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MoviEtà: generazioni a confronto – Recensione della webserie

MoviEtà: generazioni a confronto è una webserie prodotta dall’associazione ANTEAS di Monselice (PD) in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune.

 

Date le criticità emerse con la pandemia a livello socio-sanitario, l’OMS nel 2021 ha promosso una campagna di sensibilizzazione sull’ageismo, pubblicando un report globale in cui vengono sottolineate le conseguenze negative sulla salute e sul benessere delle persone causate da questa forma di discriminazione (WHO, 2021).

Con l’occasione, l’OMS ha proposto anche delle strategie per contrastare l’ageismo: in primo luogo è necessario sensibilizzare la popolazione sul fenomeno per mezzo di interventi educativi e, in secondo luogo, è indispensabile promuovere occasioni di intergenerazionalità. Oltre alla riduzione degli stereotipi, quest’ultima ha anche altri vantaggi: aumenta il benessere, rafforza la rete sociale, riduce la solitudine (Drury et al., 2017; Canedo-Garcia et al., 2017; Maley et al., 2017).

Il progetto MoviEtà

MoviEtà: generazioni a confronto è una webserie prodotta dall’associazione ANTEAS di Monselice (PD) in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune stesso. Il progetto è stato ideato e realizzato nel 2020 grazie ai ragazzi del Servizio Civile Universale, costretti a causa della pandemia a reinventare la propria partecipazione alle attività previste dall’esperienza di volontariato. Date le restrizioni imposte dalla situazione pandemica e lo sconforto accusato specialmente dalla popolazione anziana, si è deciso di realizzare una webserie che rappresentasse un momento di incontro e di reciproca conoscenza tra due diverse generazioni.

La webserie MoviEtà, perfettamente in linea con i suggerimenti proposti dall’OMS, è al contempo un esempio di intergenerazionalità e di intervento educativo vero e proprio poiché, tramite la sua diffusione sul web, sensibilizza chi guarda gli episodi sulla necessità di uno scambio intergenerazionale.

Il progetto è stato presentato al pubblico tramite un evento tenutosi il 6 ottobre 2021 presso la Sala della Buona Morte all’interno del complesso monumentale di San Paolo del comune di Monselice, con la collaborazione di “APS Open Resource” nell’ambito del piano “Giovani Euganei”.

Di seguito alcune delle tematiche trattate negli 8 episodi che compongono la webserie, disponibile su YouTube.

Linguaggio e ageismo

Qualsiasi forma di discriminazione parte dal linguaggio: le parole e il modo in cui le usiamo quando ci approcciamo agli altri sottointendono determinati pregiudizi e stereotipi (Maass & Arcuri, 1992).

Un esempio classico è l’elderspeak, uno stile di linguaggio utilizzato spesso in maniera automatica con gli anziani piuttosto infantilizzante, caratterizzato da frasi brevi, semplici, pronunciate ad alta voce e accompagnate da gestualità enfatizzata. Questo perché si dà per scontato che l’altro, poiché anziano, abbia necessariamente difficoltà di comprensione.

Per quanto riguarda MoviEtà, nell’episodio ‘Buongiornissimo’ una delle due ragazze, senza malizia e in modo automatico, dà all’anziano del ‘diversamente giovane’, manifestando il culto della giovinezza tipico della nostra società, tale per cui esistono solo la giovinezza e la non-giovinezza, mentre la vecchiaia viene negata.

Anche l’anziana dimostra un certo pregiudizio nei confronti dei giovani, definendoli in dialetto veneto ‘ascari’ ovvero villani, maleducati.

Il linguaggio utilizzato dimostra, dunque, la presenza di stereotipi nei confronti dell’altra generazione, stereotipi che andranno ad attenuarsi nel corso degli episodi evidenziando così gli effetti positivi di questi incontri intergenerazionali.

Solitudine

La generazione anziana nel corso degli incontri manifesta una certa sofferenza per la solitudine provata nel corso della pandemia.

La solitudine degli anziani è un tema molto sentito, tanto che nel 2018 è stata istituita il 15 Novembre la Giornata Nazionale contro la solitudine degli anziani. La solitudine è un fattore di rischio per il processo di fragilizzazione dell’anziano e, come dimostrato dalle evidenze scientifiche, impatta profondamente sulla salute fisica e psicologica dell’individuo, tanto che sembrerebbe ​​associata a una riduzione della durata della vita simile a quella provocata dal fumo di 15 sigarette al giorno, con un aumento del 27% del rischio di mortalità prematura (Murthy, 2017).

La sessualità nella terza età

Seppur possa sembrare un argomento distante rispetto alle tematiche maggiormente trattate dalla webserie, anche i pregiudizi sulla sessualità nella terza età emergono nelle conversazioni tra le due generazioni. La signora Franca, a seguito della richiesta ironica del signor Mario di una foto delle ragazze al mare, dice in dialetto ‘quando diventano vecchi hanno ancora di queste cattive abitudini’. Una frase di questo tipo sottointende lo stereotipo dell’anziano casto, non più sessualmente attivo e disinteressato, ma che, se manifesta desiderio di contatto, diviene inevitabilmente un ‘vecchio sporcaccione’.

In realtà la Dichiarazione dei diritti sessuali (World Association of Sexology, 1999) afferma che il diritto all’intimità, in tutte le sue forme, dura tutta la vita e che la sessualità è parte integrante di ogni essere umano.

Contesto storico e socio-culturale e benessere psicologico

Essere nati e cresciuti in un determinato periodo storico sicuramente influisce, oltre che sugli usi e costumi della popolazione, anche su aspetti psicologici.

Se, ad esempio, mettiamo a confronto la generazione dei baby boomers (i nati tra il 1946-1964) con la generazione Z (i nati tra il 1995-2012), possiamo notare come mentre i primi sono cresciuti in un’epoca di ripresa economica e demografica, periodo di transizione e prosperità che ha sicuramente forgiato un certo ottimismo, i secondi sono i nativi digitali, cresciuti in un’epoca di forte recessione e con un livello di disoccupazione giovanile record, portando con sé sfiducia e forte preoccupazione.

Ciò è confermato dai dati della letteratura, secondo cui la generazione Z manifesta molto più stress e problematiche psicologiche rispetto ai baby boomers (APA, 2018).

Essere consapevoli di queste differenze socio-culturali permette di leggere i comportamenti e gli atteggiamenti dell’altro con maggiore sensibilità, facendo sì che l’incontro tra generazioni non diventi uno scontro tra età.

Criticità della società odierna

Infine, ciò che ricorre in più puntate sono le criticità della società odierna per la popolazione anziana. La digitalizzazione e l’uso sempre più frequente della lingua inglese nella vita quotidiana mettono in seria difficoltà i più anziani e, in generale, le persone meno scolarizzate.

Per quanto riguarda la digitalizzazione degli anziani, da anni su tutto il territorio nazionale vengono proposti progetti di alfabetizzazione digitale rivolti agli over 60, spesso all’interno delle aule informatiche degli istituti scolastici e condotti da giovani studenti, promuovendo così anche uno scambio intergenerazionale. Un esempio è il progetto ‘Nonni su Internet’ promosso dalla Fondazione Mondo Digitale, un progetto basato sul modello di apprendimento intergenerazionale e che, grazie alla collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma, ha messo a disposizione sul proprio sito una serie di manuali per facilitare il processo di alfabetizzazione.

 

MoviEtà – Guarda il primo episodio:

L’intervento per rimozione di cataratta utile per diminuire il rischio di demenza

Una ricerca condotta sui partecipanti allo studio prospettico Adult Changes in Thought ha indagato il possibile legame tra l’intervento per rimozione di cataratta e il rischio di demenza.

 

Introduzione

Numerosi studi hanno mostrato associazioni tra compromissione sensoriale e declino cognitivo (Lim ZW et al 2020, Loughrey DG et al  2017, Uhlmann RF et al 1989). La compromissione sensoriale può contribuire all’isolamento sociale e al decadimento cognitivo, che a sua volta può aumentare il rischio di demenza. Uno studio pubblicato su JAMA (Association Between Cataract Extraction and Development of Dementia. Cecilia S Lee 2021) ha analizzato la riduzione del rischio di demenza associata alla chirurgia per cataratta.

Lo studio su demenza e rimozione della cataratta

La ricerca è stata condotta sui partecipanti allo studio Adult Changes in Thought (ACT) reclutati tra il 1994 ed il 1996.

ACT è uno studio di coorte prospettico, basato sulla popolazione, i partecipanti sono reclutati casualmente dagli elenchi dei membri del Kaiser Permanente Washington e poi seguiti fino allo sviluppo della demenza. All’iscrizione e durante le visite biennali, i partecipanti ricevono test di screening cognitivo standardizzati, brevi valutazioni fisiche, anamnesi medica e valutazioni dei fattori di rischio.

I soggetti arruolati dovevano avere almeno 65 anni. Sono stati inclusi tutti quelli che hanno partecipato allo studio ACT che avevano ricevuto una diagnosi di cataratta prima dell’insorgenza della demenza e avevano almeno 1 visita di controllo dopo la diagnosi di cataratta.

I partecipanti sono stati valutati ogni due anni con lo strumento di valutazione delle capacità cognitive (CASI), che va da 0 a 100, con punteggi più alti che indicano migliori capacità cognitive.

I soggetti con punteggi CASI di 85 o meno sono stati sottoposti a una valutazione diagnostica standardizzata, compresi esami fisici e neurologici, revisione della cartella clinica e una batteria di test neuropsicologici.

Quale relazione tra demenza e rimozione della cataratta

In totale, sono stati inclusi 3038 partecipanti (età media [DS] alla prima diagnosi di cataratta, 74,4 (6,2) anni; 1800 donne (59%) e 1238 uomini (41%); e 2752 (91%)).

La rimozione chirurgica della cataratta è stata associata a un rischio significativamente ridotto (rapporto di rischio, 0,71; 95% CI, 0,62-0,83; P <.001) di demenza rispetto ai partecipanti senza intervento chirurgico.

Nello stesso studio è emerso che la chirurgia del glaucoma non ha avuto un’associazione significativa con il rischio di demenza (rapporto di rischio, 1,08; 95% CI, 0,75-1,56; P = 0,68). Risultati simili sono stati riscontrati con lo sviluppo della malattia di Alzheimer.

Conclusioni

Questo studio di coorte ha rilevato che l’estrazione della cataratta era significativamente associata a un minor rischio di sviluppo di demenza. Se convalidato in studi futuri, la chirurgia della cataratta potrebbe avere rilevanza clinica negli adulti più anziani a rischio di sviluppare demenza.

 

Efficacia delle terapie psicologiche per la sindrome dell’intestino irritabile (IBS): una metanalisi

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è una condizione gastrointestinale cronica che colpisce fino al 10% delle persone (Lovell & Ford, 2012). Nel Regno Unito, tra le linee guida per la gestione dell’IBS, è raccomandato l’invio a interventi psicologici in pazienti che non traggono benefici dal trattamento farmacologico

 

La sindrome dell’intestino irritabile

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è una condizione gastrointestinale cronica che colpisce fino al 10% delle persone (Lovell & Ford, 2012). Storicamente soleva essere definita come un disturbo funzionale gastrointestinale, ma più recentemente è stata riconosciuta come un disturbo dell’interazione intestino-cervello. La fisiopatologia è multifattoriale e comprende una motilità gastrointestinale disturbata, un’ipersensibilità viscerale e un’elaborazione alterata del sistema nervoso centrale (SNC), ma i meccanismi con cui questi processi interagiscono sono ad oggi di incerta origine e, di conseguenza, la sindrome dell’intestino irritabile è difficile da gestire clinicamente (Holtmann & Ford, 2016). Questa condizione cronica ha un impatto considerevole sul funzionamento sociale e sulla qualità della vita. Infatti, il grado di compromissione tra i pazienti con sindrome dell’intestino irritabile è simile a quello osservato nei pazienti con disturbi organici del tratto gastrointestinale come, ad esempio, le malattie infiammatorie intestinali. In studi controllati randomizzati (RCT) aventi come soggetti pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, sono stati testati numerosi farmaci autorizzati e non autorizzati, quali neuro-modulatori intestinali, antidepressivi triciclici, farmaci che agiscono sui recettori della serotonina e farmaci che agiscono sui canali ionici dell’enterocita intestinale (Black et al., 2020b).

Tuttavia, molti pazienti sono risultati refrattari alla gestione medica. Poiché la sindrome dell’intestino irritabile è stata riconosciuta come un disturbo dell’interazione intestino-cervello, si sta quanto mai comprendendo come la comorbidità psicologica possa avere un impatto sulla funzione gastrointestinale e viceversa, nonostante i meccanismi di causa-effetto rimangano poco chiari. Nel Regno Unito, il National Institute for Health and Care Excellence, tra le linee guida per la gestione della sindrome dell’intestino irritabile, raccomanda ai medici di considerare l’invio a interventi psicologici in pazienti che non traggono benefici dal trattamento farmacologico (Hookway et al., 2015). Tra gli interventi consigliati vi sono l’ipnosi e la terapia cognitivo-comportamentale (CBT). Black et al. (2020a) hanno condotto una meta-analisi per stimare l’efficacia relativa alle terapie psicologiche per la cura della sindrome dell’intestino irritabile. Gli articoli utilizzati nella meta-analisi sono stati selezionati tramite una ricerca su MEDLINE (articoli dal 1947 a gennaio 2020), EMBASE, EMBASE Classic (articoli dal 1947 a gennaio 2020), PsycINFO (dal 1806 a gennaio 2020) e dal registro centrale di studi controllati condivisi sulla piattaforma Cochrane.

Per selezionare gli articoli sono stati utilizzati diversi criteri di eleggibilità.

I trattamenti psicologici per la sindrome dell’intestino irritabile

In primo luogo sono stati inclusi solo studi di sperimentazione randomizzata controllata (RCT), ovvero con almeno due gruppi: uno sottoposto al trattamento ed uno di controllo.

I partecipanti dei paper selezionati dovevano avere un minimo di 18 anni ed una diagnosi di Sindrome da Colon Irritabile (IBS), basata sul parere di un medico o su criteri diagnostici sintomatici accettati (criteri di Manning, punteggi di Kruis, criteri di Rome I, II, III or IV) (Fig. 1), supportati da ricerche confermative qualora fossero necessarie. Era inoltre fondamentale che le terapie psicologiche si potessero confrontare tra di loro o che si potesse fare un intervento di controllo rispetto a: lista d’attesa, educazione e/o supporto rispetto alla malattia, consigli dietetici e/o sullo stile di vita o cure di routine.

Sindrome dell intestino irritabile efficacia delle terapie psicologiche FIg 1

Fig. 1: Esempi di criteri IBS. Gandolfi (2004) 

Il minimo di durata del trattamento doveva essere di 4 settimane. I soggetti dovevano essere sottoposti ad un follow up di 4 settimane e gli studi, dopo il completamento della terapia,  dovevano riportare una valutazione globale della risoluzione o miglioramento dei sintomi della sindrome dell’intestino irritabile, risoluzione o miglioramento del dolore addominale, preferibilmente riferito dal paziente, da un questionario o da un medico.

Il primo risultato valutato è stata l’efficacia di tutte le terapie psicologiche e degli interventi di controllo per la cura della sindrome dell’intestino irritabile, in termini di effetto sui sintomi globali o sulla riduzione del dolore addominale dopo il completamento della terapia.

I risultati secondari ricercati, includevano gli eventi avversi che si verificano a seguito di una terapia. Per quanto riguarda tutti gli studi inclusi gli autori hanno raccolto anche dati anagrafici quali: paese di origine, strutture di cura a cui si sono rivolti, tipo esatto di terapia psicologica utilizzata (compresa la durata della terapia e il numero di incontri previsti) criteri utilizzati per la diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile, l’indice per definire il miglioramento o la risoluzione dei sintomi dopo la terapia, la durata del follow-up, la percentuale di pazienti di sesso femminile e se i ricercatori avessero reclutato solo pazienti i cui sintomi erano refrattari alla terapia medica standard.

Conclusioni

Dalla meta-analisi è emerso che esistono prove a sostegno dell’efficacia delle terapie psicologiche, nello specifico rispetto agli interventi di CBT auto-somministrata a contatto limitato, CBT in presenza e l’ipnosi, in relazione alla riduzione a lungo termine della sintomatologia legata alla diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile.

Per quanto concerne l’efficacia delle terapie psicologiche in pazienti con sintomi refrattari, la CBT di gruppo e l’ipnosi si sono rivelate più efficaci di entrambi i trattamenti usati nei gruppi di controllo, ovvero supporto o cure di routine. Le terapie psicologiche con minor evidenza di efficacia a lungo termine sono risultate essere la CBT auto-somministrata o a contatto limitato, le terapie focalizzate sulla gestione dello stress, la CBT telematica, la CBT online, sessioni di ipnosi individuale e di ipnosi di gruppo. Negli studi selezionati, la presenza o assenza di comorbilità psicologiche non è stata valutata come predittore di risposta al trattamento, rendendo difficile comprendere il ruolo/impatto dell’umore rispetto all’efficacia delle terapie valutate. In conclusione, offrire terapie psicologiche che accompagnino la normale gestione medica non solo può avere degli effetti positivi sulla sintomatologia ma può ridurre l’utilizzo non necessario dell’assistenza sanitaria.

 

Metaverso… risorsa o aberrazione?

È sempre più in voga il termine Metaverso soprattutto tra i giovani (grazie al gioco Fortnite o Minecraft) nelle case di moda (che recentemente hanno iniziato a creare le loro collezioni virtuali o capsule collection) e grazie anche al recente cambio di nome aziendale da ‘Facebook’ a ‘Meta’ da parte di Mark Zuckerberg.

 

Cos’è il Metaverso

Cercando sul dizionario Treccani la parola sopracitata scopriamo la seguente definizione di – Metavèrso s. m. – Termine coniato da Neal Stephenson nel romanzo cyberpunk Snow crash (1992) per indicare uno spazio tridimensionale all’interno del quale persone fisiche possono muoversi, condividere e interagire attraverso avatar personalizzati.

Il Metaverso viene descritto come un enorme sistema operativo, regolato da ‘demoni’ che lavorano in background, al quale gli individui si connettono trasformandosi a loro volta in software che interagisce con altro software e con la possibilità di condurre una vita elettronica autonoma. Il Metaverso è regolato da norme specifiche e differenti dalla vita reale e il prestigio delle persone deriva dalla precisione e dall’originalità del rispettivo avatar. Si è parlato di Metaverso per definire le chat tridimensionali e i giochi di ruolo multiplayer online.

In questo nuovo universo tutto è virtuale, ma le esperienze e l’economia sono reali.

In passato si è già parlato di realtà virtuale aumentata e una delle più popolari esperienze di questo tipo è stato il fenomeno dell’app Pokémon Go che ha coinvolto milioni di persone a caccia sfrenata di piccoli mostriciattoli giapponesi. Inizialmente il gioco era individuale ma successivamente, la possibilità di interagire con altri utenti e collaborare per ottenere una ricompensa comune, ha generato una forte aggregazione che ha coinvolto molti utenti di età, genere e cultura differente.

È stata una rivoluzione che ha permesso aggregazione e coinvolgimento di grandi e piccini. Ognuno ha un avatar, che è libero di personalizzare con costumi standard o personalizzabili a pagamento. Nella realtà virtuale, ‘i giocatori’, hanno un’esperienza di realtà fisica combinata ad informazioni aggiuntive derivanti dal gioco e dall’alterazione della realtà stessa.

Tuttavia l’esperienza di Pokémon Go presupponeva che le persone interagissero anche nella vita reale.

La sensazione è quella che il Metaverso sia un’ulteriore evoluzione del concetto introdotto dalle app simili a Pokémon Go che azzeri completamente quello che è il contatto umano tra gli utenti; infatti le interazioni tra gli avatar saranno esclusivamente di carattere digitale – virtuale.

Possibilità e limiti del Metaverso

Sorge spontaneo chiedersi se questa evoluzione non sia un’aberrazione della nostra umanità che non farà altro che creare un finto universo facendo smarrire all’intera comunità ciò che caratterizza l’uomo per definizione ovvero la propria umanità, il proprio animo. Questa evoluzione potrebbe snaturare per sempre la nostra comunità ed il nostro modo di vivere e di intendere la vita. Inoltre stress e ansia sociale potrebbero favorire la proiezione di sé all’interno di queste altre realtà che assicurerebbero distanza e lontananza dalle situazioni temute.

D’altro canto il Metaverso rappresenta sicuramente un’opportunità per coloro che non riescono a muoversi liberamente all’interno del mondo, vuoi per impedimenti esclusivamente fisici o per difficoltà psicologiche e sociali. A mio modesto parere per questi individui il Metaverso rappresenterebbe un’opportunità, potrebbe anche essere utilizzato dai professionisti del settore come terapia abbinato ad un serio percorso psicologico volto ad introdurre queste persone a quello che è il nostro contesto umano di riferimento e quindi il nostro mondo reale.

È indiscusso che il Metaverso potrebbe essere una preziosa risorsa qualora in un futuro, speriamo molto lontano, il nostro mondo possa essere inospitale e ci costringa a rimanere protetti in struttura per via di eventuali disastri atmosferici per noi non controllabili. A tal proposito sarebbe anche opportuno fare una riflessione sulla sostenibilità a lungo termine del progetto Metaverso che presumo comporti un ingente consumo di energia elettrica se un domani dovesse essere il nostro mondo di riferimento.

 

“La voce delle mie emozioni” di Benvenuto, Costantini, Gianandrea e Rusconi – Recensione

L’obiettivo del volume La voce delle mie emozioni è quello di fornire ai giovani, ai genitori e agli insegnanti una bussola per orientarsi nel mondo delle emozioni.

 

L’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (AIED) ha pubblicato per mano di Alfonso Benvenuto, Maurizio Costantini, Antonella Gianandrea e Mario Rusconi una guida per comprendere le ansie e le emozioni in un mondo che cambia.

L’obiettivo dichiarato è quello di fornire ai giovani, ai genitori e agli insegnanti una bussola per orientarsi nel mondo delle emozioni che caratterizzano la nostra vita. In sostanza il libro guida il lettore a identificare, riconoscere e gestire le emozioni in un contesto, quello della società moderna, sempre più complesso.

La scuola e la famiglia, secondo gli autori, devono essere in grado di sviluppare competenze emotive e promuovere un’integrazione tra ragione ed emozione per favorire una maturità psicologica negli e tra gli individui.

Il volume si divide in quattro parti, la prima tratta delle emozioni in termini generali: cosa sono, i correlati fisiologici, la gestione e l’educazione, e i disturbi che si possono generare da una disfunzionale regolazione.

La seconda parte prende in considerazione il contesto scolastico e illustra com’è possibile intervenire per sviluppare capacità e abilità di regolazione delle emozioni, favorire l’altruismo e la prosocialità.

Nella terza parte, ‘Cultura ed emozioni’ sono presenti tre capitoli, uno curato da Donatella Bisutti dal titolo ‘Le emozioni nella poesia’, uno riporta un’intervista a Chiara Gamberale su letteratura ed emozioni e l’altro a Edoardo Leo su cinema ed emozioni.

Una parte molto interessante è la quarta, dove s’illustrano le problematiche della trasformazione digitale e dell’impatto che ha sull’espressione emotiva, sul vivere sociale, e sulle nuove forme di dipendenza dovute all’infosfera, in cui sempre più il reale è parte del virtuale e il virtuale è parte del reale e in cui i cittadini digitali, organismi informazionali, vivono onlife.

Una lettura preziosa, quella del volume La voce delle mie emozioni per chi, a qualunque titolo, opera con i giovani.

 

Military Sexual Trauma (MST): Il Trauma Sessuale Militare e le sue conseguenze

Il termine Trauma Sessuale Militare (Military Sexual Trauma – MST) comprende qualsiasi aggressione, abuso, molestia, subiti da qualcuno durante il servizio attivo, in addestramento o in servizio inattivo

 

Trauma Sessuale Militare: definizione e prevalenza

Il termine Trauma Sessuale Militare (Military Sexual Trauma – MST) comprende qualsiasi aggressione, abuso, molestia, intimidazione, coercizione, abuso di potere da parte di un superiore o attenzione indesiderata, come commenti verbali, pressioni per ottenere favori sessuali e contatti fisici, subiti da qualcuno durante il servizio attivo, in addestramento o in servizio inattivo (Allard et al., 2011; Department of Defense Sexual Assault Prevention and Response, 2012; Department of Veteran Affairs [VA], 2004).

Il Trauma Sessuale Militare è un problema pervasivo, che colpisce circa 1 donna su 4 e 1 uomo su 100 nell’esercito (Military Sexual Trauma Support Team, 2012; Department of Veteran Affairs [VA], 2004). Un numero crescente di studi ha mostrato un collegamento tra il trauma sessuale militare e i comportamenti rischiosi, autodistruttivi e compromettenti per la salute, quali l’abuso di sostanze (Yalch et al., 2018), compromissione del comportamento sessuale (Blais et al., 2021), comportamenti alimentari disfunzionali (Blais et al., 2017) e aumento di comportamenti suicidari (Bryan et al., 2015). Il trauma sessuale militare sembra inoltre avere collegamenti con complicanze a livello di salute fisica (Godfrey et al., 2015), e con il rischio di sviluppare patologie mentali (Gilmore et al., 2016).

Date alcune caratteristiche, come ad esempio le dinamiche di spiegamento (la lunga durata e l’elevato stress), l’ipermascolinità (il sessismo, il basso rapporto tra uomini e donne) e la mancanza di conseguenze per tali atti, i contesti militari possono creare un ambiente particolarmente favorevole alla violenza sessuale (Burns et al., 2014). Per esempio, l’ipermascolinità è associata a una maggiore tolleranza e accettazione verso le molestie sessuali e gli stupri, e le istituzioni che aderiscono a ideali maschili più stereotipati tendono ad avere tassi più elevati di violenza sessuale (Ilies et al., 2003). Molteplici sono, inoltre, le barriere legate al mondo militare che ostacolano la rivelazione e la ricerca di un trattamento per i traumi sessuali militari, compresi i vincoli di riservatezza, la paura di essere puniti attraverso incarichi di servizio, la paura dell’ostracismo, della stigmatizzazione e della vicinanza all’aggressore (Holland et al., 2016). Tutto questo può portare tali individui a cercare modi alternativi per affrontare il trauma sessuale, come ad esempio i comportamenti a rischio (Weiss et al., 2015).

Trauma sessuale militare e comportamenti a rischio

Forkus e colleghi (2021) hanno fornito una revisione sistematica della letteratura disponibile sul trauma sessuale militare e comportamenti a rischio, al fine riassumere la natura della relazione tra queste due variabili. I risultati della revisione, che ha esaminato 15 studi sull’argomento, hanno rivelato che i traumi sessuali militari sono associati a comportamenti suicidari. I risultati ottenuti confermano la letteratura precedente che ha indicato la violenza sessuale come un fattore di rischio per i comportamenti sucidiari (ad esempio, Devries et al., 2013) e sono coerenti con teorie secondo le quali i comportamenti suicidari vengono utilizzati per modulare i sintomi o il disagio legati al trauma vissuto (Davis et al., 2014; Smith et al., 2014).

Un risultato interessante risiede nella relazione riscontrata tra Traumi Sessuali Militari e Disturbi alimentari, confermando i risultati ottenuti da Chen e colleghi (2010), che hanno identificato la violenza sessuale come un fattore di rischio per l’insorgere di una patologia alimentare. In particolare, è stata riscontrata una correlazione con i comportamenti di restrizione alimentare, e con l’utilizzo di purghe o di lassativi, ma nessun collegamento con le abbuffate.

I comportamenti alimentari disfunzionali possono emergere quando le emozioni sono percepite come dirompenti e ingestibili, così che, le persone, per regolare le emozioni indesiderate, possono fare affidamento su modelli alimentari disadattivi al fine di riavere una percezione di controllo, percezione che è stata compromessa dall’esperienza traumatica (Forkus et al., 2021).

Per quanto riguarda l’uso di sostanze a seguito di un trauma sessuale militare, è emersa una relazione significativa tra il trauma sessuale militare e Disturbi da Abuso di Sostanze, quali alcool, droga e fumo (Ryan et al., 2015), supportando i quadri empirici e teorici che collegano violenza sessuale e uso di sostanze ( Xu et al., 2013). Nel contesto del trauma (ad esempio, nel disturbo da stress post-traumatico – PTSD), le sostanze vengono utilizzate con lo scopo di evitare o alleviare i sintomi e l’angoscia generati dal trauma (Baker et al., 2004).

Esaminando i comportamenti illegali e/o aggressivi, la revisione suggerisce un’associazione significativa tra trauma sessuale militare e comportamenti rischiosi, ma sono necessarie ulteriori ricerche prima di poter trarre conclusioni, data la poca numerosità di studi che hanno indagato questa associazione. Inoltre, c’è una vasta gamma di comportamenti rischiosi che non sono ancora stati valutati in relazione ai traumi sessuali militari, come il gioco d’azzardo, le spese avventate, la guida spericolata e l’uso problematico della tecnologia (Frokus et al., 2021).

L’attuale revisione sistematica di Frokus e colleghi (2021) fa progredire la letteratura fornendo un forte sostegno all’associazione tra trauma sessuale militare e un’ampia gamma comportamenti a rischio. I risultati ottenuti da questa revisione suggeriscono la necessità di ulteriori ricerche e approfondimenti sulla relazione tra trauma sessuale militare e comportamenti a rischio ad esempio, quelli con risultati incoerenti o che, ad oggi, sono stati poco studiati (Frokus et al., 2021).

 

La personalità isterico-istrionica negli uomini

Il disturbo istrionico di personalità, nel corso del tempo, è stato associato maggiormente al sesso femminile, ma esso risulta diffuso anche nella popolazione maschile.

 

Premessa

Nel seguente articolo, per una più facile scrittura e comprensione, si utilizzano i termini ‘isterico/a’, ‘istrionico/a’, ‘isterico-istrionico/a’ o ‘isteria’ per riferirsi al disturbo di personalità caratterizzato da emotività teatralizzata e sessualizzata. Si utilizza il termine ‘isteria da conversione’ per fare riferimento alla presenza di problematiche fisiche senza problemi d’organo, dovute a un conflitto emozionale.

Personalità istrionica e fattori culturali

Nel DSM-5 (American Psychiatric Association, 2013), il disturbo istrionico di personalità viene descritto come caratterizzato da una eccessiva emotività e dalla richiesta di sentirsi al centro dell’attenzione: il linguaggio usato, dai caratteri teatrali, è finalizzato a far sì che tutti siano concentrati su di sé. ‘Questi individui possono anche allontanare gli amici con richieste di attenzione costante’ e sentirsi ‘depressi e turbati quando non sono al centro dell’attenzione’ (ibidem, pg 774). Tali soggetti, inoltre, presentano dei comportamenti sessualizzati in frequenti occasioni, e non solo quando c’è un interessamento sessuale/sentimentale verso una specifica persona. Le loro idee od opinioni sono per altro fortemente suggestionabili da altri, in particolare da coloro ai quali attribuiscono una forte autorità (ibidem).

Tendono ad ‘utilizzare la seduttività per sentirsi potenti con le persone del genere sopravvalutato’ in modo da ‘proteggersi da sentimenti di debolezza, manchevolezza e paura, per sentirsi forte e trionfante’ (Lingiardi & McWilliams, 2017, pg 48). Questo accade poiché questo disturbo è presente in quelle culture in cui i ruoli di genere sono rigidi e gerarchizzati, tale che la sintomatologia è influenzata da fattori culturali: in occidente è più probabile che ci sia una manifestazione volta maggiormente alla teatralizzazione, mentre in culture più chiuse questa può essere più inibita (ibidem, 2017).

Il disturbo istrionico (isterico) di personalità, nel corso del tempo, è stato associato maggiormente al sesso femminile: essendo stati tradizionalmente gli uomini i detentori del potere nella società, la donna, solitamente associata a elementi di passività o sottomissione, cerca attraverso i suoi comportamenti sessualizzati di esercitare a sua volta un controllo sulla relazione. La donna dunque utilizzerebbe il potere della femminilità per avere accesso alla forza ‘maschile’. Tutto questo, in realtà, tende a ristabilire un’autostima che è inconsapevolmente carente e a ricercare sentimenti di sicurezza e accettazione (una situazione di tipo isterogena può essere quella in cui genitori avrebbero preferito un figlio maschio a una figlia femmina o quando si usano frasi del tipo ‘lanci come una ragazzina’ nei confronti dei maschi, a riprova del fatto che il sesso femminile sia considerato come più debole) (McWilliams, 1994). L’ansia relativa all’adeguatezza del proprio ruolo sessuale, può generare dunque un comportamento di tipo isterico-istrionico: si è visto come ci sono condizioni in cui le personalità isteriche presentino una risposta galvanica maggiore quando sentono il bisogno di ridurre l’ansia per un ruolo di genere sentito come inadeguato. Mostrano infatti un’alta sensibilità a giudizi sfavorevoli pronunciati da chi in date situazioni ritengono l’autorità, rispondendo con eccitazione emotiva e cambiamenti nel comportamento volti ad aumentare un bisogno inconscio di rassicurazione (Jordan & Kempler, 1970).

I tratti apparentemente narcisistici della personalità istrionica, caratterizzati da una competizione con gli altri usata per avere accettazione, è limitata all’ambito della sessualità e del genere: non sono infatti in grado di instaurare legami stabili al di fuori di queste aree. Ovviamente queste questioni circa il genere possono creare problemi nel corso della terapia: psicoterapeuti del genere sopravvalutato si sentiranno gratificati, mentre quelli del genere sottovalutato si sentiranno sminuiti (Lingiardi & McWilliams, 2017).

L’isteria da conversione

Inizialmente l’istrionismo era associato all’isteria da conversione: quest’ultima è definibile come un disturbo in cui, nonostante l’assenza di lesioni strutturali, si manifestano problematiche fisiche che coinvolgono sistemi d’organo. Tali reazioni di conversione sono viste come vere e proprie disfunzioni sensoriali e motorie, che vengono risolte una volta emerso il conflitto emozionale inconscio che questo cela: reazioni tipiche possono essere mal di testa, paresi, tremori, anestesie, cecità e, mentre le reazioni di conversione possono verificarsi anche in uomini, la personalità isterica non era attribuita al sesso maschile (Blinder, 1966).

Istrionismo maschile

Nel tempo, la femminilizzazione dei sintomi isterico-istrionici ha portato a una genderizzazione dell’isteria, in modo che questa fosse riscontrabile in misura minore negli uomini (Lubbe, 2003).

Separando la personalità isterico-istrionica dall’isteria da conversione, si osservò come i tratti istrionici fossero riscontrabili anche nel sesso maschile: si ritenne infatti che una personalità isterica maschile potesse essere riscontrata anche negli uomini che avevano comportamenti sovrapponibili ai tratti istrionici femminili, quelli che mostravano atteggiamenti femminei di sottomessa seduttività. Alcuni autori però affermarono come non fossero tanto i caratteri femminili a dover essere riscontrati in un maschio isterico-istrionico, quanto un comportamento da Don Giovanni che, difendendosi da un senso di inadeguatezza maschile, sente il bisogno conquistare e ingannare attraverso un comportamento provocatorio (Luisada, Peele, Pittard, 1974).

Questo potrebbe essere confermato da uno studio che ha notato come gli uomini dai tratti istrionici siano preoccupati di apparire attraenti e seducenti tanto da considerarsi dei grandi amanti. La loro preoccupazione maggiore sarebbe infatti quella di creare orgasmi nel partner, guardando alla soddisfazione femminile come un riflesso della propria capacità sessuale e aumentare così la sua autostima. Allo stesso tempo, minimizzerebbero le disfunzioni sessuali e presenterebbero un volume testicolare più elevato e una maggiore presenza di desiderio sessuale (Bandini et al., 2009).

Mentre la seduttività, la capricciosità, la promiscuità o la sessualizzazione erano considerati come tratti dell’isteria femminile, nel maschio venivano visti all’interno della cornice normativa di una cripto-perversione. Tale genderizzazione dell’istrionismo, ha fatto sì che l’enfatizzazione della mascolinità non fosse dunque messa al pari di quella femminile (Lubbe, 2003), supportata dal fatto che fosse maggiormente riscontrabile in donne poiché queste erano considerate più emotive degli uomini: in realtà si osservò poi come l’emotività fosse equilibrata tra i sessi, a variare sarebbe piuttosto l’espressione emozionale (Rabins & Slavney, 1979).

L’isterico-istrionico potrebbe rappresentare un’espressione della condizione umana che può essere compresa solo prendendo in esame il contesto nella quale è emersa. L’istrionismo nel maschio, quando riconosciuto, era letto attraverso le caratteristiche femminili che questi uomini mostravano, poiché le caratteristiche maschili della personalità istrionica erano tipicamente femminili, tanto da riscontrarne la presenza in uomini solo nel caso in cui fossero omosessuali dagli atteggiamenti femminei. Lindberg e Lindegard (1963) videro come l’incidenza di istrionismo negli uomini adulti fosse molto bassa, probabilmente perché gli atteggiamenti di eccitabilità, egocentrismo e manipolabilità del disturbo andrebbero a far sentire minacciato il terapeuta, sottoponendolo a un bias diagnostico dovuto al senso di disagio che l’inappropriatezza di queste caratteristiche causerebbe nel suo ruolo di genere (Silvers, 2017).

Lacan (1982), facendo riferimento al caso freudiano di Dora, disse che quella paziente altro non faceva che chiedersi cosa volesse dire essere donna: ‘la posizione isterica’ indicherebbe, quindi, l’insicurezza circa l’essere donna o uomo oppure l’accettazione della posizione di donna che si scontra contro la sua voglia di reagire alla sua condizione di oppressa (Richardson, 2004). È la sensazione che la propria identità sessuale sia problematica a poter scatenare una personalità istrionica (McWilliams, 1994): questa sensazione potrebbe dunque minare all’immagine collettiva che ad esempio si crea della mascolinità, basata sull’essere atletici, forti, eterosessuali e sessualmente attivi (Munsch & Gruys, 2018).

È stato osservato come anche il bodybuilder possa conservare in sé dei lati che potrebbero farlo rientrare in un tipo di isteria maschile. Poiché la personalità istrionica è sostanzialmente un problema di identità di genere (dualismo potenza-maschile/debolezza-femminile), la maggior parte dei bodybuilder dicono di aver iniziato a costruire il proprio corpo perché si consideravano deboli o non sufficientemente virili. Crearsi, dunque, un corpo che abbia un’ottima performance visiva di mascolinità, permetterebbe di fare di sé stesso un soggetto potente, esercitando una forza illusoria. Inconsapevolmente il bodybuilder occupa la posizione femminile all’interno di una società fallocentrica e, come la donna, ha problemi ad accettare la sua posizione di genere in una cultura patriarcale, iniziando una lotta per rivedere la performance del suo genere (Richardson, 2004).

Possiamo riscontrare, dunque, un’operazione di sincerità finalizzata alla ricerca di approvazione e al riconoscimento del proprio genere – atto presente allo stesso modo nelle donne – (Silvers, 2017), tale che attività ultra-maschili possono avere una base nell’isteria (Lubbe, 2003).

 

La zona cieca (2017) di Chiara Gamberale – Recensione

Chiara Gamberale in La zona cieca racconta la storia di due anime tormentate e profondamente invischiate nelle loro vite, da cui ognuno in qualche modo cerca di allontanarsi ma alle quali ritornano.

 

Chiara Gamberale apre un varco sulla psiche umana utilizzando un linguaggio chiaro e accessibile con pochi orpelli tecnicistici, come tale ci si aspetta da un romanzo che guarda ad un pubblico generalista ma non scevro di spunti e riflessioni specifiche.

Attraverso il suo libro, la scrittrice cerca di affrontare un tema importante e profondamente delicato della vita psichica, la non conoscenza, l’ignoto, quella parte inconscia che Freud destinava alla risoluzione dei conflitti psicopatologici, l’Inconscio e che Jung definisce Ombra (Jung, 1983).

La scrittrice entra in maniera decisa e intensa nella zona cieca dei protagonisti.

Il titolo del libro fa riferimento alla finestra di Johari, schema inventato dagli psicologi Joseph Luft e Harry Ingham. La divisione è apparentemente semplice: ci sono quattro zone, quella conosciuta, quella cieca, quella privata e quella inconscia, ossia, quello che io so di me, quello che io non so, quello che gli altri sanno di me e quello che non sanno. Incrociando ascisse e ordinate, si ottengono diverse composizioni. Una di queste, che comprende ciò che gli altri sanno di te ma tu ignori, si chiama appunto la zona cieca (Luft, 1985).

In questo romanzo la Gamberale non racconta una storia d’amore ma parla dell’amore, nella sua trasposizione poco funzionale, e sotto alcuni punti di vista disadattiva. Come disadattivo può essere un sentimento che non trasferisce all’esterno ma vive il desiderio e la passione come termine conclusivo alla ricerca esasperata di se stessi. Una ricerca che i due protagonisti, soprattutto Lorenzo, nega a se stesso ma che in realtà si rivelerà fondamentale nel prosieguo della propria esistenza.

Il libro racconta di incontri, che a mano a mano si susseguono a vario titolo nelle pagine. Ma è soprattutto l’incontro di Lorenzo e Lidia, che permea il racconto, che trascina il lettore in quegli intrecci tipici di due personalità poco funzionali i cui tratti rammentano una personalità dipendente, Lidia, protesa all’altro, accondiscendente fino ad accettarne tradimenti e svalutazione e una personalità narcisista con caratteristiche borderline, Lorenzo, ma entrambi accumunati dall’autolesività delle loro azioni.

Due anime tormentate e profondamente invischiate nelle loro vite, da cui ognuno in qualche modo cerca di allontanarsi ma alle quali ritornano in maniera inestricabile alla ricerca del riscatto o come pretesto per ricominciare.

Lidia e Lorenzo si incontrano il 29 febbraio in un luna park. Due persone all’apparenza diverse ma molto più simili di quanto la loro natura non permetta di vedere. Lidia, conduttrice radiofonica di «Sentimentalisti Anonimi», avvezza al suo dolore, Lorenzo, scrittore narcisista e inafferrabile, conoscitore della vita solo nella maniera in cui l’inganno prende il sopravvento nel rapporto con se stesso e con gli altri. Eppure il bisogno di essere amata di lei consente a Lorenzo di avvicinarsi alla sua zona cieca, cioè quella parte di noi dove ognuno è sconosciuto a se stesso. E la paura di amare di Lorenzo consente a Lidia di fare altrettanto.

Io acconsentivo, com’è nella mia natura: non tanto per sottomissione,
ma sempre per quel mio solito vizio, perché non esistessero scarti
fra il desiderio e l’azione delle persone con cui avevo a che fare (Gamberale, 2017).

Al di là di tutte le nostre differenze, l’ho capito subito che in questo eravamo uguali, noi due. Bravi ad amare solo quello di cui percepiamo la caducità.

È la comparsa di Brian che rappresenterà il punto di rottura nella narrazione. È da qui che ciascuno entrerà nella propria zona cieca, seppur in maniera differente. Il racconto di se stessi, delle verità loro malgrado diventerà il promotore di un canale che irromperà nella loro storia permettendone scelte e cambiamenti. La prospettiva di un modo differente di prendersi cura dell’altro permetterà ad entrambi di accedere ad un’immagine realista di se stessi e quindi veritiera, abbandonando l’ideale a cui la necessità di amare può condurre.

Come C.G. Jung afferma:

La figura dell’Ombra personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e che pur tuttavia, in maniera diretta o indiretta, instancabilmente lo perseguita: per esempio tratti del carattere poco apprezzabili o altre tendenze incompatibili (C.G. Jung, Coscienza, inconscio e individuazione,1939).

Il romanzo di Chiara Gamberale non avanza pretese scientifiche e cliniche ma ben si adatta al racconto necessario a cui ognuno tende quando l’evidenza sfugge di mano, quando il piano soggettivo deve lasciare il posto ai dati oggettivi nell’inevitabile incontro con se stessi.

L’Ombra è l’ignoto, l’Altro, il diverso, il nemico, l’osceno, il grottesco, la zona cieca, ciò che non vorremmo essere e che non viviamo consapevolmente e che incominciamo a vedere e a capire solo quando iniziamo a ignorare un po’ l’immagine ideale di noi stessi.

 

Giochi di carte collezionabili: l’importanza della competizione e della ricreazione

I giochi di carte collezionabili (GCC) sono una delle forme ludiche più popolari al giorno d’oggi.

 

Cosa sono i giochi di carte collezionabili

Giochi come Pokémon, Magic, Yu-Gi-Oh e the Gathering hanno un seguito enorme e forti sottoculture che li supportano. Questi giochi sono significativamente sottovalutati, insieme alla cultura dei giocatori, rispetto ai giochi da tavolo e i giochi di ruolo, supportati e analizzati da parte di numerose ricerche (Daynasti & Linuwih, 2021).

Yu-Gi-Oh è un gioco di carte collezionabili creato dalla società di giochi giapponese Konami nel 1999. Il gioco è stato localizzato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2002. Il gioco fa parte di un franchise multimediale più ampio, composto da più programmi televisivi, manga, film e altri giocattoli. Nel gioco di carte, ogni giocatore costruisce il proprio mazzo, ognuno con effetti e abilità differenti nel gioco. Ogni giocatore ha un totale di ottomila punti vita e l’obiettivo del gioco è esaurire quelli del proprio avversario. I giocatori lo fanno attaccando il loro avversario con delle ‘carte mostro’, che hanno valori di attacco diversi e i giocatori hanno accesso a carte incantesimo e carte trappola che consentono di utilizzare altre abilità utili nel gioco. Le abilità possono variare, ad esempio si può cercare una carta specifica nel proprio mazzo, costringendo così il proprio avversario a scartarne una (Daynasti & Linuwih, 2021). Gli effetti o le abilità di tutte le carte possono essere attivati ​​in tempi diversi, e talvolta anche durante il turno dell’avversario a seconda della carta. Il punto più importante è che i giocatori hanno accesso a innumerevoli abilità tra le migliaia di carte disponibili e che tali abilità possono essere applicabili praticamente in qualsiasi momento durante il gioco, ovviamente a seconda di ciò che è scritto sul testo della carta (Daynasti & Linuwih, 2021).

Cosa porta le persone a giocare ai giochi di carte collezionabili

Ma perché le persone giocano? Morteson, Sixsmith e Kaufman (2017) hanno osservato come il più grande vantaggio che le persone traggono dai giochi non digitali è l’interazione sociale che avviene tra i partecipanti. Hanno notato anche che ‘giocare per scappare dalla vita quotidiana’ è stata citata meno frequentemente rispetto al ‘divertimento’ e alla ‘stimolazione mentale’. Questo suggerisce che gli intervistati hanno giocato per i benefici positivi, piuttosto che come mezzo di evitamento (Morteson et al., 2017). Ciò era particolarmente vero per i giovani adulti nello studio, e potrebbe rivelarsi interessante per comprendere i giocatori di Yu-Gi-Oh.

Fattori esclusivi dei giochi di carte collezionabili che Billicent ha evidenziato sono il trading, l’investimento e l’espressione personale, aspetti del gioco che si intrecciano tra loro (Daynasti & Linuwih, 2021). Le interviste ai giocatori menzionano tutte il trading come un aspetto importante della comunità di gioco ed esprimono soddisfazione nel possedere e nel fare trading di carte preziose. In alcuni casi, le persone vendono carte invece di scambiarle semplicemente con altre. Billicent ha confrontato l’aspetto di investimento dei giochi di carte collezionabili con il ‘giocare in borsa per divertimento’ (Gee, 2014). Ito (2005) ha toccato anche il tema del commercio e della vendita di carte, notando che forma un’intera sottocultura all’interno delle comunità di giochi di carte collezionabili. Ha notato anche che la cultura commerciale esiste tra i bambini giocatori, anche se le carte considerate preziose tendenzialmente differiscono in modo notevole dalla comunità degli adulti (Daynasti & Linuwih, 2021). L’espressione personale è un altro aspetto unico dei giochi di carte collezionabili che Billicent osserva, derivante in parte dal fatto che i giocatori devono costruire i propri mazzi con le proprie collezioni di carte. Alcuni degli intervistati hanno espresso un senso di attaccamento personale ai loro mazzi e un senso di identificazione con loro e si è osservato come i giocatori tendano a identificarsi con lo stile di gioco o con le strategie coinvolte nei loro mazzi, più che con le immagini raffigurate sulle carte (Daynasti & Linuwih, 2021).

Adinolf e Turkay (2011) hanno indagato maggiormente le motivazioni che spingono le persone a giocare, hanno riportato quindi come sia la raccolta delle carte, sia le interazioni sociali, contribuiscano al mantenimento di un’attività ludica, evidenziando così l’importanza del gioco nell’apprendimento: la natura sociale dei giochi di carte collezionabili costituisce una via per l’insegnamento e per lo sviluppo di particolari abilità sociali. La necessità di insegnare ai nuovi giocatori le meccaniche di gioco è un modo in cui cooperare insieme, mentre altri aspetti come il trading possono aiutare i giocatori a sviluppare abilità di persuasione e negoziazione (Daynasti & Linuwih, 2021). Alcuni giochi di carte collezionabili possono anche aiutare a sviluppare abilità come la gestione delle risorse.

I giochi di carte collezionabili e i valori culturali nei giocatori: lo studio di Nagi e collaboratori

La raccolta dei dati per questo studio (Nagi, 2021) consiste nell’osservazione dei partecipanti, poiché questo metodo permette di adottare uno sguardo coinvolgente riguardo ai modelli e ai valori culturali. Un approccio etnografico è il modo migliore per scoprire la costruzione sociale del significato all’interno di una sottocultura, in particolare nell’ambito della teoria dei frame di Goffman, una lente per la comprensione delle costruzioni sociali integrate da metodi etnografici (Goffman, 1974). La teoria di Goffman (1974) suggerisce come le persone cercano di costruire differenti cornici attorno agli eventi, con lo scopo di dare un significato alle azioni (Nagi, 2021). Ogni persona opera così con più cornici in un dato momento, ma le azioni sono coerenti grazie alla cosiddetta struttura primaria (1974, 26). Mentre l’atto di inquadratura è importante per capire come viene creato il significato, l’atto di digitare è altrettanto importante, soprattutto nell’analisi del gioco. La digitazione differisce dall’inquadratura in quanto è la trasformazione del quadro primario (Goffman, 1974). Le prime osservazioni sono state svolte durante l’incontro settimanale dei giocatori di Yu-Gi-Oh all’interno di un negozio di giochi locale. Normalmente, il gruppo era composto da quattro o sei giocatori, tutti uomini tra i venti e i venticinque anni (Daynasti & Linuwih, 2021). Osservando le etichette applicate dai giocatori durante il gioco, il seguire le regole, il controllo sul proprio stile di gioco e sul mazzo altrui grazie alla familiarità con il proprio e la nostalgia per i mazzi GOAT, Nagi ha evidenziato come le strutture principali di Yu-Gi-Oh sono la competizione e la ricreazione. Il quadro della ricreazione riconosce Yu-Gi-Oh come una forma di intrattenimento. All’interno di questo quadro i giocatori sono riuniti con la pretesa condivisa di divertirsi giocando a Yu-Gi-Oh. Il secondo quadro è quello della concorrenza, dove i giocatori sono riuniti con l’obiettivo di vincere (Daynasti & Linuwih, 2021).

Queste strutture occasionalmente si oppongono l’una all’altra, ma attraverso il keying e altri insiemi di aspettative i giocatori riescono a bilanciare queste strutture e a conciliare questa dicotomia. Parallelamente, nella società i valori, i comportamenti e le aspettative della comunità lavorano in gran parte a sostegno di una o entrambe queste cornici e, a volte, lavorano per raggiungere un equilibrio tra queste ultime, come fanno i giocatori stessi (Daynasti & Linuwih, 2021).

 

Il tempo vola quando ci si diverte: come la motivazione influisce sulla percezione del tempo

Gable e Poole hanno ipotizzato che siano proprio gli stati ad alto tasso di motivazione a farci sentire come se il tempo stesse passando più rapidamente e hanno testato questa ipotesi in una serie di tre esperimenti.

 

È accaduto a tutti. Quando ci troviamo a una interminabile riunione di lavoro o quando siamo in fila alla cassa o seduti alla fermata ad aspettare l’arrivo dell’autobus o della metro, l’attesa appare infinita ed è come se il tempo rallentasse o addirittura si fermasse. Al contrario, nelle occasioni piacevoli e avvincenti in cui ci divertiamo, ad esempio se stiamo guardando la nostra serie TV preferita o trascorrendo una serata con gli amici, sembra che il tempo voli e acceleri.

È evidente che, anche se i secondi scorrono sull’orologio a un ritmo regolare, la nostra personale esperienza  e cognizione della ‘quarta dimensione’ è tutt’altro che uniforme (Association for Psychological Science, 2012).

La percezione del tempo è soggettiva

Numerosi studi hanno osservato che l’esperienza del tempo è soggettiva e gran parte delle ricerche fino ad oggi condotte hanno attribuito tale fenomeno agli effetti degli stati affettivi positivi e negativi (Droit-Volet & Gil, 2009).

Rispetto agli stati negativi, quelli positivi fanno sì che il tempo passato appaia come trascorso più velocemente, producendo una valutazione del tempo che viene percepito come più ‘corto’. Ciò avviene presumibilmente perché la valenza affettiva altera i processi di elaborazione temporale (Gable & Poole, 2012).

Ma quali meccanismi fanno in modo che durante gli eventi piacevoli il tempo sembri procedere più velocemente? I moderni modelli incentrati sulla dimensione della motivazione possono favorire una migliore comprensione dell’interazione affettività-cognizione.

Lo studio di Gable e Poole sull’approccio motivazionale e la percezione del tempo

Uno studio, condotto dagli psicologi Philip Gable e Bryan Poole dell’Università dell’Alabama, ha provato a spiegarlo, approfondendo le ragioni per le quali il tempo sembra accelerare quando ci si diverte e dall’altro ‘si allunga’ nei momenti noiosi e/o negativi (Gable & Poole, 2012). La principale scoperta del loro lavoro consiste nell’aver individuato che è vero che ‘il tempo vola’ quando ci si diverte, ma con una specifica: il divertimento deve essere goal-motivated, ossia orientato e finalizzato al perseguimento di precisi obiettivi. Come indicato dagli autori (Gable & Poole, 2012), infatti, la motivazione influisce sulla personale esperienza del tempo e, in particolare, può determinare la percezione di riduzione del tempo durante le situazioni piacevoli.

In primo luogo è importante precisare che non tutti gli stati positivi sono uguali, ma variano in intensità motivazionale. Alcuni, ad esempio i sentimenti di serenità o appagamento, presentano una bassa intensità motivazionale: dal momento che si attivano dopo che un obiettivo è stato raggiunto (postgoal affects) o in assenza di un obiettivo da raggiungere (goal-irrelevant affects), non spingono il soggetto a perseguire o ottenere qualcosa. Altri stati positivi, invece, ad esempio il desiderio o l’eccitazione, hanno una elevata intensità motivazionale: si attivano in caso di ricerca di un obiettivo (pregoal affects), come l’acquisizione di risorse biologicamente necessarie (acqua e cibo), la riproduzione o l’interazione sociale, e, di conseguenza, spingono ad andare avanti e conquistare (Gable & Poole, 2012).

Gable e Poole hanno ipotizzato che siano proprio gli stati ad alto tasso di motivazione a farci sentire come se il tempo stesse passando più rapidamente e hanno testato questa ipotesi in una serie di tre esperimenti.

Esperimento 1

Nella training phase i partecipanti sono stati addestrati a distinguere tra immagini mostrate per un periodo di tempo ‘breve’ (400 ms) o ‘lungo’ (1600 ms). Successivamente, nella testing phase, sono state loro mostrate immagini neutre (forme geometriche), positive a basso tasso di motivazione (fiori) o positive ad elevata intensità motivazionale (deliziosi dessert) e, per ogni immagine, è stato loro richiesto di indicare se l’immagine era stata visualizzata per un breve o lungo periodo di tempo.

L’Esperimento 1 ha dimostrato che i partecipanti hanno percepito che il tempo passasse più velocemente negli stati ad alto tasso di motivazione (dessert) rispetto a quelli neutrali (forme geometriche) e a quelli a bassa intensità motivazionale (fiori). A conferma dell’importanza della variazione dei livelli motivazionali, è stato, inoltre, appurato che i partecipanti che avevano mangiato di recente, abbassando, quindi, la loro motivazione verso il cibo, hanno giudicato le immagini dei dessert come se fossero state visualizzate per periodi di tempo più lunghi rispetto ai loro coetanei più affamati.

Esperimento 2

Ai partecipanti sono state mostrate immagini a elevata intensità motivazionale (deliziosi dessert). A metà di loro è stato detto che, terminata la visione delle immagini, avrebbe potuto consumare i dolci, mentre alla restante metà non sono state date ulteriori istruzioni.

L’Esperimento 2 ha evidenziato che i partecipanti hanno percepito che il tempo passasse più velocemente quando osservavano le immagini dei dessert con l’aspettativa di poterli consumare in seguito. In questo modo è stato possibile confermare che la motivazione influenza direttamente la personale percezione del tempo, suggerendo che il nostro desiderio di avvicinarci a qualcosa fa davvero volare il tempo.

Esperimento 3

Ai partecipanti sono state presentate delle immagini positive ad alto tasso di motivazione e delle immagini negative, che evocavano sentimenti altamente spiacevoli, ed è stato loro chiesto di giudicare se ciascuna delle immagini venisse proiettata per un breve o lungo periodo di tempo. I partecipanti hanno indicato che, a parer loro, le immagini positive a elevato livello motivazionale sono state mostrate per periodi di tempo più brevi rispetto alle immagini negative.

L’Esperimento 3 ha rivelato che gli stati affettivi positivi a elevato livello motivazionale ‘accorciano’ la percezione del tempo rispetto agli stati affettivi negativi.

Il tempo vola quando ci si diverte

In conclusione, sulla base di quanto illustrato precedentemente, la spiegazione al mistero celato nella famosa espressione ‘il tempo vola quando ci si diverte’ sembrerebbe risiedere nel costrutto della motivazione, la quale è in grado di influire sulla soggettiva percezione del tempo: durante le occasioni gradevoli goal-motivated, il cervello umano tende ad avvertire che il tempo passi più velocemente del solito. Ciò accade presumibilmente in quanto, durante le fasi di perseguimento degli obiettivi stabiliti, gli stati affettivi a elevato livello motivazionale causano un restringimento dei processi mnestici e attentivi con conseguente allontanamento ed esclusione di pensieri irrilevanti che, qualora presenti, potrebbero causare distrazione e abbandono del compito. In altre parole, un elevato tasso di motivazione migliora le prestazioni cognitive, favorendo la concentrazione e l’impegno nel compito e scoraggiando eventuali distruttori; in questo modo il tempo viene avvertito come più rapido.

In aggiunta a ciò, è importante segnalare che altre ricerche (Sackett et al., 2010) hanno messo in evidenza che la percezione dell’accorciamento del tempo fa sì che gli stimoli siano valutati come più appetibili. Futuri studi continueranno ad approfondire questi concetti che si configurano come molto interessanti non solo perché consentono una migliore comprensione dell’interazione affettività-cognizione, ma anche perché trovano concreta applicazione nelle performances quotidiane di ognuno di noi.

 

È stata la mano di Dio, il cinema come terapia all’abbandono – Recensione

Dopo aver attinto con generosità alla sua biografia, tanto che anche il palazzo dove ha trascorso l’infanzia è esattamente lo stesso, Paolo Sorrentino, con il suo ultimo lavoro È stata la mano di Dio, ci propone un viaggio disincantato e scarno intorno al tema dell’abbandono.

 

Attenzione! L’articolo potrebbe contenere spoiler

Rimasto orfano a sedici anni, dopo un incidente nella casa di montagna dove i genitori rimasero avvelenati da una fuga di monossido di carbonio, il regista affida allo sguardo del suo protagonista (Fabio Schisa) la responsabilità di raccontare un dolore insuperabile, attraverso silenzi malinconici e rumori evocativi. Non c’è però autocommiserazione. Anzi, nelle diverse personalità dei tre fratelli vengono messe in luce tutte le possibili sfaccettature che può assumere una perdita: la sorella si nasconde in bagno, il fratello non vuole rinunciare alla giovinezza, Fabio decide di sentirsene responsabile. Così, nel tentativo di rispondere con coraggio alla chiamata nell’età adulta, scappa a Roma per realizzare il sogno del cinema.

Sembra fuggire dal dolore, da una città che lo ha salvato e tradito allo stesso tempo, da un fallimento insuperabile, ma si propone comunque di dire qualcosa, di non tacere su quanto ha visto, perché guardare è l’unica cosa che sa fare. Ragazzo di poche parole, casalingo e affezionatissimo alla famiglia, decide di esprimersi attraverso le trame del cinema. Proprio come Sorrentino: in una intervista a Giovanni Minoli lo disse chiaramente di essere pigro e solitario, legato alla famiglia nonostante il successo e l’Oscar vinto con La grande bellezza.

Sebbene l’autobiografia rappresenti soltanto uno spunto per montare l’intreccio, la pellicola segna con nitidezza i due tempi nell’esistenza del giovane protagonista: quello della spensieratezza in famiglia, fatta di lunghi pranzi goduriosi e le partite del Napoli viste sul balcone, e quello della maturità dopo la perdita, quando la solitudine prende il sopravvento e i ricordi sembrano tormentare gli animi già provati. Anche visivamente si percepisce il divario tra la pienezza della vita vissuta insieme, il massimo della gioia, e lo smarrimento causato dalla perdita, il massimo del dolore.

È stata la mano di Dio è un film profondamente italiano: un omaggio a Napoli, alle origini, alle storie intime e private che possono fare la differenza. «Nessuno inganna il proprio fallimento. E nessuno se ne va veramente da questa città». Un atto di fede verso la vita che deve continuare, nonostante i lutti e le perdite; ma anche una sorta di ringraziamento al ‘divino’: Maradona che arriva al Napoli, i suoi che gli permettono di non partire per vederlo, il caso o la provvidenza che lo salvano dalla morte. La storia è quindi quella di un miracolato che sente il desiderio impellente di incanalare il flusso dei sentimenti verso una forma di comunicazione che gli sia congeniale, non troppo personale e sicuramente creativa. La sua famiglia si è disintegrata: vuole a tutti i costi ricostruirsi una vita immaginaria, uguale a quella di prima.

Sorrentino, dopo vent’anni dal primo film, mette la sua carne a cuocere: si sente pronto a raccontare qualcosa di sé in maniera esplicita, attraverso uno stile che conferma il suo lento procedere nelle trame dei desideri umani. Nella storia racconta tutto quello che fa di un’adolescenza il salto verso l’età adulta: le delusioni negli affetti quando la famiglia affronta una crisi, il senso di abbandono, la malinconia per un tempo che corre veloce, la fascinazione di figure irraggiungibili come la zia bellissima e fragilissima, la scoperta ingenua del sesso con la baronessa del piano di sopra, il desiderio dell’avventura. Al centro, il manifesto di una dichiarazione d’amore ai genitori perduti, accusati apparentemente di aver provocato la sua solitudine, ma in realtà i veri artefici di una dote che pian piano è esplosa.

È stata la mano di Dio segna la maturità di un regista all’apice della sua carriera: un testamento nel quale raccontare le origini di un talento nemmeno tanto cercato, più una via di fuga da una realtà scadente che un sogno coltivato a lungo. Figlio di un banchiere e di una casalinga, con il walkman sempre addosso, confessa di aver visto pochissimi film; ma non per questo si sente meno attratto da un mondo a cui deve la sua rinascita da orfano. Di fronte a un lutto insuperabile decide di non stare fermo: un pigro, iperattivo della mente, affida alla fantasia il compito di tirarlo fuori dalla realtà, deludente e insopportabile, per trascinarlo nelle visioni oniriche di Federico Fellini, di cui Sorrentino è l’erede naturale. E seguendo le orme di Capuano, il maestro degli inizi, riuscirà poi nell’intento di non disunirsi: fare cinema diventa la terapia, il luogo dell’espressione intima, il mezzo con cui guarire la malinconia.

Quindi forse l’unica scelta che abbiamo è decidere che cosa fare quando qualcuno di caro muore. Morire con lui, vivere una vita mutilata. Oppure forgiare, sul dolore e sui ricordi, nuovi adattamenti. Col lutto prendiamo coscienza del dolore, lo sentiamo, sopravviviamo a esso. Col lutto abbandoniamo i defunti e li introiettiamo, col lutto accettiamo i cambiamenti difficili che la perdita deve apportare – e così cominciamo a porre fine al lutto.

 

Il ruolo dell’ansia per la morte: le differenti traiettorie del Disturbo Ossessivo-Compulsivo

L’ansia per la morte è un costrutto transdiagnostico che ha mostrato differenti correlazioni con determinate patologie mentali e con il numero di diagnosi che un individuo può avere nel corso della propria vita.

 

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione psicologica che colpisce circa l’1-3% della popolazione (Ruscio et al., 2010), che si presenta spesso, circa per il 92% degli individui che ne soffrono (De Mathis et al., 2013), in comorbidità con altri disturbi quali ad esempio il disturbo depressivo maggiore, il disturbo d’ansia generalizzato, l’ansia da separazione, il disturbo d’ansia sociale e le fobie specifiche (Miguel et al., 2008).

L’ordine temporale con cui i disturbi in comorbidità si presentano rispetto alla diagnosi di DOC, è ancora poco conosciuto. Comprendere questo punto sarebbe di fondamentale importanza poiché potrebbe avere un valore prognostico.

La letteratura ci mostra che le diagnosi ottenute precedentemente predicono la gravità del Disturbo Ossessivo-Compulsivo e il rischio di sviluppare ulteriori disturbi. Ad esempio, il 17%-27% degli adulti con DOC ha precedentemente ottenuto una diagnosi di Disturbo d’Ansia da Separazione (Separation Anxiety Disorder) (De Mathis et al., 2013; Mroczkowski et al., 2011) e quelli con una precedente diagnosi di Ansia da Separazione mostrano un esordio più precoce e una maggiore gravità del DOC.

L’ansia per la morte

L’ansia per la morte è un costrutto transdiagnostico che ha mostrato differenti correlazioni con determinate patologie mentali (Iverach et al., 2014) e con il numero di diagnosi che un individuo può avere nel corso della propria vita (Menzies & Dar-Nimrod, 2017; Menzies et al., 2019).

Questo costrutto ha dimostrato di avere un ruolo anche nello sviluppo del Disturbo Ossessivo-Compulsivo e correlazioni con la gravità del disturbo (Menzies e Dar-Nimrod, 2017), motivo per cui si potrebbe pensare che l’ansia per la morte potrebbe avere un ruolo nella traiettoria che segue il DOC. Menzies, Menzies e Iverach (2015) hanno sottolineato che le paure per la morte sembrano essere alla base di molti dei sottotipi comuni del disturbo: all’interno del sottotipo della contaminazione, molti individui attribuiscono il loro comportamento di lavaggio compulsivo alla paura di contrarre malattie mortali come risultato del contatto con i germi (Menzies & De Silva, 2003). Il sottotipo di DOC con controllo potrebbe implicare il controllo compulsivo di prese di corrente, dei fornelli e delle serrature di porte e finestre per la paura di elettrocuzione, incendi domestici e invasioni, ovvero eventi che hanno il potenziale diretto di provocare la morte (Vaccaro et al., 2010).

Uno studio di Menzies e colleghi (2020) ha tentato di studiare la traiettoria che segue il Disturbo Ossessivo Compulsivo. In particolare gli autori hanno indagato il ruolo dell’ansia per la morte in questa traiettoria di sviluppo, concentrandosi sui livelli di ansia per la morte nel predire il numero di disturbi sperimentati prima di una diagnosi di DOC. Dato il ruolo transdiagnostico dell’ansia da morte nella salute mentale, è stato ipotizzato che gli individui con maggiore paura della morte avrebbero avuto più disturbi prima di sviluppare DOC e che gli individui con bassa ansia di morte sarebbero stati più propensi a sperimentare DOC come primo disturbo.

I risultati hanno confermato le ipotesi, dimostrando che esiste un’associazione tra l’ansia per la morte e la storia diagnostica di un individuo prima del DOC.

L’ansia per la morte e la comorbidità con altri disturbi

Nello specifico, gli individui con livelli più elevati di ansia per la morte avevano più probabilità di aver sperimentato una serie di disturbi legati all’ansia prima di ottenere una diagnosi per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, coerentemente con l’ipotesi che prevede che l’ansia per la morte può essere un importante costrutto transdiagnostico che influenza lo sviluppo di varie condizioni di salute mentale (Iverach et al., 2014). I livelli di ansia per la morte, inoltre, predicevano significativamente il numero di diagnosi ricevute prima dell’insorgenza del DOC. In particolare, gli individui con più gravi paure della morte hanno sperimentato, in media, più del doppio del numero di diagnosi prima del disturbo ossessivo compulsivo, rispetto a quelli con bassa ansia di morte.

Gli individui con una maggiore ansia per la morte sembrano per cui attraversare ciclicamente un maggior numero di disturbi, e questo può potenzialmente indicare che il DOC è solo una delle tante manifestazioni di questa paura esistenziale sottostante.

In sostegno della ricerca precedente (De Mathis et al., 2013), Il Disturbo d’Ansia da Separazione ha preceduto la diagnosi di Disturbo Ossessivo Compulsivo per quasi la metà degli individui nel campione analizzato. Anche Fobie specifiche, GAD, disturbo d’ansia da malattia e disturbo di panico sono stati frequentemente sperimentati prima dello sviluppo del DOC. Quindi, nonostante l’esclusione del DOC dalla categoria ‘disturbi d’ansia’ del DSM-5, i risultati dimostrano la frequente co-occorrenza di disturbi legati all’ansia, tra cui non solo i disturbi ossessivo-compulsivi e correlati, ma disturbi legati ai sintomi somatici.

In conclusione, lo studio dimostra una serie di traiettorie che portano allo sviluppo del DOC. Per gli individui che dimostrano paure della morte più elevate, il DOC si dimostra una manifestazione delle paure sottostanti della mortalità, che sono apparse in precedenza sotto forma di altri disturbi legati all’ansia incentrati sulla malattia o sul danno. Viene per cui sottolineata l’importanza di comprendere il ruolo dell’ansia per la morte nella psicopatologia e l’imperativo di considerare questo costrutto transdiagnostico per un efficace intervento clinico.

Il trattamento dell’ansia per la morte

Se la paura per la morte è il nucleo sottostante che guida la manifestazione dell’ansia clinica, allora, il trattamento mirato a migliorare tali preoccupazioni può rivelarsi un prezioso rimedio transdiagnostico. Inoltre, gli interventi che mirano a mitigare l’ansia per la morte possono aiutare a prevenire lo sviluppo di ulteriori malattie mentali nel corso della vita.

Per quanto riguarda il trattamento dell’ansia per la morte, una recente meta-analisi ha sottolineato l’efficacia degli interventi CBT con un focus sulla sulla terapia di esposizione (Menzies et al., 2018). Quindi, i trattamenti attuali possono trarre beneficio dall’implementazione di strategie CBT (per esempio esposizione graduata alle specifiche situazioni temute dell’individuo relative alla morte) al fine di migliorare l’ansia per la morte di un individuo.

 

La comunicazione assertiva

I principi necessari per sviluppare l’assertività sono l’immagine positiva di sé, la libertà espressiva, il contatto con gli altri, la gestione di richieste, di feedback e del conflitto.

 

Nella psicoterapia cognitivo-comportamentale, il terapeuta si trova spesso di fronte a clienti che necessitano di un ‘rafforzamento’ delle proprie abilità comunicative, in particolare la richiesta è quella di riuscire a farsi ascoltare, e nel riuscire a far comprendere adeguatamente le proprie emozioni, i propri stati d’animo e bisogni. È in quest’ottica che lo psicoterapeuta orienta la sua attività terapeutica nell’addestrare alle competenze assertive, facendo leva su sei principi che consentono di sviluppare l’assertività del cliente: immagine positiva di sé, libertà espressiva, contatto con gli altri, gestione delle richieste, gestione del feedback e gestione nel conflitto.

Analizzando i principi in ordine di sequenza, incrementare l’autostima rende la persona più sicura delle proprie posizioni perché consente di sentire i propri bisogni e diritti validi. Procedendo, la libertà espressiva e il contatto con gli altri sono state concettualizzate da Thomas Gordon nel 1991. Con l’utilizzo dei cosiddetti ‘messaggi di responsabilità’ (metodo per consentire la libera espressione) il soggetto viene aiutato dal terapeuta ad esprimersi utilizzando la prima persona singolare, un verbo che esprima assunzione di responsabilità (ad esempio, voglio, desidero, apprezzo, sento, gradisco) e un contenuto chiaro, breve e diretto.

Questa tipologia di comunicazione dà due vantaggi: il primo è l’esplicitazione di un messaggio sincero e quindi autentico, il secondo è l’attribuzione di responsabilità che porta il cliente a non attribuirla all’esterno. Il principio del contatto con gli altri viene usato per accrescere la capacità di ascolto del soggetto, infatti viene guidato con simulate e role playing a prestare ascolto attivo dell’altro nel senso di prestare completa attenzione, ascoltare in maniera aperta e non giudicante, con un assetto verbale e non verbale che incoraggi l’altra persona a esprimersi liberamente, per poi riformulare il contenuto del messaggio che è stato espresso. Un altro punto fondamentale utile all’accrescimento dell’assertività è saper gestire le richieste: quest’abilità è implementata dal clinico addestrando il paziente a mettere a fuoco l’obiettivo che vuole ottenere con la comunicazione, tradurre la richiesta in un messaggio verbale semplice e diretto, assumersi la responsabilità della richiesta.

Queste abilità vanno di pari passo con quelle che consentono di opporsi a richieste che non si vogliono corrispondere; perciò, il cliente verrà guidato a guardare l’altro e parlare in maniera ferma, dire all’altro che non si vuole fare quanto richiesto e dare una motivazione ma senza giustificarsi. Le ultime due abilità che completano il bagaglio di una buona competenza assertiva sono la gestione del feedback e del conflitto. La prima consiste nel dare un feedback all’altro su un suo comportamento o atteggiamento ritenuto sia positivo sia negativo, fatto che consente all’altro di capire meglio i valori, desideri e bisogni del soggetto che dà il feedback. La gestione del conflitto, infine, ruota attorno all’insegnamento della negoziazione, processo costituito dal problem solving e dal brainstorming, i quali, partendo da obiettivi condivisi da entrambi gli interlocutori, portano a soluzioni condivise, evitando di fatto il conflitto.

 

Quali sono gli effetti psicologici dei trattamenti per l’infertilità? L’impatto della fecondazione in vitro sulla qualità di vita

La consulenza psicologica è fondamentale nei casi di infertilità, dove le coppie, spesso, ricorrono alla fecondazione in vitro (FIV), che si compone di trattamenti impegnativi.

 

La gravidanza e il parto costituiscono fasi di vita importanti per alcune donne in molti paesi sviluppati e in via di sviluppo (Direkvand-Moghadam et al., 2016). L’infertilità, definita come il mancato concepimento dopo un anno di rapporti sessuali regolari non protetti (Sezgin et al., 2016), spesso causa notevole disagio sociale ed è accompagnata da numerosi problemi psicologici e sociali come depressione, ansia, isolamento e disfunzioni sessuali (Baghiani Moghadam et al., 2011). Può essere vista come una crisi di vita importante e ha un impatto sulla qualità della vita degli individui che la sperimentano (Namdar et al., 2017).

L’impatto dell’infertilità sulla qualità di vita

Alcuni studi in letteratura, a tal proposito, si sono occupati di validare uno strumento per valutare l’impatto dei problemi di fertilità su diverse dimensioni della vita (FertiQOL; Dural,et al., 2016). Molte donne infertili hanno infatti spesso relazioni coniugali problematiche, sentimenti di impotenza e senso di colpa e una qualità di vita ridotta. Anche gli uomini hanno diverse ripercussioni psicologiche e sociali, inoltre possono sperimentare minore soddisfazione nei rapporti sessuali, causata probabilmente dalla pressione psicologica del concepimento o dalla tempistica forzata del rapporto sessuale intorno al ciclo ovulatorio della donna (Monga et al., 2004). Diversi dati dimostrano tuttavia che le donne risultano essere più colpite dalle conseguenze dell’infertilità.

I trattamenti per l’infertilità

La consulenza psicologica è fondamentale quindi per le coppie che non riescono ad avere figli le quali, spesso, ricorrono alla fecondazione in vitro (FIV) che si compone di trattamenti impegnativi. La stimolazione ovarica controllata (COS), ad esempio, è una parte essenziale della FIV che prevede due o tre settimane di trattamenti combinati a prelievi di sangue ed ecografie transvaginali per ottenere ovociti che saranno successivamente fecondati in laboratorio e trasferiti nell’utero della donna. Il successo della FIV è variabile e dipende da molti fattori, solitamente è stimato intorno al 30% una volta che il ciclo di trattamenti è iniziato (Toftager et al., 2017); l’incertezza di un risultato soddisfacente costituisce quindi un altro motivo di stress: una buona salute mentale a inizio trattamento sembra essere fondamentale per poter affrontare un possibile fallimento di una gravidanza.

Molte coppie che non sono seguite o supportate sufficientemente, spesso rinunciano ai trattamenti proposti ancora prima di cominciare (Crawford et al., 2017). Diversi studi in letteratura hanno confrontato le donne infertili, trovando dei livelli molto elevati di stress rispetto al resto della popolazione. Inoltre sembra che l’età e la durata dell’infertilità aumentino i livelli di ansia nelle coppie che cercano una gravidanza; tuttavia non vi sono ancora risultati chiari che mostrano disturbi psichiatrici o psicopatologia generale più elevata in tali coppie (Chiaffarino et al., 2011).

Il vissuto emotivo legato ai trattamenti per l’infertilità

Dal momento che l’impatto dei trattamenti per l’infertilità, in particolare il COS, rispetto all’impatto generale dell’infertilità non è stato ancora studiato approfonditamente, Massarotti e colleghi, nel 2019, hanno condotto uno studio per valutare i livelli di ansia e depressione nelle donne, correlati all’infertilità e ai trattamenti per quest’ultima, mettendo in luce quali fossero i predittori di livelli di disagio elevati. 89 donne sono state incluse nello studio e sono stati sottoposti loro due questionari, sia prima dell’inizio del loro primo ciclo di trattamento, sia alla fine della stimolazione ovarica per la fecondazione in vitro (FIV). I questionari erano la Hospital Anxiety and Depression Scale (HADS), che misura l’ansia e la depressione, usata soprattutto nei campioni che non mostrano i classici segnali fisici della depressione clinica (Bjelland et al., 2002), e la Fertility Quality of Life (FertiQoL; Boivin et al., 2011), uno strumento specifico utilizzato per pazienti infertili, che valuta la qualità di vita in due domini: la vita generale e durante i trattamenti. Entrambi i  questionari vengono utilizzati per valutare in dettaglio gli indicatori di peggioramento della qualità della vita e i disturbi dell’umore specificamente correlati all’infertilità. I risultati ottenuti mostrano che le donne infertili sperimentano angoscia generale causata da diversi fattori, alcuni dei quali sono individuali, altri invece dipendono dalla relazione con il partner, la famiglia e la società. Questo è spiegato dal fatto che spesso il desiderio insoddisfatto di una gravidanza può portare ad avere la sensazione di non soddisfare le aspettative della società e aumenta di conseguenza il livello di stress.

I livelli d’ansia durante il trattamento per l’infertilità

Nel campione di donne incluso nello studio, la maggior parte del quale ha sperimentato infertilità di media-lunga durata, i livelli di ansia sono aumentati durante le prime visite alla clinica di infertilità, probabilmente a causa del lungo periodo passato a cercare una gravidanza o dall’ansia e dalla paura di un trattamento sconosciuto. L’ansia sembra però diminuire significativamente durante il trattamento e successivamente ad un confronto con un medico dell’infertilità che aiuta le donne a prendere decisioni consapevoli (Gameiro et al., 2015). Sebbene la procedura sia molto impegnativa, sembra che le donne si sentano meglio quando fanno attivamente qualcosa per ottenere un risultato desiderato da tempo; inoltre poter confrontarsi con altre donne infertili le fa sentire meno sole nei loro problemi. In aggiunta, suddividendo le donne in tre gruppi in base alla causa principale dell’infertilità (infertilità maschile, infertilità femminile, o sia maschile che femminile), i risultati mostrano livelli significativamente più alti di ansia e disagio generale nei pazienti in trattamento a causa di infertilità femminile. In conclusione questi dati forniscono ai medici che si occupano di infertilità alcune indicazioni per un supporto psicologico più mirato, centrato sul paziente. Tale supporto sembrerebbe essere fondamentale soprattutto nei momenti più difficili (cioè i primi accessi in un centro di fertilità) o nei sottogruppi più vulnerabili (cioè le donne con una causa di infertilità esclusivamente femminile; Massarotti et al., 2019).

 

Pensaci ancora (2021) di Adam Grant – Recensione del libro

Pensaci ancora è un saggio di Adam Grant, tradotto in italiano da Giuseppe Maugeri ed edito nel 2021 da Egea.

 

Adam Grant è un giovane professore della Wharton School dell’Università della Pennsylvania, esperto di psicologia del lavoro. Ha collaborato con un gran numero di aziende, è stato un brillante pubblicitario, oltre che un eccellente sportivo, campione di tuffi ai giochi olimpici giovanili.

Lo scopo di questo saggio è quello di provocare una rivoluzione nel modo di pensare del lettore. Si tratta di una guida alla scoperta della possibilità di nuove capacità cognitive che permettono di ripensare e disimparare. La capacità di modificare le proprie opinioni è, secondo l’autore, una forma di intelligenza che consente di raggiungere ottimi risultati in ambito lavorativo e di vivere saggiamente.

Pensaci ancora è un libro composto da tre parti, la prima parte è dedicata alla trattazione della necessità di imparare a ripensare. Secondo Grant i geni creativi, non posseggono soltanto una particolare carica, ma la capacità di essere disposti continuamente a ripensare le proprie posizioni. Inoltre, in ambito lavorativo chi è ai vertici ed è capace, non solo di ammettere di non conoscere determinate cose, ma è anche disposto a cercare nuove soluzioni attraverso l’ascolto degli altri e ottiene i risultati migliori nella guida del team.

La seconda parte è dedicata all’alfabetizzazione argomentativa cioè a quel metodo interdisciplinare che permette di ripensare l’apprendimento.

Nell’ultima parte Grant illustra come esista una resistenza da parte della scuola, del mondo del lavoro e della politica ad incoraggiare la cultura del ripensamento.

Pensaci ancora è una riflessione su come, in un mondo in rapido cambiamento, diviene fondamentale non solo imparare, ma anche mettere in discussione ciò che si è imparato e modificare le proprie idee e convinzioni.

Grant con il suo libro dimostra come sia possibile abbandonare determinati punti di vista ed essere contenti di avere torto e lo fa attraverso prove concrete, come ad esempio il suo personale successo nel persuadere i tifosi degli Yankees a parteggiare per i Red Sox. Quello che Adam Grant, con questo saggio, intende insegnare è argomentare come se si avesse ragione, ma ascoltare come se si avesse torto perché questo consente di continuare ad imparare per tutta la vita.

 

Caffè Cognitivo: i tratti di personalità protagonisti della nuova stagione – Il primo episodio è dedicato al Ritiro

State of Mind presenta la nuova stagione di Caffè Cognitivo in formato podcast: una raccolta di episodi, uno inedito ogni settimana, per conoscere ed esplorare il mondo della Psicologia e della Psicoterapia, accompagnati dalle voci dei nostri professionisti e dei più noti esperti in materia. Fil rouge di questa nuova stagione sarà l’argomento: “I tratti di personalità”.

 

Caffè Cognitivo: dalle webseries ai podcast

Nate in piena pandemia, le precedenti stagioni di “Caffè cognitivo”, create dapprima in formato webseries e successivamente diventate un podcast, hanno sin da subito riscosso un ampio consenso da parte del pubblico, sia esperto che meno esperto.

Dato il successo ottenuto, il gruppo Studi Cognitivi ha realizzato una nuova stagione di “Caffè Cognitivo”, questa volta esclusivamente in formato podcast, una scelta fatta per rendere la fruizione dei contenuti più facile e accessibile per chi ci segue. Fil rouge della nuova edizione sarà l’argomento: “I tratti di personalità”.

Gli episodi della nuova stagione di Caffè Cognitivo

Ogni episodio del podcast prenderà avvio da una conversazione tra due o più clinici del gruppo Studi Cognitivi che discuteranno sul tema personalità, esaminando in ogni episodio uno specifico tratto personologico, attraverso un confronto leggero, fatto di pochi tecnicismi, pensato per tutti i nostri ascoltatori, esperti e non.

Durante la prima puntata della nuova stagione, la Dott.ssa Sandra Sassaroli e il Dott. Gabriele Caselli parleranno del Ritiro, ovvero la preferenza per il restare da soli piuttosto che con gli altri. Da dove nasce il ritiro? Perché alcune persone evitano i rapporti sociali? Scopritelo nel primo episodio.

Dove ascoltare il primo episodio

Gli episodi di Caffè Cognitivo sono disponibili su diverse piattaforme, ascolta il primo episodio su:

 

La dipendenza dalle cattive notizie, doomscrolling e doomsurfing

Nei periodi di crisi e di incertezza cerchiamo informazioni che ci aiutino a comprendere ciò che succede, anche quando queste informazioni ci rendono ansiosi, tristi, preoccupati, si tratta del doomscrolling o doomsurfing.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 26) La dipendenza dalle cattive notizie, doomscrolling e doomsurfing

 

La pandemia da Covid-19, soprattutto a partire dai primi mesi dello scorso anno, ha coinciso con un’impennata dell’utilizzo di Internet e dei device digitali che ci sono serviti per lavorare, studiare, continuare con le nostre attività, rimanere in contatto con amici e familiari, essere informati.

Mai come in questo caso le incertezze sono state tante e abbiamo dovuto affrontare una situazione del tutto inedita con informazioni nuove e a volte contrastanti ogni giorno.

Le notizie negative hanno dominato l’agenda di giornali e canali di comunicazione governativi. A partire dall’appuntamento fisso quotidiano delle 18 con l’aggiornamento da parte delle autorità, siamo stati inondati da informazioni su ospedali al collasso, città chiuse, drastiche misure preventive, statistiche su casi, ricoveri e decessi, e, fino a non molti mesi fa, previsioni discontinue sul vaccino, tema tuttora accompagnato da non poche incertezze su tempistiche ed efficacia.

Il significato di doomscrolling o doomsurfing

Con doomscrolling e doomsurfing ci si riferisce alla tendenza marcata a ricercare notizie negative online con conseguenze sulla nostra salute mentale.

Si tratta di un fenomeno di cui si è cominciato a parlare da poco in relazione alla pandemia da Covid-19: per la prima volta nella storia durante eventi di portata globale abbiamo avuto la possibilità di usare così tanto nuove tecnologie, in alcuni casi inedite fino ad allora, e quindi di avere accesso in ogni momento ad un numero potenzialmente infinito di informazioni.

La parola deriva dallo ‘scrollare’ – ovvero da ‘scroll’ in inglese-  il movimento che facciamo quando siamo sui social (o comunque online) e facciamo scorrere il feed con le ultime notizie. ‘Surf online’ è un altro termine, un po’ meno utilizzato e un po’ meno recente, per indicare un generico navigare su internet. Aggiungere ‘doom’ (sorte avversa, destino tragico) serve poi a dare proprio una connotazione negativa a questo far scorrere sotto le nostre dita una sfilza di notizie avverse. È quello che abbiamo fatto in maniera massiccia soprattutto durante il primo lockdown, quello più duro per tutti e con maggiori incertezze (Ytre-Arne & Hallvard, 2021).

Controllare il numero di casi e di morti dovute al Covid19, cercare le ultime informazioni su nuovi sintomi e su come può diffondersi è qualcosa che va bene fare, ma quando parliamo di doomsurfing e doomscrolling ci riferiamo a farlo molto spesso ed in maniera insistente. Ciò porta ad intense emozioni di ansia, incertezza, preoccupazione, paura, angoscia, che a loro volta portano a difficoltà nel dormire, diminuzione dell’appetito e scarso interesse per attività che di solito piace fare (Anand et al., 2021).

Essere immersi in notizie negative

Secondo Anand et al. (2021) ci sono dei bias cognitivi che spingono molte persone a persistere nel doomscrolling. Farlo ci serve a dare un senso all’esperienza che stiamo vivendo ed a quello che sta succedendo nel mondo, ci aiuta a fare ordine in una situazione incerta e a riempire il vuoto informativo. L’aspettativa è di ampliare le prospettive, arrivare ad un maggiore senso di controllo (più ne so, più ne capisco, più posso controllare) e quindi ridurre i sentimenti negativi.

In realtà così facendo si ottiene l’effetto opposto: si finisce in una spirale di notizie negative ed incerte che porta ad un’ulteriore esacerbazione di paura e preoccupazione, in un circolo vizioso in cui gli individui sembrano rimanere intrappolati.

Se è vero che il doomscrolling indica il ricercare e leggere continuamente notizie negative, dall’altro non tutte le informazioni per noi hanno lo stesso peso e riserviamo loro la stessa attenzione. L’aspettativa di arrivare a informazioni positive o nuove prospettive sulla pandemia e quindi ridurre ansia, paura, preoccupazione, viene guidata da alcuni bias.

Infatti tendiamo a sottostimare rischi ed eventi negativi (bias di ottimismo) e nella nostra ricerca di informazioni assegniamo un peso maggiore alle prove che supportano la nostra ipotesi e, viceversa, diamo un peso minore alle prove che disconfermano la nostra prospettiva (bias di conferma) ed infine continuiamo le nostre ricerche per accumulare più info che supportano e sono coerenti con le informazioni che abbiamo visto per prime (bias di ancoraggio) (Anand et al.,2021; Park et al., 2020).

Si instaura un circolo vizioso, un loop in cui siamo motivati alla ricerca di informazioni nell’aspettativa che siano positive. Troviamo invece informazioni negative e persistiamo nella nostra ricerca, sviluppiamo sintomi emotivi negativi, ci sentiamo ansiosi, apprensivi e ciò aumenta il nostro livello di incertezza, il che ci spinge a navigare e ricercare ancora più informazioni.

Doomscrolling, una strategia di sopravvivenza

Siamo istintivamente portati a prestare attenzione a qualsiasi situazione potenzialmente pericolosa, soprattutto in periodi di incertezza, quando la ricerca di informazioni mira anche ad aumentare il nostro senso di controllo. Ne va della nostra sopravvivenza. Ma in un mare di informazioni abbiamo anche la preoccupazione di perderci qualcosa di importante. Così continuiamo a cercare.

Nella speranza di trovare informazioni che ci facciano sentire meglio e più in controllo, siamo anche più vulnerabili alle informazioni imprecise e incomplete che invece di aumentare il nostro senso di controllo vanno a validare paura, ansia, incertezza e ci spingono verso un costante bisogno di saperne di più e di fare doomsurfing o doomscrolling (Anand et al., 2021).

Il doomscrolling è quindi una strategia che mettiamo in atto in un contesto di crisi, di incertezza, di paura e di minaccia che è disadattiva nella misura in cui diventa eccessiva e porta ad intense emozioni di stress.
Ci vuole uno sforzo per fermarsi e prendersi una pausa, riuscire a monitorare l’impatto emotivo, separare le informazioni utili da quelle irrilevanti. L’aspetto fondamentale è riuscire a discernere dove sia il limite per noi tra l’essere informati, anche quando le informazioni sono negative, e quanto questo ci destabilizza e ci fa stare male.

 

Bambini che non vogliono mangiare o mangiano troppo. Consigli pratici per genitori e figli (2021) di Irene Chatoor – Recensione

Bambini che non vogliono mangiare o mangiano troppo è una guida pratica per genitori che ha l’obiettivo di fornire metodi per la prevenzione e la gestione di problematiche alimentari nell’età evolutiva

 

L’autrice Irene Chatoor è pediatra e neuropsichiatra infantile, docente di psichiatria e pediatria presso la George Washington School of Medicine e vicedirettrice del Dipartimento di psichiatria all’ospedale pediatrico di Washington DC. Nel 2012, pubblica il libro When Your Child Won’t Eat or Eats Too Much. A Parent’s Guide for the Prevention and Treatment of Feeding Problems in Young Children, che racchiude storie ed evidenze scientifiche raccolte nel corso del suo lavoro clinico e di ricerca con bambini che presentano difficoltà di natura alimentare. Nel 2021, Caterina Lombardo e Loredana Lucarelli curano la traduzione italiana per Erickson.

L’edizione italiana si preoccupa anche di adattare alcuni passaggi al sistema culturale del nostro Paese: come l’utilizzo del termine ‘cibo’ (ovvero l’unione di vari alimenti cucinati) per indicare l’avversione a uno specifico alimento che di rado viene presentato in forma pura; oppure gli orari dei pasti e le routine, in quanto nel testo originale viene dato particolare accento alla necessità di permettere al bambino di partecipare ai pasti con il resto della famiglia, aspetto meno marcato nella versione italiana, che si rivolge a un gruppo culturale in cui i pasti assumono un valore socialmente considerevole.

Il volume acquista valore divulgativo in quanto l’alimentazione e il rapporto con il cibo rivestono un ruolo centrale nella vita di ogni individuo. In particolare, per il genitore la nutrizione risulta essenziale nell’accudimento del bambino ed è molto importante nella relazione con il proprio figlio, sia come fonte di piacere e rassicurazione, sia come intensa preoccupazione laddove emergano delle difficoltà.

Nel suo insieme, il testo si configura come un manuale che vuole guidare i genitori a comprendere e gestire eventuali problematiche legate all’alimentazione dei propri figli. Tale aspetto viene esplorato nella sua complessità, spaziando dall’atto puramente comportamentale di rimanere a tavola per tutta la durata del pasto, alle competenze grosso e finomotorie necessarie al bambino per alimentarsi in autonomia, a manifestazioni comportamentali di natura clinica come l’anoressia infantile o le avversioni sensoriali persistenti. Dunque, lo scopo è quello di rispondere a potenziali bisogni dei genitori, sia che questi riguardino la prevenzione di comportamenti-problema di natura alimentare, sia che si tratti della gestione di difficoltà già in atto. L’autrice raggiunge l’obiettivo grazie all’utilizzo di un linguaggio chiaro e accessibile, massimizza la comprensione fornendo spiegazioni, laddove i tecnicismi si rendono necessari, e casi clinici, esemplificativi della realtà clinica osservata nel corso della sua carriera.

È proprio questo un primo punto di forza del volume, poiché inserire una breve panoramica sulla storia di vita e sul trattamento di un paziente assolve una duplice funzione: da una parte normalizza l’esperienza del genitore che si trova a dover gestire difficoltà legate all’alimentazione del figlio, descrivendo esperienze altrui in cui si può riconoscere; dall’altra conferisce al manuale un approccio evidence-based, ottenuto anche grazie alla descrizione di studi clinici i cui risultati avvalorano l’efficacia delle strategie suggerite nel libro.

Vengono fornite indicazioni pratiche e immediate al genitore che si trova a fronteggiare difficoltà alimentari del figlio; per esempio, il metodo del ‘time-out’ è utile per incrementare l’autonomia del bambino nell’alimentarsi e per promuovere competenze trasversali come l’autoregolazione emotiva. Per consolidare i punti cruciali delle strategie l’autrice aggiunge delle sezioni riassuntive.

Si passa a una vera e propria educazione all’alimentazione. Innanzitutto, il genitore riceve una breve spiegazione di quali siano le tappe fondamentali dello sviluppo delle autonomie nei pasti, differenziando le tempistiche anche in base a variabili intervenienti di natura culturale. Viene descritto il forte valore sociale ed educativo che possiede il momento del pasto e la necessità di condividere le eventuali strategie educative che si deciderà di adottare con tutti gli adulti di riferimento del bambino.

Viene dato spazio alla distinzione tra la fame fisiologica e la fame di natura emotiva, che spesso viene incentivata dall’utilizzo del cibo come ricompensa e può essere un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari in adolescenza. Perciò, viene spiegato al genitore come aiutare il bambino a riconoscere la sensazione di sazietà, per esempio abbandonando l’imposizione di ‘finire ciò che si ha nel piatto’, che invece ostacola la capacità di riconoscere quando si è mangiato a sufficienza. In aggiunta, viene discusso il valore che si tende a dare ai cibi dolci, i quali spesso diventano ricompensa per l’avvenuta consumazione di alimenti più sani e meno graditi, come le verdure. L’autrice suggerisce di non presentare il dolce come un rinforzo per un comportamento corretto o come elemento di consolazione, ma di cercare di attribuire ai cibi dolci lo stesso valore degli altri alimenti, per esempio proponendo al bambino di scegliere se mangiare prima il dolce o il pasto principale.

Inoltre, vengono esplorati gli aspetti più clinici legati all’insorgenza di disturbi alimentari e vengono date al genitore piccole strategie per diminuire le possibilità che si acutizzino nel tempo. Per esempio, si sottolinea come forzare un bambino a mangiare cibi che detesta possa traumatizzarlo in modo tale da suscitare sensazioni di nausea e vomito ogni volta che vi si troverà a contatto, persino a distanza di anni. Non vengono esplorati solo aspetti puramente diagnostici, ma anche problematiche comuni alla popolazione generale come la selettività alimentare, la quale può essere episodica e transitoria. Per ciascuno di questi disturbi o difficoltà vengono fornite delle strategie specifiche in base alla fascia d’età in cui possono manifestarsi.

Bambini che non vogliono mangiare o mangiano troppo risulta quindi essere un manuale ben strutturato, pratico e utile, contenente nozioni e strategie facilmente fruibili da neo-genitori e genitori alle prese con le difficoltà alimentari dei figli.

 

 

Il presente articolo è scritto in collaborazione con Cliniche Italiane di Psicoterapia Età Evolutiva (CIPee)

 

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