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L’assenza che diventa presenza. Logica dell’oggetto transizionale e suo impatto nella scuola dell’infanzia

Genitori e insegnanti hanno il compito di accompagnare il bambino nella separazione dall'oggetto transizionale nel rispetto dei suoi tempi di sviluppo.

ID Articolo: 166867 - Pubblicato il: 08 luglio 2019
L’assenza che diventa presenza. Logica dell’oggetto transizionale e suo impatto nella scuola dell’infanzia
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L’ oggetto transizionale ha di solito un potere calmante per il bambino ed egli vi fa ricorso per rilassarsi e dormire. Dalla suzione del pollice alla comparsa (tra i 4 e i 18 mesi) di un singolo oggetto, vi sono molte altre attività (esempio produrre suoni, cantilene, manipolare pezzi di lenzuolo ecc.) che descrivono la progressiva capacità del neonato di maneggiare oggetti non-me e che si collocano tra il pollice e “l’orsacchiotto”..

 

Messaggio pubblicitario Il concetto di oggetto transizionale è stato introdotto nel 1951 dal pediatra e psicoanalista britannico Donald Winnicott ed è uno dei cardini della sua elaborazione teorica.
Con esso si intende indicare un oggetto che entra in gioco in una particolare fase dello sviluppo psichico del bambino, ovvero il passaggio dal mondo soggettivo, caratterizzato da spinte pulsionali narcisistiche, al mondo oggettuale esterno. Questa transizione è resa tanto più delicata dalla questione della progressiva separazione del bambino dall’agente delle cure primarie, tipicamente, ma non solo, la madre.

In una prima fase di sviluppo, infatti, il bambino si trova in una posizione di totale dipendenza dalla madre, insieme alla quale forma una diade che, nel suo psichismo, costituisce un tutt’uno: non c’è separazione tra me e non-me. In una scena idilliaca, la madre soddisfa prontamente i bisogni del piccolo, che, in questo modo, si sente “onnipotente”, come se i suoi desideri evocassero direttamente gli oggetti di soddisfacimento.

Nelle successive fasi dello sviluppo però questa situazione si evolve e si modifica: affinché la psiche del bambino si strutturi correttamente è necessario che il bambino percepisca che lui e la madre sono entità separate e che il mondo esterno è fatto di oggetti, madre compresa, che non sempre può raggiungere e ottenere.

E’ in questa fase di progressivo scioglimento del legame simbiotico madre-bambino che si inserisce gli oggetti transizionali, i quali si configurano come sostituti della madre stessa.

Questi oggetti possono essere sia oggetti reali, tra i più tipici possiamo ricordare bambole, orsacchiotti e copertine, sia oggetti immateriali, come canzoncine o parole, e costituiscono il primo possesso del bambino, il primo oggetto non-me. Oggetti che danno conforto, che permettono di mantenere illusoriamente il legame con la madre anche quando essa non c’è.

Un oggetto può assumere la qualità di oggetto transizionale solo se il bambino può rivedere in esso la sua principale figura di riferimento e se può farlo sentire in unione con essa.

Il paradosso di questi oggetti riguarda il fatto di collocarsi a metà tra il simbolico e il reale, nel senso che il bambino sa benissimo che essi non sono la mamma, ma, inconsciamente, li usa proprio come se invece lo fossero.

Ma come si traduce tutto ciò nella vita quotidiana dei bambini?

Come emerge il ruolo dell’ oggetto transizionale nella scuola dell’infanzia, che spesso costituisce il primo grande agente separatore tra bambino e ambiente familiare?

Carla ha circa 2anni e mezzo, è il primo giorno di scuola, sezione primavera. Entra sorridente in aula. Mamma e papà la accompagnano, ma tra loro qualcun altro è presente. Una simpatica mucca fucsia che ha una zampina nella manina di Carla e l’altra in quella della sua mamma… camminano insieme. “Buongiorno stellina!” saluta la maestra. “Questa è Camilla!”, risponde prontamente la bimba mostrando la mucchina. Camilla la accompagnerà per tutto l’anno scolastico e anche per tutto il successivo. I genitori raccontano che Camilla è proprio un membro di famiglia ormai, è presente in tutti i momenti della giornata della bimba, in tutti gli spostamenti, da casa, scuola, dai nonni, durante le passeggiate e se per caso la dimenticano, la piccola Carla ha una vera e propria crisi di pianto e sconforto.

Flavio, 3anni e 5mesi. Da poco nella nostra città, si è trasferito per il lavoro del papà. Arriva da un’altra scuola, siamo a gennaio. E’ molto spaventato, timido, stringe forte la mano della mamma, e nell’altra stringe a sé un pannetto di morbida ciniglia. La mamma ci racconta che lo usavano per il bagnetto, e crescendo è come se ne “fosse rimasto affezionato e non c’è alcun verso di distaccarlo da esso” aggiunge rassegnata “Maestra abbiate pazienza!”.

Roberta, 4 anni, è nei medi, al suo secondo anno di scuola dell’infanzia. Ha frequentato l’asilo nido per i 2 anni precedenti. I genitori lavorano entrambi e prima di inserirla al nido, è cresciuta con una babysitter. E’ sorridente, in apparenza molto socievole, affettuosa, ricerca il contatto fisico e quando incontra qualcuno per la prima volta, gli canta la sua speciale canzoncina. La canticchia nei momenti di noia, di frustrazione, quando si fa l’ora di tornare a casa, quando viene sgridata e soprattutto all’ora di pranzo, durante la refezione scolastica.

L’ oggetto transizionale ha di solito un potere calmante per il bambino ed egli vi fa ricorso per rilassarsi e dormire. Dalla suzione del pollice alla comparsa (tra i 4 e i 18 mesi) di un singolo oggetto, dice Winnicott, vi sono molte altre attività (esempio produrre suoni, cantilene, manipolare pezzi di lenzuolo ecc.) che descrivono la progressiva capacità del neonato di maneggiare oggetti non-me e che si collocano tra il pollice e “l’orsacchiotto”.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Osservatori privilegiati di questo fenomeno sono genitori e insegnanti di asilo nido e scuola dell’infanzia. Laddove il distacco dai genitori è netto e faticoso, è decisamente semplice notare un “qualcosa” di caratteristico che accompagna i piccoli all’ingresso della scuola e talvolta durante tutto l’orario scolastico, specialmente nei primi mesi di frequenza: pupazzetti, ciucci e copertine gli oggetti più frequenti.

Verso i 4 anni, di solito con l’inizio del secondo anno di scuola dell’infanzia, tuttavia, le aspettative sociali iniziano a spingere affinché il bambino diventi capace di sopportare l’assenza dei genitori, non sia più turbato dalle novità e di conseguenza sia pronto a liberarsi da questi oggetti. I genitori cercano di convincere il bambino a separarsene, a non prenderlo sempre con sé a non “fare una tragedia” in caso di perdita o dimenticanza. Analogamente in molte scuole dell’infanzia, e persino durante l’ultimo periodo al nido, è sempre meno consentito al bambino portare con sé questo genere di oggetti. Accanto alle ragioni di ordine pratico (evitare di gestire e ritrovare gli affetti personali di ogni bambino ogni giorno) la ragione pedagogica di questa nuova istanza è riconducibile alla volontà e all’attesa di coinvolgere maggiormente il bambino negli scambi relazionali e di favorire la sua autonomia affettiva rispetto alla famiglia. In questa prospettiva allora l’ oggetto transizionale non è più d’aiuto ma può rappresentare addirittura un ostacolo che sembra favorire l’isolamento del bambino nel suo mondo interiore.

In realtà il suo significato per il bambino non cambia e oltretutto si intensifica l’atteggiamento fedele e premuroso di protezione. L’ oggetto transizionale comincia a duplicarsi, sdoppiarsi, circondarsi di una famiglia di oggetti simili (come le famose attualissime bamboline Lol, i piccoli Mini Pony, automobiline…). Le funzioni inizialmente tutte svolte da un unico oggetto cominciano a differenziarsi e ad essere assegnate ciascuna a un nuovo oggetto. Questo permette al bambino di non rimanere sprovvisto di un valido strumento per gestire le sue emozioni, svincolarsi dall’esigenza della presenza concreta dei suoi riferimenti affettivi, costruire un sentimento d’unità personale, vivere nuove relazioni e di conservarne la memoria, senza dover tuttavia dipendere da un unico oggetto.

Alla scuola dell’infanzia si può allora notare come il bambino porti ogni giorno con sè da casa un oggetto diverso che, oltre tutto, diventa strumento per attirare l’attenzione dei compagni, strumento di scambio, stimolatore di giochi comuni ma anche provocatore di invidie ed esclusioni.

Questi oggetti, senza i quali il bambino pare non tranquillizzarsi, vanno tolti o lasciati? Qual è il loro significato? E’ giusto che il bambino li porti da casa a scuola, o bisogna liberarlo da queste forme di attaccamento? Sono questi alcuni gli interrogativi più pressanti delle famiglie.

In genere, ad un certo punto, la società fa ricorso a condotte contraddittorie e ambivalenti, a volte persino di scherno, rispetto all’oggetto tanto amato dal bambino. Uno sgarbo, una disattenzione, un’offesa all’oggetto possono favorire autentici fenomeni di sofferenza, anche fisica. Le situazioni più ricorrenti?

Toccare sgarbatamente l’oggetto, farlo cadere, riporlo con noncuranza, guardarlo come se fosse una cosa brutta, fingere di gettarlo via, nasconderlo per far finta che sia andato perso, rimproverarlo dirottando su di lui quanto si vorrebbe dire al bambino…
Se tenessimo a mente che bambino e oggetto sono nient’altro che una realtà intera, agiremmo con la dovuta consapevolezza e la necessaria cautela.

Per questo è importante una stretta collaborazione tra genitori e operatori del nido/scuola dell’infanzia, in modo tale che quest’ultimi possano conoscere e chiarire gli eventuali dubbi della famiglia, affinché anch’essa prenda coscienza della positività del decorso dell’esperienza transizionale. Essa sta proprio nel suo lento, fisiologico, naturale superamento: il bambino via via accetta di distaccarsi dai contenuti simbolici dell’oggetto privilegiato e dalle pratiche ad esso congiunte e trasferisce i suoi investimenti pulsionali, affettivi, cognitivi su zone più ampie arricchendo e variando le modalità di relazione.

Dunque non è utile imporre al bambino una separazione se non per ottenere un attaccamento più ansioso e ossessivo.
Ad esempio, il genitore o l’educatore, potrebbero aiutarlo con i gesti e le parole a prendersi cura del suo “oggetto”, ricercando la complicità del bambino.

Carla, secondo me, questa mucchina soffre a stare qui a scuola con tanti bimbi che la spupazzano! Non pensi che le piacerebbe starsene tranquilla ad aspettarti a casa? Oppure magari al sicuro nel tuo zainetto?

Col tempo, d’altronde, fisiologicamente l’ oggetto transizionale viene gradualmente disinvestito e da adulti ne avremo solo un dolce ricordo.

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Bibliografia

  • Winnicott, D.W. (2005). Gioco e realtà. Roma: Armando Editore.
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