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Virtual Reality: basi biologiche e applicazioni in campo clinico – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

Il 19 e 20 febbraio 2021 si è tenuta la prima edizione della Conferenza Europea sulla Psicologia Digitale (European Conference on Digital Psychology). L’intervento di apertura della conferenza è stato quello del dott. Bernardelli, del dott. Brighetti e della dott.ssa Borlimi ed ha riguardato la realtà virtuale.

 

Il dott. Bernardelli ha approfondito il tema dell’aumentazione tecnologica nella pratica psicologica, descrivendone le diverse applicazioni e opportunità. Da un lato, infatti, esistono innegabili effetti positivi dovuti all’utilizzo della tecnologia in ambito psicologico, dall’altro, però, vi è l’area di rischio, rappresentata dagli effetti negativi della tecnologia sul nostro cervello.

Ci imbattiamo spesso in nuove nomenclature potenzialmente psicopatologiche collegate al digitale, che forse tra qualche anno troveremo nei manuali dei disturbi mentali. Alcuni esempi sono: l’internet addiction disorder, il technostress, l’attention deficit disorder, il Google effect, la digital amnesia e la nomophobia. È importante per la nostra professione conoscere gli effetti dannosi che dispositivi e piattaforme hanno sul cervello, sui comportamenti e sulle interazioni sociali. In uno scenario così complesso, psicologi e psicoterapeuti dovrebbero essere informati e formati anche su tutte le possibili strategie di coping adottabili dai pazienti gestire l’impatto del sé digitale sul sé reale.

Imm. 1 – Dott. Luca Bernardelli

Tuttavia, la tecnologia non ha solo effetti negativi, ma ha anche dei risvolti positivi: questo costante training mentale a cui siamo costantemente sottoposti, infatti, può condurre allo sviluppo di “inedite abilità near multitasking” e a un rallentamento del declino cognitivo.

È interessante l’adozione nella pratica quotidiana, in particolare in ambito professionale, delle psicotecnologie, che emulano, estendono e amplificano le funzioni sensomotorie, psicologiche e cognitive della mente. È in questo contesto che l’innovazione tecnologica può diventare anche innovazione psicologica.Il relatore ha presentato una rassegna di alcuni casi d’uso psicotecnologici, come le psicotecnologie di telecommunication, wellbeing, playful, assessment, psychodiagnostics, emotive, trasformative e molte altre.

L’uso delle tecnologie digitali è importante non solo per sintonizzarsi con linguaggio contemporaneo, ma anche per aumentare il grado di coinvolgimento del paziente accrescendo la motivazione e l’alleanza terapeutica e riducendo il tasso di dropout. La realtà virtuale, in particolare, è in grado di aumentare l’esperienza percettiva, emotiva, cognitiva e metacognitiva del paziente al fine di ottenere materiale prezioso sul quale lavorare. Il docente ha illustrato alcuni interessanti progetti di realtà virtuale per la pratica psicologica che sta sviluppando, come “Covidfeelgood”, sviluppato per gestire lo stress psicologico legato al Covid-19.

Infine, il dott. Bernardelli ha ricordato alcune delle sfide culturali per la professione del futuro:

  • la disponibilità di percorsi formativi strutturati in psicologia digitale;
  • l’adozione stabile delle tecnologie più idonee nella pratica clinica;
  • la progettazione di psicotecnologie con team multidisciplinari;
  • la stesura di linee guida da parte degli ordini professionali e di norme che regolino l’uso di queste tecnologie, potenzialmente dannose, ma che possono garantire grandi benefici.

Il dott. Brighetti, invece, si è concentrato soprattutto sugli aspetti teorici e sulle basi biologiche della condizione di multisensorialità in realtà virtuale, presentando una panoramica degli studi che si trovano in letteratura. Il relatore ha spiegato come, affinché accada il fenomeno illusorio in realtà virtuale, ossia il soggetto sottoposto a stimolazioni di vario genere riesca ad identificarsi con un ambiente diverso da quello in cui si trova, è necessario che si attivino varie basi neurali.

Imm. 2 – Dott. Gianni Brighetti

Alcuni autori sostengono che sia possibile avviare qualsiasi modificazione della percezione attraverso la realtà virtuale, con tecnologie sempre più sofisticate. Questi stati illusori possono trasportarci in luoghi diversi da quelli in cui siamo collocati e darci l’impressione che ciò che sta accadendo nella realtà virtuale sia reale.

Le attività del cervello che facilitano le illusioni della realtà virtuale sono essenzialmente di tipo bottom up: deve esserci coerenza tra ciò che vediamo e ciò che risiede nella nostra memoria, dobbiamo credere che le informazioni siano vere e rapportabili al mondo che conosciamo. Questo è facilitato dal fatto che non si tratti solo di stimolazioni visive, ma anche di altro genere. Quando si cerca di simulare le percezioni del mondo esterno coinvolgendo più apparati,la realtà virtuale risulta sempre più credibile. Per entrare in un mondo virtuale che sia il più possibile realistico, questo mondo deve essere più ricco possibile e coinvolgere non solo la vista, ma anche altri sensi.

L’intervento si è concluso con la spiegazione di un caso clinico da parte della dott.ssa Borlimi. La relatrice ha illustrato il caso di una studentessa che lamentava alcune difficoltà nel portare a termine il suo percorso universitario. La ragazza mostrava le caratteristiche tipiche del perfezionismo: paura di fallire, di non controllare le sue emozioni, eccessivo evitamento del danno, ricerca dell’approvazione dei genitori e costanti sforzi per ottenerla.

Imm. 3 – Dott.ssa Rosita Borlimi

La studentessa è arrivata in consultazione 4 settimane prima della discussione della tesi. Solo il pensiero di questo evento le causava ansia, rimuginio e molti timori, per cui la ragazza metteva in atto una serie di evitamenti che non le permettevano di sperimentarsi e creavano nuove memorie antagoniste e inibitorie. Il poco tempo a disposizione prima della sessione di laurea non ha permesso di applicare il protocollo CBT, così la docente si è avvalsa della realtà virtuale. Sono state pianificate delle esposizioni con lo scopo di disconfermare le credenze e i pensieri disfunzionali e aumentare il senso di autoefficacia.

Dopo una prima esposizione in laboratorio, è stato consegnato un visore alla paziente con il quale esercitarsi nella discussione della tesi. Per rendere l’esperienza più realistica possibile, sono stati stimolati più apparati sensoriali: la vista con un filmato a 360° della folla, l’udito con rumori di brusio e la dimensione propriocettiva chiedendo alla ragazza di indossare le scarpe con il tacco che avrebbe indossato il giorno della laurea. L’intervento ha avuto l’effetto desiderato: è stato misurato un progressivo decremento del tempo di recovery e la studentessa è riuscita a laurearsi.

 

Psicopatologia della noia – Il quinto episodio di Caffè Cognitivo

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Caffé Cognitivo”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale.

 

Ai tempi degli aperitivi su Zoom e dei brindisi su Skype, non potevano mancare i caffé virtuali. Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Caffé Cognitivo”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche e argomenti della Psicologia, della Psicoterapia e della Psichiatria, con uno sguardo all’attualità e al panorama sociale. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Ogni incontro ha preso avvio da una conversazione tra due o più clinici di Studi Cognitivi per poi aprirsi alle riflessioni e alle domande del pubblico.

 

PSICOPATOLOGIA DELLA NOIA

 

A chatbot-based intervention to promote healthy coping in young adults – ECDP 2021 / Poster Session

POSTER PRESENTATO IN OCCASIONE DELLA EUROPEAN CONFERENCE ON DIGITAL PSYCHOLOGY 2021

Silvia Rizzi1, Sara Carbone1, Silvia Gabrielli1, Rosa Maimone1, Michele Marchesoni1, Giulia Bassi1 and Stefano Forti1

1. Digital Health Lab, Center for Digital Health & Wellbeing, Bruno Kessler Foundation, Trento

POSTER DOWNLOAD (PDF)

Presentazione

La transizione dalla scuola superiore all’università può essere un momento molto critico, che può comportare ansia e peggiorare la capacità di affrontare le sfide. In seguito alla pandemia da Covid-19 gli interventi mHealth rappresentano delle soluzioni ideali per cercare di raggiungere le persone ovunque e in qualsiasi momento. I giovani, inoltre, hanno grande familiarità con i sistemi di messaggistica istantanea e quindi l’interazione con un chatbot potrebbe fornire loro un modo innovativo per facilitare la psico-educazione e l’accesso ad interventi di supporto.

ATENA è un chatbot accessibile gratuitamente sulla piattaforma Telegram che fornisce contenuti psicoeducativi per rafforzare le strategie di coping nei confronti di ansia e stress e che favorisce il benessere mentale. Il chatbot è stato sviluppato dal Digital Health Lab – Center for Digital Health & Wellbeing della Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento.

Il programma di intervento consiste in 8 brevi sessioni erogate due volte a settimana per 4 settimane. Le conversazioni tra ATENA e l’utente si basano su interventi psicoeducativi per favorire l’autoconsapevolezza, l’autoefficacia, la risoluzione dei conflitti e la comunicazione assertiva, ma anche per la pratica della mindfulness erogata alla fine di ogni sessione.

Dopo la seconda settimana di utilizzo (sessione 4) gli utenti sono stati invitati dal chatbot a compilare il questionario UES-SF (User Experience Scale – Short Form) per valutare il loro interesse e la loro esperienza d’uso del chatbot durante le prime due settimane di interazione. Quattro settimane dopo la fine dello studio ai partecipanti è stato anche chiesto di compilare un breve sondaggio online per poter raccontare ciò che è piaciuto di più e di meno nell’interazione con ATENA e se avevano continuato a praticare alcuni degli esercizi forniti durante l’intervento con/senza il supporto di ATENA nelle ultime 4 settimane.

Nel complesso, i nostri risultati sono allineati con i recenti studi sui chatbot e informeranno le future scelte di progettazione. I risultati riguardanti il coinvolgimento degli utenti e gli aspetti qualitativi suggeriscono che la nostra soluzione prototipata abbia bisogno di essere ulteriormente raffinata per poter soddisfare pienamente le preferenze degli utenti target prima di essere pronta per una valutazione più completa dell’efficacia in uno studio randomizzato. La nostra analisi indica che un intervento di psicoeducativo basato su chatbot per giovani utenti dovrebbe infatti richiedere livelli più profondi di coinvolgimento tramite la conversazione e la presentazione di feedback gratificanti da parte del chatbot al fine di mantenere l’interesse e l’impegno degli utenti nel medio-lungo periodo.

La durata e l’intensità del nostro intervento, comunque, è stata sufficiente a fornire un supporto psicoeducativo agli studenti senza interferire troppo con i loro impegni di vita quotidiana ed è stato anche efficace nel favorire l’auto-riflessione la pratica della mindfulness nel periodo di follow-up. Questo potrebbe essere interpretato come un segno di empowerment dell’utente nella direzione di un cambiamento comportamentale desiderato, anche se sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questa interpretazione.

Valutare l’esperienza d’uso degli interventi di mHealth è quindi la chiave per imparare come meglio adattare gli interventi psicoeducativi alle reali esigenze degli utenti. Il feedback raccolto in questo studio, infatti, sarà la base per il perfezionamento di questo e futuri interventi di mHealth per la salute mentale.

 

L’applicazione della DBT con adolescenti che manifestano comportamenti autolesivi

Nelle situazioni in cui vi sia un elevato livello di rischio suicidario, sembra che la DBT si riveli una forma di intervento potenzialmente efficace anche con gli adolescenti, specialmente se associata a strategie concrete per la regolazione delle emozioni e al coinvolgimento dei familiari.

Marta Chemello – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

La Dialectical Behavior Therapy (DBT) nasce con l’obiettivo di affrontare la disregolazione emotiva e comportamentale che caratterizza alcuni pazienti, diventando ad oggi una terapia empiricamente supportata per il trattamento del Disturbo di Personalità Borderline. Molto spesso in adolescenza emergono tali caratteristiche e nel modello DBT vengono concettualizzate come fattori scatenanti di comportamenti impulsivi ed evitanti che vengono attuati al fine di regolare le emozioni sperimentate. L’applicazione delle DBT con gli adolescenti è stata manualizzata da Rathus e Miller (2016), i quali hanno adattato il programma originale per adulti alla popolazione adolescente; nello specifico i familiari sono stati inclusi nel percorso di intervento, sono stati identificati nuovi dilemmi dialettici, è stato identificato un diverso modo per la gestione dei conflitti familiari e infine il materiale è stato semplificato e reso accattivante per la nuova utenza. Gli autori hanno previsto che tale programma possa essere utilizzato in programmi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria; nel presente articolo verranno presentati due trial randomizzati controllati relativi all’efficacia dello DBT skills training in quest’ultimo contesto.

Un primo studio (Mehlum et al., 2014) ha indagato l’efficacia della DBT in un gruppo di adolescenti che manifestava comportamenti autolesivi; nello specifico sono stati considerati pazienti che avessero attuato almeno 2 comportamenti autolesivi nella propria vita (di cui almeno uno nelle ultime 16 settimane) e soddisfacessero almeno 2 criteri del DSM-IV per il Disturbo di Personalità Borderline (o almeno 1 criterio con 2 sotto soglia). Come “atti di autolesionismo” sono stati considerati tentativi di avvelenamento o lesioni attuati allo scopo suicidario, senza scopo suicidario oppure con scopo non chiaro. I partecipanti sono stati quindi casualmente assegnati al gruppo sperimentale, nel quale veniva applicata la DBT, e al gruppo di controllo dove si ricorreva a protocolli generalmente applicati nei diversi contesti di cura. Gli sperimentatori chiamati a valutare i partecipanti non erano a conoscenza del gruppo di appartenenza dei soggetti e, in fase di assessment, identificavano il numero degli episodi di autolesionismo riferiti, l’ideazione suicidaria e la sintomatologia depressiva, parametri che sono stati valutati prima dell’assegnazione casuale ai due gruppi e, successivamente, a 9, 15 e 19 settimane a partire dal primo incontro.

I dati raccolti alla baseline non denotavano differenze significative tra i due gruppi; entrambi i programmi implementati prevedevano una durata di 19 settimane; nel caso specifico della DBT tre incontri venivano svolti individualmente mentre i successivi erano di gruppo; anche nel gruppo di controllo era previsto l’utilizzo di entrambi i setting.

I risultati ottenuti hanno mostrato come in entrambi i gruppi vi sia stato un buon livello di partecipazione, senza differenze statisticamente significative tra i due. Nel gruppo sperimentale è stato possibile apprezzare una significativa diminuzione nei comportamenti autolesivi, nell’ideazione suicidaria e nella sintomatologia depressiva. Un’osservazione interessante è come i miglioramenti riportati dai pazienti si manifestino durante tutto l’arco di tempo dell’intervento DBT, mentre altrettanto non si è verificato nel gruppo di controllo. Non vi sono stati suicidi e pochi sono stati i ricoveri oppure le visite in ospedale, nonostante non siano riscontrabili differenze statisticamente significative tra i due gruppi.

Uno studio successivo (McCauley et al., 2018) ha applicato un trial randomizzato controllato con la finalità di approfondire un aspetto non indagato nel precedente studio, ossia i tentativi di suicidio. Nella presente ricerca gli autori hanno valutato i tentativi di suicidio separatamente rispetto ai soli atti autolesivi poiché sembrava rilevante identificare trattamenti efficaci per adolescenti che manifestassero un elevato rischio suicidario.

Similmente al precedente trial sono stati individuati, all’interno dei servizi di cura, gli adolescenti che riferivano almeno un tentativo di suicidio, una cospicua ideazione suicidaria nel mese precedente, ripetitivi comportamenti autolesivi (almeno 3 nell’arco della vita e 1 nelle ultime 12 settimane), 3 o più sintomi che soddisfacessero i criteri del DSM-IV per il Disturbo di Personalità Borderline e un’età compresa tra i 12 e i 18 anni. Sono stati successivamente assegnati casualmente ad una delle due condizioni sperimentali: nel gruppo sperimentale veniva applicata la DBT mentre in quello di controllo la Terapia Supportiva individuale e di gruppo. In entrambi i casi i programmi terapeutici hanno avuto durata di 6 mesi, alternando sedute individuali ad incontri di gruppo, includendo i genitori e considerando un numero di assenze superiore a 4 come indice di dropout.

La valutazione ha indagato principalmente i tentativi di suicidio, gli atti autolesivi privi di intenzionalità suicidaria, l’autolesività, la presenza di ulteriori disturbi associati e la presenza di tratti riconducibili al Disturbo di Personalità Borderline; tali parametri sono stati valutati prima dell’assegnazione casuale, a 3, a 6 (fine del programma), a 9 e a 12 mesi.

L’analisi dei dati raccolti mostra come gli adolescenti che hanno preso parte al gruppo DBT abbiano partecipato maggiormente al programma, rimanendo coinvolti per diverse settimane. Inoltre durante il periodo dell’intervento nel gruppo sperimentale vi è stata una riduzione nel numero dei tentativi suicidari, nei comportamenti autolesivi non suicidari e in generale nelle condotte autolesive; non vi sono tuttavia differenze statisticamente significative tra i due gruppi al follow-up a 12 mesi, poiché entrambi hanno mantenuto i progressi mostrati in precedenza.

Quanto emerge da questi due studi può portare a concludere come, nelle situazioni in cui vi sia un elevato livello di rischio suicidario, la DBT si riveli una forma di intervento potenzialmente efficace, rendendo tuttavia auspicabile un intervento di lungo termine che includa eventualmente degli incontri di monitoraggio e ulteriori strategie di intervento. In questo specifico contesto appare necessario offrire agli adolescenti delle strategie concrete per la regolazione delle proprie emozioni, in associazione al coinvolgimento dei familiari nel percorso di trattamento.

 

Panico, Ansia & Paura. Guida strategica per aspiranti coraggiosi (2021) di Alessandro Bartoletti – Recensione del libro

Panico, Ansia & Paura. Guida strategica per aspiranti coraggiosi spiega e differenzia termini quali paura, panico, ansia e angoscia, spesso usati impropriamente, e mette in luce come parlare di attacchi di panico o disturbo di attacco di panico possa risultare alquanto riduttivo.

 

Fresco di pubblicazione, l’ultimo lavoro di Alessandro Bartoletti, psicologo e psicoterapeuta, fondatore e Direttore dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Strategica IPPS, dal titolo Panico, Ansia & Paura. Guida strategica per aspiranti coraggiosi, un testo in cui l’autore in modo elegante ed esaustivo, prova a mettere in luce aspetti, dinamiche, meccanismi innati nell’essere umano oppure appresi, che svelano e spiegano l’incomprensibilità di cosa avviene e perché avviene un attacco di panico.

Per fare ciò, Alessandro Bartoletti, parte dalla spiegazione e differenziazione dei termini spesso in uso improprio quali paura, panico, ansia e angoscia, mettendo in luce come spesso parlare di attacchi di panico o disturbo di attacco di panico possa risultare alquanto riduttivo.

In tal senso, l’autore esplora come il panico coinvolga la persona da un punto di vista fisiologico, emotivo, cognitivo e come i tre aspetti possono influenzarsi, esasperarsi e mantenere il problema vicendevolmente ed ancora come il panico, possa essere un sintomo, la punta di un iceberg, la goccia che fa traboccare il vaso.

Ma di quali vasi si parla?

Riscontrabile in differenti problemi clinici, l’attacco di panico può essere non soltanto la causa del problema del soggetto ma anche l’esasperazione di altre criticità, citando ad esempio persone in lotta con i propri timori ossessivi, pensieri “brutti e cattivi”, condizioni depressive e paranoiche, persone che fanno uso e abuso di sostanze, in risposta a stress, riscontrabili in quadri ipocondriaci.

Le varie condizioni sopra citate vengono analizzate nel dettaglio tra le varie pagine del testo, insieme alle strategie che peggiorano il problema, prime fra tutte l’evitamento, il controllo e la ricerca di rassicurazione, rimanendo intrappolati nel meccanismo della paura della paura. Ma verranno esplorati anche relativi strategie e stratagemmi per affrontare la paura e sviluppare il coraggio, perché la paura, importantissima emozione per l’uomo, possiamo imparare a gestirla.

Ricorda infatti l’autore che già nel mondo antico si soffriva di paure intense che si facevano ricollegare al dio Pan, una divinità mostruosa impegnata a terrorizzare e spaventare le persone, causando loro attacchi di panico, ma sempre l’autore ci ricorda che Pan dell’Olimpo è l’unico a non essere immortale e dunque, ci suggerisce, con le giuste strategie possiamo liberarci di lui,ed all’interno del libro ne vengono svelate e condivise diverse.

 

Dal climax del piacere alla finzione: la storia e l’evoluzione dell’orgasmo

Nella storia dell’evoluzione la sessualità è stata caratterizzata da diverse fasi che hanno comportato mutamenti nei processi riproduttivi e di sperimentazione del piacere.

 

Una grande incognita biologica è legata al climax sessuale e al perché si traduce in un’esperienza piacevole e appagante. Mentre il maschio non può trasferire i suoi gameti senza sperimentare un orgasmo, al contrario, quello femminile sembra completamente disconnesso dalla riproduzione nella specie umana (Cabanac, 1971; Hrdy, 1996; Wallen e Lloyd, 2008). L’orgasmo è caratterizzato da cambiamenti fisici comuni nei due sessi, ad esempio un aumento della pressione sanguigna, della frequenza cardiaca e della respirazione (Masters e Johnson, 1966; Berman et al., 1999). A livello fisico, durante l’orgasmo sono rilasciati alcuni neuropeptidi che causano un senso di benessere, tra cui dopamina, ossitocina e prolattina (Lodé,2019).

Sebbene una definizione precisa sia incerta, Bancroft (2005) descrisse l’orgasmo come “uno stato motivante verso l’esperienza del piacere sessuale”. L’orgasmo è diretto dal sistema nervoso autonomo (SNA) e dal midollo spinale, nonostante ciò, è in grado di attivare numerose zone corticali attraverso il nervo vago (Komisaruk et al., 2004). Lodé (2020) ha cercato di strutturare la cronologia storica dell’orgasmo e delle sue modificazioni. Nei vertebrati, l’analisi dei tratti evolutivi suggerisce come l’orgasmo abbia avuto delle variazioni attraverso tre fasi filogenetiche. Nello specifico, durante il passaggio dalla fecondazione esterna a quella interna nei vivipari (Lodé, 2019). Nella prima fase, l’orgasmo è associato all’eiaculazione nei maschi e all’espulsione dei fluidi delle ovaie da parte delle femmine. Il sesso è stato riconosciuto come la modalità riproduttiva più comune tra gli eucarioti. Originariamente basato su meiosi, è stato ipotizzato che il sesso sia nato grazie a delle interazioni arcaiche dovute alle “bolle libertine”, vale a dire attraverso scambi genici (vedi Lodé, 2011). Attraverso questa attività indipendente e ripetuta, siamo partiti da una determinazione cromosomica del genere sessuale fino allo sviluppo dei ruoli maschili e femminili (Crews, 1982). Molti vertebrati sembrano sperimentare numerose manifestazioni caratteristiche di un orgasmo durante la loro attività copulatoria (Fox e Fox, 1971; Gould, 1987; Balcombe, 2009) e la maggior parte delle specie ha sviluppato organi sensibili e recettori organici legati al circuito nervoso della ricompensa. Con i primi vertebrati si sono sviluppati circuiti neuronali dopaminergici e mesolimbici che regolano il comportamento sessuale (O’Connell e Hofmann, 2011).

In secondo luogo, l’orgasmo si è evoluto con lo scopo di stimolare l’attività sessuale tra due esseri vivipari, in particolar modo nelle specie con bassi tassi riproduttivi. Nello specifico, la transizione evolutiva da fecondazione esterna a fecondazione interna ha portato ad una diminuzione della prole a favore della protezione dello sviluppo embrionale, di conseguenza hanno compensato moltiplicando le copulazioni (Lodé, 2019). Se realmente l’orgasmo dipendesse dal riflesso primitivo dello “scarico” dei gameti, utili a garantire la riproduzione, tale sensazione non potrebbe essere ridotta ad un paradigma incentrato sulla stimolazione clitoridea o del pene (Lodé, 2019). Allo stesso tempo, il climax sessuale si è evoluto per promuovere le prestazioni riproduttive non solo con lo scopo di procreare, bensì perché tale senso di piacere fornisce una gratificazione tale da intraprendere relazioni sessuali non riproduttive, come relazioni e comportamenti omosessuali (Dagg, 1984; MacFarlane et al., 2010).

In terzo luogo, la fecondazione interna nel tratto genitale femminile rende invisibile l’ovulazione, mascherando il potenziale successo della fecondazione. Dato che non sempre ha un fine procreativo, viene messa in discussione l’ipotesi secondo cui l’orgasmo possa promuovere una migliore riproduzione. Nonostante ciò, si sostiene che l’orgasmo femminile si sia evoluto come una tattica post-copulatoria dove le femmine “possono aumentare il controllo dei loro partner” (Lodé, 2019). Nella maggior parte delle specie che utilizzano la fecondazione esterna, spesso l’accoppiamento dipende dalla disponibilità della femmina ad accoppiarsi. Al contrario, i comportamenti coercitivi maschili sono stati ampiamente dimostrati nelle specie che utilizzano la fecondazione interna (Lodé, 2019). Nel regno animale, le femmine dei pesci teleostei possono controllare il numero di uova deposte (Alonzo et al., 2016) presentando un “falso orgasmo” per non posare nel luogo dove il maschio riversa il suo sperma (Ridgway et al., 1989; Petersson e Jarvi, 2001). Tale comportamento fuorviante indica come l’orgasmo può essere un segnale utilizzato per manipolare i maschi. Di conseguenza, i maschi hanno sviluppato comportamenti di contatto – come l’amplesso o il bacio cloacale – come risposta a questi falsi orgasmi.

Nonostante siano il prodotto evolutivo della fecondazione interna, gli orgasmi maschili e femminili hanno seguito diversi percorsi evolutivi (Lodé, 2019). Con la fecondazione interna, esiste una disconnessione tra l’ovulazione e il segnale orgasmico o sessuale femminile. Tale disconnessione consente alla femmina di rinviare la scelta del suo compagno attraverso una sorta di fuga selettiva. Per quanto riguarda la tattica post-copulatoria, tale selezione sessuale si verifica dopo il successo della copulazione e dell’inseminazione attraverso due processi principali dove è richiesto che la femmina abbia più di un partner sessuale (Olsson et al., 1996; Arnqvist, 1998): a) la competizione spermatica e b) la scelta criptica femminile. Nello specifico, anche i fluidi ovarici influenzano l’impatto degli spermatozoi (Alonzo et al., 2016) e, in molte specie, tali fluidi forniscono delle proteine di riconoscimento dei gameti (Vacquier, 1998; Swanson e Vacquier, 2002). Recenti evidenze mostrano come, nella fecondazione esterna, i fluidi e le proteine possano favorire la fecondazione da parte dei maschi “preferiti”. Per quanto riguarda i mammiferi, in tutte le specie gli spermatozoi vengono trattenuti nell’istmo caudale prima dell’ovulazione per formare un serbatoio spermatico: il fatto che i fluidi delle ovaie possano influenzare la velocità dello sperma (Rosengrave et al., 2008; Gasparini e Pilastro, 2011; Fitzpatrick ed Evans, 2014) dimostra come i meccanismi post-copulatori siano in grado di parzializzare la fecondazione. Negli esseri umani, le donne possono simulare orgasmi falsi per fingere di essere interessate al partner (Ellsworth e Bailey, 2013). L’incognita della funzione dell’orgasmo apre molte questioni irrisolte, sia sul ruolo di diversi fluidi coinvolti, sia sulla diversità del comportamento sessuale. La presenza di alcuni ormoni che accompagnano l’orgasmo, come prolattina e ossitocina, potrebbero anticipare la scelta del compagno sessuale (Lodé, 2019). La viviparità viene considerata come il più grande contributo nella storia della vita riproduttiva, contributo che ha favorito la diversificazione evolutiva (Helmstetter et al., 2016).

 

Uso problematico dei Social Media: dalla validità del costrutto agli interventi clinici – Report dall’European Conference on Digital Psychology – ECDP 2021

Nel corso della giornata iniziale del primo Congresso Europeo di Psicologia Digitale, una parte del programma è stata dedicata all’uso problematico dei social media.

 

L’argomento è stato affrontato nel corso delle due relazioni “Problematic Social Media Use: critical reflections on the construct in the light of fifteen years of research” condotta dalla dott.ssa Silvia Casale e “Problematic Social Media Use: Theory, Correlates and Interventions” condotta dalla dott.ssa Claudia Marino.

Uso problematico dei Social Network e validità di costrutto

Obiettivo della presentazione della Dott.ssa Casale è stimolare una serie di riflessioni critiche sulla validità del costrutto di Uso Problematico dei Social Media (PSNSU).

La diffusione dei Social Network ha portato alcuni autori a pensare che certi usi estremamente intensi vadano a nascondere un uso problematico.

Ma qual è la differenza tra un uso intenso e un uso problematico? La Dott.ssa Casale lo spiega molto chiaramente: l’anello di congiunzione tra le due modalità di utilizzo sarebbe la perdita di controllo sul comportamento. Nell’uso problematico infatti la persona presenta un’autoregolazione deficitaria rispetto al proprio uso dei Social. E’ così che alcuni autori arrivano a ipotizzare che l’utilizzo dei Social Network possa concettualizzarsi come una vera e propria dipendenza da tecnologia (dunque una dipendenza di tipo comportamentale)

Tuttavia, sottolinea la relatrice, questa visione dell’uso problematico dei social quale dipendenza comportamentale ha dato origine a un limite di natura metodologica di cui la letteratura risente ancora oggi. Billieux et al (2015) hanno avanzato infatti una critica a tale visione: gli studi in questo ambito hanno assunto a priori l’idea che l’uso problematico dei Social condividesse con le dipendenze da sostanze alcuni core symptoms, tra cui stabilità nel tempo dei comportamenti problematici, richiesta per il trattamento e alcune somiglianze neurobiologiche. Ciò significa quindi che i criteri e le caratteristiche tipici delle dipendenze da sostanze sono stati trasferiti nell’ambito dei social network e dunque l’uso problematico dei social viene a priori considerato un comportamento caratterizzato dai sei aspetti di una dipendenza da sostanza: salienza, mood modification, tolleranza, sintomi di astinenza in caso di interruzione, conflitto e ricaduta.

Imm. 1 – Dottoressa Silvia Casale

Questa concettualizzazione ha portato anche allo sviluppo di strumenti costruiti a partire da studi sulla popolazione generale, tramite cut-off ottenuti con criteri puramente statistici senza una validazione esterna, senza popolazione clinica. Quasi in una sorta di circolo vizioso, tali strumenti sono stati poi utilizzati per dare conferma della validità di costrutto dell’uso problematico dei social network, in termini di una vera e propria dipendenza comportamentale.

Stato dell’arte della ricerca sui core symptoms delle dipendenze

Tenendo in mente questo limite, la dott.ssa Casale ha passato in rassegna la maggior parte dei core symptoms delle dipendenze per arrivare a dire qual è lo stato dell’arte, rispetto alle evidenze disponibili, sulla validità di costrutto dell’uso problematico dei social network come dipendenza. Vediamoli di seguito:

1 – Regolazione degli stati emotivi negativi

Il primo criterio preso in esame riguarda la regolazione degli stati emotivi negativi: nelle dipendenze da sostanza è noto che la persona dipendente che entra in contatto con la sostanza va incontro a delle alterazioni del tono dell’umore, quindi la sostanza è usata per alterare degli stati emotivi negativi che possono essere causati anche dalla stessa sostanza in termini di sintomi di astinenza. Cosa accade con i Social Network invece?

La relatrice illustra evidenze derivanti o da case report o da studi longitudinali, volontariamente non riporta i studi cross section che dimostrano sì una correlazione tra disregolazione emotiva e un uso problematico dei social network, ma senza dare ulteriori indicazioni sulla natura di tale rapporto (che sia unidirezionale? O bidirezionale? Oppure circolare?).

Dagli studi presi in esame emerge un utilizzo dei Social Network con il fine di modificare il tono dell’umore. Alcuni dati sottolineano in particolare che la motivazione principale all’utilizzo di Social Network sia il voler alleviare la noia e che tale motivazione porti a un incremento dell’uso problematico dei social nel tempo. Dunque tali risultati metterebbero in luce due aspetti chiavi delle dipendenze: la capacità della sostanza (i social in questo caso) di alleviare stati emotivi poco tollerabili e la conseguente autoregolazione deficitaria. E’ lecito ora chiedersi: questi dati vanno allora nella direzione di un supporto rispetto alla validità di costrutto dell’uso problematico dei social network? In realtà vanno presi con cautela, indicano alcuni autori, per una serie di ragioni. Non dobbiamo dimenticare infatti che, ci ricorda la Dott.ssa Casale, a differenza della dipendenza da sostanza in cui vi sono esclusivamente l’individuo dipendente e la sostanza, nell’uso problematico dei social intervengono un’infinità di variabili tra sostanza e individuo dipendente che ci allontanano dal dire con certezza che sia la sola sostanza (i social) a favorire l’autoregolazione emotiva, al netto delle altre variabili.

2 – Sintomi di astinenza

La dottoressa Casale passa alla ricerca nell’ambito dei sintomi di astinenza. I risultati in questo caso appaiono poco convergenti. Lì dove alcuni studi trovano la presenza di un aumento di stress, una dispercezione del tempo immediatamente dopo l’interruzione dei Social Network, altri studi invece mettono in luce la presenza di un certo benessere psicologico dopo l’interruzione dell’uso dei social. Quest’ultimo risultato però potrebbe avere doppia interpretazione: il benessere post-interruzione può supportare la tesi che prima vi era un utilizzo problematico o che l’uso è associato a indicatori negativi di benessere psicologico, oppure potrebbe dirci che non ci sono sintomi di astinenza utili a collocare l’uso problematico dei social network tra le dipendenze patologiche.

3- Negative outcomes

Perché si possa parlare di un disturbo bisogna verificare che la problematica in questione sia accompagnata nel tempo da negative outcome (conflitti e problemi nell’ambiente in cui la persona vive). In questo senso, studi longitudinali nell’ambito dell’uso problematico dei social ci forniscono risultati convergenti: l’utilizzo problematico di social media è predittivo di un aumento degli stress psicologici e dei sintomi depressivi. Tuttavia questi studi si basano sugli strumenti costruiti a partire dalle ricerche viziate dal limite di cui si è parlato a nelle premesse.

4- Stabilità

Relativamente alla stabilità nel tempo dell’uso problematico dei social, la dott.ssa Casale ci parla di un recente studio che ha misurato l’andamento dell’uso problematico dei social nel tempo, trovando correlazioni significative e forti. Tuttavia, se confrontata con quella delle dipendenze da sostanze, la stabilità emersa dallo studio non risulta particolarmente convincente. Secondo altri autori invece l’utilizzo problematico dei social può essere un fenomeno dipendente dal contesto e in questo caso è facile il rimando all’attuale momento storico di limitazioni e restrizioni dovute alla pandemia in corso: l’eccessivo utilizzo dei social che tutti stiamo sperimentando andrà incontro a remissione spontanea quando l’emergenza rientrerà? Oppure peggiorerà? O, ancora, ha slatentizzato delle vulnerabilità pre-esistenti?

5- Domanda di trattamento

Per quanto riguarda la richiesta di trattamento, continua la Dott.ssa Casale, i case report sono molto pochi, così come pochi sono gli studi su popolazioni cliniche che hanno richiesto un aiuto specifico per l’utilizzo intensivo dei social. I pochi case report ci informano comunque della possibilità dell’esistenza di un uso problematico dei social network (di facebook nello specifico), sia primario (portato all’attenzione del clinico quale unica problematica) che secondario (in concomitanza ad altre problematiche).

6- Somiglianze neurobiologiche

I comportamenti di dipendenza vengono considerati da un punto di vista neuropsicologico e neurobiologico come il risultato di un equilibrio tra differenti sistemi neurali che vanno a interagire tra loro. La relatrice ci informa che ci sono sì alcune evidenze rispetto all’attivazione nell’uso problematico dei social delle stesse aree cerebrali che si attivano nelle dipendenze da sostanze, ma si tratta di studi acerbi dal punto di vista metodologico. I campioni infatti o sono molto piccoli o sono scelti in popolazioni generali non cliniche, in cui i presunti utilizzatori problematici sono distinti dagli utilizzatori non problematici sulla base di un cutoff costruito in modo statistico su una popolazione non clinica.

La dott.ssa Casale conclude il suo intervento sottolineando la necessità che la ricerca continui ad essere condotta soprattutto con campioni clinici. La parola passa in seguito alla Dott.ssa Marino con la relazione dal titolo “ Problematic Social Media Use: Theory, Correlates and Interventions”

Uso problematico dei social media: teoria e interventi

Uso dei social e adolescenti

Anche la Dott.ssa Marino inizia il soffermandosi sulla diffusione del fenomeno dei social. L’uso problematico dei social media si caratterizza come un fenomeno interessante da studiare soprattutto in adolescenza. Le evidenze scientifiche ci dicono infatti che essere sempre connessi è diventata la normalità, per cui si può iniziare a riflettere non più sulla quantità quanto piuttosto su aspetti riguardanti la qualità e quindi legati a complicazioni e compromissioni per la vita quotidiana.

La relatrice passa così ad esporre il progetto di ricerca per cui collabora, uno studio di 40 anni ormai, condotto in collaborazione con la WHO ogni 4 anni in 50 stati (in Europa e America), che fornisce una fotografia di quanto accade a livello internazionale relativamente all’uso problematico delle nuove tecnologie.

Un primo dato che emerge riguarda proprio gli adolescenti tra gli 11 e i 15 anni: circa il 7% degli adolescenti infatti potrebbe essere a rischio di uso problematico di social media. Ricollegandosi all’intervento della Dott.ssa Casali, la dott.ssa Marino precisa che lo studio si basa su una definizione di uso problematico dei social media così come avanzata da un gruppo di ricerca olandese, ovvero riferendosi al social media disorder. Recentemente si è riflettuto sul fatto che l’uso della parola disorder non fosse adeguato. Ecco allora che attualmente si fa riferimento al concetto di uso problematico dei Social Media, che riflette caratteristiche comportamentali, sociali, cognitive ed emotive che si riversano nella vita quotidiana.

Imm. 2 – Dottoressa Claudia Marino

L’uso problematico dei social media in Italia

Qual è la prevalenza del fenomeno in Italia e il suo impatto sul benessere? Quali sono i potenziali fattori di rischio e come si potrebbe prevenire un utilizzo non controllato dei Social Media? La dottoressa ci presenta tre studi volti ad approfondire le domande.

Diffusione e impatto sul benessere

Il primo studio di cui ci parla la dott.ssa Marino ha avuto come campione ragazzi italiani tra gli 11 e i 15 anni. Attraverso l’utilizzo di strumenti standardizzati, i dati raccolti ci dicono come in Italia circa il 9% degli adolescenti va incontro al rischio di essere definito un utilizzatore problematico di Social Media, con una maggioranza del genere femminile. La fascia d’età più a rischio è quella dei 13enni.

Relativamente all’impatto sul benessere, gli utilizzatori problematici hanno più probabilità di riportare sintomi somatici. Dal punto di vista psicologico invece, gli utilizzatori problematici riportano spesso dei cali dell’umore.

Fattori di rischio

In merito ai fattori di rischio invece, la dott.ssa Marino presenta i risultati di un secondo studio che testa l’influenza del gruppo dei pari. Questa variabile, nella letteratura sui social media, è ancora poco studiata. Nello studio in questione la parte sociale è stata unita a una parte di regolazione delle emozioni in un campione di adolescenti italiani che utilizzano Instagram, Whatsapp e Facebook. Sono state misurate le norme sociali, ovvero la percezione di ciò che gli altri si aspettano da noi, e le e-motion che si riferiscono ad alcune dimensioni dei Social Media relative all’espressione emotiva ma anche alle credenze relative ai benefici dei Social Media sui processi di pensiero, di decison making, di problem solving, ecc. I risultati emersi ci dicono che, per gli adolescenti, la percezione di ciò che i pari ritengono importante fare all’interno di un gruppo ha un effetto diretto sull’utilizzo problematico dei social, aumentandone la probabilità di insorgenza.

Al contrario, la percezione dell’uso dei social fatto dal gruppo di pari non ha un effetto diretto sull’utilizzo problematico, quanto piuttosto indiretto: più l’adolescente percepisce che gli amici utilizzano i social in modo intenso, più li utilizzerà anche lui andando incontro a un uso problematico. I fattori sociali dunque possono essere implicati in questo ambito e, per rendere più chiara questa implicazione, la relatrice ci invita a riflettere sullo stress che spesso origina dalle spunte blu di whatsapp.

Dal punto di vista emotivo, le difficoltà di regolazione emotiva avrebbero un effetto diretto sull’uso problematico dei social media: i social diventano dunque strategie di coping per affrontare gli stati emotivi negativi. Questo non si traduce sempre in qualcosa di negativo: ad esempio è stato visto che esprimere, in momenti di difficoltà, le proprie emozioni sui social, non sarebbe collegato a un uso problematico di questi e quindi potrebbe davvero avere un aspetto funzionale di sollievo da stati poco tollerabili. Ciò che potrebbe essere un potenziale problema invece è il credere che, esprimendo le proprie emozioni sui social, possano migliorare le relazioni con i propri contatti, il proprio stile cognitivo e di decision making.

Trattamento e prevenzione

Cosa fare allora? Non esistono ancora evidenze molto forti rispetto all’efficacia di interventi specifici. La letteratura ad oggi suggerisce che la CBT può rivelarsi efficace nel trattamento dell’uso problematico dei social media. Il gruppo di ricerca della Dott.ssa Marino, con la collaborazione con il Dott. Spada, ha avviato un lavoro che prende in considerazione i processi metacogntivi implicati nel problema. Un lavoro che sembra essere molto promettente.

Ciò che spesso passa in secondo piano è il tema della prevenzione, a questo proposito la relatrice ci parla del progetto Cyberscuola che si pone come obiettivo proprio quello di agire in questa direzione. Attivo dal 2017 al 2019 nelle province di Padova e Rovigo, il progetto ha previsto 3 incontri di due ore ciascuno in ogni classe. Gli incontri sono stati interattivi ed esperienziali, caratterizzati sia da attività off-line che on-line: quindi dopo aver fatto uno screening iniziale sull’uso problematico dei social media a livello personale, nel primo incontro sono state avviate delle attività di classe che potessero modificare le norme sociali. Nel primo dei tre incontri, si è tentato di raggiungere un accordo tra i compagni su come si può rispondere ai messaggi su WhatsApp, sui contenuti a cui è importante mettere una reazione su Instagram e sul valore di un like (modificando così le idee sul proprio comportamento e su quello dei compagni). Nel secondo incontro ci si è concentrati sulle motivazioni, sul coping e sulla regolazione emotiva, mentre il terzo incontro ha previsto delle attività sulla costruzione dell’identità sociale. Sui 900 adolescenti del campione, è stato registrato un decremento del rischio alto e un ottimista aumento del basso rischio, con una generale diminuzione dell’uso problematico dei social nei ragazzi.

Ciò che sembra chiaro è il ruolo importante di norme sociali e regolazione emotiva nell’utilizzo problematico dei social, l’invito della Dott.ssa Marino è quello dunque di promuovere un uso sempre più positivo delle tecnologie a partire da queste due variabili.

 

The use of Serious Games in psychotherapy: an international comparison study about psychotherapists’ and patients’ attitudes – ECDP 2021 / Poster Session

POSTER PRESENTATO IN OCCASIONE DELLA EUROPEAN CONFERENCE ON DIGITAL PSYCHOLOGY 2021

Jessica Huss1, Christiane Eichenberg2

1 – University of Kassel, Germany
2- Sigmund Freud Private University Vienna, Austria

POSTER DOWNLOAD (PDF)

 

Compared to Internet and mobile communications, video and computer games are underused for the treatment of mental illnesses. This also applies to Serious Games, i.e. interactive computer games that train cognitive or behavioral skills in a digital learning environment.

The few existing studies on the effectiveness of Serious Games in psychotherapeutic treatment have shown positive results (see Eichenberg & Schott, under review; Fleming et al., 2014), but there is still limited knowledge of both national and international acceptance and experience of Serious Games use in therapeutic settings, which leads to the following research question: do psychotherapists and patients in various countries differ in their attitudes towards the use of Serious Games in psychotherapy? Opinion polls on the application of Serious Games in the psychotherapeutic context were assessed through the use of two online surveys (cf. Eichenberg, Grabmayer & Green, 2016), one version for psychotherapists and one for patients, in various countries.

La depressione nell’anziano: una sfida diagnostica e di promozione del benessere – VIDEO dal webinar

Numerosi studi evidenziano come l’insorgenza della depressione in età avanzata nella nostra società sia sempre più frequente, con una percentuale di anziani depressi stimata intorno al 15-20% della popolazione.

 

Il 10 gennaio si è tenuto il webinar “La depressione nell’anziano: una sfida diagnostica e di promozione del benessere”, organizzato da Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto.

L’incontro ha affrontato il tema dei disturbi dell’umore nell’invecchiamento e della loro origine multifattoriale. Per i professionisti, così come per i familiari, può risultare infatti complesso individuare i sintomi depressivi poiché spesso i segnali sono sottovalutati e associati al naturale processo dell’invecchiamento o alle patologie coesistenti. Riconoscere e trattare una deflessione significativa del tono dell’umore tramite interventi farmacologici, psicoterapeutici e psico-sociali significa intervenire sulla sintomatologia manifestata, limitarne l’azione iatrogena sulla salute dell’anziano e sulle funzioni cognitive, incrementando qualità di vita e benessere.

Il webinar è stato condotto dalla Dott.ssa Sciore Roberta – Psicologa, Psicoterapeuta, Esperta in Psicologia dell’Invecchiamento e Co-didatta presso Studi Cognitivi. Pubblichiamo per i nostri lettori il video dell’evento.

 

LA DEPRESSIONE NELL’ANZIANO:
UNA SFIDA DIAGNOSTICA E DI PROMOZIONE DEL BENESSERE
Guarda il video integrale del webinar:

 

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Stereotipi e pregiudizi: una questione di punti di vista

Gli stereotipi vengono definiti come delle immagini mentali che racchiudono una varietà di proprietà associate a una determinata categoria di oggetti.

 

Il termine stereotipo proviene dall’ambiente tipografico dove fu coniato verso la fine del settecento per indicare la riproduzione di immagini a stampa per mezzo di forme fisse (dal greco stereòs = rigido e tùpos = impronta). Il primo uso traslato viene effettuato in ambito psichiatrico con riferimento a comportamenti patologici caratterizzati da ossessiva ripetitività di gesti ed espressioni. L’applicazione alla moderna psicologia sociale si deve a Lippmann, giornalista politico, che nel 1922 lo utilizzò, in un suo volume, con il significato di calchi cognitivi atti a riprodurre nella mente degli uomini immagini di persone o di eventi.

Secondo Lippmann, lo stereotipo è un contenuto semplicistico, di carattere approssimativamente negativo che si basa su un ragionamento sbagliato, non corrispondente alla realtà, e interiorizzato su frame di pensiero troppo rigidi.

Un altro autore, Allport, negli anni cinquanta, lo definisce “un’opinione esagerata in associazione a una categoria. La sua funzione è quella di giustificare, ovvero razionalizzare, la nostra condotta in relazione a quella categoria. Lo stereotipo non è identico alla categoria; esso è piuttosto un’idea fissa che l’accompagna  ed agisce in modo da impedire un pensiero differenziato in rapporto al concetto”. Un altro aspetto interessante rilevato dallo stesso Autore, è la facilità con cui adottiamo una giustificazione, o il suo opposto, in base alla conversazione occasionale: coloro che non tollerano gli ebrei, per esempio, possono sostenere che questi siano isolazionisti ma anche intrusivi, aderendo a qualunque stereotipo che possa giustificare il loro rifiuto.

Brown, invece, definisce gli stereotipi come una sorta di scorciatoia mentale che fa sì che la percezione di un individuo come appartenente ad una particolare categoria sociale comporti l’attribuirgli certe caratteristiche considerate proprie di tutti o quasi i membri del gruppo cui questi appartiene.

Gli stereotipi non hanno soltanto il compito di semplificare e ordinare il mondo, ma giocano un ruolo fondamentale anche nell’orientare la ricerca, l’elaborazione e la valutazione dei dati dell’esperienza, nonché le reazioni ai membri di altri gruppi. E’ come se funzionassero da ipotesi provvisorie che, però, non utilizziamo scientificamente, cioè con l’intento di falsificarle, ma, al contrario, cerchiamo e selezioniamo tutte quelle informazioni che possano confermarle. Gli stereotipi influiscono, così, sulle nostre attese future, ma possono anche introdurre elementi di distorsione nelle rievocazioni che facciamo del passato.

In sintesi, gli stereotipi racchiudono immagini pre-confezionate, di facile accesso e reperibilità in memoria, atte a provocare dei bias, cioè degli errori di valutazione, a livello della percezione reale dei tratti tipici e dell’appartenenza categoriale delle persone e degli oggetti.

I fenomeni legati all’immigrazione costituiscono un ambito in cui frequentemente i processi di attribuzione sono legati alle appartenenze sociali ed agli stereotipi. In tal senso, per esempio, si tende ad attribuire gli eventi sgradevoli alle caratteristiche stereotipiche negative degli immigrati.

Gli stereotipi possono essere considerati il nucleo cognitivo del pregiudizio.

In particolare, Pettigrew e Meertens, hanno distinto tra forme sottili e sfaccettate del fenomeno, rispettivamente riferibili al razzismo moderno e al razzismo vecchio stampo. Gli Autori specificano che “le forme sottili implicano una difesa dei valori individualistici tradizionali, unita alla credenza che i gruppi minoritari abbiano beneficiato di favori non dovuti, e un’accentuazione delle differenze culturali fra il gruppo di maggioranza e il gruppo di minoranza. Il razzista sottile non esprime apertamente i suoi sentimenti negativi nei confronti dei membri dei gruppi di minoranza, ma si limita a non accordare loro un qualsiasi sentimento positivo”.

Gaertner e Dovidio concordando sul fatto che le forme più vistose di pregiudizio siano in declino, introducono il concetto di razzismo riluttante o avversivo, con il quale si riferiscono a coloro che aderiscono ad atteggiamenti progressisti e liberali di tolleranza, uguaglianza e apertura nei confronti dei membri di gruppi diversi dal proprio, ma che, in condizioni di insufficiente strutturazione normativa o di conflitto, lasciano emergere comportamenti discriminatori, retaggio di rappresentazioni negative culturalmente ereditate.

Conoscere le varie forme in cui il pregiudizio può manifestarsi ci aiuta anche ad “evitare le trappole implicite nei vari antirazzismi, e cioè nell’antirazzismo assimilazionista e nell’antirazzismo della differenza“.

L’assimilazione costituisce una strategia di gestione delle relazioni interetniche che si esprime nella tendenza del gruppo maggioritario ad inglobare quello minoritario sulla base di una presunta superiorità del proprio modello culturale. Essa si traduce facilmente nel “razzismo dell’omologazione, poco o per niente rispettoso delle specificità culturali che fungono invece da solido referente identitario per chi si trova in un contesto a lui estraneo”.

Il riconoscimento delle differenze, a sua volta, può tramutarsi in razzismo differenzialista, cioè nel rifiuto del contatto e in una sorta di ghettizzazione fisica e mentale in base alla quale non si nega a nessuno il diritto di esistere, ma senza indebite e impossibili contaminazioni. La diversità viene affermata perché da essa ci si può difendere con l’indifferenza e il distacco. In una convivenza fatta di gruppi giustapposti in cui si nega l’uguaglianza e si postula il principio della gerarchia.

I processi di conoscenza e la loro memorizzazione, non sono da sottovalutare ma da controllare ed ogni operazione mentale richiede accuratezza ed eventuale ri-correzione. Si è sempre in tempo per combattere  il pregiudizio, imparando a confrontarsi con il mondo e a cambiare prospettiva.

 

Sesso senza tabù: intervista a Fabrizio Quattrini

Il Prof. Fabrizio Quattrini ha aiutato a fare chiarezza in merito a temi inerenti la sessualità, sottolineando che a tutt’oggi ci sia ancora poca informazione e tanti equivoci e/o tabù a riguardo.

 

Il presente articolo introduce la video intervista fatta all’illustre psicologo, psicoterapeuta e sessuologo Fabrizio Quattrini, nella quale ho desiderato sottoporre all’attenzione del grande esperto tre argomenti su cui poi si snoda il contenuto dell’intervista:

  • Limiti e confini fra trasgressione e “perversione”;
  • Comunità BDSM (Bondage, Dominazione e sottomissione, Sadismo e Masochismo);
  • Pornografia sul web: nuove tendenze.

Chi è Fabrizio Quattrini

 

Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo e fondatore nel 2005 e attuale Presidente dell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica di Roma.

Sessualita e tabu video dell'intervista al Prof Fabrizio Quattrini Fig 1

Docente presso diverse Università di Italia, ha curato e condotto nel 2012 come esperto la trasmissione televisiva Sex Therapy, dal 2019 fa parte del cast del programma di Real Time Matrimonio a prima vista, autore di diverse pubblicazioni scientifiche e libri dal titolo Non smettere di giocare ed. TEA, Parafilie e devianza. Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale atipico ed. Giunti e sempre per la Giunti l’ultimo suo lavoro dal titolo Il piacere maschile. #sessosenzatabù, da cui trae spunto il titolo dell’intervista e del presente articolo.

Il Prof. Fabrizio Quattrini in tale sede ha aiutato a fare un po’ di chiarezza in merito ai tre temi sopra esposti, partendo dal significati dei termini e continuando a spiegarne anche il risvolto sul piano clinico, in quanto lo stesso sottolinea che a tutt’oggi in tema di sessualità ci sia ancora poca informazione e tanti equivoci e/o tabù.

Spiegherà dunque come ad esempio il termine perversione sia un termine improprio, rimandando quasi ad una dimensione peccaminosa, di giusto/sbagliato, sottolineando l’esigenza di sostituire questo termine con quello più idoneo di parafilie (va ricordato infatti che il tema di parafilie e devianze non solo rientra all’interno dei suoi studi ma anche nel suo lavoro accademico, in quanto la materia che insegna all’università dell’Aquila dal 2008 si chiama per l’appunto Clinica delle parafilie e della devianza); ci spiegherà cosa significa l’acronimo BDSM, che include in sé una cultura, invitando a non farne una moda ed infine rifletteremo insieme sui termini più ricercati sul web inerenti la pornografia.

Chiederò inoltre al Prof. Fabrizio Quattrini, in virtù della natura stessa dell’uomo, propenso ad avere più appetizione per il “proibito” e dell’influenza culturale e sociale, che condanna o ne spinge a mode, quanto lo svelamento dei tabù possa, invece di accendere e alimentare il desiderio sessuale, rischiare talvolta di spegnerlo.

 

GUARDA IL VIDEO INTEGRALE DELL’INTERVISTA:

Per ulteriori informazioni sul Prof. Fabrizio Quattrini, sue pubblicazioni e libri, si rimanda al suo sito web.

 

La vita si impara. 50 meditazioni per una vita nuova (2020) di Alberto Pellai – Recensione

Nel suo nuovo libro La vita si impara, Alberto Pellai affronta la tematica dell’emergenza sanitaria e il suo impatto su giovani e adolescenti.

 

La vita si impara, libro di Alberto Pellai, raccoglie dei testi poetici che hanno come scopo quello di donare una nuova fiducia nel futuro, in un periodo di emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo, ma anche durante il normale susseguirsi degli eventi quotidiani. Si rivolge principalmente ad un pubblico giovane e adolescente, più vulnerabile e alle prese con i conflitti di questa fase, trovatosi improvvisamente catapultato in un mondo dai ritmi rallentati.

La noia ha un enorme potere generativo, ma ci obbliga a tollerare la frustrazione di doverla attraversare, sta a noi trasformarla in possibilità creativa‘ e volgerla così a nostro vantaggio. Tramite l’artifizio delle illustrazioni in bianco e nero realizzate da Enrica Mannari che raffigurano sempre emozioni diverse, elabora cinquanta meditazioni, ciascuna differente dalle altre per fronteggiare le difficoltà e gli ostali dei nuovi momenti e delle sempre più disparate difficoltà con cui i giovani si trovano a convivere.

Questa innovazione dimostra l’effetto benefico e quasi terapeutico offerto dal libro stimolando a non mollare e a rendere la paura coraggio, imparando a non temere ciò che è ignoto e che non possiamo controllare. Far parlare le emozioni tramite dei disegni si dimostra essere un originale modo per avvicinarsi al conflittuale mondo degli adolescenti.

In un mondo pieno di rumori è importante stare in silenzio e imparare ad ascoltarsi e ascoltare: è questo l’obiettivo che Alberto Pellai si prefigge e che fa di questo testo illustrato una mano tesa ai ragazzi ma anche ai genitori impegnati a guidare i loro figli nella realizzazione dei compiti evolutivi, senza mai perdere sé stessi.

 

La “fame di tocco umano”: implicazioni psicologiche dell’assenza del contatto fisico ai tempi di COVID-19

Molti paesi hanno scelto il distanziamento fisico come un modo efficace per rallentare la diffusione del COVID-19.

 

Si tratta di una pratica standardizzata, sostenuta da molte autorità sanitarie in tutto il mondo e condivisa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Se da un lato si tratta di una misura assolutamente necessaria per il contenimento del contagio, dall’altro è importante non trascurare il benessere mentale della comunità mentre si combatte questa pandemia. L’isolamento derivante dalla quarantena e dal distanziamento fisico, tendono a indurre solitudine, paura e panico nella comunità, specialmente tra i cittadini più vulnerabili e gli anziani (Yip & Chau, 2020).

Il contatto fisico in tempi di COVID-19 è limitato per la sicurezza nostra e degli altri, ma non va dimenticato che è un elemento fondamentale per l’esperienza umana, trattandosi di una componente essenziale dello sviluppo socio-emotivo, fisico, cognitivo e neurologico nell’infanzia e nella fanciullezza. Il tocco umano modella la regolazione emotiva durante tutto l’arco della vita e contribuisce allo sviluppo dell’attaccamento nei neonati che è importante per la qualità di tutte le relazioni successive (Cascio, Moore, McGlone, 2019). Non solo è un’importante forma di comunicazione non verbale ma è usato per trasmettere affetto e rassicurazione in tempi di difficoltà (Connor & Howett, 2009).

Nell’ambito dell’assistenza sanitaria, il tocco umano è anche associato alla trasmissione del conforto, della cura e della compassione e contribuisce nello stabilire connessioni e legami di cooperazione tra operatori sanitari e pazienti (Connor, 2015). Il tocco interpersonale nel rapporto infermiere-paziente è usato per comunicare i bisogni, diminuire lo stress e dimostrare affetto, fornendo benefici sia al paziente che all’infermiere (Connor & Howett, 2009). Quando il contatto fisico è limitato o addirittura assente, si può sviluppare la cosiddetta “fame di contatto fisico” o “fame di tocco umano”, la quale ha un impatto su tutti gli aspetti della nostra salute ed è stata associata ad aumenti di stress, ansia e depressione (Durkin, Jackson, Usher, 2020).

Gli infermieri e gli operatori sanitari della comunità hanno riferito le difficoltà di cura dei pazienti già dai tempi di epidemia di Ebola in Liberia, periodo in cui erano in vigore le “linee guida del non toccare”. Le linee guida no-touch non solo rendevano difficile diagnosticare un paziente senza toccarlo (Siekmans et al., 2017), ma l’isolamento affrontato dai pazienti affetti da Ebola ha compromesso la capacità degli infermieri di trasmettere vicinanza e fornire conforto ai pazienti nei momenti di distress emozionale (Connor, 2015). E come dimostratosi successivamente, queste misure -create per tenere le persone al sicuro- hanno preoccupanti implicazioni sia nel breve che nel lungo termine sulla salute di individui già isolati, come le persone malate, gli anziani (Armitage & Nellums, 2020) e le persone con disabilità (Emerson, Fortune, Llewellyn, & Stancliffe, 2020).

Anche nei nostri tempi la pandemia ha portato in gran parte all’eliminazione del contatto pelle a pelle per gli operatori sanitari e pazienti; è stato riscontrato che l’aumento dell’uso di dispositivi di protezione personale (DPI), pur essenziali per la sicurezza dei pazienti e degli operatori sanitari a causa della facilità di trasmissione e della gravità del COVID-19, impedisce la comunicazione, diminuisce la percezione ed ostacola il processo decisionale, soprattutto in situazioni di emergenza (Benítez et al., 2020) e mentre i guanti costituiscono una necessaria barriera fisica tra infermieri e pazienti, il tocco con i guanti finisce con l’erigere una barriera emotiva (Nist et al., 2020).

Il tocco umano dunque è un metodo potente usato per alleviare e ridurre la sofferenza degli altri, e durante questa pandemia, c’è stata senza dubbio molta sofferenza. I professionisti della salute hanno riconosciuto il ruolo del contatto fisico nella guarigione dei pazienti anche durante le pandemie (Connor, 2015). In effetti, recentemente è stata inventata nelle residenze per anziani una nuova modalità per potersi abbracciare in sicurezza, la cosiddetta “stanza abbracci”: una stanza divisa in due da un grande telo di plastica trasparente, attraverso il quale ciascuno può abbracciare i propri cari.

In questi tempi in cui dobbiamo stare distanti, rendiamoci consapevoli del dolore e della sofferenza causati dall’assenza di contatto fisico nelle nostre vite e in quelle dei nostri amici, familiari, colleghi e pazienti; mentre la nostra capacità di toccare è temporaneamente ostacolata durante la pandemia, cerchiamo altri metodi di comunicazione per compensare questa perdita, cerchiamo altri modi per rimanere “connessi”. Se il distanziamento fisico crea dolore e solitudine (Durkin, Jackson, Usher, 2020), prendiamone atto e agiamo di conseguenza.

 

La teoria polivagale – Il quarto episodio di Angoli Clinici

I professionisti delle Scuole di Specializzazione e dei Centri Clinici del circuito Studi Cognitivi sono stati protagonisti della serie di webinar “Angoli Clinici”: un ciclo di appuntamenti che ha esplorato alcuni interessanti temi teorici, clinici e applicativi della Psicoterapia

 

Il circuito di Scuole di Specializzazione Studi Cognitivi ha organizzato nell’autunno del 2020, per gli allievi e i didatti delle Scuole di Psicoterapia, la webserie “Angoli Clinici”, un ciclo di appuntamenti per approfondire insieme diverse tematiche della Psicoterapia, da un punto di vista teorico, clinico e applicativo. La webserie è ora in esclusiva sulle pagine di State of Mind.

Un tema diverso ogni settimana. Per ogni incontro un’intervista a un esperto del team di Studi Cognitivi, condotta dalla Dott.ssa Rossana Piron. Tema del quarto incontro è stato la teoria polivagale, discusso dal Dott. Roberto Framba e dalla Dott.ssa Alessia Minniti.

 

LA TEORIA POLIVAGALE

The Perfect Image: the role of social media in predicting the acceptance of cosmetic surgery – ECDP 2021 / Poster Session

POSTER PRESENTATO IN OCCASIONE DELLA EUROPEAN CONFERENCE ON DIGITAL PSYCHOLOGY 2021

Cristian Di Gesto1, Giulia Rosa Policardo1

1 – University of Florence, Italy

POSTER DOWNLOAD (PDF)

 

Introduction

Instagram is a photo-based social network that has risen in popularity among young women, also in Italy (Global Digital Report, 2020). Appearance-related activities on Instagram have a detrimental impact on women body image (Brown & Tiggemann, 2016; Kleemans et al., 2018). Some research has shown that social media might encourage people to do something to modify one’s appearance (De Vries et al., 2014), including cosmetic surgery (Walker et al., 2019) that is deeply diffused among women (ASAPS, 2019) also in Italy (AICPE, 2019). Nevertheless, some research suggests that body satisfaction does not increase in women who have undergone some cosmetic surgical procedures (Sobanko et al., 2018). Appearance comparison on  Instagram is strongly associated with its use (Brown & Tiggemann, 2016), therefore it could be a risk factor for the interest in unnecessary cosmetic surgery.

Method

Participants were 322 Italian women (mean-age = 23; SD = 2.92), who completed a questionnaire containing the variables of interest. Descriptive analysis and hierarchical regressions were performed.

Results

Regressions showed that friends and celebrities images-related activities (e.g., watch stories or direct  of friend and celebrities) and appearance comparison on Instagram predicted the consideration of cosmetic surgery. Its acceptance for social reasons was predicted by both self and celebrities’ images-related activities and appearance comparison on Instagram. The acceptance of cosmetic surgery for intrapersonal reasons was predicted by the self-image related activities only (e.g., check the number of likes received on personal photos  posted on Instagram), no predictive role of appearance comparison was found.

Conclusion

Our findings could be important for a clearer understanding of the role that images-related  activities carried out on Instagram and appearance comparison can have on the consideration of cosmetic  surgery and its acceptance for intrapersonal and social reasons in young women. These results could also  provide preliminary indications for the design of interventions in the field of health promotion such as social  media literacy training aimed at fostering a critical understanding of the use of photo-based social media.

 

 

L’adolescenza e lo psicoterapeuta ai tempi del Covid-19

L’adolescenza per suo stesso significato etimologico indica il crescere, da adolescens, participio presente di adolescere “crescere”.

 

Infatti con questo termine indichiamo il bambino che sta crescendo per divenire adulto; il tempo che divide queste due fasi è proprio quello dell’adolescenza, in cui le modifiche somatiche si legano alle modifiche sociali, intrapsichiche ed emotive, che sono interdipendenti e intrecciate tra loro.

Piaget descrive molto bene questa fase di sviluppo prendendo in considerazione le diverse modifiche e sviluppi su base cognitiva, sociale e comportamentale. Da un punto di vista biosociale si parla di crescita fisica, si accentuano le diversità tra i due sessi. L’insieme di cambiamenti cognitivi ha un ruolo centrale in quanto l’adolescente inizia ad interpretare il mondo in termini di possibilità e non più in termini di concreta realtà, infatti Piaget parla di ultimo stadio dello sviluppo attraverso il Pensiero Operativo Formale, cioè lo sviluppo del ragionamento scientifico. Erickson si sofferma a studiare questo stadio dell’evoluzione della persona in termini di identità, in cui la persona cerca di definire il proprio sé come unico a se stante, da qui la crisi dell’adolescenza. In questa epoca della vita della persona, mutevole e ambigua, iniziano i conflitti che sorgono dalla rottura dall’immagine genitoriale, dal bisogno di essere accettati e sopra ogni cosa di accettarsi. Con Siegel, Olson e Bruner si tenderà a leggere lo sviluppo non secondo vincoli ben delineati come precedentemente, ma dando maggiore rilievo alle caratteristiche personali e all’utilizzo degli strumenti forniti dall’esterno, si darà maggiore rilievo al rapporto instaurato con l’altro, all’interesse suscitato, ai fattori esperienziali, linguistici e conversazionali. Bruner mette in evidenza come la mente soggettiva non possa esistere se non in riferimento ad un contesto socio-culturale specifico di riferimento, così Olson dà importanza al binomio del contesto educativo verso le abilità/le risposte del singolo, quindi al continuo confronto tra stimolo, elaborazione e risposta.

C’è una tendenza sempre maggiore a leggere questa età, l’adolescenza, come fosse una patologia, errore assai comune; le diverse manifestazioni quali la tendenza alla trasgressione, all’opposizione, allo sperimentare nuove soluzioni per poi ritornare alle precedenti o creare nuove alternative, spaventano, irrigidiscono e chiudono l’adulto, il genitore. Oggi si tende a dare uno standard comune per tutti, una realtà condivisa e condivisibile, viene da sé che questa realtà non può configurarsi comoda per gli adolescenti, l’era della libertà e della sperimentazione per antonomasia.

La nostra società richiede ai giovani di restare all’interno di standard di bellezza, di successo, di danaro, di followers specifici, se non si rientra in questi standard si è esclusi.

Per il lavoro del clinico diviene una chimera poter trovare la formula giusta e adeguabile per leggere e spiegare l’adolescente se si tralascia la contestualizzazione dello stesso. L’ambiente, la famiglia, gli affetti e le singole caratteristiche possono darci la giusta lettura dell’adolescente. Infatti in questa età si manifestano sintomi e comportamenti che in qualsiasi altro contesto richiederebbero una diagnosi, un intervento immediato, ma contestualmente allo sviluppo di cui stiamo trattando rientrano in parametri “consoni”.

Fatta questa premessa pensiamo all’adolescente calato nell’anno scolastico 2020-2021, l’anno della pandemia, l’anno dello stravolgimento di tutte le certezze e le abitudini nella quali sono cresciuti e dalle quali dovevano distaccarsi, una forza maggiore li ha distaccati. Il Covid-19 è giunto nelle nostre vite nel pieno delle relazioni online, giovani proiettati nel web, nelle relazioni virtuali mentre le vivono fisicamente, le comunicazioni social che non sono altro che un continuum di quelle sociali. L’anno 2020 rappresenta una rottura di questo equilibrio tra il social e il sociale, gli adolescenti si sono trovati isolati nel mondo dei social, a dover incontrare la propria scuola, classe, professori e compagni nelle piattaforme online e non più in un istituto, a dover condividere attraverso webcam e non in vivo.

Tutte le esperienze emotive, prestazionali, sociali passano ora attraverso il grande filtro del web.

Negli anni precedenti si è parlato della dipendenza da social, della sindrome di hikikomori, oggi li abbiamo costretti a calarsi in questa realtà.

L’unicità delle esperienze e dell’espressione della ricerca del sé attraverso la ricerca del gruppo dei pari, delle esperienze sessuali, delle esperienze trasgressive ai tempi del Covid è sospesa. Sentimenti come l’incertezza, la preoccupazione, la confusione, non è peregrino immaginare che prendano il posto dell’opposizione, dell’identificazione e della rabbia. In un mondo sociale affettivo dove le grandi certezze come la famiglia e la cultura hanno continue modifiche oramai da decenni, la scuola restava un luogo di certezza, l’obbligo scolastico, la frequenza, i limiti che l’istituzione scuola dava; oggi ci troviamo a veder sgretolare quest’ultimo capo saldo, l’istituto scolastico è stato deprivato dei suoi confini fisici ed entra nelle case attraverso il web.

Riprendendo quanto pubblicato da Save the Children, una indagine IPSOS sull’abbandono scolastico rileva che uno studente su 3 abbandona la frequenza delle lezioni. Possiamo affermare con poco stupore che è in linea con quanto detto sinora: l’adolescente non si riconosce più in un gruppo, in un luogo, persino in un look, restando dentro casa, spesso in pigiama, in tuta per collegarsi, dovendo condividere quello spazio personale con i propri familiari, o lo stesso pc-tablet o altro presidio utilizzato con altri membri della famiglia, l’adolescente viene deprivato del suo mondo, del suo spazio vitale in cui esperire se stesso e sperimentarsi. Secondo l’indagine sopra citata l’85% dei giovani intervistati ammette l’importanza di uscire con gli amici e relazionarsi “in presenza”. Il 35% ritiene che le proprie prestazioni scolastiche siano peggiorate a causa della difficoltà di mantenere l’attenzione, il 38% parla della didattica a distanza in termini negativi, aumentano le difficoltà nella concentrazione oltre che i problemi tecnici dovuti alla connessione e alla scarsa dimestichezza con i mezzi online da parte dei docenti.

Lo psicoterapeuta che si trova ad intervenire in un simile contesto non può esimersi dal prendere in considerazione tutti quegli elementi tipici dell’età evolutiva adolescenziale, quindi un quadro di personalità fluido e composito, ma soprattutto deve contestualizzare l’individuo in una fase storico-culturale unica come quella attuale che comporta delle deroghe alla standardizzazione alla quale i clinici sono abituati nella loro pratica terapeutica, sintomi prodromici e determinate categorie comportamentali oggi vanno letti in maniera fluttuante tra ciò che è frutto di una metamorfosi bio-psico-fisiologica e quella che è intrinseca alla metamorfosi socio-cultuarle del contesto di cui lo stesso terapeuta è vittima. Sicuramente il terapeuta che lavora con l’adolescente ha ben chiaro che non dovrà instaurare un rapporto che venga esperito come una dipendenza, ma non dovrà configurarsi come un intervento episodico, dovrà essere accorto nel rispettare il desiderio di autonomia nell’adolescente ma allo stesso tempo fornire punti di riferimenti e certezze emotivo-affettive.

Qualsiasi sia l’orientamento dello psicoterapeuta che lavora con l’adolescente non può prescindere dal prendere in esame le singole risorse, bisogni e difficoltà, qualora i segnali siano prognostici verso lo sviluppo di psicopatologie future o comportamenti gravi, dipendenze, disturbi alimentari, deliri ecc, resta doveroso ricorrere al coinvolgimento nella terapia del gruppo famiglia per un supporto che riesca a dare al giovane la stabilità e le certezze di cui necessita per la formazione di una personalità adulta.

 

La funzione nascosta del bambino nel lettone – Moms, una rubrica su maternità e genitorialità

Tutti i bambini almeno una volta nella vita hanno dormito nel letto dei genitori. Non tutti però sanno quale parte giocano all’interno del legame di coppia quando ciò accade. Il seguente articolo si propone di delineare alcune delle motivazioni non consapevoli che inducono un genitore a portare il figlio nel letto matrimoniale con sé.

Moms – (Nr.9) Moms – La funzione nascosta del bambino nel lettone

 

Dormire con i propri figli è un’esperienza unica perché attraverso questo incontro si può venire a contatto con la parte più tenera di sé. La morbidezza, il profumo e la sensazione di calore e contenimento che caratterizzano quel momento sono un’ottima medicina rispetto alla stanchezza che riempie tante giornate di un genitore. Come ogni farmaco però può avere qualche effetto collaterale. L’ottavo episodio della prima stagione di Workin’ Moms ne individua una in particolare: la possibile compromissione dell’intimità nella coppia.

I personaggi di Frankie e Jenny presentano due motivazioni del tenere il bambino in mezzo al lettone. Nel primo caso Frankie è una donna che sente il bisogno di avere rapporti sessuali con la propria partner, ma questo le viene impedito perché Giselle, la compagna, mette sempre la figlia in mezzo a loro nel letto. Quando Frankie riesce a comunicare i propri bisogni a Giselle, emerge il motivo più profondo per cui la compagna tiene la figlia Rhoda nel loro letto. A differenza di Frankie, Giselle non è la madre biologica di Rhoda. La differenza rispetto al legame di sangue fa sentire Gisele in difetto e per colmare il divario che sente dedica tutto il tempo che ha alla figlia, giorno e notte. La posizione occupata da Rhoda in questo caso è riempitiva della differenza che Giselle sente tra il suo ruolo e quello di Frankie. Solo portando alla consapevolezza i vissuti di entrambe e comunicandoseli, riescono a fare un piccolo passo in avanti e a dedicarsi dei momenti d’intensa intimità e di soddisfacimento dei propri bisogni sessuali.

Jenny, al contrario di Frankie, è la madre che sceglie di mettere la figlia in mezzo nel letto, non solo per la sensazione terapeutica che dona questo incontro, quanto per la relazione infelice con il marito. La donna esprime consapevolmente il bisogno di avere un terzo nel letto non avendo più piacere ad entrare in intimità con il partner. La relazione tra Jenny e il marito Ian non può permettersi una vicinanza così stretta, perché piena di non detti, rancore e delusione non comunicati. Prima ancora della sessualità, è il vissuto intrapsichico ed interpersonale quello su cui entrambi dovrebbero lavorare. È come se Ian e la figlia fossero gli estremi più vicini di un triangolo isoscele dove Jenny rappresenta l’estremo sempre più lontano, un po’ perché è stata allontanata e un po’ perché lei stessa si è fatta fuori. Ian è un padre a tempo pieno, tanto da non lasciare lo spazio a Jenny di essere né madre né moglie; Jenny lavora così tanto da non riuscire ad essere presente nella vita del marito e della figlia. Più i due fingono che vada bene così e più la figlia si trova a riempire il divario tra i due anche nel letto matrimoniale.

Il figlio nel letto dei genitori diviene un Giano Bifronte perché se da un lato permette ai partners di non affrontare temi caldi ed entrare in conflitto esplicito, dall’altro blocca l’eruzione necessaria di un vulcano che permetterebbe nel tempo la possibilità di confronto e forse il ritrovamento dell’intimità nella coppia. Pertanto, sono più le volte che un figlio è nel letto per essere coccolato o per assumere una funzione protettiva nei confronti dei genitori?

 

Uscire dalla trappola. Abbuffarsi, vomitare, torturarsi: la terapia in tempi brevi. (2011) di Giorgio Nardone e Mattew D. Selekman – Recensione del libro.

I due autori, all’interno del presente manuale, hanno unito i loro studi, le loro esperienze cliniche e le loro ricerche su queste condotte, frutto di oltre vent’anni di lavoro in tale direzione, realizzando un libro molto ricco, chiaro ed utile all’approfondimento delle tematiche in questione.

 

Ann sosteneva che la psicologia “non aveva capito” che il taglio la stava aiutando a fare fronte alla vita: “perché dovrei rinunciare a qualcosa che ha realmente funzionato per me?” Ho ringraziato Ann per essersi aperta con me su tutte le cose che avrei dovuto evitare di fare come terapeuta e le ho chiesto di correggermi qualora avessi commesso qualche errore lungo il cammino terapeutico, per potermi fermare e cambiare direzione insieme a lei.

M.S. Selekman

  Questo un ritaglio contenuto all’interno del libro intitolato “Uscire dalla trappola. Abbuffarsi, vomitare, torturarsi: la terapia in tempi brevi”, scritto da Giorgio Nardone, fondatore e insieme a Paul Watzlawick del Centro di Terapia Breve Strategica di Arezzo, autore di diverse opere e pubblicazioni tradotte anche lingue, impegnato in attività di formazione in tutto il mondo, e Metthew D. Selekman, terapista di coppia e familiare, assistente sociale, clinico specializzato nel trattamento di autolesionismo, disturbi alimentari, abuso di sostanze, comportamenti di disturbo scolastico, comportamento provocatorio oppositivo, coppie ad alto conflitto e difficoltà di gestione della rabbia di bambini, adolescenti e adulti; autore di numerosi articoli sulla terapia familiare e libri.

Un libro che affronta il tema dei comportamenti autolesionistici, abbuffate e ricorso al vomito (vomiting), problematiche sempre più in aumento e talvolta molto severe tra i giovani, offrendo indicazioni anche in senso terapeutico.

I due autori, all’interno del presente manuale, hanno unito i loro studi, le loro esperienze cliniche e le loro ricerche su queste condotte, frutto di oltre vent’anni di lavoro in tale direzione, realizzando un libro molto ricco, chiaro ed utile all’approfondimento delle tematiche in questione.

All’interno dello stesso infatti vengono ampiamente messi in luce ed offerti riferimenti di ricerche che evidenziano la stretta correlazione tra le tre condotte problematiche (abbuffate, vomito, autolesionismo), differenti ovviamente per gravità ed anche per finalità e scopo che tale comportamento patologico ha nella vita del soggetto che ne diventa vittima.

Se infatti, per alcuni giovani le tre condotte, che possono presentarsi in combinazione tra loro oppure singolarmente, possono avere un effetto sedativo ed anestetico per altre forme di dolore e sofferenze, per altri possono rappresentare una forma punitiva, per altri ancora, il reiterarsi della pratica può trasformarsi in un rito di piacere.

Ed ecco che sempre i due autori analizzano le varie tipologie per poter poi individuare le strategie e gli stratagemmi terapeutici più calzanti al problema della persona.

Ponendo entrambi enfasi sugli aspetti essenziali per creare una adeguata base terapeutica quali comunicazione, relazione terapeutica, sottolineare gli aspetti positivi ed i punti di forza della persona per poter affrontare al meglio il problema, Giorgio Nardone e Matthew Selekman offrono un’ampia e dettagliata descrizione del loro modo di affrontare le differenti tipologie di problemi, tecniche e prescrizioni.

Il libro si arricchisce di casi clinici selezionati e descritti individualmente dai due autori del libro.

Tre sezioni del libro, Conoscere, Cambiare, Casi clinici, quattro i casi descritti con cura e chiarezza, svariati gli spunti di riflessione che ritengo possa trovare il lettore, sia addetto ai lavori che non, in quanto l’unione di due tipologie differenti di intervento terapeutico, ossia quello proposto da Giorgio Nardone, basato su strategie e stratagemmi calzanti sulla logica del disturbo e quello offerto da Matthew Selekman, fondato su tecniche alternative alla struttura del problema, offre, come sottolineato dagli stessi autori, un modello ancora più flessibile ed adattabile non solo alle varianti del disturbo, ma anche alla irripetibile singolarità di ogni paziente e del suo contesto familiare e sociale.

 

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