Graded Motor Imagery per il trattamento del dolore cronico

GRADED MOTOR IMAGERY per il dolore cronico disfunzione sensoriale, componente educativa, attivazione motoria

ID Articolo: 116912 - Pubblicato il: 08 gennaio 2016
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Negli ultimi 10 anni le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno portato novità importanti nella comprensione del ruolo del cervello nel dolore cronico.

Sono sempre più numerosi gli studi che evidenziano come il dolore cronico sia associato ad una riorganizzazione della corteccia sensoriale primaria (Flor et al., 1995, 1997). I pazienti con dolore cronico presentano un’alterazione della rappresentazione corticale somatotopica e anche della capacità di integrare gli stimoli percettivi con la rappresentazione e la discriminazione spaziale tra il lato affetto e quello sano.
Risultano compromesse anche le performance motorie volontarie. Altri studi mostrano che questi cambiamenti non sono irreversibili: per esempio i campi della corteccia sensitiva si possono modificare tramite stimoli tattili che hanno anche una rilevanza comportamentale (scrittura braille, Florence et al., 1997).
L’applicazione clinica di questi studi ha visto la messa a punto di trattamenti specifici che hanno come obiettivo diretto la riduzione del dolore attraverso una riorganizzazione corticale.

La Graded Motor Imagery (GMI) è uno di questi trattamenti: il suo obiettivo è quello di coinvolgere in maniera graduale le cortecce motorie senza attivare le risposte protettive del dolore. Vengono applicati i principi fisioterapici dell’aumento graduale delle attività, adattati in modo da influenzare sia il sistema nocicettivo ipersensibilizzato, sia i meccanismi corticali alterati già menzionati.

L’utilizzo del feedback visivo con lo specchio è un tipo di trattamento ben conosciuto e validato, introdotto dall’équipe di Ramachandran e colleghi nel 1992, per il trattamento dell’arto fantasma e dell’emiparesi conseguente a stroke (review di Ramachandran & Altshuler, 2009).

Pur essendo l’approccio GMI molto più “giovane”, è stata verificata la sua efficacia nel trattamento della CRPS, e vi sono risultati incoraggianti anche per il trattamento di altre condizioni di dolore cronico (Moseley et al., 2004, 2006).

Moseley e Butler hanno proposto due innovative definizioni del dolore, che aiutano a capire il “terreno teorico” in cui affonda le radici l’approccio GMI. La prima (Moseley, 2003) descrive il dolore come “il prodotto di diversi sistemi, che viene costruito sulla base della specifica “firma neurale” individuale del dolore. Tale “firma neurale” è costruita ogni volta che il cervello conclude che i tessuti corporei sono in pericolo ed è necessario un intervento.

Il dolore è un riferimento anatomico localizzato nel cervello”. Da sottolineare che il dolore è concepito come un prodotto che viene costruito dal cervello (piuttosto che soltanto uno stimolo che viene percepito ed elaborato). La definizione più recente (Moseley & Butler, 2015) fà un ulteriore passo avanti descrivendo il dolore come “un’inferenza percettiva, tramite la quale l’esperienza è considerata un risultato nella coscienza che riflette la migliore stima di ciò che sarà una risposta vantaggiosa. La tendenza è quella di sovrastimare il pericolo e di conseguenza eccedere in comportamenti protettivi.”

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