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Metacognizione, rimuginio e sintomi ansiosi nei bambini – Partecipa alla ricerca!

Studio esplorativo su metacognizione, rimuginio e sintomi ansiosi nei bambini (9-13). Che cosa intrappola i bambini ansiosi nei meccanismi di ricorsività del pensiero, quali rimuginio e ruminazione?

La presente ricerca online, condotta dal Child and Youth Lab della Sigmund Freud University e approvata dal Comitato Etico della stessa università, si occupa di indagare determinati processi cognitivi, come rimuginio e ruminazione, e le credenze metacognitive. Con i termini rimuginio e ruminazione si indicano due forme diverse di pensiero ripetitivo, il primo orientato verso possibili minacce future, il secondo su eventi accaduti in passato e sullo stato emotivo attuale. La metacognizione, invece, può essere definita come la conoscenza del proprio sistema cognitivo, dei fattori che influenzano il proprio funzionamento cognitivo, e la regolazione dei propri pensieri (Wells, 1995).

La precedente letteratura scientifica sembrerebbe mostrare come proprio le credenze metacognitive giochino un ruolo cruciale nella persistenza del rimuginio e della ruminazione nei bambini ansiosi. Secondo il modello della funzione esecutiva di autoregolazione (S-REF) di Wells e Matthews (1994, 1996), le credenze metacognitive contribuirebbero a mantenere attiva la sindrome cognitiva attenzionale, mettendo in atto strategie di regolazione disfunzionali quali rimuginio, ruminazione, maggiore focalizzazione su sé stessi e monitoraggio della minaccia.

Le metacredenze possono essere positive o negative (Wells, 2000): quelle positive ci fanno ritenere utile impegnarsi in processi cognitivi disfunzionali (es. “Se mi preoccupo sarò pronto al peggio”), mentre quelle negative ci fanno pensare che il rimuginio sia incontrollabile (es. “Non ho il controllo sui miei pensieri”). Un bambino ansioso potrebbe essere convinto che se rimugina sarà preparato al peggio, ma in realtà, rimuginando in continuazione, non fa altro che intrappolarsi in un circolo vizioso che potrebbe apparire senza via di uscita. Un intervento che tenga in considerazione anche le credenze metacognitive potrebbe dunque aiutare i bambini a riconoscere i propri stati mentali disfunzionali, così da abbassare anche i livelli d’ansia esperiti e sentirsi meglio.

L’obiettivo principale di questo studio è quindi valutare rimuginio, ruminazione e le credenze metacognitive nei bambini, anche considerando la presenza di sintomatologia internalizzante.

Il seguente questionario della durata di circa 30 minuti, è rivolto sia ai genitori che ai loro bambini di età compresa tra i 9 e i 13 anni e ci aiuterà a comprendere meglio e a trattare con maggiore efficacia i disturbi d’ansia.

Grazie a chi vorrà partecipare!!


La comunicazione degli occhi

Artisti e filosofi si sono spesso soffermati sulla comunicazione che avviene attraverso gli occhi, sulle informazioni riguardo alla persona che questi trasmettono, oltre che sui suoi pensieri e sulle sensazioni, fino a giungere alla conclusione che gli occhi sono lo specchio dell’anima.

 

Gli occhi riflettono il mondo interiore della persona e, a volte senza volerlo, questa ci dice molto di più quando guarda che quando parla. Così, spesso ci troviamo a cercare lo sguardo dell’altro per capire se quella che esprime è reale gioia, tristezza o paura, o per scorgere una menzogna ben mascherata con le parole giuste.

Molti ricercatori si sono per questo soffermati sulla comunicazione degli occhi, dimostrando come le loro caratteristiche, o meglio le variazioni di queste, diano a chi li guarda importanti informazioni circa la salute, l’eccitazione, le emozioni che il soggetto sta provando, oltre a generare una maggiore o minore attrazione sessuale nell’osservatore.

Nell’esperimento di Caryl, fatto nel 2009, il ricercatore si è soffermato sulle preferenze che gli uomini e le donne hanno verso la dimensione delle pupille di persone del sesso opposto. Questo lavoro infatti parte dalle indicazioni emerse in esperimenti e studi precedenti, come quello di Hess (1965), il quale dimostrò che gli uomini trovavano le fotografie delle donne più attraenti se le pupille delle stesse venivano ritoccate per sembrare più grandi.

Autori come Tombs e Silverman (2004) hanno confermato tale tendenza, mostrando tuttavia come la stessa generalizzazione non poteva essere fatta per quanto riguarda le preferenze delle donne. In quest’ultimo caso, difatti, la situazione appariva più complessa in quanto chiamava in ballo altre variabili che potevano orientare la scelta delle donne per un viso o per un altro.

In due esperimenti Tombs e Silverman notarono che le donne tendevano a preferire visi di uomini con una dimensione media delle pupille. Questi infatti arrivarono ad ipotizzare che una maggiore grandezza delle pupille indicava livelli di arousal maggiori a livello sessuale, e che quindi tale caratteristica fosse interpretata dalle donne come il segnale di un uomo tendenzialmente possessivo, geloso o promiscuo. Qualche donna appariva fortemente attratta dall’ampiezza delle pupille dei visi presentati nell’esperimento, dichiarando inoltre di preferire il genere di uomo che stereotipicamente veniva definito nelle relazioni sentimentali come ‘bad boy’.

Da questo esperimento i ricercatori conclusero che il giudizio delle donne non era semplicemente mediato dalle caratteristiche fisiche degli stimoli, in questo caso la grandezza delle pupille, ma anche da circostanze transitorie e dall’orientamento socio-sessuale. Come emerso in questa e in altre ricerche (Simpson & Gangestad, 1991; Caryl, 2009) le donne sembrano reagire alla grandezza delle pupille degli uomini come se queste corrispondessero ad un’alta qualità della relazione.

Nell’esperimento di Caryl, rimanendo in tema del giudizio delle donne in base alla grandezza delle pupille, si è voluto indagare su quanto le loro scelte fossero influenzate dalle variazioni dei livelli di fertilità, dallo status relazionale e dall’orientamento socio-sessuale delle stesse.

Partendo dai lavori che dimostrano come la donna nel periodo di maggiore fertilità del ciclo mestruale preferisca nell’uomo alcune caratteristiche piuttosto che altre, come i tratti del viso più mascolini (Penton-Voak et al., 1999; Roney & Simmons, 2008; Welling et al., 2007) e un tono della voce più profondo (Feinberg et al., 2006; Puts, 2005), mentre nei periodi di minore fertilità sia più incline verso caratteristiche quali la salute e l’affinità, sono state misurate le oscillazioni delle preferenze delle donne in merito all’ampiezza delle pupille in base al ciclo mestruale. Le preferenze appena elencate, analizzate nel periodo di massima fertilità della donna, sono state indicate come criteri che designano, a livello adattivo, il maschio con migliori geni (Garver-Apgar, Gangestad, & Thornhill, 2008; Waynforth, Delwadia, & Camm, 2005). Questo esperimento voleva così osservare se anche la grandezza delle pupille fosse una caratteristica sensibile alla variazione della fertilità nella donna.

Ciò che è emerso è interessante, in quanto è stato osservato che durante la fase follicolare, che va dal sesto al quattordicesimo giorno del ciclo mestruale e rappresenta il periodo di massima fertilità, le donne del campione tendevano ad avere un maggiore incremento dell’indice LPP (preferenza per pupille grandi). Tale risultato era ancora più evidente tra le donne impegnate in una relazione sentimentale, rispetto a quelle single. Nelle prime sembra infatti che le variabili di fertilità abbiano un impatto significativo sull’indice LPP, mentre nelle donne single ad avere un impatto maggiore sull’indice LPP è il loro orientamento socio-sessuale e non il loro livello di fertilità. Le donne che invece assumevano contraccettivi ormonali non mostravano alcuna variazione di preferenza per la grandezza delle pupille nelle diverse fasi del ciclo mestruale.

Tale risultato sembra andare nella direzione della mixed mating strategy, secondo la quale le donne per ragioni adattive tenderebbero ad adottare una strategia mista che permetta loro di generare una prole con i geni migliori e nello stesso tempo poter contare sulla protezione di una relazione stabile. Secondo tale teoria infatti la donna con un partner può voler ricercare rapporti occasionali al di fuori della coppia con uomini migliori del proprio partner per migliorare le caratteristiche della prole, pur conservando la relazione con l’uomo più adatto a crescerla (Thornhill & Gangestad, 2003). Tale teoria sembra supportata dal fatto che, come quest’esperimento ci dimostra, le donne impegnate in relazioni durature mostrano una maggiore oscillazione nella preferenza dei criteri di buoni geni precedentemente esposti, se confrontate con donne single (Havlicek, Roberts, & Flegr, 2005).

Ma non è solo l’ampiezza della pupilla ad aver richiamato l’attenzione nell’ambito della ricerca. Ricercatori come Provine (2011) si sono focalizzati sul giudizio che le persone davano ai visi delle persone che riportavano una sclera, la parte bianca dell’occhio che circonda l’iride, rossa o arrossata.

Gli occhi rossi sono principalmente il risultato di una dilatazione dei vasi sanguigni superficiali della congiuntiva, la membrana trasparente che protegge la sclera. Gli occhi rossi sono un sintomo facilmente visibile e possono essere legati ad un ampio ventaglio di patologie, che va da quelle più leggere quali irritazione, congiuntivite, a disturbi più gravi, includendo anche l’effetto da uso di sostanze stupefacenti quali ad esempio la marijuana (McLane & Carroll 1986).

L’esperimento di Provine ha cercato di capire come le persone con gli occhi arrossati venivano percepite dagli altri. In linea con precedenti lavori scientifici, i quali dimostravano come gli occhi con una sclera bianca fossero associati a criteri di bellezza e sinonimo di salute (Symons 1979; Etcoff 1999; Thornhill & Gangestad 1999; Langlois et al. 2000; Sugiyama 2005; Johnston 2006; Rhodes 2006; Little et al. 2007), Provine ha dimostrato che i visi con gli occhi rossi, presentati durante l’esperimento, erano associati sia da donne che da uomini a peggiori livelli di salute e ad emozioni negative, specialmente alla tristezza. Mentre tali risultati sono emersi in egual misura sia nel campione composto dalle donne, sia in quello degli uomini, questi due gruppi tendevano a differire sul discorso dell’attrazione. Se si può notare una significativa correlazione tra visi con gli occhi rossi e bassa attrazione da parte delle donne, questa correlazione, seppur presente, appariva assai più debole nei giudizi degli uomini.

Se consideriamo inoltre che gli occhi con una sclera bianca, oltre a funzionare come criteri di salute, sono anche associati alla giovinezza, in quanto l’invecchiamento comporta, tra le altre cose, anche l’ingiallimento della sclera (Broekhuyse 1975; Watson & Young 2004), ci appare abbastanza evidente come le persone possano esprimere la loro preferenza verso visi che riportano un colorito più bianco della sclera.

A conferma del fatto che gli studi rivolti alla comunicazione e al grado di preferibilità che le persone hanno verso gli occhi degli altri si siano focalizzati sulla totalità delle componenti manifeste di questa parte del corpo, vediamo come autori come Peshek (2011) e Brown e colleghi (2017) abbiano dedicato i loro studi all’anello limbale. L’anello limbale è quel cerchio scuro che si trova intorno all’iride e ne disegna i confini. Questo può essere poco distinguibile nelle persone con gli occhi scuri, in quanto tende a confondersi con l’iride, ma è facilmente visibile nelle persone con gli occhi più chiari.

L’esperimento di Peshek ha dimostrato che solitamente, anche se a volte in modo automatico, le persone, se messe di fronte ad immagini di visi, tendano a preferire quelli che riportano un anello limbale più scuro e definito rispetto agli stessi visi a cui era stato alterato il colore dello stesso verso tonalità più uniformi all’iride.

Anche Brown (2017) ha voluto vedere l’effetto che un’alterazione della tonalità dell’anello limbale poteva provocare nella percezione e nel giudizio dei rispondenti; in questo caso è stato preso un campione di 150 persone. Oltre ad esserci la stessa generale tendenza nei partecipanti a preferire visi con un anello limbale più scuro, è emerso che le persone facevano corrispondere tale caratteristica alla salute.

Tuttavia vi sono state delle variazioni in base al genere dei rispondenti: le donne sembravano infatti quelle più influenzate da tale caratteristica, mentre gli uomini difficilmente sembravano dare la stessa attenzione nel loro giudizio. Interessante è il fatto che le donne più interessate ad una relazione breve e occasionale tendevano a giudicare i visi degli uomini con un anello limbale più scuro come più attraenti.

Ma qual è il motivo di tale preferenza?

Sembra che l’anello limbale sia collegato con la salute in quanto è stato studiato come questo tenda ad essere più scuro e definito nelle persone giovani (Peshek, 2013) ed in persone che hanno un cuore ed un sistema circolatorio sano. Un colore dell’anello limbale meno definito, o più simile se vogliamo al colore dell’iride, sembra essere associato, tra le altre cose, a bassi livelli di accumulazione di fosfolipidi, caratteristica connessa ai disturbi cardiovascolari in una persona (Ang et al., 2011; Fernandez et al., 2009).

Tutti questi esperimenti ci hanno mostrato che tutte le caratteristiche degli occhi che generalmente tendono ad essere associate a stati di salute migliore erano anche associati ad un grado di piacevolezza maggiore da parte dei partecipanti all’esperimento. Sebbene i gusti e le preferenze seguano sempre direzioni tanto soggettive quanto sociali, in base ai canoni di bellezza che una determinata società condivide in un determinato spazio e in un determinato tempo, sembra che la giovinezza e la salute siano criteri che non passano mai di moda, in quanto, a livello evolutivo, vengono associati ad una migliore fitness riproduttiva (Symons 1979, 1995; Etcoff 1999; Sugiyama 2005; Johnston 2006) e quindi tendono ad avere la precedenza tra le cose che soggettivamente si scelgono.

 

Maternità e sessualità – Moms, una rubrica su maternità e genitorialità

Il presente articolo affronta il tema della sessualità per una donna divenuta madre e per la coppia, attraverso l’interpretazione del sesto episodio della serie tv Netflix Workin’ Moms.

Moms – (Nr.7) Moms – Maternità e sessualità

 

In che rapporto è la sessualità con il ruolo genitoriale?

Dopo la nascita di un figlio il rapporto di coppia viene fortemente sacrificato, per la mancanza di tempo e forze fisiche. Diviene difficile per entrambi i membri della coppia potersi concedere lo spazio di cui necessitano. Nei primi mesi di vita del bambino, con scarso tempo e un nuovo ruolo a cui adattarsi, il bisogno messo maggiormente da parte è quello sessuale, tanto per le mamme quanto per i papà.

L’episodio della serie tv Workin’ Moms mette in luce l’umano bisogno sessuale e le diverse fantasie di ogni donna del gruppo post-partum. Si mostra fondamentale per ogni madre poter comunicare a se stessa e all’altro i propri vissuti interiori senza giudicarsi né essere giudicata.

In particolare nel gruppo viene introdotta con naturalezza la preferenza di ognuna rispetto ad un diverso tipo di cinematografia pornografica. Il telefilm canadese si rivela geniale anche stavolta nel non sottoporre la questione pornografia secondo il criterio di giusto o sbagliato, ma attraverso la stessa spontaneità che può esserci nella scelta della bevanda con cui accompagnare il pasto.

La protagonista Kate preferisce i cartoni giapponesi, noti come Hentai, mentre Jenny, altro elemento del gruppo post-partum, ama giocare con il capo dell’ufficio.

In una cultura occidentale che ancora a volte presenta il sesso come tabù, il diritto di una donna divenuta madre ad avere desideri sessuali rischia di essere messo in secondo piano se non è la madre stessa la prima a riconoscerlo. I personaggi di Kate e Jenny mostrano lo Sliding Doors, (riprendendo il celebre film di Peter Howitt con Gwineth Paltrow) di una relazione di coppia.

Kate più spontanea rispetto a Jenny non teme di raccontare al marito le proprie preferenze sessuali, mentre Jenny più artificiosa nega le difficoltà di comunicazione con il marito e il proprio bisogno di ricreare l’intimità, che sposta poi sul capo dell’ufficio. Con lo stesso capo Jenny non riesce ad essere diretta, ma deve sempre ricorrere ad escamotage e giochi affinché lui capisca il suo interesse, probabilmente perché lei stessa fa fatica a riconoscersi e ad esternare i propri bisogni sessuali in modo spontaneo.

Kate e Nathan, il marito, vincono perchè non sono soggetti a giudizi inconsci nè a tabù. Entrambi riescono a riconoscere e a dare spazio ai propri bisogni sessuali con naturalezza.

Jenny invece sembra ritenere che vi sia un copione nell’accoppiamento, dove donna e uomo sono personaggi con le parti già assegnate. Questo ostacola la comunicazione con il marito e rende possibile quella con il capo, fintantoché la recita può durare.

L’insegnamento che dona la serie tv in questo caso è che non c’è nulla di più spontaneo e naturale della sessualità, che nella relazione di coppia si incastra con aspetti comunicativi e individuali. Essere genitori vuol dire essere umani e spesso membri di una coppia, che ogni tanto per il benessere proprio e dell’altro dovrebbe permettersi di chiudere la porta della stanza e lasciare fuori i figli.

 

Il buco (2016) di Anna Llenas – Recensione del libro

Il Buco è una storia che parla di resilienza e dell’essenza di due discipline: la pedagogia e la psicologia.

 

Il Buco di Anna Llenas è un libro ricco di colori, testi e immagini originalissime che hanno una grande potenza simbolica come potenti sono i colori. Una storia che parla di resilienza, affrontando un tema importante come il dolore e non solo, perché in questo libro è possibile ritrovare l’essenza di due discipline: la pedagogia e la psicologia.

Il libro affronta non un dolore qualsiasi ma quel dolore, legato ad un lutto o ad un evento traumatico, che lascia il segno, nel nostro caso un buco, nella pancia di Giulia: la bambina protagonista della storia. E’ un libro semplice e per questo capace di arrivare dritto al cuore, o alla pancia, dei bambini (dai 3 anni in su) e dei grandi, in particolare quando si trovano a vivere la sensazione di smarrimento esistenziale, che sopraggiunge a seguito della rottura di un equilibrio, di una grave perdita o di quella metaforica ‘caduta dal Paradiso’ che trascina con sé tutte le nostre certezze e i nostri riferimenti, come nel caso del lutto che consegue una separazione o un divorzio.

Questo libro attrae subito per la copertina, rigida con un buco al centro, poi sfogliando le pagine, di buchi se ne trovano tanti, di tante dimensioni e colori, e poi colpisce una frase, presente prima di iniziare il racconto: ‘Per te, affinché trovi quello che stai cercando…’, la frase è una dedica e ognuno può sentirla sua, è indirizzata ad ognuno di noi, con i suoi buchi, colmi di bisogni, debolezze, vuoti e mancanze. Non è spiegato il perché di questo buco, ma solo le sensazioni che procura: entra freddo, escono mostri, ecc. Quando sentiamo un vuoto, solitamente, cerchiamo di colmarlo con ‘tappi’, e questo è ciò che fa Giulia, talvolta i tappi sono buoni, talvolta ingannevoli, finchè arriva il momento in cui Giulia rinuncia, smette di cercare una soluzione.

Un fortunato giorno però, qualcuno le suggerisce di guardare in se stessa, così facendo Giulia si accorge di avere in sé un mondo pieno di sorprese, di emozioni, pensieri, e che questo mondo che non sapeva di possedere la può avvicinare nuovamente agli altri, anche loro con un buco nella pancia, un dolore alle spalle, anche loro con un mondo da condividere.

E qui possiamo rintracciare il cuore della pedagogia, la disciplina umanistica che studia l’educazione e la formazione, educare significa: trarre fuori, condurre, portare la persona a guardarsi dentro, a comprendere se stessa, i propri obiettivi e le proprie potenzialità, per riuscire a fronteggiare le incertezze e le difficoltà del vivere quotidiano.

Psicoterapia breve strategica del trauma psicologico

Non solo Giulia guarda dentro il buco, ma lo attraversa imparando a conviverci e a capirne il significato per trarne nuove sintesi. In questo cercare di capire troviamo la psicologia, una scienza che studia i processi psichici, coscienti e inconsci, cognitivi (percezione, attenzione, memoria, linguaggio, pensiero ecc.) e dinamici. In particolare, nell’atto di attraversamento troviamo l’approccio breve strategico, perché quel buco richiede di passarci attraverso, di non ignorarlo, o il freddo continuerà a sentirsi e i mostri verranno fuori. Richiede di ammettere che nel vuoto si avranno le vertigini, ma poi la vista sarà più ampia.

L’approccio breve strategico, a seguito di un forte trauma, come ad esempio quello che sta vivendo in questi mesi il personale medico e paramedico in seguito alla pandemia da Covid-19 o tutte le persone colpite da un lutto che non hanno avuto la possibilità di elaborarlo, propone come strategia il ripercorrere per scritto il tragico evento, per potersi distaccare gradualmente dalla paura, dal dolore e dalla rabbia che questo ha provocato. La parola ‘trauma’ deriva dal greco ‘foro, perforamento’. In ambito psicologico, ci si riferisce al trauma come ad un evento particolarmente spaventoso, tale da lasciare uno strascico emotivo ed esperienziale che si estende al di là dell’evento stesso. Un ‘solco’ quindi, una profonda messa in crisi dell’equilibrio precedente, tale da lasciare separati un prima e un dopo che poco interagiscono, poco si accomunano, poco comunicano. Chi, infatti, ha vissuto un forte trauma, si trova ad essere inondato di ricordi, immagini, suoni, odori, flashback, che impediscono alla persona di proseguire il suo cammino verso il futuro.

Secondo Nardone ed altri (2007) le strategie di gestione messe in atto da chi accusa i sintomi di Disturbo Post-Traumatico sono raggruppabili in tre tipologie: il tentativo di controllare i propri pensieri e cancellare l’esperienza traumatica, l’evitamento delle situazioni associabili al trauma, la richiesta d’aiuto, di rassicurazioni e le lamentele.

Nell’illusione di poter in qualche modo ‘dimenticare’ il trauma vissuto e tenere sotto controllo le spaventose sensazioni ad esso correlate, la persona sperimenta la situazione paradossale per cui più cerca di dimenticare, più finisce per ricordare sempre di più.

Secondo l’approccio della psicoterapia breve strategica diviene importante non evitare la crisi ma attraversarla, come diceva il poeta Robert Frost: ‘Se vuoi venirne fuori, ci devi passare in mezzo’. In Psicoterapia Breve Strategica, la tecnica di elezione per il trattamento del trauma è quindi basata sulla scrittura, il cosiddetto Romanzo del trauma (Cagnoni, Milanese, 2009). Attraverso la narrazione scritta è possibile innescare la metabolizzazione dell’esperienza e una diminuzione delle emozioni correlate. Inoltre, richiamando volontariamente questi pensieri, non li si vivono più come incontrollabili e intrusivi, ma come gestibili. Successivamente è possibile diminuire progressivamente gli evitamenti, in modo da ripristinare la funzionalità di vita presente prima dell’episodio traumatico.

In questo modo la ferita del trauma si trasforma a poco a poco in una cicatrice che, pur non scomparendo completamente del tutto, permette alla persona di riappropriarsi della propria naturale capacità di resilienza.

 

Intolleranze e allergie alimentari negli studenti universitari: esiste una relazione con ansia e depressione?

Per gli studenti con una malattia cronica, come un’allergia o un’intolleranza alimentari, il periodo di transizione rappresentato dall’università può comportare responsabilità aggiuntive, relative all’autogestione della malattia, che possono avere un impatto negativo sul benessere generale.

 

L’università è un importante periodo di transizione per molti giovani adulti, durante il quale questi ultimi ottengono un’indipendenza senza precedenti e affrontano sfide di adattamento significative, come lo sviluppo di nuove relazioni (Ravert, Boren, & Wiebke, 2015) e l’adattamento all’elevata domanda accademica (Ross, Niebling, & Heckert, 1999). Tali sfide possono aumentare la loro vulnerabilità e portare a problemi di salute mentale legati allo stress come ansia e depressione (Shin & Liberzon, 2009). Secondo alcuni studi, i sintomi depressivi sono associati a una diminuzione delle prestazioni accademiche (American College Health Association, 2014) e ad un aumento del rischio di autolesionismo (Taliaferro e Muehlenkamp, ​​2014) tra gli studenti universitari. Gli studenti con sintomi ansiosi hanno maggiori probabilità di soffrire di malattie infettive acute (Adams et al. 2008) rispetto alle loro controparti meno ansiose. In effetti, la ricerca mostra che la prevalenza di depressione e ansia è in aumento tra gli studenti universitari (Schwanz et al. 2016), colpendo circa il 22,1% (ansia) e il 18,1% (depressione) dei giovani accademici statunitensi (American College Health Association, 2015). In particolare, per gli studenti universitari con una malattia cronica, come un’allergia alimentare (ing. Food Allergies, FA) o un’intolleranza, questo periodo di transizione può comportare responsabilità aggiuntive relative all’autogestione della malattia, che possono avere un impatto negativo sul benessere generale (Greenhawt, 2016; Warren et al. 2016).

L’allergia alimentare è una malattia cronica derivante da reazioni immunitarie avverse a specifiche proteine ​​alimentari che possono variare da lievi eruzioni cutanee ad anafilassi potenzialmente letali (Herbert, Shemesh & Bender, 2016). Simile all’FA, l’intolleranza alimentare è una reazione avversa a specifici cibi, che può portare a una vasta gamma di sintomi come indigestione e diarrea (Nettleton et al., 2010). Alcuni studi hanno rivelato che gli adulti con FA e/o intolleranza sono a maggior rischio di sviluppare ansia e/o sintomi depressivi (Dunjic, 2015; Molzon et al., 2011; Yang et al., 2013).

Chen e colleghi hanno incentrato il loro studio del 2020 sulle implicazioni psicologiche negative correlate ad allergie e/o intolleranze alimentari (Chen et al., 2020). L’obiettivo dello studio era quello di determinare la prevalenza di allergie e intolleranze alimentari e di stimare le associazioni di queste con ansia e depressione in un campione di 1574 giovani universitari. I risultati ottenuti da questa ricerca hanno indicato come la prevalenza di FA diagnosticate dal medico era del 7,6% (n = 119), mentre il 14,6% (n = 227) ha riportato un’intolleranza alimentare. Le allergie più segnalate sono state noci (3,1%) ed arachidi (2,6%). Dalle analisi è emerso che l’FA era associata a punteggi più alti dei sintomi depressivi, mentre le intolleranze alimentari erano associate a punteggi più alti di sintomi depressivi e ansia. Questa ricerca ha mostrato come il gruppo di universitari statunitensi che conviveva con una specifica allergia al cibo e/o con un’intolleranza presentava maggiori sintomi interiorizzati di tipo depressivo o ansioso (Chen et al., 2020).

Il meccanismo attraverso il quale la FA e l’intolleranza sono collegati ad ansia e/o a depressione rimane poco chiaro. È possibile che, poiché queste patologie sono associate a livelli di stress più elevati (Dunjic, 2015), ciò possa predisporre gli adulti a maggiori rischi di sviluppare ansia e depressione (Khan & Khan, 2017; Shin e Liberzon, 2009). Una teoria dominante sull’associazione tra FA e depressione è l’ipotesi delle citochine proinfiammatorie, molecole proteiche generalmente prodotte in risposta a un qualche stimolo, che svolgono un ruolo importante nello sviluppo della depressione (Maes et al., 2008). In effetti, è stata osservata una maggiore produzione di citochine proinfiammatorie tra pazienti allergici ad alimenti (Bartuzi et al., 2000). Il mantenimento di un microbioma intestinale sano promuove il normale sviluppo e funzionamento del sistema immunitario (Purchiaroni et al., 2013). Recenti studi su modelli animali hanno dimostrato che la disregolazione del microbioma intestinale è associata a una varietà di condizioni psichiatriche tra cui ansia e depressione (Sharon al., 2016). L’intolleranza alimentare può disturbare il normale microbioma intestinale attraverso l’induzione di sintomi fisiologici avversi come diarrea e generazione di sostanze tossiche (Campbell et al., 2010), fornendo una potenziale spiegazione della sua associazione con depressione e ansia.

Per quanto riguarda la connessione tra intolleranze alimentari ed ansia, è possibile ipotizzare un’ulteriore spiegazione assumendo un punto di vista psico-fisiologico, per cui le sensazioni fisiche di fastidio e/o dolore provocate dalle intolleranze potrebbero essere male interpretate da chi le sperimenta, che potrebbe confonderle con sintomi ansiosi o di panico, innescando un vero e proprio stato d’ansia. È infatti noto che l’ansia può manifestarsi sotto forma di somatizzazione corporea, tale per cui la sofferenza psicologica può emergere mediante sensazioni fisiche: il soggetto con intolleranze a specifici cibi potrebbe male interpretare i segnali corporei provenienti dall’addome risultanti dall’ingestione di cibi tossici per il suo organismo, etichettandoli come sintomi ansiosi, oppure correlati ad un attacco di panico.

Ad ogni modo è importante tenere a mente che ad intolleranze alimentari ed FA potrebbero conseguire sintomi ansiosi e depressivi; in tal caso sarebbe bene rivolgersi a specialisti nel settore psicologico per intraprendere un percorso psicoterapeutico in grado di ripristinare il benessere soggettivo percepito.

 

Dall’adolescenza all’età adulta: la difficile gestione delle emozioni – Video e report dal webinar organizzato dal CIP Modena

L’evento organizzato dal CIP Modena ha approfondito il tema del delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta soffermandosi sulla difficile gestione delle emozioni.

 

Con il termine adolescenza si intende la fase dello sviluppo che inizia verso i 14 anni e di cui non si riesce a stabilire una fine certa poiché il passaggio all’età adulta può variare notevolmente da un punto di vista temporale.

Il periodo che precede l’adolescenza, invece, viene definito preadolescenza e riguarda la fascia d’età che va dagli 11 ai 13 anni. L’adolescenza è caratterizzata da immaturità e consiste in un periodo di grandi cambiamenti, sia ormonali sia emotivi, che rendono l’adolescente allo stesso tempo vittima ed eroe di tali sconvolgimenti.

Questa fase di sviluppo si suddivide in 3 stadi: la prima adolescenza ha inizio uno o due anni dopo la pubertà ed è caratterizzata da un’imprevedibilità emozionale (scatti d’ira, aggressività, emozioni violente) che si può manifestare solamente all’interno del contesto familiare o estendersi anche all’esterno; durante l’adolescenza media (15-16 anni) si acquisisce il controllo delle emozioni, si sviluppa uno stile di pensiero più raffinato e si assiste a una completa dedizione al gruppo d’appartenenza, con la conseguente messa in secondo piano dei genitori; infine, nella tarda adolescenza (18-20 anni) si forma l’identità (motivo per il quale è possibile diagnosticare disturbi della personalità a partire dai 18 anni) e il ragazzo si trova a dover affrontare scelte professionali importanti.

Durante l’incontro organizzato dal CIP Modena, la Dott.ssa Giannotti ha analizzato più nel dettaglio questi stadi e, ponendoli a confronto, è possibile notare che nella prima adolescenza i cambiamenti corporei sono sconvolgenti e lo sviluppo sessuale è molto rapido mentre nelle fasi successive l’accrescimento corporeo rallenta e si consolidano le esperienze sessuali. Tuttavia è importante segnalare che attraverso il corpo passa la sensazione di sentirsi accettato dai pari e che in questo periodo si assiste a una crisi dell’identità sessuale in cui ci si interroga sul proprio orientamento. Inoltre, durante la prima adolescenza il ragazzo si trova in una situazione di ambivalenza in cui vorrebbe distaccarsi e chiedere maggiore indipendenza dai genitori ma allo stesso tempo ha bisogno di una dipendenza affettiva; nella media adolescenza la necessità di libertà prevale mentre in tarda adolescenza riemergono le competenze che i genitori hanno insegnato loro e i ragazzi diventano autosufficienti.

Per quanto riguarda la relazione con i coetanei, si osserva il bisogno di sentirsi parte di un gruppo, che viene raggiunto imitando gli altri e che causa preoccupazione nei genitori. Nelle prime fasi il ragazzo tenta di assumere ruoli differenti, spesso inadatti e contraddittori, mentre in tarda adolescenza si forma e consolida un’identità sicura. Relativamente all’autocontrollo emozionale, durante la prima adolescenza viene questo visto come una limitazione, per cui il ragazzo sperimenta l’espressione delle sue emozioni (ad esempio con esplosioni di rabbia o risate molto marcate); nella media adolescenza, invece, l’autocontrollo viene riconosciuto come importante, ma risulta difficile da applicare poiché le emozioni sono percepite come molto intense, finché non si arriva alla tarda adolescenza, momento in cui viene raggiunto tale autocontrollo.

In sintesi, l’adolescenza è la fase evolutiva più delicata dell’arco della vita, finalizzata alla conquista dell’autonomia e dell’indipendenza attraverso il superamento di compiti evolutivi fase-specifici: in particolare, la costruzione di una propria identità separata da quella dei genitori e dei pari, l’inserimento in un gruppo di coetanei, la costruzione di un proprio ruolo sessuale, lo sviluppo di un’identità sociale e l’avvio di relazioni sentimentali stabili. Tenendo in considerazione che la trasgressione fa parte del compito di autonomia dell’adolescente e, conseguentemente, che il conflitto è indispensabile, è importante sottolineare come lo stile genitoriale e l’attaccamento determinano percorsi di sviluppo diversi. Infatti, uno stile educativo democratico e autorevole favorisce l’indipendenza tramite la contrattazione di regole con il figlio, mentre uno stile autoritario e autocratico in cui le regole sono imposte dal genitore produce risentimento e poca abilità di autonomia nel figlio. Dal lato opposto uno stile egualitario e permissivo in cui non vengono definite regole causa incertezza sui ruoli ed evitamento delle responsabilità da parte del figlio.

 

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Stress e depressione gestazionale influenzerebbero lo stato fisico e psichico del nascituro

La letteratura indica che le condizioni psichiche delle donne durante la gravidanza possono influire sulla comparsa di quadri patologici, sia fisici che psichici, del nascituro.

 

Molti studi hanno indagato gli effetti che possono avere lo stress e la depressione durante la gestazione sullo stato di salute dei futuri bambini.

Negli ultimi trent’anni la messa a punto di nuove tecnologie ha incrementato l’interesse scientifico per lo studio della vita fetale. Analizzando la letteratura si trovano ricerche di due diverse tipologie: quelle a carattere biologico, che hanno come oggetto lo sviluppo embrio-fetale in un’ottica organica e con finalità preventivo-sanitarie (Branconi, 1992; Catizone, Ianniruberto, 1989; Pescetto, De Cecco, Pecorari, Ragno, 1989) e quelle che riguardano le teorie psicologiche, che hanno cercato di spiegare la continuità della vita psichica prima e dopo la nascita poiché il bambino, anche prima della nascita, oltre ad essere una realtà fisica è una realtà psicologica (Piontelli, 1987; Pasini, Beguin, Bydlowski, Papiernik, 1989; Della Vedova, Imbasciati, 1998; Righetti, 2000)

Sono numerosi gli studi condotti sui feti che utilizzano l’ecografia, la cardiotocografia e la fetoscopia. Di particolare interesse sono le ricerche che dimostrano come gli stati emotivi della madre si trasmettono al feto e come possono condizionarne lo sviluppo sia fisico che psichico oltre ad incidere sulle complicanze ostetriche (Ianniruberto, Iaccarino, Tajani, 1978; Ianniruberto, Tajani, 1980; Rossi, Avveduti, Rizzo, Lorusso, 1989).

Lo stress materno, se troppo intenso e prolungato, può provocare alterazioni funzionali fetali. Alcuni studi dimostrano che l’iperproduzione di cortisolo durante la gestazione, che si verifica per situazioni stressanti o percepite come tali, si  associa a malattie respiratorie e digestive dei bambini fino all’età di tre anni (Zijlmans et al., 2017). Inoltre, gli alti livelli di cortisolo materno, prodotto a causa dello stress in gravidanza, condizionano la regolazione precoce allo stress determinando, ad esempio, una marcata reattività comportamentale nel  nascituro (Nazzari et al., 2018).

Recenti studi hanno dimostrato che la depressione materna prenatale influenza il temperamento infantile e condiziona la regolazione delle emozioni. Per dimostrare gli effetti dell’esposizione in utero alla depressione materna, nel 2019 è stata condotta una ricerca su donne in gestazione, affette da depressione comparsa in seguito alla supertempesta Sandy, l’uragano che ha colpito la città di New York nel 2012. Lo studio dimostra come l’alterazione del tono dell’umore della madre, durante la gravidanza, influisca sul temperamento infantile e determini livelli più elevati di stress e di paura nel bambino oltre ad una ridotta reattività alle cadute, una minore tendenza a sorridere ed un’inclinazione alla tristezza (Nomura et al., 2019).

Non è infrequente che le donne possano iniziare, sin dal principio della gestazione, a sperimentare sentimenti depressivi e una generale percezione di inadeguatezza. La depressione colpisce circa il 15% delle donne in stato di gravidanza e può determinare la comparsa di difficoltà cognitive, comportamentali ed emotive nei figli (Pearson et al., 2018).

Un gruppo di ricercatori canadesi ha analizzato i dati dello studio All Our Families (AOF), uno studio di coorte di gravidanza, progettato per indagare le relazioni tra il periodo prenatale e la prima infanzia e gli esiti per bambini e madri. La ricerca ha evidenziato che esiste un legame tra i sintomi depressivi della madre, comparsi sia durante la gravidanza che nel primo anno dopo il parto, e la percentuale di disturbi del comportamento internalizzanti (sintomi emotivi / ansiosi e sintomi di ansia da separazione) ed esternalizzanti (iperattività / disattenzione, aggressività fisica) dei bambini all’età di tre anni. La percentuale di entrambi i tipi di disturbi è risultata più elevata nei bambini la cui madre presentava sintomi depressivi più gravi, sia nel periodo prenatale che nell’anno successivo al parto  (Kingston et al., 2018).

Anche la Nakov nel suo scritto La sintonizzazione patologica ritiene che oltre ai rapporti precoci neonatali anche quelli materno-fetali possono influire sulla comparsa di quadri patologici nel nascituro (Nakov A. 1992). La comprensione degli esiti del disagio psicologico materno prenatale sullo sviluppo infantile è fondamentale per la messa a punto di strategie di prevenzione e di intervento precoce.

 

Studenti con DSA. Programmazione e didattica inclusiva evidence based – Report dall’evento

Report dell’evento online Studenti con DSA. Programmazione e didattica inclusiva evidence based organizzato da Erickson in collaborazione con l’Associazione Italiana Dislessia.

 

In Italia si stima che circa il 3-5% degli studenti sia affetto da DSA, se non addirittura una percentuale superiore al 5%. Quali sforzi sono stati fatti fino ad ora per aggiornare i metodi di insegnamento nelle scuole così da rendere la didattica realmente inclusiva? E quale impatto sta avendo in questo periodo la didattica a distanza (DAD) sull’apprendimento degli studenti con DSA? Questi sono alcuni dei temi affrontati durante l’evento STUDENTI CON DSA organizzato da Erickson in collaborazione con l’Associazione Italiana Dislessia il 12 dicembre 2020. Una giornata ricca di spunti di riflessione e consigli utili per chiunque si occupi di scuola e apprendimento: dagli insegnanti agli educatori, dai tutor agli psicologi.

Il primo intervento, a cura di Flavio Fogarolo, ripercorre il dedalo di leggi, decreti legislativi, circolari e normative inerenti il diritto dello studente a una didattica personalizzata. Se con il DPR 275/1999, che disciplinava l’autonomia scolastica, si sanciva la possibilità per le scuole di attivare percorsi didattici individualizzati, con i successivi provvedimenti si è arrivati a tutelare gli studenti con certificazione DSA o disabilità, trascurando di fatto tutti quelli con bisogni educativi speciali (BES) e non. Un passo indietro rispetto a quanto affermato più di vent’anni fa dal DPR 275/1999, che riconosceva invece a tutti gli studenti la possibilità di un percorso di apprendimento personalizzato: una scuola a misura del singolo alunno, il quale dovrebbe essere protagonista del proprio apprendimento; una scuola che non dovrebbe porsi come obiettivo principale di valutare le conoscenze, ma far sì che tutti gli studenti imparino a imparare.

Inoltre la scuola non è mero studio, è anche motivazione, emotività e relazioni sociali, tutti aspetti che non possono e non devono essere ignorati. Di fronte a studenti con difficoltà nell’apprendimento il successo formativo vero è rappresentato dal raggiungimento dell’autonomia nello studio e passa per la realizzazione di una didattica realmente inclusiva e che tenga conto degli aspetti sopra citati. A tal proposito, davvero molto interessante l’intervento del docente Filippo Barbera, che ha raccontato la sua esperienza quotidiana a scuola, i metodi di insegnamento adottati e il costante lavoro svolto per promuovere un metodo di studio efficace, ricordandoci che “la didattica adatta per DSA è funzionale a tutti gli studenti della classe”. Quindi perché non adottarla di prassi?

Diventa pertanto fondamentale elaborare strategie differenti per facilitare l’accesso alla comprensione di bambini/e e ragazzi/e. Ciò significa, specifica l’insegnante Daniela Di Donato, adattare i materiali di apprendimento in base ai diversi livelli di difficoltà e a seconda degli interessi di chi si ha di fronte, utilizzando in aggiunta strumenti e tecnologie innovative (come, per esempio, gli educational role-playing game tipo Classcraft).

Anche la valutazione dell’apprendimento non può restare ancorata a una visione della didattica ormai sorpassata, ma da cui in Italia ancora si fatica ad affrancarsi; se ne discute con Luciana Ventriglia, il cui intervento evidenzia come, oggi più che mai, un approccio all’insegnamento così datato mostri tutti i suoi limiti proprio nella DAD: tra ragazzi costretti a sostenere interrogazioni da bendati in stile Guantanamo, compiti in classe sotto l’occhio vigile del Grande Fratello (3 webcam attive: una a inquadrare la parete di fronte, una la mano che scrive e una il volto), verifiche fortemente ansiogene a tempo da svolgere in velocità (deleterie per chi ha un DSA), alcuni docenti sembrano preoccuparsi soprattutto di evitare scopiazzature e di valutare i contenuti appresi. Sarebbe invece più opportuno valutare le competenze acquisite dagli alunni, anziché le conoscenze, e puntare maggiormente sugli ambienti di apprendimento per superare l’apprendimento meccanico, ripetitivo e mnemonico a favore della vera comprensione, dell’utilizzo e della produzione di conoscenza.

Sicuramente la pandemia e i conseguenti lockdown stanno costringendo la scuola a ripensare alle modalità di insegnamento adottate, laddove alla didattica in presenza va ora a integrarsi (non a sostituirsi!) la didattica a distanza. Questa potrebbe davvero essere l’occasione per una vera e propria rivoluzione didattica all’insegna della promozione dell’equità formativa e della inclusività. Le istituzioni e gli insegnanti saranno in grado di raccogliere la sfida?

 

Programma evento

Sessione plenaria – Dalle 10.00 alle 13.00

  • 10.00-10.15: Apertura e coordinamento della sessione – Francesco Zambotti (Erickson, Trento)
  • 10.15-10.45: Quadro normativo e PDP – Flavio Fogarolo (Formatore, Associazione Lettura Agevolata onlus, Vicenza)
  • 10.45-11.15: Suggerimenti e strategie didattiche da un insegnante con DSA per studenti con DSA – Filippo Barbera (Istituto Comprensivo Vicenza N.8)
  • 11.15-11.30: Pausa
  • 11.30-12.00: Facilitare l’accesso alla comprensione: adattare i materiali di apprendimento – Daniela Di Donato (Docente specializzata in didattica inclusiva, formatrice scuola AID)
  • 12.00-12.30: Dalla valutazione formativa alla valutazione autentica – Luciana Ventriglia (Formatrice scuola AID, Associazione Italiana Dislessia)
  • 12.30-13.00: Spazio domande partecipanti

Tavola rotonda a cura dell’Associazione Italiana Dislessia – Dalle 14.30 alle 16.30

  • Didattica inclusiva per una scuola accessibile a tutti – A cura di Paolino Gianturco (Dirigente scolastico e membro scuola del Consiglio Direttivo AID), Maria Rita Salvi (Dirigente scolastico e membro del comitato tecnico scientifico di AID), Cristina Fabbri (Docente e formatrice scuola AID) e Maria Enrica Bianchi (Docente e formatrice scuola AID)

Plenaria finale – Dalle 16.45 alle 17.00

  • Conclusioni: Francesco Zambotti (Erickson, Trento)

Realizzati e consapevoli. Allenamenti mindfulness per trasformare il tuo lavoro e la tua vita – Recensione

Nel libro Realizzati e consapevoli gli autori consigliano quali semi coltivare per il cambiamento e come prendersene cura.

 

E’ questo il momento di tornare a fare le stesse cose o è forse il momento di farle in modo diverso, ispirandosi a un cambiamento?

Questa domanda risuona più che attuale e calata nel nostro tempo. Il libro Realizzati e consapevoli è stato ultimato proprio in piena emergenza sanitaria, lo scorso marzo.

Gli autori si chiesero se fosse il momento opportuno per l’uscita di un libro sull’applicazione della Mindfulness al contesto lavorativo. Io rispondo senza dubbio di sì perché ora è necessario generare trasformazioni ripartendo dalla consapevolezza di ciò che esiste oggi per generare un cambiamento per il domani.

Il libro, come indicano gli autori: ‘Non ha la pretesa di migliorarti ma questo è il momento per cui questo libro è nato. Per un mondo del lavoro più incerto, è possibile una rivoluzione gentile‘. Anche la storia ci insegna che non c’è cambiamento senza rivoluzione, in altre parole qualcosa capace di rompere schemi e cambiare gli sguardi ma non è detto che la rivoluzione non possa essere gentile.

La disponibilità al cambiamento è il terreno, ma occorrono semi da piantare e coltivare con cura.

Gli autori consigliano quali semi coltivare e come prendersene cura, io ve li riassumo brevemente.

Presta attenzione!

Negli ultimi anni la nostra attenzione è stata posta sotto sequestro da migliaia d’input che arrivano rapidamente al nostro cervello e che ci seducono promettendoci cose. Social e applicazioni gratuite ma che in realtà ci rubano tempo e ci fanno lavorare gratuitamente per i loro scopi. ‘Se prima si passava da un dispositivo all’altro ogni tre minuti, adesso avviene ogni 40 secondi; vuole dire che la nostra attenzione ogni 40 secondi deve riprendere il focus’.

Il multitasking non è un vantaggio per il nostro cervello e crea dipendenza.

Le neuroscienze indicano, infatti, che possiamo dedicare attenzione sostenuta solo facendo una cosa alla volta.

Nel libro si propone di coltivare il seme dell’attenzione con diverse pratiche, esercizi utilissimi e soprattutto fattibili.

Sii gentile

Quanti luoghi comuni ancora sulla gentilezza? Segno di debolezza, fragilità che ti porta a essere alla mercé di altri? Gentile è da perdenti?

‘Amabilità, garbo, cortesia nel trattare con altri’ si legge nella Treccani alla voce gentile. Un animo gentile ascolta con garbo e senza giudizio, e prima di tutto sa che essere gentili con se stessi significa osservarsi e ascoltarsi avendo cura di ciò che notiamo e senza porre riflettori su limiti o fragilità.

Un consiglio, se leggendo queste prime righe della mia recensione ti sei distratto, accogli con gentilezza il pensiero, la distrazione e riporta la tua attenzione consapevole al prossimo passo.

Esprimi la creatività

La creatività non riguarda persone speciali, artisti e inventori ma bensì riguarda tutti e ognuno di noi può imparare a esprimerla. ‘Si può essere creativi anche nei gesti quotidiani, nei piccoli cambiamenti interiori ed esteriori che decidiamo di praticare con coraggio‘.

Con queste parole gli autori preparano il lettore a praticare la creatività, a sperimentare uno sguardo diverso di vedere le cose, a provare a fare le cose in modo diverso, per generare un cambiamento. Seguite gli esercizi del libro per scoprire che questo è possibile.

Sperimenta la connessione

Le tecnologie digitali ci permettono una connessione costante e ovunque, ma con chi? Con altri esseri umani, abbiamo bisogno di essere connessi ad altri esseri umani e di certo la pandemia e il conseguente lockdown ci ha fatto percepire questo bisogno. ‘Abbiamo bisogno di definirci attraverso lo sguardo dell’altro, il volto dell’altro. (…) Abbiamo bisogno di essere visti, ascoltati, valorizzati, riconosciuti’. Gli autori ci invitano quindi a scoprire come approfondire le relazioni e a coltivare il seme della connessione.

Allena e manifesta l’intenzione

Bene, ora che gli autori ci hanno invitato a conoscere, piantare e seminare il seme dell’attenzione, della gentilezza, della creatività e della connessione… ora proprio ora! Anzi qui e ora manifestiamo e realizziamo le nostre intenzioni.

Sentire e comprendere le proprie intenzioni, richiede allenamento e pratica. E in questo capitolo troverete i passi e gli esercizi per essere finalmente realizzati e consapevoli!

Termino questa mia breve recensione scegliendo una delle diverse poesie contenute nel testo e opportunamente scelte dagli autori per porre l’accento sui passi del percorso. A proposito questo percorso inizia ora! Qui e ora!

Non sei un essere che deve cambiare,
Sei un essere in continua trasformazione.
Puoi assecondare quella trasformazione,
Vedere dove ti porterà. Sarai più rilassato, sarai in ascolto.
Sarai più gentile con te stesso.

 

Sintomi psichiatrici, stress ed esperienze traumatiche sono implicate nella sindrome dell’intestino irritabile?

La sindrome dell’intestino irritabile (Irritable bowel syndrome; IBS), colpisce dal 5 al 30% della popolazione mondiale (Enck et al., 2016) e consiste in un disturbo funzionale del tratto gastrointestinale che si manifesta con dolore addominale ed alterazione dell’intestino (Longstreth et al., 2006).

 

La sua diagnosi, non basandosi su metodi definitivi o biomarcatori, avviene esclusivamente mediante raccolta anamnestica condotta sul paziente. Gli unici criteri diagnostici oggettivi e riconosciuti ad oggi, sono quelli stabiliti da Roma III, che rimandano alla manifestazione sintomatologica di dolore o fastidio nel tratto addominale (Gwee, 2007).

L’eziologia della sindrome dell’intestino irritabile, probabilmente multifattoriale, coinvolge aspetti di disagio psicologico tra cui disturbi dell’umore, ansia e disturbi somatoformi (Mykletun et al., 2010; Roy-Byrne et al., 2008). Sebbene non emergano prove oggettive a supporto della relazione causale tra sindrome dell’intestino irritabile e psicopatologia, quest’ultima aggrava la condizione sintomatologica dell’intestino, generando ulteriori complicanze come ipocondria, disturbi di somatizzazione e dissociazione (Salmon et al., 2003; Wilhelmsen, 2000).

La gravità dei sintomi della sindrome dell’intestino irritabile aumenta se in passato l’individuo ha vissuto una condizione di stress, subito un trauma o è stato abusato cronicamente (Kanuri et al., 2016; Leserman & Drossman, 2007). Una storia di abuso fisico o sessuale viene riportata di frequente da questi pazienti e contribuisce alla persistenza della sintomatologia.

L’indagine di Torun et al. (2020) si è occupata di valutare i sintomi psichiatrici, tra cui ansia e depressione, in 54 pazienti con sindrome dell’intestino irritabile; indagando il ruolo degli eventi traumatici passati (fisici o psicologici) nella predisposizione della malattia somatica.

Confrontando i pazienti aventi sindrome dell’intestino irritabile con un gruppo di controllo senza alcuna patologia fisica, emergono per i primi, punteggi più alti sulle scale del Symptom Checklist-90-R (SCL-90R; Derogatis, 1977), volto a valutare la sintomatologia psichiatrica. Nel dettaglio, in accordo con la letteratura precedente, riportavano maggiori livelli di somatizzazione, tratti ossessivo-compulsivi, e ostilità nella condizione emotiva di rabbia (Sykes et al., 2003; Whitehead et al., 2002). Tra loro, la tendenza a somatizzare, può aumentare l’impiego dei servizi sanitari e diminuire la risposta al trattamento oltre che l’aderenza allo stesso, con conseguente incremento degli effetti avversi sintomatologici.

Rispetto alle valutazioni dell’ansia effettuate mediante State-Trait Anxiety Inventory (STAI; Spielberger, 2010), emerge che mentre l’ansia di tratto (caratteristica relativamente stabile della personalità) era maggiore tra i pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, l’ansia di stato (sensazione soggettiva di tensione e reattività dovuta alla rottura dell’equilibrio emotivo) era significativamente più alta nel gruppo di controllo. Quest’ultimo risultato, è stato ricondotto alla condizione dei partecipanti che sebbene senza patologia, si trovavano in ospedale e dunque in una condizione potenzialmente stressante.

La presenza di ansia tra coloro con sindrome dell’intestino irritabile è coerente con studi precedenti che riportavano, oltre a questa, maggiori livelli di depressione e somatizzazione (Palsson & Drossman, 2005; Sykes et al., 2003; Whitehead et al., 2002). Anche coloro che con l’insorgenza della malattia non sviluppano una psicopatologia, tenderanno a manifestarla al follow-up dopo diversi anni (Koloski et al., 2012). Secondo la letteratura, i disturbi d’ansia, in comorbilità con la sindrome dell’intestino irritabile nel 30-50% dei casi, svolgono un ruolo rilevante nella patogenesi e nella cronicità dei sintomi gastro-intestinali, stimolando eccessivamente il sistema nervoso autonomo (Agosti et al., 2002).

Coloro con sindrome dell’intestino irritabile ed una storia di abuso fisico alle spalle, avevano punteggi significativamente maggiori sugli indici psicopatologici valutati mediante l’SCL-90-R (somatizzazione, tratti ossessivo-compulsivi, ostilità, sensibilità interpersonale, depressione, ansia, ansia fobica, ideazione paranoide e psicoticismo).

Rispetto all’ansia, l’aver subito un trauma precedente può aver abbassato la soglia di comparsa dei sintomi ansiosi, rendendo l’individuo più vulnerabile.

Gli eventi quotidiani stressanti sono quantitativamente maggiori nell’arco della vita tra coloro con sindrome dell’intestino irritabile (Bradford et al., 2012); punizioni fisiche, abusi emotivi e sessuali esacerbano la sintomatologia intestinale, determinando un uso più frequente dei servizi sanitari (Lackner & Gurtman, 2004; Sperber et al., 2012). Inoltre, ad aggravare la loro condizione, questi soggetti possiedono funzioni gastro-intestinali più sensibili allo stress (Brandt et al., 2008).

L’indagine di Torun et al. (2020), ha riportato punteggi maggiori sugli indici psicopatologici anche tra i pazienti con sindrome dell’intestino irritabile e una storia familiare di malattia psichiatrica tra i parenti di primo grado. Secondo la letteratura, è più comune l’incidenza di disturbi psichiatrici tra i parenti di pazienti con sindrome dell’intestino irritabile rispetto a quelli di pazienti sottoposti a colecistectomia (Woodman CL, Breen K, Noyes R, Moss C, Fagerholm R, Yagla SJ, 1998). Oltre ad una maggiore incidenza del disagio psicologico, la letteratura riporta come tra i parenti di primo grado sia presente spesso una storia di abuso di alcol (Knight et al., 2015).

La presente ricerca ha rilevato come il disagio psicologico, oltre ad essere un importante fattore di rischio implicato nello sviluppo, nella persistenza ed esacerbazione dei disturbi funzionali intestinali, può influenzarne notevolmente l’esito compromettendo e condizionando negativamente la relazione tra medico curante e paziente (Addolorato et al., 2008).

I pazienti che sperimentano sindrome dell’intestino irritabile necessitano di essere valutati negli aspetti psicologici che sono spesso di ostacolo alla guarigione. Perciò, si rende necessario un approccio di valutazione olistico e multidisciplinare della sindrome, grazie al quale poter migliorare la qualità della vita dei pazienti, riducendo i costi di trattamento ed il tempo necessario alla guarigione.

 

Essere una donna infertile nel XXI secolo: vissuti psicologici e stigma sociale

I vissuti di inadeguatezza, incompletezza, impotenza e perdita di speranza e la comparsa di ansia, depressione e pensieri suicidari spingono le donne infertili in una crisi che invade la sfera personale e relazionale e che deve fare i conti con un evidente stigma sociale.

 

I tempi sono cambiati: i modelli culturali attuali sono diversi da quelli del secolo scorso e le donne hanno più spazi per affermarsi nel mondo del lavoro, per acquisire un ruolo sociale e professionale che le soddisfi e per mirare a una gratificazione personale non connessa unicamente alla cura dei figli, della famiglia e della casa. Le nuove scelte di vita tuttavia, per ragioni di tipo economico o legate all’ampliamento delle proprie opportunità educative e occupazionali, posticipano il periodo di vita in cui il desiderio di gravidanza insorge e si traduce in un progetto (Kelly-Weeder, Cox, 2008).

La principale causa di infertilità femminile è l’età. Si registra un incremento di donne infertili sopra i 35 anni, età oltre la quale la capacità riproduttiva si riduce: è necessario più tempo per concepire, la frequenza dei rapporti sessuali tende a diminuire, l’ovario diventa meno efficiente, la probabilità di anormalità cromosomiche incompatibili con la vita aumenta e si riscontra un incremento di aborti spontanei, il 50% dei quali è rilevato dopo i 40 anni (Roupa, Polikandrioti, Sotiropoulou, Faros, Koulouri, Wozniak, Gourni, 2009).

In contrasto con la tendenza a posticipare la maternità, in molte culture la genitorialità è considerata ancora oggi un’importante transizione di vita e di conseguenza l’esperienza stressante dell’infertilità femminile è associata a un ampio spettro di disagi e problematiche psicologiche. Le donne infertili tendono a provare sentimenti negativi nei confronti di loro stesse e degli altri, appaiono più vulnerabili degli uomini agli stimoli ambientali correlati alla riproduzione – come la vista di un’altra donna incinta – ed è probabile che sviluppino pensieri dolorosi e intrusivi legati all’infertilità (Agarwal, Gupta, Sharma, 2005). Tendono a perdere il supporto sociale e ad avere problemi nelle relazioni a causa dello spiccato senso di vergogna per essere incapaci di concepire un figlio, che talvolta combattono sviluppando un “sense of entitlement”, cioè l’idea che ogni cosa nel mondo sia loro dovuta (Akhter, Jebunnaher, 2012).

In seguito al fallimento della procreazione medicalmente assistita, la maggior parte delle donne presenta elevati livelli di ansia e in un quarto di esse si rileva la presenza di pensieri suicidari; il maggiore impatto emozionale si verifica in seguito al fallimento del primo ciclo del trattamento e può persistere per settimane, nonostante l’intensità sia determinata da variabili individuali, come una maggiore predisposizione all’ansia o la presenza di sintomi depressivi precedenti al trattamento (Ardenti, Campari, Agazzi, Battista, 1999).

I vissuti di inadeguatezza, incompletezza, impotenza e perdita di speranza e l’insorgere di ansia, depressione e pensieri suicidari comportano il profilarsi di aspettative negative rispetto al futuro; sono inoltre considerati un importante fattore nei trattamenti all’infertilità, poiché riducono sia la collaborazione e le possibilità di successo del trattamento, sia la capacità di superare l’evento e ricostruire la propria vita rinunciando all’aspetto della maternità (Patel, Sharma, Kumar, 2018). Le difficoltà psicologiche, a livello di emozioni negative o di sintomi psicopatologici, sono accresciute dal fatto che le donne spesso si trovano ad affrontare lo stigma sociale.

In culture anche molto diverse fra loro, infatti, un fallimento nella riproduzione può esporre socialmente a una forte disapprovazione. La letteratura scientifica ha evidenziato l’importanza del contesto socioculturale nel definire l’esperienza vissuta di infertilità, che è più difficile in società che enfatizzano la centralità della genitorialità per la definizione dell’identità femminile (Missmer, Seifer, Jain, 2011). In Turchia, ad esempio, uno studio evidenzia come la diagnosi di infertilità crei stigmatizzazione ed esposizione a un linguaggio negativo (Kaya, Oskay, 2019). Le donne infertili in Giordania sono descritte come se avessero le “ali spezzate”; sono definite donne a metà, rami secchi e alberi privi di vita (Daibes, Safadi, Athamneh, Anees, Constantino, 2018). Nella cultura nigeriana le donne devono avere figli per poter comprendere la loro femminilità, mentre se restano prive di figli sono escluse dalla partecipazione alle attività sociali ed è loro proibito toccare i bambini (Hollos, Larsen, Obono, Whitehouse, 2009).

La visione della donna infertile nella società occidentale è caratterizzata da idee di anormalità ed emarginazione. In Italia, in particolare, la forte influenza religiosa porta le donne che non possono realizzare il proprio desiderio di maternità a sentirsi incomplete e inadeguate, nonostante la tendenza attuale conduca molte di loro a posticipare l’età in cui diventare madri.

I vissuti psicologici ed emotivi delle donne infertili sono molteplici e pervasivi in ogni sfera di vita. È importante pertanto che la psicologia si ponga come ausilio nella legittimazione sociale di questa condizione che riguarda uno spaccato sempre più ampio dell’universo femminile e che sostenga le donne infertili nell’elaborazione dei vissuti negativi, promuovendo il recupero di un livello di benessere tale da permettere alle donne di reinvestirsi in altre aree progettuali e generative della vita.

 

Funzioni Cognitive e igiene orale negli anziani: una ipotetica relazione

Gli anziani che soffrono di demenza sembrano avere un rischio maggiore per quanto riguarda i problemi legati ad una incorretta igiene orale, in quanto può venire trascurata a causa del declino correlato alla cura personale e alle capacità motorie.

Fontanel Giulia – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Con il termine demenza si fa riferimento a un gruppo di sintomi che causano un progressivo declino cognitivo tale da compromettere le attività di vita quotidiana. Nel 1982, il Committee of Geriatrics del Royal College of Physicians britannico, definisce la demenza come una compromissione delle funzioni corticali superiori, comprendendo la memoria, la capacità di far fronte alle richieste della vita quotidiana, di svolgere azioni motorie già acquisite in precedenza, di mantenere un comportamento socialmente adeguato e si far fronte alle proprie reazioni emotive. Inoltre, tale condizione è spesso degenerativa: irreversibile e progressiva (Faggian et a., 2013).

Nel 2012, l’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) e Alzheimer’s Disease International (AID) definiscono la demenza come una “priorità della sanità pubblica”. Infatti, la continua crescita della popolazione anziana, con il rischio di incorrere in compromissioni delle funzioni cognitive e manifestazioni neuropatologiche, in futuro potrebbe portare a un aumento della spesa economica da parte dei sistemi sanitari (Prince et al., 2013).

Negli ultimi anni, tra le diverse tematiche riguardanti l’invecchiamento, diversi studi hanno iniziato a indagare la possibile relazione tra decadimento cognitivo e igiene orale nella popolazione anziana. L’OMS ha definito la salute orale come

uno stato di assenza di dolore cronico alla bocca e al viso, neoplasie al cavo orale e alla gola, infezione orale e piaghe, malattia parodontale, carie, perdita di denti e altre malattie e disturbi che limitano la capacità dell’individuo di mordere, masticare, sorridere, parlare e mina il benessere psicosociale.

Una buona igiene orale dovrebbe quindi portare a una condizione del cavo orale che, se in buono stato, permette all’individuo di mangiare, parlare e socializzare senza dolore, malattie e imbarazzo (Kaufman et al., 2014). In questi studi ci si domanda se una cattiva igiene orale possa rappresentare un fattore di rischio per l’insorgenza di deficit cognitivi e conseguentemente un rischio per l’insorgenza di demenza (Wu et al., 2016).

Nel 2013, negli Stati Uniti, si è stimato che il 70% della popolazione con più di 65 anni ha usufruito visite dentistiche; la maggior parte degli over 65, inoltre, pari al 70%, ha ancora i propri denti, rispetto al 54% di 20 anni fa (Brennan et al., 2014). Le persone anziane che soffrono di demenza sembrano avere un rischio maggiore per quanto riguarda i problemi legati ad una incorretta igiene orale, in quanto può venire trascurata a causa del declino correlato alla cura personale e alle capacità motorie (Brennan et al., 2014). Al contrario, non è ancora chiaro se una cattiva igiene orale possa essere un fattore di rischio per l’insorgenza di deficit cognitivi. I problemi legati all’igiene orale nella popolazione anziana il più delle volte sono carie, flusso salivare ridotto, lesioni alla mucosa, infiammazioni e parodontite (Gonsalves et al., 2008). Le persone anziane, ad ogni modo, non sembrerebbero lamentarsi spesso dei problemi dentali, indicando un punto doloroso o infiammato. Alcuni studiosi hanno dimostrato che molto spesso le persone anziane con un deficit cognitivo lieve tendono a sottostimare i propri problemi dentali. A tal proposito, Brody e colleghi (1985), in un loro studio, stimano che il proprio campione di anziani, con declino cognitivo, riporta solo l’1% di 2000 sintomi.

Alla luce di ciò, è importante che vi sia un intervento precoce negli anziani, soprattutto laddove c’è un deficit cognitivo o una demenza lieve. Risulta più semplice sia per i caregiver che per i dentisti intervenire nelle fasi iniziali del declino, poiché man mano che c’è un peggioramento è più difficile gestire la situazione a livello comportamentale e dentale. E’ possibile, infatti, che le persone con demenza, con il peggiorare della propria condizione, non comprendano o non si fidano, ostacolando così l’eventuale intervento del dentista (Brennan et al., 2014).

Wu (2016), insieme ai suoi collaboratori, in una review prende in esame 16 studi longitudinali sviluppati in tutto il mondo. Il dato più comune in questi studi è la perdita di denti, unita spesso a una relazione significativa con deficit cognitivo.

Per valutare l’igiene orale delle persone, nella maggior parte degli studi presi in esame da Wu e colleghi (2016), si utilizza una valutazione dell’igiene orale unita alle volte dalle impronte dentali. Inoltre, vengono considerate tutta una serie di informazioni come: numero di denti cariati, denti mancanti, la presenza di placca, malattia paradontale. (Jones et al., 1993; Ship et al., 1994; , Stewart et al., 2013; ,Ellefsen et al., 2009). Alcuni studi includono anche dati forniti dai partecipanti circa il dolore, eventuale sanguinamento e l’uso di protesi (Shimazaki et al., 2001; Arrivè et al., 2012;  Paganini-Hill et al., 2012).

Per quanto riguarda la valutazione cognitiva dei partecipanti, generalmente si somministra il Mini-Mental State Exam (MMSE) in aggiunta ad altri eventuali strumenti utili ad una valutazione neruopsicologica più completa.

Alcuni di questi studi presi in considerazione nella review di Wu e colleghi (2016) concludono che non c’è una relazione significativa tra la perdita di denti e declino cognitivo. Altri, invece, individuano una relazione tra una igiene orale carente e un declino cognitivo, in alcuni casi anche associato a demenza. In molte ricerche prese in esame i risultati, in base al numero della perdita di denti e presenza di carie, insieme ad un campione alle volte non adeguatamente numeroso, risultano contrastanti o non statisticamente significativi. Nonostante ciò, alcune ricerche, seppur in maniera debole, sembrano indicare che una buona igiene orale e visite dentistiche regolari possono ridurre il rischio di deficit cognitivo, demenza compresa. Alla luce di questi risultati contrastanti è difficile avere una visione chiara e non permettono di affermare con sicurezza che una cattiva igiene orale faccia aumentare il rischio di insorgenza di demenza (Wu et al., 2016).

Concludendo, diversi studi sostengono che mantenere una sana igiene orale, in età avanzata, sia vantaggioso da diversi punti di vista: funzionale e psicosociale (Müller et al., 2017; Masood et al., 2017). E’ altrettanto vero che una recente ricerca (Delwel et al., 2018) conferma che tra gli anziani, gli individui con diagnosi di demenza hanno un rischio più elevato di sviluppare malattie orali come carie, parodontite, perdita dei denti e lesioni alla mucosa. Allo stesso modo però, non è chiaro ancora oggi se una incorretta igiene orale possa aumentare il rischio di insorgenza di demenza.

 

Più si sa, più si è solo più sicuri di sé: il Paradosso dell’Expertise Teorica e Predittiva

Una comprovata conoscenza teorica e pratica è una base fondamentale per esser considerati, ed essere reputati, degli esperti. Questo rapporto però non è sempre causale, soprattutto nei campi riguardanti le previsioni e le analisi di lungo periodo via scienze analitiche matematiche.

 

Attualmente una delle maggiori discussioni riguarda la considerazione verso il concetto di meritocrazia conseguente un duro e comprovato lavoro. Come determina il professore Tom Nichols nel suo noto articolo The Death of Expertise (2014), attualmente l’expertise, nella sua serie di definizioni a seconda della semantica (Herling, 2000), è minata a causa della considerazione da parte della cultura odierna e del knowledge management odierno. Questi ultimi infatti sono maggiormente orientati verso elementi alternativi al comprovato lavoro teorico e pratico per scegliere e considerare una risorsa un successo lavorativo, come la visibilità mediatica (Allocca, 2018) e la sola capacità di gestire gli aspetti interpersonali (Casciaro, Lobo, 2005).

Sebbene Nichols sottolinei come questa considerazione possa minare il rapporto conoscenza teorica – conoscenza pratica come principale e sano elemento meritocratico, questa discussione controversa ha portato a sviluppare altre ottiche di analisi verso il concetto dell’expertise, talvolta criticando direttamente il concetto moderno della stessa meritocrazia (Del Rey, 2013).

Fra gli aspetti più criticati dell’expertise c’è quello riguardante l’expertise teorica e legata alla capacità di previsione. Come descrive Nassim Nicholas Taleb, matematico dell’incertezza ed umanista, il concetto stesso di esperto dell’incertezza è un paradosso fuorviante, vista la cecità della struttura neuropsicologica umana nei confronti dell’incertezza.

Lo studioso levantino nella sua opera magna, Il Cigno Nero (2014), indica come l’evoluzione umana, per affrontare i pericoli dell’ambiente e del non conosciuto, ha sviluppato il sistema attacco – fuga, il quale ha permesso alla razza umana di sopravvivere, a costo però di sviluppare meccanismi di difesa ciechi nei confronti degli aspetti astratti del futuro.

Per questo Taleb si mostra critico nei confronti dell’expertise finanziaria ed in genere legata alla ricerca di contestualizzare il futuro attraverso le scienze dure, poiché tali risultati sono altamente influenzati dai vari bias che contraddistinguono la vita psichica umana.

Utilizzando come esempio accademico i risultati di ricerca di Stuart Oskamp (1965), Taleb mostra come l’aumento delle informazioni disponibili agli esperti sottoposti all’esperimento non provoca un miglioramento delle loro capacità predittive, ma solo quello della loro fiducia in se stessi. Questa azione è riconducibile così all’expertise bias, ovvero l’uso inconscio del proprio bagaglio di conoscenza e di cultura per proteggere l’ego dalle minacce, anche a costo di non riconoscere e sottovalutare l’errore oggettivo (Kornell, 2010).

Attualmente la previsione degli eventi è un bisogno insito dell’essere umano, in maniera che il suo sistema psichico possa attivare un sistema di compensazioni per rilasciare la tensione ed avere una vita emotiva stabile (Presti, 2018).

Oltretutto, la previsione analitica ed economica permette l’idea di una struttura verificabile, elemento chiave per la stabilità economica ed umana (Muradoglu, Harvey, 2012).

Tuttavia, come contestualizza il già citato Taleb, molti degli eventi che han fatto la storia dell’Essere Umano, da lui rinominati cigni neri, sono stati completamente imprevedibili e sono stati contestualizzati solamente dopo con il processo della letteratura storica.

Per questo, in conclusione, il professore levantino si aggiunge ad altri studiosi come Michael Wheeler (2013) invitando ad avere una predisposizione critica nei confronti dell’expertise analitica e teorica, introducendo le variabili del caso e della fortuna come elementi fondamentali per il successo lavorativo e per la ricerca.

 

Lo Sport di domani (2020) di Flavio Tranquillo – Recensione del libro

L’autore sviluppa un ragionamento solido su come costruire una nuova cultura sportiva partendo dalla situazione attuale e definendo la trasversalità della questione.

 

La cultura sportiva del nostro Paese è un tema indubbiamente complesso, che nel tempo siamo riusciti a complicare.

Lo sport di domani è un libro scritto da Flavio Tranquillo, in maniera accurata, edito da add editore e proposto in un momento storico cruciale per il progresso al quale lo sport deve tendere.

Le tematiche sono ben congegnate all’interno di una tripartizione calibrata che consente di distinguere in maniera netta: “sport-cultura”, “sport-dilettantistico” e “sport-professionistico”.

La meticolosità dell’Autore nel ricorrere ai dati e ai fatti per espandere i ragionamenti e dribblare qualsiasi formula preconfezionata caratterizza i contenuti in maniera convincente.

Oltre a definire e affermare la dimensione economica dello sport nelle sue varie declinazioni, il testo offre con estrema puntualità il quadro generale delle criticità presenti e gli elementi necessari per creare un valore sostenibile.

Le immagini e i grafici utilizzati soprattutto nella prima parte facilitano la comprensione delle riflessioni di partenza, e permettono di assimilare riferimenti, definizioni e terminologie specifiche, volte a coniugare i diversi piani considerati: culturale, giuridico, economico e politico, con accenni ad aspetti psicologici e pedagogici.

La capacità di Flavio Tranquillo di analizzare le organizzazioni sportive, prescindendo dalle nazioni di appartenenza e alternando nozioni storiche e sociologiche, arricchisce la prospettiva ed esclude una visione miope delle difficoltà da superare.

I dati utilizzati sono estremamente aggiornati, il testo è scorrevole e completo e questo consente una valutazione critica dei fatti esposti e la possibilità di stimolare un ragionamento collettivo volto a una rinascita culturale.

La forza de Lo sport di domani risiede nella competenza, nella precisione e nell’apertura mentale di un Autore che è riuscito a tradurre il suo amore per lo sport in un’indagine lucida e neutrale sullo stato dell’arte.

 

L’appello dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna alla Regione: “Inserire la categoria nel Piano Vaccini” – Comunicato stampa

Comunicato Stampa

Inserire al più presto gli psicologi nel Piano Vaccini regionale. E’ quanto chiede l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna alla Regione, che a oggi non prevede canali di somministrazione agevolati per la categoria, nonostante le richieste avanzate dai suoi rappresentanti.

 

“E’ giusto attribuire priorità agli operatori sanitari e socio-sanitari “in prima linea”, ma non dimentichiamo che tutti gli psicologi sono professionisti della salute, indipendentemente dal loro contratto di lavoro, e meritano tutela”. (Gabriele Raimondi, presidente dell’Ordine)

Se i dipendenti delle strutture sanitarie pubbliche o del privato accreditato hanno ricevuto o sono in lista per ricevere il vaccino, infatti, la maggior parte dei professionisti risulta esclusa dal piano regionale.

“Anche coloro che operano in regime di libera professione o come dipendenti in ambito non sanitario, ogni giorno incontrano cittadini con importanti fragilità. Pensiamo ad esempio a chi lavora nel supporto domiciliare a famiglie con disabili o anziani, nei contesti scolastici e a chi tutela la salute psicologica dei cittadini offrendo il suo prezioso contributo negli studi privati”. (Gabriele Raimondi, presidente dell’Ordine)

Del tema si parlerà venerdì in un incontro con l’Assessorato alle Politiche per la Salute della Regione, ottenuto anche a seguito di richieste specifiche e sollecitazioni dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna all’Ente.

“Riconosciamo il grande lavoro svolto dalla Regione in questo difficile momento storico e auspichiamo che anche i nostri ottomila iscritti siano tutelati e che dunque le nostre richieste siano accolte. L’emergenza sanitaria è anche emergenza psicologica e come professionisti, al pari di tutte le altre professioni sanitarie, vogliamo continuare ad offrire il nostro pieno contributo alla salute dei cittadini in un contesto di totale sicurezza per loro e per noi”. (Gabriele Raimondi, presidente dell’Ordine)

 

L’ansia da separazione e il potere della persuasione

Le persone con disturbo d’ansia da separazione con esordio in età adulta nutrono un eccessivo disagio quando sperimentano o prevedono la separazione dalla propria casa o dalle proprie figure di attaccamento. Saranno più inclini ad esserse persuasi da pubblicità che richiamano il concetto di essere a casa?

 

Nel corso del tempo, rispetto all’ansia, i ricercatori si sono sempre concentrati sull’eziologia dei disturbi ad essa connessi, sulla diagnosi differenziale, sulla comorbilità, sulle sue conseguenze socio-emotive e sull’efficacia dei trattamenti. Gli autori di uno studio preso in esame hanno deciso, invece, di prendere in considerazione un focus differente: si sono chiesti se la sintomatologia ansiosa possa rendere gli individui particolarmente suscettibili a specifici tentativi di persuasione.

Nello specifico, gli autori si sono concentrati sul disturbo d’ansia da separazione con esordio in età adulta, una patologia caratterizzata da un’eccessiva paura di separarsi da coloro ai quali l’individuo è legato (Boelen, Reijntjes & Carleton, 2014). I soggetti affetti da questo disturbo nutrono un eccessivo disagio quando sperimentano o prevedono la separazione dalla propria casa o dalle proprie figure di attaccamento (American Psychiatric Association, 2013). Quando gli individui si trovano in uno stato ansioso, sono motivati a sopprimere questa sensazione di disagio (Battista et al., 2015) e ricercano qualsivoglia tipo di soluzione che consenta loro una via di fuga. Di conseguenza, se un soggetto affetto da agorafobia sarà portato ad evitare i luoghi pubblici, un individuo adulto con disturbo d’ansia da separazione tenterà di ridurre la distanza percepita, fisicamente o psicologicamente, da casa e dai propri cari. Gli autori hanno dunque ipotizzato che coloro che presentano sintomi correlati all’ansia da separazione, rispetto a coloro i quali non manifestano tale sintomatologia, sarebbero stati particolarmente attratti da pubblicità che richiamano il concetto di essere a casa, in quanto strettamente allineate con le loro propensioni motivazionali.

Al fine di testare le loro ipotesi, i ricercatori hanno condotto un’indagine su un campione costituito da 216 studenti universitari. Avendo ipotizzato che gli individui avrebbero mostrato reazioni differenti rispetto al tema pubblicitario, in funzione della propria sintomatologia ansiosa, è stato necessario includere nello studio partecipanti con sintomi di differente entità e gravità e dunque condurre uno studio su un campione non clinico.

Ai partecipanti è stato detto che avrebbero preso parte ad uno studio intitolato Personalità e preferenze dei consumatori e, successivamente, è stato chiesto loro di compilare il Severity Measure for Separation Anxiety Disorder-Adult (Craske, Wittchen, Stein, Andrews & Lebeu, 2013), uno strumento di autovalutazione che consente di misurare la frequenza con cui i soggetti manifestano i sintomi correlati all’ansia da separazione. In un secondo momento, gli studenti sono stati impegnati in un compito di interferenza, il cui scopo era quello di distrarre i partecipanti, prima di passare allo step successivo. È stato dunque richiesto di compilare un questionario riguardante le preferenze dei consumatori. Al termine del suddetto compito, ai partecipanti è stato chiesto di osservare attentamente la pubblicità di una compagnia aerea, il cui nome era stato adeguatamente oscurato, e di rispondere alle successive domande, selezionando le caselle che meglio rappresentano la propria opinione. Nello specifico, la pubblicità mostrava l’immagine di una giovane donna sorridente che guarda dal finestrino di un aereo. I ricercatori hanno manipolato il testo dell’annuncio al fine di creare le due condizioni sperimentali; di fatti, nel primo caso l’annuncio affermava “Tornare a casa dalla mia famiglia…la miglior sensazione del mondo”, mentre, nel secondo caso “Vedere nuovi posti…la miglior sensazione del mondo”. È bene specificare che i partecipanti sono stati assegnati in maniera casuale alle due condizioni. Successivamente è stata valutata l’opinione dei soggetti rispetto all’annuncio (MacKenzie & Lutz, 1989).

Coerentemente con quanto ipotizzato, i risultati hanno mostrato come gli individui che avevano manifestato livelli più elevati di una sintomatologia connessa all’ansia da separazione hanno mostrato atteggiamenti più favorevoli nei confronti della pubblicità caratterizzata dal tema della casa rispetto all’altra. Al contrario, gli individui che avevano mostrato livelli di ansia da separazione bassi o inesistenti, non hanno mostrato questa reattività differenziale rispetto all’annuncio contenente il tema casalingo. I risultati appena esposti potrebbero suggerire un’opportunità per i professionisti operanti nel settore marketing ma, allo stesso tempo, possono riflettere una minaccia per coloro che soffrono di un disturbo d’ansia da separazione con esordio in età adulta. Di fatti, per questi individui, essere a conoscenza delle proprie vulnerabilità rispetto a certi tipi di manipolazione potrebbe consentire loro di evitare di cadere in queste ultime (Wood & Quinn, 2003; Xu & Wyer, 2012). D’altro canto, un terapeuta che abbia in cura questa tipologia di pazienti potrebbe fornire maggiori informazioni rispetto alle suddette vulnerabilità, sia attraverso sedute individuali che attraverso interventi psicoeducativi.

 

La domanda sessuologica in psicoterapia – VIDEO

Il 19 ottobre si è tenuta la presentazione online della Scuola di Specializzazione “Psicoterapia Cognitiva e Ricerca” di Mestre. L’incontro è stato accompagnato da un webinar sulle disfunzioni sessuali e la domanda sessuologica in psicoterapia. Pubblichiamo, per i nostri lettori, il video del webinar.

 

 Le disfunzioni sessuali possono essere all’origine di diversi sintomi psicologici come ansia, depressione o stress. A volte costituiscono la domanda di psicoterapia, altre volte non vengono riconosciute come problema e sono di difficile argomentazione sia per il paziente sia per il giovane terapeuta che si trova a entrare nell’intimità del paziente.

Nel webinair sono state discusse in generale le disfunzioni sessuali ed è stato illustrato il protocollo di intervento della Terapia Mansionale Integrata fondata sulla prescrizione di mansioni a seconda del tipo di disturbo portato dal paziente, orientate alla scomparsa del sintomo e al mantenimento del risultato. L’obiettivo dell’intervento è quello di promuovere una conoscenza di sé e di sé attraverso l’altro anche in un’ottica di relazione di coppia, una maggiore conoscenza del proprio piacere e del piacere dell’altro.

 

LA DOMANDA SESSUOLOGICA IN PSICOTERAPIA – Guarda il video:

 

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Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale di Mestre - PTCR

 

La Terapia Metacognitiva (MCT) applicata al Disturbo da Stress Post traumatico

Prove preliminari da una serie di casi controllati, un trial non controllato e un trial pilota controllato e randomizzato (RCT) supportano l’efficacia potenziale della MCT nel trattamento del Disturbo da Stress Post-Traumatico (Wells & Colbear, 2012; Wells & Sembi, 2004b, Wells et al. 2008).

Elisa Petetta – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto 

 

La caratteristica essenziale del disturbo da stress post-traumatico (DPTS) è lo sviluppo di sintomi tipici che seguono l’esposizione a uno o più eventi traumatici (DSM-5, American Psychiatric Association, 2013).

L’esposizione può essere diretta o indiretta attraverso l’esser venuti a conoscenza di un evento traumatico accaduto a un familiare o amico stretto, o attraverso l’esperienza ripetuta o estrema ai dettagli crudi dell’evento. Il DSM 5 distingue essenzialmente quattro domini per quanto riguarda il ventaglio della sintomatologia esperita individuando:

  • sintomi di natura intrusiva (flashback, sogni, ricordi, immagini intrusive);
  • sintomi di evitamento (di stimoli, persone, luoghi e situazioni connessi all’evento traumatico);
  • sintomi cognitivi-affettivi (sentimenti di distacco verso gli altri, convinzioni negative su di sé, gli altri o il mondo, riduzioni di interessi o incapacità di provare emozioni positive);
  • sintomi di iperarousal e reattività (ad esempio ipervigilanza, problemi di concentrazione e memoria o difficoltà relative al sonno).

La manifestazione clinica del DPTS è molto variabile, con individui in cui può essere predominante il rivivere con paura i sintomi emotivi e comportamentali, con alcuni che mostrano preminentemente sintomi di arousal e reattività, mentre in altri possono presentarsi anche sintomi dissociativi o varie combinazioni di questi pattern sintomatologici (DSM- 5, APA, 2013).

Nel panorama attuale per il trattamento del DPST ci sono alcuni interventi di comprovata efficacia.

Robuste evidenze empiriche sottolineano l’efficacia dell’esposizione, della terapia cognitiva focalizzata sul trauma e dell’eye-movement desensitation and re-processing (EMDR), (Bisson et al., 2007; Bradley, Greene, Russ, Dutra, &Wetsern, 2005). Questi ultimi rimangono i trattamenti di eccellenza raccomandati anche dalle linee guida Nice (National Institute of Clinical Excellence, 2005). Ognuno di questi approcci utilizza l’esposizione alle memorie traumatiche come una delle componenti principali all’interno dell’intervento. L’efficacia di questi trattamenti è supportata da un gran numero di studi che mostrano equivalenti livelli di esito senza evidenziare significative superiorità tra i diversi trattamenti (Bisson et al., 2007). Il trattamento erogato attraverso la procedura EMDR in particolare si basa sull’assunto che i sintomi esperiti dai soggetti con DPST siano causati da esperienze traumatiche memorizzate in maniera non elaborata, disconnessa dalle reti di memoria esistenti (Shapiro, 2001). Durante il trattamento EMDR al paziente viene chiesto di focalizzarsi sulle immagini, sulle cognizioni negative e sulle sensazioni corporee esperite connesse al trauma, e si concentra contemporaneamente sulla stimolazione bilaterale fisica operata dal terapeuta. L’ingrediente specifico dell’EMDR è costituito da movimenti oculari orizzontali che il paziente esegue seguendo il dito indice del terapeuta che si muove rapidamente da destra verso sinistra; i movimenti oculari guidati dal terapeuta faciliterebbero il processo cognitivo scatenato dal trauma e il corretto processamento delle memorie traumatiche nei circuiti neurali.

Sebbene l’importanza dei movimenti oculari bilaterali sia stato spesso evidenziata, esiste ancora una sostanziale controversia circa la sua specificità in termini di efficacia (Devilly, Ono, & Lohr, 2014; Lee & Cuijpers, 2013).

La terapia Metacognitiva (MCT; Wells, 2009) è uno tra i più recenti approcci al trattamento del DPST. L’obiettivo della MCT è quello di rimuovere quelle specifiche barriere che si contrappongono al processo di guarigione spontanea che occorre in seguito ad un evento traumatico. Il modello metacognitivo proposto da  Adrian Wells si basa sull’assunto che i sintomi esperiti dai pazienti siano funzionali nel periodo immediatamente successivo all’evento traumatico. Sintomi come pensieri intrusivi, reattività eccessiva ed un generale incremento di arousal fanno parte di un processo interno di adattamento psicologico definito processo di adattamento riflessivo (RAP;  Wells & Sembi, 2004a). Il RAP è responsabile della modificazione di cognizione e attenzione in modalità tali da sviluppare delle routines di controllo esecutivo per supportare l’implementazione di nuove strategie di coping.

Questo processo dovrebbe procedere normalmente senza ostacoli e l’individuo riuscirebbe a venir fuori dal ciclo dell’ansia mentre la cognizione torna a essere priva di quei meccanismi orientati al processamento della minaccia. Il modello metacognitivo di Wells si basa quindi sull’assunto che la maggior parte delle persone, a seguito di un evento traumatico, possieda la capacità di riadattarsi e, successivamente, non vada incontro allo sviluppo di particolari disturbi (Wells, 2009).

Questo processo di ‘guarigione spontanea’, tuttavia, può essere ostacolato o bloccato dall’attivazione di uno specifico stile di pensiero che conduce ad estendere oltre il processamento delle informazioni connesse al trauma e/o quelle di natura minacciosa. Questo stile cognitivo disfunzionale, definito sindrome cognitiva attenzionale (CAS), consiste in un pensiero ripetitivo che può assumere la forma di rimuginio e/o di ruminazione, perpetrati dal soggetto per cercare di trovare dei significati a quanto è accaduto, prevenire danni in futuro o colmare le lacune presenti nei ricordi. La CAS è costituita anche dal ‘monitoraggio della minaccia’, un processo di scannerizzazione dell’ambiente orientato alla ricerca di pericoli potenziali e finalizzato inoltre a cercare di rilevare, evitare o sopprimere pensieri ed emozioni disturbanti e angoscianti.

I sintomi del DPTS persisterebbero perché la CAS impedisce la flessibilità individuale verso stati di elaborazione privi di minaccia. In particolare a supporto di questo stile di pensiero ci sarebbero delle credenze metacognitive di natura positiva e negativa. Alcune meta credenze positive (ad es. ‘Analizzare i miei errori mi aiuterà a prevenire pericoli futuri’) supportano alcuni processi della CAS come il rimuginio, la ruminazione, il tentativo di colmare le lacune presenti nei ricordi e il monitoraggio della minaccia. Le meta credenze negative concernono l’incontrollabilità di alcuni processi di pensiero e il significato attribuito agli eventi cognitivi ( ad es. ‘Se continuo a pensare in questo modo potrei impazzire’), le quali contribuiscono alla percezione presente e futura della minaccia.

Il modello meta cognitivo applicato al DPTS suggerisce che il trattamento dovrebbe avere come obiettivo la destrutturazione della CAS (rimuginio, ruminazione e il monitoraggio della minaccia) e le meta credenze cognitive che sono a supporto di questi processi piuttosto che focalizzarsi sui contenuti delle memorie traumatiche o sull’utilizzo dell’esposizione prolungata col fine di rivivere gli episodi traumatici.

La MCT non impiega l’esposizione ai ricordi traumatici o la manipolazione delle immagini connesse al trauma né ha come obiettivo quello di disputare e ristrutturare i pensieri connessi all’evento. La MCT aiuta i pazienti a rispondere ai pensieri o alle immagini intrusive che sperimentano in una maniera diversa, la quale limita l’estensione dei processi di pensiero collegati all’evento traumatico, riducendo il rimuginio e la ruminazione connessi e rimovendo il monitoraggio della minaccia e le altre strategie di coping disfunzionali come gli evitamenti o la soppressione del pensiero.

L’efficacia della MCT per il DPTS è stata esaminata in diversi studi.

Prove preliminari da una serie di casi controllati, un trial non controllato e un trial pilota controllato e randomizzato (RCT) supportano l’efficacia potenziale della MCT nel trattamento del DPTS (Wells & Colbear, 2012; Wells & Sembi, 2004b, Wells et al. 2008).

Wells e Sembi (2004b) hanno trattato in maniera consecutiva sei pazienti con diagnosi di DPTS in base ai criteri richiesti dal DSM-IV, tramite uno studio a disegno A-B su casi singoli. I pazienti della ricerca erano tutti stati esposti a crimini volenti o sessuali e avevano sofferto del disturbo per un periodo oscillante tra i 3 e i 10 mesi. In tutti i soggetti dello studio è stata evidenziata un’ampia riduzione dei sintomi da stress post-traumatico, della depressione e dell’ansia. Attraverso la somministrazione dell’Impact of Events Scale (IES; Horowitz, Wilner, & Alvarez, 1979 ) si è potuto rilevare un livello medio di miglioramento dell’83% mentre quello documentato tramite il Penn Inventory (Hammarberg, 1992) è stato del 69%. Rivalutati poi con dei follow-up a 3 e a 6 mesi di distanza, e anche considerando un arco di tempo più esteso, nessun soggetto è risultato più affetto dal disturbo.

Wells et al. in un open trial del 2008 hanno voluto indagare l’efficacia della terapia metacognitiva per il DPTS cronico. Hanno somministrato il trattamento (con una media di 8,5 sedute) a 12 pazienti che manifestavano il disturbo da un lasso temporale compreso tra i 6 e i 39 mesi riscontrando dei miglioramenti statisticamente significativi nei sintomi da stress post-traumatico, nell’ansia e nella depressione. Ad un follow-up a sei mesi l’89% dei soggetti è risultato molto migliorato o guarito, secondo i punteggi ottenuti dalla IES.

In uno studio randomizzato Wells & Colbear (2012) hanno inserito casualmente i pazienti oggetto della ricerca in lista d’attesa o nel protocollo del trattamento. I soggetti della prima condizione hanno mostrato un miglioramento pressoché nullo mentre il gruppo che aveva ricevuto il trattamento (8 sessioni) aveva ottenuto punteggi più bassi a tutte le misurazioni con una riduzione statisticamente significativa della sintomatologia post-traumatica, della depressione e dell’ansia. In base ai punteggi ottenuti alla IES, l’80% dei soggetti trattati con il protocollo è risultato andare incontro a guarigione e il 10% a un significativo miglioramento, mentre nella condizione di controllo solo il 10% dei pazienti è risultato migliorato e nessuno è guarito. Inoltre, tassi di guarigione dal 60 all’80% sono stati ottenuti al follow-up di 6 mesi in base ai punteggi ottenuti attraverso la Postraumatic Stress Diagnostic Scale (PDS; Foa, 1995) e l’Impact of Events Scale (IES). Gli autori hanno evidenziato anche la buona tollerabilità al trattamento con solo il 10% di dropout. Questo studio dimostra l’efficacia della MCT confermando i tassi di recovery documentati precedentemente (Wells & Sembi, 2004b).

L’efficacia  della terapia Metacognitiva è stata recentemente testata anche attraverso la comparazione con altri trattamenti.

Wells, Walton, Lovell e  Proctor nel 2015 hanno condotto un trial parallelo controllato confrontando la MCT con l’esposizione prolungata (PE). I soggetti dello studio erano 32 pazienti con diagnosi di DPTS cronico. I partecipanti sono stati assegnati a 8 sessioni di terapia (MCT o PE) o a una condizione di lista di attesa di 8 settimane. Entrambi i trattamenti sono risultati efficaci laddove comparati con il gruppo in lista d’attesa, con una riduzione statisticamente significativa della sintomatologia post-traumatica, dell’ansia e della depressione. I tassi di guarigione sono risultati essere elevati in entrambi i gruppi che hanno ricevuto il trattamento, tuttavia i miglioramenti nel gruppo MCT sono stati più rapidi. Al post-trattamento la MCT è risultata superiore rispetto alla PE per quanto riguarda la riduzione sintomatologica (misurata attraverso la IES e la Post-traumatic Stress Diagnostic Scale – PDS) e superiore alla condizione lista d’attesa per quanto riguarda le misure oggettive di iper arousal rilevate attraverso la frequenza cardiaca dei soggetti.

Nel protocollo di studio per un trial parallelo randomizzato di superiorità di Nordahl, Halvorsen, Hjemdal, Ternava e Wells (2018) si sta confrontando per la prima volta l’efficacia della MCT con l’EMDR. Lo scopo principale di questo studio, sottolineano gli autori, è quello di testare l’efficacia di un trattamento, la MCT, che, contrariamente all’EMDR, non prevede l’esposizione come ingrediente specifico, sulla scia dei risultati ottenuti nello studio precedentemente citato (Wells et al., 2015) che la metteva a confronto con la PE.

Il non includere né l’esposizione né il rivivere le memorie traumatiche potrebbe essere un fattore vantaggioso, secondo gli autori, nel ridurre le avversità al trattamento, sia da parte dei terapeuti che dei pazienti.

Nel protocollo di studio verranno inclusi 100 pazienti con una diagnosi primaria di DPTS cronico i quali saranno assegnati a due condizioni, ricevendo 12 sessioni di uno dei due trattamenti. L’outcome primario sarà la gravità dei sintomi post traumatici misurata attraverso la Posttraumatic Diagnostic Scale (PDS) misurata al post trattamento (dopo 3 mesi). Gli outcomes secondari includono gravità dei sintomi trauma correlati (sempre valutati attraverso la scala PDS), i livelli di ansia e depressione e la valutazione delle credenze metacognitive misurate a follow up di 3 e 12 mesi. I risultati dello studio ci forniranno dati importanti sulla comparazione di efficacia della terapia metacognitiva confrontata con l’EMDR e la stabilità dei risultati nel tempo.

 

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