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La (scarsa) comprensibilità dell’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale (IA) è trasversale e ubiqua, ma come ci si può fidare di qualcosa che non si conosce del tutto? E che per giunta macina all’interno della sua architettura la nostra privacy? Quale sinergia potrebbe sviluppare il binomio uomo-macchina, quando mancano fiducia e trasparenza?

 

L’intelligenza artificiale (IA) ha plaghe oscure. Ci limitiamo a citarne due: l’esigenza di comprensibilità dell’Artificial Intelligence (eXplainabilty – XAI) e l’intelligenza artificiale come fonte di fake news (faker).

Di seguito ci si concentrerà sulla prima questione.

Secondo uno schema di asimmetria informativa, gli utenti finali (cittadini, pazienti, manager, enti che si occupano della regolamentazione, policy makers, ecc.) non sono in grado di capire la qualità del processo decisionale adottato da numerosi sistemi basati sull’IA e il loro risultato, come o perché sia stata raggiunta una determinata decisione e se i relativi risultati siano realmente vantaggiosi e/o siano perfettibili.

Il deep learning – le tecniche di apprendimento profondo delle reti neurali che stanno alla base dell’IA – si avvale di algoritmi capaci di risolvere problemi con un elevato grado di accuratezza. Tali algoritmi hanno bisogno di addestramento. Il training si basa nel far fagocitare agli algoritmi un gran volume di dati relativi soprattutto agli individui. L’essere umano è quindi centrale nel ciclo di produzione della IA — Human-in-the-loop Artificial Intelligence (HitlAI). Questi dati sono da considerarsi materia prima dell’IA. In tale ottica, la privacy stessa rischia di diventare un input di tale processo produttivo.

Inoltre, nasce un’importante geometria tra big data (anche visivi, con la produzione e diffusione massiva di immagini e video), debunking, addestramento, debugging (o debug).

Oltre che nelle maggiori capacità di apprendimento, grazie a livelli qualitativi crescenti dei dati, le tecniche di apprendimento profondo e gli algoritmi si accrescono nel tempo per complessità, pervasività e delicatezza dei settori che se ne avvalgono, quali ad esempio:

  • la sanità: ad esempio, possono diagnosticare una patologia più rapidamente e con maggiore precisione dei medici stessi;
  • la giustizia: possono influenzare persino il tempo che una persona condannata per un reato trascorrerà in prigione;
  • il sistema economico e finanziario: nella gestione patrimoniale e dei rischi nella gestione dei dati finanziari;
  • la meteorologia: in cui le nuove tecnologie riescono a prevedere dove e quando cadrà un fulmine entro un raggio di 30 chilometri con un anticipo che va da 10 a 30 minuti, lanciando in certi casi l’allerta ancora prima che inizi il temporale; l’algoritmo ha imparato a riconoscere le condizioni che favoriscono lo scoccare della saetta analizzando i dati raccolti in dieci anni da 12 stazioni meteo svizzere, distribuite in aree urbane o di montagna;
  • la sicurezza (cybersicurity);
  • l’arte: un esempio per tutti,  la Gioconda che può assumere un’espressione accigliata, increspare le labbra, seguire i movimenti degli spettatori con gli occhi;
  • la guida autonoma, cioè le automobili che guidano in maniera autonoma: è un tipico esempio di un ambiente Human-in-the-loop poiché vi è la mediazione della presenza umana; l’auto guida da sola, ma l’uomo ha il volante in mano e, qualora essa si trovi in una situazione di empasse, lascia i comandi all’uomo.

La lista delle prestazioni non solo si allunga includendo il riconoscimento e le elaborazioni di immagini, l’istruzione, i trasporti, l’industria, il terziario, ma persino la sentiment-analysis. Essa è il campo di ricerca che, ricorrendo al machine learning, analizza testi di diversa natura per enucleare quali emozioni tendono a richiamare e ad evocare (Sasson, 2019).

L’IA è dunque trasversale e ubiqua, sicché domandarsi e comprendere fino a che punto ci si può fidare dell’apprendimento profondo è imprescindibile.

Come ci si può fidare di qualcosa che non si conosce del tutto? E che per giunta macina all’interno della sua architettura la nostra privacy? Come si può lavorare per far fronte a problemi di grande responsabilità collaborando con macchine che non si conoscono a fondo? E quale sinergia potrebbe sviluppare il binomio uomo-macchina, quando mancano fiducia e trasparenza?

Si tratta del tema della cosiddetta “scatola nera” (black box) contenente le intricate architetture di apprendimento automatico dell’IA. In tal senso, le reti neurali profonde sono talmente opache che potrebbe non conoscersi persino quale variabile/parametro abbia contribuito a quale aspetto del risultato prodotto. Pertanto, generalmente, le reti neurali riescono con grande accuratezza a realizzare i loro task, ad adottare una decisione e a produrre un risultato, ma allo stesso tempo appare estremamente complesso dare un senso ai tanti milioni di neuroni coinvolti in tale sofisticato processo.

Sorge sicché un trade-off: la portata nei guadagni di precisione nel decision-making degli algoritmi avviene a spese della trasparenza sul loro modo di apprendere, di lavorare e di produrre un risultato (ad esempio, sul piano predittivo).

La trasparenza algoritmica è volta ad acquisire la capacità di scandagliare – individuando la fonte dei flussi di dati sfruttati e creati dai sistemi di IA –, di descrivere e di replicare accuratamente i meccanismi mediante i quali tali modelli adottano determinate decisioni e imparano ad adattarsi al contesto. Non solo, la trasparenza algoritmica aiuta a comprendere le cause di una decisione errata da parte del modello e a intervenire con correttivi che ne evitino la replica. Infatti, le reti neurali artificiali, pur molto performanti, ovviamente non sono esenti da errori. Di conseguenza, è imprescindibile realizzare attività di debugging (individuazione e correzione di uno o più errori – bug – rilevati in fase di addestramento o di testing o dell’utilizzo finale dell’algoritmo).

Il problema della scatola nera diventa ancora più grave considerando che i neuroni possono essere ingannati, cioè appositamente indotti all’errore tramite artifizi sperimentati in laboratorio. Per di più, tali metodiche di inganno sono semplici. Ad esempio, è facile trarre in errore la rete neurale utilizzando immagini di individui che ad essa appaiono invece come astratte immagini geometriche; la rete potrebbe vedere linee sinuose e scambiarle per una stella marina o strisce bianche e gialle per uno scuolabus (Castelvecchi, 2019).

Gli shock a livello sistemico sono facilmente immaginabili ipotizzando che i suddetti meccanismi possano essere hackerizzati ai fini, ad esempio, di destabilizzare il sistema finanziario o di rendere vulnerabile la diagnostica del sistema sanitario o creare buchi nei sistemi di sicurezza.

 Sul rapporto fiduciario tra l’uomo e l’apprendimento profondo bisogna perciò essere cauti, come suggeriscono molti data scientist: i sistemi d’IA utilizzano – e, in particolare gli algoritmi, fagocitano – dati relativi agli esseri umani e alla loro sfera privata; possono influenzarne preferenze, comportamenti e scelte; produrre un impatto rilevante sul piano emotivo e dal punto di vista etico, nonché sul piano legale (come le pervasive attività di profilazione, la privacy, la mercificazione dei dati personali, i bias algoritmici discriminatori – per genere, classe sociale, etnia, area geografica, confessione religiosa, sistema valoriale, ecc. – con conseguenti limiti ai diritti umani fondamentali dell’individuo). Il risultato della performance dell’apprendimento profondo potrebbe finire per essere manipolatorio e/o confusivo.

Consideriamo un caso inquietante ed eloquente di medicina preventiva. La capacità di apprendimento dell’IA eccelle in un sofisticato riconoscimento di pattern per determinare gli eventi di presaging dei segnali. Se si ipotizza di arrivare a sostituire alle metodiche attuali un sistema di deep learning con capacità predittive circa il tumore al seno, durante la fase di training gli algoritmi si serviranno di enormi dataset di vecchie mammografie classificate secondo le donne che hanno sviluppato la malattia. Dopo tale addestramento, la rete neurale artificiale potrebbe aver imparato – a differenza di quella biologica – a riconoscere specificatamente e con estrema precisione i marcatori tumorali predittivi del cancro. Ma con un problema non di poco momento: la rete non è in grado di illustrare come riesce a saperlo, vale a dire come è in grado di inferire la futura patologia dai marcatori (Castelvecchi, 2019). Per la donna la scelta di una mastectomia preventiva – alla luce del proprio patrimonio genetico – è già squassante. Ma se poi è una macchina – seppure molto accurata nelle sue previsioni – a suggerirla, senza nemmeno essere in grado di darne le spiegazioni, l’impatto emotivo e psicologico è dirompente. La scelta ha una portata drammatica. Anche il profilo etico è in primo piano. Altro esempio: nella maggior parte dei paesi, quando una banca nega un fido, il diritto prevede che essa deve darne spiegazione al cliente. Ebbene, un algoritmo di apprendimento profondo non è in grado di farlo (Castelvecchi, 2019).

Sia il diritto di decifrare l’apprendimento profondo con i suoi algoritmi, sia – correlatamente – una maggiore fiducia nei confronti dello stesso, sono essenziali per accrescere a livello sistemico un approccio più friendly verso l’IA e, quindi, per implementarla su larga scala (Ribeiro, Singh, Guestrin, 2016).

La questione della fiducia è ulteriormente complessa, in quanto le relative esigenze sono funzionali al contesto. Se capire gli algoritmi che supportano suggerimenti circa i programmi televisivi non è di importanza cruciale per la stragrande maggioranza degli utenti, diventa essenziale capire il funzionamento del deep learning con i suoi algoritmi in situazioni di maggiore vulnerabilità degli utenti (Intel – AI spiegabile, consultabile al link). Assumere decisioni di diagnosi nell’assistenza sanitaria o formulare strategie militari avvalendosi di un sistema basato sull’IA esigono una comprensione accurata del processo decisionale sottostante.

Fa da ausilio alla scarsa trasparenza del deep learning l’IA spiegabile – un sistema fondato su regole per spiegare le azioni della IA (come e perché adotta determinate decisioni e produce determinati risultati).

La necessità fondamentale dell’IA spiegabile risponde a una molteplicità di esigenze: rende la tecnologia più trasparente; è importante per rilevare errori e pregiudizi nei dati che potrebbero indurre ad assumere scelte errate o ingiuste; serve a garantire conformità normativa, equità, etica e mancanza di pregiudizi. Ad esempio, l’efficacia di contrastare i reati finanziari potrebbe essere notevolmente migliorata implementando modelli di apprendimento più accurati. Ma consideriamo anche la difficoltà di spiegare ai regolatori tutto questo.

Ciò rinvia ad alcuni dei problemi legati all’IA spiegabile, alcuni dei quali verranno di seguito richiamati:

  • Molti algoritmi dell’IA vanno oltre la comprensione umana – a volte persino di coloro che li hanno creati – e certamente al di là di quella della maggior parte degli utenti finali. Di conseguenza, a volte una spiegazione non sarebbe fruttuosa.
  • È necessario trovare un compromesso tra prestazioni e spiegabilità. Qualora ciascuno step di un modello di IA dovesse essere esplicitato, il processo sarebbe destinato ineludibilmente a rallentare a detrimento del numero di applicazioni e di ulteriori progressi.
  • E’ pressoché impossibile convenire su una nozione univoca di “spiegabilità”: essa è infatti funzione del contesto, dell’innovazione tecnologica, dei settori coinvolti, dei fruitori, dell’epoca in cui viviamo.
  • Essa potrebbe entrare in conflitto con gli interessi delle imprese: spiegare algoritmi e deep learning significa divulgare idee e inficiare la protezione dei segreti industriali a pregiudizio della proprietà intellettuale. Si crea un problema di copyright se algoritmi e deep learning diventano eccessivamente trasparenti. Ciò scoraggerebbe la R&S, gli investimenti, l’innovazione, il progresso, la crescita.
  • Le operazioni di debugging sono tra le più importanti e difficili per la messa a punto di un algoritmo, ma sono anche tra le più delicate poiché vi è il rischio di introdurre nuovi errori nel tentativo di correggere, tramite il debug, quelli esistenti.
  • E’ urgente una disciplina per il sistema di apprendimento automatizzato. Il Codice etico elaborato dalla Commissione Europea individua le pietre miliari nei principi di trasparenza, accountability, solidità, affidabilità tecnica, affinché sia preservata l’autonomia degli individui e il controllo sulle modalità operative dei sistemi stessi d’IA. Tale percorso risulta analogo a quello già tracciato dal GDPR sulla questione della trasparenza degli algoritmi, in particolare agli artt. 12, 13, 21, 22. L’ultimo, specificatamente, prevede che qualora una decisione sia stata adottata in assenza di intervento umano, bensì solo per mezzo di un processo automatico, l’individuo i cui dati fanno riferimento si può avvalere del diritto di ricevere spiegazioni su come detta decisione sia stata intrapresa (Iozzia, 2019).

 

La culla vuota e i social media: Instagram e l’esperienza del lutto a seguito di un aborto spontaneo

Nel 2014 Jessica Zucker, psicologa clinica e dottoressa di ricerca, ha fondato su Instagram la campagna #ihadamiscarriage per incoraggiare le donne a condividere la propria esperienza e contrastare la coltre di segretezza che circonda il fenomeno dell’aborto.

 

Nella cultura occidentale, forse per scaramanzia, sicuramente per limitare il numero di persone al corrente dei fatti, viene insegnato alle gestanti che sia opportuno nascondere al mondo la gravidanza almeno per i primi tre mesi. Nonostante l’interruzione di gravidanza avvenga spontaneamente in assenza di patologie cooccorrenti, indicando verosimilmente una ‘selezione naturale infra-uterina’ legata alla salute dell’embrione, questo evento viene spesso vissuto dalle donne con sentimenti di colpa, vergogna e inadeguatezza, che incrinano proprio il senso identitario. Eppure, una percentuale stimata tra il 9 e il 20% di tutte le gravidanze non vengono portate a termine a causa di eventi spontanei, rappresentando quindi un fenomeno estremamente comune e largamente sottovalutato, specialmente se consideriamo i rischi a medio-lungo termine per le donne (ed i partner) che ne fanno esperienza, come ad esempio un aumento nell’incidenza di sintomi depressivi, della sintomatologia ansiosa e di PTSD (Bellhouse et al., 2019; Farren et al., 2016; Kolte et al., 2015) anche per alcuni anni a seguito della perdita. Alcuni studi hanno denunciato una mancanza di supporto e di informazioni adeguate da parte del personale medico coinvolto, così come un sentimento di forte isolamento sociale, vissuto dalle donne nel silenzio e segretezza (ma anche dai loro compagni: vedi Miller, Temple-Smith & Bilardi, 2019).

Con la nascita delle community online e dei forum e, in tempi più recenti con l’avvento dei social media, i contenuti presentati all’utente sono divenuti progressivamente più specifici e cuciti sulla persona, donando virtualmente un senso di appartenenza ad ogni individuo dotato di accesso alla Rete e mettendo in contatto persone che condividono esperienze, sentimenti o ideali, a prescindere dalla loro posizione geografica.

Nel 2014 Jessica Zucker, psicologa clinica e dottoressa di ricerca, ha fondato su Instagram la campagna #ihadamiscarriage (n.d.t.: #hoavutounabortospontaneo) per incoraggiare le donne a condividere la propria esperienza e contrastare la coltre di segretezza che circonda il fenomeno; l’introduzione di questo hashtag, riconosciuto e utilizzato dalle utenti negli anni a seguire, ha circoscritto uno spaccato del vissuto delle donne e delle loro famiglie.

Un recente studio di Mercier, Senter, Webster e Henderson Riley (2019) ha analizzato 200 post contenenti l’hashtag #ihadamiscarriage, con l’intento di coglierne i temi ricorrenti e le modalità espressive ad essi correlate: i post selezionati si focalizzavano sull’esperienza dell’interruzione della gravidanza, escludendo quindi le condivisioni circa una generale infertilità, i post che menzionassero la morte post-natale (non assimilabile all’aborto spontaneo) o che affrontassero la tematica del cambiamento corporeo o controllo del peso. Si è anche scelto di escludere gli hashtag postati dalle utenti in occasione del 15 Ottobre, Giornata mondiale per la sensibilizzazione sulla perdita perinatale e infantile e di quelle ricorrenze legate alla maternità come la Festa della Mamma e Pasqua. Da ultimo, i post contenenti video sono stati esclusi dal campione, in quanto la loro codifica avrebbe richiesto modalità differenti da quelle operate sul testo, sulle emoji e le immagini.

I contenuti dei post analizzati sono stati fatti confluire in cinque categorie generali: 1- l’aborto in quanto evento fisico e medicalmente correlato, 2- come esperienza sociale, 3- come esperienza emotivamente complessa, 4- gli effetti sull’identità personale e familiare 5- meccanismi di coping e di elaborazione dell’esperienza traumatica.

I post che si focalizzavano sull’esperienza medica, includevano immagini legate alle visite negli ospedali, alla chirurgia e alle procedure diagnostiche e le ecografie: tra questi spesso ricorreva il momento in cui la coppia riceveva la notizia dell’assenza di battito fetale, decretando la fine della gravidanza. Le date legate a momenti cruciali della gravidanza e la sua interruzione, venivano vissute come anniversari, anche per diverso tempo dopo la perdita.

Spesso l’intento era di offrire conforto e solidarietà per altre persone al pari del riceverle, talvolta attraverso frasi motivazionali attribuibili ad altri; i post che veicolavano il tema della rabbia esprimevano spesso emozioni di colpevolizzazione, rabbia verso il proprio corpo o verso Dio, quelli che si focalizzavano sul rimorso ripercorrevano invece azioni commesse o che avrebbero potuto prevenire la tragedia avvenuta, colpevolizzandosi per non essere riuscite a portare a termine la gravidanza ed esprimendo sentimenti conflittuali nel concedersi di andare avanti dopo l’esperienza dell’aborto.

Inoltre, l’interruzione di gravidanza veniva descritta come un evento determinante nella vita della donna che ne fa esperienza, elicitando riflessioni sulla propria identità di madre, padre o di genitori; i partner venivano poi menzionati per il loro ruolo supportivo durante e dopo l’evento, in post spesso accompagnati da immagini raffiguranti la coppia o gesti di unione come mani che si stringono o famiglie riunite.

L’impatto maggiore sul senso di identità sembra avvenire nelle donne che hanno subito molteplici interruzioni spontanee di gravidanza, alle quali ci si riferisce tra gli utenti di Instagram mediante l’hashtag #RPL (Recurrent Pregnancy Loss); in queste donne l’esperienza pregressa ha aumentato preoccupazione e ansia circa una possibile gravidanza o per quella in corso, temendo sintomi che possano essere precursori di un’altra interruzione di gravidanza, come ad esempio paura di riscontrare perdite ematiche o nel percepire dolori addominali.

Il tema religioso sembra ricorrere in quei post che si occupano dell’aspetto ristorativo e di guarigione, al pari della memoria dell’avvenuta perdita, che le utenti onorano in modi disparati: piantando un albero, tatuandosi, dando un nome al bambino, etc. Molti post facevano riferimento alla necessità di ricercare supporto psicologico per fare fronte alla sintomatologia ansiosa o alla depressione, così come ad altre pratiche di cura di sé come lo sport, attraverso la nutrizione salutare e la cura della persona.

È stato suggerito da Pittman e Reich (2016), che le piattaforme che si servono primariamente di immagini, come Instagram o Facebook, risultino più efficaci nell’alleviale il senso di solitudine e isolamento rispetto ad altri social media, come ad esempio Twitter. Di sicuro, la variegata, complessa, dolorosa esperienza di interruzione spontanea di gravidanza necessita di una modalità di espressione e condivisione che faccia fronte alla mancanza (incomprensibile) di rituali e consuetudini socialmente tramandate che facciano entrare questo vissuto, comune a tante donne, nell’esperienza collettiva: Instagram in tal senso permette alle donne di entrare a far parte di una comunità più estesa della propria ristretta cerchia di contatti.

 

I condizionamenti sociali nella formazione della personalità

La formazione della nostra personalità passa attraverso un processo di crescita in cui si consolidano aspetti genetici che ci sono propri, ma anche influenze che su di noi vengono esercitate dall’ambiente che ci circonda, come la società.

 

La società ha su di noi delle precise aspettative che ci comunica attraverso i modelli che impone ai suoi membri. Ciascuna, infatti, fa capo ad un prototipo per definire i tratti della persona ideale che vengono apprezzati e quelli che, viceversa, vengono disapprovati. Ogni cultura propone un differente programma di comportamento e pertanto favorisce modelli diversi per la socializzazione.

Studi sull’interazione individuo-società hanno dettagliato questo processo. Vediamone alcuni.

Partiamo dagli studi di William James che, a fine ‘800, pubblica una delle sue opere più importanti, Principi di psicologia, che introduce il concetto di “sé empirico”, basato sull’esperienza e sulla pratica, che si articola in un sé materiale (il proprio corpo, i genitori, la casa), un sé sociale (il modo in cui si viene percepiti dagli altri) e un sé spirituale (il proprio essere interiore). L’uomo metterebbe quindi in atto delle funzioni adattive per relazionarsi all’ambiente e ogni azione che compie sarebbe una risposta al mondo esterno.

Una prosecuzione del pensiero di James è l’interazionismo simbolico, un approccio che si sviluppa negli Stati Uniti nella prima metà del ‘900, che sottolinea come la società abbia una natura pluralistica e come norme e regole sociali abbiano di conseguenza un valore relativo, il che comporta che anche il sé socialmente strutturato si formi in modo dipendente da queste variabili.

L’interazionismo simbolico si basa su tre principi:

  • gli esseri umani reagiscono al ciò che li circonda in base al significato che gli attribuiscono;
  • il significato attribuito è un prodotto sociale, condiviso con gli altri individui cha fanno parte del suo contesto;
  • questo significato attribuito viene interpretato dall’individuo e messo in atto nelle sue azioni.

In linea con questa corrente troviamo Charles Horton Cooley, sociologo, che riafferma l’idea di come ciò che l’individuo diventa con lo sviluppo sia in stretta dipendenza con i rapporti che intrattiene con l’ambiente e le persone che lo circondano. Suo è il concetto del “looking glass self” (io riflesso) che vuole appunto spiegare come ciascuno viene ad impersonare l’immagine che gli altri gli rimandano di sé stesso.

L’io riflesso è costituito da tre elementi:

  • il modo in cui ci raffiguriamo, ossia quello che pensiamo gli altri vedano di noi stessi;
  • come pensiamo che gli altri vi reagiscano;
  • come, a nostra volta, reagiamo alla reazione che percepiamo negli altri, interpretandola e modellando su di essa il nostro concetto dell’io, che ne può uscire rafforzato o diminuito.

In altri termini si può dire che secondo Cooley le persone, crescendo, diventano capaci di impegnarsi per dare di sé l’immagine più rispondente possibile alle aspettative della società e di chi le circonda.

George Herbert Mead, considerato uno dei fondatori della psicologia sociale, in sintonia con Cooley, ritiene che l’individuo sia un prodotto della società in cui vive, ma va oltre tale presupposto arrivando ad affermare che il “sé” non fa parte della persona fin dalla sua nascita, bensì si viene costituendo nell’interazione con altri individui e con la società. Il “sé” è formato da due parti distinte: l’“io” e il “me”.

L’“io” è costituito dalla risposta che viene fornita dall’organismo agli atteggiamenti degli altri. Il “me” è il concetto di sé che ci si forma in relazione agli altri significativi e la cui costituzione ha luogo via via che l’individuo cresce ed assorbe gli atteggiamenti e i modi di dire organizzati degli altri. Da principio ogni risposta è automatica, in seguito, sul modello delle altre persone, si impara ad apprendere il loro comportamento e a giudicare i propri atti come se si fosse qualcun altro.

Lo sviluppo si articola quindi secondo Mead in tre fasi:

  • l’imitazione (che è una semplice copia del comportamento degli altri senza capire cosa si sta facendo);
  • il gioco libero (che ha inizio quando si comincia a sostenere dei ruoli diversi dai propri abituali);
  • il gioco organizzato (o la capacità di assumere i ruoli di più persone contemporaneamente).

Dalla fusione di questi atteggiamenti ha luogo “l’altro generalizzato”, l’atteggiamento con cui l’intera collettività assume il comportamento del gruppo a cui appartiene. Funziona come uno strumento di controllo sociale che serve alla comunità per esercitare una sorveglianza sul comportamento dei singoli individui che la compongono. L’altro generalizzato servirà anche all’individuo come punto di riferimento per giudicare il suo comportamento.

Delle fasi dello sviluppo e della formazione della personalità si è occupato Paul Henry Mussen, psicologo, stabilendo che attraverso il processo di crescita ciascuno ha modo di formare la propria specifica e pertanto unica identità, che corrisponde alle esperienze che ha vissuto fino a quel momento. Tuttavia, queste non gli appartengono totalmente, ma esprimono anche l’ambiente nel quale si è mosso, il contesto relazionale, gli incontri fatti, in altre parole tutto ciò che ha alle spalle.

Si può affermare che la società svolga sugli individui che ne fanno parte una sorta di “pressione” che influenza la direzione del loro sviluppo, imprimendo pregiudizi e stereotipi che indirizzano verso la formazione di talune caratteristiche ad essa utili.

Va detto che, almeno per ora, non appare possibile distinguere nettamente tra le conseguenze che sulla formazione della personalità hanno le strutture cerebrali rispetto a quelle dell’esperienza ambientale.

Inoltre, il tipo di adulto che la società presenta ai suoi membri non è assoluto e universale, ma può variare a seconda delle condizioni e dei diversi periodi in cui ci si trova. Può quindi subire delle variazioni spazio-temporali e, anche all’interno di una stessa società, le diverse classi sociali e le categorie che la compongono possono avere un’idea differente di quanto ci si aspetta da loro in conseguenza del fatto che esse non ricoprono uguali ruoli.

 

La Gelosia: tra romanticismo e patologia

La gelosia nasce dalla paura e non, come si crede di solito, dall’amore. Dovrebbe essere intesa come la paura di amare. Spesso l’amore viene confuso con il possesso senza comprendere un fatto basilare della vita: quando possiedi un essere vivente, lo hai ucciso.

 

Francesco Algarotti, saggista del ‘700, afferma che:

la gelosia ha da entrare nell’amore, come nelle vivande la noce moscata. Ci ha da esser, ma non si ha da sentire,

La contessa Maria de Champagne nel De Amore di Andrea Cappellano, quasi a voler confermare quanto sostenuto da Algarotti, rispondendo a una richiesta di due in procinto di diventare amanti, sostiene che “ ….Chi non è geloso non può amare”. Queste definizioni riportano una visione romantica della gelosia dando voce alle teorie che sostengono che essa è il contraltare dell’amore. La Dott.ssa Frandina, autrice insieme al Prof. Giusti del libro Terapia della Gelosia e dell’Invidia, sostiene che la gelosia romantica è quella

delle ardenti passioni, delle contrastanti emozioni, degli attimi traditi, del dico non dico, di una verità pubblica e di una menzogna privata. …. È la memoria di odori, è un messaggio rubato, è un gioco di intrecci e di passioni che ci emoziona, ci avvicina all’altro, ce ne allontana.

La visione romantica della gelosia, da non confondere con la gelosia romantica, tende a sottolineare che essa è un elemento essenziale dell’esperienza amorosa. Spesso il luogo comune ci porta a pensare che se una persona ama tanto non può fare a meno di essere gelosa. Eppure se cerchiamo la definizione di gelosia in un qualsiasi dizionario troviamo che essa è un  “ansioso tormento provocato dal timore di perdere la persona amata ad opera di altri”.

La gelosia nasce, dunque, dalla paura, non già, come si crede di solito, dall’amore. La gelosia, quindi, dovrebbe essere intesa come la paura di amare. In apparenza spesso in psicoterapia, in situazioni di crisi affettive sia matrimoniali che di fidanzamento o convivenza, sentiamo frasi del tipo “gli/le ho chiesto di allontanarsi (o mi sono allontanato/a) per capire se sento il suo bisogno, se sono geloso/a” ed, ancora, “mi sono accorto/a che non è geloso/a e quindi non mi ama”. Spesso l’amore viene confuso con il possesso tant’è che le persone a cui siamo affettivamente legate siamo abituati a considerarle una cosa personale (“la mia ragazza” o “mio marito”, “il mio amico”, “mio figlio”) e ragioniamo, anche senza esserne consapevoli, come se effettivamente ci appartenessero.

Marcel Proust, in contrasto con la visione romantica della gelosia, scrive che “la gelosia è sovente solo un inquieto bisogno di tirannide applicato alle cose dell’amore”. Spesso per amore si intende una specie di monopolio, una possessività, senza comprendere un fatto basilare della vita: quando possiedi un essere vivente, lo hai ucciso.

Il Prof. Volterra, autore del libro La Gelosia il Mostro dagli Occhi Verdi, sostiene che

lo stereotipo… è che la gelosia sia indice di amore quando è invece indice d’insicurezza per chi ce l’ha ed è un sentimento negativo e distruttivo, che fa soffrire sia chi ne è tormentato che la vittima.

Roland Barthes, celebre saggista e semiologo francese, mettendo in risalto la contraddizione tra razionalità e irrazionalità spesso presente nella gelosia, scrive:

Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri (1977).

Da un lato, capiamo che l’essere gelosi comporta sofferenza e spesso non aderenza alla realtà, dall’altro, sembra che ci sia una forza invisibile che ci spinge a dubitare, a cercare, ad agire in modo sbagliato, a soffocare chi ci sta accanto.

Il prof. Zino, psicoanalista autore del saggio Gelosia, sostiene che

la domanda di analisi può presentare la gelosia come qualcosa da cui vuole difendersi, e rispetto ad essa invoca un argine, al limite una scomparsa; ma insieme avvertiamo con evidenza che la gelosia è ciò da cui il soggetto stesso è più catturato, e non può farne a meno. E’ la sua trappola ma ama il proprio carceriere. E’ la sua identità.

La gelosia, quindi, diventa un modalità patologica con cui si esprime l’amore.

Ma l’amore cos’è? Da dove nasce? Sono domande a cui non riusciamo a dare risposta. Non abbiamo ancora capito, o non siamo riusciti a dare spiegazioni scientificamente valide, sulle modalità per cui ci leghiamo ad una persona a fronte di milioni o miliardi di altri simili. Non siamo riusciti a spiegarci fino in fondo il cos’è e il come mai il cuore si mette in subbuglio di fronte ad una persona. Ciò che riusciamo a studiare, ad analizzare, a ricercare sono gli effetti ovvero le modalità di espressione dell’amore. Se ognuno di noi analizzasse il perché “amo”, troverebbe sicuramente una miriade di risposte e tra queste anche “perché sono geloso”.

Una delle espressioni dell’amore è l’attaccamento. Grazia Attili, nel suo libro Attaccamento e Amore, sostiene che la struttura che assume un legame sentimentale, le distorsioni dell’amore e la scelta del partner, siano da ricondurre alle aspettative che ciascuno di noi ha su stesso e sugli altri, esito della prima relazione avuta con la propria figura di attaccamento.

Il Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Pisa ha condotto una ricerca su Attaccamento romantico e sottotipi di gelosia ed ha esaminato la relazione tra stili di attaccamento e le cinque componenti della gelosia romantica identificate da Sbrana e coll. (2004): (a) autostima, (b) paranoia, (c) ossessività, (d) controllo del partner, (e) paura di abbandono, rilevando lo stile di attaccamento e la gelosia romantica attraverso due questionari multi-item: ECR (Brennan et al., 1998) e QUEGE (Sbrana et al., 2004).

I risultati mostrano che i soggetti con stili di attaccamento caratterizzati da maggiore ansietà (preoccupato e timoroso evitante) presentano punteggi maggiori ad ogni dimensione della gelosia romantica, rispetto ai soggetti con stile di attaccamento caratterizzato da bassa ansietà (Sicuro e Distanziante). Questi risultati sembrano avvalorare l’ipotesi che la gelosia rappresenti un indicatore aspecifico di una sottostante vulnerabilità personologica e/o psicopatologica.

Oscar Wilde scriveva che

le donne insignificanti sono sempre gelose dei loro mariti, le belle non lo sono mai. Sono sempre così occupate a essere gelose dei mariti delle altre.

I risultati della ricerca e l’affermazione di Oscar Wilde ci indicano che bisogna avere una grande sicurezza personale per non cadere nella sofferenza, nella rabbia, nell’ansia della gelosia. Infatti, il sofferente di gelosia nel momento in cui ha la certezza dell’inganno, reale o presunto che sia, prova un sentimento di grave perdita, di lutto non solo verso il rapporto ma, soprattutto, verso il proprio sé a cui reagisce con rabbia, vendetta, lamento e, nei casi più gravi, paranoia.

La Dott.ssa Frandina (op. cit.) afferma che

il timore di perdere l’affetto della persona amata è legato alla soddisfazione dei bisogni di sicurezza affettiva, di contenimento, di holding. Alla base di questa forma di gelosia c’è la convinzione che la persona amata ci appartenga, il timore che qualcuno che sentiamo come rivale possa portarcela via, la previsione che, se ciò dovesse accadere, l’immagine del Sé risulterebbe profondamente colpita.

Esemplificativo a questo proposito risulta il dialogo che riportiamo tra Otello e Desdemona:

Otello: Quel fazzoletto che mi era tanto caro, e te l’avevo dato io, e tu l’hai dato a Cassio.
Desdemona: No: sulla mia vita e sull’anima mia. Mandatelo a chiamare e domandatelo a lui.
Otello: Guardati, anima dolce, dallo spergiuro. Guardati! Sei sul letto di morte.
Desdemona: Lo so: non per morirci ora.
Otello: Sì. Subito. E dunque confessa apertamente il tuo peccato; perché il negarlo in ogni suo punto con giuramento, non potrà smuovere mai né soffocare questa certezza che mi strazia. Devi morire.
Desdemona: Domani mi ucciderai. Lasciami vivere stanotte.
Otello: Ah, resisti?
Desdemona: Solo mezz’ora…
Otello: Ora. È deciso. Subito.
Desdemona: Il tempo di dire una preghiera.

Il Prof. Zino (op. cit.) ritiene che la ratio della gelosia è che

il bisogno di avere un senso, un fondamento, non passa più dall’amore ma dal risentimento. Come sappiamo quest’ultimo è una delle figure dell’odio, del lavoro dell’odio. La gelosia non è un discorso dell’amore … ma un discorso dell’odio. L’inganno, il sospetto, la malafede, diventano il nutrimento del geloso. Ed allora non sa più parlare d’amore.

Una citazione di Francois de La Rochefoucauld dà, meglio di mille parole, la dimensione dello scarto che c’è tra gelosia e amore: “nella gelosia c’è più egoismo che amore”.

La gelosia non essendo né “sinonimo” né “contrario” di amore, è una spinta irrazionale che devasta il legame affettivo e, spesso, produce l’effetto contrario a quello desiderato. Karl Kraus afferma che “la gelosia è un abbaiare di cani che attira i ladri”. Paradossalmente, a volte le profezie si auto avverano. Vi è un bellissimo film degli anni ’60 Il Magnifico Cornuto di Antonio Pietrangeli in cui il protagonista dopo aver commesso un adulterio inizia a sospettare della moglie che fino ad allora aveva tenuto un comportamento irreprensibile. La segue, la fa seguire, la tormenta con i suoi dubbi e i suoi sospetti, fino a quando, vittima di un incidente, non si convince che era stato colpito da una malattia (la gelosia) che gli procurava ansia e tormenti inutili. Peccato che la moglie nel frattempo, stanca delle continue illazioni, inizia una relazione con il medico che lo ha in cura.

La gelosia è una malattia? Difficile rispondere a questa domanda. In effetti il DSM non la elenca tra le patologie. Eppure in tutte le definizioni finora date abbiamo parlato di ansia, depressione, identità gelosa, strutturazione del Sé, ferita narcisistica, etc. Sul piano letterario e artistico, la gelosia è da sempre stata giustificata, anche nei casi più drammatici, come una componente essenziale dell’amore. Nell’Otello, da un lato, proviamo compassione per Desdemona che viene uccisa ingiustamente in base alla diceria di Cassio, ma dall’altro giustifichiamo lo stesso Otello, che una volta insinuatosi il dubbio, non poteva comportarsi in maniera diversa. Eppure egli aveva un’altra possibilità: credere e avere fiducia in Desdemona. Credere e avere fiducia nell’amore. La mancanza di fiducia e la scelta di Otello, sul piano scientifico non può non portarci ad una serie di riflessioni.

Però anche su questo piano si è molto dibattuto ed, in particolare, fino a che punto la gelosia può essere considerata normale e quando diventa patologica.

Nei comportamenti della persona gelosa si trovano due elementi che sono presenti nelle forme patologiche: offensività (il controllo) e la difensività (competitività). La persona gelosa può cioè intervenire o mantenere il controllo su potenziali “concorrenti” (persone, ma anche situazioni o ambienti) che si profilano, nell’idea che questi elementi possano separarlo dalla persona che ritiene “sua”. Altrimenti, c’è la gelosia offensiva, cioè quella in cui la persona agisce in assenza di reali o attuali concorrenti. Questa distinzione non è netta, perché la gelosia porta comunque a leggere come attuali o potenziali minacce elementi che invece altri non vedrebbero così, e va riferita semmai all’atteggiamento della persona amata, se cioè l’origine sia una infedeltà o promiscuità o atteggiamento ambiguo o libertino da parte del partner, oppure se la gelosia sia una modalità automatica di fissare la relazione nonostante una fedeltà senza ombre e l’assenza di minacce concrete. I tratti patologici della gelosia sono, quindi, da riferire alla visione reale o meno della situazione affettiva e del comportamento del partner. Ciò vuole anche dire che vi è un continuum tra gelosia e le forme di gelosia patologica. A questo livello il problema non è provare gelosia, cosa a cui va incontro ogni essere umano nel corso della sua esistenza, ma il modo di elaborare e strutturare le relazioni affettive.

Nell’ambito della gelosia patologica si distinguono, in base alle caratteristiche formali delle idee di gelosia, tre grandi gruppi:

  1. La gelosia ossessiva in cui il soggetto, così come avviene nel disturbo ossessivo compulsivo, ha bisogno di controllare continuamente il comportamento della moglie/marito. Alla base c’è un’idea ossessiva, la paura di essere abbandonato e lasciato dalla persona amata, a cui segue una compulsione costituita, spesso, da lunghi e quotidiani interrogatori, dal controllo della castità dell’abbigliamento del partner, dal controllo della corrispondenza, etc. Essi passano gran parte del loro tempo alla ricerca di comportamenti del partner che possono lenire la sofferenza di una ideazione di perdita.
  2. La Sindrome di Mairet in cui la gelosia è assimilata ad idee prevalenti in cui il desiderio di possesso e il senso di perdita divengono pervasive e tutta la vita ruota intorno a queste “idee prevalenti”. Alcuni autori hanno definito i soggetti colpiti da questa sindrome come contraddistinti da “iperstesia gelosa” in quanto le idee di gelosia tendono a riempire tutto il campo esperienziale. Questi soggetti, infatti, non sono solo gelosi all’interno delle relazioni di coppia ma anche in tutti gli altri aspetti della vita. Anche se queste idee mantengono un confronto con la realtà vengono vissuti dal contesto socio-culturale di riferimento come abnormi e patologici.
  3. La Gelosia Delirante o Sindrome di Otello in cui il soggetto si auto convince dell’infedeltà del partner e va continuamente alla ricerca di elementi che possono giustificare le sue supposizioni iniziali. In questo tipo di gelosia il soggetto non è interessato all’infedeltà del partner ma piuttosto a fargli/le ammettere la sua colpa. La vita di coppia diventa un misto di interrogatori e giustificazioni. Anche quando raggiunge il suo scopo ovvero una confessione, magari non reale ma dettata semplicemente dalla stanchezza di estenuanti interrogatori, l’ansia non si placa ma continua con la stessa intensità. Per quest’ultima caratteristica il presupposto di questo tipo di gelosia sembra essere la propria autoaffermazione con il contemporaneo annullamento dell’altro/a.

 

Disturbo Ossessivo-Compulsivo: Terapie Cognitivo-Comportamentale e Metacognitiva di gruppo a confronto

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), con una prevalenza lifetime nella popolazione di circa il 2%, rappresenta una patologia psichiatrica debilitante e cronica (Kessler et al., 2005), tanto da essere classificato come uno dei 10 disturbi più debilitanti del mondo (World Health Organization, 1999).

 

Sia che si tratti della sua forma individuale che di gruppo, la terapia per il trattamento del DOC attualmente raccomandata e più validata dai dati empirici (es. Olatunji et al., 2013) è la Cognitivo-Comportamentale (CBT), in particolare la tecnica di esposizione e prevenzione della risposta (ERP; Heyman, Mataix-Cols & Fineberg, 2006). Nonostante l’efficacia della CBT per il DOC sia stata validata attraverso numerosi trial randomizzati, la generalizzabilità di questi studi è limitata a causa della rigida metodologia utilizzata, che nella maggior parte dei casi non prevede l’applicazione della tecnica in contesti clinici e ospedalieri “naturali”. L’assistenza sanitaria necessita ancora di valutazioni obiettive sull’efficacia delle terapie per il DOC nella pratica clinica (Sackett et al., 1996).

Il primo obiettivo dello studio preso in esame (Papageorgiou et al., 2018), coerentemente con quanto riportato qui sopra, era quello di analizzare sistematicamente gli esiti della CBT di gruppo per adulti che avevano seguito una terapia a livello ambulatoriale per trattare il DOC, per un periodo di 5 anni. In seguito, una volta ottenuti i primi risultati dell’analisi, il secondo obiettivo era quello di valutare l’efficacia di un approccio alternativo alla CBT per il trattamento del DOC, ovvero la Terapia Metacognitiva di gruppo (MCT; Wells, 2009). La scelta di introdurre la MCT era dovuta ai notevoli risultati riportati in letteratura dalla terapia per pazienti con DOC (Fisher & Wells, 2005).

Secondo il modello teorizzato da Wells (1997), gli individui affetti da DOC esperiscono pensieri intrusivi che sono direttamente collegati con le metacredenze sottostanti. Sono queste credenze a guidare i processi disadattivi del pensiero chiamato cognitive attentional syndrome (CAS). Vi sono due tipologie principali di metacredenze, ovvero le credenze sulla pericolosità del pensiero e le credenze sulla inevitabile necessità di mettere in atto le compulsioni.

La prima tipologia di metacredenze (definita anche “fusion belief”), riguarda la cosiddetta fusione pensiero-azione, ovvero la convinzione che il solo pensare a qualcosa faccia sì che questo accada nella realtà (es. ho pensato che potrei investire qualcuno con la macchina, quindi sicuramente ciò avverrà) o che un evento è già accaduto (es. tornando a casa ho sicuramente investito qualcuno con la macchina, perché adesso questo timore mi attanaglia); la seconda tipologia di metacredenze riguarda le convinzioni sulle compulsioni, ovvero sui rituali che guidano le risposte alla preoccupazione causata dalle ossessioni (es. devo fare il giro del quartiere ripercorrendo i miei passi fino a quando smetto di pensare di aver investito qualcuno).

Nel modello di Wells (1997), il CAS riguarda la ruminazione, il monitoraggio delle minacce e i comportamenti disadattivi che rappresentano il mezzo utilizzato dal paziente DOC per combattere l’ansia procurata dalle ossessioni.

Nel presente studio (Papageorgiou et al., 2018), per raggiungere i due obiettivi di ricerca menzionati poco fa, gli autori hanno potuto seguire 95 pazienti per 5 anni, che hanno acconsentito a sottoporsi al trattamento MCT di gruppo, e 125 al trattamento CBT.

I risultati hanno mostrato che, coerentemente con le informazioni presenti in letteratura che riguardano l’efficacia della CBT per il trattamento del DOC, il 28% dei pazienti che ha ricevuto il trattamento non ha riportato miglioramenti statisticamente significativi. I pazienti trattati con MCT hanno riportato miglioramenti significativi rispetto al gruppo CBT: l’86,3% dei pazienti nella ha risposto positivamente al trattamento rispetto al 64% nella CBT.

In conclusione, nonostante alcune differenze significative, sia la CBT che la MCT di gruppo sono da considerarsi interventi efficaci quando erogati in un contesto clinico per un lungo periodo di tempo (Papageorgiou et al., 2018).

 

Amy – The girl behind the name (2015) – La LIBET nelle narrazioni

Una bella ragazza giovane, esuberante, con molto talento per la musica. La conosco quattro anni dopo la sua morte, avvenuta nel 2011 ad appena 27 anni, con il film documentario Amy – The girl behind the name di Asif Capadia.

La LIBET nelle narrazioni – (Nr.1) Amy – The girl behind the name

 

Mi soffermo a riflettere sulla sua sofferenza e sulle strategie adottate per fronteggiarla; in termini LIBET, sui temi dolorosi e i piani semi adattivi, consapevole della complessità del caso e della parzialità delle informazioni ricavate dalla voce di Amy nei filmati amatoriali, nelle interviste e nelle sue canzoni, raccolte per il documentario. In un esercizio di immaginazione  voglio incontrarla  al quarantesimo minuto circa del film, quando, soccorsa nella sua casa dagli amici allarmati da una vicina, dopo essere caduta e aver sbattuto la testa, è sporca, ‘la casa sporca, puzzava, con un bernoccolo quanto una pallina da golf’, come riferisce la sua migliore amica, dopo aver assunto alcol e anfetamine. Accetta di intraprendere un programma di riabilitazione a condizione che lo voglia suo padre. Suo padre le dice che sta bene, non ha bisogno di andare in terapia e decide di andare un giorno e poi tirarsi fuori.

Mi piace pensare che dopo alcuni incontri e aver maturato una motivazione sia lì, seduta di fronte e mi dica di avere un problema, di sentirsi persa, un pesce fuor d’acqua. Le chiedo a quale emozione si riferisce e mi risponde tristezza perché tutto le ricorda Blake; il sangue sul muro, il frigorifero…e ha cominciato a bere appena sveglia, senza mangiare e riducendosi così come appare, ‘è stato da irresponsabile’, dice. Le chiedo di raccontarmi un episodio specifico in cui si è sentita così e cosa ha fatto. Mi racconta di quando il ragazzo che frequentava, appunto Blake, le ha scritto il messaggio in cui le diceva di non voler lasciare la sua ragazza e che probabilmente sarebbero stati meglio come amici. Riferisce di essersi sentita folle, senza freni, di aver preso a pugni il muro. Le chiedo cosa ha pensato in quei momenti e risponde ‘deve desiderare di vedermi’, chiedo perché ‘deve?’, mi risponde che non è giusto che si dimentichi così in fretta di quello che c’è tra loro. Continuo chiedendo cosa significa questo per lei e risponde che significa essere debole e non amata come sua madre, continua dicendo che emula tutto lo schifo che la madre odia e che mai e poi mai ci passerebbe per quello che è accaduto a lei. Mi racconta che il padre è andato via di casa quando aveva tra i 9 e i 10 anni, aveva una relazione con un’altra donna da quando lei aveva 18 mesi ed era sempre stato molto assente nella sua crescita, la madre era debole tanto da non riuscire a porle alcun limite sin da bambina. Le chiedo cosa ha provato quando il padre è andato via di casa, cosa ha fatto e pensato. Risponde di essersi sentita strana; nervosa/allegra e di aver pensato: ‘posso fare quello che voglio, imprecare, truccarmi, bello!’ Si è tatuata, ha fatto piercing dappertutto, saltava la scuola, portava a casa il suo ragazzo, fumava erba. Sembrava aver reagito bene ma dopo qualche anno l’hanno portata da un medico che le ha prescritto un farmaco per la depressione. Dice che non sapeva cosa fosse la depressione ma sapeva di essere diversa.

Mi sembra di aver individuato i tre ABC; presente, invalidazione, apprendimento e inizia a delinearsi nella mia mente una concettualizzazione del caso che vede il disamore/indegnità come tema doloroso; i processi di metacontrollo, non posso tollerare di sentirmi non amata, debole, vuota e triste, come ho visto accadere a mia madre; il piano immunizzante, sostanze, relazioni estreme; il processo di invalidazione, rottura della relazione, rabbia, sostanze; esordio sintomatico, depressione, ‘back to black’.

Continuando la fantasia, decido a questo punto di condividere con la mia paziente la concettualizzazione che ho formulato e dico: ‘adesso le dirò l’idea che mi sono fatta del suo funzionamento che la fa stare così male, capisco che per lei è estremamente doloroso sentirsi così depressa ed è logico e comprensibile che si senta così, data la sua storia; è anche vero che la terapia può aiutarla a trasformare la depressione in tristezza. Sentirsi tristi è normale e talvolta utile perché ci comunica che c’è qualcosa da cambiare. Lei sta male perché quando il suo ragazzo ha deciso di stare con un’altra donna anziché con lei, così come è accaduto con suo padre da piccola, ha provato una profonda tristezza che l’ha fatta sentire debole e non amata e ha cercato di non sentire questo stato emotivo aiutandosi con le sostanze. E’ probabile che l’dea che si sia fatta di sé è di non poter sopportare di sentirsi inadeguata e non amata e di dover essere forte e spregiudicata nelle relazioni; tutto il contrario, come lei ha detto, di quello che è sua madre. Anche l’alcol e le altre sostanze è probabile che l’abbiano aiutata a non sentirsi non amata, debole e triste. La strategie che ha trovato per stare meglio (e lei ha fatto tutto quello che poteva, data la sua storia) l’hanno sicuramente aiutata in passato, ma ora sembrano non essere più sufficienti a proteggerla per non considerare il danno e i rischi per la salute, che già conosce’

 

Teatro Sociale e potenziamento dei processi di autonomia nella persona Down

Il Teatro Sociale è una forma di teatro che si occupa dell’espressione, della formazione e dell’interazione di persone, gruppi, comunità attraverso attività performative di diverso tipo. In scena però non è la realtà che ogni giorno è sotto ai nostri occhi, ma ciò che è socialmente sottratto, occultato.

Capriotti Federica – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

 La sindrome di Down è la causa più frequente di ritardo mentale. Ha una prevalenza di circa 1:700 nati vivi. Attualmente l’aspettativa di vita di un soggetto con la sindrome di Down è di circa 60 anni. In Italia i dati epidemiologici del Centro Internazionale dei Difetti Congeniti (CIDC) rilevano che la vita media dei soggetti con sindrome di Down è di 45-46 anni con una percentuale di sopravvivenza nella fascia di età tra i 45 e i 65 anni pari al 13%. In Italia vivono 49.000 soggetti con sindrome di Down (Arosio et al., 2004).

Sviluppo cognitivo nella sindrome di Down

I bambini con sindrome di Down oscillano tra un grado medio e un grado severo di disabilità intellettiva. Lo sviluppo cognitivo sembra subire ritardi importanti soprattutto dopo il secondo anno, in concomitanza con i rallentamenti dei processi di mielinizzazione (Barone, 2009). Si riscontrano difficoltà nel mantenere le abilità acquisite e la tendenza a utilizzare strategie non funzionali alla soluzione di problemi nuovi.

In età scolare e in adolescenza, l’elaborazione spaziale tende ad essere relativamente conservata in rapporto all’età verbale, mentre l’elaborazione verbale, alla base di alcuni compiti di memoria di lavoro o memoria a breve termine, risulta particolarmente deficitaria. La memoria a lungo termine sembra più compromessa rispetto ad altre forme di ritardo mentale (Barone, 2009).

Deficit nella competenza linguistica sono caratterizzati dalla presenza di competenze morfosintattiche deficitarie in compiti di produzione, comprensione e ripetizione di frasi. In uno studio volto a valutare le abilità lessicali e morfosintattiche in un gruppo di bambini con sindrome di Down con un’età mentale di 30 mesi, Vicari, Caselli e Tonucci hanno evidenziato che in questi soggetti la performance lessicale correlava con quella grammaticale, suggerendo in tal modo la possibile presenza di un ritardo nell’acquisizione lessicale e grammaticale che tuttavia non prende le sembianze di uno sviluppo atipico. Tali caratteristiche sembra siano ascrivibili a specificità della sindrome piuttosto che a un generalizzato effetto della disabilità intellettiva (Caselli et al., 2000).

Il teatro sociale come potenziamento dei processi di autonomia

Il Teatro Sociale è una forma di teatro che si occupa dell’espressione, della formazione e dell’interazione di persone, gruppi, comunità attraverso attività performative di diverso tipo. Esso coniuga l’attenzione al livello teatrale e artistico con quella dello sviluppo di comunità, promuovendo esperienze di messa in gioco e messa in azione personale e collettiva (Impresa Sociale Onlus Stranaidea).

E’ una pratica innovativa che promuove la consapevolezza, la crescita e l’empowerment (Amerio, 2000) delle persone, dei gruppi e delle comunità utilizzando diversi tipi di linguaggi artistici, processi creativi e forme di performance. Ha come finalità la crescita e il cambiamento della singola persona, nel rapporto mente-corpo-emozioni-spirito, e della comunità locale, nella sua dimensione umana, sociale e culturale (De Marinis, 2000).

Il teatro sociale è uno spazio per rafforzare legami solidali e rigenerare coesione sociale con la creazione artistica di simboli e significati condivisi: sviluppa il benessere delle relazioni nei luoghi della comunità. Può quindi essere considerato a tutti gli effetti una pratica efficace e innovativa per promuovere il benessere e per formare degli operatori che si occupano di cura e educazione, inoltre favorisce il benessere e la salute delle comunità locali e delle loro reti sociali (Impresa Sociale Onlus Stranaidea).

Il teatro sociale è oggi una forma di teatro contemporaneo su cui criticamente si sta facendo chiarezza in termini storici, teorici e metodologici (De Marinis, 2000).

Uno degli aspetti del teatro sociale è quello della drammaturgia (l’arte di comporre drammi; trattato o precettistica sull’arte drammatica; in senso concreto, complesso delle opere drammatiche di un autore o di un periodo), l’azione che si occupa del dire “drammatico” della comunità: crea le condizioni perché la comunità possa compiere delle azioni di espressione-comunicazione, raccoglie e sviluppa i diversi linguaggi-esperienze con cui il gruppo/comunità comunica, ne coglie la specificità teatrale sul piano della performance e della comunicazione, li mette in contatto con l’orizzonte storico e simbolico di una più ampia collettività, li compone in un’azione di rappresentazione nei termini di un evento di comunità. La drammaturgia fa tutto questo in un costante dialogo tra poetica individuale e creatività collettiva (De Marinis, 2000).

L’altro che è in scena non è però la realtà che ogni giorno è sotto ai nostri occhi. La messa in scena di ciò che è socialmente sottratto, occultato è lo scandalo di questo teatro, il suo maggior rischio, ma anche il suo atto politico più significativo, tanto più rivoluzionario quanto più ciò che ci viene mostrato modifica la nostra percezione della realtà e ciò che prima avremmo detto brutto ora ci pare bello (De Marinis, 2000).

C’è in molti di questi spettacoli un’interazione comunicativa forte: ne nascono spettacoli che provocano, commuovono, ma raramente lasciano indifferenti, rivolti a, fatti per chi sta seduto là oltre la scena. Questa interazione segna anche l’estetica con una presenza di segni popolari, quotidiani, comuni.

Il laboratorio nel teatro sociale

Nel teatro sociale, il laboratorio, inteso come pratica creativa di gruppo sviluppata in una situazione extraquotidiana e orientata, in una dinamica relazione anche affettiva, all’autorappresentazione, offre una condizione particolarmente efficace di lavoro. Articolato in termini di conduzione sul modello dei riti di passaggio – separazione, margine, reintegrazione -, il modello generale del laboratorio di teatro sociale si sviluppa su tre percorsi (Pontremoli et al., 2007):

  • il training psicofisico, centrato sulla scoperta del corpo come strumento di espressione, comunicazione e di relazione;
  • il training relazionale, fatto di giochi ed esercizi, finalizzati alla formazione del gruppo attraverso l’esplorazione delle dinamiche di fiducia e conflitto;
  • l’esplorazione drammaturgica, attraverso l’improvvisazione, l’invenzione narrativa, la creazione di rappresentazioni.

Nelle tre fasi del laboratorio, gli stimoli forniti dal conduttore creano dei setting teatrali nei quali quella che viene agita è la totalità della persona e del gruppo, sul piano dei vissuti, dei linguaggi, dell’immaginario, del mondo simbolico e di valori a cui fa riferimento.

Attraverso l’esperienza laboratoriale (ed in particolar modo di quella teatrale) si può migliorare significativamente la qualità di vita e dare dignità a soggetti che spesso non hanno alcuna prospettiva di vita. E’ evidente che l’organizzazione di un laboratorio teatrale richiede risorse umane e materiali considerevoli. Il personale educativo e formativo, per esempio, dev’essere messo in grado di lavorare senza improvvisazione, avere conoscenze di base specifiche da aggiornare continuamente per raggiungere la massima professionalità (Associazione Italiana Persone Down).

Un’altra chance attraverso il teatro

La presenza di una persona con disagi in scena è un segno teatrale complesso. Innanzitutto è un frammento di realtà, qualcosa che ha il sapore della “vita vera”, soprattutto delle emozioni e dei sentimenti che appartengono all’esperienza della vita. In questa ricerca di una contiguità estrema c’è forse il bisogno di uscire dai confini di un teatro autoreferenziale tanto nella sua antropologia e sociologia quanto nei suoi linguaggi. Un desiderio di mondo (parlare “di” e “con” l’altro) ha attraversato, nei primi anni Novanta, una parte del teatro. In questo senso, anche il teatro di narrazione ha cercato oggetti di discorso reali e linguaggi affabulativi che ricostruissero nella comunicazione una condizione di comunità civile (De Marinis, 2000).

Lo strumento teatro diviene sociale nel momento in cui agisce per il bene di una comunità, a favore della trasformazione e del cambiamento (Pontremoli et al., 2007).

Se consideriamo il teatro una delle maggiori arti e se consideriamo le arti un modo per interagire con il contesto socioculturale in cui viviamo, giungeremo a considerare il teatro di cui ora discutiamo come l’arte sociale per eccellenza. Un’arte che parte dall’individuo per inserirlo in un gruppo; un gruppo che diventa famiglia prima, comunità dopo. Molti (critici, storici e filosofi) infatti, definiscono il teatro come l’arte delle arti, in quanto consente a più persone di comunicare l’una con l’altra, di crescere insieme, e di farlo attraverso modalità differenti. Arte dell’incontro, arte dello sguardo che si rispecchia nell’altro, nel corpo che si rispecchia in un altro corpo, del comunicare in senso naturale, come scambio biunivoco di energie. La teatralità si esprime potenziata nel disagio, quando si ha bisogno di stringere relazioni più strette, sincere e lo scambio diventa necessità di crescita, materiale e spirituale. La terapia diventa realizzazione di obiettivi e autorealizzazione. Questo è possibile primariamente, com’è chiaro, nell’accezione di un teatro fisico, dove i corpi si incontrano e le energie si scontrano, e la fusione è data da questo contrasto (Pontremoli et al., 2007). Il teatro non è di per sé sociale, ma diviene anch’esso un ambiente fertile all’insegnamento, alla pedagogia, alla crescita personale. Ne risulta l’altissimo valore ed efficacia del teatro come terapia, appunto, per vincere le proprie resistenze e rigidità, per capire le ragioni degli altri, per superare le diffidenze e gestire gli scontri. Il teatro, in mano all’operatore esperto, è una chiave per riconoscere ad ogni persona, anche la più difficile, il proprio valore, e nello stesso tempo non lasciarla prevaricare. Teatralizzare i conflitti è ben espresso dalla locuzione “facciamo come se”: in questa maniera diventa più facile superarli, perché li si guarda dall’esterno. I conflitti diventano racconto ed esperienza. Si può scoprire di avere in sé la capacità di raccontare, di esprimersi anche in forma semplice, e lo si fa in una atmosfera non giudicante in cui tutti collaborano e condividono le loro esperienze. Il teatro rimane insomma uno dei pochi ambienti in cui è possibile sperimentare le proprie potenzialità e le relazioni con l’altro, formare un gruppo e dare alle persone un senso di appartenenza e una comunanza di intenti. È un territorio privilegiato per creare un ambiente culturale, vivere in società in modo più consapevole e accettare le nostre reciproche diversità (Pontremoli et al., 2007).

Per un disabile, per un disagiato, per una qualunque persona in difficoltà, dimostrare le proprie qualità comunicative e artistiche rappresenta la possibilità di darsi un’altra chance, dimostrare al mondo e a sé stessi che si è in grado di percorrere altre vie da quella della sofferenza e della mancanza. L’effetto della necessità interiore e dunque anche l’evoluzione dell’arte coesistono, anche se solo per l’istante dell’azione scenica, giungendo ad un picco di emozionalità personale e collettivo (Pontremoli et al., 2007).

Chi ha modo di lavorare per persone con disabilità intellettiva si accorge, con il passare degli anni, di trovarsi di fronte ad una dimensione peculiare del vivere, della percezione di sé e del mondo. Fare teatro in questa dimensione pensando di poter applicare metodi, tecniche, categorie drammaturgiche, chiavi di lettura come si utilizzano comunemente con la normale attorialità non può che portare ad un lavoro superficiale, potenziale origine di frustrazioni nell’operatore e nei partecipanti, a meno che non si voglia produrre la solita performance adattata intorno agli stereotipi, spesso non supportati da una reale conoscenza (Anffas Milano).

Non possiamo ragionare sulla categoria “disabile intellettivo” come se descrivesse un tipo dai tratti univoci e definiti. Infatti, ed è una questione universale per il teatro, le proposte di lavoro devono procedere progressivamente verso una loro declinazione individuale, persona per persona; sarebbe impensabile un lavoro efficace racchiudendo tutto il gruppo nella stessa tipologia di esercizi e di proposte.

Gli elementi tecnici, pratici, psicologici del teatro permangono, ma subiscono limitazioni o totali impedimenti secondo la condizione cognitiva ed emozionale (e naturalmente fisica) del soggetto. La memoria, l’immaginario, il simbolico, l’autoanalisi e poi l’attenzione, che nel lavoro teatrale si deve districare consapevolmente tra processi percettivi, riflessivi e di fluttuazione, si presentano con limiti e potenzialità mutevoli, non solo da persona a persona, ma per lo stesso soggetto nel corso del tempo, e contrariamente a quanto potrebbe accadere per un sedicente normale, questo impasto condizionante non riesce a divenire consapevole e governabile. Tutto il lavoro è come in balia di una condizione che non può essere vista, valutata e sfruttata a pieno dall’interessato e, conseguentemente, tantomeno dall’operatore (Anffas Milano).

Spesso manca una visione d’insieme del lavoro, intesa non solo nello svolgersi della struttura, ma anche nella comprensione del suo senso. La preparazione della performance diventa allora la preparazione della propria porzione da mostrare, nell’impossibilità di abbracciare contemporaneamente i cinque piani attentivi (sé stesso, la parte drammaturgica, lo spazio, il compagno, il pubblico), con l’attenzione convogliata sugli aspetti pratici ed esteriori del dire e del fare.

Il rischio è quello di avere come termine di paragone la “normalità” e di far tendere a quella il risultato del laboratorio (Anffas Milano). Calare il Teatro nel mondo della disabilità intellettiva non significa riportarvi il teatro della norma con riduzioni di intenti, di pretese, o semplicemente semplificandolo. Significa creare un teatro specifico incontro per incontro, delle situazioni individuali e di gruppo, in cui la tecnica teatrale è continuamente messa in discussione, a volte utile a volte limitante, da riadattare, da buttare via, da reinventare completamente; impossibile e riduttivo tentare di sistematizzarla in metodi, perché spesso ciò che nel laboratorio abbiamo trovato oggi, domani sarà scomparso e la ripetizione non basterà a ricreare le medesime condizioni soggettive per il ritorno di una parola o di un gesto (Anffas Milano).

Scopo del teatro sociale è creare ritualità civile, fare comunità, stimolare la partecipazione di tutti al bene di tutti (Bernardi et al., 2014). Le esperienze del teatro sociale e di comunità appaiono non solo modello di integrazione sociale e di mirabile intesa tra ente pubblico, privati e associazioni, ma l’annuncio di una nuova politica.

Tutte le esperienze sono caratterizzate da una magnifica disponibilità degli operatori, che funzionano come animatori: oper-attori (Bernardi et al., 2014).

Emerge il ruolo dinamico dei soggetti pubblici, delle istituzioni (ASL, comuni, province, regioni, università), che trovano, nel promuovere questi percorsi, una dimensione diversa da quella imprigionata dal circuito programmazione-acquisto-controllo (Bernardi et al., 2014).

Il teatro sociale si fonda su un cambio radicale di prospettiva che mette in luce quanto normalmente resta nascosto dell’esperienza teatrale. Questo spostamento porta in primo piano le funzioni antropologiche e sociali della teatralità, dando luogo ad una serie di conseguenze quali l’allargamento della partecipazione all’esperienza, la rottura degli statuti codificati, l’apertura delle forme, la diversa e dinamica distribuzione delle funzioni teatrali, un rapporto proficuo tra cultura e sviluppo sociale, tra arte e vita che sviluppa nuove relazioni inedite e legami sociali (Bernardi et al., 2014).

Il lavoro di teatro sociale sembra sia adeguato, proprio per la sua capacità di dialogo, di confronto e di lavoro sulle potenzialità individuali e collettive, come strumento per costruire percorsi di Empowerment individuale e comunitario (Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute).

Il teatro sociale, attraverso la gestione dei rapporti orizzontale e non verticistica che lo caratterizza, vuole produrre un cambiamento personale che nel lavoro di gruppo diventa anche un cambiamento sociale, partecipazione e collaborazione.

Protagonisti, azioni e materie che agiscono su un palcoscenico, ci consentono di capire in che modo possiamo lavorare in termini di promozione della salute.

Il laboratorio teatrale e lo spettacolo conclusivo, posti in quest’ottica, oltre a registrare miglioramenti riguardanti la fonetica, la gestualità, la sicurezza di sè, il rispetto dell’altro e delle regole, hanno mostrato che far cooperare con pari dignità ragazzi con sindrome di Down e ragazzi normodotati, sia vincente soprattutto per le ripercussioni notevoli a livello di immagine sociale efficace sugli atteggiamenti e sulle motivazioni al cambiamento, favorendo lo sviluppo dei processi di inclusione e coesione sociale che raggiunge rapidamente un ampio numero di persone e avendo ricadute positive sulla qualità della vita dell’intera comunità.

 

Il test del marshmallow. Padroneggiare l’autocontrollo (2019) di W. Mischel – Recensione del libro

Walter Mischel è uno psicologo recentemente scomparso, padre di uno degli esperimenti più importanti della psicologia: Il test del marshmallow e autore del libro Il test del marshmallow. Padroneggiare l’autocontrollo.

 

Le domande che hanno mosso le sue indagini sono state quella di comprendere quale fosse il ruolo dell’abilità di posticipare una gratificazione (tradotto in autocontrollo) nello sviluppo psicologico della persona e se tale abilità possa essere appresa o risulti, invece, innata e immutabile.

Il marshmallow, caramella dolce e gommosa molto nota in America, è la gratificazione utilizzata negli esperimenti che iniziano negli anni 60 (in realtà non sono stati utilizzati solo questi tipi di dolciumi ma anche altri, ritenuti appetibili dai piccoli protagonisti).

Lo studio è stato condotto all’interno dell’Università di Standford su bambini di età prescolare ai quali era mostrata una ricompensa, un marshmallow per esempio; a questo punto erano sottoposti ad un dilemma: mangiarne uno subito o attendere per averne due?

I bambini venivano, pertanto, lasciati da soli in una stanza in compagnia sia della loro tentazione (con tanto di campanellino da suonare come strumento di resa) sia di tutte le divertenti e fantasiose strategie che avevano a loro disposizione per resistere nell’attesa.

Con un grande studio longitudinale, gli autori hanno trovato che il numero di secondi attesi andava a correlare con un più alto punteggio ai test di ammissione ai college, un indice di massa corporea inferiore, una maggiore autostima e una migliore tolleranza alla frustrazione, con maggiore adattamento allo stress nell’età adulta. Dati che risultano rilevanti a tal punto da ritenere questa variabile un perno piuttosto centrale della persona. L’autore parla di un sistema ‘caldo’ quello più impulsivo, meno mediato, emotivo (limbico) e di uno freddo cognitivo, razionale (della corteccia prefrontale) alla base della nostra presa di decisione. Attivare il secondo in favore del primo, concentrarsi sulle caratteristiche fredde dello stimolo significa, in buona sostanza, riuscire a resistere meglio alle tentazioni.

Ed ognuno di noi per far questo può utilizzare strategie diverse (i bambini dell’esperimento insegnano: chi canta, chi conta, chi si distrae, chi evita di guardarlo, chi lo immagina come se fosse una foto…). Ciò significa che possiamo effettivamente trasformare gli stimoli attraenti in qualcosa di più moderato ed emotivamente blando, non chiamando in causa la sola forza di volontà ma anche la corteccia prefrontale stessa, che può diventare in grado di ‘raffreddare’ stimoli per noi seducenti.

Riprodotti in setting diversi (popolazioni più svantaggiate per esempio) e con soggetti di età diversa, studi simili e affini hanno confermato negli anni che la capacità di posticipare la gratificazione ha visibili e profonde conseguenze nella salute fisica e mentale della persona.

L’aspetto della possibilità di apprendere tali strategie è ovviamente uno dei punti chiave e di svolta dell’autore, che sottolinea come sia più semplice insegnarle ad un bambino piuttosto che ad un adulto.

Il titolo del lavoro ha a che vedere con il marshmallow ma poi è molto di più. Nei capitoli successivi e nelle 300 pagine del libro, vengono via via approfondite varie tematiche: Quanto conta la genetica e quanto invece l’ambiente? In che modo posso prendere oggi delle decisioni che siano fruttuose per un ‘me futuro’? Che ruolo hanno ottimismo e fiducia in sé stessi nella propria crescita personale? Come si decide di essere cicale (che vivono nel presente) o operose formiche (dedite al futuro)? 

Vengono sviluppati numerosi concetti che possono mediare l’attivazione del sistema freddo o del sistema caldo: la distanza psicologica per esempio (la discrepanza temporale, spaziale o ipotetica rispetto al momento in cui prendiamo una decisione e l’effettiva realtà di quando ci troveremmo ad affrontarla realmente), oppure l’autodistanziamento (vedere le cose dall’esterno, come se fossimo ‘una mosca in un muro’ per attivare il sistema freddo), o ancora, il sistema immunitario psicologico che ci protegge dagli effetti negativi dello stress cronico e ci aiuta nella gestione di notizie terribili e il ruolo del Modelling di Bandura nell’auto ed etero indulgenza.

Viene inoltre fatta una ricca esplorazione dei piani ‘se allora’, che sarebbero protagonisti anche della possibilità di posticipare gratificazioni nella misura in cui ognuno di noi ha bisogno di configurarsi una sorta di piano da mettere in atto, che sia più concreto e meno vago possibile, che ci fornisca delle strategie da mettere in atto all’occorrenza (di tentazioni).

Un libro sull’autocontrollo non può ovviamente non toccare il tasto della forza di volontà, che viene descritta come una risorsa biologica vitale, ma non illimitata, facendo quindi luce sui modi in cui questa possa essere fortificata quando tende ad esaurirsi.

Pertanto appare evidente che alcune persone possono essere più abili di altre quando si tratta di resistere alle tentazioni (e tale differenza può essere vista già in età prescolare), ma è vero anche che non dobbiamo essere vittime della nostra storia biologica; concetti come forza di volontà non sono così statici e immutabili come, forse, è facile credere, ma possono essere appresi e regolati. La determinazione deve fare compagnia a strategie e motivazione per rafforzare la perseveranza.

Un ulteriore aspetto che l’autore riferisce più volte è che, se è evidente che l’autocontrollo possa favorire tutta una serie di risorse psicologiche per la persona, allo stesso tempo una rigidità nel costante e perseverante rinvio della gratificazione (quindi lavorare, risparmiare, faticare e ‘attendere sempre altri marshmallow’) può non rivelarsi una scelta saggia: a volte occorre godere della vita ‘come un cicala’ e non essere sempre previdenti ed operosi come le formiche.

Un altro aspetto importante del testo è il tentativo di Mischel di rendere tutto il suo contenuto rilevante e rilevabile nel contesto della politica pubblica. Si parla molto infatti di come poter utilizzare tutte queste conoscenze per aiutare i bambini che crescono in ambienti più deprivati a colmare le lacune e riscattarsi nella vita, imparando ad esprimere il loro potenziale. Intervenire sullo sviluppo delle funzioni esecutive è un passo da fare ed uno degli interventi citati è sicuramente quello della meditazione e della mindfulness. Non è più il ‘penso dunque sono’ di Cartesio, ma diventa ‘penso, dunque posso cambiare ciò che sono’.

Il testo, benché non si risparmi nella citazione di un numero molto ampio di studi e di studiosi, non appare come un manuale vero e proprio, poiché la qualità della scrittura, in prima persona, e la fruibilità del contenuto, lo rendono un libro piacevole e scorrevole, una sorta di saggio circa lo stato attuale di ciò che sappiamo in merito all’autocontrollo, da un punto di vista psicologico e neuroscientifico. Un argomento che è una parte importantissima del lavoro clinico di ogni terapeuta, ma anche un aspetto rilevante di ogni persona, una variabile che può essere coltivata sia in età infantile che adulta. Una lettura assolutamente consigliata.

 

IL MARSHMALLOW TEST – GUARDA IL VIDEO DELL’ESPERIMENTO:

La AAT: una ricerca esplorativa sull’efficacia di un programma di terapia assistita da cani negli adulti con disturbo dello spettro autistico.

La Terapia Assistita da Animali in pazienti adulti con Disturbi dello Spettro Autistico è un intervento che include un animale addestrato ed obiettivi terapeutici prestabiliti guidati da un terapeuta.

 

Il Disturbo dello Spettro Autistico (Autism Spectrum Disorder, ASD) è una condizione permanente nel corso della vita, caratterizzata da compromissione della comunicazione ed interazione sociale, del linguaggio e delle funzioni cognitive; identificata dalla presenza frequente di comportamenti ripetitivi ed interessi ristretti.

La Terapia Assistita da Animali (Animal-Assisted Therapy, AAT), è un tipo di terapia alternativa o complementare che coinvolge gli animali (es. cani, gatti, cavalli) come forma di trattamento; è stata prevalentemente indagata in bambini e adolescenti evidenziando risultati postivi e riduzione dei sintomi.

Lo studio di Wijker e colleghi (2019) esplora gli effetti della AAT, dimostrando come essa riduca i problemi psicosociali (es. stress, depressione e ansia), migliori la comunicazione sociale e l’autostima negli adulti con disturbo dello spettro autistico. Sebbene gli adulti con ASD mostrino un’elevata comorbilità con altri disturbi psicopatologici, gli interventi psicosociali sono stati poco studiati e i trattamenti efficaci per questi pazienti sono limitati. Perciò, l’attuale ricerca è di tipo esplorativo e lo scopo era ottenere maggiori informazioni sulla qualità, pertinenza e validità dell’intervento, nonché sugli ostacoli ed elementi facilitanti per la sua realizzazione.

L’AAT in pazienti adulti con ASD è un intervento che include un animale addestrato ed obiettivi terapeutici prestabiliti guidati da un terapeuta. Il campione finale dello studio comprendeva 27 partecipanti (range età 18- 60 anni) e 13 cani terapeutici addestrati.

Il protocollo di intervento consisteva in 10 sessioni settimanali, ciascuna della durata di un’ora; le valutazioni dell’efficacia del trattamento sono state effettuate dopo 10 e 20 settimane.

Ai partecipanti e terapisti è stato chiesto di compilare due diverse versioni del questionario di valutazione del processo (PEQ), il quale conteneva domande su soddisfazione, pertinenza, fattibilità e validità dell’intervento. La pertinenza e la fattibilità sono state valutate dai soggetti secondo la propria prospettiva e quella degli altri. Per indagare la qualità della sperimentazione e l’attuazione del programma AAT, invece, sono stati raccolti dati sulla qualità del campionamento e dell’intervento e descritti gli ostacoli e i facilitatori dell’attuazione del programma AAT. I dati sulla qualità del campionamento sono derivati dal database di ricerca, dalla descrizione delle procedure di assunzione e dalle interviste semi-strutturate con i terapeuti coinvolti nel reclutamento. La qualità dell’intervento, invece, è stata valutata utilizzando il feedback delle parti interessate e valutando l’aderenza (il numero di sessioni completate da un partecipante) e la fattibilità (la misura in cui gli elementi del programma sono stati eseguiti come previsto).

In generale, i risultati hanno mostrato una riduzione dello stress e dell’agorafobia e un miglioramento della consapevolezza e della comunicazione sociale. In relazione al livello di soddisfazione dell’intervento, i partecipanti erano tutti soddisfatti dell’AAT in quanto hanno indicato di aver vissuto esperienze positive come gioia, intuizione, riflessione e rilassamento. Sia i partecipanti che i terapisti hanno segnalato l’AAT come pertinente e fattibile, sia per se stessi che per altri adulti con ASD. Alcuni dei fattori che rendono tale l’intervento sono: un feedback diretto sul comportamento, un ambiente sicuro e rilassante e l’opportunità di toccare un altro essere vivente durante le sessioni di terapia. Ecco le parole di pazienti adulte con ASD che hanno partecipato allo studio:

Il contatto con gli animali è spesso senza etichette, senza pregiudizi, e facilita la ricezione di nuove informazioni e l’apprendimento di nuove abilità. Inoltre, non ci sono problemi di distanza fisica con gli animali.

L’ostacolo maggiormente evidenziato è stato il tempo limitato per completare tutti gli esercizi in una sessione; i terapisti hanno riportato diverse cause: a) bassa velocità di elaborazione del partecipante, b) tendenza del paziente a parlare spesso, c) eventi di vita del soggetto, d) difficoltà motorie e cognitive del paziente. Un esempio di esercizio è un gioco di ruolo in cui il partecipante inventa un personaggio che interagisce con l’animale; questo è stato valutato come stimolante e potrebbe rappresentare una sfida per gli adulti con ASD a causa di problemi di immaginazione e gioco di finzione. Allo stesso tempo, questa tipologia di esercizio è stata vissuta come difficile e non è stata eseguita completamente dal 30% dei pazienti. Inoltre, il protocollo terapeutico prescrive una corrispondenza fissa tra il cane terapeutico e il paziente. Se un diverso cane da terapia (es. uno più giocoso) sembrava offrire migliori opportunità ad un partecipante di raggiungere gli obiettivi terapeutici, era possibile apportare una modifica (avvenuta nel 15% dei soggetti partecipanti allo studio). Infine, cani da terapia alternativi sono stati utilizzati anche in sessioni in cui i volontari non erano disponibili per portare il loro cane da terapia nella posizione terapeutica o il cane da terapia originariamente assegnato era malato.

I partecipanti hanno avanzato ulteriori suggerimenti per una migliore implementazione dell’AAT nelle cure per la salute mentale: a) orari flessibili per le sessioni di terapia che facilitano i partecipanti con un programma di lavoro a tempo pieno; b) più sedi terapeutiche, al fine di ridurre i tempi di viaggio e l’energia; c) copertura assicurativa sanitaria per rendere la terapia accessibile a persone altrimenti non in grado di partecipare a questa ricerca. Sia i partecipanti che i terapisti hanno documentato l’importanza della condivisione delle informazioni sulla terapia e sui risultati della ricerca per informare le persone con ASD, operatori sanitari e parti interessate.

I soggetti di sesso femminile e i proprietari di cani erano sovra-rappresentati nel campione dello studio; pertanto, la generalizzazione degli effetti del trattamento dovrebbe essere fatta con cautela. Sarebbe opportuno, per studi futuri, includere un campione più grande, che comprenda più soggetti di sesso maschile e non proprietari di un cane.

In conclusione, sulla base dei risultati ottenuti, è possibile affermare che la terapia assistita da animali può essere considerata una preziosa aggiunta alle possibilità di trattamento per ridurre lo stress e migliorare la comunicazione sociale negli adulti con disturbo dello spettro autistico.

 

L’utilizzo della Stimolazione Transcranica a Correnti Dirette (tDCS) nei disturbi da uso di sostanze

Lo studio del cervello ha affascinato gli scienziati di ogni epoca e gli effetti della corrente su di esso sono stati oggetto di un immenso interesse scientifico e non. Negli ultimi anni, la tDCS è stata sempre più utilizzata nella ricerca clinica psichiatrica ed in quella neuroscientifica di base con risultati positivi per alcuni disturbi mentali.

Maria Carlucci – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi di San Benedetto del Tronto

 

La Stimolazione Transcranica con Correnti Dirette (Transcranical Direct Current Stimulation o tDCS) è una metodica di stimolazione cerebrale non invasiva, capace di indurre cambiamenti funzionali nella corteccia cerebrale. La tDCS consiste essenzialmente nell’applicazione sullo scalpo di elettrodi eroganti una corrente continua di bassa intensità in grado di attraversare lo scalpo e influenzare le funzioni neuronali, trovando applicazione in numerosi ambiti clinici, diagnostici e di ricerca.

Se lo studio del cervello ha sempre suscitato grande fascino negli scienziati fin dall’antichità, gli effetti della corrente su di esso sono stati oggetto di un immenso interesse, scientifico e non, dal momento della sua scoperta in diverse parti del mondo. Gli effetti di un’incontrollata stimolazione del cervello, infatti, sono stati riportati fin dal passato.

Scribonius Largus (il fisico dell’imperatore romano Claudio), descrisse come, piazzando una torpedine viva sul capo per inviare una forte corrente elettrica, si potesse alleviare l’emicrania. Galeno di Pergamo, uno dei più grandi medici dell’antichità, e Plinio il vecchio descrissero risultati simili. Nel XI secolo, Ibn-Sidah, un fisico musulmano, suggerì di utilizzare un pesce gatto elettrico per il trattamento dell’epilessia. I metodi di stimolazione transcranica hanno dunque una lunga tradizione. Già intorno al 1800, quando Volta inventò la sua pila elettrica, i ricercatori cominciarono a studiare le applicazioni della corrente diretta in una varietà di disordini neurologici. Studiosi come Walsh (1773), Galvani (1791, 1797) e Volta stesso (1792) stabilirono che la stimolazione elettrica di varia durata potesse suscitare diversi effetti fisiologici. In casi riportati negli scritti dell’epoca, ma non ben documentati senza gli standard moderni, si affermò che i pazienti affetti da ictus cronico potessero trarre beneficio dall’applicazione diretta di corrente (Stagg & Nitsche, 2004). Il primo resoconto sistematico delle applicazioni cliniche della corrente galvanica è datato in questo periodo, quando Giovanni Aldini, il nipote di Galvani, e alcuni altri ricercatori utilizzarono la stimolazione transcranica come tecnica per curare la depressione. In breve tempo, nel XIX secolo, seguirono numerosi studi. Molti altri ricercatori utilizzarono nello stesso periodo la corrente galvanica per il trattamento di disordini mentali, ottenendo risultati non sempre soddisfacenti (Parent 2004).

Guardando alla storia più recente, l’utilizzo della terapia elettroconvulsiva e degli psicofarmaci e la mancanza di segnali neurofisiologici attendibili oscurarono l’utilizzo della corrente diretta sul sistema nervoso centrale come strumento terapeutico e di ricerca, specialmente nel campo della psichiatria. Tuttavia, la corrente galvanica continuò ad essere utilizzata senza interruzioni nel trattamento di disordini muscolo scheletrici e dolori periferici.

Questi primi sforzi in campo neurofisiologico, dunque, furono probabilmente abbandonati a causa della mancanza di metodi di valutazione affidabili. Quando nel 1998 fu possibile misurare gli effetti dell’applicazione di corrente diretta sulla corteccia motoria, a livello non invasivo, per mezzo della stimolazione magnetica transcranica, la tDCS diventò affidabile in termini di parametri quali l’intensità di stimolazione, la durata e la convalida degli effetti plastici che ne conseguono (Priori et al. 1998).

Gli studi di Priori (1998) seguiti da quelli di Nitsche e Paulus (2001), dimostrarono come una debole corrente diretta potesse effettivamente essere inviata a livello transcranico andando ad indurre cambiamenti bidirezionali nella corticale dipendenti dalla polarizzazione. In modo specifico, si notò che la corrente diretta anodica incrementava l’eccitabilità corticale, mentre quella catodica la decrementava. Si prospettò quindi il possibile utilizzo di questa tecnica al fine di analizzare la plasticità e l’eccitabilità cerebrale e come valida cura nel campo dei disordini neuropsichiatrici (Priori et al. 1998; Nitsche & Paulus 2001).

Negli ultimi anni, la tDCS è stata sempre più utilizzata nella ricerca clinica psichiatrica ed in quella neuroscientifica di base con risultati particolarmente positivi nella depressione maggiore. Oltre alla depressione, l’efficacia clinica della tDCS in psichiatria è stata valutata nell’ambito del disturbo bipolare, della schizofrenia, dei disturbi d’ansia e dei disturbi da uso di sostanze e addiction.

In questo ultimo ambito, recentemente, è stato osservato che l’applicazione della tDCS sulla corteccia dorsolaterale prefrontale (DLPFC) si è rivelata un utile strumento nella riduzione del craving sia nei disturbi da uso di sostanze che nelle dipendenze comportamentali, aprendo così, nuovi scenari di ricerca.

L’uso della tDCS nei Disturbi da Uso di Sostanze

Una recente revisione della letteratura ha individuato solamente 18 studi clinici randomizzati (RCT) che indagavano l’utilizzo della tDCS in soggetti con disturbo da uso di sostanza (le sostanze valutate erano alcol, caffeina, cannabis, cocaina, eroina, metamfetamine e nicotina); lo studio prendeva in considerazione 473 pazienti totali. Tra le 18 ricerche selezionate, 16 di esse hanno valutato l’utilizzo della tDCS sulla DLPFC ed 8 hanno evidenziato una riduzione del craving, mentre 2 coinvolgevano l’area fronto-parietale-temporale (FPT) e di esse 1 riportava una riduzione del craving.

In definitiva gli autori evidenziavano che i risultati positivi sul craving erano sostanzialmente equivalenti sia con tDCS anodica sulla DLPFC destra che con tDCS anodica sulla DLPFC sinistra. Dall’altro lato le limitazioni degli studi analizzati erano i campioni numericamente limitati (tra 12 e 49 soggetti), la mancanza di dati sull’efficacia a lungo termine e l’utilizzo di diversi protocolli e procedure di stimolazione (Lupi et al. 2017).

In questo scenario, nuove forme di trattamento che possano agire in maniera sinergica e complementare ai farmaci e alle altre terapie ufficialmente indicate sia nei SUDs che nei vari disturbi psichiatrici sono auspicabili e necessarie. Le tecniche di neuromodulazione si prestano particolarmente ad agire in sinergia con le altre terapie e stanno conducendo a una progressiva integrazione del paradigma recettoriale, proprio dell’approccio farmacologico, con quello “circuitale”, in cui le funzioni mentali sono correlate a specifici circuiti neurali, che a loro volta possono essere selettivamente modulati per scopi terapeutici o di ricerca. Tale integrazione trova il suo razionale nella fisiologia di base del sistema nervoso, secondo cui l’informazione viaggia tra i neuroni con una duplice codifica, elettrica e chimica. L’intervento combinato sulla componente elettrica dell’informazione (attraverso le tecniche di neuromodulazione) e su quella chimica (attraverso i farmaci) può consentire di ottenere effetti biologici sinergici e risultati terapeutici altrimenti irraggiungibili. Parimenti, le possibilità di integrazione della neuromodulazione con altre metodologie di approccio, quali la psicoterapia o la riabilitazione cognitiva, aprono scenari estremamente affascinanti che, partendo dal campo del trattamento psichiatrico, si inoltrano nell’indagine sul rapporto mente-cervello e sui meccanismi di plasticità e metaplasticità neurale che governano il rapporto individuo-ambiente, anche indipendentemente dai processi patologici e terapeutici.

D’altro canto, la tDCS presenta alcuni limiti, sia dal punto di vista prettamente strumentale, sia dal punto di vista dell’utilizzo. Per quanto riguarda l’ambito strumentale, un potenziale problema deriva dal fatto che gli strumenti della tDCS non sono standardizzati a livello mondiale. Questi strumenti infatti possono essere facilmente costruiti utilizzando l’attrezzatura e la tecnologia standardizzata nei laboratori di ingegneria anche al college o nelle università. Di conseguenza si possono trovare almeno una dozzina di strumentazioni tDCS differenti in tutti i laboratori di modulazione a livello mondiale, rendendone difficoltosa l’universalizzazione. Gli strumenti della tDCS, inoltre, non sono cambiati drasticamente dai tempi in cui la batteria fu scoperta per la prima volta. Pertanto la tecnologia convenzionale presenta determinati limiti. Questi includono la focalizzazione dell’area stimolata, la profondità di penetrazione ed il controllo della localizzazione del bersaglio.

In conclusione, possiamo dire che la tDCS si presenta comunque come una tecnica non invasiva, ben tollerata dai pazienti, i cui effetti collaterali sono ridotti al minimo. Questo la rende oggetto di un enorme interesse da parte di studiosi di diversi ambiti, tra cui quello clinico, in cui la ricerca delle cause che stanno alla base delle malattie e delle cure più appropriate per il loro trattamento non possono prescindere da una completa sicurezza per la salute del paziente. Tuttavia, anche se il numero di applicazioni cliniche della tecnica è cresciuto a livello esponenziale negli ultimi anni, allo stesso tempo la sua comparsa in ambito clinico ha suscitato la nascita di nuove questioni da dover risolvere. Molte sono le domande a cui dare ancora risposta, risposte che non sono ancora tutt’ora abbastanza precise, e molti sono ancora i quesiti da risolvere nella comprensione dell’esatto funzionamento della tDCS in determinati ambiti per poterne garantire l’utilizzo sicuro in campo clinico.

Sebbene la strada da percorrere per comprendere a fondo gli effetti ed i meccanismi d’azione di questa metodica sia ancora lunga, essa rappresenta tuttavia una tecnica ricca di potenziale, soprattutto nel campo delle addiction. Solo il proseguimento delle sperimentazioni permetterà di verificare la reale portata dei suoi effetti e determinare in futuro la possibilità di utilizzo in ambito clinico.

 

#thininspiration, quando la perdita di peso è una questione social: il caso di Instagram – Psicologia Digitale

I contenuti collegati al #thinspiration sono per lo più immagini con testi che incoraggiano a non mangiare o che esprimono disagio e sofferenza, sentimenti di tristezza, isolamento, senso di inutilità, desideri di autolesionismo o pensieri suicidari.

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 5) #thininspiration, quando la perdita di peso è una questione social: il caso di Instagram

 

 La diffusione online di contenuti pro-ana (pro-anoressia) non è recente, risalgono anzi agli anni Novanta i primi blog e siti utilizzati per promuovere condotte autolesive, diete ed esercizi estremi.

Negli ultimi anni si è assistito a una migrazione della comunità pro-ana dai siti (statici, focalizzati esclusivamente sull’anoressia e facilmente rintracciabili dalla Polizia Postale che può chiuderli), verso piattaforme social come Instagram, più aperta e flessibile, che raggiunge velocemente un maggior numero di utenti oltre che più difficile da moderare e controllare. 

Instagram, non un social come gli altri: l’immagine al primo posto

Instagram incoraggia un confronto sociale basato su foto che nella maggior parte dei casi sono ritoccate; come mostrato da alcuni autori (ad esempio Hendrickse et al., 2017) da questo confronto si esce la maggior parte delle volte con un bagaglio di insoddisfazione corporea ed aspirazioni di magrezza eccessiva. Del resto, Instagram fonda il suo successo su contenuti visivi, sull’utilizzo di filtri e di hashtag per la diffusione di argomenti. Uno dei più popolari è #thinspiration, l’unione di thin, sottile, e inspiration, ispirazione. Viene usato per evidenziare contenuti che promuovono perdita di peso, esercizio fisico esagerato e comportamenti alimentari restrittivi con immagini di corpi in evidente sottopeso o estremamente sottili, immagini di ossa sporgenti, stomaci estremamente piatti o ancora di trasformazioni prima e dopo la perdita di peso.

Non mancano tentativi di arginare la condivisione di contenuti che possono istigare a comportamenti autolesivi, ovvero impedendo la pubblicazione di alcuni hashtag. Questi divieti imposti dalle piattaforme non sono riusciti a bloccare l’attività pro-ana sui social, infatti hashtag vietati come #thinspiration e #thinspo riappaiono leggermente modificati (ad es. #thinsp00) in modo da eludere i divieti, mentre una grande quantità di contenuti pro-ana fiorisce con tag alternativi come #bodycheck, #collarbones, #thighgapp, #bonespo, #anamia, #size00, #needtobeskinny, #brokenana, #secretsociety123 e #wanttobeskinny.

Thinstagrammers: ispirazione, slogan e consigli

Un numero sempre più ampio di utenti pro-ana (chiamati thinstagrammers) ha rivolto la propria attenzione a Instagram perché ogni contenuto può raggiungere facilmente un grande pubblico, grazie all’utilizzo di più hashtag sotto lo stesso post.

Instagram nasce come app visuale, dotata di numerosi filtri da applicare alle foto: la natura creativa di questo strumento può far apparire ‘artistiche e glamour’ anche condizioni come i disturbi alimentari. La componente estetica fa riferimento a canoni a volte esaltati nell’ambito della moda e ciò probabilmente attenua l’effetto disturbante che possono avere immagini forti come sporgenze ossee o autolesioni.

Ging e Garvey (2018) hanno analizzato i contenuti collegati al #thinspiration: sono per lo più immagini con testi che incoraggiano a non mangiare o che esprimono disagio e sofferenza, sentimenti di tristezza, isolamento, senso di inutilità, desideri di autolesionismo o pensieri suicidari. Non mancano suggerimenti su come mantenere e nascondere un disturbo alimentare, immagini di pasti a basso contenuto calorico, diete e piani di esercizi.

Instagram, come tutti i social network, incoraggia l’interattività: i thinstagrammers lo utilizzano in modo proattivo, ricercando automotivazione e senso di appartenenza ad una comunità che a volte viene chiamata in causa con alcuni giochi o sfide, le challenge. Si tratta di post in cui l’utente si impegna a fare o non fare alcune cose: ad esempio, digiuno o esercizio fisico eccessivo in cambio di like, o ancora chiedere ai follower di nominare un alimento che poi ci si asterrà dal mangiare per un determinato periodo di tempo. C’è anche una componente competitiva, in cui gli utenti sfidano gli altri a partecipare ai digiuni e chiedono dei #bodycheck, che consistono nel condividere peso e misure del corpo in modo che gli altri possano commentare i loro aggiornamenti, esponendosi a critiche o apprezzamenti sul loro peso.

La ricorsività con la quale hashtag pro-ana vengono pubblicati insieme ad altri (ad esempio #sad, #selfharmmm, #ansia, #depressedgirl, #bullied), svela una relazione del disturbo alimentare con altre problematiche, permettendoci così di avere una visione più ampia e contestualizzata.

Una parte di utenti utilizza hashtag correlati a #thinspiration per supportare attivamente e in maniera propositiva chi ha un disturbo alimentare: condividono informazioni su percorsi di guarigione, a chi rivolgersi per avere un aiuto professionale, ricette e suggerimenti per pasti sani ed equilibrati.

Instagram in seduta: spunti di riflessione

Se è importante essere prudenti nel correlare l’uso dei social media alla diffusione di comportamenti autolesivi, dall’altro è altrettanto importante considerare il ruolo che queste tecnologie svolgono: i social media possono da un lato offrire supporto, consigli e informazioni sui trattamenti, dall’altro possono rinforzare i sintomi e la credenza che si tratti di uno stile di vita invece che di una condizione di rischio quando non un vero e proprio disturbo.

Instagram può essere utilizzato nel processo di guarigione: informazioni sulle terapie, tracciamento dei progressi, informazioni su esercizi e pasti salutari, riduzione dello stigma, maggiore conoscenza del disturbo, supporto sociale. I professionisti della salute dovrebbero tenerne conto in seduta e nell’intero percorso terapeutico. Si può prendere in considerazione di ricavarsi uno spazio per un confronto su quanto emerso online, per indagare insieme la qualità delle informazioni raccolte, l’esperienza del paziente sui social; si può adottare un approccio ‘visivo’ al lavoro col paziente: predisporre dei task e un monitoraggio che siano altrettanto visual come Instagram. Ultimo ma non meno importante, esplorare gli aspetti positivi dell’avere il supporto online della community, che possono essere i followers o i profili seguiti; indagare che uso fa il paziente dei social media, a cosa è interessato. Non sono i social media ad essere ‘buoni’ o ‘cattivi’, ma è l’uso che se ne fa.

 


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La viralità del TikTok

TikTok è il fenomeno del momento che ha riscosso successo tra la Generazione Z dei nativi digitali (Prensky, 2001). Sono i ragazzi nati dal 1995 in poi gli utenti di TikTok, attualmente, il social network più popolare tra i giovanissimi.

 

Si tratta di un social lanciato in Cina nel 2016, conosciuto inizialmente come musical.ly. I fondatori Alex Zhu e Luyu Yang programmarono inizialmente una piattaforma con obiettivo educativo, ovvero di favorire l’apprendimento attraverso brevi video di 3 o 5 minuti. La piattaforma non ebbe successo e fu trasformata in un social network che incorporasse musica e video e avesse come target privilegiato gli adolescenti. Dopo aver creato un proprio profilo, infatti, gli utenti possono condividere video verticali e in loop tra i 15 e i 60 secondi di lunghezza. Un ampio toolkit di editing, con una gran varietà di filtri ed effetti, e una vasta libreria musicale, consente agli utenti di sintonizzare e personalizzare i propri contenuti con effetti brillanti, comici, coinvolgenti. Cosa si può fare con TikTok? I creatori possono aggiungere, remixare, salvare e scoprire brani e suoni tramite playlist, video e altro. Questo si collegherebbe al nome stesso del social che rimanderebbe al suono ritmico di un ticchettio di orologio, simbolo della natura breve dei video. Gli utenti di TikTok possono seguire gli account che preferiscono e apprezzarli con un cuoricino, commentare o condividere i video che preferiscono. Una funzione che rende esclusivo TikTok è l’utilizzo di una moneta virtuale che gli utenti possono acquistare per premiare i creatori dei contenuti maggiormente apprezzati, i quali acquistano ‘credito’ personale e gruppale.

Ma cosa motiva gli adolescenti ad iscriversi a TikTok? E come si struttura l’identità virtuale del consumatore di TikTok? Innanzitutto, a differenza degli altri social, gli utenti, su TikTok hanno un nome specifico e sono noti come musers o tik tokers. Secondo lo studio di Zuo e Wang (2019), la funzione principale della cultura popolare è l’intrattenimento e, quindi, la mission del social network TikTok è quella di divertire. La maggior parte dei brevi video su Tik Tok sono principalmente spiritosi, umoristici e divertenti. Gli utenti si divertono in TikTok rompendo la monotonia della vita reale in tempi brevi (Zuo & Wang, 2019, 3). Allo stesso tempo, per gli utenti che vogliono esprimersi, il processo di realizzazione di brevi video diventa un piacere e un piacersi.

L’operazione di ‘decentralizzazione’ di TikTok consente agli utenti di creare brevi video sempre e ovunque, di esprimere e mostrare la propria personalità attraverso la produzione e condivisione di brevi video. In particolare, la massiva partecipazione virtuale è motivata anche dalla presenza delle cosiddette challenge, le sfide. Se da un lato le sfide creano una sana competizione virtuale per ottenere maggior ‘credito’, essere notati dai brand o dagli influencer, dall’altro, l’imitazione di un video genera inevitabilmente l’espressione creativa dell’identità, al fine di essere più apprezzati. In altre parole, l’atteggiamento di un singolo individuo nel mondo offline è altamente influenzabile dal comportamento del gruppo in cui è inserito. Per rimanere in linea con il gruppo, l’individuo adeguerà costantemente il suo comportamento al feedback che il gruppo restituisce, in modo da seguirlo e imitarlo. Sempre dallo studio di Zuo e Wang (2019) emerge che i brevi video di Tik Tok si diffondono rapidamente, diventando altamente virali anche su altre piattaforme. E, essendovi in TikTok il principio imitativo, gli utenti seguiranno la tendenza popolare nella produzione dei contenuti. Per esempio, la popolare ‘danza delle alghe’ è diventata l’oggetto che più gli utenti TikTok tendono ad imitare. Per questo motivo, TikTok non solo incontra esigenze di intrattenimento, ma soddisfa anche i bisogni sociali degli utenti.

Infine, si può affermare che questo tipo di partecipazione non è solo espressione della cultura, ma anche un importante riflesso del dilemma del senso di appartenenza dell’utente al gruppo o alla generazione e di una necessità di una catarsi emotiva.

 

Il pensiero consapevole e il pensiero automatico – Il top down e il bottom up in psicoterapia

I termini top down e bottom up sono utilizzati sempre più di frequente per indicare il pensiero consapevole, esecutivo, volontario, dichiarativo in contrapposizione a quello automatico, emotivamente carico, associativo, determinato da sensazioni corporee, difficilmente controllabile volontariamente. Da una parte il pensiero razionale, dall’altra il pensiero esperienziale, sensitivo-corporeo, intuitivo.

Il presente contributo è il primo di una serie di articoli sull’argomento che verranno pubblicati su State of Mind nei prossimi giorni

 

Introduzione

I termini top down e bottom up sono utilizzati sempre più di frequente per indicare il pensiero consapevole, esecutivo, volontario, dichiarativo in contrapposizione a quello automatico, emotivamente carico, associativo, determinato da sensazioni corporee, difficilmente controllabile volontariamente. Da una parte il pensiero razionale, dall’altra il pensiero esperienziale, sensitivo-corporeo, intuitivo. Questi secondi sono contenuti presenti solo in modo parziale alla coscienza e in questo senso coincidono in parte con il termine inconscio impiegato come aggettivo, sono processi che non sono elaborati al livello superiore, evoluzionisticamente più recente del cervello, rimanendo sul livello arcaico o intermedio e solo attraverso la ricorsività dell’informazione fra sistemi motivazionali che unisce in maniera bidirezionale i tre livelli, possono arrivare alla consapevolezza (Liotti, Fassone, Monticelli, 2017).

La contrapposizione dialettica che proporremo di ricomporre in una sintesi superiore si riproduce naturalmente anche quando si tratta di intervenire, tra chi considera interventi più efficaci quelli che operano sul pensiero razionale, e chi invece pensa che sia necessario toccare ciò che, utilizzando un’espressione di moda è incarnato, quel pensiero determinato da esperienze attivate da sensazioni corporee.

Sono elencati dai fautori dell’una e dell’altra posizione rischi e vantaggi che s’incontrerebbero nel privilegiare un intervento a scapito dell’altro.

Chi preferisce il top down sostiene che preferendo interventi bottom up la ‘componente artigianale’ (Sassaroli, Ruggiero, 2016) possa diventare prevalente rinunciando a ricercare gli aspetti più scientifici, più riproducibili, così da far ricorso alle abilità personali di terapeuti esperti più che a interventi programmati secondo progetti che si avvalgono della corretta e condivisa formulazione del caso. Conseguentemente se i processi fossero complessi e non replicabili anche la ricerca non riuscirebbe a evidenziare dati di efficacia su cui costruire miglioramenti progressivi. Si arriverebbe a una trasmissione sapienziale da maestro ad allievo che non farebbe progredire la psicoterapia. Inoltre, dal punto di vista clinico i processi top down sembrerebbero più promettenti, relativamente all’efficacia, degli altri interventi. Tra chi propende per questa posizione, si riconosce, comunque, che

I termini top down e bottom up sono sicuramente molto limitati e limitanti e finiscono per separare processi largamente sovrapposti. A volte, tuttavia, davanti ad alcuni rischi e possibili derive, può essere utile distinguerli e attribuire a essi e alla loro interazione un peso scientifico specifico, riconoscibile e operazionalizzabile (Sassaroli, Ruggiero, 2016).

D’altra parte, Mancini (comunicazione in mailinglist SITCC) non riconosce la suddivisione perché fa riferimento a una bipartizione mente cervello inaccettabile. Si tratta di processi solo apparentemente opposti, ma in realtà fra loro ricorsivamente interconnessi.

Per chi è più favorevole al bottom up la conoscenza tacita, implicita e i processi che ne derivano sono difficilmente accessibili se non con tecniche che agiscono sul comportamento o sull’esperienza sensitiva-corporea.

Alcuni contenuti di pensiero possono essere meno soggetti al controllo esecutivo e cosciente e avere un carattere intrusivo, presentarsi alla mente improvvisamente e avere la natura di automatismi. I nostri modi di reagire mentalmente alle situazioni difficili possono realizzarsi con l’automaticità delle abitudini radicate. Questi automatismi sono accompagnati da una marcatura somatica con percezioni e sensazioni che riguardano il livello bottom-up dell’elaborazione.

Traumi ed esperienze di vita avverse, determinano alterazioni del normale funzionamento del sistema nervoso bloccando la normale elaborazione dell’esperienza e i processi che attivano diverse componenti, sensoriale, cognitiva, emozionale, semantica, corporea, diventano disfunzionali.

La compromissione del normale funzionamento psicologico comporta conseguentemente una difficoltà a elaborare e integrare in modo unitario e coerente le successive esperienze, determinando nei casi più gravi una disorganizzazione delle funzioni integrative della coscienza (Janet, 2016; van der Hart et al., 2011; van der Kolk, 2015).

Il malfunzionamento delle attività mentali superiori non permette di affrontare le difficoltà del paziente attraverso interventi top down e richiede l’applicazione di approcci e tecniche definite bottom up che agiscono sulle funzioni mentali evolutivamente più arcaiche (Liotti, Farina, 2011).

Ciò che emerge, comunque, dal dibattito teorico, e dall’esperienza clinica è che per produrre il cambiamento occorre agire sia sui processi alti, sia sui processi bassi, integrando strategia e tecniche, anche se la via dell’integrazione è ancora tutta da percorrere.

Un contributo a questo dibattito giunge anche da Kahneman (2013) che propone la distinzione tra pensiero veloce e pensiero lento occupandosi del giudizio, del processo decisionale e degli errori sistematici che si commettono in condizioni d’incertezza.

Alcune riflessioni a proposito del pensiero veloce e del pensiero lento

In molti disturbi psicopatologici si trovano bias che riguardano soprattutto quello che lo psicologo israeliano definisce sistema 1 o pensiero veloce. Decisioni dettate da preferenze intuitive contravvengono spesso le regole della scelta razionale, secondo la Prospect Theory il pensiero veloce opera automaticamente con un’elaborazione continua della memoria associativa e senza controllo volontario. Questa concettualizzazione sembrerebbe analoga a ciò che s’intende in letteratura per livello bottom up.

Il sistema 2 (pensiero lento) indirizza invece l’attenzione verso attività complesse e impegnative. Questo sistema è razionale. Le operazioni automatiche del sistema 1 (impressioni e sensazioni) generano idee complesse ma solo il sistema 2 elabora pensieri in serie ordinate di stadi, quindi opera al livello top down.

Le funzioni dei due sistemi secondo l’autore sono distinte, ma possono essere interconnesse.

Alcuni esempi che riguardano il pensiero veloce e il pensiero lento possono farci capire come l’interconnessione possa portare in alcune particolari situazioni a trasformare bias ed euristiche in decisioni razionali e scelte ponderate rispetto alle conseguenze, in altri termini a trasformare pensieri automatici negativi e idee irrazionali in modo da riportare l’attivazione fisiologica a essi correlata all’interno della finestra di tolleranza (Porges, 2016) che consente di regolare gli stati emotivi in modo funzionale.

Con il pensiero veloce ci orientiamo verso un rumore improvviso, leggiamo i segnali stradali, comprendiamo una frase semplice di nostro figlio. Il pensiero lento ci fa concentrare l’attenzione sulla voce del nostro partner che ci parla, cercare nella memoria per riconoscere un paesaggio, parcheggiare la macchina, controllare la logica di un’argomentazione.

Nel sistema 2 entrano in gioco in misura preminente i processi, attenzione, memoria, pensiero, nel sistema 1 sono preponderanti sensazioni e percezioni.

L’interazione tra i due sistemi è determinata dall’attività dell’uno che fornisce stimoli per l’altro. Quando il sistema 1 non riesce a rispondere come avviene di solito, chiede aiuto al sistema 2 che interviene per rimuovere l’impasse, correggere l’errore o, se volete, l’invalidazione del pensiero veloce. I due sistemi operano con il minimo sforzo e in modo efficiente.

Il funzionamento normale consente di fare previsioni appropriate al sistema 1 in situazioni conosciute, ma in condizioni d’incertezza è più probabile che commetta errori sistematici che spesso possono generare sofferenza.

D’altra parte, le illusioni percettive o cognitive dimostrano come sia impossibile spegnere il sistema 1 ma è altresì necessario considerare che sarebbe disadattivo mettere in discussione il nostro pensiero intuitivo. Ciò determinerebbe comunque errori di altro genere. Un giusto compromesso dovrebbe portarci a riconoscere i frame dove si può annidare l’errore, cercare di evitarlo, soprattutto quando l’errore è tanto grave da mettere in discussione l’ordine del sistema e soprattutto imparare da esso per portare la conoscenza a un livello superiore.

Il sistema 1 e il sistema 2 toccano sia i contenuti sia i processi mentali e possono determinare un buon adattamento o disfunzioni patologiche nei pazienti ed errori o manovre appropriate nei terapeuti. E’ proprio su questi ultimi che vogliamo porre l’attenzione  riprendendo un argomento di cui c’eravamo già occupati.

In un sistema autorganizzato il sé connette e rielabora l’esperienza attraverso processi autoreferenziali. L’errore rappresenta una perturbazione che attiva una costruzione che rimuove l’omeostasi e all’interno di una teoria critica cerca di andare oltre ciò che appare per individuare livelli più elevati di conoscenza. L’errore rendendo impossibile la coerenza dell’esperienza muove il sistema verso la modifica o l’abbandono del paradigma, riorganizzando i significati su modalità funzionali e che contemplano l’errore stesso come possibilità evolutiva. (Lorenzini, Scarinci, 2013).

Il contributo delle neuroscienze

Sul cervello si sono succedute molte teorie: dualistiche (Cartesio), meccanicistiche (De la Mettrie), riflessologiche (Pavlov), della localizzazione delle funzioni, dell’architettura modulare (Fodor), del connessionismo e delle teorie motorie (Weiner) che non hanno ancora dato risultati definitivi sui fenomeni psichici, nonostante nuovi metodi e nuovi strumenti d’indagine ci hanno messo di recente nelle condizioni di avere a disposizione informazioni molto approfondite e specifiche, valide e affidabili.

Le neuroscienze, comunque, al momento non sono ancora in grado di fornire dati sui meccanismi interni del cervello tali da poterne spiegare il funzionamento. E’ possibile attendersi dalla ricerca sviluppi interessanti, anche se negli ultimi tempi prevale un certo scoramento rispetto ai risultati fin qui raggiunti e, parallelamente al numero notevole di ricerche condotte, aumentano le critiche riguardo all’impostazione teorica e metodologica di questi studi. In un recente interessante articolo Piattelli Palmerini (2015), dopo aver intervistato alcuni neuroscienziati di fama internazionale, conclude evidenziando

che sono tutt’altro che trascurabili le numerose correlazioni stabilite, grazie alle sofisticate tecniche di brain imaging e all’analisi di patologie, tra specifiche attività cognitive e specifiche regioni cerebrali. Si tratta di preziose e interessanti correlazioni, ma sono solo correlazioni. Perché una certa area cerebrale sia connessa, poniamo, alla presa di decisione, mentre una diversa area è connessa, poniamo, alla sintassi, per ora, nessuno ce lo può dire. Per capire cosa succeda entro tali aree, e perché vi succedano cose diverse, dobbiamo aspettare qualche rivoluzione scientifica, simile alla scoperta della struttura del DNA e poi del codice genetico.

Attualmente le neuroscienze rischiano di scambiare correlazioni con rapporti causali e di analizzare il funzionamento della mente riducendola al funzionamento cerebrale operando un riduzionismo a livello sub personale inutile per la psicologia e la psicopatologia.

Seguendo alcune indicazioni che emergono comunque dal dibattito in corso, potremmo condividere con Edelman (2006) che l’esperienza e l’apprendimento sono fondamentali per l’adattamento e sono paralleli al mutamento organico ed evolutivo.

Le funzioni cerebrali si formano secondo un processo interattivo e selettivo continuo. L’esperienza sensoriale è riconosciuta, classificata e categorizzata dal sistema nervoso che costruisce mappe del mondo. L’esperienza modifica il cervello, in particolare le aree interessate dai processi sopra descritti, con la possibilità che quelle esperienze generino informazioni (contenuti) archiviati in memoria che riemergono in presenza di eventi che richiamano strutture e processi preposti all’elaborazione delle risposte affettivo-emotive. Damasio (1994) descrive questo meccanismo della vita mentale che presuppone un forte legame tra somatico e mentale introducendo il concetto di marcatore somatico.

In definitiva, stando alle conoscenze attuali sembrerebbe possibile affermare che stati mentali e stati fisici sono complementari e i primi sono emergenti e interconnessi ricorsivamente con i secondi.

L’interessante è capire come alcune attivazioni del pensiero veloce, livello bottom up e del pensiero lento, livello top down possano manifestarsi e con quali conseguenze in terapia. Seguiamo alcune tracce lasciate da Kahneman (2013).

 

I contributi di Kahneman alla comprensione delle conseguenze di alcune attivazioni del pensiero lento e del pensiero veloce in psicoterapia saranno argomento dei prossimi articoli.

 

Altri articoli sull’argomento:

 

L’Illusione del rischio zero: la risposta radicale della psiche umana all’incertezza

L’essere umano ha sviluppato vari meccanismi di difesa psichica per affrontare la paura dell’ignoto e per mantenere intatta la salute mentale nei confronti dei paradossi Reali. Tuttavia alcuni di questi meccanismi possono ritorcersi contro il soggetto.

 

In questo articolo si affronta l’illusione del rischio zero, basata sul rifiuto completo della percezione delle eventuali conseguenze di un’azione compiuta.

L’essere umano, sviluppando la capacità di autoconsapevolezza e di autocoscienza, legate alla evoluzione della corteccia insulare, della corteccia cingolata anteriore e della corteccia prefrontale mediale (Riehl, 2012), ha avuto l’opportunità di conoscere sé stesso, i suoi pensieri e l’effetto dell’ambiente che lo circondava. Questo sviluppo neurobiofisico ha favorito lo sviluppo di conoscenze e scienze, che gli permettessero di studiare la sua interiorità, come la filosofia, ma allo stesso tempo lo ha messo di fronte al principale problema: il sapere di non poter dominare l’ambiente e di essere soggetto alle sue mutazioni, soprattutto a quelle impreviste.

Per far fronte a ciò, la psiche umana ha sviluppato vari autoinganni e varie illusioni di certezza per rispondere alla sua impotenza nei confronti della Realtà (Goleman, 1995). Sigmund Freud, in alcuni suoi articoli (1894/1962, 1896/1966), ha identificato queste strategie come meccanismi di difesa, ovvero strumenti mentali attuati per difendere l’equilibrio psichico da pensieri legati al dolore e alla morte. Dunque, come riporta Umberto Galimberti (2018), il padre della psicoanalisi ha illustrato nelle sue teorie come l’apparato psichico dell’essere umano si leghi a vari elementi fisici e non, per creare un’illusione di dominio certo sull’ambiente in apparenza qualificabile e quantificabile.

La letteratura sui meccanismi di difesa è stata poi rivoluzionata da Fenichel (1946) che ha indicato come questi meccanismi possano esser stati una struttura di risposta psicologica all’ambiente per proteggere l’autostima. Sebbene i meccanismi di difesa abbiano un ruolo sano e adattivo nello sviluppo psicofisico dell’individuo, alcuni hanno un effetto boomerang nella società odierna, dovuto alla lentezza dell’evoluzione umana (Gottschall, 2015).

Uno di questi è l’Illusione a rischio zero: come indicato da Gerd Gigerenzer (2014), esso è il negare qualsiasi elemento di rischio in una particolare situazione che, invece, ne comporta il fattore, autoconvincendosi così di vivere in una situazione completamente certa e dominata. Questo meccanismo di difesa permette dunque di avere la sensazione di compiere azioni senza essere soggetti alle conseguenze, attuando quindi l’effetto comportamentale del “prendere la carota senza subire il bastone” (Bernstein, 1990).

Questa illusione è un rimedio che porta confort e sicurezza temporanea, ma la prosecuzione di questo comportamento può comportare, grottescamente se si pensa al suo principio, rischi anche molto gravi: di fatto, la frustrazione derivata dalla esposizione ai fatti del mondo è sana e imprescindibile per la crescita della persona (Castoldi, 2003), poiché ciò permette all’individuo di avere a che fare con le sfide offerte dall’ambiente e dalla stessa società, accompagnandolo in un percorso di maturazione psichica e fisica (Mattson,2014). Il confronto con i propri errori e la frustrazione che ne deriva permettono cambi di prospettiva funzionale e favoriscono lo sviluppo del carattere (Pepin, 2017), oltre ad una sensazione di vivere una vita piena di significato (Toshimasa et al, 2008).

Così, il rifiuto a prescindere di avere a che fare con delle conseguenze negative può portare a conseguenze sul piano fisico e psichico, come ad esempio la scarsa gestione dell’emotività e l’impulsività legata alla ricerca di gratificazione immediata (Baumeister, Heatherton, 1996) ed, in contesti ancora più delicati, lo strutturarsi di comportamenti oppositivi e di rifiuto nei confronti dell’ambiente sociale o comportamenti autolesionistici e anticonservativi. Il già citato Gerd Gigerenzer (2014) propone come soluzione una alfabetizzazione del rischio, ovvero un percorso di rinnovo accademico, psicologico e economico dove, assieme alle principali materie accademiche e lavorative, sia insegnato il principale portfolio conoscitivo e empirico sul calcolo del rischio, non esclusivamente statistico, legato anche a tecniche di sopravvivenza ancestrali e legate al sistema attacco-fuga che hanno ancora validità oggi: Gigerenzer usa come esempio il mancato disastro dell’US Airway 1549, dove la totale mancanza di vittime è stata dovuta ad un calcolo “di pancia” e istintivo da parte del pilota, cosa che non poteva accadere con il calcolo dei computer di volo (pag 34-37).

La sua proposta si trova in accordo con quella di altri studiosi del campo dell’incertezza, come il matematico e filosofo Nassim Nicholas Taleb, il quale, nei suoi testi divulgativi,  illustra come sia fondamentale il tenere in conto che ci possa essere sempre un elemento imprevisto che cambi l’equilibrio, da lui indicato con il nome di cigno nero (Taleb, 2007) e che sia fondamentale avere sempre una componente di risk taking per non essere soggetti passivi di forze esterne, soprattutto dal punto di vista economico-organizzativo (Taleb, 2018).

 

Dorian Gray: il discontrollo del piacere

Il ritratto di Dorian Gray è decisamente un romanzo moderno, capace di evocare riflessioni di estrema attualità e che descrive la personalità di un uomo pericoloso non solo per il prossimo, ma anche per se stesso. La smodata ricerca del piacere è una seducente arma a doppio taglio.

 

La bellezza dei romanzi dei secoli scorsi è rappresentata dalla loro capacità di risultare straordinariamente attuali. Il ritratto di Dorian Gray è di fatto una di quelle storie di immortale fascino celebre per i suoi contenuti. Scritto alla fine dell’Ottocento da Oscar Wilde, questo romanzo affronta, con uno stile narrativo semplice, ma incredibilmente raffinato, tematiche relative al desiderio e al piacere, dalla cupidigia alla lussuria, al flebile senso di colpa fino al completo disinteresse per l’altrui persona e l’evitamento di qualsiasi responsabilità.

Dorian Gray attraversa tutte queste fasi, vive l’esperienza a trecentosessanta gradi, soddisfacendo ogni suo istinto e lasciandosi trascinare da una smodata bramosia che lo condurrà, alle fine del romanzo, ad una fine ingloriosa. Egli infatti, giovane di eccezionale bellezza, viene inizialmente notato dal pittore Basil Hallward che ne fa il suo modello e che lo dipinge in svariate tele fino a creare un ritratto che, a detta dell’artista, possiede al suo interno il massimo della sua espressione artistica. Incuriosito dal soggetto dipinto, Lord Henry Wotton, aristocratico inglese cinico e provocatorio e amico del pittore, esprime il desiderio di conoscere il giovane Dorian, sebbene Basil ne sia all’inizio contrariato; una volta fatta la sua conoscenza, Lord Henry diviene per il ragazzo un esempio di vita da seguire e da imitare, in tutti i vizi e piacere materiali in cui viene trascinato.

Si potrebbe dire che a tratti il ruolo di protagonista dell’opera venga rivestito proprio da Lord Henry, le cui parole risuonano all’interno del romanzo e identificano  al meglio le tematiche affrontate dall’autore. Egli infatti, come diavolo tentatore scettico e indifferente ai valori morali maggiormente seguiti e rispettati al quel tempo, seduce il giovane Dorian con la forza dell’Edonismo, inteso proprio come ricerca ultima del piacere e sommo scopo verso cui protendere nella vita. La celeberrima frase (perdonatemi se aggiungo: alquanto inflazionata!) “Cedere ad una tentazione è l’unico modo di liberarsene” è l’elemento cardine intorno al quale ruota l’intera vicenda e viene pronunciata da Lord Henry all’inizio del romanzo, dopo aver dissertato sulla natura dell’istinto e del soddisfacimento del piacere attraverso il corpo e le azioni. “Ogni impulso che ci sforziamo di strangolare fermenta nella mente e ci intossica” e ancora “Vivete la vita prodigiosa che è in voi! Fate che per voi niente vada perduto. Cercate sempre nuove sensazioni, non abbiate paura di niente…” sono frasi, a mio parere, che racchiudono al meglio la filosofia di questo personaggio, il quale, con seducente dialettica, affascina Dorian che ne sperimenta così pienamente l’essenza.

Una volta presa la consapevolezza del suo mirabile splendore, Dorian Gray inizia a muoversi nell’ambiente aristocratico, di cui fa parte per nascita, travolto dalla libidine sfrenata e dalla noncuranza circa le sue azioni e le conseguenze che i suoi comportamenti hanno sulle altre persone, sprofondando poi nei bassifondi di una Londra tetra, dissoluta, viziosa. Il candore e l’innocenza, che il suo aspetto esteriore lascia trasparire in superficie, è una maschera che nasconde la vera anima di Dorian Gray, un’anima corrotta che si manifesta sulle crepe di quel dipinto straordinario ormai celato allo sguardo altrui.

Dorian Gray: narcisista, psicopatico, machiavellico, un esempio remoto di triade oscura? Senza entrare troppo nel dettaglio, è indubbio quanto Dorian Gray incarni in modo piuttosto preciso alcuni aspetti tipici di individui con tali caratteristiche. Il ragazzo possiede una bellezza sublime di cui prende realmente coscienza solo una volta conosciuto Lord Henry in presenza del dipinto; tuttavia quello stesso ritratto lo mette davanti all’inevitabile destino di qualsiasi essere umano, ovvero l’invecchiamento a causa dello scorrere del tempo che, se confrontato con la perfezione della tela, evoca in lui una terribile sensazione di vergogna e disperazione: “Perché lo hai dipinto? Verrà un giorno nel quale mi schernirà, mi schernirà orribilmente!” sono le parole di forte angoscia da lui pronunciate prima che il suo desiderio di eterna giovinezza venga effettivamente esaudito. Dorian Gray mostra di lì a breve un atteggiamento disprezzante, anticipato ed alimentato dal rapporto di amicizia con Lord Henry, in una sorta di ciclo idealizzante (e talvolta di gemellarità) (Dimaggio e Semerari, 2003), dal quale entrambi colgono piacere.

Il modo in cui abbandona Sybil Vane, la cui unica colpa è quella di non essere sufficientemente meravigliosa agli occhi del ragazzo (“Hai rovinato il romanzo della mia vita”), il quale la punisce selvaggiamente per aver distrutto il sentimento romantico di cui si era nutrito nelle sue fantasie, sottolinea eccezionalmente la freddezza, la totale mancanza di empatia nei confronti altrui e la sola considerazione di se stesso e del suo punto di vista. Con parole di profondo disprezzo conclude la relazione con la giovane donna (la ragazza verrà successivamente trovata morta suicida), il primo vero peccato che si stamperà indelebile sul noto ritratto. Dorian Gray diviene abile, allora, a raccontarsi una storia incredibilmente vantaggiosa per lui che Oscar Wilde descrive con ingegno:

La colpa era della ragazza, non sua. L’aveva sognata come una grande artista, le aveva dato il suo amore perché l’aveva creduta grande, e lei lo aveva deluso, era stata superficiale e indegna. (Wilde O.)

Per mezzo della sua bellezza apparentemente inscalfibile, la sua accentuata abilità di seduttore, lo sfruttamento del prossimo al solo scopo di soddisfare i suoi insaziabili appetiti, Dorian Gray vive nel mondo preoccupandosi esclusivamente dei piaceri più estremi da raggiungere, il tutto senza provare rimorso per nessuna delle sue deplorevoli azioni (addirittura l’omicidio dell’amico Basil) o per l’aver diffuso un sentimento di vergogna tra molte delle donne che, per ottenere il suo amore, hanno sfidato molte convenzioni sociali.

Sappiamo come il romanzo va a concludersi, Dorian Gray disteso a terra davanti al ritratto (tornato al suo originale splendore dopo il tentativo di pugnalare il soggetto dipinto), finalmente autentico nella sua deprecabile essenza di uomo dedito al piacere materiale, godimento sfrenato che lo ha divorato nel profondo.

Del resto “Per lui la bellezza era stata solo una maschera, la giovinezza una beffa” e questo Oscar Wilde lo evidenzia vividamente. Il ritratto di Dorian Gray è decisamente un romanzo moderno, capace di evocare riflessioni di estrema attualità, come accennato nelle prime righe dell’articolo, e che descrive la personalità di un uomo pericoloso non solo per il prossimo, ma anche per se stesso. La smodata ricerca del piacere è una seducente arma a doppio taglio; Dorian Gray non ha di per sé una natura malvagia, diventa in tal modo attraverso l’assidua sperimentazione di situazioni viziose che successivamente lo condannano alla disperazione.

“Qualunque cosa, a farla troppo spesso, diventa un piacere”, Oscar Wilde ci avverte, con il suo stile raffinato, di come possiamo facilmente perdere il controllo delle nostre azioni se, inebriati dal piacere dei sensi, ci lasciamo sopraffare da un istinto famelico che non siamo in grado di padroneggiare e regolare.

 

Gli occhi dell’Alzheimer

Il morbo di Alzheimer è una forma di demenza molto invalidante ed il quadro clinico che ne consegue è complesso. Il paziente affetto da morbo di Alzheimer sviluppa infatti un declino cognitivo consistente e, in alcuni casi, a questo si affianca anche un disturbo psichico e comportamentale.

 

Il morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza (Vanacore et al). L’Organizzazione Mondiale di Sanità stima infatti che il numero delle persone affette a livello mondiale si aggiri intorno ai 35,6 milioni. Questa patologia causa, a livello anatomico-cerebrale, un accumulo di beta amiloide che, precipitando all’interno della cellula, impedisce la respirazione e ne provoca la morte; al contempo abbiamo i cosiddetti grovigli neurofibrillari, costituiti da gomitoli di proteina TAU fosforilata, che concorrono anche questi alla morte cellulare (Nelson et al). Si ha quindi atrofia nelle zone limbiche, nelle cortecce entorinali, nell’ippocampo, nelle aree associative parietali e temporali.

Il quadro clinico che ne consegue è molto complesso e invalidante. Il paziente affetto da morbo di Alzheimer sviluppa infatti un declino cognitivo consistente in perdita di memoria, disorientamento spazio-temporale, afasia, aprassia, agnosia e deficit esecutivo. In alcuni casi, a questo quadro si affianca anche un disturbo psichico e comportamentale. È quindi facilmente comprensibile quanto possa essere invalidante questa demenza e quanto possa essere drammatica la quotidianità per il paziente affetto e per i suoi cari che giorno dopo giorno assistono impotenti non solo all’avanzamento dell’infermità mentale e fisica, ma anche alla retrocessione di ciò che secondo alcuni costituisce la più profonda essenza dell’essere umano: la sua memoria.

Sul morbo di Alzheimer sono state spese molte parole e molte teorie. La ricerca lavora ormai da decenni per trovare una cura; almeno per il momento però, dobbiamo arrenderci all’idea che ad oggi il progredire di questa malattia non può essere arrestato, al massimo rallentato. Molti film e molti romanzi ci aiutano a capire in cosa consista questa atroce patologia, ma trovo che il contributo più originale e allo stesso tempo più autentico possa essere accreditato al pittore William Utermolhen. Questo artista (1933-2007) fu un americano che passò buona parte della sua carriera a Londra lavorando come pittore. Nel 1995 gli fu diagnosticato il morbo di Alzheimer, ma Utermolhen decise di continuare comunque nel suo lavoro. Così dal 1996 al 2000 dipinse periodicamente un autoritratto. Le opere scaturite sono incredibili.

Notiamo che nel 1996 (l’anno dopo aver ricevuto la diagnosi) l’immagine è abbastanza integra, i tratti sono ben delineati e con confini precisi.

Un anno dopo la situazione era già cambiata. Il viso dell’uomo sembra non avere più una struttura umana, i tratti diventano confusi, imprecisi, la fronte dell’uomo raffigurato è sproporzionata e la figura lascia intravedere l’inizio di un declino cognitivo.

Nel 1998 la figura sembra essere ulteriormente deprivata di elementi. Notiamo infatti che la testa non è più attaccata ad un corpo come lo era stato nei ritratti precedenti, la figura è confusa, i tratti si fanno più grossi.

Nell’autoritratto del 1999 fatichiamo a comprendere che si tratti di un volto. La figura umana sembra essere totalmente disintegrata, non c’è nemmeno un elemento caratteristico del volto umano, rimane unicamente un blando tratto delineatore e l’uso dei colori che notiamo essersi incupiti.

Il disegno del 2000 è l’ultimo autoritratto. L’immagine è straziante, il tratto confuso, i colori spariti e gli occhi minuscoli. L’immagine di sé è ormai disintegrata, scissa, quasi inesistente.

Autoritratti William Utermolhen FIG 1

Figura 1: Autoritratti di William Utermolhen dal 1967 al 2000.

Quello che ci ha lasciato Utermolhen non è una semplice testimonianza di malattia. Utermolhen ci ha dato la possibilità di guardare la realtà attraverso gli occhi del morbo di Alzheimer. Sapevamo già che il paziente affetto da Alzheimer viene colpito da un declino cognitivo, ma credo che mediante questi dipinti sia possibile capire qualcosa in più, forse l’essenza della patologia.

Guardare queste opere ci spinge a riflettere su quanto sia disperata la condizione di demenza. In particolare la depersonalizzazione che questa malattia impone è forse ciò che la rende così crudele. Chi siamo noi senza la nostra memoria? Chi siamo senza la consapevolezza di noi stessi e delle relazioni che abbiamo?

 

Chemioterapia e deficit cognitivi: in cosa consiste il ‘chemobrain’ e come trattarlo

Deficit cognitivi vengono riportati in circa il 50% dei casi di pazienti con cancro al seno in seguito a chemioterapia, nonostante solo nel 15-25% dei casi sia stato effettivamente individuato un declino cognitivo.

 

I passi in avanti e le scoperte in ambito oncologico sia dal punto di vista diagnostico che terapeutico, hanno permesso un notevole aumento del grado di sopravvivenza e della qualità della vita, anche in pazienti con tumori metastatici. Si riscontrano però frequenti casi di riduzione del funzionamento cognitivo in pazienti trattati per tumori non correlati al sistema nervoso centrale.

Questi deficit sembrerebbero emergere in particolar modo durante e dopo la chemioterapia, conseguentemente all’impatto a lungo termine della tossicità del trattamento, costituendo un’importante problematica rispetto alla qualità di vita della persona.

Questo fenomeno, chiamato ‘chemobrain’, viene spesso riferito dal paziente che percepisce un cambiamento nelle proprie abilità cognitive, ed è importante distinguere eventuali influenze a carico della modalità di gestione dello stress esperito in questa particolare fase di vita, dall’effettiva presenza di deficit neurocognitivi. Questi deficit vengono riportati nel 50% o più dei casi di pazienti con cancro al seno in seguito a chemioterapia, nonostante solo nel 15-25% dei casi sia stato effettivamente individuato un declino cognitivo, che induce ad ipotizzare un probabile coinvolgimento di fattori psicologici o una limitata raffinatezza per simili condizioni dei test neuropsicologici attualmente in uso.

Vari studi si sono focalizzati sul senso auto-percepito di una riduzione del funzionamento cognitivo da parte del paziente, ne sono un esempio i risultati ottenuti dai ricercatori del Wilmot Cancer Institute (New York studio) che hanno pubblicato sul Journal of Clinical Oncology uno studio che ha coinvolto 581 pazienti (età media 53 anni) provenienti da vari centri diagnostici statunitensi che lamentavano problemi cognitivi, e 364 donne sane come gruppo di controllo. Ciascuna partecipante ha eseguito un test, il Functional Assessment of Cancer Therapy-Cognitive Function o FACT-Cog, un questionario studiato per valutare sia la percezione personale dell’indebolimento cognitivo sia come questo venga percepito dagli altri. I risultati dello studio hanno mostrato come circa il 45% delle pazienti con cancro al senso sottoposte a chemioterapia manifesti un significativo senso di abbassamento delle prestazioni cognitive rispetto ai controlli (11%), mostrando inoltre la persistenza di queste difficoltà per almeno i 6 mesi successivi al trattamento nel 36,5% dei casi. Dall’osservazione di questi dati non può che emergere l’importanza dell’individuazione precoce di queste criticità al fine di una presa in carico che preveda i trattamenti riabilitativi più adeguati.

Spesso tuttavia, la percezione del proprio funzionamento non correla con la valutazione neuropsicologica e potrebbe essere alterata da fattori quali ansia, depressione, fatica e insonnia. Un’altra possibilità messa in luce dagli studi di neuroimmagine, per spiegare la difficoltà nell’individuare attraverso i test i deficit cognitivi riferiti, potrebbe riguardare il coinvolgimento di regioni del cervello non intaccate dalla patologia e dal trattamento, le quali metterebbero in atto delle strategie compensatorie in grado di condurre, all’interno di un contesto strutturato e privo di distrattori come quello valutativo, ad un punteggio nella norma. Si configura in questo modo la necessità di costruire degli strumenti adeguati che ci permettano di discriminare deficit di questo genere, rivolta alla ricerca futura.

Gli studi, principalmente inerenti il cancro al seno, colon rettale, ovarico e linfoma, mostrano una concordanza rispetto all’emergere dei deficit neurocognitivi, generalmente lievi o moderati e spesso transitori, coinvolgenti i processi di memoria, di attenzione, la velocità di elaborazione e le funzioni esecutive. Ma cosa avviene all’interno del cervello che causi queste modificazioni?

Studi sui modelli animali ci hanno permesso di individuare i meccanismi biologici critici per l’insorgenza dei deficit cognitivi e sembrerebbero orientarci verso l’azione di ciclofosfamide, doxorubicina e 5-fluorouracil sulla produzione di nuove cellule nell’ippocampo che verrebbe da queste sostanze soppressa. Struttura fondamentale per i processi di neurogenesi, nonché per la creazione di nuovi neuroni, l’ippocampo detiene un ruolo fondamentale per il funzionamento cognitivo e la sua compromissione si ripercuoterebbe conseguentemente sulla performance cognitiva. Delle disfunzioni mitocondriali sembrerebbero inoltre coinvolte nella disregolazione dell’attività delle citochine, correlata a deficit particolarmente sensibili ai test per le funzioni del lobo frontale. Un ulteriore fattore in grado di influire negativamente su questi processi è stato indagato da Michelle Monje, neuro-oncologa pediatrica alla Stanford University di Palo Alto in California che si è focalizzata sullo studio degli effetti della chemioterapia sulla microglia. Studiando un farmaco chemioterapico, il metotrexato, comunemente associato a problemi cognitivi a lungo termine, ha individuato nei tessuti cerebrali dei pazienti che avevano ricevuto metrotexato, rispetto a quelli che non l’avevano ricevuto, un’evidente esaurimento degli oligodentrociti ed una maggiore sottigliezza delle guaine mieliniche. Gli oligodendrociti sono delle cellule che svolgono la fondamentale funzione di mielinizzazione dei neuroni del sistema nervoso centrale, forniscono quindi ai neuroni la guaina mielinica, una sostanza che li riveste isolandoli e proteggendoli, ma soprattutto che fornisce loro l’abilità di trasmettere velocemente le informazioni. Una variazione a questo livello potrebbe condurre ad un rallentamento che si ripercuoterebbe sulla sfera cognitiva. Con la prosecuzione dello studio si è tentato di osservare se il trapianto di oligodendrociti sani nel cervello avrebbe portato ad una ripresa del funzionamento; tuttavia, nonostante il tentativo, è stata osservata la medesima disregolazione. La chemioterapia sembrerebbe dunque non agire direttamente sul decadimento e sulla scomparsa di queste cellule ma piuttosto sulla creazione di un ambiente a loro ostile. Ulteriori approfondimenti hanno identificato il metotrexato come agente intaccante la microglia, che come conseguenza a cascata porterebbe alla mancanza di oligodendrociti funzionanti.

Specie negli ultimi anni sono emerse innumerevoli ricerche finalizzate all’estensione della comprensione di queste tematiche, soprattutto in relazione al numero di persone che sembra riscontrarle. Oltre la chemioterapia questi effetti sembrerebbero indotti anche da altri tipi di trattamenti per sconfiggere il cancro, tra cui le terapie ormonali in pazienti con cancro al seno o alla prostata. Rimane tuttavia difficoltoso riuscire a selezionare il fattore causante queste problematiche in quanto vengono spesso affiancate tipologie differenti di presa in carico; l’intervento chirurgico, l’anestesia e la radioterapia sono infatti spesso parte della terapia, rendendo più complesso discernere i vari agenti causali.

Trattamento e presa in carico

Dal punto di vista farmacologico non sono ancora state individuate delle sostanze in grado di interagire con questi aspetti del nostro funzionamento. I trattamenti attualmente adottati riguardano l’attività fisica e cognitiva. Per quanto riguarda l’attività fisica è ormai risaputo l’effetto benefico che essa, in particolar modo l’attività aerobica, sembrerebbe in grado di sortire a livello strutturale e funzionale del cervello. Sembrerebbe infatti in grado di stimolare la neurogenesi, portando ad un aumento del volume di aree quali l’ippocampo e la corteccia prefrontale dorso laterale migliorando conseguentemente la formazione e il mantenimento di nuovi ricordi e le abilità correlate alle funzioni esecutive (shifting, problem solving, pianificazione ecc.). Ulteriori studi hanno inoltre osservato l’effetto benefico di attività quali lo yoga, il Qigong e il Tai Chi, che condurrebbero miglioramenti sul funzionamento della memoria, sul senso di fatica e sulla qualità della vita.

Per quanto riguarda invece la sfera cognitiva è possibile intervenire attraverso un percorso che preveda una valutazione neuropsicologica in grado di individuare dettagliatamente e approfonditamente il deficit esperito, da trattare in un secondo momento con esercizi mirati. Attraverso l’individuazione degli esercizi più appropriati in base alla funzione in questione, sarà possibile impostare un trattamento di riabilitazione cognitiva finalizzato al recupero delle funzioni cognitive deficitarie.

È in questi casi pertanto indicato rivolgersi ad un neuropsicologo che prenda in carico il caso, occupandosi degli aspetti diagnostici e riabilitativi.

 

Le capacità percettive degli arbitri fra simulazioni, azioni improprie e diverbi fra giocatori

Gli arbitri di calcio che dirigono le partite hanno una grande responsabilità: essi, infatti, devono prendere circa 137 decisioni nel corso dei novanta minuti della partita.

 

Queste decisioni riguardano la corretta applicazione delle regole di gioco. Uno dei compiti peculiari dell’arbitraggio è quello di stabilire quando il giocatore commette un’azione fallosa e che tipo di penalità assegnare. Connessa a tale responsabilità, c’è quella di dirimere le situazioni ambigue, ovvero fare in modo che la penalità sia assegnata al giocatore che è l’artefice del fallo, piuttosto che alla vittima del fallo stesso.

Nel contesto della partita, quindi, è importante accorgersi precocemente delle azioni scorrette che vengono compiute da qualche giocatore ai danni di qualcun altro. Gli arbitri dovrebbero essere formati maggiormente per notare tempestivamente le azioni scorrette, utilizzando dei filmati di partite, per prevenire le eventuali dispute che potrebbero sorgere nel corso del match. Ciò si può realizzare incrementando con un training percettivo la capacità di essere accurati, che consiste nell’eliminare gli elementi superflui dal campo percettivo per essere in grado di rilevare anche i minimi dettagli, necessari per decidere correttamente.

Keywords: arbitri di calcio, falli, simulazioni, training percettivo.

 

Gli arbitri di calcio che dirigono le partite hanno una grande responsabilità: infatti, come differenti studi hanno dimostrato (Helsen e Bultynch, 2004), essi devono prendere circa 137 decisioni nel corso dei novanta minuti della partita. Queste decisioni riguardano la corretta applicazione delle regole di gioco.

L’azione dell’arbitro risente dei riverberi che i vari soggetti sociali esercitano. Di fatto, l’attività arbitrale viene continuamente analizzata dai giocatori, dai tifosi che assistono alla partita nello stadio e da quelli che la guardano in televisione.

Uno dei compiti peculiari dell’arbitraggio è quello di stabilire quando il giocatore commette un’azione fallosa e che tipo di penalità assegnare. Connessa a tale responsabilità, c’è quella di dirimere le situazioni ambigue, ovvero fare in modo che la penalità sia assegnata al giocatore che è l’artefice del fallo, piuttosto che alla vittima del fallo stesso.

Nel contesto della partita, quindi, è importante accorgersi precocemente delle azioni scorrette che vengono compiute da qualche giocatore ai danni di qualcun altro (Canãl – Bruland, 2017). Spesso queste condotte danno origine a dispute verbali fra i giocatori delle squadre rivali, nelle quali uno sportivo accusa l’altro per il comportamento scorretto. In questo frangente, tocca all’arbitro dirimere la contesa, adoperandosi in modo da farla terminare e, soprattutto, evitare si ripercuota negativamente sulla partita. Talvolta questi scontri verbali degenerano fino ad arrivare a delle lotte corpo a corpo, connotate dalla violenza fisica. L’abilità dell’arbitro, quindi, è quella di prevenire tali episodi, accorgendosi subitaneamente dei comportamenti scorretti e, quindi, sanzionarli per evitare che degenerino in litigi verbali o fisici.

Già i giocatori di lunga esperienza sono esperti nel rendersi conto delle azioni ingannevoli compiute dai giocatori avversari con l’intento di far commettere un’azione fallosa ai rivali. Essi sono capaci di percepire questi tranelli e di non cadere in tali trappole (Jackson e al., 2006).

Questa competenza è presente anche negli arbitri di provata esperienza. A questo riguardo una ricerca di Renden e al. (2014) ha confrontato tale capacità degli arbitri con quella dei giocatori, facendo vedere loro dei filmati di alcuni match con l’obiettivo di accorgersi dei comportamenti scorretti e ambigui. Lo studio ha stabilito che sia i giocatori di lunga esperienza che gli arbitri con un numero maggiore di partite arbitrate sono capaci di rendersi conto precocemente delle azioni scorrette, con una prevalenza maggiore da parte dei giocatori.

Questo suggerisce che gli arbitri dovrebbero essere formati maggiormente per notare tempestivamente le azioni scorrette, utilizzando dei filmati di partite, per prevenire le eventuali dispute che potrebbero sorgere nel corso del match (Louis del Campo e al., 2018). Ciò si può realizzare incrementando con un training percettivo la capacità di essere accurati, che consiste nell’eliminare gli elementi superflui dal campo percettivo per essere in grado di rilevare anche i minimi dettagli, necessari per decidere correttamente (Put e al., 2016; van Biermen e al., 2018).

In conclusione, nella formazione dell’arbitro devono trovare posto i training percettivi con la finalità di aiutare il direttore di gara a focalizzare la sua attenzione sugli elementi rilevanti che possono permettere di prevenire le simulazioni e le azioni improprie compiute dai giocatori.

 

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