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Ritiro Sociale e Solitudine

Il ritiro sociale patologico (PSW) è caratterizzato da una mancanza di interesse nelle relazioni sociali e da comportamenti evitanti estremi, tra cui trascorrere la maggior parte del tempo a casa. Può essere condizione psichiatrica o un tratto di personalità (Kato et al., 2012).

 

Alcuni studi hanno misurato la solitudine come fonte di distress negli individui con PSW (Teo et al., 2015). Tuttavia, non hanno confrontato la solitudine dei partecipanti con la comunità di riferimento, né valutato se la solitudine è legata al ritiro solo con i coetanei o altri gruppi sociali. La solitudine è concettualizzata come uno stato avverso ma adattivo, che emerge quando c’è una discrepanza tra le relazioni sociali desiderate e quelle percepite dagli individui (Adams, Openshaw, Bennion, Mills, & Noble, 1988). Essa agisce per segnalare una minaccia e funge da motivazione per alcune tipologie di comportamento sociale volte ad affrontare l’isolamento stesso (Cacioppo & Hawkley, 2009). La solitudine può seguire un ritiro sociale persistente (Cacioppo et al., 2015), ma anche precederlo (Hawkley & Cacioppo, 2010). Pertanto, la solitudine non è la stessa cosa dell’isolamento sociale: alcune persone possono essere sole ma non sentirsi sole, mentre altre possono essere circondate da contatti sociali, ma si sentono sole. Per quanto riguarda la PSW, alcuni ricercatori hanno sostenuto che la PSW sia una scelta di vita, quindi, ritirarsi non sarebbe necessariamente associato alla solitudine. Altri risultati suggeriscono che gli individui con PSW sono più motivati a interagire con gli altri (anche se in interazioni non faccia a faccia), ma non è chiaro se questo emerga dal sentirsi soli (Qualter et al., 2015). Il presente studio ha indagato la solitudine negli individui con PSW, ponendosi tre domande di ricerca:

  • Se ci fosse una minore vicinanza percepita nei soggetti con ritiro sociale patologico da altri gruppi sociali, rispetto ai soggetti non PSW.
  • Se ci fossero livelli di solitudine più elevati negli individui che soffrono di PSW rispetto a quelli che ne sono privi, esplorando, inoltre, se, tra quelli con PSW, la durata del ritiro e la vicinanza percepita con gli amici correlino con la solitudine.
  • Se ci fosse una correlazione tra solitudine e disturbi psichiatrici.

I partecipanti erano 343 individui di età compresa tra i 18 e i 45 anni, che hanno preso parte a un sondaggio online per valutare la frequenza della PSW a Taiwan (Wu, Catmur, Wong, & Lau, 2019).

Per valutare il ritiro sociale patologico, ai partecipanti è stato chiesto se avessero mai sperimentato i seguenti comportamenti (Koyama et al., 2010; Wong et al., 2015): “Passi la maggior parte del tuo tempo a casa?”  “Ti rifiuti di interagire con gli altri?” “Eviti di mantenere relazioni sociali?”. Le opzioni di risposta erano “sì” o “no”. In caso di risposta affermativa, hanno riferito quando il comportamento è iniziato e finito. Una versione modificata della overlap scale (Schubert & Otten, 2002) ha misurato la connessione sociale percepita con gli altri, indicando eventualmente i diversi partner sociali che potevano appartenere a diversi gruppi (famiglia/amici/estranei). In seguito, ai partecipanti è stato chiesto di scegliere un grafico tra 7 che mostravano due cerchi su una linea: i grafici differivano in base alla distanza tra i due cerchi, simbolo della distanza/vicinanza percepita tra il soggetto e ciascun partner. I grafici sono stati poi quantificati con numeri più grandi che rappresentavano la distanza percepita. L’UCLA loneliness scale (Russell, 1996) è un questionario composto da 10 item volti a misurare la percezione dei partecipanti di essere socialmente isolanti. Infine, il General Health Questionnaire 12-items (GHQ12; Chong & Wilkinson, 1989) ha permesso di valutare la presenza o meno di sintomi connessi ai disturbi psichiatrici.

I risultati hanno evidenziato che il 18.5% dei partecipanti era affetto da disturbi psichiatrici; la media della durata del ritiro sociale era dai 25 ai 33 mesi. Gli individui con PSW hanno riportato una minore vicinanza percepita con gli amici (ma non con la famiglia e gli estranei), e una maggiore solitudine rispetto a quelli senza PSW. La misura in cui si sono sentiti isolati dagli amici, insieme alla durata del ritiro, era associata con la solitudine. La solitudine e i disturbi psichiatrici erano positivamente correlati. Anche se gli individui con PSW evitano le interazioni sociali e le relazioni, il distacco con gli altri, soprattutto con i coetanei, si associa alla solitudine. Questi risultati sono tutti coerenti con le teorie psicologiche della solitudine (Cacioppo et al., 2015; Parkhurst & Hopmeyer, 1999). La solitudine può seguire il ritiro sociale, ma anche essere il fattore precipitante del ritiro sociale iniziale. Ipotizzata come uno stato adattivo per segnalare la minaccia di isolamento sociale, la solitudine può facilitare le opportunità di pianificazione di nuove strategie sociali volte alla riconnessione all’interno dei gruppi. Tuttavia, nel caso di insuccesso di tali sforzi, il ritiro sociale può protrarsi nel tempo, a sua volta alimentando la solitudine persistente. Rompere questo circolo vizioso facilitando le opportunità di riconnessione all’interno dei gruppi sociali (di amicizia) nelle prime fasi del ritiro sociale può essere estremamente utile. E’ emerso, inoltre, che le persone con comportamenti di ritiro borderline rispetto ai cutoff riportano livelli intermedi di solitudine: ciò è coerente con studi precedenti che hanno individuato che la solitudine è un fattore di rischio correlato ed anche longitudinale per molte malattie mentali (Cacioppo, Hughes, Waite, Hawkley, & Thisted, 2006).

 

Ansia: conoscerla, riconoscerla e poterla gestire – Video del Webinar organizzato da Scuola Cognitiva L’Aquila

L’ansia è un’emozione che fa parte dell’esperienza umana. A volte viene percepita come spiacevole e negativa, ma è davvero così?

 

In molte situazioni l’ansia si può rivelare come un’emozione utile per il raggiungimento di un nostro obiettivo. In questi casi si parla di ansia fisiologica o sana.

Cosa può succedere se l’ansia aumenta di intensità superando una certa soglia? In questi casi si parla di ansia patologica che può sfociare nei cosiddetti “disturbi d’ansia”.

Lo scopo di questo webinar è stato quello di illustrare l’emozione dell’ansia, i principali disturbi e i meccanismi di mantenimento ad essa collegati, come si manifestano, come identificarne i segnali e i trattamenti più indicati per poterla gestire.

Si è trattato di un evento divulgativo rivolto alla popolazione ed è stato condotto dalla dott.ssa Julianita Anselmini. Pubblichiamo per i nostri lettori il video dell’evento.

 

ANSIA: CONOSCERLA, RICONOSCERLA E POTERLA GESTIRE

Guarda il video integrale del webinar

 

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Videoterapia: il passaggio alla terapia online nel periodo del Covid-19 – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

L’intervento della dott.ssa Staccini al Primo Convegno Europeo di Psicologia Digitale (ECDP) ha descritto i risultati della ricerca sulla videoterapia condotta durante il primo lockdown.

 

Nella prima giornata dell’European Conference on Digital Psychology 2021 è stato affrontato il tema molto attuale in questo momento della videoterapia. Infatti molti dei percorsi di psicoterapia già in atto oppure iniziati nel periodo da marzo a maggio 2020, periodo in cui è stato introdotto il lockdown per contenere la diffusione dei casi di Covid-19, sono stati svolti attraverso la modalità di videoterapia. Con il termine videoterapia si indicano le sedute di psicoterapia effettuate a distanza, con connessione audio video tra paziente e terapeuta. Se prima del Covid-19 questa modalità era utilizzata in maniera minoritaria, con la diffusione del virus è diventata sempre più comune e pazienti e terapeuti si sono dovuti rapidamente adattare.

Dai dati presenti in letteratura erano già noti gli effetti positivi e l’efficacia di questa forma di terapia in particolare su disturbi d’ansia e depressione, ma pochi studi hanno fino ad ora indagato gli aspetti connessi al grado di soddisfazione della videoterapia.

L’interessante studio presentato dalla dott.ssa Staccini all’ECDP ha coinvolto un campione di pazienti adulti in cura presso il Centro Medico Santagostino con diverse problematiche psicologiche, per verificare le variabili legate alla soddisfazione rispetto alla videoterapia. Sono stati presi in considerazione la familiarità e lo scetticismo rispetto alla videoterapia, l’aver avuto problemi tecnici, le difficoltà riguardo al setting e le variabili correlate alla relazione con il terapeuta.

La maggior parte dei pazienti non aveva mai fatto esperienza di videoterapia prima di quel momento, ma in gran parte avevano familiarità con l’utilizzo della tecnologia e le videoconferenze; circa un terzo inoltre era scettico sull’utilizzo della videoterapia.

Dal momento che questa modalità di terapia prevede la distanza fisica tra terapeuta e paziente e non si svolge in studio, uno degli aspetti che è stato indagato è quello del setting, cioè il posto fisico in cui si trovavano i pazienti durante le sedute: una buona percentuale dei pazienti non ha avuto difficoltà ad individuare un posto per la propria seduta, anche se sembra emergere comunque la tendenza a preferire la terapia faccia a faccia.

Altro aspetto fondamentale da tenere in considerazione era quello strettamente tecnico, motivo per cui è stato richiesto di segnalare problemi tecnici e difficoltà nell’utilizzo di device o software, che sono però stati molto ridotti.

Per quanto riguarda la relazione con il terapeuta, un’alta percentuale dei partecipanti si è sentita supportata e connessa con il terapeuta nonostante la distanza fisica, non percependo grossi cambiamenti rispetto alla comunicazione con il terapeuta in presenza. Inoltre è stato rilevato come, dopo aver accettato di sottoporsi alla videoterapia, lo scetticismo nei confronti della stessa sia diminuito.

Non sembrano invece aver avuto un impatto significativo sul grado di soddisfazione l’età, l’aver avuto precedenti esperienze di videoterapia, il livello di scetticismo rispetto a questa modalità di terapia, l’efficacia percepita, l’orientamento della terapia e la durata.

Per concludere quindi questo studio ha fornito un rilevante contributo in un settore che non era mai stato centrale come in questo periodo. Si sottolinea l’importanza di assicurarsi, prima dell’inizio di una videoterapia, che il paziente possa trovare un luogo in cui si senta a proprio agio (setting) e che abbia le conoscenze minime necessarie per utilizzare la tecnologia; è risultato inoltre fondamentale per la soddisfazione la percezione di vicinanza a livello emotivo con il terapeuta nonostante la necessaria lontananza fisica. Infine, l’iniziale scetticismo ed i dubbi rispetto alla videoterapia non sembrano interferire con la soddisfazione del paziente rispetto all’intervento ed anzi il suo atteggiamento e la sua opinione a riguardo si modificano nel momento in cui gli si offre la possibilità di sperimentare questo tipo di psicoterapia.

 

Rendere umano lo psicoterapeuta: l’abbandono di idee onnipotenti e l’auto-somministrazione di questionari

Il presente articolo nasce dalla presa di consapevolezza delle necessità di mettersi continuamente in discussione e in gioco all’interno di un percorso psicoterapeutico, indipendentemente che tu sia paziente o sia il terapeuta. 

 

Inoltre, nella letteratura scientifica, è ben evidenziata l’importanza di non peccare di presunzione ritenendosi a conoscenza di tutto ciò che accade all’interno del percorso psicologico. Per tale ragione, di seguito sono riportati alcuni assunti teorici relativi al transfert e al controtransfert e la descrizione di un importante questionario self-report rivolto al clinico, finalizzato ad avere una maggiore consapevolezza delle dinamiche che si svolgono all’interno della relazione terapeutica.

Transfert e controtransfert: cenni teorici

Il transfert è un concetto psicodinamico fondamentale, che nel corso degli anni ha assunto molteplici sfumature. Secondo la tradizione classica, tale concetto riflette l’attribuzione – da parte del paziente – al terapeuta di caratteristiche proprie di una figura del passato e l’associazione dei sentimenti conseguentemente associati. Successivamente, i kleiniani e i teorici delle relazioni oggettuali hanno esteso la nozione di transfert attraverso il concetto di identificazione proiettiva, ossia ponendo attenzione al processo mediante cui il paziente proietta inconsciamente sul terapeuta una rappresentazione di se stesso o delle figure di attaccamento, esercitando una pressione interpersonale che porta il terapeuta ad assumere caratteristiche simili a quelle della rappresentazione proiettata. La psicologia del Sé, invece, ha ampliato la comprensione del transfert enfatizzando il fatto che i transfer da oggetto- Sé si realizza attraverso la ricerca di approvazione ed empatia. Il modello costruttivista ha posto l’attenzione su come i comportamenti del terapeuta contribuiscono inevitabilmente a generare la percezione che il paziente ha di lui e, in linea con tale prospettiva, tutte le più attuali concezioni concordano nell’affermare che le emozioni dei pazienti vissuti all’interno della relazione terapeutica è sempre una miscela di caratteristiche reali del terapeuta e aspetti di figure del passato, ossia esso è dato da una combinazione di vecchie e nuove relazioni (Gabbard, G. O. 2005).

Il controtransfert rappresenta l’altra metà della mela: fa riferimento alle reazioni emotive provate dal terapeuta. Più precisamente, quest’altro concetto cardine evidenzia come il paziente e il terapeuta hanno due soggettività distinte che interagiscono in maniera significativa nel corso della terapia e, analogamente al paziente, il terapeuta prova – elicitato dalla persona che ha di fronte – una variegata costellazione di reazioni emotive.

Tale visione moderna del controtransfert ha messo in luce come le reazioni emotive del terapeuta non rappresentano un ostacolo che impedisce di fornire aiuto al paziente, bensì ha evidenziato come tali vissuti forniscono preziose informazioni. Infatti, oggi, il controtransfert è ritenuto anche un strumento diagnostico e terapeutico fondamentale che dice al terapeuta molte cose sul mondo interno del paziente.

La maggior parte delle prospettive teoriche attuali considera il controtransfert come un processo che si crea nel terapeuta a partire da elementi diversi, ad esempio dalle relazioni passate del terapeuta e dai sentimenti indotti dai comportamenti del paziente (Gabbard, G. O. 2005).

Il controtransfert quindi costituisce una componente costante e imprescindibile della terapia, così come di ogni altra relazione in cui due o più soggettività distinte entrano in gioco (McWilliams, N, Caretti V., e al, 1999).

Alla luce di quanto esposto, si evidenzia la necessità – nel favorire l’efficacia del trattamento – che il terapeuta abbia acquisito un’elevata consapevolezza del proprio mondo interiore, anche perché il controtransfert è un’importante fonte informativa circa l’alleanza terapeutica.

Tuttavia, pensare di poter essere sempre pienamente coscienti di tutto che si prova – oltre a riflettere idee onnipotenti – risulta inverosimile. Per tale ragione, è importante l’utilizzo di self-report da parte del clinico nella pratica clinica.

Assessment delle dinamiche interpersonali: il Countertransference Questionnaire

Il Countertransference Questionnaire (Therapist Response) è un questionario clinician-report a 79 items, costruito per effettuare l’assessment del controtransfert in atto nella seduta: il terapeuta è chiamato ad attribuire un punteggio da 1 (per niente d’accordo) a 5 (assolutamente d’accordo) a ciascun item del report. Più precisamente, il questionario misura un ampio ventaglio di emozioni, pensieri e comportamenti dello psicoterapeuta nei riguardi del proprio paziente e può essere compilato indipendentemente dall’approccio teorico di riferimento.

Il Countertransference Questionnaire è costituito da 8 scale, le quali riflettono le seguenti tipologie di controtrasfert:

  1. impotente/inadeguato, determinato da sentimenti di inadeguatezza, incompetenza, mancanza di speranza, ansia;
  2. positivo, elicitato dall’esperienza di una positiva alleanza di lavoro e connessione/vicinanza al paziente;
  3. disorganizzato/sopraffatto, che riflette il desiderio di distanziamento dal paziente e potenti sentimenti negativi;
  4. speciale/ipercoinvolto, che riflette la sensazione che il paziente sia speciale rispetto agli altri e problemi nel mantenere i confini;
  5. erotizzato, il quale è determinato da sensazioni erotiche nei riguardi del paziente;
  6. disimpegnato, caratterizzato da senso di distrazione, distanza, fastidio, noia nelle sedute;
  7. genitoriale/iperprotettivo, elicitato dal desiderio di protezione, sostegno parentale, al di sopra e al di là dei comuni sentimenti nei riguardi dei pazienti;
  8. criticato/maltrattato, che riflette la sensazione di non essere apprezzato, di essere respinto o svalutato dal paziente.

Il terapeuta, prima e dopo la compilazione del questionario, è chiamato a riflettere sulle proprie reazioni emotive affinché queste possano favorire l’efficacia della psicoterapia, non rappresentando così un ostacolo al cambiamento del paziente.

 

I processi di costruzione identitaria nell’integrazione culturale

I giovani immigrati stranieri sono chiamati ad affrontare un duplice impegno: la ricerca della propria identità, cioè di un insieme organizzato di conoscenze, sentimenti, ricordi e rappresentazioni che si riferiscono all’individuo, e di un sentimento di continuità di sé nello spazio e nel tempo.

 

La presenza di minori e adulti di origine etnico-culturale differente nel territorio nazionale rappresenta un’affascinante sfida per la convivenza civile e i processi di trasformazione socio-culturale.

Parole come integrazione o coesione sociale non sono da ritenere nuove, bensì rappresentano parole chiave funzionali a comprendere le basi sociali di molte comunità.

Si tratta di processi che in contesti multiculturali, quali quelli delle attuali società, coinvolgono non solo dinamiche di ambientamento ma assumono un ruolo di primo piano nella definizione identitaria di soggetti immigrati adolescenti e adulti.

Il tema dell’identità è uno degli argomenti più trattati nella riflessione filosofica, sociologica e psicologica, nello specifico, in quella psico-sociale.

In particolare, in ambito filosofico, per esempio, Cartesio concepisce nel famoso Cogito ergo sum, ovvero nell’atto di ‘pensarsi’ come essere nel mondo, quindi essere ‘esistente’, l’essenza dell’identità dell’uomo: sensazioni, immagini, passioni e sentimenti riferiti a sé sono determinati dalla relazione con il mondo esterno. Secondo Aristotele, il processo identitario si può riscontrare nelle azioni pratiche che concernono l’attività politica e risiede nelle idee virtuose che risultano efficaci.

Più recentemente, il filosofo francese Jean Francois Lyotard afferma che la condizione postmoderna, caratterizzata dal veloce ed accentuato progresso in tutti i campi della scienza, provoca una crisi dei valori precedenti e, soprattutto, una crisi identitaria che comporta una frammentazione dell’identità.

La società postmoderna sarebbe caratterizzata dall’incertezza del domani, dal decentramento soggettivo, dall’egoismo individualistico cui fanno da sfondo paure che, molte volte, si riversano su possibili ‘capri espiatori’, catalizzatori delle proprie frustrazioni.

Il sociologo Zygmut Bauman, definisce ‘società liquida’ l’attuale società, di essa ne sottolinea i tratti incerti ed ambivalenti tipici di un periodo in cui vengono a mancare le abituali certezze e i valori che riguardano le istituzioni, la nazione, la famiglia ecc.

Una società caratterizzata dal bombardamento tecnologico e dalla rapidità del virtuale, offusca certamente l’introspezione funzionale alla definizione della propria identità e al riconoscimento delle proprie origini.

Da qualsiasi prospettiva venga analizzata, l’identità è, comunque, un costrutto che implica una distinzione tra sé ed il mondo esterno.

Facendo riferimento ai giovani immigrati stranieri, questi sarebbero, pertanto, chiamati ad affrontare un duplice impegno: la ricerca della propria identità, cioè di un insieme organizzato di conoscenze, sentimenti, ricordi e rappresentazioni che si riferiscono all’individuo, e di un sentimento di continuità di sé nello spazio e nel tempo.

Nel caso di tali giovani si fa riferimento a delle identità vestito o identità pelle, metafore che simbolizzano il fardello di identità sospese e, quindi, non ancora definite.

Al fine di comprendere in maniera più appropriata i delicati passaggi di cambiamento e di riorganizzazione identitaria che caratterizzano gli immigrati stranieri, e in particolare adolescenti, può essere utile richiamarci a Erikson. Egli concepisce la vita come una serie di stadi, ognuno dei quali è contrassegnato da un conflitto bipolare che deve essere risolto prima di passare allo stadio successivo. L’adolescenza è connotata dalla tensione tra identità e diffusione dell’identità, ovvero una confusione di ruoli determinata dal passare da una identificazione ad un’altra, finché il soggetto non sarà in grado di scegliere una prospettiva di sviluppo che, sebbene comporti delle rinunce, gli permetterà di incorporare un Io sicuro, grazie al quale potrà iniziare e completare compiti modellati da altri significativi, e un Io sensibile ai propri bisogni e talenti, che lo renderà capace di occupare un proprio spazio nel contesto sociale circostante. Al termine dell’adolescenza, quindi, l’identità ‘comprende tutte le identificazioni significative, ma anche le altera in modo da farne un complesso unico e possibilmente coerente’.

Superare la crisi ed impegnarsi in scelte precise conduce all’acquisizione di un’identità che, come sostiene W. Meeus, non va intesa come strutturata in modo definitivo, bensì passibile di cambiamento, quindi, dinamica. In tal senso, l’Autore preferisce sostituire il termine eriksoniano di crisi, che enfatizza il carattere strutturante dello sviluppo dell’identità, con quello di esplorazione, riferibile alla ricerca costante di un’identità appropriata.

Sempre secondo Erikson, il fallimento nel processo di acquisizione dell’identità può avere come risultato da un lato l’instaurarsi di un’identità negativa, caratterizzata dall’assunzione di modelli devianti, pericolosi o patologici; dall’altro quello della confusione dell’identità in cui prevale un senso di dispersione, incertezza circa i ruoli da assumere e di esclusione dal gruppo sociale.

Quest’ultima condizione potrebbe rappresentare una possibile opzione identitaria per i minori stranieri che non riescono a trovare un adeguato equilibrio tra la cultura di origine e quella italiana.

 

Il domatore del vento (2019) di Alberto Pellai – Recensione del libro

Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, nel libro Il domatore del vento racconta la storia di Jacopo, un bambino che, dopo una brutta esperienza, sviluppa una forte paura del vento, imparando ad addomesticarla solo grazie alla vicinanza del padre.

 

Questo piccolo libricino ha una doppia valenza: da una parte, attraverso un linguaggio semplice e diretto, aiuta il piccolo lettore a capire che anche lui come il protagonista può vincere le sue paure; dall’altra diventa per l’autore un espediente attraverso il quale spiegare agli adulti il modo per favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva nei bambini, che è un fondamento indispensabile per la formazione della loro identità ed autostima.

Nei bambini la paura si manifesta in maniera differente in base all’età ed in ciascun individuo, spesso il disagio non riesce ad essere espresso o elaborato nella mente del bambino e viene trasferito sul piano somatico per esternarlo: tutto ciò che impone un adattamento troppo repentino suscita spavento ed anche un banale imprevisto può far sorgere delle paure. Nel processo di scoperta, per imparare a gestire tutte queste novità senza esserne sopraffatto, è fondamentale il sostegno e la protezione dell’adulto.

Compito di quest’ultimo è quindi quello di favorire lo sviluppo della regolazione emotiva attraverso tre stadi:

  • validare lo stato emotivo (significazione);
  • attribuirgli un significato (alfabetizzazione emotiva);
  • permetterne l’autoregolazione nel bambino che la sperimenta.

Facilitata da un metodo simbolico-concreto che permette una più semplice identificazione per i piccoli, la regolazione emotiva implica la costruzione, insieme al bambino, di un contenitore emotivo in cui travasare tutte le emozioni ed ordinarle in modo che non si senta in balia di esse ma riesca a comprenderle nel loro significato per riportare calma.

L’evitamento è un problema centrale nella gestione dell’ansia; per vincere le proprie paure è necessario affrontarle ma questo non significa forzare il bambino in modo improvvisato.

Da parte dell’adulto è importante in questo percorso sfuggire a due comportamenti molto comuni: in primo luogo di fornire al bambino una protezione totale, la cui conseguenza è lo sviluppo di una passività di fronte alla paura che in questo modo viene alimentata; in secondo luogo la negazione dell’emozione esperita, poiché il bambino sentendosi incompreso percepisce di non potersi affidare al sostegno degli adulti in situazioni di difficoltà.

In sintesi, lo sviluppo della regolazione emotiva comporta, da parte di genitori ed insegnanti, una capacità di sintonizzazione con gli stati emotivi del bambino e, all’interno della relazione privilegiata che egli stabilisce con gli adulti, la possibilità di riconoscerli come validi e densi di significato, per poi poterli gestire e autoregolare. Ciò significa compiere uno spostamento da una situazione di passività al riconoscimento di ciò che provoca turbamento, addomesticando il senso di disagio che deriva da esso, elaborandolo ed incorporandolo in un nuovo equilibrio.

 

Mindfulness per fronteggiare lo stress nelle liti di coppia

Gli autori hanno scelto di studiare se adottare strategie derivate dalla mindfulness durante una lite di coppia potesse limitare l’aumento dei livelli di stress.

 

“L’amore è bello se non è litigarello!” Si, ma che fatica discutere con il proprio partner! Chi ha avuto una relazione sentimentale, o chi attualmente fa parte di una coppia, sa quanto può essere stressante avere una lite con la propria metà. Sebbene sia noto che le relazioni amorose possano conferire numerosi vantaggi, i conflitti che vi si possono creare potrebbero compromettere il benessere dei partner sia a livello soggettivo, sia in termini fisiologici (Cramer, 2002; Kiecolt-Glaser et al., 2005). In particolare, il conflitto che coinvolge comportamenti aggressivi o di ritiro ed alti livelli di negatività affettiva appare davvero dannoso (Robles e Kiecolt-Glaser, 2003).

Una soluzione per regolare lo stress che si verifica durante le liti amorose può essere trovata nella mindfulness, disciplina in cui si praticano consapevolezza ed attenzione centrata sul momento presente, caratterizzata da apertura non giudicante e curiosità. Diversi studi su un programma di miglioramento della relazione basato sulla consapevolezza hanno mostrato progressi nella soddisfazione della relazione e nel benessere soggettivo, che a loro volta appaiono correlati a miglioramenti nel modo in cui i partner affrontano il conflitto (Carson et al., 2004; Gambrel e Piercy, 2015a, 2015b). In particolare, questi studi hanno riscontrato un incremento nell’accettazione reciproca dei partner, nonché nella capacità di assunzione di prospettiva dell’altro e nella risoluzione generale dei conflitti. Sulla base di queste ricerche è possibile affermare che la pratica della consapevolezza è d’aiuto non solo nel mutamento dei comportamenti che i partner usano durante il conflitto, ma anche nel miglioramento delle abilità che consentono loro di comprendere e resistere alle azioni negative del partner con maggiore equanimità.

Proprio per questi motivi, Laurent e colleghi hanno svolto uno studio il cui obiettivo era indagare se adottando un atteggiamento di consapevolezza non giudicante del momento presente, attitudine propria della mindfulness, un partner potesse tamponare gli effetti dei comportamenti negativi della sua dolce metà sulle risposte allo stress durante un litigio amoroso (Laurent et al., 2016). Insomma, gli autori hanno scelto di studiare se adottare strategie mindful durante una lite di coppia potesse limitare l’aumento dei livelli di stress.

Nella sperimentazione, 88 coppie eterosessuali hanno fornito 5 campioni di saliva per il dosaggio del cortisolo, ormone correlato ai livelli di stress, prima, durante e dopo una sessione di laboratorio che consisteva in un’attività di discussione centrata sui conflitti. Inizialmente ciascuna coppia ha scelto un argomento di discussione irrisolto, e in seguito è stata istruita sulle strategie mindful da mettere in pratica durante la conversazione, quali: prestare attenzione consapevole a qualsiasi cosa si verificasse nel colloquio, assumere quanto più possibile la prospettiva del partner, concentrarsi sui propri pensieri e sentimenti legati al problema in questione. Infine, ciascuna coppia ha dato inizio alla conversazione, applicando le tecniche apprese (Laurent et al., 2016). I comportamenti di conflitto sono stati codificati da osservatori esterni utilizzando il System for Coding Interactions in Dyads, ovvero il Sistema per la Codifica delle Interazioni nelle Coppie, mentre i partner hanno valutato la loro consapevolezza durante l’attività compilando la Toronto Mindfulness Scale (Malik & Lindahl, 2004; Lau et al., 2006). Le interazioni testate hanno rivelato che i partecipanti con livelli più elevati di consapevolezza durante il conflitto hanno mostrato un recupero più rapido dei livelli standard di cortisolo o un’assenza di rallentamento nel ritorno al normale livello di tale ormone. Ciò sta a significare che i partner più mindful riuscivano a gestire meglio lo stress derivato dal conflitto, applicando la pratica della consapevolezza nel momento della coppia più difficile da fronteggiare.

Si è potuto osservare che la curiosità, componente attitudinale della consapevolezza, ha moderato gli effetti del coinvolgimento negativo del partner nel conflitto cioè, tentativi di controllo sull’altro, coercitività, negatività e tendenza alla collisione. In poche parole, il compagno più aperto e mindful era meno incline a controllare e ad opprimere l’altro durante la lite, aveva un atteggiamento più positivo, e tendeva a mantenere un clima pacifico durante la discussione.

Veniamo poi al decentramento, o defusione, che è una componente attenzionale della consapevolezza per cui ci si de-identifica dai propri pensieri. Secondo l’Acceptance and Commitment Therapy, psicoterapia che trae origine dalla mindfulness, si tratta di un processo nel quale le persone arrivano a sperimentare i pensieri “semplicemente come pensieri”, eventi passeggeri che non bisogna necessariamente controllare (Hayes et al., 2005). Per fare un esempio, nella frase “Io sono una persona iraconda” chi parla è fuso con il pensiero riferito a se stesso, si identifica con esso. Apprendendo le basi teoriche della mindfulness si impara quindi che è bene decentrarsi dalle proprie credenze negative. Ne consegue che la precedente affermazione si trasforma in “Sto avendo un pensiero secondo cui sono una persona iraconda”. Ebbene, nella sperimentazione del team di Laurent il decentramento ha moderato la tendenza di ritiro del partner (Laurent et al., 2016). Ciò significa che il partner decentrato dal suo pensiero negativo tendeva a coinvolgere l’altro nella conversazione, limitandone la tendenza al ritiro e al rifiuto. Questi risultati supportano l’idea che utilizzare la mindfulness durante un’interazione stressante per la coppia possa mitigare gli impatti fisiologici dei comportamenti negativi. Se chi sta leggendo ha intenzione di migliorare la qualità dei diverbi di coppia per limitarne lo stress correlato, alla luce degli studi di cui sopra potrebbe tener conto di approcciarsi al mondo della mindfulness, apprendendo nuove tecniche volte al benessere con curiosità ed apertura.

L’applicazione della MCT nel disturbo da uso di alcol – Il sesto episodio di The Journal Club

The Journal Club, la webserie organizzata da Studi Cognitivi per discutere e approfondire le novità dal panorama scientifico internazionale, ora in esclusiva per i lettori di State of Mind.

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “The Journal Club”, un ciclo di appuntamenti per approfondire e discutere insieme le novità dal panorama scientifico internazionale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Ogni settimana l’analisi di un articolo scientifico dedicato a una particolare tematica. In ogni incontro, le Dott.sse Sara Palmieri e Alessia Offredi, accompagnate da un ospite del team di esperti di Studi Cognitivi, hanno commentato l’articolo, per poi proseguire con alcune importanti riflessioni sulle implicazioni di quest’ultimo nel campo della Psicoterapia.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del sesto episodio della serie dedicato all’applicazione della MCT nel disturbo da uso di alcol.

 

L’APPLICAZIONE DELLA MCT NEL DISTURBO DA USO DI ALCOL

 

Plusdotazione e regolazione emotiva: quale rapporto?

Essere plusdotati non significa solamente avere una intelligenza ampiamente sopra la media, ma implica spesso la presenza di diverse problematiche, quali difficoltà nella regolazione delle emozioni, isolamento e solitudine.

Anselmini Julianita e Paolini Valentina – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Condurre dei programmi per il potenziamento dell’Intelligenza Emotiva a scuola potrebbe contribuire, almeno in parte, alla riduzione di tali criticità.

Con il termine plusdotazione o giftedness si fa riferimento a una complessa costellazione di caratteristiche cognitive, emotive e comportamentali che si esprimono in modi differenti.

Il soggetto “plusdotato” (gifted), adulto o bambino, è solitamente un individuo che, rispetto ai pari, mostra o ha il potenziale per mostrare un’abilità sorprendente in un determinato momento e in specifiche aree considerate importanti (Keating, 2009; Pfeiffer, 2012).

La rilevazione di un quoziente intellettivo superiore o uguale al 130 è sicuramente la determinante più evidente per ottenere la “certificazione” di alto potenziale, anche se non sarebbe corretto parlare di certificazione o diagnosi, in quanto la plusdotazione non è un disturbo. Questo parametro è necessario ma non sufficiente, perché non dà una immagine rappresentativa della complessità dell’intelligenza, oltre che delle diverse forme che essa può assumere: vi sono, infatti, manifestazioni di tipo emotivo, comportamentale, artistico e morale tipiche in questi individui che non vengono considerate nel concetto classico di intelligenza.

Sono presenti numerosi stereotipi sull’argomento, secondo cui i bambini plusdotati sarebbero ben regolati, indipendenti, efficaci, in sostanza dei piccoli geni senza particolari difficoltà o problemi di adattamento.

La realtà è ben diversa: avere un’intelligenza così spiccata può portare a isolamento, solitudine e difficoltà di regolazione emotiva. Relativamente a quest’ultimo aspetto, nei bambini gifted si evidenzia spesso una asincronia dello sviluppo, ossia una discrepanza tra le competenze cognitive (che sono appunto sopra la media) e le competenze emotivo-relazionali (Fornia & Frame, 2001).

Questi bambini sono dotati infatti di una elevata intensità emotiva e di una sensibilità estrema, aspetti che li portano talvolta ad avere reazioni apparentemente esagerate, tipiche di bambini con un’età cronologica inferiore (Pfeiffer & Stocking, 2000).

I bambini gifted tendono a vivere ogni emozione in modo intenso, sono molto sensibili e più reattivi di fronte a stimoli che, in altri bambini della stessa età, non provocherebbero particolari reazioni. Essi sono facilmente sopraffatti dai propri sentimenti e questa caratteristica li porta ad avere numerose difficoltà nella regolazione delle proprie emozioni e dei propri comportamenti (Lovecky, 2009).

Essi sono emotivamente attivati da un numero maggiore di eventi rispetto ai coetanei, e provano emozioni intense anche in situazioni in cui altri non proverebbero nulla.

Parliamo in questo caso di ipereccitabilità emotiva: i plusdotati percepiscono e processano le informazioni in modo qualitativamente differente, e le loro emozioni forti e la spiccata sensibilità possono essere scambiati per immaturità da chi li circonda (Dabrowski & Piechowski, 1977).

L’asincronia e l’ipereccitabilità rendono spesso complessa e difficoltosa la relazione con questi bambini, sia da parte degli adulti, sia da parte dei pari.

I plusdotati sono immersi in un mondo di coetanei che si interessano ad argomenti da loro percepiti come banali, in contrapposizione ai loro interessi peculiari, difficilmente condivisi dagli altri. A causa dell’assenza di condivisione, essi possono sentirsi inadeguati o rifiutati dal gruppo dei pari.

I bambini gifted sperimentano con malessere il loro essere diversi rispetto agli altri, con conseguenti reazioni di rabbia intensa, fino ad arrivare all’isolamento e alla rinuncia della relazione.

Può capitare che i genitori dei plusdotati arrivino a richiedere una consulenza specialistica perché i figli non vogliono più andare a scuola, si annoiano, sono distratti in classe, oltre che derisi e isolati dai compagni.

Tutti questi aspetti possono creare delle difficoltà nella costruzione di una rete sociale di supporto, e ciò rappresenta un fattore di rischio soprattutto in adolescenza: essere sprovvisti di tale rete aumenta la probabilità di sviluppare un disturbo dell’umore o di problemi comportamentali.

In uno studio del 2008 (Morawska & Sanders, 2008) gli autori hanno cercato di individuare i fattori più rappresentativi delle difficoltà dei bambini gifted, fattori che li renderebbero maggiormente vulnerabili allo sviluppo di problemi comportamentali ed emotivi. A questo scopo, è stato somministrato a 211 genitori di ragazzi ad alto potenziale uno strumento, lo “Strengths and Difficulties Questionnaire” (SDQ; Goodman, 1997), un questionario di 25 item che indaga 5 aree: problemi di condotta, iperattività, disattenzione, sintomi emotivi e problemi coi pari.

I genitori che hanno partecipato allo studio hanno riportato che i propri figli presentano difficoltà principalmente nelle ultime due aree, nelle quali i punteggi ottenuti sono inferiori rispetto alle norme di riferimento. Tali difficoltà avrebbero un impatto significativo nel funzionamento dei loro figli.

I bambini appartenenti al campione presentano livelli più elevati di sintomi di tipo emotivo (ad es., sono più spesso preoccupati) e maggiori difficoltà coi pari.

La ricerca confermerebbe quindi che i problemi coi pari costituiscono, per i plusdotati, un fattore di vulnerabilità, e tali difficoltà potrebbero essere causate proprio dall’asincronia dello sviluppo che caratterizza i bambini gifted, oltre che dai diversi interessi rispetto ai compagni.

I difficili rapporti con gli altri bambini potrebbero far aumentare la gravità dei sintomi di tipo emotivo, che a loro volta possono rendere i plusdotati maggiormente suscettibili a sviluppare un vero e proprio disturbo.

Oltre a questo, può capitare che essi vengano bullizzati a scuola dai pari, a causa della loro maggiore intelligenza e della constatazione, da parte dei compagni di classe, di una forte differenza tra i loro interessi e quelli dei plusdotati.

L’essere vittima di bullismo può comportare un aumento di ansia e preoccupazione in questi bambini, che non capiscono perché qualcosa di così ingiusto stia accadendo proprio a loro, senza aver fatto nulla di sbagliato (Casino-Garcia, Garcia-Perez & Llinares-Insa, 2019).

Intelligenza Emotiva e proposte di intervento a scuola

Negli ultimi anni, si sta dando sempre più importanza e considerazione alle abilità emotive e allo sviluppo affettivo in tutti i bambini, gifted e non. La percezione, comprensione e padroneggiamento delle emozioni può giocare un ruolo importante nel successo scolastico e nella regolazione della classe, ambiente in cui tutti i bambini esperiscono una miriade di emozioni, tra cui ansia, rabbia, disprezzo e invidia, ma anche felicità e orgoglio.

Per far fronte alle difficoltà di gestione della classe con bambini plusdotati, sono stati proposti degli interventi finalizzati al potenziamento dell’Intelligenza Emotiva (Emotional Intelligence, EI).

Secondo Salovey e Mayer (1990), l’intelligenza emotiva consiste nell’abilità di ragionare riguardo le emozioni. Essi partono da due presupposti:

  • L’intelligenza è l’abilità di eseguire un ragionamento astratto;
  • L’intelligenza può essere considerata come un sistema di abilità mentali.

L’EI sarebbe costituita da un set di abilità di base organizzate gerarchicamente utili a identificare, esprimere, processare, assimilare e gestire le emozioni, sia in se stessi che negli altri.

Essa comprende quattro abilità emotive:

  • Percezione: identificazione ed espressione dell’emozione;
  • Assimilazione dell’emozione nel pensiero: integrazione delle emozioni nel processo di pensiero;
  • Comprensione delle emozioni: capirne gli antecedenti, gli effetti e le loro transizioni;
  • Gestione delle emozioni: regolazione delle proprie e altrui emozioni, per modulare quelle negative e accrescere quelle positive.

Le persone con una buona intelligenza emotiva percepiscono quindi le emozioni in modo accurato, le utilizzano per facilitare il ragionamento e per comprendere le emozioni altrui e, infine, riescono a gestire le proprie ed altrui emozioni.

L’EI è sicuramente un fattore importante per il benessere generale: essa correla positivamente con la salute mentale e negativamente con la depressione. Chi possiede una EI sviluppata presenta solitamente una più ampia rete sociale e ha meno probabilità di incappare in comportamenti a rischio.

I bambini plusdotati presentano un funzionamento emotivo molto variegato: alcuni di essi sono resilienti, mostrano comportamenti prosociali e sono ben adattati alla classe, ma non è per tutti lo stesso. Come mostrato in precedenza, la plusdotazione è spesso associata a problemi di regolazione emotiva, isolamento da parte dei pari e difficoltà nella costruzione di una rete sociale.

Purtroppo, non sono numerose le ricerche che si sono occupate di EI nei bambini plusdotati, in quanto la maggior parte delle indagini si è sempre focalizzata soltanto sugli aspetti cognitivi. Anche le tradizionali definizioni di “plusdotazione” hanno sempre fatto riferimento alle straordinarie capacità cognitive di questi bambini e al loro talento in aree specifiche.

Dato che la giftedness è stata tradizionalmente definita soltanto sulla base del funzionamento cognitivo, l’effetto dell’essere plusdotato sulle capacità emotive è stato spesso lasciato da parte.

Una ricerca del 2019 (Casino-Garcia, Garcia-Perez & Llinares-Insa, 2019) ha confrontato l’EI e i livelli di benessere soggettivo di bambini e adolescenti plusdotati e non. Il benessere soggettivo dipende dalle esperienze soggettive di ciascuno, non da fattori oggettivi, ed è quindi diverso da persona a persona. L’EI è legata al benessere e costituisce sicuramente un fattore protettivo nelle situazioni difficili che questi ragazzi possono esperire a scuola, come ad esempio l’essere vittime di bullismo. I risultati di questo studio mostrano che i ragazzi gifted presentano una intelligenza emotiva meno sviluppata rispetto ai coetanei. Nel momento in cui si va a confrontare la loro esperienza con quella dei pari, i ragazzi ad alto potenziale riferiscono di percepirsi diversi, rifiutati e riportano un numero minore di esperienze positive, insieme a numerose situazioni di imbarazzo e di ingiustizie subite. Il fatto di non capire perché si subiscano tali ingiustizie provoca in loro una forte ansia.

Sono stati ideati degli interventi da condurre in classe per favorire lo sviluppo dell’intelligenza emotiva: essi fanno generalmente parte dei programmi di apprendimento sociale ed emotivo. Questi interventi si focalizzano sui processi attraverso cui i bambini rafforzano la loro abilità di integrare pensieri, sentimenti e comportamenti per raggiungere degli obiettivi.

Implementare questo tipo di programmi ha sicuramente un impatto positivo sui risultati ottenuti dall’intera classe, sia a livello scolastico che emotivo; essi sono utili per tutti i bambini, sia che presentino difficoltà emotive o problemi comportamentali, sia che non ne abbiano.

È stata condotta una meta-analisi da Durlak, Weissberg, Dymnicki, Taylor e Schellinger (2011) basata su 213 programmi di apprendimento sociale ed emotivo condotti a scuola, da cui è emerso che i partecipanti presentavano un incremento significativo delle competenze sociali ed emotive a seguito della partecipazione al programma.

I training sulla EI possono fare molto per aumentare le competenze emotive negli studenti, motivandoli ad apprendere dalle esperienze emotive di tutti i giorni.

La scuola può anche trarre dei benefici a breve termine da questi programmi, che aiutano a infondere ai partecipanti un senso di crescita personale e motivazione, contribuendo in questo modo alla costruzione di una atmosfera positiva in classe (Zeidner, 2017).

 

Colloquio psicologico durante una pandemia: capacità di adattamento professionale di uno psicoterapeuta – Lo psicologo del futuro

La terapia online è una risorsa fondamentale in questa epoca, soprattutto in seguito alla pandemia da Covid-19. Lo sviluppo esponenziale della tecnologia e la sua conseguente integrazione con le varie professioni, ha richiesto a discipline come psicologia una notevole capacità di adattamento.

LO PSICOLOGO DEL FUTURO – (Nr. 14) Colloquio psicologico durante una pandemia

 

Dall’inizio della pandemia, team di psicologi e operatori socio-sanitari si sono attivati per fornire assistenza telematica alla popolazione che, colpita improvvisamente dal diffondersi esponenziale di un virus, ha sviluppato vari tipi di sofferenza psicologica. Un esempio è l’iniziativa lanciata da SIPEM (Società Italiana Psicologia dell’Emergenza) che ha attivato diversi numeri verdi di servizi gratuiti di supporto psicologico telefonico. Ma SIPEM non è stata l’unica realtà che si è attivata per proporre iniziative a favore della salute psicologica:

Sportello Coronavirus

Lo Sportello Coronavirus è uno sportello psicologico online attivato da SIPO (Servizio Italiano di Psicologia Online) per contenere l’ansia e la paura derivanti dal dilagarsi della pandemia da Coronavirus. Il servizio prevede due incontri gratuiti con uno psicologo che viene selezionato dal cliente tramite una lista di professionisti, in base all’approccio teorico e alle aree di intervento. Prima di richiedere un colloquio è necessario inviare un “questionario di entrata” per far comprendere la tematica di disagio riscontrata dal soggetto. Ai due colloqui segue un “questionario di uscita” che ha lo scopo di apportare eventuali miglioramenti al servizio.

Gli Psicologi Online

Gli Psicologi Online è un portale che offre supporto psicologico gratuito alla popolazione. L’obiettivo principale è quello di fornire sostegno durante l’epidemia da Coronavirus in Italia fornendo interventi di psico-educazione, orientamento nel presente, ristrutturazione degli automatismi di pensiero, regolazione degli stati emotivi. Il soggetto richiedente assistenza può prenotare un colloquio tramite un calendario virtuale, selezionando un professionista in base alle aree di competenza di quest’ultimo.

Oltre a questi servizi creati ad hoc per questo periodo storico, esistono altre piattaforme create in precedenza per fornire assistenza psicologica da remoto. Il caso di Twende!, esploso durante la pandemia, ne è un esempio concreto.

Twende! di IDEGO

Twende! è una piattaforma online che, dal 2016, offre un servizio di consulenza psicologica. Lo psicologo che si iscrive, versa una quota annua e riceve gratuitamente una formazione specializzata sulla prestazione psicologica a distanza. Inoltre l’organizzazione fornisce un supporto nella gestione dei social network tramite un Social Media Kit, pensato per promuovere la propria figura professionale sul web. Il paziente ha la possibilità di selezionare un professionista in base alle sue aree d’intervento e può selezionare una data disponibile su un calendario virtuale.

Psicologi.me

Psicologi.me è un sito web che offre assistenza psicologica online tramite video-colloqui.

La piattaforma permette di selezionare il professionista che si adatta meglio alle esigenze del cliente, la fascia di prezzo che si intende spendere, il raggio di chilometri tra terapeuta e paziente e il mezzo con cui si preferisce svolgere i colloqui. Inoltre, come altri servizi, fornisce un calendario online in cui si possono visionare i giorni e gli orari disponibili per prenotare un colloquio.

Vantaggi e svantaggi della terapia online

La terapia online è una risorsa fondamentale in questa epoca, ma già da qualche anno è una pratica diffusa. Lo sviluppo esponenziale della tecnologia e la sua conseguente integrazione con le varie professioni, ha richiesto a discipline come psicologia una notevole capacità di adattamento. L’evoluzione della disciplina psicologica si è manifestata, tra le altre cose, con la nascita della tele-psicologia che, nel 2013, è stata definita come

l’erogazione di servizi psicologici mediante l’utilizzo di tecnologie di telecomunicazione

dalla Task Force per lo sviluppo di linee guida di tele-psicologia per psicologi. Con l’espandersi di questa modalità terapeutica l’ordine degli psicologi della Lombardia ha pubblicato il Kit pronto all’uso per lo psicologo online, un documento condiviso nel 2017, in cui si forniscono chiarimenti sulla terapia online. In questo kit viene fornita una documentazione ritenuta utile per lo psicologo che sceglie di prestare assistenza da remoto.

Da anni ricercatori e terapeuti di tutto il mondo disquisiscono su questo tema, sottolineando diversi punti di forza e problematiche connesse.

Secondo alcune ricerche scientifiche la terapia online può essere efficiente, valida ed efficace in egual misura alla terapia tradizionale (Chakrabarti, 2015). L’e-therapy è caratterizzata da una grande flessibilità in termini di luogo e di tempo. Soggetti che abitano in aree rurali, geograficamente remote o in luoghi con un numero ridotto di psicologi disponibili, possono accedere con semplicità ad un’assistenza psicologica da casa (Luxton, 2016). Allo stesso modo, lavoratori molto impegnati che difficilmente potrebbero dedicare del tempo alla terapia possono accedervi in fasce orarie prestabilite da casa o dall’ufficio, azzerando i tempi di spostamento. Un altro vantaggio è quello economico, è riportato che la terapia online sia economicamente più vantaggiosa per il paziente, il terapeuta e per la società in generale (Morland, 2015). Per esempio il terapeuta ha la possibilità di raggiungere più pazienti e le liste di attesa per i colloqui vis-à-vis potrebbero ridursi (Mallen, 2005). Inoltre il cliente ha la libertà di contattare ed incontrare un professionista le cui aree di intervento corrispondono alle sue esigenze (Fenichel, 2002).

Parallelamente esistono diversi svantaggi della e-therapy. In primo luogo la questione della privacy. Un utilizzo di siti web non sicuri o strumenti di comunicazione non criptati potrebbe non tutelare la privacy del paziente (Fantus, 2013), provocando di conseguenza una violazione del codice deontologico. Inoltre, il paziente potrebbe sentirsi a disagio a partecipare ad un colloquio psicologico nella propria casa, specialmente se non vive da solo. Uno degli svantaggi più discussi è l’assenza del linguaggio non verbale, che può portare a malintesi e a problemi di comunicazione (Bauman, 2015). Il clinico infatti, potrebbe non notare qualche aspetto utile per inquadrare al meglio il quadro clinico del paziente (Van Wynsberghe, 2009). Il ridotto numero di stimoli non verbali potrebbe portare ad una mancanza di intimità che provocherebbe un altro limite ampiamente trattato: una minore qualità della relazione terapeutica. Molti autori si sono domandati se fosse possibile costruire una buona alleanza con il proprio paziente da remoto (Richards, 2013) e se i molteplici benefici della relazione terapeutica potessero ridursi o sparire nella psicoterapia online (Baker, 2011).

Conclusioni

Nonostante i numerosi svantaggi, la lista dei vantaggi è notevole, soprattutto se si considera la flessibilità: in un mondo caotico dove i mezzi informatici eliminano sempre di più le distanze territoriali, la terapia online diventa una risorsa fondamentale. Ciò che risulta fondamentale è rimanere aggiornati e svolgere corsi per arrivare ad una competenza adeguata dei mezzi tecnologici in modo da poterli usare al meglio nel processo psicologico e psicoterapeutico.

Di sicuro il padre della psicologia Sigmund Freud non si sarebbe mai immaginato di appoggiare sul lettino del suo studio un computer, eppure, a distanza di un secolo, per abbattere i limiti dati dalle contingenze, gli psicologi e gli psicoterapeuti di tutto il mondo si sono dovuti interfacciare con un paziente nello schermo.

 

 

Siamo qui per te. Come sviluppare un attaccamento sicuro dalla gravidanza ai quattro anni (2018) di A. Montano, R. Rubbino e A.C. Massolo – Recensione

Grazie alla loro esperienza clinica le autrici del libro, due psicoterapeute ed una pediatra, hanno sviluppato la consapevolezza di quanto fosse importante redigere, con un intento preventivo basato sui maggiori studi nel settore, una guida per genitori, semplice e pratica, su come costruire un attaccamento sicuro con il proprio figlio e perché sia importante farlo come investimento per il suo futuro.

 

L’attaccamento è un legame biologico, innato, duraturo e finalizzato alla ricerca di protezione che il bambino sviluppa già nei primi mesi di vita con i genitori o le figure a lui più vicine. La costruzione di una relazione sicura, in cui si possa sentire protetto e riconosciuto nei suoi bisogni e nella propria singolare identità, rappresenta una tappa fondamentale nella crescita di ogni individuo per diventare un adulto funzionale.

La necessità di questo legame è talmente intrinseca per gli esseri umani che si sviluppa anche nei casi in cui i genitori adottano comportamenti trascuranti, violenti o abusanti, creando un paradosso: le figure che i bambini sono spinti a cercare nei momenti di difficoltà sono le stesse da cui cercano di scappare poiché provocano disorientamento e paura. Quando questo accade il bambino non è in grado di sviluppare un equilibrio e, di conseguenza, il suo attaccamento sarà disorganizzato e caotico; ciò provoca la totale sfiducia nei confronti delle figure più importanti che dovrebbero invece aiutarlo a capire il mondo e ad affrontarlo.

Le autrici illustrano come, invece, sia possibile promuovere il benessere del bambino, favorendone una crescita armonica attraverso comportamenti genitoriali che trasmettano sia una presenza sollecita che un incoraggiamento a sperimentarsi e ad esplorare il mondo, con la certezza di un sostegno quando necessario.

Vengono poi approfonditi i principali stili di attaccamento (sicuro, insicuro-evitante ed insicuro-ambivalente) facendo riferimento ai maggiori studi ed esperimenti in questo settore: a partire dalle indagini di Bowlby ed Ainsworth, fino ad arrivare all’identificazione di un quarto stile di attaccamento, quello disorganizzato, individuato da Main e Solomon. Il libro è reso più fruibile grazie alle schede pratiche annesse ad ogni capitolo ed ai numerosi esempi concreti con la spiegazione delle conseguenze a cui vanno incontro bambini e genitori. Nel corso dei capitoli vengono illustrate le principali tappe dello sviluppo fisico ed emotivo del bambino suddivise per fasce di età, con proposte di attività, giochi e comportamenti adeguati allo sviluppo. Il libro non trascura elementi importanti nella crescita come il sonno e l’alimentazione e prende, inoltre, in esame il periodo prenatale poiché già durante la gravidanza è possibile gettare le fondamenta di un sano legame di attaccamento.

In sintesi la relazione che lega i genitori al bambino rappresenta il punto di riferimento per tutte le relazioni future. Un attaccamento sicuro nasce nei primissimi mesi di vita del bambino, ma deve essere sviluppato e favorito durante tutto il periodo di crescita: essenziale è entrare in relazione con lui nel rispetto della sua indole e dei suoi bisogni, e costruire una relazione serena basata sulla presenza di regole e sane abitudini.

 

Corona-fobia: il nuovo volto dell’ansia

La pandemia di COVID-19 ha stravolto le nostre vite, dove ogni cambiamento è avvenuto rapidamente e in modo radicale (Nardi & Cosci, 2021).

 

Nel 2020 la distanza sociale, le restrizioni sulle uscite e la non partecipazione a varie attività hanno avuto un impatto decisivo sulle nostre vite. Di fronte alla pandemia, l’agenda sanitaria ha richiamato l’attenzione sulla salute mentale, dove le stime della popolazione forniscono dati preoccupanti (Brailovskaia et al., 2021; Twenge & Joiner, 2020). Nello specifico, molti problemi mentali sono stati causati, direttamente e non, dall’infezione del virus e dalle conseguenze secondarie (Nardi & Cosci, 2021). Il COVID-19 è riconosciuto come una malattia “sistemica” che non colpisce solamente le vie respiratorie. Oltre ad un percorso fisico, il COVID-19 “entra nella mente” degli individui dal momento che sta esponendo la popolazione a condizioni di vita sfavorevoli, condizioni che innescano disturbi e sintomi psicologici anche in persone con livelli adeguati di resilienza (Nardi & Cosci, 2021). I cambiamenti nel funzionamento dei circuiti cerebrali sono influenzati dall’interazione dell’esposizione all’ambiente: a causa di un fenomeno chiamato epigenetica, i fattori ambientali possono alterare l’espressione genica (Nardi & Cosci, 2021). La coesistenza prolungata a casa può aumentare i disadattamenti delle dinamiche familiari (Crepaldi et al., 2020), inoltre il cambiamento nella routine a causa di misure di distanza sociale da adottare, i cambiamenti nel lavoro e nelle relazioni affettive hanno un impatto evidente sulla popolazione. A tutto questo si aggiungono le difficoltà economiche e la disoccupazione, la morte dei propri cari e la difficoltà nell’eseguire i rituali di addio (Crepaldi et al., 2020).

I dati indicano un aumento di ansia, depressione, disturbo da stress post traumatico e disagio generale da parte dei pazienti ricoverati a causa dell’incertezza e della solitudine nelle stanze ospedaliere o in terapia intensiva (Rogers et al., 2020; Pineo & Schwartz, 2020). Uno studio ha confrontato i tassi di prevalenza di ansia e depressione nel 2019 con quelli di aprile e maggio 2020 negli Stati Uniti d’America: gli individui avevano tre volte più probabilità di avere disturbi d’ansia, una sintomatologia depressiva o entrambi (Twenge & Joiner, 2020). Nardi e Cosci (2021) evidenziano come il carico allostatico riflette l’effetto cumulativo delle esperienze quotidiane che coinvolgono eventi ordinari e le grandi sfide. Di conseguenza vengono inclusi comportamenti dannosi per la salute (ad esempio, mancanza di esercizio fisico, sonno scarso, consumo di alcol, fumo, diete grasse). Questo effetto è una conseguenza delle sfide ambientali che superano la capacità individuale di far fronte a determinati eventi (Fava et al., 2019) e rappresenta una transizione verso uno stato estremo in cui lo stress e i sistemi di risposta vengono attivati ripetutamente in modo non adeguato.

Nell’articolo, gli autori evidenziano differenti situazioni che possono portare allo sviluppo del carico allostatico, ad esempio “stressors frequenti” che determinano lo stato di stress cronico, la “mancanza di adattamento” ai ripetuti fattori e “l’incapacità di spegnere la risposta allo stress” dopo che l’effetto dello stressor è terminato (Nardi & Cosci, 2021). Nell’attuale pandemia, gli autori evidenziano come gli individui spesso siano esposti a fattori stressanti che creano difficoltà di adattamento e che possono avere una risposta allostatica insufficiente per essere fronteggiati. Un altro fattore di stress è dovuto alla valanga crescente di notizie senza basi scientifiche sul COVID-19 (Asmundson & Taylor, 2020). Esistono diversi sistemi fisiologici che interagiscono, con diversi gradi di attività, in risposta agli eventi stressanti: l’asse ipotalamo-ipofisario-adrenale gioca un ruolo fondamentale nella fisiologia del carico allostatico, mentre il sistema immunitario e neuroendocrino rispondono promuovendo l’adattamento di minacce o avversità (Nardi & Cosci, 2021). In questo articolo, gli autori evidenziano come gli individui possono reagire in modo diverso a una condizione che minaccia la salute in base al loro comportamento, possono rispondere alle indicazioni corporee, monitorando e interpretando i sintomi, facendo attribuzioni o intraprendendo azioni correttive (Nardi & Cosci, 2021).

Le reazioni alla pandemia documentate in letteratura riguardano delle preoccupazioni disfunzionali (come difficoltà di concentrazione, problemi a dormire, controllare costantemente le notizie e una mancata produttività del lavoro) (Busch et al., 2021), ansia per la salute (come una preoccupazione transitoria e generica sull’infezione da COVID-19 e le varie preoccupazioni corporee) e ipocondria (paure persistenti o l’idea di avere il COVID-19 a causa di una interpretazione errata dei sintomi). La ricerca è necessaria per comprendere come i singoli fattori possano influire e per capire come suggerire alle persone di regolare i loro comportamenti (Nardi & Cosci, 2021). Gli autori sistematizzano alcune utili indicazioni, è importante

  1. “Cercare di capire che cosa si può controllare o meno”, in quanto molte persone sentono di aver perso il controllo della propria vita. Questa sensazione può essere scomoda in un momento di tale incertezza: è bene basare le decisioni sulla base di fonti di informazioni affidabili.
  2. “Realizzare i fattori di rischio” (attuare diversi comportamenti preventivi in base alla salute individuale)
  3. “Evitare l’automedicazione” (come sospendere terapie farmacologiche o variarle autonomamente).
  4. Alcuni studi trasversali evidenziano come sia importante “impegnarsi in esperienze ottimali” che possono verificarsi in qualsiasi contesto quotidiano. Tali esperienze riguardano la coltivazione di vari interessi, relazioni, valori e obiettivi utili per il miglioramento dello stile di vita.
  5. “Non isolarsi” che evidenzia come il distanziamento non sia per forza sinonimo di isolamento sociale
  6. “Accettare la preoccupazione come normale”
  7.  “Evitare comportamenti malsani”
  8.  “Mantenere una routine nella vita quotidiana”, come svegliarsi alla stessa ora, regolare i pasti, fare esercizio fisico o impegnarsi in diverse attività.

Tutti stiamo cambiando la nostra vita e le nostre prospettive: prendersi cura di se stessi è utile per prendersi cura della propria salute mentale. È bene ricordare come una crisi sia sempre un momento di apprendimento in cui tutti possono imparare qualcosa di nuovo e dove ognuno può avere l’opportunità di migliorare la propria condizione (Nardi & Cosci, 2021).

 

Gli hater: perché ci sono e dove erano prima? – Il settimo episodio di Caffè Cognitivo

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Caffé Cognitivo”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale.

 

Ai tempi degli aperitivi su Zoom e dei brindisi su Skype, non potevano mancare i caffé virtuali. Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Caffé Cognitivo”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche e argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Ogni incontro ha preso avvio da una conversazione tra due o più clinici di Studi Cognitivi per poi aprirsi alle riflessioni e alle domande del pubblico.

 

GLI HATER: PERCHÉ CI SONO E DOVE ERANO PRIMA?

I disturbi di linguaggio nella malattia di Alzheimer: correlati metabolici di errori semantici, fonemici e formali ad un compito di denominazione

Un recente studio (Isella et al., 2020) ha esplorato i correlati metabolici specifici degli errori semantici, fonemici e formali prodotti da pazienti con malattia di Alzheimer in un compito di denominazione di figure.

Maria Gazzotti – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca, Milano

 

La malattia di Alzheimer (Alzheimer’s disease, AD) è la forma più comune di demenza, ha un esordio insidioso e graduale, che nella variante tipica riguarda principalmente l’ambito mnesico, e progredisce in modo inesorabile con un deterioramento che si estende coinvolgendo domini multipli delle abilità cognitive. L’ Alzheimer ha un’origine neurodegenerativa, con diffusa atrofia cerebrale dovuta a morte neuronale, riduzione dello spessore delle circonvoluzioni cerebrali, ampliamento di solchi e ventricoli e riduzione del peso cerebrale; si associano inoltre la formazione di grovigli neurofibrillari intraneuronali di proteina tau e di placche extracellulari di β-amiloide (Aβ) e un’insufficienza neuro-trasmettitoriale nel sistema dell’acetilcolina (Ropper & Brown, 2006; Bianchetti & Trabucchi, 2001; Brookmeyeret al., 2011).

Nonostante uno dei sintomi più tipici della malattia di Alzheimer siano i disturbi di memoria, fin dai primi stadi della malattia ha inizio un progressivo deterioramento del linguaggio che, secondo alcune evidenze, potrebbe essere utile per distinguere situazioni patologiche da mutamenti attribuibili all’età. Infatti, è stata dimostrata la presenza di sottili cambiamenti nelle abilità linguistiche in soggetti che in seguito svilupperanno malattia di Alzheimer già anni o decadi prima della comparsa della demenza vera e propria (Ahmed et al., 2013).

All’esordio i pazienti possono riferire sintomi come ‘perdita del filo del discorso’ o difficoltà nel recupero di parole, specialmente a bassa frequenza d’uso. Nel loro eloquio spontaneo si possono riscontrare un ridotto contenuto informativo ed un incremento nell’utilizzo di pronomi; i pazienti manifestano difficoltà nel recupero dei nomi sia nella comunicazione orale che nella scrittura, il loro vocabolario diviene limitato ed il linguaggio stereotipato. Mentre inizialmente la comprensione è preservata, con il progredire della malattia emergono difficoltà nella capacità di capire comandi complessi e peggiora anche il vocabolario, con sempre maggior presenza di anomie e parole passe-partout, fino ad arrivare ad una grave compromissione nella comunicazione (Luzzatti, 1996;Ropper& Brown, 2006).

Nei pazienti con malattia di Alzheimer la valutazione del linguaggio viene realizzata sia con specifici test cognitivi che attraverso l’esame dell’eloquio spontaneo.

In particolare, i compiti di denominazione rilevano deficit già nelle fasi iniziali di malattia. Silagie collaboratori (Silagiet al., 2015) hanno sottoposto soggetti con Alzheimer lieve o moderato e controlli sani ad un compito di denominazione di figure. Gli errori prodotti dai pazienti comprendevano principalmente parafasie semantiche ed anomie, il cui numero tendeva ad aumentare con il progredire della malattia, così come per le parafasie verbali; inoltre, nei pazienti in fase più avanzata, si riscontrava una maggiore varietà di errori commessi.

Diversi studi hanno indagato la correlazione tra le prestazioni in compiti di denominazione di figure e la distribuzione dell’atrofia alla MRI o l’ipometabolismo alla FDG-PET, mostrando il coinvolgimento della corteccia temporale ventrale anteriore sinistra, classicamente associata alla memoria semantica (Apostolovaet al., 2008; Melrose et al., 2009), ma hanno anche evidenziato il contributo di altre aree dell’emisfero sinistro che intervengono in fasi diverse del processo di denominazione: la superficie temporale dorsolaterale o mesiale, la giunzione occipito-temporale, il lobulo parietale inferiore e la corteccia frontale posteriore (Ahn et al., 2011; Zahn et al., 2004; Frings et al., 2011; Domoto-Reilly, 2012; Apostolova et al., 2008; Hirono et al., 2001; Teipel et al., 2006; Melrose et al., 2009).

Questi studi, tuttavia, hanno considerato solo il numero totale di risposte corrette. Lo studio di Isella e collaboratori (Isella et al., 2020) si è concentrato sui sottotipi di errore al compito di denominazione al fine di ottenere una topografia più fine dei livelli postsemantici e prearticolatori. Sono stati esplorati i correlati metabolici specifici degli errori prodotti da 63 pazienti con malattia di Alzheimer in uno stadio di malattia da lieve a moderato in un compito di denominazione di figure, con l’obiettivo di confermare, e possibilmente definire meglio, le mappe neurali dei deficit lessicali-fonologici nella generazione di parole. Le tipologie di errore prese in considerazione sono state:

  • Errori semantici: parole reali con una relazione puramente concettuale con il target, che implicano un legame con il lessico e la consapevolezza dell’identità dello stimolo (es. cane per gatto).
  • Errori fonemici: parole fonologicamente simili altarget, che implicano un accesso alla forma fonologica della parola ma non sono rappresentate all’interno del lessico (es. asparo per asparago).
  • Errori formali: parole vere, la cui somiglianza puramente fonologica con la parola target denota consapevolezza della sua forma fonologica (es. cavolo per tavolo).

I modelli di produzione di parole ipotizzano un processo di rappresentazione ed elaborazione a più livelli e sottolivelli: l’attivazione del concetto nel sistema semantico è seguita del recupero della corrispondente voce lessicale e della forma fonologica della parola e dall’attivazione del programma articolatorio associato. Le fasi lessicali e fonologiche di questo processo sono state ulteriormente suddivise in un livello lessicale-semantico, uno lessicale-fonologico e uno postlessicale-fonologico, il cui contenuto è presumibilmente correlato, rispettivamente, al significato, alla struttura lessicale-fonologica e alle caratteristiche articolatorie fonologiche della parola (Schwartz et al., 2006; Dell et al., 2013; Indefrey, 2011; Indefrey e Levelt, 2004; Hickok, 2014; Rapp e Goldrick, 2006).

Il substrato neuroanatomico di questi processi e degli errori nel recupero delle parole non è ancora completamente definito.

Lo studio di Isella e collaboratori (Isella et al., 2020) ha esaminato gli errori commessi dai pazienti in un compito denominazione di figure, che è stato effettuato come parte di una batteria neuropsicologica che tocca i principali domini cognitivi (attenzione, memoria verbale a breve e lungo termine, capacità visuospaziali ed esecutive, fluidità verbale e comprensione del linguaggio, umore e comportamento), utilizzando un test standardizzato (Laiacona et al., 1993) composto da 80 stimoli appartenenti a 8 categorie: animali, frutta, verdura, parti del corpo, mobili, attrezzi, veicoli e strumenti musicali. Gli errori fonemici, semantici e formali sono stati classificati in base al consenso tra due valutatori.

Il punteggio medio nel test di denominazione di figure indicava solo un lieve deterioramento della denominazione, ma c’era una grande variabilità interindividuale. Gli errori più numerosi sono stati gli errori semantici, seguiti da quelli fonemici e per ultimiquelli formali.

La correlazione tra il metabolismo cerebrale FDG-PET e le prestazioni al compito di denominazione ha identificato vari loci di anomalie metaboliche nell’emisfero sinistro. La performance globale, cioè il numero di risposte corrette, correlava con la disfunzione della corteccia temporale ventrale, in accordo con le prove precedenti, che supportano un ruolo cruciale del giro fusiforme sinistro nel recupero semantico-lessicale (Grossman et al.,2004; Hirono et al., 2001; Teipel et al., 2005).

Per i tre tipi di errori considerati nello studio (semantici, fonemici e formali) è emerso uno specifico correlato metabolico: gli errori semantici sono risultati associati a ipometabolismo nel giro temporale medio posteriore sinistro e nel giro temporale inferiore posteriore, quelli fonemici a ipometabolismo nel giro sopramarginale sinistro e quelli formali a ipometabolismo nel segmento medio anteriore del giro temporale medio sinistro.

Nonostante gli errori fonemici e formali siano stati prodotti in piccole quantità, cosa che potrebbe aver influenzato l’affidabilità e la generalizzabilità delle correlazioni rilevate, SPM ha prodotto cluster chiari per tutte e tre le tipologie di errori.

In conclusione, i risultati dello studio delineano una mappa neuroanatomica degli errori prodotti da pazienti con malattia di Alzheimer nella denominazione di figure che associa errori semantici a neurodegenerazione in due aree della corteccia temporale posteriore sinistra che si suppone sottostiano a rappresentazioni visive e semantiche più generali, errori formali ad ipometabolismo nel giro temporale medio anteriore sinistro, che potrebbe quindi rappresentare il locus di processi lessicali fonologici, ed errori fonemici a degenerazione nel giro sopramarginale sinistro, sottostante alla memoria a breve termine verbale o a rappresentazioni pre-articolatorie.

 

Keep calm and abbasso lo stress

Al giorno d’oggi, il benessere individuale è sempre più messo alla prova dallo stress, che è una componente normale della vita di ciascuno; tuttavia, se presente in modo eccessivo e prolungato, può implicare un costo sia per la salute psichica che per quella fisica.

 

Lo stress rappresenta la risposta dell’organismo a qualsiasi stimolo interno o esterno di intensità e durata tale da minacciare la sopravvivenza e l’integrità o evocare meccanismi di adattamento atti ristabilire l’omeostasi (Selye, 1956). Tra i diversi tipi di stimoli stressanti, o stressors, una categoria importante è quella ambientale, relativa alle fatiche ed irritazioni quotidiane (Lazarus, 2000).

All’interno della Scala degli eventi di vita, sono state elencate 43 situazioni stressanti di diversa natura ed intensità. (Holmes & Rahe, 1967). Gli eventi riportati sono sia negativi che positivi, infatti la reazione allo stress è soggettiva.

Generalmente le donne affrontano lo stress meglio degli uomini (Bodenmann et al., 2015). Le prime, infatti, cercano cooperazione e sostegno nella rete sociale, mentre i secondi, quando sono sotto stress e percepiscono una situazione di pericolo, tendono ad allontanarsi dallo stimolo o combatterlo.

È possibile rispondere in modo adattivo allo stress, utilizzando alcune tecniche che permettono di modificare la propria reazione fisiologica, riducendo la pressione sanguigna, la frequenza respiratoria e cardiaca (Barinaga, 1997).

Per migliorare il proprio benessere e gestire meglio le situazioni potenzialmente stressanti, sarebbe opportuno aumentare la consapevolezza di sé e delle proprie reazioni corporee. La riduzione dello stress porterà anche un miglioramento del rendimento e della qualità del lavoro.

Per gestire in modo efficace lo stress, possono essere utilizzate diverse tecniche, tra cui la respirazione quadrata e il rilassamento muscolare progressivo (Jacobson, 1938), che arrivano dal mondo orientale ma oggi sono molto usate anche in Occidente (Cosentino, Bove e Nicolò, 2004). Sono entrambe tecniche di rilassamento, infatti sono molto utili nel ridurre lo stato di attivazione generato dall’evento stressante, in modo da poter migliorare la capacità di controllo sulle risposte corporee.

In particolare, il rilassamento progressivo è una tecnica che diminuisce la tensione muscolare e permette di migliorare il tono dei muscoli, contrastando lo stato cronico di stress e ansia. Tale esercizio è costituito da tecniche che riguardano gruppi muscolari diversi, il cui tempo di apprendimento dura circa quattro giorni. L’apprendimento si basa su una serie di esercizi che insegnano a riconoscere la tensione del muscolo stesso e, infine, allenare la consapevolezza del proprio corpo.

La respirazione quadrata, invece, è una tecnica efficace per le reazioni da stress. Infatti, può essere utilizzata sia prima che durante una situazione stressogena. In particolare, agisce sul ritmo respiratorio, rallentandolo e regolarizzando il respiro e l’iperventilazione, aumentando la concentrazione. Questa tecnica è relativamente facile da apprendere e si può adoperare in ogni contesto ci si trovi, senza dover ricorrere ad un aiuto esterno. E’ particolarmente utile nelle situazioni di stress e di tensione quando la respirazione diventa irregolare e superficiale, causando una riduzione della vitalità dell’organismo e un aumento della stanchezza e l’affaticamento.

Un altro modo per combattere lo stress integra due strumenti che, a prima vista, sembrano molto distanti tra loro: l’ipnosi e la realtà virtuale. La prima è una procedura in cui si suggerisce al soggetto di provare un cambiamento delle sue sensazioni, percezioni, pensieri o comportamenti (Kirsch 1994). La seconda è una tecnologia che permette di sincronizzare l’ambiente psicologico reale con quello virtuale. Alcuni ricercatori hanno pensato di unire questi due strumenti, arrivando a concludere che l’ipnosi condotta con la realtà aumentata è molto più efficace nel combattere lo stress rispetto a quella tradizionale (Askay et al, 2009).

Un’altra tecnica per combattere lo stress è lo Stress Inoculation Training (SIT) (Meichenbaum e Deffenbacher, 1988). Tale procedura implica un “allenamento” (training) della persona a gestire e dominare i propri comportamenti, pensieri ed emozioni, utilizzando tecniche diverse a seconda delle esigenze di ciascuno. Il termine “inoculation” invece, si riferisce al fatto che l’allenamento deve essere calibrato e dosato, come se fosse un vaccino, in modo da sviluppare una sorta di anticorpi contro lo stress. Questa tecnica prevede tre fasi.

La prima è la concettualizzazione, che implica l’analisi dei bisogni dell’individuo e il racconto della sua storia. In questo modo si allena l’automonitoraggio, focalizzando la propria attenzione sulle situazioni valutate stressanti e sugli aspetti sui quali si può agire, riflettendo sui pensieri e sulle emozioni associati.

La seconda fase è l’acquisizione delle abilità di coping, mirata allo sviluppo di un repertorio di tecniche per fronteggiare l’evento stressante, evidenziando gli aspetti relativi alla preparazione della situazione (prima), la gestione (durante) e la riflessione su come si è agito e su cosa si è imparato dall’esperienza (dopo).

La terza e ultima fase è l’applicazione e il completamento, in cui la persona deve mettere in pratica ciò che ha appreso nei vari contesti di vita reali in modo graduale. Si dovrebbe partire dall’immaginazione di possibili situazioni stressanti, a giochi di ruolo e analisi di strategie attuate da altri, fino ad arrivare all’uso delle competenze acquisite di fronte a situazioni della propria vita quotidiana.

Tale tecnica valorizza i punti di forza di ciascuno, offrendo strumenti utili nella propria quotidianità. Imparare ad essere consapevoli dei propri pensieri ed emozioni in un particolare evento, analizzando ciò che può essere migliorato e ciò che invece ha contribuito ad una risoluzione efficace, aumenta la possibilità di essere maggiormente attivi nelle situazioni quotidiane.

La vita di ogni giorno pone davanti a ciascuno sempre nuove sfide e molti ostacoli, ma sfruttando al meglio le proprie potenzialità, tutti saranno in grado di affrontare ogni genere di situazione che si presenterà davanti.

Il miglior momento per rilassarsi è quando non abbiamo neanche un momento per farlo. (S. J. Harris)

 

Al di là delle cure. Interventi complementari e di supporto in oncologia (2011) di P. Pantaleo – Recensione del libro

Ricevere una diagnosi di cancro è per il paziente un’esperienza traumatica. L’essere un malato tumorale sconvolge l’intera vita della persona, comportando una rivalutazione e una ristrutturazione di sé, che coinvolge il sistema valoriale, la prospettiva temporale e il vissuto quotidiano.

 

La paura dell’ignoto, le manifestazioni di collera e di impotenza […], la tristezza, l’angoscia, il senso di colpa, la perdita del proprio ruolo sociale e dell’identità personale, il senso di solitudine, l’alterazione dell’immagine corporea, i rimpianti, la ricerca del “perché”, la disperazione … sono quindi soltanto tra gli stati d’animo più frequenti, gli aspetti emotivi di forte intensità, che si riscontrano nei malati di cancro. (Pantaleo, 2011, p. 16)

Per far fronte a questi vissuti il paziente deve ricorrere alle sue risorse interiori, che frequentemente in tali circostanze sono ipotecate negativamente dalla sintomatologia tumorale e dagli effetti avversi delle cure utilizzate in oncologia. Attualmente la medicina basata sull’evidenza considera il cancro una patologia d’organo, ovvero come un insieme di cellule che sono andate incontro ad uno sviluppo patologico, confermato da una diagnosi istologica. Questa prospettiva dimentica, però, che ad ammalarsi è l’intera persona e non una parte del suo corpo.

Le terapie proposte riflettono tale approccio, ovvero una cura finalizzata alla riduzione e all’eventuale scomparsa della massa tumorale, che si avvale della chirurgia, della chemioterapia, della radioterapia e delle terapie biologiche. In aggiunta a queste terapie, per alleviare i sintomi molti pazienti ricorrono alle medicine complementari, ossia all’agopuntura, alla medicina omeopatica e alla fitoterapia. Nello specifico, l’agopuntura sembra intervenire positivamente nel controllo del dolore e nel ridurre gli effetti collaterali della chemioterapia, la medicina omeopatica nel diminuire le vampate di calore dopo la mastectomia e la fitoterapia nell’incrementare le difese immunitarie.

La medicina basata sull’evidenza, come detto, non prende in considerazione la totalità del paziente, ovvero gli aspetti psicologici e comportamentali che lo caratterizzano in quel particolare momento del suo ciclo di vita. Occuparsi della cura di queste dimensioni significa aiutare il paziente a migliorare la qualità della vita, cosa che si riflette positivamente sul percorso terapeutico intrapreso. Porsi come obiettivo il miglioramento della qualità della vita significa supportare l’ammalato a ritrovare il proprio benessere fisico, psicologico, sociale e spirituale. Affinché questo possa accadere, di valido aiuto risultano gli interventi complementari e di supporto, purché siano eseguiti da professionisti qualificati. Ci si riferisce agli interventi finalizzati alla cura del corpo, alla cura della mente, alle pratiche energetiche e alle terapie artistico – espressive.

Le terapie legate alla cura del corpo si avvalgono di più tecniche terapeutiche riportabili alla massoterapia, come, ad esempio, il massaggio tradizionale, i cui effetti positivi si palesano, soprattutto, nel controllo dello stress emotivo e nel miglioramento della circolazione sanguigna e linfatica. Fra le terapie relative alla cura della mente sono da citare la psicoterapia e il supporto psicologico, che si rivelano fra le terapie più efficaci

nell’aiutare il malato di cancro a rafforzare la fiducia verso se stesso e nell’individuare gli atteggiamenti e le convinzioni negativi che lo tengono imprigionato al contesto di malattia. (Pantaleo, 2011, p. 102)

Fra le pratiche energetiche sono da menzionare il Tai chi e il Qi Gong che derivano dalla medicina tradizionale cinese e che possono essere inquadrati nelle ginnastiche dolci. Tali metodiche migliorano l’autocontrollo e l’armonia fra il corpo e la mente. Per quanto riguarda le terapie artistico – espressive, sono da citare il laboratorio di teatro, di danza e di scrittura creativa. Queste tecniche offrono la

possibilità di vivere le proprie emozioni, dando loro corpo e nome “rappresentandole” (Pantaleo, 2011, p. 143) – con la finalità di – un recupero d’identità dell’individuo, un aumento dell’autostima e un consolidamento del proprio “io” (Ibidem).

In conclusione, il libro di Pantaleo illustra in maniera chiara quelle che sono le terapie complementari e di supporto in oncologia, finalizzate a migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da neoplasia.

 

Intelligenza artificiale e benessere psicologico: l’idea di IDEGO presentata all’European Conference on Digital Psychology

L’European Conference on Digital Psychology si è svolta nei giorni 19 e 20 Febbraio 2021, ed ha ospitato numerose figure di spicco del settore provenienti da tutta Europa, tra questi è intervenuto anche Tommaso Ciulli, Chief Research Officer presso Idego, azienda che lavora per innovare gli strumenti a disposizione di psicologi, formatori e aziende.

 

Se c’è una cosa che abbiamo imparato in quest’ultimo anno, è che molte professioni possono essere svolte da remoto con l’ausilio di strumenti tecnologici. Si, perché la pandemia di COVID-19 ha creato un’improvvisa distanza tra le persone, a cui molti professionisti hanno risposto con una vera e propria rivoluzione informatica con il fine di mantenere i contatti con gli utenti, e ciò ha catalizzato il processo di digitalizzazione. C’è di nuovo, rispetto agli anni precedenti, che non solo molti impieghi possono essere svolti a distanza attraverso dispositivi fissi e mobili, ma anche che certe tecnologie possono essere utilizzate per potenziare la qualità dei servizi, creando nuovi spunti ed opportunità in molti settori. La psicologia rientra proprio tra questi: seppur la nascita della psicologia digitale sia da ricondurre a qualche decennio addietro, mai come ora lo psicologo si è servito delle tecnologie per erogare i propri sevizi. Compito di psicologi e psicoterapeuti, professionisti che fanno della relazione con l’altro la base di ogni intervento, è quello di conoscere e anticipare gli eventi, immaginando come sarà̀ la società̀ nel suo insieme tra qualche anno, infatti, non casualmente, uno studio dell’università̀ di Oxford ha segnalato che in un ventennio il 47% delle prestazioni lavorative, comprese quelle mediche e psicologiche, sarà̀ automatizzato (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, 2017; Frey & Osborne, 2017).

È proprio da queste riflessioni che è nata l’idea da parte della Sigmund Freud University di Milano di creare una conferenza, per l’appunto online, che aprisse una finestra sul futuro, ma anche sul presente, della psicologia digitale. L’European Conference on Digital Psychology si è svolta nei giorni 19 e 20 Febbraio 2021, ed ha ospitato numerose figure di spicco del settore provenienti da tutta Europa. In questa Flash News sarà descritto l’intervento di Tommaso Ciulli, Chief Research Officer presso Idego, azienda che lavora per innovare gli strumenti a disposizione di psicologi, formatori e aziende (Idego, 2021). L’intervento del dottor Ciulli, intitolato Intelligenze artificiali e benessere psicologico: uno strumento per lo psicologo del domani, era appunto incentrato sulla e-therapy, intesa come insieme di sessioni psicoterapeutiche realizzate tramite mezzi elettronici in un contesto in cui utente e terapeuta si trovano in luoghi differenti e/o remoti (Ciulli et al., 2021). Per comprendere appieno l’idea del dottor Ciulli, è opportuno accennare alla teoria di riferimento, ovvero la Terapia Cognitivo-Comportamentale (Cognitive-behavioral Therapy, CBT), identificata come il gold standard dei trattamenti psicologici di nuova generazione per molte tipologie di disturbi psicologici. Come riportato dal dottor Ciulli, il nucleo di questa terapia è il focus sull’identificazione di pensieri, emozioni e comportamenti del paziente affinché avvenga una successiva modifica in grado di rendere rispettivamente i pensieri più razionali e i comportamenti più funzionali (Ciulli et al., 2021). Da questo assunto, risulta evidente che l’automonitoraggio è una delle capacità di base di questa tecnica, ed implica sia la capacità di riconoscere i propri pensieri automatici, sia il riconoscimento dei propri stati emotivi. Ciò può portare ad un accrescimento della consapevolezza emozionale e ad una conseguente regolazione delle proprie emozioni. Il responsabile della ricerca di Idego sottolinea però il fatto che l’auto-monitoraggio può essere poco accurato, in quanto potenzialmente influenzato da alcune distorsioni del ricordo. L’azienda in questione ha pertanto ideato dei dispositivi in grado di sopperire a tale mancanza (Ciulli et al., 2021).

Esistono già molti strumenti in grado di monitorare in tempo reale le esperienze delle persone, prime fra tutti le Mental Health Apps, applicazioni disponibili su smartphone e orologi intelligenti in grado di limitare il bias di auto-monitoraggio, nonché di potenziare le abilità di riflessione degli utenti su ciò che si verifica a livello fisiologico nel corpo. I principali vantaggi di queste applicazioni consistono nel fatto che sono accessibili in ogni momento della giornata, sono solitamente gratuite, e contengono una vasta quantità di dati. Tuttavia, questi software presentano anche molti limiti, primi tra tutti il fatto che non permettono di instaurare una relazione comunicativa (come avviene tra professionista e paziente), che spesso non sono testate scientificamente e che non incoraggiano gli utenti all’utilizzo di tecniche per la gestione di stati problematici in differenti contesti (Ciulli et al., 2021). Insomma, il problema principale di queste applicazioni è che spesso non sono progettate e gestite da esperti di salute mentale. Per questo motivo il team multidisciplinare di Idego, composto da professionisti delle scienze psicologiche, si è proposto di designare un’intelligenza artificiale in grado di aumentare l’efficacia degli interventi CBT attraverso un’app per smartphone e dispositivi indossabili, quali un bracciale e un anello in grado di rilevare dati fisiologici, con l’obiettivo di aumentare l’efficacia degli interventi terapeutici (Ciulli et al., 2021). Con il supporto del progetto europeo Co-Adapt, Idego sta sviluppando assieme all’Università di Trento un’intelligenza artificiale denominata Conversational Agent, in grado di interagire e dialogare con la persona, di riconoscerne gli stati di ansia e stress, e di supportarla con un insieme di tecniche prese in prestito dalla psicoterapia e dal counseling psicologico (Co-Adapt, 2020). Secondo Ciulli e collaboratori, l’utilizzo simultaneo dell’app con Conversational Agent e dei dispositivi indossabili permetterebbe di creare uno strumento personalizzato in grado di individuare dati rilevanti per il percorso psicologico, inviando informazioni direttamente alla dashboard dello psicologo, ovvero un pannello di controllo che permette al professionista di monitorare lo stato psico-fisiologico del paziente. Lo studio prevede otto sessioni basate sui modelli CBT e Stress Management Training svolte in videochiamata durante due mesi di protocollo, e la sua finalità sarà quella di produrre un aumento delle abilità di coping dell’utente e un migliore adattamento generale nella gestione dello stress psicologico (Ciulli et al., 2021). Ciò permetterà ad Idego di generare un sistema in grado di aiutare le persone a generalizzare ed applicare ciò che apprendono durante il percorso CBT e ad usarlo quando necessario. Questa, sembra essere la chiave per accrescere notevolmente l’efficacia delle terapie, nonché la consapevolezza e il benessere degli utenti.

 

Nessuno è perfetto: come affrontare perfezionismo e procrastinazione – VIDEO dal Webinar organizzato da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Mestre

Il webinar organizzato da PTCR di Mestre si è proposto come momento di riflessione sul perfezionismo e sulla tendenza alla procrastinazione, indagandone le cause, le conseguenze e le possibili strategie per affrontarli.

 

Quando si mira alla perfezione, si scopre che è un bersaglio in movimento

Molte persone hanno quotidianamente standard di comportamento elevati che permeano moltissimi aspetti della propria vita (lavoro, sport, relazioni) e che compromettono il proprio benessere psicologico. La tendenza a fissarsi obiettivi difficili da raggiungere e a misurare il proprio valore in base alla capacità di realizzarli, può risultare a lungo termine davvero stressante. A volte, questa pressione è tale da portarci a procrastinare, rimandare a un momento che però sembra non arrivare mai, con importanti costi in termini di ansia e frustrazione.

Pubblichiamo oggi, per i nostri lettori, il video del webinar organizzato da Psicoterapia Cognitiva e Ricerca di Mestre, un incontro che ha consentito un’interessante riflessione sul perfezionismo e sulla tendenza alla procrastinazione, indagandone le cause, le conseguenze e le possibili strategie per affrontarli.

Il webinar è stato condotto dalla Dott.ssa Marta Ferrari.

 

NESSUNO È PERFETTO: COME AFFRONTARE PERFEZIONISMO E PROCRASTINAZIONE

Guarda il video del webinar:

 

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