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Comorbilità vera e comorbilità spuria nei disturbi dell’alimentazione

La comorbidità, in ambito clinico, fa riferimento alla coesistenza di due o più entità cliniche distinte. Questo concetto viene oggigiorno frequentemente utilizzato in maniera acritica da clinici e ricercatori, specialmente nell’ambito dei disturbi dell’alimentazione.

 

 Il termine ‘comorbidità’ (o comorbilità), coniato nel 1970 per indicare l’esistenza o l’insorgenza secondaria di una diagnosi aggiuntiva rispetto a quella principale (Feinstein, 1970), viene oggigiorno frequentemente utilizzato in maniera acritica da clinici e ricercatori; specialmente nell’ambito dei disturbi dell’alimentazione (Dalle Grave, Sartirana, Calugi, 2019). Si tratta di un concetto estremamente complesso, che in ambito clinico fa riferimento alla coesistenza di due o più entità cliniche distinte; a tal proposito, però, emerge la prima obiezione: nell’ambito della salute mentale, non essendo ancora stati definiti dei bio-marcatori specifici per ciascun disturbo, risulta imprecisa la concettualizzazione di due entità differenti (Maj, 2005). L’uso improprio del concetto di comorbidità potrebbe anche essere un effetto generato dalla classificazione, a tratti ancora molto categoriale, dell’attuale Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali (DSM-5; American Psychiatric Association, 2013), che induce ad applicare molteplici diagnosi psichiatriche nel medesimo quadro clinico; postulando una concettualizzazione del disturbo più complessa del dovuto, in opposizione al principio metodologico del rasoio di Occam  (Murray, Loeb, & Le Grange, 2018). Non si tratta, però, di una mera scelta metodologica fine a se stessa, bensì di un elemento cruciale ai fini del trattamento e della prognosi del disturbo; che potrebbe comportare delle significative conseguenze cliniche.

I sintomi depressivi, ad esempio, sono ricorsivi nella popolazione clinica con disturbi dell’alimentazione (DA), ma possono configurarsi sia come esito di una depressione clinica coesistente (comorbidità vera), oppure come la diretta conseguenza del DA (comorbidità spuria). Nel primo caso la depressione clinica va trattata direttamente e separatamente, mentre nel secondo caso un adeguato trattamento psicoterapico sul disturbo alimentare dovrebbe determinare la remissione spontanea dei sintomi depressivi (Dalle Grave, Sartirana, Calugi, 2019). Dalla letteratura è emerso che le comorbidità più frequentemente associate al disturbo alimentare sono: disturbi d’ansia (>50%), disturbi dell’umore (>40%), autolesionismo (>20%) e disturbo da addiction e uso di sostanze (>10%) (Keski-Rahko- nen & Mustelin, 2016); oltre alla presenza lifetime di ossessioni e compulsioni nella sotto-categoria diagnostica dell’anoressia nervosa (Halmi et al., 2003). In merito al profilo personologico, l’anoressia nervosa è più frequentemente associata al disturbo evitante di personalità (Cluster C), mentre la bulimia nervosa è maggiormente associata ai disturbi di personalità del Cluster B (drammatico) (Martinussen et al., 2017). Gli studi che hanno valutato la comorbilità nei disturbi dell’alimentazione hanno spesso riscontrato notevoli limiti metodologici, tra cui: insorgenza cronologica (non viene specificato se l’esordio del disturbo in comorbidità sia antecedente o posteriore a quello del DA), numerosità campionaria troppo ridotta, criteri di inclusione/esclusione poco precisi, utilizzo di reattivi psicometrici non appropriati, limitato uso dei gruppi di controllo e mancata valutazione dei sintomi da malnutrizione indotti dal sottopeso (deflessione timica, spossatezza, faticabilità ecc.) (Garner & Dalle Grave, 1999; Dalle Grave, Sartirana, Calugi, 2019).

 Oltre alle implicazioni metodologiche e alle potenziali conseguenze iatrogene sull’esito del trattamento, risulta opportuno delineare anche una riflessione su quanto l’uso acritico del concetto di comorbidità possa limitare un approccio più olistico verso il paziente, di cui spesso si perde la visione d’insieme della sua persona. Motivo per cui risulterebbe più opportuno esprimersi in termini di ‘casi complessi’, piuttosto che di comorbilità (Maj, 2005). Nel caso specifico dei disturbi dell’alimentazione, nella maggior parte dei quadri clinici coesistono altre problematiche di natura medico-psichiatrica (Keski-Rahkonen & Mustelin, 2016). Per far fronte a tali casistiche, la Terapia Cognitivo-Comportamentale Migliorata (Cognitive-Behavioral Therapy-Enhanced; CBT-E) ha implementato un protocollo evidence-based che prevede la somministrazione di un trattamento erogato da un’équipe multidisciplinare, non eclettica, che segue pragmatiche linee guida che indicano quando e come trattare le comorbidità. In modo tale da evitare potenziali conseguenze iatrogene dettate dal trattamento e favorendo la remissione spontanea della sintomatologia secondaria al DA, nel momento in cui quest’ultimo viene affrontato in un’ottica nucleare e prioritaria (Dalle Grave, Sartirana, Calugi, 2019).

 

Abbuffate: l’eccessivo consumo di cibo, la perdita di controllo, la vergogna

Solitamente le persone riconoscono le abbuffate come un aspetto egodistonico, ovvero come qualcosa che ha notevoli costi e che vorrebbero eliminare.

 

Cos’è un’abbuffata?

Un episodio di “abbuffata” è definito come “il mangiare in un determinato periodo di tempo una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo e in circostanze simili”.

L’episodio di eccessivo consumo di cibo deve essere accompagnato dalla sensazione di perdita di controllo e deve essere caratterizzato da marcato disagio e da almeno tre delle seguenti caratteristiche: mangiare molto più rapidamente del normale, mangiare fino a sentirsi sgradevolmente pieni, mangiare grandi quantitativi di cibo anche se non ci si sente affamati, mangiare da soli a causa dell’imbarazzo per quanto si sta mangiando e sentirsi disgustati verso sé stessi, depressi o molto in colpa dopo l’episodio.

Quali sono le caratteristiche di un episodio di abbuffata?

“Ho fame. Inizio a pensare a tutti quei cibi che di solito mi proibisco… inizio mangiando un gelato, all’inizio mi sento bene, poi mi dico che non avrei dovuto mangiarlo, che sono proprio senza forza di volontà, che così non dimagrirò mai. Sento una tensione interna e so che perderò il controllo, tutto va bene in quel momento, basta che non sia da cucinare, mangio velocemente, tutto quello che trovo fino a che non sono così piena che sento di non poter mangiare altro”.

Vivere l’esperienza dell’abbuffata è estremamente doloroso, sono pochissimi gli istanti di piacere, subito rimpiazzati da emozioni quali disgusto, repulsione, colpa, vergogna.

Tipicamente durante un’abbuffata le persone mangiano molto velocemente, talvolta bevono molto per facilitare la discesa del cibo ed eventualmente la risalita. Inoltre riferiscono che si tratta di un comportamento automatico, impulsivo in cui si sentono quasi distaccati dal loro corpo.

Solitamente le abbuffate avvengono in segreto per il forte senso di vergogna che le accompagnano, davanti agli altri può essere mantenuto un comportamento alimentare normale e si fa invece il possibile per nascondere le perdite di controllo.

Di solito durante un episodio di abbuffata le persone riferiscono che i cibi consumati sono principalmente cibi che cercano di evitare o che escludono dalla loro giornata alimentare. La preferenza va poi a cibi che non richiedono troppa preparazione nell’essere cucinati né masticazione per essere assunti.

Esiste un solo tipo di abbuffata?

Le abbuffate si distinguono in:

  • Abbuffate oggettive: in cui la persona mangia una grande quantità di cibo e ha la sensazione di perdere il controllo. Di solito in questi episodi le persone assumono tra le 1000 e le 2000 calorie e questo spiega perché, quando sono frequenti, le persone tendono ad aumentare di peso e a sviluppare e mantenere una condizione di obesità;
  • Abbuffate soggettive: in cui la persona ha la sensazione di perdita di controllo senza assumere una grande quantità di cibo.

Il fattore comune è la sensazione di perdita di controllo che causa notevole sofferenza. Talvolta tuttavia, se si sperimentano tali episodi in maniera duratura, può succedere che si attenui tale sensazione di perdita di controllo poiché le abbuffate iniziano ad essere vissute come inevitabili e, in una sorta di profezia che si autoavvera, le si pianificano in anticipo.

Perché si abbuffa?

Quali sono le circostanze che portano al verificarsi di un episodio di abbuffata?

  • La restrizione: la restrizione può essere sia calorica che cognitiva. La restrizione calorica corrisponde a una riduzione dell’introito calorico, ovvero la persona si impone limiti rigidi su quanto mangiare, mangia effettivamente poco e può arrivare a una vera e propria deprivazione. Questo determina una crescente pressione biologica a mangiare con conseguente difficoltà a fermarsi; La restrizione cognitiva invece equivale al tentativo di seguire regole rigide ed estreme su cosa, quanto e come mangiare. Queste regole sono solitamente estreme e rigide. Estreme significa che sono tante in numero e per essere seguite richiedono continua attenzione. Quindi è molto facile romperle quando ci si distrae o si hanno emozioni negative. Il fatto poi che siano rigide fa sì che la minima deviazione venga interpretata come una totale perdita di controllo: un pensiero dicotomico, tutto o nulla, che porta ad abbandonare completamente il controllo dell’alimentazione e abbuffarsi;
  • Emozioni spiacevoli e eventi avversi: il comportamento alimentare può essere influenzato da eventi ed emozioni. Le persone possono utilizzare il cibo sia per distrarsi da eventi negativi e da emozioni che preoccupano, sia per attenuare stati emotivi negative, sia per gratificarsi;
  • Assunzione di alcolici: l’alcol aumenta la disinibizione, rendendo la persona meno capace di resistere agli impulsi e a sottostimare quanto starà male se cede all’impulso. Inoltre l’alcol porta alcune persone a sperimentare stati emotivi negativi che possono essere un ulteriore trigger per gli episodi di abbuffata;
  • Essere soli: dato che gli episodi di abbuffata si verificano prevalentemente in segreto, il fatto di trovarsi da soli ne aumenta il rischio. Il sentirsi soli può poi essere un ulteriore fattore che influenza gli episodi poiché determina degli stati emotivi negativi che la persona potrebbe gestire con l’alimentazione;
  • Mancanza di strutturazione del tempo: avere delle giornate non strutturate, senza una routine, rende le persone più esposte al rischio di abbuffata. Infatti l’assenza di tempo strutturato può essere accompagnata da stati emotivi quali la noia e questo può essere un ulteriore fattore che innesca per le abbuffate.

I costi delle abbuffate

Le persone riconoscono le abbuffate come un aspetto egodistonico, ovvero come qualcosa che ha notevoli costi e che vorrebbero eliminare. Le abbuffate infatti hanno costi su diversi piani:

  • Psicologici: determinano senso di colpa, vergogna, disgusto, necessità di segretezza, bassa autostima;
  • Sociali: coloro che hanno questo tipo di comportamento possono isolarsi socialmente e possono avere problemi a mantenere le relazioni;
  • Fisici: tra gli effetti immediati ve ne sono alcuni quali l’insonnia e la distensione addominale. Nel lungo termine, qualora le abbuffate non siano seguite da condotte di compenso può associarsi una condizione di obesità.

In quali disturbi ritroviamo le abbuffate?

Quando le abbuffate interferiscono con la salute e con la qualità di vita si configura un disturbo dell’alimentazione. Negli adulti e adolescenti le abbuffate sono presenti nei seguenti disturbi:

  • Anoressia nervosa: la persona limita volontariamente l’assunzione di calorie e ciò determina la presenza di sottopeso. La persona sovrastima l’importanza del peso e dalla forma del corpo, ha timore di ingrassare e si valuta sul peso e sulla forma del corpo. Esiste un sottotipo di persone che soffrono di anoressia nervosa del tipo con abbuffate/condotte di eliminazione;
  • Bulimia nervosa: nella bulimia nervosa la persona sperimenta ricorrenti episodi di abbuffata, mette in atto condotte di compenso (per esempio vomito autoindotto, esercizio fisico eccessivo, uso eccessivo di diuretici, lassativi, digiuno), i livelli di autostima dipendono dalla propria capacità di controllare il peso e la forma del corpo;
  • Binge Eating Disorder: ricorrenti episodi di abbuffata che provocano marcato disagio, non associati a sistematiche messe in atto di condotte compensatorie.

 

 

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L’attaccamento nella costruzione della realtà – Report del webinar

Che cosa ha rappresentato la teoria dell’attaccamento nel rinnovamento della psicoterapia e nel cambiamento della nostra società, almeno in alcuni settori? Quali prospettive ci ha aperto? A queste domande cercano di rispondere i relatori da punti di vista differenti sul piano teorico e dell’approccio clinico.

 

Nicola Piccini apre la discussione. Quattro sono gli appuntamenti che prendono vita dal un progetto editoriale Franco Angeli Attualità e prospettive dell’attaccamento: dalla teoria alla pratica clinica, a cura di Giorgio Rezzonico e Saverio Ruberti. Questo primo incontro si svolge alla presenza degli autori in compagnia dello psichiatra, psicoterapeuta e Professore Ordinario di Psicologia Clinica, Mario Antonio Reda, curatore dell’opera e autore del capitolo d’apertura del testo “Dalla teoria dell’attaccamento ai sistemi complessi: il contributo di John Bowlby allo sviluppo del cognitivismo in Italia.”

Ad aprire la discussione è proprio il dott. Reda che, sollecitato dal dott. Rezzonico, ripercorre quelli che sono stati i momenti di incontro tra Giovanni Liotti e Vittorio Guidano; la successione di eventi che hanno portato gli stessi ad approcciarsi a lavoro di Bolwlby e alla nascita della scuola romana di psicoterapia cognitivo-comportamentale. La separazione dei due grandi autori sopracitati, in corrispondenza della pubblicazione di “Processi cognitivi e disregolazione emotiva. Un approccio strutturale alla psicoterapia”, colorita da aneddoti di vita quotidiana in una cornice a tratti amarcord, riporta al tema centrale: qual è il contributo di Bowlby alla psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Bowlby ci ha permesso – dice Reda – di affrontare per la prima volta un tema fondamentale, come si viene a costruire la personalità. Un modello esplicativo in riferimento alla costruzione dell’individuo.

Si tratta di capire come un individuo è diventato ciò che è. E conclude:

Fondamentale per dare un senso allo scompenso psicopatologico, fornendo così basi epistemologiche e un modello terapeutico alla terapia cognitivo comportamentale.

Prende la parola Saverio Ruberti, che cita il collega Reda riportando l’espressione presente nel testo –introvabile- “Cognitivismo e Psicoterapia”:

Possedere nozioni che non si sapeva di possedere e provare emozioni che non era permesso provare

Questa rappresenterebbe, secondo Ruberti, l’apertura in termini di processo terapeutico in favore del modello dell’attaccamento:

Se non abbiamo nozioni è perché non ci vengono date – spiega Ruberti – ma se non abbiamo contatto con le nostre emozioni è perché non ci hanno autorizzato a questo contatto. Le emozioni non sono fuori ma dentro di noi e l’attaccamento ci consente di accoglierle.

Non condivide però la categorizzazione dell’attaccamento in pattern. Le quattro categorie che oggi conosciamo restano utili a fini di ricerca.

Il Dott. Ruberti da diversi anni si occupa di casi complessi e la necessità, dice, era quella di avere un modello utile a comprendere il mondo frammentato dei suoi pazienti. L’obiettivo sarebbe stato quello di ottenere strumenti utili alla formulazione riguardo i disturbi psicotici.

In che modo Guidano e Liotti interpretavano il modello teorico dell’attaccamento? Per Guidano l’attaccamento rappresentava una dimensione relazionale nella quale era prevista un’oscillazione tra avvicinamento e allontanamento. Liotti vedeva nell’attaccamento un sistema motivazionale: un organizzatore del comportamento che viene attivato quando ci troviamo in difficoltà. Si tratta di difficoltà dettate dalla paura e dal dolore. In questi termini il sistema di attaccamento ci orienta allo scopo di cercare e ottenere legami nei quali poter sperimentare cura, protezione e conforto.

La forza del modello dell’attaccamento, sostiene Rubert, è evidente nella ricerca empirica fortemente strutturata e rigorosa. Due sono gli aspetti che l’autore evidenzia: 1. Le esperienze infelici di attaccamento, al di là dei significati in termini di abbandono e mancata protezione, conducono ad un effetto che nelle varie forme di insicurezza si manifesta come la costruzione di modelli multipli e incoerenti di sé e non solo in forma di attaccamento disorganizzato. 2 L’attaccamento sicuro promuove vivacità relazionale; ingrediente fondamentale di salvaguardia rispetto ad eventuali sviluppi psicopatologici. Si fa luce sulla metacognizione quale capacità di tener conto del contenuto mentale proprio e altrui nel momento in cui si costruiscono le relazioni.

Ergo, le ricerche sull’attaccamento hanno evidenziato la componente affettiva nella dimensione relazionale.

Ruberti propone un modus operandi legato “al fare terapia” come luogo nel quale ricreare quel clima relazionale volto a ricostruire le ferite dell’attaccamento. Creare forme di contatto fra le parti differenti di noi che facciamo fatica a integrare, promuovendo le capacità di metacognizione e mentalizzazione che le infelici relazioni di attaccamento hanno compromesso.

Non c’è l’eziopatogenesi, cioè le cause che determinano il disturbo psicopatologico. Per Bolwlby le cause sono multifattoriali: in ogni disturbo sono presenti componenti diverse che creano una miscela nociva.

Il modello dell’attaccamento non è volto ad indagare quelle che sono le cause sottostanti alla patologia. L’obiettivo è quello di mettere in evidenza le esperienze di vita che determinano una vulnerabilità che, nel momento in cui incontra altri fattori scatenanti, precipita nella psicopatologia e ci indica la strada per porre rimedio rispetto a quel tipo specifico di vulnerabilità, tenendo conto anche di fattori biologici.

La dimensione relazionale fa da padrone. Il rapporto paziente-terapeuta non rappresenta soltanto il luogo di fiducia nel quale proporre tecniche ma soprattutto una “relazione sana” all’interno della quale sperimentarsi e ricostruire parti di sé.

Nasce un confronto diretto con Ruberti sul tema dell’identità, nel quale Reda esordisce sottolineando l’importanza dell’esperienza di attaccamento nella costruzione identitaria e di come l’individuo ricrei e determini, nel rapporto con l’altro, conferme identitarie. Ruberti invece sostiene come l’attaccamento rappresenti solo uno degli aspetti legati al tema identitario, auspicandosi, all’interno dello spazio terapeutico, una minore attivazione possibile dell’attaccamento in favore di un rapporto più evoluto e maturo.

Un’interessante domanda viene posta ai due autori rispetto al tema della spendibilità del modello di attaccamento in termini transculturali. Ruberti fornisce un interessante riscontro rispetto a come non esista un modello culturale migliore in termini di attaccamento sicuro quanto invece la possibilità di garantire, all’interno di qualunque sistema culturale, livelli di sicurezza relazionale e sociale.

Un’altra domanda posta permette di far chiarezza su cosa si intende realmente con attaccamento sicuro. L’utente parla di “attaccamento sicuro quindi morboso”, Ruberti fa chiarezza: un atteggiamento morboso da parte del cargiver è tutt’altro che sicuro, bensì ansioso-preoccupato: si tratta di un genitore che non ha la disponibilità mentale di entrare in contatto con la mente del bambino e comprendere il suo reale stato.

Si apre un’interessante finestra di discussione tra i tre interlocutori sul tema della dissociazione, convenendo tutti su come, negli ultimi tempi, si parli molto di dissociazione rischiando di confonderla con la disregolazione e di come, in realtà, un lieve stato dissociativo sia addirittura tutelante.

L’incontro si chiude con gli autori che convergono sull’importanza, ad oggi, di trovare punti di incontro tra il modello di Liotti e quello di Guidano, con l’obiettivo di, parafrasando Piaget, procedere per accomodamento e non per assimilazione, riproducendo contenuti nuovi in assenza di omissioni.

 

Ascoltare la saggezza del corpo: cos’è il mindful eating. Recensione del libro “Mindful Eating – per riscoprire una sana e gioiosa relazione con il cibo”

Molte delle soluzioni adottate per intervenire e risanare la relazione con il cibo non danno spesso i loro frutti, la soluzione potrebbe essere allora un cambiamento indotto dall’interno, come spiegato da Jan Chozen Bays in nel suo libro Mindful eating.

 

Il rapporto dell’essere umano con l’alimentazione è diventato negli ultimi anni sempre più complesso. Tale complessità si deve a una maggior varietà di cibi disponibili, ad una loro più facile reperibilità e ad un’attenzione a volte fin troppo eccessiva data all’alimentazione stessa: pubblicità, campagne di marketing (che ben conoscono il concetto di “fame della mente” e che sostengono la nostra preoccupazione per ciò che  “dovremmo” o “non dovremmo mangiare”), trasmissioni televisive… il cibo è diventato uno degli argomenti principali che si sono insinuati nella nostra mente al punto tale che alcune persone possono arrivare ad affermare di vivere per mangiare e non di mangiare per vivere. Diversi dati indicano però come la salute degli essere umani (soprattutto del mondo occidentale) sia minacciata da una serie di malattie legate proprio all’alimentazione sovrabbondante e ad un consumo eccessivo di certi alimenti. L’esempio più lampante è l’epidemia di obesità ormai conclamata sia tra i bambini che tra gli adulti.

Jan Chozen Bays vede nei “disturbi alimentari” o anche più semplicemente nel rapporto sbilanciato con il cibo, una “non necessaria forma di sofferenza”. Il rapporto tra l’essere umano e ciò che mangia non è più come quello che avevano i nostri antenati preistorici o come quello che hanno gli animali; infatti il problema di questa interazione disregolata non è il cibo. Il cibo è solo cibo. L’origine del problema, come afferma l’autrice, si trova in “una mente che pensa e in un cuore che sente”.

Molte delle soluzioni adottate per intervenire e risanare questa relazione non hanno dato e non danno spesso i loro frutti: diete di ogni genere, interventi chirurgici e quant’altro sono tutti cambiamenti che provengono  dall’esterno, così come dall’esterno vengono imposti i modelli a cui tendere. La mancata adesione a questi  stereotipi si può manifestare come insofferenza e insoddisfazione ossessiva e pervasiva.

La soluzione potrebbe essere allora un cambiamento indotto dall’interno. Imparare a prestare attenzione  intenzionalmente alle proprie sensazioni, al momento presente e fare tutto ciò in maniera gentile e non  giudicante. In poche parole applicare i principi della Mindfullness all’alimentazione. In realtà per comprendere quale possa essere un sano modo di alimentarsi basta osservare come mangiano i bambini. Da piccoli infatti siamo in grado di autoregolarci, di seguire i segnali che ci manda il nostro corpo e di mangiare lentamente. Purtroppo questa naturale capacità viene persa a causa di influenze esterne come l’ansia dei genitori (“devi finire tutto quello che hai nel piatto”), dalle pubblicità che inducono alla scelta di determinati cibi, dal conteggio delle calorie da assumere e dai modelli imposti.

L’atto di mangiare è guidato da impulsi diversi e da diversi tipi di fame. Non esiste solo la fame fisiologica ma  molto spesso siamo noi che reagiamo ad una certa sensazione, mangiando. L’autrice ci presenta dunque i 9  tipi di fame: la fame degli occhi, del tatto, delle orecchie, del naso, della bocca, dello stomaco, la fame  cellulare, la fame della mente e la fame del cuore. È importantissimo riuscire a valutare e a riconoscere ognuna di esse; anche il solo chiederci “chi è che là dentro ha fame?” ci consente di fermarci, prestare attenzione, rallentare e capire come soddisfare quel determinato tipo di fame. La fame del cuore, quando  riconosciuta, non potrà mai essere soddisfatta dal cibo. Spesso quel buco allo stomaco che tentiamo di colmare è solo un dolore del cuore che ha bisogno di ben altro per essere curato.

Nel libro si trovano molti consigli, molte tecniche ed è difficile non riconoscersi in almeno uno dei comportamenti legati all’alimentazione che vengono presentati. Ma la cosa forse più bella di questo approccio è il non demonizzare: nessun cibo è da evitare, nessun comportamento è sbagliato. La cosa fondamentale da apprendere è semplicemente essere consapevoli. Una cosa all’apparenza così banale e che invece, provando a metterla in atto, è così difficile. Ma già semplicemente riuscire a portare alla luce un comportamento automatico è l’inizio di un cambiamento. Magari lo metteremo in atto lo stesso ma non avrà più la stessa portata. Sono dei piccoli passi, dei piccoli cambiamenti intermittenti che però possono avere un grande impatto e portare con calma e pazienza al raggiungimento di un benessere maggiore. Ricordandoci sempre che ognuno di noi ha un suo percorso, una sua relazione con il cibo, unica, e che ciò che può essere valido e di aiuto per una persona può non esserlo per qualcun altro. L’obiettivo comune è sicuramente quello di avere rispetto per se stessi e imparare ad ascoltare e a zittire, quando necessario, quelle tre vocine che troppo spesso, quando diventano potenti e crudeli, cercano di distruggerci: il perfezionista interiore, l’istigatore interiore e il critico interiore.

L’importanza del momento presente è uno dei principi cardine della Mindfulness. Un’interessante ricerca  pubblicata su Science, ci dice che una mente vagante è una mente infelice. Se da un lato la capacità solo umana di poter spaziare tra il passato e la prospettiva futura ha fatto progredire il ragionamento, la  pianificazione e la progettualità, dall’altro ha reso la mente umana sempre più inquieta. L’ossessione per il  passato e il futuro, ci rendono incapaci di vivere il momento presente perché troppo distratti e impegnati a  raggiungere un ideale immaginario spesso fondato su desideri non meglio esaminati ma soprattutto propinati  e imposti dall’esterno. L’inconsapevolezza ci può far perdere tutto ciò che di bello e di significativo c’è nella nostra vita arrivando ad essere addirittura letale. Pertanto risulta essenziale imparare a coltivare la  consapevolezza.

L’uso stesso del termine “coltivare” indica che questa capacità, che in realtà noi abbiamo già a disposizione,  non è però già matura, onnipresente e in grado di esprimersi con immediatezza. Come tutte le abilità va, per  l’appunto, coltivata, allenata, accudita, tramite la pratica, la pazienza, l’accettazione e la gentilezza. Quando la nostra mente lavora in sintonia con il nostro corpo, siamo più in contatto con esso perché gli prestiamo sistematicamente attenzione, acquistiamo la capacità di capire quello che ci vuole comunicare e di rispondere in maniera appropriata.

Sospendere il giudizio e gli automatismi, porre attenzione al nostro benessere e avere più rispetto per il nostro corpo, sono tutti ingredienti per una maggiore consapevolezza.

La consapevolezza è il punto di partenza per un percorso che porta ad avere la possibilità di scelta. Avere questo privilegio ci regala la libertà.

 

Cinquanta Sfumature di Vendetta

Pochi racconti catturano la nostra attenzione come quelli incentrati sulla vendetta. Molte delle storie più antiche e affascinanti, come l’Iliade di Omero, o più recenti, come quelle descritte nei quotidiani o nelle serie tv, traboccano di vendetta. Questa pratica ha un importante impatto sulla società.

 

 A tal proposito, uno studio del 2012 del dipartimento di polizia di New York ha rilevato che il 42% degli omicidi della città derivava dalla vendetta (New York City Police Dep. 2012). Questo modello non è stato unicamente individuato negli Stati Uniti: la vendetta è un fenomeno globale. Questo processo è implicato come fattore causale in molti omicidi di tutto il mondo (Daly & Wilson 1988, Kopsaj 2016). Le analisi storiche interculturali hanno infatti scoperto prove di faide vendicative o atti di vendetta individuali nel 90% delle società contemporanee e tradizionali mondiali (Ericksen e Horton 1992).

Ma perché le persone si vendicano? Tra le innumerevoli conseguenze dell’atto vendicativo, esso può comportare punizione, licenziamento, prigionia, fino ad arrivare alla perdita di un membro della propria famiglia o della propria vita. Ciò che sorprende è che a seguito della brevissima esplosione di soddisfazione ed emozioni positive che seguono un atto vendicativo, bastano pochi minuti finché i vendicatori inizino a segnalare rimpianti, ruminazioni e negatività (Carlsmith et al. 2008). Date queste ripercussioni negative, la domanda sul perché qualcuno dovrebbe mai vendicarsi è importante sia come mezzo per ridurre crimine e violenza, sia come enigma del comportamento umano da risolvere. Nella loro revisione, Jackson, Choi, e Gelfand hanno analizzato le caratteristiche della vendetta, focalizzandosi sui contesti in cui avviene tale atto (Jackson, Choi, & Gelfand, 2019). In seguito, saranno riportate tutte le peculiarità che caratterizzano questi processi.

La vendetta è concettualizzata come ritorsione motivata da un danno percepito al proprio benessere (vedi Elshout et al. 2015, Schumann & Ross 2010). Gli studi hanno inoltre rivelato che la vendetta è un processo multilivello radicato in elementi sia psicologici che culturali. Difatti, secondo alcune teorie, alcuni aspetti della prima storia umana hanno contribuito all’evoluzione genetica della vendetta. In particolare, i nostri predecessori preistorici vissuti nell’era del Pleistocene, periodo in cui si è verificata l’era glaciale, avrebbero affrontato una serie di problemi di adattamento, incappando in crimini come omicidio, furto e rapimento del partner, azioni che avrebbero minacciato la loro sopravvivenza e riproduzione. Il modo migliore per questi primi umani di sfuggire a tali minacce era combattere il fuoco con il fuoco, rispondendovi. In tal senso, la vendetta si è evoluta principalmente come meccanismo di deterrenza, come forma di avvertimento dei potenziali antagonisti, a seguito della quale ci avrebbero pensato due volte prima di nuocere nuovamente a una vittima; ciò avrebbe assicurato ai vendicatori di non essere nuovamente ingannati o attaccati (Sell et al. 2009).

Alcuni aspetti della vendetta sembrano quindi essersi evoluti geneticamente, mentre altri aspetti si sono evoluti culturalmente. Quando si parla della funzione della vendetta, i modelli culturali in genere sostengono che essa non sia adattativa per le singole persone, ma che aiuti i gruppi a mantenere l’omeostasi normativa (Elster 1990, Fehr et al. 2002). In particolare, alcune prospettive evolutive culturali concettualizzano la vendetta come più funzionale in contesti senza forti leggi istituzionali, in cui le vittime di un lieve danno percepito devono vendicarsi personalmente per ripristinare la giustizia (Duntley & Shackelford 2008). Per questo motivo, sembra che la vendetta si evolva culturalmente con maggiore probabilità in ambienti con un basso controllo istituzionale (ad es. forze di polizia deboli).

Come può essere attuata la vendetta? Essa può manifestarsi in molti modi diversi. Tra i principali, troviamo la vendetta nascosta e la vendetta palese. Questa distinzione fa riferimento al fatto che la vendetta sia espressa pubblicamente o segretamente. Esempi di vendetta segreta includono diffusione di pettegolezzi su un delinquente (Bordia et al.2014), valutazioni negative sull’incriminato (Gregoire et al.2010), e indifferenza verso l’individuo (Wang et al. 2018). Queste strategie sono legate da un desiderio comune di attaccare privatamente la reputazione di qualcuno dopo uno torto percepito e, in particolare, di minare il valore, l’onore e l’autorità di quella persona. Oltre a questi due principali tipi di vendetta, è stato possibile identificare anche la cosiddetta vendetta “vicaria”, in cui una trasgressione originale non coinvolge né il vendicatore né il vendicato (Lickel et al. 2006).

Esistono, inoltre, molte forme di vendetta culturalmente emica, ma la più emblematica è la vendetta di sangue. Le culture che la praticano, come i Boscimani dell’Africa Meridionale gli eschimesi Netsilik del Canada (Lee, 1979) e persino i ceceni contemporanei in Russia (Souleimanov e Aliyev 2015), presentano norme molto più tolleranti nei confronti della vendetta rispetto alle culture occidentali (Boehm, 1984). Le caratteristiche chiave della vendetta di sangue includono la sua natura collaborativa e la sua prescrizione comune da parte degli organi legislativi locali.

 Ma veniamo ora all’aspetto nucleare di questo tema: da cosa trae origine il bisogno di vendetta? Quali i fattori individuali che ne favoriscono la messa in atto? Alcuni studi hanno tentato di identificare i motivi originari dai quali essa è pianificata, ed hanno scoperto che le persone possono vendicarsi per ragioni di varia natura, tra cui:

  • perché si sentono arrabbiate per una violazione delle norme percepita,
  • perché vedono la vendetta come un mezzo per ripristinare la propria reputazione,
  • perché credono che la vendetta le farà sentire meglio,
  • perché, talvolta, le norme culturali autorizzano la vendetta (Jackson, Choi, & Gelfand, 2019).

Per ciò che concerne le caratteristiche personologiche del vendicatore, dagli studi che hanno misurato contemporaneamente rabbia, paura, tristezza e frustrazione nell’atto vendicativo, la rabbia è emersa come il miglior predittore emotivo di vendetta (Roseman et al. 1994). Coerentemente con questo collegamento, gli studi hanno identificato una forte correlazione tra rabbia e vendetta a livello di tratto (Sindermann et al. 2018). È opportuno sottolineare che le persone con tipi di personalità caratterizzati da livelli alti di rabbia, come nevroticismo e narcisismo, hanno maggiori probabilità di vendicarsi dopo una provocazione (Maltby et al. 2008).

La vendetta, nelle sue molteplici declinazioni, rappresenta un atto piuttosto affascinante, utilizzato da sempre nella storia dell’umanità, ma alla luce della letteratura riportata sull’argomento è bene chiedersi se sia davvero necessaria.

 

SerenaMente Mamma, l’app per una gravidanza serena, nel corpo e nella mente – Comunicato Stampa

Il malessere delle donne in gravidanza e le difficoltà nella regolazione delle emozioni possono avere effetti negativi, per questo l’app SerenaMente mamma propone un percorso per supportare le future mamme.

 

La gravidanza rappresenta un momento complesso nella vita delle donne, un periodo in cui in pochi mesi avviene il passaggio dallo status di figlia a quello di madre. Diventare madre richiede una profonda ricostruzione di sé a livello individuale, di coppia e sociale e può rappresentare un periodo psicologicamente complesso. Nel contesto della pandemia di COVID-19, la vita delle donne in gravidanza è stata ulteriormente messa alla prova. Quarantena, distanziamento fisico, isolamento, consultazioni a distanza con gli operatori sanitari e incapacità di ottenere il supporto e le cure prenatali tradizionali sono alcuni dei potenziali fattori di stress che le donne in gravidanza hanno dovuto affrontare nell’ultimo anno. Diversi studi su COVID -19 e gravidanza hanno evidenziato come le donne in gravidanza siano una popolazione particolarmente vulnerabile, ad alto rischio di sviluppare problemi di salute mentale come depressione, ansia e sintomi post-traumatici da stress ( ad es. Thapa et al., 2020). Inoltre, è risaputo che il malessere delle donne in gravidanza e le difficoltà nella regolazione delle emozioni possono influire negativamente sull’andamento della gravidanza stessa, sullo sviluppo del bambino e sull’adattamento neonatale. Pertanto, la necessità di un intervento psicologico ed emotivo a sostegno delle donne in gravidanza è indiscussa.

In questo scenario complesso, Internet e le nuove tecnologie possono svolgere un ruolo importante per migliorare la salute mentale e per promuovere il benessere psicologico prenatale delle donne in gravidanza: semplici percorsi self-help online o su smartphone potrebbero raggiungere molte donne, offrendo loro la possibilità di accedere ai contenuti appropriati nel momento e nel luogo più convenienti, garantendo il completo anonimato e a bassi costi (Carissoli et al., 2016). Con questa particolare attenzione, un team di ricercatrici psicologhe del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (Dott.ssa Claudia Carissoli, Dott.ssa Giulia Corno e Prof.ssa Daniela Villani) ha sviluppato e testato interventi di promozione del benessere via web e mobile, che sono stati dimostrati efficaci nel promuovere il benessere psicologico anche durante la gravidanza (Carissoli et al., 2021; Corno et al., 2018).

A partire da questi studi, il gruppo di ricerca ha sviluppato la nuova app SerenaMente Mamma, indirizzata a sostenere e migliorare il benessere delle donne in gravidanza. L’app ha solide basi teoriche e propone un percorso di cinque settimane durante le quali verranno proposte meditazioni di consapevolezza (come la meditazione di connessione con il bimbo in grembo o la meditazione sul respiro) ed esercizi di psicologia positiva (PP) (come le Tre cose positive della giornata, esercizio di gratitudine), con contenuti ed esercizi specificamente progettati per sviluppare la capacità di recupero emotivo per sostenere il benessere mentale delle donne anche in gravidanza (Matvienko-Sikar & Dockray, 2017). Si tratta di tecniche e strategie utili anche in relazione alla pandemia di COVID-19, perché possono aiutare le donne a dare un significato all’esperienza, ad aumentare la capacità di tolleranza dell’angoscia e a cercare maggiore supporto sociale ponendo le basi per una crescita post-traumatica (Polizzi et al., 2020).

Il gruppo di ricerca sta cercando future mamme che siano interessate ad utilizzare liberamente l’app sperimentando in prima persona gli esercizi e a partecipare alla valutazione di efficacia della app. Per farlo alle donne è chiesto di scaricare la app (gratuita) e compilare alcuni questionari proposti direttamente nella app.

Per scaricare gratuitamente l’app su Google Play è possibile cliccare qui e per scoprire di più sul suo funzionamento è possibile guardare qui.

I dati forniti saranno completamente confidenziali e raccolti in modo anonimo ai sensi del D.Lgs 101/2018 che adegua le disposizioni del Regolamento (UE) 679/2016 e dal D.lgs. 30.6.2003 n. 196 – Codice in materia dei dati personali.

Per qualsiasi necessità è possibile contattare il gruppo di ricerca all’indirizzo mail:

[email protected]

Nei prossimi giorni verrà pubblicata la recensione di una nostra autrice che sta testando la app (Ndr).

 

Disturbi Alimentari e falsi miti: (non) solo ragazze! – Video del webinar

Dopo il video del primo webinar del ciclo divulgativo dedicato a sfatare tre falsi miti che ruotano attorno ai disturbi dell’alimentazione, pubblichiamo oggi il video del secondo appuntamento.

 

Spesso si crede che i Disturbi dell’Alimentazione (DA) colpiscono solo le ragazze, quindi persone di sesso femminile adolescenti e adulte. Dati epidemiologici recenti evidenziano una maggiore pervasività dei DA, con una significativa incidenza durante la pre-adolescenza e nei soggetti di sesso maschile.

Già a 10 anni può iniziare un’eccessiva valutazione di sé sulla base del peso e della forma del corpo e anche gli uomini possono avere un’estrema preoccupazione su tali parametri.

Durante l’incontro, l’équipe ha illustrato le più attuali espressioni dei Disturbi dell’Alimentazione, secondo un’ottica multidisciplinare.

 

I TRE FALSI MITI SUI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE

FALSO MITO #2: (NON) SOLO RAGAZZE!

Guarda il video integrale del webinar:

 

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Le parole della malattia. L’ascolto empatico nella relazione medico-paziente

La comunicazione medico-paziente diviene sempre narrazione e il focus sulla storia del paziente, al di là della storia clinica, è quello di una disciplina relativamente nuova nello scenario medico che è la Medicina Narrativa.

 

La malattia ha bisogno di essere raccontata. È subito pronta per diventare racconto, quasi fosse lì ad aspettare il momento giusto per farsi parola. Un paziente che racconta la propria malattia traccia sempre un confine tra un prima e un dopo, raccontando di un tempo in cui tutto era diverso.

La malattia, infatti, comporta sempre una perdita; la perdita di quello che si era, di ciò che si poteva fare, di ciò che si poteva ancora vivere. Ed è spesso da qui che un paziente inizia il suo racconto: da quello che era prima, da quali erano i suoi sogni e i suoi progetti. Come se dovesse proteggere la propria identità, quell’identità che la malattia gli sta portando via e dovesse garantirgli un posto nella memoria, sua e di chi ascolta.

Non c’è paziente che non abbia qualcosa da raccontare se lasciato libero di farlo, ma non sempre questo accade. Quello che il paziente spesso vive, nell’incontro con il medico, è un dettagliato interrogatorio sui suoi sintomi, sul loro esordio, la loro durata e l’intensità; un meticoloso viaggio fatto di domande incalzanti nella dimensione del corpo, delle sue percezioni o, più esattamente, del suo dolore. Ma ciò che il paziente vuole raccontare va ben oltre. Nella narrazione della sua malattia, il paziente ci racconta non solo i sintomi ma soprattutto delle sue tristezze, delle paure e delle nostalgie, della solitudine e delle speranze infrante; ci racconta dell’umanità lacerata dal dolore (Borgna, 2017). La condizione necessaria per accogliere e comprendere tutto questo è l’ascolto e “per ascoltare occorre tacere” (Borgna, 2017, pg 12) ma tacere implica il sapere aspettare il fluire del discorso altrui in una condizione di piena attenzione su colui che parla, un silenzio anche interiore, l’assenza di pensieri che interferiscono, lo spazio della mente libero per accogliere l’Altro e il suo racconto.

Uno studio condotto in un ambulatorio di Medicina generale (Beckman, Frankel, 1984) ha rivelato che il tempo in cui un paziente riesce a parlare senza essere interrotto dal medico era di circa 18 secondi e che solamente in una piccola percentuale di casi, il 23%, il paziente riusciva a completare l’argomento che aveva iniziato. Nel restante 69% delle visite oggetto dello studio, il paziente è stato interrotto dal medico che ha indirizzato il colloquio verso una specifica problematica. Questi dati ci sembrano sconcertanti alla luce di altri studi che hanno invece messo in evidenza come l’essere ascoltato e il potersi esprimere con parole proprie e in termini di emozioni e sentimenti incrementa la soddisfazione del paziente rispetto alla visita medica, aumenta la percezione delle competenze del medico e favorisce la compliance terapeutica (Buckman, 1992).

Un protocollo per la comunicazione medico-paziente

Il Prof. Robert Buckman, oncologo candese, ha descritto una serie di elementi fondamentali del colloquio medico che garantiscono al paziente la sensazione di essere accolto e ascoltato:

  • Prepararsi all’ascolto
  • Fare domande
  • Ascoltare attivamente e favorire il racconto
  • Dimostrare di comprendere
  • Rispondere in modo adeguato

Tali elementi sono stati descritti dall’autore nell’ambito della comunicazione della cattiva notizia ma possono essere considerati validi in senso più generale nella comunicazione medico-paziente.

Il primo elemento descritto fa riferimento alla preparazione del setting, inteso come luogo e cornice che delimita la relazione medico-paziente, nonché il contesto fisico in cui si svolgerà il colloquio; è importante ad esempio presentarsi al paziente, rivolgersi con il “lei”, preparare la stanza affinché ci sia silenzio e gli spazi adatti per conversare nel rispetto di una giusta distanza. Tutto questo rimane valido anche qualora il colloquio si svolga nella stanza del paziente.

Una delle regole più importanti è il sedersi: questo trasmette al paziente la disponibilità al dialogo, nonché un rapporto paritario di ascolto reciproco. Anche le domande sono un elemento importante che influenzano l’andamento di un colloquio; si possono utilizzare domande chiuse che rappresentano un modo rapido e efficace per ottenere specifiche informazioni ma non danno al paziente la possibilità di esprimersi liberamente sull’accaduto. Le domande aperte invece danno al paziente la possibilità di rispondere in maniera soggettiva senza necessariamente seguire il ragionamento del medico. Per manifestare ascolto un altro importante strumento è l’attenzione che deve essere naturalmente diretta al paziente e attraverso la quale l’ascolto si trasforma in un passaggio attivo e non passivo.

È importante inoltre non interrompere il paziente mentre sta raccontando, attendere quindi che abbia terminato prima di prendere la parola; incoraggiare il racconto utilizzando il contatto visivo, o richieste di ulteriori spiegazioni; tollerare i momenti di silenzio interpretando anch’essi come una comunicazione di emozioni e sentimenti. Ma oltre all’ascolto, è importante che il medico dimostri anche di comprendere ciò che il paziente racconta ad esempio attraverso le ripetizioni (utilizzando nelle proprie risposte alcune parole utilizzate dal paziente) e le riformulazioni (ripetizione con parole proprie di ciò che ha detto il paziente). Ardis e Marcucci (2013), descrivono con il medesimo scopo, le “tecniche del riflesso” (che non saranno descritte in questa sede in modo esaustivo) ovvero delle microabilità verbali che servono per rimandare al paziente ciò che lui stesso ha comunicato dopo averlo elaborato e riordinato in un modo che possa essergli utile. Una di queste tecniche è la riflessione semplice che consiste nel ripetere l’ultima parola della frase del paziente seguita da una pausa; essa risulta molto utile nelle situazioni di profonda sofferenza espressa da un paziente per rinforzare empaticamente le sue comunicazioni. Un’altra tecnica del riflesso centrata invece sulla comunicazione delle emozioni è la riflessione dei sentimenti che consiste nella ripetizione, da parte del medico, delle emozioni o sentimenti pronunciati a parole dal paziente. In tal modo si stimola quest’ultimo a esprimere i propri vissuti emozionali razionalizzandoli. Allo stesso modo, si possono verbalizzare i sentimenti e le emozioni anche non espressi dei pazienti, deducendoli dalle loro comunicazioni e rendendoli espliciti, favorendone così una maggiore consapevolezza (Ardis e Marcucci, 2013).

Infine, nel protocollo del Prof. Buckman, il medico deve fornire una risposta che sia il più possibile sintonizzata con il racconto del paziente. Ci sono diversi tipi di risposta che possono essere utilizzati in base alla situazione; ciò che è importante è evitare risposte giudicanti, ostili (anche se il paziente ha espresso ostilità o aggressività) o irrealisticamente rassicuranti, prediligendo invece risposte empatiche che spostano l’attenzione e convalidano l’emozione del paziente (“Capisco che per lei sia molto difficile”, “Deve sentirsi molto arrabbiata”) (Buckman, 1992).

La possibilità di esprimere comprensione empatica passa attraverso la capacità del medico di assumere a pieno la prospettiva del paziente, immedesimarsi in modo autentico e vivere come se fosse lui stesso al suo posto, immaginandone quindi i vissuti, le paure, le angosce per poi legittimare verbalmente queste emozioni (Ardis e Marcucci, 2013).

Il nuovo orizzonte della Medicina Narrativa

Quanto descritto dal Prof. Buckman fa luce sull’importanza del rapporto medico-paziente su cui è ormai da tempo aperto un infuocato dibattito: sebbene infatti, sia oggi quasi un’opinione condivisa che tale rapporto debba avere i connotati della vicinanza emotiva, i progressi scientifici degli ultimi anni sembrano condurre da tutt’altra parte. L’evoluzione scientifica rischia di portare verso una medicina sempre più distaccata dal paziente fino a rendere possibile giungere ad una diagnosi e alla programmazione di un trattamento senza necessità di visitare il paziente. Il rapporto medico-paziente diventa piuttosto un elemento disturbante per l’obiettività della diagnosi (Veronesi, Pappagallo, 2016). Seguendo quest’ottica però si tornerebbe ad un approccio medico del curare centrato esclusivamente sulla malattia. È necessario invece recuperare una prospettiva più umanistica e individualizzata della malattia ma soprattutto della persona portatrice di sofferenza che abbia dunque come oggetto dell’attenzione la persona nella sua interezza, che si prenda cura e non si limiti a curare il sintomo. Questo implica una totale revisione del rapporto tra paziente e medico il quale colloca al centro del suo agire medico i bisogni e le esigenze della persona malata e costruisce interventi e progetti di cura personalizzati per ogni specifico paziente (Pantaleo, 2011). In questa nuova prospettiva il racconto della malattia assume un’importanza fondamentale in quanto strumento che favorisce e alimenta la relazione con il curante. Il paziente che giunge dal medico ha alle spalle già i primi capitoli della storia della sua malattia che contengono le sue percezioni, le interpretazioni di ciò che gli è accaduto, le paure che a tutto questo si associano, dubbi e domande che cercano una risposta. Le sue narrazioni ci racconteranno quindi non solo la sua vita e la sua malattia ma come il malato vede il mondo, legge la realtà, si pone nei confronti degli altri, il linguaggio che usa e il significato che dà alle parole. A questo si aggiunge la sua storia di vita che comprende il proprio concetto di salute e malattia, il modo in cui ha affrontato nella sua vita altre situazioni di sofferenza, le proprie esperienze, conoscenze e convinzioni. Il paziente porta dunque le sue narrazioni; in altre parole, la comunicazione che avviene all’interno della relazione medico-paziente diviene sempre narrazione. Questo focus sulla storia del paziente, al di là della storia clinica, è quello di una disciplina relativamente nuova nello scenario medico che è la Medicina Narrativa. Quest’ultima consente di individuare e gestire la sofferenza del paziente attraverso lo sviluppo di un ascolto empatico; “La medicina narrativa arricchisce le cure attraverso l’attenzione e l’utilizzo anche in senso terapeutico dei racconti dei pazienti, dei medici, degli infermieri e di quanti operano nel sistema sanitario, valorizzando in particolare la prospettiva e la visione della malattia del soggetto e dei suoi familiari” (Virzì A. et al., 2011, pg 10). Ciò che il paziente racconterà di sé stesso attraverso le sue narrazioni, definirà la sua identità che spesso, in condizioni di malattia, viene aggredita e compromessa.

Nei racconti e nelle esperienze del paziente è centrale la dimensione del tempo: il tempo delle attese, il tempo delle domande, della disperazione e forse della rinascita. Tornando all’ascolto quindi, aldilà di ogni buona pratica che il medico possa mettere in atto, esso è possibile solo quando si tengono in considerazione le speranze dei pazienti e il loro tempo. Scrive Borgna “Il momento centrale di ogni relazione, anche di quella terapeutica, è insomma contrassegnato dall’ascolto, e dal rispetto delle attese: delle attese inespresse, (…) delle attese del cuore, ancora più importanti che non quelle della ragione, delle attese che non il linguaggio delle parole, ma quello del corpo vivente, ci sa indicare” (Borgna, 2017, pg 90).

Le parole che curano

Ma dopo il momento dell’ascolto viene il momento delle parole, quelle che comunicano al paziente empatia e accettazione. Ancora Borgna ci insegna, “noi siamo di continuo responsabili delle parole che diciamo, e di quelle che dovremmo dire, e non diciamo, così come siamo responsabili dei nostri gesti mancati, che non siano tenuti presenti nelle loro conseguenze” (Borgna, 2017, pg VIII).

Le parole a volte troppo dure, inumane e violente dei medici lacerano gli individui già afflitti dalla malattia. Parole non scelte, smarrite nei corridoi, sfuggenti. Ma è necessario sceglierle queste parole, compito e dovere di chi cura, scegliere parole che curano, appunto, e non feriscono, che consolano e accolgono anche quando non possono più offrire una soluzione alla malattia.

Una tecnica non molto approfondita nella comunicazione medico-paziente che mette al primo piano la figura del clinico è quella dell’autorivelazione (self-disclosure) ovvero il raccontare una propria esperienza personale al paziente per attribuire una qualità empatica alla comunicazione. Nel mio lavoro di supervisione con l’equipe di un reparto di Riabilitazione, al quale afferiscono pazienti con diverse patologie, spesso croniche, mi è capitato di discutere con il personale sanitario dell’utilità di questa tecnica spesso utilizzata in modo acritico e inconsapevole. È un’esperienza condivisa da molte operatrici, che svelare le proprie esperienze, aumenta la sintonizzazione emotiva con i pazienti e talvolta favorisce l’aderenza ai trattamenti terapeutici. Tuttavia, nell’ascolto di tale esperienza mi sono chiesta quanto l’utilità dell’autorivelazione si trovasse piuttosto nel facilitare al sanitario l’accesso al mondo del paziente e non viceversa. Di chi è quindi il bisogno che muove e alimenta questa spinta alla condivisione? Del paziente o del sanitario? Forse più probabilmente di entrambi. Quello che però è importante sottolineare, in linea con l’argomento di questo articolo, è che sicuramente la condivisione da parte del medico o sanitario, di un proprio vissuto o esperienza simile a quella del paziente abbatte le resistenze e le difese del paziente stesso che sperimenterà una profonda comprensione della propria sofferenza.

Ma se siamo responsabili delle parole che diciamo dobbiamo essere consapevoli anche delle parole che non si devono dire quando i pazienti chiedono di non sapere, o semplicemente non chiedono e sta a noi comprendere dove si pone il limite di ciò che possiamo e dobbiamo comunicare. Alcuni pazienti riescono a continuare a vivere solo non pensando alla morte, solo continuando come se niente fosse cambiato, come se la malattia non avesse mai segnato quel confine netto con la vita precedente. Altri sono pienamente consapevoli ma temono la forza delle parole, le tengono a distanza perché le parole danno concretezza alla realtà, che allora non potrà più essere negata. Le parole, come in un processo fotografico, sviluppano il negativo della malattia trasformandola in un’immagine nitida e indimenticabile. Altri ancora non nominano la loro malattia e in tal modo non le riconoscono un’identità, – cos’è il nome se non la definizione della precisa identità di un qualcosa o qualcuno?,- non nominandola non le autorizzano un’esistenza; quel “male” rimane un ignoto senza volto e senza nome.

La speranza a qualsiasi costo: il caso del sig. C.

Un paziente affetto da una malattia neurodegenerativa, il sig. C. mi racconta di aver percepito dallo sguardo e dalle osservazioni del medico che quest’ultimo stesse valutando la sua condizione clinica in questi termini: “stava calcolando quanto tempo mi rimane da vivere, non stava valutando me, il mio movimento e la mia malattia, calcolava tra quanto tempo morirò”. Il paziente non vuole mai vedere negli occhi del medico il destino della sua morte, neppure quando su questo vi è la piena consapevolezza. Il paziente ha bisogno di sentire una speranza di vita e di sentire che, al di là di qualunque evidenza scientifica e inconfutabile certezza, il medico non si arrende.

Lo stesso paziente mi racconta di sottoporsi settimanalmente a dei trattamenti sperimentali molto dolorosi e invasivi ma lo fa volentieri, mi spiega, “perché quel medico mi dà la speranza di poter fare qualcosa, mi dà la sensazione di non aver completamente smesso di lottare”. Il sig. C. si consegna nelle mani del medico, consegna il suo corpo alle sue cure e perfino alle sue più svariate sperimentazioni, senza fare domande, senza lamentarsi per il dolore, senza replicare. In cambio, la speranza e la possibilità di trovare nello sguardo di un altro il riflesso della vita e non l’ombra cupa della morte. Perché infondo, cosa ha promesso al sig. C. questo audace medico? Gli ha forse promesso che lo salverà? Gli ha forse garantito che tali difficili cure lo condurranno a guarire la sua terribile malattia? No, gli ha solo concesso il beneficio di una possibilità e ha riposto su di lui parole di speranza anziché uno sguardo di rassegnazione.

 

Manuale Ro DBT. La Radically Open Dialectical Behavior Therapy per il trattamento dei disturbi da ipercontrollo (2021) di Thomas R. Lynch – Recensione del manuale

La Radically Open Dialectical Behavior Therapy (RO DBT) è una applicazione specifica della DBT di Marsha Linehan ai cosiddetti disturbi da ipercontrollo. Essa ipotizza che alla base di questi disturbi ci sia l’interazione tra fattori biologici e fattori ambientali e propone una teoria neurobiosociale.

 

 L’autore sostiene che gli individui che sviluppano questi disturbi abbiano una elevata sensibilità alla minaccia a base biologica, con attenzione selettiva a potenziali pericoli, iperattivazione del sistema di difesa e ipoattivazione del sistema di sicurezza, che innescano segnali non verbali di ritiro e chiusura, a loro volta causa di esperienze sociali negative sia perché il soggetto è in ansia, sia perché gli altri sono a disagio nell’interazione. Questo porta nel tempo ricordi di interazioni negative e rinforza il funzionamento.

Secondo questa teoria, l’isolamento e il senso di non appartenenza sono la causa del mancato senso di sicurezza. Il trattamento consisterebbe quindi nell’insegnare a questi soggetti a stare con gli altri e quindi mostrarsi aperti all’interazione piuttosto che modificare le credenze disfunzionali alla base della chiusura. Come la DBT, anche qui il focus è su abilità da acquisire.

Trattamento

Il modello RO DBT si basa sull’assunto che la connessione sociale costituisce un fattore chiave per il benessere dell’individuo e focalizza la propria proposta di trattamento su questo punto. Per sviluppare le competenze dei pazienti in termini prosociali, la RO DBT propone, accanto alla terapia individuale, la partecipazione a gruppi di skills training, proprio come avviene nel modello proposto da Marsha Linehan.

Questi individui tendono ad avere espressione emotiva inibita o non sincera, estrema cautela ed eccessiva attenzione ai dettagli, comportamento rigido e governato da regole, stile relazionale freddo e distaccato, uso frequente di confronti sociali con sentimenti di rancore e invidia. In terapia i pazienti sperimentano, nell’interazione con il terapeuta, l’apertura radicale che sono gradualmente supportati nello sperimentare in prima persona, con lo scopo di tornare a “far parte della tribù” da cui si sentono esclusi. Il gruppo di apprendimento delle abilità fornisce gli strumenti e le competenze perché questo ingresso nel gruppo sia possibile, riparando i danni dell’interazione tra una particolare sensibilità neurobiologica, un ambiente rigido e basato su regole ed uno stile di coping orientato al controllo.

Nelle prime fasi della terapia individuale occorre massimizzare l’impegno del paziente al trattamento, a partire da una condivisione circa la concettualizzazione del caso: è fondamentale che il paziente concordi nell’identificare nel coping eccessivamente controllato il proprio problema principale. Si procederà poi nella definizione del setting e degli obiettivi di terapia avendo in mente che il funzionamento del paziente richiede una particolare cura ad alcuni dettagli, che consenta di evitare di innescare la percezione di minaccia e dunque la chiusura, promuovendo invece l’esperienza di una relazione piacevole.

Durante i colloqui di terapia individuale, la RO DBT procede con una gerarchia di priorità che pone al primo posto i comportamenti che mettono a rischio la vita o la salute del paziente, al secondo i comportamenti che interferiscono con la prosecuzione o l’effettivo ingaggio in terapia, e solamente dopo i comportamenti che interferiscono con la qualità della vita. In questo senso risulta evidente l’assonanza con quanto proposto da Marsha Linehan.

Social signaling e apertura radicale

La RO DBT insiste sull’importanza del social signaling, componente fondamentale del vantaggio evolutivo del genere umano, che ha permesso di disporre di mezzi rapidi e sicuri per valutare e risolvere i conflitti e gestire potenziali collaborazioni. Questo strumento, tuttavia, porta con sé anche il rischio di incomprensioni: i deficit di social signaling dei pazienti ipercontrollati li rendono vulnerabili a fraintendimenti e persino ostracizzazioni.

I terapeuti, in questa prospettiva, hanno il ruolo di “ambasciatori tribali” che, assumendo un atteggiamento aperto e rilassato, accolgono il paziente ipercontrollato, ne rispettano le esigenze evitando di travolgerlo e gli permettono di acquisire le competenze, in termini di social signaling, con cui entrare a far parte della dimensione comunitaria senza la quale è arduo trovare uno stato di benessere.

Per trasmettere al paziente un atteggiamento di apertura, fornirgli un modello e assicurarsi che la terapia proceda in un clima di apprendimento, è indispensabile che il terapeuta coltivi in prima persona l’apertura radicale, che è definita come la confluenza di ricettività a nuove esperienze e feedback disconfermanti, autocontrollo flessibile, intimità e connessione con almeno un’altra persona. A questo scopo è importante che i terapeuti che lavorano con questo tipo di pazienti abbiano un team di consultazione e supporto cui fare riferimento per affrontare le difficoltà e monitorare la propria capacità di coltivare l’apertura radicale.

Alleanza terapeutica

 Poiché la RO DBT postula che i principali svantaggi dell’ipercontrollo siano di natura sociale, la relazione terapeutica diventa un importante strumento di cambiamento, fornendo il contesto per modellare gentilezza, cooperazione e giocosità. In questo contesto, le rotture dell’alleanza non sono soltanto frequenti, sono segnale di un effettivo ingaggio in terapia e occasioni di lavoro. Le rotture si generano per due ragioni principali: il paziente non si sente compreso, oppure vive il trattamento come irrilevante per i suoi particolari problemi. In entrambi i casi, il primo passo da compiere per superare la difficoltà è quello di rendersi conto di ciò che sta accadendo. Compito del terapeuta è quindi compiere una osservazione attenta della comunicazione del paziente durante gli incontri e notare i segnali di rottura; solo in un secondo momento sarà possibile riparare l’accaduto chiarendo i malintesi ed offrendo al paziente l’occasione di praticare le abilità sociali necessarie per formare legami sociali significativi.

Obiettivi di trattamento

Sebbene la priorità in terapia sia sempre assegnata ai comportamenti che mettono a rischio la vita e alle rotture dell’alleanza, si suppone che la maggior parte del tempo sia dedicata al social signaling indiretto, mascherato e trattenuto che si ritiene fonte primaria del malessere di questi pazienti. Se per la DBT di Marsha Linehan l’obiettivo del trattamento è sviluppare una vita degna di essere vissuta, per la RO DBT lo scopo è sviluppare una vita degna di essere condivisa. Avere difficoltà con il social signaling sul versante dell’ipercontrollo significa avere comportamenti più difficili da identificare rispetto a quelli caratteristici dei pazienti discontrollati, ma ugualmente problematici e ostacolo al perseguimento dei valori personali.

Occorre quindi partire dall’identificazione dei valori del paziente e di come l’ipercontrollo ne impedisca il perseguimento, identificando le particolari caratteristiche del paziente in questione (espressione emotiva inibita, comportamento eccessivamente cauto e ipervigilante, comportamento rigido, relazioni fredde e distaccate, invidia e risentimento). Si procederà poi favorendo l’auto osservazione e la consapevolezza della fenomenologia e dei costi di tali comportamenti. Solo una volta completati questi passaggi si procede insegnando le abilità, con un lavoro congiunto tra il gruppo di skills training e la terapia individuale. Le schede di monitoraggio consentono un lavoro continuativo durante la settimana che viene poi ripreso è discusso con il terapeuta. Protocolli dettagliati sono a disposizione del clinico, pur con l’indicazione di lasciar andare l’eccessiva rigidità e avere sempre un occhio di riguardo per l’alleanza di lavoro.

Tra i pilastri della RO DBT, accanto alla teoria neurobiologica ed evolutiva, all’apertura radicale e all’auto-indagine, temi di cui abbiamo già parlato, si trovano la filosofia dialettica ed il comportamentismo, che forniscono strumenti di intervento fondamentali.

Proprio come avviene nel modello DBT di Marsha Linehan, infatti, la RO DBT si basa sul presupposto che siano sempre presenti polarità dialettiche all’interno di cui muoversi e che solo riuscendo ad accogliere gli opposti sia possibile la cura. In particolare, l’autore propone che nel trattamento dei soggetti ipercontrollati si presentino sovente due polarità: non decentrarsi vs lasciar andare acquiescente e irriverenza giocosa vs severità compassionevole. Il terapeuta si muoverà quindi tra questi estremi in modo fluido, rispondendo alle esigenze relazionali e terapeutiche che si presentano nei diversi momenti di terapia.

Occorre inoltre prestare attenzione alla presenza di un dilemma in cui spesso ricadono i pazienti con ipercontrollo, e cioè la convinzione che il proprio funzionamento sia talmente complesso da non poter essere efficacemente compreso e trattato da altri, convinzione che mina la possibilità di lasciarsi coinvolgere e mettere in gioco nella cura, poiché porta con sé un sentimento di sfiducia, nonostante il desiderio di stare meglio. Se questo dilemma è presente, occuparsene costituisce un passaggio preliminare per una terapia di successo.

Gli interventi proposti nel corso del tempo e rispettando sempre la gerarchia di priorità cui abbiamo fatto cenno, riguardano il miglioramento del social signaling e, di conseguenza, una maggior inclusione sociale che è considerata, come abbiamo detto, fondamentale per il benessere individuale. La RO DBT usa quindi l’analisi della catena comportamentale e l’analisi delle soluzioni per gestire questi aspetti. Perché l’apprendimento di nuove abilità, sia nel contesto individuale che nel training di gruppo, sia possibile, è importante disinnescare i comportamenti difensivi ed evitanti dei pazienti, estinguendoli, mentre si promuove un atteggiamento di maggior partecipazione e apertura.

 

Terapia breve centrata sulla soluzione. Principi e pratiche (2021) di Flavio Cannistrà e Federico Piccirilli – Recensione

È uscito a marzo 2021 il primo libro interamente italiano dedicato a uno degli approcci di terapia breve più studiati e applicati nel mondo, ma ancora poco conosciuto nel nostro Paese, scritto da Flavio Cannistrà e Federico Piccirilli, dal titolo Terapia breve centrata sulla soluzione.

 

Cos’è la terapia breve centrata sulla soluzione

La terapia breve centrata sulla soluzione è un approccio non normativo, non basato quindi su un’idea di normalità clinica a cui il paziente deve ambire. Questo approccio mira ad aiutare il paziente a raggiungere il cambiamento desiderato attraverso un abile utilizzo del solution talk, cioè di domande che facilitano il cliente nella descrizione dettagliata di uno scenario senza problema. Questo tipo di conversazione terapeutica ha dimostrato essere sufficiente a far sì che le persone apportino concreti e significativi cambiamenti nelle proprie vite.

La terapia breve centrata sulla soluzione: nascita e diffusione

La nascita di questo approccio viene individuata tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, negli Stati Uniti, e vede come principali esponenti Steve de Shazer e Insoo Kim Berg, fondatori del Brief Family Therapy Center a Milwaukee. Le origini della Terapia Breve Centrata sulla Soluzione hanno però multiple radici, che possono essere individuate, tra gli altri, in Milton Erickson e nel Mental Research Institute. Nel 1986 tuttavia il team di Milwaukee elaborò i concetti distintivi di questo modello di terapia.

Gli assunti fondamentali della Terapia Breve Centrata sulla Soluzione

Questo modello di terapia non ha un’impalcatura teorica strutturata e ben definita. La terapia breve centrata sulla soluzione è stata infatti sviluppata pragmaticamente, individuando gli interventi che portano i pazienti al raggiungimento del loro futuro desiderato.

Nonostante l’assenza di una “teoria forte” alla base di questo modello, vi sono comunque dei principi fondamentali che guidano il colloquio di terapia breve centrata sulla soluzione.

  • Il futuro desiderato. Secondo questo assunto è il cliente stesso a definire gli obiettivi della terapia, attraverso una descrizione dettagliata di come sarà la sua vita una volta che li avrà raggiunti.
  • I tre principi di De Shazer. “Se non è rotto non aggiustarlo”; “Se qualcosa funziona, fallo di più”; “Se non funziona, fai qualcosa di diverso”. Questi tre principi, formulati da de Shazer, guidano costantemente l’intervento del terapeuta centrato sulla soluzione. Seguendo questi principi, egli eviterà di proporre al cliente di lavorare su qualcosa che la persona non considera un problema, aiutandolo invece ad amplificare ciò che già funziona e guidandolo a trovare nuove strategie, più funzionali, per la risoluzione del suo problema.
  • Nessun problema si verifica continuamente. Secondo questo assunto, quando il problema non si verifica o è meno presente, la persona sta già mettendo in atto delle soluzioni efficaci. Compito del terapeuta sarà quello di sfruttare ciò che nella vita del paziente già funziona ed espanderlo.

La struttura dei colloqui di terapia centrata sulla soluzione

Tutta la seconda parte del libro è dedicata alla pratica della terapia breve centrata sulla soluzione e fornisce al lettore una descrizione precisa e puntuale di come andranno condotte le sedute secondo questo approccio.

Il modello descritto è quello del BRIEF di Londra, che struttura la seduta di terapia in questo modo:

  • Chiedere al cliente quali siano le sue migliori aspettative dalla seduta
  • Far descrivere alla persona il suo futuro preferito, come sarà la sua quotidianità nel momento in cui le migliori aspettative saranno realizzate
  • Far posizionare la persona nella scala del presente, da 0 a 10, descrivendo nel dettaglio cosa gli fa dire di essere a quel punto della scala e non più in basso
  • Chiedere, attraverso la scala del progresso, cosa potrà notare la persona quando sarà un gradino più in alto rispetto a dove si trova ora.
  • Concludere facendo la sintesi di quanto emerso e prescrivendo il noticing, chiedendo cioè alla persona di notare tutti i segni di miglioramento da quel momento all’incontro successivo.

Oltre all’approfondimento di questi punti, Flavio Cannistrà fornisce indicazioni utili per le situazioni più critiche, come quelle in cui il paziente è fortemente focalizzato sul problema o ha aspettative irrealistiche.

L’ultimo capitolo del libro è poi dedicato alla descrizione di sette diversi casi clinici, condotti da altrettanti terapeuti, per poter dare al lettore una panoramica delle possibili applicazioni del modello di terapia breve centrato sulla soluzione e tastare il suo impiego pratico.

Ansia per la matematica: il ruolo dello stile genitoriale e dell’autoefficacia

Recentemente, alcuni autori hanno indagato come lo stile genitoriale, l’autoefficacia relativa alla matematica ed il genere dei partecipanti influenzino l’ansia per la matematica in un campione di 203 adulti.

 

 L’ansia per la matematica, con una prevalenza del 17% nella popolazione (Berch e Mazzocco, 2007) è caratterizzata da una sensazione di tensione, preoccupazione o paura irrazionale che impediscono l’apprendimento della disciplina stessa (Son et al., 2017) che arriva a compromettere prestazioni quotidiane, come aprire un conto in banca o calcolare un prezzo di vendita (Baumrind, 1978).

La risposta emotiva negativa conseguente alimenta la percezione di fallimento oltre che minare la motivazione a migliorare le proprie capacità (Ashcraft, 2002; Ashcraft & Moore, 2009; Hoffman, 2010). Questi aspetti potrebbero esacerbarsi per i feedback scoraggianti dal contesto sociale, dei pari, genitori o insegnanti (Ashcraft & Moore, 2009).

La letteratura riporta una forte associazione tra ansia per la matematica, stili genitoriali (Wolfradt et al., 2003) e autoefficacia (Muris, 2002).

Lo stile genitoriale, ovvero una costellazione di atteggiamenti a valenza comunicativa per il bambino, genera un particolare clima emotivo (Darling & Steinberg, 1993), che modella le credenze future dei figli, condizionando l’apprendimento e talvolta alimentando l’ansia per la matematica (Africk et al., 1981).

La presenza o meno di sostegno genitoriale, così come le aspettative percepite, influenzano le prestazioni matematiche, l’adattamento dei bambini al loro ambiente di apprendimento (Brown & Iyengar, 2008; Maccoby, 1992) ed il loro atteggiamento verso la scuola (Koutsoulis & Campbell, 2001).

Mentre nello stile autorevole, i genitori che cercano di comprendere il punto di vista del bambino, incoraggiando il dialogo e la condivisione, alimentano buone competenze sociali e cognitive (Baumrind, 1968); negli stili autoritario e permissivo emergono maggiori difficoltà.

Infatti, genitori estremamente controllanti o disinteressati, influenzano negativamente l’approccio alla matematica dei figli (Chiu, 2017; Feldman & Wentzel, 1990) alimentando uno scarso rendimento scolastico, poca fiducia in sé stessi, assenza di responsabilizzazione e di indipendenza (Furnham & Cheng, 2000).

Derivante in parte dall’ambiente di crescita, la scarsa autoefficacia, ovvero la mancanza di convinzione nelle proprie capacità organizzative al fine di ottenere determinati risultati, predice fortemente l’ansia per la matematica (Pajares & Miller, 1994).

Alcuni autori hanno evidenziato differenze di genere nell’ansia riguardante le discipline scientifiche. Le donne riportano livelli di ansia più elevati, una minore autoefficacia circa le loro abilità matematiche (ad es. Primi et al., 2014), oltre che un atteggiamento più negativo rispetto agli uomini (Chiu, 2017).

Inoltre, sulle donne gravano stereotipi di genere, per cui spesso, ambire a far parte di un ambiente scientifico nel quale si detiene uno status di minoranza, scoraggia le scelte future di carriera in questo settore (Flore & Wicherts, 2015).

Fin da piccoli, le aspettative di genitori e insegnanti circa le competenze matematiche sono condizionate dal genere. Infatti, mentre il successo maschile viene ricondotto al talento naturale, quello femminile è spesso attribuito allo sforzo (Yee & Eccles, 1988). Questo può influenzare atteggiamenti e prestazioni in matematica (Gunderson et al., 2012), oltre che minare la fiducia e l’autoefficacia (Shapiro & Williams, 2012).

Macmull & Ashkenazi (2019) hanno indagato come lo stile genitoriale, l’autoefficacia relativa alla matematica ed il genere dei partecipanti, influenzano l’ansia per la matematica in un campione di 203 adulti.

Mentre i partecipanti educati da genitori autoritari, riportavano livelli più elevati di ansia per la matematica, lo stile permissivo influenzava lievemente il livello di ansia. Infatti, il disinteresse verso le questioni educative e l’irresponsabilità dei genitori permissivi condizionano il rendimento scolastico e l’autostima (Krause & Dailey, 2011).

Oltre ad alimentare l’ansia ed associarsi a voti bassi (Yee & Eccles, 1988), lo stile autoritario induce i figli ad essere studenti passivi, con bassa autoefficacia e scarsa motivazione nel progredire accademicamente.

Impedire ai figli di affrontare i problemi da soli, significa negare loro la capacità di valutare le situazioni e formulare piani d’azione appropriati in autonomia. Ostacolare l’indipendenza, alimenta l’ansia e la scarsa fiducia nelle proprie capacità di affrontare i compiti scolastici (Wood et al., 2003).

 Anche i partecipanti cresciuti da genitori autorevoli riportavano livelli più elevati di ansia per la matematica, ma questo effetto negativo veniva modulato da quello positivo dell’autoefficacia indotta dal genitore autorevole, che riduceva i livelli di ansia.

Infatti, l’autoefficacia personale e la percezione dei genitori come incoraggianti lo sviluppo delle capacità comunicative e dell’autonomia, fornendo una serie di limiti entro i quali lavorare (cioè uno stile genitoriale autorevole), determinano un maggiore successo scolastico (Turner et al., 2009).

Coerentemente, anche nel campione la percezione dell’autoefficacia correlava con bassi livelli di ansia per la matematica. Infatti, maggiore fiducia in sé aumenta la probabilità di scegliere corsi universitari orientati verso materie scientifiche (Ferry et al., 2000).

Le partecipanti di genere femminile riportavano livelli più elevati di ansia per la matematica e, tra loro, era più forte l’effetto negativo della scarsa autoefficacia sull’ansia; probabilmente per l’influenza del contesto di vita e degli stereotipi sociali.

Infatti, le convinzioni di autoefficacia in donne che eccellevano nelle carriere scientifiche, dominate dagli uomini, venivano profondamente condizionate dai messaggi ricevuti da altri significativi e dalle esperienze subite passivamente (Zeldin & Pajares, 2000).

Le convinzioni di autoefficacia si strutturano a casa come in classe e sono i genitori e gli insegnanti che, sottolineando il valore delle competenze scolastiche, incoraggiano le donne a persistere e perseverare di fronte agli ostacoli accademici e sociali, abbattendo le concezioni stereotipate.

Concludendo, questi risultati sono rilevanti per comprendere le origini dell’ansia per la matematica, oltre che essere un punto di partenza per strutturare metodi di diagnosi e di intervento, al fine di ridurne la prevalenza.

 

Un’amicizia da Nobel. Kahneman e Tversky, l’incontro che ha cambiato il nostro modo di pensare (2017) di Michael Lewis – Recensione del libro

Un’amicizia da Nobel (edito da Cortina nella collana diretta da Giulio Giorello) è il felice racconto della genesi e dello sviluppo delle ricerche di Kahneman e Tversky, i due ideatori della “economia comportamentale”.

 

 L’autore è Michael Lewis, saggista e giornalista statunitense, che ha scritto un libro molto godibile, con lo stile di un romanzo, sull’avventura intellettuale dei due psicologi israeliani, vissuti poi negli Stati Uniti e in Canada, ove entrambi hanno insegnato nelle Università. Si tratta della storia di un sodalizio avvincente, quella tra due menti geniali, narrato come se si trattasse di figure letterarie. Raccontare le loro storie personali appare utile in quanto le loro ricerche scientifiche sono indissolubili dalle significative esperienze che avevano segnato le loro vite, descritte nei primi capitoli. Entrambi, infatti, oltre ad aver conseguito la laurea in psicologia all’Università Ebraica di Gerusalemme, avevano pregresse importanti carriere nell’esercito israeliano e forti differenze caratteriali: Tversky era un combattente dinamico, un carattere estroverso, ottimista, che amava essere sempre al centro dell’attenzione; Kahneman era al contrario introverso, portato al dubbio, dominato dalle proprie insicurezze.

La descrizione delle loro personalità, molto diverse eppure affascinanti, è la cornice entro cui viene ricostruita la storia dei loro contributi scientifici. Probabilmente, le loro differenze ebbero un ruolo positivo dal punto di vista degli studi, in quanto ciascuno si arricchì del pensiero dell’altro, ma alla lunga pesarono sul loro rapporto personale. Infatti, la loro amicizia si interruppe e dal punto di vista biografico la parte dedicata alla rottura del loro legame è tra le più interessanti. Ci furono incomprensioni, rivalità accademiche, differenze di vedute e forse anche invidie e intolleranze. Solo poco prima della morte prematura di Tversky, avvenuta nel 1996, vi fu una riconciliazione epistolare in cui, sia pure a distanza, ebbero modo di riaffermare la loro amicizia. In ogni caso, il loro contributo ha modificato il modo in cui gli uomini percepiscono la propria mente, tant’è che Kahneman ricevette il premio Nobel nel 2002 per gli studi in cui applica la psicologia al campo delle decisioni economiche.

Il punto di partenza delle loro ricerche fu il perfezionamento del concetto di euristica (un termine che è definito in pratica come “scorciatoia del pensiero per prendere decisioni rapide e spesso efficaci”). I tre bias cognitivi principali, che descrissero in un breve lavoro pubblicato da Science nel 1974, sono legate alla rappresentatività, disponibilità e ancoraggio. Seguire questi tre criteri ci porta a valutazioni veloci e spesso corrette. Tuttavia, in un certo numeri di casi, compiamo errori ripetuti e, proprio per questo, difficili da scoprire, in quanto vanno in direzione opposta alla nostra logica consueta.

 La loro rivoluzione consiste proprio nella scoperta del motivo per cui si compiono errori sistematici quando inconsapevolmente crediamo di stare agendo per il meglio.

Da Freud in poi, la psicologia ci aveva messo in guardia in merito al fatto che i processi mentali non definiscono la realtà in modo obiettivo, in quanto influenzati sempre dai fattori affettivi.

Ma Tversky e Kahneman vanno oltre. Ci dicono che è la razionalità in se stessa a non funzionare sempre bene. Ci porta a commettere degli errori che, in quanto condivisi, risultano anche molto difficili da decifrare. Gli errori sistematici del pensiero ricordano le illusioni ottiche, solo che in questo caso si tratta di illusioni cognitive.

Le conseguenze operative di queste ricerche sono inimmaginabili. Le prime ricerche hanno preso in considerazioni scelte tutto sommato semplici, ma l’economia comportamentale è un insieme di strumenti di lavoro ancora da scoprire, più che un modello teorico chiuso. Per adesso, il campo in cui è stato applicato tale approccio concerne le scelte negli investimenti economici, in cui si possono prevenire gli effetti negativi delle valutazioni degli esperti. Oggi i progressi informatici ci consentono di programmare i computer in un modo tale da scoprire i limiti del funzionamento del pensiero umano. Ma si possono immaginare programmi governativi per ottenere società in cui, ad esempio, tutti guidano in modo da ridurre gli incidenti mortali e così via. L’amministrazione statunitense di Obama utilizzò ricercatori che andavano in questa direzione. Fu coniato il  termine di “spinta gentile” (pungolo, nudge) ad indicare piccoli suggerimenti da parte dell’amministrazione pubblica per ottenere modifiche comportamentali rilevanti. Ad esempio, per ridurre l’obesità infantile, furono ottenuti buoni risultati semplicemente mettendo in primo piano nelle mense scolastiche frutta e verdura anziché cibi a base di carboidrati. È dunque possibile ottenere vantaggi per il benessere delle persone ma si pongono anche problemi etici, come ben fa notare Paolo Legrenzi nella sua postfazione all’edizione italiana. Chi stabilisce cosa è buono per la collettività? Ridurre l’obesità è senz’altro condiviso da tutti. Ma se gli stessi principi fossero utilizzati per scopi tutt’altro che nobili? Si potrebbe incitare, ad esempio, alla violenza, presentandola come un’alternativa legittima?

Il libro, infine, si conclude con un capitolo dedicato alle critiche ricevute da Kahneman e Tversky. In particolare, fra i detrattori, spicca lo psicologo tedesco Gerd Gigerenzer (nella stessa collana di Cortina sono pubblicate le sue opere principali) e la loro disputa si allargò ad aspetti personali.

Quello che è certo è che con la nascita dell’economia comportamentale si è affermata definitivamente l’idea che la ricerca economica deve essere necessariamente multidisciplinare. I suoi strumenti sono al servizio del miglioramento dell’intervento pubblico in tanti campi, per aiutare le persone a scegliere meglio e a commettere meno errori. l programma di ricerca sui bias cognitivi e sulle euristiche avevano anche l’obiettivo di fornire ai decisori politici e a chi supporta processi decisionali ad ogni livello, uno strumento ulteriore per il benessere della collettività.

È decisiva la lezione secondo cui gli esseri umani prendono decisioni anche a secondo di come l’ambiente circostante presenta le diverse alternative. È importante che la consapevolezza in merito al funzionamento dell’euristica, dei bias cognitivi e di come sia possibile fronteggiarli siano patrimoni culturali pubblici, di cui tutti dovremmo essere messi in condizione di disporre. La democrazia è innanzitutto condivisione delle conoscenze.

La teoria dei sistemi motivazionali nell’ambito clinico. Ricordando Joseph Lichtenberg e Giovanni Liotti

I sistemi motivazionali contribuiscono a dar forma all’esperienza e alla formazione di ciò che svilupperà in termini di senso del Sé.

 

Introduzione

Ci sono teorie molto significative ed influenti a livello scientifico che sono la base del lavoro di molti clinici al di là della scelta e dell’orientamento psicoterapico di base.

Le teorie motivazionali, inclusa la teoria dell’attaccamento di Bowlby (in cui vengono messi in risalto il bisogno di sicurezza e protezione) sono dei pilastri da cui partire per comprendere i bisogni insiti nella natura umana, aiutare i nostri pazienti e comprendere in maniera più chiara il procedere nel processo terapico. La teoria motivazionale è trattata in maniera appassionante da due autori che hanno contribuito a creare connessione e interesse scientifico e clinico a livello internazionale. Parlo di Joseph Lichtenberg e Giovanni Liotti; i loro modelli si collegano ai presupposti teorici di Bowlby e Daniel Stern, ma lo stesso Liotti è influenzato dai sistemi motivazionali di Lichtenberg distinguendosi per l’impostazione evoluzionistica.

Entrambi trovano punti di incontro anche con i più attuali studi delle neuroscienze. Lo scopo di questo articolo è quello di dar rilievo all’utilità di entrambe le teorie nell’ambito terapeutico in una prospettiva integrata.

La teoria motivazionale di Joseph Lichtenberg

Lichtenberg è noto agli studiosi e ai clinici per aver dato inizio e poi elaborato la teoria dei “sistemi motivazionali” (1989). È assolutamente uno dei primi clinici che si è interessato alla ricerca empirica sull’infanzia, supportando l’intersoggettività di Daniel Stern, gli studi sull’attaccamento coniugandoli alla pratica psicoanalitica dell’adulto ed oggi alla psicoanalisi relazionale. Joseph D. Lichtenberg è stato un ricercatore e clinico attento, influenzato dalla psicologia del Sé Kohutiana, interessato alla ricerca sull’infant research di cui è sicuramente uno dei pionieri che ha dato enormi contributi sull’importanza della regolazione affettiva e di tale regolazione nello scambio terapeutico; studi avvenuti in collaborazione con Frank M. Lachmann e Beatrice Beebe.

Nella sua teoria, la “motivazione”, per definizione è volta a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Ogni sistema motivazionale, quindi è costruito intorno a un bisogno fondamentale ed i comportamenti ad esso associati sono visibilmente osservabili.

Ogni sistema motivazionale, fin dalla nascita contribuisce alla regolazione del sé e nei diversi periodi di vita, i desideri, le richieste, gli obiettivi che derivano da questi bisogni possono essere organizzati in differenti gerarchie espresse da preferenze consce oppure inconsce. Le scelte e le nostre tendenze sono influenzate da come si organizzano i bisogni di base connessi a pattern di risposta dell’adulto, infatti si organizzano e si coordinano con le risposte appropriate di coloro che si prendono cura del bambino; in tale scambio il bambino si organizza e regola emotivamente sia in momenti di disagio, ossia i “momenti distonici”, sia in momenti di gratificazione, eccitazione e appagamento che implicano sintonia ai suoi bisogni da parte dell’adulto, per esempio l’esperienza dell’accettazione o sfortunatamente della mancanza di accettazione continua per tutta la vita poiché pone le fondamenta delle aspettative che, inoltre, si manifestano nel qui ed ora della relazione terapeutica.

Lichtenberg prende spunto dalla teoria Kohutiana per cui la risposta positiva al bisogno produce un’esperienza cosiddetta di “oggetto-sé” emotivamente significativa e strutturalmente di sostegno/guida per la persona che la vive. Lichtenberg amplia i bisogni di base descritti da Kohut (rispecchiamento, idealizzazione, gemellarità) estendendo l’approfondimento teorico e clinico utilizzando gli studi empirici dell’infant research.

Le motivazioni essendo guidate dagli affetti orientano le nostre scelte, ma poiché i sistemi motivazionali sono interconnessi, il successo di un sistema organizzativo funzionante contribuisce alla regolazione e al buon funzionamento degli altri sistemi; per esempio un bambino ha un bisogno fisiologico (es. la fame), fa una richiesta piangendo, quindi il suo stato emotivo è “distonico” perché è a contatto col disagio del momento. Nell’attivare tale richiesta di fame, il bambino può avere più possibilità di risposta: il suo stato può rimanere  distonico se l’adulto non è sintonizzato con il suo bisogno di fame oppure può essere gratificato e appagato se l’adulto è in sintonia con il suo stato distonico, lo comprende e lo appaga. In questo senso viene organizzato il sistema regolativo fame- risposta, non solo fisiologico, ma anche di attaccamento (c’è qualcuno che si prende cura) e, se gratificato in maniera equilibrata, durante la crescita si amplia ed evolve nella possibilità più esplorativa quale può essere per esempio la ricerca per la “preferenza” di cibo.

Quindi, i sistemi motivazionali sono costruiti intorno ai bisogni di base ma la “vitalità”, l’organizzazione ed anche l’evoluzione, dipenderanno dall’esperienza vissuta negli scambi affettivi tra il bambino e chi lo accudisce. In questo senso, nel corso della nostra vita ogni sistema contribuisce alla regolazione del sé e ognuno di questi sistemi può prevalere sull’altro in maniera equilibrata o disadattiva a seconda delle risposte di oggetto-sé dell’adulto (funzioni relazionali esperite da chi si occupa del bambino).

Lichtenberg individua prima cinque sistemi motivazionali (1989) e successivamente li distingue in sei sistemi, poiché separa il sistema di attaccamento da quello di affiliazione (Convegno Isipsè, 2012).

Nel loro funzionamento organizzativo tutti i sistemi motivazionali contribuiscono a dar forma all’esperienza  e alla formazione di ciò che svilupperà in termini di  senso del Sé. Nello specifico i sistemi motivazionali sono:

  • Sistema di regolazione fisiologica: bisogno di regolazione psichica delle esigenze fisiologiche;
  • Sistema di attaccamento: l’attaccamento, corrisponde al bisogni di essere accudito.
  • Sistema di affiliazione: bisogno di appartenere ad un gruppo.
  • Sistema esplorativo: il bisogno di esplorare ed essere assertivi;
  • Sistema avversivo: il bisogno di reagire avversivamente attraverso l’antagonismo e il ritiro.
  • Il bisogno di piacere sensuale o di eccitamento sessuale.

In ciascun sistema c’è una continua tensione dialettica tra i bisogni che si alternano e si ri-organizzano. Affinché i sistemi motivazionali possano trovare risposte di oggetto sé congrue al bisogno, nel periodo infantile, è importante la capacità di sintonizzazione empatica dell’adulto che permette di far funzionare in maniera flessibile ed equilibrata tali sistemi mantenendo tale organizzazione interna anche in età adulta. In questa prospettiva il Sé è in grado di svilupparsi come un centro indipendente che avvia, organizza, e integra la motivazione; il senso del sé invece nasce dalla possibilità di sperimentarsi come “agente attivo” e di “ricerca esplorativa” in termini di preferenze e scelte per cui le aspirazioni, i desideri, le mete, gli obiettivi attivati per raggiungere quel bisogno possono continuamente riorganizzarsi in maniera flessibile, sana ed equilibrata ma anche in termini evoluzionistici ed esplorativi.

Diverso è il caso in cui manca alla base una sintonizzazione dell’adulto col suo sviluppo motivazionale per cui la flessibilità di avvio e scelta avviene meno e i sistemi motivazionali si organizzano in maniera disfunzionale e rigida, strutturando condizioni patologiche di sofferenza ed impasse esplorativo alla vita.

La teoria motivazionale per l’utilità terapeutica

“La sintonizzazione affettiva porta a comprendere e condividere il mondo… se la sintonizzazione affettiva non è presente o è inefficace durante i primi anni di vita, la mancanza di esperienza condivisa può creare un senso di isolamento e la convinzione che in generale i bisogni affettivi di una persona siano in qualche modo inaccettabili (Basch, 1984)”.

Lichtenberg ci fa riflettere su come non si deve pensare alla sintonizzazione come a qualcosa di limitato ad esperienze di attaccamento, ma nello scambio clinico la “sintonizzazione autentica” e vitale del terapeuta può produrre un’ampia varietà di risposte ai diversi bisogni di ciascun sistema motivazionale che si presenta. La valenza emotiva di questo scambio terapeutico mette in moto esperienze di oggetto- sé che avvengono appunto nel qui ed ora e permettono una nuova ri- organizzazione emotiva: per esempio ristabilire uno stato di benessere dopo un disagio, permette di riorganizzarsi in modalità diverse evitando di ricadere in sistemi avversivi radicati ed irretiti. Alcuni esempi di funzioni oggetti- sé: la gioia attiva l’esplorazione, l’approvazione attiva l’assertività, riconoscere i segnali di avversione e rispondere in maniera appropriata è una nuova opportunità che permette di riorganizzare il senso del sé con maggior flessibilità ed equilibrio. Le persone hanno la possibilità di ricontattarsi e riorganizzarsi in termini di autenticità.

Quando il paziente si rivolge a noi terapeuti risulta importante riconoscere quale tipo di sistema motivazionale è in atto, spesso porta con sé quello avversivo (es. ritiro sociale, bulimia, uso di sostanze, dolore fisico, paura) e quale sistema motivazionale ha difficoltà a riconoscere (es. assertivo esplorativo, attaccamento). Spesso la regolazione fisiologica è disturbata (difficoltà nel sonno, alimentazione) e ripristinare la flessibilità motivazionale è un obiettivo importante al fine di aiutare le persone a riorganizzarsi emotivamente ma anche ad organizzare pattern di risposta e prevedibilità più sani, ripristinati nello scambio clinico del qui ed ora col terapeuta.

“Lo scambio terapeutico è uno scambio di oggetti sé importante, la premura dell’analista, la sua affidabilità, la costanza, la pazienza, l’onesta, la schiettezza oltre alla sua flessibilità davanti all’antagonismo e al ritiro, smentiscono le aspettative del paziente, vale a dire la convinzione che inevitabilmente i fallimenti empatici del passato si ripeteranno” (Lichtenberg, 1992). Ciò amplia la possibilità del paziente di riorganizzarsi in questa nuova esperienza, aprendo altri percorsi precedentemente bloccati; il terapeuta è colui che agevola la sua vitalità momento per momento, l’espressività affettiva, la rabbia, il pianto, la sofferenza presente nelle esperienze avversive portano ad un senso di sollievo differente e si riorganizza diversamente rispetto al passato in una nuova cornice esperienziale empatica in cui è attivo un transfert oltre che ripetitivo anche evolutivo e un nuovo modo di riflettere condiviso che permette una nuova riorganizzazione delle rappresentazione simboliche.

Per Lichtenberg lo scambio analitico implica una “responsività empatica” da parte dell’analista, la sintonia con gli stati mentali ed emotivi dell’analizzando permette di percepire obiettivi motivazionali del paziente per ristabilire o riorganizzare un senso di equilibrio (self- righting) che ristabilisce il senso di coesione. Nello sviluppo normale i bisogni del bambino sono stati riconosciuti e gratificati e i segnali per esempio di disagio (paura, preoccupazione) hanno avuto delle risposte congruenti al bisogno; senso di sicurezza ed esuberanza nel gioco esperiti nell’esplorazione e nell’assertività con l’adulto si sono organizzati in maniera positiva. Se l’esperienza vissuta è quella dei bisogni non soddisfatti si cercheranno gratificazione, gioia, sollievo al disagio, vitalità in esperienze alternative in cui gli affetti possono essere piacevoli ma le conseguenze disadattive lasciano poi la persona con la sensazione di vuoto. L’obiettivo terapeutico è teso a riorganizzare un senso del sé più attivo, flessibile ed equilibrato con risposte sane e funzionali dei sistemi motivazionali in atto.

I sistemi motivazionali nel modello evoluzionistico di Giovanni Liotti

Nel modello cognitivo evoluzionistico di Liotti (2001) l’uomo viene considerato nella sua particolarità evoluzionistica, relazionale ed esperienziale.

Liotti (2001) concettualizza un modello multi-motivazionale etologico-evoluzionista, la cui base è innata e  universale verso specifici obiettivi; non sono istinti ma propensioni che ci inducono ad agire verso specifici obiettivi. Tali tendenze nascono originariamente nel corso dell’evoluzione e vengono selezionate dai processi evoluzionistici quando sono favorevoli alla sopravvivenza e alla riproduzione del singolo organismo, del suo gruppo sociale e della specie. Teorizza l’esistenza di cinque sistemi motivazionali interpersonali distinti denominati SMI (Sistemi Motivazionali Interpersonali) che prendono forma solo nell’interazione intersoggettiva e una volta attivati organizzano il comportamento sociale:

  • Il sistema di attaccamento, implica la richiesta di cura o di vicinanza protettiva (Bowlby, 1969).
  • Il sistema di accudimento è complementare al sistema di attaccamento, infatti riguarda l’offerta di cura.
  • Il sistema agonistico è riferito alla competizione e al rango
  • Il sistema sessuale è proteso a cercare un partner dell’altro sesso, disponibile per il corteggiamento, l’accoppiamento, al consumare il coito, il mantenere la vicinanza  e mantenere il legame in virtù dell’accudimento congiunto della prole.
  • Il sistema di cooperazione paritetica, implica uno sforzo congiunto di un riconoscimento paritario.

In linea con Damasio (1999) i SMI organizzano le emozioni che costituiscono la base dell’esperienza cosciente “coscienza primaria”.

L’intersoggettività implica la condivisione relativa all’esperienza propria e dell’altro e la meta-cognizione dipende dai contesti di attivazione dei diversi SMI importante nella condivisione nel dialogo clinico ( Fonagy, 2004; Di Maggio, Semerari 2003).

Parte dal presupposto che la “coscienza” è un processo continuo che istituisce continuità esperienziale ed ha dei contenuti quali pensieri, sensazioni ed emozioni connessi alla memoria, tuttavia essa attraversa inevitabili stati di discontinuità.

La coscienza è un fenomeno intrinsecamente relazionale che nasce dalla comunicazione tra mondo interno ed esterno (principio neuro scientifico) e l’esperienza soggettiva può essere compresa solo in un contesto di condivisione, nel nostro caso nella condivisione col terapeuta (Guidano, 1996; Liotti 2001).

Liotti, riprendendo la teoria evoluzionistica di Bowlby, e in sintonia con le teorie psicoanalitiche relazionali e intersoggettive, sottolinea come siano decisive le relazioni/interazioni nei primi anni di vita. La relazione terapeutica dovrebbe dare la possibilità a queste persone di accedere ad un esperienza di autentica intersoggettività fra pari, in particolare all’ideale di sicurezza, alla pariteticità e libertà comunicativa (Liotti, 2005) e consentire al suo interno il ripristino o la conquista del grado di continuità della coscienza e di coerenza nella conoscenza soggettiva.

Il sistema motivazionale di attaccamento influisce sullo stile relazionale tra sé e l’altro e caratterizza la particolare modalità di auto percezione e di rappresentazione dell’altro. Ciò ha una certa rilevanza nella formazione psicopatologica, ed è ingente la qualità dell’esperienza di relazione tra il caregiver (accudente) e il bambino che vive tale relazione. Il tipo di attaccamento vissuto per esempio può essere un fattore di rischio per la generazione psicopatologica di quell’individuo. Lo stile di attaccamento interiorizzato, quindi il MOI (Modello operativo interno) manifestato nelle relazioni adulte realizza un determinato senso di sé, del modo di rappresentarsi e rappresentare l’altro.

Il presupposto della teoria cognitivista/evoluzionistica, in sintonia con lo studio dei sistemi motivazionali di Lichtenberg e con lo studio della neuroscienze, converge, sviluppa e rafforza l’importanza relazionale dell’opportunità del paziente di potersi riorganizzare emotivamente all’interno di uno scambio vivo, autentico di sintonia empatica nel “qui ed ora” nella relazione tra terapeuta e paziente.

L’enorme mole di studi sui sistemi motivazionali, grazie a questi autorevoli studiosi, ci fornisce una grande ricchezza scientifica di conoscenza sulla natura umana. Ci aiutano a comprendere e orientare le persone in quella possibilità esperienziale per cui si può agire con vitalità e produttività anziché reiterare il ritiro nella malattia. Avere la possibilità di riorganizzarsi emotivamente e cognitivamente è una speranza verso una nuova opportunità motivazionale alla vita, così vivo in quello scambio terapeutico del qui ed ora; oltre le competenze scientifiche e cliniche, l’importanza autentica e consapevole della nostra presenza terapeutica per l’altro farà probabilmente una significativa differenza. Ciò lo dobbiamo a chi lo ci ha indirizzato ad arricchirci come persone e come terapeuti.

 

Caregiver burden: lo stress dei genitori con figli disabili

Il caregiver burden viene definito come una forma di disagio psicofisico che coinvolge numerosi aspetti della vita quotidiana.

 

Il termine “caregiver” significa letteralmente “colui che fornisce cure”: si riferisce alle persone che accudiscono chi ha subito una diminuzione o una perdita di autonomia e che, pertanto, necessita di assistenza. Molto spesso, soprattutto in questo ultimo periodo, sentiamo parlare di caregiving professionale, in cui chi presta aiuto è personale specializzato.

Una tipologia di caregiver – altrettanto fondamentale ma frequentemente sottovalutata – è quella familiare, relativa cioè alle persone care che supportano un parente in difficoltà. Nel linguaggio comune si fa riferimento quasi automaticamente alla condizione di assistenza alla vecchiaia: i parenti a cui si pensa quando si parla di caregiving familiare sono solitamente anziani affetti da demenza senile o, comunque, che hanno perso la propria autonomia nel prendersi cura di sé.

Oggi invece vogliamo parlare di una categoria troppo spesso ignorata, ovvero i genitori di figli affetti da disabilità. Essere genitore, soprattutto durante i primi anni di vita di un figlio, significa fornire cure ed assistenza quotidiana. Un impegno costante e faticoso che è destinato gradualmente a terminare con il trascorrere del tempo, al raggiungimento delle normali tappe evolutive di sviluppo, che prevedono l’acquisizione di sempre maggiore indipendenza. Essere genitore di un figlio diversamente abile contempla invece differenti incarichi: in alcuni casi l’autonomia viene raggiunta solo parzialmente dal minore e non in tutti gli ambiti della vita. Naturalmente, ne consegue che il caregiving si sviluppi in maniera maggiormente complessa e duratura: i padri e le madri diventano fornitori di assistenza quotidiana e continuativa, impegno che si aggiunge al profondo dolore e alla sofferenza sperimentate nel vedere il proprio figlio in difficoltà. Per tali ragioni è fondamentale analizzare il cosiddetto “caregiver burden”, letteralmente il peso dell’assistenza, sopportato da chi fornisce cure.

Il caregiver burden viene definito come una forma di disagio psicofisico che coinvolge numerosi aspetti della vita quotidiana; si caratterizza da un’ampia sintomatologia, composta da stati di ansia, umore depresso, disturbi del sonno ed un generale malessere emotivo che si ripercuote su ambiti personali, sociali ed economici, relativi all’assistenza. Una sofferenza che incide negativamente sulla qualità della vita globale del caregiver.

Negli ultimi anni, tale figura ha acquisito sempre maggiore importanza, tanto da essere inserita nell’Ordinamento Italiano: la Legge Finanziaria del 2017, infatti, per la prima volta qualifica giuridicamente il caregiver familiare; tale definizione è stata accompagnata da una previsione di risorse economiche dedicate alle persone che si prendono cura di parenti bisognosi di assistenza: è stato istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali un fondo per il sostegno del ruolo di cura del caregiver. Quanto inserito nel testo legislativo costituisce quindi la statuizione giuridica dell’esistenza della figura del caregiver familiare – precedentemente invisibile all’Ordinamento – riconoscendone il grande valore sociale ed economico. L’attività di cura non professionale viene dunque finalmente considerata come fondamentale, dichiarando l’immenso valore del lavoro svolto dai familiari per la società. Emerge chiaramente la situazione degli ingenti costi che il Sistema Sanitario Nazionale si troverebbe ad affrontare qualora queste figure venissero a mancare o fossero impossibilitate a fornire cure. Sarebbe dunque interesse comune, delle istituzioni sanitarie in particolare, prendersi cura non solo delle persone con disabilità ma anche della salute dei caregivers, che sopportano una vasta percentuale dei costi sanitari fornendo ai parenti assistenza non retribuita.

Il valore centrale dei familiari – nel nostro caso dei genitori con figli diversamente abili – va pertanto riconosciuto, tutelandone il benessere psicofisico globale. Allo scopo di preservare la salute mentale dei caregivers, padri e madri di bambini affetti da disabilità, ne vanno innanzitutto riconosciute le principali emozioni. Studi scientifici dimostrano come i caregivers familiari sperimentano in particolare stati d’animo di rabbia, senso di colpa, tristezza, vergogna e invidia.

La rabbia, legata a stanchezza psicofisica, sensazione di pesantezza, stati di frustrazione ed impotenza, sembra essere l’emozione che accomuna la maggior parte dei genitori di figli disabili: faticando ad accettare la condizione di handicap del minore, le madri e i padri tendono infatti ad esperire tensione, irrequietezza, sensazione di perdere il controllo e timore di esplodere con agiti aggressivi. La rabbia si unisce alla percezione di aver subito un danno ingiusto: la nascita di un bambino diversamente abile costituisce un evento traumatico in cui il caregiver può ritenere di essere stato ostacolato o privato di una positiva esperienza di genitorialità, con pensieri quali “non doveva succedere”, “perché è accaduto proprio a noi?”. Specialmente nei casi in cui la disabilità viene causata da un errore medico, i genitori tenderanno a pensare che il danno poteva essere evitato, attribuendo le colpe all’esterno ed aumentando l’intensità emotiva di tipo negativo. La rabbia diventa positiva qualora si trasformasse in grinta, energia necessaria al raggiungimento dei propri obiettivi.

Emozione tipicamente sperimentata è altresì quella del senso di colpa, con conseguente sensazione di inutilità e percezione di inefficacia. I genitori, infatti, possono ritenere di aver – seppur involontariamente – provocato al figlio un danno e, di conseguenza, tendere inutilmente alla riparazione di esso o all’espiazione del dolo. Sentirsi colpevoli, qualora si fosse deliberatamente causato pregiudizio, è un’emozione utile e funzionale al conseguente risarcimento; ma nel caso descritto la colpa provoca esclusivamente un rimorso afinalistico.

La tristezza viene descritta dai genitori di figli diversamente abili come un sentimento di “lutto” verso una mancata genitorialità così come la si era immaginata. L’umore deflesso si accompagna a pianto, apatia, scarsa energia e comportamenti di chiusura e ritiro. Lo scopo di vita dei padri e delle madri potrebbe infatti essere percepito come irrimediabilmente compromesso, con pensieri quali “non c’è più niente da fare”, “non sarò mai un genitore normale”. La tristezza può essere letta però anche come un’emozione con risvolti positivi: permette infatti una riorganizzazione mentale, imponendo una riflessione su quanto accaduto, che può essere utile e funzionale alla necessaria elaborazione cognitiva, per dare nuove interpretazioni agli eventi negativi vissuti.

L’emozione della vergogna può essere sperimentata dai caregivers familiari nei casi in cui la disabilità del figlio si renda apertamente visibile agli altri. Arrossire, sudare, desiderare di nascondersi e di distogliere lo sguardo sono alcune delle sensazioni percepite da coloro che provano vergogna: i genitori possono infatti sentirsi incapaci, falliti, inadeguati nell’autovalutazione di sé, giudicarsi non all’altezza nelle situazioni di esposizione sociale. Una elevata sensibilità alla critica e al giudizio rende maggiormente vulnerabili all’esperienza di tale emozione, così come il morboso desiderio di compiacere e di aderire a rigidi ed elevati standard esterni.

Infine, i caregivers familiari esperiscono l’emozione di invidia. Nel confronto con diverse famiglie, infatti, i genitori potrebbero tendere ad esaltare le condizioni degli altri bambini, situazioni da essi desiderate e impossibili da raggiungere. Tale emozione provoca una sensazione di perenne insoddisfazione e, seppur perfettamente comprensibile a livello emotivo, andrebbe gestita adeguatamente allo scopo di diminuire l’intensità del malessere, già presente nei caregivers.

Unitamente alle emozioni negative precedentemente descritte, si sottolinea la sensazione di profondo dolore provocato dalla nascita di un figlio con difficoltà. L’accumularsi di stati d’animo spiacevoli, reiterati nel tempo e non adeguatamente trattati, può condurre ad uno stress cronico nei caregivers. Se è vero che la nascita di un figlio disabile comporta sicuramente sofferenza, è altresì corretto sottolineare come di fronte ad un medesimo evento negativo esistano modalità molto differenti di interpretarlo e, di conseguenza, di fronteggiarlo.

Numerose ricerche hanno evidenziato come alcune caratteristiche individuali dei caregivers influenzano la capacità di tollerare la pesantezza dei compiti assistenziali a cui vengono chiamati. Nello specifico, requisiti di natura demografica e socio-economica – quali l’età, il genere, la cultura di appartenenza e lo status del caregiver – incidono nell’abilità di fronteggiare più o meno efficacemente lo stress della cura, così come lo stato di salute e benessere psicofisico in cui si trova il genitore nel momento della presa in carico. Inoltre, si rivelano importanti le caratteristiche psicosociali del caregiver, ovvero la personalità, le disposizioni caratteriali, il temperamento, la rete sociale ed il sostegno di cui dispone. Va sottolineato altresì che una variabile è costituita dalla relazione emotiva ed affettiva tra il genitore ed il care-reciver: non tutti i rapporti tra un caregiver ed un figlio, infatti, sono simili.

Studi scientifici rilevano l’importanza dell’autoefficacia percepita: nella prevenzione del caregiver burden, infatti, una caratteristica fondamentale è relativa alla sensazione di riuscire ad agire incisivamente nei diversi compiti a cui il genitore è chiamato, di avere potere e di essere utile nell’aiuto fornito al figlio diversamente abile. L’autoefficacia viene considerata ad oggi un moderatore della relazione tra stress e benessere, pertanto diventa fondamentale considerarlo un aspetto da potenziare. I caregivers meno resilienti, ovvero scarsamente resistenti nella tolleranza all’evento traumatico da cui sono stati investiti, hanno maggiore probabilità di istituzionalizzare il figlio disabile o, comunque, di mostrare difficoltà nella gestione della sua crescita; al contrario, alti livelli di resilienza si legano ad una migliore capacità di cura, in quanto sinonimi di maggiore fiducia in se stessi e sicurezza circa le proprie competenze nel fornire assistenza al minore. Inoltre, il supporto sociale e professionale di cui il caregiver familiare può beneficiare incide notevolmente sullo sviluppo dello stress psicofisico: disporre di una rete di sostegno, infatti, influenza il cosiddetto stile di attribuzione, ovvero la modalità con cui i genitori valutano le situazioni connesse alla disabilità del figlio.

Il possibile sviluppo di un elevato grado di caregiver burden dipende da molteplici fattori aggiuntivi: il carico di tempo, ovvero l’impegno che i genitori dedicano all’assistenza dei figli durante la giornata; il carico evolutivo, ossia la sensazione di perdere chances ed opportunità rispetto alla propria generazione, a causa degli oneri assistenziali a cui si è costretti; il carico fisico, che riguarda le ripercussioni sulla salute dei caregivers in termini di fatica, perdita di sonno, stanchezza; il carico sociale, relativo alle relazioni con gli altri membri della propria famiglia e, nello specifico, all’eventuale presenza di conflitti emersi in concomitanza alla condizione di disabilità del minore; il carico emotivo: la sperimentazione delle sensazioni negative del caregiver nei confronti del figlio e della sua disabilità.

Quali sono dunque le possibili strategie da adottare nella gestione di tali emozioni, allo scopo di prevenire lo sviluppo dello stress genitoriale?

La condizione di caregiver non può essere letta all’interno dei modelli classici dello stress: l’effetto dell’evento traumatico, infatti, non è diretto ma viene mediato da fattori di vulnerabilità e di risorse individuali. Esistono disposizioni cognitive e sociali capaci di agire come fattori di auto-regolazione nella gestione del “burden”. La nascita di un figlio diversamente abile non può essere considerato un processo unitario: è mutevole nel tempo e si caratterizza da situazioni e difficoltà notevolmente differenti tra loro, anche a seconda del grado di disabilità e della cronicità dei sintomi riportati dal minore. All’interno di un ventaglio così ampio di circostanze, nessuna strategia di coping può essere considerata sempre e comunque funzionale. Nella maggior parte dei casi, generalmente, si considera efficace la capacità di accettazione dell’evento subito: ciò implica il potere di non cadere in condizioni di ritiro, evitamento, negazione o tentativo di non affrontare quanto accaduto. Strategie che potrebbero rivelarsi efficaci a breve termine ma che, con il trascorrere del tempo, sono destinate a condurre verso il contatto con emozioni intense e dolorose.

Naturalmente, la mancanza di adeguati spazi e risorse per prendersi cura di se stessi costituisce un importante fattore di stress: l’assenza di tempo da dedicare al benessere personale può divenire deleteria per il genitore, provocando conseguenze negative a livello psicofisico ed emotivo. I caregivers familiari andrebbero infatti sostenuti nel ritagliarsi uno spazio di individualità e di condivisione con il partner e con eventuali altri figli, allo scopo di prevenire lo stress e di salvaguardare le relazioni interpersonali. Il sostegno sociale, ovvero la possibilità che il genitore ha di accedere a differenti tipi di aiuti e di risorse attraverso la comunità di cui fa parte, riveste funzioni importanti quali fornire un supporto emotivo ma anche informativo, con un effetto diretto sul benessere. A tale scopo, funzione importante è rivestita anche dalle numerose associazioni che si occupano di disabilità.

Studi scientifici sono concordi nell’indicare come intraprendere un percorso psicoterapeutico può assolvere lo scopo di interpretare differentemente la situazione negativa vissuta, attribuendogli nuovi significati per favorire un adeguato processo di regolazione emotiva. In conclusione, appare dunque fondamentale poter chiedere aiuto per fronteggiare funzionalmente la condizione di genitorialità con un figlio diversamente abile, allo scopo di vivere tale esperienza in maniera equilibrata e prevenendo la comparsa di un invalidante “peso dell’assistenza”.

 

L’adolescenza e la rottura del processo adottivo

Con il termine “rottura dell’adozione” si è soliti far riferimento a tutte quelle situazioni caratterizzate da una separazione definitiva tra genitori e figli adottivi (Palacios et al., 2018).

 

Le rotture adottive sono il risultato di una commistione di fattori legati al bambino adottato, ai genitori adottivi, alla relazione bambino-genitore e al sostegno fornito dai servizi professionali che si occupano di adozione.

La ricerca ha evidenziato che la maggior parte delle rotture adottive avviene durante i primi anni (Palacios et al., 2015; Rolock & White, 2016). Tuttavia, il più delle volte, queste informazioni sono state fornite a livello puramente descrittivo e non è stata effettuata alcuna analisi approfondita.

È noto che il passaggio all’adolescenza è un periodo delicato sia per i minori adottati che non, un intervallo caratterizzato da cambiamenti che possono innescare comportamenti disadattivi e problematici. Sia le ricerche sulle adozioni nazionali (Miller et al., 2000) che quelle sulle adozioni internazionali (Bimmel et al., 2003) hanno rilevato una maggiore insorgenza di problematiche tra gli adolescenti adottati rispetto ai loro coetanei non adottati. Sono le esperienze di preadozione e i problemi specifici affrontati dagli adottati al raggiungimento dell’adolescenza, come l’intensificazione dei sentimenti di perdita e di ricerca della propria famiglia biologica, a determinare le differenze osservate rispetto ai giovani non adottati (Brodzinsky, Schechter & Henig, 1992).

Uno studio preso in esame, basandosi sulla letteratura esistente che identifica come età media della rottura i 13-14 anni, si è proposto di verificare se esistessero delle differenze tra le rotture precoci, ovvero quelle che si verificano prima dell’adolescenza e, quelle che avvengono più tardi, ovvero durante l’adolescenza, con l’obiettivo di analizzare nello specifico il ruolo giocato dall’adolescenza in questo fenomeno.

Al fine di effettuare la suddetta analisi, sono stati identificati 69 casi; di questi, il 49,3% ha lasciato la famiglia adottiva prima della legalizzazione dell’adozione e il 50,7% a seguito della formalizzazione del processo.

I risultati hanno mostrato aspetti comuni tra i due gruppi, ma hanno evidenziato anche alcune differenze.

In relazione alle somiglianze osservate, è interessante notare che non sono state trovate differenze in relazione ad alcune variabili tradizionalmente considerate come fattori di rischio per la rottura. La più sorprendente è l’età di collocamento che è risultata simile sia nelle rotture preadolescenziali che in quelle post-adolescenziali. Ciò non deve però essere interpretato come un’indicazione che l’età di collocamento non sia rilevante per l’esistenza della rottura stessa. Infatti, all’interno del gruppo delle adozioni interrotte, indipendentemente dall’età in cui si è verificata la rottura, l’età di collocamento era significativamente più alta rispetto al gruppo delle “adozioni intatte”.

Ulteriormente, i risultati dello studio hanno confermato che, alla base della rottura dell’adozione, vi è una commistione di diversi fattori.

In primo luogo, è stato osservato che le interruzioni precoci si verificano per lo più nel periodo preadottivo. Inoltre, la durata dei collocamenti è molto più breve nei casi di interruzione precoce rispetto ai casi di interruzione tardiva.

L’ulteriore differenza tra i due gruppi riguarda le aspettative dei genitori adottivi, che risultano essere spesso irrealistiche (Randall, 2013). A ciò si aggiungono anche problematiche legate all’attaccamento, che sembrano essere più frequenti nelle rotture precoci.

Nelle casistiche in cui l’adozione riguardava gruppi di fratelli è stata riscontrata una maggior frequenza di interruzioni precoci. In questi casi, le rotture sono apparse più brusche e, a seguito dell’allontanamento del bambino, i tentativi di ricongiungimento da parte dei genitori adottivi erano molto più scarsi.

Quanto appena detto sembra confermare il fatto che i genitori adottivi di questo gruppo abbiano avuto maggiori difficoltà a sviluppare un impegno emotivo nei confronti del bambino adottato che non era all’altezza delle loro aspettative e la presenza di fratelli ha verosimilmente esacerbato il problema.

Inoltre, è anche probabile che i genitori adottivi delle famiglie in crisi precoce non si siano sentiti legalmente vincolati, in quanto il processo di adozione non era ancora stato formalizzato.

Il gruppo di famiglie in crisi tardiva è risultato significativamente diverso. Il fattore principale in questo gruppo sembra essere rappresentato per lo più da problemi comportamentali, che in questo caso sono stati più diffusi rispetto al gruppo delle rotture precoci e la presenza di episodi di violenza da parte del bambino nei confronti del genitore nel gruppo di età superiore ai 13 anni è stata quattro volte più frequente rispetto ai casi in cui la rottura è avvenuta prima di tale età. Una possibile spiegazione di questi risultati è che la violenza che viene messa in atto da parte degli adolescenti è più difficile da gestire rispetto alla violenza dei bambini. Gli adolescenti crescono e diventano abbastanza forti e spesso i genitori non sono in grado di controllarli fisicamente. I risultati appena esposti relativi alla rottura durante l’adolescenza coincidono con il modello di insorgenza precoce identificato da Selwyn e Meakings (2015), che descrive l’insorgenza della violenza tra adolescenti e genitori all’interno delle famiglie adottive. Questo modello è caratterizzato dalla presenza di problemi durante l’infanzia, con una graduale escalation della loro intensità dopo l’inizio dell’adolescenza.

Per comprendere meglio la relazione tra adolescenza e rottura dell’adozione, è importante ricordare che l’adolescenza è anche il momento in cui i bambini adottati iniziano a sentirsi più padroni della propria vita e per loro la rottura non è vista solo come un fallimento, ma anche come un’opportunità di ricominciare o di tornare dalle loro famiglie di origine.

Lo studio presentato determina alcune implicazioni necessarie al miglioramento della pratica professionale.

In primo luogo, è importante che i problemi rilevati all’inizio del processo adottivo non vengano sottovalutati, perché in molti casi, i problemi hanno origine durante l’infanzia e tenderanno ad esacerbarsi durante l’adolescenza, determinando una rottura. Inoltre, le valutazioni di idoneità dovrebbero essere eseguite tenendo presente i bisogni degli adottati e le competenze degli adottanti.

In secondo luogo, i risultati suggeriscono che le pratiche di adozione non dovrebbero essere chiuse a seguito della formalizzazione del processo. Il sostegno fornito dai professionisti dovrebbe essere continuo. È particolarmente importante che questo supporto professionale venga fornito durante l’adolescenza, che risulta dunque essere il periodo in cui vi è un maggior rischio di rottura.

 

Rape Culture

La rape culture appare intrinsecamente collegata al fenomeno del victim blaming, in quanto costituisce il suo retroterra socioculturale. Nei casi di violenza sessuale, la donna che sporge denuncia è spesso costretta ad abbandonare i legittimi panni di vittima per rivestire il ruolo di oggetto d’indagine.

 

La “cultura dello stupro” – dall’inglese rape culture – costituisce un retroterra culturale, ampiamente condiviso, in base al quale la violenza è percepita come sexy e la sessualità come violenta, per cui si abbraccia l’idea che l’uomo sia strutturalmente un predatore e la donna una preda sessuale (Buchwald et al. 1993: v). La rape culture affonda le sue radici in una società di natura patriarcale con un sistema di giustizia penale fallocentrico, sia a livello professionale che criminale, nel quale la credibilità della donna che denuncia viene continuamente messa in dubbio, a favore di una revittimizzazione – o vittimizzazione secondaria – della stessa.

Origine del termine

L’origine del termine è incerta. La prima definizione viene comunemente attribuita al premiato documentario Rape Culture, realizzato da Margaret Lazarus nel 1975, che esamina la relazione tra le fantasie sessuali statunitensi e la rappresentazione dello stupro nei film, nella musica e in altre forme d’intrattenimento.

In quegli stessi anni anni, è la giornalista Susan Brownmiller, a darne una definizione, nel libro Against our will: Men, women and rape (1975), sostenendo che lo stupro ha la funzione di “mantenere tutte le donne in un costante stato di intimidazione” (1975, p. 209).

Più tardi, nel 1993, Pamela Fletcher, Emilie Buchwald e Martha Roth diedero una definizione più estesa di “cultura dello stupro”, nel libro Transforming a Rape Culture:

«Un complesso di credenze che incoraggia l’aggressività sessuale maschile e sostiene la violenza contro le donne […] e che normalizza il terrorismo fisico ed emotivo contro le donne.”

Alla luce di questa spaventosa minaccia di stupro, costantemente in sospeso sulle loro teste, le donne hanno paura di avventurarsi fuori la sera, di viaggiare da sole, di bere alcolici, di partecipare alle feste.

L’espressione “cultura dello stupro” è in realtà molto ampia perché fa riferimento a “un continuum di violenza minacciata che spazia dai commenti sessuali alle molestie fisiche fino allo stupro stesso” (Buchwald, Fletcher, and Roth, 1993). Infatti, si manifesta e concretizza mediante l’adozione quotidiana di un lessico misogino, attraverso l’oggettivazione sessuale dei corpi femminili, operata dai media, e grazie a un massiccio processo di normalizzazione della violenza.

Dati allarmanti

Nel mondo, la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3. Similmente, i dati Istat descrivono una situazione preoccupante: in Italia, una donna su tre afferma di aver subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita (il 31,5%), in particolare il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, e il 5,4% le forme più gravi di violenza sessuale, come lo stupro e il tentato stupro. Se gli sconosciuti, nella maggior parte dei casi, sono autori di molestie sessuali, le forme più gravi di violenza sono perpetrate da partner (62,7%), amici (9,4%), e parenti (3,6%).

Victim blaming

La cultura dello stupro appare intrinsecamente collegata al fenomeno del victim blaming, in quanto costituisce il suo retroterra socioculturale. Nei casi di violenza sessuale, la donna che sporge denuncia è spesso costretta ad abbandonare i legittimi panni di vittima per rivestire il ruolo di oggetto d’indagine per l’abbigliamento indossato in quel momento, la strada percorsa, l’orario d’uscita, il numero di partner sessuali avuti nella vita, tutti interrogativi volti a trasferire su di lei la responsabilità di quel che le è accaduto. Nella maggior parte dei casi, coloro che incolpano la vittima non dicono esplicitamente “voleva essere violentata ed è stata colpa sua”, piuttosto fanno commenti del tipo “beh, la sua gonna era piuttosto corta …” o “Stava bevendo un sacco …”, affermazioni che, pur non attribuendo esplicitamente la responsabilità alla vittima, sottintendono che se la sia, in qualche modo, cercata (Thacker, 2017). Si realizza così un processo di vittimizzazione secondaria, sia all’interno del sistema giudiziario che tende a contestare le vittime di stupro, sia all’interno della cornice mediatica, che veicola rappresentazioni irrealistiche dello stupratore e della ipotetica vittima.

Il ruolo dei media

Le modalità di cui si servono i media per ritrarre lo stupro sono spesso inadeguate, infondate e di parte (Mukhopadhyay, 2008). Infatti, si tende a raffigurare gli stupratori come bestie impazzite, sessualmente frustrate, che saltano fuori di notte, nascosti dietro ai cespugli, per attaccare donne indifese, una descrizione che inquadra lo stupro quale crimine commesso soltanto da uomini “malati”. Non a caso a livello cinematografico e letterario l’aggressione sessuale è spesso descritta come uno stupro compiuto da uno sconosciuto, nonostante il 73% delle aggressioni sia in realtà commesso da qualcuno che la vittima conosce, come il partner o un amico (Filipovic, 2008, p. 21).

Ciò risulta piuttosto dannoso perché informa l’opinione pubblica su chi sarebbe o meno in grado di commettere una violenza sessuale e insinua una credenza tanto sbagliata quanto culturalmente pericolosa ossia che l’uomo della porta accanto, magari marito e padre, che non agisce mediante queste losche modalità, non potrebbe mai violentare qualcuno (Taslitz, 1999).

I media tendono a ritrarre in modo fuorviante anche le vittime di violenza sessuale, di solito descritte come “bugiarde, ipersessuali ed egoiste” (Taslitz, 1999), e colpevoli di quanto accaduto, in quanto accusate di aver “provocato”, in qualche modo, l’abuso con i propri comportamenti, definiti dai media “carini” e “civettuoli”. Si costruisce, così, una pericolosa cornice di vittimizzazione mediatica, all’interno della quale vengono forniti consigli alle donne su come evitare lo stupro mediante l’adozione di una serie di “regole comportamentali” – come uscire sempre in gruppo, non essere mai sole la notte e non lasciare mai il proprio drink incustodito  – che implicano una responsabilità personale delle donne, vittime di violenza, sprovvedute e incoscienti, in quanto non sufficientemente preparate a scongiurare una possibile aggressione sessuale.

La copertura mediatica di casi di stupro reali non solo mette in discussione ciò che le donne hanno fatto o meno per provocare quell’aggressione sessuale (Mukhopadhyay, 2008), ma propone una netta distinzione tra “brave” ragazze e “cattive” ragazze, una dicotomia di genere che offre agli uomini il beneficio del dubbio nella corte dell’opinione pubblica (Humphries, 2009): le “brave ragazze” sono quelle pudiche, non sessualmente promiscue, che non erano ubriache al momento dell’aggressione e che hanno seguito tutte le “regole” per evitare di essere violentate; al contrario, le “cattive ragazze” sono quelle che hanno violato una o più delle linee guida per “scongiurare le aggressioni sessuali” che la cultura dello stupro ha stabilito per loro.

È bene sottolineare, invece, che lo stupro costituisce un crimine violento, inscrivibile all’interno di una cornice patriarcale dove regna l’egemonia maschile che facilita l’uso di comportamenti violenti contro le donne, un atto commesso allo scopo di esercitare il proprio potere maschile e imporre il controllo sull’altra persona, non motivato dalla ricerca del mero piacere sessuale (Benedict, 1993, p.104).

In conclusione, il victim blaming, così diffuso nei media, sembrerebbe sostenere fortemente l’affermarsi di una cultura dello stupro, grazie all’insidiosa capacità che i mezzi comunicativi hanno di raggiungere e influenzare un numero enorme di persone, ma al contempo è la cultura dello stupro a costituire il terreno fertile per il diffondersi di atteggiamenti colpevolizzanti verso le vittime di violenza.

Il sistema giudiziario

Gran parte dell’incapacità del sistema giudiziario di gestire efficacemente i casi di stupro risiede nel sospetto della vittima e delle sue motivazioni, sostenuto dall’influenza dei media che diffondono scorrette rappresentazioni dello stupro e alimentano falsi pregiudizi.

Ad esempio, una precedente storia sessuale di qualsiasi tipo genera una forma di riluttanza nel condannare presunti stupratori e qualsiasi prova del consumo di alcol o droghe da parte della vittima porta i giurati a dubitare che si sia verificato uno stupro (Allison e Wrightsman, 1993).

Sulla rivittimizzazione operata dal sistema giudiziario, nel 1998 McLeer scriveva: “Le azioni della polizia, che spesso fanno sentire una donna come una criminale, e i tribunali, dove molte donne riferiscono di sentirsi violate per la seconda volta dal processo legale, così come la difficoltà di procurarsi una condanna, partono dal presupposto che la donna è da biasimare per essere stata violentata” (p.45). È come se la vittima fosse sotto processo per aver accusato l’autore dello stupro, piuttosto che l’autore stesso per aver commesso l’atto di violenza sessuale, nel tentativo continuo di contestare la veridicità della testimonianza della vittima.

Nella maggior parte dei casi, le vittime sono trattate con sufficienza e guardate con diffidenza; i loro racconti e i danni conseguenti alla violenza subita non sono affrontati in modo soddisfacente, in quanto la vittima viene chiamata a testimoniare e successivamente abbandonata (Bensimon, Jaishankar e Ronel, 2008). Difatti, le condanne che gli stupratori ricevono spesso non riflettono la gravità dei loro crimini, ma in molti casi sono il risultato di patteggiamenti che ignorano la sofferenza delle vittime (Bensimon, Jaishankar e Ronel, 2008).

In nome della risoluzione dei loro casi, alcune donne sono anche costrette a sottoporsi forzatamente a valutazioni di salute mentale (Taslitz, 1999), che contribuiscono alla loro rivittimizzazione in quanto spesso non vengono effettuate allo scopo di valutare o trattare il trauma, ma piuttosto come un altro mezzo per analizzare la veridicità della denuncia della vittima (Mazza, 2012); in particolare, quando tali valutazioni sono disposte dal giudice su richiesta dell’aggressore imputato, ciò può far sentire la vittima come se la propria credibilità fosse ulteriormente messa in dubbio (Mazza, 2012). Mazza (2012) aggiunge che “anche quando le vittime cercano volontariamente la consulenza post-stupro da professionisti della salute mentale, se tali persone esprimono dubbi sulla veridicità delle loro storie, le vittime si sentono ‘violate e nuovamente stuprate” (p.765).

Alcuni sostengono che la persecuzione del sistema di giustizia penale nei confronti delle vittime di stupro è necessaria perché le donne spesso mentono sullo stupro (Palmatier, 2013); tuttavia, gli studi dimostrano che soltanto tra il 2 e l’8% delle accuse di stupro sono false (Lisak, Gardinier, Nicksa e Cote, 2010).

Concludiamo citando le parole di Peterson che, in merito alla sua esperienza nell’affrontare il tipico trattamento riservato alle vittime di stupro da parte del sistema giudiziario, scrive: “Quello che è successo in aula è un sottoprodotto della rape culture – quando ciò che accade alle donne è messo da parte, quando “senza ombra di dubbio” non è ancora abbastanza, quando il tuo passato, il modo di vestire, la media dei voti o lo stato di ebbrezza sono usati per giustificare gli atti spregevoli di violenza sessuale inflitti da un altro” (2008).

 

Un paradigma per indagare l’inibizione: lo Stop Signal Task

Nel paradigma Stop Signal Task il soggetto è posto davanti a uno schermo sul quale si presenta un “segnale di avvio”, a cui è istruito a reagire il più velocemente e accuratamente possibile con una particolare risposta comportamentale.

 

L’inibizione di una risposta è un aspetto fondamentale del controllo cognitivo ed esistono numerosi paradigmi sperimentali adottati nei laboratori di psicologia per studiare come persone e animali controllino i loro movimenti o qualsiasi altra risposta comportamentale.

In letteratura, il paradigma definito Stop Signal Task (SST) risulta essere il principale compito per studiare l’inibizione di una risposta motoria. Quest’ultimo nasce, infatti, per indagare il controllo del pensiero e dell’azione mettendo alla prova l’abilità dei soggetti nel trattenere un movimento pianificato in risposta ad un segnale di stop (Logan & Cowan, 1984).

Ma in cosa consiste questo compito così diffuso in psicologia sperimentale?

Tipicamente il soggetto è posto davanti a uno schermo sul quale si presenta un “segnale di avvio” o “Go target”, a cui è istruito a reagire il più velocemente e accuratamente possibile con una particolare risposta comportamentale, ad esempio premere un tasto (del mouse oppure della tastiera) in risposta a uno specifico stimolo visivo (Van Belle et al., 2014; Meyer & Bucci, 2016).

In una percentuale minore di prove, in seguito alla presentazione del target GO, viene presentato un segnale di stop (ad esempio un suono o un ulteriore stimolo visivo): in questo caso, la risposta deve essere interrotta dal soggetto, inibendo la risposta precedentemente pianificata (Duque et al., 2017).

Quindi, in breve, questo paradigma sperimentale consiste in un compito a tempo con due possibilità di risposta, con un compito primario di scelta (ad esempio “premi in tasto quando compare il target GO”) occasionalmente interrotto da un segnale di stop (ad esempio “non premere il tasto quando compare il segnale di stop”), il quale indica ai partecipanti di trattenersi dal rispondere in quella specifica prova (Matzke, Verbruggen & Logan, 2018).

Per comprendere meglio la struttura di questo paradigma, possiamo citare un esempio come lo studio di Gaillard e collaboratori (2020), rappresentato graficamente nella seguente immagine (Fig.1).

Stop Signal Task un paradigma per indagare l inibizione Psicologia Fig 1

Fig. 1: Esempio del paradigma Stop signal task: nello studio di Gaillard et al. (2020) è presentato un punto di fissazione, al quale segue uno stimolo go e successivamente, in una percentuale minore di prove, uno stimolo sonoro, al quale i soggetti sono istruiti a non rispondere. (Immagine di Gaillard et al. 2020).

L’abilità del soggetto di inibire la risposta è probabilistica e dipende dallo Stop Signal Delay (SSD), ossia l’intervallo temporale tra il segnale go e il segnale di stop: generalmente, all’aumentare dell’SSD diminuisce la probabilità che il soggetto sia in grado di inibire l’output comportamentale, ossia la risposta.

Una misura di interesse nel paradigma in questione è il tempo di reazione del segnale di arresto (SSRT), cioè una stima quantitativa del tempo necessario per interrompere una risposta ormai avviata: SSRT più brevi sono associati a un migliore controllo inibitorio (Meyer & Bucci, 2016). Questa misura è stata utilizzata per esplorare non solo i meccanismi cognitivi e neurali dell’inibizione della risposta (Logan & Cowan, 1984), ma anche  sviluppo e declino delle capacità inibitorie nel corso della vita (Chevalier, Chatham & Munakata, 2014).

In ambienti di laboratorio, lo Stop Signal Task deve la sua popolarità al modello sottostante, ossia l’Horse-race Model (Logan & Cowan, 1984) che facilita la stima della latenza dell’inibizione della risposta altrimenti non osservabile (Matzke, Verbruggen & Logan, 2018).

Questo modello si basa sulla teoria dell’inibizione di Logan e Cowan (1984), in cui si propone che un segnale di controllo, come un segnale di stop, avvii un processo di arresto che si scontra con i processi alla base dell’azione in corso. Quando il processo di arresto arriva prima al suo completamento vince la gara contro il processo di risposta precedentemente innescato e l’azione viene correttamente inibita. Se, invece, è il processo di risposta a terminare prima (quindi “vince la gara” contro il processo di arresto), l’azione prosegue fino al completamento (Logan & Cowan, 1984).

Questo paradigma sperimentale si è rivelato utile perfino nella pratica clinica, in cui lo Stop Signal Task ha contribuito a caratterizzare i deficit nell’inibizione comportamentale in condizioni patologiche come la malattia di Parkinson, la schizofrenia, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e nelle dipendenze da alcol e droghe (Duque et al., 2017).

 

Influenza social network: il mito degli Influencer

Gli influencer sono “utenti Internet ordinari che accumulano un numero relativamente grande di follower tramite blog e social media, per mezzo della narrazione testuale e visiva delle loro vite personali e dei loro stili di vita.”

 

Nei gruppi e fra i gruppi la comunicazione concerne, innanzitutto, l’influenza sociale, ovvero quella modalità di orientare e dirigere in modo reciproco il sistema delle credenze, dei desideri, degli atteggiamenti e degli scopi dei membri di un gruppo (Turner, 1991). All’interno della psicologia sociale, si distinguono due tipologie di influenza sociale:

  • informativa, che concerne la disposizione ad accettare un’informazione proveniente da un altro come vera, riducendo l’ambiguità nella valutazione di una situazione;
  • normativa: induce l’individuo a conformarsi alle norme e agli standard vigenti nel gruppo.

Per spiegare le tipologie di influenza sociale, lo psicologo Solomon Asch (1951) crea una condizione sperimentale per illustrare la combinazione tra influenza sociale informativa e normativa: ai soggetti vengono mostrate diverse configurazioni formate da 3 linee confrontate con una linea campione; i partecipanti devono indicare quale linea ha la stessa lunghezza della linea campione. I risultati dimostrano che il 76% dei partecipanti si adegua alle risposte del gruppo.

La nascita del web, e in particolare dei social network, crea nuove opportunità di messa in atto dell’influenza sociale, che, da sociale diventa social network. I nativi digitali e gli immigrati digitali, infatti, possono conformarsi a tre tipologie di influenza social network (Anagnostopoulos et al., 2008).

La prima è l’influenza per “induzione”, che si sviluppa quando l’utente svolge un’azione che corrisponde all’attività recente dei suoi amici. La seconda è l’“omofilia”, il che significa che gli individui spesso fanno amicizia con altri che sono simili a loro, con i quali, quindi, eseguire azioni simili. La terza tipologia è l’influenza dipendente da fattori esterni o ambientali, che si sviluppa in relazione a motivazioni diverse da quelle individuali. Si può, infatti, sostenere che l’influenza sociale si diffonde attraverso il social network come “il virus dell’influenza”. Ed è proprio per questa potenzialità del web, ovvero, la viralità, che sono nate figure, come gli Influencer. Ma chi sono gli Influencer? Sono “utenti Internet ordinari che accumulano un numero relativamente grande di follower tramite blog e social media, per mezzo della narrazione testuale e visiva delle loro vite personali e dei loro stili di vita, impegnandosi con i loro seguaci in spazi digitali e fisici” (Abidin, 2016, p. 3).

Grazie al corretto personal branding questa persona riesce a migliorare la propria reputazione. Il potere degli influencer è proprio quello di essere state persone “comuni”, questo può generare nei follower le cosiddette interazioni parasociali (Mininni, 2004). Invero, il messaggio che si passa è che qualsiasi persona che ha queste abilità può diventare un influencer, non è necessario entrare in uno star system. Come si può immaginare, la figura dell’influencer nasce soprattutto nel contesto del marketing, quindi per influenzare comportamenti d’acquisto, ma ciò che trasmettono gli influencer sono soprattutto ideali, motivo per cui, esistono Influencer impegnati in diverse sfide socio-culturali. Da Chiara Ferragni, esempio di empowerment femminile e della corrente della “body positive” ai book e travel influencer, questo ruolo sta diventando sempre più una figura professionale su cui investire, conoscendo, però, i principi dell’influenza sociale per aumentare negli utenti la pro-socialità.

 

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