Oggetto transizionale e ansia da abbandono: dall’infanzia all’età adulta

L'oggetto transizionale gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo del bambino, ma anche in età adulta alcuni oggetti mantengano la stessa funzione.

ID Articolo: 163830 - Pubblicato il: 02 aprile 2019
Oggetto transizionale e ansia da abbandono: dall’infanzia all’età adulta
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L’ oggetto transizionale è quasi sempre una delle cose che circondano abitualmente il bimbo come, appunto, il classico orsacchiotto appoggiato sul suo lettino, un bambolotto, una copertina, e di lui il bimbo si servirà per sperimentare, per la prima volta, una relazione affettuosa con un altro diverso da sé.

 

Messaggio pubblicitario Immaginiamo la classica scena di un bimbo che dorme abbracciando un orsacchiotto. Quel pupazzo è per lui molto più di un semplice oggetto di pezza. E’ il suo primo tentativo di capire il mondo.

Nei primi mesi di vita il bambino non è in grado di distinguere se stesso da chi si prende cura di lui, lui e la mamma sono la stessa cosa e il resto del mondo non esiste. Con il passare dei mesi inizia a percepire che le cose non stanno proprio così e intorno al primo anno si rende conto che la mamma non è più suo dominio incondizionato. Ma questa realtà non è affatto facile da accettare. L’idea che la mamma non gli appartenga più, che possa staccarsi da lui e magari sparire genera angoscia.

E’ a questo punto che mette in atto una strategia che gli permetterà di superare le sue paure: accanto a lui compare un “oggetto transizionale” il cui ruolo e la cui funzione vengono magistralmente esposte da Winnicott (1974; 2004).

Cos’è l’ oggetto transizionale?

L’ oggetto transizionale è quasi sempre una delle cose che circondano abitualmente il bimbo come, appunto, il classico orsacchiotto appoggiato sul suo lettino, un bambolotto, una copertina, e di lui il bimbo si servirà per sperimentare, per la prima volta, una relazione affettuosa con un altro diverso da sé.

Sempre basandoci sugli studi di Winnicott, vediamo come la madre che lui definisce “sufficientemente buona” nei primi mesi del suo bambino tenderà ad adattarsi completamente ai suoi bisogni, con il passare del tempo, anche valutando la crescente capacità del bimbo di far fronte alla separazione, il suo adattamento diminuirà per lasciare che l’esperienza del distacco venga acquisita e accettata.

I mezzi che il bambino ha di far fronte al venir meno della madre comprendono l’esperienza che la frustrazione è limitata nel tempo, gli inizi dell’attività mentale, il ricordare, rivivere e fantasticare integrando passato, presente e futuro. L’ oggetto transizionale diventa un “sostituto” della mamma nei momenti in cui la sua assenza può generare angoscia. A questo punto, si può dire che l’ oggetto transizionale ottenga l’effetto che era partito col negare: permette alla madre di allontanarsi mentre il bambino se la tiene vicina simbolicamente.

“Il punto essenziale dell’ oggetto transizionale non è il suo valore simbolico – scrive Winnicott – quanto il fatto che esso è reale. E’ un’illusione ma è anche qualcosa di reale”.

L’ oggetto transizionale accompagna il bambino alla scoperta del mondo che lo circonda assolvendo ad un compito: creare la realtà oggettiva dell’oggetto e creare la realtà oggettiva del soggetto, la consapevolezza di quel “Io sono” che sarà la base della costruzione della sua identità.

Naturalmente non è l’oggetto in sé ad essere transizionale ma l’oggetto rappresenta la transizione del bambino dallo stato di fusione con la madre ad uno stato di rapporto con la mamma come di qualcosa di esterno e separato. A questo seguirà la scoperta di altre figure e un’iniziale presa di coscienza dell’esistenza di un mondo esterno a sé.

Messaggio pubblicitario La capacità di usare un oggetto non è innata ma si sviluppa con la crescita e fa parte del processo maturativo. Winnicott ricostruisce una sequenza che parte dal mettersi in rapporto con l’oggetto alla capacità di usare l’oggetto stesso in modo da renderlo propedeutico al soddisfacimento dei propri bisogni. Tra queste due fasi c’è quella che risulta essere una delle fasi più difficili dello sviluppo, ossia il collocamento dell’oggetto al di fuori dell’area di controllo onnipotente del soggetto, detto in altre parole, il riconoscimento dell’oggetto come fenomeno esterno e non più come entità proiettiva. Questo passaggio, che porta dall’entrare in rapporto con l’oggetto all’uso dell’oggetto stesso, si compie seguendo delle fasi in cui il soggetto distrugge l’oggetto per farlo diventare esterno. L’oggetto può sopravvivere alla distruzione oppure no. Il passaggio per farlo sopravvivere passa da queste tappe:

  • ti ho distrutto (in quanto ti ho posto al di fuori della mia area di controllo onnipotente)
  • ti amo
  • tu hai valore per me perché sei sopravvissuto al mio distruggerti

a questo punto l’oggetto sviluppa la propria autonomia e la propria vita e può essere usato portando il suo contributo al soggetto, a seconda delle sue proprietà.

L’ oggetto transizionale in età adulta

Ma l’oggetto transizionale non è solo l’orsacchiotto e la sua utilità non è confinata al solo periodo dell’infanzia. Il compito di accettazione della realtà non è mai completato, nessun essere umano è libero dalla tensione di mettere in rapporto la realtà interna con la realtà esterna e il sollievo da questa tensione è provveduto da un’area intermedia di esperienza. Il bisogno di un oggetto specifico o di un modello di comportamento può ricomparire in un’età successiva, ad esempio quando si vive una minaccia di privazione.

Anche in età adulta alcuni oggetti vengono quindi sganciati dalla loro stretta funzionalità oggettiva, acquisiscono un valore affettivo e possono diventare nuovi oggetti transizionali. Sono modalità aggiornate per non sentirsi soli ed essere rassicurati. Alcuni esempi sono la necessità di consultare continuamente i social, di avere sempre con sé il cellulare, il compiere azioni ricorrenti come toccarsi i capelli, tenere in mano la sigaretta, possedere un auto che viene sentita come estensione di sé, della propria posizione e del proprio prestigio.

Troviamo un’interessante spiegazione di questo fenomeno nel libro Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino” in cui l’autore, lo psicologo Luciano Di Gregorio, ci parla di un sistema simbolico di comunicazione utilizzato da soggetti adulti e dell’utilizzo dei rapporti affettivi nella duplice funzione di tramite per andare verso il nuovo e di rifugio nell’identico a sé, cioè in un possesso rassicurante dei nostri oggetti desiderati. La necessità quasi ossessiva di non separarsi mai dal cellulare ci viene appunto spiegata dall’autore come il segnale di una difficoltà a relazionarsi con il mondo esterno e di una paura intrinseca di essere rifiutati dall’altro e di sentirsi soli. Mandare un SMS, ad esempio, dà la possibilità di sondare il terreno riguardo alle intenzioni e alla disponibilità dell’altro, senza esporsi troppo nel caso di un eventuale rifiuto. Il cellulare può anche essere vissuto come un modo per tenere sotto controllo l’ansia da separazione offrendo un sostegno concreto nel mantenere idealmente viva la presenza dell’altro. Anche se è spento, la sua sola presenza ha un effetto rassicurante, non serve che chiamiamo continuamente la persona di cui sentiamo la mancanza, il solo sapere che potremmo farlo ci tranquillizza. E’ per questo che gli viene attribuito il ruolo di oggetto transizionale, in quanto rappresenta la persona che stiamo cercando di sostituire. E’ un oggetto reale ma al contempo è immaginario, o meglio è immaginario il suo sostituire la persona assente.

La capacità dell’adulto di sopportare la solitudine dipende dal mondo affettivo interno che ha costruito attraverso le esperienze vissute nell’infanzia. Un mondo affettivo fatto di presenze e relazioni significative su cui si basa la costruzione dell’individualità e che rende possibile la fiducia nell’esistenza dell’altro anche durante la sua assenza. La speranza di ritrovare l’oggetto d’amore temporaneamente perduto dà la forza di tollerare la separazione e sopportare la sua momentanea assenza ed è la base per dedicarsi, nella vita reale, alla concentrazione per un compito o una mansione che saranno vissute come temporanea perdita d’impegno affettivo verso l’altro sapendo però che il rapporto potrà poi essere recuperato.

Ed è proprio la rassicurazione che l’altro esiste anche durante la sua assenza a rendere tollerabile la separazione. Come ci spiega Di Gregorio:

“Si finisce per chiamare qualcuno senza un preciso desiderio, ma proprio perché si vuole eludere, al più presto, la pur vaga consapevolezza della potenziale perdita di controllo sull’ambiente di vita, nel quale collochiamo l’altro-da-noi come potenzialmente perduto per sempre”.

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Bibliografia

  • Winnicott, D.W. (2004). Oggetti transizionali e fenomeni transizionali. Roma: Armando Editore.
  • Winnicott, D.W. (1974). Gioco e realtà. Roma: Armando Editore.
  • Di Gregorio, L. (2003). Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino, Milano: Franco Angeli.
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