi dello sviluppo (Davies, Coe, Martin, Sturge-Apple, & Cummings, 2015). Gli studi osservazionali che si sono concentrati sui modelli di interazione dell’intera famiglia durante il conflitto hanno scoperto che vi sono associazioni tra i bambini preadolescenti con famiglie più positive e più coese (Demby et al., 2017; Shigeto, Mangelsdorf, & Brown, 2014) e minori problemi comportamentali. I bambini adottati, compresi quelli che hanno genitori LG, devono affrontare diverse sfide di sviluppo specifiche per comprendere e contestualizzare il loro stato adottivo: questi bambini spendono una certa quantità di tempo e di energia nel pensare alla loro adozione e mostrano anche diversi livelli di curiosità sulle loro origini biologiche, sul loro patrimonio e sui membri della famiglia (Tan & Jordan-Arthur, 2012). Una comunicazione soddisfacente tra genitori adottivi e figli e la presenza di rapporti positivi tra i membri della famiglia adottiva sono importanti per esiti di sviluppo positivi (Wrobel et al., 2004). Pochi di questi studi si sono concentrati sulle famiglie adottive o le famiglie di genitori LG, infatti nessuno studio ha affrontato in modo specifico argomenti su come le famiglie adottive LG gestiscono i conflitti e su come questi comportamenti possano essere in relazione con gli esiti del bambino. Le ricerche esistenti hanno dimostrato che i bambini (inclusi i bambini adottati) con genitori LG condividono risultati di sviluppo molto simili, o anche più positivi, rispetto ai bambini con genitori eterosessuali. (Fedewa et al., 2015; Golombok et al., 2014).

Il presente studio si è prefissato un duplice obiettivo: (a) esaminare se la positività, la negatività e la coesione durante le interazioni familiari correlano al comportamento dei bambini in età scolare e all’adattamento specifico dell’adozione, e (b) osservare i conflitti familiari, gli esiti dei figli, e se le loro associazioni differivano tra famiglie adottive LG e eterosessuali.

I partecipanti sono stati selezionati da 96 famiglie, ognuna delle quali aveva almeno un figlio adottato, pertanto sono stati considerati 48 femmine e 48 maschi adottati in età infantile. Nessun figlio aveva avuto precedenti collocamenti. Innanzitutto, le famiglie sono state osservate, nelle loro interazioni familiari, presso la propria abitazione: ciò aveva l’obiettivo di esplorare il modo in cui le famiglie affrontano le discussioni e i conflitti. Nello specifico, i ricercatori hanno fornito alle famiglie una lista di problematiche (es. “Come spendere il denaro, “Fare i compiti a casa”, ecc.), questi dovevano segnalare quali di esse erano state oggetto di discussione e quali erano ancora questioni aperte, dopodiché gli è stato chiesto di parlarne. I disaccordi più comuni riguardavano la scuola, i litigi tra fratelli e sorelle e il tempo trascorso in TV, su Internet e sui videogiochi.

Per valutare le interazioni familiari nel contesto dei disaccordi tra genitori e figli, è stato usato il System for Coding Interactions and Family Functioning (SCIFF; Lindahl & Malik, 2001). Lo SCIFF è uno schema di codifica che si è rivelato efficace nell’identificare come i tratti a livello familiare (cioè negatività/conflitto, affetti positivi e coesione) siano collegati all’adattamento comportamentale e alla salute emotiva dei bambini (Demby et al., 2017). La negatività/conflitto valuta il grado di ostilità o di tensione nelle interazioni genitore-figlio, compresi il linguaggio del corpo e il tono della voce. La coesione valuta quanto bene la famiglia lavora insieme per risolvere i conflitti. Infine, l’affetto positivo valuta il tono emotivo piacevole nelle interazioni della famiglia, compreso il linguaggio del corpo, il tono della voce e indicatori come sorrisi e risate. Tutti gli items sono valutati per mezzo di una scala Likert da 1 a 5 (1 molto basso, 5 molto alto). La Externalizing Behavior subscale of the Child Behavioral Checklist for Ages 6 to 18 (Achenbach & Rescorla, 2001) è stata utilizzata per valutare gli esiti comportamentali dei bambini, composta da 42 items che indagavano le problematiche esternalizzanti (es. “Disobbediente a casa”, “Mente o imbroglia”). L’Adoption Dynamics Questionnaire (ADQ; Benson, Sharma, & Roehlkepartain, 1994) ha permesso di valutare i sentimenti dei bambini nei confronti dell’adozione attraverso tre sottoscale: affetto positivo sulla propria adozione (20 items del tipo “Sono felice che i miei genitori mi abbiano adottato”), esperienze negative con l’adozione (7 items del tipo “Mi prendono in giro per essere stato adottato”) e preoccupazione per l’adozione (3 items del tipo “Quanto spesso pensi alla tua madre naturale?”).

I risultati hanno rivelato che generalmente le famiglie avevano un’elevata coesione, un atteggiamento positivo e una moderata negatività/conflitto. Mediamente i comportamenti con problematiche esternalizzanti dei bambini erano al di sotto dei livelli clinici, essi mostravano sentimenti molto positivi, poche esperienze negative e una moderata preoccupazione legata alla propria adozione. Le famiglie con una maggiore espressione di emozioni negative durante i conflitti avevano figli con maggiori problemi di esternalizzazione, al contrario le famiglie più unite e coese durante le discussioni, avevano figli con meno problematiche esternalizzanti. Inoltre, le interazioni familiari conflittuali erano legate a sentimenti di adozione meno positivi e le famiglie che si mostravano più coese durante i conflitti e quelle che avevano una maggiore tendenza ad esprimere emozioni positive avevano figli con sentimenti più positivi nei confronti della propria adozione. Non ci sono state differenze nelle interazioni familiari o negli esiti dei figli in funzione dell’orientamento sessuale dei genitori. I genitori di LG non si sono differenziati dai genitori eterosessuali nella conduzione di discussioni familiari, nei livelli di coesione, negli atteggiamenti positivi e nell’espressione delle emozioni durante i conflitti.

 

Che fatica le relazioni sociali! I meccanismi della dipendenza relazionale – Report e video dall’evento

Report dall’evento online organizzato dal CIP di Modena sul tema delle relazioni sociali, in particolare sui meccanismi che portano a sviluppare una dipendenza affettiva.

 

Uno dei motivi più frequenti di richiesta di inizio di un percorso terapeutico risiede nella difficoltà di regolazione di un’emozione specifica che si ripercuote sulle relazioni interpersonali. La manifestazione di problematiche emotive è dovuta a difficoltà nell’acquisizione della competenza emotiva, ossia la capacità di percepire e riconoscere le emozioni, di discriminarle tra loro e di riuscire a nominarle; aspetto che comporta complicazioni anche per quanto riguarda il riconoscimento delle emozioni negli altri.

Un contributo importante nell’acquisizione della competenza emotiva è svolto dalle esperienze infantili precoci, in particolare dalla relazione di attaccamento con figure di riferimento e da un ambiente validante. Infatti, l’attaccamento rappresenta il comportamento che spinge il bambino a cercare la vicinanza delle persone che si prendono cura di lui nel momento in cui vive emozioni spiacevoli. Si tratta di un comportamento innato che si ripercuote sulla modalità di gestione delle emozioni anche in età adulta, in base alla risposta del genitore ricevuta in infanzia. Un atteggiamento validante invece risulta benefico poiché permette al bambino di provare sia emozioni positive sia negative, di riconoscerne le funzioni e le relative modalità di espressione più adeguate.

Con il termine personalità si intende il modo di vedere, comprendere e relazionarsi con il mondo esterno, così come la modalità in cui una persona vede se stessa. La personalità si forma a partire dall’infanzia dall’interazione di fattori ereditari ed ambientali e determina il modo in cui una persona pensa, sente, percepisce e si comporta. Quando la modalità di esperienza interiore e di comportamento è pervasiva, inflessibile, stabile e causa una sofferenza che condiziona il funzionamento della persona si parla di disturbo della personalità. Per dipendenza invece si intende una condizione in cui l’organismo ha bisogno di una determinata sostanza, persona o attività per funzionare; le caratteristiche principali consistono nel non riuscire a rinunciare alla sostanza o al comportamento senza sperimentare disagio ed apprensione e la centralità che tale sostanza o comportamento assume nella vita dell’individuo. Tutti dipendono da qualcuno o qualcosa nei momenti di vulnerabilità, ciò che distingue una dipendenza sana da una problematica però riguarda il mantenimento della propria identità nel primo caso; in altre parole l’assenza di una persona significativa può provocare mancanza affettiva ma non condiziona l’individuo, non gli impedisce di funzionare. Nel caso del disturbo di personalità dipendente invece la dipendenza relazionale è patologica poiché si osserva un intenso timore dell’abbandono, un atteggiamento passivo e sottomesso ai desideri dell’altro e una richiesta costante di rassicurazioni.

Ma come si configura un disturbo di personalità dipendente? I fattori relativi alla predisposizione genetica (timidezza) e alle esperienze infantili (relazioni trascuranti, di solitudine) fanno sì che si sviluppino credenze centrali su di sé e sugli altri (solo, non amato, incapace), rispetto alle quali l’individuo mette in atto delle strategie disfunzionali di fronteggiamento, vale a dire comportamenti di sicurezza che hanno lo scopo di impedire l’attivazione delle credenze (cercare qualcuno a cui appoggiarsi). Tuttavia quando queste credenze e strategie si cronicizzano, diventando rigide e pervasive possono configurarsi in un disturbo di personalità dipendente. Le persone che soffrono di questo disturbo di personalità sperimentano spesso ansia, che tendono a gestire attraverso l’evitamento; il loro attaccamento con le figure di accudimento è frequentemente di tipo insicuro-ambivalente o resistente (C), per cui il genitore si è dimostrato imprevedibile, capace di fornire vicinanza e protezione ma non sempre disponibile a concederle. Conseguentemente il bambino si attribuisce la colpa o il merito di conquistare la vicinanza del genitore tramite le prestazioni (“se faccio il bravo la mamma mi abbraccia”) e il giudizio sulla propria amabilità dipende dalla risposta del genitore, aspetto che impedisce al bambino di costruirsi un’immagine di sé stabile. Nello specifico, il bambino tenderà a ricercare la vicinanza rinunciando all’esplorazione dell’ambiente e a considerare l’intimità come intensamente desiderabile e allo stesso tempo temibile, per paura di venire rifiutato perché considerato non amabile. Inoltre, tenderà a utilizzare come strategia comportamentale l’evitamento, richiudendosi in poche relazioni più prevedibili. In sintesi, un individuo con un disturbo di personalità dipendente tendenzialmente si considera debole, incompetente, non amato e vede l’altro come capace, supportivo e protettivo. Pertanto si appoggia a un’altra persona e solo vicino a qualcun altro si sente sicuro, con la conseguenza di essere disposto a tutto pur di mantenere la relazione.

Come pensa, si sente e vive le relazioni una persona con disturbo di personalità dipendente? Lo stato desiderato è l’autoefficacia, ovvero la rappresentazione di sé come competente, che raggiunge solo in presenza di una relazione solida; quando una persona si allontana infatti sperimenta un vuoto disorganizzato con sintomi depressivi, ansiosi e apatici. Avendo diverse relazioni di riferimento da mantenere l’individuo si trova in una condizione di overwhelming, cioè possiede una rappresentazione caotica di molteplici scopi e compiti, a volte contraddittori, dato che ha il desiderio di accontentare tutti, finendo per provare confusione ed abbattimento. L’individuo presenta la tendenza a soddisfare i bisogni altrui, tuttavia quando le proprie aspettative sono incompatibili con quelle altrui sperimenta un senso di obbligo a cui si ribella emotivamente con rabbia (ribellione alla coercizione); a tale rabbia però segue senso di colpa e timore dell’abbandono poiché vede l’altro sofferente. Le relazioni interpersonali dunque sono caratterizzate da oscillazioni tra accudimento e aiuto negato perché l’altro non è sempre disponibile a soddisfare il bisogno di continue rassicurazioni del paziente.

Per quanto riguarda le linee di intervento, il lavoro terapeutico parte dall’aiutare a rendere consapevole il paziente del proprio funzionamento e ad identificare le proprie credenze disfunzionali; in seguito lo si aiuta a vedere come la strategia di fronteggiamento che utilizza (dipendenza) gli arrechi dolore e a cercare alternative di regolazione più funzionali, incrementando l’autonomia. Per raggiungere questi obiettivi, è possibile integrare una serie di tecniche di intervento, quali: Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), Terapia Metacognitiva (MCT), Skills Training, validazione della Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT) e Mindfulness.

 

CHE FATICA LE RELAZIONI! ANALIZZIAMO I MECCANISMI DELLA DIPENDENZA RELAZIONALE

Guarda il video integrale del webinar:

 

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