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Pet Therapy: benessere e salute a portata di zampa – Dalle tipologie di intervento agli animali coinvolti

La pet therapy utilizza gli animali per diversi impieghi, come la riabilitazione, la terapia, le attività educative e ludico-ricreative. Questi tipi di interventi sono rivolti soprattutto ad individui che hanno disturbi della sfera fisica, neuromotoria, mentale e psichica o possono rivolgersi anche ad individui sani.

 

La pet therapy si basa sul concetto che un animale possa incidere positivamente sulla salute umana, questo viene definito pet effect (Cirulli, 2018). Generalmente all’interno di una terapia si intende lenire le sofferenze delle persone e questo implica una relazione tra due esseri viventi, solitamente della stessa specie (medico o psicoterapeuta e paziente), mentre con l’introduzione della pet therapy all’interno di questo rapporto si aggiunge una figura di un’altra specie (Giacon, 1992). La pet therapy è una tipologia d’intervento di recente sviluppo e negli ultimi anni ha suscitato dell’interesse nella comunità scientifica (Cirulli, 2018).

L’Associazione internazionale delle organizzazioni di interazione umana-animale (IAHAIO) nel marzo 2013 ha riconosciuto gli Interventi Assistiti con l’Animale (IAA) come intervento orientato e strutturato verso obiettivi che includano o incorporino gli animali nella salute, nell’istruzione e nei servizi umani al fine di un miglioramento terapeutico nell’uomo (Nordgren & Engstrom, 2013).

Pet therapy

Il ministero della salute (2015) afferma che la pet therapy, in italiano Interventi Assistiti con l’Animale (IAA), utilizzi gli animali per diversi impieghi, come ad esempio la riabilitazione, la terapia, le attività educative e ludico-ricreative. Questi tipi di interventi sono rivolti soprattutto ad individui che hanno disturbi della sfera fisica, neuromotoria, mentale e psichica o possono rivolgersi anche ad individui sani.

Gli interventi assistiti con l’animale si suddividono in Terapia Assistita con gli Animali (TAA), Educazione Assistita con gli Animali (EAA) e Attività Assistita con gli Animali (AAA).

  • La TAA consiste in un intervento terapeutico che ha l’obiettivo di curare i disturbi della sfera fisica, neuro e psicomotoria, cognitiva, emotiva e relazionale. Questa tipologia di intervento può essere rivolta a soggetti che soffrono di patologie fisiche, psichiche, sensoriali di qualunque origine. La TAA si costruisce ad hoc per il paziente a cui è rivolta e richiede apposita prescrizione medica (Ministero della salute, 2015).
  • L’EAA ha lo scopo di promuovere, attivare e sostenere le risorse, le potenzialità di crescita e le progettualità individuali, di relazione ed inserimento sociale delle persone in difficoltà. Questa tipologia d’intervento contribuisce a incrementare la qualità di vita della persona, a rinforzare l’autostima del soggetto coinvolto e può essere un utile risorsa per una rieducazione comportamentale. L’EAA possono essere svolte singolarmente o in gruppo. Si può applicare a istituti per anziani, pazienti psichiatrici, residenze sanitarie assistenziali, comunità per minori, carceri ecc. (Ministero della salute, 2015).
  • L’AAA è una tipologia d’intervento che ha una finalità ludico-ricreativa e di socializzazione attraverso cui si cerca di promuovere il miglioramento della qualità di vita, la corretta interazione uomo-animale e intende promuovere un reciproco benessere. Le attività sportive-agonistiche che includono gli animali non rientrano in questa tipologia (Ministero della salute, 2015).

Animali impiegati per le attività di IAA

Gli animali che possono essere adoperati per l’IAA rientrano nelle specie animali domestiche poiché sono più idonei ad instaurare relazioni sociali con gli uomini. In questa classificazione rientrano: cani, cavalli, asini, gatti e conigli. Altre tipologie di animali potranno essere utilizzate nell’ambito della pet therapy solo se saranno accettate dal Centro di Referenza Nazionale Interventi Assistiti con gli Animali (CRN IAA). Prima di avviare un progetto di pet therapy l’animale utilizzato dovrà avere un’abilitazione e superare la valutazione da parte del veterinario. Tutti gli animali che hanno subito maltrattamenti o abbandoni non possono essere impiegati per l’IAA, questo vale anche per gli animali che sono stati nei rifugi a meno che non intraprendano un percorso di rieducazione e socializzazione. Anche i cuccioli non possono partecipare alle attività di pet therapy, mentre le femmine adulte non possono lavorare durante il periodo estrale, la lattazione e quando si trovano in uno stato di gravidanza avanzato (Ministero della salute, 2015). Un animale per poter essere impiegato in attività di pet therapy deve rispettare dei requisiti sanitari e comportamentali. Ogni animale ha una propria cartella clinica dove vengono registrate l’anamnesi, lo stato sanitario, le profilassi eseguite, le eventuali terapie e l’esito della valutazione comportamentale. Le cartelle devono essere costantemente aggiornate poiché, durante le varie attività annuali, gli animali sono tenuti sotto costante monitoraggio dal veterinario che compila una valutazione finale. Per ogni animale che svolge le attività di IAA si redige una scheda di registrazione degli interventi svolti che verrà allegata alla cartella clinica (Ministero della salute, 2015).

Équipe

Per poter svolgere un’attività di pet therapy è necessario far parte di un’équipe composta da specifiche figure professionali: medico veterinario esperto in IAA, coadiutore dell’animale, responsabile di progetto, responsabile d’intervento e responsabile di attività.

  • Il veterinario collabora in base al progetto con il responsabile di progetto o con il responsabile dell’attività nella scelta della specie animale e della coppia coadiutore-animale. Valuta i requisiti sanitari e comportamentali dell’animale impiegato e indirizza alla corretta gestione dello stesso assumendone la responsabilità.
  • Il coadiutore dell’animale è colui che gestisce l’animale durante le sedute.
  • Il responsabile di progetto si occupa della coordinazione dell’équipe nella definizione degli obiettivi del progetto, delle relative modalità di attuazione e valutazione degli esiti. Per rivestire questo ruolo bisogna essere o un medico specialista o uno psicologo-psicoterapeuta.
  • Il responsabile di intervento al contrario del coadiutore dell’animale si occupa della persona a cui è rivolto l’intervento. Questo ruolo può essere rivestito da chi è in possesso di un diploma di laurea triennale in ambito sanitario, psicologico o educativo.
  • Il responsabile di attività gestisce l’organizzazione e coordina le attività del progetto. Questa figura può essere rivestita da figure professionali e operatori che abbiano esperienza e competenze in corrispondenza agli obiettivi che sono stati posti per il progetto.
    (Ministero della salute, 2015)

 

Come possiamo fare per gestire al meglio le frustrazioni di ogni giorno – Report dall’evento

Per frustrazione si intende una situazione in cui un individuo si trova quando è ostacolato, temporaneamente o in modo permanente, rispetto alla possibilità di soddisfare i propri bisogni. Il sano sviluppo psicologico del bambino si lega strettamente all’alternanza di frustrazione e gratificazione.

 

Secondo il modello teorico di Young (2003) e di Liotti (2001) la condizione umana viene considerata come soddisfazione e gestione di bisogni personali. Tali bisogni esistenziali sono innati e si possono suddividere in tre categorie: bisogni basici, ossia di sopravvivenza, come la nutrizione e la sicurezza; bisogni affettivi e sociali, che vanno dal bisogno di cura reciproca e vicinanza affettiva fino alla collaborazione sociale complessa; e bisogni individuali, che riguardano lo sviluppo, la realizzazione personale e l’autostima e implicano l’esplorazione dell’ambiente e l’affermazione sociale. Già alla nascita ogni persona presenta però bisogni in contrapposizione tra loro (come il bisogno di protezione e il bisogno di esplorazione), pertanto una quota di frustrazione è naturale nel processo evolutivo e riguarda tutti gli individui. Inoltre, la tolleranza alla frustrazione è particolarmente rilevante nei disturbi di personalità perché, ad esempio, nel disturbo di personalità dipendente si assiste a una focalizzazione sui bisogni di protezione e vicinanza affettiva, mentre nel disturbo narcisistico di personalità si punta maggiormente ai bisogni individuali di successo e realizzazione.

Per frustrazione, infatti, si intende una situazione in cui un individuo si trova quando è ostacolato, temporaneamente o in modo permanente, rispetto alla possibilità di soddisfare i propri bisogni. Il sano sviluppo psicologico del bambino si lega strettamente all’alternanza di frustrazione e gratificazione e si possono individuare molteplici cause di frustrazione, quali: fattori fisici, poiché la nascita stessa è frustrante per il neonato che si trova improvvisamente in un contesto completamente diverso da quello precedente, il quale può apparirgli ostile e far diventare primario il bisogno di accudimento e di protezione; fattori sociali, dato che far parte di un gruppo sociale e dover rispettare delle norme spesso impedisce il soddisfacimento dei bisogni personali, generando un senso di intolleranza verso quanto stabilito (ad esempio per il bambino il controllo degli sfinteri è estremamente frustrante all’inizio); infine, fattori personali che possono essere biologici, vale a dire questi aspetti che riguardano la condizione fisica di un organismo e vengono vissuti negativamente (statura bassa, occhiali, orecchie a sventola), psicologici, perché riguardano dei tratti di personalità (sentirsi a disagio in una società competitiva se l’individuo è maggiormente portato per il contatto umano e l’emotività), e sociali, i quali hanno a che fare con la società (non accettare di vivere in un determinato contesto sociale).

Generalmente quando si è bambini è compito dei genitori rendere le frustrazioni tollerabili, tuttavia esistono alcuni stili educativi che possono creare difficoltà in questo processo. Un esempio è lo stile iperprotettivo in cui il bambino è sottoposto a cure meticolose e regole rigide riguardo l’esplorazione dell’ambiente e la possibilità di fare nuove esperienze che gli causano frustrazione; un ulteriore esempio è rappresentato dallo stile opposto, remissivo ed indulgente, in cui il genitore tende ad assecondare tutti i bisogni del bambino, in questo caso il bambino si troverà di fronte a svariate problematiche nel momento in cui uscirà dal contesto familiare e dovrà affrontare un ambiente esterno che non favorisce le sue esigenze.

Un modello che entra in merito della difficoltà di regolazione emotiva è il modello biosociale di Marsha Linehan che pone l’accento su fattori temperamentali che comportano un’elevata vulnerabilità emotiva e soprattutto su fattori ambientali che invalidano l’esperienza emotiva. Il termine ambiente invalidante sta ad indicare un ambiente che non accoglie le emozioni del bambino negandole, trascurandole o sminuendole. Un ambiente di questo tipo determina conseguentemente la credenza nel bambino che la sua emotività non vada bene e lo spinge a mettere in atto delle strategie di fronteggiamento delle emozioni non adattive. In particolare, non permette al bambino di sviluppare il costrutto di regolazione emotiva, ossia di avere consapevolezza e di comprendere le proprie emozioni, di accettarle, di controllare le emozioni negative continuando a perseguire i propri obiettivi e di utilizzare strategie di regolazione flessibili e adatte al contesto.

La regolazione emotiva può essere spiegata tramite il concetto di finestra di tolleranza di Siegel che permette di misurare lo stato di arousal di un individuo. Nello specifico, tale arousal tende ad avere dei picchi alti (iperarousal) o bassi (ipoarousal) in base alle situazioni che il soggetto percepisce come attivanti o calmanti durante la giornata, pertanto fluttuare all’interno della finestra di tolleranza è normale, tuttavia quando l’arousal supera i confini della finestra l’individuo sperimenta un senso di disregolazione, percependosi come fuori controllo, troppo agitato o al contrario scarico e apatico. Tali sensazioni portano a un malessere psichico da cui la persona vuole uscire per rientrare nella finestra di tolleranza; con questo scopo spesso gli individui mettono in atto un agito impulsivo che rappresenta una strategia disfunzionale poiché ha come effetti collaterali la sperimentazione di vergogna o senso di colpa, sensazioni che portano di nuovo alla fuoriuscita dalla finestra di tolleranza, determinando l’instaurarsi di un circolo vizioso. Per questo motivo, per essere efficace un sistema di regolazione emotiva deve essere flessibile e responsivo ai cambiamenti contestuali.

Secondo le teorie cognitive standard (Ellis, A., 1957, 1962; Beck, AT, 1967) i disturbi da bassa tolleranza alla frustrazione sono dovuti a convinzioni rigide su di sé e sul mondo esterno, vale a dire idee irrealistiche e doverizzazioni che creano un approccio alle situazioni esterne disfunzionali. Esistono infatti delle strategie adattive e non adattive di gestione delle emozioni e all’interno del secondo gruppo è possibile trovare la soppressione dell’esperienza emozionale (tentativo di non sentire e ignorare l’emozione), l’evitamento sia della dimensione esperienziale dell’emozione sia di quella comportamentale e il rimuginio e la ruminazione (tentativo di regolare le emozioni focalizzandosi in modo ripetitivo sull’esperienza emozionale e sulle relative cause e conseguenze). In questi disturbi, come fattori di mantenimento, un’attenzione particolare si dà alla ruminazione rabbiosa che consiste in uno stile di pensiero ricorrente e negativo focalizzato su eventi che inducono rabbia. La ruminazione rabbiosa si riconosce dalle sue 5 componenti che si intrecciano in un dialogo interno e consistono in: rievocazione di esperienze passate, attenzione verso le emozioni scaturite, elaborazione controfattuale del passato (avrei dovuto comportarmi diversamente), elaborazione analitica dell’evento ed elaborazione di ipotetici scenari di risoluzione o vendetta. Come dimostrato da molteplici studi scientifici, la ruminazione rabbiosa è uno stile di pensiero svantaggioso poiché prolunga e intensifica l’emozione di rabbia, ritarda i tempi di ritorno alla baseline, consuma le risorse adibite all’autocontrollo (favorendo gli agiti impulsivi) e aumenta la probabilità di risposte comportamentali aggressive. Al contrario, le strategie adattive permettono di regolare le emozioni e di acquisire nuove abilità, alcuni esempi sono: la ristrutturazione cognitiva (reappraisal) che consiste nella generazione di interpretazioni positive su una situazione stressante, il problem-solving, ossia il tentativo di cambiare volontariamente una situazione stressante o di contenerne le conseguenze e l’accettazione non giudicante dell’esperienza emozionale.

Infine, risultano fondamentali le tecniche di regolazione di stati interni per esporsi e arrivare a gestire le emozioni, come le tecniche di rilassamento (rilassamento muscolare progressivo), la mindfulness (accettare in modo non giudicante quello che succede e distanziarsi per poter agire in modo più finalizzato a uno scopo) e le tecniche di gestione della sofferenza emotiva, le quali si utilizzano nelle situazioni in cui l’individuo è sovraesposto a stimoli che gli suscitano emozioni negative. Un esempio di tecnica appartenente a quest’ultima categoria è l’abilità TIPP di Marsha Linehan che contempla il cambiamento della chimica del corpo, abbassando la temperatura corporea con acqua fredda, applicandosi in un esercizio intenso per calmarsi, respirando lentamente o rilassando la muscolatura.

 

GUARDA IL VIDEO DELL’EVENTO:

 

 

Donne e lavoro, l’Ordine degli Psicologi ER: “L’essere multitasking sta diventando una schiavitù”

COMUNICATO STAMPA

6 marzo – Dipendenza dagli strumenti digitali, isolamento, depressione, paura, rabbia, frustrazione. Sono solo alcuni effetti del “multitasking” portato al suo eccesso su cui invita a porre l’attenzione l’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi dell’Emilia-Romagna.

In occasione della Giornata Internazionale dei diritti della donna (8 marzo), l’Ordine riflette sulla condizione delle donne lavoratrici, a cui in questo delicato momento storico viene richiesto di somigliare sempre più “a dee Kali”, forti, invincibili e con mille braccia.

“L’essere multitasking, vale a dire la capacità di ‘fare più cose contemporaneamente’, specie nell’ultimo anno si è trasformata per le donne da qualità a schiavitù”, dice Carmelina Fierro, consigliera dell’Ordine e coordinatrice della commissione Pari Opportunità. Questa abilità, spiega Fierro, a causa delle nuove modalità di lavoro legate all’emergenza pandemica da Covid19, è diventata una pretesa di spazi e tempi da parte dei datori di lavoro e, insieme, una patologia.

Molte donne, dall’anno scorso, si sono trovate a lavorare tante ore al giorno davanti a uno schermo, provando con difficoltà a trovare un equilibrio con i tempi della vita familiare e privata e subendo conseguenze da non sottovalutare.

Il sovraccarico di attività e pretese da parte di datori di lavoro e collaboratori, spiegano infatti dall’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi, può portare a dipendenza dai device digitali, stress lavoro correlato, burnout – cioè un cortocircuito dovuto allo stress eccessivo – isolamento, depressione, stati d’ansia che si possono trasformare in angoscia.

Tali effetti hanno portato, in una spirale di conseguenze, anche alla riduzione del lavoro.

“Le donne lavoratrici sono una categoria da proteggere perché in fase di estinzione – spiegano alla Commissione Pari Opportunità dell’Ordine regionale – Le aziende dovrebbero essere a conoscenza sia delle opportunità sia dei pericoli dello smartworking, vedere i dipendenti non solo come un costo ma come l’unica fonte di produttività e mettere in atto delle azioni per favorire la salute dei dipendenti e dei collaboratori, per esempio coinvolgendo psicologhe e psicologi per potenziare le risorse e rivedere l’organizzazione aziendale”.

Coloro che hanno ridotto il carico di lavoro, per scelta o perché costrette, hanno guadagnato meno e questo ha portato a una diminuzione della domanda di sostegno psicologico, che sarebbe invece stata fondamentale proprio per affrontare le conseguenze dello smartworking e dell’applicazione del concetto di “multitasking”. La perdita del lavoro, la paura per il futuro e la rabbia connesse a queste condizioni portano inoltre a tensioni che se non vengono riconosciute ed elaborate diventano vere e proprie armi.

#TUPUOIVOLARE (2020) di Marika Gesuè- Recensione del libro

#TuPuoiVolare: solo il titolo di questo libro è in sé per sé un messaggio di speranza, ma soprattutto trasmette un senso di leggerezza.

 

Lo stesso senso lo esprimono le bellissime illustrazioni realizzate dall’autrice del libro e che completano il romanzo stesso.

La storia narra di Odette, in principio una bambina spensierata che trova gioia nel giocare in compagnia del suo palloncino giallo di nome Su. Odette è una scolara e una bambina modello agli occhi altrui, ma al contempo una bimba pensierosa, messa in trappola dai suoi stessi pensieri che le affollano la testa e che ella stessa ha difficoltà a tenere a bada.

I troppi pensieri tendono a confonderla e a fare del mondo un “mondo tutto suo”. Odette si sente turbata come chi vive in un mondo parallelo, estranea da ciò che la circonda.

L’autrice descrive in prima persona i pensieri e le sofferenze dalla protagonista, rendendo in grado chi legge di percepire quella sensazione di trappola in cui vive Odette, una trappola di pensieri ossessivi che con il tempo diventano anche persecutori.

Un salto temporale conduce il lettore nell’adolescenza della protagonista, la quale ormai non si fida più di nessuno, ma soprattutto è schiava di voci presenti solo nella sua mente.

La narrazione in prima persona non solo ci proietta nella mente di Odette, ma ci consente di viverne appieno la sua sofferenza, la sua confusione, il suo smarrimento.

Ed è confusa Odette, soprattutto quella mattina in cui si risveglia in un letto di ospedale.

Siamo meno confusi noi lettori, consapevoli del fatto che quella altro non è che una naturale conseguenza di una mente turbata: il ricovero ospedaliero.

Eppure è proprio in quelle quattro mura che Odette riesce ad esprimere al meglio se stessa, e ad aiutarla sono soprattutto “i palloncini”!

Il mondo di Odette pare quasi “fiabesco”, colorato, ed è molto brava l’autrice a farci vivere queste sensazioni con i suoi disegni altrettanto colorati.

Il suo amico di infanzia, il palloncino Su, è tornato a farle visita ma stavolta Odette è consapevole del fatto che lui può volare! E non solo lui. Tutti, una volta raggiunto il fondo, possono rialzarsi.

La protagonista del libro scrive, e i suoi pensieri non sono più accavallati nella sua mente in modo confusionario, ma trovano il loro spazio sulla carta.

Odette scrive senza tregua, e si rende così conto che la libertà esiste, non solo per i palloncini, ma per chiunque, perché al di là dei propri pensieri esiste un mondo.

Il palloncino Su adesso è libero di volare, ma sono ben altri i palloncini che fanno compagnia ad Odette: quelli offerti dagli operatori della Clown Terapia.

Seguendo questo percorso, sia collettivo che individuale la ragazza ritrova se stessa. E al termine del libro ella è in possesso della propria bussola, la stessa che possiedono i palloncini quando si perdono nel mondo di BallonSky.

Odette si è finalmente resa conto che “può volare”.

Si tratta di un libro dalla prosa dolce e delicata che affronta con pacatezza un argomento non facile.

L’autrice è in grado di alleggerire la tematica utilizzando i disegni, i colori e le metafore.

Diviene impossibile non catapultarsi nel mondo di Odette, dapprima confuso, successivamente leggero.

Tutto il libro in sé e per sé altro non è che un messaggio di speranza: chiunque può essere in grado di ritrovare la propria bussola dopo un periodo di smarrimento.

Da non tralasciare il fatto che viene posto l’accento anche sull’importanza della Clown Terapia, il trattamento allegro e colorato che ha la capacità di condurre il paziente verso la rinascita.

Perché anche nei momenti difficili non bisogna mai dimenticare che tutti noi abbiamo la capacità di poter volare!

 

L’avvento delle psicotecnologie: le sfide e le opportunità illustrate dal Dott. Bernardelli durante la European Conference on Digital Psychology

Il binomio “Psicologia Digitale” può in prima battuta apparire impensabile, ma questa disciplina avanguardista consentirà una più efficace comprensione della mente umana e, conseguentemente, la messa a punto di nuovi strumenti e protocolli volti a promuovere il benessere del singolo e della comunità.

 

Nelle giornate del 19 e del 20 Febbraio si è tenuta la prima Conferenza Europea sulla Psicologia Digitale. La suddetta, organizzata dalla Sigmund Freud Univeristy di Milano e svolta online, aveva l’obiettivo di fornire una panoramica rispetto al modo in cui l’avvento del digitale stia drasticamente modificando la vita di ciascuno di noi, mettendo in luce le opportunità e le sfide che si prospettano nel lavoro di ricercatori, psicologi e psicoterapeuti.

L’evento è apparso perfettamente in sincronia con ciò che stiamo vivendo. Difatti, nonostante la tecnologia sia entrata a far parte delle nostre vite ormai da tempo, il 2020 ha fatto sì che noi tutti ne diventassimo dipendenti. Dipendenza. All’oggi, quando si parla di digitale, è uno dei primi termini che viene alla mente. Infatti, l’avvento tecnologico ha fatto da battistrada ad innumerevoli rischi, che spesso si traducono in sofferenze, o nel peggiore dei casi, in veri e propri disturbi. Non siamo più in grado di tenere a mente informazioni, in quanto facilmente recuperabili attraverso i motori di ricerca, siamo bombardati da fake news, assistiamo a fenomeni di cyberbullismo o, ancora, temiamo le online challenge che, attualmente, stanno conducendo gli adolescenti a compiere gesti estremi, pur di omologarsi alla massa.

Ma la tecnologia comporta anche dei benefici.

Queste sono state le parole del Dott. Luca Bernardelli, psicologo e fondatore di Become, società dedicata allo sviluppo di psicotecnologie, ovvero,

tecnologie che emulano, estendono e amplificano le funzioni sensomotorie e cognitive della mente. (De Kerckhove, 1993)

Tra le soluzioni digitali presentate vi sono le psicotecnologie di telecomunicazione, che in quest’anno hanno consentito agli operatori sanitari di raggiungere i propri pazienti, indipendentemente dalla loro localizzazione o, i Serious Game, videogiochi che associano l’aspetto ludico con veri e propri obiettivi psicologici e/o pedagogici (Eichenberg & Schott, 2017).

Vi sono poi le psicotecnologie simulative, in cui rientra la realtà virtuale (VR), uno strumento che permette di “replicare” la realtà da ogni punto di vista, consentendo all’utente di superare i propri limiti o i propri traumi, a seconda delle necessità.

Durante il suo intervento, il Dott. Bernardelli ha mostrato ai partecipanti della conferenza alcuni progetti a cui sta attualmente lavorando attraverso l’utilizzo della VR, assieme a equipe multidisciplinari. Uno di questi è “Covidfeelfood” – progetto sviluppato durante l’anno appena trascorso -, che coinvolge un team internazionale guidato dal professor Giuseppe Riva e formato da più di 30 professionisti, tra clinici, neuroscienziati, sviluppatori e artisti.

Difatti, la pandemia e l’isolamento da essa determinato hanno dato vita ad un estremo stress psicologico che ha messo a dura prova l’uomo nella sua totalità.

Le conseguenze negative che quotidianamente siamo chiamati a dover fronteggiare, richiedono la necessità di una strategia e, dato l’isolamento imposto dalle attuali restrizioni, delle soluzioni di cui la popolazione possa usufruire autonomamente, senza spostarsi dalla propria abitazione, potrebbero essere la chiave (Di Lernia et al., 2018).

Il Dott. Bernardelli ha presentato uno studio pilota il cui obiettivo sarà quello di fornire un’evidenza del fatto che un protocollo settimanale di auto-aiuto basato su un’esperienza di VR, chiamata “The Secret Garden”, possa aiutare a superare il disagio psicologico generato dal Coronavirus. Aprendo il video dal proprio smartphone ed indossando un visore, il protagonista sarà catapultato in un’esperienza virtuale, che simula la visita in un giardino Zen, accompagnato da una voce che stimola una forma di rilassamento, strutturata secondo i principi della Compassion Focused Therapy (Gilbert, 2010). Ciò consentirà di disattivare il proprio “sistema di sicurezza” e tuffarsi in una condizione di profonda quiete.

Infatti, per assolvere al proprio obiettivo, i ricercatori hanno utilizzato un video a 360°, che consente agli utenti di immergersi nella registrazione, sperimentando il video da qualsiasi angolazione.

Al termine dell’esposizione ai soggetti vien chiesto di eseguire diversi compiti che altro non sono che un adattamento delle diverse “prescrizioni emotive” progettate dallo psicologo Guy Winch (2013) per reagire alle esperienze che generano dolore emotivo. I compiti mirano a raggiungere differenti scopi come l’imparare a prestare attenzione e a riconoscere la sofferenza; trattare quest’ultima prima che diventi totalizzante o, ancora, trovare un significato anche nei momenti complessi.

I ricercatori hanno ipotizzato che l’utilizzo del suddetto protocollo settimanale ridurrà i livelli di depressione, ansia, stress percepito e disperazione degli utenti e, al contempo, promuoverà la calma e la connessione sociale. Difatti, il team consiglia di condividere l’esperienza anche con altri, in modo da poter ristabilire il senso di comunità di cui siamo stati privati.

I partecipanti verranno assegnati in maniera casuale al gruppo sperimentale ed al gruppo di controllo ed entrambi verranno sottoposti a due tipologie di valutazione. La prima, verrà effettuata all’inizio della sperimentazione, a seguito di quest’ultima e a distanza di due settimane. Essa comprenderà questionari volti a valutare come i partecipanti si siano sentiti nella settimana precedente. Nello specifico, verrà valutato lo stress percepito dai soggetti, i livelli di ansia e depressione, le tendenze pessimistiche e l’atteggiamento negativo rispetto al futuro. Inoltre, si terrà conto del livello di connessione sociale percepito e della qualità dei contatti online ed offline dei partecipanti. Infine, verrà valutato il livello di paura nei confronti della pandemia.

La seconda valutazione, invece, verrà effettuata quotidianamente nell’arco della settimana in cui verrà seguito il protocollo e comprenderà strumenti volti ad indagare lo stato dei partecipanti a seguito della procedura sperimentale. In questo caso, sarà indagato il livello di rilassamento e il distress percepito.

Trascorse due settimane dalla fine dello studio, i ricercatori somministreranno ulteriori questionari al fine di indagare gli eventuali sintomi di malessere esperiti a seguito della sperimentazione.

Come sottolineato dal Dott. Bernardelli, l’obiettivo del protocollo sviluppato e, in generale quello delle psicotecnologie, non è quello di sostituire l’intervento del professionista della salute mentale, bensì quello di supportarlo nel suo operato e, nel caso specifico, ridurre la sofferenza emotiva generata dalla pandemia.

Dunque, per quanto in prima battuta il binomio “Psicologia Digitale” possa apparire impensabile, questa disciplina avanguardista consentirà una più efficace comprensione della mente umana e, conseguentemente, la messa a punto di nuovi strumenti e protocolli volti a promuovere il benessere del singolo e della comunità. Naturalmente per far ciò sarà necessario che i professionisti scendano in campo, al fine di poter supportare lo sviluppo di dispositivi ad hoc.

 

Perché manipolare le persone? – Il sesto episodio di Caffè Cognitivo

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Caffé Cognitivo”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale.

 

Ai tempi degli aperitivi su Zoom e dei brindisi su Skype, non potevano mancare i caffé virtuali. Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Caffé Cognitivo”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche e argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Ogni incontro ha preso avvio da una conversazione tra due o più clinici di Studi Cognitivi per poi aprirsi alle riflessioni e alle domande del pubblico.

 

PERCHÉ MANIPOLARE LE PERSONE?

Videogames e benessere psicologico – Report dall’European Conference on Digital Psychology ECDP 2021

La mattinata del 20 febbraio, secondo giorno di lavori del congresso ECDP 2021, si apre con un approfondimento sull’utilizzo dei videogames, tema al quale vengono dedicate le due relazioni tenute, rispettivamente, dalla dott.ssa Carissoli e dalle dott.sse Mancini e Sibilla.

 

Nel primo intervento la relatrice, la dott.ssa Claudia Carissoli, si chiede se i videogiochi possano essere utilizzati per promuovere il benessere delle persone, proponendosi di approfondire gli aspetti positivi dell’esperienza di gaming.

Gli aspetti legati ai rischi (dipendenza, presenza di contenuti aggressivi, eccessiva sedentarietà o iperattivazione) non vengono, in questa sede, presi in esame, non perché assenti, ma perché si desidera invece investigare specificamente l’esistenza o meno di un utilizzo positivo del prodotto videogioco, un utilizzo mirato alla promozione del benessere della persona.

La prima parte della relazione pone le premesse teoriche, mutuate da numerosi studi effettuati sull’argomento. Si parte dalla definizione di videogioco proposta da Tavinor, il quale afferma che un oggetto può essere definito videogioco quando:

  • funziona attraverso un medium audiovisivo digitale (ad es. un computer, un tablet, uno smartphone);
  • nasce con lo scopo di intrattenere e divertire;
  • utilizza un set di regole (una struttura, ossia delle regole da rispettare all’interno del gioco) e uno scenario simulato interattivo (un ambiente in cui i giocatori interagiscono, percepito come reale nell’ambito del gioco.

Secondo King e colleghi esistono delle caratteristiche che accomunano l’esperienza di tutti i videogiochi e che contribuiscono a rendere l’esperienza di gioco piacevole, vivida ed immersiva:

  • aspetti sociali – il videogioco è dotato di una dimensione relazionale, in quanto consente di giocare, parlare e confrontarsi con gli altri giocatori, sperimentando senso di appartenenza alla comunità dei gamer che giocano al medesimo gioco;
  • sperimentare autonomia attraverso le interfacce di gioco – il giocatore si può muovere liberamente nell’ambiente del videogioco; è l’attore principale e decide autonomamente come agire e cosa fare, diversamente a quello che accade nella fruizione di medium come film o libri;
  • presenza di una narrativa e aspetti identitari– c’è una storia, più o meno complessa, nella quale il giocatore agisce attraverso il proprio avatar; l’avatar consente di esperire aspetti identitari altri, il sé reale e/o il sé ideale, un’esperienza emotivamente personale e molto intensa;
  • premi e punizioni – avviene un processo di apprendimento basato sul rinforzo di comportamenti che risultano efficaci ai fini della buona riuscita nel gioco; alcune strategie cognitive risultano più efficaci di altre, per esempio la ruminazione non viene ricompensata perché rende meno efficaci nel gioco;
  • caratteristiche estetiche molto coinvolgenti – c’è il piacere di fruire di un prodotto bello e curato sul piano visivo e uditivo.

Sulla base di queste premesse il videogioco può rappresentare un mezzo di promozione del benessere emotivo in quanto favorisce, secondo le ricerche effettuate, emozioni positive nei modi seguenti:

  • i videogiochi sono divertenti e permettono di distrarsi, a volte mitigando l’ansia;
  • permettono di sentirsi efficaci quando si diventa in grado di accedere ad un livello di gioco di maggiore complessità;
  • il gioco può avere efficacia sul piano catartico (una ricerca di Colwell mostra che, dopo aver giocato ad un gioco molto aggressivo, dei ragazzi affermavano di stare meglio perché avevano avuto modo di scaricare la rabbia e la frustrazione accumulate durante la giornata);
  • giocare può contribuire a migliorare il grado di regolamentazione emotiva (ad esempio è necessario diventare capaci di tollerare e gestire la frustrazione quando si sbaglia e/o non si ottengono i risultati sperati, perché, altrimenti, non si riesce ad accedere ai livelli di gioco successivi.

Molti studi dimostrano che i videogiochi soddisfano i bisogni psicologici di base di autonomia, competenza e connessione sociale; imparare a tollerare la frustrazione quando non si ottengono i risultati voluti, inoltre, contribuisce ad incrementare il senso di resilienza personale.

Videogames promozione del benessere psicologico Report ECDP Imm 1

Imm. 1 dott.ssa Claudia Carissoli

Il videogioco può rappresentare uno strumento utile anche nel modulare l’umore (scegliendo il gioco più adatto a come ci sentiamo o vorremmo sentirci) e fa vivere un’esperienza di flow, un’esperienza immersiva in cui ci sentiamo coinvolti, sottoposti ad una sfida che abbiamo le risorse per affrontare.

I benefici sul piano sociale si identificano, inoltre, con la necessità di confrontarsi con altri giocatori (amici o estranei che potrebbero diventare amici al di fuori del gioco), di collaborare, di negoziare, di gestire i conflitti, di suddividersi i compiti; ciò favorisce l’apprendimento di competenze relazionali che possono essere trasferite dal gioco al quotidiano, dal virtuale al reale.

Un ulteriore elemento da tenere presente, sul piano della relazione, è la possibilità di sperimentarsi attraverso il proprio avatar con delle modalità differenti dalla vita reale, magari testando delle modalità comportamentali che incutono timore nella realtà. Il videogioco funge, quindi, da “palestra relazionale”.

La seconda parte della relazione è incentrata sulla presentazione di due studi condotti dalla dott.ssa Carissoli, volti ad indagare la natura del legame che unisce videogiochi e benessere emotivo negli adolescenti.

Il primo studio si pone l’obiettivo di verificare se è corretto affermare che i videogiocatori acquisiscano maggiore efficacia nella gestione emotiva. In altre parole è possibile promuovere il benessere emotivo attraverso l’incremento del senso di autoefficacia? In collaborazione con l’università di Milano Bicocca e l’università cattolica di Milano viene effettuata una survey con 500 ragazzi tra i 14 e i 18 anni, per verificare l’esistenza di una relazione tra le ore di gioco, l’autoefficacia e il benessere.

I ragazzi sono stati raggruppati in base alle ore di gioco effettuate al giorno:

  • no gamers (pochi minuti al giorno);
  • low gamers (meno di un’ora);
  • medium gamers (da 1 a 3 ore al giorno);
  • hard gamers (più di 3 ore al giorno).

Dai dati è emerso che, effettivamente, l’attività di videogioco promuove l’autoefficacia; nello specifico, gli hard gamers sono quelli che si sono valutati come più sicuri nell’abilità di riconoscere le emozioni e di gestirle in maniera corretta, in modo particolare le emozioni negative, facilmente elicitate nelle situazioni del videogioco. I giocatori moderati risultano, con un’incidenza significativa sul piano statistico, sentirsi più autoefficaci rispetto ai non giocatori.

Nell’indagare gli effetti sul benessere è emerso, però, che solo i giocatori moderati si sentono significativamente meglio, sul piano del benessere emotivo, rispetto ai non giocatori. Gli hard gamers, per quanto autoefficaci, a livello emotivo non stanno meglio; questo, con buona probabilità, è legato al fatto che videogiocare promuove sì quelle competenze che sentono di avere, ma un un’attività di gioco eccessivo priva la vita quotidiana dei giocatori di altri elementi che sono importanti nel mantenimento del benessere.

Nel secondo studio, prosecuzione di questa ricerca, ci si è chiesti, partendo da queste premesse, se i videogiochi possano essere utilizzati negli adolescenti per promuovere il benessere emozionale a livello più complesso, ad esempio favorendo l’intelligenza emotiva in un contesto scolastico.

I ricercatori si sono proposti di rispondere a questa domanda strutturando un percorso, in 8 incontri (6 incontri e 2 di follow-up), rivolto a 121 studenti delle classi prime delle superiori, durante i quali è stato proposto ai ragazzi l’utilizzo di videogames piuttosto semplici come strumento di apprendimento. L’idea era che, attraverso la sperimentazione in prima persona delle emozioni, si potessero incrementare, nei ragazzi, le competenze legate all’intelligenza emotiva.

I ragazzi del gruppo sperimentale, rispetto al gruppo di controllo, hanno riportato di sentirsi più consapevoli del proprio mondo emotivo; le competenze più elevate nella gestione delle emozioni (ad esempio l’empatia) non risultano aver avuto, in seguito al percorso, incrementi significativi rispetto all’assessment iniziale. A questo proposito, viene sottolineato come il percorso proposto sia stato breve e abbia previsto l’utilizzo di videogiochi molto semplici; si potrebbe ipotizzare che un percorso di durata più lunga e con videogiochi più complessi avrebbe, forse, potuto elicitare competenze emotive di livello più profondo ed elaborato.

Possiamo, in conclusione, desumere che giocare ai videogiochi può essere un’esperienza utile per il nostro benessere, che consente di imparare come gestire meglio il nostro umore e le nostre emozioni, permettendo la sperimentazione di emozioni positive. Nella popolazione adolescenziale emerge che videogiocare può far bene, incrementando senso di autoefficacia e benessere emozionale, a patto, però, che l’attività di gioco sia moderata.

Nel momento in cui, invece, il gamer si dedica al gioco per troppo tempo e l’attività diventa invasiva, allo sviluppo delle competenze non si accompagna l’aumento di benessere emotivo; in questo caso non si registra, quindi, un beneficio, perché l’attività di gioco va a togliere spazio ad attività altrettanto utili.

Nel secondo intervento della mattinata la dott.ssa Tiziana Mancini e la dott.ssa Federica Sibilla approfondiscono la comprensione delle implicazioni psicologiche dei videogiochi, chiedendosi quando essi rappresentino una minaccia per la salute e quando, al contrario, uno strumento per il benessere.

Videogames promozione del benessere psicologico Report ECDP Imm 2

Imm. 2 dott.ssa Tiziana Mancini

Videogames promozione del benessere psicologico Report ECDP Imm 3

Imm. 3 dott.ssa Federica Sibilla 

Il focus del loro gruppo di ricerca si sposta sui processi identitari che si attivano nel gamer, andando ad indagare la relazione tra avatar e giocatore, i bisogni del sé che tale relazione tende a soddisfare e gli effetti che questo tipo di relazione può avere sul benessere o sul malessere (inteso come rischio di dipendenza da gioco) del giocatore.

Nel tentativo di comprendere la funzionalità o la disfunzionalità nell’utilizzo del videogioco si è cercato di approfondire il meccanismo di coinvolgimento generato dai videogames, cosa che ha permesso di differenziare i diversi tipi di coinvolgimento possibili, evidenziando sia modalità di coinvolgimento patologiche che modalità non patologiche.

Ciò permette di evitare di incorrere nel rischio di patologizzare condizioni che, in realtà, non sono psicopatologiche, dato che non implicano compromissioni del funzionamento, limitando il rischio di falsi positivi.

Nell’indagare i processi identitari che si attivano nel gioco è stata analizzata una categoria di gioco denominata M.M.O.R.P.G. – Massively Multiplayer Online Role Playing Games- ossia dei giochi di ruolo in cui l’utente è invitato a creare un avatar personalizzato, scegliendo tra un’ampia gamma di caratteristiche disponibili, avatar che va ad interagire con gli avatar degli altri gamer.

La scelta dell’avatar può essere contraddistinta da diversi livelli di discrepanza tra il sé reale e il sé dell’avatar; si evidenziano tre possibili scenari:

  • avatar attualizzato – il sé reale e l’avatar sono molto simili: l’avatar rappresenta uno strumento di esplorazione di un sé possibile; questa modalità è associata a benessere psicologico (buon livello di autostima del giocatore, basso rischio di gioco problematico);
  • avatar idealizzato – emerge maggiore discrepanza con il sé reale del giocatore: l’avatar costituisce uno strumento di compensazione; il gioco diviene un mezzo per soddisfare dei bisogni che non trovano soddisfacimento nella vita reale (maggior grado di rischio);
  • avatar utopistico – il sé reale del giocatore e l’avatar sono diversissimi, non sembrano avere punti di contatto; questa modalità è associata a basso rischio.

Il processo di identificazione con l’avatar, anche in caso di modalità a basso rischio, come, ad esempio, con un avatar utopistico, può condurre a fenomeni di gaming addiction.

Si è cercato, attraverso uno studio longitudinale che ha coinvolto 147 giocatori di M.M.O.R.P.G, con una survey effettuata attraverso questionari online somministrati ad intervalli nell’arco di tre mesi, di indagare cosa differenzia il gioco inteso in termini positivi, come forte interesse, dal gioco inteso come ossessione con effetti deleteri.

Si è, inoltre, indagato le correlazioni con l’autostima dei soggetti coinvolti e con la loro attitudine a condurre una vita orientata alla ricerca di sensazioni piacevoli (pleasant life), al raggiungimento di benessere attraverso la realizzazione personale e il coinvolgimento di attività soddisfacenti che implicano l’utilizzo di risorse personali (engaged life) o al benessere ottenuto perseguendo valori più complessi, che trascendono l’individualità del singolo (meaningful life).

I risultati mostrano che esiste un coinvolgimento al gioco problematico, ma anche un coinvolgimento al gioco sano; quest’ultimo, anche se alto, è correlato al benessere.

I rischi emergono se il soggetto prova frustrazione rispetto alla vita offline e utilizza i videogiochi come forma di compensazione: il gioco diventa, in questo caso, uno strumento per realizzare un sé ideale percepito come inattuabile nella realtà. Un uso di gioco puramente ludico ed esperienziale, ha, invece, un potenziale benefico.

Alla luce di tali risultati nel momento in cui ci proponiamo di valutare se siamo di fronte ad una modalità di gioco sana o patologica dobbiamo, oltre a contemplare i sintomi IGD, presenti anche in un coinvolgimento sano, prendere in considerazione altri fattori (ad esempio il livello di autostima del giocatore e il grado di soddisfacimento dei bisogni esperito nella vita offline) effettuando delle valutazioni estese (che focalizzino i processi e la presenza o l’assenza di compromissioni del funzionamento), per evitare di incorrere nel rischio di sovrapatologizzazione.

 

Videogames promozione del benessere psicologico Report ECDP diapositiva 1

Imm. 4 – “Video game: a definition”, Slide dal convegno

Videogames promozione del benessere psicologico Report ECDP diapositiva 7

Imm. 5 – “Videogames & Emotional Intelligence”, Slide dal convegno

Implicazioni etiche e sociali nell’uso dell’AI nella pratica clinica

L’intelligenza artificiale (AI) nella pratica clinica sta acquisendo sempre maggiore importanza: le sue applicazioni nel campo di psichiatria, psicologia e psicoterapia variano da ‘psicoterapeuti virtuali’ ai robot sociali, offrendo in parte o totalmente servizi di cura e supporto fino a poco tempo fa riservati esclusivamente a professionisti opportunamente qualificati. 

PSICOLOGIA DIGITALE– (Nr. 18) Implicazioni etiche e sociali nell’uso dell’AI nella pratica clinica

 

Prima di addentrarsi in alcune riflessioni sui benefici e sulle implicazioni etiche coinvolte vale la pena soffermarsi su alcune definizioni. Infatti, l’AI include agenti “virtuali” o “robotici” ‘animati’ da algoritmi che operano indipendentemente da qualsiasi guida umana attraverso interfacce con presenze virtuali, come l’icona di un volto, o fisicamente incarnate, come robot.

Fiske e colleghi (2019) hanno condotto un’analisi della letteratura sugli aspetti etici e sociali legati all’uso in ambito clinico delle applicazioni AI nella pratica psichiatrica, psicologica e psicoterapica. Nella rassegna sono prese in considerazione le AI che interagiscono con i pazienti o che hanno una presenza virtuale o interfaccia robotica, non quelle fruite ‘passivamente’ dal paziente e gestite dal terapeuta.

App, avatar e robot: AI per la clinica

Le intelligenze artificiali a disposizione dei clinici sono di diversa natura. Quello che unisce tutte queste tecnologie è la presenza di algoritmi altamente avanzati in grado di simulare e riprodurre diverse funzioni motorie, come movimento di arti o oculare, ma anche simulare linguaggio grazie al natural language processing. Allo stato attuale possiamo suddividerle in tre macrocategorie: app e bot; avatar; robot.

App e bot vanno da applicazioni base con messaggistica istantanea ad agenti interattivi. Applicazioni come Tess, Wysa e Woebot (Gionet, 2019; Inkster et al., 2018; Fulmer et al., 2018; Fitzpatrick et al., 2017) sono in grado di rilevare, segnalare e spiegare espressioni di disagio emotivo. Possono spiegare agli utenti in termini clinici ciò che stanno vivendo e fornire consigli, aiutando i pazienti a riconoscere le loro emozioni e schemi di pensiero e a sviluppare abilità o tecniche per ridurre ansia o sintomi depressivi.

Per quanto riguarda gli avatar, si tratta di solito di figure generate dal computer che interagiscono col paziente. Sono utilizzati nel trattamento di alcuni disturbi come psicosi, schizofrenia, depressione e fobie. Per fare alcuni esempi Kognito (Benjamin et al., 2018) viene utilizzato nell’educazione alla prevenzione del rischio suicidario mentre il Progetto Avatar (Craig et al., 2018) nel trattamento delle allucinazioni uditive e visive persistenti nei pazienti con psicosi. Esistono poi gli ‘avatar coach’, impiegati come parte di una realtà virtuale immersiva che danno istruzioni e supportano il paziente nella sua esperienza.

Abbiamo poi i cosiddetti “robot da compagnia”, robot simili ad animali, come la foca Paro (Hung et al., 2019) e l’orso eBear (Kargar e Mahoor, 2017), che si muovono, rispondono a stimoli come carezze, girano la testa se chiamati e, stimolando così le interazioni, favoriscono la riduzione di sintomi depressivi o di stress soprattutto con pazienti anziani o isolati. Vengono utilizzati con successo anche nei training per l’acquisizione di abilità sociali (ad esempio, imitazione, prendere i turni in una conversazione), in pazienti con sindrome dello spettro autistico in modo che possano sperimentarle e poi generalizzarle nelle relazioni con umani. Il robot Kaspar (Wood et al., 2019) o i RoboTherapy (Libin e Libin, 2003), per esempio, sono utilizzati per lo sviluppo di abilità sociali, mentre il robot Nao è progettato per migliorare il riconoscimento facciale e la risposta allo sguardo (Andreasson et al., 2018). I robot da compagnia sono utilizzati anche come parte della terapia per problemi sessuali come la disfunzione erettile e l’eiaculazione, come ad esempio, il robot Roxxxy della TrueCompanion (2010), che ha ricettori sensibili al tocco e può muoversi e parlare.

Accessibilità, privacy e fiducia

Gli interventi con AI sono efficaci per molti motivi.

Il terapeuta virtuale o robot è sempre accessibile, 7 giorni su 7 e 24 ore su 24, nella privacy della propria casa o da remoto, in luoghi isolati o rurali o comunque in contesti dove i servizi sono scarsi o poco reattivi. Possono fornire almeno dei servizi di base di cura che sarebbero altrimenti assenti o insufficienti dando l’opportunità di colmare e raccogliere bisogni sanitari insoddisfatti.

Le applicazioni AI possono integrare i servizi esistenti o costituire un punto di ingresso per interventi clinici standard. Possono essere utilizzate per riconoscere in fase embrionale l’insorgere di problemi di salute e situazioni di disagio o servire da supporto in casi lievi e condizioni non acute. Un altro importante vantaggio delle applicazioni AI è che consentono al paziente di autogestirsi dandogli autonomia e alleggerendo il carico di lavoro dei servizi, troppo spesso oberati. Le AI possono incrementare la fiducia nella terapia e in generale nei clinici: i pazienti, sgravati da sentimenti di vergogna ed imbarazzo o con scarsa alfabetizzazione, possono accedere in autonomia e col loro ritmo di apprendimento alle informazioni e a familiarizzare con la cura e la terapia.

Trasparenza, formazione, eticità

Le AI sono degli artefatti costruiti da umani per umani; per questo motivo possono essere soggette ad errori e malfunzionamenti. Dal punto di vista puramente tecnico, potrebbero non funzionare o operare in un modo non previsto; per questo motivo in futuro questi dispositivi dovrebbero essere validati attraverso processi rigorosi allo stesso modo degli altri dispositivi medici tradizionali.

Al momento non sono presenti standard chiari nemmeno sulle questioni riguardanti privacy e gestione dei dati raccolti: si tratta di dispositivi che raccolgono e comunicano informazioni personali oltre ad altri dati come movimenti, interazioni, abitudini, in alcuni casi anche video. Anche questo aspetto sarà da considerare nel futuro prossimo. Nella creazione di agenti interattivi un altro potenziale rischio è quello dei bias che potrebbero rafforzare stereotipi e pregiudizi: pensiamo ad esempio se nella creazione di un avatar si facesse riferimento sempre e solo a un genere e una razza.

Un altro punto da approfondire è la mancanza di linee guida e di formazione: ricerca e pratica clinica non vanno di pari passo poiché lo sviluppo di tecnologie si muove molto rapidamente. Per questo motivo non sono ancora disponibili linee guida e normative chiare e univoche; i documenti Moral Responsibility for Computing Artifacts: The Rules (Grodzinsky et al., 2012) e An Ethical Framework for a Good AI Society: Opportunities, Risks, Principles and Recommendations (Floridi et al., 2018) sono un primo tentativo di strutturare raccomandazioni condivise.

Infine, esistono dei rischi etici: nel lungo termine i pazienti potrebbero sviluppare dipendenza invece che generalizzare le competenze acquisite all’interazione uomo-uomo; ancora, esiste il rischio concreto che possano essere manipolati. Nel rapporto uomo-macchina, infatti, si parla di “sospensione dell’incredulità”: quando un agente viene antropomorfizzato le persone tendono ad essere più accondiscendenti rispetto a quando è un umano a fare una richiesta. Le implicazioni sono evidenti: popolazioni vulnerabili, come bambini, persone anziane o con una disabilità cognitiva, potrebbero non essere in grado di capire cos’è o cosa fa un robot, oppure potrebbero supporre che “dall’altra parte” ci sia un clinico che supervisiona tutto. Al professionista spetta il compito di informare e valutare che il paziente abbia compreso appieno il funzionamento dell’applicazione e che questa non è direttamente guidata da un umano.

Ma non è l’unica responsabilità del clinico. Nel caso in cui un paziente mostri di essere una minaccia per se stesso o per altri ha il dovere di informare le autorità; ma cosa succede se, per esempio, è un bot a rilevare che un individuo è ad alto rischio di suicidio? Un clinico valuta anche altri indizi contestuali che difficilmente un’AI, per quanto avanzata, riesce a cogliere simultaneamente.

Cosa vuol dire essere umani: l’importanza della relazione

Abbiamo app con cui parlare e che ci rispondono in tempo reale, avatar che ci aiutano nella realtà virtuale, robot da coccolare che ci fanno compagnia. Cosa manca all’AI per essere umana? In un rapporto terapeutico alcuni aspetti chiave della relazione non sono riproducibili virtualmente. Primo fra tutti la reciprocità: i pazienti condividono col clinico pensieri ed emozioni in un contesto co-costruito; le relazioni con i dispositivi intelligenti non sono né reciproche né simmetriche. La relazione terapeutica è unica e irripetibile, mentre le AI sono create per avere le stesse reazioni a stimoli simili. Ci sono differenze fondamentali tra la comunicazione uomo-AI e la comunicazione uomo-umano. La percezione dei dispositivi può variare: per esempio, i bambini a volte attribuiscono caratteristiche umane ai dispositivi o credono che siano animati da persone reali.

Reciprocità e unicità della relazione sono funzionali ad una comprensione bio-psico-sociale che prende in considerazione fattori fisici, psicologici e socioculturali. Uno dei limiti dell’AI, almeno per come la conosciamo ad oggi, è la visione riduzionista, relativamente ristretta del disturbo e della persona. Per esempio, è possibile occuparsi di problemi specifici senza però inquadrare altri fattori determinanti che dovrebbero essere presi in considerazione.

Sicuramente molto lavoro andrà fatto per approfondire limiti e opportunità. La tecnologia digitale è parte integrante della nostra quotidianità e lo sarà sempre di più; l’adozione di questi strumenti non può prescindere da considerazioni sociali, cliniche ed etiche da parte di tutta la comunità di clinici e professionisti.

 


PSICOLOGIA DIGITALE
scopri le novità sull’argomento grazie ai report e ai poster dalla prima Conferenza Europea di Psicologia Digitale:

ECDP 2021 - Report dal Congresso - Main (1)REPORT DAL CONGRESSO

 

POSTER DAL CONGRESSO

Il Disturbo Borderline di Personalità: dalla diagnosi alla quotidianità

Per diagnosticare un Disturbo Borderline di personalità vi deve essere un pattern pervasivo di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività, che inizi entro la prima età adulta e sia presente in svariati contesti.

Manuela Tedeschi e Giorgia Cipriano – OPEN SCHOOL Psicoterapia e Ricerca Milano 

 

È questa la definizione che il DSM 5 dà del Disturbo Borderline di Personalità che ad oggi sta acquisendo una sempre più rilevanza ed è sempre più oggetto di studio sia a livello psicoterapico che psichiatrico (Paris, 1993). Ciò è spiegato dalle numerose diagnosi effettuate dai medici: oggi viene diagnosticato a circa il 2 – 5% della popolazione. Esso rientra nella parte dei disturbi di personalità del gruppo B insieme al disturbo antisociale, al disturbo istrionico e al disturbo narcisistico. Esso però può essere diagnosticato se e solo se l’individuo presenta almeno 5 dei 9 criteri diagnostici che riguardano gli stili di comportamento e gli atteggiamenti emotivi. I nove criteri sono: (1) forte sentimento di instabilità e incertezza circa la propria identità, (2) paura cronica di essere abbandonati, (3) drammatica instabilità nelle relazioni affettive, (4) marcata reattività dell’umore (rapide oscillazioni del tono emotivo fra depressione, euforia, irritabilità e ansia), (5) frequenti esperienze di collera immotivata, (6) cronici sentimenti di vuoto interiore, (7) transitori ma ricorrenti sintomi dissociativi (depersonalizzazione, amnesie lacunari, stati oniroidi di coscienza) oppure di ideazione paranoide, (8) comportamenti auto-lesivi impulsivi e incontrollabili (abbuffate compulsive, promiscuità sessuale senza attenzione a rischi di infezioni o di gravidanze indesiderate, cleptomania, abusi di alcool e droghe, ferite auto-procurate), (9) minacce o tentativi ricorrenti di suicidio.

Diagnosticarlo implica effettuare una complessa valutazione a livello dei sintomi. Esso è spesso presente in concomitanza con altri fattori quali: l’ansia, la depressione, le fobie, le condotte alimentari abnormi, le ossessioni e il delirio, gli stili di comportamento e gli atteggiamenti emozionali. In base ad essi la persona può essere inquadrata lungo un continuum: dai limiti della non diagnosi all’evidente patologia. E’ molto difficile effettuare diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità poiché spesso è difficoltoso discriminarlo da altri disturbi in quanto condivide con essi determinati criteri come lo spettro impulsivo, depressivo, la rabbia e l’uso di sostanze (Paris, 1993, 1996). Il modello bio-psicosociale (Paris, 1996) evidenzia come il disturbo Borderline di Personalità sia stato attribuito ad alcuni fattori sia di natura biologica che psicologici e sociali. L’autore specifica che i fattori biologici sono ereditati e fa l’esempio del temperamento o delle disfunzioni neuropsicologiche. Quelli psicologici possono invece derivare dalle esperienze precoci traumatiche di non adeguata cura o comunicazione e come quelli sociali si innescano a causa della disgregazione dei valori tradizionali. È evidente la complessità di questo disturbo e la difficoltà a differenziarlo da altri con cui condivide questi stessi principi; è necessario ancora una volta evidenziare come il disturbo Borderline di Personalità possa essere in concomitanza con altri disturbi psichiatrici (Paris, 1993).

L’eziopatogenesi del Disturbo Borderline di Personalità

Ad oggi, gli studi che si sono concentrati sul ruolo della componente genetica nello sviluppo di un Disturbo Borderline di Personalità ne hanno sostenuto una parziale ereditarietà, del 50% circa. Recentemente (Distel 2012) è stata ipotizzata invece la trasmissibilità solo di alcune componenti, ed in particolare dell’impulsività e non l’ereditarietà del Disturbo Borderline nel suo complesso.

Altri autori si sono invece soffermati sull’impatto decisivo della variabile socio-ambientale nello sviluppo del disturbo.

Da questa concezione si snodano una serie di orientamenti teorici che individuano l’“origine” del disturbo borderline nella presenza di un’esperienza traumatica precoce (Kernberg, 1994), nell’interazione di una vulnerabilità biologica e un ambiente invalidante (Linehan 1993), in una relazione di attaccamento fallimentare (Fonagy 2000).

I modelli teorici individuano rispettivamente il cuore del Disturbo Borderline in una mancanza di integrazione di componenti scisse dell’io, in una disregolazione emotiva o in una scarsa capacità di mentalizzazione.

Disturbo della personalità o comportamenti dettati da una società fluida?

Il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) è caratterizzato da una modalità pervasiva di instabilità nella regolazione delle emozioni, delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e del controllo degli impulsi (Lieb et al. 2004; Skodol et al. 2002a) ed è di frequente riscontro diagnostico sia nei campioni clinici, sia in quelli non clinici (Leichsenring et al. 2011).

È interessante notare come Bauman definisca la società moderna come una società liquida in cui emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno. Ciò è dettato anche da come è la formazione del soggetto da quando nasce a quando diventa adulto. È necessario studiare e verificare quando e quanto una persona sia influenzata dalle modificazioni culturali sia a livello personale e dunque famigliare che per quanto concerne la scuola e la società in generale. Le persone non sono tutte folli e non soffrono tutte di disturbi della personalità ma nonostante questo hanno bisogno d’aiuto poiché vi è una sempre più forte crisi dei modelli tradizionali autoritari. Tutti hanno il bisogno e la necessità di ristrutturarsi, di ridefinirsi, di essere aiutate a costruire un mondo nuovo e diverso, con tutte le normali ansie che ciò comporta.

Per la studiosa Miller, il bambino ha bisogno di essere ascoltato nei propri bisogni e nei propri ritmi, al fine di instaurare il vero Sé che, a sua volta, permette la costruzione di solide fondamenta di personalità. Se ciò non  avviene e dunque non si verifica l’ascolto dei bisogni e si chiede, invece, all’infante di compiacere le aspettative degli adulti, allora si instaura il cosiddetto Falso Sé, cioè quella sorta di maschera, per lo più inconsapevole, che si utilizza per essere accettati dall’ambiente ed in particolare dalla famiglia e dalla società che la richiede, in cambio dell’amore e di cure dei genitori, in mancanza delle quali il bambino morirebbe. Dalla mancanza di fondamenta solide nella struttura di personalità, che sono necessarie e di possibile sviluppo solo se vi è un ascolto profondo dei bisogni e dei ritmi dei bambini, che permette la crescita del cosiddetto Vero Sé consegue la necessità di appoggiarsi sull’immagine esterna, che è molto fragile e dipendente dallo sguardo degli altri. Quando l’immagine di successo non viene sostenuta e riflessa dall’adulto nel bambino vi è il passaggio dalla grandiosità alla depressione per la Miller. L’adolescenza è considerata da Erikson come quella fase in cui vi è una crisi d’identità. L’adolescente e il giovane adulto oggi cercano fuga dalla realtà reale nei videogiochi. Il mondo dei videogiochi è uno spazio solitario in cui come nella realtà, i ragazzi possono presentare disregolazione emotiva. Tale disegolazione è invisibile agli occhi altrui perché spesso avviene in camera propria senza che nessuno veda. La domanda che dunque è lecito porsi è: “Tale disregolazione é dunque dovuta ad un Disturbo Borderline della Personalità o al fatto che la società di oggi essendo sempre più liquida non permette alle persone di apprendere nella fase adolescenziale il controllo delle emozioni e degli impulsi?” Lo stesso discorso si potrebbe applicare alla difficoltà che le persone con disturbo di personalità mostrano nelle relazioni interpersonali. Le nuove generazioni, chiamate Nativi digitali, sono sempre connesse e hanno la possibilità di fare amicizie sui social senza però creare veri legami. Lo sviluppo dei social ha anche reso doveroso fare ragionamenti sulla concezione dell’immagine di sé e qui che i giovani a volte si creano nuovi personaggi e indossano le più disparate maschere. Le persone che allora mostrano alterazione dell’identità lo fanno perché soffrono di un disturbo di personalità borderline o perché a furia di cambiare sé non si sanno più “riconoscere”?

Teorie Cognitive del Disturbo Borderline di personalità

Le teorie cognitivo comportamentali che più si sono occupate del Disturbo Borderline di Personalità sono state: il modello di Beck e il modello di Marsha Linehan (Liotti, 1999b, 2001). Per lo studioso Beck questo disturbo è da attribuirsi alla comparsa di schemi mentali che condizionano la vita intrapsichica e interpsichica. Attraverso questi schemi che sono di 3 tipi, la persona percepisce il mondo e dunque la realtà e se stesso in 3 modi. I 3 schemi mentali sono: la convinzione che il mondo è pericoloso e malevolo, la convinzione di essere impotente e vulnerabile, e la convinzione di essere intrinsecamente inaccettabile e quindi destinato all’abbandono (Beck, 2005). Dal primo schema mentale hanno origine paure e fobie, ma anche disposizioni alla collera immotivata e intensa. Dal secondo emerge l’incapacità di impegnarsi in progetti coerenti di vita nonché intense reazioni emotive all’abbandono nelle relazioni interpersonali e dal terzo schema si sviluppano le emozioni di vuoto e comportamenti autolesivi (Beck, 2005).

La seconda autrice che ha sviluppato la sua teoria su questo disturbo è stata la studiosa Marsha Linehan che ha affermato che il core del disturbo consiste in un grave deficit del sistema di regolazione delle emozioni dovuto dalla presenza di fattori biologici e temperamentali che si combinano con un ambiente familiare disfunzionale. Così i sentimenti e le emozioni si manifesterebbero con una maggior intensità fino a diventare eccessive sia nell’esperienza soggettiva che nel comportamento e nella comunicazione. Da ciò vi è la spiegazione delle emozioni come rabbia immotivata ed intensa, le oscillazioni rapide dell’umore, l’intensità caotica delle relazioni affettive, la paura esagerata di fronte alla possibilità di essere abbandonati, e l’incapacità di controllare gli impulsi emotivi che può arrivare fino ai comportamenti autolesivi (Linehan, 1993, cit. in Liotti, 2001). Per cercare di gestire queste emozioni la persona che soffre di questo Disturbo potrebbe far uso di droghe, alcool o abbuffate di cibo. Il modello Life themes and plans Implicated in Biases: Elicitation and Treatment (LIBET), che è un modello di concettualizzazione della persona in ambito cognitivo esistenzialista, evidenzierebbe come indipendentemente dal tema che la persona con Disturbo Borderline di Personalità ha, i piani che utilizzerebbe per fronteggiarlo sono quelli immunizzanti come il far uso di droghe o l’alcool o le abbuffate.

Un’ulteriore teoria cognitivista che si è dedicata alla comprensione del Disturbo Borderline di Personalità è la Schema Focused Therapy (Young 2002) che è una teoria di terza ondata (Basile et al. 2017) su cui si sta ponendo particolare attenzione e che sembra promettente (Sempertegui et al. 2013). Essa è stata elaborata dallo psicoterapeuta Jeffrey Young (Young et al. 1993). Young ha notato che erano numerosi i pazienti che non riuscivano a trarre beneficio dalle varie terapie e che molto spesso non la portavano a termine (Serrani 2013). Così egli si è posto l’obiettivo di trovare un metodo efficace per coloro che presentavano schemi rigidi in terapia e credenze disfunzionali radicate tanto da non riuscire a sostenere per lungo tempo un percorso psicoterapico (Kellogg e Young 2006).

La loro teoria ha come presupposto teorico l’integrazione della terapia cognitivo-comportamentale con quelle psicodinamiche, gestaltistica e dell’attaccamento. La SFT afferma che già dalla nascita sono presenti alcuni bisogni emotivi universali come ad esempio il bisogno di sicurezza o quello di autonomia. Se essi vengono soddisfatti garantiscono lo sviluppo dell’equilibrio psicologico, il quale garantisce al soggetto il benessere psicofisico.

Questo modello presuppone come la formazione degli schemi maladattivi (SMP) sia attribuibile al loro mancato soddisfacimento. Gli schemi maladattivi possono a loro volta essere attribuiti ad una varietà di pattern comportamentali ed esperienziali. Uno SMP è pertanto “una struttura emotiva e cognitiva disfunzionale che si consolida nelle prime fasi dello sviluppo e si mantiene per tutta la vita” (Young et al. 2007, p. 7; Serrani 2013). In questo modello è presente anche un altro costrutto non trascurabile: il mode. Esso è definito lo stato emotivo di una risposta di coping (adattivo o maladattivo) allo stato emotivo stesso. La comprensione dei mode offre dunque una declinazione operativa su come il paziente affronta i suoi problemi ricorrenti e diviene un target fondamentale della terapia. L’obiettivo della SFT è infatti quello di trasformare gli SMP del paziente in modo da aiutarlo a trovare modalità maggiormente adattive di soddisfacimento dei propri bisogni profondi (Sempertegui et al. 2013; Young 2002).

Nel particolare caso del trattamento del Disturbo Borderline di Personalità, la teoria SFT presuppone 5 mode differenti principali (Bambino abbandonato; Bambino arrabbiato e impulsivo; Genitore punitivo; Protettore distaccato; Adulto funzionale) che rappresentano il focus della concettualizzazione per come formulata originariamente da Young (Young et al. 2007) e per come sviluppata successivamente nel trattamento individuale (Arntz e Genderen 2009) e di gruppo (Farrell e Shaw 2011) del paziente con DBP.

Nonostante la presenza di un certo numero di dati empirici a sostegno dell’efficacia della TFP (vedi per es., Stoffers-Winterling et al. 2012) non è attualmente disponibile una revisione sistematica quantitativa della letteratura che permetta di stabilire l’entità dell’efficacia.

L’efficacia della schema focused therapy per la cura del disturbo borderline di personalità cumulativa (effectsize) della SFT

A partire da queste considerazioni, si è progettato uno studio meta-analitico allo scopo di valutare l’efficacia della SFT per il trattamento del DBP. Nello specifico, nella presente meta-analisi la riduzione delle caratteristiche DBP è stata considerata come misura di outcome primario, mentre la riduzione dei sintomi acuti è stata considerata quale indicatore di outcome secondario. Sulla base dei dati di letteratura inerenti all’efficacia delle terapie manualizzate per il DBP disponibili (Cristea et al. 2018; Leichsenring et al. 2011; Stoffers-Winterling et al. 2012), ci attendiamo di osservare una stima di effectsize cumulativo ampio sia per quanto riguarda la riduzione delle caratteristiche DBP, sia per quanto riguarda la riduzione dei sintomi psicopatologici acuti.

In conclusione si può affermare che le teorie cognitiviste e l’inquadramento LIBET del Disturbo Borderline di Personalità dimostrano come ci sia un continuum tra normalità e patologia. I tratti presenti in questo disturbo si possono infatti riscontrare anche nella popolazione generale e ciò potrebbe essere dettato dai cambiamenti della società che hanno reso le relazioni più fluide.

È necessario perciò prestare molta attenzione nel fare diagnosi poiché i criteri necessari presenti sono condivisi con altre patologie ma anche con caratteristiche della popolazione generale.

 

Billie Joe Armstrong e il “pianto” interiore – Psico-riflessioni su “Basket case” dei Green Day

Basket case, il primo successo internazionale della band californiana dei Green Day, è un racconto delle crisi di panico dell’autore.

 

Nel 1994 i Green Day pubblicano Dookie, album che sancisce la definitiva consacrazione nel mondo del punk rock internazionale per la band di Berkeley. Dookie (Imm. 1) è il terzo lavoro pubblicato dal gruppo, seguito da 39/smooth (1990) e Kerplunk (1992). Il disco viene registrato in tre settimane ed è seguito dal primo tour mondiale, in palchi “minori” (in Italia suonarono il 17 maggio 1994 al “Bloom” di Mezzago, in Brianza, data che ancora i fans storici ricordano). Il terzo singolo, Basket case, è diventato il loro più grande successo internazionale, trainando le vendite di Dookie in tutto il mondo tra la fine del 1994 e l’inizio del 1995.

Basket case riflessioni in chiave psicologica sul singolo dei Green Day Imm 1

Imm. 1 Copertina dell’album Dookie, raffigurante Berkeley, città di origine dei Green Day.

Il video del brano (inserito in fondo all’articolo – ndr) è stato girato all’interno dell’istituto mentale “Agnews Developmental Center” nella contea di Santa Clara (California), un manicomio abbandonato in cui i membri della band trovano vecchie cartelle di pazienti e graffi profondi sui muri. Nel clip, i musicisti impersonano tre pazienti della struttura accompagnati dagli infermieri verso gli strumenti musicali per l’esecuzione del brano. Nella seconda parte, si vedono Trè Cool (batterista) e Mike Dirnt (bassista), avvicinarsi al bancone per le terapie farmacologiche.

Il titolo Basket case, tradotto letteralmente in italiano, significa “matto”, “squilibrato”, anche se viene a volte tradotto con “caso disperato”, sottointendendo comunque uno stretto collegamento con problematiche di natura psichica. Billie Joe stesso, cantante dei Green Day e autore del testo dichiarò sulla canzone “continuavo a cambiare il testo. Ero partito con l’idea di parlare semplicemente di una relazione, poi ho cominciato a pensare di rendere il testo più nevrotico e farla diventare una canzone da attacco di panico. Ma non ne ero particolarmente soddisfatto e non pensavo che la canzone sarebbe diventata un singolo. Beh, mi sbagliavo”.

L’autore ha sempre ammesso di soffrire di attacchi di ansia e panico (anni più tardi gli viene diagnosticato un disturbo da attacco di panico), circa dall’età di dieci anni, periodo in cui avviene la morte di suo padre per cancro. “Non avevo idea di cosa stesse succedendo, pensavo di perdere la testa. L’unico modo per capire cosa stesse accadendo era scrivere una canzone a riguardo”, ha detto. Nasce così Basket case, la cui registrazione nel giro di pochi mesi finisce sulla scrivania di Rob Cavallo, il produttore dell’album, che senza pensarci troppo mette la band sotto contratto. La cosa suscita forti polemiche nella scena underground del punk per la firma con una major (la Reprise, società affiliata alla Warner).

Il brano inizia subito con una frase: “Do you have the time to listen to me whine?”. Si tratta di  una richiesta di ascolto per un malessere interiore che racchiude tutto e nulla allo stesso tempo (“about nothing and everything at all once”). Il protagonista/autore sembra ricercare un ruolo terapeutico nel proprio pubblico, tramite il solo ascolto del brano e del proprio “lamento”. L’ascolto può diventare terapeutico sia per l’ascoltatore stesso, che si identifica nel protagonista, che per il suo autore, il quale con il solo ascolto si sente accolto e rispecchiato nella sua sofferenza.

Diversi lavori hanno paragonato l’ascolto empatico di una seduta psicoterapeutica a quello musicale. La parola ascolto stessa deriva da au (radice di auris, orecchio) e colere (coltivare). È quindi parente stretta di accogliere, contenere, momento cruciale di ogni ascolto psicoterapeutico. Fausto Petrella, che su questo tema ha scritto un libro, sosteneva che “nell’ascolto qualcosa – suono, parola, discorso – esibisce le sue proprietà all’ascoltatore, il quale ha precise responsabilità costitutive circa il senso da attribuire a quanto ascolta”.

L’autore/protagonista del brano si rende conto degli effetti di queste crisi (in termini psicopatologici, potremmo dire che la critica di malattia è conservata), considerandole però degli “scherzi della mente” (“Sometimes my mind plays tricks on me”), senza capire se queste condizioni siano dovute all’abuso di sostanze o meno (“Am I just paranoid? Or am I just stoned?”).

Gli attacchi si manifestano solitamente con un forte timore di autodistruzione (“I think I’m cracking up”), oltre che di perdere il controllo (“Grasping to control/ So I better hold on”). Il testo ci riferisce anche manifestazioni somatiche, fra cui brividi o sensazioni di calore eccessivo (“sometimes I give myself the creeps”).

Il protagonista riferisce poi, con una nota ironica, di aver cercato aiuto presso uno “shrink” (uno strizzacervelli) per analizzare i propri sogni, ma la diagnosi di questi fu la mancanza di rapporti sessuali (“She says it’s lack of sex that’s bringing me down”). La “whore” (la prostituta) da cui si reca per risolvere i suoi problemi lo respinge, intimandogli di smetterla di piangere perchè fortemente annoiata (“so quit my whining ‘cause it’s bringing her down”).

L’immagine del pianto, prima modalità espressiva del neonato che caratterizza la fase del pre-attaccamento bowlbiano, ricorre per ben due volte nel brano. Se da una parte rappresenta una richiesta innata di accudimento, dall’altra in alcune situazioni può però essere anche uno strumento captativo discretamente efficace. Questo può essere anche il caso del nostro autore, che sembra utilizzare il pianto per esibire, esacerbandola, tutta la sua sofferenza per attirare l’attenzione del proprio pubblico, sia come manifestazione di malessere che come richiesta di attenzione verso l’ascoltatore.

Sia nel video che nel testo di “Basket case” i Green Day, partendo da un’esperienza di reale e intensa sofferenza psichica, riescono nell’intento di trattare la delicata tematica della malattia mentale in una modalità totalmente originale e alternativa; in altre parole, potremmo dire “punk”.

Vale la pena chiedersi perché un album come “Dookie” che fa dell’apatia, della “noia” e del “pianto” i suoi temi principi abbia sancito la consacrazione nel panorama della musica internazionale della band, diventando quasi iconico per un’intera generazione di ragazzi.

Nei dischi successivi queste tematiche sono a più riprese trattate, per poi arrivare alla pubblicazione di un disco che fa della critica sociale e politica americana la tematica principale (American Idiot), a segnare un netto parallelismo tra l’evoluzione biografica e personale dei componenti della band e quella discografica degli argomenti trattati nelle canzoni.

Il tema del panico ritornerà come leitmotiv in altri testi: nell’album successivo, Insomniac (riferimento alle notti insonni trascorse dopo la nascita del figlio del frontman), vi è una canzone del titolo Panic song, dove il protagonista permane in uno stato di dissociazione e derealizzazione, probabilmente indotto anche dall’utilizzo di sostanze (“Nothing’s left torn out of reality/ Broken glass inside my head”).

Sarebbe interessante comprendere da dove derivi davvero il “pianto” interiore di cui Billie Joe fa menzione a più riprese in questo e in altri album. Se da una parte ci rivediamo nei testi ascoltati, non dobbiamo cadere nell’errore di identificare l’autore con le sue canzoni, non sarebbe giusto farlo. Già De Gregori in un suo pezzo dal titolo “Guarda che non sono io” ce lo suggerisce, invitandoci a non cercare nell’autore un riferimento empatico o una condivisione di emozioni (“Guarda che non sono io/ quello che stai cercando/ Quello che conosce il tempo, e che ti spiega il mondo”). La stessa cosa succede in una relazione psicoterapeutica, che diventa curativa solo all’interno del setting clinico, in cui il paziente non identifica la cura nella persona del terapeuta, ma negli scambi relazionali che avvengono fra curante e curato.

Nel caso di Basket case, l’autore è riuscito a trasformare in arte la sua sofferenza interiore, producendo un brano che ha fatto la fortuna della band stessa, diventandone il singolo più ascoltato.

La componente artistica ed emotiva dei brani sta nell’accezione che noi ascoltatori diamo loro, facendo in qualche modo “nostro” il brano, con un significato diverso da chi lo ha scritto, che forse, non sapremo mai. O forse lo sapremo, se l’autore avrà voglia di spiegarcelo.

Potremmo invece chiederci, se davvero amiamo così tanto questo brano: quale “pianto” ci va a richiamare questa canzone? Perché ha avuto così tanto successo?

 

BASKET CASE – Guarda il video del brano:

Orientamenti in psicoterapia cognitivo-comportamentale. Dalla formulazione del caso alla ricerca sull’efficacia (2020) – A. Scarinci, R. Lorenzini e C. Mezzaluna – Recensione del libro


Orientamenti in psicoterapia cognitivo-comportamentale si apre descrivendo le tappe di sviluppo e di evoluzione della terapia cognitivo comportamentale per poi arricchirsi di procedure e tecniche nuove di seconda e terza ondata.

 

La terapia cognitivo comportamentale oggi si presenta come un quadro complesso caratterizzato dalla presenza di un continuo confronto su aspetti caratterizzanti come l’importanza della concettualizzazione del caso per la progettazione dell’intervento terapeutico, il ruolo della relazione e dell’alleanza terapeutica, l’utilizzo e l’integrazione delle vecchie e nuove tecniche terapeutiche, l’importanza della formazione e della supervisione del terapeuta, la ricerca empirica per dimostrare l’efficacia dei diversi approcci psicoterapeutici e tanti altri temi.

Il libro Orientamenti in psicoterapia cognitivo-comportamentale si rivolge agli specializzandi in formazione, ma anche a più esperti psicoterapeuti, offrendo una riflessione sui punti critici e indicazioni chiare e semplici sulle diverse posizioni, avvalendosi di ampie review sullo stato dell’arte della ricerca.

Il libro si apre con un capitolo che descrive le tappe di sviluppo e di evoluzione della terapia cognitivo comportamentale, partendo dai contributi di Ellis e Beck che centravano l’intervento sulle idee irrazionali e sui pensieri automatici negativi per poi evolversi e arricchirsi di procedure e tecniche nuove di seconda e terza ondata, tutte supportate da ricerche e studi che ne dimostrano l’efficacia.

Punto di condivisione dei diversi approcci è l’importanza della formulazione e condivisione del caso tra terapeuta e paziente in quanto favorisce migliori esiti terapeutici, soprattutto su casi complessi e la stabilità del trattamento.

Ulteriore tema molto dibattuto è il ruolo della relazione e dell’alleanza terapeutica rispetto all’esito della terapia. Alcuni ritengono che sia un fattore aspecifico rispetto al cambiamento, altri invece la ritengono elemento indispensabile per il successo terapeutico e vedono l’uso dei compiti e la condivisione degli obiettivi come elementi essenziali della costruzione dell’alleanza terapeutica. La condivisione esplicita e aperta della formulazione del caso e del metodo di lavoro è, per questa visione, elemento fondamentale per la costruzione dell’alleanza.

La parte centrale del libro dedica ampio spazio alla trattazione delle tecniche di intervento, cioè di tutti gli strumenti che il professionista utilizza per modificare comportamenti, emozioni e cognizioni e raggiungere gli obiettivi terapeutici. Un buon terapeuta deve possedere un certo numero di tecniche da utilizzare coerenti e appropriate al piano di intervento, allo scopo di aumentare la consapevolezza del paziente, comprendere scompenso e fattori di mantenimento della sintomatologia, favorire una maggiore flessibilità dei piani esistenziali mostrandone la scarsa utilità e disattivandone l’applicazione automatica, individuare i temi dolorosi e favorire il distanziamento critico per rendere tali temi più tollerabili e meno condizionanti.

L’ampio repertorio degli strumenti a disposizione del terapeuta deve essere utilizzato evitando un’integrazione eclettica, ma all’interno di un modello teorico specifico e definito, come quello cognitivo-comportamentale, che si compone di una solida teoria epistemologica dell’eziopatogenesi e della cura basata su solide evidenze di ricerca.

Saper formulare un caso clinico e conoscere le diverse tecniche di intervento sono conoscenze sufficienti per un buon terapeuta? Quali conoscenze e competenze sono da sviluppare e aggiornare per essere un efficace psicoterapeuta?

I capitoli successivi mirano a rispondere proprio a queste domande in quanto la formazione degli psicoterapeuti assume una grande valenza riguardo alle competenze che questi professionisti della salute mentale devono avere per svolgere il proprio lavoro in modo appropriato e dei percorsi che formano queste stesse competenze. Il percorso formativo fornisce una conoscenza completa del paradigma di riferimento e le conoscenze per strutturare il setting e il percorso terapeutico, valorizzando la cultura dell’evidence-based, ma consente anche allo studente di lavorare sul miglioramento della propria autoriflessività per conoscere i propri stati interni in relazione a ciò che avviene in terapia e agire sugli stessi.

Questa capacità metacognitiva va sviluppata e migliorata per evitare che emozioni, comportamenti e credenze personali possano interferire con il lavoro terapeutico.

Tuttavia la formazione dello psicoterapeuta non si esaurisce all’interno del percorso quadriennale di formazione post laurea, ma richiede di mantenere un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale e di svolgere periodicamente attività di supervisione per migliorare l’appropriatezza degli interventi con lo scopo di aumentarne l’efficacia.

Nel testo viene inoltre trattata la questione dell’integrazione: lo sviluppo del cognitivismo e la presenza di diversi orientamenti richiedono una riflessione sull’aderenza dei trattamenti e sulla loro unitarietà e coerenza con il paradigma del cognitivo clinico. Il continuo dialogo tra diverse prospettive e un’analisi critica delle tendenze integrative diventa fondamentale per orientare il clinico nel valutare e contestualizzare le tecniche e raggiungere una migliore comprensione degli eventi e un modello d’intervento adeguato ed efficace. La strada più percorribile per un corretto processo di integrazione sembrerebbe quella assimilativa, che permette di inserire tecniche e procedure efficaci all’interno di un modello teorico-concettuale.

L’ottavo capitolo del libro affronta una questione ampiamente discussa, quella della diagnosi, che risale ai primi tentativi di definire i disturbi mentali già dal terzo millennio A.C. quando sumeri ed egizi tentavano di descrivere quadri clinici ascrivibili alla melanconia e all’isteria per poi articolarsi maggiormente con le ricerche di Ippocrate fino allo sviluppo della moderna nosografia psichiatrica a cavallo tra la fine dell’ottocento e i primi decenni del novecento con i lavori dello psichiatra tedesco Emil Kraepelin, che tentano di dare alla psichiatria una base biologica avvalendosi sia dell’approccio organicistico che delle scoperte anatomo-patologiche e neuro-fisiologiche. L’ampio excursus ci porta fino ad oggi ed osserviamo che le categorie diagnostiche in psichiatria stanno subendo una notevole destrutturazione sia nell’ambito dei disturbi psichiatrici maggiori, sia nel contesto dei disturbi di personalità, come dimostra la ridefinizione dei criteri diagnostici operata dalle ultime edizioni del DSM e dell’ICD, orientandosi verso modelli dimensionali di spettro, i quali partendo da variazioni personologiche considerate normali, in base a criteri di gravità e alla presenza di tratti patognomonici, definiscono nuove entità patologiche, solo parzialmente corrispondenti alle vecchie categorie. Probabilmente in futuro si andrà verso una psichiatria e una psicoterapia stratificata e personalizzata, con metodologie che iniziano a integrare i risultati delle neuroscienze, della ricerca di base e dell’experimental psychopathology.

Ulteriore tema su cui il dibattito è particolarmente animato è relativo all’importanza, sia per la psicopatologia, che per la teoria della cura, dei contenuti della mente, scopi e credenze e dei processi funzionali. Vengono esaminate le posizioni degli strutturalisti, dei processualisti e gli elementi che contrappongono i due schieramenti: le terapie centrate sui contenuti come la CBT hanno dimostrato la loro efficacia nel ridurre la patologia clinica modificando i modelli relazionali impliciti del paziente, pensieri e comportamenti evidenziando inoltre cambiamenti funzionali e strutturali a livello cerebrale, gli approcci basati sui processi offrono effetti semplici, rapidi e significativi e una nuova comprensione che modifica esplicitamente il livello al quale viene elaborato il materiale emotivo negativo.

Secondo Ruggiero et al. (2018) nell’ottica di una possibile integrazione, sarebbe utile in futuro proporre modelli funzionalisti compatibili con la modalità narrativa dei clinici, modelli che mantengano la base evolutiva del disordine, la dimensione esperienziale-narrativa della sofferenza emotiva dei pazienti e l’attenzione ai processi mentali che i soggetti hanno erroneamente sviluppato e mantenuto, ritenendoli incontrollabili a causa di credenze metacognitive disfunzionali.

Come abbiamo avuto modo di leggere, i trattamenti evidence based per i diversi disturbi sono ormai numerosi, ma non sempre è possibile per il clinico farvi ricorso, in questi casi dovrà avvalersi del ragionamento clinico, un pensiero di ordine superiore attraverso cui lo psicoterapeuta osserva e mette in relazione concetti e fenomeni per comprendere e dare significato a ciò che accade nel processo terapeutico.

La CBT, recentemente, ha incluso nella teoria della cura un approccio più trans-diagnostico e personalizzato, in cui evidenze di ricerca e ragionamento clinico coesistono e s’integrano.

La ricerca in psicoterapia ha quindi l’obiettivo di fornire informazioni preziose per i clinici, contribuendo alla costituzione di un corpus di conoscenze empiricamente fondate, anche se ancora incomplete e talvolta controverse. Molto c’è da aspettarsi dai risultati della ricerca di base e della ricerca sull’etiopatogenesi dei disturbi per capire come e perché agisce efficacemente la psicoterapia e quali approcci terapeutici offrono maggiori vantaggi rispetto ad altri su specifiche psicopatologie. Naturalmente è importante tenere conto anche dei limiti della metodologia applicata in un ambito dove, osservato e osservatore hanno una forte influenza reciproca, per questo una maggiore integrazione tra le evidenze che emergono dagli studi empirici e l’expertise dei clinici dovrebbe sempre guidare sia i progetti di ricerca, sia l’operare clinico.

L’ultimo capitolo si occupa dei farmaci e di come il trattamento farmacologico può integrarsi con la psicoterapia.

La lettura del libro risulta molto chiara e fornisce una visione completa e articolata del mondo della psicoterapia cognitivo comportamentale dal suo esordio ad oggi, lasciando aperti interessanti spunti di riflessione per approfondimenti futuri. Fornisce inoltre un’integrazione molto strutturata sugli attuali temi di riflessione, spunti e risorse spendibili sia per chi vuole approcciarsi a questa formazione, sia per chi è già in formazione ed infine per chi svolge da anni questa professione.

Ultimo punto di forza è rappresentato dagli autori: Antonio Scarinci, Roberto Lorenzini e Clarice Mezzaluna sono psicoterapeuti, formatori e ricercatori che da anni operano sul territorio nazionale e, grazie alla loro esperienza clinica, didattica e di ricerca, hanno reso possibile una riflessione così completa sull’attuale panorama della psicoterapia cognitivo comportamentale. Alla stesura del libro hanno inoltre partecipato importanti autori del cognitivismo italiano e giovani clinici, quali M. Cavalletti, M. Di Egidio, G.M. Ruggiero, G. Caselli, S. Sassaroli, S. Piccioni, C. Formiconi, V. Castellucci, L. Candria, M.C. Barnabei, V. Valenti, E. Favaretto, F. Bedani, M. Ferri, S. Tripaldi, mentre la prefazione è stata curata dal Dr. Antonio Semerari.

 

L’utilizzo dell’Acceptance and Commitment Therapy nel trattamento delle allucinazioni uditive in pazienti affetti da schizofrenia

Le allucinazioni uditive caratterizzano i pazienti affetti da schizofrenia e rientrano tra i cosiddetti sintomi positivi (American Psychiatric Association, 2013).

 

È per questo motivo che i farmaci antipsicotici costituiscono la pietra miliare nel trattamento di questi pazienti ma, nonostante ciò, la frequenza delle allucinazioni uditive continua ad essere persistente, determinando una grave compromissione del funzionamento globale dei soggetti, al punto di costituire uno dei maggiori predittori della riospedalizzazione (McGregor et al., 2018).

Questi sintomi possono differire significativamente nella loro fenomenologia: possono assumere la connotazione di comandi, predisponendo spesso i pazienti ad un maggior rischio di suicidio e/o omicidio (Pandarakalam, 2016) o, ancora, di commenti o conversazioni.

La loro manifestazione può condurre alla messa in atto di veri e propri conflitti con sé stessi e con la propria vita, attraverso tre diversi aspetti. Il primo aspetto è dato dalla natura intrusiva e saliente delle allucinazioni. Le voci sono invasive e difficili da ignorare (Chadwick et al., 1996), distolgono l’attenzione del soggetto e possono diventare una fonte di frustrazione e ansia, portando spesso a tentativi di evitarle o controllarle.

Il secondo aspetto riguarda il contenuto verbale dell’esperienza allucinatoria che potenzia la fusione cognitiva, cioè la predisposizione a divenire un tutt’uno con i propri pensieri, le proprie sensazioni e i propri ricordi, a causa di una forte convinzione rispetto al loro contenuto letterale (Morris et al., 2013). L’ultimo elemento è la qualità interpersonale dell’allucinazione. I pazienti spesso assegnano identità ed intenzioni alle loro voci e si rapportano a queste ultime come se esistessero nella realtà esterna (Chadwick & Birchwood, 1994).

Data l’elevata pervasività di questi sintomi, negli ultimi anni, sono emerse nuove tipologie di intervento che si sono poste l’obiettivo di aiutare i pazienti affetti da schizofrenia ad accettare le loro allucinazioni uditive e a disinnescare la sensazione di angoscia (Strauss et al., 2015). Tra questi interventi vi è l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT; Hayes et al., 1999), una terapia di stampo cognitivo-comportamentale di terza ondata che negli ultimi anni è stata utilizzata anche per il trattamento di pazienti affetti da schizofrenia con allucinazioni (Thomas et al., 2014).

Essa si concentra sul cambiamento del rapporto del paziente con le voci, piuttosto che sulle voci stesse. Per esempio, attraverso il lavoro di accettazione un paziente che tipicamente risponde alle allucinazioni uditive con l’isolamento sociale o discutendo con loro, può sviluppare una vasta gamma di risposte comportamentali alternative, come uscire di casa, avere una conversazione con un’altra persona o impegnarsi in altre attività (Bach et al., 2006). L’ACT facilita lo spostamento dell’enfasi dei pazienti; difatti, essi passano dal concentrarsi sul tentativo di controllare gli eventi interni a concentrarsi maggiormente sui processi di cambiamento del comportamento che possono condurre a risultati positivi (Levin et al., 2012).

Ai pazienti viene dunque insegnato di abbandonare l’idea di poter controllare tali eventi mentali e ad accettare la loro presenza ma, l’accettazione non va confusa con l’arrendevolezza, bensì con il riconoscimento che i pensieri sono prodotti di eventi mentali, piuttosto che del sé (Hayes et al., 1999).

Nonostante all’oggi siano state prodotte alcune evidenze rispetto all’efficacia dell’ACT nel trattamento delle allucinazioni uditive, risultano necessarie ulteriori ricerche.

Motivo per cui uno studio preso in esame è stato condotto con l’obiettivo di indagare l’effetto dell’applicazione dell’ACT sull’allucinazione uditiva nei pazienti con schizofrenia. Esso è stato condotto nei reparti di degenza di psichiatria dell’ospedale El-Maamoura ad Alessandria (Egitto). All’indagine hanno preso parte 70 pazienti di sesso maschile, che sono stati assegnati in maniera casuale al gruppo sperimentale ed al gruppo di controllo. Oltre al trattamento convenzionale, i soggetti assegnati al primo gruppo hanno partecipato a sei sessioni di ACT.

Rispetto agli strumenti, in prima battuta è stata condotta un’intervista strutturata al fine di raccogliere le informazioni sociodemografiche ed i dati clinici dei pazienti.

La Psychotic Symptom Rating Scale (PSYRATS-AH; Haddock et al., 1999) è stata utilizzata per valutare le allucinazioni uditive, sia per quanto concerne le caratteristiche fisiche, sia per quelle emotive che quelle cognitive. La Voices Acceptance and Action Scale (VAAS; Shawyer et al., 2007) è stata impiegata per valutare due costrutti: l’accettazione delle allucinazioni uditive e la capacità di agire autonomamente. È bene sottolineare che gli strumenti appena descritti sono stati utilizzati sia all’inizio che al termine dell’indagine. Inoltre, è stato effettuato un follow-up dopo tre mesi, al fine di valutare sia l’efficacia della terapia a seguito della dimissione dei pazienti, che il tasso di riospedalizzazione e la compliance rispetto alla terapia farmacologica.

I risultati dello studio preso in esame hanno mostrato un miglioramento in tutti gli aspetti delle allucinazioni uditive dopo l’implementazione dell’ACT. Difatti, la gravità dei punteggi medi di tutte le caratteristiche delle allucinazioni è diminuita nei pazienti del gruppo sperimentale rispetto ai pazienti del gruppo di controllo. Rispetto alle caratteristiche fisiche, i pazienti hanno riportato una diminuzione nella frequenza delle allucinazioni e del tono delle voci. Si è assistito al contempo anche ad un miglioramento delle caratteristiche cognitive, comprese le credenze sulle origini delle voci, nel malfunzionamento globale e nella controllabilità dei sintomi.

Questi risultati sono attribuibili all’effetto delle attività e dei processi dell’ACT che mirano ad ampliare la flessibilità psicologica del paziente nell’affrontare l’allucinazione uditiva. Nelle sessioni dell’ACT, i partecipanti si sono esercitati nell’adottare la posizione di un osservatore dell’esperienza vocale e nel promuovere un atteggiamento di disponibilità nello sperimentare le voci mentre perseguono un’azione. Per quanto riguarda le caratteristiche emotive delle allucinazioni uditive, i partecipanti hanno riferito di avere meno voci angoscianti rispetto al gruppo di controllo. Questo può essere attribuito all’efficacia degli esercizi di Mindfulness, praticati nelle diverse sessioni.

Inoltre, i risultati hanno mostrato un aumento della compliance rispetto alle prescrizioni farmacologiche ed una diminuzione del tasso di riospedalizzazione.

In conclusione, i risultati dello studio mostrano come l’applicazione dell’ACT all’interno degli ospedali psichiatrici potrebbe influenzare positivamente il modo di affrontare le allucinazioni uditive tra i pazienti con schizofrenia. Pertanto, sarà obbligatorio integrare tali pratiche negli interventi per far sì che i pazienti possano essere resilienti rispetto alla diversità delle esperienze allucinatorie uditive, in modo da poter migliorare la loro qualità della vita.

 

Assertività: come gestire al meglio i conflitti – VIDEO dal Webinar organizzato da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Mestre

Cosa si intende per assertività e in che modo possiamo svilupparla? Pubblichiamo per i nostri lettori il video del webinar organizzato da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Non è forse capitato a tutti di affrontare discussioni con i propri famigliari, il proprio partner, i propri amici, i propri colleghi di lavoro? Certo, i motivi per cui si arriva a litigare sono numerosi, ma spesso i conflitti sono dovuti ad alcune modalità comunicative sgradevoli che innescano e incrementano litigi ed escalation simmetrici, complicando i nostri rapporti sociali.

Nel webinar organizzato da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre, i relatori hanno illustrato quali sono queste modalità poco utili e come trovarne altre meno ostili, più collaborative, più espressive di sé e funzionali al riconoscimento e alla gestione positiva di divergenze e conflitti: in una parola, più assertive.

L’incontro è stato condotto dalla dott.ssa Irene Rossi e dal dott. Riccardo Votadoro.

 

Assertività: come gestire al meglio i conflitti
Guarda il video del webinar:

 

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Burnout Sportivo: cos’è e perché è importante conoscerlo

Il burnout sportivo è, infatti, concettualizzato da Raedeke & Smith (2001) come una sintomatologia psico-fisiologica che comprende tre caratteristiche salienti e distinte ma empiricamente correlate che sono fondamentali per l’esperienza dell’atleta nel contesto sportivo.

 

Molti psicologi dello sport sostengono che le situazioni atletiche condividono molte delle stesse caratteristiche che sono state identificate nella letteratura sul burnout in contesti lavorativi, in particolare delle professioni d’aiuto (ad es. Insegnanti, infermieri, assistenti sociali, medici, agenti di polizia, ecc.).

Le caratteristiche del burnout, infatti, possono essere applicate all’ambiente sportivo competitivo in cui può verificarsi l’esaurimento fisico ed emotivo a causa delle continue richieste durante la stagione agonistica. Tuttavia, anche se la maggior parte degli atleti sperimenta frequentemente sintomi di stanchezza e esaurimento, ciò non necessariamente equivale né è assimilabile alla sindrome del burnout le cui caratteristiche peculiari non si esauriscono nella sola condizione di stanchezza psicofisica, che risulta essere una componente essenziale dell’attività sportiva.

Infatti, essere fisicamente stanchi dopo un lungo periodo di allenamento o sentirsi prosciugati dopo la stagione è normale per gli atleti, specialmente quelli professionisti.

Solitamente però, nelle situazioni normali, dopo brevi periodi di recupero, la motivazione e la determinazione ritornano rapidamente.

Ciononostante, una seppur minima percentuale di atleti, calcolata in una oscillazione tra il 1% e il 2% degli atleti professionisti, sperimenterà uno stato di esaurimento più grave e cronico che alla fine potrebbe anche sfociare in un ritiro parziale o totale dalla pratica.

Il burnout dell’atleta è, infatti, concettualizzato da Raedeke & Smith (2001) come una sintomatologia psico-fisiologica che comprende tre caratteristiche salienti e distinte ma empiricamente correlate che sono fondamentali per l’esperienza dell’atleta nel contesto sportivo:

  • esaurimento emotivo/fisico;
  • ridotto senso di realizzazione;
  • svalutazione dello sport.

In una revisione sistematica concernente studi sul burnout realizzati negli ultimi 25 anni, Schaufeli & Buunk (2003) hanno individuato cinque differenti categorie di sintomi associati alla sindrome. Esse sono rappresentate dai seguenti 5 ambiti:

  • affettivo (umore depresso, facile alle lacrime, ostilità);
  • cognitivo (pensieri autosvalutanti, compromissione dell’attenzione e della memoria);
  • fisico (esaurimento fisico, malattia, insonnia, fluttuazione del peso, infortuni frequenti);
  • comportamentale (assenteismo, prestazioni compromesse, isolamento sociale);
  • motivazionale (disillusione, mancanza di entusiasmo, facile abbattimento).

Le 5 macro categorie sottolineano, quindi, come il burnout porti a conseguenze sia su un piano psicologico che fisiologico compromettendo la salute e il benessere psicologico dell’individuo. Pertanto, da un punto di vista psicopatologico, i sintomi del burnout afferiscono alla costellazione sintomatica tipica dei disturbi dello spettro ansioso-depressivo, con tendenza alla somatizzazione e allo sviluppo di comportamenti disfunzionali.

Ma come nasce e si potrebbe sviluppare il burnout sportivo, ovvero quello che colpisce gli atleti?

In riferimento all’eziopatogenesi della sindrome del burnout, in letteratura possiamo trovare differenti interpretazioni. Tra queste, alcune attribuiscono ai soli fattori personali di natura psicologica, come la personalità, le scarse abilità sociali, le esperienze storiche traumatiche. Altri studi, soprattutto più recenti in ambito di neuroscienze, evidenziano una particolare sensibilità cerebrale che predispone a reazioni di tipo ansioso depressivo. Per altri, sono soprattutto le variabili di tipo ambientale legate al contesto socio-lavorativo o al tipo di sport, al livello di competizione presente nella squadra, alle condizioni ambientali particolari dove vengono richieste le prestazioni del singolo atleta a spiegare l’insorgenza di tale sindrome.

Attualmente, il modello biopsicosociale offre maggiori elementi, non univoci né riduzionistici, a spiegare la complessità e la specificità di un esito psicopatologico come quello del burnout sportivo.

Nonostante però la maggiore attenzione degli ultimi anni verso la sindrome in questione, l’effettuazione di una diagnosi di burnout sportivo risulta essere ancora una attività molto complessa e non sempre facile da realizzare.

Questo è soprattutto dovuto al fatto che, si tratta di un’esperienza individuale che può insinuarsi nell’atleta e che può restare inosservata per un lungo periodo di tempo.

È tuttavia possibile notare cambiamenti predittivi di un eventuale insorgenza della sindrome. Ad esempio, gli atleti a rischio iniziano a fornire una serie di prestazioni sportive negative, a manifestare una scarsa attitudine verso lo sport contrariamente a quanto avveniva fino a poco prima, a registrare cambiamenti importanti a livello emozionale e rispetto ad una serie di disturbi a livello fisico.

In particolare, nelle prime fasi del burnout sportivo, gli atleti possono semplicemente iniziare a sentirsi affaticati, stanchi, con mancanza di energia e limitata resistenza, nonostante magari mostrino esternamente segni di benessere fisico e psicologico.

È importante ribadire che questi sentori possono verificarsi in varie occasioni nello sviluppo o nella carriera di un’atleta, in diverse situazioni e a differenti livelli. Per questo, è fondamentale che i responsabili e/o gli allenatori sviluppino una sensibilità e una cultura clinica che consenta loro di scorgere i segnali prodromici al loro insorgere e ne dispongano l’invio specialistico (McGregor et al., 2014).

In questa ottica preventiva, anche lo psicologo può essere una figura preziosa.

Il ruolo dello psicologo sportivo non si esaurisce, infatti, solo nella valutazione, diagnosi e nel trattamento di condizioni cliniche, ma si realizza, anche e soprattutto, nella promozione del benessere psicofisico degli atleti e degli altri soggetti implicati, sia a livello individuale che relazionale.

Pertanto, strategie di intervento teoricamente mirate possono fornire opportunità per la prevenzione e il trattamento dei sintomi di burnout attraverso approcci di gestione dello stress e di raffinazione cognitiva focalizzati sugli atleti, nonché strategie incentrate sull’ambiente e le altre figure significativamente coinvolte nell’organizzazione sportiva.

 

Virtual coaching interventions for the type 2 diabetes mellitus and Blended CBT – Report dall’evento – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

All’interno dell’ECDP si sono susseguiti due interessanti interventi Virtual coaching interventions for healthy coping with type 2 diabetes mellitus (Salcuni e Bassi) e Blended CBT: Overview and future directions (Baldetti e Offredi).

 

Le tecnologie di intervento comportamentale (behavioral intervention technologies – BITs) utilizzano strategie di intervento CBT con l’ausilio di strumenti digitali. Le BIT offrono opportunità promettenti per la pratica clinica ed impiegano una vasta gamma di tecnologie come smartphone, computer, sensori.

I supporti digitali possono promuovere salute mentale e benessere aiutando i pazienti ad acquisire conoscenze, competenze e abilità anche in autonomia. Molte ricerche ne dimostrano l’efficacia nel lungo termine su diversi disturbi: fobia sociale, disturbo di panico, disturbo da accumulo, disturbo depressivo, uso di sostanze, disturbi alimentari, in particolare quando le applicazioni sono impiegate in un trattamento misto. Questi ultimi sono detti di blended perché integrano la componente offline con quella online.

Gli interventi di blended care sono concordati, personalizzati e gestiti in modo flessibile dal terapeuta al fine di massimizzare l’aderenza e la soddisfazione dei pazienti e l’efficacia complessiva del trattamento.

La blended therapy prevede l’integrazione tra interventi faccia a faccia e in forma digitale. Le due componenti possono avere pesi diversi: il trattamento può basarsi principalmente sulla parte faccia a faccia o, viceversa, digitale in misura uguale o prediligendo una delle due modalità; oppure faccia a faccia e digitale possono susseguirsi in sequenza (stepped care).

La cura supportata dalla tecnologia vanta già all’attivo numerose ricerche come dimostrato dai contributi presentati all’European Conference of Digital Psychology. Nella sezione E-therapy tenutasi sabato 20 – room 1, abbiamo visto come un virtual coach possa supportare il trattamento del diabete mellito di tipo 2 e una panoramica delle principali evidenze nella blended care.

Il coaching virtuale per il diabete mellito di tipo 2

La dottoressa Bassi ha presentato uno studio di co-design di un virtual coach per gli interventi di healthy coping per i pazienti con diabete mellito di tipo 2.

E-therapy virtual coaching e Blended CBT - Report ECDP 2021 Imm1Imm. 1 – Dott.ssa Giulia Bassi

Secondo i più recenti risultati di ricerca, questa tipologia di pazienti può sperimentare sintomi di ansia, depressione, stress che influiscono negativamente nella gestione della malattia. L’obiettivo generale di questo lavoro è stato quello di migliorare il protocollo di conversazione per arrivare poi alla creazione di un virtual coach in grado di supportare i pazienti nella gestione della sintomatologia. In questo studio pilota 18 studenti universitari sono stati istruiti ad interpretare pazienti con DM2 e sono stati coinvolti attivamente nella fase di progettazione (fase di co-design). Grazie all’utilizzo della metodologia Wizard of Oz (WoZ), in cui si fa credere ai partecipanti di interagire con un virtual coach – e non con un umano -, è stato possibile testare il protocollo in diversi contesti di simulazione ed ottenere informazioni preziose su espressione e naturalezza del linguaggio.

Il virtual coach ha ricevuto feedback positivi circa la sua funzione di supporto emotivo: il linguaggio è risultato comprensibile, motivante, incoraggiante, supportivo e non intrusivo. Questi risultati hanno poi permesso di allenare un sistema di intelligenza artificiale erogato tramite Telegram, chiamato MotiBot (Motivational Bot), che adesso è in fase di sperimentazione con pazienti con diabete di tipo 1 e 2.

Lo studio pilota condotto dalla dottoressa Bassi e colleghi è un contributo all’avanguardia nel campo dello sviluppo di trattamenti digitali e rafforza l’ipotesi che tecnologie di intervento comportamentale migliorino le capacità dei pazienti di affrontare ansia, stress e depressione.

Blended CBT: una panoramica

Baldetti e Offredi, entrambi clinici CTB, si occupano da alcuni anni di blended care e dell’uso di nuove tecnologie in ambito clinico; con il loro intervento ci hanno proposto una riflessione sull’integrazione di componenti online e off line.

A partire dagli anni Ottanta, quando sono nati i primi tentativi di terapia completamente computerizzata (cCBT), l’evoluzione delle tecnologie ci ha portati alla internet-based CBT (iCBT) degli anni Novanta, fino ad arrivare all’avvento degli smartphone con app ispirate a protocolli standard della CBT, per lo più in modalità self help su meditazione, homework, esercizi, psicoeducazione.

Per un’applicazione ottimale è necessaria una integrazione delle componenti digitali/faccia a faccia in modo che tutti gli elementi siano interconnessi tra di loro. Entrambe devono avere la stessa importanza e il terapeuta deve muoversi con flessibilità soppesando durante il percorso fattibilità e utilità a seconda delle circostanze e delle fasi del trattamento.

E-therapy virtual coaching e Blended CBT - Report ECDP 2021 Imm2

Imm. 2 – Dott. Marco Baldetti

E-therapy virtual coaching e Blended CBT - Report ECDP 2021 Imm3Imm. 3 – Dott.ssa Alessia Offredi

E’ importante notare come la scelta di introdurre elementi digitali nel percorso terapeutico debba essere una scelta condivisa col paziente. Infatti ci sono diversi elementi da tenere in considerazione: il paziente potrebbe non avere le risorse adeguate (materiali, tecniche e cognitive), non avere fiducia né motivazione, trovarsi in uno stato di crisi o urgenza che prevede altri tipi di approcci. Se non valutati accortamente o sottovalutati, questi aspetti potrebbero minare l’alleanza di lavoro e l’aderenza al trattamento.

Del resto, non mancano i vantaggi: la blended care dà ai clinici più strumenti di lavoro; si può sostituire parte del protocollo con la parte online (ad esempio, la psicoeducazione); permette di fare assessment continui che fungono anche da fattore motivazionale all’inizio del trattamento e mantengono agganciato il paziente nel tempo; il supporto online sembra inoltre facilitare l’applicazione delle tecniche apprese durante le sessioni.

Direzioni future per l’E-therapy

La collaborazione tra psicologi ed esperti di tecnologia aiuterà a promuovere nuovi interventi e a rafforzare i trattamenti esistenti. La cooperazione multidisciplinare non è l’unico punto di interesse per i lavori futuri. L’integrazione tra componenti offline e online ci porta a riflessioni su quanto alleanza di lavoro, aderenza al trattamento, outcome sempre più promettenti siano tra le principali sfide e opportunità. La necessità crescente di ulteriori contributi di ricerca ha portato a evidenze interessanti e ad una espansione degli interventi digitali.

Che lo vogliamo o no, la tecnologia fa già parte degli interventi di psicoterapia. I pazienti cercano e accedono online ai contenuti relativi alla salute fisica e mentale. Suggerire ad un paziente un video su Youtube, una app che ci aiuti a monitorare gli homework, utilizzare Whatsapp per le comunicazioni, fare colloqui tramite Skype, questa è già E-therapy: a noi decidere se subire questi cambiamenti o abbracciarli in maniera consapevole.

 

Funzioni metacognitive e psicopatologia. Come conoscere l’architettura cognitiva è utile in psicoterapia

Vediamo nello specifico ognuna delle funzioni metacognitive e le ricadute cliniche di un loro deficit.

 

Curare la mente implica conoscere come la mente normalmente funzioni e quale sia la sua architettura. A oggi è possibile descrivere alcune funzioni essenziali di un sistema pensante, sano o patologico, tramite teorie coerenti (Allen, Fonagy e Bateman, 2008; Dimaggio & Semerari, 2003; Dimaggio, Montano, Popolo e Salvatore, 2013; Carcione, Nicolò e Semerari, 2016) e in particolare rifacendosi al concetto di metacognizione. Le funzioni metacognitive, o metarappresentazionali, sono un insieme di capacità cognitive di alto livello, tipiche della nostra specie e che lavorano di concerto, sebbene siano dei costrutti differenziabili tra loro e misurabili in maniera indipendente. Esse sono essenziali per rappresentare bisogni e intenzioni proprie e altrui, oltre che per regolare e dirigere il comportamento finalizzato nel lungo termine e mantenere relazioni interpersonali stabili. L’alterazione di tali funzioni risulta in un vero e proprio deficit, presente in gravità variabile in numerose categorie psicopatologiche, in primis nei disturbi di personalità in cui è uno dei fattori nucleari che contraddistingue la peculiare struttura di tali disturbi, le loro manifestazioni e il loro trattamento.

In sintesi, è possibile ricondurre le funzioni metacognitive in due macrocategorie. La prima è quella che rientra nel solco della tradizione di ricerca della Teoria della mente o ToM (Baron-Cohen, Leslie e Frith, 1985) e che include essenzialmente capacità rappresentative quali l’identificazione degli stati mentali propri e altrui come indipendenti e separati o il sapere che la mente è caratterizzata da stati diversi ma integrabili. La seconda macrocategoria, che rientra nella tradizione degli studi sulla regolazione emozionale e sulla metacognizione, è quella dei processi di monitoraggio e controllo, ovvero include il lavorare sugli stati mentali e quindi la capacità di modularli per raggiungere un obiettivo, ridurre la sofferenza, risolvere un problema interpersonale, etc. Vediamo nello specifico ciascuna funzione e le ricadute cliniche di un suo deficit.

L’identificazione è probabilmente la più basilare delle funzioni rappresentative. Essa consiste, molto banalmente, nella capacità di raffigurarsi internamente, in uno spazio privato, uno stato mentale proprio o altrui. Quando una persona identifica una precisa emozione nel sé o in un altro, essa riconosce l’esistenza di tale emozione. Nel paziente psicotico o con grave disturbo di personalità, la consapevolezza degli stati mentali interni è compromessa tanto che tali stati non vengono neppure rilevati e non si è capaci di osservarli. Un paziente simile si mostrerà mutacico o darà risposte vaghe e indefinite a domande come “Cosa provava?” o “Cosa ha pensato in quel momento?”. Già questo pone una fondamentale differenza rispetto a pazienti nevrotici o comunque con disturbi in cui tale capacità è presente ma è poco allenata, oppure è distorta da errori cognitivi che amplificano un problema senza risolverlo.

La differenziazione è intrinsecamente collegata all’identificazione, ma se ne distingue sottilmente in quanto essa non è più la capacità di rappresentarsi uno stato mentale, bensì di differenziare tra uno stato mentale proprio/altrui ed una realtà esterna ad esso e quindi tra una credenza, un’opinione o una fantasia e un fatto che si verifica al di fuori della propria mente. E’ facile intuire come, nei casi più gravi, l’alterazione di questa funzione porti alla totale incapacità di distinguere tra realtà e credenza, quindi al diniego o al delirio e alla impossibilità logica di considerarsi malato. Nei casi meno gravi, il soggetto ha difficoltà a mettere in discussione le idee che ne guidano il comportamento, dimostrandosi inamovibile nella sua interpretazione dei fatti, che però è quantomeno differenziata dal fatto in sé, riconoscendo la differenza tra le due cose. Un classico esempio di scarsa capacità di differenziazione può essere quella di un paziente con disturbo paranoide di personalità, con le sue granitiche convinzioni di complotti ai suoi danni e nel quale tali convinzioni vengono considerate fatti acclarati. Per il paranoico ciò che pensa non è “una sua idea”, ma “è così”.

L’integrazione si definisce come la capacità di mettere insieme in un sistema coerente di rappresentazioni di stati interni propri/altrui differenti, se non proprio contraddittorie. Una funzione simile è fondamentale per mantenere un buon equilibrio della vita psichica e, più in particolare, risulta essenziale per costruire un’identità completa di sé e degli altri, per produrre narrative e spiegazioni complesse del comportamento altrui e in ultimo anche per regolare efficacemente le proprie emozioni mantenendo un comportamento organizzato. Quando questa funzione è deficitaria, il soggetto perde il proprio senso di coerenza; ne consegue che l’immagine di Sé/altro dominante è quella del momento presente e viene persa la complessità del reale e la visione d’insieme. Le spiegazioni del comportamento si semplificano e, nella visione dell’altro, conta solo il qui e ora e non sono evocate spiegazioni alternative e più raffinate. Spesso è lo stesso terapeuta, in seduta, a non riuscire a identificare lo stato mentale del paziente e ad entrare in confusione per i cambiamenti bruschi e repentini del comportamento del soggetto. Un deficit di integrazione è frequente nel Disturbo Borderline di Personalità, in cui la persona assume subito una reazione aggressiva in risposta ad una visione negativa (es. persecutoria) dell’altro anche per una minima mancanza, entrando poi in una serie di stati problematici che nella sua mente appaiono del tutto scollegati tra loro, come se fossero di più persone diverse (es. sé furioso, poi sé cattivo e indegno e quindi infine sé abbandonato). Ad un osservatore ignaro del funzionamento, il comportamento del paziente apparirà caotico, imprevedibile e contraddittorio.

Il decentramento è la capacità di comprendere gli stati mentali altrui, ovvero di assumere la prospettiva dell’altro. E’ una funzione rappresentativa e si distingue quindi dalla capacità di condividere le emozioni altrui, ovvero dall’empatia propriamente detta. Va da sé che questa sia una capacità che richiede già un buona capacità di identificare e differenziare i vari stati mentali, essendo impossibile assumere la prospettiva di un altro se prima non si è capaci di associare ad esso stati mentali e di comprendere il loro stato di rappresentazione interna. Decentrarsi significa dunque descrivere credenze e comportamenti altrui a prescindere dai proprio contenuti mentali e quindi attribuire all’altro un mondo psicologico del tutto indipendente dal proprio. Se c’è un deficit, la persona agirà attribuendo all’altro obiettivi e comportamenti esclusivamente in base alle proprie interpretazioni o emozioni del momento. Ad esempio, un paziente può considerare il volto perplesso dell’altro in risposta ad una propria affermazione come svalutante o critico se si trova già in uno stato mentale di allerta, senza configurarsi la possibilità che invece l’altro non ha effettivamente compreso il messaggio. Un caso in cui si attribuiscono agli altri stati mentali in base alle proprie credenze è, ad esempio, il disturbo di personalità paranoide in cui il comportamento altrui si legge sempre come maligno e nocivo in conseguenza della propria visione dell’ambiente come pericoloso e persecutorio. Se mi sento aggredito significa automaticamente che l’altro è aggressivo.

Le funzioni di mastery, invece, includono tutta una serie di capacità non più rappresentative, bensì di monitoraggio e controllo degli stati interni. Semerari e colleghi suddividono tali strategie in tre livelli a seconda del livello di elaborazione metacognitiva richiesto. Le strategie di primo livello sono quindi quelle in cui la persona ha una capacità metarappresentativa nulla o scarsa e il suo ruolo dinanzi all’emergere di uno stato problematico è passivo. Ne consegue che il solo modo di gestire un’emozione o risolvere un problema sarà agire direttamente sull’organismo per modulare il livello di attivazione ad esempio assumendo sostanze, tramite l’autolesionismo o ancora abbuffandosi. Le strategie di secondo livello richiedono un maggiore livello di consapevolezza e un ruolo più attivo della persona. Esse includono, ad esempio, il distrarsi reindirizzando la propria attenzione altrove, l’inibizione volontaria di un pensiero doloroso o la condivisione sociale con altri significativi. Un caso tipico in cui questa strategia può portare ad una disfunzione è quando si tenta continuamente di rielaborare un evento per riassegnarvi un significato ma senza approdare ad una soluzione, ovvero il rimurginio. In ogni caso, nelle strategie di secondo livello le funzioni rappresentative devono essere almeno minimamente presenti. Le strategie di terzo livello sono le più complesse e richiedono una buona capacità metacognitiva, in quanto in questo caso il soggetto agisce direttamente sui propri stati mentali. Esempi possono essere il riflettere criticamente sull’efficacia delle proprie credenze o soluzioni al problema, il negoziare un compromesso raffigurandosi obiettivi e desideri altrui oppure accogliere e accettare il proprio stato interno in quanto non è possibile modificare una situazione in nessun modo (es. lutto) ma restando consapevoli che esso è momentaneo e legato alle contingenze.

Le funzioni metarappresentative sono condizione necessaria (ma non sufficiente) affinché ci siano buone capacità di monitoraggio. In particolare, non è possibile avere un buon livello di autoregolazione se sono assenti i contenuti mentali da modulare, che dovranno per forza di cose essere prima identificati e differenziati adeguatamente. Ad esempio, non sarà possibile modulare adeguatamente uno stato mentale di rabbia da presunta ingiustizia subita, se non si riescono nemmeno a identificare motivazioni e credenze proprie e altrui che compongono la complessità della relazione interpersonale e delle emozioni in atto in quel momento. Oppure ancora, in terapia, il paziente si sentirà impotente e in balia degli eventi, manifestando frustrazione perenne e scarsa fiducia nel trattamento, se prima non riuscirà a rappresentarsi i vari stati mentali problematici su cui lavorare e che sono all’origine della sua sofferenza.

In conclusione, avere una visione integrata dell’architettura cognitiva della mente e delle sue funzioni di metarappresentazione risulta centrale per il terapeuta. Partire da una valutazione di tali funzioni nel paziente risulta utile sia ai fini della comprensione dell’origine strutturale dei sintomi, sia per spiegare il suo difetto nel funzionamento interpersonale dentro e fuori dal setting terapeutico sia infine per pianificare gli obiettivi e la modalità della terapia stessa, identificando le aree problematiche su cui lavorare con il paziente.

 

Genitori e familiari: come diventare un sostegno per chi ha difficoltà a gestire le emozione – Report dell’evento

La disregolazione emotiva può avere ripercussioni significative non solo dal punto di vista del benessere individuale, ma anche sulla qualità delle relazioni interpersonali. In che modo genitori e familiari possono diventare un sostegno quando si verificano problemi di gestione delle emozioni?

 

La mancata capacità di controllare gli effetti delle proprie reazioni emotive su pensieri e comportamenti è detta Disregolazione Emotiva. Questo costrutto è implicato trasversalmente in diverse forme di malessere psicologico, per le quali può configurarsi sia come fattore predisponente che come fattore di mantenimento. La mancata regolazione emotiva può avere ripercussioni significative non solo dal punto di vista del benessere individuale, ma anche sulla qualità delle relazioni interpersonali.

Il Centro Disturbi della Personalità del progetto Cliniche Italiane di Psicoterapia (CIP) di Modena e di Milano si occupa di fornire sostegno, in ambito clinico e riabilitativo, a chi ha difficoltà di regolazione emotiva ed ai loro familiari.

In che modo genitori e familiari possono diventare un sostegno quando si verificano problemi di gestione delle emozioni?

Il costrutto di Regolazione Emotiva (Gratz & Roemer, 2004) si riferisce all’abilità di:

  • Comprendere ed essere consapevoli delle proprie emozioni;
  • Accettare il presentarsi delle emozioni;
  • Controllare le emozioni negative evitando che queste interferiscano con il proprio comportamento;
  • Usare strategie di regolazione emotiva in modo flessibile e adatto al contesto.

Questa concezione si inserisce all’interno del modello Biosociale di Marsha Linehan. Secondo questa cornice teorica esistono due diversi tipi di fattori che concorrono a determinare la vulnerabilità emotiva. Uno di tipo temperamentale, relativo alle predisposizioni individuali, ed uno di tipo ambientale, riconducibile all’esperienza emozionale soggettiva. Quando l’ambiente non è supportivo, non accoglie adeguatamente o fraintende il manifestarsi delle emozioni del bambino, possono verificarsi dinamiche di instabilità nella relazione individuo-ambiente. Come conseguenza di ciò, l’emotività potrebbe essere percepita dalla persona come inadeguata, pericolosa o intollerabile. Ciò può comportare difficoltà a tollerare stress e frustrazione e problemi a orientarsi in base alle proprie emozioni e cognizioni senza ricorrere a sostegni esterni. Non riuscendo a fare uso di strategie cognitive in grado di mediare il rapporto tra stimolo ambientale e risposta comportamentale, l’individuo acquisirà un’attività mentale rigida, caratterizzata da pensiero tutto o nulla generalizzato a molti aspetti della quotidianità, che verranno così concepiti in modo assolutistico e non adattabile alla variabilità del contesto. Questa estremizzazione in poli opposti influenzerà anche nell’espressione emotiva, che oscillerà tra inibizione ed eccessiva espressione delle emozioni, senza possibilità di compromessi più funzionali. La persona stessa potrebbe vivere con biasimo e vergogna queste risposte emotive estreme, anche per via della difficoltà a riconoscerle, identificarle e controllarle.

Nel tentativo di far fronte a questi vissuti dolorosi, l’interessato potrebbe:

  • Manifestare impulsività in varie aree di vita (aggressività fisica o verbale, abuso di droghe o alcol, gioco d’azzardo, shopping compulsivo, eccessivo o insufficiente consumo di cibo);
  • Presentare difficoltà nel processo decisionale e rigidità di pensiero (es. pensiero tutto o nulla: “o sono perfetto o sono un fallito”);
  • Problemi nelle relazioni interpersonali (frequenti fraintendimenti, relazioni caotiche);
  • Ipervigilanza e ipersensibilità.

Quali sono le conseguenze sui familiari e i partner?

Le difficoltà di regolazione emotiva possono avere effetti significativi anche sulle persone che vivono a stretto contatto con chi ne soffre. Col passare del tempo, famigliari e partner possono sentirsi esausti o sconfitti in seguito ai molteplici tentativi di dare spiegazioni razionali a quelli che possono sembrare comportamenti privi di logica. Questa condizione è spesso caratterizzata da alti livelli di frustrazione, che purtroppo accompagna il senso di inefficacia sperimentato dai membri della famiglia a seguito dei molti tentativi di aiuto ignorati o fraintesi. Queste dinamiche possono causare l’instaurazione di conflittualità tali da non rendere più i familiari risorse funzionali all’ottenimento dei risultati del percorso terapeutico, arrivando persino a escluderli completamente dalla vita del paziente.

Come riconoscere la disregolazione emotiva?

La disregolazione emotiva può esprimersi mediante diverse manifestazioni comportamentali. Per le persone vicine a chi ne soffre è tipico sentirsi sempre sotto stress, a causa delle preoccupazioni e delle difficoltà nella vita quotidiana causate dal proprio famigliare. È anche comune avere l’impressione che il proprio caro passi in poco tempo dalla calma, all’ira o alla disperazione, con cambiamenti d’umore così repentini da confondere e indurre a pensare di avere immaginato ciò a cui si ha appena assistito. L’umore del proprio familiare, infatti, cambia apparentemente senza alcuna ragione (Labilità emotiva).

Un’altra manifestazione comportamentale che la disregolazione emotiva porta spesso con sé è l’impulsività. Se il proprio familiare è impulsivo, si può avere l’impressione che non abbia il controllo sulle proprie emozioni e sui propri comportamenti. Ciò provoca continue preoccupazioni per la sua sicurezza, in quanto si teme che egli adotti una moltitudine di comportamenti pericolosi quali autolesionismo, abitudini alimentari dannose, uso di droghe e alcol, pratiche sessuali rischiose, spese sconsiderate e, nei casi più gravi,  tentativi di suicidio.

Ulteriori effetti della disregolazione emotiva possono essere la Difficoltà nel processo decisionale e la Rigidità di pensiero. Il familiare, pur affermando di vivere una quotidianità fatta di frustrazioni, infelicità e stress, sembra incapace di compiere il minimo cambiamento per migliorare la propri a situazione.

Le decisioni quotidiane sembrano sfide enormi e chi è vicino a lui/lei si trova ad assistere impotente ad una serie di decisioni sbagliate, che continuano ad essere ripetute in modo recidivo, come se il proprio familiare fosse incapace di imparare dai propri errori, o non cogliesse il collegamento causa-effetto tra le proprie azioni e le conseguenze negative che ne derivano.

Può accadere poi che le relazioni interpersonali diventino dei veri e propri campi minati: una persona ritenuta amica può all’improvviso scomparire dalla vita del proprio familiare, a causa di una visione del mondo bianco/nero in cui il compromesso è impossibile, in cui le persone sono o totalmente buone o totalmente cattive, oscillando tra gli estremi dell’idealizzazione e del disprezzo. Un altro indicatore di questo Caos relazionale è che la persona è cieca alle proprie responsabilità nei conflitti interpersonali: la colpa è sempre esterna e loro sono l’eterna vittima dei comportamenti scorretti altrui.

In questi casi sono comuni, inoltre, elementi di Ipervigilanza e ipersensibilità. Fin dall’infanzia il vostro familiare potrebbe aver mostrato di essere molto sensibile ai rumori, ai toni della voce, alla luce, alle sfumature emotive e alle reazioni degli altri. Una critica, un rimprovero, un fallimento o il minimo cenno di rifiuto è in grado di provocare una forte reazione, che può avere come esito l’isolamento ed il ritiro da ogni relazione sociale. Questa ipersensibilità potrebbe causare nelle persone vicine a chi la manifesta il costante timore di aver detto o fatto qualcosa di sbagliato, e sforzi costanti per tentare di colmare la sfiducia e la diffidenza che il proprio familiare prova nei confronti delle altre persone e delle situazioni in cui crede di rischiare un fallimento o un rifiuto.

Anche l’aspetto cognitivo risente molto della mancanza di controllo sulle emozioni. Potrebbe accadere che, nel descrivere un episodio passato, il racconto dei familiari sia completamente diversa da quella riportata dal paziente, come se si trattasse di due eventi completamente differenti, ciò a causa degli aspetti di Disregolazione cognitiva causati dall’assenza di controllo emotivo.

In questa miriade di manifestazioni, specchio della sofferenza dovuta alla mancata capacità di regolare le emozioni, c’è un aspetto particolarmente difficoltoso da accettare per i familiari: la Competenza apparente. La stessa persona che a casa manifesta le problematiche che abbiamo appena elencato (impulsività, caos relazionale ecc.), potrebbe mostrarsi estremamente competente e posata in situazioni pubbliche esterne all’ambiente domestico. Qualità che vanno perse nella relazione coi parenti o con altre figure di attaccamento. Questo provoca l’incapacità di raggiungere una piena soddisfazione in tutte le aree della vita e, sebbene in molti casi possa essere raggiunta la piena autonomia e successo lavorativo, nella sfera privata queste persone sembrano vivere un’esistenza di quieta disperazione.

Per i familiari può essere frustante assistere a questi cambiamenti radicali a seconda delle situazioni, tanto da arrivare a dubitare che il proprio caro provi effettivamente la grande sofferenza che descrive. Può essere difficile continuare ad essere di supporto e provare compassione quando ci si pone constantemente la domanda: “Perché in pubblico riesce ad essere pienamente in controllo di sé e a casa no?”.

Assunti di base per il trattamento

Nonostante i diversi problemi comportamentali legati alla disregolazione emotiva, è importante ricordare che chi li manifesta comunque sta facendo del proprio meglio: se potessero decidere, ovviamente non si comporterebbero in maniera irrazionale e controproducente! Hanno bisogno di essere sostenuti e motivati nel loro percorso verso il cambiamento: anche se non responsabili di questa sofferenza, solo loro possono risolvere i loro problemi, apprendendo nuovi comportamenti nei contesti per loro rilevanti.

I due modelli teorici ai quali si fa riferimento alle Cliniche Italiane di Psicoterapia sono la Terapia Dialettico Comportamentale, DBT (Linehan, 2015) e la Terapia basata sulla Mentalizzazione, MBT (Bateman & Fonagy, 2012).

La prima si focalizza su come un individuo possa imparare a regolare le emozioni e mutare i comportamenti acquisendo nuove abilità per regolare le emozioni che gli consentano di agire in vista di uno scopo e non su base impulsiva. La seconda, invece, si concentra maggiormente su cosa una persona pensa e su come percepisce la situazione durante un’interazione, momento per momento, al fine di chiarire le intenzioni di ognuno all’interno della relazione, ed evitare fraintendimenti.

Sia la DBT che la MBT si fondano su due concetti essenziali: l’accettazione e la compassione. Lo scopo è comprendere la sofferenza causata dalla difficoltà nel comunicare i propri sentimenti, pensieri e necessità. È difficile, infatti, soddisfare anche i più semplici bisogni quando gli altri sembrano non capire quello che esprimiamo, e questo può portare ad un costante senso di frustrazione e alla sensazione di essere isolati dal resto del mondo.

Ingredienti per essere di supporto al vostro familiare:

Come riuscire ad entrare in connessione con chi soffre di disregolazione emotiva? Attraverso una serie di abilità, come:

  • Accettazione radicale: riconoscere ciò che avviene nel momento presente e riuscire a tollerarlo e accettarlo completamente, senza desiderare che le cose siano diverse. È la base su cui si poggiano validazione e cambiamento.
  • Validazione: il linguaggio per comunicare con il familiare affetto da un disturbo affettivo, è l’arte di legittimare l’altra persona accettandola così com’è, con le sue emozioni e reazioni. È un potente mezzo per trasmettere il proprio affetto ed è un modo per ridurre i fraintendimenti e le attribuzioni errate. Può essere attuata prestando attenzione, spiegando di aver compreso quello che l’altro vuole comunicare riformulandolo con parole proprie, validando il passato e normalizzando le emozioni del presente alla luce della storia di vita.
  • Mindfulness: significa concentrarsi sul momento presente, il qui ed ora, apprendendo a osservare in modo non giudicante i propri pensieri ed emozioni. L’obiettivo è riuscire a distinguere i tre stati della mente. La mente emotiva, la mente razionale e la mente saggia.
  • Abilità di cambiamento del comportamento: abilità di efficacia interpersonale, regolazione emotiva e tolleranza della sofferenza, acquisite con tecniche basate sul modellamento ed il rinforzo. Il fine è rendere più flessibili gli schemi comportamentali contraddistinti da un modo di pensare rigido (del tipo tutto/niente). Le abilità legate al rafforzamento sono, ad esempio, la capacità di definire obiettivi, sviluppare l’assertività, equilibrare priorità e richieste, e accettare gli errori.
  • Mentalizzazione: imparare a comprendere i fraintendimenti in ambito relazionale, modificando il modo in cui una persona percepisce situazioni ed esperienze interpersonali tramite una maggiore comprensione di ciò che accade nella propria mente e in quella dell’altra persona nel corso dell’interazione.

Aspetti dimensionali presenti su più disturbi:

La disregolazione emotiva non è specifica di un solo disturbo, ma può accompagnare diversi quadri diagnostici. I disturbi della personalità possono essere tra questi. Secondo L’American Psychiatric Association (APA), circa il 10% della popolazione ne soffre, sono disturbi pervasivi e duraturi che hanno un forte impatto sulla vita familiare, sulle relazioni interpersonali e sul funzionamento globale della persona.

Il progetto disturbi di personalità del CIP di Modena:

Le Cliniche Italiane di Psicoterapia (CIP) nascono dall’esperienza di Studi Cognitivi, un network di Scuole di Specializzazione in Psicoterapia, Centri di Ricerca e Centri Clinici. Il progetto del CIP di Modena si colloca all’interno delle linee guida dell’APA e delle evidenze della letteratura scientifica sui disturbi di personalità, andando a costituire un intervento con caratteristiche sia psicoterapeutiche che riabilitative. Si tratta di strutture semiresidenziali per disturbi di tipo emotivo, quindi centri diurni che offrono al paziente un intervento intensivo e personalizzato. Il percorso ha una durata di tre mesi in un setting di terapia di gruppo intensiva, che comprende anche un incontro settimanale di supporto per i familiari, volto ad agire sull’ambiente invalidante creando un clima più sereno.

I modelli di riferimento sono la Terapia Dialettico comportamentale, la Terapia basata sulla Mentalizzazione, la Terapia Metacognitiva (Wells, 2011), e gli interventi basati sulla Mindfulness. Gli obiettivi sono la riduzione della vulnerabilità emotiva attraverso il miglioramento della regolazione delle emozioni, la riduzione delle strategie di coping maladattive. L’intervento del CIP è tenuto da un’equipe multidisciplinare tra cui 4 psicologi psicoterapeuti, 2 terapisti della riabilitazione ed un medico psichiatra formati sui protocolli di riferimento.

La presa in carico presso il CIP avviene mediante le seguenti fasi:

  • Colloquio preliminare
  • Valutazione testistica, sulla base della quale si concettualizza il caso
  • Formulazione del progetto terapeutico e condivisione degli obiettivi da raggiungere
  • Invio relazione e costruzione del progetto
  • Trattamento (3 mesi, ogni pomeriggio dal lunedì al giovedì)
  • Colloquio finale con valutazione testistica e rivalutazione del percorso sulla base degli obiettivi accordati in partenza; condivisione delle informazioni con il professionista inviante.

 

GUARDA IL VIDEO DELL’EVENTO:

 

 

Process-based CBT. I processi e le competenze cliniche di base della terapia cognitivo-comportamentale (2020) di Steven C. Hayes e Stefan G. Hofmann – Recensione

Process-based CBT mostra al lettore la possibilità di mediare tra ricerche e costrutti afferenti le varie aree del cognitivismo clinico internazionale.

 

Gli autori, lungo il corso delle loro carriere, hanno portato avanti un dibattito tra punti di vista diversi ma, nello stesso tempo, sembrano aver affrontato con atteggiamento di apertura il loro costante confronto, mantenendo lo sguardo rivolto al futuro. Presupposti, questi ultimi, non solo per poter coltivare un’amicizia, ma anche per garantire l’avanzamento scientifico. Steven C. Hayes a partire da un approccio comportamentista, ha sviluppato una delle più note forme di psicoterapia della Terza Onda, l’Acceptance and Commitment Therapy (Hayes et al., 1999), mentre Stefan G. Hofmann, attraverso numerose ricerche sulle emozioni secondo una prospettiva interpersonale e mindfulness-based, ha portato un enorme contributo a favore del cognitivismo clinico.

Il manuale, descrivendo al lettore i processi alla base della terapia cognitivo-comportamentale, ci porta ad identificare un obiettivo comune le tra le varie ondate e tradizioni del cognitivismo e comportamentismo sviluppatesi nel tempo. Sembra saggio il tentativo di rispondere consapevolmente alle varie critiche e posizioni che interessano la CBT, vista la difficoltà dei vari esponenti lungo la linea del tempo, nel definire in maniera unitaria gli standard della pratica evidence-based; sia in termini di efficacia del trattamento, sia riguardo l’esperienza clinica del terapeuta e i rispettivi target di intervento. A tal riguardo, le idee espresse nel testo, risultano oggettive e ricche di spunti teorici ed applicativi; infatti si basano su quanto emerso dalla Inter-Organizational Task Force on Cognitive and Behavioral Psychology Doctoral Education (Klepac et al., 2012). Tale Task Force permise un incontro tra le principali organizzazioni rappresentanti le varie branche CBT e nacque grazie agli intenti dell’Association for Behavioral and Cognitive Therapies (ABCT) di definire standard educativi e di formazione per l’insegnamento di competenze aggiornate a livello di dottorato negli USA. La ABCT si formò nel 1966 accogliendo al suo interno professionisti della salute mentale rappresentanti dei vari approcci CBT.

L’ipotesi di spostare il focus dell’attenzione clinica, di ricerca e di formazione, sui processi, emerge dunque da diversi decenni di lavoro in cui gli scienziati hanno tentato di ridefinire i target dell’intervento clinico. Si fa quindi sempre più riferimento ad una visione transdiagnostica, sia per quanto concerne la comprensione della sofferenza dell’individuo, sia con l’intento di adattarvi le specifiche applicazioni.

Se allineare i disturbi mentali alle categorie diagnostiche del modello biomedico ha favorito la comunicazione tra professionisti, ponendo le basi per un primo avanzamento scientifico nella direzione di interventi più mirati, è emersa però l’esigenza di descrivere in modo meno eterogeneo i problemi psicologici. Il passaggio ad un approccio dimensionale ha favorito, infatti, il processo decisionale in ambito clinico, tuttavia, anche il costrutto di dimensione è stato più volte rivisto. Per esempio, si è giunti a definire meglio le dimensioni patologiche su cui intervenire, dando spazio ad un approccio più comportamentale e neurobiologico come quello elaborato attraverso il framework Research Domain Criteria (RDoC) (Insel et al., 2010), o riflettendo sulle implicazioni del modello di processo generativo dell’emozione di Gross, il quale ha contribuito a far chiarezza sul costrutto di disregolazione emotiva e sulle relative strategie di risposta. L’approccio a rete complessa (Complex Network Approach) (Hofmann et al., 2016) ha portato, poi, un notevole contributo nel tentativo di superare l’assunto che alla base dei disturbi mentali vi siano entità patologiche latenti. Per cui, gli elementi da osservare ai fini della comprensione di un determinato disturbo e di un intervento individualizzato, saranno interconnessi gli uni agli altri e, appunto, parte di una rete complessa. Secondo gli autori di Process-based CBT, anche le strategie di analisi funzionale e gli studi longitudinali vanno nella direzione di definire quei processi bio-psico-sociali che sono centrali negli interventi di psicoterapia. La loro ipotesi sembra dunque spostarsi efficacemente da possibili chiusure ad una dimensione di confronto, illustrando le potenzialità di ogni ala di questa famiglia di approcci (comportamentale, cognitiva, di accettazione e di mindfulness).

Integrando prospettive cliniche, neuroscientifiche ed evoluzionistiche, vengono dunque descritti i processi centrali nel trattamento di problematiche comportamentali, emotive o fisiche, a partire dall’ambito comportamentale. In particolare, gli autori spiegano i meccanismi di apprendimento che avvengono per contingenza diretta, prendendo poi in esame l’interazione tra essi ed i processi di controllo dello stimolo e di generalizzazione, ma anche riflettendo sul possibile ruolo di mediazione che hanno su di essi il linguaggio e altri processi simbolici. Per esempio, le auto verbalizzazioni possono influenzare in maniera diversa i processi di apprendimento in base alle diverse situazioni cliniche. Se l’affermazione di autoregole, almeno ad un livello covert, sembra migliorare la performance in persone con disabilità dello sviluppo (Taylor et al., 1997;  Faloon & Rehfeldt, 2008), probabilmente, invece, i processi cognitivi sottostanti le auto verbalizzazioni tipiche di una persona che riporta attacchi d’ansia, non medieranno positivamente la sua risposta di apprendimento di fronte ad uno stimolo fonte di ansia.

Esploriamo poi la cognizione, sia vista come quel processo dinamico che interessa l’elaborazione delle informazioni (Neisser, 1967) e che, meno formalmente in ambito clinico, si traduce per esempio in schemi o credenze di base, sia concettualizzata in termini funzionali-analitici. Nello specifico, gli autori invitano il lettore a percepire l’integrazione tra queste due prospettive, come una risorsa, a favore di una migliore comprensione della cognizione in ambito clinico. I processi vengono infine approfonditi in termini di emozioni e di regolazione emotiva nel contesto delle relative implicazioni cliniche.

Un approfondimento riguardo la filosofia della scienza, l’etica e il ruolo variabile della pratica, ci permette poi di ripercorrere la storia di sviluppo della CBT, mostrando al lettore in che modo tale traiettoria potrebbe progredire in termini di avanzamento scientifico. Il testo si rivela infatti utile nel caso in cui si volessero conoscere meglio quei principi più astratti che sono alla base di una pratica clinica efficace.

Questo lavoro, che mira perlopiù a proporre un modello educativo per le nuove generazioni di terapeuti, ci spinge a riflettere sulla natura del funzionamento psicologico, e sulle strategie utili ad affrontare gli specifici obiettivi di intervento, anche alla luce delle ultime applicazioni in campo di innovazione tecnologica. Nell’ultima sezione del libro, i processi e le strategie applicative, vengono affrontati con riferimento all’intervento clinico, tentando di spiegare quei principi scientifici che sono trasversali alle applicazioni terapeutiche provenienti dai diversi approcci.

Abbracciare l’ipotesi degli autori sembra quindi voler dire che è possibile maneggiare con più consapevolezza alcuni nodi cruciali della pratica clinica quotidiana in ambito CBT. Sembra per esempio, che focalizzarsi sui processi di cambiamento, sia utile per tentare di rispondere, almeno in parte, alle criticità dei protocolli specifici manualizzati. Se, da un lato è funzionale che il terapeuta, così come il ricercatore, si concentri su specifiche competenze e procedure, il rischio potrebbe essere quello di ignorare che i costrutti e i principi fondanti le sotto-strategie, sono tutt’altro che specifici. Se, inoltre, il manuale tende a diventare in maniera fuorviante l’unico oggetto di analisi per quel determinato disturbo, enfatizzandone le caratteristiche distintive che lo identificano, potrebbe non essere semplice notare la sovrapposizione tra le singole componenti.

Dunque, un brillante e complesso approfondimento che apre la mente.

Come sottolineano gli autori ‘L’obiettivo non è lo sconvolgimento; l’obiettivo è il progresso‘.

 

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