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La mente in musica: come reagisce il cervello all’ascolto della musica (2021) di Annalisa Balestrieri – Recensione del libro

Quando ascoltiamo la musica si attivano entrambi gli emisferi cerebrali e questo consente di trarre beneficio per aspetti diversi: miglioramento della memoria, del senso del ritmo e della motricità da un lato e potenziamento di immaginazione e creatività dall’altro.

 

Dal titolo del libro ci si aspetterebbe una disamina di tipo neurologico e neuropsicologico delle basi cerebrali responsabili della percezione e dell’elaborazione di una traccia musicale. In realtà l’autrice non si limita assolutamente a questo: le informazioni più “tecniche” si ritrovano nel corso della lettura insieme ad una attenta valutazione molto più ampia di tipo storico, sociale e culturale.

L’inclinazione alla musica, quella che Oliver Sacks definisce “musicofilia”, sembra quasi una caratteristica innata dell’essere umano. La musica esercita su tutti noi un grande potere, a priori dal fatto che ci definiamo appassionati o meno e il suo ruolo si esplica anche in modo differente nei diversi momenti della vita.

La musica già durante la gravidanza stimola la formazione delle strutture cerebrali del feto, facilita l’ampliamento della rete neuronale, l’accesso alla memoria e non di meno crea un legame emotivo tra la madre e il bambino. In età infantile le ninne nanne servono a far rilassare il bambino andando a dimostrare come si sia già formata una traccia mnestica sonora relativa alla voce della madre. Ma è nell’età adolescenziale che forse si crea un legame veramente forte tra musica e personalità che persisterà per tutta la vita. In questa età, come riferisce l’autrice, la musica serve sia a livello emotivo che sociale. Aiuta a costruire una realtà in cui rifugiarsi, dà un grande aiuto per confrontarsi con delle emozioni assolutizzanti ed estremizzate che l’adolescente non è ancora in grado di comprendere fino in fondo da solo. E la musica riesce a dare una voce a quei pensieri nuovi, alle paure che affiorano, fungendo quindi da calmante naturale. Fa sentire compresi e allo stesso tempo aiuta anche un certo “decentramento” per osservare e valutare quella stessa emozione e quella situazione dall’esterno.

Dal punto di vista sociale aiuta l’adolescente ad identificarsi in un gruppo, consente di comunicare con i propri coetanei e a crearsi un proprio spazio esterno alla famiglia; inoltre suonare all’interno di un complesso musicale può favorire processi identificativi e migliorare le dinamiche interattive. A questo proposito non bisogna neanche sottovalutare gli effetti benefici che si possono avere dall’imparare a suonare uno strumento musicale che saranno sia cognitivi che, per l’appunto, sociali.

E che dire della musica nella terza età? Tra le sue molteplici funzioni ci sono quelle di favorire il rilassamento, incoraggiare l’esercizio fisico ma soprattutto quello di valorizzare la memoria facendo riaffiorare ricordi e le emozioni ad essi associati. Proprio questo è uno dei rapporti più interessanti da scandagliare, quello tra musica, ricordi ed emozioni.

Innanzitutto dobbiamo precisare che è più facile richiamare alla mente degli avvenimenti che abbiano anche un connotato emotivo; eventi che hanno un forte impatto su di noi creano delle connessioni più forti e quindi risultano più accessibili alla memoria. Visto che la musica è così legata alle emozioni, è facile dire che l’ascolto di una particolare canzone possa far riaffiorare il ricordo dell’evento e il suo correlato emozionale. Tale forte connessione è anche anatomicamente giustificata; i cosiddetti lobi “musicali” sono i lobi temporali, sede anche di importanti strutture legate alla memoria (per esempio l’ippocampo) e alle emozioni (sistema limbico). Quando ascoltiamo la musica si attivano entrambi gli emisferi cerebrali: se l’emisfero sinistro è deputato ad un’analisi più di tipo semantico, per esempio con l’analisi del significato delle parole, quello destro invece si occupa del riconoscimento della melodia e della componente emozionale. L’attivazione di entrambi gli emisferi consente di trarre beneficio per aspetti diversi: miglioramento della memoria, del senso del ritmo e della motricità da un lato e potenziamento di immaginazione e creatività dall’altro.

Come spesso accade, sono le anomalie di funzionamento che ci fanno capire e scoprire i meccanismi alla base di diversi processi. La stimolazione elettrica di alcune aree del lobo temporale può indurre una persona a sentire una particolare musica o melodia; ma non solo, spesso in concomitanza a quel particolare suono viene anche evocata un’immagine e, nello specifico, un ricordo. Se secondo Wilfred Penfield queste immagini fossero casuali e senza un particolare significato, in realtà sappiamo che i nostri pensieri nascondono degli speciali significati molto più profondi che però emergono solo dopo un’attenta analisi ed elaborazione. Molto esplicativo a questo proposito è un caso clinico che ci presenta Oliver Sacks nel libro L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Una notte la signora O’C. aveva fatto un sogno molto vivido in cui si rivedeva bambina e allo stesso tempo sentiva le canzoni irlandesi della sua infanzia. Tuttavia, anche dopo il risveglio, continuava a sentire persistentemente le stesse canzoni come se qualcuno le stesse trasmettendo alla radio. Effettivamente l’EEG mostrò che la signora aveva degli attacchi a livello dei lobi temporali, dei piccoli infarti; la risoluzione di questi attacchi, portò via anche le sue canzoni. Da un punto di vista personale e psicologico, l’esperienza è stata definita dalla signora O’C. come uno dei momenti più salutari e più felici della sua vita. Infatti la signora non ricordava consapevolmente quegli eventi della sua infanzia; questa “reminiscenza” epilettica aveva portato a galla una vera e propria esperienza inconscia, un evento che seppur escluso dalla coscienza, era rimasto sedimentato e aveva lasciato un segno duraturo e significativo. Siamo quindi davanti ad una memoria implicita, non verbalizzabile proprio perché non consapevole, che non può essere rimossa ma che può essere resa manifesta e influenzare il futuro e i sentimenti. Questo insorgere improvviso di ricordi ed emozioni, associati ad eventi sensoriali, ci conferma quindi l’affascinante legame di natura “proustiana” tra mente e memoria.

La musica ha effetti benefici sul corpo e i meccanismi attraverso i quali agisce sono molteplici. L’impulso sonoro che arriva alla corteccia uditiva (localizzata nel lobo temporale) innesca una serie di meccanismi di trasmissione sinaptica che portano al rilascio di un neurotrasmettitore come la dopamina. Questo provoca effetti sul tono dell’umore, sul battito cardiaco e sulla pressione sanguigna. Non solo, la somministrazione di musica può modulare anche l’attività del GnRH (fattore di rilascio delle gonadotropine) andando per esempio ad avere un impatto su alcuni casi di amenorrea ipotalamica funzionale, molto spesso legata allo stress e quindi a livelli elevati di cortisolo.

Dunque la musica può avere una funzione terapeutica; non stupisce quindi come la musicoterapia sia uno strumento ormai validato nel trattamento di diversi disturbi e di come possa aiutare condizioni anche di tipo degenerativo come la malattia di Alzheimer, le sindromi frontali e i parkinsonismi. Uno dei campi in cui è maggiormente utilizzata è il trattamento dei Disturbi dello Spettro Autistico: in questo caso la comunicazione, impossibile se intesa nella sua classica accezione linguistica, è possibile grazie ai ritmi del suono.

Dietro una canzone, dietro la musica, non ci sono solo delle note, delle melodie, delle parole, c’è qualcosa di molto più complesso che, come la musica stessa, non può essere espresso semplicemente tramite il linguaggio verbale. “Il mondo dietro una canzone” scriveva Thomas Mann. E la cosa più affascinante è che ognuno di noi vedrà sempre un mondo diverso dietro ogni singola canzone. Ma allo stesso tempo il nostro mondo sarà sempre in grado di mettersi in contatto con quello di qualcun altro attraverso questo particolare linguaggio che sembra non avere regole fisse. La musica può avere allora la grande forza di avvicinare e mettere in contatto più di qualunque gesto o qualsiasi parola.

Non rimane quindi che augurare a tutti buon ascolto….ops, buona lettura!

 

ADHD e difficoltà emotive: quale relazione?

Sembra che rispetto all’ADHD da solo, la sua co-occorrenza con problemi emotivi è associata a una maggiore compromissione sociale, un funzionamento accademico più povero, un maggior rischio di disturbi psichiatrici, abuso di sostanze e tentativi di suicidio.

 

Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) è un disturbo comune del neurosviluppo caratterizzato da un pattern persistente di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferisce con il funzionamento e lo sviluppo (American Psychiatric Association, 2013). L’ADHD si presenta tipicamente con disturbi psichiatrici in comorbilità tra cui una serie di problemi relativi alla sfera emotiva (Erskine et al., 2016). Essi sono influenzati da fattori genetici e ambientali (American Psychiatric Association, 2013). Gli studi hanno riportato che l’ADHD e i problemi emotivi co-occorrono nell’infanzia (Chen et al, 2015; Rydell, Taylor, & Larsson, 2017) per tutta l’adolescenza e fino alla prima età adulta (Chen et al., 2015; Michelini, Eley, Gregory, & McAdams, 2015). Rispetto all’ADHD da solo, la sua co-occorrenza con problemi emotivi è associata a una maggiore compromissione sociale, un funzionamento accademico più povero, un maggior rischio di disturbi psichiatrici, abuso di sostanze e tentativi di suicidio (Rydell et al., 2017). Le ragioni della co-occorrenza di ADHD e problemi emotivi rimangono, tuttavia, poco chiare. Le persone con ADHD possono sperimentare problemi emotivi a causa di fattori di stress psicosociali associati all’ADHD, tra cui genitori severi, fallimento accademico e problemi con i coetanei (Meinzer, Pettit, & Viswesvaran, 2014). Inoltre, i sintomi di problemi emotivi come la mancanza di motivazione o la percezione della minaccia potrebbero influenzare le difficoltà di concentrazione, l’irritabilità e l’irrequietezza (Daviss, 2008; Fraser, et al., 2018). Potrebbe anche essere che i sintomi ADHD comportino problemi emotivi più tardi nella vita. Studi precedenti hanno dimostrato che i bambini e gli adolescenti con ADHD sono a maggior rischio di depressione e ansia successive (Eyre et al., 2019). Tuttavia, gli studi longitudinali precedenti non hanno testato l’ipotesi che i problemi emotivi potrebbero predire lo sviluppo di ADHD, in quanto i sintomi precoci non trattati relativi alla sfera emotiva potrebbero sfociare in disattenzione e impulsività, fino allo sviluppo successivo di sintomi ADHD. Lo scopo della presente ricerca longitudinale era quello di approfondire le associazioni tra i sintomi ADHD e problemi emotivi dall’infanzia e fino alla giovane età adulta. Nello specifico, è stato testato se: (1) i sintomi dell’ADHD comportassero più tardi problemi emotivi durante l’infanzia e viceversa; (2) se ci fosse una specificità dell’associazione, esaminando separatamente i sintomi di disattenzione e iperattività-impulsività; (3) tale associazione risentisse dell’influenza genetica e ambientale.

I partecipanti erano membri dell’Environmental Risk (E-Risk) Longitudinal Twin Study, che segue lo sviluppo di una coorte di nascita di 2.232 bambini britannici. Il campione E-Risk è stato costruito nel 1999-2000, quando 1.116 famiglie con gemelli dello stesso sesso di 5 anni d’età hanno partecipato alle valutazioni homevisit. Le visite a domicilio di follow-up sono state condotte quando i bambini avevano 7 anni, 10, 12 e 18 anni. Le visite a domicilio all’età di 5, 7, 10 e 12 anni includevano valutazioni con i partecipanti e le loro madri (o chi si prendeva cura di loro). L’ ADHD e i sintomi emotivi sono stati valutati a 5, 7, 10 e 12 anni di età usando i rapporti delle madri e degli insegnanti: le madri sono state intervistate faccia a faccia, mentre le insegnanti hanno risposto per posta. Entrambe le categorie di informatori hanno valutato ogni item come “non vero” (0), “un po’ o qualche volta vero” (1) o “molto vero o spesso vero” (2). I sintomi erano riferiti ai 6 mesi precedenti. I sintomi dell’ADHD sono stati valutati utilizzando 18 item riguardanti la disattenzione (ad esempio “è disattento, si distrae facilmente”) e l’iperattività-impulsività (ad esempio “è molto irrequieto, ha difficoltà a stare seduto a lungo”, “è impulsivo, agisce senza pensare”), coerenti con il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV, American Psychiatric Association, 1994). I problemi emotivi sono stati valutati usando la Child Behavior Checklist for mothers (Achenbach, 1991a) e la Teacher’s Report Form (Achenbach, 1991b). La scala dei problemi emotivi è la somma delle sottoscale Withdrawn e Anxious/Depressed, che includono item come “piange molto”, “ritirato”, “non si fa coinvolgere dagli altri” e “si preoccupa”.

Dai risultati emerge, in primo luogo, che i sintomi dell’ADHD sono predittivi dell’insorgenza di problematiche emotive, sia nella tarda infanzia che nella prima età adulta. Ciò può, inoltre, essere spiegato da fattori genetici. Poiché queste due tappe evolutive coinvolgono importanti cambiamenti biologici, sociali ed emotivi, al punto da aumentare la probabilità di insorgenza di problematiche di salute mentale, è importante considerare cosa comporta l’associazione tra i sintomi di ADHD e le difficoltà emotive. La ricerca ha evidenziato che, nonostante questa associazione abbia continuità nel tempo, era leggermente più debole durante il passaggio alla giovane età adulta, nello specifico per i sintomi della depressione a 18 anni d’età. Questo può indicare che i problemi emotivi emergenti post-puberali hanno una diversa natura evolutiva rispetto all’esordio precoce. Dai risultati è, inoltre, emerso che i fattori genetici spiegano interamente l’associazione tra i sintomi precoci di ADHD e la successiva insorgenza con i problemi emotivi: la genetica gioca un ruolo predominante nella sovrapposizione longitudinale tra ADHD e problemi emotivi fino alla prima età adulta. Tuttavia, questi risultati non escludono possibili influenze da fattori ambientali. Gli effetti cumulativi delle difficoltà legate all’ADHD e le circostanze ambientali negative, innescate da queste, potrebbero portare alcuni giovani con ADHD a sviluppare problemi emotivi (Daviss, 2008). C’è un crescente numero di prove che suggeriscono che la cognizione, il temperamento e il comportamento dei bambini influenzano la risposta e la reazione degli altri nei loro confronti (Stern et al., 2018; Wertz et al., 2016). Il comportamento impegnativo dei bambini con ADHD, tra cui l’irrequietezza e l’impulsività, potrebbe provocare reazioni negative da parte degli altri (ad esempio, abusi). Esperienze negative che, a loro volta, possono portare allo sviluppo di difficoltà emotive come l’ansia e la depressione. L’ambiente può influenzare l’associazione tra ADHD e problemi emotivi attraverso l’interazione gene-ambiente: i bambini con ADHD possono avere una propensione genetica a reagire in modo eccessivo o essere troppo sensibili agli aspetti negativi dell’ambiente, così come possono avere difficoltà a regolare stress e frustrazione, e avere risorse limitate per far fronte ad ambienti debilitanti. Questo, a sua volta, può portare allo sviluppo di problemi emotivi come l’ansia e la depressione. Infine, la ricerca ha evidenziato la presenza di associazione tra problemi emotivi con entrambi i domini dei sintomi di ADHD. Tuttavia, sembra che con il passaggio alla giovane età adulta, queste associazioni si diversificano: tra iperattività-impulsività nell’infanzia e sintomi di depressione nella giovane età adulta. Una possibile spiegazione è che i sintomi di iperattività-impulsività nell’infanzia potrebbero determinare esiti funzionali peggiori e influenzare l’insorgenza di un disturbo depressivo nella giovane età adulta.

 

Relazioni tossiche: non solo narcisismo e dipendenza affettiva – VIDEO dal Webinar organizzato da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Mestre

Il webinar organizzato da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Mestre ha avuto lo scopo di fornire un’ampia panoramica sui vari aspetti di personalità che possono portare a instaurare e mantenere relazioni tossiche.

 

Negli ultimi tempi vi è un grande interesse riguardo alle tematiche della dipendenza affettiva e delle relazioni con persone narcisiste. Molti sono i libri di auto-aiuto pubblicati, i gruppi sui social e le pagine di divulgazione che affrontano l’argomento che, però, viene spesso trattato in modo incompleto, concentrando l’attenzione sulle singole problematiche.

In questo webinar si è cercato di fornire una panoramica più ampia, che prendesse in considerazione i vari aspetti di personalità che possono portare a instaurare e mantenere relazioni tossiche, incastrandosi con determinati aspetti dell’altra persona e portando così a dei copioni che tendono a ripetersi. L’obiettivo del  webinar è stato quello di arrivare alla consapevolezza che, se poco o nulla è in nostro potere per cambiare le altre persone, è possibile invece lavorare su quegli aspetti di noi che ci rendono vulnerabili a relazioni che ci fanno male.

L’incontro è stato condotto dalle dott.sse Sylvia Schifano e Marta Ferrari

RELAZIONI TOSSICHE: NON SOLO NARCISISMO E DIPENDENZA AFFETTIVA

Guarda il video del webinar:

 

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Artificial intelligences and psychological well-being: a tool for the psychologist of tomorrow – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

Il relatore, Dott. Tommaso Ciulli, illustra la propria esperienza di ricerca nell’ambito di uno studio messo a punto dall’Università di Trento. Esso si colloca all’interno di un programma scientifico più vasto, condotto a livello europeo: il progetto Co-Adapt, basato su strumenti di intelligenza artificiale (IA).

 

Nel generale contesto del processo di invecchiamento della popolazione, Co-Adapt è un progetto volto a migliorare il benessere psicologico e la qualità della vita delle persone nella loro delicata fase di cambiamenti biologici e di mutamenti esterni – quali la tecnologia – imposti dal tempo.

Più specificatamente, l’obiettivo del progetto è offrire alle persone che lavorano e stanno invecchiando un supporto costante da remoto per monitorarne lo stato di salute e/o l’evoluzione di una terapia in corso. Ma anche per aiutare in età matura a gestire lo stress all’interno del contesto lavorativo e sociale e rimanere attivi.

E Therapy il passaggio della psicoterapia al virtuale Report ECDP Imm 2

In psicoterapia, già con la ICT e specifiche APPs sono stati raggiunti ragguardevoli traguardi in tre macroaree: le persone (ad esempio, riguardo al dropout), la società (ad esempio, lo stigma sociale), i servizi (ad esempio, riguardo all’adeguatezza delle risorse e ai livelli dei costi). Infatti, l’ICT ha permesso una maggiore accessibilità ai servizi e un abbattimento dei loro costi, nonché un decremento nel dropout. I benefici delle APPs si concretizzano nella possibilità di raggiungere milioni di persone; nei costi nulli o, comunque, molto bassi; nell’accessibilità lungo tutto l’arco della giornata; nel data collection.

Ma non è tutto oro quel che luccica. Le APPs presentano degli svantaggi: sono prefigurate, e quindi hanno una bassa possibilità di profilare gli utenti; spesso non vi sono dei professionisti dietro queste APPs; poche presentano una robusta evidenza scientifica; di frequente i professionisti non vengono neppure coinvolti nella loro progettazione; esse, sebbene in grado di collezionare dati, non permettono ai professionisti di sfruttarli utilmente, un problema questo collegato alla scalabilità.

Il connubio fra APPs e IA supera molti di questi problemi e arricchisce notevolmente la cassetta degli attrezzi in dotazione ai professionisti/psicoterapeuti. Nell’ambito del progetto Co-Adapt, l’Università di Helsinki ha formulato dei criteri per aiutare i lavoratori appartenenti a diverse categorie (colletti bianchi e non) ad affrontare sotto il profilo psicologico il proprio lavoro (vengono scandagliate quattro caratteristiche fondamentali: Environment, Adaption, Habit, Awarness).

Con il progetto Co-Adap, i ricercatori hanno creato una macchina di IA in grado di aiutare l’utente/paziente: si tratta dell’agente artificiale “Conversional Agent” (CA), un agente conversazionale in grado di interagire e dialogare con la persona e di riconoscerne gli stati di disagio. Esso è costituito da due componenti: un’APP e un dispositivo indossabile – un braccialetto o un anello – in grado di misurare alcuni parametri fisiologici dell’utente da cui rilevare segnali che indicano uno stato di ansia, di stress, di umore basso.

Il progetto è articolato in otto fasi; tuttavia, il Covid ne ha rallentato la marcia e si è appena conclusa la seconda. Ma com’è noto, da uno shock – quale appunto quello pandemico – nascono opportunità e sfide cui far fronte. La sfida Covid ha dunque messo alla prova la macchina artificiale.

Ma è necessario soffermarci sugli aspetti cruciali e problematiche di cui soffre ancora il progetto Co-Adap: la sicurezza, i risvolti etici, la bassa intelligenza del Conversional Agent. I progressi prospettici fanno sì che il CA, oltre a capire lo stato d’animo dell’utente-paziente e a rivolgergli delle domande, sarà in grado di instaurare una maggiore proficua interazione. Sarà in grado anche di fornire suggerimenti al paziente, basati sulle indicazioni del terapeuta. Inoltre, sarà in grado di fornire degli alert al terapeuta mediante la frequenza dell’uso dei termini, gli argomenti (per esempio, le relazioni con i colleghi), i toni del paziente.

A parere di chi scrive, ci confrontiamo con frontiere affascinanti, con l’apertura a sfide sempre più elevate, con creatività sempre più sofisticate. Tuttavia, il rapporto tra il CO e il paziente manca di quella granularity che possa suggerire determinati segnali al professionista con una adeguata accuratezza ed efficienza (forse anche nel futuro).

 

In-quadro le parole. Storia di una resilienza dislessica (2020) di Ivano Domenico Felaco – Recensione del libro

In-quadro le parole racconta, tramite la voce del paziente, l’esperienza vissuta in terapia. Una breve storia, ironica e toccante che evidenzia gli sforzi di due uomini nel dare un senso nuovo alla storia del paziente.

 

Il piccolo libro scritto da Ivano Domenico Felaco è un omaggio di un paziente al suo terapeuta.

E’ un racconto breve, ironico, toccante. E’ scritto in modo semplice e a tratti divertente, soprattutto nella descrizione del contesto ospedaliero e di come il terapeuta, con formazione psicoanalitica, si sforzi di dare al paziente un senso anche alle inevitabili defaiance istituzionali… Il testo è intervallato dalle foto di alcune opere dell’autore perché Felaco è un’artista: di professione, dipinge e tatua.

Il terapeuta a cui è dedicato il libro è Nello Viparelli, psichiatra, psicoterapeuta familiare (curatore del volume: Tra vita e girovita, recensito su State of Mind).

E’ la storia di una psicoterapia tutto sommato breve, avvenuta in un contesto pubblico, l’Ospedale Cotugno di Napoli, ma che ha rivestito una grande importanza per il paziente. Infatti, durante una seduta, è il professionista a porre per la prima volta al paziente la diagnosi di dislessia. Si tratta di una rivelazione, uno squarcio liberatorio per Felaco, che riesce a mettere in fila e a dare un senso nuovo ad una serie di episodi significativi della sua vita, a partire dagli insuccessi scolastici nell’infanzia.

Ma non è solo questo. Dal libro si capisce che paziente e terapeuta si piacciono, si sono simpatici da subito, per quanto apparentemente molto diversi. Felaco è pieno di tatuaggi, barba lunga, stile più che alternativo. Viparelli ha i modi aristocratici, è discreto, parla a bassa voce, possiede un’eleganza “british”, può mettere a soggezione. Eppure, per qualche motivo che riguarda la misteriosa alchimia degli incontri tra esseri umani, tra loro scatta qualcosa. Questi due personaggi che si sono incontrati un po’ per caso, in quanto la moglie dell’artista è una psicologa, ex allieva di una Scuola di terapia familiare ove è transitato Viparelli, danno vita a un rapporto terapeutico intenso, nonostante sia durato poche sedute (qui c’è una grande lezione per i terapeuti più giovani: come si possa fare tanta qualità pur con poca quantità). La disponibilità del terapeuta è esemplificata anche dalla scelta di visionare insieme al paziente alcuni video da lui selezionati per chiarire meglio cosa sia la dislessia. La terapia affronta nodi cruciali della vita del paziente, non a caso, innanzitutto il rapporto con il padre.

Il debito di gratitudine del paziente verso il terapeuta diventa ancor più forte quando il paziente scopre stupito che il proprio terapeuta è seriamente ammalato. Lo vede dimagrire, ma l’impegno professionale non si riduce. Ivano è sinceramente stupito di quanto Nello continui a dedicarsi a lui, a prestargli attenzione. Il suo impegno professionale non cede di un millimetro. Ivano è commosso dalle attenzioni che uno sconosciuto gli dedica. E’ un’esperienza rara. Gli viene quasi voglia di dire al terapeuta di fermarsi, di pensare a se stesso, a cose più importanti di lui.

Non posso negare che l’emozione che ho provato nel leggere il libro è sicuramente legata anche, ma non solo, dalla conoscenza diretta di uno dei due protagonisti.

Io sono il terapeuta della porta accanto. Ho infatti lavorato per anni al Cotugno, proprio nella stanza attigua a quella di Nello Viparelli. Conoscevo la sua saggezza e la sua bravura. Conoscevo la sua scelta di andare avanti, di lavorare fino in fondo: era una scelta meditata, che teneva conto del rispetto per la propria famiglia.

Il paziente racconta la sua gratitudine verso il proprio terapeuta. Forse non sa quanto anche noi dobbiamo molto ai nostri pazienti. Sicuramente l’impegno generoso di Nello lo ha aiutato a vivere meglio, ad essere intenso fino in fondo, a ricercare profondità e senso esistenziale per lui e per gli altri.

Ringrazio profondamente Ivano Felaco per aver scritto con il cuore questo libro. Ci aiuta a far rivivere la lezione di Nello Viparelli. Che manca, manca molto, alla sua famiglia, ai suoi amici, ai suoi pazienti, ai suoi colleghi.

E’ davvero una lettura consigliata.

 

Recensione del libro “Sulla Maleducazione” (2020) di Sergio Tramma

La maleducazione, spiega Sergio Tramma nel suo saggio Sulla Maleducazione, diventa il segnale di una non appartenenza: se ciò che è bene corrisponde a dei codici di comportamento acquisiti, ciò che è male diventa quello che non si può essere in funzione delle regole stabilite.

 

Qual è l’essenza della maleducazione? Quali sono gli elementi che la definiscono? È un concetto che muta con il variare delle epoche e delle culture? O invece ha delle caratteristiche trasversali che permangono al mutare del tempo e delle società? È collegato ad un criterio di ordine per cui si definisce attraverso il suo opposto, la beneducazione? È un concetto che trova il suo ambito di studio nella filosofia, nella psicologia, nella sociologia o nella pedagogia?

Il saggio Sulla Maleducazione di Sergio Tramma ci accompagna nell’analisi di queste domande evidenziando,  sin da subito, la complessità di questo lavoro definitorio: la maleducazione si presenta come un fenomeno  articolato e sfuggevole, destinato a molteplici interpretazioni che si intrecciano nelle pieghe della filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia.

La maleducazione si muove tra l’individuale e il collettivo, tra il privato e il pubblico, tra il Sé e l’Altro, attraversando le emozioni, i valori e i pensieri e rendendo legittimi o, comunque dando un senso e un significato, a processi che possono sembrare, a volte inconsci e automatici, di vicinanza e distanza, di esclusione e inclusione, di uguaglianza e diversità.

La maleducazione è, infatti, anche un codice di riconoscimento socio-culturale che traccia la linea di demarcazione tra i processi di inclusione ed esclusione garantiti dalla dinamica tra somiglianza e differenza, tra  il Sé e l’Altro, non nella logica di Paul Ricoeur, di incontro, di scoperta, bensì di esclusione e di emarginazione.

La maleducazione diventa così il segnale di una non appartenenza: se ciò che è bene corrisponde a dei codici di comportamento acquisiti per aver assimilato giorno dopo giorno le regole che fanno di una persona un borghese, un proletario, un uomo di borsa, ciò che è male diventa quello che non si può essere in funzione delle regole stabilite da un gruppo sociale che non è il proprio.

E’ il tema dell’esclusione, della marginalizzazione che, in qualche caso, porta al desiderio del “salto di classe”  reso difficile, peraltro, da quei piccoli gesti che svelano l’appartenenza come lascito dell’educazione familiare e di un’eredità di sangue che sigilla nel proprio comportamento e in ogni piccola azione la propria identità sociale.

Ma nell’analisi di colui che compie il salto sociale l’autore analizza le immagini dell’autodidatta: da un lato quello che entra in punta nelle élite intellettuali che guadagna la posizione attraverso le proprie capacità; dall’altro gli autodidatti definiti con la metafora “uno per uno”. Questi nascono sull’onda del sensazionalismo per essere l’unica voce, il numero uno che esalta e dichiara in forza del proprio pensiero. Non sono coloro che si sono auto-educati nel riconoscimento di una cultura “scientifica” e/o “umanistica” dialogica, trasformativa e, quindi, capaci di fare un passo indietro nel riconoscimento del valore di una tesi superiore codificata da un   gruppo intellettuale e scientifico, ma sono coloro che hanno bisogno di spettacolarizzazione, che  gridano per  sentire la propria voce, che si nutrono del narcisismo esasperato che alimenta la vita nei social dove, appunto, ’“uno vale uno”. Un esempio recente sono le voci presenti nell’esperienza del Covid-19: “dalla spettacolarizzazione volgare della scienza – che nulla ha a che vedere con la divulgazione – in funzione del presenzialismo, non della presenza, nei mezzi di comunicazione di massa, delle risse tra (soprattutto) “primi uomini” ognuno armato di diverse e mutevolissime conclusioni scientifiche sempre e comunque evidence based”.

La maleducazione si presenta, quindi, come un’esperienza umana che pervade ogni ambito: dalle emozioni, alle diversità di genere, alla dinamica del pudore e della sessualità. Strettamente ancorata ai valori, alle norme e consuetudini delle società e spesso assoggettata all’ipocrisia della persona, del gruppo, trova la sua collocazione nelle norme della società civile, della divisione di classe che separa rigidamente i gruppi da questo implicito codice non scritto che riguarda come ci si comporta in un gruppo sociale, e non nei divieti del codice penale.

Da qui parte l’analisi nelle pieghe della maleducazione contemporanea e osserva tre ambiti quali il mangiare, l’abbigliarsi e il consumare. Se i primi due richiamano immediatamente la correlazione con la beneducazione e maleducazione, il consumare è un ambito che interroga e incuriosisce. L’atto del consumo raccoglie fenomeni molto diversi dell’agire contemporaneo: ha come rimando l’universo dell’avere, o non avere, “buon gusto” e tutto quello che ne consegue in relazione alla marginalizzazione, esclusione, inclusione e appartenenza.  Il consumo regola una codifica dell’appartenenza legata all’avere che definisce “l’essere o non essere”: infatti  il consumare o non consumare certi beni, possedere o non possedere certi oggetti e non altri e soprattutto ostentarne il possesso, definisce chi siamo. È un’area che arriva a delineare temi complessi e sistemici come la quantità dei consumi che ‘maciniamo’, i processi identitari personali e di gruppo associati e le  diverse modalità di consumo.

Su questa direzione si arrivano a delineare le neo maleducazioni verso l’ambiente, verso l’altro e i luoghi  comuni: in particolare, maleducazione ambientale, sociale, muraria, turistica, dell’ospitalità legata alle migrazioni, delle generazioni e, infine, la maleducazione aziendale.

L’excursus dell’autore termina con un’esortazione ad “una postura pedagogico-educativa” che è chiamata a “scegliere”, a “dire dei sì e dei no”. In questa sollecitazione la presa di posizione non vuole essere “un’azione educativa esortativa, esplicativa, predicatoria, trasmissiva, pur se effettuata con didattiche partecipative tra le più̀ sperimentate o moderne”, ma l’invito a riflettere, a dialogare per costruire un lavoro critico e non retorico che permetta alla persona di scegliere la beneducazione “non perché́ costituisce un dovere, bensì̀ uno dei piaceri possibili delle vite normali”.

Consapevolezza del corpo e flessibilità dell’immagine corporea nei disturbi psicosomatici: effetti della Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno (ACT)

Sembra che l’ACT possa migliorare con successo la flessibilità dell’immagine corporea e la consapevolezza del corpo in pazienti con disturbo da sintomi somatici, limitando parte della sintomatologia.

 

La psicosomatica è una corrente di pensiero che indaga il ruolo svolto da emozioni e cognizioni nelle patologie che si verificano nel corpo. In questa ampia branca, rientrano numerose psicopatologie, tra cui spicca il Disturbo da Sintomi Somatici, caratterizzato da molteplici problematiche fisiche persistenti associate, per l’appunto, a pensieri disfunzionali e ad emozioni e comportamenti in risposta a tali pensieri (American Psychiatric Association, 2013).

Numerosi studi suggeriscono che il disturbo da sintomi somatici sia abbastanza comune nella popolazione generale, e che ad esso siano associate conseguenze psicologiche e sociali relative all’insoddisfazione dell’immagine corporea (Rief et al., 2011). Ciò sta a significare che un soggetto che presenta una problematica organica persistente scaturita da stati interni potrebbe non essere pienamente soddisfatto del proprio corpo. Ad esempio, gli individui con condizioni di salute croniche e pervasive sono suscettibili ad alti livelli di distorsione dell’immagine corporea (King, 2018). I problemi di salute che comportano cambiamenti nelle caratteristiche fisiche, infatti, possono avere un impatto sulla percezione di sé e aumentare l’insoddisfazione corporea (Grossman, 2018). Recenti approcci teorici alla sofferenza mentale hanno evidenziato il ruolo dell’inflessibilità psicologica, ed in particolare dell’inflessibilità dell’immagine corporea, in diverse patologie psicosomatiche (19).

Il termine inflessibilità psicologica si riferisce ad una tendenza a reazioni psicologiche rigide di fronte agli eventi che conducono ad un ridotto funzionamento nella vita quotidiana (State of Mind, 2013). Essa include, tra le varie compromissioni, la ridotta capacità di vivere nel momento presente (Grogan, 2016). Come porre rimedio a tale dimensione? Ridurre parte della sintomatologia del disturbo in questione potrebbe permettere di limitare il disagio scaturitone. Dal punto di vista prettamente medico, sono state ampiamente somministrate terapie farmacologiche mirate, ma i risultati suggeriscono che i pazienti spesso resistono a tali trattamenti medici (Murakami & Nakai, 2017). Inoltre, i medicinali non permettono la piena risoluzione dei problemi psicologici, in particolare dei problemi di consapevolezza legati al corpo in questi pazienti (Seferiadis, 2016). Di conseguenza, a questo scopo sono stati ampiamente utilizzati metodi psicoterapeutici. Come trattamento somministrato di frequente in campo psicosomatico, la terapia cognitivo comportamentale (CBT) ha mostrato notevoli vantaggi (Hoffman, 2012), anche se spesso non sufficienti. Il limite della CBT nel trattamento di questo disturbo è riscontrabile nel fatto che questa psicoterapia manca della capacità di risolvere i problemi associati alla consapevolezza del corpo e alla sua accettazione (Yazdanimehr, 2016). Proprio per questo motivo, l’Acceptance and Commitment Therapy (Terapia dell’Accettazione e dell’Impegno, ACT) è invece adatta al disturbo da sintomi somatici. L’ACT è una terapia basata sulla mindfulness, che lavora sull’implemento della consapevolezza e dell’accettazione del corpo, fondamentali per la risoluzione dei problemi psicosomatici (Davoudi, 2017). Questa psicoterapia promuove la flessibilità psicologica, è relativamente di breve durata, ed è stata applicata con successo in contesti di gruppo e individuali (Cohane & Pope, 2001, Blackledge, 2009). Nonostante il background di cui sopra, sono stati condotti pochissimi studi per indagare l’efficacia di questa terapia per i pazienti con problemi psicosomatici (Linde et al., 2015; Callaghan et al., 2012; Stewart, 2004), motivo per cui Givehki e colleghi hanno deciso di dedicarsi allo studio di tali processi.

Lo scopo della ricerca del team di Givehki era di esaminare l’efficacia della terapia ACT per la flessibilità dell’immagine corporea e la consapevolezza del corpo in pazienti con disturbo psicosomatico (Givehki et al., 2018). È stato condotto uno studio clinico randomizzato presso le strutture della Kashan University of Medical Sciences di Kashan, Iran. È stato selezionato un campione di 75 pazienti con disturbi psicosomatici con campionamento di convenienza. I pazienti selezionati sono stati divisi a caso in tre gruppi di 25 membri: il gruppo sperimentale ha ricevuto un trattamento farmacologico combinato con l’ACT, il gruppo di controllo attivo ha ricevuto il trattamento abituale affiancato da lezioni psicoeducative di psicologia generale, e il gruppo di trattamento ha ricevuto solo la terapia farmaceutica solitamente utilizzata nelle cliniche.

I risultati della sperimentazione sono piuttosto interessanti: non ci sono state differenze significative tra i tre gruppi in termini di flessibilità dell’immagine corporea, consapevolezza corporea e sintomi somatici, ma i risultati degli esami post-test e follow-up hanno suggerito che il gruppo ACT ha migliorato in modo più efficace e significativo la flessibilità dell’immagine corporea e la consapevolezza corporea rispetto a entrambi i gruppi di controllo (Givehki et al., 2018).

In conclusione, a seguito di questa sperimentazione si può affermare che l’ACT può migliorare con successo la flessibilità dell’immagine corporea e la consapevolezza del corpo in pazienti con disturbi psicosomatici. Essere meno rigidi e più consapevoli nella visione di sé e del proprio corpo attraverso l’ACT può limitare parte della sintomatologia dei disturbi psicosomatici.

 

L’algoritmo del rimpianto: la crescente “antropizzazione” dell’intelligenza artificiale

E’ noto come nell’individuo la decisione costituisca l’esito finale dell’attività di meccanismi funzionali (e, nel nostro caso in particolare, l’anticipazione del senso di rimpianto). Può un sistema di intelligenza artificiale (IA) fare altrettanto?

 

Introduzione: contesto di riferimento e obiettivi del lavoro

Un approccio multidisciplinare avanzato – che trova tra i suoi precursori Damasio (1995) – studia i comportamenti umani che emergono dall’interazione tra sfera cognitiva e quella emotiva, anche all’interno di un contesto strategico, in genere stilizzato – sotto il profilo metodologico – dalla Teoria dei Giochi.

La Teoria dei Giochi, le Neuroscienze, la Neuroeconomia, l’Economia sperimentale, convergono sulla validità di diverse teorie del processo decisionale in condizioni di incertezza, alternative alla Teoria dell’Utilità attesa di von Neumann e Morgenstern (1953). Come noto, esse danno spazio a fattori emotivi che entrano in gioco nelle scelte, all’elicitazione di particolari strutture delle preferenze di fronte a prospetti rischiosi, ad aspetti confusivi – quali il framing – quando l’incertezza è pervasiva, ai limiti umani nel ragionamento di fronte alla complessità, e così via. Alludiamo, in particolare:

  • alla Teoria della Razionalità limitata (Bounded rationality) di Simon (1957);
  • alla Teoria dei Prospetti (Prospect Theory) di Kahneman e Tversky (1979);
  • alla Teoria del Rimpianto (Regret Theory) di Loomes e Sudgen (1982).

Nella Regret Theory, elementi fondanti del processo decisionale fra più alternative rischiose, con probabilità di esito positivo o negativo, sono due: sia la valutazione circa la scelta controfattuale (quella non compiuta), sia l’emozione controfattuale, cioè il rimpianto/rammarico – in caso di esito negativo – per non aver compiuto la scelta controfattuale. Ad esempio, di fronte a un prospetto rischioso, l’individuo, se compie la scelta che dà un payoff positivo – e confronta il risultato che avrebbe invece conseguito optando per un’altra scelta – prova un senso controfattuale di compiacimento (rejoice); se compie la scelta sbagliata – cioè che gli porta un payoff negativo – proverà l’emozione controfattuale del rimpianto (regret). Per l’individuo avverso al rimpianto, il senso di rimpianto avrà un impatto maggiore rispetto al sentimento di gioia, anche a parità di payoffs presi in valore assoluto. In altri termini, a parità di posta in gioco, e sulla base del confronto fra possibili risultati, il rimpianto per la perdita provoca sull’individuo avverso al rimpianto un effetto maggiore rispetto a quello di gioia per aver compiuto la scelta vincente.

E’ noto come nell’individuo la decisione costituisca l’esito finale dell’attività di meccanismi funzionali (e, nel nostro caso in particolare, l’anticipazione del senso di rimpianto). Può un sistema di intelligenza artificiale (IA) fare altrettanto?

Obiettivo del presente contributo è analizzare – attraverso un approccio multidisciplinare – come sia possibile che anche un sistema di IA possa provare il rimpianto per una scelta effettuata e come possano essere elicitate le sue “preferenze” attraverso un meccanismo di apprendimento con rinforzo. Conseguentemente, come sia possibile che tale sistema risponda in modo adattivo alle scelte future apprendendo dall’esperienza, così da minimizzare l’idea controfattuale del rimpianto.

Il rimpianto: un approccio multidisciplinare

L’interesse crescente per le basi neurali del comportamento economico e gli avanzamenti nello studio della psicologia economica hanno sollevato il problema di quanto le teorie appena richiamate – nel presente contributo ci concentriamo sulla Regret Theory – siano effettivamente in grado di spiegare i processi di decision-making. L’economia sperimentale, e la neuro-imaging in particolare, confermano come le scelte dipendano, almeno in parte, dall’avversione al rimpianto.

Specificatamente, attraverso gli esperimenti e studiando gruppi di soggetti impegnati in un gioco d’azzardo, un team di ricercatori ha constatato che i centri nervosi dove si formano i nostri rimpianti si trovano nella corteccia orbitofrontale: essa costituisce l’interfaccia tra emozioni e cognizione (Camille et al., 2004). L’esperimento è stato condotto nel paragonare i comportamenti e le scelte, durante un gioco d’azzardo, fra un gruppo di soggetti affetti da lesioni nella corteccia orbitofrontale e un gruppo di controllo costituito da soggetti che non riportavano tali lesioni in questa area della corteccia cerebrale. I risultati della ricerca sono estremamente rilevanti: in primo luogo, a differenza delle persone appartenenti al gruppo di controllo, l’altro campione non riusciva ad avvertire un senso controfattuale di rammarico in presenza di una perdita nel gioco d’azzardo.

Pertanto, potremmo interpretare il rimpianto controfattuale come un segnale di “alert” che tutela gli individui nelle scelte rischiose che emergono nel loro quotidiano. Il rammarico diventa cioè una sorta di campanello d’allarme – se lo vogliamo/possiamo ascoltare – in grado di guidare il nostro processo decisionale in un contesto o in una situazione di rischio.

In secondo luogo, durante l’esperimento, i ricercatori hanno notato come i soggetti del gruppo di controllo diventassero sempre più avversi al rimpianto, vale a dire beneficiassero di un effetto cumulato riflesso in una maggiore attività all’interno della corteccia orbitofrontale (Coricelli et al., 2005).

Potremmo quindi suggerire che i “flussi” derivanti da ogni esperienza di emozione controfattuale vadano a costituire nel tempo una “dotazione di stock” da cui l’individuo va ad attingere prima di compiere una scelta azzardata. E questa riflessione ci conduce – in terzo luogo – alla circostanza, validata sperimentalmente, che nel gruppo di controllo la corteccia orbitofrontale sia in grado di anticipare il rammarico che si proverebbe in seguito a una scelta sbagliata rispetto alle possibili opzioni disponibili. Invece, il gruppo di persone affette da tali patologie non ha freni inibitori nell’adottare comportamenti rischiosi, perché non ha neppure idea di cosa sia l’emozione del rimpianto.

Infatti, le emozioni che riflettono la valutazione di quanto è stato ottenuto rispetto al risultato che sarebbe stato conseguito adottando una scelta diversa – gratificazione, gioia, sollievo, rimpianto – sono mediate da un processo cognitivo noto in psicologia come “pensiero controfattuale”. I soggetti appartenenti al campione di controllo hanno esperito risposte emotive coerenti con il pensiero controfattuale; hanno cioè scelto di minimizzare il rimpianto futuro.

Proprio attraverso il pensiero controfattuale, la corteccia orbitofrontale è dunque capace di metterci in guardia ex ante, cioè di orientarci verso una scelta maximin in contesti dove prevalgono condizioni di incertezza e di rischio.

Teoria dei Giochi e rimpianto

Due economisti, Marchiori e Warglien (2008), hanno mutuato questi concetti applicandoli ai loro modelli matematici in campo socio-economico. In particolare, si sono serviti dell’impianto metodologico della Teoria dei Giochi (TdG).

L’uomo non è una monade e ha continue interazioni con altri soggetti; da tale interazione e dai comportamenti adottati da ciascun agente, si genera un risultato. Nel linguaggio della TdG, si tratta di interazioni strategiche fra giocatori – interazioni che possono avere natura competitiva o cooperativa – il cui risultato dà luogo a un determinato payoff.

In un gioco ripetuto (cioè, nel caso di più round/incontri), il comportamento degli agenti tende a mutarsi in modo adattivo. Un esempio noto a tutti, nel caso di un gioco strategico ripetuto un numero infinito (o sconosciuto) di volte, è il Tit-for-Tat (“Colpo su colpo”), formulato nel 1980 da Anatol Rapoport quale soluzione del dilemma del prigioniero ripetuto. Come suggerisce il termine, nel Tit-for-Tat il giocatore risponde in modo adattivo al comportamento dell’altro: se il primo giocatore adotta un comportamento cooperativo, l’altro risponderà allo stesso modo, e analogamente nel caso di un comportamento non cooperativo.

Importando il senso di rammarico all’interno di un gioco strategico, sono d’obbligo due considerazioni: in primo luogo, sulla base dell’evidenza sperimentale, il comportamento umano è approssimato molto meglio da modelli di apprendimento interattivi, in cui gli individui imparano mentre giocano in un contesto sociale (Marchiori e Warglien, 2008). Così, nel nostro caso, essi provano – grazie all’attività della corteccia orbitofrontale – il senso di rimpianto dovuto dall’aver sbagliato mossa quando confrontano i risultati migliori che si sarebbero conseguiti attraverso un’altra scelta fra le possibili alternative disponibili; in secondo luogo – grazie all’attività di apprendimento adattivo – maggiore il rimpianto per una scelta scartata in un certo round, più elevate sono le probabilità di adottare tale opzione nei round successivi.

Anche l’economista Coricelli (2005), servendosi delle tecniche di neuro-imaging, era giunto alle medesime conclusioni. Tali tecniche hanno evidenziato una buona correlazione tra perdita, rimpianto controfattuale, attivazione di zone della corteccia cerebrale.

Continuando con il gioco strategico Tit-for-Tat: il primo giocatore otterrà dall’altro una risposta non cooperativa, se nella sua mossa non aveva cooperato, con il risultato di ottenere un payoff più basso (o negativo). Il primo giocatore, di conseguenza, qualora elabori un “pensiero controfattuale”, proverà un senso di rammarico per la sua scelta precedente e tenterà di ridurre al minimo i futuri rimpianti cambiando coerentemente strategia nei successivi round (optando per la strategia cooperativa).

L’algoritmo del rimpianto

In che modo è possibile inserire il rimpianto all’interno di un algoritmo? Marchiori e Warglien (2008), servendosi di giochi strategici, sono riusciti a farlo. Innanzitutto è importante specificare in che modo quantificare il rimpianto: essi lo hanno definito come la differenza tra il payoff conseguito e quello che si sarebbe ottenuto tramite la scelta controfattuale. I due autori hanno esaminato la validità di reti neurali artificiali per formulare modelli e previsioni circa il processo di apprendimento umano in giochi strategici ripetuti.

Essi hanno scoperto che anche reti neurali ad apprendimento per rinforzo (reinforcement learning) molto semplice – basato sulla risposta punitiva del rimpianto –, sono riusciti a prevedere in modo accurato il comportamento umano osservato in ambiente sperimentale durante 21 giochi di strategia.

Con il reinforcement learning più alto è il rimpianto per una mossa non fatta maggiori sono le probabilità di farla in seguito, così da sviluppare un algoritmo ottimizzante.

Pertanto, sulla base dell’apprendimento per rinforzo, è stato possibile introdurre un meccanismo di rimpianto nell’algoritmo che ha condotto a un significativo miglioramento nella predizione del comportamento dell’individuo di fronte a prospetti rischiosi e del suo processo decisionale ottimizzante quando le emozioni – quale il rammarico – giocano un ruolo.

Matematica e sentimenti…

 

L’applicazione della CBT nelle disfunzioni sessuali femminili – Il settimo episodio di The Journal Club

The Journal Club, la webserie organizzata da Studi Cognitivi per discutere e approfondire le novità dal panorama scientifico internazionale, ora in esclusiva per i lettori di State of Mind.

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “The Journal Club”, un ciclo di appuntamenti per approfondire e discutere insieme le novità dal panorama scientifico internazionale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Ogni settimana l’analisi di un articolo scientifico dedicato a una particolare tematica. In ogni incontro, le Dott.sse Sara Palmieri e Alessia Offredi, accompagnate da un ospite del team di esperti di Studi Cognitivi, hanno commentato l’articolo, per poi proseguire con alcune importanti riflessioni sulle implicazioni di quest’ultimo nel campo della Psicoterapia.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del settimo episodio della serie dedicato all’applicazione della CBT nelle disfunzioni sessuali femminili.

 

L’APPLICAZIONE DELLA CBT NELLE DISFUNZIONI SESSUALI:

Robotics and AI – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

Un robot può fornire maggiori opportunità di inclusione tra bambini autistici e neurotipici, così da “ammortizzare” l’impatto di questo disordine e di tutti i residui che esso porta nell’età adulta.

Introduzione

L’educazione è tale quando intercetta il fondamento dell’individuale processo di sviluppo e si inserisce come elemento di esplicazione e conforto.

La scuola rappresenta la principale piattaforma per svolgere tale processo, in cui l’educazione ha il significato di far coincidere la realtà dell’alunno con il “vero e migliore se stesso”. Quando la scuola attua questa fondamentale coincidenza, l’alunno ne ripaga gli sforzi educativi, a patto che non siano presenti impedimenti o fattori condizionanti, come i disordini del neurosviluppo.

Esistono patologie, come l’autismo, che “nascondono” il bambino dalla realtà sociale e limitano la flessibilità dei suoi comportamenti o interessi.

Difficilissimo il compito attuale della scuola, improntata in uno squisito “umanesimo tecnologico”; rispetto al passato, essa non ha solo in mano l’oro da lavorare in monile (l’alunno), ma addirittura la miniera da sfruttare (le nuove tecnologie).

I bambini con disturbi del neurosviluppo sono stati da sempre il ritratto del chiaroscuro piuttosto che della luce. L’affinamento degli interventi educativi – nonché i progressi tecnologici – sono in grado di accendere i riflettori su questa realtà e rendere probabile la precitata, fondamentale, “coincidenza”. (Dato che il buon alunno, autistico o neurotipico, non è certo tale né per pavore o per mera accondiscendenza né per solo dovere: è, invece, quello che, nell’agire così come agisce, “sente di non voler fare altrimenti”).

In passato, le prospettive educatore/alunno entravano spesso in conflitto tra loro: l’insegnante, autisticamente, pontificava dalla rocca della propria autorità, non ponendosi da un punto di vista altrettanto autistico, qual era di chi veniva de-finito “diverso”. A contorno l’atteggiamento ricattatorio dei genitori messi di fronte alle mancanze dei figli affinché, sollecitati oltremodo, potessero allinearsi alla realtà comune. Ne conseguivano spersonalizzazione, umiliazione e sfiducia (un fenomeno ormai estinto?).

La manipolazione dell’ambiente, con interventi da parte dell’educatore e di un robot, consente di agire, nel migliore dei modi, sulla zona di sviluppo prossimale (dato che il bambino “ingoia”, interiorizza, l’ambiente), biforcando una realtà confusa – e molto spesso sofferente –  verso un’altra condizione.

Robot sociali e Condizione dello spettro autismo

Per tale motivo, durante la European Conference on Digital Psychology, particolarmente significative sono state le parole del Dott. Davide Ghiglino (Imm.1), ricercatore nel team Social Cognition in Human-robot Interaction dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) che, evadendo dal monopolio linguistico psichiatrico, preferisce adottare il termine di condizione dello spettro autistico, piuttosto che di disordine o disturbo.

Robot intelligenza artificiale e disturbi del neurosviluppo Report ECDP Imm 1

Imm. 1 Dott. Davide Ghiglino

Sempre Ghiglino, spiega come sia difficile per i soggetti autistici percepire le caratteristiche globali di un’informazione. Nella fattispecie, l’esperienza percettiva di questi individui viene descritta come frammentata e disorganizzata, un’elaborazione “pezzo per pezzo” (e.g. problemi del linguaggio a livello lessicale e semantico). Sul piano sociale ne deriva l’incapacità di percepire componenti irrilevanti. In altri termini è compromessa la capacità di comunicare socialmente e, quindi, interagire con altri: avviare un’interazione e mantenerla. Happé, citato da Ghiglino, si riferisce ad una «coerenza centrale debole» (per una rassegna si consulti la bibliografia).

Sotto tale profilo, un robot rappresenta un reale strumento di aiuto, un’affordance, in cui il bambino sperimenta in “sicurezza” l’interazione sociale in un sistema sprovvisto di tutti i limiti di noi esseri umani: incertezze, dubbi, giudizi, stanchezza e via dicendo. Ed è proprio questa attività comportamentale del robot, pura ed efficace, che trova un punto di forza: la ripetizione di specifici comportamenti “addestra” l’individuo nella relazione, anche se, bisogna sottolinearlo, la presenza dell’operatore (educatore o terapeuta) è fondamentale per supervisionare tale circostanza e generare nel tempo un approccio individuale per ogni bambino (L’istruzione non va mai confusa con l’educazione!). Dunque, capire il punto di vista dell’Altro, migliorando così le abilità di cognizione sociale.

Altresì, nel momento dell’interazione, è possibile fornire un feedback caricaturale, negativo o positivo, in modo da affinare i propri comportamenti.

Peculiarità del robot è quella di mettere in atto un’interazione “fisica”, in modo da svolgere numerosi compiti concreti, come quelli riferiti alla manipolazione di oggetti da parte del robot e la contestuale rotazione mentale del bambino. Non dimentichiamo il coinvolgimento emotivo di collaborare con un robot, che non solo motiva i bambini nei compiti ma permette loro di condividere l’esperienza e creare ulteriori opportunità di comunicare.

Robot, strumenti per le relazioni nella scuola inclusiva

Il Dott. Lorenzo Desideri (Imm. 2), psicologo clinico, del dipartimento di Psicologia “Renzo Canestrari”,  nell’esplorare le tecnologie emergenti, parla dei robot quali strumenti utili durante i processi educativi dei bambini con disordini del neurosviluppo.

Robot intelligenza artificiale e disturbi del neurosviluppo Report ECDP Imm 2

Imm. 2 Dott. Lorenzo Desideri

La domanda che si pone è la seguente: «Può essere utilizzato un umanoide per coinvolgere i bambini autistici in un contesto scolastico inclusivo?»

Semplice ma formidabile osservazione: allineare le ultime scoperte della pedagogia e della didattica con quelle della robotica sociale.

In altri termini, il robot può offrire la garanzia, reale e testabile, di supporto per gli stakeholder nel contesto scolastico?

Il tentativo è di creare un fertile accordo e di riuscire nell’intento con una partnership tra i ricercatori della robotica sociale e gli educatori/insegnanti.

Desideri si concentra particolarmente sull’interazione bambino-robot: una connessione tra «robotica sociale» e «scuola inclusiva». (Inclusione è termine che rimanda a “integrazione”, riferendosi al contesto: viene messo in rilievo ogni diversa abilità del bambino per “creare punti di convergenza nelle diversità” in un ambiente che includa tutti).

Un robot può fornire maggiori opportunità di inclusione tra bambini autistici e neurotipici, così da “ammortizzare” l’impatto di questo disordine e di tutti i residui che esso porta nell’età adulta. Altresì, può migliorare l’attività didattica dei docenti. Non meno importare è l’agire in un ambiente meno restrittivo (l’ambiente scolastico) rispetto a quello riabilitativo.

Inoltre, pregio dell’intervento di Desideri, è quello di creare un filo conduttore tra «l’efficacia osservata dei robot sociali nell’aumentare i risultati cognitivi, affettivi, sociali» (per una rassegna: Belpaeme, 2018) con l’accessibilità agli stessi. In parole chiare, una volta tolto ogni dubbio sull’attendibilità dell’efficacia dei robot sociali, l’ostacolo maggiore è permettere che tali strumenti possano essere reperiti con facilità, non ostacolando la precitata partnership tra gli erogatori del servizio (chi fornisce i robot) e gli educatori (e.g. personale scolastico).

Desideri accorcia questa distanza parlando di una ricerca che ha coinvolto 66 bambini in due scuole, in cui è stato utilizzato un robot sviluppato dalla Aldebaran, disponibile in commercio, con ottimi risultati.

Intelligenza Artificiale e Sanità

Il Dott. Stefano Triberti (Imm. 3) è ricercatore dell’Università di Milano, la cui attività si concentra sullo studio delle tecnologie per la salute e la sanità, ovvero l’impatto che l’intelligenza artificiale consegue sul processo clinico assistenziale e sul funzionamento delle aziende sanitarie. Completa è l’analisi di Triberti, il quale si esprime con perizia sulla fedeltà del termine Intelligenza Articifiale (IA), vittima della trivializzazione mass-mediatica e tradito dal senso comune che lo sequestra, creando una strozzatura nell’accezione: “intelligenza artificiale equivale a qualunque cosa sia animata dalla tecnologia”. Triberti, con la sua prefazione, lo reintroduce nell’alveo di pertinenza: «il 95% delle applicazioni dell’IA non ha a che fare con i robot».

Robot intelligenza artificiale e disturbi del neurosviluppo Report ECDP Imm 3

Imm. 3 Dott. Stefano Triberti

Nel prossimo futuro, si prevede che l’IA parteciperà in modo progressivo ai processi decisionali, in contesti che vanno dalla sanità alla politica. Ad esempio, nell’ambiente sanitario, i medici utilizzeranno sempre più dispositivi di intelligenza artificiale e apprendimento automatico per migliorare la precisione nella diagnosi e identificare i regimi terapeutici.

È importante comprendere l’influenza dell’IA sul processo decisionale condiviso e sulla relazione medico-paziente nel suo complesso.

Il ruolo dell’IA in medicina è essenzialmente quello di identificare la diagnosi e circoscrivere un trattamento personalizzato: è la medicina di precisione, che intercetta uno specifico trattamento per ogni individuo (dal profilo genomico al monitoraggio dello stato di salute del paziente nel lungo termine).

È altresì importante, per Triberti, implementare il contesto culturale, contrastando i pregiudizi legati all’utilizzo di nuove tecnologie: «Health professional deos not need to identify diagnosis and treatment only» (‘Il medico non può limitarsi nella diagnosi e trattamento’), anche in vista di pazienti più autonomi, indipendenti e che credono di essere informati.

Nondimeno, potranno essere presenti degli ostacoli da affrontare. Così, ad esempio, in caso di atteggiamenti negativi da parte degli specialisti, il ruolo delle tecnologie da utilizzare potrebbe non essere chiaro (c.d. «medicina difensiva». Sul punto, particolarmente illuminante è il c.d. effetto “terza ruota”, descritto da Triberti e collaboratori nella pubblicazione «Third Wheel Effect in Health Decision Making Involving Artificial Entities: A Psychological Perspective»).

Conclusioni

Gli interventi di questi esperti, alla European Conference on Digital Psychology, hanno fatto comprendere come le “forbici” della ricerca si stanno chiudendo sempre più: da un lato la teoria, che si percepiva come speculativa e lontana dalle applicazioni pratiche della robotica sociale; dall’altro le applicazioni effettive che hanno prodotto risultati concreti e significativi. In parole chiare lo scopo è – e sarà sempre più – quello di creare coerenza tra il contesto del bambino autistico e la sua “condizione”, evitando di renderla un’eccezione cospicua con interventi isolati.

Rispetto al passato, scopo di questa nuova weltaschaung è quello di costruire “un’impalcatura” che accolga ogni diversità e la metta in relazione.

Un’interessante slide mostrata da Ghiglino, illustra il disegno di un bambino: un “robot con un cuore”…

 

La sindrome da sovrallenamento o overtraining: somiglianze e differenze con la dipendenza da sport

Sintomi caratteristici dell’overtraining si presentano a seguito di uno sforzo intenso e ripetuto, quindi in presenza di uno sforzo fisico, mentre nella dipendenza da sport, i sintomi si manifestano in assenza dell’attività, generando nella persona una sensazione di astinenza e la spinta ad impegnarsi nella pratica sportiva (Ferrari, 2011).

Anselmini Jessica, Di Napoli Adelina – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, San Benedetto del Tronto

 

Oggi, in particolar modo, si afferma l’importanza dell’esercizio fisico, promosso come metodo naturale di supporto alla salute, sia in termini di prevenzione che di intervento per ridurre numerose problematiche fisiche, psicologiche e sociali; tuttavia, lo sport può anche diventare un’ossessione dannosa per la salute stessa.

La sindrome da sovrallenamento o overtraining è una condizione di affaticamento cronico, una condizione fisiologica di squilibrio che deriva da sforzi fisici intensi e troppo ravvicinati che non permettono all’organismo di recuperare le energie e di smaltire lo sforzo, sia a livello fisico che psicologico. Il termine sovrallenamento è molto recente, fu introdotto nel 1988 da Frederich Hatfield per descrivere una serie di segni e sintomi le cui cause erano appunto da ricercarsi in una situazione di squilibrio tra allenamento e recupero (Ascione, 2017).

Questa sindrome è caratterizzata, oltre che da una fatica soggettiva, anche da una diminuzione della prestazione, che persiste per diversi mesi, anche dopo un periodo di recupero. Questo a causa di un continuo stato di stress psicofisico che alla fine porta il soggetto al rifiuto di allenarsi. Proprio per questi motivi è possibile differenziarla dall’overreaching o sovraffaticamento, che è di breve durata, e dal comune senso di fatica che perdura per uno o due giorni dopo un sovraccarico di allenamento (Meeusen et al, 2013).

La sintomatologia associata a questa condizione è la seguente, bisogna però precisare che molti dei sintomi non sono specifici solo di questa patologia:

  • elevata frequenza cardiaca a riposo; per il sovrallenamento è necessaria che aumenti di 8-10 battiti al minuto;
  • perdita di peso; il soggetto pur assumendo un numero sufficiente di calorie, non mantiene il proprio peso: la verifica va fatta per più giorni di seguito;
  • insonnia o sonno non ristoratore; il soggetto fatica ad addormentarsi o si sveglia troppo presto anche in presenza di un allenamento tutto sommato non impegnativo. Bisogna perciò escludere altre forme di stress;
  • problemi immunitari; chi è sovrallenato è predisposto a contrarre infezioni;
  • alterazioni neuroendrocrine, come la riduzione di escrezione notturna di noradrenalina
    ipotensione;
  • dolori muscolari; che durano di più e faticano a scomparire anche con il riposo;
  • disturbi gastrointestinali; secondari allo stress che accompagnano la sindrome da sovrallenamento;
  • astenia, irritabilità o depressione; che in caso di sovrallenamento derivano dall’esasperazione che il soggetto fa dell’attività sportiva: lo sport diventa l’unica ragione di vita, le gare vengono vissute come esami, il proprio valore dipende dal risultato sportivo;
  • diminuzione della libido e dell’appetito;
  • diminuzione della forza, difficoltà di recupero dagli allenamenti, fatica generalizzata.

L’incidenza di questa condizione tra gli atleti è stimata tra il 7% e il 20% per ogni stagione di allenamento, e si ritiene che questa incidenza sia ancora più elevata nel caso degli sport di resistenza (ciclismo, nuoto, corsa, etc.) e tra gli atleti d’elite, a causa del loro vasto programma di allenamento (Johnson, Thiese, 1992).

Non è semplice formulare una diagnosi di over training e proprio per questa ragione, in ambito sportivo, l’OT è molto sottovalutato, nonostante, tra la popolazione sportiva, il rischio di sovrallenamento sia elevato. La difficoltà di una diagnosi precoce fa sì che l’unica terapia consista nel riposo funzionale, che molto spesso viene percepito dall’atleta più come una condanna che non una necessità per il suo stesso benessere.

Per questo motivo è importante che l’allenatore o il personal trainer si rendano conto immediatamente della situazione e intervengano con prontezza, per evitare seri rischi per la salute dell’atleta. Ciò deve essere fatto imponendo innanzitutto un periodo di riposo, con una successiva graduale ripresa degli esercizi, alternando sessioni di allenamento più intense a periodi più blandi e variando il tipo di allenamento stesso, ma sempre dopo che si sia provveduto ad un recupero completo, a livello fisiologico, dello stress fisico accumulato. Anche dal punto di vista psicologico, si registrano significative variazioni nelle persone, come distrazione, scarsa motivazione e determinazione, apatia, irritabilità, bassa autostima e depressione. Vi è infatti una somiglianza di segni e sintomi della sindrome da sovrallenamento e il disturbo depressivo, che insieme alla presenza di cambiamenti dell’umore per poter fare diagnosi, hanno portato Eichner, a suggerire che la sindrome da sovrallenamento sia una “depressione con una nuova faccia”. A questo proposito, Armstrong e VanHeest hanno recentemente proposto che entrambe le sindromi hanno la stessa eziologia e hanno suggerito l’uso di farmaci antidepressivi per il trattamento. Tuttavia, questa ipotesi è contraddetta dal fatto che alcuni studi hanno mostrato una prevalenza simile per i due sessi (Peluso, Guerra de Andrade, 2005).

Gli atleti che soffrono di sindrome da sovrallenamento mostrano generalmente un completo recupero dopo settimane o mesi senza alcun trattamento diverso dal riposo, che continua ad essere l’unico trattamento noto. Tuttavia, questo approccio compromette gli atleti poiché l’inattività prolungata impedisce la partecipazione alle competizioni di individui che si sono allenati per lungo tempo e interferisce con la preparazione di coloro che intendono competere, portando alla perdita di motivazione, perdita di sponsorizzazioni e persino alla pensione. Pertanto, il modo migliore per gestire la condizione è prevenirla.

L’allenatore, quindi, può tenere un diario dell’atleta, nel quale scrivere il record personale dell’atleta, il peso corporeo dello stesso e le misure in percentuali del grasso corporeo, che verranno rilevate periodicamente, insieme alla misurazione della pressione sanguigna. L’atleta dovrebbe conservare i registri della frequenza cardiaca mattutina e dell’apporto dei liquidi durante l’allenamento nelle stagioni competitive. Dovrebbe registrare inoltre il ritmo e la qualità del sonno. Infine l’atleta dovrebbe essere incoraggiato ad avere un diario nel quale valutare il proprio stato emotivo. Questo potrebbe essere realizzato utilizzando il test psicologico POMS (Profile of Mood States). Il POMS è uno strumento di autovalutazione che misura gli stati d’animo e affettivi. E’ composto da 65 item in forma di scala Likert in cui il numero 1 della scala significa il livello più basso dell’item mentre il 4 quello più alto. Gli item sono distribuiti in 6 categorie (Tensione, Depressione, Rabbia, Vigore, Fatica e Confusione). La condizione ottimale, visibile quando i dati sono rappresentati graficamente, è quella definita “iceberg profile”, in cui l’elemento “vigore” presenta i valori più alti, mentre gli altri cinque elementi si assestano su valori bassi. Morgan e collaboratori (1988) hanno condotto uno studio su dei nuotatori somministrando il POMS all’inizio di un periodo di allenamento molto intenso e in diverse fasi della preparazione. All’inizio il profilo era quello caratteristico ad iceberg, tuttavia durante le fasi di intenso allenamento aumentavano gli elementi associati allo stress ed all’affaticamento. Quando gli allenamenti tornavano ad essere più blandi si assisteva ad un ritorno al profilo con alto vigore. Gli autori conclusero che questo strumento si presta ad essere molto sensibile all’affaticamento esibito dagli atleti. L’affidabilità del POMS è stata rilevata anche nel pattinaggio di velocità (Guttaman et al. 1984), nella corsa (Wittig, Houmard e Costill 1989) e nel ciclismo (Berger et al. 1999).

Sebbene si presti ad avere un buon livello di sensibilità verso la variabile misurata, il POMS non è uno strumento pensato appositamente per il mondo dello sport. Un altro strumento psicologico proposto per indagare le cause di abbandono nello sport (bornout) è il Cognitive-Affective Stress model di Smith (Smith 1986). Secondo questo modello si susseguono diverse fasi nel processo di allenamento. Nella prima fase all’atleta è richiesto di sostenere degli allenamenti e di sostenere le pressioni esercitate dalle competizioni. Questo carico non è ugualmente percepito da tutti gli atleti: alcuni lo subiscono come una minaccia mentre altri mettono in atto strategie cognitive ed affettive adeguate a gestirlo. Quando la richiesta è percepita come eccessiva si evidenziano delle risposte fisiologiche come ansia e fatica. Nell’ultimo stadio le risposte fisiologiche conducono all’adozione di comportamenti che hanno come esito una riduzione della performance, difficoltà nelle relazioni interpersonali e, nel caso più grave all’abbandono dell’attività sportiva. Diversi studi sembrano indicare che gli indicatori psicologici sono più sensibili di quelli fisiologici nell’anticipare una condizione di overtraining (Kellmann 2002). Uno strumento più specifico per misurare il grado di stress espresso dagli atleti è il Recovery Stress Questionnaire for Athletes (RESTQ-Sport, Kellmann 2002). Gli item presentati indicano il livello di stress fisico e mentale degli atleti, se essi sono in grado di utilizzare adeguate strategie di recupero e quali strategie usano. Uno dei problemi nell’utilizzo di questi ed altri strumenti di rilevazione dell’affaticamento è però relativo al tempo impiegato per essere somministrato. Generalmente gli atleti non sono ben disposti a rispondere a una lunga lista di domande, per questo motivo alcuni ricercatori hanno introdotto il “Recovery Cue” (Kellmann 2002). Questo questionario è composto da solo sette item: tre misurano lo sforzo percepito, la percezione del recupero e l’impegno nel recupero e quattro indagano il recupero fisico, la qualità del sonno, il recupero sociale e l’autoregolazione. Il test è di autovalutazione e si utilizza su base settimanale, generalmente il lunedì, per valutare quanto si è recuperata la precedente settimana di allenamento. In un documento sottoscritto dai maggiori esperti sull’argomento (Meeusen et al, 2013) si ribadisce come nessuno dei marker proposti fino ad ora, preso singolarmente, sia in grado di identificare, con ragionevole certezza, la condizione di overtraining, sostenendo con forza la necessità di un approccio multilaterale e la necessità di rendere capace l’atleta di percepire i segnali che l’organismo invia.

Storicamente, sappiamo che la sindrome da sovrallenamento è stata spesso sovrapposta alla dipendenza da sport, in quanto l’attenzione veniva rivolta alla frequenza dell’allenamento. Nel 1995 infatti De la Torre, affermò che la frequenza non rappresentava un buon metro diagnostico per definire la presenza o meno della dipendenza da sport, perché non forniva indicazioni sugli aspetti motivazionali, attitudinali ed emozionali. L’exercise dependence o exercise addiction, come viene anche chiamata tale sintomatologia in lingua inglese, non è sempre un problema quantitativo e certamente non è soltanto un problema di abuso di sport. Non necessariamente comporta over-training, perché non sempre la costanza nella pratica sportiva coincide con un’attività estenuante, e soprattutto si connota per alcune caratteristiche psicologiche distintive (De La Torre, 1995). La differenza sostanziale sta nel fatto che i sintomi caratteristici dell’overtraining si presentano a seguito di uno sforzo intenso e ripetuto, quindi in presenza di uno sforzo fisico, mentre nella dipendenza da sport, i sintomi si manifestano in assenza dell’attività, generando nella persona una sensazione di astinenza e determinando la spinta ad impegnarsi nella pratica sportiva, spinta che si trasforma in compulsione per eliminare la sensazione negativa di astinenza provata (Ferrari, 2011). E’ essenziale comprendere che la sola presenza di sintomi legati all’astinenza è insufficiente nell’evidenziare o diagnosticare l’exercise addiciton. E’ l’intensità di questi sintomi che rimane un fattore cruciale per separare chi si allena impegnandosi da chi si allena perché si è instaurata una dipendenza.

Diversi studi, prendendo in considerazione narrazioni di atleti affetti dalla dipendenza da sport, hanno permesso di individuare le caratteristiche principali di questo disturbo, riconducendole a 4 categorie generali. Esse sono:

  • Funzionamento alterato (in almeno due aree tra le seguenti): Psicologico: Incapacità a concentrarsi su altro a causa del pensiero ricorrente all’esercizio fisico; – Sociale o lavorativo: Problemi sociali, familiari e lavorativi connessi alla pratica sportiva; – Fisico: Sovrallenamento continuo nonostante infortuni o parere medico contrario; – Comportamentale: Comportamento atletico inflessibile, stereotipato, esageratamente duro e autopunitivo.
  • Sintomi di astinenza: disagio fisico o psicologico in relazione alla riduzione o cessazione delle abitudini di allenamento, oppure desiderio persistente di controllare o ridurre l’attività fisica praticata senza riuscirvi.
  • Caratteristiche psicologiche e comportamentali tipiche dei soggetti dipendenti: Tolleranza: Si aumenta progressivamente il grado di tolleranza agli sforzi fisici; – Eccesso di attività fisica: Problemi sociali, familiari e lavorativi connessi alla pratica sportiva, che diviene preminente rispetto ad altre aree di funzionamento e interesse; – Allenamento solitario: Si predilige l’allenamento solitario, in quanto la presenza di altre persone viene considerata un fattore di disturbo che distoglie dalla pratica sportiva; – Inganno: Si mente in merito alle caratteristiche prestazionali, quali durata dell’allenamento, km percorsi o entità dei carichi utilizzati; – Motivazioni ossessive: Controllo maniacale del peso, dell’immagine corporea, delle prestazioni, delle calorie bruciate e delle ore di sonno.
  • Presenza di disturbi alimentari: Anoressia, bulimia o comportamenti di controllo alimentare (diete iper o ipoproteiche e assunzione integratori) (Oronzo, Iraso, 2000).

Per concludere, per cercare di supportare lo sportivo nella propria attività, nel condurla in maniera ponderata, senza esagerazioni ma nel rispetto degli obiettivi agonistici, viene in aiuto lo psicologo dello sport. Esso supporterà l’atleta, intervenendo su 3 aree principali: definizione di obiettivi realistici e dei limiti, immaginazione e simulazione, sviluppo di una migliore capacità di concentrazione. Far passare l’idea che non è funzionale allenarsi fino allo sfinimento o per molte ore consecutive, evitando che si instauri il meccanismo tipico del “più mi alleno più facilmente vincerò” (Ferrari, 2011).

 

Disturbo di personalità borderline: anomalie funzionali e strutturali del cervello

Alcuni studi di imaging strutturale hanno fornito indicazioni che i pazienti con disturbo borderline di personalità presentino una morfologia specifica delle strutture cerebrali coinvolte nel processamento emotivo, sociale e cognitivo, consistentemente con quanto emerso dai dati clinici e funzionali.

 

Introduzione

Il disturbo borderline di personalità (DSM-5), anche definito disturbo di personalità emotivamente instabile (ICD-10) è una grave condizione psicopatologica che si manifesta con un quadro sintomatologico complesso e diversificato che comprende problematiche legate alla sfera dell’umore, del pensiero, delle relazioni interpersonali, del comportamento e dell’identità. Diversi autori, tuttavia, concordano nell’identificare come core symptom del disturbo la disregolazione emotiva, caratterizzata da un’elevata sensibilità emotiva, affetti – intesi come spettro sentimenti ed emozioni – negativi particolarmente accentuati e deficit nella messa in atto di strategie regolative appropriate, a favore di modalità disfunzionali e maladattive (Carpenter & Trull, 2013; Clarkin, Hull, Cantor, & Sanderson, 1993; Linehan, 1993-1995). Alle difficoltà di processamento emotivo possono accompagnarsi alterazioni nel riconoscimento delle emozioni altrui – in particolare un bias nel categorizzare le emozioni come più negative di quanto effettivamente espresse – che vanno ad influire su un altro sintomo caratteristico del disturbo: l’instabilità e la difficoltà nelle relazioni interpersonali (Fenske, Lis, Liebke, Niedtfeld, Kirsch, & Mier, 2015). Dal punto di vista cognitivo, non è infrequente riscontrare distorsioni cognitive, episodi dissociativi (Scalabrini, Cavicchioli, Fossati et al, 2017), ma anche deficit a livello delle funzioni esecutive, come attenzione, concentrazione e processi di memoria (Fertuck, Lenzenweger, Clarkin, Hoermann, & Stanley, 2006). Alcuni individui, durante periodi di forte stress possono sviluppare sintomi simil psicotici di tipo allucinatorio o paranoide (Slotema, Blom, Niemantsverdriet, & Sommer, 2018). Dal punto di vista comportamentale, il vortice di emozioni incontrollato può scatenare intensi stati eccitativi di ansia, tensione o ira, che si traducono in pattern impulsivi e disregolati, azioni autolesive e autodistruttive (Leichsenring, Leibing, Kruse, New, & Leweke, 2011; Schmahl et al., 2014). Il rischio suicidario tra persone con disturbo borderline si colloca tra il 3% e il 10% (Gunderson et al., 2011).

Secondo Linehan (1993-1995), la maggior parte dei problemi manifestati dagli individui affetti da disturbo borderline di personalità è la conseguenza, più o meno diretta, della disregolazione emotiva e del tentativo di modulare le reazioni emozionali intense; in questa prospettiva, molti dei comportamenti autolesivi e autodistruttivi tipici della costellazione sintomatologica del disturbo, possono essere compresi come prodotto della disregolazione emotiva stessa. Alla sua base si troverebbe ciò che Linehan definisce “vulnerabilità emotiva”, a sua volta costituita da tre elementi fondamentali: una sensibilità molto elevata agli stimoli emotigeni, un’intensa reattività e un lento e prolungato ritorno alla baseline.

Dal punto di vista eziologico, il disturbo sarebbe riconducibile all’interazione tra una vulnerabilità genetica e un ambiente di crescita invalidante, negligente o abusante. Secondo la teoria diatesi – stress (Linehan, 1993), il disturbo borderline si sviluppa nel momento in cui un bambino che ha difficoltà a regolare le sue emozioni a causa di una diatesi biologica, viene cresciuto in un ambiente che nega la sua esperienza emozionale. Ad esempio, un bambino che presenta un deficit nella regolazione emozionale può porre richieste in grado di esasperare i caregiver che, di conseguenza, ignorano, invalidano o puniscono le intense manifestazioni emozionali, costringendo il bambino a reprimerle. Le emozioni represse si accumulano fino ad esplodere, ricevendo allora l’attenzione dei caregiver e andando a innescare un circolo vizioso tra disregolazione emozionale e invalidazione.

Anomalie cerebrali funzionali

Come anticipato, i fattori biologici sembrano giocare un ruolo di primaria importanza nello sviluppo del disturbo. È stato dimostrato, ad esempio, che le persone con disturbo borderline hanno una funzionalità serotoninergica più bassa rispetto a quella dei gruppi di controllo (Soloff, Meltzer, Greer, Constantine, & Kelly, 2000). Inoltre, diversi studi suggeriscono il contributo dei fattori biologici nella dimensione della regolazione emozionale, sottolineando in particolare il coinvolgimento del sistema limbico e delle aree prefrontali nel riconoscere, processare, esprimere e regolare le emozioni. Quasi 20 anni fa, uno studio condotto tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) ha permesso di osservare un’aumentata risposta dell’amigdala – nel gruppo di pazienti rispetto al gruppo di controllo – alla presentazione di volti con espressioni emotive (Donegan et al., 2003). Successivamente, ulteriori indagini hanno evidenziato una diminuzione dell’assuefazione dell’amigdala e una sua attivazione prolungata in risposta agli stimoli emotivi (Hazlett et al., 2012; Koenigsberg et al., 2014). Questi risultati sono poi stati replicati in una serie di studi riassunti in una recente metanalisi (Schulze, Schmahl, & Niedtfeld, 2016) in cui i pazienti con disturbo borderline presentavano un’aumentata attivazione dell’amigdala – soprattutto sinistra – e della corteccia cingolata posteriore, associata a brusche risposte da parte della corteccia prefrontale bilaterale dorsolaterale durante l’elaborazione degli stimoli emotivi negativi. Schulze e colleghi (2016) sostengono che le disfunzionalità di regioni cerebrali facenti parti del sistema limbico siano una caratteristica fondamentale del disturbo, e che avvallino l’ipotesi che esso possa essere considerato un disturbo della regolazione emotiva. Inoltre, il complesso nucleare dell’amigdala riveste un ruolo importante, oltre che nel processamento e nella gestione delle emozioni, nella modulazione della vigilanza: per questo, alcuni autori ipotizzano che una sua iperattività contribuisca anche all’ipervigilanza e alle difficoltà relazionali tipiche del disturbo. Donegan et al. (2003), attraverso la tecnica dell’fMRI, hanno indagato le risposte neurali a blocchi di espressioni facciali neutre, felici, tristi, spaventate e a un punto di fissazione. Dai risultati è emersa un’attivazione dell’amigdala, soprattutto sinistra, in risposta alle emozioni facciali piuttosto che per il punto di fissazione, maggiore nel gruppo di pazienti rispetto al gruppo di controllo. Inoltre, dallo studio è emerso che alcuni pazienti avevano difficoltà a disambiguare i volti neutri, e tendevano a considerarli minacciosi. Daros, Zakzanis, & Ruocco (2013) hanno suggerito che l’alterazione nel riconoscimento delle emozioni facciali sia dovuta all’interruzione o al disturbo dell’attenzione causata dall’ipersensibilità e l’ipervigilanza per gli indizi emotivi che potrebbero costituire una minaccia dal punto di vista interpersonale. Questa ipersensibilità getterebbe luce sul bias per cui gli individui con disturbo borderline tendono a percepire i valori neutri come negativi e i sottili segnali di minaccia come più negativi rispetto agli altri. Dal punto di vista neurobiologico, la minaccia sarebbe correlata all’aumento, ma anche al prolungamento, delle risposte amigdaloidee, mentre la regolazione inadeguata delle emozioni sarebbe riconducibile anche a una ridotta inibizione dell’amigdala da parte dei circuiti prefrontali (Bertsch, Hillmann, & Herpertz, 2018). Alcune evidenze hanno infatti permesso di riscontrare attività minori nelle aree coinvolte nella regolazione cognitiva delle emozioni, come la corteccia prefrontale dorsolaterale, mediale, orbitale e la corteccia cingolata anteriore (Kohn, Eickhoff, Scheller, Laird, Fox & Habel, 2014). Questi risultati sono supportati dalle evidenze emerse nella metanalisi di Schulze et al. (2016) in cui è stata riscontrata, insieme all’iperattività dell’amigdala sinistra, una riduzione dell’attività della corteccia prefrontale dorsolaterale in risposta agli stimoli negativi. Inoltre, alcune evidenze suggeriscono l’esistenza di una compromissione nella connettività tra la corteccia prefrontale e l’amigdala (New et al., 2007), indicando che i deficit nella regolazione delle emozioni potrebbero essere correlati a un disturbo di coordinazione tra aree prefrontali e limbiche (Schulze et al., 2016)

Anomalie cerebrali strutturali

Alcuni studi di imaging strutturale hanno fornito indicazioni che i pazienti con disturbo borderline di personalità presentino una morfologia specifica delle strutture cerebrali coinvolte nel processamento emotivo, sociale e cognitivo, consistentemente con quanto emerso dai dati clinici e funzionali. Rossi e colleghi (2015) hanno infatti riscontrato, nel gruppo di pazienti rispetto al gruppo di controllo, una densità di materia grigia corticale inferiore, con particolari picchi di densità ridotta nella corteccia frontale dorsale, nella corteccia orbitofrontale, nel cingolato anteriore e posteriore, nel lobo parietale destro, nella corteccia temporale mediale e nel giro fusiforme. La distribuzione delle anomalie risultava essere simmetrica nell’aspetto dorsale della corteccia cerebrale, mentre coinvolgeva maggiormente l’emisfero sinistro, dal punto di vista mesiale. Una constatazione regolare, negli studi sulla misurazione volumetrica della materia grigia in pazienti con disturbo borderline, è la riduzione del volume dell’amigdala e dell’ippocampo: la metanalisi condotta da Schulze e colleghi (2016) ha confermato le anomalie presenti nel sistema limbico, riscontrando anche una riduzione del volume di materia grigia nella corteccia cingolata anteriore subgenuale, regione implicata, anch’essa, nel processamento emozionale. Dunque, gli autori hanno concluso che, parallelamente a quanto emerso dal punto di vista funzionale, i risultati strutturali indicavano anomalie in regioni chiave nell’elaborazione delle emozioni (Schulze et al., 2016). Inoltre, indagando le possibili correlazioni tra età e alterazioni della materia grigia, i ricercatori hanno scoperto che le anomalie volumetriche nelle aree prefrontali erano presenti fin dall’inizio del disturbo – spesso in età adolescenziale – mentre i deficit di materia grigia relativi alle aree limbiche si sviluppavano più tardi nel corso del disturbo – ad esempio nella prima età adulta. Secondo gli autori, questi dati spiegherebbero perché, come emerso da alcuni studi cross-sezionali, i sintomi di impulsività – più correlati a disfunzioni prefrontali – raggiungerebbero il loro picco durante l’adolescenza per poi decrescere in età adulta, mentre i sintomi di affettività ed emotività disturbata – più correlati ad anomalie del sistema limbico – rimarrebbero più stabili nel tempo (Arens et al., 2014; Stevenson, Maeres, & Comerford, 2003).

Psicoterapia

I risultati ottenuti sin ora suggeriscono che le alterazioni neurali descritte, soprattutto dal punto di vista funzionale, possano essere modulate attraverso un trattamento psicoterapeutico incentrato sulla regolazione delle emozioni. Alcune evidenze, in letteratura, suggeriscono che l’attività dell’amigdala in risposta alla visione passiva di stimoli avversivi diminuisca dopo il miglioramento dei sintomi del disturbo in seguito a un percorso psicoterapeutico. In particolare, sono stati rilevati dei cambiamenti nell’attivazione prefrontale e limbica e negli accoppiamenti funzionali in seguito alla terapia dialettico comportamentale (DBT). Essa si concentra sul trattamento dell’instabilità affettiva attraverso l’apprendimento di skills di regolazione emozionale. Uno studio di imaging funzionale ha permesso di osservare l’attività cerebrale di pazienti prima e dopo i 12 mesi di DBT: i risultati hanno mostrato una diminuzione dell’attività dell’amigdala, una sua maggior abituazione a stimoli spiacevoli e una miglior regolazione emotiva complessiva (Goodman et al., 2014; Schnell, & Herpertz, 2007).

 

Tecniche di stimolazione non invasiva nel trattamento dei disturbi d’ansia: presentazione di un lavoro di metanalisi

Per indagare se le tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva (NIBS) possano essere considerate efficaci nel ridurre i sintomi in pazienti con disturbi d’ansia, Vergallito e colleghi hanno condotto una revisione sistematica e metanalisi della letteratura.

 

I disturbi d’ansia rappresentano la classe di disturbi mentali a più alta prevalenza nelle società occidentali (James et al., 2018; Wittchen et al., 2011). Attualmente, ci sono molti trattamenti disponibili per tali disturbi, tra cui la terapia farmacologica e la psicoterapia, con evidenze di efficacia suggerite in particolare per la terapia cognitivo-comportamentale (Bandelow et al., 2015; Katzman et al., 2014). Tuttavia, alcuni individui non rispondono ai trattamenti tradizionali (e.g., Taylor et al., 2012) o manifestano scarsa aderenza alle indicazioni terapeutiche, ad esempio a causa degli effetti collaterali di alcuni farmaci. Di conseguenza, numerosi studi hanno cercato di individuare trattamenti alternativi che, da soli o in combinazione con quelli già disponibili, contribuiscano ad alleviare la sintomatologia di chi soffre di disturbi d’ansia.

Un possibile trattamento alternativo è costituito dall’utilizzo di tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva (non invasive brain stimulation, NIBS). La NIBS, applicata su una specifica regione cerebrale, ne modula l’attività bioelettrica (Boggio et al., 2016; Brunoni et al., 2019). La stimolazione è definita non invasiva in quanto le apparecchiature necessarie sono applicate esternamente sul cranio del paziente, senza necessità di interventi chirurgici (Boggio, Rêgo, Marques & Costa, 2016; Brunoni et al., 2019). La NIBS ha effetti transitori (Boggio et al., 2016), ma ripetute sessioni di stimolazione possono produrre effetti più a lungo termine, promuovendo cambiamenti nella plasticità neurale (Brunoni et al., 2012). Queste caratteristiche rendono la NIBS particolarmente interessante per le sue potenzialità nel trattamento in ambito clinico.

Le due tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva più note ed utilizzate sono la stimolazione magnetica transcranica (transcranic magnetic stimulation, TMS) e la stimolazione elettrica a corrente continua (transcranical direct current stimulation, tDCS). La TMS è una tecnica di neurostimolazione e neuromodulazione, e si basa sull’applicazione di un campo magnetico breve ed intenso sullo scalpo che produce potenziali d’azione nei neuroni sottostanti lo stimolo (Pascual-Leone et al., 2000). Gli effetti della TMS cambiano in base ad una serie di parametri, ad esempio il tipo di coil utilizzato per applicare l’impulso, la frequenza e la durata degli impulsi, oltre ovviamente alla regione cerebrale stimolata. In particolare, per ottenere effetti di plasticità neurale la TMS viene utilizzata in modalità ripetitiva (rTMS). La tDCS è invece una tecnica di sola neuromodulazione, infatti la corrente a bassa intensità rilasciata attraverso gli elettrodi posizionati sulla testa è troppo debole per generare potenziali d’azione, ma agisce a livello del potenziale di membrana dei neuroni rendendo la generazione di potenziali d’azione più o meno probabile (Nitsche et al., 2008). Anche gli effetti della tDCS cambiano in base ai parametri di stimolazione scelti, come durata ed intensità della stimolazione, ma soprattutto in base alla polarità della corrente rilasciata. La stimolazione anodica, infatti depolarizza la membrana neurale, mentre la stimolazione catodica la iperpolarizza.

In che modo la rTMS e la tDCS rappresentano un potenziale trattamento dei disturbi d’ansia?

I disturbi d’ansia, così come i disturbi dell’umore e altri disturbi mentali, hanno un’eziologia multifattoriale in cui basi genetiche, ambientali e temperamentali co-occorrono per lo sviluppo di un disturbo. A livello cerebrale, sono state riscontrate alterazioni anatomiche e funzionali di diverse regioni corticali e sottocorticali (Duval et al., 2015). Una delle evidenze più frequentemente riportate riguarda un’iperreattività dell’amigdala di fronte a stimoli minacciosi o potenzialmente minacciosi negli individui che soffrono d’ansia (Taylor & Whalen, 2015; Holzschneider & Mulert, 2011). A questo si aggiungono alterazioni funzionali a livello della corteccia prefrontale (Etkin & Wager, 2007; Ironside et al., 2019; Kim et al., 2011; Motzkin et al., 2015), caratterizzata da iperattività delle aree prefrontali destra e ipoattività nella prefrontale sinistra.

Alcuni studi sembrano suggerire che i sintomi ansiosi potrebbero dipendere dal diminuito controllo inibitorio della corteccia prefrontale sull’amigdala (Etkin & Wager, 2007; Ironside et al., 2019; Kim et al., 2011; Motzkin et al., 2015). Viste queste basi neurali, la NIBS potrebbe essere utile nel ridurre la sintomatologia ansiosa, riequilibrando l’attività cerebrale di chi soffre di disturbi d’ansia (Cirillo et al., 2017).

Ad oggi, sia la rTMS che la tDCS sono riconosciute dalle linee guida internazionali come strumenti efficaci nel trattamento nella depressione maggiore (Lefaucheur et al., 2020; Fregni et al., 2020). Tuttavia, al momento non ci sono indicazioni per quanto riguarda l’utilità delle due tecniche nei disturbi d’ansia, infatti gli studi sono troppo pochi per poterne trarre delle conclusioni a livello clinico.

Anche revisioni della letteratura recenti su questo tema presentano alcune limitazioni metodologiche, includendo ricerche senza condizione di controllo, casi singoli e lavori che includono disturbi non più classificati come disturbi d’ansia nel DSM 5.

Per indagare se la NIBS possa essere considerata efficace nel ridurre i sintomi in pazienti con disturbi d’ansia, Vergallito e colleghi hanno condotto una revisione sistematica e metanalisi della letteratura. Gli autori hanno fatto una ricerca bibliografica utilizzando tre diversi database (Pubmed, Scopus e Web of Science), includendo gli articoli che trattassero l’applicazione della rTMS o tDCS in gruppi di pazienti con disturbi d’ansia. Per essere inclusi, gli articoli dovevano inoltre prevedere una condizione di stimolazione di controllo e un punteggio dei sintomi ansiosi misurato con questionari standardizzati pre- e post- trattamento. Gli autori hanno incluso in totale dieci articoli, per un totale di 134 partecipanti assegnati alla condizione di stimolazione reale e 145 alla condizione di controllo.

A livello qualitativo, gli articoli selezionati si focalizzavano principalmente su pazienti con disturbo d’ansia generalizzata, e in misura minore su pazienti con disturbo di panico con o senza agorafobia. Un solo studio includeva i partecipanti con fobia specifica per i ragni. La maggior parte degli studi erano condotti usando protocolli di rTMS; solo tre applicavano la tDCS. La regione prevalentemente stimolata era la corteccia prefrontale dorsolaterale, destra o sinistra. I questionari utilizzati per misurare i sintomi ansiosi includevano test pensati per uno specifico disturbo (ad esempio, per il disturbo d’ansia generalizzato, il Generalized Anxiety Disorder Questionnaire, GAD-Q-IV, Newman et al., 2002), oppure sintomi più generali di ansia (principalmente l’Hamilton Anxiety Rating Scale, HAM-A, Hamilton, 1959). Inoltre, sette studi includevano anche una misura di sintomi depressivi, spesso in comorbidità con i disturbi d’ansia (ad esempio l’Hamilton Depression Rating Scale o HAM-D, Hamilton & Guy, 1976).

Per quanto riguarda le analisi quantitative, i ricercatori hanno confrontato la differenza nei punteggi pre-post tra il gruppo che aveva ricevuto la stimolazione reale con il gruppo di controllo, che aveva ricevuto una stimolazione placebo o il solo trattamento comportamentale. Nello specifico, sono state fatte tre diverse metanalisi: una analizzando i punteggi ai questionari di ansia disturbo-specifici, una sui punteggi riportati a questionari generici sull’ansia, e la terza sui punteggi dei questionari che indagavano i sintomi depressivi.

Lo scopo della metanalisi è quello di indagare se rTMS e tDCS possano essere efficaci indipendentemente dalle caratteristiche specifiche del singolo studio, ad esempio campione, tecnica e parametri usati, regione cerebrale stimolata etc. Un vantaggio della metanalisi è che permette di fare delle analisi su un campione di partecipanti più ampio rispetto a quello tipicamente usato nei singoli studi.

I risultati delle metanalisi sono stati coerenti, suggerendo che la NIBS sia efficace nel ridurre sia i sintomi d’ansia (disturbo-specifici e generali), che i sintomi depressivi. Questi dati, hanno quindi suggerito che la NIBS possa essere utile nel trattamento dei disturbi d’ansia, sebbene un maggior numero di studi potrebbe permettere di indagare quali caratteristiche della stimolazione siano più efficaci nel determinare l’efficacia del trattamento.

Comprendere l’umore e le opinioni delle persone: la sentiment analysis

Partendo dai social network e analizzando i sentimenti delle persone, vediamo come le imprese (e non solo) possono ottenere informazioni preziose riguardo tematiche connesse alla loro sfera.

 

L’assunto più interessante che stimola da sempre l’essere umano è quello di provare a capire sé stesso e tutti coloro con cui potrebbe relazionarsi. Diventa quindi elementare comprendere come mai, nel corso degli anni, si sia cercato di sfruttare diverse aree di studio per ottenere delle risposte. La tematica in questione tocca differenti punti e argomenti, permettendo la nascita di svariati strumenti e materie specifiche, tra le quali spicca per importanza e innovazione la sentiment analysis.

L’analisi del sentiment è capace di raccogliere in tempo reale le reazioni delle persone, attraverso l’estrazione di specifiche informazioni soggettive contenute nei documenti, nelle frasi e nelle singole parole, andando a evidenziare gli aspetti che sono graditi alle persone e quelli da evitare (Phan et al., 2017).

Questo concetto si lega in maniera forte al mondo dei social network, i quali danno la possibilità a diversi ricercatori (psicologi, esperti di marketing, neuroscienziati, ecc.) di accedere a una vasta quantità di dati, permettendo di effettuare indagini, che hanno l’obiettivo di comprendere le opinioni e i sentimenti delle persone tramite le informazioni disponibili pubblicamente (Farhadloo et al., 2016).

Ogni giorno le persone pubblicano un’enorme quantità di dati, in maniera molto rapida e su differenti piattaforme online. Quindi la sfida per le imprese risulta essere quella di poter raccogliere i dati e trasformarli efficacemente in informazioni utili a comprendere l’umore delle persone. Nello specifico, la sentiment analysis si avvale prevalentemente dell’User-Generated Content (UGC), ovvero tutte quelle informazioni pubblicate online dai potenziali consumatori rispetto a uno specifico brand. Queste hanno un valore commerciale potenzialmente molto elevato e traducibile dall’impresa in tre aspetti: la pubblicità mirata, la relazione che la stessa instaura con i clienti e la comunicazione in generale (Kauffmann et al., 2020). Tutti questi contenuti digitali creati dagli utenti e condivisi pubblicamente sul mondo dei social, presentano degli effetti importanti e significativi sull’immagine del marchio dell’impresa e sulla sua percezione, oltre che sulle intenzioni di acquisto e le relative vendite (Kauffmann et al., 2020).

La sentiment analysis viene utilizzata per ottenere un feedback reale rispetto al brand e alla relativa web reputation. Emozioni specifiche quali la gioia, la paura, l’ironia ecc., vengono infatti colte dai dati testuali così da poterle classificare in positive, neutre o negative tramite una formulazione di algoritmi (Aarts et al., 2020).

Nel dettaglio, gli strumenti ottenuti allo stato attuale sono soddisfacenti, ma non ancora completi: lo sviluppo di tools per una specifica lingua possono non essere adeguati alla comprensione delle emozioni espresse in un’altra lingua, proprio per le mancanze di risorse linguistiche accurate (Piryani et al., 2020). La comprensione dello stato emotivo attraverso la sola analisi testuale, comporta delle difficoltà per fattori culturali, sfumature linguistiche e vocaboli specifici che non permettono generalizzazioni tra più lingue (Ortis et al., 2020).

Le problematiche sopra riportate e il mutamento che si sta verificando riguardo alla comunicazione sul web, pongono nuovi spunti di riflessione e di possibile sviluppo. Di fatto, al giorno d’oggi, si tende a comunicare sui social network secondo messaggi testuali brevi, colloquiali e con la presenza di emoji; oltre al fatto che spesso si sostituiscono i testi con le immagini e/o i video per esprimere i propri sentimenti (Ortis et al., 2020). Ed è proprio in questo ambito che si sviluppa la più recente visual sentiment analysis, legata alla comprensione delle emozioni tramite immagini, foto e video con l’obiettivo di studiare nuovi ambiti quali, per esempio, la percezione del marchio e la valutazione della soddisfazione del cliente (Ortis et al., 2020).

In conclusione, si può sostenere che il costante sviluppo della materia stia affinando algoritmi sempre più accurati. E il fatto che venga utilizzata per cogliere le emozioni riguardo i prodotti, i servizi, gli ambiti sociali e politici, favorisce la sua rapida implementazione nel tempo.

La complessità dell’argomento è evidente, le sfide future appaiono avvincenti e la strada sembra suggerire delle nuove tecniche da studiare per approfondire l’argomento.

 

Fattori di rischio e protettivi per l’insorgenza di ansia e depressione tra i pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica

Ansia e depressione sono spesso presenti in pazienti che si sottopongono a chirurgia bariatrica. Quali sono i fattori di rischio e quelli protettivi per lo sviluppo di questa sintomatologia?

 

I pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica riportano elevati tassi di psicopatologia preoperatoria (Malik et al., 2014), che contribuisce ad esiti avversi a seguito dell’intervento, tra cui ansia e depressione (Canetti et al., 2016; Herpertz et al., 2015). Questi disturbi, incidendo sulle condotte alimentari, compromettono la perdita di peso nella fase post operatoria (Dawes et al., 2016), aumentano il rischio suicidario, l’autolesionismo (Dawes et al., 2016) ed il rischio di insorgenza del disturbo da uso di sostanze (Yoder et al., 2018).

Nonostante le evidenze, la letteratura ha scarsamente compreso il ruolo dell’ansia e della depressione sul peso corporeo (Dawes et al., 2016), riportando risultati incoerenti.

L’indagine di Braun et al. (2020), ha ipotizzato e testato che lo stigma associato al peso corporeo potrebbe contribuire ai sintomi depressivi e ansiosi tra i candidati alla chirurgia bariatrica. Le esperienze di stigmatizzazione, discriminazione e pregiudizio basate sul peso, comuni tra questi individui, si associano sovente a disagio psicologico, depressione e vergogna (Myers & Rosen, 1999; Rosenberger et al., 2007). Oltre allo stigma proveniente dall’esterno, anche quello interiorizzato può contribuire all’ansia e alla depressione (Dawes et al., 2016), ed implica senso di colpa oltre che autostigma per la propria condizione corporea (Myers & Rosen, 1999).

Nei candidati alla chirurgia bariatrica, lo stigma interiorizzato e quello proveniente dal contesto possono influire sull’ansia e la depressone attraverso la vergogna corporea (cioè percepire il proprio corpo come indesiderabile, indesiderato o poco attraente; Gilbert, 2014), e la vergogna interiorizzata (ovvero considerarsi cattivo, inadeguato o disgustoso; Cook, 1988).

La vergogna interiorizzata si associa ad una maggiore gravità psicopatologica rispetto alla vergogna corporea (Gilbert, 2014), poiché la si ritrova in associazione alla depressione tra coloro con una storia infantile di discriminazioni per il peso e viene riportata dagli individui depressi insieme ad ulteriori disturbi psichiatrici in fase preoperatoria (Gilbert, 2014; okland Lier et al., 2011).

Sia la vergogna che entrambe le forme di discriminazione, derivante dal contesto ed interiorizzata, vengono attenuate mediante un approccio compassionevole e gentile verso sé stessi nei momenti di difficoltà emotiva (MacBeth & Gumley, 2012). Probabilmente, questa attitudine può essere di aiuto anche tra i pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica.

Considerando il ruolo delle esperienze avverse infantili, sebbene a questo possano essere ricondotti gli aspetti di stigma legati al peso, il rischio di obesità ed una cattiva salute psicologica (MacBeth & Gumley, 2012), tale aspetto non è stato monitorato tra i soggetti candidati alla chirurgia bariatrica.

L’indagine di Braun et al. (2020), ha cercato di comprendere i fattori di rischio e protettivi in un gruppo di 212 pazienti candidati alla chirurgia bariatrica, nel tentativo di spiegare come lo stigma legato al peso potesse comportare sintomi depressivi ed ansiosi.

I risultati hanno mostrato come l’aver vissuto esperienze di stigmatizzazione legate al peso, indurrebbe ansia e depressione a causa degli effetti indiretti dello stigma interiorizzato, della vergogna corporea, vergogna interiorizzata e bassa autocompassione. Le esperienze di discriminazione esterna verrebbero interiorizzate inducendo vergogna verso il proprio corpo tra i pazienti sottoposti alla chirurgia bariatrica.

Rispetto alla sintomatologia depressiva, discriminazione e vergogna, entrambe interiorizzate, si sono rivelate aspetti chiave che correlavano alla presenza di discriminazione contestuale.

I risultati non variano se si considerano possibili esperienze avverse infantili; pertanto discriminazione esterna e/o interiorizzata conducono a problematiche psichiatriche tra gli individui che soffrono di obesità a prescindere dalla presenza di abuso in età precoce.

Se da un lato le esperienze di discriminazione vissute, interiorizzate e vergogna sono i fattori di origine e mantenimento di ansia e depressione; l’autocompassione si rivela protettiva contro lo stigma e gli esiti psicopatologici avversi in fase post operatoria, poiché si associa a migliore esito psicologico, indipendentemente dagli episodi di discriminazione subita e alla vergogna legata al peso (MacBeth & Gumley, 2012; Wong et al., 2019). Gli individui compassionevoli, di fronte ad esperienze stigmatizzanti, hanno meno probabilità di interiorizzarle o sviluppare vergogna interiorizzata e/o corporea e quindi riportano migliore salute mentale.

Considerando le implicazioni cliniche, un incremento dell’autocompassione mediante approcci basati sull’accettazione (Strauss et al., 2016; Wong et al., 2019) si rivela protettivo verso il rischio di sentimenti di vergogna e psicopatologie legate alle esperienze di stigmatizzazione e discriminazione basate sul peso per i pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica.

La ricerca futura dovrebbe proseguire indagando approfonditamente il ruolo della vergogna, dello stigma legato al peso e della pratica dell’autocompassione tra questi pazienti, al fine di contribuire al miglioramento dell’individuazione e trattamento dei soggetti vulnerabili a esiti avversi post-operatori. Parallelamente, questi tentativi avverranno in concomitanza agli sforzi per ridurre lo stigma sociale nei confronti delle persone con sovrappeso e che soffrono di obesità (Strauss et al., 2016).

 

Basta autosabotaggio! Sblocca le tue qualità e raggiungi i tuoi obiettivi – Recensione del libro di Judy Ho

L’autodialogo negativo, che nasce dalle idee interiorizzate, può favorire l’autosabotaggio e rinforzare un circolo vizioso.

 

Con questo volume, l’autrice, intende mostrare, attraverso un programma in sei step basato su principi scientifici e strumenti pratici, come individuare i problemi che conducono all’autosabotaggio e insegnare a trasformare i pensieri e i comportamenti per interrompere il circolo vizioso che tale pratica crea nella vita.

L’autosabotaggio comprende tutti quei pensieri e comportamenti che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi. È un fenomeno incredibilmente diffuso, spesso molti di noi lo attuano senza neanche rendersene conto, in particolar modo nei periodi più stressanti. Con il tempo uccide la motivazione poiché ci porta in una condizione di frustrazione, di sconfitta e, poco a poco, ci accontentiamo di quello che abbiamo, anche se siamo insoddisfatti e non riusciamo a capire come cambiare la nostra vita in meglio.

La propensione ad autosabotarsi è connaturata alla nostra neurobiologia, ciò risulta palese se consideriamo i due semplici principi su cui si basa la nostra sopravvivenza: ottenere ricompense ed evitare le minacce. Quando facciamo qualcosa che ci aiuta a stare bene, sia fisicamente che socialmente, il nostro cervello ci ricompensa provocando il rilascio di dopamina, che è la sostanza che regola il piacere; questo ci fa desiderare di ripetere il comportamento allo scopo di ottenerla ancora una volta. Gli esseri umani sono essenzialmente programmati a impegnarsi per raggiungere degli obiettivi perché provoca una condizione di benessere.

La nostra biochimica, tuttavia, specie quando si tratta di autosabotaggio, non distingue necessariamente tra il tipo di sensazioni positive che proviamo quando ci impegniamo per raggiungere i nostri obiettivi e le sensazioni «positive» che proviamo quando evitiamo qualcosa che ci appare come una minaccia.

Evitare le minacce è un’abilità innata ed essenziale per garantire la sopravvivenza: la paura può essere nostra amica, ci permette di prepararci alla battaglia o di proteggerci quando la situazione potrebbe danneggiarci. Gli esseri umani hanno sviluppato due strategie principali per gestire la minaccia che consistono nella lotta e nella fuga, ma c’è una terza reazione meno conosciuta: il congelamento. Questa risposta entra in gioco quando siamo semplicemente troppo sopraffatti al punto di non essere in grado di scegliere una qualunque azione; questo ci permette di renderci temporaneamente insensibili alla sofferenza psicologica e di prendere le distanze emotive. La risposta di congelamento spiega perché a volte non facciamo assolutamente nulla per modificare una situazione insoddisfacente. La ricerca ha dimostrato che i ricordi di eventi che hanno implicato reazioni emotive di paura sono molto più salienti e vividi di altri ricordi più banali e questo ci porta spesso ad evitare minacce ipotetiche perché non siamo sicuri di saperle gestire.

Ottenere ricompense ed evitare le minacce sono le due facce di una stessa medaglia, non sono sistemi interdipendenti e nel cervello è in corso un’interazione continua per cercare un equilibrio. La predisposizione all’autosabotaggio si ha quando la spinta a ridurre la minaccia è maggiore della spinta a ottenere ricompense.

L’autrice ha individuato quattro elementi che alimentano il conflitto tra fare quello che si vuole e bloccarsi a causa di minacce in realtà inoffensive:

  • la Visione scarsa di sé
  • le Idee interiorizzate
  • il Timore del cambiamento o dell’ignoto
  • l’Assoluto bisogno di controllo.

Questi fattori rappresentano gli aspetti della personalità, le convinzioni ed i comportamenti, in base ai quali un individuo si relaziona con il mondo. Generalmente li acquisiamo fin da piccoli e, dato che rimangono con noi a lungo, tendono ad essere al di fuori della nostra consapevolezza. Infatti solitamente non abbiamo un’unica percezione di noi stessi: la nostra identità ha tante sfaccettature alle quali riconosciamo livelli diversi di fiducia.

Più ci avviciniamo al nostro sé ideale, cioè quello che riteniamo sia la versione migliore di noi, più tendiamo a sentirci contenti della nostra vita: quando abbiamo un concetto solido di noi stessi, tendiamo ad avere una visione positiva di noi.

Contrariamente una scarsa visione di sé ci rende piuttosto insicuri riguardo a chi siamo, a qual è il nostro posto nel mondo e alle nostre capacità di compiere cambiamenti positivi. L’autodialogo negativo, che nasce dalle Idee interiorizzate, può favorire l’autosabotaggio e rinforzare un circolo vizioso, perché quando un soggetto dubita delle proprie capacità le possibilità sono generalmente due: la totale rinuncia ad individuare degli obiettivi o l’abbandono della loro persecuzione a metà strada.

Le routine e la familiarità danno conforto alla nostra mente, che ama la ripetizione per calmarsi e gestire lo stress: la nostra mente può essere considerata un «avaro cognitivo», (espressione coniata dalle psicologhe Susan Fiske e Shelley Taylor a metà degli anni ’80) per spiegare come la mente preferisca pensare e risolvere i problemi nel modo più semplice e meno faticoso possibile. Quando subentra una novità, la mente può interpretarla come un fattore di stress e rispondere scegliendo di rimanere immobile dov’è. La minaccia psicologica che spesso accompagna il Timore del cambiamento o dell’ignoto può, dunque, portarci all’autosabotaggio; generalmente si tratta di non fare nulla di diverso anziché di fare attivamente qualcosa che manda all’aria i propri progressi verso un obiettivo.

Credere nelle proprie capacità di esercitare controllo sul proprio ambiente e di realizzare i risultati desiderati è essenziale per stare bene. Anche il bisogno di controllo, infine, può favorire l’autosabotaggio perché impedisce di cogliere opportunità nuove nelle quali magari non si avrebbe molto controllo, ma che potrebbero portare a risultati meravigliosi.

Prendendo spunto dai principi della Psicoterapia Cognitiva Comportamentale, il libro propone esercizi, questionari e strumenti per cambiare il proprio modo di percepire se stessi, proponendo un percorso in sei passi:

  • identificare i dispositivi di attivazione dell’autosabotaggio;
  • disattivare i dispositivi e regolare il termostato;
  • gli ABC per uscire dalle vecchie abitudini;
  • sostituire, non ripetere;
  • un valore al giorno toglie l’autosabotaggio di torno;
  • fare un piano per cambiare.

L’autrice ha ideato questo programma per riaddestrare la mente, abbandonando i vecchi schemi e adottandone di nuovi. Ogni step si basa sul precedente e prevede sia esercizi progressivi che tecniche di comprovata efficacia che il lettore può usare per identificare i comportamenti autosabotanti ed i pensieri controproducenti, ed agire nell’immediato, compiendo una crescita personale a lungo termine.

 

Il ruolo dello Psicologo nelle Cure Palliative: identificazione e gestione degli aspetti emotivi e relazionali e miglioramento del benessere psicologico nel fine vita

L’equipe di cure palliative  cerca di supportare il paziente affinchè possa rispondere alle sue domande, attivare un sostegno e un supporto volto a stimolare il processo di accettazione. 

Anselmini Julianita e Paolini Valentina – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Tu sei molto importante perché sei tu e sei importante fino alla fine (Cicely Saunders)

Cosa sono le cure palliative?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce le Cure Palliative come “il prendersi cura attivo e globale del paziente la cui malattia non risponde più alle cure specifiche. E’ fondamentale il controllo del dolore e degli altri sintomi unitamente all’attenzione ai problemi psicologici, sociali e spirituali. L’obiettivo delle cure palliative è quello di ottenere la migliore qualità della vita per il paziente e per i suoi familiari. Molti aspetti delle cure palliative sono applicabili precocemente, insieme alle terapie specifiche. (Esse) affermano la vita e vedono il morire come un processo naturale, [..] da non anticipare né da posporre. (Tali cure) offrono un sistema di supporto che aiuta il paziente a vivere il più attivamente possibile fino alla morte ed offrono un aiuto alla famiglia per adeguarsi alla malattia del paziente e per elaborare il lutto”.

Queste definizione, implica la preservazione della migliore qualità di vita possibile, rispettando e sostenendo la persona nell’ultimo periodo della sua esistenza.

Con il termine “cure palliative” ci riferiamo non solo alle malattie oncologiche, ma anche ad altre patologie croniche come, ad esempio, scompenso cardiaco, insufficienza respiratoria, malattie neurologiche (come ad esempio il decorso della SLA), demenza ed altre.

Dai dati Istat, emerge che la richiesta di supporto di tipo palliativo, nel fine vita, viene richiesto per il 40% per patologie oncologiche e, per il 60%, per patologie non oncologiche (Rapporto annuale Istat, 2018).

La definizione dell’OMS prevede un percorso di cura poliedrico e molto impegnativo che prende in considerazione i diversi bisogni del malato terminale, a cui, alle cure di tipo cliniche, vengono affiancate quelle inerenti alla dimensione psicologica e a quella spirituale.

Lo scopo di queste cure è quello di alleviare un dolore globale, che dal punto di vista medico, riguarda il sollievo dal dolore del corpo, che però è legato anche alla sofferenza psicologica che determina risposte emotive, adattive e comportamentali.

Emozioni e disturbi dell’umore nel fine vita

Le emozioni caratterizzano la specie umana e si manifestano in tutte le attività che mettiamo in atto ogni giorno. Esse influenzano i nostri processi cognitivi superiori, come ad esempio, la percezione, il processo di pensiero, il processo decisionale, il linguaggio, le credenze, la motivazione, l’apprendimento, la memoria e i comportamenti.

Le persone che stanno affrontando delle malattie inguaribili, possono sperimentare diversi sintomi, emozioni e sentimenti durante il loro percorso di malattia che possono contribuire alla loro sofferenza. Queste emozioni possono dipendere da una varietà di fattori differenti e da una intensità variabile nel corso del tempo e tra un paziente e l’altro.

Le emozioni negative più ricorrenti nei pazienti in cure palliative sono: il senso di solitudine, l’ansia, la rabbia, la paura, il senso di colpa, la disperazione e la tristezza. Queste emozioni, parallelamente, sono vissute anche dai familiari/caregivers.

Molte di queste reazioni emotive, come ad esempio ansia, tristezza e preoccupazione, sono reazioni “normali” durante il decorso della malattia. Nella maggior parte dei casi, il decorso della patologia può essere cronico e doloroso e il paziente può aver esaurito le risorse per affrontare adeguatamente il suo problema. In queste condizioni possono presentarsi ansia e depressione in concomitanza dell’aumentare dei sintomi.

L’équipe di cure palliative in tal senso cerca di supportare il paziente affinché possa rispondere alle sue domande, attivare un sostegno e un supporto volto a stimolare il processo di accettazione, componente necessaria per poter affrontare questa fase della vita e cercando di migliorare il benessere psicofisiologico della persona. In questo contesto il sollievo dalla sofferenza e la riduzione del disagio emotivo possono essere raggiunti attraverso due importanti passaggi: il primo step necessario consiste nel cercare di identificare i bisogni del paziente e dei suoi familiari, cercando di identificare le emozioni negative e tenerle in considerazione prima di intraprendere un supporto terapeutico.

Le cinque fasi del dolore nel modello Kubler-Ross

Il modello a cinque fasi del dolore introdotto da Elisabeth Kubler-Ross (Medico Psichiatra e docente di medicina comportamentale Svizzera) si è rivelato uno strumento importante che consente di identificare e capire le dinamiche psicologiche più frequenti che vive la persona a cui è stata diagnosticata una grave malattia.

Viene definito come un modello a fasi, e non a stadi, in quanto possono ripresentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità e senza un ordine preciso, dato che sono caratterizzate da stati emotivi.

La prima fase viene definita di “negazione o rifiuto” ed è caratterizzata dal fatto che il paziente rifiuta la sua diagnosi e ritiene impossibile di poter avere quella malattia. La seconda fase “della rabbia” si manifesta dopo la negazione, e i pazienti iniziano a manifestare emozioni intense come rabbia e paura. Questa è una fase che investe emotivamente sia i familiari che il personale sanitario. Rappresenta un passaggio molto delicato e un momento critico dove, da una parte emerge una richiesta di aiuto, e dall’altra può verificarsi il rifiuto, la chiusura e il ritiro della persona. Nella terza fase “del patteggiamento”, l’individuo, in base a ciò che è in grado di fare, inizia ad identificare i progetti in cui può investire la sua speranza e intraprende quindi una specie di negoziazione, in base ai suoi valori personali, che può essere instaurata sia con i suoi familiari che con degli operatori spirituali. In questo passaggio, il paziente cerca di riprendere in mano la sua vita dedicandosi a ciò che può ancora fare. La quarta fase “della depressione” è quella in cui la persona inizia ad entrare in contatto con la sua sofferenza, diviene consapevole della sua malattia, ed aumenta con il progredire della stessa. La quinta fase viene definita “dell’accettazione” e si manifesta quando il paziente diviene consapevole di ciò che sta accadendo e arriva ad un’accettazione della sua condizione. Possono essere presenti livelli di rabbia e depressione, solitamente di intensità moderata. Questo rappresenta il momento in cui la persona ricerca la vicinanza e il dialogo con i suoi familiari. Questa fase, non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia, in cui nei pazienti può riemergere la negazione, la ribellione o la depressione.

L’équipe nelle Cure Palliative

La Legge n.38/1 Art. 2 del 15 marzo 2010, definisce le Cure Palliative come “l’insieme degli interventi diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici”.

Le cure palliative, comprendono quindi, un insieme di cure, non solo di tipo farmacologico, ma anche di sostegno psicologico che sono rivolte sia al paziente in fase terminale che ai suoi caregivers.

L’équipe è formata da un team multidisciplinare, composto da medici, anestetisti, psicologi, infermieri, fisioterapisti, operatori socio-sanitari, operatori spirituali e volontari, che lavorano in sinergia, occupandosi sia dei pazienti che dei familiari. Esistono diverse tipologie di setting assistenziali di intervento, dove il paziente può scegliere se ricevere un’assistenza domiciliare integrata (ADI), a casa, oppure di avvalersi di una struttura dedicata come l’hospice.

Il lavoro dello Psicologo nelle Cure Palliative e nel fine vita

L’intervento psicologico e sociale nel fine vita si rivela di estrema importanza nell’ottica di un contesto di lavoro multidisciplinare. Il ruolo dello psicologo, in questo caso, è quello di impostare un progetto di cura centrato sul paziente e sui suoi bisogni, in quanto si rende necessaria la personalizzazione della cura, che va adattata in base alla malattia, alle risorse e alle esigenze della persona. Il suo lavoro è rivolto all’esplorazione della sua storia di vita e familiare, con l’obiettivo di individuare i significati e i valori che orientano le sue scelte attraverso il modo in cui vede il morire, e ciò che sta lasciando. In questa ottica, risulta molto importante il riuscire ad instaurare una buona alleanza terapeutica per cercare di avvicinarsi sia al paziente sia ai familiari/caregivers.

Lo psicologo, quindi, può operare su tre diversi fronti: da un lato, il suo lavoro è rivolto verso il paziente per ciò che riguarda l’accettazione della malattia e del processo del fine vita, verso i familiari, per ciò che riguarda l’accettazione della malattia del proprio caro e per affrontare, successivamente l’elaborazione del lutto, e con gli operatori sanitari, esposti quotidianamente alla sofferenza che investe il loro lavoro, per ciò che riguarda la prevenzione del burnout.

La terapia cognitivo-comportamentale nel trattamento della depressione e dell’ansia nei pazienti durante le cure palliative: una meta-analisi

Diversi studi si sono occupati della correlazione, nei pazienti in fase terminale, tra vissuti emotivi e benessere psicologico. Tra le diverse emozioni che si presentano nel fine vita, emergono depressione ed ansia.

I disturbi d’ansia sono associati alla malattia terminale e si manifestano, solitamente, in concomitanza con il progredire della sintomatologia, soprattutto sull’aspetto del dolore cronico, e per ciò che riguarda la fase di passaggio dagli interventi terapeutici volti alla remissione della malattia a quelli “palliativi” che riguardano l’assenza di prospettive future, oltre che la paura stessa della morte.

L’aspetto depressivo, solitamente, si verifica nella fase avanzata della malattia e alcuni fattori, che possono causarne l’insorgenza, sono riconducibili ai fattori organici, le alterazioni collegate ai farmaci e il dolore non adeguatamente controllato.

Una ricerca del 2016, si è occupata della valutazione del ruolo della metacognizione come fattore predittivo nello sviluppo del disagio emotivo nei pazienti oncologici (M. Catena Quattropiani et all, 2016). Tale indagine, prende in considerazione l’assunto che i pazienti oncologici, durante la chemioterapia, frequentemente hanno a che fare con molteplici effetti collaterali e di disagio psicologico.

Questa analisi evidenzia che le credenze metacognitive e disfunzionali sono alla base dello sviluppo e del mantenimento dei disturbi emotivi. I risultati hanno evidenziato che la metacognizione ha una forte correlazione con l’ansia e con la depressione di questi pazienti sottoposti a chemioterapia.

Uno studio recente del 2018, ha preso in considerazione l’effetto della psicoterapia cognitivo-comportamentale sulla depressione e sull’ansia, in un campione di soggetti adulti con gravi patologie, afferenti alle cure palliative.

Questa meta-analisi ha incluso 32 studi randomizzati controllati con 36 campioni composti da 1536 partecipanti sottoposti ad un percorso di psicoterapia. Il risultato di questa ricerca suggerisce che la psicoterapia, in questi pazienti, ha ridotto i sintomi della depressione (grande effetto) e dell’ansia (piccolo effetto), migliorandone la qualità della vita (piccolo effetto).

La terapia cognitivo-comportamentale e gli approcci di terza generazione (come ad esempio, l’Acceptance and Commitment Therapy e la Mindfulness) hanno mostrato degli effetti significativi nella riduzione della depressione e dell’ansia in questi pazienti. Questa indagine ha evidenziato che le sessioni di trattamento più numerose hanno prodotto un effetto maggiore, mentre gli incontri con cadenza prolungata hanno prodotto un effetto minore. Anche per ciò ci riguarda l’età dei partecipanti si sono riscontrate delle differenze significative: con l’aumentare dell’età del campione, la dimensione dell’efficacia è diminuita.

Risultati ottenuti anche in altre ricerche, sembrano confermare come la terapia cognitivo comportamentale si sia rilevata una valida modalità di intervento per ciò che riguarda i vissuti di ansia e di depressione nei pazienti in cure palliative. Uno studio del 2008 (T. Anderson, et al), sottolinea come l’uso di tecniche cognitivo-comportamentali era accettabile per una parte di pazienti, che vanno comunque scelti con cura. Alcune difficoltà nel trattamento possono verificarsi in pazienti con uno stato di confusione, in quelli con difficoltà di comunicazione e in quelli con scarsa energia, concentrazione e memoria.

Questi indicatori, suggeriscono quindi, che la psicoterapia cognitivo-comportamentale in persone con malattie gravi, nel contesto delle cure palliative, può essere utile nel ridurre i sintomi della depressione e dell’ansia, migliorando la qualità della vita di questi pazienti. Sono comunque necessarie delle ricerche future, per poter approfondire questi aspetti prendendo in considerazione un campione più ampio della popolazione.

Quando non c’è più nulla da fare, c’è ancora molto da fare

 

Cognitive Ergonomics: where psychology meets innovation – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

La prima sessione extra dell’European Conference on Digital Psychology (ECDP) ha visto come protagonista l’ergonomia cognitiva, le sue applicazioni e il ruolo dello psicologo in questo ambito.

 

La programmazione dell’ECDP includeva alcune sessioni extra, pensate per essere trasversali ai temi della psicologia digitale. La prima è stata tenuta dalla Dott.ssa Antonella Frisiello (Imm. 1), studiosa degli aspetti psicologici e sociali che influenzano l’utilizzo e l’interazione dell’uomo con le nuove tecnologie.

La docente ha trattato il tema dell’ergonomia cognitiva, una particolare disciplina in cui psicologia e innovazione si incontrano. In particolare, la relatrice ha presentato l’ambito di studio, ricerca e lavoro dell’ergonomia dell’Human Factor, area di interazione della psicologia con il design e l’innovazione, e l’Human Centred Design, ossia la metodologia di riferimento di questa disciplina.

Le nostre vite sono pervase da strumenti tecnologici proattivi in grado di anticipare i nostri bisogni. Le tecnologie, infatti, sono nate per migliorare le nostre abilità e rispondere alle nostre necessità. Facendo ciò, cambiano il modo in cui, per esempio, ricordiamo e costruiamo ricordi, esprimiamo la nostra identità, agiamo nell’ambito sociale, comprendiamo noi stessi e il mondo che ci circonda (sentiment analysis), comunichiamo e svolgiamo il nostro lavoro.

Ergonomia cognitiva la psicologia incontra l'innovazione Report ECDP

Imm. 1 Dott.ssa Antonella Frisiello

Le tecnologie fanno parte dell’ambiente, ma è riduttivo concepirle solo come degli strumenti, perché cambiano sostanzialmente il nostro modo di fare le cose; possiamo quindi considerarle un elemento che crea un sistema con l’ambiente e l’uomo. L’ergonomia si occupa della relazione, e della sua regolazione, tra uomo, ambiente e tecnologia come elementi di un sistema; usa un approccio inter e intra disciplinare per arrivare a progettare soluzioni che adattino condizioni ambientali, tecnologiche, organizzative, alle caratteristiche dell’uomo. Non agisce direttamente sull’uomo, ma sul suo contesto.

Le diverse discipline a cui afferisce l’ergonomia danno vita a varie aree di specializzazioni (politecnica, psicosociale e ambientale); ciascuna si occupa di aspetti diversi, ma tutte si basano su una prospettiva antropocentrica: l’uomo è il core dell’ergonomia. La pietra miliare della storia dell’ergonomia è il testo User Centered System Design (Norman & Draper, 1986) in cui gli autori rileggono in chiave psicologica l’interazione uomo-macchina, ponendo al centro l’uomo, ma, allo stesso tempo, promuovendo un approccio sistematico molto attento al contesto e proponendo una metodologia operativa.

Il percorso disegnato, perciò, si muove partendo dallo studio dell’uomo per poi trasformare quanto sappiamo in esperienze interattive, digitali, di servizio. Questo metodo è stato formalizzato e si è molto diffuso, tanto che ne parlano riviste dell’Harvard Business Review e che Google ha fondato la sua guida all’intelligenza artificiale sull’Human Centred Design. Anche l’Unione Europea ha assunto come principio di riferimento l’approccio Human Centred nell’innovazione, dall’intelligenza artificiale alla digital societies.

La relatrice, infine, mostra alcune esperienze personali per dare evidenza delle attività che uno psicologo ergonomo porta avanti nell’ambito di progetti di innovazione tecnologica. I progetti descritti sono stati tutti finanziati dalla Comunità Europea.

Un esempio nell’ambito salute è un grosso progetto che si focalizza sulla fragilità degli anziani e sulla domiciliarità: per mezzo di un’interfaccia robotica sociale si è fornita assistenza domiciliare a malati di broncopatia ostruttiva cronica. La sfida è stata quella di capire come ottimizzare l’interazione e quali servizi mediare attraverso questo strumento. È stato necessario sia eseguire un’analisi del contesto e dei requisiti degli utenti, sia progettare la valutazione della soluzione robotica implementata.

 

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