expand_lessAPRI WIDGET

Basta autosabotaggio! Sblocca le tue qualità e raggiungi i tuoi obiettivi – Recensione del libro di Judy Ho

L’autodialogo negativo, che nasce dalle idee interiorizzate, può favorire l’autosabotaggio e rinforzare un circolo vizioso.

 

Con questo volume, l’autrice, intende mostrare, attraverso un programma in sei step basato su principi scientifici e strumenti pratici, come individuare i problemi che conducono all’autosabotaggio e insegnare a trasformare i pensieri e i comportamenti per interrompere il circolo vizioso che tale pratica crea nella vita.

L’autosabotaggio comprende tutti quei pensieri e comportamenti che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi. È un fenomeno incredibilmente diffuso, spesso molti di noi lo attuano senza neanche rendersene conto, in particolar modo nei periodi più stressanti. Con il tempo uccide la motivazione poiché ci porta in una condizione di frustrazione, di sconfitta e, poco a poco, ci accontentiamo di quello che abbiamo, anche se siamo insoddisfatti e non riusciamo a capire come cambiare la nostra vita in meglio.

La propensione ad autosabotarsi è connaturata alla nostra neurobiologia, ciò risulta palese se consideriamo i due semplici principi su cui si basa la nostra sopravvivenza: ottenere ricompense ed evitare le minacce. Quando facciamo qualcosa che ci aiuta a stare bene, sia fisicamente che socialmente, il nostro cervello ci ricompensa provocando il rilascio di dopamina, che è la sostanza che regola il piacere; questo ci fa desiderare di ripetere il comportamento allo scopo di ottenerla ancora una volta. Gli esseri umani sono essenzialmente programmati a impegnarsi per raggiungere degli obiettivi perché provoca una condizione di benessere.

La nostra biochimica, tuttavia, specie quando si tratta di autosabotaggio, non distingue necessariamente tra il tipo di sensazioni positive che proviamo quando ci impegniamo per raggiungere i nostri obiettivi e le sensazioni «positive» che proviamo quando evitiamo qualcosa che ci appare come una minaccia.

Evitare le minacce è un’abilità innata ed essenziale per garantire la sopravvivenza: la paura può essere nostra amica, ci permette di prepararci alla battaglia o di proteggerci quando la situazione potrebbe danneggiarci. Gli esseri umani hanno sviluppato due strategie principali per gestire la minaccia che consistono nella lotta e nella fuga, ma c’è una terza reazione meno conosciuta: il congelamento. Questa risposta entra in gioco quando siamo semplicemente troppo sopraffatti al punto di non essere in grado di scegliere una qualunque azione; questo ci permette di renderci temporaneamente insensibili alla sofferenza psicologica e di prendere le distanze emotive. La risposta di congelamento spiega perché a volte non facciamo assolutamente nulla per modificare una situazione insoddisfacente. La ricerca ha dimostrato che i ricordi di eventi che hanno implicato reazioni emotive di paura sono molto più salienti e vividi di altri ricordi più banali e questo ci porta spesso ad evitare minacce ipotetiche perché non siamo sicuri di saperle gestire.

Ottenere ricompense ed evitare le minacce sono le due facce di una stessa medaglia, non sono sistemi interdipendenti e nel cervello è in corso un’interazione continua per cercare un equilibrio. La predisposizione all’autosabotaggio si ha quando la spinta a ridurre la minaccia è maggiore della spinta a ottenere ricompense.

L’autrice ha individuato quattro elementi che alimentano il conflitto tra fare quello che si vuole e bloccarsi a causa di minacce in realtà inoffensive:

  • la Visione scarsa di sé
  • le Idee interiorizzate
  • il Timore del cambiamento o dell’ignoto
  • l’Assoluto bisogno di controllo.

Questi fattori rappresentano gli aspetti della personalità, le convinzioni ed i comportamenti, in base ai quali un individuo si relaziona con il mondo. Generalmente li acquisiamo fin da piccoli e, dato che rimangono con noi a lungo, tendono ad essere al di fuori della nostra consapevolezza. Infatti solitamente non abbiamo un’unica percezione di noi stessi: la nostra identità ha tante sfaccettature alle quali riconosciamo livelli diversi di fiducia.

Più ci avviciniamo al nostro sé ideale, cioè quello che riteniamo sia la versione migliore di noi, più tendiamo a sentirci contenti della nostra vita: quando abbiamo un concetto solido di noi stessi, tendiamo ad avere una visione positiva di noi.

Contrariamente una scarsa visione di sé ci rende piuttosto insicuri riguardo a chi siamo, a qual è il nostro posto nel mondo e alle nostre capacità di compiere cambiamenti positivi. L’autodialogo negativo, che nasce dalle Idee interiorizzate, può favorire l’autosabotaggio e rinforzare un circolo vizioso, perché quando un soggetto dubita delle proprie capacità le possibilità sono generalmente due: la totale rinuncia ad individuare degli obiettivi o l’abbandono della loro persecuzione a metà strada.

Le routine e la familiarità danno conforto alla nostra mente, che ama la ripetizione per calmarsi e gestire lo stress: la nostra mente può essere considerata un «avaro cognitivo», (espressione coniata dalle psicologhe Susan Fiske e Shelley Taylor a metà degli anni ’80) per spiegare come la mente preferisca pensare e risolvere i problemi nel modo più semplice e meno faticoso possibile. Quando subentra una novità, la mente può interpretarla come un fattore di stress e rispondere scegliendo di rimanere immobile dov’è. La minaccia psicologica che spesso accompagna il Timore del cambiamento o dell’ignoto può, dunque, portarci all’autosabotaggio; generalmente si tratta di non fare nulla di diverso anziché di fare attivamente qualcosa che manda all’aria i propri progressi verso un obiettivo.

Credere nelle proprie capacità di esercitare controllo sul proprio ambiente e di realizzare i risultati desiderati è essenziale per stare bene. Anche il bisogno di controllo, infine, può favorire l’autosabotaggio perché impedisce di cogliere opportunità nuove nelle quali magari non si avrebbe molto controllo, ma che potrebbero portare a risultati meravigliosi.

Prendendo spunto dai principi della Psicoterapia Cognitiva Comportamentale, il libro propone esercizi, questionari e strumenti per cambiare il proprio modo di percepire se stessi, proponendo un percorso in sei passi:

  • identificare i dispositivi di attivazione dell’autosabotaggio;
  • disattivare i dispositivi e regolare il termostato;
  • gli ABC per uscire dalle vecchie abitudini;
  • sostituire, non ripetere;
  • un valore al giorno toglie l’autosabotaggio di torno;
  • fare un piano per cambiare.

L’autrice ha ideato questo programma per riaddestrare la mente, abbandonando i vecchi schemi e adottandone di nuovi. Ogni step si basa sul precedente e prevede sia esercizi progressivi che tecniche di comprovata efficacia che il lettore può usare per identificare i comportamenti autosabotanti ed i pensieri controproducenti, ed agire nell’immediato, compiendo una crescita personale a lungo termine.

 

Il ruolo dello Psicologo nelle Cure Palliative: identificazione e gestione degli aspetti emotivi e relazionali e miglioramento del benessere psicologico nel fine vita

L’equipe di cure palliative  cerca di supportare il paziente affinchè possa rispondere alle sue domande, attivare un sostegno e un supporto volto a stimolare il processo di accettazione. 

Anselmini Julianita e Paolini Valentina – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Tu sei molto importante perché sei tu e sei importante fino alla fine (Cicely Saunders)

Cosa sono le cure palliative?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce le Cure Palliative come “il prendersi cura attivo e globale del paziente la cui malattia non risponde più alle cure specifiche. E’ fondamentale il controllo del dolore e degli altri sintomi unitamente all’attenzione ai problemi psicologici, sociali e spirituali. L’obiettivo delle cure palliative è quello di ottenere la migliore qualità della vita per il paziente e per i suoi familiari. Molti aspetti delle cure palliative sono applicabili precocemente, insieme alle terapie specifiche. (Esse) affermano la vita e vedono il morire come un processo naturale, [..] da non anticipare né da posporre. (Tali cure) offrono un sistema di supporto che aiuta il paziente a vivere il più attivamente possibile fino alla morte ed offrono un aiuto alla famiglia per adeguarsi alla malattia del paziente e per elaborare il lutto”.

Queste definizione, implica la preservazione della migliore qualità di vita possibile, rispettando e sostenendo la persona nell’ultimo periodo della sua esistenza.

Con il termine “cure palliative” ci riferiamo non solo alle malattie oncologiche, ma anche ad altre patologie croniche come, ad esempio, scompenso cardiaco, insufficienza respiratoria, malattie neurologiche (come ad esempio il decorso della SLA), demenza ed altre.

Dai dati Istat, emerge che la richiesta di supporto di tipo palliativo, nel fine vita, viene richiesto per il 40% per patologie oncologiche e, per il 60%, per patologie non oncologiche (Rapporto annuale Istat, 2018).

La definizione dell’OMS prevede un percorso di cura poliedrico e molto impegnativo che prende in considerazione i diversi bisogni del malato terminale, a cui, alle cure di tipo cliniche, vengono affiancate quelle inerenti alla dimensione psicologica e a quella spirituale.

Lo scopo di queste cure è quello di alleviare un dolore globale, che dal punto di vista medico, riguarda il sollievo dal dolore del corpo, che però è legato anche alla sofferenza psicologica che determina risposte emotive, adattive e comportamentali.

Emozioni e disturbi dell’umore nel fine vita

Le emozioni caratterizzano la specie umana e si manifestano in tutte le attività che mettiamo in atto ogni giorno. Esse influenzano i nostri processi cognitivi superiori, come ad esempio, la percezione, il processo di pensiero, il processo decisionale, il linguaggio, le credenze, la motivazione, l’apprendimento, la memoria e i comportamenti.

Le persone che stanno affrontando delle malattie inguaribili, possono sperimentare diversi sintomi, emozioni e sentimenti durante il loro percorso di malattia che possono contribuire alla loro sofferenza. Queste emozioni possono dipendere da una varietà di fattori differenti e da una intensità variabile nel corso del tempo e tra un paziente e l’altro.

Le emozioni negative più ricorrenti nei pazienti in cure palliative sono: il senso di solitudine, l’ansia, la rabbia, la paura, il senso di colpa, la disperazione e la tristezza. Queste emozioni, parallelamente, sono vissute anche dai familiari/caregivers.

Molte di queste reazioni emotive, come ad esempio ansia, tristezza e preoccupazione, sono reazioni “normali” durante il decorso della malattia. Nella maggior parte dei casi, il decorso della patologia può essere cronico e doloroso e il paziente può aver esaurito le risorse per affrontare adeguatamente il suo problema. In queste condizioni possono presentarsi ansia e depressione in concomitanza dell’aumentare dei sintomi.

L’équipe di cure palliative in tal senso cerca di supportare il paziente affinché possa rispondere alle sue domande, attivare un sostegno e un supporto volto a stimolare il processo di accettazione, componente necessaria per poter affrontare questa fase della vita e cercando di migliorare il benessere psicofisiologico della persona. In questo contesto il sollievo dalla sofferenza e la riduzione del disagio emotivo possono essere raggiunti attraverso due importanti passaggi: il primo step necessario consiste nel cercare di identificare i bisogni del paziente e dei suoi familiari, cercando di identificare le emozioni negative e tenerle in considerazione prima di intraprendere un supporto terapeutico.

Le cinque fasi del dolore nel modello Kubler-Ross

Il modello a cinque fasi del dolore introdotto da Elisabeth Kubler-Ross (Medico Psichiatra e docente di medicina comportamentale Svizzera) si è rivelato uno strumento importante che consente di identificare e capire le dinamiche psicologiche più frequenti che vive la persona a cui è stata diagnosticata una grave malattia.

Viene definito come un modello a fasi, e non a stadi, in quanto possono ripresentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità e senza un ordine preciso, dato che sono caratterizzate da stati emotivi.

La prima fase viene definita di “negazione o rifiuto” ed è caratterizzata dal fatto che il paziente rifiuta la sua diagnosi e ritiene impossibile di poter avere quella malattia. La seconda fase “della rabbia” si manifesta dopo la negazione, e i pazienti iniziano a manifestare emozioni intense come rabbia e paura. Questa è una fase che investe emotivamente sia i familiari che il personale sanitario. Rappresenta un passaggio molto delicato e un momento critico dove, da una parte emerge una richiesta di aiuto, e dall’altra può verificarsi il rifiuto, la chiusura e il ritiro della persona. Nella terza fase “del patteggiamento”, l’individuo, in base a ciò che è in grado di fare, inizia ad identificare i progetti in cui può investire la sua speranza e intraprende quindi una specie di negoziazione, in base ai suoi valori personali, che può essere instaurata sia con i suoi familiari che con degli operatori spirituali. In questo passaggio, il paziente cerca di riprendere in mano la sua vita dedicandosi a ciò che può ancora fare. La quarta fase “della depressione” è quella in cui la persona inizia ad entrare in contatto con la sua sofferenza, diviene consapevole della sua malattia, ed aumenta con il progredire della stessa. La quinta fase viene definita “dell’accettazione” e si manifesta quando il paziente diviene consapevole di ciò che sta accadendo e arriva ad un’accettazione della sua condizione. Possono essere presenti livelli di rabbia e depressione, solitamente di intensità moderata. Questo rappresenta il momento in cui la persona ricerca la vicinanza e il dialogo con i suoi familiari. Questa fase, non coincide necessariamente con lo stadio terminale della malattia, in cui nei pazienti può riemergere la negazione, la ribellione o la depressione.

L’équipe nelle Cure Palliative

La Legge n.38/1 Art. 2 del 15 marzo 2010, definisce le Cure Palliative come “l’insieme degli interventi diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici”.

Le cure palliative, comprendono quindi, un insieme di cure, non solo di tipo farmacologico, ma anche di sostegno psicologico che sono rivolte sia al paziente in fase terminale che ai suoi caregivers.

L’équipe è formata da un team multidisciplinare, composto da medici, anestetisti, psicologi, infermieri, fisioterapisti, operatori socio-sanitari, operatori spirituali e volontari, che lavorano in sinergia, occupandosi sia dei pazienti che dei familiari. Esistono diverse tipologie di setting assistenziali di intervento, dove il paziente può scegliere se ricevere un’assistenza domiciliare integrata (ADI), a casa, oppure di avvalersi di una struttura dedicata come l’hospice.

Il lavoro dello Psicologo nelle Cure Palliative e nel fine vita

L’intervento psicologico e sociale nel fine vita si rivela di estrema importanza nell’ottica di un contesto di lavoro multidisciplinare. Il ruolo dello psicologo, in questo caso, è quello di impostare un progetto di cura centrato sul paziente e sui suoi bisogni, in quanto si rende necessaria la personalizzazione della cura, che va adattata in base alla malattia, alle risorse e alle esigenze della persona. Il suo lavoro è rivolto all’esplorazione della sua storia di vita e familiare, con l’obiettivo di individuare i significati e i valori che orientano le sue scelte attraverso il modo in cui vede il morire, e ciò che sta lasciando. In questa ottica, risulta molto importante il riuscire ad instaurare una buona alleanza terapeutica per cercare di avvicinarsi sia al paziente sia ai familiari/caregivers.

Lo psicologo, quindi, può operare su tre diversi fronti: da un lato, il suo lavoro è rivolto verso il paziente per ciò che riguarda l’accettazione della malattia e del processo del fine vita, verso i familiari, per ciò che riguarda l’accettazione della malattia del proprio caro e per affrontare, successivamente l’elaborazione del lutto, e con gli operatori sanitari, esposti quotidianamente alla sofferenza che investe il loro lavoro, per ciò che riguarda la prevenzione del burnout.

La terapia cognitivo-comportamentale nel trattamento della depressione e dell’ansia nei pazienti durante le cure palliative: una meta-analisi

Diversi studi si sono occupati della correlazione, nei pazienti in fase terminale, tra vissuti emotivi e benessere psicologico. Tra le diverse emozioni che si presentano nel fine vita, emergono depressione ed ansia.

I disturbi d’ansia sono associati alla malattia terminale e si manifestano, solitamente, in concomitanza con il progredire della sintomatologia, soprattutto sull’aspetto del dolore cronico, e per ciò che riguarda la fase di passaggio dagli interventi terapeutici volti alla remissione della malattia a quelli “palliativi” che riguardano l’assenza di prospettive future, oltre che la paura stessa della morte.

L’aspetto depressivo, solitamente, si verifica nella fase avanzata della malattia e alcuni fattori, che possono causarne l’insorgenza, sono riconducibili ai fattori organici, le alterazioni collegate ai farmaci e il dolore non adeguatamente controllato.

Una ricerca del 2016, si è occupata della valutazione del ruolo della metacognizione come fattore predittivo nello sviluppo del disagio emotivo nei pazienti oncologici (M. Catena Quattropiani et all, 2016). Tale indagine, prende in considerazione l’assunto che i pazienti oncologici, durante la chemioterapia, frequentemente hanno a che fare con molteplici effetti collaterali e di disagio psicologico.

Questa analisi evidenzia che le credenze metacognitive e disfunzionali sono alla base dello sviluppo e del mantenimento dei disturbi emotivi. I risultati hanno evidenziato che la metacognizione ha una forte correlazione con l’ansia e con la depressione di questi pazienti sottoposti a chemioterapia.

Uno studio recente del 2018, ha preso in considerazione l’effetto della psicoterapia cognitivo-comportamentale sulla depressione e sull’ansia, in un campione di soggetti adulti con gravi patologie, afferenti alle cure palliative.

Questa meta-analisi ha incluso 32 studi randomizzati controllati con 36 campioni composti da 1536 partecipanti sottoposti ad un percorso di psicoterapia. Il risultato di questa ricerca suggerisce che la psicoterapia, in questi pazienti, ha ridotto i sintomi della depressione (grande effetto) e dell’ansia (piccolo effetto), migliorandone la qualità della vita (piccolo effetto).

La terapia cognitivo-comportamentale e gli approcci di terza generazione (come ad esempio, l’Acceptance and Commitment Therapy e la Mindfulness) hanno mostrato degli effetti significativi nella riduzione della depressione e dell’ansia in questi pazienti. Questa indagine ha evidenziato che le sessioni di trattamento più numerose hanno prodotto un effetto maggiore, mentre gli incontri con cadenza prolungata hanno prodotto un effetto minore. Anche per ciò ci riguarda l’età dei partecipanti si sono riscontrate delle differenze significative: con l’aumentare dell’età del campione, la dimensione dell’efficacia è diminuita.

Risultati ottenuti anche in altre ricerche, sembrano confermare come la terapia cognitivo comportamentale si sia rilevata una valida modalità di intervento per ciò che riguarda i vissuti di ansia e di depressione nei pazienti in cure palliative. Uno studio del 2008 (T. Anderson, et al), sottolinea come l’uso di tecniche cognitivo-comportamentali era accettabile per una parte di pazienti, che vanno comunque scelti con cura. Alcune difficoltà nel trattamento possono verificarsi in pazienti con uno stato di confusione, in quelli con difficoltà di comunicazione e in quelli con scarsa energia, concentrazione e memoria.

Questi indicatori, suggeriscono quindi, che la psicoterapia cognitivo-comportamentale in persone con malattie gravi, nel contesto delle cure palliative, può essere utile nel ridurre i sintomi della depressione e dell’ansia, migliorando la qualità della vita di questi pazienti. Sono comunque necessarie delle ricerche future, per poter approfondire questi aspetti prendendo in considerazione un campione più ampio della popolazione.

Quando non c’è più nulla da fare, c’è ancora molto da fare

 

Cognitive Ergonomics: where psychology meets innovation – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

La prima sessione extra dell’European Conference on Digital Psychology (ECDP) ha visto come protagonista l’ergonomia cognitiva, le sue applicazioni e il ruolo dello psicologo in questo ambito.

 

La programmazione dell’ECDP includeva alcune sessioni extra, pensate per essere trasversali ai temi della psicologia digitale. La prima è stata tenuta dalla Dott.ssa Antonella Frisiello (Imm. 1), studiosa degli aspetti psicologici e sociali che influenzano l’utilizzo e l’interazione dell’uomo con le nuove tecnologie.

La docente ha trattato il tema dell’ergonomia cognitiva, una particolare disciplina in cui psicologia e innovazione si incontrano. In particolare, la relatrice ha presentato l’ambito di studio, ricerca e lavoro dell’ergonomia dell’Human Factor, area di interazione della psicologia con il design e l’innovazione, e l’Human Centred Design, ossia la metodologia di riferimento di questa disciplina.

Le nostre vite sono pervase da strumenti tecnologici proattivi in grado di anticipare i nostri bisogni. Le tecnologie, infatti, sono nate per migliorare le nostre abilità e rispondere alle nostre necessità. Facendo ciò, cambiano il modo in cui, per esempio, ricordiamo e costruiamo ricordi, esprimiamo la nostra identità, agiamo nell’ambito sociale, comprendiamo noi stessi e il mondo che ci circonda (sentiment analysis), comunichiamo e svolgiamo il nostro lavoro.

Ergonomia cognitiva la psicologia incontra l'innovazione Report ECDP

Imm. 1 Dott.ssa Antonella Frisiello

Le tecnologie fanno parte dell’ambiente, ma è riduttivo concepirle solo come degli strumenti, perché cambiano sostanzialmente il nostro modo di fare le cose; possiamo quindi considerarle un elemento che crea un sistema con l’ambiente e l’uomo. L’ergonomia si occupa della relazione, e della sua regolazione, tra uomo, ambiente e tecnologia come elementi di un sistema; usa un approccio inter e intra disciplinare per arrivare a progettare soluzioni che adattino condizioni ambientali, tecnologiche, organizzative, alle caratteristiche dell’uomo. Non agisce direttamente sull’uomo, ma sul suo contesto.

Le diverse discipline a cui afferisce l’ergonomia danno vita a varie aree di specializzazioni (politecnica, psicosociale e ambientale); ciascuna si occupa di aspetti diversi, ma tutte si basano su una prospettiva antropocentrica: l’uomo è il core dell’ergonomia. La pietra miliare della storia dell’ergonomia è il testo User Centered System Design (Norman & Draper, 1986) in cui gli autori rileggono in chiave psicologica l’interazione uomo-macchina, ponendo al centro l’uomo, ma, allo stesso tempo, promuovendo un approccio sistematico molto attento al contesto e proponendo una metodologia operativa.

Il percorso disegnato, perciò, si muove partendo dallo studio dell’uomo per poi trasformare quanto sappiamo in esperienze interattive, digitali, di servizio. Questo metodo è stato formalizzato e si è molto diffuso, tanto che ne parlano riviste dell’Harvard Business Review e che Google ha fondato la sua guida all’intelligenza artificiale sull’Human Centred Design. Anche l’Unione Europea ha assunto come principio di riferimento l’approccio Human Centred nell’innovazione, dall’intelligenza artificiale alla digital societies.

La relatrice, infine, mostra alcune esperienze personali per dare evidenza delle attività che uno psicologo ergonomo porta avanti nell’ambito di progetti di innovazione tecnologica. I progetti descritti sono stati tutti finanziati dalla Comunità Europea.

Un esempio nell’ambito salute è un grosso progetto che si focalizza sulla fragilità degli anziani e sulla domiciliarità: per mezzo di un’interfaccia robotica sociale si è fornita assistenza domiciliare a malati di broncopatia ostruttiva cronica. La sfida è stata quella di capire come ottimizzare l’interazione e quali servizi mediare attraverso questo strumento. È stato necessario sia eseguire un’analisi del contesto e dei requisiti degli utenti, sia progettare la valutazione della soluzione robotica implementata.

 

Gli effetti psicologici della pandemia nell’atleta

Gli effetti della pandemia COVID-19 hanno contribuito a numerosi cambiamenti nella vita degli atleti professionisti.

 

Le abitudini di allenamento e di gara si sono, infatti, dovute adattare alle nuove disposizioni sanitarie. Questo ha comportato nuove modalità di preparazione fisica, specialmente per gli sport di squadra, l’impossibilità in alcuni casi di usufruire delle palestre e degli spogliatoi, competizioni a porte chiuse o addirittura la sospensione di gare e tornei e, non per ultimo, il rinvio dei giochi olimpici di Tokyo.

Numerosi studi si sono pertanto preoccupati di studiare l’impatto che tali condizioni possono avere sui sistemi fisiologici, nonché sulle prestazioni atletiche. Ma non solo: alcuni ricercatori hanno esplorato l’influenza che tale situazione ha avuto soprattutto sulla regolazione emotiva degli atleti e sulla loro identità atletica.

Anche su un piano psicologico, infatti, le ricadute sono state notevoli. A tal proposito, una ricerca (Fronso et al., 2020) effettuata nella prima fase della pandemia, su un campione italiano di 1132 atleti agonistici, ha dimostrato come l’emergenza ha avuto un impatto deleterio sullo stress percepito e sugli stati psicobiosociali degli atleti, con un aumento significativo dello stress e degli stati psicobiosociali disfunzionali e una significativa diminuzione degli stati psicobiosociali funzionali. Molti sportivi, non solo professionisti, hanno difatti sperimentato sentimenti di sconforto, noia, apatia, tristezza, ansia, paura di perdere lo stato fisico o di non riuscire a recuperare la preparazione, accompagnata anche da calo di motivazione e difficoltà di adattarsi alle nuove direttive di training.

Dinnanzi a tali constatazioni è necessario, quindi, fornire all’atleta alcuni strumenti validi per affrontare in maniera più funzionale il momento storico attuale e proseguire nella preparazione atletica.

La pratica della Mindfulness, ad esempio, può rappresentare un fattore protettivo considerevole. Questa pratica, infatti, può essere un metodo utile ad evitare un sovraccarico emotivo, spendibile anche in futuro per un maggiore benessere mentale. È importante sottolineare, pertanto, come questi cambiamenti potrebbero rappresentare un’occasione preziosa per investire in un allenamento mentale più intensificato al fine di potenziare la fiducia in se stessi, la concentrazione, il rilassamento e molte abilità trascurate.

 

Filo d’erba. Storie d’infanzia: tra ferita dell’attaccamento e grido di speranza – Psicologia & Musica

La canzone Filo d’erba di Fabrizio Moro (2019) racconta la storia di un bambino, il lato struggente dell’infanzia, una spensieratezza negata che colpisce al cuore di chi ascolta

 

Racconta il lato struggente dell’infanzia, una spensieratezza negata che colpisce al cuore di chi ascolta, perché, con i suoi 4 minuti di parole in note, l’autore ci racconta che Filo d’Erba potrebbe essere la storia di chiunque. Quel bambino potrebbe essere ciascuno di noi.

Ti vedo stanco, ti vedo silenzioso e spento, debole come un filo d’erba che attraversa il vento, smarrito come un cane abbandonato che ne ha viste tante…

Il brano inizia così: senza radici. E parla, attraverso immagini forti, di attaccamento. E di quanto fa male crescere quando il diritto al legame sicuro viene negato.

Ogni bambino viene al mondo con bisogni a cui non può rinunciare: protezione, sicurezza, affetto, contatto, calore; viene al mondo per crescere, sviluppare, vivere e amare. Per questo tutti noi nasciamo con un istinto innato al legame di attaccamento (Bowlby, 1969), ovvero una predisposizione biologica, geneticamente determinata e filogeneticamente trasmessa al legame nei confronti della persona che si prende cura di noi. L’attaccamento è, pertanto, un sistema motivazionale che spinge il bambino a ricercare sicurezza, vicinanza, protezione ed è, nei primi anni di vita, funzionale alla sopravvivenza, tanto fisica quanto psichica. L’immaturità dei primi anni, infatti, espone ad una vulnerabilità tale che il bambino, per poter sopravvivere, deve essere protetto; in tal senso, nella figura dell’adulto, generalmente la madre, troviamo un comportamento complementare, il comportamento di accudimento, che fa sì che in condizioni normali la figura materna sia responsiva, fornisca cioè quella protezione e sicurezza di cui il bambino ha bisogno. L’ambiente affettivo ed emotivo genitoriale ha profonde implicazioni sullo sviluppo psichico e somatico del bambino (Giannotti et al., 1984): grazie a prime relazioni sicure egli è in grado di costruire mappe interiori di sé e del mondo, sulle quali si plasma il senso di sé, l’empatia, la capacità di riconoscere e regolare le proprie emozioni, di controllare i propri impulsi, la capacità di mentalizzare e di sentirsi reali (Winnicott, 1969).

..scendi dalla macchina di un padre assente e poi cammini a testa bassa tra gli altri bambini: una mano in tasca e l’altra in aria – sospesa – come a creare un confine tra te e quello che hai rimosso.”

Ad alcuni il diritto all’amore viene, almeno parzialmente, negato. Non sempre – e non solo – per cattiveria, per violenza, per situazioni traumatiche estreme; al momento della nascita di un bambino o, potremmo dire, fin dal suo concepimento, egli dà vita, nell’immediato, ad una mamma ed un papà: è solo in quel momento, al momento dell’effettiva realtà della nuova esistenza, che nascono i due genitori. Accade, però, a volte, che per via di traumi irrisolti, dolori propri dell’infanzia, relazioni insoddisfacenti, problematiche psichiche di varia natura, non si sia pronti a diventare mamma o papà; non si sia capaci – e quasi mai per propria volontà – di investire ogni parte di sé nella crescita del proprio bambino. Ed è così che, in un contesto tutt’altro che sicuro, il bambino plasmerà il proprio sé e i propri modelli interni secondo modalità insicure evitanti, ambivalenti o, nel più estremo dei casi, disorganizzate.

Difficile affermare con certezza quale sia, tra queste tre, la tipologia di attaccamento del bambino in questione. La cosa che emerge, con un’intensità a tratti difficile da tollerare, è il dolore che attanaglia il bambino, la malinconia e la tristezza che pervadono un’epoca – quella dell’infanzia – che dovrebbe essere caratterizzata da una quasi completa spensieratezza. Se si ascolta bene, si riescono ad immaginare gli occhi, privi di luce, di quel bambino lì.

“…e intanto vedi il mondo così grande che ti pisci ancora addosso. Hai pochi anni, ma sembri grande: gli occhi segnati di chi ha visto già, ma pieni ancora di domande.

Perché se manca la sicurezza all’interno delle proprie relazioni primarie, la forza per crescere e gli strumenti per farlo vengono acquisiti in altro modo: la personalità del bambino, la sua psiche, svilupperanno in direzioni dettate dal bisogno di sopravvivenza; dalla necessità di prendere tutto quanto c’è sia di buono che di cattivo nei propri genitori, per interiorizzarlo, per costruire il proprio Sé su una frattura intergenerazionale, con la convinzione che, anche se fa male, doveva andare così; che in fondo un po’ di quel dolore ce lo siamo meritati, perché non siamo stati abbastanza bravi. E cresciamo in fretta, con quanta più fretta possibile per essere indipendenti, o per cercare qualcuno che curi le nostre ferite, che ci possa amare con tutto sé stesso per sopperire – troppo tardi – a dei vuoti, a delle insicurezze, alle troppe domande che l’infanzia ci ha lasciato.

Difficile anche dire se a cantare sia un padre, che chiede perdono al proprio figlio; o l’uomo, ormai cresciuto, che parla al proprio bambino interno, che cerca di trovare delle risposte ad un’infanzia mal vissuta. Quale che sia per ciascuno la propria verità, ciò che è certo è che alla fine della canzone, Fabrizio emette, a gran voce, un grido di speranza:

No, tu non puoi guardare, ma quello che oggi stai imparando, un giorno lo potrai evitare.
Giuro no, tu non puoi guardare, ma quello che oggi stai ascoltando un giorno lo potrai spiegare…

Perché se è vero che niente e nessuno può cancellare determinate ferite, è altrettanto vero che delle cicatrici è possibile farne un proprio punto di forza. È possibile perdonare il passato, ricucire il presente, migliorare il futuro. È possibile diventare genitori sufficientemente buoni (Winnicott, 1969) curando le proprie fratture, accettando le proprie debolezze, amando tanto il bambino reale quanto – imprescindibile – il proprio bambino interno. Perché:

Crescere non è facile, però, tante cose ancora non le so, ma non devi avere mai paura…

 

FILO D’ERBA – Guarda il video del brano:

“Io non sono critico, sei tu che sei troppo sensibile”: gli effetti dell’emotività espressa nei giovani affetti da un disturbo dello spettro bipolare

Secondo la letteratura, sia gli adolescenti che gli adulti con disturbo bipolare che hanno manifestato ricadute, avevano ricevuto critiche più incisive dai parenti rispetto ai controlli (Rosenfarb et al., 2001).

 

Nei disturbi dello spettro bipolare (BPSD) rientrano il bipolare I, caratterizzato da almeno un episodio maniacale o misto nel corso della vita, il bipolare II, definito da almeno un episodio ipomaniacale e uno depressivo maggiore, il disturbo ciclotimico, distinto da una rapida alternanza di fasi depressive e (ipo)maniacali di intensità lieve-moderata ed il disturbo bipolare non altrimenti specificato (American Psychiatric Association 2013).

Rispetto all’esordio, è stato dimostrato come alcuni fattori familiari possano incrementare il rischio, nonché la gravità di questi disturbi.

L’emotività espressa (EE) rappresenta la misura degli atteggiamenti critici, ostili e/o emotivamente coinvolti espressi da un membro della famiglia nei confronti di un paziente psichiatrico (Hooley & Hoffman, 1999) che, inevitabilmente, influenza negativamente la natura delle interazioni familiari.

La ricerca sugli adulti mostra che le interazioni interpersonali stressanti, possono essere correlate all’insorgenza di disturbi dell’umore (Hooley & Hiller, 2001) così come ad una più scarsa risposta al trattamento e ricadute più veloci (Perlis et al., 2004).

Tra le dimensioni dell’emotività espressa vi è la critica percepita (PC), che riguarda i livelli di critiche e rimproveri che un individuo percepisce dai comportamenti di un membro della famiglia (Masland & Hooley, 2015).

In generale, secondo la letteratura, sia gli adolescenti che gli adulti con disturbo bipolare che hanno manifestato ricadute, avevano ricevuto critiche più incisive dai parenti rispetto ai controlli (Rosenfarb et al., 2001).

In un altro studio, i pazienti che avevano manifestato una maggiore angoscia in risposta alle critiche percepite dai familiari hanno sperimentato sintomi maniacali più gravi al follow-up rispetto ai pazienti che erano meno angosciati rispetto alle critiche (Miklowitz et al., 2005).

Un’ulteriore dimensione correlata all’emotività espressa è la sensibilità alla critica (SC), che rappresenta la misura in cui un individuo percepisce una situazione come critica e quanto si sente ferito in risposta a quest’ultima (Cutting et al., 2006). La letteratura suggerisce che PC e SC possano essere correlate a un funzionamento peggiore in pazienti adulti con BPSD rispetto ad altre diagnosi (Miklowitz et al., 2005) e ciò supporta la possibilità che essi producano effetti simili nei giovani. Inoltre, la ricerca precedente suggerisce che i giovani con BPSD tendono anche a sperimentare una maggiore labilità dell’umore rispetto ai giovani con depressione unipolare e alti tassi di suicidalità, entrambi associati ad un funzionamento disfunzionale della famiglia (Algorta et al., 2011). Questi risultati suggeriscono che la critica e la SC possono essere più strettamente associate al funzionamento dei giovani con BPSD rispetto ai giovani con altre diagnosi psichiatriche.

Dunque, si ritiene che vi possa essere una correlazione tra i costrutti appena descritti e i sintomi dei BPSD, ma attualmente le ricerche sono state condotte principalmente su campioni costituiti da pazienti adulti.

Prendendo atto delle lacune presenti nella letteratura, Schudlich e colleghi (2020) si sono proposti di verificare se la critica percepita e la sensibilità a quest’ultima fossero legate all’insorgenza del BPSD e alla maggiore gravità dei sintomi, in linea con i risultati riguardanti gli adulti. In particolare, essi hanno ipotizzato che livelli più elevati di PC e SC sarebbero associati a un quadro clinico peggiore. Inoltre, il team si è posto l’obiettivo di esaminare la misura in cui PC e SC fossero associate a questo profilo sintomatico più grave specificamente nei casi con BPSD rispetto ai casi con differente diagnosi.

Allo studio hanno preso parte 828 giovani, di cui il 18,5% soddisfaceva i criteri per i disturbi dello spettro bipolare, la restante parte era costituita da pazienti che avevano ricevuto diagnosi differenti e l’1,8% era costituito da soggetti sani.

È bene specificare che in questo studio gli autori hanno utilizzato unicamente i dati riferiti dai genitori: questi ultimi hanno dunque valutato il proprio atteggiamento critico nei confronti dei figli e quello dei figli nei loro confronti e le reciproche reazioni di rabbia alle critiche.

I risultati ottenuti hanno sostenuto una associazione significativamente positiva tra i resoconti dei genitori sull’atteggiamento critico dei giovani e i sintomi maniacali e depressivi più gravi, una maggiore labilità dell’umore, una maggiore suicidalità e un funzionamento globale peggiore.

Questi risultati sembrano essere i primi a suggerire che gli stili di comunicazione nei giovani con BPSD – in particolare la critica – possono essere direttamente correlati al loro disturbo. I giovani che sperimentano una labilità dell’umore possono essere più propensi a criticare gli altri e ciò dà origine a forti malintesi all’interno dell’ambiente familiare in quanto, al polo opposto, vi è una difficoltà dei caregiver nel dare un senso a tali manifestazioni. Inoltre, i giovani che erano più sensibili a ricevere critiche dai loro genitori hanno sperimentato sintomi depressivi e maniacali più gravi e una suicidalità significativamente più alta.

Nel complesso, questi risultati si allineano con la teoria dei sistemi familiari (Cox & Paley, 1997) che sostiene l’idea che il BPSD non sia solo un disturbo del singolo ma abbia ripercussioni sull’intera unità familiare. Alla luce di questa teoria, e basandosi sull’ereditarietà delle disregolazione emotiva (Morris et al., 2007), è possibile che i sintomi più gravi dei giovani possano suscitare maggiori critiche da parte dei caregiver, che poi portano ad un maggiore peggioramento dei sintomi nei giovani, con conseguente modello ciclico.

Rispetto al secondo obiettivo, anche se sono state riscontrate alcune interazioni significative tra la critica e la sensibilità della famiglia e i sintomi dei giovani con BPSD, tali associazioni non riguardavano unicamente queste tipologie di disturbi. Ad ogni modo, i risultati sono coerenti con la ricerca precedente che dimostra che l’EE può essere osservata in famiglie con una ampia gamma di diagnosi di malattie mentali (Hooley, 2007).

Concludendo, la ricerca suggerisce che gli stili di interazione familiare si associno alla gravità dei sintomi, alla suicidalità e alla labilità dell’umore nei giovani con BPSD. Dunque, puntare sulla sensibilità alla critica del ragazzo e sulla sua criticità verso la famiglia, nonché coinvolgere quest’ultima nel trattamento, fornendo una psicoeducazione sullo sviluppo dei sintomi, costruendo contestualmente abilità di comunicazione e di regolazione emotiva, potrebbero essere interventi di successo per il trattamento di giovani con BPSD.

 

Fobie reali e realtà virtuali. Pratichiamo la Teoria – Video del Webinar organizzato da Scuola Cognitiva di Firenze

La Scuola Cognitiva di Firenze, in collaborazione con Studi Cognitivi, organizza un ciclo di webinar formativi e di confronto fra modelli. Ogni incontro tratta un argomento di interesse clinico con una particolare attenzione alla pratica. Pubblichiamo per i nostri lettori il video del webinar su fobie e realtà virtuali.

 

“Un ascensore di vetro mostra la città sotto i tuoi piedi mentre sale fino al 49esimo piano, a circa 150 metri di altezza”

“I motori si accendono, il rombo cresce in tutta la cabina, il comandante annuncia la partenza del volo di lì a pochi secondi, mentre fuori dal finestrino scorre veloce la pista di decollo”.

Per molte persone scene di questo tipo costituiscono qualcosa di familiare. Per altre invece sono esperienze spaventose, che basta immaginare per provare ansia fino al panico. La paura di volare o delle altezze, infatti, così come la paura di spazi chiusi o di parlare in pubblico, sono molto diffuse e possono provocare disagi e limitazioni sociali e lavorative.

Negli ultimi anni è possibile curare queste e altre condizioni di fobia usando la tecnologia della Realtà Virtuale, con la quale possiamo accompagnare le persone nelle loro esperienze temute in modo graduale e controllato, economico e sicuro, fino a farle familiarizzare con le proprie paure e imparare a superarle.

Durante l’incontro è stato mostrato un apparato di Realtà Virtuale per la psicoterapia, per fare esperienza concreta di quali sono le caratteristiche peculiari di questo innovativo intervento.

 

FOBIE REALI E REALTÀ VIRTUALI

Guarda il video integrale del webinar:

 

SCOPRI I PROSSIMI EVENTI IN PROGRAMMA >> CLICCA QUI

SCUOLA COGNITIVA DI FIRENZE >> SCOPRI DI PIU’

E-Therapy: il passaggio della psicoterapia al virtuale – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

La sessione E-Therapy dell’ECDP evidenzia come dagli studi presenti in letteratura sembri che l’aumento della digitalizzazione nell’ambito della psicoterapia possa avere delle ricadute positive, in termini di riduzione dei costi, contenimento dei drop out ed equalizzazione dell’accesso alle cure.

 

La transizione dal reale al virtuale che ha radicalmente caratterizzato le nostre relazioni dall’inizio dell’epidemia da Covid nel febbraio 2020 ha necessariamente investito anche la sfera della salute mentale, in particolare i colloqui clinici.

È servita una revisione del concetto di terapia, tradizionalmente concepita come incontro dal vivo, perché fortemente connotata anche dagli aspetti di comportamento non verbale e di prossemica, che risultano per forza di cose fortemente condizionati dalla mediazione del video.

Lo psichiatra Stefano Porcelli (Imm. 1), coordinatore nazionale dell’area “Mente e Cervello” del centro medico Santagostino Psiche, ha raccontato come è avvenuta la transizione alla videoterapia presso le varie sedi del centro; Santagostino Psiche è una realtà fortemente strutturata, con circa duecentotrenta professionisti attivi tra psicoterapeuti e psichiatri e più o meno duemila prestazioni erogate a settimana.

E Therapy il passaggio della psicoterapia al virtuale Report ECDP Imm 1

Imm. 1 Dott. Stefano Porcelli

Il centro ha effettuato un’analisi della risposta dei pazienti alla proposta di trasferire il rapporto terapeutico dagli studi alle piattaforme online; all’inizio si è riscontrata una generale esitazione, poi però quando è stato evidente che l’“emergenza” sarebbe durata a lungo la percentuale di conversione dei trattamenti in videoterapia è salita a circa il 90%, contestualmente ad una caduta dei primi accessi nella fase di pre-lockdown (-44%) e di lockdown (-77%) che ha riguardato anche le visite psichiatriche (con una riduzione del 23% in pre-lockdown e del 58% in fase di lockdown); in questo scenario gli interventi che meglio hanno resistito nel medio-lungo termine sono stati proprio i trattamenti psicoterapeutici.

Superate le prime incertezze, la videoterapia ha quindi dimostrato di poter essere una valida alternativa, un’opzione irrinunciabile per il futuro, a cui i pazienti si sono affidati con qualche perplessità ma alla quale sono poi riusciti ad adattarsi.

Inoltre ad oggi i risultati delle analisi del centro Santagostino Psiche sulle reazioni al passaggio alla videoterapia risultano in linea con la recente bibliografia sull’argomento.

Certo, è necessario che ci sia una valutazione a monte dei pazienti, per stabilire che siano rispettati alcuni criteri di idoneità ad una presa in carico a distanza; e proprio in virtù delle innegabili differenze tra i due setting, virtuale e in presenza, è anche prioritario che si inizi a ragionare su idonei percorsi di formazione per i terapeuti.

Sempre sul tema della E-Therapy è intervenuto il dr. Tommaso Ciulli (Imm. 2), psicologo e psicoterapeuta, membro di Idego srl, una realtà che si occupa di psicologia digitale, realtà virtuale e aumentata e intelligenza artificiale.

E Therapy il passaggio della psicoterapia al virtuale Report ECDP Imm 2

Imm. 2 Dott. Tommaso Ciulli

Ciulli ha presentato il progetto europeo Co-Adapt, che si occupa di studiare e promuovere l’integrazione tra psicologia e nuove tecnologie in un’ottica di promozione del benessere e delle abilità di coping.

Un progetto avvenieristico, insieme avvincente e un po’ inquietante, tutt’ora in corso.

Sulla scia degli assistenti vocali a cui siamo ormai abituati (pensiamo a Cortana o Alexa) Co-Adapt apre una nuova frontiera, cercando di capire fino a che punto la tecnologia possa diventare sensibile agli stati emotivi e psicologici della persona.

Il progetto prevede che l’utente, per un periodo di due mesi, abbia a disposizione un’applicazione costituita da materiali consultabili (guide scritte, video, note) e da un Agente Conversazionale (CA), a tutti gli effetti un interlocutore digitale, capace di interpretare i testi scritti, sintetizzarli e rimandare all’utente un riscontro (di volta in volta gestito e parametrato da un terapeuta) sul suo stato emotivo, i suoi pensieri e la correlazione tra questi e gli eventi di vita, all’interno quindi di una cornice CBT e con lo scopo di aiutare il paziente a fronteggiare lo stress e aumentare le capacità di adattamento e di problem solving.

Il CA è integrato da un dispositivo indossabile (braccialetto o anello) in grado di rilevare alcuni parametri neurofisiologici (ad esempio il battito cardiaco e la sudorazione) e a fornire quindi informazioni che perfezionano i feedback del dispositivo.

In base a questi dati il CA proporrà infatti al paziente degli specifici esercizi da svolgere (ad esempio esercizi cognitivi o di rilassamento) e misurando poi i parametri fisiologici prima e dopo l’esercizio, l’Intelligenza Artificiale sarà in grado di personalizzare l’intervento, arrivando a comprendere (e ad apprendere, in un’ottica di machine learning) quali esercizi siano più efficaci per quella persona in quello specifico contesto di vita o per quel particolare problema.

Il protocollo del progetto prevede otto fasi suddivise in una parte di assessment, di intervento vero e proprio e di elaborazione dei dati; al momento i risultati del progetto sono parziali, anche a causa dei rallentamenti legati ovviamente all’epidemia.

Ad oggi dagli studi presenti in letteratura sembra che l’aumento della digitalizzazione nell’ambito della psicoterapia possa avere delle ricadute positive, in termini di riduzione dei costi, contenimento dei drop out ed equalizzazione dell’accesso alle cure; questo perché, nel dettaglio, le applicazioni digitali possono raggiungere milioni di persone, sono spesso di facile utilizzo, hanno prezzi contenuti o sono addirittura gratuite, aumentano  l’accettabilità del servizio, sono disponibili h24, consentono una massiccia e automatica raccolta di dati.

Dalle prime impressioni degli utenti aderenti al progetto emerge l’idea di sentirsi aiutati a definire meglio situazioni, pensieri ed emozioni; i terapeuti da parte loro hanno riscontrato il vantaggio di individuare la persistenza di alcune tematiche, che ha potuto guidare e perfezionare il focus terapeutico.

Tuttavia l’utilizzo di infrastrutture digitali in psicoterapia non è esente da qualche zona d’ombra; serve lavorare verso una progressiva personalizzazione dei dispositivi, che permetta di ritagliarli sempre di più sulla singola persona e sul suo stile di vita.

Dal punto di vista dei professionisti ciò che manca è anche una reale validazione scientifica di queste applicazioni, la cui implementazione a monte avviene senza un effettivo coinvolgimento dei professionisti stessi.

Le principali sfide aperte restano anche gli ovvi risvolti etici di questo tipo di dispositivi, la bassa intelligenza (per il momento) del CA, la necessità di perfezionare l’aggregazione dati e la generalizzazione del modello di apprendimento, oltre che le questioni legate alla sicurezza del trattamento dei dati sensibili.

Lo scenario più incoraggiante è che il CA favorisca la compliance verso la terapia e la messa in atto di strategie funzionali tra una seduta e l’altra, concordate con lo specialista e che sia in grado di fornire indicazioni aggiuntive e integrate, preziose per la terapia.

Una forte raccomandazione rimane comunque che gli psicologi siano sistematicamente chiamati a presidiare e monitorare anche i delicati processi di implementazione dei dispositivi e di trattamento dei dati.

Interventi farmacologici nella demenza

Allo stato attuale, i farmaci impiegati per attenuare le manifestazioni cliniche nel AD di stadio lieve-moderato sono gli inibitori dell’acetilcolinesterasi (Guaita & Vitali, 2004).

 

Il DSM-5 (APA, 2013) con Disturbi Neurocognitivi (DNC) fa riferimento a un’ampia categoria di disturbi acquisiti che rappresentano un declino rispetto al precedente livello di funzionamento e in cui il deficit clinico primario è di tipo cognitivo.

Relativamente al DNC Maggiore, esso si caratterizza per un significativo declino in uno o più domini cognitivi che interferisce con l’indipendenza nelle attività quotidiane. Il DSM-5, inoltre, presenta come specificatori cui prestare attenzione la gravità, la presenza di disturbi del comportamento e il sottotipo.

Prima di approfondire il trattamento farmacologico, è bene considerare le modificazioni neurobiologiche che avvengono nel cervello della persona con DNC di tipo Alzheimer (AD), il sottotipo più diffuso. Esso è una amiloidopatia, ovvero si caratterizza per un’alterazione del metabolismo delle proteine, in particolare i peptidi β-amiloidi che, accumulandosi formano le placche senili, e la proteina tau, che porta alla formazione dei grovigli neurofibrillari. Essi bloccano il normale funzionamento neuronale, portando alla morte cellulare con conseguente atrofia, specie a livello ippocampale. Per quanto riguarda i neurotrasmettitori, si verifica una riduzione dell’acetilcolina e un’eccessiva presenza di glutammato.

Trattamento farmacologico per lo stato cognitivo

Allo stato attuale, i farmaci impiegati per attenuare le manifestazioni cliniche nel AD di stadio lieve-moderato sono gli inibitori dell’acetilcolinesterasi (AchEI) (Guaita & Vitali, 2004). Essi contrastano l’enzima acetilcolinesterasi, causa della diminuzione dell’acetilcolina necessaria ai processi di memoria ed apprendimento (Hogan et al., 2008). Donepezil (Rogers & Friedhoff, 1996); Galantamina (Wilkinson et al., 2001) e Rivastigmina (Corey-Bloom et al., 1998) vengono scelti in base a eziologia, tollerabilità ed effetti collaterali (Hogan et al., 2007). Queste terapie agiscono sulla sfera cognitiva, in particolare su memoria e attenzione (Birks, 2006), ma la loro efficacia è stata dimostrata di breve durata (Birks & Harvey, 2018). Inoltre, un limite dei trattamenti farmacologici è legato ai loro effetti collaterali, di cui i più comuni sono l’aumento dell’incontinenza urinaria, problemi gastrointestinali, vertigini e sincopi (Hogan et al., 2008).

In fase moderato-grave di malattia si prescrive spesso la Memantina che, inibendo i recettori NMDA, contrasta il glutammato (Peskind et al., 2006). Tale farmaco può, però, indurre eventi avversi di tipo cardiovascolare e gastrointestinale.

Trattamento farmacologico per i disturbi del comportamento

I problemi comportamentali sono la causa più frequente di istituzionalizzazione (Finkel & Burns, 2000) e l’approccio bio-medico individua come unica soluzione l’uso di farmaci sedativi: antipsicotici, ipnotici, stabilizzatori dell’umore e benzodiazepine. Queste ultime sono state per molto tempo utilizzate per il paziente geriatrico, ma le ricerche più recenti (Beers Criteria, American Geriatrics Society, 2015; Pasina et al., 2016) sottolineano l’inappropriatezza della loro prescrizione, poiché mal tollerate, causa di perdite mnesiche e della coordinazione motoria con conseguente aumento di cadute (Julien et al., 2015).

Per i disturbi del sonno, valide alternative alle benzodiazepine sono la melatonina, che si è dimostrata efficace nel ripristinare il ritmo circadiano in assenza di effetti collaterali (Cardinali et al., 2017; Reynolds, 2019), il Trazodone (Martinón‐Torres et al., 2004) o, quando l’insonnia è legata a sintomatologia depressiva, gli SSRI (Caltagirone et al., 2005). Per quel che riguarda gli stabilizzatori dell’umore, una esaustiva revisione della letteratura non ne raccomanda l’utilizzo routinario nelle demenze poiché i benefici sono inconsistenti e gli effetti collaterali rilevanti (Konovalov et el., 2008; Kwan et al., 2001).

Oggi di più largo impiego sono gli antipsicotici tipici, come Aloperidolo e Promazina, o atipici, come Risperidone, Olanzapina o Quetiapina, con preferenza per gli ultimi per la migliore tollerabilità e la minore tossicità (Sink et al., 2005; Connelly et al., 2010). Infatti, una recente review Cochrane (Mühlbauer et al., 2019), sottolinea l’influenza degli antipsicotici tipici sui sintomi extrapiramidali, sulla sonnolenza, sul peggioramento cognitivo e sull’aumento del rischio di morte (Randle et al., 2019).

Sostenere l’apprendimento: aiuto compiti, tutoring o potenziamento?

Parlando di apprendimento il termine “potenziamento” nasce dal concetto di intelligenza potenziale, ovvero dell’esistenza di un contenitore di abilità.

 

Ogni anno scolastico porta con sé nuove “sfide” per insegnanti, genitori e, non per ultimi, per bambini ed adolescenti. Dinanzi ad una serie di interventi che possono colmare difficoltà in ambito scolastico, è importante capire quali di questi possano realmente essere funzionali al fine di scegliere quelli realmente adeguati.

L’attività di studio può essere supportata ad un livello didattico, ad un livello metacognitivo ed in ultimo potenziando i processi sottostanti l’apprendimento.

Questo implica che i diversi interventi si collochino a livelli differenti, permettendo di:

  • prevedere un intervento mirato a colmare delle carenze puramente didattiche in una o più materie, in cui la ripetizione degli aspetti teorici ed una maggiore esercitazione, in un percorso di aiuto-compiti, possono mostrarsi risolutive;
  • intervenire in maniera trasversale sulle difficoltà di apprendere sia per la mancanza che per l’uso errato di strategie. La possibilità di “imparare ad imparare”, ha come obiettivo la costruzione dell’autonomia che avviene nei percorsi di tutoring in cui ciò che si co-costruisce non è il compito “corretto” per una specifica materia, ma il come fare i compiti in termini di organizzazione, scelta di strategie e risoluzione.

In molti casi l’utilizzo improprio del termine potenziamento non seguito da una specifica degli aspetti su cui si andrà a lavorare, finisce per creare confusione nella scelta che potrebbe essere non rispondente alla reale esigenza di quel bambino o di quell’adolescente. Gli aspetti su cui possiamo lavorare possono essere dunque puramente didattici, in altri casi legati ai processi metacognitivi, in altri ancora cognitivi.

Il lavoro che avviene in ambito didattico, a scuola o nei percorsi di aiuto-compiti, mira ad incrementare un certo grado di competenza in una specifica materia scolastica. Questa modalità di supportare lo studio, differisce dal tutoring in cui non è la ripetizione dei contenuti o un numero maggiore di esercitazioni a determinare la capacità di svolgere un compito ma la possibilità di accedere a quel contenuto in una maniera funzionale al proprio modo di apprendere. Entrambi questi percorsi differiscono dal potenziamento svolto da una figura sanitaria, che riguarda invece i processi coinvolti nell’apprendimento: dalla letto-scrittura al calcolo sino ai processi attentivi, di memoria ed elaborazione.

Come si traducono queste differenze nel lavoro pratico?

Facciamo un esempio: la stesura di un testo. Per questo compito delineo obiettivi diversi, raggiungibili attraverso percorsi differenti precedentemente citati e dunque posso:

  • scrivere un testo corretto privo di errori grammaticali per il compito di italiano (aiuto compiti);
  • scrivere un testo in termini di: progettazione, stesura e capacità di organizzazione delle informazioni affinchè ciò che comunico sia comprensibile e aderente alle idee che voglio esprimere (tutoring);
  • accedere alle informazioni contenute nella memoria affinché possa potenziare un’abilità di base, in questo caso la memoria, col fine di ricordare i contenuti appresi (potenziamento).

Il termine “potenziamento” nasce dal concetto, presente in letteratura, di intelligenza potenziale ovvero dell’esistenza di un contenitore di abilità: è proprio al suo interno che possiamo trovare processi e/o strategie cognitive non utilizzate appieno o carenti, ma a cui, possiamo offrire una serie di stimoli specifici che ci permettano di agire all’interno di un range di modificabilità. L’aspetto di “modificabilità” dell’attività di potenziamento, riferendoci al sistema nervoso, coinvolge la capacità dei sistemi neurali che, ricevendo stimoli adeguati, variano per struttura e funzione. In linea con quanto affermato da Feuerestein (1980) la modificabilità è possibile per ogni individuo in linea con le sue potenzialità.

Cosa scegliere per chi ha una difficoltà di apprendimento un BES o un DSA?

E’ importante definire il bisogno del bambino e/o dell’adolescente: una valutazione psicodiagnostica, la stesura di un profilo di funzionamento, in caso di DSA o nei casi di BES, il giudizio di un insegnante nei casi di semplici difficoltà scolastiche devono porci nella condizione di saper discriminare a che livello si situa quella difficoltà, quale processo è realmente coinvolto e di che natura è (didattica, metacognitiva, cognitiva…), al fine di rispondere con un intervento appropriato.

Tempi, differenze e modalità

L’aiuto compiti può essere svolto quotidianamente col fine di portare a termine i compiti per il giorno seguente. Differisce dal tutoring che prevede invece, la possibilità di svolgere una parte dei compiti assieme al tutor alternando giornate di piena autonomia per lo studente.

In ultimo il percorso di potenziamento, svolto da una figura sanitaria, prevede l’utilizzo di attività che sarà il clinico a strutturare, tagliandole sia sugli aspetti diagnostici emersi, sia sul profilo di funzionamento e tenendo conto tanto dei punti di debolezza, quanto dei punti di forza. Il potenziamento a seconda delle tecniche e degli strumenti utilizzati, prevede una frequenza settimanale ed una durata del training inferiore ad un’ora, in cicli che possono ripetersi più volte durante l’intero anno.

Sentirsi efficace…per esserlo!

Non possiamo scindere il processo di apprendimento dalle emozioni legate alla dinamica percettiva di fallimento e successo in ambito scolastico. Migliorare le abilità coinvolte nel processo di apprendimento significa acquisire un senso di autoefficacia, raggiungendo capacità che possiamo definire generalizzabili, ovvero non solo funzionali a migliorare in una materia scolastica, ma sopratutto utili a gestire strategie che permettano a bambini ed asolescenti di far fronte all’insuccesso, vedendo in quest’ultimo un’opportunità di cambiamento nel proprio percorso e non più un giudizio sulle proprie capacità.

 

Kafka sulla spiaggia: uno spirito solitario che vaga lungo la riva dell’assurdo – Recensione del libro

Kafka sulla spiaggia è un libro di Murakami Haruki, scrittore contemporaneo che ha la particolarità di catapultare il lettore in mondi paralleli, attraverso viaggi nell’assurdo e nei meandri dell’inconscio dei protagonisti.

 

Questo libro, attraverso una sorta di viaggi intrapsichici (e non solo), affronta molte tematiche legate all’adolescenza. Il protagonista, infatti, è un adolescente che sta per fuggire dalla casa natale nella quale ha vissuto con suo padre, uno scultore di successo e molto severo. Prima di partire ritrova una vecchia foto in cui vi sono ritratti lui e sua sorella, della quale non ricorda nulla, neanche il nome. Si intuisce da subito che non ha ricordi nemmeno della madre e la sua storia sembra circondata da segreti familiari. Il suo viaggio comincia così: zaino in spalla e una profezia che dovrà compiersi. La prima meta da raggiungere viene scelta “a pelle” e tutto il racconto è mosso da questa pseudo casualità, e si intuisce ben presto che niente è al caso.

Il giovane spirito solitario sceglie un nome fittizio per scollarsi dal suo passato e iniziare una nuova vita e decide di chiamarsi Tamura Kafka e così inizia il suo lungo viaggio, accompagnato dal “ragazzo di nome Corvo”, il suo alter ego che lo seguirà e lo consiglierà per tutta la sua avventura, fino al compimento della profezia.

Ma chi è Tamura Kafka? E’ un ragazzo di appena 15 anni che si sta preparando a fuggire di casa da ben 2 anni, allenandosi tutti i giorni per poter sembrare più grande dell’età che ha, così da evitare possibili problemi futuri e per affrontare ciò che lo aspetterà durante il suo viaggio. Ha vissuto da solo con il padre, con il quale non scambia nessuna parola e che cerca di evitare in tutti i modi, gli unici scambi comunicativi li ha con la domestica e qualche compagno di classe. Si può quindi definire un ragazzo solitario, che ha eretto intorno a sé un muro altissimo che non permette a nessuno di valicare (Murakami H., 2002) e con questo atteggiamento riesce a tenere lontani tutti i suoi pari. Kafka è mosso dal desiderio di conoscere di più sulla sua vita passata e di allontanarsi da un padre che con la sua presenza-assenza riempie ogni singola stanza come se la casa fosse permeata dalla sua essenza. Emerge da subito il desiderio di evadere da quel posto che non sente suo, desiderio che attraversa ogni adolescente, in quanto ci si stacca dalle figure di accudimento per dirigersi verso l’esplorazione del mondo e l’instaurarsi di nuove relazioni significative. Ed è ciò che il nostro Kafka mette in atto: esplora il mondo attraverso l’esplorazione di sé stesso, del suo passato e della profezia che dovrà compiere.

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarla cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. E’ qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto e chiudendo forte gli occhi per non fare entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. […] Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio:
tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi era entrato (ibidem).

Ho scelto questa citazione perché, a mio avviso, racchiude perfettamente ciò che avviene durante il cambiamento. L’adolescenza è il periodo per eccellenza dei cambiamenti, il corpo cambia, la voce cambia, l’identità cambia, mutandosi e trasformandosi. Ci si ritrova con un passo verso l’infanzia e un passo verso il mondo adulto e l’adolescente si ritrova in una posizione mediana e non sa quali panni dover indossare. Spesso è confuso dal turbinio emotivo e Murakami descrive con un’immagine visiva della tempesta ciò che avviene nel giovane Kafka ed è certo che, finita la tempesta, inevitabilmente ci si ritrova cambiati, mutati. Dunque, la tempesta è simbolo del cambiamento che è a volte necessario, a volte obbligato e il cambiamento in ogni caso è trasformazione di noi stessi.

Parlando di Kafka, non posso non fare cenno di un personaggio fondamentale: il vecchio Nakata. La storia, infatti, racconta di due vite apparentemente parallele, ma che in realtà sono intrecciate e collegate e proseguono di pari passo. La storia del giovane Tamura si affianca alla storia del vecchio Nakata, un personaggio simpatico che riesce a parlare con i gatti. Nakata tende a parlare in terza persona e a definirsi “l’unico stupido” della sua famiglia, a seguito di un evento misterioso avvenuto durante l’occupazione del Giappone da parte dell’esercito americano. Dopo un lungo coma, Nakata divenne “stupido”, in compenso però riusciva a capire il linguaggio dei gatti. Anche Nakata è un tipo solitario, trascorre le sue giornate in compagnia dei felini, con i quali instaura una certa complicità. Si rivelerà essere tutt’altro che un sempliciotto e sarà un personaggio cruciale per il compimento della profezia.

In questo libro, Murakami racconta i dilemmi adolescenziali (e non solo) attraverso eventi misteriosi e surreali e non ci fa mancare proprio niente, inserendo ciò che Freud chiamò “complesso di Edipo”: ovvero, l’identificazione con il genitore dello stesso sesso per conquistare il genitore del sesso opposto. Ma cosa succede se si considera il padre un estraneo, una sorta di coinquilino e la madre una sconosciuta della quale non ci si ricorda nemmeno un lineamento del volto? Murakami risponde a questa domanda facendo vivere al protagonista una lotta interiore tramite un vortice di eventi e vicissitudini che si intrecciano, attuando letteralmente il complesso edipico. Ricordo che Edipo, eroe della mitologia greca, uccise il padre e sposò la madre come aveva previsto l’Oracolo di Delfi.

Potrei scrivere pagine su pagine su tutti i significati intrinseci del libro, ma rischierei di svelare troppe cose e chi legge Murakami, sa che il mistero è alla base di tutti i suoi libri.

Ma quali analogie possiamo trovare con la storia di Kafka e i nostri adolescenti? La sensazione di essere soli contro il mondo, senza l’appoggio di nessuno. Gli adolescenti di oggi sono iper-connessi con il virtuale, ma sconnessi con loro stessi e di chi è la colpa? Il senso comune tende a puntare il dito contro i mass-media, ma non sono totalmente d’accordo, in quanto la tv negli anni ’50/60 (in Italia) ha cresciuto generazioni su generazioni, no non si può dare sempre la colpa alla tecnologia “cattiva”, ma piuttosto al nostro averli in balia di questi strumenti senza spiegare un utilizzo intelligente dei dispositivi elettronici e al non averli stimolati abbastanza. La responsabilità è di noi adulti, dobbiamo rieducare in primis noi stessi e poi i nostri giovani perché la tecnologia fa parte delle nostre vite, bisogna prenderne atto e renderla nostra alleata. Rimbocchiamoci le maniche e facciamo del nostro meglio per stare al loro fianco, ascoltiamo i loro silenzi, soprattutto se si oppongono, soprattutto se ci respingono. E non consideriamo le loro battaglie meno importanti delle nostre, non dimentichiamo che anche noi siamo stati adolescenti e proprio perché abbiamo percorso i loro passi, dobbiamo tendere la mano e aiutarli ad attraversare con maggiore sicurezza, ma con un occhio nuovo, al passo con i tempi. Inoltre, questa situazione pandemica ha fatto emergere in superficie ciò che la cultura italiana reprime da sempre: l’importanza delle emozioni, l’importanza di saper dare un nome a ciò che proviamo. Educhiamo i bambini e i ragazzi ad essere connessi con le loro emozioni, un bambino che cresce consapevole dei suoi stati emotivi, è un bambino che avrà maggiore successo nella vita (in tutti i campi, dallo scolastico al lavorativo, al relazionale) (Goleman D., 1995).

Dunque, dobbiamo guardare ai bisogni dei giovani e il sistema scolastico ha bisogno di una svolta in quanto la scuola strutturata come è concepita, poteva andare bene 20 anni fa, ma non oggi perché il mondo non sta cambiando, è già cambiato.

 

Attacchi di panico notturni: il ruolo della sensibilità all’ansia, dell’intolleranza all’incertezza e della responsabilità del danno

Il panico notturno, spesso in comorbilità con quello diurno, consiste nel risveglio improvviso in un forte stato ansioso (Craske & Barlow, 1989), non ricondotto a sogni o incubi e in assenza di alcuna causa apparente. 

 

Spesso è presente l’ansia anticipatoria verso il momento del sonno, che viene evitato, con insonnia conseguente responsabile della compromissione del funzionamento mentale, fisico e sociale dell’individuo (Craske & Tsao, 2005).

Coloro che soffrono di panico diurno e notturno, non riportano differenze negli aspetti di variabilità respiratoria, frequenza cardiaca e dei movimenti del corpo durante il sonno, gravità dei sintomi del panico, depressivi o ansiosi (Craske & Tsao, 2005).

In accordo con la teoria della paura della perdita della vigilanza, gli individui che soffrono di panico notturno, a differenza di quello diurno, temono le situazioni di riduzione della soglia di vigilanza poiché connotate dall’impossibilità di reagire al pericolo o proteggersi dalle minacce (Tsao & Craske, 2003a). Questo comporta ad esempio l’evitare di dormire per timore di un attacco di cuore durante il sonno e di non riuscire a richiedere l’aiuto medico (Tsao & Craske, 2003b).

Tre costrutti si legano alla teoria della paura della perdita della vigilanza, ovvero l’intolleranza dell’incertezza, la responsabilità del danno e la sensibilità dell’ansia.

L’intolleranza dell’incertezza, che consiste nell’incapacità disposizionale di sopportare la risposta aversiva innescata dall’assenza percepita di informazioni salienti (Carleton, 2016), comporta la percezione delle situazioni incerte come stressanti, ingiuste e dunque da evitare (Buhr & Dugas, 2002). Nel panico notturno, la preoccupazione eccessiva è generata da eventi imprevisti, interni (infarto o soffocamento) o minacce esterne (disastri naturali), che provocano il timore di venir danneggiati o uccisi prima di essere in grado di svegliarsi e chiedere aiuto. L’obiettivo diviene monitorare l’ambiente circostante, prepararsi e riducendo temporaneamente la preoccupazione verso gli imprevisti.

Il senso di responsabilità del danno, legato alla paura di perdita della vigilanza, consiste nel dubbio di causare un danno mediante azioni, o di non riuscire a prevenirlo (Wheaton et al., 2012). Questo fattore è presente anche negli schemi di pensiero tra coloro con disturbo ossessivo compulsivo che, afflitti dal dubbio patologico di aver causato o meno un determinato danno, attuano successivi e ripetuti controlli (Abramowitz et al., 2010). Similmente, chi soffre di panico notturno resta vigile poiché il concedersi di dormire comporterebbe il rischio di non riuscire a prevenire il danno.

Il terzo costrutto correlato è la sensibilità all’ansia, ossia la paura delle sensazioni legate all’attivazione emotiva, con il timore che abbiano conseguenze negative come morte, pazzia o rifiuto sociale (Taylor et al., 2007). Compresenti nel disturbo di panico, la vigilanza verso l’ansia e verso le sensazioni interne del corpo, risultano correlate e rendono l’individuo sensibile alle fluttuazioni fisiologiche interne, valutate come potenzialmente pericolose (Schmidt et al., 1997).

La teoria della paura della perdita della vigilanza è stata testata dallo studio di Smith et al. (2019), su un campione comunitario di 218 individui.

I risultati supportano tale teoria in quanto sia l’intolleranza all’incertezza che i sentimenti di responsabilità del danno sono maggiori nel gruppo avente panico notturno rispetto a quelli con panico diurno.

La capacità di tollerare l’incertezza di situazioni ambigue è stata valutata come intolleranza prospettica (cioè la preoccupazione per le conseguenze dell’incertezza futura) e inibitoria (ovvero i sintomi comportamentali in risposta all’incertezza, come l’evitamento del sonno).

Mentre non erano emerse differenze nell’intolleranza prospettica all’incertezza o sensibilità all’ansia fisica o cognitiva tra coloro con panico notturno e gli individui con panico diurno, tra i primi, coerentemente con la letteratura (Carleton et al., 2013; McEvoy & Mahoney, 2011), era emersa una maggiore componente inibitoria, risultando meno capaci di agire di fronte alle situazioni incerte, con timore di non rispondere in tempo alle potenziali minacce durante il sonno.

La credenza di non riuscire a tollerare le incertezze genera cognizioni catastrofiche tipiche dei soggetti ansiosi e promuove l’ipervigilanza, che ha un ruolo fondamentale nello sviluppo ed il mantenimento degli attacchi di panico notturni.

Il grado in cui i soggetti sentivano di non riuscire a prevenire eventi dannosi, ovvero la responsabilità per il danno, spiegava anch’essa nel campione i comportamenti di vigilanza notturna, come dormire con le luci accese o controllare che porte e finestre fossero chiuse.

Nonostante aspetti come arrossire, sudare e tremare in presenza di altri sembrino essere difficilmente attivabili durante il sonno, gli individui con panico notturno avevano riportato maggiore sensibilità all’ansia sociale, rispetto a coloro aventi panico diurno. Questo può essere ricondotto al timore di essere giudicati, socialmente rifiutati o ridicolizzati dal partner intimo per il proprio disturbo. Inoltre, l’ansia sociale potrebbe causare elevate preoccupazioni nella relazione, portando gli individui a impegnarsi in ruminazioni post-evento nella fase di addormentamento (Brozovich & Heimberg, 2008; Morrison & Heimberg, 2013) che a loro volta inducono risvegli frequenti in stati di agitazione.

In conclusione, oltre alla presenza di una componente ansiosa di origine sociale; l’intolleranza all’incertezza e la responsabilità per il danno contribuiscono allo sviluppo degli attacchi di panico notturni, ed andrebbero considerati nel loro trattamento.

La CBT per questa forma di panico ha mostrato prove di efficacia grazie all’impiego di esercizi di rilassamento e l’esposizione al sonno in condizioni appositamente progettate per aumentare le fluttuazioni fisiologiche (Craske et al., 2005), favorendo la riduzione della paura di perdita della vigilanza. Allo stesso modo è possibile agire sull’intolleranza all’incertezza mediante interventi volti a ridurre la percezione del sonno come situazione incerta e minacciosa, consentendo una modifica dei bias cognitivi sottostanti (computer-based Cognitive Bias Modification, CBM-I; Oglesby et al., 2017).

 

Strumenti Tecnologici a supporto della Psicoterapia – Il settimo episodio di Angoli Clinici

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Angoli Clinici”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Angoli Clinici”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Per ogni incontro un’intervista a un esperto del team di Studi Cognitivi, condotta dalla Dott.ssa Rossana Piron. Titolo del settimo incontro è stato: “Strumenti Tecnologici a supporto della Psicoterapia”, tema discusso dalla Dott.ssa Regina Gregori.

 

STRUMENTI TECNOLOGICI A SUPPORTO DELLA PSICOTERAPIA:

La cognizione spaziale nella terza età

Con abilità visuo-spaziali si intende “la capacità di rappresentare, trasformare, generare e recuperare informazioni simboliche di tipo non linguistico” (Linn & Petersen, 1985).

 

Con cognizione spaziale si intende quell’insieme di abilità che permettono all’individuo di muoversi nello spazio, creando e memorizzando la rappresentazione mentale della propria posizione in relazione all’ambiente circostante (Kelncklen et al., 2012). Essa è importante per il corretto svolgimento di tutte le attività quotidiane e con l’avanzamento dell’età subisce un decremento funzionale, limitando la quotidianità dell’individuo (Head & Isom, 2010).

Apprendimento di nuovi ambienti

La conoscenza dell’ambiente può essere acquisita direttamente tramite la navigazione o indirettamente attraverso l’utilizzo di strumenti simbolici come i sistemi di navigazione o le mappe (Siegel & White, 1975), comportando differenze nelle dinamiche di acquisizione delle conoscenze spaziali. Ad esempio, il conoscere un ambiente tramite mappa porta a una migliore stima delle distanze in linea d’aria, mentre l’apprendimento tramite navigazione comporta stime più accurate circa le distanze effettive (Thorndyke & Hayes-Roth, 1982). Inoltre, ciascuna modalità di apprendimento spaziale implica nella rappresentazione mentale un particolare tipo di prospettiva, che può essere ‘route’ o ‘survey’ (Siegel & White, 1975). La prospettiva route è tipica della navigazione e si basa sulla variazione della posizione del corpo rispetto all’ambiente e sull’informazione visiva direttamente accessibile al soggetto. La prospettiva survey offre, invece, una visione dell’ambiente dall’alto, come nelle mappe, tenendo conto della posizione dei punti di riferimento o landmark. Ogni tipo di input utilizzato presenta, dunque, vantaggi e svantaggi che influiscono sulla performance.

Dalla letteratura emergono numerosi compiti specifici per testare l’apprendimento spaziale, tra cui il compito di pointing (Pazzaglia & Taylor, 2007) e il disegno di mappa, corretto con appositi software (GMDA, Gardony et al., 2016).

Apprendimento di nuovi ambienti nell’invecchiamento

È stato dimostrato che le abilità di apprendimento e memoria spaziale sono influenzate negativamente dall’invecchiamento (Meneghetti et al., 2012). La letteratura si è focalizzata principalmente su due questioni: quale formato possa facilitare l’apprendimento ambientale negli anziani e quali meccanismi cognitivi sottostanti siano coinvolti nelle rappresentazioni mentali che formano (Borella et al., 2015).

In generale, si è notato che le differenze legate all’età si assottigliavano quando il compito proposto era coerente con il formato e la prospettiva utilizzati nella fase di apprendimento (Copeland & Radvansky, 2007). Ad esempio, l’apprendimento di una descrizione spaziale dal punto di vista egocentrico seguita dal disegno di mappa comporta cambiamenti sia nel formato (da verbale a visuo-spaziale) sia nella prospettiva (da route a survey) che richiedono il coinvolgimento di più processi cognitivi come la memoria di lavoro. Ciò può almeno in parte spiegare le differenze di età, dal momento che le abilità fluide declinano con l’invecchiamento (Salthouse, 1994).

Da diversi studi emerge che gli anziani hanno prestazioni migliori quando le informazioni spaziali sono presentate in modo allocentrico, per cui la mappa risulta il formato che può facilitare maggiormente l’apprendimento ambientale in questa fascia di età (Yamamoto & DeGirolamo, 2012).

Per quanto riguarda i meccanismi cognitivi coinvolti nell’apprendimento ambientale, le abilità visuo-spaziali risultano cruciali nello spiegare la rappresentazione mentale spaziale formata (Fields & Shelton, 2006). Infatti, con abilità visuo-spaziali si intende “la capacità di rappresentare, trasformare, generare e recuperare informazioni simboliche di tipo non linguistico” (Linn & Petersen, 1985). Tali abilità sono competenze complesse e possono essere classificate in tre sotto-fattori che risentono dell’effetto età: i più anziani hanno prestazioni inferiori su percezione spaziale, visualizzazione spaziale e capacità di rotazione mentale.

Uno studio (Borella et al., 2014) ha indagato gli effetti legati all’età sulle abilità spaziali lungo l’arco di vita adulta: sono emersi effetti non lineari legati all’età per la visualizzazione spaziale e l’assunzione di prospettiva, mentre sono emersi effetti lineari per la rotazione mentale. Dunque, l’età ha un’influenza considerevole sulle abilità spaziali nell’arco di vita, ma i suoi effetti cambiano in funzione del compito spaziale considerato.

Inoltre, diversi studi dimostrano il coinvolgimento della memoria di lavoro visuo-spaziale, meccanismo cognitivo di base dedicato al mantenimento e all’elaborazione delle informazioni visuo-spaziali, sia nella memorizzazione del percorso che nella capacità di posizionare i landmark (Meneghetti et al., 2018).

Con l’invecchiamento si assiste, dunque, a un declino generale della memoria e dell’apprendimento spaziale, mentre le abilità visuo-spaziali sembrano declinare in modo eterogeneo. Le prestazioni degli anziani in compiti di apprendimento spaziale dipendono principalmente dall’interazione tra il tipo di formato presentato nella fase di apprendimento e il compito proposto.

A questo si aggiungono una serie di fattori individuali che possono influenzare la relazione tra età e prestazione spaziale, come le proprie preferenze e credenze (Hertzog & Dixon, 1994). Questi fattori vengono generalmente valutati tramite questionari di autovalutazione, come quelli presenti nella Batteria VS (De Beni et al., 2014). È emerso che preferenze e stili spaziali tendono a rimanere piuttosto stabili nell’arco di vita (Borella et al., 2014), mentre l’ansia provata durante gli spostamenti ambientali aumenta con l’avanzare dell’età ma non in maniera significativa ed è maggiore nelle donne, probabilmente per l’influenza della minaccia dello stereotipo che le porta a sentirsi meno abili in compiti spaziali rispetto agli uomini.

La relazione tra emozione e spazio non è ancora stata molto approfondita poiché si tende a separare i due domini, si ipotizza però che le risposte emotive allo spazio possano avere un ruolo nella navigazione dell’ambiente, migliorando il ricordo e l’accuratezza delle decisioni di direzione. Diversi studi sulla percezione spaziale in giovani adulti hanno dimostrato che il modo in cui percepiamo l’informazione spaziale è anche influenzato dai nostri sentimenti e/o stati corporei (Stefanucci et al., 2008; Ruotolo et al., 2018). Sarebbe, dunque, interessante indagare se le emozioni influenzino anche negli anziani le prestazioni in compiti di apprendimento spaziale, agendo da fattore di compensazione e confermando ulteriormente l’effetto positività.

 

Can video games be used to improve people well-being? Suggestions from literature – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

I videogiochi vanno a soddisfare alcuni bisogni di base, quali la gratificazione, la capacità di superare la frustrazione della sconfitta e quindi di sviluppare una maggiore resilienza, la socialità, lo sviluppo di una propria identità.

 

La relatrice parte dalla definizione di videogioco. La letteratura scientifica e il dibattito interdisciplicare ne offrono tante. Quella seguita nei suoi studi si rifà prevalentemente alla definizione di Tavinor (2008), “Definition of videogames”.

Nato come forma di divertimento, il videogioco è un ambiente simulato – sebbene percepito come reale – dove si svolgono narrazioni o storie interattive.

Come concordano molti colleghi della Dott. Carissoli (Imm. 1), ci sono tanti videogiochi che hanno numerose caratteristiche che possono essere messe a fattor comune con innegabili ricadute negative sui fruitori del video.

Videogiochi come possono migliorare il benessere Report ECDP Imm 1

Imm. 1 Dott.ssa Claudia Carissoli

Ma non è questo aspetto il focus dell’intervento della relatrice, che cerca invece – attraverso ricerche ed esperimenti (dove c’è sempre un gruppo di controllo) – di scandagliare come i videogiochi possano migliorare il benessere degli individui. Molti sono i canali di questo effetto positivo: la migliore comprensione del Sé e delle proprie emozioni; la capacità di autogestire tali emozioni e quindi di irrobustire nell’individuo la capacità di autoregolamentazione e di resilienza all’ambiente; l’infittirsi delle relazioni sociali. Si possono incontrare infatti nuove persone con cui il gioco viene esperito, ci si confronta sulle emozioni provate, che possono essere diversissime fra soggetti, anche quando ci si confronta con lo stesso videogioco; attraverso queste interrelazioni personali, possono dunque crearsi nuovi amici. Ancora, la eventuale costruzione all’interno del gioco di un sistema di premialità e punizioni, porta l’individuo alla gratificazione e a una maggiore autostima se la condotta scelta nel gioco porta a un premio. Al contrario, strategie quali, ad esempio, la dominazione non viene premiata, con una conseguente frustrazione del giocatore.

Sotto il cappello di un videogioco sono sintetizzati molti aspetti quali il piacere sensoriale (lo stesso che si prova nel leggere un bel libro o vedere un bel film), una soddisfazione estetica, lo sfogo delle proprie emozioni. Infine, ma non per importanza, i giocatori interagiscono secondo varie modalità competitive o cooperative; da tali interazioni scaturiscono emozioni – anche nuove – da riconoscere e gestire. L’interazione assurge così a potente strumento di autoregolamentazione e promuove l’autoefficacia, favorendo così anche lo sviluppo dell’intelligenza emotiva. Inoltre, quando esiste, la narrazione assolve un ruolo particolarmente importante nei giochi di ruolo. Altri videogiochi, in cui manca una struttura narrativa, si concentrano su altri aspetti, ad esempio su sfide cognitive, sensoriali e motorie associate a quelle forme di gioco.

In tale prospettiva, i videogiochi vanno anche a soddisfare bisogni di base, quali la gratificazione, la capacità di superare la frustrazione della sconfitta e quindi di sviluppare una maggiore resilienza, la socialità, lo sviluppo di una propria identità.

Grazie a queste esperienze intense immersive, il videogioco si trasforma quindi in una scuola di apprendimento da trasferire nella vita reale.

Altro aspetto da considerare nel videogioco è il ruolo dell’avatar. Quest’ultimo assolve una funzione chiave in quanto strumento proiettivo. Infatti, all’interno della narrativa proposta dal gioco, il soggetto agisce tramite il proprio avatar. Esso gli fa da specchio riguardo alle emozioni esperite, alle proprie ambizioni e aspettative, fantasie, sentimenti, ecc., che scaturiscono durante il gioco. Il mondo reale frequentemente ci impone di dissimulare, cioè di evitare di mostrarsi per come si è o per come si vorrebbe essere: dunque l’avatar nel videogioco può consentire di sfogare le proprie fantasie identitarie e l’esplorazione di ruoli inaccessibili nella realtà, le emozioni e i sentimenti inconfessabili. Psicologicamente ciò permette di fare esperienze comunque significative, traendone magari degli insegnamenti da trasporre nella vita reale.

La Dottoressa Carissoli illustra i risultati di due ricerche condotte su una popolazione giovanile. In particolare una survey con ragazzi tra i 15 e i 18 anni, il cui campione era costituito da 500 adolescenti raggruppati per ore di gioco svolte durante la giornata. Di particolare rilievo, gli “hardgamers”, cioè i giovani che trascorrevano oltre 3 ore al giorno con i videogames, e i “moderate gamers”. I risultati convalidano che l’attività dei videogiochi promuove l’autoefficacia, la resilienza, la capacità di gestire le proprie emozioni. Un aspetto interessante è che, se gli “hardgamers” sviluppano maggiori competenze, dall’altro si crea un trade-off tra acquisizione di competenze e benessere individuale. Invece, è risultato che i “moderate gamers”, hanno una vita più articolata di esperienze, conoscenze, un arricchimento personale che ne accresceva il loro benessere.

Pertanto un fuoco d’attenzione è da porre sulla circostanza che solo un gioco moderato accresce il benessere personale.

Dai risultati validati emerge inoltre che il gruppo sperimentale rispetto a quello di controllo è rimasto molto interessato, soddisfatto e sorpreso nel percepire il videogioco – ancorchè molto semplice – in una diversa prospettiva, dove l’esperienza del gioco creava tanti nuovi spunti mai scandagliati prima di allora in un videogioco.

Alla luce di tali riflessioni e risultati si evince come il videogioco possa diventare uno strumento terapeutico. Ma a una condizione: che si abbiano obiettivi precisi. Un esempio per tutti: se il problema del paziente è l’ansia e lo stress, l’obiettivo del videogioco deve essere quello di rilassare.

In altri termini, ogni viedeogioco è un grande cappello all’interno del quale possono trovarsi tante cose, ma lo snodo cruciale è l’individuazione di ciò che serve in relazione agli obiettivi.

 

L’incontro immaginario tra Dotan, Tom Walker e The Fray – Rubrica Psico-canzoni

L’articolo qui presente è un dialogo immaginario tra i tre brani No words, Leave a light on e How to save a life rispettivamente di Dotan, Tom Walker e The Fray.

Psico-canzoni – (Nr.9) L’incontro immaginario tra Dotan, Tom Walker e The Fray

 

I brani affrontano il tema del vuoto nell’incontro con se stessi da tre punti di vista differenti che sembrano integrarsi evidenziando la funzione d’aiuto della relazione.

And the wolves outside they come out my door, cold like the snow as they breathe on me. Il cantautore Dotan esprime con una frase il sentimento dell’angoscia del vuoto sperimentato nella solitudine.

Il primo incontro con questa sensazione si ha quando si resta in silenzio: no words, silence. Proprio nel silenzio infatti vi è la possibilità di restare in ascolto di sé stessi. Incontrarsi però vuol dire tenere per un attimo il mondo fuori ed entrare in contatto con la solitudine. Questa comporta che si vedano e affrontino dei conflitti interiori, che quando siamo con gli altri possiamo anche riuscire ad evitare, restando anche col vuoto promotore di un’angoscia che lentamente divora lo stomaco.

Almeno una volta durante il percorso alla scoperta di sé si entra in contatto con questa sensazione di vuoto e forse è il sentiero più ostico del viaggio, ma è anche quello che permette un incontro con la parte più autentica di sé. Non tutti però riescono a reggere la potenza lacerante di questo momento.

Mentre Dotan in No Words racconta la parte più dolorosa dell’incontro con sé, Tom Walker con Leave a light on sottolinea il ruolo della relazione come mezzo per affrontare questa situazione, mentre il gruppo The Fray con How to save a life mostra la limitatezza e l’impotenza umana, laddove non è possibile entrare nelle camere più oscure dell’altro se non si viene invitati. La relazione in questo caso nasce dall’unione di due solitudini che si integrano solo quando si dà all’altro il permesso di entrare nel proprio vissuto. Nasce così un dialogo immaginario tra tre brani dove autori di diversi Paesi si incontrano per dare voce alla relazione più profonda: quella dell’incontro con l’altro nell’incontro con se stesso.

If you look into the distance there’s a house upon a hill guiding like a lighthouse. It’s a place where you’ll be safe to feel our grace. If you’ve lost your way I will leave a light on. Potrebbe essere la risposta di Tom Walker alla disperazione soffocante raccontata da Dotan, tanto opprimente da non permettergli più di trovare delle parole che abbiano un significato per descriverla: out of control, words hurts the most when there’s no meaning.

I The Fray invece sembrano dare voce a chi è stato tenuto fuori, chi non è riuscito ad aiutare l’amico entrato nella disperazione perché non gli è stato permesso. Where did I go wrong I lost a friend, somewhere along in the bitterness and I would have stayed up with you all night, had I know how to save a life è il grido di dolore di chi non ha potuto salvare la persona a cui teneva, perché purtroppo non tutti riescono a far entrare l’altro nella parte più autentica di sé, che a volte è anche la più sensibile, fragile e dolorosa. E così anche se non è possibile un incontro reale, la relazione aiuta almeno l’amico, ormai solo, a stare con la propria impotenza. Sperimentarne il vuoto che questa lascia permette un ultimo incontro, seppur non più reale, con chi è stato risucchiato dalle sabbie mobili del proprio vuoto interiore.

La relazione può essere il mezzo per aiutare chi sta sprofondando nelle sabbie mobili finché ancora c’è un dito fuori, solo se questi riesce a porgere quel dito per farsi aiutare.

 

GUARDA I VIDEO DEI BRANI:

“No words” di Dotan:

“Leave a light on” di Tom Walker:

“How to save a life” di The Fray:

 

 

Benessere psicologico: una questione di relazioni e pensieri – Survey Online

Survey online per la valutazione del ruolo dei nostri stili di pensiero e del nostro modo di stare in relazione con le persone care nell’influenzare il nostro benessere psicosociale. 

 

L’attuale situazione di emergenza sanitaria ha portato la comunità scientifica a interrogarsi circa gli effetti della pandemia da COVID-19 sul benessere e sulla qualità della vita delle persone (es., Prati, 2020).

Ci siamo quindi chiesti: quali sono i processi di pensiero e relazionali in grado di influire sul nostro benessere? Ci sono dei modi di pensare a noi stessi, ad esempio il ricorso alla critica e al giudizio negativo, in grado di aumentare i livelli di ansia e depressione? I nostri legami sviluppati in età infantile hanno un ruolo nel determinare il nostro benessere oggi?

Ci sono alcune evidenze che la Self-Compassion, intesa come un atteggiamento presente, gentile e accogliente rispetto alla propria sofferenza, unito alla motivazione ad alleviarla, possa influenzare positivamente la qualità della vita delle persone (es., Gilbert, 2014). In altre parole, la Self-compassion sembra rappresentare un fattore protettivo rispetto allo sviluppo di problemi psicologici e influenzare positivamente la qualità della vita (es., Kim & Ko, 2018). Inoltre, questo atteggiamento “compassionevole” sembra diminuire i livelli di criticismo verso se stessi (Gilbert et al., 2012); criticismo che, a sua volta, contribuisce ad incrementare i livelli di ansia e depressione (Kulubinski et al., 2019) ed è un fattore transdiagnostico che accomuna diverse psicopatologie (Werner et. al, 2019).

Un effetto di mediazione della Self-compassion tra stili di attaccamento e benessere psicologico (in termini di benessere soggettivo e bassi livelli di distress psicologico) è stato illustrato dalla letteratura scientifica sul tema (es., Mackintosh et al., 2017). Inoltre, studi precedenti (es., Brophy et al., 2019; Pepping et al., 2014, Gilbert 2005, 2010a) hanno mostrato che stili di attaccamento insicuri (ansioso ed evitante) influenzano negativamente lo sviluppo della Self-compassion che inizia a svilupparsi in età infantile. Ciononostante, pochi studi hanno mostrato come gli stili di pensiero influenzino lo sviluppo di self-criticism (Kolubinski et al., 2019) e Self-compassion (Hochheiser et al., 2019). 
Le skills metacognitive, regolando l’autoregolazione dell’attenzione, permettono all’individuo di ridurre i pensieri negativi sul sé (Neff & Dham, 2015) consentendo il potenziamento della Self-compassion (Neff, 2003).

Data l’importanza del tema e le implicazioni per il benessere psicologico in questo momento storico, ci siamo proposti di esplorare l’associazione tra gli stili di attaccamento, gli stili di pensiero e il benessere psicologico.

Compilando il nostro questionario ci aiuterai a mettere in luce tutti questi aspetti. Con quale obiettivo? Permetterci di costruire degli interventi di prevenzione mirati alla promozione del benessere.

 

COMPILA IL QUESTIONARIO – CLICCA QUI 9733

 

Recensione del volume “I sette pilastri della mindfulness” (2020) di Maria Beatrice Toro

Nella prima parte del volume I sette pilastri della mindfulness, l’autrice e psicologa Maria Beatrice Toro, espone le basi della meditazione mindfulness: come nasce, che cos’è, come si può praticare e con quali scopi.

 

Dedica la seconda parte del volume alla descrizione dei pilastri di questa disciplina, prendendo in prestito sette storie vissute, una per ogni pilastro, per concludere, nella terza parte, con la presentazione di nuove applicazioni e prospettive, che hanno condotto la mindfulness da disciplina per la riduzione dello stress e dei pensieri negativi, ad approccio di consapevolezza alla vita.

In un mondo che ci offre ogni tipo di esperienza, la mindfulness ci apre a qualcosa di essenziale: il ritrovamento del nostro stato originario di presenza.

L’Autrice evidenzia come dagli anni Duemila, si siano moltiplicate le ricerche sui meccanismi psicofisici che si attivano quando si pratica la mindfulness e quali effetti neurologici emergano dagli studi sulla meditazione consapevole.

Considerevole è anche l’impatto che ha sul corpo, grazie al suo potere antinfiammatorio, di modulazione delle difese immunitarie e di rallentamento dei processi di invecchiamento.

Meditando non cambiano solo emozioni e pensieri, ma si creano dei nuovi percorsi sinaptici, tanto da portare  ad un ispessimento della corteccia cerebrale.

Esercitando la consapevolezza, prosegue l’Autrice, si può conseguire in modo progressivo, una presenza mentale tale da restituirci lucidità, centratura, solidità, che può permetterci di individuare quali siano le migliori scelte per noi.

Meditare, dunque, non e mai un ‘andare altrove’, ma permettere a se stessi di essere ciò che si è. Interi, completi, vivi: corpo e mente.

Non giudizio, fiducia e accettazione sono tre dei cosiddetti ‘pilastri’ della mindfulness: gli atteggiamenti che si sviluppano in noi meditando, e che poi ci sostengono in ogni momento, come salda roccia su cui costruire.

Ma cosa intende la dottoressa Maria Beatrice Toro con il termine pilastro?

Pilastro è ciò che è fondamentale, ciò che ‘sta sotto’, sottende, si pone come base e radicamento; la base della mindfulness è, per prima cosa, l’intenzione di calma e apertura che adottiamo ogni volta che ci apprestiamo a praticare.

E i sette pilastri, di cui il volume fornisce approfondita trattazione, altro non sono che sette atteggiamenti mentali in grado di sostenere la mente e il cuore del meditante.

L’Autrice conclude augurando ai praticanti di vivere le difficoltà prendendosi cura di se stessi e degli altri con saggezza e benevolenza.

Un giorno le onde, ovvero gli alti e bassi della vita, saranno un po’ meno impetuosi.

Se quel giorno sarai presente a te stesso, ti sentirai grato per ciò che sta accadendo… e potrai prenderti il tempo per assaporare la bellezza dell’attimo di silenzio tra due onde.

 

cancel