L’Osservatorio dei Disturbi Emotivi e Mentali
L’Osservatorio dei Disturbi Emotivi e Mentali è un aggiornamento periodico sulla situazione della sofferenza psicologica in Italia e nel mondo. Quali sono i disturbi più diffusi e più gravi e più in crescita, quali segmenti della popolazione sono più colpiti, quali sono le ragioni della loro diffusione e come arginarli con quali cure farmacologiche, psicoterapeutiche e assistenziali.
L’Osservatorio sarà pubblicato su State of Mind dal marzo 2025, uscirà mensilmente e sarà composto consultando i motori di ricerca più rigorosi e avanzati che raccolgono le informazioni pubblicate su riviste scientifiche e su bollettini sanitari affidabili. Il responsabile della composizione dell’Osservatorio è Giovanni Maria Ruggiero con la collaborazione di Sara Palmieri e Giovanni Mansueto.
Osservatorio dei Disturbi Emotivi e Mentali – Gennaio 2026
L’Osservatorio del mese di gennaio 2026 si concentra sulla dimensione psicologica dello stress lavorativo, esplorando i meccanismi attraverso cui l’ambiente di lavoro influenza il benessere mentale, i fattori di rischio psicosociale identificati dalla ricerca, e le strategie evidence-based per la prevenzione e l’intervento, con particolare attenzione alla situazione italiana nel confronto internazionale.
Comprendere la sofferenza psicologica sul lavoro
Lo stress lavorativo rappresenta oggi una delle emergenze sanitarie più sottovalutate del mondo occidentale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (2024), depressione e ansia legate al lavoro costano circa 1 trilione di dollari all’anno in perdita di produttività globale – equivalente a 12 miliardi di giornate lavorative perse. Negli Stati Uniti, lo studio di Goh, Pfeffer e Zenios (2015) pubblicato su Management Science ha stimato che circa 120.000 morti annue e il 5-8% dei costi sanitari siano direttamente attribuibili a fattori stressanti lavorativi. Tuttavia, dietro questi numeri si cela una realtà più profonda: milioni di lavoratori che quotidianamente sperimentano sofferenza psicologica, esaurimento emotivo e senso di impotenza.
I dati globali confermano la portata del problema: il rapporto Mercer (2024) riporta che l’82% dei dipendenti è a rischio di burnout, mentre secondo Gallup (2024) il 41% dei lavoratori nel mondo sperimenta alti livelli di stress quotidiano, percentuale che sale al 49% negli USA e Canada, con le donne (54%) più colpite degli uomini (45%).
I meccanismi psicologici dello stress lavorativo
Dal Demand-Control al burnout: modelli teorici
La comprensione scientifica dello stress lavorativo si è sviluppata attraverso diversi modelli teorici che hanno progressivamente illuminato i meccanismi attraverso cui l’ambiente di lavoro influenza la salute mentale.
- Il modello Demand-Control di Karasek (1979) identifica due dimensioni fondamentali: le richieste lavorative (psychological demands) e il controllo decisionale (decision latitude). Quando le richieste sono elevate ma il controllo è basso, si verifica il cosiddetto “job strain”, una condizione che il rapporto ETUI (2025) ha identificato come uno dei principali fattori di rischio per depressione e malattie cardiovascolari nei lavoratori europei.
- Il modello Effort-Reward Imbalance di Siegrist (1996) aggiunge una dimensione cruciale: lo squilibrio tra lo sforzo investito e le ricompense ricevute (salario, stima, sicurezza occupazionale, opportunità di carriera). Questo squilibrio attiva risposte di stress cronico e sentimenti di ingiustizia che erodono progressivamente il benessere psicologico.
- Il modello del Burnout di Maslach e Leiter descrive un processo trifasico di deterioramento: l’esaurimento emotivo (sensazione di essere svuotati delle proprie risorse emotive), la depersonalizzazione (atteggiamento cinico e distaccato verso il lavoro e le persone) e la ridotta realizzazione personale (percezione di incompetenza e mancanza di produttività).
La neurobiologia dello stress cronico
Lo stress lavorativo cronico attiva ripetutamente l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), provocando un’esposizione prolungata al cortisolo che ha effetti deleteri su molteplici sistemi.
A livello cerebrale, l’eccesso di cortisolo danneggia l’ippocampo (compromettendo memoria e apprendimento), riduce la neuroplasticità della corteccia prefrontale (alterando le funzioni esecutive e la regolazione emotiva) e aumenta l’attività dell’amigdala (amplificando le risposte di paura e ansia). Questi cambiamenti neurobiologici spiegano perché lo stress cronico è un potente fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi d’ansia e depressione maggiore.
A livello cardiovascolare, lo stress cronico promuove l’aterosclerosi, l’ipertensione e le aritmie. Il rapporto ETUI (2025) stima che l’8% delle malattie cardiovascolari nei lavoratori europei sia attribuibile all’esposizione a rischi psicosociali sul lavoro, con circa 6.000 morti annue per cardiopatia coronarica e oltre 5.000 suicidi correlati a depressione lavorativa.
Il ruolo dell’elaborazione cognitiva
La risposta individuale allo stress lavorativo è mediata da processi cognitivi di valutazione. Secondo il modello transazionale di Lazarus e Folkman (1984), lo stress emerge quando una persona percepisce che le richieste dell’ambiente superano le proprie risorse di coping.
Distorsioni cognitive come il perfezionismo disfunzionale, la ruminazione, il pensiero catastrofico e il senso di helplessness (impotenza appresa) amplificano la vulnerabilità allo stress. I dati del TELUS Mental Health Index (2024) mostrano che il 30% dei lavoratori nel gruppo ad alto rischio non si sente ottimista riguardo al proprio futuro, un indicatore di helplessness che predice lo sviluppo di sintomi depressivi.
I cinque fattori di rischio psicosociale
Lo studio ETUI (2025) ha identificato i principali fattori di rischio psicosociale (PWE – Psychosocial Work Exposures) la cui associazione con esiti negativi per la salute è solidamente supportata dalla letteratura epidemiologica. Il rapporto EU-OSHA (2014) ha calcolato che lo stress lavoro-correlato costa all’Europa circa 20 miliardi di euro all’anno.
Job Strain: l’intrappolamento nel lavoro
Il job strain si verifica quando il lavoratore affronta elevate richieste cognitive ed emotive con scarsa autonomia decisionale. Psicologicamente, questa combinazione genera una sensazione di intrappolamento: il lavoratore si sente sopraffatto dalle richieste ma impossibilitato a modificare le condizioni che le generano.
Orari di lavoro prolungati
Lavorare oltre 55 ore settimanali aumenta significativamente il rischio di ictus e cardiopatia ischemica. Ma gli effetti psicologici sono altrettanto devastanti: l’invasione del tempo personale impedisce il recupero (recovery) dallo stress, fondamentale per il ripristino delle risorse psicofisiche. Secondo il Rapporto Censis (2024), oltre il 65% dei lavoratori italiani vorrebbe ridurre il tempo in ufficio per un approccio più equilibrato al lavoro.
Insicurezza lavorativa e squilibrio sforzo-ricompensa
L’insicurezza lavorativa genera uno stato di minaccia cronica che attiva continuamente i sistemi di allarme dell’organismo. In Italia, il gap occupazionale per chi è affetto da un disturbo mentale è del -31,6% rispetto al resto della popolazione (Headway, 2021), amplificando l’impatto psicologico dell’insicurezza. Lo squilibrio sforzo-ricompensa attiva un profondo senso di ingiustizia che erode motivazione e commitment organizzativo.
Bullismo sul posto di lavoro
Il workplace bullying comprende comportamenti ostili, umilianti o intimidatori ripetuti nel tempo. Le conseguenze psicologiche sono devastanti: disturbo da stress post-traumatico, depressione, ansia sociale. Le vittime spesso sviluppano sintomi di learned helplessness e vergogna che impediscono loro di cercare aiuto o denunciare la situazione.
Focus Italia: i numeri di un’emergenza nazionale
Il costo economico: Italia nel confronto internazionale
I dati economici sullo stress lavorativo collocano l’Italia in una posizione critica nel panorama internazionale.Il rapporto OCSE (2025) stima che la cattiva salute mentale costi all’Italia circa il 3,5% del PIL annuo, tra spese dirette e indirette.
Il TELUS Mental Health Index (settembre 2024) colloca l’Italia con il 43% dei lavoratori nel gruppo ad alto rischio di problemi di salute mentale – una percentuale superiore a Francia (38%) e Germania (33%), seppur inferiore a Spagna (48%) e Polonia (45%). Il 40% dei lavoratori italiani riporta sintomi d’ansia, il 36% sintomi depressivi, e il 34% sperimenta spesso solitudine.
Le vulnerabilità specifiche: giovani, donne, settori a rischio
- I giovani lavoratori italiani: Il 56% dei lavoratori tra 25-34 anni segnala stress frequente, con il 16% in stato di tensione costante. A livello internazionale, Gen Z e Millennials raggiungono il picco di burnout a 25 anni, 17 anni prima della media generale di 42 anni (Talker Research, 2025).
- Le donne lavoratrici: In Italia, il 51% delle donne sperimenta stress frequente contro il 39% degli uomini. Il punteggio di salute mentale femminile è mediamente 5 punti inferiore a quello maschile nel TELUS Index europeo.
- Gli operatori sanitari: Oltre il 40% di medici e infermieri italiani presenta sintomi di stress cronico o burnout (OCSE, 2025). Durante la pandemia COVID-19, il 57,9% mostrava sintomi depressivi e il 65,2% sintomi d’ansia (Healthcare, 2021).
Tabella 1. Prevalenza stress e sintomi psicologici: Italia vs altri paesi (TELUS MHI, settembre 2024)
Strategie di prevenzione Evidence-Based
Interventi organizzativi
La ricerca indica chiaramente che gli interventi sui fattori organizzativi sono più efficaci di quelli focalizzati sull’individuo. I dipendenti con leadership di supporto hanno il 70% di probabilità in meno di sperimentare burnout. Le politiche di lavoro flessibile riducono il burnout del 22%, mentre vacanze regolari riducono il rischio del 20-70%.
Secondo la NAMI (2024), nei luoghi di lavoro che offrono risorse per la salute mentale, i dipendenti hanno significativamente meno probabilità di riferire difficoltà nella produttività (21% vs 38% senza risorse). Le organizzazioni con benefit completi anche per la salute mentale hanno l’8% in più di probabilità di vedere un ritorno positivo sull’investimento e il 13% in più di vedere un aumento dell’engagement.
Il ruolo della leadership e della cultura organizzativa
La qualità della leadership emerge come fattore determinante. Manager formati al supporto emotivo e alla comunicazione efficace creano ambienti dove i dipendenti si sentono valorizzati e sicuri anche nell’esprimere difficoltà; in tal senso, la “psychological safety” è un prerequisito per il benessere individuale e organizzativo. L’89% dei dipendenti nel 2024 riferisce che i propri leader parlano della propria salute mentale, rispetto al solo 35% nel 2020 (Headspace, 2024).
Interventi individuali e psicoterapeutici
A livello individuale, la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è l’intervento con maggiore evidenza di efficacia per stress lavorativo, ansia e depressione. Programmi basati sulla mindfulness (MBSR, MBCT) hanno dimostrato efficacia nel ridurre lo stress percepito. Anche l’attività fisica regolare ha effetti benefici, persino comparabili agli antidepressivi: i lavoratori fisicamente attivi perdono 10-14 giorni di produttività in meno all’anno (TELUS, 2024).
Il ritorno sull’investimento in prevenzione
L’OMS e l’OCSE concordano: per ogni dollaro investito in trattamenti per ansia e depressione, il ritorno è di 4 dollari in miglioramento della salute e produttività. Secondo il rapporto Headway/Angelini (2025), se l’Italia aumentasse gli investimenti in salute mentale dal 3,4% al 5% della spesa sanitaria, si registrerebbero benefici diretti e indiretti per 10,4 miliardi di euro. L’EU-OSHA (2014) sottolinea: “affrontare lo stress lavoro-correlato può sembrare costoso, ma ignorarlo costa molto di più”.
Conclusioni e raccomandazioni
I dati presentati in questo Osservatorio rivelano che lo stress lavorativo non è un problema individuale di “gestione dello stress“, ma una sfida sistemica con conseguenze economiche paragonabili a una crisi finanziaria permanente. L’Italia, con il 43% dei lavoratori ad alto rischio, si colloca in una posizione critica nel panorama europeo, aggravata dal sottoinvestimento strutturale in salute mentale (3,4% vs 11,3% della Germania).
Il divario generazionale, con i giovani che bruciano a 25 anni, e la vulnerabilità specifica delle donne lavoratrici segnalano che il modello lavorativo attuale non è sostenibile. La prevenzione psicologica emerge come investimento strategico con un ROI documentato di 4:1. Le evidenze dimostrano che programmi di supporto alla salute mentale, politiche di lavoro flessibile e leadership consapevole possono ridurre significativamente sia la sofferenza individuale che i costi organizzativi. In questo contesto, la Campagna Prevenzione Psicologica di inTHERAPY si inserisce come risposta concreta a questa emergenza, offrendo strumenti e percorsi accessibili per affrontare lo stress lavorativo prima che si trasformi in patologia.
È tempo che istituzioni, imprese e singoli lavoratori riconoscano che investire nella salute mentale sul lavoro non è un lusso, ma una necessità sanitaria, sociale ed economica. La sofferenza è evitabile, la prevenzione è possibile, l’intervento è urgente.
