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I Circoli Viziosi: Quando il Paziente Continua a Farsi del Male.

Perché alcuni pazienti ripetono gli stessi circoli viziosi e le medesime scelte disfunzionali, pur avendo compreso il proprio funzionamento?

Di Gianluca Frazzoni

Pubblicato il 23 Gen. 2013

 

I Circoli Viziosi- Quando il Paziente Continua a Farsi del Male. - Immagine: © photobank.kiev.ua - Fotolia.comPerché alcuni pazienti ripetono gli stessi circoli viziosi e le medesime scelte disfunzionali, pur avendo compreso il proprio funzionamento?

Come possiamo spiegare che per alcuni pazienti il cambiamento appaia irrealizzabile, a causa di pensieri e comportamenti che contrastano apertamente con l’utilità personale e terapeutica? Perché alcuni pazienti, pur sapendo razionalmente quale sia la strada da percorrere per un maggior benessere psicologico e pur avendo esplorato in terapia le diverse alternative fino a comprendere pienamente le ragioni che consigliano una determinata condotta, ripetono gli stessi circoli viziosi e le medesime scelte disfunzionali?

In ambito psicodinamico questo processo viene definito paradosso nevrotico, espressione che descrive l’incongruenza logica tra il bene necessario nonché esplicitato e il danno che il soggetto continua ad infliggersi senza sapersi spiegare quale impulso stia seguendo.

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Le analisi proposte in psicologia per chiarire il tema del paradosso vertono sui concetti di coerenza interna, di vantaggio secondario e sulle teorie funzionaliste (Giannatasio, 2010). La coerenza interna, che nei modelli costruttivista e cognitivo post-razionalista assume rilevanza centrale, rappresenta il bisogno dell’individuo di conservare un’identità riconoscibile nel tempo; la continuità del senso di sé richiede che le informazioni in entrata vengano processate secondo modalità cognitive ed emotive che integrino i significati nuovi, talvolta deformandoli, all’interno degli schemi di conoscenza già presenti.

Accertare le credenze centrali. - Immagine: © Olivier Le Moal - Fotolia.com
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Mancini (2000) osserva però che in alcuni casi i pazienti ricercano intenzionalmente segnali e indizi che contrastino le loro teorie, per esempio quando coinvolgono il terapeuta in valutazioni personali sul problema. Il vantaggio secondario implica che il paziente scelga l’alternativa disfunzionale se le altre appaiono svantaggiose.

La psicoanalisi attribuisce tale meccanismo ad un movimento inconscio e alla funzione protettiva del disturbo mentale, capace di tutelare l’individuo da un’esplorazione di sé e del mondo che lo porrebbe in difficoltà. La tesi che il vantaggio secondario possa essere perseguito intenzionalmente è inverosimile, dal momento che il medesimo stato mentale conterrebbe due elementi opposti e il soggetto dovrebbe imporsi di credere qualcosa di cui conosce la non veridicità.

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Mancini e Gangemi (2002) suggeriscono la presenza di un meccanismo automatico davanti al quale il paziente desidera il cambiamento ma non sa come realizzarlo. Le teorie funzionaliste descrivono i circoli viziosi derivanti da comportamenti che dovrebbero essere rivolti verso uno scopo funzionale ma generano in realtà conseguenze diverse che ne mantengono gli aspetti patologici: un esempio è l’evitamento, in cui il paziente credendo di proteggersi da una situazione temuta finisce col rinforzare la propria percezione di pericolo.

Le tre prospettive illustrate presentano però un limite, non chiariscono la ragione per cui il paziente nella validazione delle credenze prenda in esame solo alcune delle informazioni pertinenti.

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Mancini e Gangemi (2002) ritengono che questa difficoltà concettuale possa essere superata focalizzandosi sul processo di controllo delle ipotesi; Mancini (2000) sottolinea che i processi diagnostici esaminano con accuratezza l’ipotesi di partenza ma i pazienti non di rado utilizzano processi pseudodiagnostici. Un processo diagnostico si caratterizza per l’incertezza dell’ipotesi iniziale, l’accessibilità cognitiva delle alternative, i costi elevati che scaturiscono dall’omissione di nuove informazioni e quelli, più bassi, legati alla loro acquisizione.

In assenza di queste condizioni, specie quando il tempo e le risorse per la scelta sono limitati, il paziente procede ad una disamina di carattere pseudodiagnostico, che si dimostra più rapida ma tende a confermare la credenza iniziale favorendo il mantenimento della condotta problematica.

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