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Gli Action Video Games Migliorano i Meccanismi Multisensoriali di Esclusione del Rumore nei Bambini con Dislessia Evolutiva – ECDP 2021 / Poster Session

POSTER PRESENTATO IN OCCASIONE DELLA EUROPEAN CONFERENCE ON DIGITAL PSYCHOLOGY 2021

Giovanna Puccio (1), Sara Bertoni (1,2), Sandro Franceschini (1), Martina Mancarella (1,3), Simone Gori (2) e Andrea Facoetti (1)

1 – Università di Padova
2 – Università di Bergamo
3 – Katholieke Universiteit Leuven

Dislessia Evolutiva gli effetti positivi degli Action Video Games ECDP ITA

Dislessia Evolutiva gli effetti positivi degli Action Video Games ECDP ENG

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Introduzione

 La dislessia evolutiva (DE) è definita come una difficoltà nell’acquisizione della lettura spesso caratterizzata da deficit fonologici (Snowling et al., 2019), motori (Iversen et al., 2005) e dell’attenzione visiva (Vidyasagar & Pammer, 2010). Alcuni studi, in particolare, hanno indagato il ruolo svolto dai processi attenzionali di esclusione del rumore nei meccanismi uditivi e visivi nei bambini con DE (Hancock et al., 2017; Sperling et al. 2005).

Proprio a partire dal ruolo causale che questi meccanismi sembrano svolgere nelle abilità di lettura, in questo studio abbiamo proposto un training con gli action video game (AVG) e uno con i non-action video game (NAVG) a un gruppo di 14 bambini con DE. Le abilità di lettura e l’efficienza dei processi di esclusione del rumore sono quindi stati misurati sia prima che dopo le sessioni di allenamento con gli AVG e senza (NAVG).

I risultati della nostra ricerca mostrano che le abilità di decodifica fonologica (la velocità di lettura di pseudo-parole) così come l’efficienza nei processi di esclusione del rumore (uditivo e visivo) migliorano significativamente solo dopo una sessione di training con gli AVG.

Questi dati permettono di sostenere una relazione causale fra le abilità di lettura e i meccanismi multisensoriali di esclusione del rumore, dimostrando l’efficacia del trattamento con AVG per la DE e arricchendo con nuove evidenze quanto dimostrato in letteratura (e.g., Bavelier & Green, 2019, Mancarella et al., under review; Franceschini et al., 2013; 2017; Franceschini & Bertoni, 2019; Bertoni et al., 2021).

Introduction

Keywords: reading (dis)abilities, selective attention, neuropsychological rehabilitation, neural noise, multisensory processing

Developmental dyslexia (DD) is not only characterized by a reading difficulty, but also by phonological (Snowling et al., 2019), motor (Iversen et al., 2005) and visual attention deficits (Vidyasagar & Pammer, 2010). Some studies have argued the crucial role played by altered auditory and visual mechanisms of perceptual noise exclusion in DD (Hancock et al., 2017; Sperling et al. 2005).

To test the causal role of perceptual noise exclusion in reading abilities, we proposed two different training with action and non-action video games (AVG and NAVG) to a group of 14 children with DD (aged 7 to 11 years, mean = 8,8 years) using a randomized, controlled crossover experiment. Reading and phonological decoding skills as well as auditory and visual perceptual noise exclusion efficiency were measured before and after AVG and NAVG training sessions.

Our findings show that phonological decoding skills (i.e., pseudoword reading speed) as well as multisensory (auditory and visual) perceptual noise exclusion efficiency were significantly improved only after the AVG training session.

This study supports the conclusion that a disorder of the multisensory perceptual noise exclusion mechanism is causally linked to the reading deficits that characterize DD. Indeed, a training that enhances the efficiency of this attentional mechanism appears to improve phonological decoding skills in children with DD.

This research is consistent with some previous studies that have shown that AVG training appears to improve, not only visual selective attention, but also auditory and phonological processing in healthy adults (Green & Bavelier, 2019, Mancarella et al., under review) and in children with DD (Franceschini et al., 2013; 2017; Franceschini & Bertoni, 2019; Bertoni et al., 2021). In this study we directly investigated the causal role of multisensory mechanisms of perceptual noise exclusion in children with DD by using AVG training.

 

Associazione tra disturbi dello spettro schizofrenico e morbo di Parkinson: il ruolo del sistema dopaminergico

Secondo un recente studio, condotto da ricercatori dell’Università di Turku in Finlandia, soffrire di un disturbo dello spettro schizofrenico aumenta le possibilità di sviluppare, nel corso della vita, la malattia di Parkinson. Il ruolo del sistema dopaminergico e gli effetti dei farmaci antipsicotici sono fondamentali per comprendere l’associazione tra queste due patologie.

 

I disturbi dello spettro della schizofrenia sono caratterizzati da anomalie psicopatologiche che si esprimono a livello sintomatologico con deliri, allucinazioni, pensiero disorganizzato, comportamento motorio anormale e sintomi negativi come ad esempio la diminuzione dell’espressione delle emozioni o la diminuzione della capacità di provare piacere. La compromissione che queste patologie determinano si manifesta in ambito sociale, interpersonale, relazionale, cognitivo e percettivo. I sintomi differiscono per durata e modalità di espressione, a seconda degli ambiti maggiormente intaccati dalla malattia (De Jong MH, Zemel D, Van Gool AR. 2014; McCutcheon RA, Reis Marques T, Howes OD 2020). I disturbi dello spettro schizofrenico hanno un’eziologia multifattoriale, tra le varie ipotesi che cercano di spiegarne la causa vi è quella dopaminergica che teorizza, in questi disturbi, un’iperattività del sistema dopaminergico specie nelle vie mesolimbocorticali (Brisch R, Saniotis A, Wolf R et al. 2014; Howes OD, Kapur S. 2009).

Il morbo di Parkinson è una malattia neurodegenertiva che fa parte di un gruppo di patologie denominate ‘’Disordini del Movimento’’. I principali sintomi motori che lo caratterizzano sono il tremore a riposo, la rigidità, la bradicinesia e, in fase avanzata, l’instabilità posturale con disturbi dell’equilibrio. Le strutture cerebrali colpite da neurodegenerazione, nel Parkinson, sono i gangli della base che partecipano alla corretta esecuzione dei movimenti. In questo morbo si verifica una perdita progressiva di dopamina nelle vie mesostriatali (Kalia LV , Lang AE . 2015).

I disturbi dello spettro schizofrenico e la malattia di Parkinson sono accomunati dal coinvolgimento di un’alterazione, anche se in senso opposto, del sistema dopaminergico. Dal punto di vista farmacologico i sintomi del Parkinson possono essere alleviati con gli agonisti del recettore per la dopamina mentre i disturbi schizofrenici sono comunemente trattati con antagonisti del recettore per la dopamina (De Jong MH , Zemel D , Van Gool AR. 2014; Lan CC , Su TP , Chen YS , Bai YM. 2011). Proprio perché le due patologie si associano ad alterazioni opposte del sistema dopaminergico, la comorbidità del Parkinson con i disturbi dello spettro schizofrenico è considerata un fatto raro. (DSM-5 2013)

Un recente studio ha indagato quale sia il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson dopo una diagnosi di disturbo dello spettro schizofrenico (Kuusimaki T, Haidar Al,Andulrasul MD et al. 2021). Si tratta di uno studio caso-controllo basato su record retrospettivo. I ricercatori hanno esaminato una coorte che comprendeva 3045 pazienti, della Finlandia sud-occidentale, con malattia di Parkinson. Sono stati inclusi nella ricerca anche pazienti con disturbi dello spettro schizofrenico diagnosticati precedentemente alla comparsa del Parkinson.

In base all’analisi dei dati, gli autori dello studio sono giunti alla conclusione che i disturbi di tipo schizofrenico aumentano il rischio di sviluppare nel corso della vita la malattia di Parkinson. Questa associazione è stata osservata nonostante l’aspettativa di vita nei pazienti, con disturbi di tipo schizofrenico grave, è diminuita di 15-25 anni rispetto alla popolazione generale e ciò diminuisce la possibilità di sviluppare nel tempo il Parkinson (Saha S , canto D , McGrath J 2007).

L’aumento del rischio per il morbo di Parkinson, nei pazienti con disturbi dello spettro schizofrenico, potrebbe essere correlato alla maggiore vulnerabilità del sistema dopaminergico indotta dalla disregolazione della dopamina presente in questi disturbi o agli effetti degli antagonisti del recettore della dopamina (Grace AA .  1991, Howes OD , Kapur S . 2009). I ricercatori hanno preso in considerazione il ruolo dei farmaci antipsicotici, questi inducono il parkinsonismo bloccando i recettori dopaminergici post-sinaptici (Erro R , Bhatia KP , Tinazzi M .  2015). I neurolettici potrebbero predisporre i pazienti con disturbi schizofrenici alla malattia di Parkinson per gli effetti neurotossici che queste sostanze hanno sui neuroni dopaminergici (Leucht S , Cipriani A , Spineli L , et al. 2013).

 

ISRIB: nuovo farmaco contro il declino cognitivo?

Importante scoperta effettuata da uno studio italo-americano condotto dalla neuroscienziata aretina Susanna Rosi, circa il declino cognitivo dovuto all’invecchiamento e la sua possibile reversibilità grazie al farmaco ISRIB.

 

In precedenza, i numerosi studi condotti negli anni tra il 2013 e il 2018 hanno consentito di raggiungere traguardi interessanti nell’ambito delle neuroscienze e lo studio attuale pubblicato su eLife nel dicembre 2020, condotto dalla Professoressa Susanna Rosi, docente di Chirurgia neurologica e neuroscienziata a San Francisco, ne costituisce ulteriore conferma. Infatti, uno dei principali meccanismi chiave del farmaco ISRIB (ISR Inhibitor) riguarda l’inibizione della ISR, ovvero della risposta integrata allo stress. Tale farmaco è  già noto per la sua utilità nel ripristinare la memoria in seguito a traumi cranici, prevenendo anche la perdita dell’udito, nei topi con cancro alla prostata e nel potenziamento in animali sani. La sua somministrazione pare abbia effetti sulla ISR che sappiamo essere coinvolta in patologie croniche quale Parkinson, Alzheimer, Sclerosi multipla, demenze fronto-temporali, in quanto una sua attivazione cronica determina un blocco nella produzione di proteine, ragion per cui inibendo tale meccanismo e la disfunzione immunitaria connessa, pare si allevino i deficit di memoria in topi anziani, ed è quanto emerso dallo studio pubblicato su eLife (Krukowski et al. 2020).

E’ recente la scoperta derivata dallo studio di UCSF Università della California a San Francisco guidato dalla dott.ssa Susanna Rosi, Professoressa nei dipartimenti di Chirurgia Neurologica e di Scienze della Terapia Fisica e della Riabilitazione, secondo cui la perdita della memoria legata all’invecchiamento possa considerarsi una disfunzione reversibile e da qui la memoria una funzione ripristinabile, grazie ai risultati sperimentali positivi ottenuti con la somministrazione di ISRIB, che ha prodotto un recupero rapido in topi anziani. Il recupero funzionale della memoria pare sia accompagnato da un ringiovanimento del cervello e ha dimostrato inoltre di determinare una modificazione della funzionalità del sistema immunitario che potrebbe spiegare, secondo gli studiosi, i miglioramenti nella funzionalità del cervello. Infatti, come dichiarato dalla stessa Professoressa Rosi:

Gli effetti estremamente rapidi di ISRIB mostrano per la prima volta che una componente significativa del declino cognitivo legato all’età può essere causata da una sorta di ‘blocco’ fisiologico reversibile , non da una degradazione permanente.

Peter Walter, docente al Dipartimento di biochimica della UCSF, aggiunge:

I dati ottenuti quindi, dimostrerebbero che il cervello nell’anziano non perde in modo definitivo le sue abilità cognitive, bensì queste sarebbero ancora disponibili, ma risulterebbero in qualche modo bloccate dallo stress cellulare

Rosi e i suoi colleghi spiegano più semplicemente quanto la ‘risposta integrata allo stress’ costituisca un meccanismo complesso, che interviene normalmente nel monitorare la qualità della produzione di proteine, eliminando cellule malfunzionanti. Tuttavia, la controversia consiste nel fatto che l’attività impropria della ISR produce delle difficoltà, facendo perdere alle cellule la loro normale funzionalità.

Interessante inoltre, nel medesimo studio, è il ruolo dell’ippocampo su cui si sono concentrati i ricercatori e il cui coinvolgimento è già noto nei processi di apprendimento e nel sistema di memoria. L’avanzamento dell’età infatti, porta a cambiamenti strutturali e funzionali nei neuroni ippocampali e più specificatamente negli animali anziani si evidenzia un incremento nella iperpolarizzazione neuronale dopo l’attività di spike (postiperpolarizzazione o AHP), che decrementa l’eccitabilità intrinseca neuronale correlata al deficit mnestico (Disterhoft e Oh, 2007; McKiernan e Marrone, 2017; Oh et all., 2010;Rizzo et al.,2014;Kaczorowski e Disterhoft, 2009).

L’invecchiamento inoltre, si manifesta con cambiamenti nell’eccitabilità sinaptica a livello della medesima struttura dell’ippocampo, che si collega ad una riduzione delle proiezioni alla membrana bulbare, che forma le specializzazioni postsinaptiche delle sinapsi eccitatorie, chiamate spine dendritiche. Dal punto di vista neurologico, tale modificazione della densità delle spine dendritiche risulta critica per l’apprendimento spaziale e la memoria. In aggiunta a tali cambiamenti neuronali legati all’età, l’attivazione ISR può modificare la risposta immunitaria tramite alterazioni nella produzione di citochine (Onet et al,2019) Un sistema immunitario adattativo (infiltrazione delle T-cell nel cervello anziano) può regolare la funzione neuronale tramite produzione dell’IFN-gamma (Interferone-gamma) detto anche Interferone di Tipo II e che sappiamo essere una citochina che appartiene alla famiglia degli interferoni ed è prodotto dai linfociti B e T attivi. Pertanto, risposte immunitarie disadattative collegate al declino cognitivo cerebrale da invecchiamento suggeriscono un legame con l’ISR.

Nello studio di Krukowski, Walter, Rosi e collaboratori, si è esplorata la possibilità di inibire la ISR tramite somministrazione di ISRIB come potenziale strategia per indurre modificazioni alle disfunzioni neuronali collegate all’età, a disfunzioni immunitarie e cognitive ed i risultati derivanti hanno mostrato che il suddetto farmaco consente di ripristinare o di indurre un reset dell’ISR nel cervello di topi anziani e nello specifico, pare che l’attivazione di ISR conduca ad una globale riduzione nella sintesi proteica ma anche ad una sovra regolazione transazionale di un sottoinsieme selezionato di RNA messaggeri, la cui traduzione di tali RNAmessaggeri pare sia controllata da un piccolo frame di lettura iniziale, incorniciata nella loro 5-UTRs. Una nota proteina bersaglio ISR sovra regolata è l’ATF4 (noto anche come fattore 4 attivante la trascrizione). Gli studiosi hanno mostrato che la somministrazione di ISRIB ha prodotto una inversione nell’elevazione della proteina ATF4 indotta da lievd trauma cranico. Utilizzando un paradigma di somministrazione di IRSIB con iniezioni giornaliere per 3 giorni consecutivi, si sono inoltre registrate delle diminuzioni dei livelli di proteina ATF4 associata all’età nei lisati cerebrali dei topi, quando questi erano comparati ai controlli durante il periodo di somministrazione del farmaco. Interessante è stato scoprire che anche a distanza di 18 giorni dopo la cessazione del trattamento con il farmaco, i livelli della proteina AFT4 età-correlati fossero ancora in riduzione in modo persistente rispetto ai valori della proteina indistinguibili nei topi più giovani.

Altri notevoli risultati dello studio, come accennato, hanno riguardato l’influenza che la somministrazione di ISRIB ha mostrato sul declino dell’apprendimento spaziale e della memoria indotto dall’invecchiamento. Pare infatti, sia emerso che la ISR abbia un ruolo rimarchevole sulle disfunzioni della memoria a lungo termine, confrontando ad esempio le performance in prove di memoria a cui sono stati sottoposti topi giovani in confronto con i topi anziani sia prima che successivamente al trattamento con ISRIB per una settimana, notando una netta riduzione di errori commessi tra il primo e il secondo periodo.

Conseguentemente alla somministrazione di questo farmaco, si è registrata anche una fondamentale riduzione del tono infiammatorio indotto dall’età. In conclusione, è stato possibile dimostrare con questo studio, la possibilità di attenuare farmacologicamente il processo di ISR, che allevia i cambiamenti neuronali e immunitari connessi all’età e potenzialmente ripristinare una funzionalità cognitiva migliore, auspicabile ciò anche nel trattamento di patologie di cui numerose persone sono affette, al fine di ottenere per essi una qualità di vita quanto più possibile vicina alla normalità.

 

Le cose che nessuno ha il coraggio di dirti prima dei 10 anni (2020) di A. Pellai e B. Tamborini – Recensione del libro

I due esperti di psicologia dell’età evolutiva Alberto Pellai e Barbara Tamborini in questo libro affrontano 22 temi chiave della vita e ne esplorano gli aspetti emotivi per aiutare bambini ed adulti a trovare le risposte a tutto ciò che i più piccoli non osano chiedere o che i grandi non osano spiegare.

 

Capita a tutti di avere dubbi e paure su argomenti che non conosciamo e che ci spaventano, spesso la vergogna impedisce di esternarli. Eppure, per diventare grandi bisogna fare domande, tante domande, ed il modo migliore per sconfiggere la paura è informarsi su ciò che più ci intimorisce.

Gli adulti lo sanno ma a volte faticano a dare delle risposte o le danno in modo vago perché ritengono alcune domande dei bambini impossibili anche se sono più che naturali.

Alcune non hanno risposte certe perché ognuno deve crearsi le proprie; appartengono a questo genere le domande dei bambini relative a questioni complicate o dolorose, con cui uno non vorrebbe mai avere a che fare come quelle che riguardano un lutto, la malattia di un caro o la separazione dei genitori. Purtroppo trovare risposte, in questi casi, significa attraversare anche emozioni negative. Ma per crescere, della vita dobbiamo imparare a conoscere tutto, sia il bello che il brutto, perché purtroppo è inevitabile che quest’ultimo, a piccole o grandi dosi, prima o poi entri nella vita di ognuno. E allora è meglio essere preparati, sapere di cosa è fatto il male e come va affrontato per imparare ad attraversarlo e magari sconfiggerlo.

Affrontare temi così delicati spesso crea stati di ansia negli adulti che non sanno come gestire gli argomenti o che parole usare, perché i più piccoli vanno sempre protetti per cui certe cose è meglio non dirle per non spaventarli o farli soffrire inutilmente. Ma ciò non fa che aumentare le domande dei bambini senza risposta e l’immaginario dei bambini che restano sospesi in una condizione di incertezza la quale, a sua volta, non fa che alimentare ancor di più questa condizione in un circolo vizioso.

Le cose che nessuno ha il coraggio di dirti prima dei 10 anni non parla solo di cose brutte, al suo interno contiene anche le risposte che i grandi non riescono a dare perché farlo li riempie di imbarazzo o di vergogna, come ad esempio ciò che ha a che fare con la sessualità. Ed infine ci sono le risposte urgenti, quelle che riguardano la vita di tutti i giorni e il fatto che tutti dobbiamo darci da fare per rendere il mondo un posto migliore, argomenti come cyberbullismo, razzismo, pandemie e disabilità.

Queste sono solo alcune tra le complicate domande che i bambini e i ragazzi fanno: il volume le esplora e per ogni tema parte da un luogo comune che confonde e dice false verità, per esempio l’idea che per piacere agli altri non bisogna mai mostrarsi tristi, affrontandolo e smontandolo così da favorire un confronto aperto tra adulti e ragazzi e aiutare entrambi ad esprimere le proprie emozioni.

 

Osservare e scegliere: effetto odd-ball e decision making

Effetto odd-ball, elaborazione e decisione: tutti i comportamenti concepiti dall’uomo possono essere definiti come comportamenti basati su decisioni (Strauch et al., 2020). Qualsiasi decisione, presa in un determinato momento, ha il potere di modellare la cognizione e il comportamento del soggetto. Ma quali sono i processi che ci portano a decidere?

 

Oltre ad analizzare misure comportamentali, come tempi di reazione, la ricerca si è focalizzata sugli indicatori psicofisiologici che sono sempre più popolari in quanto possono fornire informazioni su come la presa di decisione si svolge nello specifico (Satterthwaite et al., 2007). In neuroscienze, il paradigma o effetto odd-ball è utilizzato per capire se un soggetto sia in grado o meno di riconoscere uno stimolo in base alle sue caratteristiche fisiche. Nello specifico, all’interno di un flusso di stimoli disturbanti ci sono stimoli con una bassa probabilità di bersaglio (odd-ball) che suscitano una differenza fisiologica (ad esempio, dilatazione della pupilla) e comportamentale (ad esempio, un cambiamento nei tempi di reazione). De Gee e colleghi (2014) hanno mostrato come la dilatazione della pupilla consente di indagare sul processo decisionale di un soggetto. Le pupille si dilatano in modo differente quando si osservano stimoli particolari o rari piuttosto che stimoli frequenti (Strauch et al., 2020). Il perseguimento di un obiettivo spesso include uno stimolo specifico desiderato che deve essere selezionato, da parte del soggetto, in base ad un’ampia serie di stimoli irrilevanti (ad esempio, serve una chiave specifica per aprire una porta specifica oppure si passano in rassegna vari autobus con lo sguardo per capire quale sia quello giusto da prendere). In molte situazioni, il processo decisionale coincide con la probabilità di elaborazione. Di conseguenza è difficile capire quale parte di una risposta fisiologica o comportamentale può essere attribuita al processo decisionale e quale parte alla probabilità di elaborazione dello stimolo (Strauch et al., 2020).

Nonostante sia possibile utilizzare un’indagine che osserva la dilatazione della pupilla (Qiyuan et al., 1985), i risultati sull’interazione tra elaborazione e decisione sono ancora scarsi. Oltre ai cambiamenti di luminosità o a quelli dovuti alla sistemazione, il diametro della pupilla riflette le fluttuazioni nell’attivazione nervosa centrale (Strauch et al., 2020). Guardando le variazioni del diametro, sono stati studiati molti processi psicologici come il carico cognitivo (Hess & Polt, 1964), l’attivazione emotiva (Ehlers et al., 2016), la ricompensa e l’anticipazione (Schneider et al., 2018), la rilevanza decisionale (De Gee et al., 2014) e gli effetti della probabilità dello stimolo (Murphy et al., 2014). Differenti autori (Simpson & Hale., 1969; van Olst et al., 1979; Einhauser et al., 2010) hanno osservato come il processo decisionale e il dover effettuare una scelta è associato ad una dilatazione della pupilla.

Strauch e colleghi (2020) hanno investigato il ruolo chiave della presa di decisione (scelta) legata a stimoli che hanno una probabilità di elicitare una dilatazione della pupilla (midriasi). Attraverso due esperimenti, gli autori vogliono osservare i cambiamenti psico fisiologici e comportamentali come i tempi di reazione del cambiamento (Strauch et al., 2020). Dato che molti esperimenti valutano soltanto gli effetti della probabilità dello stimolo – e dato che i tempi di reazione sono minori con stimoli bersaglio piuttosto che con stimoli disturbanti (De Gee et al., 2014) – gli autori hanno considerato anche l’effetto del processo decisionale e la sua interazione con la probabilità dello stimolo (Strauch et al., 2020). Nel primo esperimento, sono stati mostrati dei brevi video a 56 soggetti: lo scopo era quello di replicare gli effetti della probabilità della scelta di uno stimolo utilizzando il paradigma odd-ball, valutando la dilatazione della pupilla e il tempo di reazione. Nel secondo esperimento, lo scopo era di chiarire sperimentalmente quale livello di rilevanza dello stimolo fosse correlato con la probabilità della scelta dello stimolo: gli autori hanno indagato inoltre se la sola probabilità di scelta dello stimolo influisce sulla dilatazione della pupilla e sui tempi di reazione (Strauch et al., 2020). I risultati osservati dagli autori sono stati i seguenti: per la a) dilatazione pupillare (midriasi), nel primo esperimento sono stati riscontrati effetti significativi per il processo decisionale dei soggetti, per la probabilità di scelta di uno stimolo e per la loro interazione. Il processo decisionale ha influito sulla dilatazione della pupilla, con una dilatazione maggiore per gli stimoli bersaglio rispetto a quelli distraenti (Strauch et al., 2020). Nel secondo esperimento, l’interazione tra processo decisionale e probabilità di stimolo è stata significativa. Per i 2) tempi di reazione, nel primo esperimento sono stati riscontrati effetti sia per il processo decisionale – dove i partecipanti rispondono più velocemente agli stimoli bersaglio – sia per lo stimolo di probabilità. Nel secondo esperimento, la rilevanza dello stimolo ha influenzato significativamente i tempi di reazione: le reazioni erano più veloci per stimoli frequenti e non rari.

In generale, i risultati ottenuti dimostrano come sia stata trovata una rilevanza dello stimolo come precondizione per gli effetti della probabilità dello stimolo ma non viceversa. La rilevanza e la probabilità di uno stimolo presentato hanno influenzato sia il diametro della pupilla che i tempi di reazione. Tuttavia, per la dilatazione (midriasi), l’analisi suggerisce come l’effetto odd-ball emerga quando gli stimoli sono rilevanti per un obiettivo.

 

Plasticità Neurale e Psicologia Clinica – Il sesto episodio di Angoli Clinici

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Angoli Clinici”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Angoli Clinici”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Per ogni incontro un’intervista a un esperto del team di Studi Cognitivi, condotta dalla Dott.ssa Rossana Piron. Tema del sesto incontro è stato il rapporto tra Plasticità Neurale e Psicologia Clinica, discusso dal Dott. Mattia Ferro

 

PLASTICITÀ NEURALE E PSICOLOGIA CLINICA:

 

Asse intestino-cervello: il collegamento tra disturbo depressivo maggiore e microbioma intestinale

Attualmente si ritiene che il Sistema Enterico e il microbioma intestinale possano provocare cambiamenti comportamentali e persino interferire con lo sviluppo cerebrale. Quale legame hanno con il disturbo depressivo maggiore?

 

Sono sempre più numerose le prove scientifiche di un profondo legame tra cervello e intestino, molti studi evidenziano l’esistenza di influenze reciproche tra questi due organi (Borelli 2017). Una recente ricerca ha dimostrato un collegamento tra microbioma intestinale e Disturbo Depressivo Maggiore (MDD o disturbo  unipolare) ed ha aperto così la strada all’utilizzo dell’analisi del microbioma intestinale per la diagnosi del MDD.

L’intestino è anche detto secondo cervello ed è caratterizzato dalla presenza di una fitta rete di neuroni organizzati in due plessi che costituiscono il Sistema Enterico (Furness J.B., Callaghan B.P., Rivera L.R. et al. 2014). Altra peculiarità anatomo-funzionale di quest’organo è la presenza del microbioma. Con questo termine viene indicato l’insieme di microrganismi e di tutti i loro geni che convivono in simbiosi con le cellule umane. La colonizzazione microbica del tratto gastrointestinale ha inizio con la nascita e continua con l’avanzare dell’età fino a formare una microflora caratteristica di ciascun individuo. (Cillari E. 2017)

A lungo si è creduto che l’unica funzione del Sistema Enterico fosse quella di attualizzare gli input provenienti dal Sistema Nervoso Centrale. Attualmente si ritiene che questo sistema e il microbioma intestinale possano provocare cambiamenti comportamentali e persino interferire con lo sviluppo cerebrale (Neufeld K-A & Foster JA 2009).

Inoltre studi in vitro suggeriscono la possibilità di un’ influenza diretta del Sistema Nervoso Centrale sulla microflora batterica intestinale. Le ricerche evidenziano che condizioni di stress, con conseguente esposizione di alcune specie batteriche, quali Yersina enterocolica ed Escherichia Coli, alla noradrenalina, può determinare una rapida espansione di queste due popolazioni batteriche (Bailey M., Dowd S., D Galley J et al. 2011). Questo, a sua volta, comporta implicazioni nelle risposte immunitarie dell’organismo e può determinare la comparsa di stati infiammatori presenti in diversi quadri psicopatologici (Chinen T, Rudensky AY. 2012, Neufeld K-A & Foster JA 2009).

Logan e Katzman in una ricerca del 2004 sono giunti alla conclusione che i probiotici possono essere una terapia adiuvante nel trattamento del Disturbo Depressivo Maggiore. I due ricercatori hanno ipotizzato che i batteri del tratto gastrointestinale possono comunicare con il Sistema Nervoso Centrale.

Un recente studio apparso su Science Advances e condotto da un team di ricercatori provenienti da istituti di ricerca cinesi e statunitensi ha provato l’esistenza del collegamento tra microbioma intestinale e Disturbo Depressivo Maggiore (Yang J., Zheng P., Li Y. Et al. 2020)

Il disturbo unipolare è una patologia caratterizzata dell’abbassamento del tono dell’umore che si manifesta con una profonda tristezza ed è un disturbo mentale debilitante e piuttosto comune. Attualmente esistono varie ipotesi che tentano di spiegarne i meccanismi fisiopatologici ma, ad oggi, non è stato individuato alcun  biomarcatore specifico per questa patologia (Cuomo A., Fagiolini A. 2019).

Il gruppo di ricerca ha analizzato i campioni fecali prelevati da 156 persone con Disturbo Depressivo Maggiore e da 155 individui sani. Utilizzando metodi metagenomici e metabolomici sono stati identificati 3 batteriofagi, 47 specie batteriche e 50 metaboliti fecali che mostrano notevoli differenze di concentrazione tra i pazienti affetti da MDD e i controlli. Nei campioni delle persone con Disturbo Depressivo Maggiore i ricercatori hanno rilevato livelli più elevati di batteri del genere Bacteroides e livelli meno elevati di batteri delle specie Eubacterium e Blautia. Queste differenze, secondo gli autori dello studio, rappresentano il collegamento tra il microbioma intestinale e il Disturbo Depressivo Maggiore. Inoltre livelli più alti di Bacteroides spiegherebbero anche perché molti pazienti con disturbo depressivo unipolare mostrano livelli più alti di citochine e dunque di infiammazioni (Chinen T, Rudensky AY 2017).

Questa ricerca apre la strada all’utilizzo dell’analisi del microbioma intestinale come biomarcatore del Disturbo Depressivo Maggiore, ciò permetterebbe di affiancare alle interviste cliniche questo nuovo criterio diagnostico.

 

La scelta di avere e di non avere un figlio – Moms, una rubrica su maternità e genitorialità

Avere un figlio nell’epoca contemporanea assume una funzione diversa rispetto al passato. La donna, in molte culture, ha l’opportunità di scegliere se avere o meno un bambino e in entrambi i casi, quando la scelta parte dall’ascolto di sé, può essere un dono sia per sé che per il proprio figlio. 

Moms – (Nr.10) Moms – La scelta di avere e di non avere un figlio

 

Si dice che i bambini siano una benedizione, ma forse anche l’assenza di un bambino può essere una benedizione.

Dice Anne Carlson, una delle protagoniste della serie Netflix Workin’ Moms, quando scopre che il bambino di cui è incinta è ancora vivo dentro di lei. Nel nono episodio del telefilm viene affrontato in maniera più approfondita il tema riguardante la scelta di dare alla luce o meno un figlio.

In alcune culture in tempi passati, il ruolo dell’uomo e della donna erano prestabiliti e senza possibilità di scelta. Mentre l’uomo doveva portare il pane a casa e quindi si riempiva col proprio lavoro, la donna si riempiva con il ruolo materno crescendo spesso più di un figlio. Così per entrambi era difficile restare con il vuoto interiore ed instaurare il dialogo con se stessi che permette di entrare in contatto con i propri desideri.

In tempi più recenti, nelle stesse culture, la situazione è cambiata e procreare non è più la condizione essenziale per riconoscersi come donna tanto quanto lavorare non è più quella necessaria per definirsi uomo. Apparentemente la divisione dei compiti e dei ruoli è più equilibrata, ma nella pratica non sempre è così, soprattutto in presenza di un figlio. Un bambino richiede che gran parte del proprio tempo, soprattutto all’inizio, venga dedicata a lui, perché la sua cura è letteralmente di vitale importanza.

La possibilità per la donna di studiare, che prima le era negata, le ha permesso di venire a contatto con la propria parte ambiziosa e col desiderio di realizzarsi in ambito lavorativo. Mentre prima la sola procreazione rispecchiava la capacità di una donna, ora quest’ultima ha la possibilità di scegliere con cosa identifica le proprie capacità e la propria soddisfazione, qualora la realtà economica e culturale e i limiti pratici lo rendano possibile.

Nell’epoca attuale un figlio rispecchia non più necessariamente il riempimento di un vuoto, ma una scelta personale rispetto ai propri bisogni. Non è indispensabile avere un figlio e laddove nasca non voluto potrebbe portarsi addosso il marchio del debito che il genitore inconsciamente gli affibbierebbe per aver dedicato la sua vita a lui quando avrebbe voluto non farlo.

Ogni donna nel prezioso incontro con sé può capire se ha il desiderio di dividere parte della sua vita con un altro essere umano. La maternità non è semplice e non lo è nemmeno la possibilità di realizzarsi in campo lavorativo, così la motivazione diventa requisito essenziale per entrambe.

I metodi anticoncezionali nascono con l’intento di salvare un figlio non voluto che dovrebbe pagare pegno in vita per il sacrificio materno di averlo messo al mondo. La maternità è una scelta, dove è stata resa tale, e così ogni donna che ne ha la possibilità diviene responsabile di se stessa e del bambino che nasce da lei o che sarebbe potuto nascere. Il regalo più grande che una donna che sente di non volere figli (o di non volerne altri) possa fare ad un suo potenziale bambino è non metterlo al mondo, se il prezzo da pagare in vita per questo bambino rischia di essere più alto della non esistenza.

 

Le ipotesi in psicoterapia e nella vita (2020) di G. Cambiaso e R. Mazza – Recensione del libro

Il primo merito del nuovo libro di Cambiaso e Mazza, autori non nuovi alla produzione a quattro mani, è aver ridato centralità al tema delle ipotesi del terapeuta, ponendosi nell’ottica della necessaria valutazione da parte del terapeuta innanzitutto del proprio assetto.

 

Nel 1980 fu pubblicato, sia su Family Process (vol. 19, 1, pp. 3-12) che su Terapia Familiare (n.7, pp. 7-19), l’articolo a firma di Mara Selvini Palazzoli, Luigi Boscolo, Gianfranco Cecchin e Giuliana Prata dal titolo Ipotizzazione, Circolarità, Neutralità: 3 direttive per la conduzione della seduta. La pubblicazione suscitò una vasta eco, sia in Italia che all’estero: l’équipe di Mara Selvini fissava tre principi guida per una corretta conduzione della seduta, che sarebbero stati per anni punti di riferimento obbligati per una vasta comunità di terapeuti ma anche oggetto di discussione. Ovviamente, il terzo principio, quella della neutralità del terapeuta, è stato quello maggiormente criticato e sottoposto poi a revisioni. Riguardo all’ipotizzazione essi intendevano “la capacità del terapista di formulare un’ipotesi fondata sulle informazioni in suo possesso. Con tale ipotesi il terapista stabilisce il punto di partenza della propria investigazione effettuata con metodiche atte a verificarne la validità”.

Il primo merito del nuovo libro di Cambiaso e Mazza, autori non nuovi alla produzione a quattro mani, è aver ridato centralità al tema delle ipotesi del terapeuta, ponendosi nell’ottica della necessaria valutazione da parte del terapeuta innanzitutto del proprio assetto.

Il loro punto di partenza è, citando la “Pragmatica della comunicazione”, che è impossibile non formulare ipotesi. Ciò non solo nello spazio terapeutico, ma in tutta la vita, a partire dalla prima infanzia. Noi costruiamo ipotesi, per spiegare le scelte proprie e altrui, connettendo elementi diversi e disparati, per creare una storia credibile che serve anche a dare senso agli eventi successivi.

Correttamente essi chiariscono come le ipotesi non nascano solo da un’attività cognitiva, dall’osservazione attenta, dagli indizi, dall’organizzazione dei dati raccolti. Occorre dunque tener conto, nell’esperienza dell’osservazione, anche delle emozioni suscitate dal contesto in cui essa si situa. Nei capitoli dedicati alla formulazione delle ipotesi nella vita, ampio spazio viene dedicato a esempi tratti dal mondo della letteratura, del cinema, della pittura. Citando Popper, secondo cui la scienza non deve essere intesa come “un corpo di conoscenze” ma un sistema di ipotesi, ci ricordano che esse non sono vere in assoluto e per principio, ma momentaneamente utili, in vista di una possibile falsificazione, utile anch’essa in un’ottica evolutiva. Tale premessa mi sembra indispensabile, soprattutto in tempi in cui, nel nostro paese e nel mondo, tentano di affermarsi i propugnatori di verità assolute, senza dubbi e incertezze.

Riguardo alla psicoterapia essi mettono in rilievo il rapporto tra ipotesi e alleanza terapeutica. La costruzione di un’alleanza con il paziente è l’obiettivo primario che deve avere il terapeuta sin dal primo incontro: essa rappresenta l’elemento cardine su cui si fonda tutta la successiva azione clinica. Ebbene, oltre che su evidenti fattori relazionali, l’alleanza si fonda proprio sulle ipotesi che di volta in volta il terapeuta produce. Esse riguardano la storia del paziente, i sintomi, ma anche la loro relazione includendo sia i momenti di vicinanza sia quelli di rottura. L’ipotesi, aggiungo io, deve essere innovativa rispetto alle convinzioni del paziente, altrimenti è inutile, ma deve essere anche, per quanto originale, accettabile e accettata.

Particolarmente illuminante è il capitolo dedicato alle ipotesi in psicoterapia in cui gli autori descrivono i 5 copioni, i canovacci che fungono da porta d’ingresso per costruire l’alleanza terapeutica. Questi scenari sono particolarmente utili anche a fini didattici, fornendo una guida chiara ai colleghi più giovani, nel caso fossero incerti su come districarsi tra la mole di informazioni raccolte nelle prime sedute. Il primo copione riguarda la possibilità di connettere il sintomo con i temi della specifica fase del ciclo di vita del paziente. Il secondo prevede che il terapeuta si focalizzi maggiormente sul sintomo, sui suoi effetti, inclusi vantaggi secondari che il paziente in prima battuta tende a ignorare. La terza possibilità concerne porre rilievo alle emozioni del paziente come emergono nello spazio della seduta. Gli ultimi due sono i più suggestivi. Il quarto suggerisce di estrapolare dalla narrazione del paziente i tre personaggi chiave del triangolo drammatico: la vittima, il persecutore e il salvatore. Si tratterebbe di una sorta di scena primaria relazionale, proposta dalle ipotesi dell’Analisi Transazionale. Infine, la quinta possibilità: restituire con una metafora, senza fornire una spiegazione ma provando ad integrare in modo creativo il piano cognitivo con quello emozionale.

In sostanza, si può dire senz’altro che la premiata ditta Cambiaso e Mazza non delude i suoi lettori. Si tratta ormai di una coppia di autori ben consolidata dai diversi precedenti lavori tra cui quelli dedicati alla famiglia del tossicodipendente e l’ultimo, che indagava i rapporti tra mondo intrapsichico e trigenerazionale.

Infine, mi permetto di suggerire ai due autori un seguito del loro lavoro, stavolta incentrato sulle ipotesi del paziente. Cosa si aspetta il paziente da noi? Chi, secondo lui, è il terapeuta come persona e quanto ciò incide sul percorso clinico? Quali sono i suoi obiettivi nel momento in cui chiede una terapia? Quanto sia necessario, affinché una terapia sia efficace, che le sue ipotesi di partenza si modifichino?

 

La musica e lo Stress

L’ascolto della musica è una comune attività della vita quotidiana (North et al., 2004). Le evidenze mostrano che ascoltare la musica provoca effetti benefici per l’umore e la salute (Sloboda et al., 2001).

 

Ciò è in linea con altri studi ambientati nella vita quotidiana, i quali hanno scoperto che l’ascolto della musica è associato all’esperienza di emozioni positive (Juslin et al., 2008). Tuttavia, i meccanismi psicofisiologici sottostanti a questi effetti benefici rimangono poco chiari. Nel presente studio è stato ipotizzato che gli effetti benefici dell’ascolto della musica sulla salute siano mediati da una riduzione psicofisiologica dello stress (Thoma e Nater, 2011). Questo è in linea con l’evidenza di recenti studi di neuroimaging: le emozioni evocate dalla musica attivano le principali reti delle emozioni (Koelsch, 2014). Nello specifico, si tratta dell’ippocampo e dell’amigdala (Koelsch, 2014), coinvolti nell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) (Tsigos e Chrousos, 2002), deputata alla regolazione dello stress. L’attivazione di questo asse può essere misurata indirettamente dalla secrezione dell’ormone cortisolo (Hellhammer et al., 2009). Infatti, l’ascolto della musica (in contesti sperimentali) è stato precedentemente collegato alla secrezione di cortisolo (Levitin, 2013). Tuttavia, la ricerca ha mostrato risultati poco chiari, e talvolta contrastanti. Un altro importante sistema sensibile allo stress è il sistema nervoso autonomo (ANS), che è stato anche coinvolto nella mediazione dei cambiamenti fisiologici indotti dalla musica (Hodges, 2011). La sua attivazione può essere misurata indirettamente dalla secrezione dell’enzima salivare alfa-amilasi (Nater e Rohleder, 2009). Usando questo enzima come un marcatore di stress autonomo, soggetti che ascoltano musica, prima dell’esposizione ad un fattore di stress psicosociale, hanno dimostrato una capacità di recupero più rapida rispetto alle condizioni di controllo senza musica (Thoma et al., 2013). Tuttavia, la maggior parte dei risultati che esaminano i meccanismi alla base degli effetti benefici dell’ascolto della musica sono stati raccolti in ambienti sperimentali e con un ascolto in solitudine. Il numero di studi ambientati nella vita quotidiana e di gruppo è ancora limitato. Esaminare i partecipanti ripetutamente nella loro vita quotidiana mentre stanno svolgendo la loro routine permette di minimizzare i bias di richiamo e di massimizzare la validità ecologica (Shiffman et al., 2008). Inolte, ci sono prove in letteratura che almeno alcuni degli effetti benefici dell’ascolto della musica sono strettamente legati alle sue funzioni sociali, ad esempio, in uno studio, Boer e Abubakar (2014) hanno dimostrato che l’ascolto di musica con i coetanei è positivamente associato a misure continue di benessere e coesione sociale. A questo punto ci si chiede se l’ascolto della musica in presenza di altre persone possa fungere da fonte di sostegno (Ipotesi 1) e se questo rafforzi l’effetto di riduzione dello stress dell’ascolto della musica (Ipotesi 2). Poiché l’ascolto di musica per motivi di rilassamento è stato trovato essere predittivo dell’effetto di riduzione dello stress dell’ascolto di musica in studi precedenti, è stato testato, in modo esplorativo, se questo effetto di riduzione dello stress dell’ascolto di musica per motivi di relax varia a seconda della presenza di altri. I partecipanti allo studio sono stati 53 soggetti appartenenti alla popolazione non clinica, e sono stati valutati più volte.

Lo stress è stato valutato sia per mezzo di indicatori di stress soggettivo, usando l’item “In questo momento, mi sento stressato” (scala Likert a 5 punti) che attraverso marcatori fisiologici di stress, come il cortisolo salivare (sCort) e l’alfa-milasi salivare (sAA). Ai partecipanti è stato chiesto di raccogliere la saliva intera usando il sistema SaliCap® (IBL, Amburgo, Germania). I livelli di sCort sono stati misurati usando un test immunoenzimatico che è in commercio (IBL, Amburgo, Germania). L’attività sAA è stata misurata usando un test colorimetrico cinetico e reagenti ottenuti da Roche (Fa. Roche Diagnostics, Mannheim, Germania). Per quanto riguarda l’attività di ascolto della musica, se ciò era accaduto tra una valutazione e l’altra, i partecipanti dovevano indicare retrospettivamente se erano soli, in presenza di amici o partner, o in presenza di conoscenti. A tutti i partecipanti è stata data una definizione standardizzata di “presenza di altri durante l’ascolto della musica”, ovvero ogni volta che c’erano altre persone intorno a loro mentre ascoltavano la musica; è stato chiesto loro di dichiarare la semplice presenza di altri mentre ascoltavano la musica indipendentemente dall’interazione con gli altri. Ad ogni valutazione, i partecipanti hanno indicato se avevano ascoltato musica dalla precedente valutazione. Se lo avevano fatto, seguivano ulteriori item a riguardo. Ai partecipanti è stato chiesto di completare gli item riguardanti le caratteristiche della musica indicando il valore percepito della stessa (scala analogica visiva – VAS – che va da triste (0) a felice (100)) (Sandstrom e Russo, 2010) e il livello di attivazione percepita della musica (VAS che va da 0 (rilassante) a 100 (energizzante)) (Khalfa et al., 2003). Successivamente, hanno indicato il gradimento per la musica su una scala che va da 0 (per niente) a 100 (molto) (Stratton e Zalanowski, 1984) ed è stato chiesto loro se avevano il controllo sulla scelta della musica (sì/no) (Chanda e Levitin, 2013), e se avevano ascoltato la musica volutamente (Linnemann et al., 2015a). Poi, sono state valutate le ragioni per l’ascolto della musica (Linnemann et al., 2015a): rilassamento, attivazione, distrazione, e riduzione della noia. Infine, i partecipanti dovevano indicare la fonte di ascolto della musica (lettore MP3, televisione/radio, impianto stereo, musica dal vivo, altoparlante pubblico) (Juslin et al., 2008).

I risultati hanno rivelato che, in generale, l’ascolto della musica di per sé non è stato associato a un effetto di riduzione dello stress. Tuttavia, l’ascolto di musica in presenza di altri è stato associato a una diminuzione dei livelli di stress soggettivo, un’attenuazione della secrezione di cortisolo e una maggiore attività di sAA. Questo esito è in linea con gli studi di Boer e Abubakar (2014), i quali hanno scoperto che l’ascolto di musica in presenza di coetanei è associato a un aumento dei sentimenti di coesione sociale: si potrebbe ipotizzare che la semplice presenza di altri durante l’ascolto di musica potrebbe portare a sentimenti di coesione sociale senza ulteriori e specifici interventi di supporto sociale. Inoltre, questi effetti erano indipendenti dalla familiarità delle persone presenti e dalle ragioni alla base dell’ascolto della musica. Questi ultimi, in particolare il rilassamento, predicevano la riduzione dello stress soltanto nei casi in cui i soggetti ascoltavano la musica in solitudine. Quando si ascolta la musica da soli, essa sembra essere al centro dell’attenzione, mentre quando la si ascolta in presenza di altri, potrebbe agire più come un’attività di sfondo. Questo potrebbe spiegare perché i partecipanti a questo studio hanno riferito di aver ascoltato meno volontariamente la musica quando erano in presenza di altri (rispetto all’ascolto solitario): la musica, pertanto, potrebbe avere piuttosto effetti indiretti sulla salute, suggerendo che può facilitare il contatto sociale e la connessione sociale senza essere al centro dell’attenzione.

 

L’abuso di sostanze: una strategia di regolazione emotiva – Video dal webinar organizzato dal CIP Modena

Il webinar organizzato da CIP Modena si propone come un momento di riflessione sull’abuso di sostanze quale strategia di coping maladattiva, attuata a fronte di esperienze emotive indesiderate.

 

Usare sostanze è un comportamento appreso, mantenuto dalle aspettative sulle conseguenze: in base alla sostanza scelta ci sarà una modificazione dello stato emotivo, aumentando la percezione di emozioni positive e alleviando gli stati negativi. In questo senso si configura quindi come una strategia di coping maladattiva, attuata a fronte di esperienze emotive indesiderate. Una persona che ha difficoltà nella regolazione degli stati emotivi sarà più propensa a cercare ed utilizzare sostanze.

Durante l’incontro, sono state presentate ai partecipanti le informazioni sulle caratteristiche dei disturbi da dipendenza e sul ruolo della disregolazione emotiva come fattore di vulnerabilità e di mantenimento, nonché alcune informazioni sui trattamenti ad oggi più efficaci.

Il webinar è stato condotto dal Dr. Andrea Ferrari, Psicologo e Psicoterapeuta.

 

L’ABUSO DI SOSTANZE: UNA STRATEGIA DI REGOLAZIONE EMOTIVA

Guarda il video del webinar:

 

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Stare nel flusso non è sempre la soluzione: gli aspetti disfunzionali del “qui-ed-orismo”

Pensiero base dello yoga, dell’approccio mindfulness e dell’autocoscienza Golemaniana, il “qui-ed-ora” è un concetto chiave per un approccio sano alle difficoltà della vita e della Società.

 

Tuttavia, un suo abuso come mezzo di fuga dalle responsabilità o come metodo per prolungare l’esposizione alle conseguenze può essere dannoso e compromettente.

Una possibile comunanza che si trova fra le varie culture e i vari approcci alla vita è quella dell’utilizzo dell’approccio “qui-ed-ora” nei confronti della vita, ovvero il concentrarsi sulle sensazioni e sul momento che si sta vivendo, attenuando le preoccupazioni verso il futuro o quelle riguardanti il passato (Sacchetti).

Di fatto, il pieno godimento dell’attimo è una componente multiculturale, essendo questo parte integrante del carpe diem dell’epoca romana (Bonazzi, 2018), del pensiero del buddismo originato nelle terre indiane (Lott, 2012) e dell’ikigai giapponese (Mitsuhashi, 2017).

Gli effetti benefici di un atteggiamento curante di vivere il presente sono documentati: diminuzione dell’ansia e dello stress in eccesso (Liberman, Trope, 2008), una maggior consapevolezza del momento che si sta vivendo (Collard, Walsh, 2008), un approccio prosociale più ampio (Roeser, Peck, 2009) e una maggior costruzione di senso nel vissuto (Koshy, Mariano, 2011).

Per i suoi benefici e per le conseguenze positive che possono portare all’individuo, l’approccio di vivere il presente è diventato parte integrante di metodologie terapeutiche (Slavin, 1993) e di contestualizzazioni psicologiche, come le nozioni basate sulla intelligenza emotiva di Daniel Goleman (2013).

Oltretutto, il metodo mindfulness, ovvero una contestualizzazione neuroscientifica delle tecniche di autoconsapevolezza improntate sul qui-ed-ora  (Tang, Hölzel, Posner, 2015) è la base di nuove metodologie di terapie e di interventi psicoattitudinali, come la mindfulness-based stress reduction (Pillay, 2016).

Ovviamente, il beneficio dell’ottica “qui-ed-ora”, se applicato oltre i limiti, può arrecare danno.

Una nota critica è stata mossa da Mats Alvesson e Andrè Spicer, professori ed esperti accademici di organizzazione e management attraverso il loro saggio Il Paradosso della Stupidità (2016).

Nel loro testo, i due professori denunciano la minaccia del “qui-ed-orismo” attuata dai manager all’interno delle aziende: di fatto, i manager ed il vertice aziendale possono usare la visione del “vivere alla giornata” come meccanismo di difesa nei confronti delle difficoltà radicate da tempo nell’azienda, attuando così una consapevole ignoranza per procrastinare la soluzione e avere dei rilasci della tensione vicini dal punto di vista temporale (Alvesson, Spicer, 2012).

Attualmente, per via della citata rinnovata popolarità degli interventi basati sul pensiero del “qui-ed-ora”, il mondo clinico ed accademico sta attuando una analisi critica nei confronti dell’abuso dell’attitudine (Winter, 2016), che può rivelarsi controproducente in vari ambiti, come nel precedentemente citato ambito economico e possibilmente nell’ambito della salute, se la persona attua solo questa come filtro dell’esperienza quotidiana (Harvard Men’s Health Watch, 2020).

 

Il colloquio motivazionale in psicoterapia: spingere il paziente al cambiamento – Report dal webinar organizzato da CIP Modena

Il colloquio motivazionale (CM), è particolarmente utile per facilitare il processo di cambiamento, proponendosi come una valida soluzione quei pazienti che mostrano una resistenza al cambiamento.

 

Spesso, durante il corso della terapia, potrebbe accadere che alcuni pazienti, pur essendo pienamente consapevoli dei propri comportamenti disfunzionali che generano sofferenza, insoddisfazione e che hanno conseguenze negative, perseverino e non sembrino intenzionati a modificarli in alcun modo. Tali pazienti danno l’impressione di essere intrappolati in una condizione di “stallo”, ancorati allo stesso punto della terapia poiché il loro “blocco” è indice di una resistenza al cambiamento. Il colloquio motivazionale (CM), è particolarmente utile per facilitare il processo di cambiamento, proponendosi come una valida soluzione per questa tipologia di pazienti.

Cos’è il CM?

Esso è stato descritto per la prima volta da Miller e colleghi (1983) ed inizialmente impiegato nel trattamento di pazienti con dipendenza da alcol e, successivamente, esteso all’ambito delle tossicodipendenze, dei disturbi alimentari e delle malattie croniche. Il CM viene definito dallo stesso autore come:

uno stile di comunicazione collaborativo e orientato che presta particolare al linguaggio del cambiamento, progettato per rafforzare la motivazione personale e l’impegno verso un obiettivo specifico, attraverso la facilitazione e l’esplorazione delle ragioni proprie della persona per cambiare, il tutto in un’atmosfera di aiuto e accettazione.

Il primo degli aspetti importanti del CM è che esso presuppone una relazione collaborativa tra professionista e cliente, infatti, quest’ultimo è attivamente coinvolto nel processo modificazione del comportamento. Dunque, l’obiettivo del CM non è né imporre il cambiamento né convincere il paziente ad attuare una modifica dei propri comportamenti disfunzionali, ma far sì che sia egli stesso consapevole dei motivi per cui valga la pena cambiare. In poche parole, la scelta di raggiungere un determinato obiettivo rimane sempre una responsabilità della persona (Miller & Rollnick, 2004).

Del tutto normale nel processo di cambiamento è la condizione di ambivalenza, una situazione che può permanere per un periodo di tempo in cui il soggetto pondera i costi e i benefici (bilancia decisionale) rispetto alla possibilità di cambiare e percepisce un conflitto (frattura interiore). Dinnanzi ad una persona ambivalente, uno stile troppo direttivo del terapeuta nel sottolineare la necessità di cambiare, rischia di attivare resistenze.

Quali sono le tecniche di base del CM?

Per gestire con competenza un CM, il clinico può ricorrere a quattro tecniche fondamentali:

1. Porre domande aperte: sono domande che non prevedendo una risposta dicotomica (“si” o “no”) e che permettono di comprendere motivazioni, stati interni e valori della persona e migliorare la collaborazione; le domande aperte invitano le persone a riflettere prima di rispondere e ad ampliare i confini della risposta, mentre le domande chiuse riducono la possibilità di risposta e, quindi, anche la possibilità di comprendere il paziente. Esempi di domande aperte sono: «Cosa l’ha portata qui oggi?»; «In che modo questo problema influenza la sua quotidianità?»; «Come spera che questo percorso la possa aiutare? Cosa sta cercando nell’aderire a questo trattamento?»; «A fine terapia come vorrebbe reagire alle stesse situazioni (emotivamente e nel comportamento)?».

2. Ascoltare in modo attivo e riflessivo: è una competenza indispensabile del terapeuta ascoltare attivamente quello che il cliente riferisce. Ciò si rivela essere un’ottima opportunità per raccogliere informazioni preziose circa la storia di vita della persona, il proprio parere, per approfondire la comprensione dei suoi bisogni, e per capire il motivo alla base della sua richiesta terapeutica. Si riporta un breve esempio di conversazione tra clinico e paziente:

«ho perso il controllo, mi sono arrabbiata e ho lanciato degli oggetti addosso al mio compagno, non so cosa mi sta succedendo…»
«si sente agitata e confusa per quello cha ha fatto»
«sì, ho perso il controllo e non è la prima volta»
«quindi non è la prima volta che le capita di provare questa rabbia che le fa lanciare oggetti»
«esatto, quando mi lasciano sto malissimo…(piange)»
«sono emozioni intense e dolorose»
«sì, e mi fanno rovinare le relazioni e allontanare le persone»
«dunque, finora mi ha parlato di queste reazioni forti che non le piacciono, che la agitano e sconfortano e che ostacolano le sue relazioni. La ostacolano in qualche altro modo?»
«non dormo bene per giorni poi e tendo a ritirarmi e a lavorare meno, questo è un problema»
«la preoccupa il modo in cui si sente dopo queste reazioni e il modo in cui condizionano le sue giornate facendola ritirare e lavorare meno».

3. Sostenere il paziente tramite osservazioni di apprezzamento: consiste nel fare attenzione alle risorse, ai progressi positivi, alle intenzioni e agli sforzi del cliente, usando, espressioni quali «in questa settimana si è impegnato a fondo»; «le sue intenzioni erano buone anche se poi le cose non sono andate come avrebbe voluto»; «si sente triste per non essere riuscito a sospendere del tutto il suo rimuginio in quella situazione, tuttavia è riuscito a posticiparlo di qualche ora, questo è un notevole progresso»; «conoscendo la sua storia, mi sembra che lei abbia fatto tutto ciò che poteva per far fronte a quegli stati d’animo così dolorosi».

4. Fare una sintesi: un riassunto riunisce le informazioni offerte dal paziente e può essere di riordino, di collegamento o di transizione. Il paziente non solo ascolta sé stesso mentre descrive la sua esperienza ma ascolta anche il terapeuta riflettere e riassumere ciò che ha detto per incoraggiarlo a proseguire. Ecco alcuni esempi esplicativi: «quindi le cose che lei sente necessario modificare sono la sua eccessiva attenzione ai suoi sintomi corporei, la sua eccessiva preoccupazione sul suo stato di salute e l’eccessivo uso di internet per verificare il suo stato di salute. Cos’altro le viene in mente che in questo momento ritiene essere d’ostacolo per la sua quotidianità?»; «si è sentito deluso e poco rispettato in quella situazione. Ricordo che mi ha già detto che quando qualcuno la ignora come in questo caso lei si arrabbia molto»; «bene, si ricorda che le ho detto che oggi, prima della fine del nostro incontro, avremmo deciso insieme quale situazione, nella piramide delle situazioni che lei evita, sarà l’oggetto della sua attenzione e dei suoi tentativi questa settimana. Ma prima di questo mi permetta di verificare se ho capito bene quali sono le esperienze che al momento lei evita, dalla meno spaventosa alla più spaventosa: camminare da solo in strada, salire su un autobus, salire sulla metropolitana, andare al cinema…».

Quali sono i processi del CM?

All’interno della terza edizione del manuale di Miller e Rollnick (2004), vengono delineati i quattro processi che compongono il CM. Essi sono sia sequenziali sia ricorrenti: ogni processo si sovrappone al precedente, che continua a sussistere in quanto fondamento del seguente. Nel corso del colloquio o del trattamento, si può salire o scendere la scala, tornando al gradino precedente quando è necessario porvi nuovamente attenzione. Gli autori sottolineano che il processo decisionale non va inteso come una sequenza stadiale, poiché spesso ha un andamento più circolare che lineare (Miller & Rollnick, 2004)

Inoltre, i processi non necessariamente si verificano secondo l’ordine con cui verranno descritti:

1. Stabilire una relazione: è il processo con cui entrambe le parti stabiliscono una connessione utile (di fiducia e rispetto reciproci) e una relazione collaborativa. La letteratura scientifica mostra come le persone che vengono coinvolte attivamente hanno più probabilità di rimanere, aderire e beneficiare del trattamento psicoterapico (Horvath, Del Re, Flückiger, & Symonds, 2011; Martin, Garske, & Davis, 2000). A seguire verranno riportate le “trappole” che non permettono di attivare e mantenere un processo relazionale, collaborativo e di qualità con il cliente.

2. Focalizzare: è il processo con il quale si definisce e si mantiene col cliente una direzione specifica nelle conversazioni sul cambiamento, concordando con lui il tema del colloquio. Alcune volte c’è un singolo focus chiaro, altre volte ci sono diverse possibilità problematiche ed altre ancora può capitare che il focus sia piuttosto confuso. Qualora il focus non fosse chiaro si raccomanda di:

  • Elaborare una mappatura del percorso, ossia concordare in maniera esplicita il tema dei colloqui, anche con l’ausilio di una mappa visiva;
  • Scambiare informazioni (es. sul disturbo, sul «funzionamento del paziente) secondo lo schema suscita-fornisci-suscita che consiste nel chiedere alla persona se vuole ricevere informazioni o consigli, fornirgliele in caso di risposta affermativa e, infine, chiedergli un feedback sull’informazione richiesta.

3. Evocare: implica far emergere la motivazione al cambiamento del cliente; ha lo scopo di aiutare a risolvere l’ambivalenza nella direzione del cambiamento. Data la rilevanza di questa fase del processo del CM, essa verrà descritta di seguito in maniera più approfondita.

4. Pianificare: comprende sia lo sviluppo dell’impegno al cambiamento sia la formulazione di un piano d’azione concreto da parte del paziente.

Quali sono le trappole che non aiutano a stabilire una relazione?

Alcuni fattori, circostanze o comportamenti del clinico potrebbero ostacolare il consolidamento di una relazione collaborativa tra le due parti (Miller & Rollnick, 2004). Pertanto è necessario che il professionista vi presti attenzione al fine di non incappare in alcuni errori:

  1. Trappola domanda-risposta: lo schema domanda-risposta adottato intensivamente durante il primo contatto (fase di assessment) preclude la possibilità di favorire una discussione più ampia sui motivi e le sofferenze del cliente e, quindi, può portare quest’ultimo ad assumere un atteggiamento di passività e subordinazione;
  2. Trappola dell’esperto: il professionista assume il ruolo dell’esperto dando l’impressione di conoscere e di saper fornire tutte le risposte. In modo del tutto analogo alla “trappola domanda-risposta”, anche in questo caso c’è il rischio di relegare il paziente ad un ruolo secondario e di passivo distacco;
  3. Trappola della focalizzazione prematura: concentrarsi sul problema da risolvere prima di aver stabilito una relazione e, quindi, prima di aver dato inizio ad una collaborazione e aver concordato gli obiettivi del trattamento;
  4. Trappola dell’etichettatura: si raccomanda di de-enfatizzare il ruolo dell’etichettatura diagnostica (nei casi in cui il cliente viva tale etichetta come un ostacolo al cambiamento), ponendo maggiore attenzione al contenuto del problema del paziente, al funzionamento del paziente e agli ostacoli che incontra;
  5. Trappola delle chiacchiere: è rischioso non avere una direzione specifica o un obiettivo terapeutico condiviso. La condivisione del funzionamento del paziente con il paziente è fondamentale per non fare «quattro chiacchiere».

Come riconoscere le affermazioni orientate al cambiamento?

Esistono due tipologie di affermazioni orientate al cambiamento:

1. Affermazioni di preparazione orientate al cambiamento (DARN- Desire, Ability, Reasons, Need), ossia frasi pronunciate dal cliente che riflettono la sua intenzione ad attuare una modifica comportamentale. Esse indicano:

  • Desiderio (“voglio, mi piacerebbe, vorrei…”);
  • Capacità (posso, potrei, sono in grado, sarei in grado…);
  • Ragioni (se…allora);
  • Bisogno (ho bisogno, devo, è necessario…).

2. Affermazioni di attivazione orientate al cambiamento (CATs- Commitment, Activation, Taking steps) indicano che il cliente ha maturato la scelta di raggiungere un determinato cambiamento ed è pronto ad adottare strategie e comportamenti per ottenerlo. Le affermazioni di attivazione al cambiamento indicano:

  • Impegno (“lo farò, intendo farlo…”);
  • Mobilizzazione (“sono pronto a…, sono preparato a…”);
  • Fare passi avanti (“ho fatto…”).

Attraverso l’applicazione dei principi, delle tecniche e delle strategie del CM, definiti da Miller e Rollnick, il paziente dovrebbe essere sufficientemente motivato ad intraprendere un cambiamento e portarlo a compimento. Il metodo del CM e i suoi successivi sviluppi, dai primi anni Novanta ad oggi hanno reso questo strumento versatile e particolarmente utile nella pratica clinica.

 

IL COLLOQUIO MOTIVAZIONALE – Guarda il video integrale del webinar:

 

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Digital imprinting

Le nuove tecnologie hanno assunto un ruolo sempre più importante nelle nostre vite, dal televisore si è passati gradualmente ai PC fino ad internet per poi arrivare ai giorni nostri in cui l’uso dello smartphone è diventata una delle attività più importanti della nostra giornata.

 

Nato a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 appartengo, formalmente, alla Generazione X ma forse son semplicemente un Millennial, (Generation Chart, 2021) resta il fatto che uno dei tratti caratterizzanti la nostra esistenza è stato il crescere all’interno di un periodo storico in cui le nuove tecnologie hanno assunto un ruolo sempre più importante nelle nostre vite, dal televisore si è passati gradualmente ai PC fino ad internet per poi arrivare ai giorni nostri in cui l’uso dello smartphone è diventata una delle attività più importanti all’interno della nostra giornata.

Per questo vi racconterò la storia di un ‘nativo digitale’ ovvero semplicemente la mia.

Ai tempi dell’asilo la TV rappresentava la modernità.

Nel fine settimana ci trovavamo con i miei genitori per festeggiare la domenica dai nonni, qui mentre preparavano il pranzo, un cassone in bianco e nero posto nell’angolo della cucina mandava il telegiornale che illustrava gli eventi della giornata. Nel dopocena la televisione proiettava ‘Sandokan’, la Tigre di Mompracem (Lenzi, 1963), un film che adoravo, cosicché mi  era concesso di guardarlo sul tavolo di cucina, munito di coperta e cuscino, gli altri stavano seduti ai bordi del tavolo sperando che mi addormentassi.

Durante le scuole elementari mi fu regalato il Commodore 64 (InfoWorld, 1982), uno dei primi Personal Computer (PC), funzionava a cassette e con grossi dischi neri (Floppy Disk), l’utilizzo era dedicato prettamente all’attività ludica, videogiochi come Pac Man e Ghost’n’Goblin riempivano le mie giornate.

Ben presto la curiosità prevalse, decisi di iniziare a leggere il manuale dell’MS-DOS che mi era stato dato con l’acquisto del PC, cosicché diventati abbastanza abile nel programmare, il fine era poter scambiare con gli amici videogiochi ma ben presto capii che c’era molto di più, stavo per scoprire i comandi che guidavano gli aspetti meno noti dei nostri amici PC, ai tempi si diceva che chi praticava l’hacking ovvero la pirateria informatica (come veniva tradotto) lo faceva perché portava verso la conoscenza, la rivelazione (Ippolita, 2005).

Negli anni ’90, alle scuole medie, durante le ore di matematica avevamo un laboratorio sperimentale di informatica, qui ci veniva insegnato il Logo (Lariccia, 1983), meglio conosciuto come il linguaggio della tartaruga. Si trattava di programmare questo simpatico animaletto affinché svolgesse dei semplici esercizi come disegnare grafici a partire da numeri. In pratica stavamo scoprendo che anche i numeri possono avere una forma ed un colore e che la loro lettura in quella modalità geometrica era molto più fruibile.

Durante gli anni del liceo, conosco Giulio che diviene il mio fedele compagno di banco per tutti e cinque gli anni, lui ha la passione per la musica e suona in varie band locali, sempre in cerca di nuove sonorità mi chiede di accompagnarlo più volte nello studio di suo babbo, Domenico, per scaricare degli spartiti musicali di band statunitensi. Domenico lavorava presso il CNUCE (Centro Nazionale di Calcolo Elettronico) come informatico e a quel tempo era uno dei pionieri di quello che sarebbe poi diventato internet. Per collegarci avevamo a disposizione tutta una serie di password e collegamenti davvero complicati, ma alla fine il risultato era ogni volta entusiasmante, a noi era concesso comunicare con persone a migliaia di chilometri di distanza, le nostre vibrazioni facevano eco dall’altra parte del mondo, e per noi anche questo era già musica. Anni dopo Domenico Laforenza (Laforenza, 2019) sarebbe diventato uno dei maggiori esperti italiani e mondiali sull’utilizzo di internet e di sicurezza informatica.

Terminato il liceo, internet è ormai alla portata dei più, nascono le prime chat come ICQ  (Goldfinger, 1996) che ci permettono di comunicare con tutta comodità con gli amici, nutrire qualche simpatia e magari conoscere nuove persone. Lo scambio di file con testi e qualche immagine con il passare degli anni trasforma le chat in un qualcosa di sempre più complesso, utile ed affascinante, nascono continuamente nuove realtà fino alla loro evoluzione ultima ovvero la nascita dei primi Social Network, il più noto di tutti senza dubbio Facebook (Zuckerberg, 2004).

La nuova spinta evolutiva questa volta è decisamente affidata allo sviluppo dei materiali hardware, tecnologie sempre più minimali e potenti fanno sì che gradualmente si possa passare dall’utilizzo dei PC fissi ai ben più maneggevoli smartphone o suppellettili integrati come ad esempio gli smartwatch.

Negli ultimi anni l’informatica è divenuta parte integrante della nostra vita quotidiana, siamo tutti collegati h24 e attraverso un semplice click possiamo inviare messaggi, effettuare pagamenti, organizzare gruppi o riunioni se non addirittura interagire a distanza con il termostato di casa, lavatrici e robot domestici di qualsiasi tipo in altre parole la digitalizzazione da semplice strumento additivo del nostro quotidiano è entrata nella nostra realtà in modalità integrata così da cambiare la realtà non solo dei singoli ma dell’intera comunità in cui viviamo.

Ad anni di trasformazione tecnologica e sociale non potevano che corrispondere anni di evoluzione anche nella psicologia e così è stato.

A partire dagli anni ‘70/’80 fino ad oggi si è infatti assistito allo sviluppo di correnti di pensiero che hanno seguito ed utilizzato le immagini dell’informatica. La moderna PNL (Bandler, 1975) nasce proprio da Grinder e Bandler, statunitensi di origine, guarda caso, l’uno linguista e l’altro informatico.

L’evoluzione di questo tipo di psicologia, da molti criticata e demonizzata, ha in realtà influito fortemente sulla nostra società, ad oggi parole come coaching e mentoring sono di uso comune. L’idea di poter raggiungere un obiettivo in maniera veloce e fluida non poteva che attecchire in una società che ha come substrato l’idea portante di dinamismo, per i più la classica psicoanalisi non sarebbe che tempo sprecato.

Resto dell’idea che la PNL stia alla psicoanalisi come lo smartphone sta al deepweb (Greenberg, 2014), due aspetti della stessa medaglia intrinsecamente collegati e dunque interdipendenti che costituiscono un continuum ai più oscuro.

 

Il corpo non dimentica. L’io motorio e lo sviluppo della relazionalità (2020) di Ammaniti e Ferrari – Recensione

Gli autori di Il corpo non dimentica riflettono sulla relazione tra cognizione e corpo, un legame presente già prima della nascita e che lega il funzionamento delle aree motorie allo sviluppo dei processi cognitivi più sofisticati.

 

Ci sono movimenti che risvegliano il passato. Sbuccio lentamente una mela con un coltellino tascabile (un tempo si diceva coltellino da tasca), osservo come si arrotola la spirale della buccia, asciugo il succo di mela sulla lama. La mia mano ricorda la mano di mio padre, che ricorda quella di mio nonno. Non sono io, è mio nonno che sbuccia la mela. E tutti e tre la inghiottiamo contenti. (Georgi Gospodinov, 2020)

Ripenso spesso ad una delle mie prime lezioni all’Università: Parma, Facoltà di Psicologia, docente nientemeno che Vittorio Gallese, brillante ricercatore, all’epoca (era il 2000) reduce da una delle scoperte epocali nell’ambito delle neuroscienze, quella sul funzionamento dei neuroni specchio.

Ricordo che esordì la lezione dicendoci, letteralmente e con enfasi: “Ragazzi, voi avete scelto una facoltà a dir poco fantastica”.

Quella frase, detta da un ricercatore del suo calibro, mi suonò piuttosto sconcertante; molti di noi che si erano iscritti a Psicologia nutrivano infatti un sentimento ambivalente nei confronti degli scienziati, una sorta di devozione mista ad astioso complesso di inferiorità.

Sapevamo che non avremmo mai goduto della credibilità e del prestigio dei medici e dei neuroqualsiasicosa, che il campo di interesse sarebbe stato comune (mente, cervello, emozioni) ma che noi psicologi avremmo dovuto sputare sangue tutta la vita per rivendicare il rigore scientifico del nostro lavoro.

Vittorio Gallese, con quella frase inaudita, ci somministrò un’iniezione di entusiasmo, perché accese il riflettore su un effettivo punto di forza del nostro corso di laurea, ovvero l’interdisciplinarietà. Ci spiegò che avevamo l’opportunità di collocarci in un privilegiato punto di incontro tra diversi campi del sapere, solitamente lontani tra loro: filosofia e neurobiologia, antropologia e psichiatria, psicoanalisi e neuroscienze.

Ho ripensato a questo concetto, a me diventato caro nel tempo, del pensiero interdisciplinare leggendo il libro Il corpo non dimentica, a partire dal felice incontro tra i due autori, apparentemente distanti tra loro: Pier Francesco Ferrari, neuroscienziato ed etologo, e Massimo Ammaniti, psicoanalista.

Al centro della riflessione dei due esperti, sostenuta da una ricchissima rassegna di studi, la relazione tra cognizione e corpo, un legame presente già prima della nascita e che lega il funzionamento delle aree motorie allo sviluppo dei processi cognitivi più sofisticati.

Un concetto in parte noto; già Freud sosteneva che “l’Io è un’identità corporea” e gli autori ci ricordano come anche i miti raccontino di corpi che portano impressi su di sé i traumi dell’abbandono e dell’abuso, a volte in forma di vere e proprie menomazioni fisiche, come nel caso della zoppia di Edipo, mutilato e poi abbandonato dal padre.

Tuttavia, per lungo tempo, psicologia e neuroscienze hanno considerato azione e cognizione come due funzioni separate, codificate in aree cerebrali distinte. Sono recenti le dimostrazioni che le aree corticali motorie intervengono anche nell’elaborazione delle informazioni sensoriali e che il neonato è predisposto in maniera innata a rapportarsi coi suoi movimenti agli altri, guidato da una cognizione relazionale radicata nel corpo.

Il testo, arricchito dai recenti risultati dell’Infant Research e degli studi comparativi nei primati non umani, ci propone quindi il concetto dell’Io corporeo nella sua declinazione più innovativa, ossia legata al ruolo che le strutture cerebrali coinvolte nel controllo di azioni e gesti, e quindi del corpo, giocano nella nascita dell’intersoggettività e dell’io relazionale, a partire dalle comunicazioni preverbali ed extraverbali (rispecchiamento, imitazione, sorrisi, espressioni del volto). Rispetto a questo trova spazio, nel testo, il doveroso tributo (l’ennesimo) alla portata degli studi sui neuroni specchio, localizzati per buona parte in aree cerebrali motorie e premotorie e che svolgono un ruolo cruciale nell’apprendimento per imitazione e comprensione del comportamento altrui.

Non solo: la ricerca neurobiologica dimostra che anche le interazioni con l’ambiente, e in particolare le relazioni con gli altri, in primis quelle con i propri genitori, esercitano un’influenza diretta sullo sviluppo delle strutture e delle funzioni cerebrali.

Non c’è quindi distinzione netta né gerarchia tra cervello e mente, biologia ed esperienza, natura e cultura; la mente umana è il frutto delle interazioni tra tutti questi aspetti e i fattori genetici e costituzionali hanno un impatto tanto quanto le esperienze che facciamo.

Una precisazione decisiva che consente ai terapeuti (ma non solo) di tenersi alla larga sia da un eccesso di determinismo biologico (la mela non cade lontano dall’albero, da un pero non si fa un pomo, per dirlo con la “saggezza” popolare) ma anche dalla ricerca di improbabili eziologie psicologiche per i disturbi mentali (non dimentichiamo i drammatici abbagli del passato in questo senso, dalle “madri frigorifero” accusate di provocare l’autismo alle famiglie degli schizofrenici, considerate colpevoli di generare il disturbo per mezzo di “doppi legami”).

Questa prospettiva equilibrata ci chiarisce la piena responsabilità delle esperienze che induciamo nei bambini ma al netto di eccessivi sensi di colpa legati all’idea distorta che le modalità educative siano le sole a determinare gli itinerari di sviluppo.

Un testo utile agli addetti ai lavori, a chi è interessato alle implicazioni della ricerca sul tema delle cure parentali, ai terapeuti che vogliano ricavarne indicazioni utili per il lavoro clinico e che si inserisce nella traiettoria già seguita dalle forme di trattamento più moderne, in cui vediamo il corpo collocato prepotentemente al centro del processo psicoterapeutico: EMDR e Terapia Sensomotoria sono tra gli approcci che più di tutti rivendicano il primato della memoria procedurale nel determinare il funzionamento psicologico, in termini di trame psichiche iscritte nel corpo e che si traducono in atteggiamenti e comportamenti automatici (posture, espressioni, tono di voce, arousal, modalità di porsi in relazione).

Per certi aspetti un orientamento concettuale che si distingue dal cognitivismo classico, approccio per il quale (ipersemplificando) è il pensiero che causa l’emozione e che pertanto considera la ristrutturazione cognitiva come il punto di partenza per la ricerca della regolazione emotiva.

La teoria della cognizione incarnata invita invece ad un percorso inverso, bottom up, dal corpo al pensiero: come scrive Dimaggio

Il rapporto del corpo con il mondo influisce sui processi cognitivi. Essere fisicamente sporchi genera giudizi morali. Manipolare oggetti rigidi porta a valutazioni rigide. Sensazioni di freddo ci maldispongono verso gli altri. Stato del corpo, postura, tensione muscolare, la preparazione a compiere una determinata azione influenzano i processi cognitivi.

Questa è la rivoluzione esperienziale.

La nostra verità non è in quello che diciamo, ma nei gesti. (Dimaggio, 2020)

 

Disturbi alimentari, immagine corporea e perfezionismo durante la gravidanza

Durante la gravidanza, l’immagine corporea subisce un declino a seguito delle variazioni di peso e forma del corpo. Questi aspetti individuali di insoddisfazione e tendenza al confronto sociale, sono concomitanti alla presenza di problematiche cognitive associate alla propria percezione corporea, aggravando il disturbo alimentare.

 

I disturbi alimentari sono problematiche strettamente connesse al contesto socioculturale occidentale, che attribuisce forte rilevanza alle forme del corpo, promuovendo ideali di bellezza associati alla magrezza. Il rischio conseguente può essere l’adozione di diete drastiche, il ricorso all’esercizio fisico estremo, l’induzione di vomito e l’assunzione di lassativi (Ferrand et al., 2009), che provocano danni significativi alla salute fisica e al funzionamento psicosociale.

L’anoressia consiste nella restrizione alimentare concomitante alla presenza di dispercezione dell’immagine corporea, perdita di peso e debolezza. La letteratura ha individuato come l’associazione di questa con tratti psicotici sia fonte di un persistente perfezionismo, sbalzi d’umore e disturbo ossessivo compulsivo correlato. La psicosi che emerge in concomitanza all’ansia precedente al pasto e che rende l’individuo sensibile e reattivo agli stimoli, ha spesso un’origine infantile e antecedente il disturbo alimentare (Damercheli, N. Kakavand AR, 2017; Pourghassem Gargari B. et al., 2010).

Durante la gravidanza, la patologia alimentare in donne che ne hanno sofferto precedentemente, può regredire per il timore di provocare danni al feto. Tuttavia, in alcuni casi, c’è il rischio di una ricaduta, favorita dall’aumento di peso e dall’insoddisfazione corporea conseguenze (Bardone-Cone et al., 2013). Anche se tendenzialmente i sintomi miglioreranno nel post-partum (Kordi M. et al., 2014), queste donne sono a rischio di aborto spontaneo, anomalie elettrolitiche, travaglio pretermine, restrizione della crescita intrauterina e inadeguato aumento di peso nel feto. I comportamenti di restrizione calorica, possono anche influire causando ritardi nello sviluppo del bambino e, nel peggiore dei casi, morte materna e fetale ( Rahmanian, V. et al., 2017).

Durante la gravidanza, l’immagine corporea, ovvero il modo in cui ci vediamo e veniamo visti dagli altri (Bardone-Cone et al., 2013), subisce un declino a seguito delle variazioni di peso e forma del corpo, risentendo anche a causa dei condizionamenti della società moderna che valorizza il corpo perennemente magro (Alah-Gholilo, K. et al., 2013).

Questi aspetti individuali di insoddisfazione e tendenza al confronto sociale, sono concomitanti alla presenza di problematiche cognitive associate alla propria percezione corporea (Trindade & Ferreira, 2014), aggravando il disturbo alimentare. Ad esempio, coloro che tendono alla ruminazione, sono vittime del confronto con l’altro ed avendo elevati livelli di perfezionismo, tendono a perseguire standard irrealistici (Mashalpourfard M. et al., 2014).

Il perfezionismo è un tratto di personalità che consiste nello sforzarsi ad essere impeccabili, ponendosi standard irrealisticamente elevati, al contempo valutando criticamente il proprio ed altrui comportamento (Roshanfar, A. Mokhtari, S. Padash, 2013). Sebbene sia nel perfezionismo adattivo che disadattivo l’obiettivo è il raggiungimento del successo, nel primo arrivare allo standard prefissato aumenterà i livelli di autostima, mentre nel secondo l’insoddisfazione per l’obiettivo irrealistico implicherà l’emergere del criticismo verso di sé, che avrà ripercussioni negative individuali (Atadokht, 2016).

Il perfezionismo condiziona fortemente la salute mentale in quanto la preoccupazione per gli errori, che lo caratterizza, è implicata nell’anoressia e nelle abitudini alimentari dannose (Erozkan et al., 2011).

A partire dalle indagini che hanno riscontrato un’associazione tra disturbi alimentari, immagine corporea e perfezionismo nella popolazione (ad es. Mashalpourfard M. et al., 2014) e la loro rilevanza nel compromettere la salute mentale; Kiani-Sheikhabadi M. et al. (2019), hanno indagato la relazione tra questi fattori in 187 donne che stavano affrontando una gravidanza.

Il perfezionismo adattivo non era implicato nell’insorgenza dei disturbi alimentari, nell’anoressia nervosa e nel desiderio di abbuffarsi tra le donne del campione. La componente disadattiva di perfezionismo, invece, si associava positivamente alla patologia alimentare ed ai comportamenti correlati.

Dunque, coerentemente con la letteratura (Welch et al., 2009), il disturbo alimentare in gravidanza può essere favorito o meno dalle tendenze di perfezionismo nei soggetti; soprattutto quelle disadattive, che peggiorano la sintomatologia legata all’alimentazione, l’anoressia nervosa ed il desiderio compulsivo di mangiare (Boone et al., 2010).

Il perfezionismo negativo comporta un atteggiamento ostile verso i propri errori, tendenza a biasimarsi e percepire una mancata corrispondenza tra proprie prestazioni ed aspettative. Le donne incinte con questa componente, potrebbero fare valutazioni imprecise sul proprio peso ed aspetto corporeo, adottando comportamenti rischiosi, ovvero diete ed esercizio fisico eccessivo, che favoriscono lo sviluppo di un disturbo alimentare.

Secondo altre indagini, la componente di perfezionismo è talmente implicata che in alcuni casi può predire indipendente dagli altri aspetti, l’insorgenza di una patologia alimentare (Ariapooran & Shirzadi, 2012).

Il perfezionismo positivo rende le donne meno propense a sviluppare un disturbo alimentare, poiché raggiungeranno l’obiettivo desiderato avendo fiducia nelle proprie capacità (Bardone-Cone et al., 2007); saranno meno propense a preoccuparsi per l’aumento o la perdita di peso e non si biasimeranno.

I risultati mostrano anche una relazione negativa tra l’immagine corporea con i sintomi del disturbo alimentare, l’anoressia nervosa e il desiderio di abbuffarsi. In linea con la letteratura, questa sintomatologia si riduce con l’insorgenza di un’immagine corporea positiva e la soddisfazione verso il proprio aspetto fisico (Mashalpourfard M. et al., 2014).

Infatti, all’aumentare del valore attribuito al proprio corpo, si riducono i comportamenti tipici dell’anoressia nervosa, il desiderio di mangiare ed in generale il rischio di insorgenza della patologia alimentare (Mashalpourfard M. et al., 2014). Al contrario, le donne che si sentono fisicamente poco attraenti, avranno un basso valore fisico e saranno più propense ad adottare una dieta restrittiva che aumenterà l’incidenza e la gravità del disturbo alimentare.

Sebbene i cambiamenti fisici durante la gravidanza condizionano l’immagine corporea, con il rischio di comparsa di disturbi alimentari; ad aggravare la condizione giocano un ruolo i contesti familiari e sociali, che influenzano l’ideale del proprio corpo, generando sofferenza quando questo non rispetta i canoni estetici.

In generale, i medici dovrebbero intervenire effettuando una diagnosi precoce ma soprattutto fare prevenzione. Specialmente le ostetriche, che sono a contatto con le future madri, dovrebbero essere istruite ed istruire sui bisogni nutrizionali di base e gli effetti delle diete restrittive in gravidanza.

Inoltre, per prevenire l’insorgenza di un disturbo legato all’immagine corporea, sarebbe utile rafforzare l’autostima delle future madri; oltre che sostenerle nella rielaborazione dei contenuti che recepiscono dai media, la loro visione del corpo e dell’ideale di bellezza femminile.

A questo proposito, è possibile agire mediante interventi psicoeducativi rivolti alle donne incinte ed ai loro coniugi al fine di ridurre l’incidenza del disturbo alimentare in gravidanza.

 

Le dimensioni del perfezionismo – Il quinto episodio di The Journal Club

The Journal Club, la webserie organizzata da Studi Cognitivi per discutere e approfondire le novità dal panorama scientifico internazionale, ora in esclusiva per i lettori di State of Mind.

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “The Journal Club”, un ciclo di appuntamenti per approfondire e discutere insieme le novità dal panorama scientifico internazionale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Ogni settimana l’analisi di un articolo scientifico dedicato a una particolare tematica. In ogni incontro, le Dott.sse Sara Palmieri e Alessia Offredi, accompagnate da un ospite del team di esperti di Studi Cognitivi, hanno commentato l’articolo, per poi proseguire con alcune importanti riflessioni sulle implicazioni di quest’ultimo nel campo della Psicoterapia.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del quinto episodio della serie dedicato al perfezionismo. Ospite della puntata, il Dott. Giovanni Maria Ruggiero.

LE DIMENSIONI DEL PERFEZIONISMO:

Seduta psicoterapeutica: quando la clessidra si svuota troppo presto

Da paziente il tempo in psicoterapia non lo capisci, non vedi i passaggi, la tecnica, la struttura. Sai che funziona, lo senti che stai meglio, ti percepisci più consapevole, ma non capisci il perché e il come questo accada.

Silvia Mancuso – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Bolzano

 

Ho deciso di trattare questa tematica perché è un argomento che mi tortura da quando ho iniziato il mio percorso in psicoterapia. La psicoterapia è una delle cose migliori che mi sia capitata nella vita. Già dal primo giorno in cui ho conosciuto la mia terapeuta, mi sono trovata a fine seduta a chiudere la porta dello studio dietro di me e dirmi “non basta” e ripetermelo durante la strada per tornare a casa. Ho pensato che sarebbe andata meglio eppure ancora oggi ogni volta che la mia seduta termina la prima cosa che penso è “non basta, il tempo che ho a disposizione non basta”.

Potrebbe sembrare facile parlarne in terapia ma non per me. Ho provato solo una volta ad accennarlo, a mo’ di battuta, e la mia terapeuta mi ha risposto che lei dedica 60 minuti per cliente e che è molto più di quello che dovrebbe e molto più tempo di tanti altri orientamenti. Ho capito che poteva dirmi quello che voleva, ma non era quello che volevo sentirmi dire.

Quanto ho pensato alle sue parole e a quello che avrei voluto dirle al riguardo. “Basta! Alla prossima seduta mi prenderò di coraggio e le dirò quello che penso. I punti che affronterò, in ordine di importanza: questo tempo non basta, mi aiuti a farlo bastare, non sopporto quando capita che il paziente prima di me rubi il mio tempo, non sopporto di perdere tempo nel pagare la terapia e pianificare il prossimo appuntamento e credo che sia tempo rubato alla terapia. Se consideriamo tutto questo la seduta dura 45 minuti e non 60 e questi 45 minuti non bastano”.

Ma quanto tempo è troppo tempo o poco tempo? Nella vita ci sono una serie di situazioni come la terapia che devono essere racchiuse all’interno di una cornice temporale. Penso ai film o alla lezione di yoga. Vi sono altre situazioni, come una cena o il parrucchiere, dove il tempo è quello che serve. Hai un’idea di quanto tempo potrebbe impegnarti ma non esiste una regola temporale. Ecco, io vorrei una seduta terapeutica “da cena”. Vorrei poter decidere io paziente quando concluderla e alla fine dire “grazie per la seduta, sono stata davvero bene, alla prossima. Buona notte”.

Lo yoga, i film, le cene, la parrucchiera: sono tutti esempi di situazioni che scegliamo di vivere per migliorarci la vita. Lo stesso vale per me con la terapia, scelgo di andare per migliorarmi e per raggiungere la consapevolezza di me che sto ricercando. Nonostante per me il tempo sia sempre poco devo dire che questa terapia funziona, quindi se funziona, al di là della mia percezione del tempo, mi dico “goditi le tue sedute e basta con questa storia”. E invece no, io voglio capirci qualcosa. Da paziente il tempo in psicoterapia non lo capisci, non vedi i passaggi, la tecnica, la struttura. Sai che funziona, lo senti che stai meglio, ti percepisci più consapevole, ma non capisci il perché e il come questo accada. Percepisci il tempo che passa quando è già passato ed è lì che concepisci il concetto di quanto.

Ci sono dei tempi tecnici che definiscono il setting come i saluti e il pagamento che rendono una seduta di 45-50 minuti quando ne hai a disposizione 60 oppure di 35-40 minuti quando ne hai solo 50. Una seduta si sa, non si basa solo sulla narrazione e so che questo articolo non porta nulla di nuovo. La variabilità della durata delle sedute è un tema dibattuto tra le teorizzazioni psicoanalitiche (la psicoanalisi propone un setting fissato tra i 45 e 50 minuti) e quelle lacaniane (Lacan proponeva un setting variabile e non fissato).

Il cervello crea la rappresentazione cognitiva del tempo usando variabili quali il passare dei giorni e l’uso dell’orologio. Integriamo informazioni che impariamo fin da quando siamo piccoli e cominciamo a creare la nostra rappresentazione personale del tempo. La consapevolezza dello scorrere del tempo è una produzione interna mentale. Io ancora mi stupisco quando la mattina mi sveglio prima della mia sveglia. Quando sto bene con qualcuno il tempo mi sembra passare in fretta, quando faccio qualcosa che non mi piace sembra non finire. Si sa, ogni persona ha un tempo proprio, una personale produzione interna mentale della consapevolezza dello scorrere del tempo. Un orologio misura il tempo ma il tempo esiste anche senza gli orologi.

I fatti acquistano significato e spessore di esperienza solo quando sono rappresentati nella mente. È nel diventare pensiero che producono i loro effetti. Se non so che la guerra è finita mi nascondo e combatto nelle foreste nipponiche anche 10 anni dopo Hiroshima (R. Lorenzini, 2011).

Tutto è regolamentato dal tempo, un concetto che ci siamo creati noi grazie alla memoria e alle aspettative. Dal tempo nasce il concetto di passato, presente e futuro e grazie a questo noi agiamo e ci comportiamo (Hammond, 2013).

Marc Wittmann è uno psicologo che descrive questo fenomeno legato alle fluttuazioni dello stato della coscienza (Wittmann, Giersch, & Berkovich-Ohana, 2019). I nostri interessi e le nostre emozioni, il nostro umore e i momenti che viviamo possono influire sulla percezione del tempo, che è una percezione personale, legata al mondo esterno solo dagli strumenti che lo misurano.

Se prendessimo consapevolezza di questo potremmo imparare a vivere il tempo responsabilmente. I limiti sono la nostra nascita e la nostra morte, in mezzo il tempo e la vita, la nostra, luogo di incontri e di esperienze, di sofferenza e di amore.

E la morte che ci tormenta altro non è che l’annientamento della sensibilità, come Epicuro (Paini, 2006, pag. 33) ci avverte “…Niente è la morte per noi: infatti tutto ciò che si è dissolto non è più dotato di sensibilità, e ciò che non è più sensibile è niente per noi…”.

Nella terapia questa vita, e questa morte, diventa il tema centrale della narrazione e viene esposta all’interno di un format preciso dove due sconosciuti si incontrano. Uno è il terapeuta e l’altro il paziente. Il paziente porta questa sua vita. I due si accordano sugli obiettivi da raggiungere e sugli impegni reciproci. Gli incontri si concluderanno quando entrambi saranno d’accordo di aver raggiunto l’obiettivo. I due sono estranei e tali devono rimanere anche se il paziente col tempo diventa qualcosa di altro dall’essere estraneo. Se queste regole non venissero rispettate sarebbe una grave violazione del setting. Il tempo è quello del presente, del qui ed ora.

S. Agostino (Sant’Agostino, 2014) quando indaga il tempo parla del tempo dell’interiorità e della pluralità dei tempi legata a diversi livelli di realtà. Il presente del presente (qui ed ora) ma anche il presente del passato (ricordi) e il presente del futuro (una presunzione di quello che sarà). Lo psicoterapeuta durante la narrazione del paziente, nel qui ed ora, durante questi 45-60 minuti, decide di approfondire alcuni pensieri e quindi blocca il narrato del paziente su aspetti per lui importanti, perché ha bisogno di focalizzarsi su quello che serve per dare seguito alla sua tecnica.

L’impressione del paziente è di essere una rosa che sta per sbocciare e che viene tranciata. Un soufflé che è sul punto di gonfiarsi, il terapeuta apre il forno e il soufflé fa quello sbuffo che lo spacca e che ne precede lo sgonfiore.

Sostiene Cicerone che nella vita adulta il divenire è ipotecato e incanalato nelle progettualità senza fine che si estrinsecano in piani giornalieri, settimanali, mensili, annuali e pluriennali, nei quali il vivere cristallizzato in morfologie preordinate diviene il dato saliente dell’esistenza, ridotta a mera alienazione temporale, in cui il costrutto di tempo viene traslato dal suo significato più profondo per divenire una categoria concettuale in grado di essere usata per lenire le paure (Paggetti N., 2006).

L’esperienza che ho vissuto, che sto vivendo, che vorrei vivere diventa superflua per quel contesto. Non c’è tempo per approfondirla, non serve, tu paziente non lo sai ma il terapeuta ha già capito e quindi non serve continuare a narrare. Tu paziente hai una enorme quantità di cose che vorresti dire ma il terapeuta ti trascina là dove vuole: dove ti trovavi? Cosa hai pensato? Che emozione ha provato? E mentre rispondi alle sue domande ti chiedi, perché non mi lascia finire? Io ho un’enormità di altre informazioni anche più importanti di “cosa ho pensato e delle emozioni che ho provato”?

La psicoterapia si presenta come un momento in cui la ripetizione del tuo vissuto è una traccia per un progetto più ampio che è difficile vedere fin da subito. Riuscire ad allontanarsi e vederlo nella sua totalità non è fin da subito possibile, riesci solo a vedere un singolo mattoncino e credi che non abbia senso tutto questo per il progetto che avevi in mente. Anche se questa di cui parlo non è l’esperienza di tutti, è sicuramente la mia. Questo e molto altro è ciò che mi ripeto quando esco da quella stanza. Mi chiedo poi: chi come me non ha delle basi di psicologia, come gestirà questo stato? L’approccio cognitivo comportamentale è un metodo semplice e breve, mirato alla rimozione del sintomo. Tende a limitarsi al minimo tempo necessario e non è un percorso infinito. Metodo concreto che segue il sintomo e stimola anche un cambiamento profondo della personalità che lo genera. Questo mi è chiaro, ma lo è anche per chi non ha delle basi di psicologia?

La mia sensazione da paziente è che a volte sembra che la psicoterapia abbia lo scopo principale di mantenere un setting corretto. Tutto quello che sta dentro è sicuramente customizzato per il paziente, quasi fosse un ambito sartoriale ma è tutto lì dentro, dentro quei minuti. Fuori da quei confini non è possibile uscire.

Cosa dirà di me questa mia idea del tempo? Chissà se a tutti noi piacerebbe che le nostre terapie fossero personali e individuali, come il tempo, i pensieri e le emozioni. Sono mie queste resistenze al cambiamento o sono davvero necessarie per garantire all’approccio cognitivo comportamentale di rimuovere il sintomo? Insomma, quando ho pensato di poter diventare una psicoterapeuta pensavo solo di manipolare le rappresentazioni corticali e il cervello del paziente con le mie parole. Un po’ come il meccanico quando gli porti la macchina rotta, lui apre il cofano e accende l’auto, tocca un filo, accelera e ha già capito qual è il problema. Non mi ero fermata a pensare che il mio paziente, che voglio aiutare, avrebbe avuto l’idea che gli stessi rubando tempo e soldi o la percezione che i suoi discorsi potrebbero stancarmi. Vi assicuro che io sono quella paziente. Non sono disposta ad affrontare questa attesa tra una seduta e l’altra.

I terapeuti decidono di fare questo lavoro per ascoltare le persone e aiutarle a stare meglio. Come potrebbe la mia terapeuta aiutarmi a capire che i pensieri che riporto in terapia sono abbastanza? Non lo so, credo che la capacità di guardare al terapeuta come una guida e un supporto potrebbe essere un bene per me, potrei imparare a lasciarmi andare e accettare di fidarmi. Forse temo solo di prendere consapevolezza che “non basta” è un pensiero tipico nella mia vita e non vale solo per la terapia. La mia terapeuta ha una laurea, ha una scuola di specializzazione alle spalle e so che continua a studiare e prendere certificazioni, ha esperienza con i miei problemi, con lei mi sento a mio agio, rispetta i miei limiti, mi stimola, mi fa sentire giusta, mi normalizza. Ci sono tutti i presupposti fondamentali perché possa procedere tutto nel migliore dei modi.

Il tempo è la risorsa più importante che abbiamo e allo stesso modo è limitata e non serve avere un orologio per saperlo. È necessario che impari a gestirlo al meglio, questo la psicoterapia me lo sta insegnando.

 

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