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Paura del Parto: Fattori di Rischio, Caratteristiche e Conseguenze della Tocofobia

La paura del parto, anche conosciuta come tocofobia, è definita come un disturbo psicologico che può variare tra una paura minima e una paura estrema di partorire (Hofberg & Ward, 2003; Wikma, Wijima & Zar, 1998).

 

Questa fobia può colpire le donne durante tutto l’arco di vita, dall’infanzia alla vecchiaia, ed è, in una certa misura, un fenomeno normale, poiché il parto può effettivamente essere un’esperienza dolorosa e imprevedibile (Wijima et al., 1998). Ciononostante, una paura tale per cui sia compromesso il funzionamento quotidiano della donna è valutabile come una grave forma di tocofobia, e pertanto viene definita paura patologica. La prevalenza della tocofobia in Europa e in America è superiore al 20%; inoltre, uno studio australiano ha scoperto che il 48% delle partecipanti riportava una tocofobia moderata e che il 26% mostrava una forte paura del parto (Wijima et al., 1998; Areskog et al., 1982; Searle, 1996; Fenwik et al., 2009). Alcune ricerche hanno dimostrato come circa il 6%-10% delle donne incinte percepivano una paura patologica e invalidante di partorire ed altri studi hanno svelato che questa paura ha spesso un impatto significativo sull’esito del parto, con un conseguente drammatico aumento dei parti cesarei (Searle, 1996, Alipour et al., 2011, Nieminen, Stephansson & Ryding, 2009, Saisto & Halmesmäki, 2003; Spice et al., 2009; Wijma, 2003; Mancuso et al., 2006; Lukasse et al., 2010; Handelzalts et al., 2015). Sembra che alcune donne siano più suscettibili di altre alla tocofobia: l’eziologia è multifattoriale e può essere associata a diverse combinazioni di fattori predisponenti, come suscettibilità all’ansia o a depressione, malessere nelle relazioni interpersonali, esperienza di abuso sessuale ed esperienza traumatica di un precedente parto (Storksen et al., 2012; Hodnett et al., 2011; Nieminen et al., 2009). Inoltre, alcune delle donne tocofobiche si sono descritte come sole o con bassa autostima (Saisto et al., 2003).

Demšar e colleghi hanno svolto uno studio sull’argomento con lo scopo di esaminare il costrutto psicologico perinatale della donna, di identificare la prevalenza della tocofobia e di determinarne i fattori di rischio. Gli sperimentatori hanno valutato 191 donne incinte durante i corsi di parto e genitorialità. È stato poi chiesto alle partecipanti di completare dei questionari relativi a depressione (Center for Epidemiological Studies – Depression, CES-D), ansia (State-Trait Anxiety Inventory), soddisfazione di vita (Satisfaction With Life Scale), aspettativa del parto e paure specifiche (Wijma Delivery Expectancy/Experience Questionnaire) (Radloff, 1977; Spielberger, 1983; Diener et al., 1985; Wijima et al., 1998).

Il 90% delle intervistate non aveva avuto precedenti gravidanze. Il 75% delle partecipanti ha riportato tocofobia da bassa a moderata, mentre il 25% ha mostrato una paura del parto alta o molto alta. La paura patologica si è verificata nell’1,6% delle partecipanti. Per ciò che concerne l’identificazione di fattori di rischio, dal precedente studio di Storksen e colleghi è emerso che la depressione è un miglior predittore di tocofobia rispetto all’ansia (Storksen et al., 2012), cosa che è stata osservata anche in questo studio, in cui il questionario per la depressione CES-D ha avuto il più alto potere predittivo per la tocofobia. È importante sottolineare che questo studio non aveva lo scopo di identificare ansia generalizzata e depressione esistenti prima del concepimento, infatti tutte le partecipanti erano in dolce attesa al momento della sperimentazione. Con questa ricerca scientifica, è stato anche stabilito che l’attività sessuale prima e durante la gravidanza può essere un buon predittore della paura del parto: sono emerse infatti differenze significative tra donne con e senza un’attività sessuale soddisfacente.

Tra le paure specifiche, quella più significativa consisteva nel temere un’episiotomia durante il parto, incisione chirurgica della vagina per allargare l’orifizio, seguita dalla paura di non avere alcun controllo sulla situazione, e dalla paura di provare un dolore intollerabile. È inoltre emerso che esiste un’associazione tra il favorire un parto cesareo e la presenza di tocofobia: le donne che avrebbero sicuramente optato per un parto naturale erano meno spaventate rispetto a quelle che avrebbero scelto un taglio cesareo. Insomma, più alta era la paura, più le donne tendevano a favorire il cesareo. L’importanza della paura del parto come pretesto per richiedere il cesareo è stata riconosciuta e studiata ripetutamente nel corso degli ultimi anni. L’attuale posizione internazionale è che non ci sono prove di alcun vantaggio di un cesareo elettivo senza indicazione. Tuttavia, i dati dimostrano che per alcune madri in attesa, l’opzione del parto vaginale è inconcepibile. È interessante notare che nella nostra popolazione, nonostante i progressi della medicina e della modernizzazione, la paura della morte durante il parto esista ancora.

Alla luce di ciò, è consigliabile che le donne mediamente o gravemente tocofobiche scelgano di svolgere un trattamento psicologico terapeutico e psicoeducazionale per superare la paura del parto; è altrettanto indicato informare il personale di assistenza su tale problema, al fine di evitare complicazioni. Ciò potrebbe favorire la creazione di un ambiente preventivo e supportivo, garantendo un approccio multidisciplinare, una cooperazione di tutti gli operatori sanitari e quindi una lineare conclusione della gravidanza.

 

Sluggish Cognitive Tempo – Il quinto episodio di Angoli Clinici

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Angoli Clinici”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Angoli Clinici”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Per ogni incontro un’intervista a un esperto del team di Studi Cognitivi, condotta dalla Dott.ssa Rossana Piron. Tema del quinto incontro è stato lo sluggish cognitive tempo, discusso dalla Dott.ssa Simona Scaini.

SLUGGISH COGNITIVE TEMPO

Videogiochi, benessere e salute mentale – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

Report dagli interventi della Dott.ssa Carissoli “Can video games be used to improve people well-being? Suggestions from literature” e delle Dott.sse Mancini e Sibilla “A threat to health or a tool for well-being? Understanding the psychological implications of videogames”

 

Le tecnologie digitali positive offrono diverse opportunità di promozione di salute e benessere: i Videogames cominciano ad entrare a pieno titolo in questa categoria. Incoraggiando esperienze significative e trasformative agiscono sulle dimensioni emotive, psicologiche e sociali.

I videogiochi (VG) sono esperienze virtuali di intrattenimento ma non solo: permettono di migliorare le capacità e le competenze di problem solving e di creare relazioni. Sono esperienze con una narrativa e uno spazio per caratterizzare ed esprimere aspetti identitari; hanno sistemi di ricompensa/perdita ma anche di controllo (si può gestire delle risorse, per esempio), e aspetti sociali (si può far parte di gruppi e comunità). Essi sono quindi un ottimo terreno per sperimentare competenze ed abilità grazie a immersività, interattività e ricchezza narrativa.

Grazie ai videogiochi possiamo provare emozioni positive, ridurre dell’ansia, regolare le emozioni e l’umore, aumentare la resilienza, sperimentare stati detti di flow, instaurare relazioni che spesso si estendono al di fuori del contesto di gioco ed apprendere abilità sociali come collaborazione e negoziazione, mediazione e risoluzione dei conflitti.

Ricerche e studi sembrano confermare che questi media hanno un grande potenziale per il benessere. Competenze cognitive, gestione di stress e ansia, regolazione delle emozioni, abilità sociali e di comunicazione: diversi gli ambiti in cui sono stati utilizzati con successo.

Promuovere il benessere grazie ai videogiochi: alcune ricerche

Durante i due interventi, Carissoli, Mancini e Sibilla hanno illustrato i risultati di recenti ricerche. Mancini e Sibilla si sono dedicate allo studio di come i processi identitari definiscono il coinvolgimento nel gioco e favoriscono il benessere oppure, viceversa, la dipendenza. La loro ricerca longitudinale ha coinvolto 147 giocatori di massively multiplayer online role-playing games (MMORPG) con un questionario online. L’autostima emerge come un fattore predittivo importante che incide sul tipo di coinvolgimento nel gioco; i videogames non necessariamente sono usati in modo problematico: quando c’è una mancanza di soddisfazione offline i VG fungono da strumento di compensazione.

Videogames implicazioni per benessere e salute mentale Report ECDP Imm 1

Imm. 1 Claudia Cassiroli

Videogames implicazioni per benessere e salute mentale Report ECDP Imm 2

Imm. 2 Tiziana Mancini

Videogames implicazioni per benessere e salute mentale Report ECDP Imm 3

Imm. 3 Federica Sibilla

Il contributo della Carissoli si è focalizzato su due sue recenti ricerche. La prima ha coinvolto 500 adolescenti (età media 16 anni), con 4 profili delineati in base al tempo speso giocando per giorno (no-gamers, pochi minuti al giorno; low games, meno di 1 ora al giorno; medium gamers, 1-3 ore al giorno e hard gamers, più di 3 ore al giorno). Partendo dall’ipotesi che i VG incrementano l’autoefficacia emotiva e fanno diminuire le difficoltà nella regolazione emotiva, i risultati hanno mostrato che giocare 1-3 ore al giorno può portare ad un incremento in entrambe le dimensioni, mentre superare le 3 ore giornaliere non porta alcun beneficio.

Il secondo studio ipotizza che i videogiochi promuovono l’intelligenza emotiva. 121 studenti coinvolti di età media 14 anni hanno partecipato ad 8 incontri, di cui 6 di laboratori di training e 2 di follow up. La prima evidenza è che i videogiochi hanno permesso ai ragazzi di sperimentare le emozioni e i correlati fisiologici in un modo divertente che li ha aiutati a familiarizzare con i loro stati interni. Questo grazie ai training che li hanno aiutati ad avvicinarsi ai loro vissuti emotivi e a comparare le proprie emozioni con quelle degli altri.

In definitiva, i due studi hanno dimostrato che i VG possono aiutare a sperimentare emozioni positive e migliorare le strategie di regolazione emotiva. Le ricerche inoltre hanno mostrato che una attività di gioco moderata promuove il benessere emotivo. Contributi come questi aprono la porta a nuove ricerche ed interventi in cui i videogiochi si qualificano come strumenti positivi per il benessere individuale e sociale.

 

Anziani e sistemi di tutela: amministrazione di sostegno, inabilitazione, interdizione

Spesso chi si occupa di persone non autosufficienti, come ad esempio anziani con demenza, deve rapportarsi con figure nominate dal giudice tutelare quali l’amministratore di sostegno, il curatore e il tutore.

 

Ma chi sono e in quali circostanze vengono nominate? È indispensabile avere chiari i sistemi di tutela per poter svolgere nella maniera più corretta possibile la propria professione. Un esempio pratico è il consenso informato, regolamentato dagli articoli 24 e 31 del Codice Deontologico degli psicologi italiani. A chi rivolgersi?

L’articolo 24 afferma che “lo psicologo, nella fase iniziale del rapporto professionale, fornisce all’individuo […] informazioni adeguate e comprensibili circa le sue prestazioni, le finalità e le modalità delle stesse, nonché circa il grado e i limiti giuridici della riservatezza. Pertanto, opera in modo che chi ne ha diritto possa esprimere un consenso informato […]”. Il consenso informato, infatti, può essere espresso solo se esistono due condizioni, ovvero la capacità di agire e la capacità di intendere e di volere. Nel caso in cui manchino queste condizioni l’articolo 31 del codice deontologico chiarisce che “le prestazioni professionali a persone minorenni o interdette sono, generalmente, subordinate al consenso di chi esercita sulle medesime la potestà genitoriale o la tutela […]”.

È bene sapere che ognuno di noi, al momento della nascita, acquisisce la capacità giuridica (art. 1 codice civile) ovvero l’idoneità a essere titolare di diritti e obblighi. Differente, invece, è la capacità di agire, ovvero l’idoneità a esercitare i diritti e gli obblighi di cui si è titolare. Secondo il codice civile (art. 2) quest’ultima capacità si acquisisce con la maggiore età, a prescindere dalle proprie effettive capacità cognitive o psico-fisiche. Essa può, però, subire delle limitazioni (infermità, prodigalità, dipendenze, minorazioni fisiche) se non sorretta da un’adeguata capacità di intendere e volere o da un’idoneità psico-fisica che consenta il compimento, in autonomia, degli atti di vita. In questi casi è previsto il ricorso a misure di protezione giuridica al fine di tutelare l’interesse della persona. Infine, con capacità di intendere e volere si intende la capacità di comprendere il significato delle proprie azioni e di autodeterminarsi (art. 428 c.c.).

Nel caso, quindi, di anziani con demenza è chiaro che con il progredire della patologia si assiste a una perdita graduale della capacità di intendere e di volere tale per cui è necessario ricorrere ai sistemi di tutela.

Prima di approfondire le figure di tutore, curatore e amministratore di sostegno è utile prendere in considerazione le importanti modifiche introdotte dalla legge 6/2004, con la “finalità di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente”. Tale legge ha introdotto la figura dell’amministratore di sostegno e ha modificato le norme circa l’interdizione e l’inabilitazione.

Inoltre, la legge 219/2017 contenente “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” fornisce chiarimenti circa la gestione del consenso informato in caso di interdizione, inabilitazione o amministrazione di sostegno.

Amministrazione di sostegno

Ai sensi della legge 6/2004 e dell’articolo 404 del codice civile, l’amministratore di sostegno viene nominato con decreto del giudice tutelare quando “la persona che, per effetto di un’infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trova nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi”.

La richiesta di nomina dell’amministratore di sostegno può essere presentata direttamente al giudice tutelare da parte del beneficiario stesso, del coniuge o convivente, dei parenti entro il quarto grado, degli affini entro il secondo grado, del pubblico ministero, del tutore o curatore e dei responsabili dei servizi socio-sanitari impegnati nella cura e assistenza della persona (art. 406 c.c.). Il decreto di nomina indica i poteri di rappresentanza o di assistenza dell’amministratore di sostegno che limitano la capacità di agire del beneficiario solo per tutti quegli atti che formano oggetto di amministrazione di sostegno. Se, ad esempio, l’amministratore di sostegno ha l’incarico di gestire in nome e per conto del beneficiario il conto corrente di quest’ultimo, il beneficiario stesso perderà la capacità di agire limitatamente alla gestione del proprio conto corrente. L’amministratore di sostegno è tenuto a rispettare le aspirazioni e i bisogni del beneficiario, a informarlo circa gli atti da compiere, a informare il giudice tutelare in caso di dissenso col beneficiario e a presentare periodicamente al giudice tutelare una relazione sull’attività svolta.

Per quanto riguarda la scelta dell’amministratore di sostegno, il giudice tutelare deve tenere in considerazione gli interessi del beneficiario e la persona designata da quest’ultimo. Se, però, si presentano gravi motivi, il giudice tutelare può non nominare la persona indicata dal beneficiario e nella scelta dovrà preferire, se possibile, il coniuge o convivente e parenti entro il quarto grado.

Interdizione

Con le modifiche apportate dalla legge 6/2004, l’art. 414 del codice civile afferma che “il maggiore di età e il minore emancipato, i quali si trovano in condizione di abituale infermità di mente che li rende incapaci di provvedere ai propri interessi, sono interdetti quando ciò è necessario per assicurare la loro adeguata protezione”.

Con la sentenza di interdizione il giudice tutelare nomina la figura del tutore quale rappresentante legale dell’interdetto. Quest’ultimo perde la capacità di agire rispetto ad atti di ordinaria e straordinaria amministrazione, venendo così sostituito in tutto e per tutto dal tutore.

Inabilitazione

L’inabilitazione è un istituto del diritto civile che esclude parzialmente il soggetto dalla capacità di agire, tramite l’affiancamento di un curatore. Secondo l’articolo 415 del codice civile “il maggiore di età infermo di mente, lo stato del quale non è talmente grave da dar luogo all’interdizione, può essere inabilitato”. L’inabilitato può compiere autonomamente atti di ordinaria amministrazione mentre necessita di affiancamento da parte del curatore per tutti gli atti di straordinaria amministrazione. Dunque, il curatore non è rappresentante legale del beneficiario e non si sostituisce a questi ma deve firmare gli atti di straordinaria amministrazione insieme all’inabilitato.

Esistono, dunque, grosse differenze tra i tre istituti e il professionista deve sempre verificare quali siano le disposizioni del giudice tutelare al fine di individuare meglio i poteri conferiti e se essi si estendono anche all’ambito sanitario, appartenente agli atti “personalissimi”. A tal proposito, la legge 219/2017 chiarisce che il consenso informato della persona interdetta “è espresso o rifiutato dal tutore, sentito l’interdetto ove possibile, avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita della persona nel pieno rispetto della sua dignità”, in caso di inabilitazione invece “il consenso informato della persona inabilitata è espresso dalla medesima persona inabilitata”. Infine, in caso di amministrazione di sostegno tutto dipende dagli atti per i quali tale figura è stata nominata e “il consenso informato è espresso o rifiutato anche dall’amministratore di sostegno ovvero solo da quest’ultimo, tenendo conto della volontà del beneficiario, in relazione al suo grado di capacità di intendere e di volere”.

 

I cani non sono pinguini non sono cani – Rubrica Psico-canzoni

Il titolo del seguente articolo riprende quello dell’omonimo album de I Cani e viene utilizzato poiché di seguito è riportato un confronto tra il brano de I Cani Come Vera Nabokov e Ridere dei Pinguini Tattici Nucleari. In entrambe ricorre un tema: la dipendenza nutrita nei confronti della rappresentazione mentale del partner, poggiata sull’aspettativa del riconoscimento della propria unicità.

Psico-canzoni – (Nr.8) I cani non sono pinguini non sono cani

 

 Alcune canzoni di giovani band musicali toccano corde molto sensibili dell’individuo, trovano il modo di raccontare emozioni e sentimenti comuni a tutti, pur se vissuti da ognuno in modo differente. Tra questi gruppi i Pinguini Tattici Nucleari e I Cani spiccano in quanto con parole estremamente semplici e un ritmo leggero ed originale riescono ad arrivare emotivamente ad un vasto pubblico. La semplicità talvolta è la chiave che permette di aprire anche i portoni più resistenti.

Come Vera Nabokov de I Cani e Ridere dei Pinguini Tattici Nucleari sono due brani che raccontano storie diverse ma vertono sullo stesso tema: la dipendenza dalla rappresentazione mentale che abbiamo dell’altro, ricolma in ambedue i casi dell’aspettativa di conferma della propria unicità.

Io da solo non riesco più. E non è avere vent’anni e non è avere gli esami, fidati è qualcosa in più. Quel qualcosa in più

cantato da Niccolò Contessa, leader de I Cani, è la motivazione inesprimibile a parole che dona e al contempo condanna l’oggetto d’amore ad assumere la funzione di riconoscimento del proprio Sé. L’immagine dell’altro diviene colma di così tanta aspettativa e la relazione tanto fusionale da chiedergli:

basta che mi prometti di andare in giro con la pistola per difendermi, e di tagliarmi la carne da mangiare nel piatto come Vera Nabokov. 

Anche Riccardo Zanotti, cantante dei Pinguini Tattici Nucleari, descrive questa dinamica, presente in questo caso ancora durante la separazione dalla ragazza:

però tu fammi una promessa che un giorno quando sarai persa, racconterai a qualcuno cosa siamo stati noi.

In base ad entrambi i testi sembra esistere dentro i protagonisti la speranza di occupare un posto unico nel cuore di qualcuno. Così, sia che si rimanga insieme sia che si scelga di separarsi, quella dipendenza rimane, ma non dal reale individuo amato, ma dal ruolo attribuitogli.

Nel caso specifico, troviamo un primo innamorato che ha bisogno di protezione da parte della partner, dove protezione è sapere di poter appoggiare la testa sulla spalla dell’altro e al contempo di venire prima di qualsiasi cosa per quella persona.

Di andare in giro con la pistola per difendermi

rivela un bisogno di co-dipendenza, dove chi porta l’arma è disposto a sacrificarsi facendo piazza pulita intorno a sé, avendo come premio quello di mantenere l’amato accanto.

Il protagonista di Ridere esprime col non verbale della risata la difficoltà a pensarsi separato dall’amata, pur se ormai hanno scelto di rimanere fisicamente distanti:

ed un po’ mi fa ridere se penso che ora c’è un altro che ti uccide i ragni al posto mio.

E pur se separato dalla ragazza reale, il protagonista non può fare a meno di dipendere dalla sua rappresentazione, così tanto da chiedere a quell’immagine che ha di lei la promessa più grande d’amore che si possa fare a qualcuno, ovvero tenerlo per sempre un posto riservato a lui nel proprio cuore:

però tu fammi una promessa che un giorno quando sarai vecchia racconterai a qualcuno cosa siamo stati noi.

Entrambi i brani raccontano l’umano bisogno dei protagonisti di sentirsi unici per le persone che amano, affinché queste possano conferire loro il valore che per primi non si riconoscono. Del resto, chi almeno una volta nella vita non è riuscito a riconoscere la propria unicità, tanto da cercare conferma in un legame fusionale?

 

COME VERA NABOKOV – Ascolta il brano:

 

RIDERE – Ascolta il brano:

 

Recensione del gioco Family Party

Family Party è un gioco ideato da Alberto Pellai, ideato per aumentare il senso di appartenenza alla famiglia.

 

Family Party un gioco a cui si può partecipare fino a 6 giocatori con una longevità di circa 30-40 minuti.

Ogni confezione ha delle aree di sfida divise in tre ambiti: mente, corpo, cuore. Completeranno la dotazione delle carte bonus, carte situazioni, carte parola (sostantivo, verbo, aggettivo), una clessidra e delle trottole.

L’obiettivo che Pellai vuole far raggiungere è rafforzare tramite questo party game i legami familiari, far sentire coesi tutti i membri della famiglia e passare una serata in compagnia dei propri cari investendo nel gioco il proprio tempo e rapporto.

Il target familiare è subito desumibile dal particolare ruolo che viene affidato al più piccolo giocatore, che si troverà più spesso ad iniziare per primo un nuovo turno e godrà di una agevolazione per la scelta del vincitore a parità di punteggio.

Il gioco prende il via con il pescaggio di una carta Sfida dal mazzo, sfida che può essere affrontata in solitaria, in coppia o tutti insieme. Anche il tempo gioca un ruolo essenziale, poiché ciascuna sfida andrà completata entro il termine indicato dalla carta. Una trottola e una clessidra saranno due delle varie modalità per scandire il tempo: gli obiettivi andranno completati entro lo svuotamento della clessidra o entro la fine del trottolio della trottola. I giocatori si sfidano fino a quando si esaurirà il mazzo, al termine del quale si procederà al conteggio dei punti in base al maggior numero di sfide portate a termine correttamente. A parità di punti vincerà il più piccolo. Un gioco tanto semplice quanto divertente che offrirà vari spunti di confronto tra genitori e figli, imparando l’importante compito di vivere con gli altri e di giocare con gli adulti.

 

Memoria: i confini degli eventi e la chiusura concettuale della mente umana

Mentre la nostra esperienza nel mondo può sembrare continua, prove recenti suggeriscono che questa venga automaticamente segmentata e codificata in memoria a lungo termine come un insieme di eventi discreti (Zacks e Swallow, 2007; Kurby e Zacks, 2008).

 

La segmentazione degli eventi è un processo importante nella codifica della memoria a lungo termine, con prove che indicano che le esperienze che si verificano in concomitanza degli eventi vengono meglio riconosciute successivamente (Swallow et al., 2009).

A tutti è capitato di entrare in una stanza e di dimenticarsi il motivo per cui si è andati lì. Gabriel Radvansky (2006) è un ricercatore francese che ha condotto degli esperimenti per comprendere al meglio questo fenomeno curioso, introducendo il concetto di confine dell’evento (event boundary). In un esperimento, Radvansky ha osservato un aumento nella percentuale di errore nella risposta dei soggetti. Nello specifico, ha testato la capacità dei partecipanti di richiamare vari ricordi durante il passaggio da una stanza all’altra, osservando come tale fenomeno sia correlato all’azione di passare attraverso la porta. Radvansky (2006) osservò come il cervello umano associ degli eventi vissuti agli ambienti in cui sono emersi, di conseguenza cambiare scenario può incrementare la possibilità di attivare altri scenari mentali che portano alla dimenticanza dei precedenti.

Studi di neuroimaging hanno mostrato una maggiore attività nell’ippocampo e in altri nodi della rete di default mode (DMN) quando si incontra un confine di evento. Silberstein e colleghi (2020) dimostrarono che la misura della topografia a stato stazionario (SST) dell’attività cerebrale in un sito del cuoio capelluto frontale inferiore sinistro è correlata con la forza della codifica della memoria a lungo termine. Più recentemente, gli stessi autori hanno notato che i confini degli eventi che si presentano come stimoli naturalistici, quali le pubblicità televisive, innescano un calo transitorio dell’attività nei siti del cuoio capelluto frontale inferiore, un effetto che definirono “chiusura concettuale”. Silberstein e colleghi (2020) esaminarono l’impatto dei confini degli eventi sulla codifica della memoria a lungo termine. La motivazione di questo studio è emersa dall’osservazione degli autori stessi sull’attività cerebrale correlata alla codifica della memoria a lungo termine durante la visualizzazione di stimoli come pubblicità o programmi televisivi. In questo studio, le misure SST dell’attività cerebrale sono state registrate in 50 partecipanti maschi.

Attraverso un software multimediale, ogni partecipante ha visitato dieci sale di una galleria d’arte virtuale: all’interno di ogni stanza erano presenti tre dipinti famosi ed ogni soggetto poteva trascorrere massimo 35 secondi all’interno di ogni sala. Le misurazioni sono state svolte attraverso degli occhiali, con lo stimolo di uno sfarfallio sinusoidale composto da una profondità di modulazione del 45%, con un angolo orizzontale di 160° e uno verticale di 90°. Tale stimolo è utile per evocare lo SSVEP (stato stazionario del potenziale visivamente evocato), una risposta con una frequenza che permane per un intervallo temporale più lungo della durata di un singolo ciclo di stimolazione (Picton et al., 2002). Grazie a tale risposta, gli autori hanno ipotizzato che il passaggio da una stanza all’altra sarebbe servito come confine di evento, utile ad innescare un aumento dell’attività ippocampale e DMN, riducendo di conseguenza l’attività nelle reti positive del compito in prossimità della corteccia frontale inferiore, provocando così il fenomeno della chiusura concettuale. Per quanto riguarda l’attività elettrica celebrale, la registrazione è stata effettuata attraverso l’applicazione di 20 elettrodi sul cuoio capelluto. I risultati ottenuti hanno confermato l’ipotesi, in quanto l’aspetto della porta tra le stanze della galleria è associato ad un calo significativo dell’attività cerebrale nel sito del cuoio capelluto frontale, quindi ad una chiusura concettuale. Infine, gli autori hanno valutato l’impatto reale della chiusura concettuale considerando l’efficacia commerciale di una pubblicità televisiva che esponeva la chiusura concettuale stessa nei punti di branding. Nello specifico, l’annuncio televisivo è stato rieditato ad ogni partecipante due volte per ridurre al minimo la chiusura concettuale, soprattutto nel momento in cui il marchio pubblicitario era in primo piano. Ridurre al minimo la chiusura concettuale al momento del branding e del messaggio chiave è stato associato a una significativa maggiore efficacia commerciale della pubblicità.

Considerando la chiusura concettuale legata al tipo di informazione trasmessa alla popolazione, si nota come la pubblicità sia uno strumento potente e che può influire sulla memoria degli spettatori più di quanto si possa pensare.

 

La fame: un complesso equilibrio tra bisogni ed emozioni – VIDEO dal Webinar organizzato da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Mestre

Che relazione esiste tra le emozioni e l’alimentazione? Quali possono essere i campanelli d’allarme di un rapporto problematico con il cibo? Quali sono le possibili strategie per costruire un rapporto più sereno e consapevole?

 

Il cibo viene spesso utilizzato come uno strumento di gestione delle difficoltà emotive. Ma che relazione esiste tra le emozioni e l’alimentazione? Quali possono essere i campanelli d’allarme di un rapporto problematico con il cibo? Quali sono possibili strategie per costruire un rapporto più sereno e consapevole?

Il webinar organizzato da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Mestre si è proposto come un percorso guidato all’interno dell’intricato rapporto tra il cibo e le emozioni. Pubblichiamo per i nostri lettori il video dell’evento.

Durante l’incontro sono stati trattati i seguenti argomenti:

  1. Cosa sono le emozioni, cosa vogliono comunicarci e che rapporto hanno con i nostri bisogni?
  2. La differenza tra fame fisica e fame emotiva
  3. Le basi neurobiologiche del piacere e del controllo
  4. I rischi di comportamenti di controllo sull’alimentazione: quali sono gli effetti?
  5. Pillole di riconoscimento emotivo e strategie di gestione.

Il webinar è stato condotto dalle dott.sse Sylvia Schifano e Marta Ferrari.

 

La fame: un complesso equilibrio tra bisogni ed emozioni
Guarda il video integrale del webinar:

 

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Instagram filters and outcomes on mental health – ECDP 2021 / Poster Session

POSTER PRESENTATO IN OCCASIONE DELLA EUROPEAN CONFERENCE ON DIGITAL PSYCHOLOGY 2021

Lucia De Rose

 

POSTER DOWNLOAD (PDF)

ll poster propone una metodologia di studio che intende indagare natura, limiti e potenzialità di un approccio finalizzato a comprendere le possibili conseguenze che l’utilizzo degli effetti e dei filtri nelle stories di Instagram possano determinare a carico di users e viewers.

Molti studi in letteratura sottolineano l’impatto negativo di Instagram sulla salute mentale, evidenziandone i fattori di rischio e le possibili derive sintomatologiche nell’utente quali depressione, ansia, disturbi alimentari, distorsione del sé corporeo, sensazione di inadeguatezza e bassa autostima. Fino ad ora, principalmente le donne sono state al centro degli studi sui social media, specie se relativi all’effetto sull’immagine corporea.

L’argomento affrontato nasce dalla necessità di indagare il possibile impatto psicologico che potrebbe avere il recente trend dell’utilizzo degli effetti e filtri nelle stories di Instagram, indipendentemente dal sesso degli users.

A seguito dell’analisi della letteratura esistente è stata condotta una classificazione dei disturbi e/o dei fattori di rischio più frequenti riconducibili direttamente all’uso dell’opzione effetti e filtri delle stories di Instagram.

Si è riscontrato che l’uso dei filtri Instagram, specialmente, il “plastic surgery effects”, può far emergere una distorta rappresentazione di sé e degli altri, bassa autostima e ripercussioni su senso identitario, percezione corporea, umore e ansia.

Si tratta di conclusioni ancora parziali che si devono inquadrare solo ed esclusivamente in un’ottica di una ricerca embrionale che ha necessità di estendersi.

 

Videogames e Digital gaming – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

Nella seconda giornata dell’European Conference on Digital Psychology 2021 un’intera sessione è stata dedicata al digital gaming ed ai videogames.

 

 Oltre agli interessanti contributi della Session 1 Videogame, nella Parallel Session 2 Videogames si affrontano i temi di digital gaming, gamification e Serious Games.

Il primo intervento Motivational design and gamification, people’s change for the better del prof. Oscar Garcia Pañella (Universitat de Barcellona) si caratterizza come un intervento introduttivo di ampio respiro nel considerare il digital gaming come esperienza ludica che ha rilevanti opportunità in termini di engagement emotivo-motivazionale.

In particolare, in questa fase storica in cui l’attuale situazione di emergenza sanitaria da Covid-19 è protagonista nella nostra quotidianità, si sottolinea l’accelerazione dell’impiego della tecnologia su molteplici fronti. In tal senso, il concetto di gamification, inteso come design e impiego di giochi digitali per la formazione di abilità-competenze assume sempre maggiore rilevanza. La connessione tra psicologia e tecnologia sta anche nel progettare esperienze di gaming che tengano in considerazione la prospettiva motivazione dell’utente per favorirne esperienze che siano divertenti e coinvolgenti dal punto di vista emotivo e motivazionale. Garcia Pañella fa riferimento al concetto di “participatory design” nella progettazione e realizzazione di Serious games e digital gaming che coinvolgano l’utente stesso nella co-creazione dell’esperienza di gaming.

 

Videogames digital gaming gamification e Serious Games Report ECDP Imm 1

Imm. 1 Prof. Oscar Garcia Pañella

Segue l’intervento della prof. Birgit Ursula Stetina (Sigmund Freud University di Vienna) che presenta alcuni studi effettuati dal suo gruppo di ricerca sul tema dell’Online Gaming Disorder e sintomatologia clinica nei videogamers con un intervento dal titolo Online Gaming Disorder and clinical problems – an accurate picture of the typical gamer? Dependence and clinical problems as outdated concepts in a new world of gaming?.

Chiedendosi se l’online gaming può essere pericoloso, Stetina prende le distanze da atteggiamenti di  demonizzazione e di patologizzazione a-prioristica del digital gaming: il gioco rappresenta un fenomeno presente da sempre nella nostra quotidianità e nelle diverse fasi di vita, sia nelle sue forme ricreative che nelle sue finalità di apprendimento.

In linea con questa premessa, si sottolinea che diversi studi presenti in letteratura dimostrano che soltanto un numero limitato di gamers soddisfano i criteri per la diagnosi di gaming disorder (es. Internet Gaming Disorder) o di altre forme patologiche di dipendenza da Internet.

A partire dal 2014 anche una serie di studi quantitativi del gruppo di ricerca austriaco ha indagato i trend di relazione tra i generi dei videogames (MMORPG, MOBA, Shooter, casual games, action role-play games, etc), gli aspetti clinici psicopatologici (es. Internet Gaming Disorder, ansia sociale, depressione, etc), la motivazione al gioco da parte degli users e le differenze di genere in un mondo di digital online gaming dominato del genere maschile. Gli studi presentati hanno coinvolto ampi campioni di gamers, e hanno utilizzato diversi questionari self-report, tra cui IGD-20, Gaming Motivation Scale (Yee, 2006), (eg Pontes et al. 2014) e altre scale cliniche.

In generale, i risultati dei diversi studi presentati evidenziano che solo una bassa percentuale di partecipanti presenta una sintomatologia psicopatologica clinicamente rilevante. Tuttavia, considerando la variabile di differenze di genere si evidenziano differenze significative tra maschi e femmine: le gamers di genere femminile presentano in maniera statisticamente significativa minori sintomi psicopatologici rispetto alla controparte maschile. In relazione alla motivazione che spingerebbe i gamers, la cosiddetta “game play motivation” nelle diverse tipologie di videogames sembra essere un costrutto importante da considerare nel comprendere il complesso fenomeno del gaming nelle sue forme più problematiche e disfunzionali.

Il terzo intervento dal titolo Serious Games in Psychotherapy: Effectiveness and willingness of use of psychotherapists and patients – tenuto Christiane Eichenberg (Sigmund Freud University Vienna) entra nel merito dell’aspetto educativo e terapeutico del digital gaming, analizzando in particolare gli atteggiamenti riguardo l’uso effettivo e potenziale dei Serious games in ambito psicoterapico.

Videogames digital gaming gamification e Serious Games Report ECDP Imm 2

Imm. 2 Christiane Eichenberg

Nel mondo della E-Mental Health la presenza dei Serious Games a scopo psicoterapeutico è ancora minoritaria sia in termini di conoscenza che in termini di effettivo utilizzo. Eichenberg, con grande chiarezza espositiva, non dà per scontata la definizione di Serious Games (intesi come giochi digitali interattivi che hanno come obiettivo il training di skills e competenze cognitive o comportamentali in un contesto di apprendimento digitale) e presenta una veloce panoramica di disturbi mentali per i quali in letteratura sono presenti alcuni Serious Games (SG), quali ad esempio PTSD, disturbi d’ansia (come ad esempio il SG “Camp- Cope- A-Lot”) e depressione. Riferendosi a una review pubblicata a suo nome, Eichenberg spiega che seppure vi siano pochi studi empirici sull’efficacia dei SG in psicoterapia, vi sarebbero tendenze positive a supporto dell’utilizzo dei SG nel trattamento di alcuni disturbi mentali (ad esempio disturbi d’ansia, depressione). Tuttavia, circa la metà di questi studi soffrono di importanti limiti metodologici, tra cui primo tra tutti la carenza di gruppi di controllo e numerosità dei campioni ridotte. Eichenberg nella parte centrale del suo intervento espone un’interessante ricerca sul livello di conoscenza e consapevolezza, sulle credenze, atteggiamenti e intenzioni di uso dei Serious Games, sia nei terapeuti che nei pazienti considerando quindi entrambi gli attori della psicoterapia. Quali sono la conoscenza e le opinioni che pazienti e terapeuti hanno del mondo dei Serious Games? Sarebbero pronti a fruirli come strumenti adiuvanti la psicoterapia? Quali vantaggi e svantaggi sono percepiti al riguardo?

Partendo da due online surveys (cf. Eichenberg, Grabmayer & Green, 2016), sono stati reclutati pazienti e terapeuti in diversi paesi Europei e non. Soltanto il 10% degli psicoterapeuti e dei pazienti residenti in paesi germanofoni conoscono i Serious Games o ne hanno sentito parlare; tuttavia ben il 90% di questo campione, una volta adeguatamente informato su cosa è un Serious Games, sarebbe poi propenso a utilizzarlo e a fruirlo nell’ambito della salute mentale, sia per obiettivi di prevenzione che di trattamento vero e proprio come strumento adiuvante nel corso della terapia e nella fase di follow-up. Un profilo decisamente differente da quello della Nuova Zelanda, ad esempio, in cui il 53% dei terapeuti e il 23% dei pazienti dichiarano di sapere che cosa sono i Serious Games e di essere consapevoli di un loro possibile utilizzo in psicoterapia.

L’intervento si conclude con l’auspicio di un aumento di trial clinici randomizzati che possano verificare l’efficacia e le modalità di utilizzo dei SG nel trattamento dei disturbi psichici, e parimenti si sottolinea l’importanza di campagne di sensibilizzazione e di dissemintation rivolte alla diade terapeuta-paziente riguardo alle funzioni e possibili applicazioni dei Serious Games nell’ambito specifico della psicoterapia.

 

Quantomeno un’ombra racconta di una luce – Recensione della serie SanPa

Dal punto di vista strettamente descrittivo il docufilm SanPa analizza il progetto di Muccioli attraverso una sequenza storica degli eventi che si sono susseguiti fino al 1995 e che hanno strutturato le convinzioni e le metodologie con cui accogliere persone con una dipendenza patologica a San Patrignano.

 

Quando il complesso tema della dipendenza patologica si presenta davanti agli occhi delle persone, sembra che arrivi un’iniezione di argomenti pronta a colmare una prolungata astinenza. Come spesso accade è un evento eclatante, una storia estrema, un abuso di potere o un desiderio di sentenze moralistiche a scatenare la discussione sulla dipendenza patologica. In questa occasione è stato un interessante documentario ad accendere i riflettori su quei luoghi che restano incastrati nel buio, su quelle persone che possono restare al buio per tutta la vita. L’esplosione del dibattito è stata simile a quella che si sente quando finalmente si scopre un segreto, quando si può svelare ciò che avevamo nascosto, quando qualcuno ci racconta il suo dolore e noi possiamo rispondere “anche io”.

Il documentario su San Patrignano va analizzato con particolare attenzione al periodo storico e culturale in cui Vincenzo Muccioli costruiva la Comunità, non si può prescindere dalla conoscenza, le informazioni e le convinzioni sui “tossici” che prevalevano sia dal punto di vista clinico sia dal punto di vista dell’opinione pubblica. Non si può prescindere dal fatto che alcune di quelle convinzioni siano presenti ancora oggi e rendano la possibilità di avallare certi sistemi un’eventualità quasi peggiore dell’averli applicati.

Alla fine degli anni ’70 era ancora presente il costume del matrimonio riparatore, solo nel 1981 venne abolita legalmente la possibilità per uno stupratore di fruire del beneficio di legge offrendo il matrimonio alla donna. Solo nel 1996 lo stupro da reato “contro la morale” viene riconosciuto in Italia come “reato contro la persona”. Questo per dire che segregare (o ritenere questa pratica un mezzo di cura utile) un tossico viziato, disubbidiente e colpevole della sua malasorte, non era così difficile da far passare come un atto accettabile o addirittura salvifico. Questo per dire che togliere il problema dagli occhi della gente poteva sostituire il difficile tentativo di impegnarsi a curarlo.

Quando ho visto il documentario ho cercato di separare la mia riflessione. Da una parte mi sono soffermato sull’idea di costruire un luogo di accoglienza e comprensione per persone con una dipendenza patologica, luogo in cui ricostruire la propria vita, confrontandosi e relazionandosi come non avevano potuto fare prima. Dall’altra parte ho ritenuto importante analizzare il come questo tipo di proposta viene percepito da chi la offre e da chi ne usufruisce.

Senza dubbio, tossici emarginati e famiglie devastate dalla gravità della dipendenza hanno trovato un contesto in cui incontrarsi, un posto dove separarsi, proteggersi e avere l’opportunità di interrompere l’uso di sostanze a vantaggio dell’uso dei rapporti umani, delle parole. Quei “ragazzi” hanno trovato un posto in cui qualcuno poteva farli esprimere e quelle famiglie hanno potuto trovare qualcuno che non le lasciasse in balia di crisi d’astinenza incomprensibili e aggressive.

Ecco, se ci si fosse fermati a questo non avrei altro da dire.

Dal documentario emerge, come accade spesso ancora oggi, il tentativo, l’obiettivo di salvare i tossici. La prima frase all’inizio del docufilm recita così:

Con lo stato impotente, un uomo vuole salvare i tossicodipendenti…con ogni mezzo necessario…

Se usassimo il verbo salvare per qualsiasi altra patologia, la frase in questione non avrebbe alcun senso, se mettessimo diabetici, cardiopatici, depressi, schizofrenici, …al posto di tossicodipendenti non ci sarebbe una logica in quella affermazione. Ora, il fatto che alla fine degli anni ’70 si potesse avere questa impostazione mi sembra del tutto accettabile, mi sembra coerente con la percezione del tossico e con le conoscenze scientifiche che si possedevano in quegli anni. Oggi (in realtà da qualche anno), considerare questa impostazione non solo condivisibile ma solo opinabile, non può più essere ammesso, non si può ancora oggi ritenere discutibile un tipo di definizione metodologica come questa, non si può più tralasciare l’enorme cambiamento conoscitivo sulla dipendenza patologica, cambiamento che ci permette di acquisire competenze e metodi di intervento adeguati.

Affrontare la patologia di una persona con l’intento di salvare la persona e non di curare la patologia di cui la persona soffre, non può essere il punto di partenza con cui approcciarsi alla dipendenza patologica, non può rappresentare l’elemento decisivo per inquadrare una patologia così totalizzante che coinvolge l’intera esistenza di un essere umano. Una patologia che si diffonde dalle ataviche pulsioni dell’uomo, coinvolgendo la ribellione, la libertà, la società, la ricerca di un posto del mondo, la speranza di essere amati e il senso stesso della vita.

In molte discussioni che ho ascoltato e a cui ho partecipato in merito al documentario su San Patrignano, emergono temi contraddittori che confermano, almeno ai miei occhi, le distorte convinzioni sui tossicodipendenti e la scarsa percezione della complessità in cui si inserisce la dipendenza patologica. Come funzionano i tossici, perché si drogano, come aiutarli quando non vogliono essere aiutati, sono in grado di intendere e di volere, è giusto fermarli con ogni mezzo, si possono punire persone che esprimono i sintomi di una malattia, è una malattia, sono liberi di potersi drogare, sono dei criminali, le famiglie cosa possono fare, di chi è la colpa se si drogano… Una serie di temi che hanno bisogno di risposte complesse, individualizzate sul singolo caso, differenziate in base alla storia di ogni individuo e che invece, ancora oggi, si limitano a semplicistiche valutazioni personali, a opinioni senza fondamenti epistemologici. Temi che a volte raggiungono picchi filosofici su argomenti come la libertà individuale, il libero arbitrio, la scelta di come condurre la propria vita o di disporre della propria morte. Temi che (per riprendere le affermazioni di Fabio Cantelli) non possono essere affrontati con formule dicotomiche ma che vanno inquadrati in quella area dell’esistenza piena di sfumature oscure, priva di risposte definitive e riluttante alle risposte semplici.

Ancora oggi la percezione del tossico contiene una serie di convinzioni e pregiudizi che eludono una corretta comprensione del problema e possono anche minare la pianificazione di un intervento terapeutico funzionale. Anche tra gli addetti ai lavori siamo costretti a precisare delle convinzioni personali prima di descrivere la dipendenza patologica: cosa pensi del metadone, sei favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere, deve toccare il fondo per capire la sua situazione, è una malattia cronica e recidivante, come permettere alle persone di avere rapporti sessuali durante i percorsi terapeutici in Comunità, posso trattenerlo se decide di interrompere un percorso terapeutico in Comunità.

Posso pensare che in Comunità togliere le sigarette sia utile per far capire ad una persona che non deve drogarsi? Coltivare i campi è un modo per arginare il suo desiderio di sostanze?

E’ molto complesso rispondere a queste domande perché vanno a toccare più aspetti contemporaneamente. Ad esempio coltivare i campi non riduce il desiderio dell’eroina, ma favorisce la costruzione di nuove capacità che a quella attività sono correlate. La costanza nel mantenere un impegno, la forza di continuare a fare una cosa anche se non ti va, la pianificazione di una giornata in base a degli impegni e non in base allo sbattersi per una dose, confrontarsi con il senso del dovere e la responsabilità, imparare che la libertà all’interno di un contesto ha a che fare con il rispetto delle regole di quel contesto, che la convivenza richiede la condivisione e la difesa di valori comuni. Tutte cose che possono essere utili per vivere e non solo per non farsi. Barattare il ricordo dell’eroina e la sua istantanea capacità di alleviare il dolore, colmare la vergogna di essere nati e far rispettare le regole contando le sigarette ad un tossico, invece, non induce cambiamenti eclatanti.

Dal punto di vista strettamente descrittivo il docufilm SanPa analizza il progetto di Muccioli attraverso una sequenza storica degli eventi che si sono susseguiti fino al 1995 e che hanno strutturato le convinzioni e le metodologie con cui accogliere persone con una dipendenza patologica a San Patrignano. Sarebbe anacronistico a tal proposito esaminare le differenze nelle caratteristiche dei tossici degli anni ’80 e nelle tematiche esistenziali tipiche di quegli anni con le espressioni fluide e meticce con cui oggi si manifesta la dipendenza patologica. L’opportunità che invece offre l’impatto del docufilm sugli spettatori sta nel poter affrontare il tema della “droga” e soprattutto delle persone che ne fanno uso, confrontandosi sui metodi terapeutici e le definizioni cliniche che spesso si limitano ancora oggi a “terapie del secondo me”, strategie di sorveglianza, essere buoni o cattivi, seguire guru paternalistici.

Sarebbe bello, almeno per me, e forse anche utile per i tossici, poter condividere e discutere di interventi terapeutici coerenti con le loro esistenze, con i loro tentativi di sopravvivenza, con la loro paura di fidarsi, con il loro contraddittorio modo di prendersi cura di se stessi, con la loro incapacità di credere in qualcosa e, per questo, inclini a non credere più a niente. Avrebbe senso cominciare a riflettere sul fatto che una persona dipendente da sostanze, ma anche chi usa sostanze in modo compatibile con una vita sociale funzionale, è un ottimo specchio della società tutta, degli effetti che un certo tipo di concezione del mondo produce sulla vita di tutte le persone. Avrebbe senso discutere delle differenze che esistono tra le sostanze stupefacenti, che non tutte le persone che si sono fatte una canna si faranno una pera (strano ripetere ancora questa affermazione nel 2021), che non tutte le persone che usano una volta una sostanza diventano dipendenti da quella sostanza, che una storia di dipendenza patologica non si limita a superficiali sperimentazioni o esibizioni adolescenziali, che toccare il fondo ti fa venire voglia di cercare una pala.

Io lavoro in una Comunità Terapeutica e, con i nostri pazienti, abbiamo deciso di vedere il documentario insieme per confrontarci e favorire una discussione condivisa.

Forse la dipendenza patologica è l’unica patologia (cioè studio della sofferenza) che non viene spiegata a chi ne soffre. In genere, quando ci si ammala di qualcosa, abbiamo la possibilità di ricevere una precisa descrizione di ciò che abbiamo, di come funziona e si evolve il nostro disturbo, sia esso organico o psicopatologico. Per questo vedere insieme ai diretti portatori sani (cioè tossici che non stanno facendo uso di sostanze) il documentario, ci è sembrato un’opportunità ricca di “spunti” di vista e di confronti costruttivi.

In Comunità ci sono 25 pazienti, noi li chiamiamo pazienti e non “ragazzi” perché alcuni di loro hanno più di 30 anni e continuare a chiamare ragazzi persone che sono uomini ci sembra poco rispettoso. Inoltre, dato che siamo piuttosto petulanti sul significato delle parole, il termine paziente deriva dal latino patiens, il participio presente del verbo pati con cui si intende “sofferente” o “che sopporta”. In questo modo possiamo dare più valore alla sofferenza che c’è intorno ad una dipendenza patologica, alle devastanti conseguenze che si sopportano in quelle condizioni. Infine, ci permette di considerare la tossicodipendenza come una soluzione e non come il problema, una soluzione al dolore che produce ulteriori sofferenze da sopportare.

L’abuso di sostanze stupefacenti che induce ad una dipendenza patologica è un modo più o meno consapevole per risolvere un disagio interiore, “la droga” funziona come una soluzione ad un problema antecedente, ad una percezione di impotenza di fronte alla realtà, ad una solitudine inspiegabile o alla sostituzione di un piacere introvabile.

In pratica: il problema non è la droga in sé, ma la droga in te.

Anche per questo motivo i pazienti che hanno una dipendenza patologica non arrivano ad una consultazione o a richiedere aiuto perché il loro problema è drogarsi, ma perché drogarsi è l’unica soluzione che hanno per affrontare o sospendere temporaneamente il loro dolore. Per questo motivo il terapeuta diventa un’intromissione tra il disagio che il paziente avverte e la soluzione che ha a disposizione. L’alcolista sa che il suo malessere (problema) terminerà una volta che inizierà a bere (soluzione), quindi il terapeuta (oppure il genitore, la moglie, il marito, l’amico, il figlio, il lavoro… ) rappresenta un’intromissione tra il problema e la soluzione. Ecco perché vi sono occasioni in cui il paziente, governato dall’urgenza di stare meglio come chiunque avverta un disagio, contrasta il terapeuta (la terapia), contrasta chi gli impedisce di applicare la sua strategia risolutiva (bere, farsi…) per il suo malessere, contrasta chi si frappone tra lui e la soluzione veloce, certa ed efficace che conosce. Non è paradossale, quindi, che un paziente possa tagliare proprio le mani che tentano di curarlo.

I 25 pazienti ricoverati in Comunità corrispondono ad un minuscolo settore di San Patrignano, quindi il confronto non può essere fatto sul come funziona un luogo che ospita fino a 1500 persone, con un posto in cui ci sono poco più di 30 persone, operatori compresi. Si può, però, avviare una discussione sulla dipendenza patologica e le convinzioni che da essa scaturiscono integrando i punti vista degli addetti ai lavori con quelli dei portatori sani. Questo significa affrontare le contraddizioni, i paradossi e la complessità che caratterizzano i comportamenti e il linguaggio di tutte le persone coinvolte nella patologia, di tutte le aree coinvolte nel trattamento di una dipendenza patologica.

Tra i pazienti ricoverati in Comunità ci sono persone che hanno intrapreso altri percorsi terapeutici residenziali, alcuni di loro sono anche stati a San Patrignano per l’intero programma e un paio sono andati via da San Patrignano precocemente. Hanno fatto Comunità in epoche diverse e con metodi diversi, i pazienti cinquantenni hanno sperimentato vari approcci terapeutici dagli anni ’80 ad oggi, i più giovani sono arrivati in una Comunità per tossicodipendenti senza avere una storia di tossicodipendenza. Alcuni sono arrivati per la prima volta in Comunità a 40 anni e altri provano a considerare la loro dipendenza patologica un problema sanitario e non giudiziario, sperimentandosi in un ambiente diverso da quello detentivo.

Quasi ognuno di loro è riuscito a smettere di bere, inalare, fumare o iniettarsi qualsiasi polvere disponibile almeno una volta nella vita, ricorrendo ad un’infinità di soluzioni. Si sono chiusi in casa, hanno pregato, si sono fatti arrestare, hanno preso un cane, hanno lavorato, si sono sposati, hanno fatto un figlio, hanno divorziato, si sono trasferiti lontano, hanno fatto psicoterapia, hanno imparato a cucinare, scalato o aumentato il dosaggio del metadone. Sono riusciti a smettere in Comunità molto rigide e regolamentate o in Comunità aperte e flessibili, hanno capito di non doversi “drogare” perché gli venivano tolte le sigarette, hanno capito ugualmente perché gli veniva offerto un caffè, hanno deciso di smettere perché venivano lasciati soli con se stessi e anche perché qualcuno gli stava sempre vicino. Insomma smettere non è così difficile se puoi farlo in un sacco di modi e passando per strade così diverse.

Ancora una volta emerge che: il problema non è se lo fai, ma come riesci a pensare e sentire la tua vita se non lo fai.

Durante la discussione del docufilm con i pazienti, uno degli argomenti esposti ad una varietà di sfumature è stato quello relativo alla capacità di intendere e di volere in una persona che ha una dipendenza patologica.

Nel documentario si precisa che la persona con una dipendenza patologica sia in grado di intendere, ma non di volere, cioè non sarebbe in grado di “volere il proprio bene” e, per questo motivo, un’altra persona che lo ha in terapia dovrebbe decidere per lui, fino ad escludere la sua volontà con ogni mezzo disponibile. È un discorso complesso e, come tale, va affrontato cercando di restare in un ambito terapeutico e pragmatico, senza ricorrere a semplificazioni stucchevoli e, per quanto possibile, senza addentrarsi in speculazioni filosofiche sulla libertà individuale e sulla facoltà di autodeterminarsi.

Viene da chiedersi anzitutto, se questa capacità di intendere e non di volere sia da considerarsi alterata solo quando il paziente vuole andarsene dalla Comunità oppure se la si debba riconoscere anche quando decide, vuole, entrare in Comunità. Se la persona che vuole entrare in Comunità è ancora sotto l’effetto delle sostanze oppure, quando chiede aiuto per affrontare la sua sofferenza, ha la lucida capacità di capire e di decidere cosa vuole. Se l’esito della sua dipendenza patologica è l’arresto, la perdita della patria potestà oppure essere stato allontanato da casa, e queste conseguenze determinano la sua volontà di entrare in Comunità, possiamo dire che ha deciso di smettere di farsi? (secondo me si possono considerare comunque un buon punto di partenza). Se la crisi astinenziale, o esistenziale, sia una condizione stabile in una persona affetta da dipendenza patologica dal momento che, secondo un riduttivo punto di vista fisiologico, il cervello di un tossicomane è sempre in astinenza, non è che ci va ogni tanto. Qualcuno potrebbe dire che il craving o la crisi astinenziale siano i parametri con cui valutare l’incapacità di volere: poiché la persona in stato di crisi astinenziale vuole andare ad usare sostanze e poiché, in seguito ad un periodo di astinenza, l’uso presenterebbe evidenti rischi anche per la sua vita, non si può considerare la persona capace di controllo dei propri stimoli e impulsi ad agire.

È vero che un operatore di Comunità sa cosa può accadere ad un paziente ricoverato in Comunità quando non riesce più a continuare il suo percorso terapeutico e decide di andare via. Sappiamo che la dipendenza patologica è una condizione che mette a rischio la vita della persona e che, nella maggior parte dei casi, ad un’interruzione improvvisa del percorso terapeutico fa seguito il ricorso all’uso di sostanze e, quindi, alla possibilità di un’overdose fatale. Purtroppo è così anche quando la persona viene espulsa da una Comunità, quando si esprime con comportamenti inappropriati ad un luogo di cura, introduce sostanze stupefacenti, manifesta aggressività. Non possiamo però rendere la Comunità un luogo “salvavita”, un posto che serve ad evitare la morte al paziente, privandolo di ogni responsabilità personale e limitandoci, da soli, ad evitargli il peggio.

Viene allora da considerare quale rete di protezione ci sia per situazioni di questo tipo, quale risposta integrata possano mettere in pratica i Servizi Sanitari che si occupano di dipendenza patologica per far fronte a questi problemi. Sarebbe utile interrogarsi sui differenti presupposti teorici dei percorsi di cura che le Comunità applicano, basandosi su personali e, a volte, contrastanti punti di riferimento. Avere l’intento di raggiungere un linguaggio condiviso che, pur valorizzando le risorse individuali, si impegni a non produrre incomprensioni e fraintendimenti dettati da pregiudizi sia sul tossico sia sui colleghi.

Viene da chiedersi perché la dipendenza patologica sia l’unica a non avere un reparto sanitario dedicato 24h al giorno 7 giorni su 7, perché molti Sert siano chiusi il sabato e la domenica, perché un paziente può avere delle crisi astinenziali, o esistenziali, solo dal lunedì al venerdì dalle 08.00 alle 14.00 più due pomeriggi a settimana. Insomma, se vogliamo arrivare una volta per tutte a definire la dipendenza una vera patologia che necessita di cure mediche, psicoterapeutiche e sociali e che, proprio in quanto patologia, non si manifesta a giorni e orari prestabiliti, allora sarà necessario rivalutare il significato che gli diamo dal punto di vista clinico. È una patologia con le sue caratteristiche, come tutte le altre del resto, che ha a che fare con una ferita dolorosa e sanguinante nell’anima di chi ne soffre e, come si sa, l’anima di ognuno di noi non si spezza solo nei giorni feriali.

Chi soffre di questa patologia ha bisogno di sentirsi compreso, sia nel senso di “essere capito da qualcuno” sia nel senso di “essere compreso all’interno di qualcosa”, ha bisogno di sentire di poter essere pensato anche quando fa di tutto per confermare la sua convinzione di meritarsi di essere dimenticato.

 

SANPA – Guarda il trailer:

Il momento del pasto nella demenza: strategie utili per una migliore qualità di vita

Nel caso della demenza il pasto è, inoltre, un’attività complessa che se non adeguatamente supportata può far sperimentare all’anziano un senso di fallimento e inadeguatezza (Berg, 2013). Esso richiede riconoscimento, memoria procedurale e pianificazione.

 

Il Disturbo Neurocognitivo Maggiore (DNC) è una patologia acquisita, progressiva e irreversibile che aggravandosi porta alla perdita dell’autonomia funzionale e a uno stato di completa dipendenza. La persona con demenza, negli stadi più avanzati, ha la necessità di essere assistito in tutte quelle attività di base un tempo automatiche come ad esempio mangiare. Queste perdite sono spiegate dalla presenza di deficit cognitivi, in particolare funzioni esecutive e memoria procedurale, dalla tipologia di assistenza erogata, che il più delle volte tende a sostituire l’anziano anziché facilitarlo, e da una serie di modificazioni sensoriali che ostacolano la vita quotidiana dell’assistito.

Tenuto conto di quanto uno stato di dipendenza possa incidere fortemente sulla qualità di vita della persona, risulta fondamentale preservare le abilità residue del malato attraverso un modello di cura centrato sulla persona e programmi di riabilitazione delle attività di base, come il Procedural Memory Training (PMT; Zanetti et al., 1997). A ciò si aggiunge ovviamente una buona conoscenza della patologia e in particolare dei deficit visivi ad essa associati in modo da poter organizzare un ambiente che risponda ai bisogni dell’anziano e che sia il meno ostacolante possibile.

Il pasto: un’attività complessa

Il momento del pasto fa parte della routine di ognuno di noi, avviene in maniera quasi automatica e risponde ai nostri bisogni fisiologici. Esso è altamente significativo, infatti non riguarda la semplice assunzione di cibo ma è soprattutto un momento di socializzazione. È un’occasione di prossimità fisica che permette di mantenere un senso di comunanza e appartenenza, promuovendo legami di conoscenza.

Nel caso della demenza il pasto è, inoltre, un’attività complessa che se non adeguatamente supportata può far sperimentare all’anziano un senso di fallimento e inadeguatezza (Berg, 2013). Esso richiede riconoscimento, memoria procedurale e pianificazione. Date le difficoltà attentive della persona con demenza, è innanzitutto essenziale assicurare un ambiente tranquillo e ordinato, privo di distrazioni e possibilmente silenzioso (un accorgimento è, ad esempio, spegnere la televisione). È indicato anche semplificare la tavola, riducendo le posate al minimo indispensabile, presentando pochi stimoli ma significativi.

Il modello di cura centrato sulla persona durante il pasto

Nella pratica di assistenza è auspicabile la messa in atto di un approccio di cura centrato sulla persona (Kitwood, 1997), fondamentale per la preservazione della personhood (= essere Persona) del malato e della sua qualità di vita. Secondo Tom Kitwood ciò è possibile tramite interazioni positive e il soddisfacimento dei bisogni dell’anziano (conforto, identità, inclusione, attaccamento, essere occupati). In particolare è bene riconoscere ed evitare la cosiddetta Psicologia Sociale Maligna, ovvero quell’insieme di interazioni svalutanti attuate inconsapevolmente che minano i bisogni dell’anziano aumentandone i disturbi del comportamento.

Spesso il caregiver tende a sostituirsi all’anziano velocizzando le attività e contribuendo alla perdita dell’automatismo di certe azioni. È necessario, quindi, rendere i caregiver consapevoli delle conseguenze di questa tipologia di lavoro e indirizzarli verso modalità che invece mirano a tutelare le abilità residue. Un esempio è il Procedural Memory Training, un intervento di stimolazione cognitiva che, sfruttando tecniche di modificazione del comportamento, agisce sulla memoria procedurale al fine di ricostruire le sequenze motorie indispensabili per l’attività oggetto di addestramento.

Infine, per sostenere la personhood dell’assistito e renderlo il meno passivo possibile, è importante prendere in considerazione i suoi gusti, le sue abitudini e dargli possibilità di scelta.

La vista nel Disturbo Neurocognitivo Maggiore

Numerosi studi sottolineano l’incidenza di difficoltà visive in persone con demenza e la stretta relazione tra perdita sensoriale e perdita cognitiva (Mapstone et al., 2003). In particolare, le difficoltà visive sono state riscontrate soprattutto nella malattia di Alzheimer, non a caso infatti in questa patologia i deficit visuospaziali sono precoci e costituiscono spesso un campanello d’allarme. I principali deficit visivi emersi sono: ridotta sensibilità ai contrasti, alterazione del senso di profondità, campo visivo limitato e asimmetrico, percezione distorta dei rapporti spaziali, minore percezione di luce, minore capacità di percepire il movimento e difficoltà nella discriminazione dei colori (Shuren et al., 1993; Wijk et al., 1999; Neargarder et al., 2003; Kavcic et al., 2006).

Spesso le difficoltà visive comportano dispercezioni, ovvero interpretazioni erronee degli stimoli ambientali, e nel peggiore dei casi vere e proprie allucinazioni (Chapman et al., 1999).

È evidente la necessità di intervenire sull’ambiente, rendendolo protesico e armonioso, individuando ed eliminando tutti quei fattori che possono confondere l’anziano, come sostenuto dal modello Gentlecare (Jones, 1999).

Nel caso del momento dei pasti, è utile apparecchiare la tavola tenendo conto delle difficoltà visive evidenziate. Ad esempio, data la scarsa capacità di discriminare i colori, viene suggerito di utilizzare dei piatti monocromatici in netto contrasto con la tovaglia e con il cibo. In particolare, sembra che l’utilizzo di piatti rossi aumenti del 25% l’assunzione di cibo (Dunne et al., 2004). Lo stesso principio vale per i liquidi, è consigliato aggiungere gocce di sciroppo o aranciata all’acqua per renderla più facilmente visibile e gradita. Inoltre, è altamente sconsigliato utilizzare tovaglie con ricami o disegni poiché potrebbero causare dispercezioni e distogliere l’attenzione del malato, causando affaccendamento dei casi più gravi (Berg, 2013).

Per concludere, il pasto è un momento fondamentale della giornata del malato con demenza, esso marca il tempo e divide la quotidianità in sequenze. Essendo la malnutrizione una frequente complicanza della demenza moderata-grave (Yildiz et al., 2015), è bene assicurarsi che il malato riceva il giusto apporto calorico e che il pasto venga svolto senza ostacoli. Per raggiungere questo obiettivo è opportuno prestare attenzione a tutte le variabili che possono incidere su questa attività di base, in particolare ambiente fisico e assistenza.

 

Come l’uso della cannabis influenza il funzionamento e la qualità della vita di uomini e donne con una diagnosi di disturbo bipolare

Uno studio ha esaminato se una storia di uso di cannabis nel corso della vita fosse associata al decorso clinico, al funzionamento e alla qualità della vita nei pazienti con disturbo bipolare in maniera differente in base al sesso.

 

La cannabis è la droga illegale più usata al mondo (Degenhardt & Hall, 2012). Studi epidemiologici hanno dimostrato che i pazienti con disturbo bipolare (DB) hanno 6,8 volte più probabilità di riferire una storia di uso di cannabis nel corso della vita (Lifetime cannabis use – LCU) (Agrawal et al., 2011), riportando tassi compresi tra il 36% e il 70% (Bally et al., 2014). Inoltre, la LCU è stata associata a un decorso più grave della malattia indipendentemente dal sesso, compresi episodi affettivi più ricorrenti e prolungati (Lev-Ran al., 2013), una maggiore frequenza di episodi maniacali e misti (Weinstock et al., 2016), un maggiore rischio di tentato suicidio (Ostergaard et al., 2017), una maggiore prevalenza di sintomi psicotici (Weinstock et al., 2016), e una minore compliance al trattamento (van Rossum et al., 2009). Lungo queste linee, il Lifetime cannabis use è stato anche associato a un esordio più precoce del disturbo bipolare (Lagerberg et al., 2016) e a un aumento del rischio di ricoveri ospedalieri dovuti a episodi affettivi (Lagerberg et al., 2016). Tuttavia, le ricerche sull’influenza della cannabis sul funzionamento o sulla qualità della vita (Quality of life -QoL) sono scarse.

Lo scopo del presente studio è stato quello di esaminare se una storia di uso di cannabis nel corso della vita è associata con il decorso clinico, il funzionamento e la qualità della vita nei pazienti con Disturbo Bipolare, in maniera differente in base al sesso. I partecipanti allo studio sono stati 224, tutti avevano un’età superiore ai 17 anni e tutti avevano una diagnosi di Disturbo bipolare, confermata con la Structured Clinical Interview for DSM-IV-TR Axis I Disorders (SCID-I) (First et al., 2002).

Le valutazioni includevano un questionario per la raccolta di informazioni demografiche e cliniche, di cui età d’esordio, tipo di Disturbo Bipolare, durata della malattia, numero di episodi depressivi, maniacali, ipomaniacali e misti, età del primo ricovero, numero di ricoveri, storia di tentativi di suicidio, sintomi psicotici, cicli rapidi, depressione melanconica, sintomi atipici, depressione post-partum, modello stagionale, storia psichiatrica familiare, comorbidità mentali e fisiche, e trattamenti. Inoltre, la psicopatologia è stata valutata utilizzando le versioni spagnole dei seguenti strumenti psicometrici: Young Mania Rating Scale (YMRS) (Colom et al., 2002), Hamilton Depression Rating Scale (HDRS) (Bobes et al., 2003), Hamilton Anxiety Rating Scale (HARS) (Lobo et al., 2002), Clinical Global Impression Scale (CGI) (Guy, 1976), e Changes in Sexual Functioning Questionnaire (CSFQ) (Garcia-Portilla et al. 2011). Le informazioni sull’uso di sostanze sono state indagate attraverso la Addiction Severity Index (ASI6) (Diazesa et al., 2010). I dati sul modello di consumo di cannabis includevano l’età del primo consumo, il numero di anni di consumo nel corso della vita, il numero di mesi negli ultimi 12 mesi, e il numero di giorni nell’ultimo mese. In questo studio, il Lifetime cannabis use (LCU) è stato definito come l’aver avuto almeno un giorno di consumo al mese per almeno 12 mesi consecutivi nella loro vita. Il livello di funzionamento è stato misurato con il Functional Assessment Short Test (FAST) (Rosa et al., 2007), composto da 24 item che esplorano in 6 aree specifiche di funzionamento nell’arco degli ultimi 14 giorni: autonomia, funzionamento occupazionale, funzionamento cognitivo, questioni finanziarie, relazioni interpersonali e tempo libero. Inoltre, è stato usato il Global Assessment of Functioning (GAF) (Association, 1987), che fornisce una valutazione generale dell’attuale livello di funzionamento del paziente (psicologico, sociale e lavorativo) su una scala da 1 = nessun danno a 100 = grave danno. Infine, la percezione del paziente della QoL è stata esaminata usando il 36-item ShortForm Health Survey (SF-36) (Ware e Sherbourne, 1992), un questionario di autovalutazione contenente 36 item raggruppati in 8 sottoscale: funzionamento fisico, funzionamento del ruolo fisico, dolore corporeo, percezione generale della salute, vitalità, funzionamento sociale, funzionamento emotivo e salute mentale; e 2 componenti riassuntive (fisica e mentale).

I risultati hanno rivelato che la durata media della malattia era di 19.4 anni, l’età media dei soggetti era 47 anni e il 65.2% erano donne. In tutto il campione, quasi la metà dei pazienti (45,2%) fumava quotidianamente e il numero medio di sigarette al giorno tra i fumatori era di 16. Il 23.6% ha riferito di bere ogni settimana, con una media settimanale di 5 drink, e lo 0,9% ha riferito di aver usato cocaina almeno una volta nell’ultimo mese. Per quanto riguarda l’uso di sostanze nel corso della vita, il 7,6% hanno fatto uso di cocaina, il 3,1% di allucinogeni, e lo 0,4% di eroina. Per quanto riguarda la cannabis, il 31,4% ha riferito di averla usata almeno una volta nella vita, e il 16,1% ha soddisfatto i criteri per la LCU. In generale, i risultati hanno mostrato che i pazienti con LCU erano più giovani al momento del loro primo ricovero ospedaliero, rispetto a coloro che non hanno fatto mai uso di cannabis nel corso della vita.

Esaminando le differenze tra i pazienti con Lifetime cannabis use vs nessun LCU (NLCU) per sesso, è emerso che il 10,3% delle donne e il 26.9% degli uomini hanno soddisfatto i criteri per LCU, e la maggior parte di loro erano i più giovani del campione. Per quanto concerne la qualità della vita (QoL), le donne con LCU avevano meno problemi finanziari, rispetto alle donne NLCU, e hanno riferito una più scarsa QoL nella scala del dolore corporeo. Circa il funzionamento, è emerso che le donne con LCU hanno un funzionamento sessuale migliore, punteggi più bassi di vitalità, maggiori difficoltà nel funzionamento sociale ed emotivo, oltre che una maggiore precarietà di salute mentale generale. Tra gli uomini, invece, non è emersa alcuna differenza statisticamente significativa tra i gruppi LCU e NLCU relativamente alla QoL e al funzionamento. Una possibile spiegazione per questi particolari risultati potrebbe essere che le donne sono più propense a usare le droghe per auto-medicarsi, mentre gli uomini le usano più spesso a scopo ricreativo (Becker et al., 2017).

 

Conoscere la mente dei bambini – Il quarto episodio di The Journal Club

The Journal Club, la webserie organizzata da Studi Cognitivi per discutere e approfondire le novità dal panorama scientifico internazionale, ora in esclusiva per i lettori di State of Mind.

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “The Journal Club”, un ciclo di appuntamenti per approfondire e discutere insieme le novità dal panorama scientifico internazionale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Ogni settimana l’analisi di un articolo scientifico dedicato a una particolare tematica. In ogni incontro, le Dott.sse Sara Palmieri e Alessia Offredi, accompagnate da un ospite del team di esperti di Studi Cognitivi, hanno commentato l’articolo, per poi proseguire con alcune importanti riflessioni sulle implicazioni di quest’ultimo nel campo della Psicoterapia.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del quarto episodio della serie dedicato alla mente dei bambini. Ospite della puntata, la Dott.ssa Simona Scaini.

 

CONOSCERE LA MENTE DEI BAMBINI

Lectio magistralis di Daniel Freeman: virtual reality and treatment of mental health disorders – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

Con la sua lectio magistralis dal titolo “Virtual reality in the assessment, understanding, and treatment of mental health disorders: Lessons learned in a clinical psychologist’s journey over twenty years”, Daniel Freeman, keynote speaker alla prima European Conference of Digital Psychology, ha illustrato potenzialità e benefici della VR alla luce della sua ventennale esperienza.

 

Daniel Freeman ha aperto con una lectio magistralis la prima European Conference of Digital Psychology che si è tenuta il 19 e 20 Febbraio 2021. La conferenza, organizzata dalla Sigmund Freud University, ha affrontato prospettive di applicazione attuali e future delle nuove tecnologie applicate alla Psicologia.

A Daniel Freeman, come keynote speaker, il compito di aprire i lavori e fornirci una introduzione al suo lavoro ventennale con la realtà virtuale (VR). Lo psicologo ha illustrato una rassegna dei suoi principali studi e ci ha accompagnato in un viaggio in cui, grazie all’evoluzione della tecnologia, ha mostrato come la realtà virtuale immersiva possa essere utile per valutare, comprendere e trattare i disturbi della salute mentale. Infine, ha evidenziato importanti aree di interesse per il futuro.

La realtà virtuale per la salute mentale

Lo psicologo britannico vanta un’esperienza approfondita nello studio della paranoia e di come la realtà virtuale possa aiutare a trattarla. Professore presso l’Istituto di psichiatria, psicologia e neuroscienze del King’s College di Londra e di psicologia clinica e di ricerca del National Institute for Health Research nel Dipartimento di psichiatria dell’Università di Oxford, Freeman ci ha portato in un viaggio nel tempo attraverso l’evoluzione dei suoi studi e dei principali risultati.

Daniel Freeman - Foto

Integrando interventi di esposizione e terapia cognitiva, Freeman ha dimostrato il potenziale straordinario della VR nel trattamento di problemi di salute mentale sfruttando una delle qualità più importanti della VR: poter sperimentare situazioni problematiche ed essere seguiti mentre le si sperimenta in un contesto sicuro. Il suo lavoro con la VR è partito dallo studio della paranoia. Come ci ricorda Freeman la paranoia deriva dall’intersezione tra stile di elaborazione delle informazioni, disturbi percettivi, visione di se stessi; la combinazione di questi elementi determina che, a parità di situazione, persone diverse abbiano percezioni anche profondamente diverse e opposte. Nei suoi studi, per esempio, ha dimostrato che in un contesto identico c’è chi ha riportato sensazioni piacevoli e di sentirsi in un ambiente amichevole e chi, invece, sentiva di avere vicino persone aggressive, losche, malintenzionate.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI:

Lectio magistralis di D. Freeman virtual reality and mental health - Report IMM1

Imm. 1- Esperienza di Virtual Reality

Imm. 2- Esperienza di Virtual Reality

Imm. 3- Esperienza di Virtual Reality

Superate le prime ritrosie e perplessità, come il timore che i pazienti avessero avversione per l’équipement necessario (visori, setting artificiale) o che ci fosse un impatto negativo nel dare un peso preponderante ad un solo senso, la vista, è stato dimostrato che i pazienti in realtà si sentono a loro agio con la realtà virtuale immersiva: una volta ‘dentro’ la realtà virtuale, il paziente si sente come in un ambiente reale ed è questo ciò che determina l’efficacia dei trattamenti.

Il futuro della VR: cosa aspettarsi

Il primo vero esperimento di VR risale agli anni Sessanta con la Sword of Damocles, un dispositivo molto complesso e ingombrante che, mostrando immagini diverse ai due occhi, riusciva a creare un effetto 3d. Il sistema era anche disagevole da usare: attaccato ad un braccio meccanico sospeso al soffitto del laboratorio, col soggetto con la testa agganciata e poco margine di movimento. 

Di strada ne è stata fatta da allora soprattutto negli ultimi 25 anni e molto si può ancora fare. La ricerca mostra oggi un vivo interesse per la VR nel trattamento di molti disturbi. Un passo ulteriore sarà poi indagarne gli effetti nel lungo termine; attualmente la gran parte delle ricerche si ferma ad analisi degli effetti a breve termine.

Sarà poi cruciale lavorare in maniera congiunta, mettendo insieme sviluppatori e psicologi in tutte le fasi di progettazione e coinvolgendo anche i pazienti per creare situazioni ed ambientazioni grazie all’user centered design.

La VR ha molti pregi: per esempio, rende più confortevole per i pazienti approcciare situazioni che sono difficoltose per loro; l’esperienza può essere ripetuta innumerevoli volte in un contesto protetto; l’apprendimento si trasferisce facilmente al mondo reale; il trattamento può essere vissuto anche come un gioco e può essere divertente; essendo fruibile anche in autonomia, trattamenti con VR possono raggiungere facilmente molte persone; visori all-in-one e stand alone pratici da usare e a prezzi accessibili sono già in commercio.

E’ possibile ipotizzare uno scenario futuro in cui la VR sarà accessibile a tutti, in autonomia e per molti trattamenti: dall’ansia sociale, a disturbi dell’umore o dipendenze. Come Freeman ci ricorda, è importante che le terapie VR non siano solo una ‘replica’ della terapia faccia a faccia; possono essere usate in modi innovativi – impossibili nel mondo reale – per migliorare i risultati del trattamento. Gli spazi di sviluppo sono enormi; sta al clinico svilupparli con metodo e inventiva.

 

 

Digital Tools – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

Una delle sessioni della seconda giornata del Primo Convegno Europeo di Psicologia Digitale è dedicata ai Digital Tools.

 

 La sessione prevede tre interventi: relatore del primo intervento è il Prof. Guillem Feixas dell’università di Barcellona, il secondo intervento è condotto dal Dott. Alejandro García-Gutiérrez, ricercatore del gruppo di ricerca del dott. Feixas. Relatrice del terzo intervento è invece la dott.ssa Silvia Grazioli.

Nel primo intervento, il prof Feixas ci parla di EYME – Explore your meaning, un strumento digitale molto utile in campo terapeutico e di notevole interesse.

Il Professor Feixas, partendo dal concetto di identità personale, si sofferma ad analizzare l’argomento secondo la prospettiva costruttivista di George Kelly.

Nella sua teoria dei costrutti personali, George Kelly vede l’essere umano come uno scienziato che crea delle ipotesi in modo da rendere più facile l’interpretazione e la comprensione degli eventi (self-regulation theory). I costrutti personali sono per loro natura bipolari (es. Egoista – altruista; debole – forte) e nascono in base alle differenze e alle distinzioni di cui facciamo esperienza nel corso della nostra vita. In ogni persona si formano dei sistemi di costrutti: non siamo guidati da un solo costrutto ma da un’intera rete di significati.

Uno strumento per l’assessment dei costrutti personali è la Repertory Grid Technique (RGT), il cui scopo è descrivere i modi in cui le persone danno un significato alla loro esperienza a partire dai poli dei costrutti con cui si definiscono. Non si tratta di uno strumento con delle domande/item standard ma va ad esplorare il modo in cui la persona organizza il proprio mondo interno. Le difficoltà nell’utilizzare questa griglia sono legate alla necessità di effettuare dei training di formazione sia per somministrarla ma anche per interpretare i punteggi.

Ecco allora che all’interno di questo quadro teorico il professor Feixas ci presenta lo strumento EYME. Trattasi di una piattaforma immersiva digitale nata per migliorare il successo del percorso psicoterapeutico. Dopo un’intervista compilabile dal computer, dal tablet o dallo smartphone, viene richiesto di configurare un serie di elementi e vengono registrati i costrutti del paziente ma non solo: sono anche registrati i costrutti che al paziente vengono dati dagli altri (genitori, amici, partner, figli, ecc). I dati sono quindi processati e viene fornito un report in base ai costrutti riportati dal paziente. L’aspetto sorprendente dello strumento è che, grazie al 3D ma soprattutto grazie alla realtà virtuale, il paziente può letteralmente immergersi nei propri costrutti, vederne le dimensioni e quindi avere un quadro più ampio dell’impatto che questi hanno nella propria vita. Pensiamo ad esempio a una persona che si è sempre sentita Egoista e che è definita come egoista anche dagli altri. Grazie a questa esperienza avrà modo di vedere quanto spazio occupa la definizione “Egoista” nel proprio mondo interno proprio perché, grazie alla realtà virtuale, ha la possibilità di vederla di fronte a sé come una grande sfera colorata, tanto più grande quanto più il vissuto è sentito (l’intensità percepita del vissuto è riportata dal paziente utilizzando una scala da 1 a 10). Avrà anche modo di vedere come il polo opposto, ad es. Altruista, non sia che una piccola sfera nel suo mondo interiore. E credo che questa, così come detto dal Prof. Feixas, sia un’importante esperienza di natura emotiva, non solo cognitiva, che può davvero aiutare il percorso terapeutico. Il relatore invita a visitare il sito www.eyme-vr.com per saperne di più.

La parola passa in seguito al Dott. García-Gutiérrez che ci parla di GRIDCON, l’applicazione di EYME nei contesti organizzativi.

Il relatore parte dal concetto di identità professionale e di come sia spesso trascurato lo studio del ruolo di tale fattore nell’ambito del benessere organizzativo. Le ricerche infatti si concentrano sui risultati ottenuti piuttosto che sui significati personali in cui le identità si sviluppano. Per questo motivo GRIDCON si può rivelare utile nel far emergere quei significati interiorizzati in una organizzazione, quale ad esempio quelli relativi al ruolo di un leader. Quindi questo strumento si pone come un’alternativa agli strumenti di indagine da applicare in campo organizzativo di tipo più standard (questionari, interviste strutturate, ecc). Esso consente una rappresentazione 3D ma anche una visualizzazione tramite realtà virtuale dei costrutti che caratterizzano l’identità personale e l’identità professionale dei lavoratori e dei manager.

Il relatore illustra a questo punto il disegno sperimentale utilizzato per l’applicazione di GRIDCOM nelle organizzazioni, il cui scopo generale è quello di aumentare nei manager la conoscenza di Sé (con un’enfasi maggiore sull’identità professionale) e le competenze relative alla leadership. Dopo una prima fase di assessment che misura i livelli di leadership, si passa a una sessione di coaching tramite l’utilizzo della RGT, focalizzata sull’esplorazione dei costrutti relativi all’identità professionale dei manager. In questa fase il gruppo di controllo è sottoposto alla visione in 2D dei propri costrutti, mentre il gruppo sperimentale è sottoposto alla visione in 3D con GRIDCON. Il tutto si conclude con una fase di post assessment in cui sono valutate le opinioni dei partecipanti rispetto all’esperienza effettuata. A questo punto mi sarei aspettata maggiori informazioni a riguardo, ma il dott. García-Gutiérrez ha proseguito l’intervento dando una dimostrazione di come poter utilizzare il tool, che si rivela comunque utile ad avere un quadro più chiaro di quanto esposto sia da Feixas che dallo stesso García-Gutiérrez.

Conclude la sessione la Dott.ssa Grazioli, che nel suo intervento “ReMIND: Real Matters IN Developmental psychopathology” ci parla del progetto ReMIND, uno studio longitudinale il cui scopo principale è ridefinire la comprensione delle traiettorie di sviluppo dei disturbi mentali. L’intento è dunque quello di identificare presto quei bambini che hanno più possibilità di sviluppare particolari problematiche così come identificare quei bambini che potrebbero beneficiare di un trattamento tempestivo.

Digital Tools utilizzo in ambito clinico e di ricerca Report ECDP Imm 3

Imm. 1 Dottoressa Silvia Grazioli

Il focus del progetto ReMIND è spostato sui sintomi internalizzanti e su quelli esternalizzanti. Il progetto è ora alla sua terza fase (terza onda), di cui si sta occupando il gruppo di ricerca di cui fa parte la Dott.ssa Grazioli. In questa fase vengono raccolti i dati clinici ed epidemiologici.

La relatrice passa in rassegna le diverse piattaforme utilizzate per raccogliere i dati:

  • MedicalBIT che consente di registrare informazioni sociodemografiche e mediche, come l’esposizione a possibili rischi nel periodo prenatale, l’abuso di sostanze da parte delle madri durante la gravidanza o il peso alla nascita, ma anche informazioni relative a particolari eventi di vita (es. la presenza di traumi). Questa piattaforma genera un dataset con i dati dei partecipanti che consente di condurre specifiche e dettagliate analisi.
  • ASEBA system con cui sono raccolti dati clinici tramite questionari self-report. Anche questa piattaforma fornisce un intero dataset che può essere usato per le successive analisi. E’ stato possibile raccogliere informazioni sugli aspetti dimensionali relativi alla psicopatologia dei partecipanti avendo anche un’indicazione sui valori clinicamente rilevanti. In particolare, grazie ad ASEBA, è possibile avere un quadro più chiaro dei disturbi internalizzanti, esternalizzanti e un profilo di disregolazione.
  • DAWBA, utilizzato per le analisi categoriali, che indica quelle situazioni che meritano attenzione clinica e anche la probabilità di andare incontro a possibili diagnosi.

Per quanto riguarda i risultati preliminari ottenuti dallo studio della terza onda, quelli più interessanti mettono in luce come i fattori di rischio prenatale siano associati a problemi internalizzanti nei preadolescenti, associazione non riscontrata negli adolescenti o nei giovani adulti e nemmeno tra fattori di rischio prenatali e fattori esternalizzanti.

Ciò che resta ben chiaro, alla fine della sessione appena seguita, è l’importanza di continuare a sviluppare piattaforme digitali utili non solo ai ricercatori, con gli studi epidemiologici quale quello illustrato dalla Dott.ssa Grazioli, ma anche ai clinici, come ci hanno ben mostrato i dott. Feixas e García-Gutiérrez.

 

Soul, un vero viaggio alla scoperta della naturale scintilla che è in noi: vivere – Recensione

Joe, protagonista di Soul, scopre che ciò che conta è saper cogliere ogni attimo, assaporare giorno dopo giorno i diversi momenti, senza cercare di ridurre il proprio talento a un’unica condizione esistenziale.

Attenzione! L’articolo può contenere spoiler

 

Un professore di musica delle medie, Joe, ha una grande passione: il Jazz proprio come il padre. Tutto cambia quando, nello stesso giorno, riceve la cattedra a tempo pieno a cui lui è poco interessato e viene scelto per suonare in una famosa band. Questo evento è la grande occasione della sua vita quando, per distrazione, cade e finisce in un’altra dimensione “l’ante-mondo” o più comunemente uno spazio che separa la vita dalla morte. Joe non ha nessuna intenzione di rimanere nell’altro mondo e di non poter realizzare il suo sogno così cerca in tutti i modi di ritornare sulla Terra. Nell’ante-mondo ci sono tante anime, acorporee, che aspettano di accedere alla vita e andare sulla Terra, questo è possibile solo se l’anima scopre la sua scintilla. A Joe viene assegnata Anima 22, un’anima cinica, un po restia ma che riesce a entrare in relazione con Joe. Anima 22 non ha nessuna intenzione di vivere la sua vita e nemmeno di andare sulla Terra perché in fondo teme di non essere adatta. Quando cadono sulla terra, Anima 22 abita il corpo di Joe e Joe quello di un gatto. Sulla Terra, Anima 22 scopre i sapori del buon cibo, come gustare una pizza, assaporare un lecca-lecca, ascoltare musica, vedere il cielo e notare le foglie che cadono.

Anima 22: -“Dico sempre che la Terra è un postaccio. Ma non è stato un dramma … Ho sempre pensato che qualcosa non andasse in me, di non essere all’altezza per vivere e poi mi hai mostrato cosa significa avere uno scopo, una passione, magari la mia scintilla è guardare il cielo blu o semplicemente camminare…

Un film della Disney intriso di significati psicologici, un modo per riflettere su come vivere la nostra vita. Molto spesso ci perdiamo inconsapevolmente nei sogni e nelle passioni, facciamo il possibile per inseguire una meta, agiamo esclusivamente affinché quel desiderio si realizzi ma non appena lo raggiungiamo non basta a soddisfare l’essenza del vivere e a renderci completamente pieni di noi stessi. Così finiamo per tralasciare e per non dar peso a qualcosa che caratterizza e arricchisce il nostro vivere quotidiano, come parlare con un amico o coltivare una relazione affettiva o semplicemente passeggiare e notare il mondo che ci circonda.

Ed è quello che accade a Joe, scopre nell’altra dimensione di avere una vita un po’ metodica, a tratti triste, insulsa e in solitudine, e crede che ciò che conta sia solamente la sua musica Jazz.

Quando Joe riprende ad abitare il suo corpo, riesce a suonare nella band di Dorothea Williams riscuotendo grande successo ma si accorge che la sua attesa tanto agognata e sperata non lo soddisfa completamente.

Dorothea: “Si torna qui domani sera e si ricomincia. Qualcosa non va prof?

Joe: “È che io stavo aspettando questo giorno da tutta la vita e credevo fosse diverso”.

Dorothea: “Conosco una storia che parla di un pesce che va da un pesce anziano e gli dice: Sto cercando quella cosa che tutti chiamano oceano. L’oceano? risponde il pesce più vecchio: è quello in cui nuoti adesso. Questo? dice il giovane pesce. Questa è acqua, io cerco l’oceano!

Joe si accorge che non è sufficiente la musica per vivere una vita piena e felice. Scopre che ciò che conta è saper cogliere ogni attimo, assaporare giorno dopo giorno i diversi momenti, senza cercare di ridurre il proprio talento a un’unica condizione esistenziale.

Allo stesso modo, quasi l’altra faccia della medaglia è credere di non essere adatti alla vita proprio come Anima 22, ossessionata da credenze negative su di sé.

Un susseguirsi di pensieri negativi affollano la mente di 22: – prendi decisioni sbagliate, non sono niente, sono inutile, mi arrendo, sei disonesta, nessuno vorrà mai starti accanto, sei una perdita di tempo, non troverai mai la tua scintilla, sei una perdita di tempo…tu non hai nessuno scopo…non sono abbastanza brava.

Proprio come Anima 22, quando pensiamo di non valere, di non essere capaci, di non avere nessuna progettualità, finiamo per perderci e scollegarci dal mondo e da noi stessi.

Un film che fa riflettere sul vero senso dell’esistenza umana. Un senso che si perde quando ci incaselliamo in schematismi, in rigide regole, e tutto questo ci allontana dall’essenza della vita, oscurando la vera scintilla che è in noi. La scintilla non è perseguire uno scopo, una meta, un obiettivo bensì essere pronti a vivere. E essere pronti alla vita significa assaporare ogni aspetto, cogliere le cose più semplici, quelle che reputiamo banali, quelle che diamo per scontate. La scintilla è un inno alla vita a prescindere dagli scopi. È all’origine di chi siamo, come vogliamo essere, cosa vogliamo realizzare.

Infatti, Joe impara, nella sua seconda possibilità di vita che è importante la scintilla, e quando gli viene chiesto come passerà il resto della vita, risponde: – So che ne assaporerò ogni momento.

Oltre a scoprire e dare importanza alla scintilla che è in noi, Soul fa riflettere su come a volte siamo capaci di stravolgere i nostri piani ed essere felici lo stesso. A volte basta modificare il piano di lettura sul mondo, cambiare quello che non ci piace, ridimensionare i propri progetti, inventarne degli altri. Questo viene descritto molto bene nel personaggio Dez, il barbiere di Joe.

Un dialogo significativo tra anima 22 nel corpo di Joe e il barbiere: – Ti dicono che sei nato per fare una cosa ma poi come capisci qual è la cosa giusta e se scegli una cosa sbagliata o di qualcun altro? Poi resti intrappolato. Il barbiere: – Mah non è sempre così, si può scegliere altri percorsi ma essere felici lo stesso.

Un film che riesce a cogliere l’importanza delle ambizioni personali, il significato della vita, le relazioni genitori – figli. Joe e la mamma hanno punti di vista divergenti che creano spesso tensioni. Joe vorrebbe realizzare la sua passione, il suo sogno, la mamma desidererebbe per il figlio un posto di lavoro a tempo indeterminato che possa offrirgli una stabilità economica. Un Joe un po’ sbadato, remissivo, compiacente, passivo con comportamenti di evitamento del conflitto. La mamma appare una donna energica, rigida, autorevole e molto protettiva. Una protezione giustificata dalla paura che suo figlio possa avere difficoltà economiche come suo padre. Tutto questo però porta il figlio a mentirle, quando finalmente Joe riesce a comunicare in modo autentico il suo più grande desiderio, e quanto sia radicato in lui, la mamma lo accoglie, lo supporta; gli aggiusta l’abito di suo papà in occasione del suo debutto.

Un film animato che può avere una chiave di lettura psicoterapeutica e rispecchiare alcune principali teorie e orientamenti psicologici. Basti pensare ai principi della mindfulness; prestare attenzione con intenzionalità e consapevolezza alle esperienze della vita, al momento presente e al valore della pienezza del vivere o alla terapia cognitivo comportamentale con i suoi costrutti e credenze disfunzionali. Gli schemi cognitivi su di sé possono alterare e distorcere la corretta elaborazione dell’informazione e molte credenze negative possono condizionare il comportamento e le scelte.

Soul ci insegna a superare gli schematismi, a non focalizzare i nostri piani su un unico scopo. Se lo scopo in cui abbiamo investito è unico, il suo fallimento costituisce una sconfitta totale, assoluta, quindi intollerabile e fonte di grande sofferenza. Avere più scopi significa poter orientare le nostre scelte quando uno di essi fallisce, oltre che imparare a gestire le difficoltà e a non soccombere quando si crea un vuoto predittivo.

 

Caratteristiche della relazione romantica in individui affetti da disturbo borderline di personalità

Lo studio di Gómez et al. (2020) ha indagato il profilo clinico di 49 pazienti ambulatoriali con Disturbo Borderline di Personalità confrontando tra loro gli individui con e senza una relazione romantica.

 

Il disturbo borderline di personalità (DBP), che colpisce il 10% dei pazienti psichiatrici ambulatoriali ed il 20% di quelli ricoverati (Del Barrio, 2016; Skodol et al., 2002) è caratterizzato da alterazioni dell’identità, disregolazione emotiva, grave impulsività e problematiche interpersonali (Bagge et al., 2004; Sanislow et al., 2002), che si ripercuotono sul funzionamento generale e relazionale dell’individuo. Questi pazienti hanno maggiori difficoltà a mantenere stabili e positive relazioni sociali, che tendono ad essere meno soddisfacenti (Skodol et al., 2002) e soggette a precoce rottura (Zeigler-Hill & Abraham, 2006).

Inoltre, la fedeltà relazionale viene compromessa a volte a causa della loro tendenza alla promiscuità sessuale; ovvero il cambio repentino di partner nel corso della vita.

Secondo uno studio trasversale, una minore soddisfazione emotiva nelle relazioni romantiche era predetta da impulsività, depressione e sfiducia interpersonale tra coloro con DBP (Miano et al., 2017). In ulteriori indagini, questa insoddisfazione emotiva si associava a sua volta alla futura comparsa di comportamenti patologici tra i pazienti, come attaccamento ambivalente ed ansioso, comunicazione passivo-aggressiva e continue richieste di affetto al partner (Bodenmann et al., 2007). Tra le cause dello sviluppo di un attaccamento insicuro nella relazione amorosa è stata riscontrata la presenza di traumi infantili (Wishman et al., 2006).

Nonostante molta letteratura abbia indagato le relazioni romantiche nei pazienti con DBP, sono state valutate solo la soddisfazione e la qualità relazionale e non l’emergere di aspetti psicopatologici (ovvero impulsività, vuoto emotivo ed ostilità). Oltre ad essere state trascurate le ripercussioni interpersonali degli episodi traumatici infantili la ricerca non ha chiarito come mai alcuni pazienti con DBP siano in grado di mantenere stabilmente un partner relazionale, nonostante la loro psicopatologia.

Con lo scopo di colmare parzialmente queste lacune, lo studio di Gómez et al. (2020) ha indagato il profilo clinico di 49 pazienti ambulatoriali con DBP confrontando tra loro gli individui con e senza una relazione romantica.

L’obiettivo era determinare se ci fossero differenze nelle caratteristiche psicopatologiche, nello stile di attaccamento adulto, nell’autostima, nella qualità della vita e nel tipo di episodi traumatici infantili. Sono state inoltre verificate le correlazioni tra alcune caratteristiche cliniche del paziente e del partner (ovvero personalità, stile di comunicazione e di attaccamento, autostima, qualità della vita, ostilità e soddisfazione emotiva e sessuale).

Sebbene non siano emerse differenze nella gravità clinica della patologia borderline tra coloro senza e con partner, questo secondo gruppo presentava un livello più alto di aggressività espressa, una maggiore incidenza di episodi infantili traumatici (abuso emotivo, abuso sessuale ed abbandono emotivo) oltre che un attaccamento evitante. Coerentemente con la letteratura, la presenza di un trauma precoce, tratti impulsivi, ostili, ed uno stile di attaccamento evitante tra coloro affetti da DBP (Bouchard & Sabourin, 2009), inducono la ricerca di una relazione stabile e soddisfacente che possa compensare il trauma infantile, originato da un modello relazionale precoce instabile di dipendenza emotiva (Montes-Berges, 2009).

Inoltre, coloro con DBP e una relazione amorosa, riportavano una più bassa autostima, una salute fisica peggiore, ma livelli più alti di benessere psicologico. Questa apparente contraddizione suggerisce che i pazienti con stabilità relazionale, potrebbero sfruttare l’attaccamento sentimentale per compensare lo scarso affetto che rivolgono a sé stessi; per cui la relazione diviene fondamentale poiché conferisce stabilità alla propria identità ed al proprio concetto di sé.

Mentre coloro con maggiori livelli di autostima non erano tendenzialmente coinvolti in una relazione sentimentale, l’aggressività fisica era la variabile clinica più implicata nella predizione dello stato civile impegnato. Infatti, coerentemente ad uno studio longitudinale, il 37% delle coppie con partner affetto da DBP, erano vittime di violenza fisica e psicologica (Zanarini et al., 2011). Altre indagini sulla stessa linea, hanno riscontrato che il 20-60% delle coppie riportava aggressioni fisiche, mentre per l’80% erano verbali (Bouchard et al., 2009; Eckhardt & Crane, 2015). Tali risultati vengono ricondotti alla tendenza alla reattività emotiva che questi individui mostrano all’interno del conflitto coniugale (Bouchard et al., 2009).

Per quanto concerne le correlazioni tra caratteristiche cliniche del partner e del paziente; è emerso che la gradevolezza nella relazione si associava ad una comunicazione esigente del membro con DBP, a testimonianza del fatto che il rapporto era consolidato in una dinamica relazionale patogena e persistente.

Inoltre, la coscienziosità del partner correlava con la soddisfazione emotiva nel paziente per la presenza di uno stile relazionale che agisce secondo ruoli stabiliti in un legame di interdipendenza. Infatti, di fronte alle richieste persistenti di origine emotiva dell’individuo con DBP, il partner è in grado di contenere tale reattività.

Questi aspetti relazionali di codipendenza e scarsa autonomia del paziente con DBP, possono essere oggetto di intervento mediante tecniche cognitivo comportamentali (Christensen et al., 1995).

In conclusione, sebbene questo studio abbia approfondito alcune dinamiche relazionali dei pazienti affetti da DBP, non è esente da limiti. Oltre ad essere un’indagine trasversale, per cui non è possibile ricondurre in modo causale le variabili indagate alla psicopatologia borderline, sono state incluse variabili raccolte retrospettivamente e la dimensione limitata del campione non consente la generalizzazione dei risultati.

Accanto alle indagini trasversali, sarebbero vantaggiosi studi longitudinali nella valutazione dell’aspetto relazionale di questi pazienti. Divenire consapevoli dell’incidenza di disturbi psichiatrici, traumi infantili e schemi disadattivi nei pazienti con DBP e nelle coppie che costituiscono, potrebbe fornire informazioni cliniche per comprendere in modo più approfondito lo schema reiterato che emerge nella relazione.

 

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